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LO VEDIAMO MEZZO PIENO

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LO VEDIAMO MEZZO PIENO
Supplemento a Tempi n°48 - 2 dicembre 2015 - Poste italiane spa - spedizione in a.p. D.L. 353/03 (conv. L.46/04) art. 1 comma 1, DCB Milano
CAPITALE UMANO
LO VEDIAMO
MEZZO PIENO
Primi segnali di riPresa da un mercato del lavoro
inaridito da due crisi consecutive. dalle scuole
alle imPrese, storie, idee e ProPoste Per valorizzare
la risorsa Più imPortante che abbiamo. le Persone
SOMMARIO
TEMPI
Reg. del Trib. di Milano
n. 332 dell’11/06/1994
settimanale di cronaca,
giudizio, libera
circolazione di idee
Supplemento a Tempi
- Anno 21 - N. 48
dal 26 novembre al 2
dicembre 2015
GESTIONE
ABBONAMENTI
Tempi, Via
F.Confalonieri, 38 20124 Milano,
tel. 02/31923730,
[email protected]
DIRETTORE
RESPONSABILE
LUIGI AMICONE
EDITORE
Vita Nuova Società
Cooperativa,
Via F.Confalonieri, 38
20124 Milano
A CURA DI
Pier Giacomo Ghirardini
PUBBLICITà
Davide Scali
PROGETTO GRAFICO
Matteo Cattaneo
FOTOLITO E STAMPA
Reggiani spa
via Alighieri 50, 21010
Brezzo di Bedero (Va)
La testata fruisce dei
contributi statali diretti di
cui alla legge 7 agosto
1990, n. 250
SEDE REDAZIONE
Via F.Confalonieri, 38 20124 Milano,
tel. 02/31923727,
[email protected]
CONCESSIONARIA
PER LA PUBBLICITà
Editoriale Tempi Duri Srl
6
Lezioni di
crescita. Così
il modello
lombardo
offre una
chance di
ripartenza a
tutto il paese
16
C’è un posto
per te
Col Jobs Act le
Agenzie del lavoro
diventano motore
imprescindibile
dell’incontro tra
domanda e offerta
di occupazione
Hanno collaborato alla
realizzazione del numero:
REGIONE LOMBARDIA
ITALIA LAvORO
FORMA
CNOS FAP
CSL
AEF
ASSOLAvORO
CISL
CONFINDUSTRIA
22
Capitale
umano
La Buona Scuola
raccontata dalla
politica e dagli
operatori della
formazione. Ecco
cosa cambia con il
sistema duale
42
Il mestiere di
contrattare
Come si stanno
attrezzando i
sindacati dei
lavoratori e degli
imprenditori per
sfuggire alla corsa
globale che mette
a rischio salari e
produttività
edItorIale
DI pier giacomo ghirardini
I
vogliamo parlare di simile effetto del decreto Giovannini (governo Letta)
lavoro, formazione e capitale umano, dando la che sblocca il ricorso ai contratti di lavoro dipendenparola agli uomini e alle donne che operano nel- te a tempo determinato, gravemente penalizzati dalle istituzioni, nelle agenzie del lavoro, negli enti di la precedente riforma Fornero, un “rimbalzo tecnico”
formazione professionale, nelle scuole, nel sindaca- a cui si aggiungeranno, successivamente, gli effetti di
to. Abbiamo però voluto mettere in premessa a que- un progressivo (ancora lento) miglioramento nel “clisto rapporto una breve riflessione sui “dati duri”, per ma” delle aspettative.
Ad oggi (III trimestre 2015), si sono recuperati
poter dar conto, in un certo senso, anche di una prospettiva più profonda. Tre milioni di disoccupati non 376 mila occupati (rispetto al record negativo di due
anni prima): il 39 per cento del calo dovuto alla Dousaranno mai solo una statistica, per noi.
Il governo Renzi, in carica dal 22 febbraio 2014, ble-Dip Recession italiana. Ma la cosa che sta passaneredita una situazione occupazionale disastrosa, do in secondo piano è che ben 259 mila unità di quecome conseguenza di
una doppia immersioIl mercato del lavoro può essere eFFIcIeNtemeNte
ne recessiva di inedita
gravità, che ha cumulagoverNato solo a lIvello regIoNale e provINcIale.
to gli effetti della granuN’IstItuZIoNe NecessIta dI polItIche sINtoNIZZate
de recessione (2008) e
IN
base al prINcIpIo dI prossImItà aI verI bIsogNI
della crisi dei debiti
sovrani e delle politiche di austerità (2011): secondo i dati Istat più recen- sto recupero riguardano, in realtà, i dipendenti a terti (rilasciati il 30 ottobre 2015 e aggiornati a settem- mine: la crescita del lavoro a tempo determinato è tutbre 2015), il calo occupazionale intercorso fra il pun- tora il principale motore della ripresa del mercato del
to di massimo raggiunto prima della crisi (II trime- lavoro, benché nel medesimo periodo, per effetto del
stre 2008) e quello di minimo toccato a causa di que- Jobs Act e, soprattutto, di una forte decontribuzione
sta (III trimestre 2013) si quantifica in poco meno di (scritta nella legge di stabilità 2015), i dipendenti perun milione di occupati (964 mila al netto dei feno- manenti (etichetta sotto cui ricadono anche i nuovi
meni di stagionalità). Se si calcola il “trend di lungo contratti a tutele crescenti) siano aumentati di 157
periodo” (facendo ricorso al filtro di Odrick-Prescott) mila unità. Tale incremento di dipendenti permanendegli occupati (vedi figura), si coglie il punto di svolta ti si è realizzato in massima parte (per 135 mila unidel ciclo proprio all’insediamento dell’attuale esecuti- tà, raffrontando il III trimestre 2015 con il IV 2014)
vo (I trimestre 2014): si tratta, sulle prime, di un vero- nei primi 9 mesi dell’anno in corso – ed il governo è
4
|
|
n questo numero monografico
3.200
23.000
3.000
22.800
2.800
22.600
2.600
22.400
2.400
22.200
2.200
22.000
2.000
21.800
1.800
21.600
disoccupati (in migliaia, dati destagionalizzati)
C’è UN PAESE CHE NON SI ARRENDE AI DATI SULLA
DISOCCUPAZIONE E MUOVE ALL’AZIONE E AL LAVORO
IL SUO CAPITALE UMANO. ECCO PERCHé DOBBIAMO
MANTENERE LA ROTTA DEL JOBS ACT E DELLE RIFORME
3.400
23.200
occupati (in migliaia, dati destagionalizzati)
IL MOTORE
CHE ACCENDE
LA RIPRESA
Occupati e disoccupati in Italia
23.400
1.600
21.400
1.400
occupati
trend di lungo periodo (filtro di Hodrick-Prescott)
disoccupati
21.200
1.200
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat (Rilevazione sulle forze di lavoro)
pienamente legittimato ad ascriversene i meriti: se si
considera infatti, con rigore ed equanimità, il bicchiere mezzo pieno di quello che è, ormai universalmente, considerato come il provvedimento più efficace delle attuali politiche, non si può non valutarne positivamente l’impatto sulla dinamica dell’occupazione
e dei consumi, che hanno iniziato a riprendersi solo
appunto nel 2015, riportando finalmente il Pil a crescere e producendo, nel medesimo arco di tempo, una
riduzione nel numero delle persone in cerca di lavoro
di 225 mila unità (tutti i confronti sono effettuati sui
dati destagionalizzati).
Ma occorre considerare, con altrettanto rigore ed
equanimità, il bicchiere mezzo vuoto, non per guastare la festa, ma perché è tanto il terreno da recuperare. Restano ancora, al settembre 2015, 3 milioni 16
mila disoccupati, più del doppio di quelli che vi erano prima della crisi, e che sono da mettere in conto,
in gran parte, alla Sovereign Debt Crisis e all’Austerity,
un convitato di pietra che non è affatto scomparso dal
nostro copione, ma che si è solo preso una pausa caffè
con brioche. Dal momento che non si può pensare di
fare una riforma del mercato del lavoro al mese e che
i posti di lavoro li crea la crescita economica, il Patto
di bilancio europeo resta il primo avversario. E sullo
sfondo si aggira anche l’uomo nero del rallentamento
della crescita a livello globale (si veda la nota mensile
dell’Istat sull’andamento dell’economia italiana del 5
novembre 2015).
Né sull’uno, né sull’altro possiamo alcunché. Ma
c’è spazio anche per “farci del male da soli” e, almeno
questo, va evitato. Qualsiasi onesto studioso vi dirà che
un moderno mercato del lavoro può essere efficientemente governato solo a livello regionale e provinciale, perché esso è una istituzione e come tale necessita
di politiche sintonizzate in base al principio di prossimità ai (veri) bisogni. E del fantasma di un rampante
neocentralismo (e dei tagli insostenibili per le regioni
virtuose) non si avverte proprio il bisogno. Neanche in
tema di lavoro.
|
|
5
PROTAGONISTI
I
LEZIONI
DI CRESCITA
Foto: Ansa
in un mercato del lavoro in cui Sono le iStituzioni locali
a fare la differenza tra un SiStema ingeSSato e un modello
che funziona, occorre “Studiare” le regioni per offrire
una chance di ripartenza a tutto il paeSe. la parola a loro
6
|
|
l mercato del lavoro, più degli altri
mercati, deve essere considerato una
vera e propria istituzione sociale: è la
lezione del premio nobel per l’economia
Robert Solow, padre della moderna teoria
della crescita economica. Il suo funzionamento dipende essenzialmente da quanto ritenuto mutualmente accettabile da
entrambe le parti in causa nelle relazioni che interessano i diversi aspetti occupazionali: lavoratori e imprese. Ciò lo
definisce, per l’appunto, come istituzione sociale.
Se si va alla radice del problema dello sviluppo di una comunità, ad esempio
quello di una regione, nel confronto con
altre comunità, si finisce sempre per scoprire come al di là dell’apparente omogeneità sociale, i modelli di regolazione
dell’economia, del mercato del lavoro e
della partecipazione politica possano profondamente differire persino fra realtà
limitrofe. “Localismo” è la parola chiave
per arrivare a capire “ciò che fa la differenza” quando non si dovrebbero apprezzare differenze di sorta: l’agire economico, anche nella forma di mercato – e ciò
vale ancor di più per il mercato del lavoro –, è prima di tutto un comportamento sociale, profondamente connotato dal
“radicamento” delle istituzioni.
La Lombardia è il primo mercato del
lavoro italiano non solo per dimensione
ma per specializzazione e divisione del
lavoro: le forze di lavoro, al secondo trimestre 2015 (il dato più aggiornato disponibile), ammontano a 4 milioni 607 mila
unità. Fenomeni sui quali, in altre parti di
Italia, si possono solo esprimere congetture, qui sono realtà da anni. Questo numero monografico di Tempi rappresenta l’occasione per mettere al servizio del Paese
questo “punto di osservazione”.
Oggi, in mancanza di modelli di riferimento, di agende politiche che possano riportarci la passione per “cosa di tutti”, si torna a parlare di “modello lombardo” e di “Milano capitale morale”. Ma il
nostro intento non è celebrativo. In ogni
contributo si è invece cercato di comunicare il senso di un passaggio, nel travagliato panorama nazionale e internazionale: un “passaggio a Nord-Ovest”, in acque
insidiose e ancora poco note e fra banchise che possono richiudersi intrappolando
gli esploratori, ma che se venisse scoperto
e mappato potrebbe diventare il passaggio
anche per altri.
Diamo la parola alle istituzioni convinti che sia la specificità della cultura
regionale e dell’agire istituzionale a fare
del mercato del lavoro lombardo un mercato del lavoro di successo. [pgg]
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7
protagonisti LE AZIENDE COME AULE. E vICEvErsA
AlternAnzA, lA svoltA dellA loMBArdIA
La mia Legge contro
La fuga dei cerveLLi
(daLLe imprese)
U
na vita dentro la scuola, prima da
insegnante, poi da dirigente pubblica e infine da politica, Valentina Aprea è assessore all’Istruzione della
Lombardia dal 2012. La incontriamo che
è ancora fresca la sua vittoria più recente: a fine settembre il Consiglio regionale ha approvato la legge proposta da lei
per dare vita in Lombardia a un autentico
«sistema duale tra scuola e lavoro».
Assessore, perché si vuole ricreare appeal sul contratto di apprendistato?
Noto, purtroppo, un “ri-” di troppo
nella domanda. Da noi è dagli anni Cinquanta del secolo scorso che il contratto di apprendistato non tira più. Soprattutto dell’apprendistato formativo, quello che permette di acquisire titoli di studio, qualifiche e diplomi spendibili per la
carriera professionale e scolastica. Eppure
non devo essere io a ricordare che tutte le
scienze dell’apprendimento e dell’educazione sono decenni che rilevano come la
metodologia dell’apprendistato sia la più
motivante, efficace e significativa per un
apprendimento davvero formativo. Si tratta quindi, purtroppo, di “creare” appeal
sul contratto di apprendistato, visto che
da noi vige ancora il pregiudizio elitistico e gentiliano che chi studia non lavora e
che chi lavora lo farebbe perché incapace
di studiare, quasi che studio e lavoro siano
due realtà incompatibili.
Che senso ha, dopo i risultati registrati
a livello nazionale negli scorsi anni, tornare a integrare orientamento, formazione e inserimento lavorativo intorno
al binomio apprendistato-artigianato,
nonostante le “lusinghe” del nuovo contratto a tutele crescenti?
Anche in questo caso, mi pare impropria l’espressione “tornare a integrare”
orientamento, formazione e inserimento lavorativo: è proprio ciò che è manca8
|
|
to dagli anni Cinquanta in Italia. Il gentilianesimo di destra e di sinistra che ha
dominato la mentalità comune del nostro
paese ha intenzionalmente separato i tre
momenti, rendendo il nostro sistema formativo afflitto in maniera strutturale dal
mismatch tra domande e offerte qualificate di lavoro, mismatch che oggi ha raggiunto traguardi patologici soprattutto
tra i giovani (il 43 per cento senza lavoro!).
Quindi, a 13 anni dalla riforma Moratti
VALENTINA APREA
Già sottosegretario del Miur con
Letizia Moratti, deputata di FI
e Pdl per cinque legislature, ha
dedicato tutta la propria carriera
politica ai temi della scuola. Da
assessore all’Istruzione della
Lombardia (prima con Formigoni
e poi nella giunta Maroni) ha
scritto la legge sull’alternanza
scuola-lavoro approvata il 22
settembre dal Consiglio regionale
«l’apprendistato formativo È Un’occasione d’oro
per rilanciare il “miracolo manifattUriero italiano”
e allo stesso tempo l’esperienza di Una formazione
cUltUralmente alta e motivante dei giovani»
– allora ero sottosegretario alla Pubblica
istruzione – che aveva tentato di rilanciare
la circolarità di questo trinomio, ben venga la sua concreta attuazione. Ben venga
soprattutto se imperniata sull’apprendistato formativo, che rappresenta la risorsa nascosta ma più promettente sia per il
rilancio della qualità delle nostre imprese sia per restituire i percorsi di istruzione e formazione ai loro veri fini: la crescita compiuta delle persone, non la tutela dell’apparato burosindacalamministrativoformativo che li gestisce. Ho parlato
in genere di imprese, ma dovrei specificare: soprattutto delle imprese artigianali.
Esse infatti contengono un sapere davvero integrale che purtroppo scompare con
l’artigiano che va in pensione. Scoprire la
straordinaria ricchezza di questo sapere e
anzi implementarlo di nuove e innovative consapevolezze critiche di natura linguistica, scientifica, tecnologica, estetica,
etica e organizzativa con un vero apprendistato formativo, costituirebbe un’occasione d’oro per rilanciare allo stesso tempo il “miracolo manifatturiero italiano”
e l’esperienza di una formazione culturalmente alta e motivante dei giovani in
autentiche “comunità di pratica”. È vero
infine che il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti è un oggettivo
disincentivo all’adozione dell’apprendistato formativo e anche di quello professionalizzante. Premia le imprese che non
fanno nemmeno lo sforzo di capire che il
futuro è di quelle che si innovano con e
tramite la formazione continua di chi vi
lavora. Ma questo fa parte delle contraddizioni delle nostre politiche del lavoro che
risultano scoordinate con quelle dell’istruzione e formazione.
L’alternanza scuola-lavoro in Lombardia
è un caso di successo. La sua applicazione “universale” implica però numeri
enormi, oltre al problema dell’accoglienza da parte delle imprese. Come si può
pensare concretamente di applicare il
modello su così vasta scala?
L’alternanza scuola-lavoro in Lombardia non è soltanto stage, tirocini, impresa simulata, laboratori distribuiti a rete
nelle imprese del territorio. Soprattutto
dopo la legge recentemente approvata su
mio impulso, essa è, in maniera strategica, adozione e diffusione dell’apprendistato formativo dai 15 anni in poi. Nessun
Cfp lombardo, infatti, potrà avere meno
del 5 per cento di ragazzi in apprendistato. Questo vincolo, insieme a quello della sperimentazione nazionale governata
da Miur e Mlps su questa stessa strategia,
porterà il numero di giovani apprendisti
lombardi ad almeno il doppio già l’anno
prossimo. Certo la Lombardia è la regione
più avanzata non solo d’Italia, ma d’Europa. Con un tessuto imprenditoriale forte e
diffuso, nonostante gli anni di crisi. La difficoltà a generalizzare le modalità dell’alternanza scuola-lavoro che la domanda
rileva è reale. Ma è spesso un comodissimo pretesto accampato con furbizia o con
ignoranza per negare o per non scommettere sull’intrinseco valore formativo del
lavoro, di qualsiasi lavoro manifatturiero, sociale e di servizi. Per invertire questa tanto pericolosa quanto storica tendenza, sarebbe bastato, per esempio, che
le recenti Linee guida del Miur sull’alternanza scuola-lavoro non fossero state
scritte e pensate da esperti che non hanno mai lavorato e, soprattutto, mai verificato di persona quanto sia culturalmente
e metodologicamente ricco e fecondo, se
si è bravi e consapevolmente critico-rifles-
sivi, accompagnare un giovane nell’organizzazione e nella produzione di un qualsiasi laboratorio artigianale o di una qualsiasi impresa per avere meno sospetti su
quante imprese possiedano o non possiedano i requisiti ritenuti necessari per
accogliere gli studenti in formazione. A
forza di riserve mentali sulle imprese che
sarebbero in sé un luogo nel quale si cade
più che in altri nei peccati dell’alienazione, dell’estraniazione, della ricerca forsennata del profitto, si finisce per assolvere una scuola che, da questo punto di
vista, non è certo migliore per il 50 per
cento dei giovani a 15 anni, delle peggiori
imprese. A maggior ragione se aggiungiamo che a guidare l’alternanza scuola-lavoro dovranno essere docenti che non conoscono nel dettaglio né scientifico né professionale i processi e i risultati accettabili del lavoro che fanno invece incontrare ai loro studenti in alternanza. L’incontro con il lavoro, infatti, non è formativo
in maniera taumaturgica: ha bisogno di
competenti e pazienti mediazioni interne
alle imprese (il tutor aziendale) e di ancora più competenti e pazienti mediazioni di contenuto e di metodo da parte del
cosiddetto tutor scolastico. Chi si è fin qui
preoccupato di formare le une e le altre?
