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Lampada sapeva delle inchieste

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Lampada sapeva delle inchieste
In abbinata obbligatoria con Italia Oggi.
Direzione: via Rossini 2/A - 87040 Castrolibero (CS) Telefono 0984 4550100 - 852828 • Fax (0984) 853893 Amministrazione: via Rossini 2, Castrolibero (Cs)
Redazione di Reggio: via Cavour, 30 - Tel. 0965 818768 - Fax 0965 817687 - Poste Italiane spedizione in A.P. - 45% - art. 2 comma 20/B legge 662/96 - DCO/DC-CS/167/2003 Valida dal 07/04/2003
Riforma del lavoro
si va verso l’accordo
Camusso: «Cose positive»
Afghanistan, paura
per il calabrese Panetta
autobomba sulla pista
Segnali di distensione tra le parti
Bonanni apre sull’articolo 18
Fallito attentato all’atterraggio
contro il segretario alla difesa Usa
a pagina 6
a pagina 2
Il ministro Fornero
Giovedì 15 marzo 2012
www.ilquotidianodellacalabria.it
Leon Panetta
’Ndrangheta al Nord. Secondo i magistrati lombardi era a conoscenza dell’operazione “Meta”
Lampada sapeva delle inchieste
L’imprenditore di origini reggine durante l’interrogatorio della Dda di Milano
AVEVA l’incubo di finire in
prigione Giulio Lampada
perché, secondo i magistrati
della Dda di Milano sapeva
delle inchieste e in particolare era a conoscenza dell’operazione “Meta”. L’imprenditore lombardo, di origini
reggine pagava dalle 40 alle
60mila euro al mese a quattro esponenti delle Fiamme
Gialle milanesi per evitare i
controlli nei locali dove piazzava centinaia di slot-machine taroccate, e per questo temeva che primo o poi lo
avrebbero pizzicato. I primi
sospetti iniziò ad averli
quando furono gli stessi finanziari corrotti a dirgli di
«stare molto attento», quando andava a consegnare il
denaro.
LA TRAGEDIA IN SVIZZERA
a pagina 8
Ecco
perché
il processo
Herakles
è da rifare
Emigrazione
sanitaria
dalla Calabria
al Nord
236 milioni
Delitto di Oppido
La carcassa del pullman su cui viaggiavano i ragazzini
Una struttura
per garantire
la libertà
del boss
I dati del 2010
ANTONIO ANASTASI
a pagina 7
GIUSEPPE BALDESSARRO
e MICHELE INSERRA
a pagina 9
Operazione “Lancio”
Pentiti e veleni
Strage di bimbi al rientro dalla vacanza
pullman si schianta in galleria: 22 morti
Le vittime, tutte belghe, avevano dodici anni. Tre ragazzini in coma
Timori
di vendetta
verso
il cugino
di Ferraro
MICHELE ALBANESE
a pagina 7
alle pagine 4 e 5
CONTINUA l’emigrazione
sanitaria dalla Calabria
verso il Nord. Nel 2010 la
regione ha contribuito per
236 milioni di euro a finanziare la sanità di Lombardia, Emilia Romagna e Lazio. Sono i dati sulla mobilità interregionale certificati dalla Conferenza delle
Regioni.
a pagina 15
Interventi di
GIUSEPPE AVIGNONE
FRANCO CRISPINI
ANTONINO DE MASI
FERNANDA GIGLIOTTI
e ETTORE JORIO
alle pagine 19 e 20
La popolare trasmissione si occuperà del giallo della scomparsa del giovane elettrauto di Gioia Tauro
Sombrero
Sottosopra
STEFANO Lo Verso, pentito di mafia, ha deciso di
rinunciare al programma di protezione e tornare a casa sua, a Palermo.
Ha dichiarato: “Chi è mafioso dovrebbe andare
via, essere emarginato
dalla società civile, non
chi collabora con la giustizia”. Eppure il suo è un
comportamento eroico.
Ma non è il solo caso.
Quando la Lega fa la sua
sfilata a Venezia in onore
del dio Po con slogan secessionisti e offese ai simboli costituzionali, la polizia chiede ai cittadini di
non esporre la bandiera
italiana alle loro finestre
per “non provocare”. Decisamente è un mondo alla rovescia.
Riflettori su Pioli nel programma “I fatti vostri”
IL GIALLO della scomparsa
dell’elettrauto di Gioia Tauro,
Fabrizio Pioli, sarà affrontato
oggi dalla trasmissione “I fatti vostri”.
DOMENICO GALATÀ
a pagina 37
20315
9
771128
022007
E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro
ANNO 18 - N. 74 - € 1,20
Pentiti e veleni
Da rivalutare anche la parte dell’inchiesta
relativa alla vicenda Europaradiso
Perché Herakles è da rifare
La Cassazione: «La Corte d’Assise d’appello non poteva ignorare le rivelazioni di Vrenna»
di ANTONIO ANASTASI
CROTONE – “Bacchettate”
dalla Cassazione alla Corte
d’Assise d’Appello di Catanzaro e spiragli per la riapertura dell’istruttoria dibattimentale sulla vicenda Europaradiso, il megavillaggio
turistico che secondo l’accusa faceva gola alla ‘ndrangheta. Perché «non si può
convenire sull’assunto che,
essendo stato in primo grado celebrato il giudizio con
rito abbreviato, vi sia un diritto dell’imputato all’esclusione di nuove prove a suo
carico». Ecco perché le posizioni di 90 imputati dovranno essere rivalutate anche
alla luce delle rivelazioni del
pentito Pino Vrenna. Si conoscono le motivazioni con
le quali la Corte di Cassazione, nel febbraio scorso, annullò con rinvio la sentenza
Herakles. Il grosso degli imputati, presunti affiliati alle
cosche del Crotonese e colletti bianchi accusati di collusione con i clan, scelse il rito abbreviato, e in Appello,
nell’aprile 2010, si registrarono maxi sconti di pena e
scarcerazioni a raffica con
conseguenti polemiche sui
“patteggiamenti occulti”.
La Cassazione, come si ricorderà, ha annullato quella
sentenza con rinvio, accogliendo in toto l’appello del
procuratore generale e respingendo l’ordinanza di rigetto di acquisizione di prova sopravvenuta. Ovvero il
pentimento dell’ex boss di
Crotone, capo della principale cosca oggetto del processo, avvenuto sul finire
del 2010.
La discrasia è con il troncone del processo che segue
la via ordinaria. Il sostituto
procuratore generale di Catanzaro Enrico Facciolla la
pensa diversamente dal suo
collega Piercamillo Davigo
che rappresentava, lo scorso
3 febbraio, la pubblica accusa davanti alla Corte di Cassazione, sulla rilevanza delle dichiarazioni del pentito
Pino Vrenna nel processo
Herakles, anche se i due magistrati sono stati impegnati in diversi tronconi del procedimento. Il pg ha rinunciato ai motivi d’appello proposti dalla Dda di Catanzaro
che impugnava la sentenza
con cui, nel giugno scorso, il
Tribunale penale di Crotone
condannava 20 imputati,
tra cui l’ex capogruppo del
Pd in consiglio comunale
Giuseppe Mercurio, ritenuto colpevole di voto di scambio con l’aggravante di aver
agito con modalità mafiose
ma assolto dall’accusa di
concorso esterno in associazione mafiosa e tentata
estorsione. Il pg ritiene che
sia il dibattimento davanti al
Tribunale la sede naturale
in cui dovevano trovare spazio l’esame di Pino Vrenna,
pentito, che fu sentito limitatamente ad alcuni temi e
quale imputato, e del testimone di giustizia Emilio Iuticone, uno che accusa anche il presunto imprenditore di riferimento del clan
Russelli, Antonio Campisi
(assolto in primo grado), per
cui rinunciò alla richiesta di
riapertura dell’istruttoria
avanzata dalla Dda, chiedendo, in buona sostanza, la
conferma della sentenza.
Ma i magistrati che valutano il filone del rito abbre-
Il progetto
per la
realizzazione
del
magaparco
Europaradiso
alla foce del
fiume Neto e,
a sinistra, il
collaboratore
di giustizia
Pino Vrenna
viato seguono un’altra scuola di pensiero. «Qualora la
richiesta di rinnovazione
del dibattimento del giudizio in appello sia volta ad assumere nuove prove sopravvenute o scoperte dopo il
giudizio di primo grado,
l’ammissione è subordinata
solo al giudizio di superfluità e irrilevanza manifesta e
cioè di prove del tutto incongrue». Secondo la Cassazione, i giudici d’Appello possono essere incappati in una
CROTONE – I pentiti? «Bugiardi
mancata assunzione di proche s’inventano di tutto». E’ il leit
ve sopravvenute, in violaziomotiv delle dichiarazioni spontane del codice di procedura
nee rese ieri pomeriggio, nel corso
penale. Il pentito, infatti,
del processo Tramontana, davanti
elemento di spicco della coal Tribunale penale di Crotone, dal
sca Vrenna Bonaventura
boss di Cutro Nicolino Grande AraCorigliano, che «può rifericri, che, producendo una fitta docure anche su assetti e organimentazione (ma altre carte si è rigramma del sodalizio di apservato di presentarle alla prossipartenenza e delle cosche
ma udienza), ha smentito alcuni
operati in zone limitro», ha
passaggi degli interrogatori dei
fatto rivelazioni
collaboratori di giusulla realizzazio- L:134240m A:291074m
stizia che, a suo dire,
LA SENTENZA
ne del progetto
lo accusano ingiuEuroparadiso,
stamente. Perché le
sulla tentata rapicose che riferiscono,
«
L’azione
penale
na a un furgone
sempre a suo dire, o
portavalori avvele hanno apprese dai
non è discrezionale»
nuta nel maggio
giornali o dai fasci2000 al Papani- «NON SI PUÒ convenire sull’assunto
coli processuali o le
ciaro, su varie che, essendo in primo grado celebrato
hanno “copiate” dal
estorsioni.
Per il giudizio con rito abbreviato, vi sia un
libro di Nicola Gratquesto è stata an- diritto dell’imputato all’esclusione di
teri “Fratelli di sannullata l’ordinan- nuove prove a suo carico». E’ uno dei
gue”. Nel mirino di
za di rigetto di passaggi della motivazione della senGrande Aracri sia
prova sopravve- tenza con cui la Corte di Cassazione ha
l’ex boss di Crotone
nuta. Con rinvio.
Pino Vrenna che l’ex
annullato con rinvio la sentenza della
Ma la Cassazio- Corte d’Assise d’Appello nell’ambito
reggente della stessa
ne spiega anche del processo Herakles. Secondo la Sucosca, Luigi Bonaperché ha annul- prema Corte, infatti, «nessuna lesione
ventura, l’ex affiliato
lato la decisione di dei diritti della difesa è ipotizzabile dal
al medesimo clan,
ritenere
inam- momento che, allorché l’imputato riVincenzo Marino, e
missibile l’appello chiede il giudizio abbreviato, non può
Angelo Cortese, che
del pm riguardo non considerare da un lato anche la
si autoaccusa di essela
negazione possibilità, prevista dalla legge, che il
re stato il braccio dedell’aggravante
stro del capoclan di
giudice acquisisca nuovi elementi e
mafiosa e la con- dall’altro che sopravvengano nuove
Cutro, che nell’ambicessione di atte- prove». Le valutazioni della Corte d’Apto del processo Scacnuanti
generi- pello, secondo la Cassazione, implicaco Matto è stato conche. Con riferi- no «una discrezionalità dell’azione pedannato in via definimento ad alcune nale smentita dall’articolo 112 della Cotiva per associazione
posizioni si parla stituzione con impossibilità del giudice
mafiosa e altro a 17
di «motivazione di intervenire in presenza di carenze
anni di reclusione.
assente» poiché probatorie da parte del pm, che è estraMa andiamo con
l’attenuante è sta- nea all’ordinamento vigente». (a. a.)
ordine. Perché Vrenta concessa essenna sarebbe un budo stato il reato
giardo? Perché «a caunificato in continuazione
sa mia non ci sono corridoi – ha det(è il caso, per esempio,
to Grande Aracri – e potete chiederdell’imputato Gaetano Barilo agli ispettori di polizia qui prelari). Inoltre, anche se i motisenti che ci sono venuti tante volte».
vi sono stati formulati nei
Il riferimento è agli incontri prepaconfronti di molti imputati
ratori per un assalto a un caveau da
cumulativamente, «ciò non
cui sarebbe partito un furgone porimplica di per se la genericitavalori blindato, incontri che satà dei motivi di appello dal
rebbero avvenuti a casa di Grande
momento che sono indicate
Aracri, dove Vrenna dice di essersi
sia le ragioni di doglianza
recato mentre il cutrese si trovava
che i riferimenti alle risulagli arresti domiciliari.
tanze processuali a sosteBonaventura, invece, sempre segno delle stesse».
|
IL CASO
|
Il boss in aula: «I collaboratori
copiano dal libro di Gratteri»
Nicolino Grande Aracri
condo Grande Aracri, nel corso di
un interrogatorio del luglio 2007,
«consulta un suo manoscritto ma
sono appunti estrapolati dal fascicolo Scacco Matto». Grande Aracri
ha citato anche i numeri di pagina
dell’ordinanza. Le ramificazioni in
Emilia e in Germania? «Illazioni investigative trascritte nel fascicolo
Scacco Matto». I collegamenti con lo
zio di Luigi Bonaventura, Gianni?
«Impossibili. Ero in isolamento, ristretto al 41bis nel carcere di Novara, escluso da tutto e da tutti». Secondo GrandeAracri, Bonaventura
si sarebbe inventato anche la tipologia di arma usata per l’omicidio di
Salvatore Arabia, commesso a Cutro nell’agosto 2003. «Dice che era
una pistola a tamburo ma dagli atti
dell’ordinanza di custodia cautelarerisultachea spararefuunapistola semiautomatica calibro 9x19».
L’alleanza con Pasquale Nicoscia,
capo dell’omonima cosca di Isola Capo Rizzuto? Grande Aracri ha annunciato che produrrà certificati di
detenzione che attestano che tali
rapporti erano impossibili. Così come una «falsità», secondo il Grande
Aracri pensiero, sarebbero le dichiarazioni di Marino che nel maggio 2008 ha parlato dell’alleanza
con Leo Russelli, boss scissionista
del quartiere Papanice di Crotone.
«Dal 2001 al 2006 sono stato al 41
bis. Non avevo alcun rapporto col
mondo esterno».
Strali anche su Cortese, che dichiarò di aver partecipato per conto
di Grande Aracri a un matrimonio
di ‘ndrangheta di un membro della
famiglia Pelle. «Ha letto nel fascicolo Scacco Matto di questo matrimonio, considerato che era imputato
nello stesso processo. Eppure Antonio Le Rose e Salvatore De Luca
non parlano di lui nelle intercettazioni. De Luca, quando Le Rose gli
chiese “di Cutro chi eravate?”, rispose “io e Tonino”. Nell’ordinanza
si diceva che avrebbe partecipato
anche mio fratello Antonio Grande
Aracri. Ma Cortese non sa neanche
dove abita Antonio Pelle. Dice che
abita a Bovalino ma lui sta a Benestare». La “dote” del “crimine” internazionale? «Cortese l’ha copiata
dal libro di Gratteri, vi dico anche i
numeri delle pagine». Insomma,
«mi attribuisce un ruolo – ha detto
ancora – pur di mostrarsi credibile
agli occhi degli inquirenti. Ma la
sua decisione di collaborare con la
giustizia era premeditata». Il riferimento, stavolta, è a lettere di Cortese a Grande Aracri in cui si usano
«termini strani». «Mi chiamava
“zio”ma tutto questo affetto mi suonava strano. Mi chiedeva soldi perché si sentiva abbandonato dalla
sua famiglia e dovette pure lavorare nella lavanderia del carcere di
Parma e diceva che mi sarebbe stato
grato per tutta la vita. Ma già da allora cercava di costruire collegamenti con me». Le armi? «Cortese
dice che avevamo di tutto, dalle
bombe a mano ai kalashnikov, armi
che provenivano dalla Germania, e
avremmo potuto fare persino la
guerra con Bin Laden. Ma anche
questo è un passaggio copiato da
Gratteri, e alla fine dei conti l’unica
arma che ha fatto ritrovare è una pistola a casa di suo padre che peraltro era all’oscuro di tutto». Il rifiuto
del comparaggio a Raffaele Dragone, figlio del boss Antonio (uccisi
entrambi, ndr?)? «C’è il certificato
di matrimonio. Se veramente mi
fossi rifiutato, non avrebbe voluto
farlo ‘sto comparaggio». Una tesi,
quella del boss di Cutro, alla quale è
improbabile che gli inquirenti attribuiscano una patente di attendibilità.
a. a.
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Primo piano 7
Giovedì 15 marzo 2012
Giovedì 15 marzo 2012
Lotta al crimine
La Dda reggina individua la struttura parallela
che ha il compito di garantire la libertà ai boss
Associati per una latitanza
E per la prima volta viene contestata l’associazione semplice ai favoreggiatori
| L’INTERVENTO |
«L’onore di Tuccio
non è in discussione
ma deve dimettersi»
di MASSIMO CANALE*
Il nascondiglio
Il pizzino
IL nascondiglio di Domenico Condello nella zona nord della
città, dove il latitante sarebbe stato ospitato per diversi giorni
dai suoi fiancheggiatori.
UNO pizzino lasciato dal latitante ai propri fiancheggiatori per
ringraziarli dell’ospitalità ricevuta e per dire che forse sarebbe
tornato in quella casa.
di GIUSEPPE BALDESSARRO
REGGIO CALABRIA - C’è
una nuova maniera di gestire la latitanza dei capi della
‘ndrangheta reggina, che
consente ai clan di “limitare” i danni in caso di arresti.
I pm Giuseppe Lombardo
e Rocco Cosentino della Dda
la individuano nell’ambito
dell’inchiesta “Lancio” che
martedì ha portato all’arresto di un folto gruppo di persone accusate di avere favorito la latitanza per oltre 20
anni del boss Domenico Condello. Secondo l’impostazione dell’accusa i padrini per
garantirsi la fuga devono
evitare i contatti diretti con
gli affiliati. Personaggi che
evidentemente sono controllati dalle forze dell’ordine. Per questo nella concezione individuata dalla Procura, viene creata una vera e
propria struttura, all’interno della quale c’è un solo elemento “titolato” a fare da
cerniera tra il capo, l’organizzazione mafiosa e la
struttura stessa chiamata a
curare la latitanza.
«L’indagine - scrivono i
magistrati - ha permesso di
individuare una granitica
“cellula criminale”, costituita essenzialmente dai com-
ponenti del nucleo familiare
dello stesso latitante, a cui
hanno aderito con diverso
contributo di causa anche
ulteriori soggetti legati agli
stessi da vincoli riconducibili ad un più ampio paradigma».
E aggiungono: «In particolare, i soggetti interessati
dal presente provvedimento
hanno messo a disposizione,
nelle numerose occasioni
d’incontro con il latitante,
ogni forma di supporto logistico al fine di eludere consapevolmente le attività tecniche in atto».
Le persone sottoposte ad
indagine, attraverso l’adozione di un modus operandi
semplice ma allo stesso tempo molto efficace, duttile e
collaudato, «sono riuscite a
creare uno schermo protettivo attorno a Domenico
Condello che ha consentito
di vanificare i numerosi servizi di ricerca predisposti al
fine di individuare il luogo
esatto ove lo stesso si trova».
Per i magistrati: «Il contributo fornito dai diversi favoreggiatori è da ritenersi
di enorme rilevanza, poiché
appare evidente che l’attività connessa a favorire la latitanza del Condello ha consentito anche il sostanziale
mantenimento dell’integrità operativa della radicata
struttura mafiosa facente
capo a quest’ultimo, che con
il suo arresto sarebbe stata
inevitabilmente indebolita».
Un’intuizione che ha portato i pm a sostenere un capo
d’accusa che assolutamente
inedito per i reati come il favoreggiamento, soprattutto
quando si tratta di familiari
del fuggitivo. Non si parla
più di procurata inosser-
vanza della pena, o di favoreggiamento semplice. Ma
di «associazione a delinquere semplice», ossia non mafiosa in senso stretto, ma aggravata dall’articolo sette
del codice, ossia dalle modalità mafiose. D’altra parte,
secondo i magistrati, non
può essere contestato neppure il concorso esterno in
associazione mafiosa, diventando difficile dimostrare, in concreto, i vantaggi
all’associazione stessa.
REGGIO CALABRIA - C’è l’associazione e c’è l’uomo di collegamento. I magistrati, nelle carte dell’inchiesta contro i
favoreggiatori di Bomenico Condello,
spiegano la nuova impostazione utilizzata per aggredire la cosca.
