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parlando di corinaldo - La Memoria dei Luoghi

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parlando di corinaldo - La Memoria dei Luoghi
PARLANDO DI CORINALDO
E’ stato scritto da Bolognini Bordi Nicola nato a Corinaldo il 19 aprile 1889.
E’ stato un uomo operoso, ha lavorato materialmente nella giovane età e poi e’ stato
sempre molto occupato perchè la sua professione di Costruttore edile glielo
imponeva.
All’età di 81 anni ha smesso la sua attività, ancora in buon’essere, trovandosi ad un
tratto, senza nessuna occupazione, si era così demoralizzato da non credere e per
passare il tempo si è messo a disegnare in bianco e nero con lapis tutto ciò che
Corinaldo ha da fare risaltare, come le Porte del Paese, i Torrioni, le Chiese ed altro
che il medioevo gli ha riservato.
Poi, in seguito, sempre per passare il tempo, ha pensato di scrivere e raccontare delle
cose che Corinaldo non ha più, che si sono dileguate nel tempo, lungo la sua vita.
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PARLANDO DI CORINALDO
Corinaldo ha origine dalla città di Suasa, distrutta da Alarico, re dei visigoti,
nell’anno 409 dopo Cristo.
Gli scampati dal massacro e dall’incendio sono corsi in alto, verso oriente dove vi
erano i boschi per rifugiarsi e scelsero il bosco dove oggi è ubicato Corinaldo.
Suasa si trovava nel territorio che oggi è di Castelleone, a destra del fiume Cesano e
precisamente dove vi sono rimasti i ruderi dell’anfiteatro che tuttora si possono
vedere.
Lo stemma di Corinaldo ha sei monti, con sopra due chiavi incrociate, come porta lo
stendardo del Vaticano, alla sommità la corona con cinque torri e intorno la scritta
-CINERIBUS ORTA COMBUSTA REVIXI- che vuol dire: Sorta dalle ceneri,
bruciata sono risorta.
Le due chiavi sono state donate dal pontefice Nicolò V nel 1452 per la fedeltà di
Corinaldo verso la Santa Sede. Corinaldo è stato distrutto, incendiato e raso al suolo
nel 1360 quando Bernabò visconti, duca di Milano faceva guerra alla Santa Sede per
la presa di Bologna. Lo spagnolo Cardinal Egidio Carilla Albornoz, delegato del
papa, difendeva Bologna e gravato da molte spese per mantenere l’esercito, colpì di
molte tasse e gravami i sudditi, suscitando fra loro un generale malcontento;
Corinaldo e Montenovo (Ostra Vetere) si ribellarono ed a capo di questa ribellione vi
era un concittadino che si chiamava Nicolò Boscareto nemico acerrimo dei Guelfi e
di conseguenza della Santa Sede;
Questo Boscareto abitava nella frazione di questo nome, sua proprietà che si trovava
dove oggi è S.Vito di Ostra Vetere.
Il nome di Boscareto in seguito venne trasformato in Boscarini, nobile famiglia
Corinaldese il cui ultimo discendente, che si chiamava Paolo, è deceduto nel 1915.
Il Carilla Albornoz, appena informato di questa rivolta, decise di reprimerla e inviò
immediatamente a Corinaldo il suo generale Galeotto Malatesta di Pesaro con un
forte esercito per punire i traditori, tanto fece presto che i Corinaldesi non fecero in
tempo a difendersi e sono stati costretti alla resa che fu molto umiliante. Intimò a tutti
gli abitanti che entro un’ora di lasciassero le loro case e si radunassero nella Piazza
del Mercato, fuori porta del Borgo di Sotto e entro sette ore lasciassero il territorio.
Corinaldo rimase disabitato e deserto per sei anni. Nel 1366 una commissione di
Corinaldesi andò a Roma dal pontefice per potere riedificare la loro patria, questo gli
fu concesso però i Corinaldesi ridotti così poveri non avrebbero potuto ricostruire se
non fossero stati aiutati dai Paesi vicini, l’aiuto più proficuo lo ebbero dai Malatesta
di Pesaro e questi rimasero signori di Corinaldo fino al 1429.
Il Capitano conte di Cotignola Francesco Sforza nel 1433 ha mandato a presiedere a
Corinaldo Antonello Cattabriga, che è stato un pessimo governatore verso gli abitanti
però, ha anche costruito dei fabbricati, i tre pozzi di proporzioni più grandi di quelli
comuni, quello lungo la Via Piaggia, quello del Bargello a ridosso alla porta del
Borgo di Sopra , quello detto Pozzaccio fuori del paese; poi una grande Rocca
costruita nel 1435 al 1438 ubicata sulla piazza del Terreno, dove oggi vi è la Chiesa
dell’Addolorata e il palazzo Benni. Questa Rocca è stata demolita dai Corinaldesi
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nel1468 perché i soldati che la presiedevano facevano di continuo cose verso il
popolo non desiderabili. Il Cattabriga fu cacciato dai Corinaldesi il1447 e cessò anche
la Signoria del Capitano Conte Francesco Sforza.
Le mura riedificate sono del secolo XIV e quelle per ampliare il paese sono del
secolo XV – dal 1484 al 1490.
Lo storico Cimarelli dice: “ Corinaldo come fortezza reale è cinto da alte e solide
mura con i suoi corridori, terrapieni, merli, piombatori e parapetti, ma è fornito da
quindici propugnacoli tra guardiole, rivellini, torrioni e cannoniere, oltre le tre Porte
munite di baluardi, ponti levatoi e saracinesche.
Un altro episodio da ricordare della storia di Corinaldo è l’assedio sostenuto nel
1517 contro Francesco Maria I della Rovere, duca di Urbino. Questi volendo
riconquistare il suo stato che da Leone X gli era stato tolto, ambiva possedere
Corinaldo sia come fortezza, sia come posizione alla fine del suo Stato ed al principio
della Marca. La conquista la voleva fare con le trattative però, queste ebbero esito
negativo e allora il Duca decise di conquistare Corinaldo con l’assedio occupando
ventimila soldati mercenari, più numerosi cavalli e artiglierie.
I Corinaldesi si prepararono a difendersi con tutte le loro energie. Mandarono a
Rocca Contrada (Arcevia) vecchi e bambini accompagnati dal nobile Giovanni
Benedetto Amati.
A Rocca Contrada per guardi della fortezza vi erano dei Corsi, Benedetto Amati
prese l’ardire di domandare loro se fossero disposti aiutare Corinaldo alla difesa,
questi accettarono comandati dal loro Capitano, Michele Corso, difesero il paese.
L’assedio durò ventitre giorni, durante i quali più volte il nemico, guidati dallo stesso
duca provarono, con alte scale nei punti più vulnerabili delle mura castellane di
occupare il paese, servendosi anche delle artiglierie le quali facevano pochi danni,
perché le mura resistevano benissimo e la accanita e coraggiosa resistenza dei
Corinaldesi ricacciavano sempre con gravi perdite del nemico. Però i Corinaldesi
avevano consumato molte munizioni e considerando che l’assedio sarebbe andato a
lungo per la tenacia del duca, era necessario rifornirsi, ed era indispensabile andare a
Senigallia a prendere quattro some di munizioni e occorreva una persona coraggiosa.
Volle tentare l’impresa un religioso Eremitano della famiglia dei Codicini, uomo
coraggioso e istruito, la sera stessa partì per Senigallia e alla mattina all’aurora si
trovava di nuovo a Corinaldo con i muli carichi di munizioni. I Corinaldesi rimasero
stupefatti perché, è passato due volte attraverso il nemico, per loro era considerato un
miracolo di Sant’Anna protettrice de Paese.
Nei giorni successivi i Corinaldesi ripresero a molestare il nemico con più violenza,
con delle uscite a sorpresa uccidendo sempre molti soldati e dalle mura tiravano
archibugiate e bombardavano il campo. Dopo ventitre giorni di assedio il Duca e i
suoi ufficiali decisero di ritirarsi. Gli assediati vedendosi liberi fecero delle feste che
durarono tre giorni, questa vittoria fece eco in tutta Italia.
Il Pontefice Leone X della famiglia dei Medici di Firenze per riconoscenza verso i
Corinaldesi per l’attaccamento alla Santa Sede, volle fino allora chiamare, città di
Corinaldo, nominato su un suo Breve indirizzato a Corinaldo in data 6 dicembre
1517.
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Corinaldo è stato definitivamente nominata città con Breve Pontificio del papa Pio
VI in data 20 giugno 1786, durane gli anni che si costruiva il Palazzo Comunale.
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NOTIZIE PRESE DALL’ARCHIVIO STORICO DI CORINALDO = DAL PRIMO
VOLUME SCRITTO DA GIUSEPPE MAGGI SEGRETARIO PRIORALE DAL
1755 AL 1756
Permesso alle monache di Sant’Anna (Benedettine) di poter fabbricare sopra le mura
Castellane in data 9 marzo 1637.
Rumori di guerra, risarcimento delle Porte e delle muraglie e innalzamento dei ponti
levatori sul motivo di essere passati moltissimi uomini atti alle armi al soldo del
Capitano Gian. Batt. Sandreani e dell’Alfiere Giovita Brunori e deputati eletti il 5
settembre 1642.
Concessione al capitano Sinibaldo Brunori di potere fabbricare sopra le muraglie
castellane, obblighi e condizioni 19 Marzo 1646.
Fabbrica del nuovo palazzo pubblico terminate e per conservare l’antico splendore si
rinnova la residenza col divieto a Plebei e poverini di entrare alla riserva nei giorni,
nei quali si trasattano i pubblici proventi, ed altro come diffusansi si legge nel
consiglio del 3 Giugno 1650.
Concessione al Sig. Cesarini di poter fabbricare sopra le mura Castellane in data 5
aprile 1652.
Bruno Brunetti ottiene la facoltà di fabbricare un casino nel torrione nella porta di
Sotto, e di renderlo libero a beneplacido della comunità in data 10 luglio 1668.
BOLLA DEL 1452 – DI NICOLO’ V
Che non si gravi la comunità di Corinaldo più del solito ma che paghi solamente al
castellano n. 150 Ducati d’oro al mese = Questi serviranno per il mantenimento del
Castellano che teneva custodito il Cassero o Rocca colle genti d’armi per tenere in
soggezione la Terra affine come finitima ad altri Stati non si dasse ad altro Principe o
Tiranno dopo che si liberò dal Tiranno Accattabriga che la teneva per mantenersi per
mantenersi nell’usurpata tirannia. Il cassero o Rocca poi fu distrutta dalli stessi
Corinaldesi a motivo che insolentiti i soldati che la custodivano per la S.Chiesa
facevano frequenti soverchiarie nella robba e nel onore. Paolo II però sdegnato da un
tale affronto nell’anno 1468 obbligò la comunità a pagare..... Ducati n. ..... che alle
suppliche della stessa comunità furono ridotti a solo Ducati n. 300.
BREVE DI PAPA GREGORIO XIII DEL 1583
Concessione di permuta di terreno colla Chiesa S.Pietro per la fabbrica del nuovo
Convento dei Cappuccini.
BREVE DI PAPA SISTO V DEL 1583
Concessione per la stessa permuta di terreno fatta da Don Francesco Orlandi Pievano
e poi donato allo stesso Convento dei Cappuccini.
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Capitoli tra S.SEDE e la comunità di Corinaldo segnati e registrati dopo la tirannia
del Accattabriga 1448
Di Vittoria Duchessa di Toscana, lettere antiche di diversi personaggi nelli anni 1441
all’anno 1480 racchiuse in fascetto sciolto poi sono le seguenti distese con sopracarta
e colla sua dichiarazione sono: Di Francesco Attendoli, che poi prese il nome di
Francesco Sforza Conte di Cotignola ed in seguito Principe di Milano. Nel 1434
lasciò Governatore di Corinaldo il Cattabriga suo Capitano con Antonella sua moglie,
Pietro Paolo, e Antonio suoi figli che tiranneggiarono la Terra per anni tredici incirca,
ma poi ne fu discacciato a forza dalli stessi Corinaldesi.
Memoria dell’anno 1476 che per comandamento dei Priori di Corinaldo fu decapitato
Battista di Paolino per omicidio commesso nel quale anno si fece nuovo Ceppo e
Mannara per la Giustizia, segno del Mero e Misto Impero concesso da molti Sommi
Pontefici. (Gli anziani ricordano dai racconti dei loro nonni che il Campo della
Giustizia = chiamato piano del Ceppo = si trovava al principio della Contrada S.
Isidoro e cioè a metri 200 circa dalla strada provinciale che va verso l’anfiteatro.
Perché la terra di Corinaldo era piena di donne di malavita non solo paesane, ma
forestiere ancora, fu prudente e risoluto ovviare agli infiniti scandali che nascevano di
mandare le Paesane ad abitare nei sobborghi e dar l’esilio alle forestiere come si
legge nel consiglio del 13 luglio 1594.
Bianca Maria Sforza moglie, anzi figlia del Visconti Duca di Milano promessa sposa
al conte Francesco Sforza in occasione della pace seguita fra esso Duca ed il Conte
Francesco l’anno 1438. Bianca Maria dopo sposato venne a Corinaldo condottavi da
Francesco Sforza suo sposo, vi si trattenne per alcuni9 mesi nei quali fu trattata e
spesata splendidamente dalla comunità come distintamente si rileva dal primo libro
delle mie memorie. Bianca Maria per le sue rare virtù era riputata la più illustre
donna del suo tempo.
Gismondo o Sigismondo Malatesta avvelena Ginevra da Este sua moglie per avere in
isposa Polissena figlia del Conte Francesco Sforza.
La campana maggiore dei P.P. Minori Conventuali di S. Francesco di Corinaldo fu
fatta l’anno 1281 come si rileva dalla medesima campana con due versi, cioè col
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primo + A.D. MCCLXXXI = Ave Maria = fino a Ventus tui. Col secondo = Indicat
omnes propter presentem Tesoriste.
La Campana che esiste nella torre pubblica di Corinaldo fu rifusa l’anno 1682 da
Girolamo e Gaspare Santoni di Fano.
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ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI CORINALDO
DESCRIZIONE DI CORINALDO
DEL 1576
Fu compilata questa descrizione di Corinaldo su richiesta del Governatore della
Provincia della Marca da Cornelius Cinassius Corinaltensis pubblicus apostolica
auctoritate notarius indexque ordinarius .
Corinaldo terra di seicento fuochi suddita alla santità di Nostro Signore sotto la
diocesi di Senigallia, della qual città l’illustrissimo Cardinale Rusticci è vescovo,
posta nella provincia della Marca, circondata verso settentrione da colli in forma di
meza luna, termina verso ponente con Castelleone, S. Lorenzo in Campo, et S.
Andrea, castelli del Cardinal Ill.mo di Urbino; verso settentrione ha il il suo confine
con Montelporco castello delli Conti di Montevecchio et Castelvecchio luogo di detto
Ill.mo cardinale di Urbino, tra li quali luoghi, et territorio di Corinaldo corre il fiume
Cesano, il quale divide detto territorio di Corinaldo da quello di S. Lorenzo in
Campo, et altri luoghi suddetti. Verso levante termina con Monterado, Tomba, et
Ripe della giurisditione dell’Ecc.mo Sig.re Duca d’Urbino, et verso mezo di termina
con Montalboddo, et Montenovo, tra quali luoghi, et territorio di Corinaldo vi è
Nevola fiume. Fra il territorio di Castelleone suddetto et quello di Corinaldo contiguo
al fiume Cesano vi sono ancora li vestigi di Suasa città antichissima, Verso
Settentrione poco lontano dal confine, che divide quello di Corinaldo col territorio di
Castelvecchio predetto verso il mare vi sono vestigi delle trincee et forti, dove fu
rotto l’esercito di Asdrubale da quello de Romani.
Contiene detta terra di Corinaldo quattro mila anime incirca. E’ abbondante di cose
necessarie al vitto honestamente. Nel territorio si può raccogliere ordinariamente
intorno seimila some di grano, se ne seminano duemila. Di vino si raccoglie
grossamente la bastanza, et dell’olio nelli anni fertili la bastanza.
Le principali dignità della terra è quella del Rettore di S.Pietro Pieve, la quale può
havere d’intrata trecento scudi.
Il Priorato di Santa Maria del Mercato ha d’intrata trecento scudi. Il benefitio di
Sant’Anna ha d’intrata intorno a settanta scudi. Santa Maria del Piano scudi
trentacinque. S.Vito scudi quarantacinque. S.Patregnano et S.Michele scudi quaranta.
S. Bartolo il medemo. La chiesa et convento di S. Niccolò dove habitano li frati di
S.Agostino ha d’intrata dugento scudi.
La chiesa et Convento di S. Francesco delli minori il medemo valore.
La Chiesa et Convento de cappuccini sotto il vocabolo di S. Giovanni fabbricato di
nuovo in comodo et ameno sito.
La Chiesa, et Monastero di S. Anna, dove habitano le monache dell’ordine di S.
Benedetto e fabbricato dove era la Rocca di Cattabriga.
Il magistrato che Governa le cose del Pubblico e di quattro cittadini, et si chiama
Confaloniere et Priori.
Il consiglio generale di detta terra è di sessanta cittadini.
La comunità di Corinaldo ha d’intrata intorno a duemila scudi, et di uscita intorno a
duemila, e cinquecento.
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I pagamenti camerali si pagano dell’intrata della comunità et delle impositioni, che si
fanno secondo i bisogni. Non vi è in detta terra altro traffico che l’agricoltura. La
misura del grano, otto coppe un soma di seicento libre, il buccale dell’olio et dal vino
sei libre, la misura del braccio de panni de lino, et lana è di tre palmi.
Di persone qualificate vi sono Theologi, Dottori di Leggi, e medicina, Filosofi,
cavalieri di San Lazzaro, Pii, Capitani, et Alfieri.
Vi possono essere intorno a duecento huomini da guerra.
Le facultadi di Corinaldo son bene compartite, et però non vi sono persone di gran
facultadi, et le maggiori sono di cento some di grano in circa l’anno.
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PROCESSO DELL’ARCIPRETE DON GIACOMO MATTEI
UCCISO IL 14 SETTEMBRE 1848
E DEL VICARIO FORANEO GIUSEPPE MAZZOLENI
UCCISO IL 20 MARZO 1849.
SACRA CONSULTA
VENERDI 3 E 17 GIUGNO 1853
Il primo turno
Del Supremo Tribunale
Composti dagli Illustrissimi e Reverendissimi Giudici
Monsignori: Salvo Maria Sagrati = Presidente=
Costantino Borgia
Giuseppe Arborio Mella
Gaetano De Ruggiero
Vincenzo Golia
= Supplente =
Giovanni Capri Galanti
=
Con l’intervento di Monsignor Illustrissimo Pietro Benvenuti, procuratore Generale
del fiscoe della R.C. Apostolica, non che degli Illustrissimi Signori Avvocati:
Stefano Bruni
= Difensori Officiali=
Pietro G. Gui
=
Lorenzo Pieri
=
Giovanni Sinistri
=
Alessandro Impaccianti
=
Assistendo l’infrascrittore Cancelliere
Si è adunato nella grande aula del Palazzo Innocenziano per giudicare a forma di
quanto è stabilito nel Regolamento Organico di procedura criminale nei seguenti due
titoli di
OMICIDIO
COMPRESI NEL PROCESSO ANCONA OSSIA CORINALDO
Di più e gravi delitti commessi per ispirito di parte.
Contro
1 CIPPITELLI FRANCESO fu Serafino, nato Ancona, domiciliato in Corinaldo di
anni 45, coniugato con prole spacciatore di caffè e liquori.
2 PIETRO ROSSI del fu Piermaria, da Corinaldo, di anni 42 vedovo con prole.
3 RIVALI GAETANO, di Lodovico, da Corinaldo di anni 30 celibe Veterinario.
4 BALLANTI FRANCESCO, di Marco, da Corinaldo di anni 38 coniugato con
prole, suonatore di cornamusa.
5 BALLANTI GASPARE, (detto Marcone) di Marco da Corinaldo di anni 27 celibe
pittore.
6 LAURETANI GIUSEPPE, (detto Peppone) di Tommaso da Corinaldo di anni 38
celibe calzolaio.
7 ANGELONI LUIGI, (detto Nardino) fu Gaspare da Corinaldo di anni 38
coniugato con prole ebanista.
8 CARNAROLI SISTO, fu Pietro da Corinaldo di anni 37 celibe pizzicagnolo.
10
9 MARIANI FORTUNATO, (detto Paccadolmo) di Luigi nato a Mondolfo e
domiciliato a Corinaldo di anni 38 vedovo, falegname.
10 AMATI AMATO, (detto l’Abbate) fu Francesco da Corinaldo di anni 33 celibe
possidente.
11 AMATI BENEDETTO, fu Francesco da Corinaldo anni 29 coniugato possidente.
12 CESARINI ANGELO, di Francesco da Corinaldo di anni 36 possidente.
13 STEFANINI ARISTODEMO, di Stefano da Corinaldo di anni 31 celibe scrivano.
14 CRISTIANI INNOCENZO, fu Mattia da Corinaldo di anni 30 coniugato con prole
albergatore.
15 CERIONI PONZIANO, fu Gaetano da Corinaldo di anni 44 coniugato con prole
sartore.
16 BALDASSARRI BALDASSARRE, fu Niccola da Corinaldo di anni 34 celibe
tintore.
17 BOCCOLINI CESARE, di Giuseppe da Ancona di anni 31 celibe agrimensore.
18 BALLANTI MARIANO, di Marco da Corinaldo di anni 33 ex militare.
19 PASQUALINI TRIFONE, da Corinaldo di anni 40 coniugato con prole
possidente.
Premesse le solite preci all’Altissimo; veduta la formale dichiarazione, con la quale
tutti i suddetti carcerati hanno espressamente ricusato d’intervenire alla discussione
della causa;
Veduto che ogni diligenza quanto risulta dal relativo processo;
Udito il rapporto fatto dal Giudice relatore Monsignor Giuseppe Arborio Mella;
Udite le conclusioni di Monsignor Benvenuti procuratore generale del Fisco e delle
R.A.C.;
Preso quindi a calcolo quanto a difesa dé prevenuti è stato verbalmente esposto.
Dal Sig. Avv. Bruni per Rivali Gaetano, Angeloni Luigi e Stefanini Aristodemo
Dal Sig. Avv. Gui per Amato Amati, Benedetto Amati e Boccolini Cesare.
Dal Sig. Avv. Pieri per Ballanti Francesco, Carnaroli Sisto, Mariani Fortunato,
Cesarini Angelo, Cristiani Innocenzo, e Cerioni.
Dal Sig. Avv. per Pietro Rossi, e Lauretani Giuseppe.
Dal Sig. Avv. Impiancianti, per Cippitelli Francesco, Ballanti Gaspare e Baldassarri
Baldassarre.
Avutasi di poi da tutti i mensionati difensori la dichiarazione di non aver altro da
soggiungere.
Chiusa per tal modo la discussione e restati solo i Giudici per deliberare:
INVOCATO IL NOME SANTISSIMO DI DIO
Il Supremo tribunale ha pronunciato la seguente
Sentenza
Fea le molte delinquenze che nella luttuosa epoca dell’ultima rivoluzione avvennero
in Corinaldo per opera di qui settari, si ebbe pure deplorare la uccisione di due
rispettabili Ecclesiastici, Don Giacomo Mattei Arciprete di quella collegiata e
Parroco, e Don Giuseppe Mazzoleni Vicario Foraneo, i quali quanto per le loro
virtudi erano accettati alla generalità della popolazione, tanto erano da quei faziosi
odiati solo perché, come amanti dell’ordine e come devoti al Ponteficato Governo
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sapevangli necessariamente contrari alle loro ree macchinazioni: ed in quanto
all’OMICIDIO IN PERSONA DI DON GIACOMO MATTEI.
Si ha in fatto che la sera del 14 settembre 1848 Don Giacomo Mattei Arciprete
Parroco di Corinaldo, di ritorno dalla vicina Senigallia ov’erasi in quel di medesimo
condotto per affari del suo ministero, dopo aver salutati in propria casa i suoi di
Famiglia, recossi alla bottega di caffè esercitata da Lancellotto Lauretani e si
trattenne quivi qualche tempo discorrendo con persone di sua conoscenza.
Ad un’ora e mezza incirca dopo la Avemaria serale, partitesi in quel caffè, si
incamminava solo verso la sua abitazione: ma giunto avanti la casa Cimarelli,
prossima alla propria vide venirgli di fronte due uomini, i quali d’improvviso gli si
scagliarono addosso, vibrandogli vari colpi di arme di punta e di taglio, onde cadde
all'istante ferito in guisa, che non restarongli se non altre 17 ore di vita la più penosa.
Per questo misfatto furono sottoposti ad inquisizione Cippitelli Francesco, Mariani
Fortunato, Rossi Pietro, Rivali Gaetano, Ballanti Francesco, Ballanti Gaspare,
Angeloni Luigi, Carnaroli Sisto e Stefanini Aristodemo carcerati non che due
contumaci Ballanti Mariano e Pasqualini Trifone.
CONSIDERANDO che l’omicidio in persona del sacerdote Don Giacomo Mattei è
pienamente provato per la giudiziale ricognizione e per la succissiva anatomia del di
lui cadavere, nel quale furono trovate cinque ferite, tutte prodotte da ferro incidente e
perforante, m cioè a sinistra dell’umbilico, penetrante in cavità con grave lesione dei
sottoposti visceri e dell’intestino colon; altra fra la quinta e la sesta costa vera del
sinistro lato, che penetrando parimenti in cavità , aveva inciso il diaframma, ferito
doppiamente lo stomaco e traforato l’aspice sinistro del fegato; una terza poi nel
petto, una quarta nell’ipondrio sinistro, ed una quinta presso la scapola sinistra. La
morte di Don Giacomo Mattei, avvenuta alle ore due pomeridiane del 15 settembre
1848, fu conseguenza necessaria delle indicate due primi ferite, che per loro natura
erano mortifere.
CONSIDERANDO che come agli inquisiti Cippitelli Francesco e Marini Fortunato
veggonsi pienamente convenire le indicazioni che direttamente si ebbero dalla bocca
dell’offeso perché sono entrambi di alta statura, ed uno di essi, cioè il Mariani,
alquanto più alto del compagno e perché altresì concludentemente approvato che in
quella sera indossavano entrambi di colore scuro; così agli stessi Cippitelli e Mariani
vanno pure a riferirsi le altre indicazioni, che dal medesimo offeso prevengono per
mezzo degli accennati testimoni; poiché consta che i mensionati due inquisiti furono
dal caritatevole Arciprete sovente benificati; e nel Cippitelli si verifica la qualità di
padre di famiglia; onde è che venute a pubblica notizia tutte queste dichiarazioni del
ferito, prese sempre maggiore vigore la voce già immediatamente suscitatasi, per la
quale questi stessi due inquisiti venivano designati principali autori di questo delitto.
CONSIDERANDO, che nei medesimi Cippitelli e Mariani si distinguevano per
eccessiva malvagità e particolarmente verso l’Arciprete Mattei poiché risulta dagli
atti che il Cippitelli era stato da lui più volte rimproverato per la scandalosa condotta,
che sebbene coniugato teneva: e del Mariani si ha che non di rado prorompeva in
minacce contro lo stesso Arciprete, si perché credevalo contrario alla celebrazione ai
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funerali, da lui promossi, pei morti nella guerra di Lombardia, e si perché
licenziosissimo anch’esso, n’era replicatamente regarduito.
CONSIDERANDO che Cippitelli e Mariani, si ha da due testimoni giurati, che in
prima sera l’Arciprete si tratteneva dentro la bottega del caffè condotta da Lancellotto
Lauretani, dessi associati, aggiravansi per quei dintorni, ed in tale contegno furono
osservati insino ad un’ora ed un quarto dopo l’Avemaria. Altro testimonio parimenti
giurato asserisce aver veduto, pochi momenti prima del delitto, Cippitelli e Mariani
che provenienti dalla porta del caffè Lauretani, a passo più svelto dell’ordinario,
dirigendosi verso il luogo del delitto: e proseguendo lo stesso testimonio il suo
cammino, dice di avere incontrato poco appresso per la via dell’Arciprete che
conducevasi verso la propria casa: racconta quindi che decorsi pochi minuti udì
proveniente da quella parte grida invocando soccorso, ed immediatamente sospettò di
qualche sinistro a danno dell’Arciprete. I detti poi di questo testimonio sono
amminicolati da quelli di altri che con esso per quella stessa via si erano incontrati.
CONSIDERANDO essere deposto da altro testimonio giurato, che passando
casualmente presso il luogo ove il delitto consumavasi udì i lamenti dell’aggredito e
vide provenire dal punto ove quelle voci procedevano tre persone , che a passo celere
s’inoltravano di loui e si incamminavano al punto denominato, la Piaggia delle
scalinate. Non conobbe il testimonio quelle persone, perché non li aveva in pratica le
descrive però in modo congruente a Cippitelli e Mariani ed a Rossi Pietro: ed è ben
riflessibile che mentre Cippitelli e Rossi confessano che tutti e tre si trovarono nella
indicata piaggia delle scalette subito dopo che si udirono le voci dell’Arciprete, in
seguito a lungo tergiversare, ammette questa circostanza anche Mariani.
CONSIDERANDO che soprabbondanza delle prove che dimostrano in questo
dibattito la realtà di Cippitelli, Mariani, si veggono pure registrate in processo le
premure adoperate dal Cippitelli nella mattina successiva al misfatto per sapere se
l’Arciprete avesse riconosciuti e denunciati i suoi aggressori, e la malcelata sua
compiacenza per la ottenutane risposta negativa di che fa fede un testimonio: si ha
inoltre il discorso dello stesso Cippitelli, tenuto qualche tempo dopo con altri
consettari vantandosi di essere stato lui il primo ad aggredire l’Arciprete e
rimproverando il Mariani pel poco coraggio da lui mostrato in quella circostanza,
come raccogliesi da un altro testimonio: si ha la limpidissima confessione del delitto
dal medesimo Cippitelli stragiudizialmente emessa alla presenza di due testimoni che
concordemente ne dispongono: e finalmente si hanno le vicendevoli contraddizioni
ed i manifesti mendacii, ondee i loro costituti riboccano.
CONSIDERANDO concorrere a carico di Rossi Pietro indizi tali che, se non bastino
a dimostrare correo con pienezza di dolo nel delitto di cui si tratta ne pongono per lo
meno fuori di ogni dubbio la complicità, poiché oltre ad essere manifesto come fosse
pur esso un uno degli addetti alla setta sanguinaria; è poi pienamente che prese parte
attivissima nei tumulti notturni, quanto si minacciava di eccidio l’Arciprete; è provato
che anch’esso attese assiduo ad esplorare le mosse dello stesso Arciprete quando in
principio di quella notte trattenevasi nel caffè: è provata la di lui presenza nel luogo
del delitto quando questo si eseguiva, e la direzione quindi presa verso la piaggia
delle scalette, dove fu poi veduto associato a Cippitelli e Mariani, e finalmente viene
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anch’esso dimostrato colpevole del mensognero e contradittorio contegno cui si
apprese nei suoi vari costituti.
CONSIDERANDO che sul conto di tutti gli altri coinquisiti Carcerati, sebbene
appartenenti anch’essi alla setta, non si hanno prove bastevoli per dichiararli convinti
di avere preso parte nella macchinazione, o nella esecuzione del delitto.
Veduti gli articoli 275, 103, 77, 13 del regolamento penale, non che gli articoli 446,
675, e 676 del regolamento di procedura criminale. Veduto in oltre e quanto altro era
opportuno.
Il Supremo tribunale ha dichiarato e dichiara constatare in genere di omicidio in
persona del Sacerdote Don Giacomo Mattei Arciprete della Collegiata di Corinaldo,
avvenuto in Corinaldo tra la prima e la seconda ora di notte del 14 settembre 1848
per più ferite prodotte da ferro incidente e perforante; ed in ispecie essere colpevoli
con animo deliberato per ispirito di parte come rei principali Cippitelli Francesco e
Mariani Fortunato detto Paccadolmo, e come complice Rossi Pietro: e perciò in
applicazione degli articoli 275, 103, 77, del Regolamento penale, col concorso
dell’articolo 13 dello stesso Regolamento pel Rossi, HA CONDANNATO E
CONDANNA AD UN’UNANIMITA’ DI VOTI CIPPITELLI FRANCESCO E
MARIANI FORTUNATO ALL’ULTIMO SUPLIZIO E ROSSI PIETRO ALLA
GALERA PER ANNI VENTI da incominciare a decorrere tre mesi dopo la
carcerazione. Li ha inoltre condannati e li condanna al risarcimento dei danni a favore
di chi di ragione, ed al rimborso delle spese di processo e di alimenti da liquidarsi gli
uni e le altre in separato giudizio. quindi ha dichiarato e dichiara non constare
abbastanza della colpabilità di Rivali Gaetano, Ballanti Francesco, Ballanti Gaspare,
Angeloni Luigi, Carnaroli Sisto e Stefanini Aristodemo, e perciò ha ordinato e ordina
che i medesimi siano per questo titolo posti in libertà provvisoria a forma e per gli
effetti degli articoli 446, 673, 676 del Regolamento di Procedura. Ordina infine che si
insista per la cattura dei due contumaci e si proseguano a loro carico gli atti a forma
di legge.
14
OMICIDIO
IN PERSONA DI DON GIUSEPPE MAZZOLENI
Sta di fatto che sul punto di mezzodì 20 Marzo 1849 cadeva di subito estinto il
Vicario Foraneo Don Giuseppe Mazzoleni per improvvisa scarica arma da fuoco,
onde fu colpito nell’atto che uscendo dalla Chiesa Collegiata di S.Francesco, situata
nel borgo di Corinaldo, denominato di S.Giovanni, passava per la via del gioco del
pallone.