Sappiamo, vero, come si formano e poi si
reclutano i docenti in Italia?
Per quanto riguarda i servizi pubblici del
lavoro, come si pensa di armonizzare il
ruolo dei centri per l’impiego con quello
delle agenzie per il lavoro? E quale ruolo
avrà l’Agenzia nazionale per le politiche
attive del lavoro?
Comincio a rispondere dal fondo. Speriamo che l’Agenzia nazionale sia davvero per le politiche attive del lavoro e non
il solito artificio con cui, come ricordava
don Luigi Sturzo già negli anni Cinquanta, tutto ciò che è centralizzato e statale cambia, e addirittura in sé, la natura
delle cose. Il rischio infatti che l’Agenzia
chiami politiche attive del lavoro ciò che
in realtà è e resta esercizio delle politiche
passive (accoglienza, profilatura e formazione dei disoccupati) è alto. Il paradosso
sarebbe che, tra Agenzia nazionale e centri statali per l’impiego sparsi sul territorio, si abbia l’ennesima struttura amministrativa centralizzata che serve benissimo
per mantenere il lavoro (magari perfino
a tempo determinato) a chi vi lavora, ma
che non è in grado, poi, per competenze
ed efficienza, di trovarlo a chi non l’ha e/o
di stimolare imprenditorialmente a crearlo quando non ci fosse. Noi in Lombardia
anche in questo campo abbiamo un vantaggio. Sono anni che grazie a Dote Unica
Lavoro non premiamo più, distribuendo
soldi pubblici immeritati, centri pubblici
per l’impiego o agenzie accreditate per il
lavoro che si limitano alle politiche passive, ancorché ben fatte. Paghiamo infatti a
risultato, cioè a tirocini extracurricolari o
a contratti di lavoro a tempo determinato
o indeterminato assicurati al disoccupato.
Chi trova lavoro a un senza lavoro, tanto
più se quest’ultimo è disoccupato da tempo, merita, per noi, molto di più di chi
si limita a fare colloqui di accoglienza e
magari a definire percorsi personalizzati
di formazione che finiscono per non essere frequentati dagli stessi interessati perché inutili o non convenienti.
Più in generale, sarebbe importante che
Regione Lombardia riuscisse a delineare
gli elementi di forza del modello di formazione e lavoro e le sfide che si presenteranno nei prossimi anni.
Gli elementi di forza del nostro modello sono presto detti: a) continua alternanza tra studio e lavoro per l’intero arco della vita e unità di orientamento, formazione e lavoro; b) superamento della tradizionale autoreferenzialità della scuola promuovendo i poli tecnico-professionali che
coinvolgono a rete scuole, imprese e privato sociale; c) sviluppo a sistema delle pratiche non solo di autovalutazione, ma di
valutazione tecnica, sociale e professionale esterna, con riferimento costante ai costi
standard e ai rating di risultato; d) valorizzazione del sistema duale, ovvero assialità
dell’apprendistato formativo di I e III livello dai 15 ai 29 anni, facendo orbitare attorno ad esso le pratiche dell’alternanza (stage, tirocini, scuole bottega, imprese simulate, laboratori collocati a rete nelle imprese e nei servizi del territorio) al fine di diffondere sempre di più la pratica dell’acquisizione di qualifiche, diplomi, diplomi di
Ifts e diplomi superiori di Its in apprendistato e in alternanza; e) nutrire di sostanza
una concezione del merito che non sia soltanto tradizionalmente scolasticistica, ma
anche e non meno professionale (i mestieri come capolavori delle proprie attitudini
e delle complessive competenze personali di ciascuno); f) libertà di scelta e pluralismo educativo.
|
|
9
misure straordinarie protagonisti
il nuovo welfare del governatore
la regione decolla
con il reddito
di autonomia
U
si giudica dalle
azioni concrete, dai cambiamenti che
è in grado di operare nella quotidianità dei suoi cittadini. Deve saperlo fare nella tempistica più efficace possibile, senza
ragionare a compartimenti stagni ma concependo i bisogni della persona nella sua completezza. E senza cedere
alla logica assistenzialista
«abbiamo stanziato
e ai finanziamenti a piog50 milioni fino al
gia che sono stati la rovina
di tanti sistemi, in particotermine dell’anno
lar modo rispetto all’occue ne stanzieremo
pazione.
Per questo – subito
altri 200 nel 2016. e
dopo l’approvazione della cifra aUmenterà
la Legge di Evoluzione
se il governo
del Sistema sociosanitario regionale, che ridiseintrodUrrà
gna il concetto di Welfare
i costi standard»
sul territorio e introduce
quello di presa in carico
globale della persona – ho costituito un team specifico. La squadra riunisce tutti gli Assessori coinvolti dal tema del sostegno
alle famiglie in difficoltà, agli ultimi della società, a chi non ha
un tetto sulla testa o non riesce a pagare le bollette. E già dall’8
di ottobre è partito uno dei progetti più importanti della legislatura, vero esempio di un governo che funziona: il Reddito lombardo di Autonomia. Si tratta di un insieme di misure di aiuto
in materia di lavoro, casa, non autosufficienza e famiglia, superando la solita politica di interventi statali che abbiamo osservato (e subìto) negli ultimi decenni.
La via lombarda al Welfare si concentra quindi sui cittadini fragili e formula una proposta immediatamente operativa. Si
parte dal lavoro, con il Progetto di Inserimento Lavorativo (PIL):
offriamo ai cittadini lombardi un contributo economico per il
loro impegno attivo alla ricerca di una occupazione, pari a un
massimo di 1.800 euro in sei mesi. Questa misura si pone nel
solco della preziosa unicità della Dote Unica Lavoro, lanciata in
Lombardia nel 2013 e unica in Italia: una tipologia di intervento di Politiche Attive sul lavoro, unitaria e su larga scala, destinata a giovani inoccupati, disoccupati e cassaintegrati. La Dote
Lavoro, infatti, con oltre 136 milioni di euro assegnati sinora,
si basa su servizi personalizzati sul destinatario e sulla assistenza continua. Si tratta, in pratica, di un percorso individuale di
inserimento lavorativo basato sulla fruizione gratuita (perché a
spese della Regione) di servizi offerti da un operatore accreditan governo che funziona
DI roberto maronI
Presidente della Regione
Lombardia dove, l’8 di ottobre, è
stato varato il Reddito lombardo
di Autonomia, un pacchetto di
cinque misure straordinarie a
sostegno di chi è in difficoltà
to. La Dote Unica si distingue anche perché punta al risultato:
un lavoro. Solo a risultato raggiunto gli operatori hanno diritto
a una remunerazione.
Allo stesso modo il “PIL” è un’indennità riconosciuta ai lombardi (residenti o domiciliati) disoccupati da oltre 36 mesi, non
percettori di ammortizzatori sociali e con un ISEE fino a 18mila
euro, a condizione che fruiscano attivamente dei servizi della Dote Unica Lavoro. Alla fine del percorso il cittadino riceverà un contributo pari al valore dei servizi di formazione e lavoro utilizzati. Dal 15 ottobre al 10 novembre sono già stati prenotati oltre 140 “PIL”.
Insieme con le politiche attive per il lavoro, il Reddito di
Autonomia prevede anche altre misure a favore dei più deboli, che puntano a rendere autonomi i cittadini lombardi dallo stato di bisogno. Perché se il peggio della crisi internazionale è alle nostre spalle, l’Istat ci ha da poco reso noto che l’11,7
per cento delle famiglie italiane è in ritardo con il pagamento di mutuo o bollette. Quindi abbiamo lanciato anche il bonus
affitti, il bonus bebè, l’abolizione dei ticket sanitari per i redditi fino a 18 mila euro e l’assegno di autonomia – a favore di persone anziane, disabili o non autosufficienti o a forte rischio di
esclusione sociale.
In molti credevano che non ce l’avremmo fatta, invece
anche questa volta abbiamo mantenuto una promessa nei tempi annunciati. Abbiamo stanziato 50 milioni fino al termine
dell’anno e ne stanzieremo altri 200 nel 2016 per queste misure. Una cifra che potremo aumentare, se il Governo ritornerà sui
suoi passi e a sua volta manterrà le promesse fatte circa l’inserimento dei costi standard nella Legge di Stabilità, grazie ai quali
la Regione Lombardia, in forza della sua virtuosità, avrà risorse
aggiuntive da investire a favore dei cittadini.
|
|
11
protagonisti l’appuntamento in fiera
L’ASSESSORE DELLA REgiOnE VEnETO
IL LAVORO, UNA
REALTà CHE EDUCA,
UNA SFIDA POLITICA
a
lla Fiera di Verona dal 26 al 28
novembre, andrà in scena la 25ª edizione di JOB&Orienta, il salone
nazionale dell’orientamento, la scuola, la
formazione e il lavoro, promosso da VeronaFiere e Regione del Veneto, in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e
il ministero del Lavoro e
«aumentiamo
delle Politiche Sociali.
l’occupazione
E anche quest’anno, l’assessorato all’Istruguardando ai
zione, alla Formazione
fabbisogni
del
e al Lavoro della Regione del Veneto sarà preveneto. con azioni
sente a questo importandi politica attiva,
te appuntamento ormai
orientamento,
consolidato negli anni.
“Il lavoro, una realtà che
promozione
educa. Conoscere, speridi
autoimpiego»
mentare, apprendere” è
il tema scelto per questa
edizione, a porre l’accento sull’importanza degli strumenti in
grado di avvicinare il mondo della scuola a quello del lavoro, a
partire dall’alternanza scuola-lavoro e dell’apprendistato.
La Regione del Veneto, ancora una volta, sarà presente con il
proprio contributo di competenze, idee e strumenti, con passione ed entusiasmo. Con la consueta voglia di ascoltare e affiancare i giovani nella scelta dei percorsi di formazione professionale, riqualificazione, inserimento o re-inserimento lavorativo che
decideranno di intraprendere. Con la reale volontà di far scoprire le soluzioni più consone alle loro aspirazioni e metterli al corrente delle sfide da cogliere per dare slancio al proprio futuro,
con determinazione, costanza e ottimismo.
Nello stand della Regione, infatti, sarà possibile ricevere
12
|
|
DI ElEna Donazzan
Assessore all’Istruzione,
alla Formazione e al Lavoro
della Regione del Veneto.
La Regione è presente
a JOB&Orienta, Fiera di Verona
26-28 novembre 2015
informazioni su Garanzia Giovani, il programma comunitario
che rivolge ai giovani fino a 29 anni, che non studiano e non
lavorano, un ventaglio di opportunità che variano da offerte di lavoro qualitativamente valide a percorsi di apprendistato, da percorsi di tirocinio ad altre e molteplici misure di formazione.
Nello stand, inoltre, sarà possibile dialogare direttamente con le aziende e i professionisti presenti ai vari focus group
e con gli operatori delle Agenzie per il Lavoro, disponibili a
dare consigli e suggerimenti, avendo ben presente gli obiettivi
che la Regione persegue: aumentare l’occupazione dei giovani
tenendo conto dei fabbisogni professionali e formativi del mercato del lavoro e del sistema produttivo veneto. Con azioni di
politica attiva, orientamento e promozione di autoimpiego e
autoimprenditorialità. Con la consapevolezza, altresì, che il tessuto economico del Veneto è da sempre capace di innovarsi nella tradizione, un ossimoro capace di esprimere al meglio quella peculiarità atavica che lo contraddistingue e che raggiunge
l’apoteosi, per molte imprese, nel passaggio di consegne generazionale da padre-madre in figlio-figlia.
I dati ci confortano, nonostante gli anni di una congiuntura economica non certo favorevole, e per questo continueremo a fare la nostra parte. Con grande responsabilità. Quella
responsabilità che ogni persona deve avere per gettare le basi
del proprio futuro, per costruire un saldo e coerente progetto
di vita. Coerente con le proprie ambizioni e con le opportunità
che si presentano quotidianamente.
protagonisti italia lavoro/1
LA PICCOLA
GRANDE
RIVOLUZIONE
La fase sTarT-uP
Trecento centri selezionati per
aprire la strada al sistema duale
con la riforma vince l’alleanza tra scuola
e lavoro. ecco perché non possiamo non
prendere parte al mutamento straordinario
che sta orientando il sistema verso le imprese
L
107/2015 sulla scuola e
il sistema educativo/formativo è una
delle riforme strutturali di cui l’Italia ha bisogno. Non passa giorno senza che venga pubblicata una ricerca che
descriva la situazione di estrema arretratezza del nostro sistema educativo o
che non venga pubblicato un rapporto
di un’organizzazione internazionale da
cui risulti evidente la posizione (piuttosto da bassa classifica) delle competenze
dei nostri lavoratori (e non solo giovani).
È dall’inizio di questo secolo che si
è tentato, con alterne fortune, di disegnare una riforma del sistema educativo italiano che potesse ovviare a questi
gap strutturali. Una riforma che potesse collegare in maniera organica e coerente il sistema della scuola e della formazione a quello del lavoro, contribuendo in questo modo alla crescita del valore del capitale umano e dunque della produttività in Italia. A questa visione, peraltro comune a tutti i paesi industrializzati, si è sempre contrapposto un fronte –
cieco e culturalmente arretrato – che in
nome della (falsa) sacralità dell’istruzione ha costruito tutta una serie di possibili ostacoli, costringendo la scuola italiana
in una condizione di assoluta marginalità e arretratezza.
Ancora oggi siamo un paese che vede
i giovani conseguire la laurea magistrale a 27 anni, quasi sempre senza mai aver
14
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a nuova legge
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fatto un’esperienza di lavoro, mentre nei
paesi del Nord Europa i sistemi educativi sono maggiormente “job oriented” e
le transizioni scuola-azienda sono brevi
ma efficaci, i sistemi educativi e il mercato del lavoro dialogano già a partire dalla
scuola superiore.
Nondimeno, alla fine, ha vinto la
visione di una attiva collaborazione tra
scuola e lavoro. Oggi ci troviamo nella felice situazione per cui è in corso un
mutamento straordinario del nostro sistema educativo-formativo, ormai orientato
in maniera strutturale verso il sistema del
lavoro e delle imprese. È un cambiamento
che necessita di essere sostenuto per per-
DI Paolo ReboanI
Presidente e ad di Italia Lavoro, l’agenzia tecnica del ministero del Lavoro e delle Politiche
sociali inserita nella rete dei servizi coordinati
dall’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive
(decreto Jobs Act). IL collabora con Regioni,
Province, enti locali, pubblico e privato per
garantire servizi uniformi ai cittadini e supporta
azioni per il reinserimento lavorativo, la formazione, il sostegno allo sviluppo economico.
dobbiamo essere in grado di definire Le competenze
utiLi per L’itaLia di questo miLLennio, una misceLa
di conoscenze e attitudini necessarie per Lo sviLuppo
personaLe, iL Lavoro e La cittadinanza attiva
vadere diffusamente tutta la nostra società e per permettere un salto di paradigma all’Italia.
Sul terreno delle politiche attive del
lavoro, in questi anni Italia Lavoro non
è stata semplice spettatrice ma operosa protagonista nel contribuire a questo mutamento strutturale. Attraverso la
promozione del programma FiXO – oggi
alla sua seconda tornata (vedi pagina 34)
– ha operato una decisa sterzata a favo-
re dell’alternanza scuola-lavoro, per dare
risposte sia alle esigenze del mondo produttivo sia a quelle dei giovani maggiormente in difficoltà, che non lavorano,
non studiano e non seguono corsi di formazione (i cosiddetti Neet).
Il protagonismo di Italia Lavoro ha
permesso di costruire una più robusta rete universitaria di placement, per
aumentare l’offerta di servizi di orientamento al lavoro, e di iniziare a struttura-
La costruzione di una via italiana al sistema di formazione duale è uno degli obiettivi della nuova stagione di riforma
del mercato del lavoro.
In questo ambito il ministero del Lavoro ha avviato una ampia sperimentazione che coinvolge il sistema dell’Istruzione
e Formazione professionale, affinchè sia in grado di promuovere un’offerta formativa di tipo innovativo che faciliti le
transizioni tra formazione e mondo del lavoro.
Il programma prevede, infatti, l’organizzazione, da parte dei
Centri di formazione professionale adeguatamente preparati, di nuovi corsi caratterizzati dall’utilizzo di strumenti
di alternanza tra momenti formativi in aula ed esperienze
professionali sul campo e il coinvolgimento di imprese e di
un’ampia platea di giovani disponibili ad intraprendere tale
modello formativo.
Italia Lavoro ha un ruolo attivo nella fase di start-up dell’intera sperimentazione, che è stata avviata nello scorso mese
di ottobre. Si occupa, infatti, della selezione di 300 Centri
di formazione professionale, dislocati sull’intero territorio
nazionale, che posseggano già alcune esperienze nell’utilizzo
di metodi e strumenti di transizione istruzione-lavoro.
Garantirà, quindi, assistenza tecnica a questi Centri per la costituzione e la qualificazione dei propri servizi di orientamento e placement e per l’acquisizione delle competenze necessarie per utilizzare strumenti di transizione come l’alternanza
scuola-lavoro, l’impresa formativa simulata e il contratto di
apprendistato per la qualifica e il diploma professionale.
Tutto ciò al fine di rendere possibile l’avvio di azioni di orientamento dei giovani, inseriti o da inserire nei corsi, affinché
siano indirizzati verso esperienze formative caratterizzate da
periodi alternati di formazione in aula e lavoro in azienda e
finalizzate ad un più rapido e soddisfacente inserimento nel
mondo del lavoro.
re le scuole quali attrici del mercato del
lavoro, in un rapporto costante con il territorio e con le imprese. E oggi l’aria nel
mercato del lavoro è cambiata: la riforma del Jobs Act ha impresso un’accelerazione evidente al versante delle politiche del lavoro, la collaborazione tra ministero del Lavoro e ministero dell’Istruzione si è consolidata e Italia Lavoro è il perno fondamentale attraverso cui si delinea l’attuazione della riforma “la Buona
Scuola” in relazione al rapporto tra scuola e lavoro.
D’altra parte, per restare competitivi
e per offrire (soprattutto ai giovani) nuove opportunità di lavoro dobbiamo investire sulle competenze e sul rapporto –
Un tempo servivano lavoratori
esecUtivi e obbedienti, ora
si cercano collaboratori
intraprendenti, capaci
di nUove competenze sempre
di più inflUenzate dal nUovo
mondo delle tecnologie digitali
stretto – tra mondo della formazione e
mondo delle imprese. Infatti, per essere pronti ad affrontare le importanti sfide che ci attendono dobbiamo essere in
grado di definire le competenze utili per
l’Italia di questo millennio, una miscela
di conoscenze e attitudini necessarie per
lo sviluppo personale, il lavoro e la cittadinanza attiva.