Per la Procura «La struttura di gestione (della latitanza di Condello, ndr),
che per la sua stabilità presenta tutti gli
elementi costitutivi dell’associazione
per delinquere finalizzata ad agevolare
l’attività della più ampia cosca di
‘ndrangheta al cui vertice il latitante si
colloca, è certamente più snella nel suo
agire, oltre a funzionare al meglio mediantelasemplice individuazionediun
soggetto cerniera. In questo caso Bruno Antonino Tegano (cognato di Condello) per il tramite della sorella Margherita Tegano, è l’uomo al quale è riservato il compito di interfacciare l’organizzazione mafiosa».
Per i pm Lombardo e Cosentino, Bruno Tegano «è la diretta emanazione del
cognato», e si può intergacciare «con la
struttura logistica che gestisce di fatto
reggini, ormai tutto ciò è
diventato
superfluo,
quasi inutile.
Ma quello su cui non si
può tacere è la situazione
familiare dell’assessore
che oltre ad essere imbarazzante per lui lo è per
noi reggini e per la nostra Città.
Appena due settimane
fa la maggioranza consiliare ha approvato un risibile documento con cui
si conferisce mandato al
Sindaco di tutelare in sede giudiziaria chi offenda il nome di Reggio, oggi mi domando se sia più
offensivo e inopportuno
un articolo di stampa,
un’opinione in controtendenza, o piuttosto un
assessore all’urbanistica
con affinità in settori di
‘ndrangheta…
Ma in questa storia sorprende ancora una volta
il silenzio del Sindaco
Arena: aveva taciuto
all’indomani della notizia
delle
telefonate
dell’assessore
ai lavori pubblici Pasquale
Morisani con
ben individuati
esponenti
della ‘ndrangheta reggina,
continua a tacere oggi allorquando si viene a sapere che
un altro suo assessore ha rapporti di affinità con un boss della
zona nord della Città a
cui la suocera di Tuccio
avrebbe dato ospitalità
durante un periodo di latitanza.
Ora, non pare ulteriormente accettabile la scelta del silenzio: viviamo in
una Città sospesa che attende le conclusioni di un
accesso antimafia, oberata dai debiti e in cui finanche il sogno e la speranza di un futuro sembrano allontanarsi giorno dopo giorno al rincorrersi delle notizie che ci
parlano di lavoratori non
pagati, di società fallite e
di un’economia ormai definitivamente in ginocchio. Reggio e i reggini
hanno diritto di avere un
Sindaco autorevole e capace di affrontare le situazioni, non di un silente commissario liquidatore sotto tutela catanzarese. Abbia il coraggio
Arena di fare chiarezza,
di revocare le nomine
agli assessori lambiti dal
sospetto, di ripartire con
una Giunta che non presenti ombre e che possa
riconquistare la fiducia
che il popolo reggino gli
ha tributato appena dieci
mesi addietro.
*Cons. Comunale Pd
Arena decida
e riparta
con un nuovo
esecutivo
L’impostazione di Lombardo e Cosentino
Tegano considerato
l’uomo cerniera titolato
a parlare con Condello
L’ARRESTO della suocera dell’assessore all’urbanistica Luigi Tuccio
impone una riflessione
civica prima ancora che
politica. Proverò a spiegare con pacatezza le ragioni per cui a mio avviso
Tuccio si debba dimettere, rifuggendo da aprioristiche ragioni di appartenenza politica, invocando il mero lume della
ragione e dell’opportunità. E’ bene dirlo prima
d’ogni altra cosa, in questa storia Tuccio ha fatto,
più o meno, tutto da solo,
tutto male, da ultimo con
un comunicato in cui cerca di gettare la palla fuori
campo citando suo padre, i suoi affetti, il suo
onore e improbabili congiure ai danni suoi e del
suo amico d’infanzia
Giuseppe Scopelliti.
Nessuno, fino ad ora,
ha mai contestato l’onorabilità di Tuccio, men
che meno della
sua famiglia,
della mente lucida di suo padre Giuseppe,
magistrato di
cui Reggio è da
sempre orgogliosa, autore
di un saggio in
cui si domandava senza una risposta possibile
se fosse la ‘ndrangheta a
generare sottosviluppo o
il sottosviluppo a generare la ‘ndrangheta.
Nessuno ha attaccato
Tuccio nella sfera affettiva, della sua intimità, del
suo rapporto con i figli e
la donna che ama.
Il tema non è questo e
Tuccio pare non capirlo.
In discussione c’è invece l’opportunità che Tuccio, alla luce dei fatti, continui a ricoprire il suo ufficio di assessore, una tale scelta addenserebbe ulteriormente la “lupa” in
cui oggi pare avvolta
l’amministrazione
comunale guidata dal Sindaco Arena.
Vero che le suocere e le
cognate non si scelgono,
ma alla fine si è costretti a
conoscerle da vicino, a
frequentarle durante le
ricorrenze, magari solo
per dovere di coppia, a
stabilire rapporti e legami che un uomo pubblico
come Luigi Tuccio non
poteva permettersi al
momento della sua nomina, tantomeno ora che la
realtà è venuta a galla.
Non tornerò sulle infinite nomine di cui ha beneficiato la sua famiglia
negli anni, non citerò le
pregresse gaffes di Tuccio che hanno offeso tanti
L’arresto di Bruno Tegano
la latitanza del soggetto di vertice».
«Appare evidente - aggiugono i magistrati - che tale impostazione contribuisce a creare un sistema di protezione
potenzialmente perfetto. Da una parte,
si riducono al minimo i rischi per l’associazione di tipo mafioso con la creazione di un cuscinetto in grado di assorbire i contraccolpi che derivano dalla incessante attività di ricerca del latitante
da parte dell’Autorità Giudiziaria.
Dall’altra, l’organizzazione di tipo mafioso continua a beneficiare del ruolo
attivo del suo capo attraverso la immediata disponibilità del soggetto cerniera, che è l’unico destinato a ricevere le
disposizioni di questi ed a veicolare gli
ordini impartiti verso gli altri componenti della cosca di riferimento».
Si legge nell’inchiesta: «Si creano, in
altre parole, le premesse di un sistema
di protezione in cui il rischio ricade sul
solo soggetto che svolge il ruolo sin qui
delineato. Con tale impostazione si superano, infine, le obiezioni incentrate
sulla possibilità di individuare nella
condotta del favoreggiatore i connotati
tipici del contributo penalmente rilevante a fini di concorso eventuale
nell’associazione mafiosa. Appare evidente, infatti, che in presenza di comportamenti penalmente rilevanti ascrivibili ai prossimi congiunti del latitante non è agevole individuare gli elementi sintomatici tipici dell’adesione psicologica del soggetto agente, che rende il
suo comportamento rilevante ai fini appena esposti».
E infatti: «L’obiezione principale è
sempre stata, infatti, quella che vuole la
condotta rivolta al latitante in qualità
di prossimo congiunto, sganciata dal
beneficio al suo ruolo all’interno
dell’organizzazione mafiosa di cui è
parte: arduo è sempre risultato dimostrare che il prossimo congiunto aiuta
il latitante ad eludere le investigazioni
per fornire un contributo concreto,
specifico, volontario e consapevole alla
conservazione o al rafforzamento
dell’associazione di tipo mafioso».
g.bal.
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8 Primo piano
L’interrogatorio di Giulio Lampada a Boccassini
sui suoi rapporti con Morelli, Giglio e Giusti
’Ndrine al Nord
«Avevo paura delle inchieste»
Per la Dda di Milano sapeva dell’operazione “Meta” ben prima che fosse pubblica
| LA STORIA |
di GIUSEPPE BALDESSARRO
REGGIO CALABRIA - Aveva l’incubo di finire in prigione Giulio Lampada.
L’imprenditore lombardo,
di origini reggine, aveva la
coscienza sporca. Pagava
dalle 40 alle 60 mila euro al
mese a quattro esponenti
delle Fiamme Gialle milanesi per evitare i controlli nei
locali dove piazzava centinaia di slot-machine taroccate, e per questo temeva che
primo o poi lo avrebbero pizzicato. I primi sospetti iniziò
ad averli quando furono gli
stessi finanziari corrotti a
dirgli di «stare molto attento», quando andava a consegnare il denaro. E da allora
vedeva le forze dell’ordine
ovunque. Per questo si era
messo in moto per cercare di
capire se ci fosse un’indagine sul suo conto. Inchiesta
che potevano provenire da
Reggio Calabria oppure da
Milano.
Il racconto di quei mesi è
contenuto in un lungo interrogatorio che Lampada ha
rilasciato a Ilda Boccassini.
Un interrogatorio nel quale
racconta dei rapporti con
l’avvocato Vincenzo Minasi
si, con il consigliere regionale del Pdl Franco Morelli,
e soprattutto con i giudici
reggini Vincenzo Giglio e
Giancarlo Giusti.
Durante l’interrogatorio
la Boccassini contesta a
Lampada decine di telefonate nelle quali l’uomo afferma
con diversi interlocutori che
«sul suo conto non ci sono
inchieste». Che ne è certo.
Lasciando intendere che il
dato gli viene fornito ora dal
suo avvocato, ora da Morelli
oppure da Giglio o Giusti.
Secondo il racconto che fa
ai magistrati lombardi, l’incubo di Lampada, gli aveva
scatenato l’ansia di sapere se
davvero fosse indagato «per
presentarsi dai giudici e
spiegare la sua posizione».
In questo senso aveva parlato della sua fobia al propio
avvocato e a Morelli, i quali
In Lombardia
furono i primi
a subire
un sequestro
grazie ad alcune loro fonti lo
continuavano a rassicurare
«non c’è niente sul tuo conto». Per la stessa ragione
avrebbe interpellato i giudici Giglio e Giusti.
«Sono stato a casa di Giglio tante volte. Lo tenevo
sotto pressione, gli chiedevo
di informarsi, di farmi sapere perchè volevo chiarire la
mia posizione». Sempre
identica la risposta: «Sta
tranquillo non c’è niente, se
ci sarà qualcosa ti chiameranno loro ...». Ad un certo
punto della vicenda l’imprenditore viene chiamato
dal suo avvocato che gli mostra una carta della polizia
di Milano che lo indica come
indagato. Per quella informazione darà del denaro a
Minasi «mille euro una volta
e mille e 500 un’altra». Aggiungendo: «Mi disse che
doveva darli qa qualcuno
che gli passava le informazioni, ma non so a chi».
Alla stessa maniera non
sa mai da chi i diversi interlocutori recuperano le informazioni.
A Giglio, secondo quanto
afferma si sarebbe rivolto
«per avere un consiglio»,
per sapere come comportarsi e con chi parlare.
Arriva a cercare un contatto con Domenico Gattuso. E’ uno di quelli che può
vedere tramite un colonnello dei carabinieri che è socio
di suo padre. Lampada riceve informazioni rassicuranti, ma chiede di parlare direttamente con l’ufficiale
dell’arma. Cosa che non otterrà.
Una serie di contatti dunque. Molti dei quali avvenuti
a cavallo della campagna
elettorale delle regionali.
L’imprenditore però, secondo i magistrati della Dda
lombarda ha informazioni
buone. Sa infatti che le misure dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere
dell’operazione “Meta”, non
lo riguardano. Ma sa anche
che c’è l’inchiesta che lo sfiora. E questo ben prima
dell’uscita sulla stampa del
suo nome collegato a “Meta”. Sono insomma certi i pm
che qualcuno ha soffiato notizie riservate a Lampada,
anche se l’imprenditore afferma di non sapere da chi
arrivavano le “indiscrezioni”.
Il consigliere
regionale
Morelli.
A sinistra
l’avvocato
Minasi.
Sotto
il magistrato
Giglio
Il ras milanese prende le distanze della consorteria di Reggio
Sono ben 34 tra società e aziende
«Ero lontano dalla famiglia Valle»
I proventi dell’usura
in attività commerciali
il grande manager della famiglia Valle,
prendeva personalmente ogni giorno
da quei videopoker che aveva disseminato in tutta la città.
«Ho una chiave per aprirli, sono il mio
bancomat» diceva intercettato. Ne ricavava 40 mila euro al giorno, il manager
Lampada. Attività lecita e illecita: ottiene le licenze ma froda lo Stato evitando
di collegarle alla rete dei Monopoli, nascondendo quindi guadagni e trucchi
per spennare ancora di più quei polli sui
quali in dieci anni costruisce la sua fortuna. Meglio che trafficare droga.
Ma quello che emerge nel corso
dell’interrogatorio è che Lampada mette le mani avanti e prende le distanze dalla famiglia dei Valle. «Io ero totalmente
lontano dalla famiglia Valle - racconta ai
magistrati milanesi - Addirittura li abbiamo...nel lontano anno ‘90 denunciata la famiglia Valle per la storia di Concetta, di mia sorella alla sorella, alla Polizia di Vigevano. Con i Valle non ho avuto proprio nessun tipo di business, nessun tipo di lavoro, di rapporto, non avevo...tutti i professionisti che io conoscevo, io conducevo un altro tipo di vita...io
con i Valle non avevo nulla a che spartire...Mai portato un Valle o una società
dei Valle dentro una banca, dentro un
notaio».
REGGIO CALABRIA - I proventi delle attività illecite della famiglia Valle venivano reinvestiti in attivitàcommerciali e immobiliari,
grazie anche all’ausilio di compiacenti prestanome, ai quali erano intestati esercizi
commerciali e quote aziendali. Alla clan calabrese sono state ricondotte, per il momento, ben 34 tra società e aziende.
In particolare, gli imprenditori Cusenza e
Mandelli avrebbero permesso ai Valle di
estendere la loro “sfera di influenza interessandosi a operazioni legate alle costruzioni
immobiliari”. La zona oggetto di interesse
sarebbe quella ricadente nei comuni di Rho e
di Pero, alle porte di Milano, interessate in
prima battuta dalle opere connesse al prossimo Expo 2015. Dall’inchiesta sono emersi
solo diciassettecasi di prestito abusivodi denaro e cinque vittime di usura, ma gli inquirenti ritengono che gli imprenditori vittime
del clan siano molti, molti di più.
Se non fosse stato per lo strumento delle
intercettazioni telefoniche, difficilmente
l’inchiesta sarebbe andata in porto positivamente. Proprio in una telefonata di quelle
oggetto di intercettazioni, un imprenditore
si confida con un amico, dichiarando la paura per la propria incolumità, a fronte dell’impossibilità di saldare il debito: “Domani ho
un appuntamento con i peggiori che me li
hanno prestati, dei calabresi, e verrà fuori l'ira di Dio”.
di MICHELE INSERRA
REGGIO CALABRIA - «Personalmente
non faccio parte di nessuna associazione mafiosa». Ma prima premette: «Mio
fratello è parente dei Valle, praticamente ha sposato Maria Valle».
E’ il racconto del presunto boss di Milano, il reggino Giulio Lampada durante l’interrogatorio del 30 dicembre scorso ai magistrati
della Direzione distrettuale
antimafia di Milano Ilda Boccassini e Paolo Storari. Assieme a Giulio Lampada a dicembre erano finiti dietro le
sbarre anche il magistrato
reggino Vincenzo Giglio e il
consigliere regionale della
Calabria del Pdl Franco Morelli
Nell'ultimo mese e mezzo,
quando ormai sapeva d'essere chiuso in una tana senza
uscita dopo che i poliziotti gli avevano
fatto bloccare i conti, sequestrato le società, piazzato microspie in ogni stanza,
nei suoi ultimi cinquanta giorni di libertà Giulio Lampada pagava i conti degli
alberghi con sacchi di monetine. Quelle
che lui, arrestato il primo dicembre per
associazione mafiosa accusato di essere
«Con loro
non ho mai
fatto affari
o costituito
società»
Il magistrato Ilda Boccassini
REGGIO CALABRIA - Al centro
dell’inchiesta un clan storico della ‘ndrangheta, legato da vincoli
epocali con i potenti boss Di Stefano di Reggio Calabria. I Valle,
da tempo insediatosi tra Vigevano e Milano, il primo clan a cui
vennero sequestrati e poi confiscati beni in Lombardia e riutilizzati a fini sociali, grazie alla legge 109/96 promossa da Libera.
La presenza della famiglia
Valle in Lombardia risale alla fine degli anni Settanta, una presenza dovuta, da un lato, all’esigenza criminale di espandersi in
nuovi territori e, dall’altro, motivata dai furori della guerra intestina contro i clan rivali dei Geria-Rodà, che in quegli anni aveva mietuto vittime da un parte e
dall’altra nel territorio di origine. È però nel decennio successivo che il clan allarga la propria
sfera d’influenza muovendo dalla provincia pavese, in particolare Vigevano, verso Milano, passando dall’hinterland sud ovest
del capoluogo. Alla guida del sodalizio criminale il capostipite
Francesco Valle, di 73 anni, supportato dai figli Fortunato e Angela, sposatasi con Francesco
Lampada, altro rampollo di famiglia mafiosa proveniente da
Reggio Calabria. Il patriarca si
occupava in prima persona degli
affari di famiglia, incentrati soprattutto sui business dell’usura e dell’estorsione. Le somme
che venivano prestate partivano
da unminimo di20mila europer
arrivare anche ad un massimale
di 250mila euro mentre il tasso
di interesse accordato era del
20%: condizioni capestro dalle
quali eradifficilissimo rientrare
per chiunque.
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Primo piano 9
Giovedì 15 marzo 2012
Giovedì 15 marzo 2012
24 ore
in Calabria
Catanzaro. Avrebbe procurato ingiusto vantaggio alle cliniche private, all’ateneo e a Fondazione Betania
La difesa di Scopelliti in Procura
Il presidente della Regione, indagato per tentato abuso d’ufficio, sentito per 2 ore
di TERESA ALOI
CATANZARO -Quando varca il
portone di ingresso del vecchio
palazzo di giustizia - sono le
15,30 - Giuseppe Scopelliti è apparentemente sereno. Sta rientrando da una trasmissione televisiva (“Articolo 21”) dedicata ai
temi della sanità. Accenna persino ad un sorriso. Poi di corsa su
per le scale. Destinazione, la
stanza del sostituto procuratore
della Repubblica di Catanzaro,
Gerardo Dominijanni, che sta
indagando sull'ipotesi di un tentato abuso commesso dal governatore, indagato per la stipula
del “Patto di Legislatura” tra la
Regione e l'Associazione italiana ospedalità privata, la delibera
di Giunta relativa al rinnovo del
protocollo d'intesa tra Regione e
l'Università Magna Grecia e l'approvazione con delibera di Giunta
del regolamento
attuativo contenente i requisiti
minimi per l'autorizzazione al funzionamento e le
procedure per l'accreditamento dei
centri socio riabilitativi per disabili, e la riconversione dei servizi Siad, relativi alla Fondazione Betania Onlus.
Il presidente della Regione Calabria ci resterà circa due ore. Alle 17,30, accompagnato dai suoi
legali di fiducia, Nico D'Ascola, e
Aldo Labate, Giuseppe Scopelliti
esce dal palazzo. Poche, ma esaustive, le dichiarazioni che rilascerà ai giornalisti. Del resto anche a ventiquattro ore di distanza da quell'avviso a comparire il
presidente era stato chiaro.
Rispetto a quell'ipotesi di aver
procurato, nella sua qualità di
commissario ad acta, un ingiusto vantaggio alle cliniche private, alla Fondazione Betania e all'Università Magna Graecia del
capoluogo, aveva sottolineato
con forza quanto quegli atti sono
stati revocati, «atti di indirizzo
«Tutti atti che
non hanno
provocato
effetti»
politico, non atti gestionali e che
dunque non producono effetti e
di conseguenza alcun danno. Sicuramente - spiegò Scopelliti dopo aver ricevuto l'avviso - avremo modo di rispondere in maniera circostanziata ad atti che sono
stati revocati otto mesi fa dimostrando la totale estraneità convinto che tutto si possa concludere in maniera tranquilla».
Ieri come oggi. «Ho rappresentato in maniera molto lineare e
molto chiara le scelte che sono
state fatte e che, sono ovviamente, tutti atti che non hanno prodotto alcun effetto perchè sono
atti revocati», ha spiegato accennando alla cortesia di chi lo ha interrogato, nonchè del procuratore della Repubblica, Vincenzo
Antonio Lombardo, presente
durante l'interrogatorio. Una
Il presidente Giuseppe Scopelliti esce dalla Procura con i legali e i collaboratori
condotta semplice, dunque «che
ho tenuto - ha aggiunto il presidente Scopelliti - rispetto a fatti
che sono molto chiari ed evidenti. Sono atti deliberativi che non
hanno trovato poi nessuna continuità nel tempo e sono stati anche poi revocati sulla scorta delle
indicazioni del tavolo Massicci».
Nella stessa inchiesta sono indagati anche il direttore generale del Dipartimento della Salute,
Antonio Orlando, che giorni fa si
era avvalso della facoltà di non
rispondere alle domande del sostituto procuratore Dominijanni, il direttore generale alla presidenza, Francesco Zoccali, l'assessore regionale alle Politiche
sociali, Francesco Antonio Stillitani, e il direttore generale vicario del Dipartimento Salute,
Concettina di Giesu.