Gli inquisiti per questo titolo sono: Cippitelli Francesco, Rossi Pietro, Rivali
Gaetano, Ballanti Francesco, Lauretani Giuseppe, Angeloni Luigi, Carnaroli Sisto,
Mariani Fortunato, Amati Amato, Amati Benedetto, Cesarini Angelo, Stefanini
Aristodemo, Cristiani Innocenzo, Cerioni Ponziano, Baldassarri Baldassarre e
Boccolini Cesare, carcerati, non che i due contumaci Ballanti Mariano e Pasqualini
Trifone.
CONSIDERANDO che nella criminosa sottrazione e nel susseguito abbruciamento
di criminali processi de Governo di Corinaldo sia stato distrutto il primitivo atto
legale della ricognizione e della sezione cadaverica, che inserito trovasi nel relativo
iniziato processo, pur nondimeno la uccisione del sacerdote Don Giuseppe
Mazzoleni è approvata con piena legalità per le giurate deposizioni dei ministri
processanti del chirurgo che aveva eseguito l’anatomia e dei testimoni che nell’atto
medesimo avevano assistito, onde nel ripristinato processo risulta manifesto che quel
riconosciuto cadavere fu trovato affetto di una vasta ferita nel destro lato del torace,
prodotta da più palle di piombo, vibrate per esplosione di arma comburente e
specialmente da due di grosso calibro legate insieme con filo di ottone, le quali
penetranno nella cavità del torace, per le gravi lesioni che produssero nel polmone, ed
in altri visceri interessanti la vita, con subitaneo copioso stravasamento di sangue,
non potevano non cagionare l’avvenuta istantanea morte del ferito.
CONSIDERANDO essere concludentemente provato per quanto risulta dal processo
il menzionato Don Giuseppe Mazzoleni era in odio ai settari di Corinaldo, non
solamente conosciuta di lui devozione al Ponteficio Governo, onde era da essi
tacciato di brigante e da spia, come tutte le persone di retto sentire che
necessariamente biasimavano le loro idee sovversive; ma ben anco perché premuroso
qual’era nel esercizio del proprio ministero, aveva dovuto più volte correggere la
sfrenata dissolutezza di taluno di essi e seguentemente di Cippitelli Francesco.
CONSIDERANDO che la voce pubblica levatasi immediatamente dopo il delitto e
mantenutasi in seguito sempre costante designava autori di questo omicidio gli
appartenenti alla setta sanguinaria e specialmente il Cippitelli che nella medesima
primeggiava nonché Rivali Gaetano, Ballanti Francesco, Ballanti Mariano
Contumace, ed il quindi ucciso Paradisi Pellegrino.
CONCLUDENDO che a dimostrare la reità dell’inquisito Cippitelli si ha
primieramente da un rilevante per impunità, che nella riunione dei settari tenutasi il
19 Marzo 1849 nella casetta dell’appannaggio, fra le varie proporzioni fatte dai
congregati per la uccisione di coloro che essi riputavano briganti, fu desso, il
Cippitelli che progettò l’eccidio del Vicario Mazzoleni e del di lui cancelliere
15
Domenico Cesarini, soggiungendo essere cosa facile ad eseguirsi mediante la
cooperazione del sicario Paradisi Pellegrino che già vi si era manifestato disposto e
quindi conchiudendo con le parole: e poi, quando si avrà da eseguire mi ci troverò
ancor io ed andrà bene.
CONCLUDENDO che questa rivelazione non può non conoscersi pienamente
veridica; se si rifletta risultare dagli atti per prove irrefragabili cioè per deposizione di
più testimoni, che il micidiale colpo di arme comburente provenne da una finestra
della casa abitata dal menzionato Paradisi e che il Cippitelli non solamente trovavasi
in quella casa con lo stesso Paradisi nell’atto che fu esploso il colpo, ma fu aziandio
veduto nel tempo immediatamente anteriore accedervi munito di fucile da civico,
quindi vi fu veduto intento a caricare un pistone da Paradisi posseduto, essendo pur
notato da chi ne fa fede che nella carica faceva uso di pallottole insieme allacciate,
quali appunto erano quelle che furono estratte dal corpo dell’ucciso Sacerdote: e poco
la esplosione, fu pur veduto uscire dalla casa medesima e dirigersi con Paradisi verso
il porticato sottoposto alla casa Comunale.
CONSIDERANDO essere del pari trovato per mezzo di altri testimoni che appena
succeduto l’omicidio furono rinvenuti nella casa Paradisi, appoggiati alla finestra
onde poc’anzi era partito il fatale colpo, tanto la carabina che vi era stata portata dal
Cippitelli quanto il pistone del Paradisi che fu riconosciuto scaricato di fresco e
spaccato nel fondo della canna per effetto di soverchia munizione.
CONCLUDENDO che tutti questi indizi per se stessi nella loro concatenazione
urgentissimi, prendono a carico del Cippitelli forza di prove esuberanti dalla
posteriore millantazione e dalle stragiudizionali confessioni che per detto di vari
testimoni si conosce essere state fatte tanto dallo stesso Cippitelli quanto dal Paradisi.
Perciocché vedesi stabilito che il Cippitelli stando un giorno a crocchi con altri dei
suoi sotto il portico Comunale, disse sfacciatamente, lui essere stato in compagnia del
Paradisi quanto da una finestra della casa di quest’ultimo fu tirato al vicario e
soggiunse: se aveste veduto che bella morte che ha fatto! E’ caduto giù come un
bastone. E del Paradisi si ha che essendo stato interrogato poco dopo il delitto
sull’autore di esso, indicò in risposta il Cippitelli e se medesimo asserendo di essere
stati in due: e più tardi nell’ordinare la accomodatura del pistone, disse menandone
vanto, che gli si era spaccato nel tirare al vicario Mazzoleni, perché era stato troppo
caricato.
CONSIDERANDO non averci prove sufficienti per dichiarare colpevoli di questo
delitto tutti gli altri carcerati cui fu estesa la relativa inquisizione. Veduti gli articoli
275, 403, 77 del regolamento Penale: non ché gli articoli 446, 675, 676 del
Regolamento di Procedura Criminale. Veduto inoltre e considerato quanto altro era
opportuno.
IL SUPREMO TRIBUNALE ha dichiarato e dichiara constare in genere di omicidio
in persona del Sacerdote Don Giuseppe Mazzoleni Vicario Foraneo, avvenuto in
Corinaldo al mezzodì del 20 Marzo 1849 per esplosione di arma da fuoco, ed in
ispecie essere convinto colpevole Cippitelli Francesco come correo con pieno dolo
con animo deliberato e con gravante qualità di ispirito di parte; e perciò in
applicazione degli articoli 275, 103, 77 del Regolamento Penale:
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LO HA CONDANNATO E LO CONDANNA
A PIENI VOTI ALLA PENA DI MORTE
non ché al risarcimento dei danni chi di ragione, ed al rimborso delle spese di
processo e di alimenti, da liquidarsi gli uni e le altre in separato giudizio.
Ha poi dichiarato e dichiara non constare abbastanza della colpabilità degli inquisiti:
Rossi Pietro, Rivali Gaetano, Ballanti Francesco, Lauretani Giuseppe, Angeloni
Luigi, Carnaroli Sisto, Mariani Fortunato, Amati Amato, Amati Benedetto, Cesarini
Angelo, Stefanini Aristodemo, Cristiani Innocenzo, Cerioni Ponziano, Baldassarri
Baldassarre e Boccolini Cesare; laonde ha ordinato e ordina che per questo titolo
siano tutti posti in libertà provvisoria a forma e per gli effetti degli articoli 446, 675,
676 del Regolamento di Procedura Criminale.
Ordina finalmente che si insista per la cattura
dei due contumaci Ballanti Mariano e Pasqualini Trifone
e che a loro carico si proseguono gli atti a forma di legge.
S. Sagretti
Presidente
C. Borgia
G. Arborio Mella
G. De Ruggiero
V. Golia
G. Capri Galante
R. Castelli
Cancelliere.
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I QUATTRO FUCILATI DEL RISORGIMENTO ITALIANO
Erano patrioti, bravi cittadini, anelavano l’unità d’Italia.
Qui a Corinaldo vi erano 22 giovani, delle migliori famiglie che erano affiliati alla
società segreta – Carboneria o Giovane Italia. –
Eravamo nel 1849, al tempo della Repubblica Romana e si era associato anche un
certo Pellegrino Paradisi, uomo equivoco, violento capace di qualsiasi bassezza, da
quel momento tutto quello che decideva l’associazione i Commissari di Polizia locali,
dello Stato Pontificio erano informati. Il sospetto di questo traditore, cadde su questo
nuovo affiliato Pellegrino e quando si sono accertati con sicurezza che lui era chi
tradiva, hanno deciso di eliminarlo.
Il 3 Maggio 1849, nel così detto Pozzaccio trovarono il cadavere del Pellegrino
trafitto da pugnalate.
Gli anziani ricordano, che i vecchi di allora raccontavano, che fra questi associati vi
apparteneva anche un sacerdote che si chiamava Don Enrico, era di Chiaravalle, ed
abitava sopra i Tarocchi, dove oggi 1977 abita la Sig. De Nobili. La notte che è stato
ucciso il Pellegrino, uno degli affiliati dell’associazione ha chiamato a Don Enrico
(allora i preti di notte non uscivano) dalla strada dietro le Monache dicendogli,
ricordate che la pugnalata per voi glielo data io. Quando da Gaeta il Pontefice Pio IX
è ritornato a Roma, questi giovani carbonari, i più sono scappati fuori dello Stato
Pontificio, altri dichiarandosi innocenti (perché effettivamente la polizia non aveva
elementi certi della colpevolezza) rimasero in paese, che poi in seguito per una
accusa o per altro sono stati imprigionati, senza però che potessero approvare la loro
colpa.
Luciano Venanzi, un giovane decaduto, rimasto in misere condizioni perché il padre
aveva sciupato tutti i suoi averi, era stato imprigionato perché si era approfittato in
case signorili di certi quadri e monete d’oro. Il Giudice, implacabile, Luigi Rastelli venuto da
Ancona, visitando le carceri dove vi era anche il giovane Venanzi, vide questo giovane pallido e
macilento di aspetto civile, lo ha a lungo e a più riprese interrogato e promettendogli libertà e
denaro, lo convinse a prendere l’impunità ed ha vilmente accusato anche i quattro fucilati, i quali
subirono un processo, iniziato il settembre 1849 concludendosi con la fucilazione il 13 maggio 1854
Fucilazione eseguita nel largo a sinistra della chiesa di S. Francesco, precisamente nella facciata
esterna della cripta di Santa Maria Goretti.
I discendenti della nobile famiglia Amati in specie il Prof. Giuseppe Amati e cittadini di
Corinaldo, vollero ricordare questi martiri, della redenzione della patria, con una lapide, scolpita su
pietra, posta proprio nel tratto di muro, nel quale si vedono ancora i mattoni scheggiati dalle
pallottole dei fucili sparati dalla soldatesca Svizzera. La lapide dice:
Qui
ALL’ALBA DEL GIORNO 13 MAGGIO 1854
CADDERO FUCILATI
DOPO INIQUO PROCESSO
I GIOVANI PATRIOTI CORINALDESI
BENEDETTO AMATI LUIGI ANGELONI
FRANCESCO BALLANTI - FRANCESCO CIPPITELLI
Corinaldo 13 Maggio 1975.
18
TRATTENIMENTI SCIENTIFICI
SU LA SFERA, GEOGRAFICA ISTORICA, METEORE ED ASTONOMICA
D. FRANCESCO SAVERIO BRUNETTI
DA CORINALDO
CAPPELLANO ENEO DI SAN PIETRO IN VATICANO
E DI N. S. PAPA BENEDETTO XIV.
DEDICATI
A SUA ECCELLENZA LA SIGNORA
D. GIACINTA ORSINI
DE’DUCA DI GRAVINA
IN ROMA, MDCCLIV
NELLA STAMPERIA DEL BERNABO’ E LAZZARINI
con licenza dei superiori
19
ISTORIA
NOTIZIE PARTICOLARI DI CORINALDO
NELLA MARCA DI ANCONA
Popolazione assai civile nella Marca Anconetana situata alle falde della vasta collina
tra li fiumi Cesana e Nevola 9 miglia da Sinigaglia. Viene illustrata come una
eruditissima storia e descrizione dal P. Fra Francesco Maria Cimarelli sin dall’anno
1642.
Ma del qual tempo in poi essendo molto cresciuta in quanto al Materiale, Popolo e
Splendore, qualche cosa qui ne dirò per essere mia patria. Annoverata nel catalogo
delle città Pontificie inter Civitates Minores. E nei consessi della Provincia che si
tengono in Loreto, i Deputati di Corinaldo sedon inter Priores.
CHIESE DI NUOVO FABBRICATE
S.PIETRO grande ben’ornata di marmi, e cupola Collegiata, e Parrocchia, fu da
fondamenta eretta a spese di Francesco Orlandi il 1574, e poi nel principio di questo
secolo Gian’Orazio Mazzoleni la riedificata più bella e più vasta a proprie spese in
gran parte, e col concorso di lemosine dei pii cittadini.
S. Anna delle Monache Benedettine con Cupola.
S. Nicolò degli Eremitani d’ottima architettura.
S. Francesco de’ Minori conventuali grande e magnifica
S. Maria delle Grazie sono quattro fabbriche, delle quali attualmente si lavora per
condurle a perfezione degnissime di ornare qualunque popolazione. Nelle quali
sonovi ancora Tavole di Carlo Maratta, di Pietro Perugino, di Claudio Ridolfi
Veronese, e d’altri insigni pittori. Giovanni Camillo da Corinaldo, il primo fu, che da
Magonza portò la stampa a Napoli. Cimarelli p. 139.
Di più si vede accresciuta di sopra 20. Sontuose Fabbriche erette da fondamenta da
vari Cittadini e di un bel Teatro pubblico.
POPOLO
Nelle terra e nei borghi
Coloni sopra.
totale
1277
3633
4910
GEOGRAFIA
CETI RAGGUARDEVOLI
L’insigne Collegiata di 12 Canonici e due dignità.
Tre conventi di religiosi. Ben Provvisti
Quattro confraternite di Secolari.
La communità è ricca, e s’amministra da 60 seniori, e il Magistrato a uso del
Rubbone, e v’è distinzione. Senovi in altre Famiglie antichissime e cospicue delle
lodate dal P. Cimarelli nell’istoria di Corinaldo.
20
FAMIGLIE
Alesandri Giuseppe con diesi figli, fra i quali Filippo d’ottimo talento. Giacomo
Alesandri Difensore dei Rei nel Sagro Tribunale dell’Inquisizione di Ancona fu
aggregato a quella nobiltà l’anno 1694.
AMATI
Questa famiglia è stata insigne di uomini illustri, come attesta, ed annovera il
Cimarelli, ma ora è un ramo della Brunori per avere Domenico di Malagigi Brunori
sposata Benedetta unica superstite di Giacomo Amati Cavaliere Aureato e Conte
Palatino ed assuntore anche il Casato, come per istrumento del 1494.
Ultimamente Pier Leone Amati è stato Curato di Sant’Apollinare in Roma morto ivi
con fama di virtù e prudenza.
BARTOLI
Felice ha Giustina Bonifazi da Monte Filotrano, e Tomasi ha Delia Brunori. Il P.
Cimarelli chiama suo nipote il Maestro Fra Alessandro Bartoli Minore Conventuale
Teologo, e Predicatore insignea carte 179.
BARICELLI PIER UBALDO
BOLCHERINI
BRUNETTI
Nel secolo XV Anzelone Anzeloni, venne da Milano a Fano, qui onoratamente
vissuto 200 anni, come si vede in un Albere antico di questa Famiglia: ma avendo
Bruno Anzaloni ucciso un bracco che era delli Castracani, incorse di questi lo sdegno
onde obbligato fu a ritirarsi ignoto a Montenovo e poi a occultare il suo cognome, ed
invece farsi chiamare Bruno Brunetti, da questo venne Vincenzo e poi Giambattista e
che fu alla guerra ove i Veneziani espugnarono S. Maura, e ne riportò ricco bottino.
Da questo venne Bruno che sposò Orsola Franchetti e si stabilì in Corinaldo. Da detti
venne Pietro Giuseppe che da Petromilla Sabatini civile da Monte Carotto donna
piissima ebbe Francesco Saverio Sacerdote ecc., Bartolomeo Minore Conventuale,
Apollonia monaca in Corinaldo. Anna Lucia, Lavinia maritate. Teresa zitella,
Antonioche sposò Sperandia De Romanis nobile di Cingoli da’ quali Liborio, Bruno
ed Anna, furon questi e i posteri aggregati alla Cittadinanza Romana l’anno 1753. E i
detto Pietro Giuseppe e Petromilla furono nobilitati l’anno 1731 alli 18 maggio con
un breve Motu Proprio da Clemente XII come si trova nel bollario con queste parole:
Xaverius Brunetti, (socìì) valcaun uti, potiri, gadere, ac in Oumilus, figulis
Apostolicis Aliisque litteris istrumentis, scipturis publicis, privatis corum nomine
conficiendis se Notarios, Comites, nobiles ac denobili genere ex utroque Parente
procreatos, necnon Romani, aliarium Civitatum Cives ecc. Confermato ed ampliato
da Benedetto Xiv l’anno 1740 alli 10 settembre, come pure si trova nel bollario di
questi Pontefici. Ha questa famiglia distinta sepoltura in S. Franceso di Corinaldo con
iscrizione, e Stemma, che è Mare, Donna semi sommersa, Sole, Campo d’oro fuori
semper idem. Così sta pure dipinto nel portico in faccia alla porta del Convento
coll’Iscrezione de’ Brunetti. Liborio Brunetti in Roma aggregato alla Congregazione
Prima primaria de’ Nobili in collegio Romano l’anno 1715 ora esistente Convittore
21
nel Seminario di Sinigaglia. Altro Ramo è Stanislao di Giambattista di Francesco
Maria di Bruno.
BRUNORI
Questa Cospicua Famiglia venne da Sebaste, non so se d’Armenia di Sammaria, o di
Cappadocia, la sostanza è però che venne ad abitare in Corinaldo da Monte Secco il
1451, e lasciando di lei le lodi degli Uomini preclari de’ quali fa onorata menzione il
P. Cimarelli. Dico solo che fu. Brunoro di Viviano Maestro di studio in Sorbona,
ambasciatore di Gregorio XIII al Battori in Transilvania, di Sisto V a Napoli. Da
Malagigi venne Brunoro, e da questo Agostino che da Andromeda Orlandi ebbe
Sinibaldo, Andromeda rimaritossi nei Lunari di Recanati Famiglia che ha la Croce di
Maria.
GEOGRAFIA
Sinibaldo ebbe Maddalena Tani, figlia di Domenico da Prato Nobilissima Famiglia di
Toscana, questa fu madre del Capitano Carlo Francesco, e del Padre Giuliano della
Compagnia, da Carlo Francesco venne Francesco Saverio, che sposò Catarina Cini da
Fossombrone.
Il figlio Sinibaldo sposò Maddalena figlia di Flaminio Filippucci e Nipote del
Cardinale Filippucci da Macerata, ora rimaritata nel Senatore Ercolani in Bologna
lasciando in casa Brunori Paola.
Paolo fratello di Sinibaldo sposò Lucia Orlandi che arricchisce la famiglia di
successori. Non debbo lasciare il seguente epitaffio della Chiesa dei Padri Cappuccini
di Corinaldo: xic iacet corpus Patris Pbilippi a Corinaldo Concionatoris Cappuccini
dé nobili famiglia Brunoriorum, qui abiit prima otobris 1745 cum bona fama
Santitatis, bic repositum suit 26 maii 1746 ut in nostro archivio videre licet. Dicto
Padri Pbilippo post sann mortum attribute sunt deverse gratia ab infimis recepte fide
bumana ecc.
Cesarini Bartolomeo ha molti figli da Graziosa Orlandi.
Ciani quattro fratelli.
Cimarelli Case due, ambedue decorate di tutti gli onori della Patria.
Gaetani Domenico.
Gentili Francesco giovanetto.
Gioacchini Pietro con tre figli.
Mazzoleni Giuseppe Maria sposò una Chiavellini, Nobile di Fabriano. Il figlio
Francesco ebbe una nobile di Mercatello da cui Vincenzo e Francesco.
ORLANDI
L’origine di questa illustrissima Famiglia è involta nelle tenebre dei secoli XIII –
XIV pure per la similitudine dello Stemma si stima, che un ramo sia della
antichissima Orlandi di Fermo, certo si è, che ella si trova essere stata in Corinaldo
assai facoltosa sin dall’anno 1350 per essere in un catasto di quei tempi registrati i
Terreni di Cola Luca Orlandi nipote di un altro Cola che viveva nel 1280. Questo
Cola sposò Filippina Mostarda de’ conti di Porcozzone ed è nelle antiche scritture
denotato con i titoli Vir Nobilis, providus, omni virtute redimitus. Questo ebbe
Antonio e Angelo e questo Cola, che ebbe in moglie Gentile di Filippo Gabrielli da
22
Gubbio, Cola famosa per domini Uomini illustri, e Santi, e ne ebbe Pietro dottore
detto acutissimus, eloquentissimus ecc. e Battista maritata ad Onofrio Conte della
Genga.
Pietro da Balda Sandreani ebbe Orlando, e Orlando Filippo che fu Religioso
Agostiniano e Provinciale ecc. Antonio di Cola altro fratello di Angelo da Pantasilea
ebbe Angelo Dottore, detto legum professor eximius, fu podestà in Osimo,
Governatore di Gubbio, Consigliere di Guid’Ubaldo duca di Urbino, Luogo Tenente
Generale di Giovanni Della Rovere, Prefetto di Roma, riformò Sinigaglia.
Francesco fu lettore di Medicina, prima a Perugia, poi a Pisa, fu padre di Panfilo
Capitano di Francesco I Re di Francia contro Carlo V nel Friuli, poi salì al grado di
Luogotenente generale delle leggioni italiche, quindi passò Sergente generale del
Duca di Savoia.
Pietro fratello del detto Francesco detto Vir nobilis egregius ecc. Da Battista Felici
di Urbania ebbe Guido fondatore a proprie spese il Monastero delle Monache in
Corinaldo, sposò Ludovica Mostarda de’ Conti di Porcozzone. Lucangelo e Luca
d’Antonio, e Francesco donarono tutta la selva ed ampio sito in Corinaldo per il
Convento dei Padri Cappuccini. Ebbe Leonora Simonetti de’ Signori di Donazano,
morì in Roma sepolto in S. Lorenzo in Lucina.
Da questa venne Raimondo che sposò Elena Tani, che ne ebbe Maria Leonora che fu
sposata ad Ascanio Veterani, e poi al Conte Eustachio Palma Nobili di Urbino, il
fratello Orazio fu Capitano nella fortezza di Loreto, a cui successe Giulio Mazzarini
poi Cardinale rinomato.
Da Livia Veneri, ebbe Lucangelo e Tomassa che fu sposata a Giuseppe Tefini di
Sinigaglia e il quarto Orlandi fu provato per la Croce di S. Stefano. Il detto Lucangelo
fu Cavaliere di S. Giorgio e Capitano Tenente nella guerra d’Urbano VIII contro il
duca di Parma e Orazio in secondo letto ebbe una Tarducci vedova di Andrea Ebrardi
Ramberin Barone di Felbergh, Fricperch Rainac nella Stiria nel 1589.
Silvio fratello di Raimondo, ebbe la cittadinanza di Spoleto e di Narni il 21 Luglio
1523. Gabriello Orlandi, ebbe prima Girolama Felici di Urbania e poi Marzia
Tarducci, da lui venne Antonio Orlandi Cavaliere di S. S. Maurizio e Lazzaro l’anno
1570.
GEOGRAFIA
Andremoda, nipote di Antonio, fu maritata con Agostino Brunori poi con Carlo
Lunari di Recanati. Pier Agostino fu Capitano di Urbano VIII. Vive ora in Curia
l’Avvocato Giovan Battista di Silvio, di Fabio, di Giovambattista Esimio dottore e
veramente Savio.
OTTAVIANI
Questa Famiglia venne ad abitare in Corinaldo da Parma. Giustina Ottaviani fu
moglie del Conte Aurelio Corboli d’Urbino e hanno avuto in sua casa, e date donne
agli Orlandi, Brunori, Sandreani di Corinaldo, alli Conti di Palma, Antaldi d’Urbino
ai Barontini d’Osimo, Alesandrini di Fano agli Azzi di Fossombrone, Maria Ferranti
da Pergola nipote dell’insigne Teologo, e consultore del S. UFFIZIO in Roma.
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Padre Lorenzo Ganganelli Maestro Conventuale e sorella del Cavaliere di S. Stefano.
Ora Innocenzo ha la Contessa Antonia Maria Amicidi Monte Mirteto in Sabina. Nella
erezione della Collegiata gli Ottaviani diedero i fondi per un canonico e hanno
fondate le cappelle della Pietà in S. Pietro, e di S. Agata in S. Francesco.
Paris tre fratelli.
Ridolfi Cesare con Maria Atalante Orlandi ha figli.
Romaldi Giacomo ha Luc’Angelo.
SANDREANI
Questa illustre Famiglia a niun’altra Famiglia seconda in Corinaldo si per gli Uomini
illustri in Armi, in Lettere ed in esempi di grandi virtù, sempre utilissima alla Patria,
si ancora per i parentati che sempre ha fatti con le Famiglie Patrizie delle vicine Città
Nobili, e Confalonieri in Urbino, e Domenico vivente è stato Uditore di Rota in
Perugia, in Genova, in Bologna, in Lucca due volte a Ferrara. Livia Sandreaninella
antica e Nobile Casa Marrorelli di Osimo. Benedetto Canonico in Urbino ed altri tre
savissimi Figli degnissimi di quel Lorenzo che per la sua universale beneficenza alla
Patria resterà per secoli in essa la sua memoria.
Si conserva ne l’archivio di questa Famiglia una scrittura pubblica del 1300 in cui si
vede, che oltre il titolo di magnifico si ricava ella da molto tempo aver goduto in
Corinaldo tutti gli onori alla Patria, ed è divisa in due rami, direi di più se il seguente
non mi occupasse lo spazio prefisso. Morì in Jesi il 29 ottobre 1752 il P. Maestro
Angelo Antonio Sandreani dalla Barbara Badia dell’insignissimo Porporato Cardinale
Gio. Francesco Albani, zelo ed amor di Dio umile e penitente. Onde molte grazie per
di lui intercessione, stima aver ricevuto quel popolo, che esposto in scrivente lo
vedeva in Chiesa gli lacerarono per divozione l’abito, 44 anni addietro io scrivente lo
vedeva in orazione nel Coro sempre in terra prostrato con mia grande edificazione e
dicevo fra me, così sono gli Uomini Santi.
SANTI
Tra le più antiche e cospicue di Corinaldo agguagliando essae di parenti e di Uomini
illustri ogni altra: Innocenzo dall’Illustrissima Signora Rosa Fabri di Sinigaglia non
ha parole.
Il Canonico D. Biagio Antonio è lo specchio di soda pietà.
Sanzi Antonio ha tre figli.
Servadei Giacomo.
Venanzi Francesco Maria con dieci Figli.
VITALI
Luca Vitali venne a Corinaldo da Monte Paganucci nel fine del secolo XV; Sempre
questa famiglia ha goduto gli onori tutti della Patria, ed eccetto gli Orlandi ha
appartenuto con le buone famiglie la più antica del Paese.
Una lapide con lo stemma assai antica di questa Famiglia sta nelle mura di Monte
Paganucci. Un’altra nel palazzo di Corinaldo del 1491. Vitale di Renzo nel 1518
eresse la Cappella della Madonna delle Grazie in S. Agostino.
24
Francesco Vitali eresse dalle fondamenta la Chiesa del bambin Gesù il 1688.
Benedetto Vitali da Margarita Franchetti, cugina di Antonio Brunetti non ha prole.
Al presente vi sono due dottori, famiglia ben distinta e primaria.
Oltre queste Famiglie ve ne sono altre che sono decorate da Dottori, Arcipreti,
Canonici, Religiosi, Maestri, Reggenti, Lettori, Parrochi, Priori, Rettori ecc.
E sono:
Aguzzi
Fabbri
Mariotti
Bambinari
Galanti
Micci
Bonafede
Giulianelli
Pandolfi
Bonopra
Gradoni
Pantani
Borsi
Luzi
Pasqualini
Bracci
Luzietti
Sbardella
Bucci
Moroni
Spadoni
Cavallieri
Mancini
Taddei
ecc.
Corinaldo 20 – 6 – ’76
Origine di alcune vecchie famiglie Corinaldesi
Famiglia
Sandreani
Boscarini
Orlandi
Brunori
Cesarini
1300
1326
1350
1451
1635
Non si conosce l’origine della famigli Amati, il Cimarelli nomina il primo Amati che
si chiamava Domenico deceduto circa il 1500 lasciando eredi quattro figli che si
chiamvano: Bartolomeo, Ascanio, Viviano e Stefano.
Poi parla di Giovanni Amati che nel 1513, il Pontefice Leone X gli fece un Breve
Per gratitudine, dato il valore dimostratogli in suo favore e per la confirmazione del
mero e misto impero. Perciò è da credere che questa onorata Famiglia già esisteva
fino dal 1400 circa.
25
IL MAGGIORE SVILUPPO EDILIZIO DI CORINALDO
Corinaldo ha avuto il suo maggiore sviluppo edilizio dal 1660 alla fine del1700 però
vi sono edifici di rilievo anche prima, come la Chiesa dei Suffragi costruita nei primi
anni del 1500, il palazzo Orlandi porta la data del 1530 sulla volta reale dell’entrata.
Più vecchio ancora il Palazzo Romaldi, poi vengono, sempre in piazza del Terreno, il
palazzo Ottaviani (ora Tarsi Marcolini) quello Mazzoleni (ora Paolini Eva) il
Convento delle Benedettine, costruito sopra le fondazioni della vecchia Rocca del
1637 con la bella e artistica Chiesa dell’Addolorata, e anche il Palazzo Sandreani,
così pure il Palazzo Marangoni vicino al Teatro. Il Palazzo Brunori, lungo il Corso,
che ha avuto il permesso di costruire sopra le mura in data 19 Marzo 1646, ed i
Cesarini di fabbricare il Palazzo sopra le mura in data 5 aprile 1653, così pure Bruno
Brunetti ha avuto il permesso di fabbricare un Casino sopra la Porta del Borgo di
Sotto e di renderlo a beneplacido della comunità in data 10 luglio 1668.
IL GRANDE E SPAZIOSO CONVENTO DI SAN FRANCESCO
E’ una vecchia e solida costruzione, si ha ragione di credere che sia stata realizzata
intorno all’anno 1281 poiché, oltre le voci tramandate da padre in figlio che dicono
che risalga da quando era vivo S. Francesco e cioè costruito nel 1214, sul campanile
della Chiesa vi è una campana che porta la data del 1281 (oggi 1977 si trova ancora).
La Chiesa di S. Francesco di oggi è la terza costruita, risale dal 1752 al 1795.
L’Architetto è stato Arcangelo Vici nato a Palazzo d’Arcevia il 6 novembre 1698 e
morì ad Arcevia il 10 febbraio 1762. Questa Chiesa è stata riparata varie volte, la
prima nel 1904, è stato fatto metà soffitto pericolante verso la porta d’entrata,
Arciprete Don Alessandro Marinelli. La seconda volta anche per colpa del terremoto
del 30 ottobre 1930. La facciata davanti si staccava dai muri laterali, ed è stato
necessario costruire un robusto sperone in muratura in tutta la larghezza della facciata
davanti e portarlo all’altezza del tetto basso dell’angolo, Arciprete Don Francesco
Bernacchia. Per la spesa è intervenuto il Genio Civile di Ancona, il fondo del culto ed
i fedeli. Il lavoro è stato iniziato nel novembre 1935 e terminato nel febbraio 1936. La
terza volta è stata la riparazione più importante, la Chiesa è stata chiusa al pubblico
dal 1955 al 1964. E’ stato necessario riprendere le sotto fondazioni, su tutta la
facciata di sinistra di chi entra, costruire le intelaiature in cemento armato fino al
tetto, con un piede di base sotto terra di m. 6.00 x 3.00, in corrispondenza dei due
archi interni a sostegno della cupola, sempre dalla parte sinistra. Rifatto il pavimento
e zoccolatura compresa la base attica sotto i pilastri di pietra Trani, rosso Verona e
verde Alpi. Si è tolto l’organo che era sopra il portone di entrata. L’organo attuale è
nuovo, è collocato a sinistra dell’abside, è stato inaugurato la sera del 24 ottobre
1964, con un concerto eseguito, dall’esimio maestro Alessandro Esposito,
compositore e organista al conservatorio di Firenze. La chiesa è stata aperta al culto
la mattina del 25 ottobre 1964; il riscaldamento è stato eseguito nei mesi di ottobre e
novembre 1970. Arciprete Monsignore Don Umberto Rocchetti. In questa Chiesa vi
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sono tre quadri su tela del concittadino Claudio Ridolfi, bravo pittore della scuola di
Paolo Caliari detto il Veronese, il più grande è posto nell’abside dietro l’Altare
Maggiore, un altro a sinistra nel secondo altare di chi entra, il terzo sopra la porta che
va al Battistero, a destra vi è il monumento a Santa Maria Goretti, opera dello
scultore Giovanni Scrivo di Roma, eseguito nel 1910.
IL GRANDE E MAESTOSO CONVENTO DEGLI AGOSTINIANI
E’ stato edificato dagli Eremitani di questo Ordine e comprende: il Convento di mole
grandiosa alto quattro piani, con il bellissimo cortile, la bella e grande chiesa di
ordine corinzio con cupola e il magnifico campanile alto dal Corso circa 50 m,
orgoglio dei Corinaldesi. Questa chiesa che noi chiamiamo S. Agostino in verità è S.