Quali saperi, quali professioni e per
quale futuro? Il mondo della scuola e
quello del lavoro spesso in passato sono
apparsi sordi e concentrati su se stessi,
incapaci di comunicare, e troppo spesso
la domanda delle imprese si è scontrata
con l’impossibilità di trovare i profili professionali richiesti: secondo i dati Excel-
sior e Istat la difficoltà nel reperimento di
numerose professionalità, sia nei servizi
sia nell’industria, arriva fino al 35-40 per
cento. Un tempo servivano lavoratori esecutivi e obbedienti, ora si cercano collaboratori intraprendenti, capaci di prendere
decisioni e ascoltare, negoziare, collaborare. È questo il nuovo mondo delle competenze, su cui sta per influire in maniera assai significativa il nuovo mondo delle tecnologie digitali.
Più valore al made in Italy
Ed è questa la scommessa (vinta) di Italia Lavoro. Con l’alternanza scuola-lavoro
parte una piccola rivoluzione. I giovani
devono imparare a mettersi in gioco già
nel percorso scolastico senza attendere la
maggiore età: la nuova alternanza interesserà nel nostro paese circa 520 mila
studenti delle terze classi dei licei, istituti tecnici e professionali, a cui si aggiungono gli oltre 200 mila degli ultimi anni.
Nello stesso tempo i programmi di Italia Lavoro vogliono valorizzare i “mestieri”, quella capacità tecnica, creativa e artigianale che ha reso il Made in Italy famoso nel mondo, le eccellenze che vanno
dalla moda all’alimentare, dal calzaturiero alla cantieristica navale. Così come
altri nostri progetti guardano a un futuro già vestito di presente: attraverso Make
your Job gli artigiani digitali, i cosiddetti
makers, hanno un’opportunità imprenditoriale per trasformare quelle che credevamo fantasie in realtà.
Scuola e imprese devono prepararsi a
una rivoluzione organizzativa, il cui scopo è migliorare l’offerta formativa e l’occupabilità dei giovani. Quello che serve
è un cambio di mentalità, bisogna lottare contro la dispersione scolastica, arrivare a costruire un sistema formativo che
offra a ciascun territorio un progetto educativo e a ciascuna persona un’opportunità formativa che la conduca a trovare un
lavoro come compimento di un percorso.
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LAVORO
GLI SPECIALISTI DELLA RICERCA
I
C’È UN POSTO
PER TE
Foto: Ansa
un mILIonE E TRECEnTomILA ConTRATTI ATTIvATI In un Anno.
SEGuEnDo un TREnD In foRTE CRESCITA E Con foRmuLE SEmPRE
PIù STAbILI. ECCo PERChé LE AGEnzIE PER IL LAvoRo Sono oRmAI
un moToRE ImPRESCInDIbILE DELL’InConTRo TRA DomAnDA E
offERTA DI oCCuPAzIonE. «IL JobS ACT? È quELLo ChE ASPETTAvAmo»
16
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l mercato del lavoro,
come ci insegnano gli studi più recenti ed avanzati
quali quelli dei premi nobel Diamond, Mortensen e Pissarides, è un
search market, ossia un mercato dove
occorrono tempo e risorse economiche
per far incontrare domanda e offerta di
lavoro. Dopo anni di (sostanzialmente
passivo) monopolio pubblico e di grande arretratezza come sistema Paese, su
cui hanno scarsamente inciso (a livello
nazionale) le riforme che si sono succedute, in questa sezione si ha l’occasione di ascoltare dalla viva voce degli operatori di mercato quale sia l’attuale stato dell’arte di quella infrastruttura (in
gran parte immateriale) che rende possibile l’incontro (intermediato) fra posti di
lavoro vacanti nelle imprese e persone in
cerca di occupazione.
L’elevato grado di specializzazione e
di divisione del lavoro, raggiunto in particolare nel mercato del lavoro lombardo, rende possibile tratteggiare l’inviluppo degli aspetti più innovativi di questa trading technology, nonché il funzionamento di un “sistema duale” fondato sussidiariamente sull’integrazione fra
agenzie del lavoro private e servizio pubblico. La posta in gioco, a parità di crescita effettiva delle opportunità di lavoro, è infatti alta: si tratta di massimizzare la probabilità di trovare un buon candidato per le imprese che devono coprire una posizione vacante e la probabilità di trovare un buon lavoro per le persone in cerca di occupazione. Una missione
impossibile?
[pgg]
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LAVORO GLI SPECIALISTI DELLA RICERCA
Le principaLi agenzie per iL Lavoro
STEFANO SCABBIO, PRESIDENTE DI ASSOLAVORO
«coniugare tutele
e Flessibilità? siamo
qui per questo»
O
ffrono servizi integrati per il lavoro, rispondono tempestivamente
alle richieste delle imprese per
qualsiasi figura professionale, favoriscono la competitività delle aziende clienti, come emerge da una indagine Ipsos
dello scorso anno. Sono le Agenzie per
il Lavoro, gli operatori privati autorizzati dal Ministero del Lavoro iscritti in un
apposito Albo e che operano su territorio
nazionale con una rete capillare costituita da 2.500 filiali e circa 10 mila dipendenti diretti.
Con risultati di rilievo: oltre un milione e trecentomila i contratti di lavoro attivati in un anno, 338 mila la media mensile dei lavoratori in somministrazione
impiegati. E un trend fortemente in crescita, specialmente per quanto riguarda
i contratti a tempo indeterminato. «Fino
ad agosto 2015 sono 22.895 le assunzioni stabili, con un balzo del +54 per cento
rispetto a dodici mesi prima», sottolinea
Stefano Scabbio, Presidente di Assolavoro, l’Associazione Nazionale delle Agenzie per il Lavoro. Come emerge dai dati di
Assolavoro Datalab, l’Osservatorio sul settore, si attesta così al 5,7 per cento l’incidenza della somministrazione a tempo
indeterminato sul totale dei rapporti di
lavoro tramite Agenzia per l’anno in corso, a confermare l’esplosione delle assunzioni stabili nel settore, che nel 2008 pesavano solo l’1 per cento sul totale dei lavoratori in somministrazione.
Formazione e welfare
Si allunga, inoltre, la durata delle missioni: la media di ore lavorate su base annua
per lavoratore (+19,5 per cento), infatti, cresce più del numero degli occupati. «L’aumento della durata media delle
missioni e la crescita esponenziale delle
assunzioni a tempo indeterminato sono il
18
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STEFANO SCABBIO
Presidente
di Assolavoro,
l’Associazione
Nazionale delle
Agenzie per
il Lavoro
segnale più evidente del ruolo nuovo che
le Agenzie per il Lavoro hanno assunto da
tempo», aggiunge il Presidente di Assolavoro. «Le esigenze di continuità – da una
parte – per chi lavora e di flessibilità –
dall’altra – da parte delle aziende, trovano nei servizi specializzati delle Agenzie
per il Lavoro un modello funzionante e
con tutte le garanzie previste per i lavoratori dipendenti».
Il mix di servizi integrati per le imprese e di tutele per i lavoratori è infatti la
carta vincente del sistema delle Agenzie
per il Lavoro. Le aziende possono contare
su una ricerca di tutte le figure professionali attraverso ampi database continuamente aggiornati, su selezioni affidate
a personale competente, sulla somministrazione di lavoro per il tempo che occorre all’impresa. E poi ancora su servizi per
l’outplacement e su un sistema formativo
che fa da modello in Europa: Forma.Temp,
il fondo dedicato alla formazione dei lavoratori in somministrazione e alimentato da risorse tutte private. Attraverso Forma.Temp, infatti, le Agenzie per il Lavoro
destinano annualmente al finanziamento di percorsi formativi il 4 per cento calcolato sulle retribuzioni erogate. Nel corso del 2014, il fondo ha finanziato oltre 29
mila progetti formativi per un totale di
135 milioni di euro. I partecipanti ai corsi
sono stati circa 196 mila, le ore di formazione quasi 1 milione e 110 mila.
E i lavoratori in somministrazione, dal
canto loro, godono di tutti i diritti, del-
le tutele e della retribuzione prevista per
i contratti di lavoro dipendente. A partire da un sistema di welfare aggiuntivo
dedicato, anch’esso finanziato con risorse esclusivamente private e gestito grazie
a Ebitemp, l’ente bilaterale nazionale per
il lavoro temporaneo. Nel 2014 Ebitemp ha
erogato oltre 9,5 milioni di euro per le prestazioni di welfare previste dal Ccnl e, in
particolare, per contributi per asili nido,
per la mobilità territoriale, per piccoli prestiti, per polizza infortuni, per sostituzione maternità, sostegno al reddito e tutela
sanitaria. Le richieste approvate dall’ente
bilaterale durante lo scorso anno sono state quasi 11.500.
Inoltre, le Agenzie per il Lavoro hanno il vantaggio di operare a stretto contatto con le imprese di tutti i settori, intercettando per prime i segmenti di attività che
vantano le migliori performance sul mercato. Oltre all’industria, infatti, sono fortemente presenti anche nel settore del commercio e del terziario (con una crescita
che ha punte anche del 70 per cento nel
primo semestre 2015 rispetto allo stesso
periodo dell’anno precedente), i trasporti e logistica (con un aumento del 58,3 per
cento) e in mercati di nicchia come l’estrazione di minerali (+34 per cento).
Lotta allo sfruttamento
Senza sottovalutare un ulteriore elemento: il lavoro in somministrazione rappresenta un baluardo contro le forme di lavoro sommerse, irregolari, spurie. «Le Agenzie per il Lavoro – continua Scabbio –
sono in prima linea nella lotta contro tutti i fenomeni di lavoro irregolare e sottopagato, in primis per tutelare chi è sfruttato, ma anche per escludere dal mercato i veri nemici del nostro settore. Sotto
questo profilo sono numerose le evidenze di natura scientifica e statistica, anche
in ambito internazionale, che evidenziano il nostro ruolo nella lotta ad ogni forma di “undeclared and/or illegal work”.
Dove le Agenzie sono più presenti, infatti,
si riscontrano minori irregolarità».
Numerosi, inoltre, gli obiettivi per
i prossimi mesi. A partire dagli effetti
dell’implementazione della nuova Agenzia unica nazionale per il lavoro, che
valorizzi interazioni virtuose tra operatori pubblici e operatori privati, come già
avviene in alcuni casi su base territoriale.
«Una novità che va nella direzione giusta»,
agenzia
Adecco Italia S.p.A.
ADHR Group S.p.A.
Agenzia Più S.p.A.
Aizoon S.r.l.
AreaJOb S.p.A.
Atempo S.p.A.
AXL S.p.A.
Best Engage S.r.l.
CooperJob S.p.A.
E-Work S.p.A.
Elpe Global Logistic Services S.C.P.A.
Etjca S.p.A.
ETS Nexus S.p.A.
Eurointerim S.p.A.
Experis S.r.l.
Generazione Vincente S.p.A.
GI Group S.p.A.
Idea Lavoro S.p.A.
In Job S.p.A.
Infor Group S.p.A.
Intempo S.p.A.
ISS International S.p.A.
Job Italia S.p.A.
Kelly Services S.p.A.
Lavoropiù S.p.A.
LifeIn S.p.A.
Love for Work S.r.l
Manpower Italia S.r.l.
Manutencoop Soc. Coop.
MAW Men At Work S.p.A.
Mediatica S.p.A.
Obiettivo Lavoro S.p.A.
Oggi Lavoro S.r.l.
Opportunity Job S.r.l.
Orienta S.p.A.
Page Personnel Italia S.p.A.
Quanta Italia S.p.A.
Quintiles Staff Services S.p.A.
Randstad Italia S.p.A.
Risorse S.p.A.
Sapiens S.p.A.
Synergie Italia S.p.A.
Trenkwalder S.r.l.
Umana S.p.A.
indirizzo
Località
Via Tolmezzo, 15
Milano
Via Pio La Torre, 10
Castel Maggiore (Bo)
Via Cavallotti, 145
Sesto S. Giovanni (Mi)
Via Po, 14
Torino
P.zza del Bianello, 7/a
Bibbiano (Re)
Strada Torino, 43
Orbassano (To)
Via V. Veneto, 82/i
Bonate Sotto (Bg)
Via Elio Chianesi, 134
Roma
Via Brennero, 246
Trento
Via I. Rossellini, 12
Milano
Via C. Colombo, 1
Torino
Corso Sempione, 39
Milano
Via per Novara 112
Cameri (NO)
V.le dell’Industria, 60
Padova
Via. G. Rossini, 6/8
Milano
Via L. Spallanzani, 15
Milano
Piazza IV Novembre, 5
Milano
V.le della Civiltà del Lavoro, 84
Roma
Via Germania, 1
Verona
Via A. Rizzoli, 4
Milano
Via Palmanova, 67
Milano
Via Magna Grecia 117
Roma
Via A. Benedetti, 4
Legnago (Vr)
Via Spadolini, 7
Milano
Via dell’Indipendenza, 67/2
Bologna
Via Creta, 31
Brescia
P.le delle Medaglie d’Oro, 46
Roma
Via Rossini, 6/8
Milano
Via Poli, 4
Zola Predosa (Bo)
Via Corfù, 50
Brescia
Via Silvio D’Amico, 40
Roma
Via Palmanova, 67
Milano
Via Torino, 52
Cuorgnè (To)
Via della Giuliana, 63
Roma
Viale Schiavonetti, 270/300 - Pal. B
Roma
Via Spadari, 1
Milano
Via Assietta, 19
Milano
Cassina Plaza, ed. F, scala 2, via Roma 108 Cassina de’ Pecchi (MI)
Via R. Lepetit, 8/10
Milano
Via E. Ponti, 18
Milano
Via G. Gaber, 2
Mantova
Lungo Dora Colletta, 75
Torino
Via Ferruccio Lamborghini, 79
Modena
Via Colombara, 113
Marghera (Ve)
commenta il Presidente di Assolavoro.
«Ora è necessario che prenda forma una
sperimentazione delle politiche attive efficace ed efficiente, valorizzando i punti di
forza di ciascuno degli operatori. L’obiettivo deve essere quello di gestire al meglio
le fasi di transizione sempre più frequenti: dalla scuola al lavoro, da un lavoro a un
altro, dal “non lavoro” a una occupazione.
Tenendo conto della complessità del mercato e delle esigenze».
«Le sfide del mercato del lavoro in una
economia in continua trasformazione si
affrontano soltanto con la capacità di
coniugare le esigenze di flessibilità delle
imprese e quelle di continuità per il lavoratore, e i servizi specializzati delle Agenzie per il Lavoro sono un elemento centrale per vincere la sfida della competitività,
dell’occupazione e della crescita», conclude Scabbio.
Telefono
02 88141
051 19938540
02 58325752
011 19507211
0522 883405
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035 4995700
06 5073327
0471 441877
02 673381
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032 1641711
049 8934994
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02 668141
02 281751
06 45228201
045 8287611
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06 43400123
02 230031
051 3515111
030 2428345
06 546411
02 281751
0124 652910
06 6693064
06 724391
02 36260606
02 833871
02 957941
02 6764261
02 8180821
0376 1880875
011 2359499
059 511288
041 2587311
Sito internet
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www.mediaticaspa.it
www.obiettivolavoro.it
www.oggilavoro.eu
www.opportunityjob.it
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www.quintiles.com
www.randstad.it
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www.sapienslavoro.it
www.synergie-italia.it
www.trenkwalderitalia.it
www.umana.it
PRESENTE E FUTURO SECONDO GLI OPERATORI
«CHIUSA L’ERA DEI
CO.CO.PRO, ABBIAMO
OBIEttIvI AMBIzIOSI»
S
650 mila i contratti di collaborazione a progetto che, a partire dal 2016, dovranno evolversi in
forme contrattuali più stabili e tutelanti. E in un momento in cui il mercato del
lavoro sta vivendo una nuova grande evoluzione, anche per effetto del Jobs Act, le
Agenzie per il Lavoro si presentano pronono circa
te a raccogliere le sfide da affrontare per
soddisfare le richieste di aziende, candidati, mercato del lavoro.
«Tempo indeterminato per 10 mila»
Ne è convinto Andrea Malacrida, Amministratore Delegato di Adecco e vice
presidente di Assolavoro, che spiega:
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LE NUOVE REGOLE
LAVORO GLI SPECIALISTI DELLA RICERCA
LAVORO
PARLA UN AUTORE DELLA RIFORMA
«Come attori di questo mercato dobbiamo avere l’ambizione di far ripartire il
nostro Paese, dando un contributo importante all’innovazione di questo settore,
con risposte e progetti concreti. Questo,
per noi di Adecco, significa tre cose: innanzitutto prenderci l’impegno di arrivare
a offrire lavoro a tempo indeterminato a
10 mila persone entro il 2015, aiutando le
imprese e i candidati in questo percorso».
Continua Malacrida: «Vuol dire, inoltre,
indirizzare e orientare i giovani al mondo del lavoro, attraverso un approccio coerente con l’innovazione digitale che stiamo vivendo e portando le aziende a scuola. Ma significa anche cogliere il valore della somministrazione (a tempo determinato o indeterminato) come unico strumento in grado di assicurare ai lavoratori parità retributiva e garanzia di uno stipendio,
mentre le aziende potranno contare su
modelli agili, efficienti e nel rispetto del
welfare dei candidati».
«1.500 assunti già quest’anno»
D’accordo anche Alessandro Ramazza,
Presidente di Obiettivo Lavoro e membro del Consiglio Direttivo di Assolavoro, che afferma: «L’entrata in vigore del
Jobs Act ha dato ulteriore spazio a un’iniziativa che Obiettivo Lavoro perseguiva
da tempo: l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori da parte dell’Agenzia per il Lavoro. Esprimiamo un giudizio positivo sulla legge e sui relativi decreti attuativi e l’apprezzamento per l’azione del Governo in questo campo. L’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori da inviare in missione presso le imprese, infatti, è una delle strade principali
per soddisfare gli interessi delle imprese clienti e dei lavoratori. Già prima
dell’entrata in vigore della norma avevamo assunto più di mille persone a tempo
indeterminato; nel corso del 2015 abbiamo fatto altre 1.500 assunzioni. Ora circa il 25 per cento dei lavoratori che somministriamo è assunto con questo contratto». Questo strumento, insiste Ramazza, è «utile sia per i lavoratori che per le
imprese. Alle persone, infatti, oltre a dare
una continuità temporale del rapporto di
lavoro, offre garanzie “di cittadinanza”,
come accendere un mutuo o accedere al
prestito al consumo. Alle imprese questo
contratto offre la garanzia di avere lavoratori con alta qualità professionale, di
20
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poter contare sulla flessibilità della prestazione lavorativa e anche di produrre
un rapporto di fidelizzazione».