Il professionista coinvolto nel caso “Fallara” avanza la richiesta al gip di Reggio Calabria
Labate chiede il patteggiamento
È accusato di aver ricevuto 842mila euro dal Comune per progetti mai realizzati
di GIUSEPPE BALDESSARRO
REGGIO CALABRIA – Ha chiesto di patteggiare
l'architetto Bruno Labate. Il professionista reggino accusato di «peculato in concorso con l’allora dirigente dell’Ufficio Finanze, Orsola Fallara,
e truffa aggravata dalla continuazione», ha depositato una richiesta di patteggiamento a 2 anni
e 8 mesi di reclusione (pena sospesa). Una richiesta che i suoi legali, gli avvocati Pasquale Foti e
Antonino Scimone sosterranno a partire dal fatto che Labate ha restituito quanto percepito illecitamente grazie agli incarichi conferitigli dalla
Fallara, a cui era legato sentimentalmente. Denaro versato al Comune in tre diverse tranche. La
prima da 180 mila euro, la seconda da 530 mila
euro e l'ultima, recentissima, da 40 mila euro che
dovrebbe rappresentare gli interessi e la rivalutazione del maltolto. Nella sostanza il pool di magistrati (il Procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza, e i sostituti Francesco Tripodi e Sara Ombra)
lo accusano di avere intascato soldi pubblici non
dovuti. Secondo quanto dovrà valutare il Gup Da-
Tribunale di Crotone
Esec. Imm. n. 8/10+20/10 R.G.E.
G.E. Dr. Francesco Murgo
Piena ed intera proprietà degli immobili in Strongoli, via
Provvidenza, e precisamente:
- Lotto uno: locale per attività commerciale al piano
terra, della sup. totale di circa mq 115, munito di concessione edilizia.
- Lotto due: appartamento al piano primo della sup.
totale di mq 170, munito di concessione edilizia.
Vendita senza incanto 09.05.2012 ore 12 presso la Sala
delle Pubbliche Udienze del Tribunale di Crotone, Via
Vittorio Veneto snc - Palazzo di Giustizia.
Prezzo base: Lotto uno Euro 44.606,00, Lotto due Euro
56.897,00 con offerte in aumento in caso di gara Euro
1.000,00 per ciascun lotto.
Presentare offerte entro h. 12 del giorno precedente la
vendita presso la Cancelleria del Tribunale di Crotone,
Via Vittorio Veneto snc - Palazzo di Giustizia.
Data eventuale vendita con incanto 16.05.2012 ore 12
presso suddetto Tribunale, con rilanci minimi Euro
1.000,00 per ciascun lotto.
Maggiori informazioni in Cancelleria, Custode
Giudiziario Avv. Pasqualina Bevilacqua Tel.
0962/763466, sito www.asteannunci.it
niela Oliva, i mandati di pagamento contestati
sono diversi. I periti della Procura scrivono infatti: «Si può rilevare come nel periodo 21 maggio
2009 al 27 agosto 2010 siano stati fatti una serie
di indebiti pagamenti in favore di Bruno Labate,
per un importo complessivo di euro 842.740,00,
al lordo delle ritenute». I provvedimenti arrivavano sempre dall’ufficio Finanze. Fatto che viene
considerata un’anomalia,visto chesi trattadi incarichi, mai eseguiti, conferiti in maniera difforme a come avrebbero dovuto. E infatti molti dei
pagamenti vengono giustificati per non meglio
precisate competenze tecniche relative ad alcune
opere pubbliche. E' il caso dei lavori per verde attrezzato in Via Cava, per la riqualificazione di Via
Carrera, di un belvedere con Croce artistica, per
un’area giochiall’aeroporto, per alcunearee verdi (Tremmulini, Arghillà, Saracinello e san Giovannello) e infine (compenso da 225 mila euro)
per la riqualificazione del Depuratore di Ravagnese. Fino ad 2010 quando Orsola Fallara fa liquidare a favore dell'architetto 81 mila euro per il
“Verde attrezzato di Arghillà, Tremulini e Geb-
bione”, e nello stesso mese altri 225 mila euro per
gli “Interventi di riqualificazione dell’impianto
di Ravagnese – Gallico”. Secondo la ricostruzione la Fallara proponeva a Labate di fare alcune
progettazioni, cosa che avveniva ma in maniera
piuttosto approssimativa.L'architetto glifaceva
avere delle idee, per lo più schizzi di massima. La
dirigente poi diceva che li avrebbe consegnati
all’ufficio tecnico che avrebbe provveduto a perfezionare i progetti stessi. Una vicenda dai tratti
grotteschi. Tanto più che il professionista per seguire i consigli della compagna del tempo ha praticamente dilapidato il proprio patrimonio professionale. L'uomo infatti era dirigente della Cassa depositi e prestiti (con uno stipendio da quasi
10 mila euro al mese), lavoro che ha abbandonato
per seguire la Fallara nell'avventuroso tentativo
di diventare dirigente regionale. Non a caso era
statochiamato aguidareladelegazione dellaRegione Calabria a Roma. Un incarico, secondo
quanto da lui stesso affermato, temporaneo in attesa di un posto da manager in Fincalabra. Sogni
naufragati, e pagati a caro prezzo.
A Cosenza il plico sospetto con lettera minatoria. Altri episodi a dicembre e due mesi fa
Ordigno con polvere esplosiva a Equitalia
di ANDREANA ILLIANO
COSENZA - «L’avete voluto
voi, ora ne pagherete le
conseguenze», è una delle
frasi deliranti, trovate in
una busta indirizzata ad
Equitalia, alla sede cosentina, insieme a polvere grigia esplosiva e a dei fili elettrici, non collegati. Più che
un ordigno, una minaccia.
Una specie di manifesto
sovversivo contro le tasse.
L’ennesimo segno di rivolIl
Rettore,
il
Direttore
Amministrativo, i Docenti, i
Tecnici e gli Amministrativi
dell'Università della Calabria
sono affettuosamente vicini al
prof. Giorgio Celebre per la
perdita del caro papà
FRANCESCO
Arcavacata di Rende, 14 marzo 2012
ta.
La busta “sospetta” ieri,
non è arrivata a destinazione, è stata trovata prima da
un dipendente delle poste
centrali. L’uomo ha capito
che, oltre ad una missiva lì
dentro c’era materiale sospetto, insomma non era
una busta comune. E così
ha avvertito le forze dell’ordine. Sul posto è arrivata la
polizia e gli artificieri dei
carabinieri.
La busta con la lettera delirante non conteneva materiale pericoloso. E l’idea
della Digos è che più che
un’organizzazione, dietro
l’ennesima minaccia dimostrativa, ci sia qualche mitomane. Insomma non ci
sarebbe una vera e propria
strategia offensiva.
Ieri intanto è passata
qualche ora, prima di avere
la certezza che non fosse
pericoloso quel materiale
celato nella busta, indirizzata appunto ad Equitalia.
Non è però la prima volta
che la sede cosentina si è
La busta e la lettera
La polvere esplosiva
trovata di fronte a manifestazioni di protesta di questo tipo. A dicembre scorso
quattro manifesti con frasi
di denuncia e minacce furono attaccati davanti alla
sede dell’ufficio della città
dei Bruzi. I cartelli furono
sistemati, nella notte, con
nastro adesivo davanti alle
porte d'ingresso degli uffici, contenevano ingiurie.
offese contro le "cartelle
pazze" e contro il pagamento delle tasse sulla casa.
Il 12 gennaio scorso, poi,
appena due mesi fa, si ebbe
un episodio simile a quello
di ieri: una busta gialla
chiusa e dentro polvere
esplosiva con una lettera
con frasi minatorie in
stampatello. Una minaccia. La prima dell’anno. Ieri
si è replicato.
Ieri una nuova manifestazione dimostrativa. Le
indagini sono in corso, le
forze dell’ordine sono a lavoro, per capire che cosa e
chi è capace di arrivare a
tanto.
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12
BREVI
CATANZARO
A CARAFFA
A VIBO VALENTIA
Aziende calabresi a Expo edilizia 2012
Abusa di una dodicenne, a giudizio
Attentato incendiario a impresa edile
SONO due le aziende della provincia di Catanzaro, la
Cotto Cusimano, di Settingiano, e la Fabiano Legnami
di Chiaravalle Centrale, che saranno tra le protagoniste a Roma della quinta edizione di Expoedilizia che si
terrà a Roma dal 22 al 25 marzo.
UN venticinquenne di Caraffa, T.N., è stato rinviato a
giudizio con l’accusa di avere abusato di una dodicenne. Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe mandato dei
messaggi alla bambina e l’avrebbe circuita. Quindi si
sarebbe incontrato con lei due volte.
IGNOTI hanno dato alle fiamme un carico di tavole proprietà di G. S., titolare della “Edilnova”, impresa edile del
vibonese. Il legname si trovava all’interno di un cantiere
e serviva per il ponteggio di un fabbricato in costruzione.
Il fatto è avvenuto a Vena Superiore lungo la statale 18.
L’udienza si è incentrata sull’avocazione del fascicolo “Why not”. Si torna in aula il 19 aprile
Prodi indagato, la Procura sapeva
Continua la deposizione fiume dell’ex pm Luigi de Magistris a Salerno
passaggi, oggetto dell'attividi PAOLO OROFINO
tà investigativa svolta dai maSALERNO - «Il procuratore gistrati della procura di Salercapo sapeva dell'iscrizione di no, che hanno chiesto e otteProdi e l'inchiesta mi è stata nuto il rinvio a giudizio delle
tolta dopo che ho iscritto Ma- persone che a vario titolo
stella». L'ex pm Luigi de Magi- avrebbero avuto un ruolo nelstris, oggi sindaco di Napoli, l'azione di ostacolo e indebita
continua a deporre al proces- interferenza alle inchieste Poso che vede imputati magi- seidone e Why Not.
De Magistris, anzitutto, ha
strati e parlamentari calabresi al tribunale di Salerno, con voluto smentire alcune dil'accusa di corruzione in atti chiarazioni dell'ex procuratogiudiziari, in relazione all'a- re diCatanzaro MarianoLomvocazione dei fascicoli Posei- bardi, che subito dopo la notidone e Why Not.
Proprio di quest'ultima inchiesta
si è discusso ieri, con
le dichiarazioni dinanzi ai giudici del
primo cittadino di
Napoli, ascoltato come testimone protagonista dei fatti verificatisi nel 2007, anno in cui a partire dal
mese di marzo si
susseguirono una
serie di colpi di scena
“giudiziari” passati
alla ribalta della cronache nazionali. Il
culmine del clamore
si ebbe, appunto, con
l'iscrizione nel registro degli indagati
dell'allora presidente del Consiglio, Ro- L’ex pm Luigi de Magistris
mano Prodi a cui seguì,tre mesidopo,l'iscrizione zia dell'indagine su Prodi,
di Clemente Mastella, all'epo- rimbalzata sui tg nazionali,
ca ministro della Giustizia, disse dinon esserestato inforche provocò l'immediato prov- mato dell'iscrizione del prevedimento di avocazione del mier. L'attuale sindaco di Naprocedimento Why Not, ad poli, nelprocesso, haaffermaopera della procura generale to che invece il capo della prodi Catanzaro, che mise defini- cura di Catanzaro era stato
tivamente “fuorigioco” il pm messo al corrente dell'avvenuta iscrizione del presidente
de Magistris.
Questi, nel corso dell'udien- del Consiglio, prima ancora
za di ieri, ha chiarito alcuni che la notizia trapelasse sulla
stampa. Ciò a comprova della
correttezza del suo operato di
sostituto procuratore.
De Magistris ha poi parlato
delle cose che accaddero
quando, il 14 ottobre del 2007,
fu indagato Mastella. L'ex pm
catanzarese ha riferito che l'iscrizione dell'allora Guardasigilli fu comunicata tramite
la segreteria al procuratore
aggiunto del periodo, Salvatore Murone, ora imputato nel
processo. Il “visto” di avvenuta presa visione del provvedimento, che avrebbe
dovuto firmare Murone, non ritornò
mai a de Magistris,
che in compenso, a
distanza di alcuni
giorni, ricevette
l'avviso dell'avocazione del fascicolo
Why Not, quando
già i faldoni erano
stati presi dall'armadio blindato del
suo ufficio, per essere portati in procura generale.
Altro rilevante
fatto contestuale,
raccontato in aula
da de Magistris, fu
la sospensione della perquisizione
presso la sede del
giornale di Mastella “Il Campanile”,
da lui disposta il 15 ottobre e
programmata per il 23 dello
stesso mese. La perquisizione, però, stranamente non avvenne per il giorno stabilito.
Fu rinviata ed eseguita molto
tempo dopo l'avocazione,
quando il ministro della Giustizia era già ben a conoscenza
dell'indagine sul suo conto.
Il processo a Salerno riprenderà il prossimo 19 aprile.
Tre parlamentari “interrogano” il Governo sulla questione
Appello a Trematerra
Edilizia sociale, i dubbi del Pd
sulla graduatoria bocciata
Maltempo a Reggio
Battaglia sollecita
lo stato di calamità
addotte dall’assessore ai Lavori pubblici della regione
Calabria, Giuseppe Gentile,
in ordine all’annullamento
della prima graduatoria».
Nell’interrogazione, inoltre, i tre parlamentari pidiellini si chiedono se il Governo
«non ritenga opportuno
adottare ogni iniziativa utile
ad accertare eventuali irregolarità
nelle
procedure amministrative di
annullamento
ed emanazione
del secondo bando e se non ritenga utile sollecitare la Regione Calabria ad assumere provvedimentiurgenti
utili alle famiglie bisognose
di un alloggio, prima che si
esprima il prossimo ottobre
ilConsiglio diStato inordine
al ricorso presentato dalla
stessa Regione Calabria contro le decisioni del Tar (Tribunale amministrativo regionale) della Calabria, che
ha accolto i ricorsi proposti
dai cittadini ricorrenti, annullando il provvedimento
di revoca del primo bando».
Dubbi e perplessità, dunque, che ora portano la delicata questione all’attenzione
del Governo.
REGGIO CALABRIA – Il
consigliere regionale del
Pd Demetrio Battaglia ha
scritto all’assessore regionale all’Agricoltura, Michele Trematerra, per chiedere la dichiarazione dello
stato di calamità a seguito
dei recenti eventi meteorologici del 9, 10 e 11 marzo
verificatisi in alcune aree
della provincia di Reggio.
«Infatti, sulla fascia jonica ed in particolare nel territorio del Comune di San
Lorenzo – afferma il consigliere Demetrio Battaglia –
si sono abbattute violente
raffiche di vento ciclonico
che hanno devastato ettari
di serre coltivate a primizie.
Lo sradicamento delle coperture ha provocato la perdita di ingenti investimenti
economici
ma,
anche
l’estirpazione delle colture
determinerà mancati introiti per somme altrettanto considerevoli. Pertanto,
al fine di poter attivare l’erogazione di aiuti economici
alle aziende che hanno patito i danni, stante anche l’attuale e notoria crisi in cui
versa il settore agricolo in
Calabria e non solo, il consigliere Pd ha chiesto alla
Giunta regionale di intervenire».
CATANZARO –I deputati del
Partito democratico Franco
Laratta, Doris Lo Moro e Nicodemo Oliverio hanno presentato un’interrogazione
con cui chiedono di sapere
«se il Governo sia a conoscenza della tortuosa vicenda
dell’edilizia sociale in Calabria che ha portato l’attuale
Giunta regionale ad annullare la prima graduatoria ed emanare un secondo
bando».
Secondo i tre
deputati del Partito democratico
che hanno preso
la dura posizione,
si tratta di «un
fatto grave, che ha messo a rischio i 155 milioni di euro di
finanziamenti che avrebbero
potuto creare 4 mila alloggi
sociali e sviluppare un’economia sul territorio per un
miliardo di euro».
I parlamentari, dunque,
partendo da questa premessa, chiedono «quali necessarieazioni, perquanto dicompetenza, intenda assumere il
Governo per scongiurare la
perdita di corposi finanziamenti per l’edilizia sociale in
Calabria e se non intenda accertare quali siano le motivazioni “giuridiche e tecniche”
«Necessario
decidere
con urgenza»
La Merante diserta l’aula
Al processo depone l’ex assessore Morrone
CATANZARO - Non si è presentata in aula. Caterina Merante, principale teste
d’accusa ed imputata per una presunta
violazione delle norme sul lavoro doveva
essere ascoltata nell’ambito del processo
“Why not”su presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici. Di contro, l’accusa
ha chiesto l’acquisizione dei verbali delle
sue dichiarazioni, richiesta accolta dal
tribunale con l’opposizione dei difensori
di alcuni imputati.
Subito dopo, è stato il turno dell’ex assessore della Regione Calabria ed attuale
consigliere regionale Ennio Morrone.
Imputato nel processo con l’accusa di abuso d’ufficio, all’epoca dei fatti nell’Udeur
ed assessore al personale nella Giunta regionale di centrosinistra, ha risposto alle
domande del pg Massimo Lia sull'affidamento da parte della Regione dei servizi
relativi al censimento del patrimonio immobiliare dell’ente e per la verifica dei bisogni formativi dei dirigenti , spiegando
che le procedure erano curate dai funzionari degli assessorati. Morrone ha anche
escluso di avere mai raccomandato alcuno dei lavoratori assunti dalle società
esterne.
Infine, sono stati sentiti Marino Magarò responsabile di una delle aziende che
orbitava attorno alla team Service che ha
chiarito come chi organizzava l’appalto
per la sorveglianza idraulica era la società
“Why not” e infine Giancarlo Franzè, uno
dei soci della società stessa..
t.a.
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Calabria 13
24 ore
Giovedì 15 marzo 2012
24 ore
Giovedì 15 marzo 2012
Duplice omicidio Grattà. I gemelli uccisi a Gagliato nel 2010 nell’ambito della guerra di mafia
Due condanne a vent’anni
Concluso il processo con rito abbreviato per tre imputati, assolto Catrambone
LA STORIA
di AMALIA FEROLETO
CATANZARO - Vent’anni
di carcere ciascuno per Alberto Sia e Patrik Vitale entrambi di 26 anni e l’assoluzione per Giovanni Catrambone 22 anni. Si è concluso
con questo dispositivo di
sentenza, emesso dal gup
Abigail Mellace, al termine
della Camera di Consiglio,
il processo celebrato con rito abbreviato al quinto piano del palazzo di Giustizia
“Ferlaino” a Catanzaro, a
carico dei tre imputati del
duplice omicidio dei fratelli
gemelli, i pastori Vito e Nicola Grattà di 38 anni uccisi
l’11 giugno 2010 a Gagliato nel Catanzarese, nell’ambito della riaperta guerra di
mafia denominata “Faida
dei boschi”.
Il pubblico ministero,
Vincenzo Capomolla a conclusione della requisitoria,
aveva chiesto per Sia e Vitale la condanna all’ergastolo
e per Catrambone la condanna a vent’anni di carcere. Sia è difeso dall’avvocato
Salvatore Staiano, Vitale
dall’avvocato Gregorio Viscomi mentre Catrambone
dall’avvocato Giovanni Caridi.
Gli imputati sono finiti in
carcere il 2 luglio 2010, in
esecuzione di un provvedimento di fermo emesso dalla Procura distrettuale antimafia, che poi il giudice
per le indagini preliminari
distrettuale di Catanzaro,
Emma Sonni, ha convalidato. I tre giovani, assieme ai
quali è stato indagato anche un minorenne, secondo
la tesi dell’accusa avrebbero partecipato alla ideazione e all’esecuzione dell’omicidio dei Grattà, maturato
nell’ambito di una faida tra
cosche per il controllo del
Soveratese, nonchè del territorio a cavallo con le province di Reggio Calabria e
Vibo Valentia che in tre anni ha mietuto oltre venti
morti.
Una delle vittime di questa guerra è stato proprio
Vittorio Sia, presunto boss
di Soverato padre di Alberto, ucciso in un agguato
mafioso il 22 aprile 2010 a
Soverato superiore. Aberto
Sia, Vitale e Catrambone
erano sospettati di aver rubato lo scooter utilizzato
per l’agguato di chiaro
stampo mafioso in cui sono
stati freddati i due gemelli
Grattà mentre erano intenti a giocare una partita di
carte in un garage nella
piazza del paese, con una
Dieci delitti nel 2010
CATANZARO - Una cruenta guerra di mafia
quella che nel territorio a cavallo tra il Basso jonio Sovertaese, l’Alta Locride nel Reggino e il Vibonese in tre anni ha seminato oltre venti morti
ammazzati. Di cui 10 nel 2010 solo nel Sovratese. Una riaperta guerra tra clan per il controllo
del territorio che vede contrapposti il clan SiaTripodi Procopio- alleati con i Novella di Guardavalle, (dopo la scissione dai Gallace), con i Costa
di Siderno ei Vallelunga di Serra San Bruno. E
dall’altrail clanGallace- Ruga-Leuzzi -Metastasio che spingono per espandersi nel Basso Jonio.