Nicolò di Bari.
Gli Agostiniani avevano il convento fuori dalle mura castellane a Sud Ovest del
Paese, vicino alla casa dei fratelli Lenci. La chiesa di S. Nicolò, in quel tempo 1294
non era officiata, domandarono al vescovo di Senigallia Monsignor Todino, di
officiarla loro, questo gli fu concesso ed in seguito passò definitivamente in loro
proprietà con Breve del Pontefice Gregorio XII l’anno 1410, vi rimasero per sempre
fino al 1871 che poi passò di proprietà del comune di Corinaldo.
In questa Chiesa vi sono: sopra il primo altare a sinistra un dipinto su tela del
Barocci che rappresenta l’Annunciazione (così dice il Cimarelli) ma si ricrede che sia
una riproduzione.
Poi sopra il terzo altare sempre a sinistra vi è un quadro su tela del pittore Maugeri
che lo fece a Urbino dietro ordinazione di Bartolomeo Orlandi il quale è raffigurato
con il solo viso in fondo al quadro a sinistra. Il quadro rappresenta S. Bartolomeo
mentre viene torturato.
L’orologio che vi è posto nel Campanile è stato costruito dalla famiglia Mei di
Montecarotto, nel 1848.
CONVENTO DEI PADRI CAPPUCCINI
Quando nel 1526 è venuta la Riforma dei P.P. Cappuccini per opera di Fra Matteo da
Basso Minore della famiglia di S. Francesco i quali con esempio della povertà e
spiritualità erano ammirati da tutto il mondo, anche Corinaldo volle questo Ordine.
Nell’anno 1539 passando per Corinaldo Padre Antonio da Monteciccardo,
Commissario Generale della Riforma, fu pregato dai cittadini di volere istituire nella
loro terra un Convento.
Questo Commissario per aderire al desiderio dei Corinaldesi ne edificò uno in forma
di umile tugurio con annesso una piccola cappella, posto nel terreno pubblico, a circa
un terzo di miglio lontano dal paese verso il vecchio Ipocircio (Ovest).
Questo piccolo convento essendo costruito dopo 13 anni della Riforma è stato
enumerato tra uno dei primi di quella religione. Aumentando la fede verso questo
ordine i fedeli vollero che il Convento fosse trasportato in migliore posizione.
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Il N. U. Francesco Orlandi nel 1574, rettore ed edificatore della Chiesa di S. Pietro
Apostolo, fece dono ai P.P. Cappuccini di un terreno situato sulla sommità del colle
S. Giovanni per costruire il nuovo Convento dove oggi di trova. Nel corso degli anni
successivi il fabbricato cedette, causa il movimento del terreno, fu demolito e
ricostruito un poco più avanti, al principio del secolo 1600.
In quel tempo vi abitavano comunemente una quindicina di frati, più tardi si
aggiunse il noviziato, dopo un certo tempo fu tolto e poi ripristinato ma,
presentemente il Convento accoglie solo frati. Il 27 ottobre 1966, per iniziativa del P.
Riccardo da Ostra, si è demolito il vecchio Portico avanti la chiesa in condizioni
precarie, il 10 novembre 1966 si è iniziata la nuova costruzione a mattoni a vista, del
Portico e della Facciata, il lavoro è stato terminato, compresa la sospensione del
cattivo tempo, il 28 febbraio 1967.
CONVENTO DELLE SUORE BENEDETTINE
Nel 1454 già esisteva il monastero delle suore di Santa Chiara attaccato alla Chiesa di
Santa Lucia situata al borgo di Sopra. Cittadini e Suore non ritenendo sicuro il luogo
fuori le mura castellane per i malviventi che anche in quei tempi esistevano, decisero
di costruire un monastero dentro le mura del Paese, ed ottennero il permesso dal
Comune il 9 marzo 1637 di fabbricare il nuovo monastero sopra le fondamenta della
vecchi rocca.
Al nuovo monastero gli cambiarono l’ordine in quello delle suore di S. Benedetto, il
quale prese un grande sviluppo anche perché Monsignore Rudolfi Vescovo di
Senigallia lo tenne in maggior cura di ogni altro della sua giurisdizione. Prosperò
tanto questo Ordine che raggiunse il numero di oltre cento Suore.
Fu soppresso questo Ordine al tempo di Napoleone I nei primi anni del 1800. Ora
questo grande fabbricato nel 1976 e 1977 è stato trasformato in tanti comodi
appartamenti.
CHIESA DI S. PIETRO APOSTOLO
La prima e antica Chiesa di S. Pietro era di stile gotico, si trovava nel Borgo di Sotto
vicino alla Chiesa di Santa Maria del Mercato. Venne demolita dalle soldatesche di
Francesco Maria Della Rovere al tempo dell’assedio del 1517. Per ordine del
Cardinale Armellino Medici fu ricostruita l’anno 1525, ma essendo dai Corinaldesi
non ritenuta decorosa quale cattedrale del Paese, il N. U. Francesco Orlandi prese
l’iniziativa fu demolita e ricostruita con magnificenza all’interno del Paese, con tre
navate e nove altari, Coro, Sacrestia, Cupola e abitazione per i Rettori nell’anno
1574.
Dopo la morte del rettore ed edificatore Francesco Orlandi fu nominato un altro
Nobile Uomo Francesco Brunori fin all’anno 1629 e dopo di lui sfugge alle indagini
il suo nome.
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Questa Chiesa è esistita fino all’anno 1868 nel quale anno minacciava rovina, fu
demolita a spese del comune restando solo il campanile che tuttora esiste (1977)
nell’attuale Via del Teatro.
Il materiale ricavato dalla demolizione ha servito per costruire l’asilo infantile, il
portico del cimitero con le tombe sotto il pavimento e le mura del cimitero stesso.
Il disegno del portico è dell’Architetto Conte Alessandro Pasqui di Firenze, marito
della N.D. Elena Orlandi Romaldi ultima discendente, deceduta il 1928.
CHIESA DELLA MIRACOLOSA MADONNA DELLA INCANCELLATA
Questa Chiesa ha origine molto antica, prese il nome della Incancellata perché un
cancello stava avanti all’immagine che porta in braccio il Bambino lattante nella
mammella destra.
IL popolo la tenne sempre in somma venerazione per i miracoli che da lei ricevevano
e questa fede accrebbe specialmente l’anno 1570, anno in cui si verificarono
numerosi miracoli.
Dai tempi antichi fino al 1586 era solo semplicemente coperta, le abbondanti
elemosine elargite dai fedeli diedero modo di erigere una Cappella che fu aggregata
per maggior decoro alla compagnia del Confalone. Nonostante che dai tempi
dell’origine il piccolo santuario avesse migliorato, poiché era situato dentro un fosso,
l’acqua che scorreva intorno alla Cappella minacciava di cadere e così decisero di
erigerla più lontano in posto sicuro.
Il santuario prendeva sempre più sviluppo, officiando le messe tutti i giorni,
sentirono la necessità di costruire la casa per il custode e una loggia a servizio dei
forestieri la quale la in Chiesa come oggi si vede dall’arco in giù verso la porta.
Miracolosa venne anche l’acqua che ivi scorreva vicino la porta d’entrata come ora è
raccolta nel pozzo dentro la Chiesa. I fedeli malati venivano anche da lontano per
lavarsi con l’acqua miracolosa, alcuni infermi lebbrosi guarivano completamente. Il
santuario veniva visitato da imminenti personaggi, Prelati di ogni merito, Cardinali di
somma autorità, Principi Serenissimi ed altri personaggi per benefici ricevuti.
CHIESA DI SANT’ANNA
E’ ubicata nel Borgo di Sotto, è antica non si conosce l’origine, già esisteva dal
tempo quando nel 1517 Corinaldo ha subito l’assedio del Duca di Urbino. E’ di
proporzioni mediocre, ed è tenuta in grande devozione dai Corinaldesi essendo la
protettrice del Paese, è di ordine Ionico, l’affresco della Madonna che si trova nel
muro sopra l’Altare Maggiore è di un certo pregio artistico, a destra vi è la statua
miracolosa di S. Biagio e vicino a questa sopra all’altare di destra vi è la statua
dell’Immacolata Concezione. La festa che si celebra il 26 luglio di ogni anno con
luminarie e musica è tenuta in gran conto ed è frequentata da molto popolo e
partecipano anche i paesi vicini.
CHIESA DI SANTA MARIA DEL CONFALONE
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Era detta da noi Corinaldesi, Madonna di Piazza ed era ubicata dove oggi è Piazza 10
agosto 1944, giorno della liberazione in cui i Tedeschi si sono ritirati. In questa
Chiesa si consacrava molto il culto della Madonna di Loreto. Il Cimarelli dice di
esserci stato un quadro su tela, rappresentante l’Annunciazione del pittore Barocci,
ora questo quadro si trova nella chiesa di S. Agostino a sinistra del primo altare.
Questa Chiesa è passata di proprietà del comune nel 1921 e dato che per il comune
era un onere passivo, il Consiglio, Sindaco il Cav. Adriano Sandreani, è venuto alla
determinazione di venderla e fu acquistata da privati quali l’hanno trasformata in sala
cinematografica che Corinaldo ne era privo, facendosi anche un Bar che al paese era
necessario. Il cinematografo vi è stato per parecchi anni, in seguito il fabbricato ha
avuto un’altra trasformazione, fu adibito a casa di abitazione, che una parte del
fabbricato, dove era il Bar e parte del piano di sopra fu acquistato nel 1953 dalla
Cassa di Risparmio di Jesi che tuttora vi è l’Agenzia.
CHIESA DELLA MADONNA ADDOLORATA
E’ di piccole dimensioni di forma circolare a ridosso del grande Convento delle
Benedettine, costruita nella stessa epoca.
Internamente è un gioiello di architettura di ordine Composito. Spiccano le otto
colonne rastremate che vanno a sostenere la trabeazione, il soffitto e il Cupolino,
intersecate da artistici coretti di legno intarsiati, decorati con oro zecchino, il tutto
formando un piacevole Barocco. E’ munita anche di un pregevole organo di Gaetano
Antonio Callido del 1727 da Este (Padova).
Questa Chiesa è piaciuta e ammirata da tutti, specialmente dai turisti intenditori
d’arte.
Sotto la Chiesa vi è la Cripta di Santa Maria Goretti, dove vi è custodito
l’avambraccio della Santa, meta di pellegrinaggi.
CHIESA DEI SUFFRAGI
Fu costruita nei primi anni del 1500, sopra le fondazioni del Cassero dove tenevano le
munizioni della vecchia Rocca.
Per particolare devozione del Capitano Pier Agostino Orlandi fece dono ai Fratelli
della Confraternita.
Anche questa piccola Chiesa di forma circolare, ha il suo valore artistico,
esternamente ha una bella facciata di mattoni a vista bene conservata e lavorata con
arte, nell’interno l’architettura è di ordine Corinzio, ed un bellissimo soffitto a
cassettoni che fa di riscontro al pavimento a mattoni che ancor4a è quello
dell’origine.
Vi sono tre Altari e in quello maggiore vi è un quadro su tela del Corinaldese
Claudio Ridolfi.
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PARROCCHIA DI SAN FRANCESCO
Questa Chiesa è la terza da quando è stato costruito il Convento di S. Francesco ed ha
origine dal 1752 al 1759, architetto Arcangelo Vici di Palazzo d’Arcevia. Ha la forma
di croce latina, nella sua grande mole e nella sua semplicità impera l’ordine
Composito che la rende maestosa. Ed è delle seguenti dimensioni: ha una lunghezza
di 39 metri, larghezza media m. 15 il soffitto alla sommità è alto 20 metri, la cupola
m. 25,00.
Comprende otto altari, compreso quello maggiore di proporzioni ampie e belle,
costruito con marmi pregiati. Ha un pavimento di Chiampo venato con fasce di rosso
Verona, così pure i gradini di tutti gli altari, la zoccolatura compresa la base attica
sotto i venti pilastri che sorreggono il cornicione è di pietra di Trani a massello, sotto
questi pilastri vi è la zocca di verde alpi che poi gira in tutta la zoccolatura interna
della Chiesa.
Ha ereditato dalla Chiesa di S. Pietro Apostolo, demolita nel 1868, un artistico coro
di noce massiccia di 15 posti per i Canonici di allora e dei confessionali pure questi di
noce massiccia di grande valore. E’ munita di un organo di un certo pregio costruito,
dalla rinomata famiglia Mascioni di Cuvio (Varese) collocato a sinistra dell’Abside.
Nel secondo Altare a destra vi è un crocifisso di altezza naturale del Donino di
Urbino e sotto questi, in un apposito Tabernacolo vi è una Sacra Spina della Corona
di nostro Signore Gesù Cristo, portata e donata a Cori
il 24 maggio 1786 da Francesco Antonio Marcucci, Patrizio di Ascoli, Patriarca di
Costantinopoli, Vescovo di Montalto, Abbate di Montesanto degli Abruzzi e Vice
Generale di Roma. La Sacra Spina è stata estratta dai luoghi autentici e
legittimamente riconosciuta e autenticata dal Cardinale Honorati di Jesi, Vescovo di
Senigallia nel 1786. Nuovamente confermata l’autenticità dal Cardinale Testaferrata
il 16 settembre 1826 nel convento di S. Agostino in Corinaldo.
In questa Chiesa vi sono tre quadri del concittadino Claudio Ridolfi, bravo pittore
della scuola di Paolo Caliari detto il Veronese. Il più grande è posto dietro l’altare
maggiore, un altro a sinistra del secondo altare di chi entra, il terzo sopra la porta che
va al Battistero che a destra vi è il monumento a Santa Maria Goretti di marmo ad
alto rilievo, opera dello scultore Giovanni Scrivo di Roma eseguito l’anno 1910.
Vi è da notare anche un grande altare in legno, decorato con oro zecchino
invecchiato, di ordine Composito, del Beato Sandreani del secolo 1700 posto nel
primo altare a sinistra. Anche il Battistero merita uno sguardo, perché è stato
modificato, dall'Architetto Prof. Antonio Dominici dandogli un aspetto di vero
battistero.
Vi è ancora, dove era collocata nel 1890 la modesta bacinella sostenuta da una
semplice colonnina, dove è stata battezzata Santa Maria Goretti e sopra di questa
nella finestra rotonda vi è una vetrata artistica elaborata da Giuliani di Roma, che
rievoca il rito del Battesimo nel suo momento essenziale.
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CHIESA DEL CONVENTO DI SANT’AGOSTINO
Questa chiesa è stata costruita con tutto il complesso del Convento iniziato nel 1717
in poi, ed è completa di facciata, di sacrato e campanile. La facciata di mattoni a vista
è di stile rinascimentale, con i suoi pilastri, riquadrature, fasce, cornicioni e le
artistiche riquadrature di pietra chiara di Furlo, del portone e del finestrone, fanno di
questa facciata un insieme armonioso e piacevole. Ai lati della facciata, fanno spicco
i solidi contrafforti degli archi interni che reggono la volta del soffitto.
Il sacrato è recinto di muro che sopra termina con una lastra di pietra del Furlo di
dieci centimetri di spessore, l’entrata spaziosa con quattro gradini, che ai lati hanno
quattro colonne quadrate collegate tra loro, terminano con una bella testata, sempre di
pietra anzidetta che alla sommità vi è posta una sfera di trenta centimetri di diametro,
la pavimentazione è di mattoni in costa. Il campanile armonioso con tutto il
complesso della costruzione è veramente bello nella sua austerità che sovrasta e
domina tutto il paese e spazia la sua visibilità dal mare alla catena di monti
appenninici per parecchi chilometri. E’ alto dal corso cinquanta metri circa. Ha
quattro grosse campane, compreso il campanone con suono roboante e squillante
gradito agli orecchi; è munito di un orologio pubblico, con il quadrante visibile che
suona tutti i quarti e le ore, è stato costruito dalla famiglia Mei di Montecarotto nel
1848. L’interno di questa Chiesa, ha la forma di croce latina, è lunga 39 metri, ed ha
una larghezza media di metri 12 e sessanta centimetri. E’ di ordine Corinzio, ha otto
colonne rastremate e dodici pilastri che vanno a sostenere il cornicione con le sue
artistiche mensole che danno una visione stupenda.
Anche la cupola ben proporzionata, termina con il cupolino che le dà più risalto. Ha
sette altari di cui l’Altare Maggiore è di una splendida bellezza con i suoi marmi
pregiati, il coro di noce massiccia con quindici stalli è magnifico ed i quattro
confessionali, sempre di noce massiccia, sono veramente artistici.
Anche i sei coretti di legno intarsiato in oro zecchino sono stupendi, non parliamo
poi del bellissimo complesso dell’organo posto sopra il portone di entrata sempre di
legno intarsiato e decorato di oro zecchino, nello sfondo cioè dietro, risalta l’originale
organo di pregio costruito nel 1727 da Gaetano Antonio Callido da Este (Padova).
Subito a destra di chi entra vi è un crocifisso di pregio in legno di altezza naturale che
risale al 1300, proveniente da una vecchia chiesetta di campagna, che non esiste più,
della contrada denominata Crocefissetto.
Sopra il primo altare a sinistra vi è un quadro su tela che il Cimarelli dice di essere
del pittore Barocci, rappresenta l’Annunciazione (si crede però che sia una
riproduzione) proveniente dalla Chiesa della Madonna di Piazza soppressa nel 1921.
Nel terzo altare a sinistra, vi è un quadro su tela dipinto dal pittore Maugeri a Urbino,
commissionato da Bartolomeo Orlandi, rappresenta il martirio di S. Bartolomeo, in
fondo al quadro a sinistra vi è raffigurato del solo viso Bartolomeo Orlandi. Sopra il
terzo altare a destra, vi è un altro quadro su tela, che lo storico Stefanini dice di essere
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di Claudio Ridolfi e rappresenta S. Nicola da Tolentino. Il santo si riconosce dal sole
che gli brilla in petto, dal bel giglio che gli sta ai piedi, le teste gementi in un lago di
fiamme sono certo le anime purganti, ma cosa rappresenta quel vecchio ornato dei
più pomposi distintivi di un re incantato ad un grande globo azzurro? Quella testa
rubiconda di cornuto Satiro? Sono formidabili vizi debellati dal Santo: il mondo, la
Croce, il Demonio. Poi sopra il Coro nell’Abside vi sono altre tre quadri su tela di
pittori ignoti.
Nella sacrestia, sopra un grosso armadio dell’epoca di un certo valore, vi sono le
sculture in legno di media statura naturale, che rappresentano i quattro evangelisti con
il Padre Eterno al centro; queste sculture in legno hanno un certo pregio artistico e
sono decorate tutte intere con oro zecchino. Poi vi è una pergamena di pregio del
1612 incorniciata con vetro fino da quell’epoca, donata da Filippo III d’Aragona Re
delle due Sicilie in onore di Bartolomeo Orlandi.
PALZZO COMUNALE
La costruzione di questo magnifico Palazzo è stata iniziata nei primi giorni di aprile
del 1784. Architetto Francesco Maria Ciaraffoni di Ancona il quale architetto stava
costruendo anche il teatro Pergolesi di Jesi. Questo palazzo munito di un bellissimo
Portico lungo m. 62,00 è veramente imponente, ha tredici belle e proporzionate arcate
nel prospetto e due nel lato sinistro.
Magnifiche sono le riquadrature alle finestre e fasce marcapiano di pietra bianca che
armonizzano con il colore dei mattoni a vista rendendolo di una architettura
rinascimentale magnifica.
Il palazzo è stato inaugurato ufficialmente, con cerimonia festosa di popolo, di molti
prelati e il Cardinale Honorati di Jesi, Vescovo di Senigallia in data 18 giugno 1791.
Questo palazzo ha una storia a se, si trova in Biblioteca del Comune. E’ stata
un’opera importante, per realizzarla vi sono state molte difficoltà anche finanziarie,
hanno dovuto vendere quasi tutte le selve e non erano poche: quella di Montironi, dei
Bodiani, di Conagrande, Casa Murata, Casalba, Lucerta e Mogliano.
La fornace per cuocere i mattoni era poco lontana dalla mura castellana a Sud Ovest
del Paese, per trasportare i mattoni sul lavoro, usavano le donne, le quali mettevano
sulla testa quattro mattoni per volta e gli portavano direttamente sulla armatura dove
lavoravano i muratori.
La prima perizia di spesa per la costruzione fu fatta dal Capomastro Pietro Merli di
Jesi
Scudi 13.572.893
meno il ricavo del materiale dei vecchi Palazzi
Priorale, quello Pretoriale, quello della Torre
Civica e di tutte le case private
Scudi 4.800.000
Scudi 8.772.893
Più le spese per acquistare le case: di Brunetti,
orto Sandreani, casa Basetti, casa Bardazzoni,
casa terzanchi, casa Cecchini, casa Frati,
casa Giombi, casa dell’Ospedale, casa Pressa,
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casa Pantani, casa Tarsi, casa Pompili, sito Bevilacqua,
bottega Ciani e porzione casa Bevilacqua
Scudi 3.122.392
Totale Scudi 11.895.281
Il consiglio aveva nominato una deputazione per la direzione della costruzione che ne
facevano parte i signori: Francesco Paris, Francesco Maria Orlandi, Adriano
Sandreani, Felice Bartoli, Arcangelo Ciani e il capitano Francesco Gentili.
IL TEATRO GOLDONI
Corinaldo ha un bel teatro, il migliore dei paesi vicini, per vederne dei migliori,
bisogna andare a Jesi, Fano, Pesaro e Ancona. E’ stato costruito nel 1865 su disegno
dell’Architetto Conte Alessandro Pasqui di Firenze, si vuol dire che è simile, più in
piccolo, al Teatro Pergola di Firenze. In merito al Teatro esistono due lettere di
quell’epoca dove l’Amministrazione Comunale in data 1 marzo 1862 scriveva
all’Architetto Pasqui a Firenze, ringraziandolo del disegno da lui eseguito e donato
per la realizzazione del teatro, lettera firmata dalla Giunta, sindaco Trifone
Pasqualini, Consiglieri, C. Rossi, G. Ridolfi, G. Santanatoglia. L’altra lettera sempre
indirizzata all’Architetto Pasqui a Firenze, che porta la data del 5 maggio 1862 il
Sindaco gli comunicava che per l’esecuzione del Teatro aveva dato l’incarico
all’Ingegnere Dilettante Francesco Fellini di Barbara e per fare anche il preventivo di
spesa occorrente che ammontava a £ 2600 ed in essa vi sarebbe stata compresa la
spesa per la piccola modifica del disegno in merito alle due scale che portano ai piani
superiori. Per delicatezza il sindaco voleva il suo benestare. La lettera è firmata dal
solo sindaco.
In seguito il Teatro ha subito una trasformazione in meglio, cioè gli sono stati
aumentati sei palchi, così dette Barcacce, ampliato il palcoscenico, occupando il
magazzino retrostante.
Questi lavori sono stati sviluppati prima, durante l’amministrazione del Sindaco Cav.
Giovanni Sartini iniziati il 19 dicembre 1962 e compiuti il 15 ottobre 1967 dal
Sindaco Cav. Giuseppe Scattolini. Il nostro Teatro ha tre ordini di palchi da 1 al 15
più il Loggione, ed ha il riscaldamento, ed è così bello e accogliente e spazioso che è
vanto dei cittadini che ne vanno orgogliosi.
ACQUEDOTTO
Corinaldo vanta di avere l’acqua potabile nelle vie pubbliche e nelle case private fino
dal 1894. L’acquedotto costruito dall’Amministrazione comunale, per allora era
un’opera eccezionale e coraggiosa e per affrontare una simile impresa. La sorgente
del nostro primo acquedotto si trova a 22 chilometri di distanza in località Frazione di
Montesecco nel territorio del Comune di Pergola.
Il lavoro è stato iniziato nel 1892 e affidato all’Ingegnere idraulico Pellucchini,
Sindaco il Benemerito Conte Pompeo Perozzi. Per portare a termine l’opera sono
occorsi due anni, nel corso dei lavori le difficoltà non sono mancate ma, tutte
superate, ancora dopo 85 anni viene della buona acqua s’intende insufficiente. Il
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secondo acquedotto è stato realizzato dopo la seconda guerra mondiale, Sindaco il
Rag. Domenico Cacciani, uomo di iniziative, ed ha provveduto quanto prima gli è
stato possibile provvedere all’acquisto dei tubi Dalmine prima di espletare il progetto.
Per non perdere tempo, perché era difficoltoso averli, ha escogitato un singolare
sistema, ha ottenuto dai cittadini proprietari una cambiale per ciascuno firmata in
bianco ed ecco immediatamente il denaro necessario. Fatto elaborare il progetto con
l’approvazione del Genio Civile di Ancona, il lavoro ha avuto subito inizio e l’opera
è stata terminata nel1948. Questo acquedotto è per innalzamento, la sorgente si trova
vicino al fiume Cesano in Contrada S. Isidoro, il deposito ha servito il vecchio ed ha
permesso di portare l’acqua quasi in tutto il territorio della campagna con grande
soddisfazione dei coloni. Il terzo acquedotto, anche questo per innalzamento la
sorgente in Contrada Madonna del Piano vicino al Cesano, è stato necessario
costruire un nuovo serbatoio in Contrada S. Apollonia e da qui si è potuto distribuire
l’acqua a tutto il territorio meno che in un tratto della Contrada S. Domenico oltre il
Nevola, viene alimentata di acqua potabile da un acquedotto di S. Gregorio di Ostra.
Questo terzo acquedotto è stato iniziato il 2 ottobre 1967 e terminato il 2 settembre
1968, Sindaco Cav. Giuseppe Scattolini.
PARCO DELLA RIMEMBRANZA E MONUMENTO AI GLORIOSI CADUTI
Dove oggi vi è un bellissimo viale di tigli che porta il nome della Vittoria, in origine
era stato ideato allo scopo di onorare i caduti della guerra 1915 – 1918 e cioè parco
della rimembranza, il quale poi in seguito è stato portato avanti al Cimitero, luogo più
adatto e appartato per lo scopo, dove al centro vi è stato posto un arco di pietra
travertino con la dedica - A RICORDO A GLORIA AD AUSPICIO – dedica
suggerita dal concittadino invalido di guerra Mariano Torelli. Nel luogo dove oggi vi
è il Parco della Rimembranza vi era il cimitero dei colerosi del 1855 che aveva
colpito anche Corinaldo. I tigli del Viale della Vittoria sono stati piantati nel 1922 e
1923. La inaugurazione del Parco della Rimembranza abbinata con quella del primo
monumento ai caduti, che allora era stato posto al centro della Piazza del Terreno e
precisamente dove era collocata la fontana fino al 1898, Sindaco il Cav. Italiano
Angeloni di Luigi, dicevo l’inaugurazione di entrambi fu celebrata il 4 novembre
1923. Nello stesso anno la fontana fu trasportata dove oggi si trova, nel largo a
sinistra di S. Francesco. Il primo monumento ai caduti eseguito dallo scultore
Castellani di Ancona, rappresentava il soldato ritornato a casa aveva ripreso a
lavorare la terra con l’aratro, la figura in bronzo era nuda con l’elmetto in testa e
l’aratro sotto i piedi, su di un piedistallo alto circa quattro metri, dove vi era scolpito
lo stemma di Corinaldo. In seguito il sindaco Rag. Domenico Cacciani, questo
monumento lo tolse dalla Piazza del Terreno e la statua in bronzo ha servito per
fondere la nuova.
La nuova Amministrazione Comunale, Sindaco Cav. Dino Poeta, decise di fare un
nuovo monumento ed è stato collocato dove ora si trova (1977) e per questa
ubicazione alla strada gli hanno dato il nome di Viale degli Eroi, la statua del
monumento rappresenta la Vittoria con dedica – AGLI EROI CADUTI PER LA
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PATRIA – scultore Morelli di Ancona. Il monumento è stato inaugurato alla presenza
del Procuratore della Repubblica Dott. Robini, il discorso ufficiale fu fatto dal
Sindaco Cav. Dino Poeta il 4 novembre 1954.
CASSE DI RISPARMIO
La prima Cassa di Risparmio del Paese ha origine circa nel 1850. Si ricorda che alla
fine del secolo 1800 era ubicata sotto il portico del Palazzo Comunale. Il presidente
era il N. U. Giovanni Cesarini Romaldi, il direttore il N. U. Paolo Boscarini,
l’impiegato il Sig. Giacinto Bartera, in seguito si era sviluppata e gli impiegati erano
tre. Circa nel 1930 era venuta una disposizione che queste piccole Casse di Risparmio
dovevano essere assorbite da quelle più importanti come quella d’Ancona e di Jesi. I
Corinaldesi optarono per quella di Jesi, come infatti tuttora vi è l’agenzia che è
ubicata in Piazza 10 Agosto 1944. Nel 1911 l’arciprete Don Alessandro Marinelli,
dietro il desiderio di diversi agricoltori, ha istituito la Cassa Rurale ed Artigiana, che
la prima sede è stata in Via del Velluto ex palazzo Boscarini avanti la Pescheria.
Il primo impiegato è stato Giuseppe Paolini, che poi nel 1923 è stato assunto il Cav.
Geometra Antonio Loccarini che lodevolmente l’ha tenuta fino al 1965 anno in cui è
andato in pensione, coadiuvato negli ultimi anni da altri due impiegati. Anno dopo
anno si era sempre più sviluppata e specialmente negli ultimi dieci anni, che la sede è
stata trasferita al Corso Matteotti n. 34 nel Palazzo Brunori, ha avuto uno sviluppo
eccezionale che è stato necessario ampliare i locali che tuttora 1977 i lavori sono
ancora in corso. Sarà munita di un ambiente corazzato chiamato Cavòu, che per ora
conterrà cinquanta casse di sicurezza, però ne può contenere oltre duecento, poi avrà
anche cento cassette dette postali, che già dei clienti, per loro comodità hanno
richiesto, avrà un ascensore per comunicare più agevolmente con il detto Cavòu. Sia
per depositi in denaro che per importanza in generale ha superato, localmente, la
Cassa di Risparmio di Jesi. Gestisce la tesoreria Comunale e quella erariale sia quella
di Corinaldo sia quella di Castelleone di Suasa. Per ora ha sei impiegati. questo
istituto è un orgoglio del Paese, è stato sempre amministrato da solo Corinaldesi, ora
vi è come presidente il Comm. Orlando Samory, direttore il Rag. Felice Saccinto
coadiuvati da nove Consiglieri e da tre Sindaci Revisori. Corinaldo ha avuto anche
per pochi anni fra le due guerre la Cassa Agricola e dal 1930 al 1940 l’Agenzia del
Banco Credito di Ancona.
CAFFE’ E BAR
Il caffè principale, munito di biliardo, è stato per lunghi anni da vecchia da vecchia
data quello gestito dalla famigli Ugelli già dalla metà del 1700. Gli eredi Ugelli sono
stati i Berardi fino al 1880, e questi lo hanno gestito fino al 1905, quando è stato
rilevato da Augusto Carlini il quale lo ha gestito sino al 1914, anno in cui ha cessato
di essere caffè. Spesso avanti a questo caffè la Banda cittadina faceva servizio. Ora
dal 1940 in questo locale vi è la farmacia della Dott. Verdenelli Moroncini che hanno
acquistato il locale con la casa compresa.
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Per parecchi anni e cioè dai primi del 800, un modesto Caffè, gestito dalla famiglia
Ciceroni, nominata Tatalla, si trovava in via S. Spirito (ora via Cimarelli) nella casa
ove ora abita Mariano Selvetti, ed è esistito fino al 1905 circa.
Subito dopo si è aperto il Caffè detto di Palmiretta, si trovava sempre in Via S.
Spirito, dove oggi lavora il calzolaio Livio Fraboni. Questo discreto Caffè si chiuse
nel 1925.
Un altro modestissimo Caffè – Osteria che si trovava sempre in Via S. Spirito, avanti
al negozio di Bartolini nella casa di proprietà di Giuliano Spinaci. Era chiamato il
Caffè di Adelina Brugnoletta ed era rinomato perchè dicevano che lo faceva buono e
perchè anche nello stesso locale ci teneva polli e conigli. Apriva il locale presto al
mattino per gli operai che andavano al lavoro e quando le ordinavano il caffè essa
domandava, come lo volete con il rum o mistrà? nello stesso istante aveva l’abitudine
di grattarsi la pancia, le era diventato come un ticchio nervoso che faceva ridere.
Questo Caffè – Osteria è esistito dal 1890 al 1928.
Un altro Caffè era quello gestito da Lalla Panaioli, si trovava in Piazza 10 Agosto
1944, dove oggi lavora il fotografo Galeotti; questo Caffè era frequentato da persone
più facoltose del Paese, esisteva già negli ultimi anni del 1800 e si chiuse circa nel
1917.
In merito a questo Caffè, esiste una fotografia dove vi sono ritratti 26 Corinaldesi,
fatta dal Cav. Sergio Stefanini nel 1908 proprio avanti al Caffè dove sono fotografati
il Sindaco Cav. Italiano Angeloni, il Segretario Comunale Efrem Rossi, il farmacista
Michele Carafoli, Paolo Boscarini ultimo della discendenza di una nobile famiglia
che aveva origine del 1326, il Notaio Aguzzi ed anche un fanciullo, che allora aveva
sei anni, a sedere per terra con una ruzzola in mano vicino ad un cagnolino, il
giornalista scrittore, Mario Carafoli che tanto vuol bene e onora Corinaldo.
Poi vi è stato un Bar nella Piazza 10 agosto 1944 e precisamente nel fabbricato della
Chiesa Madonna di Piazza che nel 1921 è stata trasformata in sala cinematografica e
Bar che è esistito fino al 1953, quando la Cassa di Risparmio di Jesi ha acquistato il
locale del Bar e parte del primo piano per mettere l’agenzia che tuttora esiste. Questo
Bar è stato gestito dal 1921 al 1935 da Anna Bassetti, poi è passato alla Famiglia
Cristiani Orlando fino alla seconda guerra mondiale.