Il rapporto pubblico-privato
A cogliere le nuove opportunità offerte dal Jobs Act è anche Giuseppe Garesio, Amministratore Delegato di Synergie Italia e vicepresidente di Assolavoro,
che osserva: «Il Jobs Act rappresenta un
importante atto del Governo, che ci impone molteplici sfide: la sua impostazione
va verso una struttura di flexsecurity che
può generare un mercato del lavoro finalmente moderno. Con il provvedimento,
in particolare, ci aspettiamo che finisca
lo sregolato abuso del precariato intorno
ai co.co.pro, così come le false partite Iva
e le false cooperative. Parliamo di centinaia di migliaia di posti di lavoro. C’è, poi,
la partita speculare delle politiche attive,
un grande mutamento della cultura del
ricollocamento. Su questo fronte è evidente che, se vogliamo praticare un sano rapporto pubblico-privato, occorre che il lavoro dei nostri impiegati possa essere retribuito e non solo agganciato a una success fee. Entrambe le partite – flessibilità
ro ha attribuito un ruolo ancora più centrale alle Agenzie per il Lavoro. È importante sottolineare che chi ottiene un lavoro attraverso la somministrazione, e quindi le Agenzie, è garantito due volte perché sia le Agenzie sia l’azienda rispondono per il lavoratore. La somministrazione, in altre parole, deve essere considerata un forte strumento di flessibilità buona che può andare a sostituire quelle forme contrattuali ibride (contratti a progetto, partite Iva…) che non danno garanzie
ai lavoratori. Ci aspettiamo, per il prossimo anno, una crescita ulteriore di queste
formule contrattuali».
«Guardiamo con fiducia al 2016»
Ottimismo anche per Stefano Colli-Lanzi, Ceo di GI Group e vicepresidente di
Assolavoro: «Il 2015 – spiega – è stato un
anno positivo per Gi Group, così come in
generale per tutto il settore. Siamo fiduciosi anche per il 2016, per il quale è previsto un aumento del Pil dell’1,4 per cento a
fronte di un +0,9 per cento che si registrerà quest’anno. A un favorevole scenario
macroeconomico si aggiungeranno inoltre gli effetti del Jobs Act: prevediamo per-
«A unO scenARiO mAcROecOnOmicO fAVOReVOLe si
AggiungeRAnnO gLi effetti deL JObs Act: pReVediAmO
un meRcAtO mOLtO AttiVO dOVe LA disOccupAziOne,
ci AuguRiAmO, pOssA diminuiRe in mOdO decisO»
buona e politiche attive – possono vedere
le Agenzie per il Lavoro protagoniste: siamo certi di esserne all’altezza e crediamo
che la crescita del settore possa consentirci di diventare soggetti indispensabili della modernizzazione in atto. Speriamo che
i sindacati ci seguano in questo sforzo».
«La somministrazione fa bene»
Francesca Contardi, Managing Director
di Page Personnel e vicepresidente di
Assolavoro, sottolinea, invece, le ottime
performance dell’andamento del settore:
«Secondo gli ultimi dati a nostra disposizione – dichiara – i contratti di lavoro sottoscritti tramite Agenzie sono aumentati del 17 per cento rispetto all’anno precedente. È la dimostrazione che stiamo
andando nella giusta direzione, quella
cioè della semplificazione e della flessibilità buona. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la recente riforma del lavo-
tanto un mercato del lavoro molto attivo
dove il tasso di disoccupazione, ci auguriamo, possa scendere in modo deciso». In
questo contesto, conclude Colli-Lanzi, «le
Agenzie per il Lavoro stanno affrontando
un percorso di maturazione ed evoluzione del loro ruolo. Sono soggetti che lavorano sul workforce management e sulle competenze delle persone per renderle continuamente impiegabili, anche grazie al fondo bilaterale Forma.Temp, che
consente di reinvestire risorse economiche sullo sviluppo professionale dei lavoratori, attraverso un nesso particolarmente efficace tra formazione e posto di lavoro. Inoltre, quanto più le Agenzie saranno coinvolte e centrali nella gestione della flessibilità, tanto più saranno in grado di ricollocare numeri sempre crescenti di persone nel mercato, minimizzando
i tempi di inoccupazione e massimizzando l’efficacia dei servizi al lavoro».
n
«Così si ABBATTe
LA seGReGAZioNe
PeR i NoN GARANTiTi»
T
ommaso NaNNiciNi, ordiNario di EcoNomia politica all’Università Bocconi e consigliere economico della Presidenza del
Consiglio, è stato il più importante consulente nella stesura del Jobs Act. Gli abbiamo rivolto alcune domande in occasione della sua partecipazione a un dibattito sulla nuova legge
organizzato da Adapt, il centro di ricerche sul diritto del lavoro
e le politiche industriali
fondato da Marco Biagi, e
«peR LA pRimA VOLTA
dall’Ordine dei consulenti
dA Anni, nOn c’è
del lavoro.
Professore, qual è la
vera novità del Jobs
Act dopo venti anni o
quasi di riforme del lavoro?
sfAsATuRA fRA
OccupAziOne e
ecOnOmiA: quesTA
cResciTA, che deVe
esseRe RAffORzATA,
nOn è “jObLess”»
Il Jobs Act è una riforma moderna non perché
imponga dall’alto un’idea
astratta di “modernizzazione” dei rapporti nel mercato del lavoro,
ma perché è sanamente pragmatica. Risolve
alcuni problemi, ovviamente non tutti. E lo
fa sulla base di una visione ben precisa delle evoluzioni del mercato del lavoro italiano negli ultimi decenni. I sistemi produttivi
sono certamente cambiati rispetto all’epoca del fordismo, ma questo non ha messo ToMMAso
fuori gioco il rapporto di lavoro dipenden- NANNICINI
te. In Italia abbiamo un problema: il nostro Ordinario di
tasso di lavoro autonomo è nettamente più Economia politica
alla Bocconi,
alto di quello dei grandi paesi industrializ- consigliere di
zati (Stati Uniti, Germania, Francia) e pros- Matteo Renzi
simo a quello di economie emergenti come
Messico e Turchia. In buona parte è vero lavoro autonomo, a cui
il collegato alla legge di stabilità si appresta a dare precise tutele, ma c’è anche una parte di lavoro subordinato mascherato.
Il Jobs Act interviene su questa situazione spazzando via alcuni tabù e allo stesso tempo portando una nuova filosofia, divenuta necessaria dopo venti anni di riforme del lavoro al margine. Cioè riforme che hanno lasciato invariate le condizioni di
chi aveva già un lavoro stabile e hanno concentrato la flessibilità su chi entrava in quel momento. Quelle riforme hanno sorretto i tassi occupazionali, ma hanno anche creato una situazione
di marcato dualismo e segregazione all’interno del mondo del
lavoro, con una disparità di tutele. Il Jobs Act cerca di offrire a
tutto il lavoro subordinato le stesse tutele. La ragion d’essere di
questo intervento non va cercata in primo luogo nella creazione
DI RoDoLfo CAsADeI
di posti di lavoro aggiuntivi: la riforma serve anche a questo, ma
non va misurata principalmente su questo. La ragion d’essere è
il superamento del dualismo. Un ex presidente del consiglio ha
criticato il Jobs Act dicendo che in tempi di vacche magre non si
fanno riforme come questa. Pissarides, premio Nobel per l’economia, sostiene esattamente il contrario: interventi come questo servono proprio nelle fasi iniziali di una ripresa economica.
Ma la nuova legge sta producendo qualche risultato nella lotta
alla disoccupazione?
È troppo presto per rispondere a una domanda come questa. Le statistiche di cui disponiamo sono perlopiù congiunturali. Due cose però si possono dire. La prima è che per la prima
volta da molto tempo non c’è sfasatura fra la crescita economica e la crescita occupazionale. Per quanto ancora da rafforzare,
la crescita economica a cui stiamo assistendo non è “jobless”.
La seconda cosa, è che se guardiamo ai dati Inps sui contratti
di lavoro, vediamo che nella prima parte del 2015 le accensioni di contratti a tempo indeterminato o trasformazioni del tempo determinato in tempo indeterminato, al netto dei rapporti
cessati risultano triplicate rispetto allo stesso periodo dell’anno
scorso. Il contratto a tempo indeterminato è tornato al centro
delle dinamiche del mercato del lavoro.
Anche per effetto degli sgravi contributivi per chi assume previsti dalla Legge di stabilità di quest’anno, probabilmente.
Certamente. Quello è stato un intervento congiunturale che
non potrà essere mantenuto in vigore a lungo perché precarizzerebbe il lavoro gonfiando il turnover, ma di cui c’era bisogno in
quel momento. Comunque se anche togliessimo dai dati dell’Inps
i nuovi contratti a tempo indeterminato legati agli sgravi contributivi, scopriremmo che il dato resta comunque il doppio di quello dell’anno scorso. La ragion d’essere del Jobs Act è più ampia
della generazione di nuovi posti di lavoro, che non può dipendere solo dai regimi contrattuali. Il contratto a tutele crescenti con
l’anzianità del rapporto del lavoro, la certezza dei costi di separazione quando il rapporto deve interrompersi, il concetto di eteroorganizzazione per definire un lavoro come subordinato, la riforma organica degli ammortizzatori sociali, le politiche attive per
tutelare il lavoratore sul mercato: questi sono gli ingredienti qualificanti del Jobs Act. E sull’ultimo, le politiche attive, c’è ancora
molto da lavorare, anche se il percorso è tracciato.
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capitale umano
una sfida educativa
S
L’X FACTOR
DELLO SVILUPPO
Foto: Ansa
è fattore di produzione, crescita endogena, progresso.
viaggio nelle fucine del bene più prezioso per l’economia,
la società e la politica di un paese moderno.
dai centri di formazione alla scuola, ecco chi lavora
ogni giorno all’incremento del capitale umano
22
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pesso si sente parlare di “capitale
umano” a sproposito. Il termine è
diventato uno dei luoghi comuni dei conferenzieri. E come tutti i luoghi comuni, qualunque fosse il suo significato originario, rischia di essere screditato. Ciò che gli economisti chiamano
Human capital può essere definito come
lo stock di conoscenze, abitudini, attributi sociali e personali, compresa la creatività, che danno corpo all’abilità di eseguire
un lavoro in modo da produrre un valore
economico. Come lo stock di “capitale fisico” (macchinari, attrezzature, immobili
eccetera) si incrementa attraverso il flusso degli investimenti, lo stock di “capitale umano” aumenta attraverso un flusso
particolare: tutte le volte che dedichiamo
un’ora del nostro tempo all’istruzione o
alla formazione professionale (o, più in
generale, quando coltiviamo, in qualsiasi modo, la nostra cultura, la nostra preparazione). Il “capitale umano”, secondo
la moderna teoria della crescita economica di Lucas, che continua a trovare robusti riscontri empirici nella comparazione
internazionale, è un fattore di produzione tanto quanto lo sono gli input di lavoro e di capitale fisico: è un motore di crescita endogena, come il progresso tecnico
e la specializzazione produttiva. Strategico, dato che non poche volte, assieme allo
stato della tecnologia, fa la differenza fra
sviluppo e sottosviluppo.
Lo accumuliamo nel contesto dell’istruzione formale (a scuola o all’università),
nella formazione “al lavoro” (sia essa iniziale, in apprendistato o si parli di formazione superiore o di alta formazione), “sul
lavoro” (la formazione continua rivolta
alle imprese, il cosiddetto on-the-job training) o “permanente” (la formazione rivolta alle persone sull’intero arco della vita, lo
spesso citato lifelong learning). Lo accumuliamo nell’“alternanza scuola-lavoro”, uno
strumento destinato ad assumere un ruolo
ancora più importante nel prossimo futuro, riallineando il modello italiano su esperienze, come quella tedesca, dove si è rivelato un fattore di successo per l’economia
e il lavoro. Senza mai dimenticarne la missione educativa, l’istruzione e la formazione rappresentano infine lo strumento per
rendere più “occupabili” le persone quando esse sono a rischio di disoccupazione o
per “integrarle” quando esse sono a rischio
di esclusione sociale. In questa sezione si
dà la parola ai protagonisti della formazione professionale e della scuola, gli unici forse veramente titolati a raccontarsi,
soprattutto in Lombardia, dove si sono sviluppate in anticipo le esperienze più significative e innovative.
[pgg]
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capitale umano la via italiana al sistema duale
parla il sottosegretario luigi bobba
un FROnTE COMunE
ha daTO una SVOLTa
aLL’aPPREndISTaTO
S
ono stati stanziati i primi finanziamenti per sperimentare il
sistema duale all’italiana da parte del ministero del Lavoro.
Il fatto che tale sperimentazione abbia voluto coinvolgere anche il sistema di istruzione e formazione professionale
(IeFP) lascia pensare che le attività avranno un “sicuro” successo.
Come immaginare che dopo la sperimentazione si possa arrivare a costruire un sistema stabile e sempre a disposizione? Per Luigi Bobba, sottosegretario di Stato presso il ministero del Lavoro e
delle Politiche sociali, «la sperimentazione nasce dalla consapevolezza che rilanciare l’apprendistato formativo e dare a tutti gli studenti della IeFP l’opportunità di percorsi di alternanza rafforzata rimane un’impresa complesssa. Non dobbiamo infatti dimenticare le condizioni precarie in cui versa il vecchio apprendistato, che nei suoi due profili formativi, escludendo Bolzano, rappresenta meno di mille contratti. Inoltre la scelta compiuta dal ministero del Lavoro di ancorare fortemente il nascente sistema duale
alla filiera della IeFP, ha posto la necessità di promuovere la sperimentazione anche per armonizzare le diverse esperienze esistenti. Essa si regge su risorse straordinarie che ne accompagneranno
lo svolgimento nel prossimo biennio, ma anche
«tutte le Regioni
su un riposizionamenhanno adeRito alla
to delle tradizionali risorse dedicate all’apprendiSpeRimentazione
stato. Queste ultime, in
del
SiStema duale.
caso di successo, hanno le
caratteristiche per essere
queSto impegno
dedicate permanentemencomune non Si
te, rendendo quindi stabivedeva
da molti
le questa nuova filiera formativa».
anni. è un Segnale
Cosa cambia rispetimpoRtante»
to al passato e quali
princìpi richiama la
responsabilità collettiva introdotta dalla
sperimentazione?
Il cambiamento è rilevante: sui sistemi formativi che dovranno riorganizzare il
curriculum dei percorsi in modo che metà
dell’orario e dell’apprendimento possa avvenire in contesto lavorativo; nelle imprese
che dovranno dotarsi di una organizzazione idonea a realizzare i nuovi contratti di
apprendistato formativo e i percorsi di alternanza rinforzata che ammonta a 400 ore
annue. Non mancheranno tuttavia adeguati incentivi per le aziende: nel caso di assun24
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LUIgI BoBBA
Sottosegretario
di Stato presso
il ministero del
Lavoro e delle
Politiche sociali
Come è stato accolto dagli addetti ai lavori l’avvio della sperimentazione volta
a dare forma concreta alla “via italiana del sistema duale”
di apprendimento? Quali questioni restano ancora aperte?
Nelle pagine seguenti Tempi propone un approfondimento
sul tema con i principali operatori della formazione in Italia.
dI CAteRInA gIojeLLI
1
zione con contratto di apprendistato esse potranno beneficiare
di un costo del lavoro abbattuto di oltre il 60 per cento rispetto
a quello dell’apprendistato professionalizzante. Inoltre sia nel
caso di avvio di un nuovo contratto di apprendistato, sia nel caso
di attivazione di percorsi di alternanza rinforzata le imprese
potranno beneficiare di un bonus a parziale copertura dei costi
sostenuti per il tutor aziendale.
Quale ruolo del ministero del Lavoro e del ministero dell’Istruzione vede nella fase sperimentale e, soprattutto, successivamente?
Quali sfide e quali impegni avete raccolto
con l’avvio della sperimentazione che ambisce a dare forma concreta alla “via italiana
del sistema duale” di
apprendimento? Esiste
una sorta di continuità
ideale con le esperienze già maturate sul territorio nel campo del
raccordo tra scuola e
lavoro? Quali questioni restano aperte?
Non è casuale che il Jobs Act e la Buona Scuola abbiano camminato insieme arrivando all’approvazione parlamentare nel
volgere di pochi mesi. La Buona Scuola introduce l’alternanza
universale nel sistema della secondaria e il Jobs Act vara il duale
tramite la riforma dell’apprendistato. La sperimentazione inoltre verrà accompagnata e monitorata da una cabina di regia congiunta tra i due ministeri. Sono finiti i tempi delle rivalità e delle
sovrapposizioni: una stagione nuova sta nascendo.
Alla luce delle ultime iniziative legislative, verrà consegnato un
ruolo alle Regioni?
Tutte le Regioni hanno dato l’adesione alla sperimentazione del sistema duale. Va sottolineato che questo impegno comune non si vedeva da molti anni. Aver deciso insieme nel vivo del
dibattito parlamentare sulla riforma costituzionale, con i conseguenti cambiamenti di competenza che essa va ridisegnando,
è un ulteriore segnale di uno sforzo di coesione e cooperazione
veramente importante.
Lei ha parlato di una “forte valenza educativa” che il sistema
duale vuole assolvere restituendo nuova centralità al lavoro nei
percorsi formativi. Che idea si è fatto del contesto culturale e
del significato del “lavoro” nel processo di crescita dei giovani?
L’intero sistema scolastico e formativo sta riscoprendo il ruolo educativo del lavoro; in tal modo riannodando i contenuti culturali alle competenze. Per l’Italia, con il 40 per cento di disoccupazione giovanile e con circa due milioni di Neet, riscoprire il significato del lavoro sia sul piano educativo che su quello
dell’apprendimento è certamente una svolta importante. Servirà a ridurre la lunga transizione tra studio e lavoro e sarà utile
anche per favorire il matching tra domanda e offerta di lavoro
generando più occupazione.
Paola Vacchina è
presidente
di FORMA
(Associazione
Enti Nazionali
di Formazione
Professionale)
Paola Vacchina
Da tempo esprimiamo la necessità di
consolidare in un’ottica di sistema duale e a dimensione nazionale la IeFP, quella che, purtroppo ci è permesso di praticare veramente quasi solo nelle Regioni del Nord. Per questo raccogliamo ben
volentieri la sfida della sperimentazione
e la vediamo in una logica di continuità, come sviluppo di un modello formativo già ampiamente orientato alla dualità
e alla cooperazione con le imprese, oltre
che già arricchito da funzioni di orientamento professionale e di supporto all’inserimento lavorativo dei giovani svolte di
fatto in tutti i centri di formazione IeFP,
in molti casi anche formalmente accreditati presso i sistemi regionali dei servizi per l’impiego, in alcuni casi anche con
l’autorizzazione all’intermediazione.
Comunque la sperimentazione consentirà ai centri di formazione professionale, del resto in gran parte già attrezzati per la sperimentazione, di compiere
un’ulteriore evoluzione, consolidando ed
espandendo da un punto di vista sia pedagogico e didattico sia organizzativo le
funzioni IeFP non solo di ponte di transizione dalla scuola all’accesso al lavoro per
i giovani, ma anche di veicolo per percorsi verticali verso l’istruzione superiore,
anche in risposta alla domanda del mercato del lavoro di sempre più elevati livelli di qualificazione professionale.