Nel 2010 nel Soveratese sono stati uccisi, uno dopo l’altro in agguati di stampo mafioso Pietro
Chiefari, il 16 gennaio a Davoli, Domenico Chiefari, l’11 marzo a Guardavalle, Francesco Muccari il 15 marzo a Isca, Vittorio Sia il 22 aprile a
Soverato, Giovanni Bruno il 16 maggio a Vallefiorita,igemelliVito eNicolaGrattàl’11 giugno
a Gagliato, Agostino Procopio il 23 luglio a S.Sostene, Ferdinando Rombolà il 22 agosto a Soverato, Rocco Catroppa il 29 agosto a Palermiti.
a.f.
I gemelli Nicola e Vito Grattà uccisi a Gagliato l’11 giugno del 2010
terza persona.
Le ipotesi d’accusa per i
tre erano di concorso in
omicidio aggravato, furto
aggravato, lesioni e porto
abusivo di arma da fuoco.
Ma Catrambone è stato assolto anche dall’accusa di
furto. I tre imputati secon-
do secondo l’accusa, avrebbero rubato lo scooter, rinvenuto bruciato dopo l’omicidio in località Pietà di Petrizzi, cioè in una zona che
sarebbe sotto il controllo
della cosca. Qui i militari
dell’Arma hanno rinvenuto anche una pistola 9x19
di tipo luger piuttosto rara
con quattro colpi nel caricatore, pure bruciata, compatibile con quella utilizzata
per l’agguato.
Preziosa la testimonianza durante il processo per il
duplice omicidio Grattà del
pentito Bruno Procopio, 24
anni finito nelle maglie
dell’operazione coordinata
dalla Dda di Catanzaro di
carabinieri e Guardia di Finanza, denominata “Showdown” il 15 dicembre
2011 che ha decapitato la
cosca che opera nel soveratese “Sia- Tripodi -Proco-
pio”. Bruno Procopio, infatti è figlio del presunto
boss locale di Davoli e San
Sostene, Fiorito Procopio,
detto Fiore. La cantata di
Procopio ha permesso agli
inquirenti di fare luce anche su un altro efferato
omicidio avvenuto sulla
spiaggia a Soverato il 22
agosto
2010
sempre
nell’ambito della guerra di
mafia, quello di Ferdinando Rombolà, 40 anni, al
quale avrebbe preso parte il
pentito.
Stando alla ricostruzione
fatta dagli inquirenti i gemelli Grattà avrebbero partecipato insieme a Rombolà
al gruppo di fuoco in cui fu
ucciso Vittorio Sia. E da lì
sarebbe scatta la vendetta
del figlio. Inoltre, Rombolà
avrebbe anche partecipato
all’agguato mortale teso il
23 luglio 2010 a San Sostene ad Agostino Procopio,
33 anni, calciatore figlio di
Fiorito e fratello di Bruno
Procopio.
Il giudice depositerà entro 90 giorni le motivazioni
della decisione, avute le
quali la difesa dei condannati (gli altri avvocati impegnati sono Sergio Rotundo, e Felice Siciliano) ricorrerà in appello.
Dopo l’omicidio di Vincenzo Ferraro il sindaco di Oppido Mamertina chiede l’aiuto dello Stato
Ora si teme la ripresa della faida
Gli inquirenti alla ricerca del cugino (latitante) della vittima per evitare la vendetta
di MICHELE ALBANESE
OPPIDO MAMERTINA - Torna la
paura ad Oppido Mamertina. I due
ultimi omicidi verificatisi nelle campagne cittadine con due agguati di
chiaro stampo mafioso quello di Domenico Bonarrigo del 2 marzo scorso e quello di Vincenzo Ferraro dell'altro ieri hanno fatto scattare il livello di guardia. E anche se nessuno
lo dice apertamente l'ipotesi della ripresa della faida tra gruppi e famiglie contrapposte da decenni fa sorgere a molti un brivido lungo la
schiena. Questa città insieme a molte altre nella Piana sa cosa significa
faida. Conosce a menadito il clima di
inquietudine e di terrore che si respira sapendo che possono esserci in giro gente armata pronta a sparare
contro altre persone ad ogni ora del
giorno .
Gente abituata ad avere a che fare
con il sangue e con la morte. Sicari
che non hanno paura a seminare il
panico in tutti i punti della città: nel-
le strade o nei locali pubblici, senza
timore alcuno. Proprio come accadde negli anni che vanno dal 1996 al
1998 quando agguati si verificarono senza sosta nelle piazze o nei bar,
finendo per coinvolgere anche vittime innocenti che nulla avevano a che
fare con lo scontro in atto. Ad Oppido
dopo gli ultimi due omicidi si respira
lostessoclimadi quelliannidipiombo e di lupara. Non a caso il sindaco
Bruno Barillaro ieri è stato in Prefettura per chiedere una maggiore attenzione da parte dello Stato. Faccia
tirata e volto truce quello del sindaco
che non nasconde il timore che la sua
città possa ritornare agli anni terribili di quella faida che insozzò ogni
onore e civiltà. Altro che alba del terzo millennio o sogni di crescita umana ed economica. Se fosse vero che lo
scontro di sangue è riscoppiato si
avrebbe davanti il buoi più pesto, l'incubo più atroce per una comunità. E'
questo Barillaro lo sa bene ecco perché ha chiesto l'intervento del Prefetto.
Sul fronte delle indagini per l'omicidio di Vincenzo Ferraro, intanto
continua il lavoro dei Carabinieri
che non si fermano un attimo pur di
intercettare l'autore del delitto. I militaridell'Arma hannointerrogatoa
lungo i due operai di nazionalità rumena che si trovano al momento dell'agguato con il Ferraro a bordo della
sua Nissan Patrol. Loro hanno raccontato quello che hanno visto nei
minimi dettagli pur ammettendo di
non aver riconosciuto colui che imbracciando un fucile caricato a lupara ha messo fine alla vita di Cecè Ferraro lungo quella stradina interpoderale che porta ad Oppido vecchia,
la città distrutta dal terremoto del 5
febbraiodel 1783e poiabbandonata.
Una zona nella quale il Ferraro aveva
alcuni terreni. Sicercano di bloccare
altre vendette ed altro sangue, cosa
che non appare alquanto facile. E poi
si cerca Pepè Ferraro, cugino della
vittima dell'altroieri, unlatitante da
14 anni che potrebbe entrare in azione per vendicare la morte di Cecè.
Vincenzo Ferraro
Nuovo sequestro della Finanza nel porto di Gioia Tauro: cocaina diretta in Grecia e nel Nord Italia
Oltre 200 chili di droga in viaggio su due container
La droga
sequestrata dalla
Guardia di
Finanza nel porto
di Gioia Tauro
GIOIA TAURO - Visti i continui sequestri di droga
nel porto di Gioia Tauro negli ultimi due anni è legittimo chiedersi quanta ne
sia passata negli anni scorsi in quei container. Cocaina a fiumi che ha ingrassato le 'ndrine della 'ndrangheta e non solo. L'ultimo
sequestro è avvenuto due
giorni fa ed ha portato al
rinvenimento di altri 262
chilogrammi di “neve” purissima.
Ancora una volta ad agire sono stati
i Finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria - Sezione Goa di Reggio Calabria, unitamente ai Funzionari dell'Agenzia delle Dogane - Ufficio Centrale
Antifrode , gli esperti dello Svad ( il
Servizio di Vigilanza Antifrode Doganale ) di Gioia Tauro ed i Finanzieri del
Gruppo della Guardia di Finanza di
Gioia Tauro. La droga era suddivisa
due carichi rinvenuti all'interno di altrettanti container arrivati nel Porto
di Gioia Tauro. I due contenitori, di
cui il primo in transito presso il porto
calabrese e diretto in Grecia ed il secondo in importazione e diretto nel
Nord Italia, erano sbarcati dalle navi
mercantili Charlotte Rickmers e Msc
Catania, provenienti dal Centro America.
L'operazione, condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria in stretto e costante coordinamento con la Procura della Repubblica di Palmi, ha consentito, dopo
una serie di incroci documentali e successivi meticolosi controlli eseguiti
su numerosi container in transito
presso il porto di Gioia Tauro, realizzati anche attraverso l'impiego di apparecchiature scanner in uso alla Dogana, l'individuazione dei carichi occultati nei due contenitori imbarcati
presso il porto peruviano di Paita e
quello messicano di Mazatlan. Secondo le stime effettuate dalla Guardia di
Finanza e dalle Dogane la merce
avrebbe fruttato, con la vendita al dettaglio, circa 50 milioni di euro. E ciò
perché il quantitativo di cocaina sequestrato, tagliato almeno
3 - 4 volte avrebbe raggiunto, alla minuta vendita, un
prezzo medio di cinquanta
euro al grammo.
Anche questa operazione rientra nell'ambito di
un piano di rafforzamento
dei controlli dei contenitori movimentati nel Porto di
Gioia Tauro messo in atto dai finanzieri e dai funzionari della locale
Agenzia delle Dogane che, dall'inizio
dell'anno, ha portato a sequestrare
complessivamente 376 kg di cocaina
purissima. La droga era stata imbarcata in cinque borsoni di colore nero,
all'interno dei quali i militari delle
Fiamme Gialle ed i funzionari doganali hanno contato 219 panetti di stupefacente per un peso complessivo di
261,685 Kg di cocaina di elevata qualità e purezza.
Stessa tecnica e stesse modalità di
imbarco e di occultamento.
La droga, come tante altre
volte era stata collocata nei
borsoni e sistemata immediatamente a ridosso delle
porte dei container per favorire chi avrebbe dovuto
prelevarla e portarla fuori
dai porti.
Gli inquirenti adesso
hanno avviato indagini tese ad individuare i responsabili di questo traffico
internazionale. Accertamenti che si
intrecciano con altre indagini in corso partite dopo i precedenti sequestri
di cocaina.
m.a.
Area strategica
per il traffico
internazionale
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14 Calabria
21
Giovedì 15 marzo 2012
REDAZIONE: via Cavour, 30 - 89100 Reggio Calabria - Tel. 0965.818768 - Fax 0965.817687 E-mail: [email protected]
Monasterace
Piana
Taurianova
Florinnova, niente
Emergenza rifiuti
Corteo di solidarietà
accordo: è sciopero situazione al collasso dopo il raid a scuola
a pagina 34
a pagina 38
a pagina 39
Operazione Lancio. La compagna dell’assessore Tuccio tra i soci della “Scopelliti Presidente”
Le consulenze di Giampiera
Dal Cda della mista “Fata Morgana” alla difesa legale del Comune di Reggio
di CATERINA TRIPODI
TURBATO ma allo stesso tempo irremovibile, l’assessore comunale all’urbanistica, Luigi Tuccio, è stato chiaro, la poltrona in giunta
non la molla come ha specificato proprio nella
giornata di ieri attraverso una nota stampa.
Nonostante l’operazione “Lancio” dei Ros
dei carabinieri abbia svelato, martedì mattina, parentele imbarazzanti, con il fermo di
sua suocera, Giuseppa Cotroneo, ringraziata, con un pizzino, dal super latitante di Archi, Domenico Condello (alias Micu u pacciu)
per l’appoggio e l’ospitalità (il casolare di Bolano di Catona) offertole durante la latitanza.
Giuseppa è mamma di tre figlie, oltre che della compagna di Tuccio, Giampiera Nocera,
anche di Maria Angela, moglie di Massimo
Pascale braccio destro del Governatore Scopelliti ed attualmente all’ufficio di Gabinetto
della Regione, ed infine di Bruna, sposata con
Domenico Condello (omonimo cugino del
“Supremo”, nonchè cognato del superboss
Nino Imerti), attualmente detenuto in carcere a Varrazze. Quindi la ricostruzione del ramo familiare vede la suocera dell’assessore
Tuccio coinvolta in una vicenda di favoreggiamento di un super latitante di ‘ndrangheta, nonchè lo stesso Tuccio, cognato di Pasquale Condello. Una parentela che fa tremare (ma non pare scalfire però l’imperturbabilità di Tuccio) e che fa sembrare solo un pallido ricordo, l’imbarazzante vicenda scatenata
dallo stesso Tuccio che in un post su Facebook
definì il Premio Oscar, Roberto Benigni, “comunista ebreo”, scatenando la pubblica indignazione di larga parte della città e della politica reggina, che chiese, inutilmente, allo
stesso assessore e al sindaco Arena le immediate dimissioni dalla giunta. Anche oggi, come allora, Tuccio ha fatto sapere che resterà
all’assessorato.
E lo ha fatto con una lettera pubblica che resterà impressa nella memoria collettiva a
lungo. A parte l'appassionata difesa dell'amore (chapeau all'assessore per come illustra la purezza del suosentimento), ed i frammenti della vita adolescenziale passati al fianco del padre Giuseppe, presidente di sezione
del Tribunale, e presidente del Cap (società di
basket dove conobbe il giovane Peppe Scopelliti in versione pivot), Luigi Tuccio nella sua
autoperorazione,perun attimo,haricordato
una figura popolare molto in voga nei presepi
calabresi: “u 'meravigliatu da rotta”, ovvero il
meravigliato della grotta.
La nota di Tuccio, infatti, regalava immagini. Sembrava quasi di vedere stampigliato
sul suo volto lo stupore fanciullesco da perenne adolescente dell’assessoreche dichiarava,
affannosamente, di disconoscere i legami familiari della compagna: “ho appena appreso...”, “ho saputo solo oggi..”. Quindi, manco
a dirlo,Tuccio non sapeva chi fossero nè sua
suocera, ne' sua cognata. That's incredible
avrebbe detto Dan Peterson,giusto per citare
una figura familiare allo stupefatto assessore, già cestista, che si dedica, nella sua nota,
alla difesa a spada tratta di una persona in
particolare, il Governatore Scopelliti (nominato nell’intervento quattro volte esattamente come la compagna Giampiera, ndr) e ritenuto il vero destinatario del “polverone mediatico”. Insomma, l’obiettivo di tutta l’operazione, secondo Tuccio quindi, sarebbe “l’accerchiamento del Governatore”. Una singolare equazione per cui si arresterebbe la suocera dell’assessore Tuccio, quindi, solo per
colpire, per dirla con le sue stesse parole,
“l’obiettivo appetitoso ed irraggiungibile:
Scopelliti”. Accantonando però la discutibile
nota dell’assessore, ci si chiede, però se Tuccio ricorda che la compagna ha un ruolo politico attivo ben preciso.
Giampiera Nocera: tra ruoli specifici in
politica e consulenze per il Comune di ReggioIl giovane avvocato, nel 2010 risulta
nell’atto costitutivo dell’associazione Lista
Scopelliti Presidente (della quale è vicepresidente). Insieme al Capo di Gabinetto del Comune di Reggio Calabria, l’avvocato Antonio
Barrile, l’assessore regionale alla cultura
Mario Caligiuri, Davide Rocca e Gaetano Pisciotto stipula l’atto di nascita della “Scopelliti presidente”che vede la luce alle ore 20 dell’8
febbraio2010, aReggio Calabria,in viaFilippini al civico 33 della Lista nata per “fare proselitismo politico nella regione nell’area del
centrodestra promuovendo ogni forma di
coordinamento con i gruppi politici affini nei
cui programmi si riconosce pienamente”.Sempre nel 2010, Giampiera Nocera è
consigliere di amministrazione della “Fata Morgana”, la mista del Comune di Reggio
Calabria per la quale percepisce da luglio a dicembre 3.750.000 euro. Le consulenze legalisono a gogò. In particolarmodo, sempre nel
2010, l’avvocato trova il tempo per essere nominata, svariate volte, avvocato del comune
dall’ufficio “affari legali”. Ecco qualche dato
che siamo riusciti ad avere. La Nocera rientra
spessissimo nella ristretta rosa dei consulenti legali di Palazzo San Giorgio: il 14 gennaio
(53131/c contro Alampi Maria Rosa), il 25
gennaio (52170/c-52171 contro Lo presti-romolo), il 18 febbraio è assegnata a tre procedimenti (54621/c contro Genoveffa Caristo),
(29190 e la 564011/c contro Grazia Ciancio) il
26 marzo (46433/c controparte Giorgio Azzarà), il 16 aprile (56723-708c contro Paolo Laganà) il 30 aprile è assegnata a tre procedimenti (57025/c Domenico Campolo),
(57400/c Francesco Velonà), (57987/c Andrea Marzullo), giugno (57988/c contro Paolo Nicolò). Le consulenze legali sono attualmente in atto anche con l’amministrazione
Arena. Insomma se l’amore è cieco ed uno i parenti non se li può di certo scegliere, resta in
piedi, accanto alla questione dei legami politica-ndrangheta sulla quale può decidere solo
la magistratura, resta in piedi la questione
dell’opportunità e dell’etica politica ed anche
quella, che si sta rivelando ormai una costante abituale di palazzo San Giorgio, del circuito, chiuso, degli incarichi e delle consulenze.
L’assessore all’urbanistica Luigi Tuccio
LE DIMISSIONI DI TUCCIO
Il sindaco e il rischio doppiopesismo
Un pensoso Demi Arena
PER il primo cittadino la questione Tuccio resta una spina nel
fianco. E’dadicembre 2011,dopo
lo scivolone orribile su Benigni,
che al sindaco Demi Arena vengono richieste le dimissioni del
suo assessore all’urbanistica.
Arena è appena rientrato, nella
serata di ieri, a Reggio, dopo
un’assenza dalla città durata
quattro giorni, ed ha deciso di
consultarsi prima con il suo amministratore, (che dagli accertamenti dell’ultima operazione dei
Ros, che hanno arrestato sua suocera per avere favorito il latitante
Domenico Condello, risulta cognato di Pasquale Condello (omonimo cugino del Supremo ed attualmente recluso a Varrazze)
prima di pronunziarsi pubblica-
mente. In un momento così delicato, con la commissione d’accesso agli atti insediata dentro Palazzo San Giorgio, il sindaco dovrebbe essere il primo ad allontanare anche solo l’ombra delle nubi del sospetto delle infiltrazioni
mafiose dentro la cosa-casa pubblica. In caso di un’eventuale richiesta di dimissioni di Tuccio,
però il sindaco dovrebbe valutare
anche il rischio del doppiopesismo. Non va dimenticata la vicenda dell’assessore Pasquale Morisani, intercettato mentre chiedeva voti ad un boss mafioso, al quale non sono mai state chieste le dimissioni. e quindi dovrebbe agire
consecutivamente. Intanto intanto un piccolo giro di valzer di
commenti in casa Pdl. Per il neo-
coordinatore cittadino, Daniele
Romeo: «Tuccio non deve assolutamente dimettersi. Perchè se le
colpe dei padri non ricadono su
quelle dei figli figuriamoci quelle
delle suocere....Trovo squallido ha continuato Romeo dopo la battuta - la richiesta di dimissioni di
Massimo Canale. Tuccio è un signore con la s maiuscola e non esiste un caso in merito basta solo
pensare ad una cosa: secondo voi
Tuccio va a chiedere voti alla
‘ndrangheta?»Anche per il capogruppo del Pdl in consiglio comunale Beniamino Scarfone «Tuccio è persona per bene e per quanto riguarda eventuali risvolti politici cisi dovrà confrontarecon il
sindaco insieme al partito».
c.t.
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Reggio
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Ancora senza una soluzione il giallo della scomparsa dell’elettrauto vittima di un “delitto d’onore”
Riflettori su Fabrizio Pioli
Del caso di Gioia Tauro oggi parlerà la popolare trasmissione “I fatti vostri”
di DOMENICO GALATÀ
GIOIA TAURO – Assume
sempre più una portata nazionale la scomparsa di Fabrizio Pioli, il 38enne elettrauto di Gioia Tauro, presunta vittima di un “delitto
d’onore” per la relazione
con Simona Napoli, 24enne
di Melicucco coniugata e
madre di un bambino.
La scorsa settimana si è
occupata del caso la trasmissione “Quarto Grado”,
in onda sui canali Mediaset
e condotta dal giornalista
Salvo Sottile. La vicenda di
Fabrizio oggi approda invece sui canali della Tv di Stato. Ad occuparsene una della trasmissioni di punta di
Rai Due, “I Fatti Vostri”, in
onda a partire dalle ore 11 e
condotta, tra gli altri, da
Giancarlo Magalli. Lo spazio che la trasmissione di
Michele Guardì dedicherà
alla storia di Pioli prevede la
presenza del padre di Fabrizio, Antonio Pioli, e del caposervizi della redazione
reggina del “Quotidiano”,
Michele Inserra.
Un modo, quindi, per tenere alta l’attenzione sul caso che da tre settimane ormai vede impegnati nelle ricerche del corpo di Pioli i Carabinieri della Compagnia
di Gioia Tauro, unitamente
alle unità cinofile e gli elicotteri in forza all’Arma. Ricerche che sino ad oggi,
purtroppo, non hanno portato ad alcun esito. Giornalmente vengono battute palmo dopo palmo le campagne che circondano il territorio di Melicucco, paese dove Fabrizio è stato visto per
l’ultima volta, ma del suo
corpo o quantomeno della
Mini Cooper nera con il tettuccio bianco sulla quale
viaggiava, si sono perse
completamente le tracce.