Un altro Bar esiste dal 1949, prima questo locale era adibito a Osteria da secoli, ed è
stato trasformato e ampliato decorosamente e bene fornito ed ha anche una sala per
biliardo, si trova al Largo 17 settembre 1960, ed è gestito dalla famiglia Manoni.
Ora vi sono altri due Bar la Borgo di Sotto bene forniti anche di biliardo, uno è il Bar
Lea gestito dalla famiglia Mancini e l’altro gestito dalla famiglia Baldarelli che si
trova nel fabbricato della vecchia locanda ed esiste dal 1968.
Poi vi è il Caffè Principale, si chiama Caffè Centrale si trova lungo il Corso Matteotti
quasi di fronte a Piazza 10 Agosto 1944, ed è gestito dalla famiglia Eugenio
Albonetti, è munito di un locale separato con due biliardi, uno per giocare con la
stecca, l’altro per giocare a boccetta, ha una sala di lettura e un altro vano per giocare
a carte più il locale Bar. Nell’insieme questo Caffè è sistemato bene, portando decoro
anche al Paese, ed esiste dal 1950.
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Vi è pure un chiosco che vende, nella buona stagione, bibite, gelati, liquori,
cioccolate, caramelle ecc. . E’ stato costruito nel 1946, gestito dalla famiglia Bartoli
Antonio, è ubicato all’inizio di Via Cimarelli verso la Chiesa di S. Francesco.
Vi è anche il fabbricato dell’Oratorio di Santa Maria Goretti, è situato nel Viale degli
Eroi, dove vi è l’A.C.L.I. e la sala Cinematografica Nuova Lux. Questo fabbricato è
stato costruito nel 1951. Esternamente nel piccolo piazzale dell’entrata nel 1952, vi è
stata collocata la Statua in marmo di S. Maria Goretti.
L’A.C.L.I. ha un locale Bar, un altro per giocare a carte e un altro ancora dove vi è il
biliardo, esternamente vi sono cinque giochi di bocce e d’estate fanno delle gare che
prendono parte anche giocatori di Paesi vicini.
SALE CINEMATOGRAFICHE
Il primo Cinema è stato realizzato per iniziativa del concittadino Geometra Pietro
Mei nel 1908. Per sala aveva adattato il piano superiore del fabbricato dell’ex filanda
Ridolfi, situato nel Borgo di Sopra, ed ha smesso durante l’anno 1915, inizio per noi
italiani della prima guerra mondiale. La seconda sala del Cinema, è stata realizzata
per opera di alcuni Corinaldesi dopo aver acquistato dal Comune la Chiesa della
Madonna di Piazza nel 1921, che fu trasformata a sala del Cinema e un locale Bar,
poi questo fabbricato ebbe un altra trasformazione in appartamenti per abitazione nel
1930. Dal 1930 al 1945 il Cinema si fece in Teatro, poi il Teatro per ragioni tecniche
fu chiuso, così per qualche anno finché non si è aperta la sala del Cinema Nuova Lux,
si fece nel magazzino al piano superiore del Dott. Giovanni Brunori, dove oggi vi è
l’Oasi di Santa Maria Goretti.
VECCHI E NUOVI FORNI PER IL PANE
I vecchi forni a legna per cuocere il pane ai cittadini, che lavoravano in pieno, sono
stati sempre due, però, durante i secoli se ne possono numerare quattro. Il più vecchio
è stato quello in Via Piaggia, ubicato in cima alla gradinata a sinistra di chi scende.
Un altro anche questo di vecchia data, in Via del Ve4lluto, dove oggi si trova quello
moderno, che non agiva più e se ne è costruito uno vicinissimo al campanile di S.
Pietro e che ha smesso di lavorare il 1924. Un altro ancora nel Palazzo Agostiniani, si
è costruito nel 1927 che ha servito il pubblico per qualche anno, poi l’ha gestito sino
al 1940 il pasticcere Torcellini di S. Lorenzo in Campo.
Nel 1924, Claudio Cristiani prese l’iniziativa di fare un forno moderno che tuttora va
a gasolio, gestito dalla famiglia Guiducci, che oltre a cuocere il pane fa anche i dolci.
Questo forno moderno è stato ricostruito dove era quello vecchio in Via del Velluto.
E ora la numerosa famiglia Baldarelli, che ha acquistato la vecchia locanda nel 1968
nel Borgo di Sotto ha costruito un altro forno moderno, ed anche questo oltre che
serve per il pane si è specializzato in dolci.
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LA DISTILLERIA
Fu costruita dietro iniziativa del geometra Pietro Mei ed altri nel 1900 che per dieci
anni ha funzionato regolarmente, poi per dissensi fra i proprietari è stata venduta e
trasformata in appartamenti per abitazione. Questo fabbricato si trova al Borgo di
Sotto vicino al Mattatoio Comunale nel viale per andare alla Chiesa dell’Incancellata.
SCUOLA PIA E NUOVA CASA PARROCCHIALE
Il fabbricato della Scuola Pia è stato costruito nel 1923 voluto dall’Arciprete Don
Alessandro Marinelli. In quell’anno sono stati piantati quasi tutti i Tigli che oggi
formano il bellissimo Viale della Vittoria, ammirato da tutti. Per questo fabbricato vi
sono state delle polemiche, perché giustamente a ridosso della chiesa di S. Francesco
non ci stava bene. Poi in seguito, nel 1968, Monsignore Arciprete Don Umberto
Rocchetti ha voluto costruire la nuova casa Parrocchiale, sempre a ridosso della
Chiesa di S. Francesco, perché più comoda e più grande della vecchia che si trovava
nella Piazza del Terreno.
ILLUMINAZIONE PUBBLICA E PRIVATA
Da vecchia data Corinaldo è stato illuminato con lampioni a petrolio. Gli anziani
ricordano l’ultimo incaricato ad accendere e spegnere i lampioni che vi erano in tutte
le vie del Paese, si chiamava Tarsi Carlo, detto Carlone, girava con una scala a pioli
sulla spalla che aveva due uncini alla sommità per agganciarsi ai lampioni posti ad
una altezza di m 3,50, con nell’altra mano il bidone del petrolio. Nel 1909, venne la
luce elettrica da S. Michele al Fiume, frazione di Mondavio, questa luce era generata
da una grossa turbina del Molino Cereali di Augusto Pierfederici e in parte di
Lamberto Spinaci ed altri. Purtroppo, spesso questa luce veniva a mancare, tanto è
vero che il nostro poeta satirico Valerio Valeri scrisse questo versetto: “Caro
Lamberto scusami l’elettrica non va, ritorneremo ai moccoli di cinquant’anni fa.” Poi
nel 1914, la luce elettrica venne con l’Unione Esercizi Elettrici e da allora il servizio
ha migliorato molto. Si ricorda che nel 1918 il Corso Vittorio Emanuele II, è stato
illuminato con otto lampade ad arco, per allora era un avvenimento vedere una luce
tanto splendente e diffusa.
L’impiegato e operaio insieme è stato Giovanni Veroli, stimato e benvoluto da tutta
la cittadinanza. Era venuto a Corinaldo nel 1916 e partito perché trasferito a Orciano
di Pesaro il 1932, poi si è traslocato definitivamente a Fano dove vive tuttora con la
famiglia.
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TELAI E MANGANO
Ai tempi dei nostri nonni e bisnonni, in campagna in quasi tutte le case coloniche
esistevano i telai, specialmente dove erano le famiglie numerose. Questi telai costruiti
con legno duro, da bravi artigiani, erano bene congegnati per fare le stoffe con
canapa, lino, cotone, rigatino, flanella, mezza lana ecc. . Naturalmente queste stoffe
servivano, specialmente per fare la dote alle ragazze che dovevano sposarsi e per gli
uomini, camicie, mutande e vestiti in particolare di mezza lana, cioè lana di pecora e
parte di cotone, chi poteva avere questo vestito era un privilegiato tanto teneva caldo.
Il mangano si trovava, all’inizio di Via Piaggia, la seconda casa che costeggia la mura
castellana a sinistra di chi sale la gradinata, però la casa era a destra di chi percorre la
strada di mezzogiorno di oggi. Questo mangano era di proprietà gestito dalla famiglia
Ciceroni che poi è passato agli eredi Battistini.
Il mangano era costruito di legno pesante, la piana era di noce massiccia a guisa di
biliardo senza sponde, posta a piano terra di m. 6 di lunghezza e m. 2,50 di larghezza
bene spianata e piallata, poi aveva un ruotone pesante di legno di quercia di m. 6,50
di diametro che arrivava al secondo piano della casa e m. 1,20 di larghezza. Questo
complesso di ruota e ruotone si chiamava mangano, serviva per spianare la stoffa.
Stesa la stoffa nella piana vi andava sopra il pesante ruotone e per farlo girare,
entravano dentro il ruotone due persone, uno di qua e l’altro di là dai raggi e
contemporaneamente si mettevano a camminare e il ruotone girava e spianava la
stoffa.
Il Mangano non l’avevano tutti i Paesi, così venivano, anche dai paesi vicini. Questo
Mangano ha cessato di lavorare poco prima della guerra mondiale 1915 – 1918.
LA NEVIERA
A sinistra della Chiesa di S. Francesco dove è ubicata la Fontana, a destra vi era la
neviera, costituita da una grande cisterna sotterranea a stagno, che serviva per
immagazzinare la neve. La neve veniva raccolta tutta quella della Piazza del Terreno
e vie giacenti e poi gettata attraverso una porta aperta nella mura castellana avanti la
Via del Velluto di fianco la Chiesa dei Suffragi, che tuttora si vede chiusa con un
muro. Mantenevano la neve facendo uno strato di paglia e uno di neve fortemente
battuta. Si manteneva fino all’autunno inoltrato, però era necessario togliere l’acqua
in fondo alla cisterna che, vi era un pozzetto per lo scolo della neve, vi era una
persona addetta a manovrare una pompa appositamente applicata. Non occorre dirlo
questa neve serviva per gli ammalati bisognosi di ghiaccio. Erano pochi i paesi
muniti di neviera, ed in casi urgenti i vicini venivano a chiedere il ghiaccio a
Corinaldo. Con il progresso, il ghiaccio si fabbricava e così la neviera è andata in
disuso e soppressa.
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VIA PIAGGIA E POZZO DELLA POLENTA
La Via Piaggia ha origine dalla fondazione di Corinaldo dal lontano 409 dell’era
volgare. Questa via era selciata con mattoni in costa ed ogni sessanta centimetri , due
file di mattoni sporgenti quattro centimetri, cioè ogni passo, per non scivolare perché
la strada è in salita. Per questo sistema di selciatura, il Cimarelli dice che prese il
nome di Piaggia. La strada pendeva al centro per fare scorrere l’acqua. In seguito poi
sempre a mattoni in costa hanno costruito i gradini per salire più comodamente.
Questa gradinata è stata demolita e ricostruita come si vede oggi, che è da molti
biasimata, su progetto dell’Ingegnere Ettore Saccocci di Barbara, Sindaco Adriano
Sandreani. Il lavoro è stato iniziato il 15 novembre 1921 e ultimato il 30 giugno 1922,
costo del lavoro Stato Finale £ 72.763.
Lungo questa gradinata (Via Piaggia) si trovava il Pozzo della Polenta, pura
leggenda, era posto a mità della via, di fronte al vecchio palazzo del comune a sinistra
di chi saliva, era stato costruito dal Cattabriga l’anno 1445 ed era costato 8 ducati e
22 bolognini. Prese il nome del pozzo della polenta perché, un povero cittadino circa
il 1720, era andato al molino della Nevola, per macinare un pesante sacchetto di
granoturco, al ritorno con il sacchetto sulle spalle stanco, lo ha posato nello sportello
del pozzo che è precipitato nel fondo, da cui i burloni Corinaldesi scherzando
dicevano: “Abbiamo fatto la polenta nel pozzo”. Questo pozzo di acqua potabile
eccellente, aveva dissetato molta parte dei cittadini per 449 anni poiché, nel 1894 vi
era posto un rubinetto di acqua del nuovo acquedotto nei pressi del pozzo che tuttora
esiste. Il pozzo della leggenda è stato chiuso circa nel 1905.
CRIPTA DI SANTA MARIA GORETTI
Dove ora vi è la Cripta, sotto la Chiesa della Madonna Addolorata, faceva parte del
convento delle Benedettine costruito nel 1637 sopra le fondazioni della vecchia
Rocca, anche questa costruita da Cattabriga, tiranno di Corinaldo al soldo del
Capitano Conte Francesco Sforza, dal 1435 al 1438. Il convento è esistito in piena
efficienza abitato da oltre cento suore, fino al 1800 circa, quando Napoleone I donò
al Duca di Leucthtemberger figlio di Eugenio di Beauharnais Viceré d’Italia, questo
fabbricato di grande mole, e tuttora si vede sopra il portone, nel sopraporta in ferro, a
sinistra della Chiesa le iniziali C.D.L. . Questo locale dove ora vi è la Cripta serviva
al Convento per tumulare le salme delle suore.
Nel 1947, quando fu beatificata Santa Maria Goretti, fu costituito un Comitato Civile
di Corinaldesi e quello Religioso, ed entrambi stabilirono di sistemare quel locale in
Cripta per onorare la Beatificata. E’ stato necessario togliere i numerosi scheletri che
vi giacevano, tutte le ossa sono state trasportate al cimitero con un camion di media
dimensione. L’incarico per la sistemazione del locale è stato affidato all’Architetto
Antonio Dominici che, si è prodigato di fare risaltare la bellezza della costruzione,
costituita con volta reale, poi per dare aria e luce, una quadrifora che abbellisce
l’interno del locale e all’esterno la facciata, dal piano della Chiesa per scendere in
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Cripta ha ricavato una scala a destra e una a sinistra per accedervi agevolmente. Nella
Cripta vi è l’avambraccio della Santa e vi è tumulata anche, Mamma Assunta, madre
di Santa Maria Goretti. La Santificazione è avvenuta, per volere del Pontefice Papa
Pacelli – Pio XII – il 1950.
CORINALDO ERA MANDAMENTO
Da vecchia data, aveva la Pretura, l’archivio notarile ed altri uffici pubblici. Si
ricorda anche che quando è stato costruito il nuovo Palazzo Comunale, che per dare
luogo alla costruzione, sono stati demoliti i vecchi palazzi in condizioni precarie,
Pretoriale e Prioriale con la torre civica al centro. Dipendevano da Corinaldo,
Montenovo (Ostra Vetere), Castelleone di Suasa e Barbara.
Il mandamento è stato eliminato, con legge emanata nel 1928 dal regime fascista.
Questa legge ha soppresso nei centri minori certi Uffici Statali Erariali e purtroppo ha
colpito anche Corinaldo, che è stato trasferito a Senigallia. A Corinaldo gli è rimasto
il privilegio di avere le cause dio minore importanza, il primo giovedì di ogni mese,
con il Pretore di Senigallia.
IL NUOVO INGRESSO AL PAESE
Questo nuovo ingresso, al principio di Via Cimarelli verso la Chiesa di S. Francesco
è stato realizzato nel 1921, Sindaco il Cav. Adriano Sandreani. Con il nuovo ingresso,
il Paese ha migliorato l’accessibilità pianeggiante, più comoda e allungata la via
stessa comunicando più agevolmente l’interno con l’esterno. Prima del nuovo
ingresso, si entrava in Paese dentro la Porta del Borgo di Sopra si saliva fino al
piazzale di S. Spirito.
GLI STEMMI DI CORINALDO
Sono in cemento, colore della pietra arenaria, opera dell’Architetto Antonio
Dominici, sono stati posti sopra le porte del Paese e in quella del Comune il 4, 5, 6
luglio 1974. Sindaco il Cav. Giuseppe Scattolini. Per avere questi stemmi ha
impiegato cinque anni prima verso il comune poi verso Dominici.
RESTAURO DELLE MURA CASTELLANE E RIFACIMENTO MERLI DI
TORRIONI E PORTE DEL PAESE
Il primo torrione che vi sono stati costruiti i merli, è stato quello della Porta del Borgo
di Sotto nel 1947 che, conseguentemente ha portato a modificare il piazzale a ridosso
del Torrione stesso, ed in seguito riducendolo a giardinetto. Nel medesimo anno e
quello successivo si è riparata la mura che va dal suddetto Torrione a quello della
metà strada del Fosso compresi i due Torrioni. Sindaco Rag. Domenico Cacciani.
L’altro torrione che vi sono stati costruiti i merli è stato quello trapezzoidale
(Sperone) a sinistra della chiesa di S. Francesco, che tanto stava a cuore al nostro
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concittadino Poeta satirico Valerio Valeri, nel 1951. Vi è stata riparata anche la mura
sottostante al Torrione che va dalla Via Cimarelli lla Chiesa dell’Addolorata. Lavoro
eseguito con la sovvenzione del piano Americano Marschall. Sindaco Rag. Domenico
Cacciani.
Il Torrione che vi sono stati messi in evidenza i merli che esistevano dal secolo XV
(1484 al 1490) è stato quello a ridosso della Porta Nuova, perché per tanti anni erano
chiusi tra loro per reggere il tetto che serviva a coprire il vano dove abitava la povera
gente e questo è avvenuto nel 1953. Sindaco Cav. Dino Poeta.
Poi nel 1967, è stata demolita la vergognosa capanna sopra la Porta del Borgo di
Sopra e ricostruiti i merli con grande soddisfazione di tutta la cittadinanza, di avere
ridato il carattere difensivo come era all’origine. Questa porta è la più completa delle
altre, perché nel Medioevo, quando di notte chiudevano le porte del Paese per
sicurezza, in questa vi è anche la porticina che si chiamava la Bianchetta ed era
sorvegliata dalle guardie. Sindaco Cav. Giuseppe Scattolini. Le mura che va dal
crollo dei fabbricati dietro le monache fino sotto il Palazzo Cesarini è stata riparata a
tratti dal 1962 al 1970. Nel 1971 vi sono stati costruiti i merli sopra la Porta Nuova e
costruita pure la scala per accedervi sopra. Sindaco Cav. Giuseppe Scattolini. La
mura castellana verso levante, corrispondente alla Via dello Scorticatore è stata
riparata l’anno 1971 e costruiti i merli nella guardiola.
LA MESSAGGERIA E IL SERVIZIO AUTOMOBILISTICO
La Messaggeria (servizio pubblico con cavalli) esisteva prima dell’Unità d’Italia, per
andare a Senigallia, affidato alla ditta Bucci che erano anche i proprietari. Era dotato
di una carrozza chiamata Landò chiusa che serviva per l’inverno, dove potevano stare
otto persone, più uno che poteva stare di fianco al cocchiere che stava fuori allo
scoperto, poi di un’altra carrozza mezza coperta che, ai fianchi aveva le tendine, la
chiamavano Brech, della stessa tenuta di persone questa serviva per l’estate ed erano
trainate da due cavalli.
Lungo la strada per andare a Senigallia e viceversa, erano obbligatorie due tappe per
far riposare i cavalli, e anche per i passeggeri che avevano bisogno di rifocillarsi, una
da Barazzoni, crocevia per andare a Ripe e un’altra al Brugnetto. Per l’andata
occorrevano due ore e mezzo per il ritorno tre ore, se poi il tempo era cattivo
occorreva di più. Quando la Messaggeria arrivava al principio della salita di
Domenichetto (oltre la fornace) e viceversa dal Brugnetto, gli uomini dovevano
scendere per non affaticare i cavalli, per questa consuetudine vi è da raccontare un
episodio curioso; quel giorno chi guidava la Messaggeria era il garzone dei Bucci
che, si chiamava Greppioni di soprannome perché spesso dormiva con i cavalli dentro
la greppia. Al principio della salita, quando la messaggeria stava per partire, il
Greppioni si avvicina ai quattro giovani che erano scesi, gli domanda, avete visto
quello che ho fatto? Ho dato alle donne una breccia per ciacuna perché se una di esse
avesse la mestruazioni i cavalli si affaticherebbero troppo a tirare la carrozza. Si può
immaginare il ridere di quei giovani che avevano si e no sedici anni, questo fatto
avvenne nel maggio 1905.
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Naturalmente chi voleva andare a Senigallia con questo servizio doveva stare fuori
tutta la giornata, l’orario era d’estate le cinque del mattino per andare, la sera le ore
diciotto per ritornare, d’inverno alle ore sei del mattino, alle ore diciassette di sera.
Nel 1911 Corinaldo ebbe il servizio automobilistico, Sindaco il Cav. Italiano
Angeloni, persona degna di ogni rispetto, teneva molto per il suo Paese. Ha
contribuito per avere questo servizio, oltre il sindaco e la ditta Bucci, anche il
concittadino Pietro Mei, appassionato di automobili e già da tempo aveva la patente
di guida, in primo momento sembrava che il Mei entrasse a far parte di questo
servizio insieme alla ditta Bucci però, per contrasti questo non avvenne. La prima
auto che ha fatto servizio, è stata una S.P.A. usata, come si vede da una fotografia del
1911 proprio il primo giorno che diversi Corinaldesi hanno fatto una gita a Ripe dal
Sig. Lavatori e da qui alla Fornace Allegrezza, dove è stata eseguita la fotografia. Vi
è da ricordare che prima di partire da Corinaldo, fuori porta attendevano il sindaco e
questi mentre saliva sull’auto aveva le lacrime agli occhi per la soddisfazione che
Corinaldo è stato uno dei primi Paesi della provincia di Ancona di avere tale servizio.
Nel 1907 e 1908, vi è stata una lunga polemica per l’ampliamento della Porta Nuova
perché, era di dimensioni ridotte e non corrispondeva più al progresso che stava
avanzando, era necessario ampliarla; allora i magazzini e cantine erano tutti dentro il
Paese e i camion di una certa dimensione non entravano.
Vi erano chi voleva addirittura demolire il complesso della porta, altri giustamente
non volevano togliere la continuità delle mura castellane, sentito il parere della
Sopraintendenza della Provincia, hanno stabilito per l’ampliamento che è avvenuto
nell’ottobre del 1908. Sindaco Cav. Italiano Angeloni
STRADA PER EVITARE LA SALITA DI DOMENICHETTO
Eravamo negli anni 1907/8/9 quando il conte Giacomo Cesarini Romaldi di
Casteldurante, era Consigliere Provinciale.
Per andare a Senigallia la strada era quasi tutta pianeggiante, quando da Corinaldo si
era scesi giù al Nevola, quello che intralciava ai carrettieri, era la salita di
Domenichetto e per ritornare la salita che iniziava dal Brugnetto e terminava in cima
la salita di Domenichetto, dove tuttora si trova una artistica figuretta, si diceva che
era posta a metà strada per andare a Senigallia.
Il Conte Giacomo Cesarini, si era inteso in dovere di prendere l’iniziativa di fare
questa strada pianeggiante, perché per Corinaldo era molto più comoda, però era una
ardua iniziativa perché questa strada doveva passare nelle proprietà di due facoltosi
Signori e cioè dei conti Augusti e dei Castracani. A quei tempi i Signori imperavano,
non si potevano toccare, per di più due erano vicini al Governo e uno Generale. Ma la
tenacia e la combattività del Conte Cesarini riuscì nell’intento. Gli anziani ricordano
ancora le polemiche intercorse, numerosi articoli nei giornali, il Conte Cesarini è
stato aiutato anche dall’Avvocato Vettori di Ancona il quale veniva spesso a
Corinaldo per difendere le cause in pretura.
Certamente la strada non è stata eseguita come avrebbe voluto il Conte Cesarini, ma
si è dovuto accontentare di una strada stretta e piena di curve per danneggiare il meno
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possibile i terreni, in ogni modo per allora è stata una vittoria, sudata sì, ma sempre
vittoria, di cui oggi i Corinaldesi raccolgono i frutti, perché proprio in quel tratto in
questo periodo, tra la fine del 1976 e il 1977 si eseguono i lavori per allargare e
togliere il più possibile le curve alla anzidetta strada. Oggi i Corinaldesi sono più che
soddisfatti perché veramente la strada per andare a Senigallia è agevole e spaziosa
che più non si può pretendere.
ASFALTATURA DELLA CIRCONVALLAZIONE – DEI DUE BORGHI- E
QUELLA CHE PORTA A SENIGALLIA
Eravamo nel 1937 e Podestà era l’Ingegnere Luigi Venturoli, persona veramente
nobile e Signore nell’animo. La prima cosa che, ha voluto fare per il Paese, che i
cittadini anelavano, è stata l’asfaltatura intorno al Paese e nei due Borghi, presto lo ha
ottenuto e immediatamente ha eseguito i lavori. Poi si è prodigato per ottenere ed
eseguire i lavori di rinnovamento del lavatoio pubblico, le Fonti, che erano ridotte in
condizioni disastrose, pericolanti. Questo lavatoio come è noto risaliva al 1603.
Fece progettare un nuovo lavatoio moderno , da erigere sopra le vecchie fondamenta
e col rispetto di tutte le Leggi di Igiene, che tuttora esiste però poco frequentato
perché tutte le famiglie hanno la lavatrice elettrica in casa.
In seguito venne la asfaltatura della strada per andare a Senigallia, sindaco Rag.
Domenico Cacciani uomo esperto pieno di iniziative. Per ottenere questa asfaltatura
ha dovuto lottare e non poco, contro tutti i paesi che costeggiavano la strada
Arceviese, perché volevano che prima di quella Corinaldese si asfaltasse la loro che
era più importante. E così la prima asfaltatura avvenne nel 1947, ed è stato fatto nel
1951 il così detto tappeto migliorando molto il piano stradale. La strada di
circonvallazione – Viale Dante – che va davanti la scuola media al Borgo di Sotto è
stata costruita l’anno 1968, questa strada è comoda per il passaggio dei camion che
evitano la salita della strada del Fosso ed anche per le auto in genere.
IL NOSTRO OSPEDALE
La storia ricorda un piccolo ospedale annesso alla chiesa di S. Rocco costruita nel
1454, situata al Borgo di Sopra, vicino la Chiesa di S. Lucia. Questo locale che
chiamavano ospedale, aveva il compito di curare gli infermi, raccogliere i trovatelli,
alloggiare i pellegrini, era insufficiente per il Paese, esistette fino al 1750 circa.
Era da molto tempo che Corinaldo anelava di avere un ospedale che corrispondesse
al fabbisogno del Paese e la scelta, per questa aspirazione era caduta nel Convento di
S. Francesco.
Nel 1817 i più facoltosi cittadini, credendo sia giunto il momento per chiedere in
dono o in vendita il convento anzidetto, fecero la loro richiesta e dopo trattative
ottennero la cessione e così il giorno 28 giugno 1817 si attivò l’ospedale.
Poi il governo Pontificio destinò definitivamente il Convento di S. Francesco per
l’Ospedale e questo atto fu sancito dalla approvazione del sommo Pontefice – Papa
Pio VII – il 28 giugno 1820.
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In seguito parecchi benefattori lasciarono all’Ospedale, denari e diversi poderi e così
prese sempre più sviluppo.
Gli anziani ricordano fino dal 1893 la triade di bravi Dottori di allora: Guizzardi
Amedeo, Toderi Pio per la chirurgia, e Enrico Venturoli per la medicina, coadiuvati
dal Flebotomo Coccioni Paolo. Segretario della Congregazione di Carità, era il Cav.
Arcadio Bolognini che, ha tenuto quella carica dal 1890 circa al 1930
Allora la Congregazione di Carità comprendeva le seguenti Opere Pie: Ospedale
Civile, Ospizio di mendicità, Opera Pia elemosiniera, Asilo Infantile. Nel 1925,
presidente il Cav. Sergio Stefanini, è stato costruito il fabbricato dove ora si trova la
farmacia con sopra le Suore di S. Vincenzo e che ora è stato trasformato in una
moderna Sala Operatoria.
L’ospedale ha avuto il maggior sviluppo durante il segretariato del concittadino
Ferruccio Triani, che dal 1930 al 1970 ha dato la sua valida opera, facendo
raggiungere il nostro ospedale, con l’aiuto del bravissimo Professionista Dott.
Federico Alfonzo Pagliariccio, ad un’alta qualificazione, sia in Provincia che nella
Regione - OSPEDALE GENERALE DI ZONA - .
Il vecchio fabbricato (costruzione solida) è stato anno dopo anno, sistemato
sapientemente con perizia, utilizzando molti vani in condizioni precarie,
raddoppiandolo. Nel 1938 si è costruito il sanatorio a Ovest a ridosso del vecchio
fabbricato.
Dal 1944 al 1950 è stato presidente Claudio Cristiani che si è distinto di avere preso
delle decisioni che altri non hanno creduto di prendere. Si è subito interessato di
acquistare un ettaro e tre tavole di terreno indispensabile per ampliare l’area
dell’Ospedale. L’acquisto lo ha fatto a suo nome, con l’intento preciso di cederlo
all’Istituto, perché per ragioni burocratiche l’ospedale non poteva acquistarlo. In
seguito, fatte le dovute delibere, il Cristiani lo ha ceduto come sue intenzioni. In
quell’epoca, prima della seconda guerra mondiale e durante la guerra stessa,
Corinaldo non aveva il Chirurgo, il Cristiani si è dato immediatamente da fare ed ha
ottenuto il Chirurgo nel nome del Dott. Mario Gatti di Jesi, con grande soddisfazione
di tutta la cittadinanza. L’ospedale non aveva un accesso decoroso e nel 1945, ha
voluto progettare e iniziare il lavoro per un fabbricato che risolse più problemi, quello
degli uffici, con sotto il portico necessario per l’inverno per l’arrivo dell’autolettiga
con gli ammalati, ottenendo anche un’entrata soddisfacente con un ampio scalone in
marmo e per copertura di questo fabbricato una vasta terrazza a beneficio degli
ammalati. Poi il Cristiani è stato sostituito. Nel 1954 e nei due anni successivi è stato
costruito nell’area ospedaliera un fabbricato per lavanderia, per il guardaroba e per il
reparto suore. Nel 1959 venne costruito un altro fabbricato di tre piani, lungo il Viale
degli Eroi, con l’intervento di un’offerta in denaro della famiglia Biaschelli, che ha
servito fino alla fine del 1976 al reparto medicina, che poi verrà trasformato in una
nuova casa di riposo. Nel 1960 venne costruita una moderna Casa di Riposo, un
fabbricato di tre piani ubicato nell’area dell’istituto poco lontano dall’ospedale, ed è
munito di tutti i conforti per gli anziani. Nel 1968 si è costruito il padiglione, di
quattro piani, per il reparto medicina, che in organica ha 72 posti letto e comprende
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anche la pediatria, il laboratorio di analisi chimico – cliniche e microbiologiche ed
altri locali di servizio.
Lo sviluppo dell’ospedale è dovuto, negli ultimi tempi, principalmente al bravissimo
Dott. Alfonso Pagliariccio, specialista di chirurgia generale, in ostetricia e
ginecologia, che dopo la partenza dell’esimio Dott. Mario Gatti avvenuta nel 1956, si
è sempre distinto, anche sotto la guida del Dott. Bombi di Ancona, diventando un
professionista di primo ordine, stimato da tutti, specialmente dai colleghi. Fino al
termine dell’anno 1976 ha eseguito ventimila operazioni di cui alcune di alta
chirurgia. All’inizio del segretariato di Ferruccio Triani (1930) gli ammalati
ricoverati sono stati 134, le giornate di degenza 2348. Al termine del suo segretariato
(1970), gli ammalati ricoverati sono stati 2.633, giornate di degenza n. 38.595.
OSPIZIO DI MENDICITA’
Questo ospizio è stato fondato con regio decreto il 16/12/!871 ed aveva lo scopo di
dare asilo, alimento, vestiario ai vecchi di ambo i sessi. Ora questo ospizio ha un
nuovo fabbricato di tre piani, costruito nel 1960 ed è stato trasformato col nome Casa
di Riposo.
ASILO INFANTILE
L’asilo infantile Regina Margherita è stato costruito con il materiale di ricupero della
demolizione della Chiesa di S. Pietro Apostolo, demolita definitivamente nel 1868. Il
regio Decreto per la costituzione dell’asilo ha la data del 1883, tuttora esiste, ha avuto
sempre per scopo di raccogliere i bambini poveri dai tre ai sei anni, e quelli non
poveri a pagamento, distribuendo a mezzogiorno una buona abbondante e igienica
minestra.
IL VECCHIO CIMITERO
Era situato tra la Chiesa di S. Francesco e la mura castellana dove si trova lo
Sperone, in questo cimitero venivano tumulati solo i poveri veramente poveri, o chi
non aveva più famiglia, gente che era del tutto abbandonata perché tutti venivano
tumulati nelle Chiese.
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IL NUOVO CIMITERO
E’ stato ubicato dove si trova oggi, durante gli anni 1870 al 1880. Il disegno del
portico con le tombe sotto il pavimento, come si usava allora, è stato eseguito e
donato dal comune, dall’Architetto Alessandro Pasqui di Firenze, marito della nobile
donna Elena Orlandi Romaldi, ultima della stirpe di quella insigne e nobile famiglia
che l’origine risale al 1350, ed estinta nel 1928.
Parte del portico e la mura di recinzione sono stati costruiti con i mattoni recuperati
dalla demolizione della Chiesa di S. Pietro avvenuta, come già detto, nel 1868.
TERREMOTO DEL 30 OTTOBRE 1930
Questo terremoto è stato il più forte della nostra zona, da tanti secoli. L’epicentro è
stato nell’Adriatico, di fronte a Senigallia che di conseguenza è stata la più colpita. Vi
sono stati dei morti e feriti, sono caduti comignoli e cornicioni e alcune case in
cattive condizioni e tutte le altre lesionate, meno quelle lungo la spiaggia perché
costruite sulla sabbia. Nelle vie del centro, come lungo il Corso, i Portici Ercolani e
altre vie ancora, è stato necessario demolire dei fabbricati all’ultimo piano perché
pericolanti.