Ma restano ovviamente molte questioni aperte, tra le quali, anzitutto, quella
della inderogabile urgenza della istituzione strutturata di una forte filiera di formazione professionale fino all’istruzione tecnica superiore post diploma (ma si
potrebbe anche fino all’università). In Italia manca un forte sistema di formazione professionale, peraltro diffuso su tutto
il territorio nazionale, che integri, magari anche con una riforma degli istituti professionali, competenze dei ministeri nazionali dell’Istruzione e del Lavoro e
competenze costituzionali delle Regioni.
Non bisogna sottovalutare quanto questa
integrazione contribuirebbe a dare corpo alla linea della cosiddetta alternanza scuola-lavoro della “Buona Scuola”.
Del resto in tutti i paesi germanofoni nei
quali il sistema duale è tout court la forma del sistema di formazione professionale, esso si basa su un forte sistema di
istituzioni formative, oltre che su imprese capaci di partecipare alla formazione.
Da noi una seconda grande questione
è quella del sistema delle imprese, soprattutto della moltitudine delle microimprese, che rappresentano circa il 95 per cento delle imprese italiane e circa la metà
dell’occupazione, e che nell’insieme hanno scarsa tradizione e attitudine alla formazione. La sperimentazione dovrebbe
essere accompagnata da un’azione di sup-
porto alle imprese, a cominciare dalla formazione, anche pedagogica, dei maestri
professionali delle imprese.
Inoltre è da considerare la necessità
di un ampliamento dell’offerta di qualificazioni di una nuova filiera nazionale/regionale di formazione professionale in considerazione delle nuove domande del mercato del lavoro e della costante rivoluzione tecnologica, questione che
richiede anche investimenti nelle strutture formative, investimenti improbabili per le Regioni, che già tendono a ridurre la spesa corrente dei loro sistemi regionali IeFP. Ma richiede anche una verticalizzazione dei livelli di qualificazione
offerti dalla formazione professionale.
Per questo intendiamo utilizzare la sperimentazione per la diffusione del 4° anno
per il diploma professionale, cominciando a pensare anche al raggiungimento
di un diploma di maturità professionale che consenta l’accesso ai livelli a filiere dell’istruzione superiore di livello terziario, in particolare non accademiche,
ma anche accademiche. Le previsioni sui
livelli di qualificazione richiesti dal mercato del lavoro a livello europeo indicano un crollo della domanda dal 21 per
cento di oggi al 14 per cento del 2025
di manodopera con qualifiche triennali come quelle dell’IeFP attuale e, sempre
per il 2015, una domanda del 47 per cento di manodopera con livelli superiori di
qualificazione professionale. Sembrerebbe una sfida per la scuola in generale, in
realtà è una sfida rivolta a un forte sistema di formazione professionale, più facilmente affrontabile in una logica di sistema duale.
Infine, ma non da ultimo, è da considerare il valore e il riconoscimento sociale che si attribuiscono al lavoro professionale. Veniamo e restiamo in una stagione di svalutazione del lavoro in generale e del lavoro professionale in particolare, nell’illusione che solo le tecnolo
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capitale umano la via italiana al sistema duale
gie e la finanza siano motore di sviluppo, quello che noi vorremmo sostenibile
ed equo. C’è una piccola rivoluzione culturale da fare, a favore della dignità del
lavoro professionale a tutti i livelli. Questa dignità richiama anche il valore delle
competenze personali, sociali e culturali
che l’IeFP deve sviluppare, non solo perché si fa carico anche dell’assolvimento dell’obbligo scolastico decennale, ma
perché ha un’importante funzione educativa per i giovani.
Mario Tonini è
direttore amministrativo
di CNOS-FAP (Centro
Nazionale Opere
Salesiane/Formazione
Aggiornamento
Professionale)
ruolo, potranno svolgere attività formative distinte e complementari.
Va sottolineato, tuttavia, che la sperimentazione della “via italiana del sistema duale” parte nel momento in cui gli
enti sono più in difficoltà rispetto al passato, a causa della progressiva riduzione
dei finanziamenti attuati dalle Regioni. È
noto, infatti, che questa particolare offerta formativa, che ha registrato la soddisfazione dei giovani e delle famiglie perché
non è stata sostenuta dalla sola attività di
docenza ma anche da azioni di supporto a
monte e a valle, oggi soffre maggiormente a causa dei finanziamenti che, in questi
anni, sono stati progressivamente ridotti a
scapito delle misure di accompagnamento.
Dario Odifreddi è
presidente di CSL
(Consorzio
Scuole Lavoro)
mario tonini
Considero la proposta di dare vita
ad una “via italiana del sistema duale”
una grande sfida per gli enti di formazione professionale e per il (sotto)sistema di Istruzione e formazione professionale (IeFP) nel suo complesso. La proposta
si ispira al sistema tedesco che numerosi
esperti, in più circostanze, hanno detto
non essere applicabile al contesto socioeconomico italiano, connotato, a differenza di quello tedesco, prevalentemente
da piccolissime, piccole e medie imprese.
Nell’avviare questa sperimentazione
il (sotto)sistema di IeFP italiano, tuttavia,
non parte da zero; realizza da tempo una
offerta formativa strettamente connessa
con l’apporto delle imprese del territorio,
dove lo stage è una delle forme più mature e strutturate.
Io penso che questa sperimentazione,
se debitamente accompagnata, potrà rafforzare questo modello: i due soggetti, il
Centro di formazione professionale (Cfp)
e l’impresa, ciascuno secondo il proprio
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Dario oDifreDDi
Da anni nel dialogo con le istituzioni il CSL spinge per la realizzazione di un
sistema duale; un sistema capace di prendere quanto già fatto di buono in altri
paesi e di adattarlo alla situazione italiana. Ci sono esperienze come quella della
Piazza dei Mestieri nata 10 anni fa a Torino in cui, per ogni filone di attività educativa, si è dato vita a un settore di produzione e di vendita, così da permettere
ai giovani coinvolti di sperimentare una
vera e propria situazione lavorativa già
negli anni del percorso formativo. È questa la strada maestra verso la costruzione
del sistema duale italiano in cui la dimensione molto piccola della stragrande maggioranza delle imprese richiede una forte
capacità dei soggetti educativi di affiancarle nel percorso di inserimento al lavo-
ro dei giovani; senza quest’alleanza ben
difficilmente si potranno realizzare sia
il sistema duale, sia la stessa alternanza
scuola e lavoro.
Riferendosi più specificatamente
all’avvio della fase di sperimentazione
promossa dal ministero del Lavoro è interessante notare che essa prevede come
forma privilegiata per il raggiungimento
della qualifica e del diploma professionale l’utilizzo del contratto di apprendistato di primo livello.
Si tratta di un istituto che esiste da
anni (anche se come spesso accade in Italia riformato di continuo) e che non ha
mai funzionato; con la sperimentazione
per la prima volta c’è l’opportunità di far
decollare davvero l’apprendistato per i
giovani; le semplificazioni e le agevolazioni previste dai decreti attuativi del Jobs
Act a favore delle imprese che accolgono giovani apprendisti e l’aver finalmente compreso che il sistema su cui investire non può che essere prioritariamente
quello della formazione professionale iniziale (IeFP) – storicamente abituato a interagire con le imprese – è una buona base
di partenza per vincere la sfida. Una sfida che riguarda in primis le realtà formative, perché se è vero che esse sono radicate nei territori è anche vero che devono
fare un salto di qualità nei rapporti con
le imprese. Bisogna che la progettazione
dei percorsi formativi scaturisca sempre
più da questo dialogo e al tempo stesso
vanno rafforzate le reti con tutti gli attori
del territorio per generare quelle sinergie
che rendono competitivo un sistema produttivo o un’area territoriale.
Un esempio concreto di questa capacità è quello di Aslam che ha saputo coniugare ai più alti livelli professionali la formazione in alternanza di tecnici specializzati nel settore dell’aereonautica creando partnership stabili con tutti gli stakeholder di riferimento. Tra le tanti questioni aperte la più rilevante è quella lega-
ta al passaggio dalla sperimentazione a
un sistema strutturato; il grande limite
del sistema educativo italiano è quello di
vivere di sperimentazioni che poi non si
trasformano in modelli e percorsi strutturali. Questa è anche la più grande sfida del Jobs Act e del tema delle politiche
attive che in Italia, da sempre, sono state
sottovalutate e che invece sono uno strumento essenziale per combattere seriamente la disoccupazione e aumentare i
tassi di occupazione.
2
Guardando all’evoluzione dell’offerta
formativa della vostra
realtà, quali sono state
le trasformazioni e le
esperienze che trovate
più significative per
raccontarvi e caratterizzarvi? Come si suscita un’attrattiva reale
per i giovani, senza ridurre l’orizzonte aperto
dall’alternanza scuolalavoro a una sola e
contingente risposta
alla disoccupazione?
Paola Vacchina
Tra le nostre caratterizzazioni dovrei
cominciare dalla funzione educativa in
generale, perché siamo educatori di cittadini lavoratori, non solo formatori tecnici, convinti che ciò serva anche a un buon
mercato del lavoro e a uno sviluppo “buono”, ma rinvio all’accenno appena fatto.
Mi limito a sottolineare anzitutto
l’aderenza e la coerenza territoriale/settoriale dei nostri centri IeFP, che vivono in
simbiosi con i contesti sociali ed econo-
mici dei loro territori di riferimento. La
bontà di questa simbiosi è testimoniata
dal livello elevato di occupazione dei giovani che escono dai nostri centri.
In secondo luogo devo ricordare la
pedagogia professionale e la didattica
basata su una sapiente combinazione di
teoria e pratica nei laboratori del centri e
nei tirocini curriculari in imprese. Pedagogia e didattica caratterizzano la nostra
proposta formativa; non sono un contorno decorativo, ma elementi pregnanti
della nostra IeFP, condizioni per l’efficacia formativa nel centro di formazione e
nell’impresa e per un inserimento lavorativo qualificato. Soprattutto, sono condizioni per una professionalizzazione intesa come sintesi di saper fare, saper essere e sapere.
Esse sono state in passato condizioni anche per l’emancipazione culturale e professionale di giovani svantaggiati, quelli provenienti dall’abbandono
scolastico, disabili, stranieri non ancora integrati. Basti ricordare che dal 2003
la percentuale dell’abbandono scolastico è significativamente diminuita soprattutto grazie alla IeFP, ma le percentuali dell’abbandono scolastico da qualche
anno restano ferme appena al di sotto del
18 per cento; forse non è una coincidenza che lo stallo duri da quando si è conclusa l’espansione della nostra IeFP, a causa non della diminuzione della domanda
ma di uno stallo e, talvolta, della riduzione dei finanziamenti per l’IeFP. Non è una
coincidenza che nel Sud i tassi di abbandono scolastico restino più elevati della
media nazionale: ormai nel Sud la IeFP è
affidata prevalentemente agli istituti professionali del Miur nella forma della sussidiarietà integrativa, riconosciuta ormai
inadeguata anche dallo stesso ministero.
Peraltro gli istituti professionali, assieme
a quelli tecnici, sono la fonte principale dell’abbandono scolastico. Anche per
questo non fa meraviglia che l’indagine
Ocse Pisa evidenzi come, quanto a competenze di base, soprattutto quelle matematiche, gli allievi della IeFP se la cavino
meglio dei loro coetanei degli istituti professionali del Miur.
Infine, quanto all’attrattiva della IeFP
per i giovani, registriamo da alcuni anni
una crescita, ormai a più del 50 per cento
degli iscritti, dei giovani che scelgono l’IeFP in alternativa a percorsi strettamente
scolastici, attratti da una accogliente proposta educativa e professionalizzante che
più di altre offre sbocchi concreti, non
solo in termini di occupazione, ma anche
di identità personale, sociale e professionale. Non è più vero, se mai lo è stato, che
nella formazione professionale arrivano i
giovani che non hanno voglia di andare a
scuola e di studiare. Questi giovani nella
IeFP studiano, magari anche imparando
a leggere, scrivere, parlare e far di conto
come non sono riusciti a fare nella scuola, oltre a professionalizzarsi. Non è rarissimo il caso di giovani che, espulsi dalla
scuola, attraverso la formazione professionale rientrano a testa alta nell’istruzione tecnica e professionale dalla quale erano stati spinti fuori o alla quale non avevano potuto accedere.
Mario Tonini
I giovani che frequentano i Cfp del
CNOS-FAP sono molto soddisfatti. Lo attesta il monitoraggio che la Federazione
compie ogni anno, telefonando a tutti
gli allievi qualificati e diplomati a distanza di 12 mesi, per conoscere la loro situazione formativa e occupazionale. Le motivazioni più sottolineate dai giovani e dalle famiglie sono la presenza della comunità educativa nel Cfp, il clima familiare creato da tutti gli operatori, la formazione attraverso il fare sostenuta anche
da laboratori attrezzati ed aggiornati,
grazie ai rapporti ormai strutturali con
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capitale umano la via italiana al sistema duale
aziende leader di settore (come FCA,
CNH Industrial, Schneider, DMG Mori
Seki, Bosh, Siemens, Heidenhain, Sandwik) che sostengono l’aggiornamento
ricorrente dei formatori, l’innovazione
didattica, ecc.
I Rapporti di monitoraggio realizzati
dal ministero del Lavoro, peraltro, hanno
mostrato l’attrattività di questa particolare offerta formativa improntata a una
metodologia induttiva intrisa di pratica,
di esperienze laboratoriali, di stage, ecc.
Il Rapporto sul sistema IeFP presentato
dall’Isfol il 23 settembre 2015 evidenzia
come la presenza di molti di questi aspetti renda attraente questa offerta. Per questo sottolineo come anche questa sperimentazione deve far in modo di non perderli di vista.
Dario oDifreDDi
La sfida è non separare l’educazione
dal lavoro. La vecchia concezione che si
debba andare prima a scuola e all’università e poi approcciare il lavoro è perdente,
è figlia di una mentalità e di una cultura
che aveva qualche ragion d’essere quando il problema era l’alfabetizzazione del
paese, quando le carriere erano statiche e
si sviluppavano prevalentemente in una
sola azienda e in un solo settore. Per questo da oltre 20 anni i soci del Consorzio
Scuole Lavoro hanno strutturato un rapporto stabile con il sistema delle imprese con cui condividiamo i programmi formativi, le attività di stage e di tirocinio
e l’inserimento lavorativo. Molti giovani
sono attratti dal mettere le mani in pasta
perché vedono concretamente cambiare la realtà attraverso il lavoro delle loro
mani e questo li stimola, li rende curiosi
e allo stesso tempo gli fa tornare il desiderio di imparare e di studiare. Questo vale
per gli adolescenti che frequentano i corsi di qualifica e di diploma professionale,
28
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come per quelli che frequentano gli ITS
che sono percorsi biennali di formazione terziaria non accademica. Quello che
ora la “Buona Scuola” inizia a introdurre, la “Buona Formazione Professionale” lo realizza da sempre. È questo rispetto per l’unità della persona, nel suo saper
essere e saper fare, che affascina i giovani, che li introduce alla realtà e che gli
fa percepire il lavoro come amico, come
strumento per mettere alla prova i propri talenti, come desiderio di costruzione. La prima risposta alla disoccupazione
è sostenere la crescita di una personalità
nei giovani che li abiliti a sentire la realtà, anche quella lavorativa, come una sfida alla propria libertà. La vera trasformazione delle nostre realtà formative è stata
negli anni quella di approfondire il contenuto dell’originalità di questa impostazione unitamente a una accanita ricerca
dell’eccellenza professionale.
3
dal 2008 ad oggi due
inedite fasi recessive
hanno notevolmente
aggravato gli scenari
delle “nuove povertà”
e del rischio di esclusione sociale che già
si presentavano prima della recessione,
legati alla disabilità,
all’immigrazione, alla
“liquidità” e fragilità sociale dei rapporti primari e delle famiglie,
all’emersione di nuovi
soggetti svantaggiati.
Quanto e come sono
impegnati i vostri enti
in iniziative fortemente
connotate all’integra-
zione sociale? Quali
sono i limiti e le nuove
difficoltà incontrate,
specie in rapporto con
i nuovi “ultimi” che si
affacciano nella nostra realtà?
paola Vacchina
In fondo ho già risposto a questa
domanda, soprattutto, ma non solo, parlando del nostro pensiero pedagogico
e didattico, almeno nel senso che alla
“liquidità” sociale noi rispondiamo con
la “solidità”, anche in termini pratici, di
una proposta pedagogica e professionale
e che ai processi di esclusione rispondiamo con pratiche di inclusione.
Posso solo aggiungere che la nostra
proposta formativa è costitutivamente
accogliente e che l’accoglienza dei più
deboli, assieme e non alternativa alla
qualità della formazione offerta e al rapporto con il mercato, è una delle ragioni
fondative del nostro essere. Ma mi preme
precisare che la nostra non è una scuola
ghetto per i più disgraziati e che abbiamo una proposta formativa attraente per
tutti i giovani che vogliono immaginare
in modo responsabile e coerente il loro
futuro. L’efficacia della nostra proposta
si manifesta soprattutto ai margini della domanda di emancipazione attraverso il lavoro professionale e pensiamo che
questa efficacia sia coerente con la capacità di fare tout court una buona formazione per tutti. Ma c’è qualcosa in più nella
coerenza menzionata, data dalla capacità di accoglienza e di cura, ferme restando le proposte pedagogiche, culturali e
didattiche.
Per questo non è un caso che a noi si
rivolgano famiglie e giovani che non trovano altrove la stessa capacità di accoglienza e di cura e le stesse opportunità di
crescita personale e professionale.
Il carattere inclusivo della IeFP regionale è confermato anche dall’incidenza
di stranieri e disabili sugli iscritti, che
è per i primi del 19,1 per cento (il 6,6
per cento nella istruzione secondaria di
secondo grado) e per i secondi del 5,8 per
cento, contro il 2 per cento nelle stesse
classi di età della scuola.
Vorrei concludere con un’ultima considerazione: tutti gli studi internazionali e nazionali rilevano una connessione stretta tra i bassi livelli di studio e la
povertà in età adulta: investire in IeFP
dunque, sconfiggendo l’abbandono scolastico e recuperando alla formazione alta
quanti più giovani possibili, è anche un
investimento sul futuro sociale ed economico del paese, un investimento che
darà frutti di benessere e di vita buona
per decenni.