I principali accusati di
aver ucciso Pioli e fatto sparire il suo corpo sono il pa-
dre ed il fratello di Simona:
Antonio Napoli, tutt’ora latitante, e Domenico, attualmente detenuto. A scaturire nei loro confronti l’ordinanza di custodia cautelare
in carcere emessa dal Gip
del Tribunale di Palmi, Paolo Ramondino, sono state le
dichiarazioni fatte dalla
stessa 24enne (ora sotto
protezione, insieme al figlioletto) ai Carabinieri di
Gioiosa Ionica, località dove
Simona si è recata dopo aver
visto il padre discutere animatamente, armato di pistola, con il 38enne elettrauto.
Simona e Fabrizio si erano conosciuti su un social
network e da poche settimane avevano intrapreso una
relazione. A quanto pare,
Pioli non era a conoscenza
del fatto che Simona fosse
sposata e avesse un bambino, così come non avrebbe
Fabrizio Pioli
mai immaginato che quella
relazione nata sul web
avrebbe potuto avere un epilogo così drammatico.
Qualche giorno fa i Carabinieri hanno concentrato le
ricerche in un pozzo situato
in contrada Crofila, nella
campagne di Melicucco, ma
l’intervento dei sommozzatori dei Vigili del Fuoco, calatisi nel pozzo profondo
sette metri in cui giacevano
cinquanta centimetri d’acqua, hanno portato alla luce
soltanto la carcassa in decomposizione di una cane.
Di Fabrizio paiono essersi
completamente perse le
tracce, così come del padre
di Simona, datosi alla latitanza da settimane. Anche
in questo caso, i Carabinieri
stanno setacciando le campagne del circondario senza
riuscire, almeno per il momento, ad individuare il nascondiglio dell’uomo.
In attesa della stabilizzazione scenderanno in piazza con il sostegno delle organizzazioni sindacali
Lsu e Lpu della Piana rilanciano il grido d’allarme
di KETY GALATI
ROSARNO –Stavolta fanno sul serio i
lavoratori precari Lsu eLpu della Piana per ottenere la stabilizzazione. Ieri,
da Rosarno, è stato lanciato dagli stessi lavoratori in preda ad una crisi di
nervi l’ultimatum alle organizzazioni
sindacali e al mondo della politica, per
il riconoscimento dei loro diritti, calpestati da decenni.
Gli Lsu e Lpu provenienti dai centri
limitrofi di Seminara, Sant’Eufemia,
Cittanova, Gioia Tauro e San Ferdinando, hanno presentato le loro proposte, in cui si è chiesto l’impegno
concreto ed efficace del presidente
della regione Calabria Giuseppe Scopelliti edell’assessore regionaleal Lavoro Francescantonio Stillitani. Malgrado, i precari abbiano bacchettato
le organizzazioni sindacali presenti,
tra cui Cgil e Cisl, attribuendo loro la
responsabilità di non aver fatto nulla
in tutti questi anni per risolvere la loro situazione di precariato, alla fine,
gli stessi hanno affidato ancora una
volta ai sindacati questa nuova battaglia.
Spetterà dunque a Cgil e Cisl organizzare la protesta, in tempi rapidi,
che sarà divisa in diverse fasi. La prima mossa riguarderà la convocazione di un’assemblea regionale dei lavoratori, che vedrà il coinvolgimento
più possibile di tutte le parti in gioco.
A Scopelliti si chiederà di farsi portavoce di un incontrocon le autorità nazionali, per programmare soluzioni
verso la stabilizzazione dei lavoratori.
Se questo non sarà sufficiente, gli Lsu
e Lpu con il sostegno dei sindacati
hanno annunciato uno sciopero contro leriforme delgoverno Montie manifestazioni in tutta la regione e a Roma. Sit- in davanti la prefettura ed a
Catanzaro. E’ questo l’accordo raggiunto tra sindacati e lavoratori. Questi ultimi, ieri mattina hanno tirato le
amare somme di oltre vent’anni di
precariato, senza diritto alla malattia, alle ferie e a un futuro con la pensione. Discriminati da tutti i governi
nazionali e regionali, i lavoratori nel
limbo, con le braccia incrociate, non si
accontenterannopiù deisussidi edelle integrazioni, ma hanno rivendicato un contratto regolare. Sono state
queste le legittime richieste di Liliana
Saffioti, che ha moderato il dibattito,
Franco Restuccia, Filippo Sandariato, Daniele Scarcella, Andrea Surace,
Mimmo Raso e Giuseppe Scandinaro.
Il Sul critico sulla mancata approvazione “bipartisan” in consiglio regionale
Ai rappresentanti sindacali, Angelo Anastasi, Cisl, i segretari regionale
e generale della Piana Cgil, Claudia
Carlino e Antonio Calogero, Patrizia
Giannotta, Lidil Cgil, non è rimasta
altrasceltache fareammendapubblicamente delle loro colpe, incalzando
però i lavoratori ad una lotta diversa
da quelle passate, che non hanno prodotto nulla. Gli unici sindaci presenti,
Elisabetta Tripodi di Rosarno e Giuseppe Zampognadi Scidohanno fatto
notare che l’unico modo per risolvere
questo dramma è aprire un tavolo nazionale. Sono d’accordo con loro, i
consiglieri regionale e provinciale
Nino De Gaetano Pd e Giuseppe Longo, Rifondazione Comunista, che
hanno suggerito a Scopelliti, di avviare misure straordinarie per stabilizzare gli Lsu e Lpu della Calabria.
I nuovi rappresentanti
Al Comune
di Melicucco
elezioni Rsu
«Questa la partita fondamentale per il futuro della nostra regione» Assente la Cisl
Trasporti e infrastrutture
GIOIA TAURO - «Che su trasporti e infrastrutture si giochi lo sviluppo del prossimo futuro della regione Calabria crediamo sia abbastanza chiaro a tutti gli attori
della politica calabrese. Finalizzare in
manieraunitaria lepropostee gliintenti
da presentare all’incontro in programma nei prossimi giorni con il Ministro
per le infrastrutture, Corrado Passera,
era fondamentale proprio per fornire al
Ministero una visione di insieme chiara e
precisa sulle priorità che riguardano i
trasporti calabresi». Il Sul interviene
sull’ordine del giorno approvato dal Consiglio Regionale lo scorso 12 marzo sul
Piano Trasporti e Infrastruttre, esprimendo il proprio rammarico sulla mancata approvazione “bipartisan” del piano.
Rammarico espresso proprio perché il
settoredeitrasporti perilSulrappresenta il rilancio dell’economia calabrese.
«La condivisione del programma degli
interventi, vitale non solo per il rilancio
dei trasporti regionali ma per la stessa
sopravvivenza economica della Regione, non può e non deve avere prese di distanza da parte dinessuno. I cittadini calabresi sonostanchi dello scaricabarile e
non credono più ai salvatori della patria.
Anche se il percorso doveva essere condiviso a monte e non arrivare in dibatti-
Il porto di Gioia Tauro
mento con punti ancora “in sospeso” ci
sembra alquanto superficiale il comportamento di quelle forze politiche che non
hanno voluto essere protagonisti fino in
fondo su un progetto che potrebbe cambiare il futuro della Calabria».
Ed inoltre per il Sul «indispensabili e di
priorità assoluta le attività fissate con
l’ordine del giorno approvato a maggioranza stigmatizza, in questo momento di
crisi, il comportamento della politica.
Non si può pensare che qualcuno possa
avere riserve o che ancora si possa ancora discutere sulla necessità di completamento della A3 come su quello della statale 106 per rendere la nostra regione
“europea” come le altre regioni d’Italia».
“Stop”, quindi ai «soprusi» da parte del
Governo, e via a qualcosa «di eclatante»,
per potenziare il sistema aeroportuale
calabrese. «Anche a livello locale bisogna
fare una seria riflessione visto lo sfascio
che regna nel Trasporto Pubblico Locale
e la Regione non può continuare a fare
orecchio da mercante. Ferrovie della Calabria, che rappresenta la più grande
azienda del trasporto pubblico calabrese,
dopo gli sforzi dei lavoratori, ha bisogno
di passare dalla fase di risanamento ad
una fase di rilancio. Anche su questo pretendiamo che si faccia chiarezza. L’altra
piaga che rischia di incancrenirsi è il
PortodiGioia Tauro,sucuispesso cisifa
grandi, ma che in realtà è abbandonato
da sempre. Non è più possibile perdere
un minuto se non si vuole lasciare alla
concorrenza africana il monopolio del
traffico contenitori nel Mediterraneo e
non si può più pensare di rimandare la
“completa realizzazione del nodo intermodale di Gioia Tauro ed il potenziamento delle Infrastrutture portuali».
fra. pap.
MELICUCCO – Anche al Comune di Melicucco le elezioni
dei rappresentanti sindacali
tra i dipendenti dell’ente.
Quindici i votanti, sui diciotto
aventi diritto. Per la lista Fp
Cgil, sono stati eletti Michela
Amaro (due voti) e Antonio
Macidionio (tre voti), mentre
per la lista Funzione Pubblica
Uil le preferenze sono andate a
Angela Franco (tre voti) e Domenico Antonio Redi (quattro
voti). Assente la Cisl, per motivi che lo stesso Redi ha voluto
sottolineare: «la nostra è stata
una forma di protesta verso
una sigla sindacale che si è dimostrata poco attenta nei nostri riguardo. Eravamoin tredici adaderire alla Cisl,che interpellata diverse volte su specifici argomenti, non ci ha fornito alcun tipo di riposta. Ecco
che abbiamo optato per altre
sigle sindacali, anche se molti
dipendenti hanno scelto di
non iscriversi in attesa di vedere quale sarà l’attenzione
verso le problematiche sollevate».
do. ga.
BREVI
A ROSARNO
Pistolettate a auto
ERA l’una della notte
scorsa quando una telefonata anonima avvertiva i carabinieri di alcuni
colpi esplosi nella centralissima via Convento a
Rosarno. Quattro colpi di
fucile calibro 12 caricato
a pallettoni esplosi all’indirizzo di una Peugeot di
proprietà di G.S., 75 anni. I colpi hanno danneggiato la fiancata destra
dell’auto ed anche il portone dell’abitazione.
GIOIA TAURO
Nomina di Pedà
IL presidente nazionale
del gruppo giovani imprenditori di Confcommercio, Paolo Galimberti, ha espresso viva soddisfazione per la nomina
del vicepresidente nazionale del gruppo, Giuseppe Pedà, nel Consiglio di
amministrazione delle
Ferrovie della Calabria.
«Vengono riconosciute
le doti professionali e
umane di un giovane imprenditore e manager».
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Piana
Giovedì 15 marzo 2012
Corigliano e costa jonica
Giovedì 15 marzo 2012
“Timpone Rosso” in Corte d’assise: la difesa demolisce i pentiti sull’agguato a Campana e a Fabbricatore
Il superteste scagiona il boss
Il maresciallo dell’Aeronautica: «Barillari il giorno dell’omicidio era a Roma»
di MATTEO LAURIA
CORIGLIANO - In Corte d’Assise a Cosenza in “Timpone
Rosso” spunta un super teste
che fornisce un alibi di ferro
al presunto boss Maurizio
Barillari, accusato di concorso nell’esecuzione del duplice
omicidio compiuto lunga la
statale 106 jonica il 25 marzo
del2002in cuivennerotrucidati a colpi di kalashnikov
Giuseppe Vincenzo Fabbricatore e Vincenzo Campana.
Si tratta di un maresciallo
dell’aeronautica militare in
attività a Roma, ma di origini
coriglianesi. Un teste indicato dalla difesa (rappresentata
dall’avvocato Salvatore Sisca), il quale ha riferito che
nel periodo in cui fu data esecuzione al piano omicidiario
il Barillari si trovava a Roma
con la famiglia, in particolare ad Aprilia. Tesi questa confermata da altri quattro testi.
La stessa Corte ha mosso
perplessità circa l’esigenza
di assumere una dichiarazione del genere in una fase diversa del processo. E’ stata
Il tribunale
ascoltata la moglie di Barillari sul punto ed il fratello di
Vincenzo Campana (Giuseppe) attualmente detenuto
presso il carcere di Rossano.
Barillari è in carcere da circa
tre anni presso l’istituto di pena di Parma edè sottoposto al
regime del 41-bis (carcere duro). La linea difensiva è mira-
ta a demolire il quadro accusatorio, facendo leva sulla
presunta inattendibilità del
collaboratore di giustizia
Vincenzo Curato, lo stesso
che cita Barillari nell’ambito
non solo del duplice omicidio
Fabbricatore-Campana, ma
anche in quello di Giorgio Cimino. Il pentito Curato si è autoaccusato nell’aver interagito in concorso negli omicidi contestati. Sul punto emergono contraddizioni poiché il
collaboratore di giustizia al
momento dell’agguato mortale a Fabbricatore e Campana pare fosse detenuto presso
il carcere di Catanzaro. A
coinvolgere Barillari, in questo gioco al massacro, altri
due collaboratori di giustizia: Pasquale Perciaccante
(già condannato all’ergastolo con l’accusa di omicidio) e
Carmine Alfano (legato da un
rapportodi parentelaconBarilari).
Nelle sue esternazioni Curato, individua mandanti ed
esecutori materiali, e ricostruisce una scala piramidale che conduce l’onorata so-
cietà coriglianese al clan degli zingari di Cassano. “Timpone Rosso” porta la firma
della distrettuale antimafia,
la stessa che nel luglio del
2009 smantella uno dei più
potenti sistemi ‘ndranghetisti operanti nella Piana di Sibari con epicentro nei comnuni costieri di Cassano, Corigliano e Rossano. Il maxiprocesso vuole fare piena luce su mandanti ed esecutori
materiali di ben undici omicidi commessi lungo il litorale
jonico.
Il capo d’imputazione dominante èl’associazione adelinquere di stampo mafioso.
Ventisette sono gli indiziati,
per alcuni dei quali è scattato
il carcere duro. A costituirsi
parte civile in questo processo i Comuni di Cassano e di
Corigliano, la Regione Calabria, i familiari di Giorgio
Salvatore Cimino e Sergio Benedetto barbaramente uccisi
in una lotta fratricida tra cosche per il dominio del territorio. Prossima udienza programmata per mercoledì
prossimo.
IL RITO ORDINARIO
Santa Tecla, in aula le due presunte vittime di estorsioni
CORIGLIANO - Processo “Santa Tecla” (rito ordinario), oggi è il giorno
degli imprenditori Cataldo Russo e
Pietro Paolo Oranges, nonché del
pentito Pasquale Perciaccante. Si
procederà ad esame e controesame
affidati alla pubblica accusa (rappresentata da Vincenzo Luberto) e
alla difesa dei principali imputati i
fratelli Maurizio e Fabio Barillari
(rappresentati dagli avvocati Salvatore Sisca, Marco Gemelli e Franco
Oranges). A chiamare in causa i due
imprenditori (Russo tra l’altro coordinatore provinciale dell’Udc) il pentito Carmine Alfano non solo nei verbali sottoscritti ma anche in sede di
esame e controesame nell’attuale
processo. Il pentito ritiene i due imprenditori Pietro Paolo Oranges e
Cataldo Russo, vittime di estorsioni.
Lo stesso Alfano tuttavia precisava
che Russo non aiutava il clan, e che a
sostenere la onorata società coriglianese fossero solo gli Straface.
Maurizio Barilari, secondo Alfano,
imponeva a Russo le ditte da impiegare nei cantieri dei lavori e negli appalti. Questa mattina i due costruttori, legati da rapporti di parentela,
saranno incalzati anche su questi
punti. I due sono stati indicati come
testi sia dalla pubblica accusa sia
dalla difesa. Poi sarà sentito Pasquale Perciaccante, pentito chiave nel
processo in corso in corte d’assise a
Cosenza meglio conosciuto come
“Timpone Rosso”.
m.l.
IL RITO ABBREVIATO
Flesh market, la difesa
«Ecco le contraddizioni
delle ragazze»
CORIGLIANO - Nell’inchiesta “Flesh Market”
sfilano in aula i testi della
difesa.
Ieri mattina, nel rito
immediato, sono stati
ascoltati alcuni familiari
(moglie e figlia) ed altri
dipendenti dell’imputato
Giuseppe Russo.
Il processo è chiamato a
provare i capi di imputazione che oscillano tra
sfruttamento, favoreggiamento e
induzione
della prostituzione.
Accusati
a vario titolo: Giuseppe Russo,
Santo Bagnato, Damiano Collefiorito, Cosimo La Grotta , Giuseppe
Brina, Saverio La Camera, Vincenzo Novelli, Italo Le Pera e Natale Musacchio (collegio di difesa
composto da : Giovanni
Zagarese, Pasquale Di Iacovo, Vincenzina Mazzuca, Libero Bellintani, Giacinto D’urso e Franco
Oranges Francesco Calabro’, Giuseppe Zumpano,
Andrea Salcina, Lucio
Esbardo, Mauro Cordesco, Maria Zucarelli, Giuseppe Mainieri).
Dalle testimonianze sono emerse alcune contraddizioni contenute anche in un esposto che una
delle figlie di Russo depositava nell’agosto del
2011 ai carabinieri all’interno del quale si evidenziavano le dichiarazioni
contrastanti rese da una
delle quattro sorelle (L.M)
nel narrare i rapporti intercorsi con il Russo.
In un verbale datato
marzo
2011 M.L.
dichiara di
avere avuto un rapporto completo con
Russo e di
avere percepito come somma la cifra di 50
euro.
Durante
l’incidente
probatorio invece riferisce di avere percepito 150
euro e che in quella prima
occasione aveva perso la
verginità.
Moglie e figlia di Russo
confermano che l’imputato non ha cicatrici, non
usa jeans, non ha ferite
sulla pancia. Tutti elementi introdotti dalla
giovane M.L. in sede di incidente probatorio.
m.l.
Moglie e figlia
di Russo dalla parte
dell’imputato
Il centrodestra risponde al centrosinistra sulla sanità e difende Dima
Raccolta differenziata
Il Pdl conta sull’ospedale solo per i commercianti
Pronta la proroga del commissariamento, speranze per la Sibaritide Ausonia: «Primo passo»
di LUCA LATELLA
CORIGLIANO –Nel prossimo
weekend il governo centrale
affiderà nuovamente l’incarico di commissario per l’emergenza sanitaria in Calabria al
governatore Scopelliti.
Una notizia, che si attendava già da qualche tempo e sulla quale non erano mancate le
polemiche. L’“operazione”del
governo Monti consentirà la
nomina della commissione di
gara per il nuovo ospedale della Sibaritide, e quindi un’accelerata all’iter burocratico.
Una notizia che serve da
spunto al Pdl di Corigliano
per chiedere a Scopelliti di
procedere con tempestività alla nomina della commissione
di gara che dovrà valutare le
proposte progettuali presentate per la realizzazione del
nuovo ospedale.
I berlusconiani locali non
disdegnano qualche frecciatina: “Chi mette in dubbio questo processo di trasformazione della sanità nel territorio, o
lo fa perché non conosce i fatti
, o per qualunquismo”.
Un tema, la sanità, sul quale
il Pdl invita al confronto perché convinti che il dibattito
sul futuro dell’ospedale di Corigliano, anche alla luce della
realizzazione dello spoke Corigliano-Rossano che prevederà l’erogazione di prestazioni in forma integrata e
complementare tra i due nosocomi dell’area urbana, «do-
Corsia di ospedale
vrebbe essere scevro da condizionamenti». Dal partito,
inoltre, tentano di smorzare le
polemiche scaturite dall’ipotesi di un “trasferirmento” di
Ginecologia da Corigliano a
Rossano col definire la manovra «un incidente di comunicazione che nasce da un incontro avuto con i primari con
il direttore Scarpelli e che va
inquadrato in una discussione di carattere tecnico e che
non è stata avallata da nessun
rappresentante istituzionale
ad iniziare da Giovanni Dima
che oggi è destinatario di critiche assolutamente infondate ed ingiuste».
CORIGLIANO – Il “lancio”
della raccolta differenziata
solo per gli esercizi commerciali, come probabilmente si
avvierà nei prossimi giorni,
per il movimento “Liberi Ausoni” rappresenta un “timido tentativo” poiché serve,
invece, sensibilizzare i cittadini “sull’importanza del rispetto dell’ambiente e avviare la raccolta differenziata
porta a porta”.
Il movimento, tuttavia, apprende “favorevolmente” l'iniziativa intrapresa dai commissari prefettizi che riguarda la raccolta differenziata.
Forza Nuova apre a Schiavonea
Alla sbarra il pensionato
che perseguita e minaccia
una donna di 63 anni
nese, portandolo alle devastanti conseguenze che sono oggi sotto gli occhi di
tutti”.
Forza Nuova avrà la sua sede cittadina
a Schiavonea, mentre come presidente
del circolo e coordinatore cittadino di Corigliano sono stati nominati Maria Filomena Russo e Leonardo Foggia.