Anche Corinaldo è stato colpito abbastanza, si ricorda erano le 8.15 del mattino ed
era di mercoledì, giorno di mercato, si è inteso un grosso boato prendendo a tutti di
sorpresa, non sapendo cosa fosse, poi una grande scossa, prima sussultoria poi
ondulatoria che ha durato parecchi secondi. Qualche crollo di poca entità vi è stato
anche a Corinaldo, parecchi comignoli caduti, un tratto del cornicione del Palazzo
Sandreani, un tratto di mura castellana vicino l’imbocco di Via Cimarelli, ed anche in
campagna sono crollate delle case malandate. Tutti i fabbricati, chi più e chi meno,
sono stati lesionati ed è stato necessario mettere le chiavi in ferro in tutti i fabbricati,
come si vedono tuttora. In molte case è stato necessario, demolire delle facciate
esterne e muri interni e ricostruirli perché pericolanti, sia in case del paese come
quelle in campagna. Specialmente nelle case in campagna e anche in parecchie case
in paese, il Genio Civile ha voluto che si costruissero cordoli in cemento con ferro,
nelle facciate sotto il cornicione e sostituire gli architravi delle porte e finestre quelli
di legno o architti con quelli in cemento. Si ha ragione di credere che Corinaldo sia
stato colpito più dei paesi vicini, perché solo Corinaldo è rimasta zona sismica come
Senigallia. La casa della famiglia Ciceroni è crollata il 31 Gennaio 1965.
PASSAGGIO DEL FRONTE DELLA II GUERRA MONDIALE
1940 – ’45
Prima e durante il passaggio del fronte era Podestà il Conte Alessandro Cesarini
Romaldi di Casteldurante, brava e buona persona che si era prestato in tutti i modi
perché non accadesse nulla alla popolazione di Corinaldo, ma purtroppo un fatto
increscioso è avvenuto in Contrada Tiro a Segno. Dei partigiani che abitavano tra
Castelleone e Arcevia, sapendo che passavano dei Camion Tedeschi per quella strada,
misero in quel punto dei chiodi costruiti appositamente per bucare le gomme, i
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Tedeschi per rivalsa bruciarono cinque case. Già a Corinaldo si erano alloggiati dei
Tedeschi, il capitano abitava in casa del Sig. Nino Ricci in Piazza del Terreno. Poi
avevano fatto un deposito di munizioni nei pressi della villa Orlandi Venturoli,
requisivano uomini per caricare e scaricare le munizioni, il comandante era un severo
Meresciallo Prussiano, abitava in casa di Bolognini Bordi. Questi Tedeschi sono
partiti da Corinaldo poco prima della ritirata per fare resistenza nella Linea Gotica.
Le prime cannonate dell’esercito Americano sono state tirate su Corinaldo, da
Belvedere, liberato il 21 luglio 1944, il giorno 23 luglio che hanno colpito l’orinatoio
a ridosso del palazzo Comunale ed altri colpi oltre Corinaldo nel podere di Gianni
Cursi.
Il giorno 24 luglio altre cannonate hanno colpito la Chiesa di S. Anna demolendo il
campanile, sfondando tetto e soffitto, il giorno 25 luglio altre cannonate sono passate
sopra il tetto della Chiesa dell’Incancellata ed una di queste, il proiettile è caduto
nell’orto di Euliano Porfiri che le schegge hanno colpito la facciata della Chiesa di S.
Francesco che tuttora si vedono i mattoni frantumati sulla facciata. La mattina del 26
luglio vi è stato un bombardamento più intenso, un proiettile ha sfondato un tratto di
tetto e soffitto della casa di Costantini Gino e subito dopo nella casa di fronte, un
altro proiettile ha colpito la casa di Bolognini Bordi, sfondando la parete esterna della
camera da letto al terzo piano, facendo un foro di m. 1,60 di diametro, un terzo
proiettile ha colpito in basso la facciata della Cripta di S. Maria Goretti, vicino dove è
stata collocata la lapide che ricorda la fucilazione dei quattro Corinaldesi avvenuta il
13 maggio 1854, appartenevano alla società segreta Giovane Italia.
Un altro proiettile ancora, ha colpito la cucina dell’ospedale, sfondando tetto e
soffitto e causando gravi danni.
In quel periodo l’ospedale di Corinaldo è stato l’unico che ha funzionato
continuamente. Gli ospedali dei paesi vicini erano tutti chiusi, compreso quello di
Senigallia, gli ammalati sono venuti anche da Montebaroccio. I Dottori di allora da
ricordare sono il Dott. Guarella che funzionava da chirurgo, poi il Dott. Tonnini e il
Dott. Simonetti che hanno dato la loro opera degna di elogio. In quella occasione
purtroppo, venivano specie gli ammalati gravi e ne sono deceduti una quindicina,
sono stati sepolti in vicinanza della vecchia camera mortuaria con un semplice
lenzuolo. I cittadini naturalmente si rifugiavano nei luoghi più sicuri dei fabbricati
più solidi, nelle cantine dove c’erano volte reali, uno dei più popolati era quello del
palazzo Benni (ex convento delle Benedettine) vi erano alloggiate parecchie famiglie
anche forestiere, come le famiglie Signoretti e Mazzarini di Jesi, e quella di uno dei
fratelli Benelli di Pesaro costruttori di motocicli. In questo rifugio, come negli altri, vi
sono state prese diverse paure e spaventi perché spesso venivano i Tedeschi per
requisire gli uomini per fare dei lavori a loro necessari, di solito venivano la sera
tardi, naturalmente si stava sempre con la paura specie le donne, noi uomini ci
nascondevamo in un piccolo magazzino che la porta veniva chiusa da un grosso
armadio, il quale veniva spinto a ridosso la porta dalle donne. Un fatto rincrescioso e
di lutto è avvenuto il 28 luglio 1944, dopo alcune cannonate andate a vuoto oltre il
paese in campagna, una micidiale ha colpito l’andito del Palazzo Tarsi – Marcolini, in
Piazza del Terreno dove si trovava Geltrude Ciavarini Solustri, che è stata colpita in
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pieno deceduta all’istante, una scheggia ha colpito il proprietario Marcolini Marco ad
un piede che è stato costretto ad andare all’ospedale di Jesi, ci si trovava anche il
Maresciallo dei Carabinieri Salvati che è stato colpito da piccole schegge multiple in
tutto il corpo. Un altro fatto di lutto è avvenuto il 30 luglio ’44 nel Borgo di Sotto,
quando due Tedeschi fermarono un operaio, Aldo Gelsomini, che volevano vedere i
documenti, questi che aveva il portafogli nella tasca di dietro dei pantaloni, appena
fece l’atto di prendere il portafogli dove aveva i documenti, uno dei Tedeschi,
credendo che prendesse un’arma lo uccise senza ragione. Ancora un altro fatto di
lutto è avvenuto il 4 agosto ’44, i Tedeschi avevano incominciato a ritirarsi ed una
loro cannonata ha colpito una finestra del mezzanino della casa di Bucci Ottorino
dove questi si trovava, il proiettile lo ha colpito in pieno uccidendolo. Subito dopo un
altro proiettile ha colpito la facciata del magazzino Venturoli, in Via Saffi, che tuttora
si vede, ed un altro proiettile ancora ha colpito la facciata a sinistra della officina di
Egisto Montesi avanti all’asilo infantile, demolendola in parte insieme alla scala
interna che portava al piano superiore.
Il 6 agosto 1944 il tenente Alfonso Casati con altri soldati e un mulo, partiti da
Belvedere già liberato, per occupare Corinaldo, che era stato male informato
credendo che non ci fossero più i Tedeschi, purtroppo invece, ve ne erano rimasti
solo quattro alloggiati nel Palazzo Comunale. La strada Contrada Lepri, che aveva
scelto il Casati per venire a Corinaldo gli fu fatale perché era tutta scoperta ed era
anche in pieno giorno, così i Tedeschi dalla finestra del palazzo comunale si sono
accorti e dalla finestra del gabinetto del sindaco lo hanno mitragliato uccidendolo, gli
altri soldati un poco più dietro si sono salvati. Il Casati era figlio del Ministro della
Guerra allora in carica. Corinaldo a Ricordo di questo fatto, ha voluto erigere un
piccolo monumento in pietra con epigrafe in onore del Tenente Alfonso Casati, che
tuttora si trova nel luogo dove è caduto in Contrada Lepri. Certamente i Corinaldesi
vivevano giorni e notti piene di preoccupazioni e paure, vi è stato pure uno scontro
irruento in Contrada Ville tra Tedeschi e Liberatori.
Finalmente la mattina del 10 Agosto 1944 Corinaldo era liberato. Purtroppo però, i
lutti non erano terminati, una cannonata Tedesca aveva colpito in pieno, di notte, un
rifugio dove vi erano dodici persone e precisamente nella casa colonica Bruciati in
Contrada Pecciameno poco lontano da dove quattro giorni prima era caduto Casati, vi
rimasero uccisi dieci persone di cui due bambini.
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ISTITUZIONE SCUOLA MEDIA
Nel 1943 la guerra nelle nostre zone, si faceva sentire con tutto il suo peso, paure e
disagi, le città venivano abbandonate per recarsi nei paesi, dove avevano la speranza
di una vita più serena.
Corinaldo fu da molti preferito, così in breve tempo si addensò una moltitudine di
sfollati di ogni condizione sociale. Tra questi sfollati molte famiglie avevano figli
che frequentavano le scuole Medie e Superiori nelle sedi di loro provenienza, le
scuole per ordine delle autorità superiori venivano chiuse, così che questi avrebbero
perso l’anno scolastico. Il disagio che affollava queste famiglie, fu ascoltato e preso
in considerazione dal Prof. Arch. Antonio Dominici insegnante di ruolo nell’Istituto
Magistrale di Fano, e così ebbe inizio la pratica per la istituzione della scuola media.
Se vi erano alunni tra gli sfollati non mancavano insegnanti veramente qualificati.
Il primo contatto col Provveditorato agli Studi di Ancona, avvenne il 30 agosto 1943,
si illustrò a questi il disagio di tanti giovani, ma la richiesta non fu compresa, anzi
negata, adducendo che l’istituzione di una scuola media a Corinaldo avrebbe portato
un danno alla società, venendo così a diminuire le braccia alle maestranze operaie, ad
ogni modo venne suggerito di svolgere la pratica burocratica. La pratica fu svolta, ma
ancora una volta l’esito fu negativo.
Il Professor Dominici, incoraggiato dai cittadini Corinaldesi come Cristiani Claudio,
Bolognini Bordi Nicola, Costantini Gino, decise di istituire in Corinaldo una scuola
media privata che intitolò – Corso di Ripetizione. – Da notare che oltre la scuola
media privata, venne istituito anche un corso per gli studenti del Liceo Classico e per
l’Istituto Magistrale. In data 5 ottobre 1943, avendo un esauriente numero di
domande per istituire tutte tre le classi di scuola media, ed anche per il Liceo Classico
e l’Istituto Magistrale, si invitò e si tenne un consiglio di tutti gli insegnanti, che
risultò completo per ogni tipo di scuola e per ogni materia di insegnamento. Il 21
ottobre 1943 si inaugurò il – Corso di Ripetizione – ed il 22 ottobre ebbero inizio le
lezioni regolari sia nelle tre classi di Scuola Media che delle Superiori. Conoscendo
le disposizioni ministeriali, circa la legalizzazione degli studi per gli alunni delle
scuole dello Stato e dopo avere stesa una relazione sull’efficienza del – Corso di
Ripetizione – istituito a Corinaldo il Prof. Dominici si recò a Osimo (in bicicletta) dal
Provveditore agli studi per la Provincia di Ancona, che però non era quello che si era
dimostrato contrario, per un colloquio che si svolse con la massima cordialità e
comprensione ma, che era necessario prendere immediatamente contatto con il
preside della scuola media Statale di Senigallia.
Il 17 Aprile 1944 la Commissione, con regolare autorizzazione del Provveditorato
agli studi, della scuola media Statale di Senigallia, si è recata a Corinaldo nella sede
- Corso Riparazione – diretto dal Prof. Antonio Dominici, ha assolto più che lodevole
al nobile compito che si era assunto, poiché la maggior parte dei candidati presenti al
colloquio ha dimostrato preparazione in generale buona, in qualche caso anche
lusinghiera. Il Provveditorato agli studi, interpretando l’ordinanza Ministeriale e
tenendo in considerazione l’istituzione e perfetto funzionamento della Scuola Media
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- Corso Riparazione – di Corinaldo, ha disposto che Corinaldo sia sede d’esame per
gli alunni della scuola elementare circa l’ammissione alla scuola media Statale,
mentre ha escluso dei paesi di importanza maggiore come Arcevia, Sassoferrato,
Ostra, ed altri 17 centri minori.
Il giorno 25 maggio 1944 ebbe luogo il secondo colloquio di accertamento per gli
alunni che hanno sostenuto il primo colloquio, ed il giorno 26 per l’ammissione alla
scuola media e per la licenza del terzo anno. Il numero dei candidati per la scuola
media furono 92. Il preside della scuola media di Senigallia Prof. Zoncada manifestò
il compiacimento per la preparazione generale degli alunni, riscontrando che nessuno
dei candidati veniva giudicato affatto insufficiente, mentre in complesso il risultato
sarebbe stato soddisfacente. Nell’ultimo colloquio, i candidati agli esami, tra quelli
iscritti al Corso di Ripetizione, scuola media, liceo Classico, istituto Magistrale, ed i
privatisti che affluivano da molti paesi vicini, si raggiunse la cifra di 168 candidati.
Dall’esito ottenuto e dalle ottime relazioni inviate al Provveditorato agli Studi di
Ancona, dai Signori Presidi della scuola media di Senigallia Prof. Roncada, dal Liceo
Classico Prof. Belardi, dall’Istituto Magistrale Prof. Veneziani, il Prof. Dominici fu
incoraggiato a proseguire l’opera intrapresa e di ottenere per Corinaldo la scuola
media Statale.
Molti furono gli ostacoli da sormontare, perché la concessione era di sola
competenza del Ministero della Pubblica Istruzione. Si era nel periodo del cosiddetto
passaggio del fronte e durante una azione bellica per la liberazione di Corinaldo, un
plotone di soldati guidati dal tenente Alfonso Casati, figlio dell’allora Ministro della
Guerra, cadde colpito a morte nelle vicinanze di Corinaldo per l’ardita impresa gli
venne concessa la Medaglia d’oro al valore Militare. La cittadinanza Corinaldese gli
tributò gli onori e il Cordoglio ed eresse una stele in marmo onoraria a ricordo dove
cadde il valoroso Tenente Casati.
Il Prof. Dominici non si arrestò alle difficoltà che avrebbe incontrato per l’istituzione
della Scuola Media, si recò più volte a Roma per conferire al Ministero della Pubblica
Istruzione, non vi era nessuna disposizione per l’istituzione di nuove scuole di ogni
ordine e grado ma, con relazioni favorevoli, con tenacia ed insistenza ed anche con
l’appoggio benevolo dell’Opera Casati, venne concesso che Corinaldo per l’anno
scolastico 1944 - ’45 la scuola Media Statale, sezione staccata di Senigallia
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FILANDE
A Corinaldo, fino alla fine del 1800, vi erano due filande, per la lavorazione dei bachi
da seta. Una di proporzioni più piccole, era ubicata nel Borgo di Sopra di proprietà
del Sig. Giovanni Ridolfi, famiglia estinta. L’altra molto più grande, un fabbricato di
tre piani, aveva due entrate, una in Via del Velluto, e l’altra più importante in Piazza
del Terreno. I proprietari erano il Sig. Giambattista Orlandi e il Sig. Giuseppe Ricci.
In questa filanda vi lavoravano una cinquantina di donne e cinque uomini, per allora
era una industria importante, si ricorda che l’ultimo direttore si chiamava Deltrame ed
era Francese. Dal 1919 questo fabbricato era stato adibito a molino da olio ed ha
lavorato in pieno fino al 1960. Ora questo fabbricato è di proprietà di Bolognini Bordi
e di Giuliano Spinaci.
CIRCOLI CITTADINI
Il circolo cittadino, che gli anziani ricordano, è stato quello costituito il 20 gennaio
1893.
Presidente: Conte Pompeo Perozzi
Cassiere Tito Sforza
Vice Presidente Notaio Piero Aguzzi
Economo Eugenio Perozzi
Segretario Luigi Nucci
Computista Cesare Cesarini
Ispettori
Agostino Bordi e Gaetano Dominici
La sede era nel palazzo Marangoni, situato al principio del Corso, allora Vittorio
Emanuele II, vicino alla Porta Nuova, proprietario il N. U. Paolo Brunori. Poi si era
trasferito, sempre lungo il Corso, nella casa di Mariano Bartolini al primo piano, di
fronte alla Farmacia Carafoli (ora negozio di Dolores Giuliani). Poi dopo un
trasferimento ancora, sempre lungo il Corso, dove era il Caffè Carlini dal 1914 al
1921. Dal 1921 al 1927 è stato sopra la sala del cinema ex Chiesa di Madonna di
Piazza. Presidente Ing. Bartolomeo Bartolini, Segretario Luigi Coccioni di Paolo,
Cassiere Nicola Bolognini Bordi. In seguito per una decina d’anni è stato in un locale
a ridosso al Palazzo Sandreani in Via Regina Margherita (ora Don Minzoni).
In ultimo è stato in una parte dell’ex casa Ridolfi, in Piazza del Terreno, fino al 1940
circa, dove ora sono proprietarie le sorelle Silvia, Marisa e Vincenzina Aguzzi.
CORPO BANDISTICO
A Corinaldo fino dai tempi lontani vi è stata sempre la Scuola di Canto e la Banda
Cittadina. Durante il secolo 1800, si ricordano i seguenti maestri di musica: il
concittadino Ugelli, Pucci, Bianchedi, Antognoli, Gennari, Mariani e l’ultimo il bravo
Rocchetti Torquato. Il Pucci fu anche compositore di musica sacra, il Bianchedi
autore di due Operette – Anna Blondel e Cestra d’Aragona - , che in quel tempo fu
un successo, Antognoli terminò la sua carriera al Liceo Rossini di Pesaro. Al tempo
del maestro Gennari 1894/’95/’96 ed era già diversi anni che abitava a Corinaldo, i
vecchi suonatori dicevano con orgoglio che a Corinaldo esisteva la Banda Cittadina
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da oltre centocinquanta anni. Il maestro Getulio Mariani, ha dato nel nostro teatro e in
alcuni paesi vicini nel 1898, saggi di operette con cantanti e ragazze locali,
riscuotendo un vero successo.
Nel 1901 è stato assunto il bravo Maestro di Musica Torquato Rocchetti di
Scappezzano di Senigallia, che oltre ad essere un bravo ed esigente direttore nel
dirigere il Corpo Bandistico, era anche un esperto suonatore di pianoforte, che in
seguito aveva anche allievi e allieve. Con Rocchetti la banda ha preso più sviluppo ed
ha avuto maggiore splendore. Il maestro Rocchetti aveva al suo attivo lo spartito di
una Operetta –Le furie del Signor Atanasio – del 1911 scritto sul libretto del Cav.
Sergio Stefanini.
Un sostanziale rinforzo la Banda Cittadina lo ebbe il 15 settembre 1904, Festa della
Madonna Addolorata, sono andati a fare parte del Corpo Musicale 14 allievi più
meritevoli tra quelli che il Maestro aveva istruito. Da quel giorno la banda aveva
ripreso a suonare i pezzi più impegnativi, come musica classica e lirica, quella sera ha
eseguito: una marcia Sinfonica, il quarto atto del Mefistofele di Boito, l’Arlessienne
di Bizet, la Sinfonia del Guarany di Gomez.
Da allora il Corpo Bandistico si componeva dai 35 ai 40 elementi, fra questi
suonatori vi erano quelli che avevano fatto il soldato ed avevano appartenuto a Bande
Militari, erano ottimi elementi, quasi tutti solisti e uniti alla bravura del maestro
eseguivano pezzi d’Opere Sinfoniche di qualsiasi compositore.
Marciando suonavano sempre marce sinfoniche, con pieno effetto fatto risaltare da
un controcanto di bravi bombardini.
Per parecchi anni d’estate, durante la stagione balneare allo Stabilimento di
Senigallia veniva chiamato il Corpo Bandistico di Corinaldo. Spesso era chiamato dai
Paesi vicini nelle loro ricorrenze festive. Vi è chi ricorda quei memorabili concerti e
ancora sono rimaste impresse le seguenti esecuzioni: La pazzia della Lucia di
Lamermoor col flicornino, la Madama Butterfly, il Rigoletto, la Traviata, Lohengrin,
Mefistofele, Cavalleria Rusticana, Forza del destino, Turandot e molte altre opere
come pure la Sinfonia della Gazza Ladra, la variazione degli Animali Suonanti, fra il
flicornino Talevi e la cornetta Bencivenni, la mazurca variata suonata dal quartino
Calcatelli ed altre eccellenti esecuzioni.
Questo complesso ha avuto una interruzione quando il Maestro aveva domandato,
nel gennaio 1926, una aspettativa di tre mesi per recarsi in Francia da uno dei suoi
figli emigrati là; per questa assenza, il Comune, per ragioni politiche di quel tempo lo
aveva licenziato in data 23 maggio 1926 ed era stato riassunto il 2 aprile 1927.
Certamente il corpo bandistico, per questi contrasti con l’Amministrazione
Comunale, ha subito un deterioramento però, sempre efficiente che ha durato fino al
1940. Po la II Guerra Mondiale e l’anzianità del Maestro hanno contribuito alla
cessazione della Banda Cittadina. Corinaldo rimase senza Banda Musicale fino al
1952, l’Amministrazione Comunale, Sindaco il Cav. Dino Poeta, per aderire al volere
dei vecchi musicanti e dei cittadini amanti della musica, volle ricostruire il Corpo
Bandistico. Vi è stato poi un altro elemento a favore e determinante. L’Esimio
Maestro di musica in pensione, nostro concittadino, Cav. Mauriziano Guglielmo
Montevecchi Direttore e anche Compositore che, aveva diretto bande militari di
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grande nome sia a Milano e altrove, era amico del Conte Vincenzo Vismara di
Casatenovo (Como) un industriale molto religioso e dato che il Maestro Montevecchi
era nativo di Corinaldo del Paese di Santa Maria Goretti, dietro il volere del maestro
e per onorare la Santa ha donato tutti gli strumenti musicali per un Corpo Bandistico.
Una commissione di Corinaldesi in dovere di andare a Casatenovo con in testa il
Sindaco Cav. Dino Poeta, per ringraziare il conte Vismara, del munifico dono, questo
è avvenuto nell’Aprile 1951.
Dentro la grande recinzione della sua industria, aveva fatto erigere una chiesa
denominata Santa Maria Goretti, nel reparto case per gli operai. Con il 1 gennaio
1952 si era costituito il nuovo sodalizio musicale cittadino. Intanto il maestro di
musica Mauro Porfiri, aveva avuto l’incarico per l’insegnamento della musica agli
allievi. Il Montevecchi nel marzo 1952 era venuto ad abitare a Corinaldo e aveva
preso a ricostruire la Banda. Alle sue dipendenze aveva il maestro Porfiri, ed in
seguito, nel settembre 1953 era stato assunto dal Comune il maestro di musica
Antonio Maria Paolucci venuto da Ancona, ed è stato a Corinaldo fino al marzo 1956
che poi ha emigrato per la Svizzera. Il Corpo Bandistico durante gli anni
1953/’54/’55 aveva ripreso la vecchia fama, i due servizi più importanti sono stati
eseguiti e diretti dal valente Montevecchi nel luglio e settembre 1955 feste celebrate
per Santa Maria Goretti.
In seguito per dissidi fra il Montevecchi e Porfiri il Corpo Bandistico si sciolse. Il
Montevecchi è ritornato a Milano ed è deceduto a 92 anni. Il maestro Porfiri si diede
a costruire la Scola Cantorum che tuttora esiste e si fa onore ma, la Banda Cittadina,
vera e propria, ha cessato di esistere il 1955.
IL MATTATOIO
Il nuovo mattatoio fu costruito nel Borgo di Sotto al principio del viale Chiesa
Incancellata, per maggiore pulizia e nettezza venne pavimentato con pietra del Furlo
di ampia squadratura, rivestito per l’altezza di un metro nelle pareti adiacenti al piano
terra, che serve per la macellazione, con lastre di marmo. E’ stato inaugurato, Sindaco
il Cav. Filippo Berardi, il 1 agosto 1888, l’importo della spesa complessiva è stato di
£ 4830.12.
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IL GIOCO DEL PALLONE CON IL BRACCIALE
Questo nobile e bellissimo gioco ha avuto origine in Toscana, in seguito si è esteso
nell’Italia Centrale in particolare nelle Marche, in Romagna e nelle grandi città, come
Roma, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Livorno, Pisa, Macerata, Rimini, Faenza,
Fano e tanti altri piccoli centri. Non si conosce l'esatta epoca di questa origine. Il
Leopardi lo esalta in una sua poesia al Canto V del 1821 dedicata – A UN
VINCITORE DEL PALLONE – e cita nel commento un valentissimo campione,
Carlo Didimi, di Treia (Macerata) 1793, di anni 23. Lo sferisterio di Treia ha quel
nome – Carlo Didimi -.
Qui a Corinaldo è da ricordare un bravo giocatore, Trifone Pasqualini, il quale
costretto a emigrare nel 1849, per ragioni politiche, perché apparteneva alla società
segreta Giovane Italia, si era trasferito a Milano e proprio in quello sferisterio vi è
una lapide vi è una lapide che ricorda il suo nome ed il punto dove era arrivato il
pallone lanciato da lui che nessun altro aveva mai raggiunto.
Uno sferisterio classico che, merita essere nominato, per il gioco del pallone col
bracciale, il migliore d’Italia è quello di Macerata, costruito nei primi anni del 1800.
Si vuol dire che la spesa per quella bella costruzione sia stata sostenuta da cento
cittadini sborsando mille lire ciascuno. Questa costruzione grandiosa oltre avere le
gradinate per il pubblico, ha due file di palchi, sostenuti da colonne a mattoni a vista
di ordine Dorico a forma di esedra che danno una splendida visione architettonica.
Ora questo sferisteri viene adibito a Opere liriche e drammatiche, vanto della città di
Macerata. I Corinaldesi si sono sempre distinti in questo gioco, i giocatori dei paesi
vicini, venivano spesso a giocare a Corinaldo, così pure i Corinaldesi andavano da
loro. Alla fine del secolo 1800 e nei primi anni del 1900 i due paesi che si
incontravano più spesso erano Mondolfo e Corinaldo, poi in seguito la cerchia si è
ampliata specie dopo la prima guerra mondiale 1915 – 1918 quando Corinaldo ha
avuto un forte e bravo battitore, il Dott. Giuseppe Toderi.
Andavano a giocare a Fano, Macerata, Treia, Tolentino, Mondolfo, Serrungherina,
Mombaroccio, Monsanvito, Belvedere, Morro d’Alba. Prendevano anche parte alle
gare, come nel 1922 a Treia, in seguito a Macerata, Mondolfo, Monsanvito, Fano,
Tolentino. Nel 1939 Mussolini fece una grande adunata di tutti gli Sport a Pisa, per
partecipare a questa grande adunata Nazionale, in ogni provincia vi erano gare per
eliminazione, così Corinaldo aveva diritto di parteciparvi perché aveva vinto a tutti i
paesi della provincia d’Ancona, così Mondolfo, così Treia, così Livorno, così Faenza.
E questo fu l’ultimo anno (1939) che a Corinaldo si è giocato, come in massima
parte in altri paesi, poiché nel 1940 ha infuriato la II Guerra Mondiale. I due paesi
che hanno resistito di più sono stati Mondolfo che ha smesso nel 1962 e Treia che ha
smesso qualche anno più tardi.
DESCRIZIONE DEL GIOCO, il campo regolare, doveva avere m. 100 di lunghezza
e 15 di larghezza, con un muro di appoggio lungo tutto il campo e con una altezza al
centro di m. 20, questo muro deve essere a destra del trampolino cioè del battitore. Il
campo era diviso a metà, questa riga di divisione si chiamava cordino.
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Certamente nei paesi erano tutti campi rimediati, per muro d’appoggio utilizzavano
le mura castellane come qui a Corinaldo, in certi paesi giocavano in una piazza, con il
muro d’appoggio di un palazzo come a Tolentino e Monsanvito. Prendevano parte al
gioco sei giocatori, che si disponevano tre contro tre, e cioè il battitore, la spalla e il
terzino. Qualche volta si giocava anche in quattro, veniva eliminato il terzino, però il
cordino veniva alzato di un metro con rete. Poi faceva parte anche un’altra persona,
che si chiamava mandarino, aveva il compito di buttare il pallone al battitore e per
regolare il gioco, un’altra persona ancora, chiamato cacciarolo, che ad alta voce
doveva tenere al corrente il pubblico dell’andamento del gioco, questi poi era
coadiuvato da persona di sua fiducia per controllare le scommesse che il pubblico
faceva, anche di somme sostanziali, in favore di quei giocatori dove avevano più
fiducia per vincere. Scommettevano sia nelle singole partite che alla fine del gioco.
Questo gioco aveva lo stesso punteggio del tennis 15- 30- 40-50 e fino qui era un
trampolino. I giocatori avevano una divisa tutta in bianco, scarpe, calze lunghe fino al
ginocchio, calzoncini corti, camicia con maniche corte ed una fascia alla vita, a tre
giocatori rossa a tre turchina, tre di questi occupavano il campo della battuta gli altri
tre quello della rimessa. Nel campo della battuta vi era un trampolino in legno, lungo
m. 3 e largo m. 1 dove il battitore saliva per prendere la rincorsa per lanciare il
pallone, che contemporaneamente a giusto tempo il mandarino buttava il pallone e da
qui si iniziava il gioco. Per nessuna ragione il pallone doveva morire nel proprio
campo, perché si perdeva un punto, nemmeno si doveva fare fallo, cioè mandare il
pallone fuori dal campo, sia a sinistra che a destra, era buono solo il pallone che il
bravo giocatore era capace di farlo volare ossia oltrepassare il campo avversario
sempre in direzione del medesimo e per questo vi erano posti due pali alti cinque o
sei metri alle estremità dei due campi.
Il pallone era buono se si colpiva solo nel primo balzo.
Il pallone interamente di cuoio, di 10 centimetri di diametro, pesava quando era
nuovo 330 grammi. La parte esterna era costituita da otto parti triangolari, cucite
saldamente con spago da calzolaio, aveva la camera d’aria interna pure di cuoio più
leggero di quello esterno, munito di una valvola speciale sempre di cuoio dove si
immetteva l’aria, con un gonfietto di tubo metallico, del diametro interno di 25
millimetri lungo 70 centimetri, ad uso come quello delle biciclette. I palloni venivano
costruiti da artigiani, calzolai specializzati e questi aveva anche il compito di
custodirli per mantenerli in efficienza il più possibile. il bracciale era un capolavoro,
di legno di noce, aveva la forma rotonda, di un diametro compreso le punte di 18
centimetri, così pure la lunghezza, circondato tutto intorno da otto file di punte
smussate (chiamate biscari) vuoto al centro con una impugnatura a seconda della
propria mano che era posta in fondo, così il bracciale arrivava al polso, che questi era
protetto da fascette di stoffa fino a riempire il vuoto fra polso e bracciale per renderlo
tutto un corpo con la mano e il braccio, acciocché il pallone trovi più resistenza. il
bracciale aveva un peso di due chili, cento grammi più, cento grammi meno. Il paese
specializzato per la costruzione dei bracciali era Monte S. Savino (Arezzo).
Le partite erano così divise: i tre giocatori con la fascia rossa oppure turchina, che
stavano dalla parte della battuta, dovevano battere due trampolini, poi si cambiavano
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il campo con gli altri tre giocatori che pure questi battevano due trampolini, così era
compiuta una partita. Nei pomeriggi stabiliti per giocare, esponevano al pubblico in
piazza un quadro dove erano scritti i nomi dei giocatori, il numero delle partite e
l’ora dell’inizio del gioco.
Comunemente si giocavano cinque partite, sia per i rossi sia per i turchini che
corrispondevano a dieci trampolini per ogni squadra; Bisogna saper distinguere che
in questo elegante e bellissimo gioco, vi erano dei professionisti, detti giocatori
d’impresa, che la loro abilità era fuori discussione, erano bravissimi, il gioco lo
prendevano come professione. Si esibivano nei Sferisteri delle grandi città, dove le
scommesse erano regolate da un totalizzatore.
IL GIOCO DELLA RUZZOLA E DELLE FORME DI FORMAGGIO
A Corinaldo i giochi della ruzzola e delle forme di formaggio pecorino secco, erano
molto in uso, qui parliamo degli anni 1900 fino al 1950. Quasi tutti i giovani o meno
giovani del centro del paese prendevano parte a questi giochi. S’intende era più
esteso il gioco della ruzzola che quello del formaggio, perché qui ci voleva molta più
spesa e abilità, perciò ci prendevano parte anche i non giocatori, quelli che potevano
spendere, questi si mettevano d’accordo con il bravo giocatore (si diceva che stava a
vacca) perché se perdeva pagava la vacca, cioè il non giocatore, se vinceva prendeva
a seconda com’era l’accordo: o la metà o il terzo. Specialmente la domenica e il
mercoledì, giorno di mercato, anche i non giocatori andavano a vedere numerosi,
anche per godere la buona stagione, poiché si giocava fino all’autunno ben inoltrato.
Vi erano interessanti sfide tra i Corinaldesi stessi, mettevano il cartello di sfida in
piazza con le ruzzole o forme di formaggio legate una sopra l’altra di solito otto, con i
nomi dei sfidanti. Le forme di formaggio secco, pesavano comunemente da ottocento
g a un chilogrammo, ed erano bene pulite e corrette acciocché si prestassero il più
possibile al gioco (si diceva conciare il formaggio) e questa conciatura la faceva un
esperto. La ruzzola aveva più o meno lo stesso peso. Il gioco assumeva maggior
importanza quando le sfide erano coi giocatori forestieri, sia della ruzzola che con il
formaggio, perché vi erano anche delle scommesse.