Mario Tonini
I Rapporti del ministero del Lavoro
hanno mostrato che il (sotto)sistema di
IeFP si è rivelato un sistema complessivamente inclusivo. Infatti, ha “rimotivato”
all’apprendimento giovani italiani con
fallimenti scolastici alle spalle, ha facilitato, attraverso una metodologia soprattutto induttiva e laboratoriale, l’inserimento e la professionalizzazione dei giovani immigrati, ha dato a questi giovani
una formazione da spendere non solo in
termini di occupabilità ma anche di vera
occupazione. Certamente questa offerta
formativa da sola non può rispondere a
tutte le nuove povertà; tuttavia, nei territori dove è stata messa a regime, ha dato
risposte positive ormai ampiamente documentate. Restano, come problemi aperti
da risolvere, i territori del Sud dove questa offerta è quasi assente e la dispersio-
ne scolastica è molto elevata e i finanziamenti che, per essere efficaci, devono essere maggiormente correlati alla domanda
dei giovani e delle famiglie per non rendere questa offerta “contingentata”.
Dario oDifreDDi
La rete del CSL nasce in Italia quasi
sempre dal tentativo di rispondere alla
povertà e al rischio di esclusione sociale;
tante realtà sono sorte come risposta gratuita al bisogno e nel tempo si sono trasformate in vere e proprie realtà sociali. Una realtà che nel 2015 ha formato
oltre 40.000 persone attraverso l’erogazione di oltre 6 milioni di ore/allievo di
formazione.
Un caso emblematico è quello di
Cometa a Como che nasce come luogo
di accoglienza attraverso lo strumento
dell’affido e dell’adozione e solo nel tempo inizia una attività professionale in
campo educativo per dare continuità al
cammino delle persone accolte. Galdus
a Milano ha la sua origine in un’opera di
risposta al bisogno emergente nei quartieri più difficili, Dieffe in Veneto è fortemente legata al reinserimento delle persone cadute nella spirale della micro criminalità, Filos a Novara sviluppa da sempre progetti per l’integrazione di persone
in condizioni di disagio, Immaginazione
e Lavoro a Torino è punto di riferimento per le scuole per la lotta alla dispersione e al bullismo, In-Presa a Carate Brianza accompagna i giovani in difficoltà non
solo nel percorso professionale, ma in tutto l’arco del passaggio dall’adolescenza
all’età adulta, Educo a Brescia ha una collaborazione strutturata con le cooperative sociali che seguono i giovani disabili
in obbligo di istruzione.
E poi ci sono gli eroi del Centro - Sud,
Scuole lavoro in Molise, Archè in Sicilia,
Cosvip e E.I.T.D in Campania, Ascla in
Puglia, Escla in Basilicata, che mantengono vivo il lumicino della speranza, spesso in contesti in cui non solo la povertà
sociale e più forte, ma in cui le istituzioni
paiono incapaci di sostenere i tentativi di
risposta che nascono dal privato sociale.
Ma è tutta la rete del CSL che diviene
sempre più punto di riferimento del territorio; le scuole, i tribunali dei minori, la
rete degli assistenti sociali, le parrocchie
e, sempre di più, le singole famiglie cercano nei nostri enti un aiuto e una risposta.
Da noi il significativo coinvolgimento di
giovani provenienti da situazioni di guerra e di povertà assoluta è un fatto normale, come lo sono i progetti specifici per la
lotta al bullismo o a ogni altra forma di
povertà. Il limite più grande è la difficoltà culturale e politica in cui si dibatte il
nostro paese.
Culturale perché non si capisce che la
soluzione del problema delle nuove povertà non è il reddito di cittadinanza o la cassa integrazione, ma creare opportunità di
lavoro e al contempo sfidare la libertà delle persone, soprattutto dei più giovani.
Politica perché sono troppo pochi i territori in cui vi è una programmazione ragionevole degli interventi per la lotta al disagio, per combattere la dispersione scolastica, per ridurre il lungo tempo della transizione tra scuola e lavoro.
Infine vale la pena notare che tutto il
dibattito sulla riforma del titolo V della
Costituzione e dell’attribuzione di competenze ai diversi livelli di governo resta confuso ed è fortemente viziato da un antistorico e incomprensibile sospetto verso
la sussidiarietà orizzontale. La storia del
Consorzio Scuole Lavoro, ma più in generale di tutta la IeFP, mostra che è proprio
dal privato sociale che sono nate le più
rilevanti innovazioni in campo educativo
e che si sono costruite eccellenze che hanno permesso l’integrazione sociale, valorizzando i talenti dei giovani e offrendo
risposte adeguate alle imprese.
n
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capitale umanO enti di formazione regionale
testimonianze
L’imprenditore,
lo stagista,
il pasticciere
il modello aef lombardia
«Fino a qualche anno fa i
ragazzi potevano maturare
esperienza in azienda perché il
mercato era in grado di remunerare la formazione. Quando
un giovane entrava nelle nostre
aziende, veniva affiancato da
un tecnico per tutto il periodo
necessario. Adesso non è più
possibile. I ragazzi devono
uscire dalla scuola già pronti. La
domanda che ci siamo posti è:
come aiutare loro e noi? Abbiamo deciso di anticipare alcuni
aspetti tecnici necessari per fare
il nostro lavoro al periodo di
formazione scolastica, mettendo
a disposizione le nostre conoscenze e il nostro personale».
Gianluca De Giovanni,
imprenditore
tanti centri dedicati
a riMettere in MOtO
Le idee e Le PerSOne
O
gni giorno in Lombardia oltre
50.000 giovani varcano i cancelli dei centri di formazione professionale. Altrettanti gli adulti che cercano una occupazione o la formazione
per riqualificarsi, reinserirsi… Per tutti
l’orizzonte è il lavoro. Per dare una risposta positiva ed efficace, 16 anni fa è nata
AEF Lombardia, l’Associazione degli Enti
di formazione regionale, la più rappresentativa per numeri, storia, esiti formativi e occupazionali. Centralità della persona, protagonismo, personalizzazione,
orientamento ai bisogni professionali delle persone e delle imprese, attenzione alle
fasce più deboli, sussidiarietà, integrazione divengono il metodo condiviso dagli
enti associati. AEF ha costanti relazioni
con le istituzioni, le organizzazioni sindacali dei lavoratori, le associazioni di categoria, collabora con analoghe associazioni nazionali, promuove, informa, sostiene progetti di studio/ricerca, di dibattito
pubblico sui temi della formazione e del
lavoro. “Perché nessuno si perda” è il titolo della campagna di cui si è fatta portavoce nel 2013, per sostenere l’importanza del sistema di istruzione e formazione
professionale all’interno del sistema educativo italiano. Negli ultimi mesi l’associazione ha sostenuto la proposta di sperimentazione sul sistema duale.
Le Filiere formative
L’istruzione e formAzione professionALe
(ifep). Un numero sempre maggiore di
famiglie si rivolge ai centri di AEF per
avere risposta adeguata all’educazione
dei figli e alle esigenze del mercato del
lavoro. La formazione che offre fornisce
ai giovani le necessarie competenze tecnico-professionali, senza rinunciare alla
cultura, sostenendo l’innovazione e includendo tutti i soggetti fragili (Neet, ragazzi
disabili, con bisogni educativi speciali, in
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carico ai servizi sociali, con provvedimenti penali ecc.). Vincente nella IFeP è un
modello didattico centrato sull’apprendere attraverso il fare: laboratori didattici, alternanza scuola-lavoro, tirocini curricolari, formazione in assetto lavorativo.
Vi è inoltre una attenzione specifica alla
personalizzazione del percorso formativo
e all’arricchimento della proposta formativa (orientamento, attività integrative,
mobilità). Le scommesse che AEF intende affrontare vanno in direzione della
costruzione di filiere di formazione professionale che, oltre ai percorsi triennali e
IV anno, comprendano anche percorsi di
Formazione superiore di livello terziario
(IFTS e ITS) e la formazione in apprendistato di I e III livello. Si rafforzerà un forte
nali. Gli enti di formazione aderenti ad
AEF sono coinvolti, insieme ad università, istituzioni scolastiche, imprese ed enti
locali, nelle 18 fondazioni ITS che gestiscono più di 60 annualità di corsi ITS (circa 1.200 iscritti), nelle 35 ATS che gestiscono i corsi IFTS (circa 700 iscritti) e nei
56 Poli Tecnico Professionali formalmen-
Oggi il mercatO è una giungla di cOntratti atipici
e nuOve prOfessiOnalità. cOsì gli enti aderenti ad aef
hannO allargatO l’Offerta fOrmativa all’attività di
accOmpagnamentO alla ricerca attiva del lavOrO
intreccio tra forme di alternanza scuola/
lavoro e apprendistato. L’obiettivo rimane quello di garantire l’inserimento lavorativo o consentire la prosecuzione del
percorso formativo verso livelli superiori.
LA formAzione superiore. La Lombardia è la regione dove è più sviluppata la
formazione superiore di livello terziario
non accademica; eppure è ancora ai primi passi. Il Miur, in accordo con le Regioni, ha sostenuto in questi ultimi anni la
creazione del canale dell’Istruzione tecnica superiore, prima attraverso la promozione dei corsi IFTS (specializzazione
post-diploma di durata annuale - IV Livello EQF) e, più recentemente, attraverso la
costituzione delle Fondazioni ITS (qualifica di tecnico superiore di durata biennale- V livello EQF) dei Poli Tecnico Professio-
te costituitisi. Nonostante gli ottimi risultati, gli interventi di formazione superiore risultano sensibilmente inferiori alle
richieste del mercato del lavoro che vede
proprio nel segmento dei quadri/tecnici specializzati il maggior fabbisogno da
parte delle imprese.
L’ApprendistAto. L’apprendistato, proprio per il suo significato di “condizione
dell’apprendere” un mestiere, è da sempre connesso con la formazione professionale. L’evoluzione della disciplina dell’apprendistato (Dgls 81/2015) e l’approvazione della sperimentazione nazionale sul
sistema duale (Dlgs 150/2015) spingono
verso un rilancio del nuovo apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria
superiore e il certificato di specializzazio-
ne tecnica superiore (art. 43). La nascita
di un sistema duale in Italia non può che
poggiare sulle gambe dei sistemi regionali di formazione professionale, dell’apprendistato e dei servizi al lavoro. Agli
enti di AEF spetta il compito di incrementare i contatti e la collaborazione con le
aziende sul territorio e di fornire efficaci
servizi formativi e di supporto alla gestione dell’apprendista in azienda.
La Formazione per i soggetti deboLi. L’attenzione all’integrazione sociale e lavorativa dei soggetti fragili è sempre stata
presente nella mission di molti enti associati ad AEF. Farsi carico di una persona
con difficoltà significa prestare maggiore
attenzione progettuale, capacità di mettere in campo risposte didattico-formative personalizzate, gestione attenta e intelligente delle risorse (umane, strutturali e
strumentali) a disposizione. Per molte di
queste persone la formazione professionale rappresenta l’unica strada di autonomia e di ingresso nel mondo del lavoro. Si conferma l’impegno degli enti di
AEF a garantire servizi formativi e servizi al lavoro di qualità per questo target
di utenti, che rischia di essere messo in
secondo piano da altri operatori, maggiormente connotati in senso profit.
La Formazione continua e permanente.
Compie 20 anni il Libro bianco sulla Società della conoscenza di Jacquet Delors.
Ma l’idea della formazione per valorizzare il capitale umano è sempre più attuale e rappresenta per le imprese la chiave
per affrontare la competizione globale. Il
sistema della formazione continua è oggi
sostenuto principalmente dai fondi interprofessionali e dai finanziamenti pubblici previsti dalla L 236/93 e dal FSE. Gli enti
aderenti ad AEF operano in questa filiera
per sostenere lo sforzo delle imprese e dei
lavoratori nell’innovazione tecnologica ed
organizzativa, nell’internalizzazione dei
mercati, nella progettazione e produzione di nuovi prodotti/servizi.
La Formazione
per iL Lavoro e i
servizi
aL Lavoro. Per guardare il bicchiere mezzo
pieno, il 7,7 per cento della disoccupazione del II semestre 2015è in miglioramento rispetto all’8,2 per cento del 2014, ma
è cresciuta di oltre 4,5 punti dal 2008. A
farne le spese sono soprattutto i giovani,
fra i quali si registra una disoccupazione
al 20 per cento. Oggi il mercato del lavoro
è una giungla nella quale è difficile districarsi: nuove professionalità, contratti atipici, alternanza di transizioni lavoro-non
lavoro, riqualificazione per restare a galla, necessità di riconvertirsi, reinventarsi un lavoro. Gli enti aderenti ad AEF hanno accettato la sfida di promuovere nelle
proprie strutture i servizi al lavoro, “allargando” la tradizionale vocazione formativa ed orientativa all’attività di accompagnamento alla ricerca attiva del lavoro.
«L’insegnamento è sempre stato
molto pragmatico. Grazie all’ente
ho svolto un lungo stage in azienda. Il mio tutor ha individuato
imprese del settore nelle quali
potessi sperimentare un’attività
che davvero mi piaceva. Poi ho
deciso di proseguire con gli studi:
la quarta, la quinta e il diploma,
la laurea. I lati più positivi della
formazione professionale: i docenti, la didattica laboratoriale e
la spinta ad apprendere continuamente. Infine gli stage obbligatori:
c’è un collegamento tra quello
che si impara e quello che si fa sul
lavoro».
Stefano, ex corsista di un Centro
partner di AEF
«Dopo aver frequentato il triennio
come panificatore e pasticciere,
aver fatto alcune esperienze
professionali presso diverse realtà
ristorative, mi viene proposto un
impiego nella pasticceria dove
ancora lavoro e dove continuo a
coltivare la passione per la letteratura incontrata a scuola. Non
si sa mai abbastanza e l’unico
modo per stare al passo con la
pasticceria, è continuare appunto
a leggere e stimolare la fantasia».
Nicholas, ex corsista di un Centro
partner di AEF
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capitale umano ITALIA LAVORO/2
UN PONTE
TRA I BANCHI
E LE IMPRESE
PER NON
ABBANDONARE
GLI STUDENTI
RIduRRe I TempI dI AccessO AL meRcATO
e fAVORIRe L’ATTInenzA TRA cOmpeTenze
AcquIsITe e I fAbbIsOgnI dI pROfessIOnALITà.
LA dOppIA sfIdA deL pROgRAmmA fIxO
nel 2014 risultavano “dispersi” in lombardia
circa 25 mila ragazzi delle scuole superiori,
pari al 29,8 per cento del totale nazionale.
oggi un progetto li rimette in gioco
i
l Programma FIxo-Formazione e Innovazione per l’Occupazione è l’intervento
di Italia Lavoro sulla transizione scuola-lavoro, volto a favorire la riduzione dei
tempi di accesso dei giovani nel mercato
del lavoro e la migliore attinenza possibile tra le competenze da loro acquisite e i
fabbisogni di professionalità delle imprese.
Italia Lavoro agisce per conto del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in
sinergia con il ministero dell’Istruzione,
in attuazione dei provvedimenti legislativi via via emanati fino alle ultime due rilevanti riforme, rappresentate dal Jobs Act e
dalla legge sulla Buona Scuola.
Dal 2006, anno Di avvio Di Fixo, aD oggi sono stati
realizzati circa 100.000 percorsi che hanno
consentito aD altrettanti Diplomati, laureati o
Dottori Di ricerca Di trovare la propria straDa
riguarda la costruzione di un ponte solido
tra istruzione e lavoro.
Oggi, in attuazione delle azioni promosse dall’Unione Europea e delle nuove
Hanno collaborato ai testi sulle attività di Italia Lavoro: Massimo Lo Re, Adriano
Meucci, Agostino Petrangeli, Cristiano Santori, Alessandro Vaccari.
fessionale, di specifici servizi di orientamento e placement in grado di assistere
giovani e imprese nella realizzazione di
percorsi efficaci di transizione dal mondo
|
riforme nazionali, FIxO ha accettato una
doppia sfida. La prima, supportare scuole e università nella partecipazione al Programma comunitario sulla Garanzia per
i Giovani con l’obiettivo di coinvolgere
nell’azione oltre 300.000 Neet (diplomati, laureati e giovani in obbligo formativo) e di erogare i servizi di orientamento e
accompagnamento al lavoro ad almeno un
terzo di questi.
La sinergia con le Regioni
La seconda sfida è affiancare i Centri di formazione professionale, in attuazione della sperimentazione promossa dal ministero del Lavoro per la diffusione di una
via italiana all’adozione del sistema di formazione duale, nella realizzazione di corsi di formazione innovativi che prevedano l’utilizzo dell’alternanza scuola-lavoro,
dell’impresa formativa simulata e, soprattutto, dell’apprendistato per la qualifica e
il diploma professionale. Tutto ciò, in stretta sinergia con le Regioni con le quali FIxO
definisce, nell’ambito della stipula di specifiche convenzioni, le strategie e le modalità operative per sviluppare le azioni previste in modo differenziato a seconda delle
caratteristiche di ogni territorio.
Una fitta rete di servizi
Asse portante dell’intervento di Italia Lavoro è un’azione sul sistema degli attori del
mercato del lavoro, volta a supportare la
costituzione e la qualificazione continua,
nelle scuole secondarie superiori, nelle
università e nei centri di formazione pro-
34
dell’istruzione al mondo del lavoro.
Una rete di servizi che adesso annovera in tutte le Regioni italiane 650 scuole
superiori, 75 università e 300 centri di formazione professionale e in cui più di 4.500
operatori qualificati lavorano quotidianamente per proporre percorsi personalizzati volti all’inserimento positivo dei giovani nel mercato del lavoro, anche mediante l’utilizzo di dispositivi di politica attiva
quali il contratto di apprendistato e il tirocinio di formazione e orientamento.
Dal 2006, anno di avvio di FIxO, ad
oggi sono stati realizzati circa 100.000 percorsi che hanno consentito ad altrettanti giovani diplomati, laureati o dottori di
ricerca di trovare la propria strada verso
il lavoro. Scuole, università e centri di formazione professionale stanno così assumendo, a fianco dei centri per l’impiego e
degli altri attori del mercato del lavoro, un
nuovo ruolo che, oltre alla missione specifica di formare e istruire i nostri giovani,
|
F
avorire l’inserimento
di 2.000 giovani
in corsi di istruzione e formazione
professionale. Con questo obiettivo
la Regione Lombardia, attraverso il coinvolgimento degli enti di formazione e di
Italia Lavoro nell’ambito del programma
FIxO, lancia il progetto “Dispersione Lombardia”. Alla base del progetto la rilevanza che la dispersione scolastica assume
in Lombardia, dove nel 2014 risultavano
“dispersi” circa 25 mila ragazzi delle scuole superiori, pari al 29,8 per cento del totale nazionale (dati Tuttoscuola/Miur 2014).
Il fenomeno è strettamente connesso con
l’integrazione e l’inclusione sociale degli
alunni di origine straniera, principalmente a Milano e nelle province a forte sviluppo industriale (Como, Lecco, Bergamo, Brescia), dove si concentrano rilevanti insediamenti di famiglie di origine straniera.