“Forza Nuova – conclude la nota del
partito –non vuole collocarsi né a destra,
né a sinistra, la politica è la scienza e la
madre di tutte le filosofie terrene: o la si
fa per crescere con onore, dignità e coerenza oppure meglio stare a guardare
per non causare danni alla collettività”.
l. l.
SIavvia a conclusione il processo che vede alla sbarra il 73enne Cosmo Caputo,
accusato di tentato omicidio e stalking .
L’uomo nel corso degli anni avrebbe
perseguitato un'anziana di 63 anni, fino ad arrivare a fermarla sotto casa e
schiaffeggiarla. Una delle aggressioni
più gravi si consumava nei pressi di
una farmacia di Cantinella dove l’anziano avrebbe finanche tentato di soffocare la vittima. Tesi questa confermata ieri mattina in aula presso il Tribunale di
Rossano da un teste che ha assistito alla
scena. Prossima udienza, attesa la sentenza, il 28 marzo.
m. l.
Altre nomine all’interno del circolo col segretario regionale
CORIGLIANO–Il leader di Forza Nuova,
Roberto Fiore, ieri pomeriggio ha sancito l’apertura del circolo a Schiavonea.
Il segretario nazionale di Forza Nuova,insieme alsegretario regionaleDavide Pirillo hanno anche inaugurato il circolodi Castrovillariperquellache stadiventando sempre più una realtà dopo alcuni mesi di radicamento locale.
A Corigliano si penserà a dar vita ad
un nuovo progetto politico che, si legge
in una nota, “guardi unicamente alle
persone, ai loro diritti, ai loro problemi
perché è ora di dire basta alla partitocrazia asfissiante e malata che ha corroborato anche il tessuto cittadino coriglia-
“Si tratta, anche se di un
primo approccio, di un passaggio importante in tema
d'ambiente che deve portare
la città nella direzione di diventare “virtuosa”in termini
di smaltimento dei rifiuti. Il
tema della raccolta differenziata – spiegano – è stato affrontato più volte dal nostro
movimento anche nel corso
di un incontro avuto con la
commissione presieduta da
Rosalba Scialla. Nel corso del
suddetto incontro avevamo
evidenziato la necessità di avviare un percorso di programmazione atto a valorizzare l'ambiente ma prima ancora salvaguardarlo”.
Liberi Ausoni ricorda come per anni i cittadini abbiano pagato “bollette salatissime”, e continuano a farlo, per
fruire del servizio di raccolta
dei rifiuti solidi urbani e per
la differenziata, “mai effettivamente partita”.
“E’ indubbio, però, che la
città di Corigliano necessita,
per facilitare lo smaltimento
e il riciclaggio dei rifiuti, di
avviare un percorso a lungo
raggio”.
Ma è indispensabile e necessaria, a loro dire, una
campagna di sensibilizzazione per avviare una vera e propria ““istruzione alla raccolta differenziata”, per poter
avviare, successivamente,
cosiddetta raccolta “porta a
porta”.
l. l.
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38 Cosenza
Giovedì 15 marzo 2012
Appello alla politica a evitare la chiusura dell’importante clinica privata
L’INTERVENTO
«Sono ritardi dolosi»
Una Vibo
che non c’è più
Francesco Stinà (La destra) sulla Villa dei Gerani
di GIANLUCA PRESTIA
CONTINUA a tenere banco la
delicata vicenda della Villa
dei gerani, la clinica provata
che rischia la chiusura in
quanto non ha ricevuto il pagamento delle prestazioni da
parte dell’Asp. Si tratta di una
cifra rilevante: poco più di
cinque milioni di euro. Già in
precedenza, dopo la protesta
della dirigenza della struttura sanitaria privata, erano intervenuti organizzazioni sindacali e consiglieri comunali
che si erano appellati ai vertici aziendali e avevano investito del problema anche i sindaci del territorio.
L’ultimo intervento in ordine di tempo è quello di Francesco Stinà, segretario provinciale della Federazione “La
Destra” che senza troppi giri
di parole parla di «caso eclatante» e di «dolosi ritardi». La
clinica ha, di fatto, dovuto sospendere l’attività di Ostetricia e Ginecologia ponendo in
cassa integrazione circa dieci
dipendenti oltre ad avere interrotto i rapporti con almeno
altrettanti
professionisti,
pur continuando a svolgere
in modo eccellente attività di
chirurgia, oculistica, Risonanza Magnetica e tutta la
diagnostica perimmagini. Vi
è, purtroppo, una impasse nei
pagamenti determinata da
molteplici cause, alcune delle
quali sono, secondo Stinà, da
ricercare «nelle strumentali e
temerarie opposizioni, da
parte dell’Asp, ai decreti ingiuntivi emessi dalla struttura che bloccano crediti per rilevanti importi; altra causa è
determinata da incomprensibili dubbi interpretativi in relazione alla efficacia o meno di
delibere dell’Asp che comportano il congelamento di corrispettivi riferiti a prestazioni
rese, oltre ai biblici ritardi con
cui vengono effettuati i controlli essenziali al pagamento
dei saldi delle stesse prestazioni. Se non fosse per la vigorosità e solidità della struttura sanitaria si sarebbe assistito ad un tracollo di un’ennesi-
La clinica privata Villa dei Gerani e Franco Stinà (La Destra)
ma iniziativa economica, valido supporto ad un importante
servizio pubblico, che questo
martoriato territorio vibonese non può permettersi».
A questo punto Stinà si
chiede i motivo di questi «eclatanti dolosi ritardi negli
adempimenti», aggiungendo di non credere che la causa
sia l’indolenza, abulia e/o incapacità nel valutare la necessità di riconoscere il diritto
all’ottenimento aicorrispettivi nelleforme edelle condizioni contrattuali pattuite. «Noi aggiunge - desideriamo farci
interpreti del disagio che si
avverte all’interno delle famiglie del personale dipendente
chegravita intornoa Villadei
Gerani, dei Professionisti a
cui siamo vicini e a cui vogliamo esternare la nostra solidarietà invitando quanti svolgono ruoli istituzionali a
prendere posizione in relazione alla vicenda che non è solo
Villa dei Gerani ma è un servizio pubblico essenziale che
non può essere lasciato allo
sbando e che tra l’altro pregiudica una importante base
occupazione verso la quale
non si può rimanere indifferenti».
A officiare la santa messa il vescovo Luigi Renzo
Celebrato nel Duomo di S. Leoluca
il precetto pasquale interforze
Un plauso, inoltre, l’esponente di La Destra, l’ha indirizzato all’iniziativa del consigliere del Pdl Maddalena che
ha inteso presentare un ordine del giorno all’attenzione
del civico consesso di Vibo Valentia con il quale impegna il
sindaco e l'intera giunta ad attivare tutte quelle opportune
e necessarie iniziative atte a
scongiurare il pericolo che
l'importante presidio sanitario vibonese possa subire ulteriori penalizzazioni, ostacolandone l'attività e compromettendo gli attuali livelli occupazionali e dei servizi offerti. «Occorre, dunque, fermare
o quantomeno limitare gli ingenti danniche stasubendo il
territorio a cagione della non
oculata attività programmatoria del settore, della abulia,
che appare larvata forma di
“strafottenza” anche politica
verso una problematicità che
sembra non appartenere a
nessuno; tanto è grande ed
estesa che sta imbrigliando
negativamente tutto il settore
sanitario vibonese, incidendo, negativamente a livello
esponenziale, anche sull’unica strutturasanitaria privata
esistente, obbligando tutti gli
addetti ai lavori (pubblici e
privati) a navigare a vista senza cognizione dell’orizzonte».
L’auspicio di Stinà, è che, a
questo punto, la Politica locale si attivi in maniera incisiva
nel porre in essere azioni tendenti a scongiurare «la malaugurata ipotesi che malcelati e pretestuosi ritardi, che
dubbi ed incertezze interpretative possano pregiudicare
diritti fondamentali e personalissimi dei cittadini e dei lavoratori».
QUEL nome di origine latina, che leggevo transitando
col treno alla stazione della
frazioneMarina, miaffascinava. Destino volle che ne
divenissi cittadino, di Vibo
Valentia, per l'appunto.
Erano gli anni Sessanta e
passa. Anni di fervore culturale, delle interessantissime manifestazioni dell'Agosto vibonese, dei teatri all'aperto, dei concorsi di Miss
Italia, delle attrazioni artistico-culturali, dei film d'essai, dei circoli ricreativoculturali, delle conferenze e
serate al Cine club, delle vivaci conversazioni salottiere nelle farmacie di Libero
Buccarelli e dei fratelli David sul corso Umberto I, degli edifici scolastici rispettati e non scarabocchiati.
Era la Vibo che, dopo le
fieree imercatisettimanali,
tornava ad essere pulita dai
netturbini con scope, palette e bidoni. Era una città ordinata, gentile, cortese, accogliente: era il giardino su
quel mare azzurro e dalle
arenose spiagge bianche. I
tratti di quell'epoca da
Amarcord felliniana non
troverebbero posto nella
contrastante realtà socioambientale attuale in cui ci
siamo (o ci hanno?) ridotti.
Ripercorrendola oggi troviamo le attuali vie con metalliche fioriere traboccanti
di variopinti sacchetti di indifferenziati rifiuti, addossati persino ad edifici scolastici (scuola De Amicis, Liceo “Morelli”).
Percorrere le strade cittadine in auto è come andare
in alcuni supermercati: qui
paghi uno e ne prendi due,
là eviti una buca e ne prendi
due. Non puoi evitarne alcuna al Cancello Rosso e in via
Cocari, ove spesso tornano a
trasformarsi in pozzanghere e groviere, specialmente
in via Cocari con 50 buche in
meno di venti metri. Andare
al cimitero è un rischio per
quel tratto franato che pare
ammonire: «Fratello, ricor-
Presentata la XVII giornata della Memoria in programma a Serra San Bruno il 21 marzo
Libera ricorda le vittime della mafia
di FRANCESCO IANNELLO
Rappresentanti delle forze dell’ordine presenti alla messa e il vescovo Renzo
IERI mattina, in occasione
delle imminenti festività pasquali numerosi appartenenti alle forze dell'ordine
della provincia, con in testa i
rispettivi comandanti provinciali, hanno partecipato
alla tradizionale celebrazione eucaristica in preparazione della Pasqua, officiata dal
vescovo Luigi Renzo. Per l'occasione, oltre all'Ordinario
militare, erano presenti tra
glialtriil sindacoNicolaD'Agostino, il presidente della
Provincia Francesco De Nisi,
l'ex senatore Antonino Murmura e il vice prefetto vicario
Maria Stefania Caracciolo, in
rappresentanza del prefetto
Michele Di Bari. La funzione
religiosa, nel duomo di San
Leoluca, ha rappresentato
un importante momento di
meditazione per tutte le istituzioni presenti sul territorio. Nell’omelia il vescovo ha
sottolineato, tra l'altro, l'importanza della riflessione interiore, dell'apertura a Dio e
della carità “spirituale”, che è
poi il modo corretto di rapportarsi con il prossimo, che
deve contraddistinguere l'operato di tutti, cittadini, forze dell'ordine ed esponenti
istituzionali e religiosi.
f. p.
dati che devi morire». Il cimitero, peraltro, è vicino.
Anche qui, nella nuova città
dei morti, le stradine sono
prive di pavimentazione.
Altre strade sembrano ormai abitualmente utilizzate
a veri “cessi per cani” nelle
quotidiane passeggiate al
guinzaglio. Un avviso ai pedoni: «Cave canis excrementa». Di sera, è bene munirsi di torce elettriche, data
la ridotta illuminazione per
la soppressione degli appositi pali con lampioni (ben
cinque segati nella sola via
Mons. O. Brindisi). La disciplina del traffico automobilistico è affidata al buon senso e alla pazienza degli automobilisti. Vigili urbani presenti nei punti nevralgici?
Non ce ne sono più, nè ci sono i pazienti ausiliari del
traffico. Ora c'è la Polizia
municipale, che non vedi,
ma passa improvvisamente
e ti lascia un segno del suo
passaggio: unverde biglietto da visita sul parabrezza
dell'auto, posteggiata entro
le strisce bianche, ma in zona pedonale (come a piazza
Municipio): sei contravvenzionato e devi pagare, nessuna grazia. Come dire, non
dispiacerti, in un periodo di
profonda crisi economica
devi contribuire a battere
cassa, pur pagando già al
Comune l'addizionale Irpef,
anche alla Regione, con il
decretato aumento.
Questi e tanti altri aspetti
caratterizzano le attuali
condizioni fisico-ambientali, civiche, morali e socioculturali che mettono a nudo uno stato di decadenza
che va deturpando una Città, quale Hipponion-Vibona-Monteleone-Vibo Valentia, ricca di trimillennaria
storia di memorabili eventi
umani e di civiltà.
Quella città, la Vibo Valentia educata, civile, gentile, pulita e ridente giardino
sul mare, c'era una volta.
Antonio Roberto
Carrabba
CAMMINARE insieme per
ricordare, per condividere
un momento di fratellanza,
di dolore e nello stesso tempo
di gioia. È difficile entrare
nella testa e nel cuore delle
tante persone che ancora oggi, magari a distanza di tanti, troppi anni, ricordano i
propri cari uccisi dalla criminalità organizzata.
Vite spezzate che coinvolgono giovani e meno giovani, uomini e donne che hanno avuto la sfortuna di essersi battuti contro le mafie,
contro un sistema di potere
che sovente opprime il tessuto sociale di un determinato
territorio fino a farlo divenire un'entità asfittica nella
quale il sentimento che pervade talora è solamente quello della paura e dell'impotenza. Combattere e gridare a
voce alta i valori della legalità, della dignità, della giustizia sociale, della corresponsabilità e il rispetto della costituzione e dei diritti delle
persone.
Sono questi i riferimenti
che l'associazione “Libera,
nomi e numeri contro le mafie” vuole mettere in campo
nella diciassettesima Giornata della Memoria e dell'impegno in ricordo delle vitti-
Barbara Vinci, Bruo Rosi, mons Giuseppe Fiorillo e Matteo Luzza
me delle mafie. Nel corso di
una conferenza stampa tenutasi presso la sala del Duomo di San Leo Luca di Vibo
Valentia, l'associazione ha
avuto modo di illustrare e di
comunicare lo svolgimento
di questa giornata. L'evento
si terrà mercoledì 21 marzo a
Serra San Bruno.
È dal 1996 che ogni 21
marzo (primo giorno di primavera) si celebra la Giornata della Memoria per ricordare le vittime innocenti di
tutte le mafie. Ad introdurre
l'evento Monsignor Giuseppe Fiorillo, coordinatore
provinciale di Libera, Mat-
teo Luzza e Barbara Vinci
(entrambi hanno perso dei
propri cari per opera della
criminalità organizzata),
presente, inoltre, anche il
sindaco di Serra San Bruno,
Bruno Rosi.
Comune denominatore
che unisce il pensiero dei
presenti è il ricordare i propri cari, è il concetto di memoria che va ribadito perché, come ha affermato Matteo Luzza, «se non ricordiamo i nostri cari e che come se
li uccidessimo una seconda
volta». Matteo Luzza ha perso suo fratello il 15 gennaio
del 1994 e i resti del suo cor-
po furono ritrovati proprio il
21 marzo.
Barbara Vinci, invece, era
appena una bambina quando il 14 aprile 1980 suo padre
fu assassinato nella gioielleria dello zio a Serra San Bruno. E la cittadina serrese è
stata scelta quest'anno da Libera per trasmettere un messaggio di positività ad una
comunità da tempo oggetto
della faida dei boschi o da
tempo protagonista di delitti
efferati come quello del giovane Pasquale Andreacchi.
Ed è proprio nel ricordo di
quest'ultimo e di tutte le 900
vittime delle mafie che il 21
marzo si ritroveranno in
tantissimi a Serra per dar vita ad un corteo di preghiera,
ad una celebrazione che avrà
il suo culmine nella lettura
dei nomi delle vittime innocenti. Tanti i giovani provenienti dalle scuole di Vibo,
Tropea e Serra e dal mondo
dello scoutismo che leggeranno dei temi e delle frasi da
loro svolti. Dunque, non casuale la data del 21 marzo
simbolo di una nuova stagione , di una rinascita culturale e sociale, luogo d'incontro
per sprigionare la forza di
volontà dei familiari delle
vittime e per lanciare e per
promuovere un messaggio e
un'azione di pace.
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22 Vibo
dal POLLINO
alloSTRETTO
Scopelliti interrogato per 2 ore
GIOVEDÌ 15 marzo 2012 PAGINA 5
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Il governatore davanti al pm si è difeso dall’accusa di tentato abuso d’ufficio
CATANZARO «Ho rappresentato in maniera lineare al sostituto procuratore la scelta fatta. Si tratta di atti che non hanno prodotto alcun effetto, perché revocati nel mese di luglio 2011. È stata chiara la condotta
tenuta. Atti deliberativi che non hanno avuto continuità nel tempo, anche
sulla scorta delle indicazioni fornite
dal “Tavolo Massicci”». Poche parole, ma significative, quelle riferite alla stampa dal presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti al termine dell’interrogatorio in Procura
durato due ore. Le stesse, non nella
forma ma nei contenuti, che aveva
pronunciato il 16 febbraio scorso
quando sul suo tavolo gli arrivò l’avviso di garanzia, che rese noto con un
comunicato stampa. Il governatore,
arrivato negli uffici giudiziari del capoluogo alle 15, dopo aver partecipato a una trasmissione televisiva, ha
portato con sé una serie di documenti e ha risposto, assistito dai sui legali Nico D’Ascola e Aldo Labate del foro di Reggio Calabria, alle domande
del sostituto procuratore Gerardo
Dominijanni, titolare
del fascicolo, relative
«Al procuratore
agli atti rispetto ai
ho rappresentato
quali il governatore è
indagato per tentato
in maniera
abuso d’ufficio in
chiara
qualità di commissala scelta fatta»
rio ad acta per l’attuazione del Piano di
rientro della Sanità. Si è difeso da tutte le accuse, fornendo la sua versione
dei fatti. L’inchiesta, in particolare,
riguarda alcuni provvedimenti che
sarebbero stati assunti, secondo la
Procura, senza il preventivo parere
del Tavolo Massicci.
Al commissario ad acta per l’attuazione del Piano di rientro in Sanità,
vengono contestati la stipula del “Patto di Legislatura”, firmato il 10 agosto
del 2010 e poi rivisto il primo giugno
Sopra l’arrivo del governatore Giuseppe Scopelliti in Procura; in alto a destra
il pm Gerardo Dominijanni pochi istanti prima dell’interrogatorio al presidente
del 2011 tra la Regione e l’Aiop. L’accordo era finalizzato a mantenere i
volumi di fatturato delle cliniche private nell’arco di cinque anni a fronte
del taglio immediato dei posti letto.
Con lo stesso accordo, l’Aiop si impegnava ad investire nelle alte specialità per ridurre la migrazione sanitaria, che costa alla Regione circa
238milioni di euro. La conseguenza?
Per il sostituto procuratore Dominijanni, questo accordo non avrebbe
consentito alla Regione di ottenere le
premialità previste dal Fondo Sani-
tario. A quanto pare, però, questo protocollo sarebbe stato sospeso e revocato il 22 luglio del 2011, otto mesi fa, con
un decreto del commissario Scopelliti,
perché a detta del Tavolo Massicci non
era corretta la procedura: le relative
competenze dell’iter spettavano all’ufficio del commissario e non alla giunta. Gli altri due atti contestati dall’ufficio di Procura fanno riferimento alla
delibera di giunta relativa al rinnovo
del protocollo d’intesa tra Regione Calabria e Università Magna Grecia e all’approvazione con delibera di giunta
del regolamento attuativo contenente i
requisiti minimi per l’autorizzazione al
funzionamento, le procedure per l’accreditamento dei centri socio riabilitativi per disabili e la riconversione dei
servizi Siad, relativi alla Fondazione
Betania onlus.
Provvedimenti assunti, secondo le
tesi della pubblica accusa, senza preventivo parere del Tavolo Massicci. Per
la convenzione con l’università Magna
Grecia, risultano inoltre indagati il direttore generale del dipartimento Salute Antonino Orlando e per la delibera
relativa alla Fondazione Betania l’assessore al Lavoro Francescantonio Stillitani insieme ad una dirigente del dipartimento. Due settimane fa, il primo
marzo, era stato interrogato dal sostituto procuratore Dominijanni il dirigente Antonio Orlando, accusato, anche lui, di tentato abuso di ufficio in
concorso. Ma Orlando aveva scelto il
silenzio, si era avvalso della facoltà di
non rispondere.
GABRIELLA PASSARIELLO
[email protected]
processo why not
rante, principale teste d’accusa ed imputata
nel processo per una presunta violazione delle norme sul lavoro.