I giocatori Corinaldesi che si opponevano ai forestieri, i più anziani erano: Bizzarri
Silvio, Spoletini Luigi, Marinelli Nazzareno, Rocchetti Torquato. I più giovani
Bencivenni Federico, Brunori Corrado, Micci Guglielmo, Bruschi Antonio,
Montevecchi Germano ed altri. Dai paesi vicini venivano a sfidare i Corinaldesi,
famose squadre come quella guidata dal giocatore Paris di S. Lorenzo in Campo,
quella di Olisse del Montale di Arcevia, quella dei Maramanni d’Arcevia, quella di
Alcide di Mondolfo, di Tarducci e Tinti di Barbara, ed altre. Il giocatore, ora anziano,
Micci Guglielmo racconta che il Cav. Adriano Sandreani, appassionato di questo
gioco, in particolare del formaggio, prese l’iniziativa di fare andare a giocare la
squadra di Corinaldo nei paesi vicini. Questo avvenne nel 1928, durante l’ultima
decade di aprile e la prima di maggio, sono state giocate forme di formaggio per un
peso complessivo di Kg 408. Formaggio acquistato da Scardella di Mondavio.
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S’intende che durante questo giro, vi sono state partite vinte e perdute, ma i
Corinaldesi portarono a casa più della metà del formaggio comprato.
FESTE NELLE CAPPELLANIE DI CAMPAGNA
MADONNA DEL PIANO
La festa più rinomata è stata sempre quella della Madonna del Piano che si celebra
ogni anno il lunedì di Pasqua.
Si ricorda che la banda cittadina alle ore 1.30 del pomeriggio, faceva le vie del
centro del Paese suonando un’allegra marcetta, dove molti cittadini si univano per
andare alla festa.
Il corpo musicale faceva regolare servizio, avanti la Chiesa, suonando Sinfonie e
pezzi d’opera, e questo è stato dai primi anni del 1900 al 1915. Poi negli anni
successivi, dopo la guerra si limitavano a suonare marce sinfoniche. Riguardo al
grande concorso di popolo che prendeva parte, numerosi anche dai Paesi vicini, la
festa si svolgeva oltre che avanti la Chiesa, nella vicina aia del colono Rosini,
capoccia di una famiglia numerosa composta da 40 persone e qui precisamente era il
maggior fulcro della festa.
Vi erano banchi dove vendevano il vino, dove primeggiavano il Verdicchio, il
Visanello e il Moscianino (questi due vini non esistono più) altre postazioni per
vendere, giocattoli per bambini, la famosa crescia di Pasqua, dolci campagnoli,
sementi bruscolite, lupini ed altro. Non mancavano gruppi di giovani che ballavano
polche, mazurche e saltarello al suono della fisarmonica. Intere famiglie amiche
riunite tra loro si dilettavano a fare merenda in allegria.
Questa Chiesa è vecchissima, il Cimarelli dice che sia stata costruita dai Toschi 595
anni prima di Gesù Cristo, allora questo tempio era dedicato alla dea Venere ed è
stato tolto al suo culto nel 184 d.C. Questa data è scolpita con numeri romani
CLXXXIII in un frammento di colonna di granito del diametro di m. 0,50 e alta m.
1,10 che si trova nell’area del monumento ai caduti per la patria in Viale degli Eroi.
Vi sono due altari, in quello maggiore vi è un quadro su tela del pittore Claudio
Ridolfi che rappresenta un crocifisso con sotto la Maddalena penitente, poi una
pittura sul muro, di autore ignoto che rappresenta la Madonna del Conforto.
Da scavi fatti di recente (1974) da Monsignore Don Umberto Rocchetti in sintonia
con la Sopraintendenza ai Monumenti di Ancona, nella parte destra, alla profondità di
m. 1,70 sotto il pavimento hanno trovato delle colonne con capitelli e archi, che gli
esperti ritengono siano prima dell’era volgare.
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FESTA DELLA CONTRADA DI SANT’ISIDORO
Questa festa si celebra ogni anno il martedì di Pasqua, ed è officiata tutte le
domeniche. E’ frequentata da molto popolo, è allietata dalla musica con marcette
allegre e la festa si svolge del tutto simile alle altre cappellanie. Questa Chiesa non ha
vecchia origine, il Cimarelli non la nomina affatto. La prima Chiesa era attaccata ad
una casa colonica, poi vicina a questa nel 1950 ne è stata costruita isolata una nuova,
più grande e migliore dove si trova oggi.
FESTA DELLA CONTRADA DELLE VILLE
Questa festa si celebra l’ultima domenica di aprile, anche qui vi è concorso di popolo
e del tutto simile alle altre cappellanie. La Chiesa non ha vecchia origine, il Cimarelli
non la nomina e questa che esiste è stata costruita poco prima della guerra 1915 – ’18
che è ridotta in condizioni precarie, e da qualche anno non è più officiata. I devoti
della contrada si danno da fare, per costruirne una al più presto e migliore
dell’attuale. Ora le funzioni della domenica si celebrano nel fabbricato dell’ex scuola
elementare.
FESTA DELLA CONTRADA DI SAN BARTOLOMEO DI CORINALDO
Questa festa si celebra, ogni anno la domenica dopo l’ottava di Pasqua, anche qui
partecipa molta gente anche perché è abbastanza vicina al paese. La festa ha lo stesso
procedimento delle altre feste in campagna, la Chiesa è officiata tutte le domeniche. Il
Cimarelli dice: questa chiesa ha dimensioni mediocre ed è fornita di convenievoli
ornamenti, è di vecchia origine e si trova vicino al fonte Ziccaro
FESTA DELLA CONTRADA DI SAN DOMENICO
Questa festa si celebra il 4 maggio di ogni anno. Nel tempo passato era
frequentatissima dal popolo anche di Paesi vicini, era veramente una piacevole
scampagnata, era rinomata per fare merenda con fava fresca e formaggio pecorino
fresco, lonza o prosciutto, innaffiato con il rinomato vino della campagna di
Corinaldo.
La banda cittadina faceva servizio con marce sinfoniche e un miscuglio piacevole di
allegre canzonette. Naturalmente non mancava chi vendeva il vino, giocattoli per
bambini, dolci campagnoli, che primeggiavano la forma di cavallini e piccole
ciambelle, sementi bruscolite, castagne arrosto, lupini ed altro. La immancabile
gioventù si dava al ballo e i meno giovani non dimenticavano il tradizionale
saltarello. Alla sera vi era la processione seguita da molta gente e la musica. Questa
Chiesa fu costruita a destra e poco lontano dal fiume Nevola nel 1616 dal N. U.
Domenico Brunori nella sua proprietà. Nel 1926 fu allungata e alzata per necessità e
per renderla più corrispondente alla contrada.
Tutte le domeniche si celebra la Santa Messa ascoltata da molto pubblico.
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FESTA DI SANTA APPOLLONIA DI SANTA MARIA DEGLI OLMI GRANDI
E DELLA MADONNA DELLA SALUTE
Questa festa viene celebrata la seconda domenica di maggio di ogni anno. Qui sono
due Chiese distinte, quella grande racchiude Sant’Appollonia e S. Maria degli Olmi
Grandi, quella più piccola la Madonna della Salute. La festa è frequentata da molta
popolazione, anche forestiera e per tutto ciò che riguarda lo svolgimento della festa
vera e propria non è differente da quella di S. Domenico, sempre con il concorso
della banda cittadina.
La Chiesa di Santa Maria degli Olmi Grandi, come cita il Cimarelli, ha origine antica
ed era costruita alla sommità del Colle.
Nel 1912 questa Chiesa fu demolita e ricostruita, con le offerte dei devoti, più grande
e più in basso dello stesso colle e già vi era collocata l’immagine di S. Appollonia. La
minuta Chiesetta della Madonna della Salute, molto venerata, è di origine
vecchissima. La storia racconta che tre pellegrini venuti da lontano, passando avanti a
questa immagine, avevano i bastoni di olmo per appoggiarsi, e sorpresi da
un’improvvisa pioggia, conficcarono i bastoni terra e si rifugiarono nella Chiesetta,
pregarono, e quando uscirono per riprendere i bastoni, questi avevano già
germogliato e li lasciarono lì per farli diventare olmi spettacolari.
FESTA DI SANTA MARIA DELLA MISERICORDIA
(vicino al deposito dell’acquedotto)
Questa festa viene celebrata ogni anno l’otto settembre ed aveva una caratteristica di
fronte alle altre feste di campagna, perché essendo l’epoca della raccolta delle noci, si
esaltava questo buon frutto. Anche qui il popolo veniva numeroso e rallegrato dalla
banda cittadina si divertiva. Non mancava chi vendeva vino e cibarie per la
tradizionale merenda, la gioventù ballava al suono della fisarmonica. La sera la solita
processione.
Questa Chiesa ha origine nel 1454 insieme a quella di S. Rocco in paese, anno noto
ai Corinaldesi per la terribile peste. Allora la contrada di S. Maria si chiamava
contrada di Cervignano. Al tempo del Cimarelli, circa il 1610, fu demolita e
ricostruita più grande quasi nello stesso posto.
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FESTA DI SAN BARTOLO E SAN PATERNIANO
(al confine con Monterado)
La festa di San Bartolo viene celebrata, ogni anno la prima domenica di Maggio con
buona partecipazione da parte del popolo. Questa Chiesa si trovava a confine tra il
territorio di Corinaldo e Monterado, lungo la strada a ridosso di una casa colonica.
Anticamente fu affiliata alla Collegiata di San Medardo. La chiesa è officiata tutte le
domeniche.
Anche alla festa di San Paterniano vi è abbastanza concorso di popolo e la festa si
svolge come nelle altre cappellanie. Questa Chiesa non ha origini molto antiche, la
prima era ubicata a metà della strada in salita di chi accedeva dalla contrada Tiro a
Segno. Quella che esiste oggi è stata costruita più grande nel 1950 alla sommità del
Colle vicino la scuola elementare.
FESTA DELLA CONTRADA DELL’INCANCELLATA
Questa festa viene celebrata tutti gli anni l’ultima domenica di maggio, viene
chiamata la musica di Ostra o Ostra Vetere per suonare durante la processione e
marce per rallegrare la festa, anche qui tutto si svolge come nelle altre cappellanie di
campagna. La Chiesa rinomata fin dall’antichità per l’acqua miracolosa che ha
guarito tanti ammalati è molto venerata specialmente dai vicini che la circondano.
Non solo è officiata tutte le domeniche con più messe, ma tutti i sabati sera, si celebra
la Santa Messa Vespertina, valevole anche per la domenica successiva.
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CASO CURIOSO DI GAETANO PRIORI
Gaetano Priori detto Scuretti di mestiere calzolaio, aveva famiglia e un figlio era
emigrato nell’America del Nord nel 1909.
Scuretti era proprietario di uno spazio di m. 4.00 per 7.50 circa, fra due fabbricati, in
Via Fontini, vicino al Pozzo della Polenta.
Aveva sempre anelato costruire una casa sua ma le sue condizioni non glielo hanno
mai permesso. Anche il figlio aveva queste aspirazioni per quando sarebbe ritornato
in patria, e per parecchi anni mandava del denaro al padre per tale scopo. Il padre
però, per necessità o per altre ragioni, questo denaro non lo adoperava per la
costruzione della casa. Naturalmente il figlio si decise di non mandare più il denaro.
Allora Scuretti pensò di costruire, del solo muro, la facciata della casa che è di
modeste dimensioni. Lui con una scala a pioli dall’interno stava affacciato in una
finestra sotto il cornicione e si fece fotografare per mandarla al figlio, per fargli
vedere che la casa in gran parte era costruita, mancava solo il denaro per terminarla.
Il figlio informato della beffa, non ha mandato i denari e non è tornato più in Italia.
Ancora oggi 1977 si vede la facciata di solo muro.
VECCHIA BOTTEGA DI VENDITA DELLE MERCERIE
Vi era una vecchia bottega di mercerie, situata vicino la Chiesa di S. Francesco, e
dagli ultimi anni del 1800 e nei primi del 1900, era gestita dalla madre di Francesco
Priori detto Baldone, sagrestano della Chiesa suddetta. Questa vecchietta si chiamava
Teresa era simpatica e sapeva servire i clienti però non ci teneva vendere molto, si
accontentava di poco. Quando un cliente andava ad acquistare della merce, fittucce,
aghi, rocchetti di filo, camice, mutande ecc., e trovava questi oggetti di suo gusto,
diceva di acquistare, per esempio, dieci metri di fittuccia bianca e quindici metri di
fittuccia nera, essa diceva no, è troppa, non ve la posso dare, per gli altri ce n’è poca,
io debbo accontentare tutti, andate da Remola (un’altra donna che vendeva mercerie)
giù al Borgo di Sotto a prenderne quella che vi fa bisogno. Come pure se un giorno vi
erano più clienti del solito ad acquistare, si lamentava dicendo andate anche nelle
altre botteghe, non vi è solo la mia. Rimane proverbiale un caso curioso: una giovane
donna va per acquistare una camicia da notte e mutande, alla domanda di questo
acquisto si sente rispondere un poco scherzosamente: non so se lo sapete, perché la
camice sono in rialzo e le mutande in ribasso di prezzo, le mutande costano meno
perché la moda le vuole leggerissime con l’elastico e molto corte che appena
coprono...... la vergogna, non so dove si arriverà di questo passo.
Saputo in Paese di questa battuta i burloni Corinaldesi ci hanno ricamato sopra e
qualche volta questo detto circola ancora.
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LA CAUSA IN PRETURA CONTRO RIDOLFI DETTO GHEMINI E CAMBIOLI
Ridolfi era uno scrivano, scriveva anche lettere agli analfabeti, viveva solo. Cambioli
faceva il calzolaio e aveva famiglia, erano due buoni cittadini. Un giorno di
settembre nel 1908 sono andati a fare una passeggiata lungo la strada delle Murate
(ora Viale Garibaldi).
Dove oggi vi è il campo sportivo di fronte al consorzio agrario, allora vi era il campo
boario, diviso dalla strada da una folta siepe e mentre i due si trovarono davanti a
questa siepe videro un tacchino attraversare la strada e rifugiarsi in essa.
Il loro discorso cadde subito, sulla bontà del tacchino cotto arrosto con contorno di
patate ed ora che da Natale non lo avevano più mangiato, aspettavano il Natale
venturo per assaporare questo cibo, certo per noi poveri è come un sogno avere certe
voglie.
Ritornando dalla passeggiata, si era fatto quasi buio, videro il tacchino accovacciato
tra la siepe, dissero povera bestia, si vede che non ha padrone, non ha un ricovero è
pericoloso che passi la notte qui, vi sono tanti cani randagi, mattarelli, faine che
circolano la notte nemici dei polli. Il Ridolfi disse a Cambioli: senti ho pensato una
cosa, il destino del tacchino quale è, essere mangiato da noi esseri umani e in
omaggio all’umanità noi lo prendiamo, tanto più che non ha padrone, lo portiamo a
cuocere all’osteria di Pietro d’Ampolla (Battini Pietro) ubicata nel Borgo di Sopra e
ci facciamo fare un buono arrosto con patate, così il sogno si è avverato.
Però il padrone del tacchino ha scoperto tutta la storia e li ha denunciati. Alla fine di
settembre si è svolta la causa, quando il pretore disse a loro imputati, voi siete stati
accusati di aver rubato un tacchino e fatto cuocere arrosto – qui il Ghemini
interrompe e si alza in piedi dicendo: si, Signor Pretore, con due patatine – figuratevi
le risate dei presenti ed ha sorriso anche il Pretore e, terminata la sua requisitoria ha
detto ai due che cosa avevano da dire in loro difesa era sempre il Ghemini a prendere
la parola e dopo aver raccontato della passeggiata ha detto: noi signor Pretore non
abbiamo rubato, abbiamo preso per pietà una povera bestia indifesa, credevamo che
non avesse padrone e senza un ricovero, esposta a tutti i pericoli che circolano la
notte e ci tengo a dichiarare a nostra discolpa, che tanto io quanto l’amico Gambioli
siamo due cittadini buoni e onesti, nonostante la nostra povertà.
In conclusione sono stati condannati a pagare il tacchino.
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LA SOCIETA’ DEI LADRI
Eravamo sempre alla fine del 1800 e ai primi anni del 1900.
Questa società costituita tra amici, di un gruppo di persone che erano soci del circolo
cittadino, aveva lo scopo di farsi scherzi a vicenda. Uno di questi scherzi lo ha subito
Arcadio Bolognini, sapendo che aveva acquistato una pacca di suino e trasformata in
salsicce, lonza, coppa, cotechini, prosciutto ecc. . Arcadio aveva l’abitudine di portare
la chiave di casa nella tasca e mentre era attento a giocare a carte, un amico pian,
piano gli prese la chiave e subito si sono recati a casa di lui, perché quell’ora di sera
la moglie con i figli erano soliti andare a casa dei genitori di lei che abitavano poco
lontano, gli portarono via tutto quanto aveva ricavato dalla pacca del maiale.
Naturalmente rimisero la chiave nella tasca di Arcadio. La mattina del giorno dopo, la
moglie si accorse che tutto quanto era sparito e, dal dispiacere inveiva contro il
marito, chiarito lo scherzo da parte della moglie, le è stato tutto restituito. Però
Arcadio è stato costretto a pagare la cena a tutti gli amici perché quello era il patto.
Poi è toccato al socio Pompeo Taus, era il lunedì di Pasqua, tutta la famiglia era
andata alla festa della Madonna del Piano, subito hanno approfittato della loro
assenza, sono entrati in casa con una chiave falsa, portandogli via il letto
matrimoniale e le lenzuola, la coperta, l’imbottita di lana, i due cuscini, una poltrona
e anche i due vasi da notte.
Al socio, segretario comunale Efrem Rossi, una mattina quando lui era in ufficio,
hanno veduto la moglie Sig.ra Vittoria che era al Borgo di Sotto che faceva spesa,
sono entrati in casa con una scala passando da una finestra semiaperta portandogli
via, tutti i vestiti di lui, del figlio e della moglie e tutte le scarpe.
Al socio Gustavo Pasqualini, che si dilettava andare a passeggio, con un bel cavallo
ed un elegante biroccino (biga),un giorno era assente da Corinaldo, gli hanno portato
via il biroccino e i finimenti.
Al socio Agostino Bordi, costuttore edile, che aveva il deposito dei materiali dove
oggi vi è la fontana nei pressi di S. Francesco, di notte gli hanno portato via una lunga
trave di ferro e gettata lungo la scarpata dietro le Monache.
Al socio Cesarini Cesare che aveva vuotato una botte di vino riempiendo sedici
damigiane, le aveva vendute a Magnone di Senigallia, il quale le veniva prendere
con un carro la mattina seguente, questo gli amici lo hanno saputo per caso, si sono
messi d’accordo per fare sparire più damigiane possibile. Nella cantina vi era una
piccola finestrella con due ferri per ferriata, hanno divelto i due ferri, uno di loro è
entrato, ha aperto la porta e sono sparite nove damigiane.
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LO STORICO CAV. SERGIO STEFANINI
Nato a Corinaldo il 1 aprile 1866 ed ivi deceduto il 24 gennaio 1935.
Era insegnante elementare, ha sviluppato di più la sua cultura seguitando a studiare
per suo conto, era divenuto anche oratore e non mancava mai nelle ricorrenze
patriottiche ed in altre manifestazioni del Paese, fare il suo discorso appropriato alla
circostanza. Amava la patria e in particolare il suo Paese.
Ha scritto anche lui, come il Cimarelli, la storia di Corinaldo datata 1930. Non è stata
mai data alla stampa, forse perché il secondo libro, parla un po’ con spirito di parte
contro lo Stato Pontificio, per difendere i patrioti, al tempo della Repubblica Romana
1849, dove anche suo padre Aristodemo, era affiliato alla associazione segreta –
Carboneria – e dietro l’uccisione di Pellegrino Paradisi, uomo equivoco e traditore,
avevano incolpato i carbonari del misfatto, ed imprigionato anche lui nelle carceri di
Montalboddo (Ostra), poi ha avuto modo di evadere con altri e costretto a esiliare, è
stato circa dieci anni a Costantinopoli.
Ritornando alla storia, vi sono solo due copie, l’originale, scritta a mano con bella
calligrafia, in due libretti un poco voluminosi, ed un’altra ricopiata dall’originale,
battuta con la macchina da scrivere.
La Contessa Elena Orlandi Pasqui Romaldi, Signora molto colta, era abituata dare
nel suo palazzo in Piazza del Terreno, riunioni di cultura invitando persone colte di
Corinaldo, Senigallia ed altri paesi vicini, chi era che leggeva il Dante, il Leopardi,
Pascoli, l’Ariosto ecc. ecc. era il Cav. Stefanini che con competenza commentava e
teneva le discussioni con gli invitati.
Purtroppo ancora non troppo anziano lo ha colpito una paralisi all’età di
sessantanove anni.
66
ESIMIO PITTORE CLAUDIO RIDOLFI
Claudio Ridolfi nato a Verona nel 1560 e deceduto a Corinaldo il 26 novembre 1644.
Questo valente pittore lavorò molto nelle Marche, le sue opere sono sparse in molti
paesi marchigiani. Da giovane ebbe come maestro il bravo artista suo concittadino
Paolo Caliari detto il Veronese il quale aveva lo studio a Venezia che Ridolfi ha
frequentato, saltuariamente fino al 1594, l’anno in cui si decise si andare a Roma
dove ha conosciuto l’altro bravo artista Federico Barocci ed è stato preso dalla
eccellente maniera pittorica di questo maestro, che nel 1602 si trasferì ad Urbino,
patria del Barocci.
A Urbino nel 1611 si sposò con la Nobile Donna Vittoria de’ Maschi, 16 anni più
giovane di lui e in quello stesso anno si trasferì e prese dimora a Corinaldo. Nel 1613
ebbe la prima figlia Leonora e successivamente ebbe altri sei figli.
A Corinaldo col guadagno delle sue opere ha acquistato dei poderi, che gli permisero
di vivere tranquillo nella sua anzianità, ed aveva acquisito insieme a sua moglie, la
simpatia e benevolenza dei Corinaldesi, specie delle famiglie più facoltose, con gli
amici si dilettava andare a caccia che era la sua passione. Anche sua moglie Donna
Vittoria si spense a Corinaldo il 30 ottobre 1657.
OPERE ESEGUITE A CORINALDO
Chiesa di S. Francesco
1
2
3
4
5
Madonna col bambino e S. Anna
Annunciazione della Vergine
Annunciazione
Crocefisso Spirante
S. Tommaso d’Acquino
sopra l’Altare Maggiore
sopra la porta del Battistero
Secondo altare a sinistra
nella sacrestia
=
Chiesa di S. Agostino
6 S. Nicola di Bari
7 Madonna con i S. S. Biagio,
Luca e Francesco
terzo altare a destra
a sinistra dell’Abside
Chiesa della Madonna Addolorata
8 Madonna col Bambino, S. Giuseppe, S. Anna,
S. Benedetto, S. Andrea Avellino
nel vano Organo
Chiesa di S. Maria di Beccalupo
9 Madonna della Misericordia
sopra l’Altare
67
Chiesa del Suffragio
10 Madonna col Bambino e S. S. Giuseppe,
Francesco, Tommaso apostolo, Andrea apostolo,
Nicola da Tolentino
Sopra l’Altare Maggiore
Palazzo Comunale
11 Gesù alla colonna
nel salone
Convento Cappuccini
12 La Madonna e S. Felice di Cantalice
col Bambino in braccio
13 Madonna col Bambino in Gloria
Chiesa di S. Maria del Piano
14 La Madonna ai piedi della croce
68
NUMERO DELLE OPERE ESEGUITE NEI PAESI MARCHIGIANI
1 Urbino
2 Corinaldo
3 Arcevia
4 Pergola
5 Urbania
6 Ostra
7 Mondolfo
8 Cagli
9 Ostra Vetere
10 Fossombroni
11 Barbara
12 Belvedere
13 Colbordolo
14 Monsano
15 Osimo
16 S. Costanzo
17 Montebaroccio
18 Montefano
19 Morro d’Alba
20 Ripatransone
21 S. Angelo in Vado
22 Fano
23 Fabriano
Quadri n.
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
=
Totale n.
30
14
12
6
4
4
3
2
2
2
1
1
1
1
1
1
1
1
1
1
1
1
1
92
69
IL PITTORE CORINALDESE DOMENICO BERARDI
Questo pittore nato a Corinaldo il 1810 e deceduto nel 1856, quasi sconosciuto ai
Corinadesi, merita essere ricordato, per i suoi meriti, come risultano effettivamente
da documenti in suo favore.
Dipingeva quadri sia in acquerello che a olio su tela, riusciva molto su i ritratti
eseguiti a Roma, Senigallia, San Severino, Macerata, Loreto, Treia e in altri luoghi.
Vi sono lettere alcune su pergamena, di elogio e ringraziamento per la riuscita della
pittura, oltre ad essere pagato regolarmente, portano le date del 1838/‘39/’42/’44/’45,
da enti pubblici e privati.
Nel Palazzo Comunale di Corinaldo, dove sono esposti i quadri, pitturati su tela dei
personaggi Corinaldesi del Medioevo, gli anziani ricordano che vi era un bellissimo
disegno in bianco e nero di m. 2.50 per 2.00 circa, su cartoncino, che rappresentava
un tratto della battaglia di Massenzio e Costantino sul ponte Milvio a Roma, i più non
sapevano che era del nostro concittadino Domenico Berardi, ora questo disegno è da
molto tempo che non si vede più e nessuno sa dove sia andato a finire. In suo onore vi
è un articolo elogiativo – sul foglio periodico – SCIENZE LETTERE ARTI E
VARIETA’ – denominato “L’Imparziale”
NEL CENTRO DELLA ROMAGNA
Faenza 20 giugno 1842
BELLE ARTI – IL DIPINTORE – DOMENICO BERARDI
Il Tiberino nell’Agosto dello scorso quarantuno faceva meritatamente gli encomi al
pittore Domenico Berardi di Corinaldo per un dipinto a olio di sua invenzione, e
traeva da questo ottimi auspici per la buona riuscita del giovane pittore, che dalla
prima fanciullezza alla patria, ai parenti dava di se grandi speranze. Egli dipinge con
felice successo, fa ritratti in avorio, in acquerello e nel maggior numero a olio con
moltissima lode. I di lui lavori eseguiti con tutta la correzione del disegno, con
delicatezza e naturalezza grande, con armonia e somma forza nel colorito: in essi
oltre la perfetta somiglianza (unico pregio di ritratti) rivelasi a colpo d’occhio il
particolare carattere di ciascuno: non avvi nulla di trascurato, ed avvi tutta la
espressione e verità. Quello che poi reca meraviglia a chiunque è la prontezza e
celerità colla quale conduce a termine i suoi lavori, che sono rifinitissimi. Se in
quanto non è l’unico, è bensì raro, è non ha per certo chi lo sorpassi. De’ suoi ritratti
vari sono in Roma, parecchi in Senigallia, in cui ha lavorato con molta buona riuscita
e dove sperasi che nel prossimo luglio torni non più nuovo ad eseguire alcune già
ricevute commissioni: ne ha fatti parimenti diversi in San Severino, a Macerata,
Treia, a Loreto ed altri per altri di lui concittadini ed amici. L’amore alla verità, alle
arti belle, il desiderio che sia resa la meritata lode all’uomo che per ingegno e talento
si eleva nobilmente sopra agli altri, ed il piacere che non resti confuso fra le
moltitudini il virtuoso, mi hanno indotto a rendere pubblico al Pubblico il nome e
l’abilità singolare di un tale illustre artista. ( Firmato A. C. )
70
TOMMASO CIANI
Di famiglia Patrizia di Corinaldo nato il 12 gennaio 1812 e deceduto il 7 novembre
1889. E’ stato un uomo operoso di carattere fermo, cresciuto nell’epoca del
risorgimento italiano, espressione di un sentimento radicato profondamente
nell’animo, non seppe piegarsi alla vita d’isolamento, era partigiano di liberi concetti,
anelava l’Italia libera. Fu nominato capitano della guardia civica, quando
proclamarono la repubblica romana nel 1849, il Pontefice Pio IX si ritirò a Gaeta. A
Roma si costituì un governo provvisorio fu eletto deputato dell’Assemblea
Costituente animato dal più puro patriottismo. Caduta la Repubblica Romana ed il
Papa ritornato a Roma, fu condannato in esilio, con ordine comunicatogli dal
delegato di Ancona che gli imponeva l’esilio dagli Stati Pontifici.
Prima si è recato a Firenze, poi a Genova e qui ebbe il posto di segretario del
comitato di soccorso per l’emigrazione Italiana, per alcuni anni. Da qui passò a
Torino e subito collaborò con i giornali liberali – Il Piemonte – e – Il Risorgimento.Ritornò in Patria il 1860. Fu chiamato all’ufficio del Governatore delle Marche che
tenne con onore e prestigio. Avvenuta l’unità d’Italia, il Ciani divenne Segretario
presso la Prefettura e l’intendenza di Ancona, in seguito fu nominato Commissario
Distrettuale, ed in tale qualità tenne i commissariati di Ostiglia e Revere, nel 1878 fu
nominato Consigliere di Prefettura, con residenza prima a Macerata poi ad Ancona e
in ultimo a Pesaro, qui lo colse i primi sintomi della malattia che doveva condurlo a
morte nel 1889.
SUA ECCELLENZA DOMENICO GRANDI
Nato a Roma il 14 novembre 1849, da illustre famiglia Ravennate, deceduto a
Corinaldo il 22 gennaio 1937.
Uscito dall’accademia di Modena nel 1869 quale sottotenente di Fanteria, partecipò
alla campagna del 1870 per la presa di Roma.
Nel 1871 durante l’inondazione della capitale, si meritò una medaglia di bronzo al
Valore Civile. Dopo aver frequentato la scuola di guerra, passò nel Corpo di Stato
Maggiore e fu in Africa nel 1890, Tenente Generale nel 1908, comandò
successivamente la divisione di Ravenna, di Padova e di Roma, nel 1911 ebbe il
comando del X Corpo d’Armata di Napoli. Ministro della Guerra dal 24 marzo all’11
ottobre 1914, riebbe poco dopo il comando del X Corpo d’Armata, col quale entrò in
guerra e guidandolo sull’altopiano Carsico, venne decorato della Commenda
dell’Ordine Militare di Savoia. Passò nel marzo 1917al comando del XIV Corpo
d’Armata e poi andò in posizione Ausiliaria, assumendo nel 1923 il grado di
Generale di Corpo d’Armata nella riserva. Era stato nominato senatore nel Regno del
1914, oltre alla Commenda dell’O.M.S. era decorato del Gran Cordone Mauriziano
della Corona d’Italia e Coloniale, nonché di molte altre onorificenze nazionali e
straniere. S.E. Domenico Grandi, pur non essendo originario del nostro paese, si
considerava Corinaldese, tanto era la simpatia che lo legava a Corinaldo a datare dal
1910, anno in cui, venne per la prima voltaa passare l’estate, ospite dei Conti Cesarini
71
Romaldi di Casteldurante ai quali era legato da antica amicizia. Decise di costruire
subito la sua villa per abitarci definitivamente.
Per due volte fu eletto Deputato nel collegio di Senigallia e i Corinaldesi furono fra i
suoi più fedeli elettori.
I Corinaldesi lo vollero eleggere cittadino onorario di Corinaldo, dando così a S.E.
Grandi una prova di affetto che gli è stata graditissima. Purtroppo il 22 gennaio 1937
è deceduto con il rimpianto di tutti i Corinaldesi e di quanti lo conobbero.
Il 24 gennaio ebbero luogo i funerali svolti con grande solennità. Vi presero parte
vari reparti del Regio Esercito, di alte personalità militari giunti dalla capitale, da
Bologna e da Ancona.
La vedova Donna Anna Grandi dimorò a Corinaldo per sempre ed anche i figli, il
colonnello Mario purtroppo deceduto tre anni fa, veniva tutti gli anni con la famiglia
a passarvi qualche mese, ora il Generale Piero vi abita su alla Villa quasi tutto l’anno.
La commissione Toponomastica del Comune di Corinaldo a capo il Sindaco Prof.
Fabio Ciceroni, per onorare e ricordare la figura di S.E. Domenico Grandi, gli vollero
intestare a suo nome una Via, nei pressi della sua villa.
VALERIO VALERI – POETA SATIRICO – CORINALDESE – AUTODIDATTA
Nato a Corinaldo nel 1851 ed ivi deceduto nel 1934.
Perdette il padre quando aveva solo tre anni e mezzo, morto povero benché avesse
fatto per 29 anni il fattore presso la nobile famiglia dei Brunori. La madre rimasta a
trent’anni con sette piccoli figli in condizioni miserevoli. Lui venne accolto
nell’orfanotrofio Maschile di Senigallia, retto allora dai fratelli scuole cristiane, così
dette Carissimi o Ignorantelli, di cui lui ha sempre conservato il più amaro ricordo,
per i barbari modi che essi usavano verso gli orfani a loro affidati. Sotto le tonache di
quei religiosi, pendeva nascosto un grosso nerbo di bue, sempre pronto per un’inezia
qualunque a piombare con forza sulle palme delle mani protese da quei derelitti, che
esterrefatti dal dolore emettevano grida da impietosire anche i sassi. Per otto anni
consecutivi, a enorme scapito della sua salute ebbe a patire la tirannia di quei frati
senza cuore, stanco di quella vita insopportabile decise di ritornare a Corinaldo e qui
di terminare le elementari. La madre per aderire al desiderio del figlio Valerio, che
voleva in qualche modo lavorare, si recò dalla signora Maria Brunori sposa del
Signor Ippolito Cesarini Romaldi per raccomandare suo figlio e questa pia donna
d’accordo con il marito presero a servizio Valerio, il quale rimase nella famiglia
Cesarini Romaldi per parecchi anni. Durante questi anni, si famigliarizzò molto col
fratello scapolo del Signor Ippolito e cioè il Signor Giovanni, che è stato presidente a
vita della Cassa di Risparmio di Corinaldo, uomo buono allegro e colto che nelle
lunghe serate d’inverno, la famiglia si ritirava per il notturno riposo, il Signor
Giovanni e Valerio si sedevano in cucina davanti ad un bel fuoco leggendo, e a
leggere era sempre Valerio, il Signor Giovanni lo correggeva e gli spiegava tutto, così
Valerio prese amore per lo studio e dietro consiglio del suo maestro acquistava libri o
gli venivano regalati, di letteratura italiana, tedesca, inglese, francese ecc.