L’impegno primario di Italia Lavoro
nell’ambito del progetto “Dispersione Lombardia” è quello di mettere i ragazzi che
non riescono a terminare il ciclo di studi
al centro del percorso di recupero, accompagnandoli e sostenendone le motivazioni, affinché il loro rientro in gioco sia un
successo. Un metodo auspicato di recente anche dal professor Alessandro Rosina,
dell’Università Cattolica, nel suo intervento in occasione della presentazione del progetto Neetwork della Fondazione Cariplo:
«I giovani “dispersi” sono persone segnate da profonde “cicatrici” che vanno cura-
te con un accompagnamento personalizzato, allo scopo di prevenire nuovi abbandoni
che potrebbero essere irreversibili».
Il Progetto FIxO, impegnato a fianco delle Regioni nella realizzazione di
“Garanzia Giovani”, dedica uno spazio rilevante all’attivazione di misure destinate al
più orientati all’aspetto operativo, favoriscono il recupero dei giovani dispersi in
percorsi di formazione, orientati all’acquisizione di un titolo di studio.
A livello nazionale, secondo i dati del
dossier Tuttoscuola/Miur (2014), uno studente italiano su tre abbandona la scuo-
un italiano su tre lasCia la sCuola statale superiore
senza aver Completato i Cinque anni. un dato Che
in alCune regioni, Come nelle isole, arriva a quota
35–36 per Cento (dossier tuttosCuola/miur 2014)
target dei giovani “dispersi”, prevedendo
il coinvolgimento delle scuole, degli enti
di formazione professionale, della rete dei
soggetti del privato e del privato sociale,
ognuno con un ruolo diverso ma tutti con
il medesimo scopo: favorire il reinserimento dei giovani che hanno abbandonato la
scuola in percorsi d’istruzione o formazione professionale, finalizzati al conseguimento di un titolo di studio superiore. Gli
Istituti Secondari Superiori possono giocare un ruolo importante nella prevenzione della dispersione scolastica, utilizzando
una didattica non tradizionale e offrendo
agli studenti dei servizi di orientamento
che li accompagnino negli studi, sostenendo o reindirizzando le motivazioni all’apprendimento. Un ruolo altrettanto importante lo possono giocare gli enti di formazione professionale, che con i loro corsi
la statale superiore senza aver completato i cinque anni. Un dato che in alcune
regioni, come le isole, arriva a quota 35–36
per cento. Nel 2000 i ragazzi non arrivati al diploma del quinto anno erano stati
216.805, cioè il 36,8 per cento di quelli che
erano presenti al primo anno. Nel 2014 si
è scesi a 167 mila unità, pari al 27,9 per
cento. Di questi, 69 mila sono usciti dopo
il primo anno, 22 mila dopo il secondo, 39
mila dopo il terzo e 37 mila prima dell’ultimo anno. In Europa sul fronte dell’abbandono scolastico le percentuali più basse si riscontrano in Croazia (3,7 per cento),
Slovenia (3,9), Repubblica Ceca (5,4) e Polonia (5,6), mentre i paesi dove i giovani tra i
18 e i 24 anni abbandonano maggiormente gli studi sono Spagna (23,5 per cento),
Malta (20,9) e Portogallo (19,2). L’Italia si
ferma al 17 per cento.
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CAPITALE UMANO QUANDO SI VOLTA PAGINA
GABRIELE TOCCAFONDI
Deputato di Ncd, è sottosegretario
al ministero dell’Istruzione, università
e ricerca dal 2013, con delega alle
scuole del secondo ciclo di istruzione
e formazione, sistema delle scuole
paritarie e non, istruzione e formazione
tecnica e professionale e i rapporti
con i sistemi formativi delle Regioni
DI DANIELE GUARNERI
LA RIVOLUZIONE
È ALLA PRIMA ORA
OBBLIGO DI ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO. VALUTAZIONE
DEGLI ISTITUTI E PREMIAZIONE DEI DOCENTI MIGLIORI. LA RIFORMA
RENZI-GIANNINI ENTRA IN CLASSE CON LE SUE NOVITÀ. «SIAMO
ALL’INIZIO, I PROBLEMI NON MANCANO, MA ABBIAMO ROTTO
COL PASSATO. DA OGGI SI RAGIONA SU MERITO E QUALITÀ»
A
rriva l’autunno, cominciano
gli scioperi. È sempre stato così, non
quest’anno. Le proteste di studenti, docenti, amministrativi e personale Ata
sono cominciate a maggio, quando la Buona Scuola entrava in parlamento. «A inizio
novembre siamo arrivati al 220 per cento
di scioperi in più rispetto allo scorso anno»,
fa sapere Gabriele Toccafondi, sottosegretario al Miur ed esponente del Nuovo Centrodestra. Lezioni saltate in tutta Italia, traffico in tilt, fumogeni, cariche della polizia e
qualche ferito: è questo il resoconto dell’ultima protesta del mondo della scuola contro la riforma Renzi-Giannini, a pochi giorni dall’assunzione degli ultimi 55 mila
docenti, il cosiddetto organico di potenziamento previsto dalla 107. Ma Toccafondi non sembra preoccupato: «Tutto ciò che
è nuovo, all’inizio non funziona perfettamente. Siamo solo all’inizio ma con questa
riforma abbiamo rotto gli schemi».
Foto: Ansa
Sottosegretario, come mai così tanti
scioperi? Quali sono le novità che introduce la Buona Scuola?
36
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Le proteste sono tante perché sono molte le novità introdotte dalla riforma. Questo governo crede nella scuola e nei ragazzi. Crede nella scuola in quanto luogo di
crescita e maturazione dei futuri adulti.
E per questo ha investito molto a livello
economico: 3 miliardi di euro. Ha assunto
quasi 100 mila insegnanti; ha aumentato
il fondo di dotazione per le scuole, da 100
a 230 milioni di euro. Trovato 100 milioni in più per premiare i docenti migliori
e altri 100 milioni l’anno per l’alternanza
scuola-lavoro, grandissima novità culturale per il nostro paese. Senza dimenticare le
detrazioni per le scuole paritarie. A fronte di tante novità, siamo stati ripagati con
il 220 per cento di scioperi in più rispetto allo scorso anno, e ancora manca poco
più di un mese alla fine dell’anno. Ma non
c’è solo l’aspetto economico. Oltre all’alternanza scuola-lavoro resa obbligatoria in
tutti gli istituti, abbiamo inserito il concetto di merito e quindi promosso la qualità. I
comitati di valutazione interni alle scuole
stabiliranno secondo loro parametri quali siano i migliori insegnanti da premiare. La valutazione delle singole scuole, un
parametro molto utile per l’utenza finale.
Queste sono alcune delle novità che hanno
generato incomprensioni e tensioni.
Novità che sembrano voler dare maggiore responsabilità e quindi autonomia
alle scuole e a chi le dirige. È così?
È proprio così. Le risorse che abbiamo
trovato non saranno distribuite in modo
uguale, ma in base a una attenta valutazione. C’è quella complessiva delle scuole
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cApitAle umAno QUANDO SI VOLTA PAGINA
POLO FORMATIVO DEL LEGNO
Quando l’azienda si fa attore
educativo e crea opportunità
Quali sono i problemi e le lamentele che
state riscontrando?
Il primo problema è quello di portare a compimento la riforma. Ad esempio,
i comitati di valutazione non si sono ancora insediati anche perché osteggiati dai
sindacati di categoria. In moltissimi, poi,
si sono lamentati degli aumenti salariali troppo bassi, ma è pur sempre vero che
abbiamo assunto migliaia di docenti precari, ed era da sei anni che lo stipendio era
bloccato. Siccome il Miur ritiene che l’aggiornamento professionale sia fondamentale ha deciso di pagare 500 euro in più
il nostro corpo docente. Ma anche in questo caso siamo stati criticati. I problemi
non mancano, certo. Siamo i primi a dir38
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lo, ma non possiamo pensare di risolvere
tutto con una riforma. Abbiamo disegnato
una strada e la stiamo percorrendo. Finora
il Miur doveva gestire tagli, da quest’anno
gestiamo risorse che vengono distribuite
secondo i criteri di qualità e merito.
Sul tema dei 500 euro in più in busta
paga: molti chiedono come controllerete che il denaro sia effettivamente speso per un aggiornamento professionale.
I maligni dicono che sono soldi spesi per
ottenere voti alle prossime elezioni.
nanza, perché crediamo che il lavoro ha
una dignità come metodo di conoscenza.
Chi lavora impara, cresce, diventa grande.
Far dialogare questi due mondi fa bene al
ragazzo e allo stesso sistema produttivo. In
classe un ragazzo studia inglese sul libro o,
se gli va bene, con la professoressa madrelingua, ma quando va a lavorare in un
museo o in una azienda parlando costantemente inglese con clienti o visitatori,
fa scuola a tutti gli effetti e impara molto
più in fretta. Dopo un periodo di lavoro di
«AbbiAmo Assunto quAsi 100 milA docenti, trovAto
100 milioni di euro in più per premiAre gli insegnAnti
migliori e Altri 100 per AvviAre l’AlternAnzA. e siAmo
stAti premiAti con il 220 per cento di scioperi in più»
Ma quando sono le prossime elezioni?
Non certo a fine anno. I soldi invece sono
già stati versati. Comunque, quest’anno
non ci sono stati i tempi tecnici per trovare
una soluzione diversa. Ma dall’anno prossimo i 500 euro saranno dati con dei voucher, in questo modo il Miur vedrà in tempo reale come saranno spesi. Oggi i docenti devono presentare le fatture di spesa
alle proprie scuole e già lì si può vedere
che spese sono state fatte. I furbi ci sono
sempre e qualcuno eluderà i controlli. In
futuro sarà più difficile imbrogliare. Però,
vede, anche questa è una piccola rivoluzione: il ministero sa che l’aggiornamento
professionale è fondamentale, ma lascia
che sia l’insegnante a decidere come formarsi perché si fida di lui. Noi crediamo
nel nostro corpo docente.
Perché avete puntato così tanto sull’alternanza scuola-lavoro?
Per decenni, dagli anni Settanta, abbiamo teorizzato e messo in pratica con ogni
strumento possibile che scuola e lavoro
fossero mondi totalmente separati: prima si va a scuola, si impara qualsiasi cosa,
poi si cerca lavoro. Noi abbiamo abbattuto
questo muro inserendo l’obbligo dell’alter-
questo tipo, i ragazzi tornano in classe più
motivati. In azienda gli studenti incontrano problemi veri, e la soluzione operativa
attiva meccanismi di apprendimento che
nessun libro o laboratorio potrà mai dargli. Il lavoro offre questo, ti insegna a cavartela, e questo non lo impari a scuola. Per
questo abbiamo reso obbligatoria l’alternanza scuola-lavoro in tutti gli istituti: 400
ore nei tecnici e 200 nei licei.
Criticano una cosa che fino all’altro
ieri non c’era, ma nessuno si lamentava. Adesso c’è, ma dicono che non basta.
Mi vien da ridere. Comunque, il modello tedesco non lo definirei “alternanza”.
Alternanza è un periodo di scuola fatto
in azienda. In Germania è l’inverso: si fa
qualche ora a scuola e il resto in azienda.
Ma noi non siamo la Germania, non abbiamo quel tessuto produttivo che investe in
modo pesante nella scuola; noi siamo l’Italia, abbiamo la nostra storia, la nostra cultura, dobbiamo costruire la nostra via che
non so nemmeno se diventerà mai uguale al modello tedesco. L’alternanza è utile
perché è importante per i ragazzi. Abbiamo una disoccupazione giovanile altissima, bisognava agire subito. E su questo ci
tengo anche a sottolineare l’importanza di
avere introdotto i contratti di apprendistato e la novità è che le aziende che accetteranno questa sfida godranno di una importante defiscalizzazione.
Anche in questo caso, però, i problemi
non mancano.
Le cose non cambiano dalla sera alla
mattina. Avvertiamo che nei licei non
sanno come fare alternanza, molti non
ne capiscono nemmeno le ragioni e le
potenzialità. Noi ci stiamo muovendo con
le aziende, le associazioni di categoria, i
musei, i comuni, le camere di commercio, perché si può fare alternanza in tanti
modi e in tanti luoghi, basta essere seguiti. Ci stiamo inventando una strada che
è ancora in costruzione. Ma noto che c’è
una maturità che fino a qualche anno fa
non vedevo.
In molti stanno criticando questo sistema, ancora «troppo lontano da quello
tedesco», dicono.
Il ministero ha chiesto un cambio di
mentalità: alle scuole e alle imprese.
Foto: Ansa
che comprende anche lo stabile: vogliamo che questa valutazione sia comunicata
all’esterno. Non è semplice? Lo sapevamo,
ma si deve fare, deve esserci trasparenza
perché i genitori devono avere gli strumenti per decidere in quale scuola mandare i
propri figli. Altra novità è che tutto il sistema scolastico viene valutato, anche gli istituti non statali. Dare informazioni oggettive di tutto il sistema di istruzione nazionale può far capire che fra statale e non statale forse non sempre ci sono grandi differenze. Poi c’è la valutazione degli insegnanti: i migliori saranno premiati economicamente. E chi deve giudicare, viale
Trastevere? No. Abbiamo chiamato in causa il leader educativo della scuola, il preside, che insieme a tre docenti, rappresentanti dei genitori e degli alunni e un componente esterno all’istituto dovranno decidere i criteri per stabilire quali saranno i
migliori insegnanti da premiare. E ogni
scuola avrà il suo quid economico da destinare ai più bravi. È una rivoluzione perché
per la prima volta abbiamo inserito il tema
della valutazione, della qualità, della premialità. E probabilmente i docenti saranno invogliati a rendere di più, a fare ancora meglio il proprio mestiere, anche solo
per ottenere il premio economico.
Da novembre, unico caso in Italia, un’intera classe di
studenti del percorso di formazione di base del Polo Formativo
del legno arredo a Lentate sul Seveso verrà inserita per un anno
in apprendistato di primo livello all’interno di alcune importanti
imprese del territorio. È questa la grande novità lanciata durante la visita del sottosegretario del Miur Gabriele Toccafondi al
Polo di Lentate, che segna anche la prima visita ufficiale di un
componente del governo alla scuola di FederlegnoArredo.
Le aziende di FederlegnoArredo hanno sempre scelto di porsi
come attori educativi a tutti gli effetti, e ora il Polo è in grado di
offrire opportunità di lavoro concrete. «Il Polo – spiega il presidente di FederlegnoArredo, Roberto Snaidero – è una sfida che
sta generando un entusiasmo diffuso tra i nostri imprenditori. I
ragazzi che hanno iniziato a frequentare la scuola possono testimoniare l’efficacia della proposta che viene loro fatta, dal punto
di vista umano ed educativo, e al tempo stesso a livello professionale». Al termine della giornata, il sottosegretario ha annunciato la scelta del ministero di voler privilegiare quegli istituti in
grado di offrire maggiore efficacia di intervento: «Basta fondi a
pioggia, per quest’anno il 30 per cento delle risorse nazionali e
regionali destinate agli Its verrà dato su quota premiale».
Dobbiamo farlo per migliorare il
nostro sistema. In alcuni istituti tecnici
si fanno fin troppe materie. In un indiriz-
«Per anni abbiamo fatto
di tutto Per dividere scuola
e mondo del lavoro. abbiamo
riconosciuto l’errore
e ora stiamo favorendo
questo dialogo. che fa bene
ai ragazzi e alle stesse imPrese»
zo meccanico, soprattutto i primi anni, a
cosa serve studiare diritto o economia? Facciamolo in quinta e spieghiamo ai ragazzi
cos’è un contratto di lavoro. Ma anche le
aziende devono cambiare perché il problema dell’alternanza non è solo della scuola.
È un tema che riguarda tutti in questo paese. Molte aziende la vedono come una scocciatura, ma cambiano idea se sentono parlare di incentivi economici. È un modo di
ragionare che non mi piace: gli imprenditori devono capire l’importanza dell’alternanza per i ragazzi e per la stessa azienda.
Noi come ministero stiamo organizzando
incontri tra scuole e aziende, musei, camere di commercio. I due mondi devono parlarsi, devono conoscersi in modo diretto.
Dobbiamo scambiarci idee e conoscenze,
solo così qualcosa di buono può nascere.
Le camere di commercio, ad esempio, stanno compilando un registro in cui è possibile trovare le imprese che fanno alternanza, strumento utilissimo per tutte le scuole. Alle scuole abbiamo mandato una guida di poche pagine, semplice e operativa,
fatta da chi l’alternanza già la fa. E poi si
può mettere in pratica in diversi modi: ci
possono essere esperienze diverse, dove
sono imprenditori o capi reparto a entrare
in classe. Con loro si possono fare aziende
simulate, ma vere: dalla costituzione della società alla realizzazione del prodotto
e, perché no, fino alla vendita dello stesso.
Il ministero ha messo a disposizione
100 milioni di euro all’anno per attivare
l’alternanza. Però è un fondo a disposizione solo delle scuole statali.
È vero, purtroppo. È la solita questione
delle scuole paritarie che vengono concepite come un ente non pubblico. Ma questo è un problema a livello europeo: laddove ci sono bandi che prevedono investimenti strutturali, e l’alternanza è uno di
questi, lo Stato non può usare soldi pubblici per enti non statali. I soldi che arrivano
alle paritarie, infatti, non sono finanziamenti ma contributi. Bisogna affrontare
definitivamente questa questione. In parlamento vedo che abbiamo raggiunto una
certa maturità e il tema delle detrazioni lo
dimostra. Ma occorre fare un altro passo
altrettanto fondamentale: andare in Europa e fare capire che noi siamo molto orgogliosi del nostro sistema scolastico formato da scuola statale e scuola paritaria. Finché non sciogliamo questo nodo sarà difficile cambiare le cose. Entro fine legislatura occorre affrontare il problema, perché
oggi lo Stato se prova a finanziare le paritarie con bandi su laboratori, strutture digitali, alternanza, eccetera riceve parere contrario da parte dell’Europa.
Quindi con l’obbligo dell’alternanza avete messo in difficoltà le paritarie.
Sì. Oggi ogni obbligo in più al sistema
scolastico, come appunto l’alternanza, le
mette in difficoltà. È la verità. Per questo
sono convinto che sia il governo a doversi far carico del problema, non soltanto il
ministero dell’Istruzione. Siamo all’inizio
di un percorso che ha introdotto grandissime novità, è una rivoluzione che ha richiesto dei cambiamenti di mentalità, le cose
stanno migliorando ma ci vuole tempo per
renderle perfette.
n
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|
39
CAPITALE UMANO QUANDO SI VOLTA PAGINA
«N
on è possibile che sia tutto sbagliato. La riforma della Buona Scuola qualcosa di buono ce l’ha.
Altre cose andrebbero corrette, o perlomeno
chiarite. Ma è inevitabile che quando si inizia un percorso nuovo non tutto vada liscio».
È questo il primo commento alla 107/2015 di
Roberto Pasolini, preside dell’Istituto europeo Leopardi, scuola paritaria con sede a
Milano. Che a Tempi spiega qual è stato l’impatto della riforma sul suo istituto.