Ma lei non si è presentata e l’accusa ha
chiesto l’acquisizione dei verbali delle sue dichiarazioni. Richiesta accolta dal collegio,
presidente Antonio Battaglia a latere Adriavizi relativi al censimento del patrimonio im- na Pezzo e Giovanna Mastroianni ma con
mobiliare dell’ente e per la verifica dei biso- l’opposizione dei difensori di alcuni imputagni formativi dei dirigenti a società esterne, ti alla loro utilizzabilità per la parte riguarha riferito che «le pratiche erano curate dai dante i loro assistiti. L’udienza è stata aggiorfunzionari degli assessorati e che la Giunta, nata al prossimo 28 marzo, giorno in cui vervotando le delibere, aveva compiuto un atto ranno chiamati i testimoni a discarico.
L’indagine, avviata nel
di indirizzo.
2006 dall’allora sostituto
Io prima della seduta di
Così risponde
procuratore
della Repubbligiunta non ne ero a conol’ex assessore
ca di Catanzaro Luigi De Mascenza perché mi occupavo
gistris, oggi sindaco di Napoal Personale
di altri settori. E poi sulle
li,avocata e affidata alla Proesternalizzazioni, a me intealle
domande
cura generale di Catanzaro,
ressava il risultato, so che
del
procuratore
riguardava un presunto covenne costituita una task formitato d’affari politico - afface,ma non me ne occupavo
ristico che avrebbe illecitapersonalmente. Io ai dirigenti davo piena autonomia nei limiti della legge, dell’esternaliz- mente gestito sia i soldi destinati allo svilupzazione della Bifor e dell’Infor per via diret- po della Calabria che i progetti finanziati dalta alla Brutium, lo seppi tempo dopo». Atte- la Regione.
g. p.
so per ieri l’interrogatorio di Caterina Me-
Morrone: raccomandazioni?
Sono contrario a queste cose
Il tribunale di Catanzaro
CATANZARO «Non ho mai raccomandato nessuno. I candidati venivano da me
per cercare lavoro, ma io mi limitavo a dire
loro di compilare la domanda perché va
avanti il merito. Io non li conoscevo, non sapevo quale fosse il loro grado di preparazione. In un’azienda i lavoratori devono essere
utili, sono sempre stato contrario a queste
cose». L’ex assessore regionale al Personale
nella giunta di centrosinistra e attuale consigliere Ennio Morrone, ieri, a Palazzo Ferlaino, ha risposto alle domande del sostituto
procuratore Massimo Lia nell’ambito del
processo Why not su presunti illeciti nella
gestione dei fondi pubblici.
Ha negato di avere mai raccomandato lavoratori assunti dalle società esterne per lo
svolgimento degli incarichi. Morrone, imputato per abuso di ufficio rispetto all’affidamento da parte della Regione di alcuni ser-
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Sequestrati 262 chili di coca
La droga era in due container arrivati al porto di Gioia dall’America latina
GIOIA TAURO (RC)
Come un’efficientissima “società di
servizi”, la holding criminale che gestisce il traffico di cocaina attraverso
le banchine del porto di Gioia Tauro,
continua a fare entrare sul territorio
italiano la droga in arrivo dal Centro
e Sud America. Questa volta sono
262 i chilogrammi di stupefacente individuati e posti sotto sequestro dagli
uomini del Goa di Reggio Calabria e
Gioia e dai loro colleghi dell’ufficio
delle dogane. Una quantità notevole
di droga che va ad aggiungersi alla
montagna di polvere bianca che transita, ormai da anni, in questo pezzo di
Calabria prima di essere suddivisa tra
i vari gruppi di narcotrafficanti che
curano tutte le fasi della paradossale
“filiera” che fa della Piana uno degli
ingressi privilegiati della coca sul
mercato del Vecchio continente.
La droga scovata dagli inquirenti,
questa volta, viaggiava su due distinti container provenienti dal porto peruviano di Paita e da quello, un po’
più a nord di Mazatlan, in Messico.
Ad insospettire gli agenti delle fiamme gialle una serie di “stranezze” rinvenute sui piombi posti a sigillare gli
stessi container che non rispondevano ai canoni. Dopo un’accurata ispezione infatti – ispezioni che general-
UN MARE DI DROGA Uno dei 219 panetti di cocaina sequestrati nello scalo di Gioia Tauro
mente si avvalgono anche di sofisticati macchinari scanner in grado di individuare le anomalie contenute all’interno dei Teus – i militari hanno
rivenuto cinque borsoni carichi di 219
panetti ripieni di neve. Una goccia nel
mare di coca che gli inquirenti valutano passare attraverso le griglie dello scalo gioiese, ma che, una volta ac-
curatamente tagliata (anche tre o
quattro volte rispetto alla polvere originaria) con altre sostanze chimiche,
avrebbe fruttato ai vari compratori
della partita, una somma che si aggira attorno ai cinquanta milioni di euro.
Un meccanismo ben collaudato
quello utilizzato dai narcotrafficanti;
un meccanismo che segue quasi sempre lo stesso copione e che riesce ad
agire grazie ad una struttura “orizzontale” in grado di assicurare una
testa di ponte nei porti latino americani di partenza, dove appartenenti al
giro si occupano di ricevere i carichi
direttamente dai narcos, prima di individuare i container ritenuti più si-
curi e caricarli con gli ormai consueti borsoni di tela nera. Gli stessi uomini poi segnalano il numero identificativo dei container ai loro referenti in
Calabria che, una volta che le gigantesche navi transoceaniche hanno ormeggiato sulle banchine gioiesi, si
preoccupano di recuperare il carico
e farlo uscire indenne dal porto evitando i serrati controlli delle forze
dell’ordine.
Numerose ormai sono le operazioni condotte dalla guardia di finanza e
dalla agenzia delle dogane coordinati dalla Distrettuale antimafia di Reggio Calabria, che riguardano il sequestro di sostanze stupefacenti. Così come numerosi sono i casi di portuali
“infedeli” che dopo avere individuato il container “ripieno”, si preoccupano di recuperarlo.
Dietro il forsennato giro del narcotraffico in salsa gioiese, la longa manus del crimine organizzato, la cui capacità di attirare gli affari dei broker
della coca è stata messa in luce da numerosissime operazioni dell’antimafia che ha individuato le famiglie più
importanti del comprensorio (come i
Pesce di Rosarno, tirati in ballo anche
da alcuni collaboratori di giustizia)
come parte di questo paradossale
commercio trans nazionale.
vimp
operazione “lancio”
Attesi oggi davanti ai giudici
i fiancheggiatori di Condello
REGGIO CALABRIA Inizierà oggi l’udienza di convalida
dei fermi eseguiti martedì nell’ambito dell’operazione “Lancio”. Le 17 persone fermate dai
carabinieri dovranno risponSi dovrà
dere, a vario tidecidere
tolo, di associase convalidare
zione mafiosa,
favoreggiameni fermi
to aggravato e
ai 17 indagati
intestazione fittizia di beni. Dopo aver risposto alle domande
dei gip (saranno addirittura forse quattro i giudici che sentiranno gli indagati), gli stessi decideranno se convalidare il provvedimento emesso dalla Dda e
quindi emettere la contestuale
ordinanza di custodia cautelare
in carcere. Sta di fatto che, solo
nella giornata di oggi, o al massimo domani, si capirà se sussistono gli elementi posti a fondamento del fermo.
Ed intanto emergono nuovi
ed interessanti particolari riguardanti la struttura criminale
che ha consentito al latitante
Domenico Condello di godere di
una rete di fiancheggiatori molto valida. Secondo quanto scritto dai sostituti Giuseppe Lombardo e Rocco Cosentino, infatti, ci sono delle novità rispetto al
passato nel modus operandi
scelto dalla cosca Condello per
dare a Micu u pacciu la dovuta
assistenza. Innanzitutto l’attività connessa a favorire la latitanza del boss ha consentito anche
il mantenimento dell’integrità
operativa della struttura mafiosa. Secondo i magistrati, dunque, l’attività di copertura riferibile alla cellula criminale formata dai favoreggiatori non si è
limitata ad una semplice attività
di assistenza nei confronti del latitante, ma è divenuta anche
strumento per mantenere la
compattezza originaria del sodalizio. «Si assiste, nel caso di specie – scrivono i magistrati nel
provvedimento di fermo – ad
una evoluzione dell’ordinaria
gestione del supporto logistico
che l’organizzazione di tipo mafioso fornisce al latitante, che riveste un ruolo di vertice della
specifica articolazione territoriale della ’ndrangheta calabrese:
non si corre più il rischio di destinare un numero indeterminato di appartenenti all’organizza-
BOSS Domenico Condello
zione di tipo mafioso, che ha ben
più articolati settori da amministrare, ad un servizio stabilmente affidato alla cerchia dei familiari del latitante; si crea, sfruttando i prossimi congiunti di
questi, un apparato finalizzato
alla consumazione di una serie
indeterminata di delitti tutti teleologicamente orientati a gesti-
re la lunga latitanza del soggetto di vertice». Da una parte,
dunque, si supera la ritrosia del
latitante a fidarsi di soggetti a lui
non legati da vincoli di parentela, dall’altra la cosca viene sgravata da un compito molto delicato, che viene svolto da soggetti che, pur non facendo parte
dell’associazione, rientrano per
ragioni affettive nella cerchia dei
soggetti di fiducia di Condello.
Ed allora che si fa? Si individua
un soggetto cerniera, in questo
caso rappresentato da Bruno Tegano, a cui viene affidato il compito di interfacciare l’organizzazione mafiosa con la struttura
che di fatto gestisce poi la latitanza del soggetto di vertice. È
lui, così, l’unico a rischiare davvero di essere catturato dagli inquirenti, preservando il boss che
deve restare intoccabile ed introvabile.
CONSOLATO MINNITI
[email protected]
dalla prima
Però si scioglie un Comune per “prevenire” che un amministratore possa commettere un reato. Insomma, tu non sei malato,
ma c’è il pericolo che un giorno possa diventare contagioso e io ti metto subito in quarantena. E questo significa non solo che lo
scioglimento dell’amministrazione Reggio
di Nicotera è avvenuto per capriccio di potere e per motivi politici – affermazione di
cui mi assumo la responsabilità –, ma che
qualsiasi amministrazione, qualsiasi consigliere comunale, qualsiasi sindaco di una
cittadina calabrese, domani potrà essere accusato di collusioni mafiose, per «prevenire» che poi accada davvero. È un’aberrazione giuridica. È una grave involuzione
della democrazia. E riguarda tutti noi cittadini. Tutti.
Viene spontaneo adesso fare un parago-
NICOTERA, COMUNE SCIOLTO PER MAFIA
SENZA NESSUNA PROVA
ne con la richiesta del procuratore generale Iacoviello e la sentenza della quinta sezione penale della Cassazione che ha invece
annullato la sentenza d'appello con cui i giudici palermitani avevano condannato a sette anni il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Iacoviello ha detto che il
concorso esterno «è diventato un reato autonomo in cui nessuno crede. Io ne faccio
una questione non a favore dell'imputato,
ma a favore del diritto». E ancora, ha detto
Iacoviello che descrivere il senatore siciliano come il «referente o il terminale politico
della mafia», non significa nulla: «Non si
fanno così i processi, si devono descrivere i
fatti in concreto». I fatti, appunto. Quelli
che, a esempio, non sono mai stati contestati al sindaco di Nicotera. Lo scandalo sta nel
fatto che siamo costretti a valutare queste
considerazioni come coraggiose, invece che
banali affermazioni del diritto.
Il concorso esterno per associazione mafiosa sembra ora ripercorrere la parabola
del concorso morale nelle associazioni sovversive e nelle bande armate degli anni Settanta. Una mostruosità giuridica che dopo
secoli di condanne fu smantellato per primo
in Cassazione da Corrado Carnevale; e forse non è casuale che in questi giorni ci sia
stato un attacco “preventivo” contro il presidente della quinta sezione che doveva giudicare Dell’Utri, reo di essere amico di Carnevale.
Sono decine i consigli comunali sciolti in
Calabria, quanti reggerebbero all’esame di
Iacoviello e della quinta sezione di Cassazione oggi?
Intanto, però, il ministro degli scioglimenti, Maroni, risponde alle accuse di corruzione e mazzette – che non è mafiosità,
questa? – contro il presidente del consiglio
regionale lombardo, Boni, che «la Lega non
si tocca». Già ma chi avrebbe mai potuto
dire una cosa simile in Calabria, quale uomo politico, quale movimento politico?
Lanfranco Caminiti
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caos rifiuti
GIOIA TAURO (RC) Un altro
camion che torna indietro, un altro
“schiaffo” ad un sistema rifiuti calabrese già di per sé in perenne sofferenza. Continua a creare grossi
disagi, il blocco permanente messo in atto da venerdì scorso al termovalorizzatore di Gioia Tauro dai
dipendenti di “Piana Ambiente”,
che da diverse settimane non effettuano più la raccolta dei rifiuti
per protestare contro il mancato
pagamento di tre stipendi. Verso
le 16 di ieri, appunto, i momenti di
maggiore tensione, quando un
grosso mezzo arrivato da Lamezia
per conferire è stato bloccato all’ingresso dai lavoratori. Dopo appena
qualche istante, l’autista ha deciso
quindi di rinunciare e di tornarsene indietro. Ma la tensione è rimasta alta ancora a lungo, con gli uomini del commissariato di polizia
di Gioia Tauro impegnati in una
difficile opera di mediazione. Un
andazzo che va avanti ormai da di-
CATANZARO
Tre ore di camera di consiglio e poi il verdetto pronunciato dal gup del Tribunale di
Catanzaro Abigail Mellace.
Vent’anni ciascuno per Alberto Sia, 26 anni, di Soverato, avvisato orale di pubblica sicurezza e figlio di Vittorio Sia, 51
anni, il presunto boss ucciso in
un agguato il 22 aprile scorso,
e per Patrik Vitale, 26 anni, di
Satriano. Assolto invece Giovanni Catrambone, 22 anni, di
Montepaone. Così come aveva
chiesto l’avvocato Giovanni
Caridi. Secondo il legale non
esistevano indizi gravi, precisi
e concordanti per mettere dietro le sbarre il 22enne. Per lui
cadono i reati associativi e
quello di furto dello scooter
utilizzato poi per il delitto. Pene di gran lunga inferiori rispetto a quelle chieste dal pm
Vincenzo Capomolla che al
termine della requisitoria aveva invocato il carcere a vita per
Vitale e Sia e 20 anni per Catrambone accusati di concorso
nel duplice omicidio dei fratelli gemelli 45enni Vito e Nicola
Grattà, avvenuto l’11 giugno
del 2010 a Gagliato nel Catanzarese. I tre imputati con rito
Bloccato un altro camion a Gioia
Protesta dei lavoratori di “Piana Ambiente”, momenti di tensione ieri pomeriggio
BLOCCO PERMANENTE I lavoratori sono senza stipendio da 3 mesi
versi giorni, tanto che di camion a
Gioia non ne arrivano neppure più.
I rifiuti del Reggino, ma anche del
Vibonese, vanno così a gravare sul-
la discarica di Pianopoli, con file
interminabili e soprattutto con poche possibilità che il sistema possa
reggere ancora per molto. Il tutto
per una vertenza locale che da mesi si trascina stancamente senza segnare il minimo progresso. Mentre
la mista Piana Ambiente, controllata per il 51% dai Comuni del territorio, si appresta a chiudere i battenti per lasciare spazio ad un nuovo consorzio, i dipendenti attendono ancora il pagamento degli stipendi. Oltre a vantare ingenti crediti arretrati dai Comuni, la società
lamenta oggi una crisi di liquidità
dovuta ad un contenzioso con privati. Per non incorrere nel pignoramento verso terzi, i Comuni non
stanno versando più un euro alla
società. Di qui anche la prospettiva di un pagamento straordinario
degli stipendi da parte dei Comuni ma con una formula che sia in
grado appunto di evitare il pignoramento. Ma dopo l’assistenza le-
gale fornita in tal senso dalla Provincia, i pagamenti ancora non arrivano. Nel frattempo, alcuni Comuni hanno deciso in via straordinaria di affidarsi ad altri soggetti
per raccogliere i rifiuti, mentre il
Comune di Gioia Tauro ha deciso
di fare addirittura da solo. Risultato: l’emergenza continua, con le
strade invase da tonnellate di rifiuti in diversi centri del comprensorio. Intanto i lavoratori
continuano a protestare, attendendo proprio quei sindaci che
da giorni non si fanno neppure
vedere. Insomma, una vertenza
complicatissima, dove la colpa,
come sempre, è di tutti e di nessuno. A sbloccare la situazione
non ci è riuscito neppure il commissario all’emergenza Speranza, che nei giorni scorsi ha intimato ai Comuni di pagare, né
l’ultimo vertice in Prefettura. Ed
il blocco, intanto, continua.
Francesco Russo
Omicidio Grattà
Due condanne
e un’assoluzione
Pene inferiori a quelle chieste dal pm:
20 anni per Sia e Vitale, libero Catrambone
abbreviato sono stati condotti
in carcere dai carabinieri il 2
luglio dell’anno scorso, in esecuzione di un provvedimento
di fermo emesso dalla Procura distrettuale antimafia, poi
convalidato dal giudice per le
indagini preliminari distrettuale di Catanzaro, Emma
Sonni. I tre giovani, assieme ai
quali è stato indagato anche
un minorenne, secondo la tesi dell’accusa, avrebbero partecipato alla ideazione e all’esecuzione dell’omicidio dei Grattà, maturato nell’ambito di
una faida tra cosche per il con-
trollo del Soveratese. Una delle vittime di questa guerra è
stato proprio Vittorio Sia, padre di Alberto, ed ora quest’ultimo insieme a Vitale e Catrambone è sospettato di aver
rubato lo scooter utilizzato per
l’agguato di chiaro stampo
mafioso in cui sono stati freddati i due Grattà. L’accusa per
i tre è di concorso in omicidio,
furto aggravato, lesioni e porto abusivo di arma da fuoco.
Le intercettazioni e i riscontri
investigativi hanno permesso
ai carabinieri di verificare che
i tre giovani avrebbero rubato
lo scooter, dopo il duplice omicidio, rinvenuto bruciato in località Pietà di Petrizzi, non distante dal luogo dell’agguato
in una zona che sarebbe sotto
il controllo proprio di Sia e degli altri due fermati. Qui i militari hanno trovato anche una
pistola 9x19 con quattro colpi
nel caricatore,bruciata, compatibile con quella utilizzata
per l’agguato. Come risultato
dalle intercettazioni, Sia
avrebbe voluto vendicare a
tutti i costi l’omicidio del padre, il boss Vittorio Sia, e per
questo avrebbe organizzato
CONDANNATI Alberto Sia e Patrick Vitale
con i due suoi amici i preparativi per l’uccisione dei gemelli
Grattà. Proprio per questo il
ragazzo avrebbe avuto contatti con esponenti della’ndrangheta dell’area del basso Jonio
Catanzarese. Sia e Vitale parlarono della vendetta a bordo di
un’auto. Il figlio del boss, in
particolare, sosteneva che
«devo passare da là incappucciato e farlo fringuli fringuli».
E ancora: «Lo devo lasciare
freddo... freddo, a quella serranda lo devo lasciare». L’azione criminosa sarebbe stata organizzata nei minimi partico-
lari, dalla scelta del motorino
da utilizzare, all’occultamento
del mezzo a due ruote e della
pistola. Secondo l’avvocato
Gregorio Viscomi non esistono elementi di prove che lo
scooter trovato fosse stato utilizzato dal suo assistito Vitale e
da Sia per il delitto. E se anche
il Vitale lo avesse rubato, non
ci sono prove che l’imputato lo
avesse usato per l’omicidio,
mentre Salvatore Staiano nella sua arringa si è battuto per
ottenere l’inutilizzabilità delle
intercettazioni.
Gabriella Passariello
il caso
Alessio, 13 anni di lotta e di attesa
per ottenere l’accompagnamento
ACQUAPPESA (CS) Una battaglia giudiziaria lunga ben 13 anni è quella che sta conducendo con la caparbietà che solo un padre può
avere, spinto dalla disperazione nel vedere il
proprio figlio - che oggi ha 24 anni - affetto sin
dalla nascita da un grave ritardo mentale. Una
battaglia combattuta affinché ad Alessio sia riconosciuta l’indennità di accompagnamento. disturbi, purtroppo, si sono aggravati ed ora
Il signor Giuseppe Sessa di Acquappesa si è ri- passa le sue giornate da solo su una sedia completamente assente, incapace
volto a Calabria Ora per cercadi reagire a qualsiasi stimolo.
re di rendere pubblico il suo diIl ragazzo soffre
Alessio ha bisogno dell’assisagio e di conseguenza sollecidi
disturbi
stenza continua di una persotare l’intervento delle istituziona che non può certo più esseni alla soluzione del suo proneurologici che
re soltanto il padre, o qualcuno
blema, ormai ingestibile.
si
aggravano
dei suoi fratelli, uno dei quali
Alessio soffre sin dalla nascicon il tempo
anch’egli ritardato mentale ma
ta di gravi problemi di tipo
non in modo così grave. «Ad
neurologico che comportano
Alessio è stata riconosciuta il
disturbi del comportamento. Ma nonostante
la disabilità Alessio, grazie all’aiuto della sua 75% di indennità, ma vedendo che le cose pegfamiglia, è riuscito anche a studiare e ad otte- gioravano col passare degli anni, tramite il mio
nere un diploma. Col passare degli anni i suoi legale di fiducia ho deciso di chiedere anche
te in mio possesso mi è stato risposto, che almeno mi sarebbe stato dato un assegno di mantenimento per Alessio. Manco quello ho visto».