72
Valerio era da tempo che anelava andare in una grande città, per guadagnare di più e
pian piano rendersi libero, non stare sotto ai padroni, per quanto lui ha avuto sempre
riconoscenza per le famiglie Cesarini e Brunori. Questo suo desiderio fu appagato
circa il 1883, si recò a Roma e prese servizio nella famiglia Patrizia Pediconi, come
maggiordomo, ci si è trovato molto bene, poiché aveva anche tempo di approfondire
la sua cultura. Durante la permanenza in questa famiglia, tra le persone di servizio ha
conosciuto e si è innamorato di una giovane e bella cameriera di nome Enrichetta che
poi ha sposato, e insieme a lei è ritornato a Corinaldo nel 1898.
Con i risparmi di quindici anni che è rimasto a Roma, ha potuto acquistare due
poderi e la casa in Via del Corso dove tuttora abitano le due famiglie rimaste.
Finalmente dopo una vita sofferta da fanciullo e da grande alle dipendenze dei
padroni, ha trovato un meritato riposo e serenità in seno alla famiglia che gli ha
permesso di scrivere parecchie poesie satiriche che qui di seguito se ne trascrivono
alcune:
GLI IMBOSCATI DI CORINALDO (Agosto 1916)
Certe emorroidi
vel dico io,
sono in quest’epoca
un ben di Dio.
Mi lascion libero
dalla trincea
dai campi Libici
dall’Eritrea.
Così infischiandomi
del Sabotino
di Derna e Tripoli
D’ala e Tolmino.
Non odo il rantolo
né vedo il sangue,
del prode milite
che muor che langue.
Né dell’Austriaca
palla rovente
l’acuto sibilo
mi muove un dente.
Senti: pei martiri
dal gran riscasso
73
io faccio credere
di andare matto.
Muoia il Bonopera
oppur s’immoli
Battisti o Fabio,
Speri o Grazioli,
Vanti il carnefice
la sua bravura
a Trento o a Mantova:
chi se ne cura?
Ma impreco al duplice
Crudel monarca
sempre intendiamoci
chiuso in un arca,
Che vuoi? Il patibolo,
la corda il nodo,
non mi garbeggiano
in alcun modo.
Dal Fiero boia
Dio salvi ognuno;
la pelle – dicono sta al numero uno.
Mi piace l’auto,
vo in bicicletta,
vado anche a caccia
se mi diletta
L’andare in auto
mi da più gioia
che al fronte irrompere
gridar: Savoia!
A svaghi liberi
sono inclinato,
perciò ripugnami
fare il soldato.
74
Portar lo zaino
la carabina ....
Vi par ch’io tolleri
tal disciplina ?!
Questo terribile
conflitto odierno
per molti è utile,
per altri inferno.
Mentre si contano
a cento a cento
color che mancano
del nutrimento,
altri con gli utili
di questa guerra
vediam che acquistano
le case e terra.
L’INVASIONE
“Siamo saldi e preparati”
Ripeteva agli alleati
il General Cadorna;
Ed infatti abbiam veduto
che in tre giorni si è perduto
il frutto di tre anni.
Da le altre vette Alpine
alle carsiche doline,
lo straniero invade.
Ed impone a noi tal rotta
come fosser di ricotta
le trincere nostre.
Per i monti e per le valli
cala giù coi suoi cavalli
l’unno redivivo.
E la veneta pianura
già subisce la sciagura
di un errore o colpa.
75
Ma quel suolo calpestato
dal più barbaro soldato
chiede la vendetta;
E l’avrà, non dubitate
con le prodi nostre armate
ricacciarem l’intruso.
Non vogliamo per padrone
chi governa col bastone:
sugli spalti di Belfiore
del sovrano impiccatore
vediamo ancora i lacci
E di Mantova e Milano
ben ricorda ogni italiano
i condannati a morte.
Né i più eletti né i più buoni
come Pellico e Oroboni
i risparmiò l’Asburgo.
A Oberdan e Battisti
e a cent’altri irredentisti
innalzaremo altari.
La bicipite gallina
metteremo alla berlina
bene inchiodata alle ali
Non ritorni più diviso
questo nostro paradiso
prezioso don dal Cielo.
No! si pongono davanti
ai maiali d’Austria
dalla Alpi all’Etna ardente.
Alto echeggi quel possente
inno del quarantotto.
Con quell’inno lo straniero
dové battere il sentiero
che porta fuori l’Italia.
Non cerchiam do Caporetto.
76
Il colpevole o l’inetto:
perquesto il dopo guerra!
Or sia solo nostro intento
ripassar il Tagliamento
e di poi l’Isonzo
arde in noi speranza e fede:
A chi dura sol si cede
del vincitor la palma.
Colle note e coi messaggi
non avremo mai vantaggi:
col ferro sol si vince
le assemblee e le riunioni
furon troppi; ora i cannoni
siano più eloquenti.
DAGLI AMICI TI GUARDI IDDIO (Maggio 1919)
Quando di sangue torbida
scorreva la Mosella,
la debellata Francia
Chiamava la sorella;
ora che il rombo tace
la manda in santa pace.
Così pure il Britannico
imper si forte e antico,
a l’infuriar di Prussia
a noi faceva l’amico;
Ma oggi a nostre spese
ci manda in ......in quel paese.
77
E FOSCO L’AERE
Fra i polli di Versailles ha già cantato
il gallo più insolente de gabbione;
Ma questa volta, aihmé, o che peccato,
che dentro non vi fosse quel cappone
che a un sir di Francia, in epoca lontana
stracciò il trattato e prese la campana.
Quel gallo che durante la battaglia
ridotto a mal partito spennacchiato,
che invoca il Belgio e ancor l’Italia,
con quanto in corpo gli resta fiato,
ben cento il finir o tardi o tosto
d’esser allessato o cotto arrosto.
Ora l’Italia e Belgio più si cura,
ei pensa sol per se come il maiale,
essendosi passata la paura,
che l’obbligo cinque anni a l’crinale;
E innalza tutto il dì giulivo un canto
per dirci d’aver vinto egli soltanto.
Ma chi non sa che la beneficenza
fu sempre madre dell’ingratitudine
e fino a quanto avremo la pazienza
del gallo sopportar l’ingratitudine?
Le campane le abbiamo e più sonore
di quelle che ci suonavano le ore
78
GLI OPPRESSI ?!
La nostra è l’unica
arte non rotta,
voi siete gli arbitri
della pagnotta.
Son troppo vecchio
se no domani
andrei col vomero
fra i villani.
Ma gli anni pesano,
la forza manca,
con te o Cerere
sarei beato.
Se grande o piccolo
poder ti aliena,
chi ha prontissima
la borsa piena?
Da chi a migliaia
buon da cento
all’atto versansi
dell’istrumento?
Senza discutere,
senza guardare,
si chiude un occhio.....
basta comprare.
Eppure Don Stuzzolo
Meda e Bertini
oppressi chiamano
i contadini.
Davver si possono
chiamar sfruttati
color che acquistano
consolidati.....!!!
L’ingordo agricolo
ha tutto in mano,
79
dall’orzo umile
al santo grano:
per lui il dissidio
universale
fu gran baldoria,
un carnevale.
Non sono frottole,
lo sa ognuno:
l’uova vendettero
a un franco l’uno.
Sfido! se comprano
case e terreni,
han sempre cofani
colmi e ripieni.
Eppure Don Stuzzolo
Medi e Bertini
oppressi chiamano
i contadini.
Caro Don Stuzzolo
senti, vien qui
torna al capitolo,
lascia il P.P.
Né di politica
più ti occupare:
leggi il breviario
sali l’altare.
Ne più ti stimoli
l’alto potere
segui un consiglio
fai il tuo dovere.
80
I TRE BANDITI
(1922)
Dall’alma Barbara
Saccocci viene
il sangue a suggere
dall’arse vene.
Piano non eretico
no l’ingegnere,
perché egli esercita
il suo mestiere.
Né punto curami
di piazze e strade
di angusti vicoli
dove si cade.
Né della spiaggia
nulla vo dire,
io non so leggere
nell’avvenire.
Però moltissimi
dicon di già
che questa spiaggia
non arderà.
E fra i critici
di parer vario
taluni affermano
sarà un calvario.
Ciò che mi annuvola
molto il cervello,
scorger nell’aria
biffe e livello.
E allora subito
mi va alla mente
l’infelicissimo
contribuente.
81
Palese vittima
di guerra stolta
che vinta decisi
ma non risolta.
La gran vittoria
fu per coloro
che rubbar seppero
montagne d’oro.
Per noi rimasero
i tre banditi,
sempre più acerrimi
e incrudeliti.
Il primo chiamasi
Governo infame
che vuol l’Italia
morta di fame.
L’altra Provincia
viene appellato
che infligge
oneri da forsennato.
E infin l’ultimo
Comun si noma
che senza scrupoli
grava la soma.
Ma quando il carico
troppo è pesante,
diventa l’asino
ricalcitrante.
E questa bestia
sempre paziente
sa, a chi la stuzzica
mostrare il dente.
Da questa satira
scritta assai male,
amico cavaci
tu la morale.
82
SEPOLCRI E FUNERI
(1922)
Allora che esanime
freddo, gelato
lì dentro è un feretro
m’avran cacciato.
Sia esso povero,
senz’altra cura,
oppur di artefice,
nobil fattura.
Indi mi posino
sotto le arcate,
o mi sotterrino
tra le palate.
Non me ne incarico,
sto bene, morto,
tanto in un tumulo
come in un orto.
Mi roda il vermine,
o il can m’azzanni,
non mi spaventano
tali malanni.
Hugo il tuo celebre
Carme divino,
per un che in lettere
son ciabattino.
Ed oltre l’abbraccio
non sono andato,
e incomprensibile,
troppo elevato.....
Pur quelle pagine,
per me si oscure,
ben mi disvelano
le uman sciagure.
Davanti ai tumuli
del genio oppresso,
83
piego il ginocchio,
tutto me stesso.
Però degli asini
l’altra iscrizione,
mi fa sorridere
di compassione.
Io che di simili
bestie orecchiute,
comune ho il raglio
egual la cute.
Non mi rammarico
che le mie ossa
con altre abbiano
la stessa fossa.
Nemmeno duolemi
di avere a lato
lo sgherro o il boia
o l’impiccato.
Marcir con Tizio,
o insieme a Caio,
oppur con Socrate
nel letamaio.
O con digione
stare insepolto,
non mi preoccupa
davvero molto.
Andar fra cavoli
con guanti in mano,
o con la tonaca
da Francescano.
Forma qualsiasi
abbia il mortorio,
sfoggi il garofano
o l’aspersorio.
84
Seguano il feretro
vecchie megere
che balbettano
un miserere.
Od altri cantano
camicia rossa
vado benissimo
nella mia fossa.
Ultima pagina
di questa insana
quanto irrisibile,
commedia umana.
85
IL PRIMO MONUMENTO IN PIAZZA DEL TERRENO
Perchè deridi o popolo
il nuovo monumento?
Non sai che per comprenderlo
ci vuole del talento?
Balena in quella statua
raggio di sole tale,
che solo può conoscere
chi nella zucca ha il sale.
Per noi che siamo asini
calzati e ancor vestiti,
ci basti che con l’indice
l’esattoria ci additi.
Dopo che sul terreno
han messo l’omo nero
dal guardo così truce
e dall’aspetto fiero.
La donna in gestazione
colpita da spavento,
passando chiude gli occhi
dinanzi al monumento
perché la poveraccia
teme che il nascituro
invece d’esser bianco
le scappi fuori oscuro
86
FIAT LUX
Caro Lamberto scusami,
l’elettrica non va;
io torno ai vecchi moccoli
di cinquantanni fa.
Chiamami pur redogrado,
ma ci vedevo di più
coi lumi che si usavano
ai tempi di Esaù.
Guasto è il dinamo, dicono,
perduto ha il suo vigor,
ma se il dinamo è logoro
s’en faccia un altro allor.
D’ingegneria elettrica
non ne capisco un “A”
perciò mi queto subito
né vo dal naso in là.
Ma quella smorta lampada
che sta fra il si e il no,
mi reca tale incomodo
che esprimerlo non so.
E specie se sto a leggere
Il Giusti o il Guadagnol,
o veramente a scrivere
due righe a Carafol
Insomma a noi per solito
mezzo all’oscur si sta,
se pur non rimanesi
in piena oscurità
Per una volta transeat
e per due volte ancor....
ma quando il gioco allungasi
diventa annoiator.
87
IL PATRIOTA GASPARE BALLANTI
Tra i Garibaldini di Corinaldo, merita essere ricordato Gaspare Ballanti, la cui vita fu
avventurosa. Perseguitato, arrestato, costretto ad andare in esilio. Egli era sempre
pronto a riprendere la sua attività di patriota combattente. La sua partecipazione alle
vicende della patria risale, come per molti altri marchigiani, al 1948, l’anno della
riscossa del popolo del popolo italiano.
Il Ballanti lasciò la nativa Corinaldo, per recarsi a combattere contro gli Austriaci e
solo quando nell’Italia settentrionale non vi fu speranza di vittoria, ritornò a casa.
Successivamente lo troviamo a Roma, a difendere la Repubblica agli ordini di
Garibaldi. Tale impresa doveva procurargli l’arresto ed un lungo periodo di
segregazione in un carcere duro, da parte del restaurato Governo Pontificio. La
prigionia sarebbe stata più lunga se non avesse tentato di evadere insieme a due
compagni, che si unì anche il carceriere, un certo Onorati. La fuga si svolse attraverso
molti pericoli e trepidazioni lungo l’Appennino, e proprio quando essendo riusciti a
procurarsi dei passaporti falsi che si sentivano al sicuro, furono arrestati dalla Polizia
Toscana, che gli avevano scambiati per degli emissari Mazziniani. Finalmente
Ballanti, con un altro compagno riuscì ad arrivare a Marsiglia dove rimase qualche
tempo. Ritornato in Italia, andò a stabilirsi nello stato che dava ricetto agli esuli
politici, Il Regno di Sardegna. Le cose sembravano essersi aggiustate per lui, ma
quando il fallimento dell’impresa di Carlo Pisacane rese più guardinga la Polizia, egli
venne arrestato e quindi costretto ad esiliare. Questa volta andò a Costantinopoli, ma
due anni dopo, messo da parte ogni risentimento personale, ritornò in Italia per offrire
il suo braccio durante la seconda guerra d’indipendenza. Prese parte alla spedizione
dei mille con Garibaldi, ma in Sicilia ebbe un grande dolore per la perdita di suo
fratello Mariano, morto combattendo. Quando è terminata l’impresa dei Mille, le
camice rosse si sciolsero e lui tornò a Corinaldo. Nel 1866 fu di nuovo in armi, prese
parte al combattimento di Bezzecca. Non solo in Italia rispose alla chiamata del suo
generale Garibaldi, ma si recò in Francia nel 1870 per combattere contro i Prussiani.
Sul suolo Francese ebbero termine le imprese guerresche dell’eroe Corinaldese. Egli
trascorse serenamente gli ultimi anni della sua vita a Corinaldo.
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TRIFONE PASQUALINI
Trifone Pasqualini di nobile famiglia Corinaldese è stato il secondo sindaco di
Corinaldo dopo l’unione d’Italia dal 1 gennaio 1862 al 23 luglio 1864, ed è stato
l’animatore e il promotore per avere un teatro a Corinaldo degno del paese e
superiore a tutti gli altri paesi limitrofi.
Esistono due lettere autentiche, nella biblioteca comunale, una in data 1 marzo1862
indirizzata a Firenze dove la giunta comunale ringrazia l’Architetto Conte Alessandro
Pasqui di Firenze, marito della nobile donna Elena Orlandi Romaldi di Corinaldo,
perché ha eseguito il disegno del teatro e donato al comune senza alcun compenso. I
componenti della giunta comunale erano: P. Pasqualini, C. Rossi, G. Ridolfi, G.
Santanatoglia.
L’altra lettera porta la data 5 maggio 1862 indirizzata sempre a Firenze, dove
informa l’architetto Pasqui che il Comune aveva dato incarico all’Ingegnere dilettante
Francesco Fellini di Baebara per la costruzione del teatro e per sapere la spesa
necessaria che ammontava £ 2600 e se lui approvava la modifica del disegno
riguardante l’inizio delle due scale che portano ai palchi superiori. Lettera firmata
solo dal sindaco Pasqualini. La costruzione del teatro è avvenuta nel 1865.
Nel 1849 al tempo della Repubblica Romana, Pasqualini militava insieme ai
ventidue giovani delle prime famiglie Corinaldesi, nella società segreta “Carboneria”
e anche lui è stato accusato della uccisione di Pellegrino Paradisi, il quale era entrato
a far parte della Carboneria ma, rivelatosi uomo equivoco, hanno scoperto con
sicurezza che tradiva la società. La Polizia Pontificia sapeva tutto quello che la
Carboneria intendeva fare, così decisero di eliminarlo.
Il giorno 3 maggio 1849 trovarono, nel così detto Pozzaccio, lontano da Corinaldo
circa mezzo chilometro a Nord Ovest del Paese, il cadavere di Pellegrino trafitto da
22 pugnalate. Nel settembre 1849 quando la Repubblica Romana è caduta, ed è
ritornato il potere temporale, purtroppo i Carbonari Corinaldesi sono stati costretti a
emigrare e così il Pasqualini si è rifugiato a S. Marino e poi a Milano.
Trifone Pasqualini era già conosciuto come un ottimo giocatore di pallone col
bracciale e naturalmente ha giocato anche nello sferisterio di Milano e lì vi è ancora
una lapide sul muro di appoggio nel punto dove lui è arrivato col pallone che nessun
altro giocatore aveva raggiunto.
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BURLONI, MACCHIETTISTI E ANEDDOTI DI ALCUNI CORINALDESI
Battistini Pietro, detto Pietrino del Mosciuto, era nato nel 1850, aveva famiglia e figli,
il figlio più piccolo si chiamava Muzio, era un bravo falegname e aveva la bottega
sotto il Palazzo Comunale ed è abitato per parecchio tempo nel mezzanino del
Palazzo Agostiniani, dove abitavano anche altre famiglie. Era di carattere allegro, gli
piaceva fare scherzi, a volte anche audaci.
Quando nel 1896 l’Italia fece guerra all’Eritrea, ha scritto una lettera al Presidente
del Consiglio che allora era Crispi, lamentandosi amaramente perché, il Governo si
era permesso di dichiarare una guerra senza interpellarlo. Dopo pochi giorni è venuto
da Ancona il Maggiore dei Carabinieri per sapere chi era questo individuo e
arrestarlo, però il sindaco che era il Cav. Italiano Angeloni intervenne e lo lasciarono
perdere.
Come si è detto sopra, abitava nel mezzanino del Palazzo Agostiniani, lungo il
corridoio la porta di casa sua era prima della porta di Rosmunda, moglie della
Guardia Municipale Lauretani Mariano.
Rosmunda era in cinta, doveva partorire da un momento all’altro e Pietrino, sapendo
che erano andati a chiamare la Levatrice, si mise a letto lasciando la porta mezza
aperta e quando ha inteso i passi frettolosi della Levatrice ha cominciato a fare degli
urli di dolore di una donna partoriente e a lamentarsi, la Levatrice si è introdotta nella
camera, ha tolto la coperta e ha trovato un uomo.....
Si può immaginare lo sgomento della Levatrice che fra l’altro era venuta a Corinaldo
da poco tempo ed era molto giovane. Pietrino è stato denunciato e sembrava che
dovessero arrestarlo ma poi la cosa si è calmata e nulla di fatto. La Levatrice come si
è detto era molto giovane e anche carina, in seguito è stata sposata dal Dott.
Guizzardi, essa si chiamava Elisa. Questo fatto è avvenuto nel 1898.
Pietrino, un giorno, si era recato a Mondavio ed aveva notato dei gatti stupendi,
immediatamente gli è né venuta pensata una delle sue, si era presentato come
compratore di gatti, perché vi erano molte richieste nelle grandi città e lui aveva
l’esclusiva, li avrebbe pagati cinque lire ciascuno, per allora era un prezzo
straordinario. Ha trovato un uomo che li avrebbe procurati, doveva portarli a
Corinaldo il giorno tale, l’appuntamento era al Borgo di Sotto avanti alla locanda.
L’uomo preciso per la consegna, li aveva messi in un sacco, Pietrino disse: “Va bene
però prima di pagarli li voglio vedere” e intanto sciolse il sacco, si può immaginare
che i gatti spaventati fuggirono da tutte le parti e sparirono. Figuriamoci la stizza di
quell’uomo che era diventato feroce, ma Pietrino furbo, già aveva parlato di questo
scherzo con alcuni del paese che si trovarono presenti e lo salvarono.
A Corinaldo negli ultimi anni del 1800 e nei primi del 1900, venivano ogni due o tre
anni i Missionari che facevano feste religiose che duravano parecchi giorni. A
Pietrino gli è venuto in mente di fare delle crocette, che i contadini usavano mettere
sulla porta, e venderle con una bancarella davanti alla Chiesa di S. Francesco. Queste
crocette erano fatte con il legno di abete chiaro e per scurirle ha pensato di metterle in
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un grande recipiente con acqua e nerofumo, poi le ha fatte asciugare al sole ed erano
pronte per la vendita, però tingevano facilmente. Il giorno della maggior festa fece
questa bancarella ed ha venduto in poco tempo tutte le crocette. Pietrino aveva
l’abitudine di portare a cavalcioni sulle spalle il figlioletto Muzio e Muzio sulle sue
mani una piccola scure (scurcello) così spesso circolavano per il paese e anche quel
giorno di festa circolavano in uguale maniera e quando incontravano un uomo o una
donna con la punta del naso o del mento sporco, lui gioiva e diceva al figlio: “Muzio,
quello è uno dei nostri” e divertiti ridevano.
Un altro anno che vi erano i Missionari, ha pensato di vendere la polvere per le pulci,
è andato a Senigallia a prendere la sabbia più fina che ha trovato, l’ha colorata di
rosso, ne ha fatto tanti cartoccetti, e con la solita bancarella vicino S. Francesco si è
messo a vendere la polvere e ne ha venduta molta.
Nei giorni successivi, molti di quelli che avevano acquistato la polvere erano venuti
da lui a lamentarsi perché non era vero che la polvere uccideva e lui pronto e seccato
rispondeva con rabbia che non era la polvere che non faceva effetto, erano loro di
testa dura che non sapevano darla perché dovevano prendere la pulce ed imboccarla
con la polvere, allora sarebbe stata efficace.
E ancora una delle sue, aveva costruito diverse casse da morto di diverse misure, un
giorno di mercato le aveva esposte per venderle lungo il palazzo Comunale. La gente
le guardava ad una certa distanza, lui gli andava vicino per convincerli a comperare,
guardava come era alto l’individuo e prendendolo per un braccio gli diceva:
“ Guarda, questa è la misura giusta per te, la devi acquistare, ti faccio anche lo
sconto.” Questo discorso lo ha fatto a più persone ma non ne ha venduta nessuna.
Questa trovata poco piacevole ma in un certo modo curiosa si è protratta per quasi
tutta la mattinata, poi i Carabinieri l’hanno costretto a portare via le casse.
Un giorno recatosi a Ostra Vetere a piedi passando per la strada più corta, vide
marcate e numerate delle querce, segno che si dovevano abbattere e vendute, si
trovavano sul terreno del colono Giovannelli, proprietà della Contessa Elena Orlandi
Pasqui di Corinaldo. Ne ha pensata subito una delle sue: “ La legna può fare comodo
al calcinarolo Mazzanti di Ostra e alla amministrazione Orlandi la calce per i coloni ”
e così ha messo in pratica questo imbroglio.
Il Calcinarolo Mazzanti, veniva tutti i mercoledì a Corinaldo per il commercio della
calce e a mezzogiorno andava sempre a mangiare nella trattoria di Luigi
Montevecchi, che si trova in Via Gramsci.
Il mercoledì successivo, come sempre il Mazzanti si trovava nella trattoria e stava
mangiando, Pietrino lo ha veduto ed è andato subito a cambiarsi l’abito da lavoro, e
vestitosi bene si reca alla trattoria, entra e con voce alta chiama Luigi e domanda: “ Si
è veduto Mazzanti di Ostra?” Il Mazzanti che aveva terminato di mangiare si è alzato
in piedi diceno che era lui, e Pietrino disse che aveva piacere di conoscerlo e doveva
parlargli e uscirono insieme. Pietrino si presentò come Conte Pietro Pasqui Orlandi e
che aveva bisogno di due carri di calce per distribuire ai coloni, in cambio gli dava
delle querce che doveva abbattere dal colono Giovannelli di Ostra Vetere, così dopo
aver ragionato un poco, convenirono rimanendo d’accordo che il lunedì successivo,
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Mazzanti mandava gli operai dal colono per abbattere le querce, la mattina stessa
doveva portare due carri di calce avanti al Palazzo Orlandi, sul Terreno.
Questo avvenne regolarmente come pattuito. Il colono Giovannelli non permise di
fare abbattere le querce, perché non aveva avuto nessun ordine, poi sapeva che le
querce erano state acquistate da un altro compratore e così sia Giovannelli che il capo
operaio andarono a Corinaldo per sapere cosa era avvenuto. Intanto a Corinaldo erano
arrivati i due carri di calce, uno ha fatto sosta alla porta d’ingresso al paese e l’altro
era arrivato avanti al Palazzo Orlandi.
Quando il Mazzanti andò a suonare il campanello nell’ingresso del Palazzo, gli
venne ad aprire una donna di servizio che era anziana e si chiamava Annuccia, il
Mazzanti le chiese se vi era il Conte Pietro e gli dicesse che la calce era arrivata, essa
non capiva e disse che non esisteva il Conte Pietro, rimasero interdetti entrambi,
intanto Annuccia scandalizzata è andata a riferire la cosa agli altri servitori, che sono
andati insieme contro il Mazzanti, dandogli del mascalzone ed altre parolacce, perché
il Conte Pietro Pasqui Orlandi purtroppo si poteva dire che non esisteva perché era
menomato di mente e abitava nella Villa poco distante dal paese. Perciò avvenne uno
scandalo nel Palazzo e il povero Mazzanti era costernato e non ci capiva niente, poi
venne l’amministratore Pietro Mei, subito dopo il colono Giovannelli, non potevano
capire chi avesse potuto architettare un imbroglio simile, ma poi dietro una migliore
spiegazione del Mazzanti hanno capito chi era stato. Il Mazzanti è stato costretto a
riportare indietro la calce ma, un carro la prese il costruttore Bordi Agostino.
Pietrino (Battistini Pietro) aveva un figlio a Roma, era direttore didattico e nel 1919
questo figlio lo ha portato a Roma con tutta la famiglia.
FILIPPO DEL MOSCIUTO
Si chiamava Battistini Filippo, fratello più piccolo di Pietrino, dedito un poco al vino,
anche lui faceva il falegname ma di mestiere ne sapeva poco, dormiva nella guardiola
della mura castellana vicino al Mangano, era di mente semplice, non portava scarpe, i
suoi piedi erano coperti da più strati di stracci legati con spaghi e filo di ferro, faceva
lunghe passeggiate, i ragazzi gli davano fastidio e lui si arrabbiava, aveva un suo
modo di parlare a tratti esplosivi che faceva ridere.
Il suo lavoro più che altro, era al mercoledì, giorno di mercato, portava tavole e
cavalletti per fare le banche per vendere le stoffe e altra merce, le riportava a posto
nel magazzino sotto il Palazzo Comunale. Purtroppo la sua fine è stata tragica: un
ragazzo per scherzo voleva mettergli paura puntandogli un fucile in viso e credendo
che fosse scarico lo uccise.
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IL FARINELLO SI CHIAMAVA COLOMBARONI PAOLO
Abitava al Borgo di Sopra, era un bravo uomo e onesto cittadino, faceva di mestiere il
carrettiere, più che altro trasportava piccole quantità di grano dei cittadini fino al
molino Nevola e riportava la farina, così prese il nome di Paulin del Farinel.
Era Garibaldino, aveva preso parte alla battaglia di Mentana, quando vi erano
manifestazioni patriottiche partecipava con la divisa da Garibaldino, camicia rossa
con medaglie, fazzoletto, pantaloni e berretto alla ventitre. Aveva un carattere allegro,
gli piaceva scherzare. Un giorno si trovava a Ostra in una osteria, lo presero a sfottere
perché era di Corinaldo e ai Corinaldesi piaceva mangiare la polenta dentro il pozzo,
lui pensò bene a difendersi, inventando questo detto: “ Sapete cosa dicono di voi
Ostrensi che credete di essere tanto grandi? Tre fichi sabitan forma un castello,
Morro, Belvedere e S. Marcello e per compire la giostra vi hanno messo anche
Ostra”.
Raccontava questo fatto ridendo e diceva: “ Ho fatto in tempo a scappare,
fortunatamente avevo il cavallo, se no Paulin del Farinel se la passava male!”
ZIZZANA SI CHIAMAVA BARTOLI ARISTIDE
Aveva famiglia e figli, il suo carattere era strampalato e a volte impulsivo, era dedito
al vino. Più volte ha provato di mettersi in piccoli commerci ma, per il suo
temperamento non vi è mai riuscito. Quando si era dedicato alla vendita dei cocci,
ossia orci, vasi per fiori, pigne, tigellini ecc. Tanto per dare un esempio, un cliente
voleva acquistare una pigna, domandava il prezzo, lui diceva quattro lire, il cliente ne
offriva due, egli di rimando diceva: “ Ma come posso dartela per due lire se a me
costa tre”, se il cliente la faceva lunga insistendo sulle due lire, lui di scatto prendeva
la pigna e con rabbia la scaraventava a terra e spergiurando calpestava i cocci.
Durante la prima guerra mondiale, la famiglia di S.E. Domenico Grandi, che è stato
anche Ministro della Guerra, abitava a Corinaldo, la moglie Donna Anna, mandava
tutte le sere all’ufficio postale se vi era posta per lei, la donna di servizio anche se vi
erano altre persone avanti, domandava ad alta voce se vi era posta per donna Anna, se
vi era veniva subito consegnata. A Zizzana questa preferenza non piaceva, siccome
anche lui aveva un figlio al fronte, un poco indignato domandava subito se c’era nulla
per l’uomo Zizzana. Questo accadeva tutte le sere specie se era avvinazzato.
E’ da ricordare che quel figlio di Zizzana è morto combattendo.
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CECCHETINO
Si chiamava Lenci Francesco, da ragazzo lo chiamavano Cecco che poi si è
trasformato in Cecchetino. Aveva una casa con moglie e figli, ma non dormiva ne
mangiava quasi mai in casa.
Portava con se una grossa bisaccia dove dentro teneva pane, frutta, vino ed altro,
cose che si procurava in campagna dai coloni e girava tutto il giorno. Alla notte
d’estate dormiva vicino ai pagliai oppure dentro una capanna dentro un biroccio,
d’inverno dentro le stalle vaccine o nel fienile annesso. Andava vestito male con un
cappellaccio, barba incolta e capelli lunghi, che i ragazzi avevano paura, altri invece
gli davano fastidio.
GNECCO
Non si ricorda come si chiamava veramente, viveva con la madre. Il suo mestiere era
come facchino ambulante, scaricava carri, riponeva la legna e custodiva i cavalli.
Era un buon uomo, dedito al vino e quando era ubriaco faceva cose buffe. Più volte
gli prendeva la voglia di fare il bagno nel bacino della fontana, che allora era in
Piazza del Terreno, di solito lo faceva vestito, una volta però si denudò e i Carabinieri
(nel 1900 la caserma si trovava dove abita ora il Sig. Nino Ricci), lo videro e lo
imprigionarono per tutta la notte. Spesso andava a mangiare, a mezzogiorno dai frati
in Convento, un giorno vi erano da mangiare gli gnocchi e gliene hanno dati parecchi,
non ha potuto mangiarli tutti, ad un tratto si mise a piangere, il frate gli ha domandato
il perché, lui gli rispose perché non poteva finirli, così il frate gli disse se aveva il
fazzoletto da naso, Gnecco rispose di sì lo prese vi mise gli gnocchi e li portò a casa.
PADRE PIETRO
Un cappuccino buonaccione che gli piaceva mangiare e bere, era benvoluto da tutti
soprattutto nella campagna. Una sua caratteristica era quanto vi sto per raccontare.
I contadini che avevano la casa invasa dai topi, chiamavano padre Pietro per dare la
benedizione in tutti gli ambienti perché quelle bestiacce scomparissero, naturalmente
fatto il suo dovere, come di consuetudine veniva rifocillato. Però prima di andarsene,
chiamava la capoccia da parte e le diceva in un orecchio: “ Mi raccomando aveteci
fede, ma teneteci il gatto.”