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DENTRO L’ISTITUTO LEOPARDI
GRANDE PASSO AVANTI
MA LE PARITARIE SONO
SEMPRE IN DIFFICOLTÀ
e
Che impatto ha avuto sul vostro istituto?
ROBERTO
PASOLINI
Preside dell’Istituto
Europeo Leopardi,
scuola paritaria
con sede a Milano
Per quanto riguarda la questione delle assunzioni dei nuovi
insegnanti, devo dire che
«L’ALTERNANZA LA
la cosa non ci ha colpiFACCIAMO
DA VENTI
to molto. I numeri delle
assunzioni, alla fine, non
ANNI, MA RENDERLA
sono stati quelli ventilati
OBBLIGATORIA PER
all’inizio. E nel mio caso
TUTTI GLI ISTITUTI HA
non c’è stata una fuga verso le scuole statali, anche
UN COSTO. DEI 100
se questa chiamata era
MILIONI
DELLO STATO
stata venduta come l’ulA NOI NON ARRIVA
tima chance di iniziare a
lavorare alle dipendenze
NEMMENO UN EURO»
dello Stato. Nel mio caso
solo due insegnanti hanno accettato l’incarico statale, tutti gli altri sono rimasti. E questo mi fa essere orgoglioso, perché vuol dire che l’ambiente che
abbiamo creato è appetibile e di soddisfazione professionale.
Cosa ne pensa dell’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro
a partire dalle classi terze di tutti gli istituti?
Sono molto contento. Sono un estimatore del sistema svizzero, quindi totalmente favorevole alla decisione del governo.
Noi nell’ambito tecnico è da venti anni che facciamo alternanza, e siamo stati tra i primi licei socio psicopedagogici ad attivare questi percorsi. Crediamo molto a questa impostazione, ma
nonostante questo non posso far notare alcune criticità. L’alternanza per le scuole ha un costo. Il Miur ha messo a disposizio-
ne 100 milioni di euro l’anno, il dramma è che come al solito ci
si dimentica che il sistema d’istruzione italiano è formato dalle
scuole statali e paritarie. E naturalmente quei fondi sono destinati solo alle prime. Fare alternanza non vuol dire soltanto mandare gli studenti nelle aziende. Chi si occupa di tenere i rapporti
con le imprese? Chi ne trova di nuove? Chi compila tutte le carte? Nel nostro caso, da quest’anno, un docente è occupato a tempo pieno. E chi paga questo lavoro? Il mio istituto, non lo Stato.
Altra criticità, almeno ora, è quella di trovare aziende disposte
a fare lavorare gli studenti. Anche in questo caso, forse, con dei
finanziamenti le cose sarebbero state più facili e veloci.
Il sistema duale aiuterà a risolvere il problema della disoccupazione giovanile?
In Svizzera e Germania le ore fatte in azienda sono molte di
più, i ragazzi hanno il tempo per acquisire una professionalità
e una competenza che un domani faciliteranno l’ingresso nel
mondo del lavoro. I nostri ragazzi, invece, faranno circa un’ottantina di ore, troppo poche per imparare un lavoro. Ma l’approccio è corretto, era giusto partire. I ragazzi imparano una
modalità di approccio alle richieste che è utile anche quando
tornano a scuola. Cerco di spiegarmi: gli studenti considerano
spesso le richieste o i richiami del docente come delle pignolerie. Quando vanno in azienda capiscono che, o le cose si fanno
giuste, o si fanno giuste. Gli errori possono costare caro, la vita
è così. Allora si rendono conto che le richieste dell’insegnante
non sono più una pretesa narcisistica, ma servono per affrontare in modo serio il mondo di domani. Le aziende hanno bisogno
di persone serie che fanno le cose in un certo modo, in un determinato tempo e con la massima precisione possibile.
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Quali sono le attese delle famiglie nei confronti della scuola?
Le esigenze delle famiglie sono aumentate. Chiedono servizi migliori, maggiore attenzione ai propri figli, esigono una preparazione del personale molto alta. È giustissimo, ma tutto questo ha un costo che molto spesso è più alto delle rette che chiediamo. Su questo aspetto, sempre di più, vedo una sorta di pretesa, perché questi genitori non pagano un servizio, ma una differenza di servizio. Questa “differenza di servizio” si traduce in
rette molto alte. Oggi non vedo una grande consapevolezza delle nostre difficoltà economiche, o almeno non sempre. Una volta
le persone erano più sensibili al tema della parità e della libertà
di educazione. Questi temi, vent’anni fa riempivano il Palavobis.
Oggi faremmo fatica a radunare mille persone.
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sOsTENITORE
e
Che giudizio dà sulla Buona Scuola?
Ha delle aperture innovative notevoli:
maggiore autonomia e poteri gestionali del
dirigente scolastico, come ad esempio le
assunzioni dirette dei docenti, sono solo un
paio esempi. Da un punto di vista culturale
il nostro sistema ha poco da invidiare agli
altri paesi. Ma su autonomia e gestione siamo notevolmente indietro e questa legge
segna un cambio di marcia. Certo non mancano i problemi: nel testo della 107 quando
si parla degli aspetti organizzativi non si fa
nessun distinguo tra statale e paritaria. Questo ci obbliga ad adeguarci a modelli che per
noi non vanno assolutamente bene. Ecco, su
questi punti vorremmo avere qualche delucidazione in più.
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BENEFATTORE
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data
RAPPRESENTANZE
C’
IL MESTIERE
DI CONTRATTARE
Foto: Ansa
COME SI STANNO ATTREZZANDO I SINDACATI DEI LAVORATORI
E DEGLI IMPRENDITORI PER SFUGGIRE ALLA CORSA GLOBALE
AL RIBASSO CHE METTE A RISCHIO SALARI E PRODUTTIVITÀ?
LO ABBIAMO CHIESTO AL SEGRETARIO DELLA CISL GIGI PETTENI E
AL DIRETTORE AREA LAVORO DI CONFINDUSTRIA PIERANGELO ALBINI
42
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|
che è nel cambiamento. Probabilmente al
di fuori degli stereotipi, oggi
assai di moda, che lo pretenderebbero o
in ginocchio, a fare sostanzialmente da
“sindacato giallo” (per intenderci, i sindacati finti creati e controllati dagli imprenditori negli Stati Uniti negli anni Venti,
messi poi fuorilegge), o condannato a battaglie “di retroguardia”, perse in partenza, in un “ridotto” di Fort Alamo – che
“si riduce” sempre di più, ad ogni successivo lancio di dadi, nel gioco dell’oca
della mondializzazione. Questo sindacato, che non è né l’una né l’altra di queste due cose, continua oggi a fare il “suo
mestiere”, rileggendo lo strumento della
contrattazione collettiva, interrogandosi
sulla rappresentanza, cercando modalità non rituali di interlocuzione con l’impresa, mettendo nel paniere della negoziazione un welfare aziendale rapportato agli effettivi bisogni dei lavoratori. E
che quando protegge, ad esempio, i lavoratori dai rischi di dumping salariale aiuta anche le imprese dal rischio della concorrenza sleale.
Un sindacato che non ha smarrito,
nella sua visione del lavoro, l’originario sapore della centralità personale del
“diritto”, per rincorrere le mode consumistiche dei “diritti”.
Forse l’unica formula per sfuggire a
una corsa globale al ribasso che distrugge tanto i salari quanto la produttività, e che non ha alternative solo per
chi sostiene, sbagliando clamorosamente, che non possa esserci ancora un futuro per il “saper fare” e per l’industria nel
nostro Paese.
[pgg]
è un sindacato
|
|
43
RAPPRESENTANZE TRA VECCHI RITI E NUOVE URGENZE
1
Crollato il totem del
contratto nazionale,
avete in programma
un nuovo modello di
contrattazione oppure vale il “modello
Marchionne”, ovvero
il modello che ha
cancellato il contratto
nazionale?
Gigi Petteni è
segretario
confederale
della Cisl
GIGI PETTENI
Nell’ambito di relazioni industriali
moderne non c’è posto per i totem e il
contratto nazionale nella visione della
Cisl non è un totem ma un necessario
strumento di regolazione del rapporto
di lavoro rispetto alle normative di base
comuni per tutti i lavoratori. In particolare il contratto nazionale fissa i minimi
retributivi in modo più efficace – in perfetta sintonia col dettato costituzionale
– di quanto non possa fare la legge, perché lo fa non col metodo della livella ma
in riferimento alle caratteristiche dei singoli settori e articolando i minimi salariali per livelli di inquadramento professionale e nell’ambito di un orario di lavoro definito: proprio come dice la nostra
Costituzione. Il contratto nazionale è,
inoltre, uno strumento di governance del
sistema di relazioni a livello di ogni singolo settore favorendo lo sviluppo di una
contrattazione di secondo livello a misura dei differenti contesti aziendali e territoriali, ma evitando i rischi di dumping
44
|
|
nei confronti dei lavoratori e di concorrenza sleale nei confronti delle imprese.
Pierangelo Albini
è direttore area
lavoro e welfare
di Confindustria
PIERANGELO ALBINI
Francamente dissento dalla premessa: in tutti i documenti del sistema di
Confindustria viene riaffermato il ruolo
centrale dei contratti nazionali di categoria. Questo non significa conservazione, perché nella nostra visione il Ccnl
è fondamentale quale punto di riferimento per l’azione di promozione della contrattazione aziendale, che così
potrà svilupparsi in modo ordinato. In
altre parole, il Ccnl dovrebbe svolgere
un ruolo di garanzia a livello nazionale dei minimi contrattuali e fornire alle
imprese strumenti e parametri per una
contrattazione aziendale orientata al
miglioramento della produttività e della competitività.
2
Le nuove forme di
contrattazione pongono il problema della
rappresentanza. Pensate di fare un accordo tra rappresentanze/rappresentanti o
aspettate/auspicate
l’intervento del governo con una legge ad
hoc che regoli le nuove forme di rappresentanza?
GIGI PETTENI
Il tema è già stato affrontato con una
serie di accordi che ad oggi hanno interessato Confindustria, Confservizi, Alleanza Cooperative e Confcommercio. Questi accordi prevedono la certificazione
della rappresentanza dei sindacati e regole chiare di approvazione dei contratti ai
vari livelli. Questo garantisce l’esigibilità
e l’efficacia degli accordi ed è un segnale di fiducia per chi vuole investire e lavorare nel nostro paese. Un eventuale intervento di legge potrebbe essere utile solo
se fosse molto leggero e assumesse la forma del combinato disposto. L’affidamento alla contrattazione da parte della legge sarebbe, infatti, indispensabile perché
una ricetta uguale per tutti non potrebbe
mai funzionare. Tanto per fare un esempio: le varie proposte di legge in campo partono tutte dall’assunto che la rappresentanza del sindacato vada misurata
dalla ponderazione tra i dati degli iscritti
e quelli dei voti per le Rsu (le rappresentanze sindacali unitarie). Questo va bene
per il mondo di Confindustria (e rispecchia infatti quell’accordo), ma ci sono
settori, che contano milioni di lavoratori, nei quali le Rsu non ci sono e quindi
non esiste un dato elettorale da censire.
Per quei settori la contrattazione dovrà
adottare soluzioni adeguate che garantiscano l’obiettivo di certificare la rappresentanza.
PIERANGELO ALBINI
L’accordo su questo tema l’abbiamo
già fatto e lo stiamo attuando. I problemi che abbiamo dovuto affrontare e risolvere nella fase di impostazione operativa
sono stati molteplici e ora siamo arrivati alla fase di raccolta ed elaborazione dei
dati. Il modello di accordo è valido, tant’è
che è stato ripreso sia dal mondo delle
cooperative che dai rappresentanti delle
aziende municipalizzate. A nostro avviso, ogni eventuale intervento legislativo
in materia dovrebbe rispettare i contenuti e la volontà espressa dal nostro accordo
che si fonda su una adeguata ponderazione tra il dato delle iscrizioni alle singole
associazioni sindacali e i voti espressi dai
lavoratori nelle elezioni delle rappresentanze aziendali.
3
Un’altra abitudine
andata in soffitta è la
concertazione nazionale. Come evolveranno i rapporti tra sindacati e governo? Quali
le valutazioni interne ai
vostri mondi?
stesso stile di governo. Il nostro paese
– tra i fondatori dell’Unione Europea –
non può rischiare di diventare su questo
terreno fanalino di coda. Soprattutto in
una fase in cui i processi e gli strumenti
di governance economica della Commissione europea assumono un peso sempre maggiore. Ma questo pone un problema di sostanza, non di riti: lo stile di
confronto non può più avere le lungaggini, la farraginosità e la ritualità che hanno caratterizzato passate stagioni. L’economia e la finanza globali corrono, oggi
anche la politica è più veloce, la Chiesa
ha messo con papa Francesco una marcia in più. O il sindacato è in condizione di reggere il passo e di focalizzarsi sul
merito delle questioni, o rischia di essere fuori gioco.
PIERANGELO ALBINI
GIGI PETTENI
La concertazione: questa sì che ha
rischiato di diventare un totem (non il
contratto nazionale!). A noi non interessano i riti e le riunioni nella sala verde col “cerimoniale di corte”. Vogliamo
un confronto di merito su tutte le questioni che interessano il mondo del lavoro, non per porre veti ma per contribuire con le nostre proposte a trovare soluzioni adeguate per i lavoratori nell’ambito degli interessi generali del paese. E la
priorità in questo momento è la ripresa
della crescita economica e sociale di cui
il lavoro è una componente fondamentale. Nell’ambito del Jobs Act e della legge di stabilità per il 2016 ci siamo mossi come Cisl con questo spirito, formulando proposte a partire dalle audizioni parlamentari e in tutte le sedi possibili. Siamo convinti che il ruolo delle parti sociali sia una componente fondamentale dello stesso tessuto democratico del
paese e un elemento di ricchezza per lo
La concertazione è un metodo, tra
molti, con il quale governo e parti sociali possono interloquire. Non è quindi un
valore in sé, ma ha un senso secondo le
circostanze e i problemi da risolvere: la
cosa essenziale è che l’interlocuzione non
venga meno. Non c’è dubbio che in passato si è arrivati a situazioni in cui a questo
metodo si è chiesto troppo rischiando la
paralisi decisionale, come non c’è dubbio
che anche in questi mesi l’interlocuzione c’è stata, in varie forme. Il punto, che
spesso si fa fatica a cogliere, è che vi sono
a volte contingenze che richiedono una
particolare tempestività di assunzione di
responsabilità da parte di governo e parlamento: in questo senso va letta anche la
vicenda della riforma istituzionale.
4
Si è aperta una nuova
fase nella contrattazione che introduce
il tema del welfare
aziendale. Come vi interroga questa novità?
Tornerete ad essere
associazioni fornitrici di
servizi? Verrà rivalutata
la bilateralità o anche
questa è destinata a
tramontare?
GIGI PETTENI
L’articolo 12 contenuto nella legge di
stabilità apre il beneficio fiscale anche al
welfare di genesi contrattuale. È un provvedimento positivo che coglie una realtà
che per noi è già un versante strategico
d’iniziativa. La strada maestra non è tanto diventare fornitori di servizi su questo
terreno ma rafforzare l’intervento contrattuale per sviluppare piani di welfare aziendale rapportati agli effettivi bisogni dei lavoratori. La bilateralità è uno
strumento essenziale per gestire l’offerta di prestazioni e servizi tanto ai lavoratori quanto alle imprese nei settori caratterizzati da piccole e micro aziende nelle
quali non sarebbe gestibile un intervento singolo. Ma è sempre la contrattazione
che determina il ruolo della bilateralità.
PIERANGELO ALBINI
Anche la bilateralità è un metodo,
non un valore assoluto, e c’è quella che
dà buoni risultati e quella che si trasforma in autopreservazione. Il welfare
aziendale si presta a essere gestito con
forme di bilateralità e non a caso ha una
lunga storia nel nostro sistema di relazioni industriali. Se ne parla di più oggi,
perché la politica sta mostrando una
rinnovata attenzione alla necessità di
|
|
45
RAPPRESENTANZE TRA VECCHI RITI E NUOVE URGENZE
la Scuola per Crescere
Il nostro Liceo Scientifico
offre agli studenti una nuova possibilità formativa
nell’ambito della scuola secondaria superiore
dare una risposta a nuovi bisogni sociali. Rinnovata attenzione che condividiamo e giudichiamo positivamente.
5
Fondando le sue radici sulla qualità degli apprendimenti, sul “nostro modo di fare
scuola” basato sull’attenzione alla persona ed ai bisogni formativi dei singoli studenti,
sulla forte preparazione nell’ambito scientifico, su un quadro orario equilibrato a misura liceale con ampi spazi e numerose ore di pratica sportiva.
Il titolo acquisito al termine degli studi sarà di “Diploma di Liceo Scientifico”, al pari
di quello di ordinamento, con l’indicazione “sezione ad indirizzo sportivo” e permette l’accesso a tutte le Facoltà Universitarie ed agli Istituti di Alta Formazione Artistica,
Musicale e Coreutica nonché ai percorsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore
come sancisce il decreto attuativo (DPR n. 52 del 5 marzo 2013).
Se e quale autoriforma
state pensando per la
vostra organizzazione
per accompagnare i
cambiamenti in corso?
A rischio di risultare noioso: un’organizzazione capace di portare la contrattazione in ogni angolo del territorio e in
ogni impresa. Quindi un grande progetto di decentramento di ruoli, di poteri,
di risorse. Un’organizzazione di impronta moderna, basata sulla trasparenza, su
una comunicazione più efficace e con un
ruolo crescente delle competenze e della
conoscenza più in generale.
A questo scopo verrà potenziata la
leva della formazione e modernizzata
quella che una volta chiamavamo la
“cassetta degli attrezzi” del sindacalista. Oggi basta uno smartphone tascabile con cui essere sempre connessi e collegabili con tutti gli strumenti di conoscenza che la Cisl mette a disposizione
dei propri operatori: le banche dati delle imprese, l’Osservatorio sulla contrattazione, l’Osservatorio sulla rappresentanza, tutte le informazioni di tipo organizzativo eccetera.
A questo fanno riscontro operazioni di sinergia che si realizzano attraverso accorpamenti tra categorie e strutture confederali sul territorio realizzando economie di scala, ottimizzazione di
risorse eccetera. Insomma, anche il sindacato è in ristrutturazione permanente.
46
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PIERANGELO ALBINI
Il cambiamento dell’organizzazione è
già partito, in attuazione delle proposte
elaborate dalla commissione presieduta
da Carlo Pesenti. L’obiettivo – che si sta
già realizzando – è ridurre sensibilmente, attraverso aggregazioni, il numero del-
le associazioni, con la contestuale riduzione dei costi totali, senza però ridurre
l’efficacia della rappresentanza dei territori e dei settori. La riforma ha semplificato anche il numero e la composizione
degli organi direttivi della confederazione e prevede il rafforzamento delle attività di rappresentanza a livello europeo. n
Foto: Ansa
GIGI PETTENI
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