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IL SIGNORE – ATAVICO
Ultimo discendente di una famiglia decaduta, di carattere strambo, da giovane era un
appassionato cacciatore, da anziano aveva la mania, senza che nessuno lo incaricasse,
di svegliare presto al mattino i cacciatori. Andava a bussare nelle case, svegliare il
cacciatore e di conseguenza la famiglia, dicendo ad alta voce: “ Sono le tre potete
dormire altre due ore!” e così via da un altro, “ Potete dormire ancora un’ora e
mezza”, informandolo sul tempo: piove, c’è nebbia, è nuvoloso, è sereno, se tirava la
curina o altro vento.
ROSSI ULDERICO DETTO MENCHETTA
Di professione meccanico, ha l’officina in Viale Dante, vicino al Borgo di Sotto
(1977). Di carattere allegro, pronto agli aneddoti, non dedito al vino, suonatore di
fisarmonica, suona nelle feste di campagna e precisamente in una di queste, un
giovane gli si era rivolto più volte con una certa insistenza che doveva suonare la
canzone “ Mamma”, Menchetta un poco seccato lo chiama vicino a se e gli dice:
“Suonerò –Mamma –, ma a tuo padre gli starà bene?”
In un’altra festa da ballo, all’inizio vi era un giovane che aveva fretta di ballare, più
volte si era rivolto a lui dicendogli in dialetto: “Quando sonat, quando sonat?” e
Menchetta rispose: “Lo domandi a me quando sei nato? Domandalo a tua madre.”
Come si è detto sopra il Menchetta fa il meccanico, ed ha la rappresentanza dei
motori agricoli Lamborghini, perciò ripara questi motori, un cliente di Arcevia,
sollecitava il Menchetta che si recasse da lui per riparare il trattore, lui gli spedisce un
telegrafo con scritto: “ Arrivo domani.” Nel frattempo gli venne un impegno più
urgente e ritarda di andare ad Arcevia una decina di giorni. Arrivato dal cliente,
questi si lamentava del ritardo e poi ci aveva fatto anche il telegramma, lui pronto
disse: “Vai a prendere il telegramma, vediamo cosa dice. – Arrivo domani – invece
sono arrivato oggi con un giorno d’anticipo, cosa avete da lamentarvi?”
Un giorno aveva urgenza di andare a Senigallia e arrivare presto, salito sulla corriera
dove vi erano già alcune persone, si mette a camminare in fretta su e giù dentro la
corriera, l’autista lo guarda e gli dice: “Menchetta, cosa ti prende?” e lui: “ Perché
voglio arrivare prima a Senigallia.”
Aveva una piccola motocicletta vecchia che andava solo a lui, perché ne sapeva i
difetti. Un contadino che lo attendeva nella sua officina, perché egli era assente, dopo
poco arriva in sella alla piccola moto, il contadino gli dice: “Questa moto farebbe per
me, costerà poco e a me sarebbe necessaria.” Il Menchetta pronto: “Io te la vendo, te
la do per poco però me la devi pagare subito, ho bisogno del denaro”, combinano il
prezzo e il contadino soddisfatto paga e prima di partire, stando in sella alla moto
dice al Menchetta: “Ma è sicuro che questa moto va bene?”, il Menchetta sempre
pronto: “Ricordati bene quello che ti dico: sta pur tranquillo che ti stancherai di
camminare con quella moto e me lo saprai dire.”
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Dopo pochi giorni il contadino stanco per aver spinto la moto a piedi, da casa sua in
campagna all’officina in paese, lamentandosi con rabbia che la moto non andava, il
Menchetta subito gli risponde: “Io sono stato chiaro che dovevi stare tranquillo che ti
stancherai di camminare con quella moto, difatti stamattina ti sei veramente stancato,
perciò eri stato avvisato e ora perché ti lamenti?”
Un giorno giù al Borgo di Sotto avanti la vecchia locanda avanti al Bar Baldarelli, vi
era gente che parlavano tra di loro, si mise a guardare per terra, girava come se avesse
perduto qualche cosa, gli domandarono: “Cosa hai perso?” e lui: “Ho perso l’orologio
su al Borgo di Sopra ma, perché andava sempre avanti poteva essere arrivato fin
quaggiù.”
Menchetta abita al Borgo di Sotto in una casa dei senza tetto, costruita nel 1948 e
sopra di lui abitava una famiglia che il capo si chiama Natale. Avvicinandosi le feste
natalizie, la moglie del Menchetta ricordava al marito di acquistare il tacchino per le
prossime feste, si era arrivati all’ultimo mercato prima di Natale e il tacchino non era
acquistato, allora la moglie risentita rimproverava il marito perché non pensava
affatto alla sua famiglia, il Menchetta pronto le dice: “Quanto sei sciocca, per quale
ragione io devo comprare il tacchino per Natale – (facendo cenno al piano di sopra) –
ci penserà lui non ti pare?”
Quando è vicina la festa di S. Pasquale di Ostra Vetere, un frate viene sempre a
Corinaldo per raccogliere i denari per i festeggiamenti. Questo frate facendo il giro
per la raccolta, capita nell’officina del Menchetta, il quale era ritornato dalla
campagna nel momento in cui il frate gli dice: “Sono venuto per la cerca di
S. Pasquale di Ostra Vetere” e lui: “Padre sono arrivato proprio adesso e non l’ho
veduto, ma sento a mia moglie che è qui vicino – chiama la moglie ad alta voce e le
dice– hai veduto Pasquale di Montenovo?” la moglie gli risponde che non aveva
visto nessun Pasquale e il Menchetta disse: “Vede padre qui non c’è, è bene che lo
cerchi altrove.”
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BIRUBARA O BIRONE
Abitava al Borgo di Sotto, era analfabeta, un uomo che conosceva solo il lavoro
pesante, lavorava sempre in campagna, più che altro faceva i filoni per piantare le
viti, lavoro di vanga. Un giorno d’estate si era deciso di andare a Senigallia per
vedere il mare che nonostante avesse quarant’anni non aveva mai veduto. Senigallia
rispetto a Corinaldo si trovava a levante, lui salendo sulla messaggeria e lungo la
strada il sole del mattino l’aveva di fronte, alla sera ritornando sempre con la
messaggeria (che ancora non vi era il servizio automobilistico) il cielo era coperto,
ma quando la messaggeria rea arrivata vicino al Brugnetto il sole compare, il Birone
arrabbiato si rivolge verso il cocchiere che era Greppioni, servo della ditta Bucci che
erano proprietari della messaggeria, gli dice: “ Tu non mi porti a Corinaldo, mi riporti
a Senigallia perché stamattina avevo il sole in faccia mentre per ritornare a casa devo
avere il sole alle spalle.” Non ha voluto sentire ragioni, è sceso e a piedi si è diretto
nuovamente a Senigallia, quando si è persuaso di avere sbagliato, si è ritornato ed ha
camminato quasi tutta la notte per ritornare a Corinaldo.
MONSIGNORI LUIGI DETTO LUIGINO
Era conosciuto come Luigino della Bagnata, persona buona e bravo cittadino, abitava
lungo il Corso del Paese. Nel 1896 andò in Africa soldato a Massaua, quando l’Italia
dichiarò guerra all’Eritrea. Prese parte a vari combattimenti ed è stato sempre
fortunato di avere salvato la vita. Compiuto il suo dovere, dopo alcuni anni, è stato
mandato a casa, arrivato a Senigallia con il treno di notte, per venire a Corinaldo
allora era un problema specie per chi non aveva soldi, così a piedi prese la strada per
Corinaldo, era d’estate e vi era anche una parte di luna. Poco lontano dal Brugnetto
verso Senigallia, a destra della strada vi è una fontana detta Fonte Giannino oppure
del Coppo, acqua buona per dissetarsi.
Questa fontana aveva un muricciolo con un coppo sporgente che buttava acqua a
tratti, quando buttava acqua faceva “clò clò clò” e Luigino aveva sete, si chinava per
bere però l’acqua si ritirava e Luigino si rialzava ed ecco che l’acqua ritornava,
Luigino si chinava ma l’acqua si ritirava ancora e questo lo ha fatto più volte, Luigino
si impressionò, prese paura e via in fretta ha proseguito la strada. Quando è arrivato al
passo di Ripe, ancora impressionato, invece di prendere la strada per Corinaldo prese
quella per Ripe, quando è arrivato in paese ha sentito suonare le campane e ha capito
che non erano quelle di Corinaldo.
Quando Luigino lo raccontava ci rideva e diceva: “Questo è successo a me.”
Al ritorno dall’Africa ha potuto ottenere il posto di bidello degli Uffici della
Congregazione di Carità, nel Corpo Bandistico suonava i piatti.
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DOMENICO DOMINICI
Il padre del Prof. Architetto Antonio Dominici, era di carattere allegro, gli piaceva
fare scherzi. Erano i primi anni del 1900 ed era prossima la festa del Perdono a
Castelleone di Suasa, incontra il carrettiere Adelino Frati e gli viene pensato una delle
sue. Gli dice che lo doveva vedere e che stava per andare a casa sua perché domenica
ci sarebbe stata la festa a Castelleone e c’erano una decina di persone che ci volevano
andare e avevano pensato di andare con il suo bel carro. Domenico chiese il prezzo e
si misero d’accordo sulla cifra e raccomandò a Frati di lavare bene il carro, i cavalli e
pulire a specchio i finimenti, sul carro non doveva mettere nulla, perché avrebbe
pensato a tutto lui, mettere dei banchetti per sedere, si raccomandava essere preciso
con l’orario, alle 8 davanti la Chiesa di Madonna di Piazza. Viene la mattina della
domenica, Dominici attende, arriva Adelino Frati, ben vestito sul carro a chioppi di
frusta. Vi erano anche parecchie persone, perché sapevano già dello scherzo.
Dominici gli va vicino rallegrandosi della puntualità, gli fa cenno con la mano verso
la chiesa e gli dice: “Le persone che devi portare al perdono, sei sono la dentro e
quattro alla Chiesa di S. Francesco.” Potete immaginare come è rimasto Adelino,
buona e brava persona, mogio, mogio è ritornato a casa. Veramente in quella Chiesa
vi erano sei profeti ad altezza naturale e tuttora ve ne sono quattro a S. Francesco.
LA NUOVA VIGILESSA
Il Comune di Corinaldo aveva fatto un concorso per sostituire un Vigile, Guardia
Municipale, che doveva andare in pensione.
31/07/1977. Il concorso è stato vinto da una donna. Questa giovane ragazza, in divisa
ha un bell’aspetto. Un gruppo di persone che si sono trovate sotto il portico del
comune, dicevano che la nuova vigilessa aveva fatto la contravvenzione al tale, al
tal’altro, a Tizio, a Caio ecc. ecc. Paolini Adalberto che era uno del gruppo, ad un
tratto disse: “Sì, sì dite quello che volete però, nessuno di voi non sa la differenza che
c’è tra Napoleone Buonaparte e la vigilessa, Buonaparte è buona solo una parte,
mentre la vigilessa è buona tutta!!”
Commenti e risate........
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IL GRANDE CEDRO DEL LIBANO DELL’ASILO INFANTILE
Questo imponente cedro del Libano, per il suo sviluppo merita essere segnalato.
Un anziano Corinaldese vivente, che ha frequentato l’asilo negli anni 1892/’93/’94,
ricorda benissimo che, sempre nel recinto dell’Asilo stesso, vi era un altro cedro più
avanti verso il campanile, non grande e alto come questo di oggi e vicino ve ne era un
altro piccolo alto dai tre ai quattro metri, che noi fanciulli dicevamo che era figlio di
quello più grande. Considerando che questo figlio avesse avuto allora nel 1892 otto
anni ora è vicino ai cento anni.
Il cedro misura alla base del tronco: Circonferenza m. 3,55 – dalle punte dei rami,
sempre alla base m. 18,00, altezza circa 20 metri.
CHIESA DI SAN PIETRO APOSTOLO
Informazioni rilevate da documenti in mano a Monsignore Don Umberto Rocchetti,
relativi alla Chiesa di S. Pietro Apostolo – PARROCCHIA E COLLEGIATA – di
Corinaldo, costruita nel 1574, ampliata nel 1700 e demolita definitivamente nel 1868.
8/4/1838 Poiché in S. Pietro vi era l’impalcatura eretta sino all’altezza della cupola
per demolirla e che impediva di fare le funzioni la Collegiata chiede ed ottiene di
officiare la Chiesa di S. Agostino ma, invece il 24/05/1838 si va ad officiare
S. Francesco.
3/9/1838 Il Cardinale Testaferrata prende atto della cessione da parte della
Congregazione e sottopone la decisione di trasferire la Parrocchia alla Congregazione
dei Vescovi che autorizza la demolizione della pericolante Chiesa di S. Pietro
riducendo così la Chiesa da 9 a 7 altari.
30/4/1847 Decreto di trasferimento definitivo della Parrocchia e Collegiata di
S. Pietro Apostolo a S. Francesco.
16/9/1859 Chiusura della Chiesa di S. Pietro per l’incolumità dei fedeli e nel 1860 si
decide la demolizione di tutta la chiesa.
24/1/1862 Demolizione Cupola per conto del Comune e trasferimento del pulpito,
coro, confessionali alla Chiesa di S. Francesco.
20/7/1864 La collegiata chiede di sopraelevare il Campanile di S. Francesco e la
sistemazione dell’atrio.
14/8/1864 Il Comune per il momento non ha mezzi necessari per la demolizione di
tutta la Chiesa per quanto gli servirebbe il materiale per i lavori a lui necessari.
99
6/6/1867 Protesta del Vescovo di Senigallia per l’alternarsi di sospensioni e
demolizioni abusive.
8/6/1867 Analoga protesta della Collegiata con diffida Giudiziaria.
8/2/1868 Ottenuta l’approvazione del Ministero del Culto di demolire tutta la Chiesa
per conto del Comune hanno così stabilito: di non recare danni ai confinanti, da
devolvere il materiale a favore della Congregazione di Carità per la Costruzione
dell’asilo infantile, il rimanente materiale per la sistemazione del Cimitero.
La casa annessa alla Chiesa, per i poveri.
Il campanile di S. Pietro lo dovranno demolire a spese dei Canonici e il materiale
deve servire per la sopraelevazione del Campanile di S. Francesco.
Seguono schermaglie legali delle parti avverse.
26/10/1871 Il Sindaco G. Battista Orlandi Romaldi rivolge una accorata lettera nella
quale confessa le ragioni della Collegiata, ma suo malgrado non può influire sulla
vertenza.
100
SOSTITUZIONE DELL’ARCIPRETE (26 luglio 1926)
E’ giunto il parroco
Nuovo Arciprete
Tra vero sfoggio
di drappi e sete
gran luminarie
banchetti, fiori
funzioni musiche
incensi, onori.
O fedel popolo
tripudia, esulta
che alfin la provvida
sacra consulta
ha provveduto
al santo pergamo
rimasto muto,
da che quell’ultima
parco prelato,
per dabbenaggine
se ne era andato
più gramo e misero
di S. Francesco,
proprio in carattere
di vecchio affresco.
O gente credula
or su, alleluia
la tua parrocchia
non è più buia.
L’avvento insolito
ha richiamato
persone innumeri
e d’ogni lato,
a dire il giubilo
del proprio cuore
a quei dell’anime
nuovo pastore.
Corrono giovani,
belle donzelle,
maturi uomini
vecchie zitelle,
illustri artefici
della vittoria
in fra i dottissimi,
101
tronfi di boria.
Nella magnifica
promiscuità
l’altre non mancano
Autorità.
E nel tripudio
degli ideali
il masson scorgesi
coi clericali.
Tra inviti, simboli
croci e bandiere
spicca impeccabile
il cavaliere,
che ormai dimentico
di atea fede
nel servo povero
in Dio già crede.
Che mai più contano
i tempi andati
quando ei terribile
e preti e frati,
in ogni crocchio
e circostanza
sferzava vindice
pien di possanza?
Ormai in perpetuo
scritti e discorsi
morti rimangono
coi tempi scorsi.
Siamo dinamici
ultra civili
la croce abbraccisi
contriti umili!!!;
Ier l’implacabile
acerba offesa
a madre Chiesa?
Eh! via, son fisimi
da crani strani
da reprobissimi
antitaliani!...
Su, su al, simposio
fatto in onore
del nuovo parroco
dotto signore;
102
E un inno mistico
pien di fervore
salga al Pontefice
di tutto cuore
o tempi eroici
del quarantotto
quando i nostri avoli
facean fagotto
per lungo esilio,
per la prigione
o pel palcaccio
d’eseguzione;
chi si rammemora
al nostro giorno
or che il carattere
non val più un corno?
E le indelebili
scritte murali,
i simoniaci
a gogna e pali?
e l’adorabile
fine copale
all’auto rapida
episcopale?
E il social labaro
fatto ramazza
a render lucide
le vie, la piazza?
Tutto dimentica
la gente nuova
solo un criterio
par che la nuova:
pur di procedere
d’andare avanti
star col diavolo
e con i santi.
Se poi la logica
e coerenza
a pugni facciamo
con la decenza;
e del principio
della morale
è fatto scempio
quasi totale,
103
sarà al più spasimo
ingenuo e buono
di stupidissimo
secolo nono.
Ma sorte provvida
per noi mortali
là nell’America
coi cannocchiali
in Fedo Massimo
han riscontrato
l’alto calorico
assai scemato;
Se no vedrebbesi
la gente spesso
oltre i propositi
cambiar sesso.
Un Ignoto
104
UN COMMISSARIO – CHI VA E CHI VIENE –
Parte da noi il leggendario
questo grand’uomo il Commissario
parte con lui per ignoti lidi
le armi famose sue valigi.
Olio, lardo, carni da brodo
troveranno almeno un po’ di ristoro
non mangia dadi; le fanno male
li lascia mangiare al federale.
E tu Valdimiro che lo sapevi
non lodicevi?
Ci sarebbe da dire in abbondanza
mangiar vacca, pagar la manza
e della inchiesta che fregatura!
Si nominò pure la prefettura,
bistecche e magro, filetto intero
tutto per ben fu messo a tacere.
Apre l’inchiesta il Commissario
ma diede seguito il Segretario
ma, questi dato che non aveva
pappato, declinò l’incarico
e fece come Pilato.
Ed al macello una vacca bella
voi dottor, la timbrerete agnella
questo è il momento di far baldoria
il popol mangia e non sa quel che
divora come diceva? La carta annonaria
accetta uova e farina con faccia bonaria.
E se il prodotto gliene avete
dato, subito vi nomina impiegato
alla prossima volta
macellarò un cammello
e prenderà il timbro di agnello.
Ma non pensate a noi poveretti!
che dobbiam fare
per esser protetti!
Dichiarazion false? e siamo
del mestiere mentiamo sempre;
pur sapendo mentire.
Facciamo tutto, e loro lo sanno
purché a noi arrechi guadagno.
Ora è venuto il nuovo
Commissario persona colta?
105
E’ autoritario non mangia
e questo è vero preferisce
la COTICA COL PELO.
Primo decreto; ogni mattina
mezzo litro di latte
alla Signora Annettina.
Qgirà bene non è un monello
comandarà lui e non il bidello
il popolo stanco e martoriato
Saprà giudicare il vostro operato
se a cambiar suonatore è una
storiella, o se la musica
è sempre quella.
Uno fra voi
106
CHI SARA’ IL CAVALIERE ? 28 gennaio 1940
Non sopra un bel cavallo
ma in mille e cinquecento
veloce come il vento
è giunto il cavalier.
Ritorna: e il suo ritorno
chi riconduce in mente
quell’epoca di splendor
che fu quand’ei regnò.
Chi non ricorda ancora
le splendide adunate
le celebri mangiate
che il fascio poi pagò.
Mi par ancor di udire
dall’alto di un balcone
la classica operazione
che un dotto preparò.
Io vi prometto questo
io farò pur quest’altro
e chi poco scaltro
credenza gli prestò.
Però fra le riforme
di concezion brillante
se ne notar tante
di vera novità.
Che per sveltir l’ufficio
dell’amministrazione
della congregazione
ch’ei pure governò
Trovò presto il rimedio
in modo inver giocondo
perché d’un suo bel fondo
la volle alleggerir
107
E’ cosa meritoria
davver sorprendente
fece gratuitamente
i bimbi trasportar
Dal Borgo alla Colonia
almen due volte al giorno
andata e per ritorno
in comodo autobus.
Intanto fra gli evviva
vuotavansi i bicchieri
scacciavansi i pensieri
qualcuno pagherà.
Poi quando gentilmente
lo si invitò a parlare
di dieci mila lire
un debito lasciò
Ci giurerei perbacco
con il Vangelo in mano
che il conto di Germano
quel debito creò.
Quando fu nominato
quel tirchio del dottore
si sparse il malumore
per troppo risparmiar.
Ma ora che la cassa
s’è ben rimpinguata
la mano c’è arrivata
che il giro le darà.
Evviva finalmente
si torna a largheggiare
si torna a litigare
evviva il cavaliere.
Evviva! Evviva! Evviva!
Battiam tutti le mani
108
seguendo Sandreani
che in prima fila sta.
E applaude e si rallegra
con tutto il proprio cuore
con chi un ambito onore
testé gli procurò.
Evviva! Evviva! Evviva!
L’osservatore di Corinaldo
N. N.
109
ELEZIONI AMMINISTATIVE DI CORINALDO
DEL 10 MAGGIO 1946
Suona, suona campanone,
oggi è il giorno di elezione.
Corinaldo il giorno dieci
bollire con i ceci,
con patate e fagiolini,
fa bollire un minestrone
per il giorno di elezione.
Un enigma dei più fini è
Bettino Bartolini, chi lo dice
Socialista, chi lo dice
Qualunquista, chi lo crede nazista
sotto il velo dell’arcano
c’è un Bettino democristiano.
Ha Cacciani furbantello
ha corrotto pure quello
c’è Domice (Cacciani) scudo crociato
fanciullone innamorato
della tua democrazia
per cui corre, paga e spia
sogna fiori, sogna frutti
per il benessere di tutti.
Poi c’è Claudio hai detto niente,
sa convincere la gente,
con il fare suo sincero,
pur che dica sempre il vero,
sa far bene i fatti suoi,
andrà bene anche a noi.
Musa aguzzami il cervello
vo cantare la signorina
che abbandona la cucina,
ed il desco faniliare
per il seggio consiliare
Ma di un po’ Maria
così buona e così pia
hai perduto la visione
della vera tua missione?
110
E se al consiglio andar dovrai
dimmi un po’ che farai?
Più ci penso più intristrisco,
più ci penso e men capisco,
vuoi da me un consiglio
odi senza batter ciglio,
alla fine che farai,
premi e spremi a piene mani
dalla borsa di Cacciani.
Poi che Domé falce e martello,
che sorride a questo e quello,
ma gli si legge nel suo faccione
sempre l’aria da bvambolone.
Questi poi sono i solisti
dietro poi vengono i coristi
sole, sole, lascia il piano
su nel monte c’è gran nebbia
c’è Memé che falcia e trebbia.
Se vai sotto i macelli,
un Gino c’è dei miei Savelli,
se ribalti la frittata
c’è Mariano della Murata
se vai sotto i molini
c’è un Mariano di Giacomini
che nonostante sia purgato
rimane sempre imbarazzato.
Allegrezza e Bondanzieri
sono due nomi lusinghieri
vien Gustavo con le sue pelli
con Mariano Domenichelli.
Dott. Tonnini
111
MANGIA FAUSTO
14 Febbraio 1942
Panciuto e grasso quasi cieco
il porco Marsan ha raggiunto il peso
ogni ben di Dio gli han portato
quelli cui la licenza ha procurato.
Olio, polli, lardo careggia il contadino
per ingrassar il bel suino,
affari d’oro dice: oh che cuccagna!
Ma a Carnevale prende la fine
poiché il grasso vuole il Regime
preoccupato fa il muso da mortorio
pensa..... finirò al laboratorio?
Marinel a vista mi ha stimato
ma Claudio sapiente fa il forsennato
non son d’accordo sulla resa
ma tutto si vedrà con la pesa.
Mangia Fausto! e non pensare,
dice la moglie, tu devi camparte,
fatti una passeggiata al Ponte Lucerta
appetito ti verrà ne sono certa.
L’epoca che attraversiamo è bella e rara
e non ha confronto con quella di Saltara:
tutto è pieno nella dispensa
e non c’è più posto nella credenza
il vino non manca e neanche la farina
mi preoccupo sol che abbonda la latrina.
Corri ad aprir.... non ho sognato
qualcuno coi calci ha ribussato:
che le mani impacciate ha dal fardello
è logico non può suonare il campanello!
Mangia tu che mangio anch’io
ogni momento arriva, ogni ben di Dio.
Ma dice..... chi se ne frega ?
Un osservatore.
112
CADUTA NEL POZZO (1957)
Alla memoria del poeta satirico Corinaldese Valerio Valeri.
Caro Valerio, scusami,
scendi dall’al di là
m’occorre la tua satira
di cinquant’anni fa.
Da quando ci lasciasti
nessun fu più capace
di Corinaldo scrivere
col verso tuo mordace.
Ma oggi un incredibile
fatto ci capitò,
e tu devi soccorrermi
per farne uno sfottò.
Dunque il Consiglio Civico
col sindaco alla testa,
contro un’insegna innocua
partito è a lancia in resta.
Dicevan quei caratteri
“Pozzo della Polenta”
e se a spiegare il simbolo
il verso pur mi tenta,
stimo la cosa inutile
che, sopra a quel caffè,
che si volesse intendere
capisce ognun da se.
Comunque era un ribattere
l’insipida storiella,
che nacque forse all’epoca
del buon Cicirinella,
e che oggi è molto facile,
più che non fosse ieri,
ridendoci ritorcere
addosso ai forestieri.
113
Infatti oggi è possibile
dir: se un villano rozzo
un tempo preparavavi
polenta dentro un pozzo.
Infatti la delibera
che tolse quell’insegna
appar molto illegittima
e d’annullarsi degna.
Inoltre vi riscontrasi
- pur se non fa piacereun certo qual notevole
eccesso di potere.
Come l’andiamo a mettere
o Sindaco diletto?
Cosa potrai rispondere
al verbo del prefetto?
L’insegna che i tuoi fulmini
raccolse e tanto sfogo,
ritornerà, niun dubita,
ben presto al proprio luogo.
E Dio lo voglia! Massima,
se no, saria iattura
quella che colpirebbeci
e in guisa duratura,
che in giro se diffondesi
che i nostri consiglieri
sul – Pozzo – si mostrarono
si alti di pensieri,
or dentro questo nitido,
moderno e bel locale,
che di quel pozzo celebre
s’affaccia sulle scale,
Vi diam caffè aromatico
polenta con gli uccelli,
spumante – Val di Nevola –
braciole e passatelli.
114
La fola è ormai decrepita,
riguarda quel che fu;
se ci volete sfottere
spremetevi di più.
Ma quelli che amministrano
la nostra arguta gente
non hanno – ohimé che ridere! –
capito un accidente.
E’ vero che a convincerli
non fu certo un colosso
d’ingegno, bensì un ràbido
ometto molto “rosso”
il qual non peritavasi
di dar dell’imbecille
a un cittadin degnissimo
che giç, di fronte a mille
persone, l’altro Sindaco,
in piazza qui parlando,
qualificava emerito
(magari esagerando.)
Ma il reggitore in carica
che pure è un professore,
doveva invr l’antifona
capir di quel signore,
e non rendersi succube
con la sua maggioranza,
d’una manovra fertile
soltanto di doglianza.
Si metteranno a ridere
tutti i figlioli d’Eva
e la nomea di stupidi
nessun più ci leva!
Ma intanto egregio Sindaco
del nostro patrio loco,
toglici un po’ l’incomodo
che pur ci dai da poco.
115
Non dico che alla sicula
terra ritorna faccia,
per nel crater dell’Etna
nascondere la faccia,
ma torna di Pitagora
la scienza a dimostrare
soltanto, e la tua carica
lascia a chi ci sa fare.
Sarà cosa difficile
te ben sostituire?
Ma il voto democratico
potrà sempre supplire.
Qui non si fa politica,
né abbiam altri interessi
fuorché mostrar chiarissimo
che qui non siam dei fessi.
VALERIANUS
116
ALTRE POESIE PAESANE
(1912)
C’è Peppe Calcatelli
sol buon per passatelli,
e l’oste Giacomini
rettor di contadini,
d’Ercole il successore
vediamo Tavianini,
non manca un impostore
Gigetto Spoletini.
(1914)
Possiede Corinaldo
un sindaco esemplar,
che in vero peggio del caldo
bisogna sopportar,
ma quando la caldura
poi lo soffocherà,
la bocca gli si stura
e questa soffierà.
(1918)
C’è tra i cavalieri
maestro a dir bugie,
unisce volentieri
alle brune sagrestie,
furiere era nel blocco
quale anticlericale,
oggiò come S. Rocco
la Stole e il Pieval.
(1922)
Carissimi signori
facciamo un po’ che basta
perché ormai Carlini
ha messo giù la pasta,
se noi a mangiarla
non siamo più che lesti,
la prende Raganini
ci attacca i manifesti.
117
(1926)
Qui a Corinaldo
c’è una bella usanza,
di far S. Cecilia
per riempir la pansa,
ma dopo di quest’anno
non la fanno più,
perché il figlio del bidello
si mangia tutto lù.
(1926)
Dominici l’asciutto
come un osso di prosciutto,
va battendo il petto
dicendo io non l’ho detto,
ma c’è Don Antonio
più nero del demonio,
che raddrizzalli può
lo stile Rococò.
(1926)
Fui credente fino adesso
ma vi giuro che in appresso,
sarò pretofovo anzi Turco
andrò alla Mecca e
per santo avrò il Podrecca
e per l’Evangelo l’asino.
118
VALERIO 1922
Peggiora la spiaggia
dov’è l’ingegnere?
che venga a vedere
e poi mi dirà.
Se sono una bestia
da soma o da stia
se dico una bugia
oppure verità.
Vogliamo che la spiaggia
ritorni qual’era
bisogno non c’era
stroppiarla così.
Le spese le paghino
soltanto coloro
che un simil lavoro
di testa gli uscì.
Peggiora la spiaggia
è il grido solenne
che messe le penne
sen vola oltre i mar.
La classica Spiaggia
dei nonni già vanto
era bella ed intanto
si vuole deturpar.
Per quelli che abitano
a manca o a destra
sarà la finestra
l’ingresso miglior.
E presto il fornaio
vedremo tappato
nel forno scaldato
con tanto sudor.
Lorenzo già profugo
su altri quartieri
fu visto anche ieri
cercare un asil.
Deserta tu e qual che
so bene rimarrai
ma no, non farai
la morte del vil.
119
INDICE
-
Presentazione........................................................................................1
Origine di Corinaldo, la distruzione, l’incendio, l’assedio...................2
Notizie dall’Archivio Storico Comunale.............................................5
Processo dell’Arciprete Don G. Matteotti..........................................10
Omicidio di Don Giuseppe Mazzoleni...............................................15
I quattro fucilati del Risorgimento Italiano........................................18
Storia di alcune famiglie facoltose di Corinaldo................................19
Il maggiore sviluppo edilizio di Corinaldo.........................................26
Convento di S. Francesco...................................................................26
Convento degli Agostiniani................................................................27
Convento dei PP. Cappuccini.............................................................27
Convento delle suore Benedettine......................................................28
Chiesa di S. Pietro Apostolo...............................................................28
Chiese di Corinaldo............................................................................29
Palazzo Comunale..............................................................................33
Il Teatro Goldoni................................................................................34
L’Acquedotto......................................................................................34
Parco della Rimembranza...................................................................35
Cassa di Risparmio.............................................................................36
Caffè e Bar..........................................................................................36
Sale Cinematografiche.......................................................................38
Vecchi e Nuovi forni per il pane........................................................38
La distilleria.......................................................................................39
Scuola Pia e nuova casa parrocchiale................................................39
Illuminazione pubblica e privata.......................................................39
Telai e Mangano................................................................................40
La neviera..........................................................................................40
Via Piaggia e Pozzo della Polenta.....................................................41
Cripta di S. Maria Goretti..................................................................41
Corinaldo era mandamento...............................................................42
Il nuovo ingresso al Paese.................................................................42
Gli stemmi sopra le porte del Paese..................................................42
Restauro delle mura castellane e rifacimento merli..........................42
La messaggeria e il servizio automobilistico....................................43
Nuova strada per evitare la salita di Domenichetto..........................44
Asfaltatura della Circonvallazione e dei due Borghi........................45
Il nostro ospedale, ospizio e asilo.....................................................45
120
-
Il vecchio cimitero e il nuovo...........................................................47
Terremoto del 30 ottobre 1930.........................................................48
Passaggio del fronte della II Guerra Mondiale..................................48
Istituzione della scuola media............................................................51
Filande................................................................................................53
Circoli cittadini..................................................................................53
Corpo bandistico................................................................................53
Il gioco del pallone con il bracciale...................................................56
Il gioco della ruzzola e delle forme di formaggio..............................58
Feste nelle cappellanie di campagna..................................................59
Caso curioso di Gaetano Priori detto Scuretti....................................63
Vecchia bottega di vendita mercerie..................................................63
Causa in pretura contro Ghemini e Cambioli.....................................64
La società dei ladri.............................................................................65
Lo storico Cav. Sergio Stefanini........................................................66
Il pittore Claudio Ridolfi....................................................................67
Il pittore Domenico Berardi...............................................................70
Tommaso Ciani..................................................................................71
Sua Eccellenza Domenico Grandi......................................................71
Valerio Valeri – Poeta satirico –........................................................72
Il patriota Gaspare Ballanti................................................................88
Trifone Pasqualini..............................................................................89
Burloni, macchiettisti e aneddoti di alcuni Corinaldesi.....................90
La nuova vigilessa..............................................................................98
Il grande cedro del Libano nell’asilo infantile...................................99
Demolizione della Chiesa di S. Pietro Apostolo................................99
Poesie Paesane...................................................................................101
121
copiato dall’originale da Alessandro Bonazza. Finito il 29/07/’99
122
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