Il signor Sessa rivolge quindi un accorato appello al presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti affinché «prenda a cuore la situazione di mio figlio e ci aiuti a sollecitare la ral’accompagnamento – ci spiega il papà di Ales- pida conclusione dell’iter burocratico per ottesio, Giuseppe Sessa –. Ma la causa legale sta nere, quantomeno, il sussidio economico che
andando avanti da 13 anni e fispetta di diritto a chi si trova
nora non ho ottenuto nulla.
nelle stesse condizioni di grave
Il padre
Ho provato anche a rivolgere
disabilità di mio figlio, come
Giuseppe
un appello al presidente della
prevede la legge. Lo stesso apRepubblica, ma senza risposta.
pello lo rivolgo al leader di Disi appella
Non posso più andare avanti
ritti civili, Franco Corbelli, di
al governatore
da solo ad assistere Alessio –
cui sono note le battaglie conaffinché lo aiuti
aggiunge desolato –. Sono soltro le ingiustizie. Non escludo
tanto io che provvedo ad ogni
la possibilità, in caso di ulteriosua necessità, anche fisica, vire silenzio, di rivolgermi a “Striscia la notizia”
sto che mio figlio non è autosufficiente. Non per rendere pubblico ed in modo ancora più
riesco a capire i motivi di tanto ritardo da par- eclatante il mio problema».
te delle istituzioni preposte visto che dalle carm. f. s.
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calabria rosso... faida
Delitto Ferraro, l’inchiesta
passerà alla Dda di Reggio
Gli inquirenti non nutrono dubbi: è un omicidio di mafia
VITTIMA
Nel fotino in basso Vincenzo
Ferraro, vittima della riesplosa faida
di Oppido Mamertina. Sopra: il
luogo dell’agguato
OPPIDO M. (RC) È quasi certo che
nei prossimi giorni le indagini sull’omicidio di Vincenzo Ferraro passino dalla
procura di Palmi alla Distrettuale antimafia di Reggio Calabria. E siccome appare ormai chiaro che il delitto avvenuto nella mattinata di martedì, a Oppido
Mamertina, sia collegato a quello di Domenico Bonarrigo, compiuto nello stesso centro della Piana di Gioia Tauro, anche quest’ultimo caso dovrebbe prendere la via che porta alla Procura reggina.
Queste le indiscrezioni filtrate nella giornata di ieri da ambienti investigativi.
Ipotesi che confermerebbe, quindi, la
matrice mafiosa dei due omicidi e, al
contempo, la riapertura della faida a Oppido dopo un quindicennio di calma apparente. Nella giornata di ieri, intanto,
sono continuate le indagini dei carabinieri della compagnia di Palmi, diretta
dal capitano Maurizio De Angelis e dal
comandante del Nucleo operativo, il tenente Mario Ricciardi, e dei colleghi della stazione di Oppido Mamertina, guidata dal maresciallo Ivan Marino. Oltre
alle perquisizioni di rito ai pregiudicati
della zona e agli interrogatori in caserma, durante tutta la giornata di ieri i militari dell’Arma sono stati impegnati in
altre attività di riscontro investigativo
per carcere di raccogliere elementi utili
alle indagini. Elementi che porterebbero, ormai in maniera inequivocabile, al
collegamento del delitto Ferraro a quello di Bonarrigo, avvenuto a Oppido Mamertina il 2 marzo scorso.
La situazione in questo senso pare ormai delineata e i due fascicoli passeranno a giorni dalle mani del sostituto procuratore di Palmi Gianluca Gelso, titolare delle indagini coordinate dal procuratore capo Giuseppe Creazzo, a quelle dei
magistrati dell’antimafia di Reggio Calabria.
Luoghi isolati e vittime nell’impossibilità di poter reagire o tentare alcuna fuga, sono gli elementi che accomunano i
due agguati compiuti a distanza di meno di due settimane. Sia Ferraro che Bonarrigo, al momento dei due omicidi,
erano alla guida dei loro fuoristrada e in
zone isolate. Entrambi, infatti, sono stati freddati in strade interpoderali che tagliano in due ampie distese di uliveti.
L’unica differenza è che nel caso di Bonarrigo, secondo la ricostruzione operata dagli inquirenti subito dopo l’omicidio, è sicuro che all’agguato abbiano partecipato due killer, mentre FerLa comunità di
raro è stato ucOppido invita a
ciso da un solo
deporre le armi:
uomo. In supporto di queste
domenica si terrà
ipotesi investiuna fiaccolata
gative ci sarebbero i bossoli di
calibro 12 e pistola, sulla scena del delitto Bonarrigo, e solo quelli di fucile a
pompa in contrada Rocca, dove è stato
ucciso Ferraro. Intanto, l’amministrazione comunale, nella giornata di ieri, ha
fatto sapere che domenica prossima si
terrà una fiaccolata nelle vie della città
per lanciare un messaggio, contro l’escalation di violenza e in favore della legalità e del vivere civile.
FRANCESCO ALTOMONTE
[email protected]
san luca nel terrore
Prima il banale
lancio di uova
Poi i folli delitti
di Duisburg
SIDERNO (RC) Tutto ebbe inizio il
10 febbraio 1991. A San Luca un gruppo di
ragazzi legati ai Nirta-Strangio, in occasione delle festività di Carnevale, lanciarono uova contro il circolo ricreativo Arci
gestito da Domenico Pelle, uno dei “Gambazza”, sporcando anche l’automobile di
uno dei Vottari. Un altro gruppo di giovani appartenenti ai Nirta-Strangio, una
volta venuti a conoscenza dell’accaduto,
avrebbero voluto punire quell’atto ricorrendo ancora alle mani. Fu così che lungo la strada incontrarono un affiliato ai
Vottari. Questo spaventato incominciò a
sparare uccidendo due giovani (Francesco Strangio, 20 anni, e Domenico Nirta,
19 anni) ferendone altri due (Giovanni
Luca Nirta, e Sebastiano Nirta).
Nel 1993 la faida continua con l’uccisione di due capibastone della cosca Pelle-Vottari. Loro risponderanno con altri
due morti. Nel gennaio 2005 viene ucciso a Casignana Salvatore Favasuli. Il presunto autore secondo gli inquirenti risponde al nome di Domenico Giorgi, ar-
restato a Rivalta di Torino il 19 novembre
2010. Il 31 ottobre 2005 a cadere sotto i
colpi dei sicari è Antonio Giorgi. Il 25 dicembre 2006, nella famigerata strage di
Natale, viene uccisa Maria Strangio moglie di Giovanni Nirta, ma il reale obiettivo dei sicari era proprio l’uomo che invece si è salvato.
Ricomincia così la faida dopo un lungo
periodo di pausa. L’ultimo atto si consuma a Duisburg il giorno di Ferragosto del
2007. All’interno del ristorante “Da Bruno” si stava festeggiando l’ingresso nella
maggiore età di Tommaso Venturi, una
delle sei vittime. La carneficina avviene
fuori dal locale. Sulla scena del crimine
sono stati settanta i bossoli ritrovati dagli
investigatori tedeschi. L’11 luglio 2011 davanti alla corte d’Assise del tribunale di
Locri la sentenza di primo grado. Otto gli
ergastoli per i responsabili dell’eccidio su
suolo tedesco. Tra questi Giovanni Strangio, ritenuto uno degli organizzatori e degli esecutori materiali dell’agguato.
Ilario Balì
I Cataldo-Cordì?
«Scene di guerra»
tra Siderno e Locri
LOCRI (RC) Tredici anni fa sul ponte tra Locri e Siderno. Era il 13 ottobre 1997. I sicari del
clan Cataldo chiudono i conti con il boss che aveva decimato la famigghia del capo. Un ragazzotto dal grilletto facile è in macchina. Fa segno al
conducente di accostarsi a quel gruppetto di ciclisti lungo la statale 106, si siede sul finestrino
lato passeggeri, ficca lentamente la canna del fucile alla nuca di don Cosimo Cordì, spara e lo finisce. Spara anche agli altri del gruppo, ma l’arma si inceppa. Erano tempi difficili quelli. A Locri era scoppiata la guerra di mafia, e correva voce che tutto era cominciato venti anni prima.
Fanno secco il boss Domenico Cordì. I killer aprirono il fuoco sotto gli occhi della gente atterrita,
in Piazza Mercato, dove gli inquirenti trovarono
a faccia in giù anche i pregiudicati Vincenzo Saraceno e Carmelo Siciliano. Raccontano che
quella volta furono i siciliani a far fuoco, e che con
loro c’era anche un giovanotto del posto, Giuseppe Cataldo. Da quel giorno, una sparatoria
dopo l’altra. Morirono Damiano Zucco e l’incolpevole Giuseppe Caserta, un ragazzo che si guadagnava da vivere scaricando casse di frutta. Morì Antonio Iemma, lo sposo di Adele Cataldo. Era
davanti al bar, a cento metri dal palazzo di giustizia, nel cuore di Locri. I killer lo finiscono lì,
sulla sedia, con sei colpi di pistola calibro 7,65, di
cui due alla fronte. Quando polizia e carabinieri
giunsero sul posto, interrogarono quei due cristi
che erano seduti accanto a lui. Nessuno vide in
faccia il cecchino. Due anni prima era morto ammazzato il pregiudicato Graziano Paciullo, un
mafioso legato mani e piedi alla famiglia Cataldo. E tre mesi prima era sfuggito a un agguato un
altro uomo d’onore. Sta per finire l’inverno 1996.
E’ la sera dell’otto marzo. I sicari di don Cosimo
Cordì si nascondono dietro un cespuglio, nei paraggi della Standa, dove sorge il complesso residenziale denominato Parco Mesiti. Sono feroci,
cinici, sparano all’impazzata sulle auto dei carabinieri, saltano su quelle della polizia, mettono
paura ai commercianti. Oggi si sono portati dietro l’artiglieria. Hanno dei fucili. Devono liquidare Vittorio Parrotta, il cognato di Nicola Cataldo.
Quello gira armato, si difende, è svelto, non gli
trema la mano, spara. Partono oltre cento colpi,
la macchina rincula e i killer lo mancano. Era il
periodo in cui i sicari andavano ai lutti di quelli
che ammazzavano, per mostrarsi innocenti agli
occhi dei familiari. E a Locri “zu Pepè” Cataldo
l’aveva appena fatta franca. Dicono gli investigatori che, una volta sul posto, era come assistere
«a una scena di guerra». Dicono che i picciotti di
don Cosimo, quel giorno, lanciarono una bomba sulla Fiat Uno che trasportava il padrino e la
sua giovane consorte. Morì Cosimo Cordì, lasciando solo l’altro “don” della famiglia, il fratello Antonio, accanito socialista. Morì il cognato
Agostino Dieni, proprietario di un negozio di
scarpe. Morì Vittorio Parrotta. Un tiratore scelto lo centra da distanza impossibile. Un’interminabile scia di sangue, una faida riesplosa nel
2005, quando fanno fuori Giuseppe Cataldo. Tre
mesi dopo, una batteria di sicari uccide a Siderno Salvatore Cordì.
ILARIO FILIPPONE
[email protected]
9
GIOVEDÌ 15 marzo 2012
D A L
P O L L I N O
calabria
A L L O
S T R E T T O
ora
calabria rosso... faida
Potere, rispetto e sangue a fiumi
Da Lamezia a Taurianova: quei morti ammazzati per “questioni d’onore”
COSENZA Altrove, lo
sgarbo, rappresenta la cifra
del grado di inciviltà di chi lo
commette. Ed è giudicabile, o
punibile, con il biasimo. A
queste latitudini, lo “sgarro”,
costituisce motivo di scontro
elevato all’ennesima potenza. E genera morte. Sangue e
morte proiettati in una dimensione ciclica, che non conosce sosta. L’oltraggio - se
arrecato in ambienti di malavita - ha un solo effetto: determinare reazioni a catena e
infiniti lutti al pari di quelli
addotti agli Achei in tempi
immemori...
Le chiamano faide. E tali
sono: “pseudo diritti” a rendere - o restituire - l’offesa
subita all’interno di logiche
di violenza allo stato puro e
dinamiche di odio senza freni. Si tramandano di padre in
figlio, così come di padre in
figlio si tramandano i valori.
È ammalata di faide, la
Calabria. Afflitta da un male
(poco) oscuro curabile solo
con l’evoluzione della specie.
Differenti sono i protagonisti
delle decine di “miniguerre
intrafamiliari” che hanno insanguinato interi paesi e differenti i motivi posti alla base degli scontri; ma identiche
restano le modalità di conduzione delle contese: tutte recano la firma del piombo.
Mai intimidazioni o messaggi trasversali, nelle faide. Solo azioni di sangue a carattere frontale che, in una reazione a catena, non sembrano
destinate a conoscere fine se
non al momento dell’estinzione dei protagonisti diretti.
Tutte le regole saltano, nella
conduzione di una faida. Anche quelle attorno alle quali fintamente - la ’ndrangheta
ha costruito il proprio “mito”: l’inviolabilità di donne e
bambini.
È il territorio reggino quello maggiormente caratterizzato da frizioni e scontri interni alle consorterie criminali dominanti nei centri di
propria competenza. Nel
Reggino affondano le radici
le cronache a carattere giudiziario che, in un contesto nazionale, hanno contribuito a
macchiare per sempre l’immagine di un’intera ragione:
le faide di Cittanova, Taurianova, Locri, San Luca, ieri o
oggi, hanno storicamente fatto più notizia in ambito nazionale e internazionale di
quanto non facciano le bellezze paesaggistico-ambientali del territorio, o di quanto
non possa fare l’immenso patrimonio culturale e archeologico della Magna Graecia.
Le faide, e quindi il sangue se ne deduce - interessano gli
italiani più di ogni altro argomento correlato alla voce
Sud. E il perché resta materia
da sociologi...
Di sicuro, il riacutizzarsi di
uno scontro che sembrava
ormai sopito - quello di Oppido Mamertina - non trova
impreparati i calabresi. Né
coloro i quali sono avvezzi alle vicende di malavita che,
spesso, non sono affatto scollegate con le vicende delle
singole famiglie di mafia.
Spesso, le faide, nascono da
piccolissime controversie tra
componenti di ’ndrine alleate, sgarri involontari che finiscono con il determinare
l’inaugurazione di stagioni di
sangue che non si sa quando,
e se, potranno avere fine. La
faida di Oppido, ad esempio,
stando alle ricostruzioni del
investigatori, sarebbe riesplosa a distanza di oltre vent’anni, esattamente quando
si riteneva che tra i contendenti un tempo in lotta fosse
prevalsa l’idea di deporre
ogni arma. Ecco perché il rischio che in
Manie di predominio e “questioni di
rispetto”: così nascono e si sviluppano
le guerre intrafamiliari caratterizzate da
attacchi senza esclusione di colpi. Hanno
fatto più morti le faide che gli scontri tra
cosche avversarie interessate a condurre
le attività illecite in Calabria
Calabria, a macchia di leopardo
e all’improvviso, possano verificarsi fatti di sangue all’apparenza inspiegabili e privi di
movente appare molto alto.
La geografia delle logiche di
“autodistruzione” di molte
’ndrine calabresi è vastissima. Quasi in ogni centro della regione sono riscontrabili
fatti di sangue legati a controversie a carattere familiare. In alcuni casi, l’elevato
grado di violenza ha determinato un particolare interesse
dell’opinione pubblica e dei
mezzi di comunicazione, cristallizzando ogni singola tappa degli eventi dell’orrore.
Altre volte, però, le minifaide
sono rimaste tutte interne ai
territori in cui si sono combattute. E particolarmente
difficile ne appare la riproposizione.
A grandi linee, e in maniera particolarmente coincisa,
meritevoli di particolare attenzione sono le faide che
hanno insanguinato San Luca, Locri, Lamezia Terme,
Cittanova, Laureana, Taurianova, Isola Capo Rizzuto e il
Cirotano, Sant’Onofrio e il
Vibonese, l’area delle Serre
vibonesi, l’alto Jonio e l’alto
Tirreno. Tutte, infatti, sono
state combattute (e lo sono o
lo saranno ancora?) senza
esclusione di colpi e attraverso azioni di fuoco rimaste
eclatanti perché tutte hanno
fatto decine di morti.
Per clamore mediatico, alla storia, passerà la Faida di
San Luca condotta tra i PelleVottari e i Nirta-Strangio. Ecco il motivo: lo scontro nasce
nel ’91 per un banalissimo
scherzo di carnevale culminato con un lancio di uova; si
sviluppa con l’assassinio di
Maria Stranio (una donna...)
il 25 dicembre del 2006 e
culmina nella Strage di Duisburg, o Ferragosto, l’anno
successivo con lo sterminio
di 6 persone al ristorante Da
Bruno. La faida non può considerarsi conclusa, nonostante gli arresti e le sentenze che
hanno inchiodato alle proprie responsabilità gli autori
delle stragi.
L’altra guerra di assoluto
interesse è quella di Lamezia,
tra i Giampà e i Torcasio: nell’arco di dieci anni avrebbe
prodotto, tra omicidi collaterali, 53 morti, gli ultimi dei
quali Vincenzo e Francesco
Torcasio, padre e figlio, assassinati a giugno e luglio
dello scorso anno.
Non è esente il Vibonese
da scontri di alto livello di
fuoco: memorabile la cosiddetta “strage dell’epifania”,
avvenuta a Sant’Onofrio il 6
gennaio del 1991. A scontrarsi le famiglie Matina-Petrolo
di Stefanaconi contro i Bonavota, usciti vincenti dalla violentissima guerra costata la
vita a numerose persone. Oltre trenta morti, invece, conterà lo scontro tra i Neri e gli
Avignone-Lombardo-Fazzalari a Taurianova, una contesa durata due anni (dall’89 al
‘91). Anche nella vicina Cittanova saranno uccise trenta
persone nel duello storico tra
i Facchineri e i Raso-Albanese. E sempre trenta se ne
conteranno negli anni ’80 tra
i Cutellè-Albanese e i Chindamo-Lamari. Sangue inutile verrà versato a Paola e dintorni nelle contese tra i Serpa
e i Basile-Calvano e a Isola
Capo Rizzuto nello scontro
tra gli Arena e i Grande Aracri (di Cutro), e a Cirò tra i
Farao-Marincola e i SantoroGiglio.
Omicidi, agguati, vendette
che contribuiranno ad offrire
al resto del Paese un’immagine distorta della Calabria e
dei calabresi. Episodi di violenza bruta nata dal nulla e
destinata a non portare a
nulla.
PIER PAOLO CAMBARERI
[email protected]
DELITTI
VIOLENTI
Nella foto in alto gli
uomini della Scientifica
sul luogo dell’omicidio
di Francesco Torcasio,
assassinato il 7 luglio
2011 in centro a
Lamezia. Un mese
prima era stato
ammazzato il padre
Vincenzo. Sotto, in una
foto d’epoca, l’auto
blindata a bordo della
quale viaggiava Carmine
Arena, ucciso con un
colpo di bazooka
16
GIOVEDÌ 15 marzo 2012
calabria
ora
R E G G I O
«A casa della Cotroneo
nascondevamo le armi»
l’intervento
Incendio in abitazione
Donna soccorsa dai vigili
“Lancio”, il pentito Buda racconta gli anni della guerra
A casa della Cotroneo venivano nascoste anche munizioni e nelle vicinanze le armi che
servivano ai clan durante la
guerra di ‘ndrangheta. Emergono nuovi e sempre più interessanti particolari dall’operazione “Lancio” che ha portato in cella 17 persone accusate di associazione mafiosa, favoreggiamento e intestazione
fittizia di beni. Gli elementi riguardano soprattutto il ruolo
delle donne e nello specifico
quello di Giuseppa Cotroneo,
che è accusata di aver favorito la latitanza di Domenico
Condello, tanto da aver ricevuto dallo stesso latitante una
lettera di ringraziamenti per
tutta l’assistenza avuta. A parlare della donna sono già diversi collaboratori di giustizia
a metà degli anni ’90. Tra questi anche Rocco Buda che, il
20 novembre del 1995, dichiarò: «A rifornirci di munizioni
erano dei fratelli titolari di una
armeria ubicata in località
Musala' di Campo Calabro,
non ricordo adesso se si chiamassero Morgante o Catanzaro. Questi erano vicini al no-
L’uscita della Cotroneo dal comando carabinieri
stro gruppo in quanto pativano angherie da parte dei Garonfolo, organizzazione, questa, all'epoca, avversa alla nostra, e pertanto per liberarsene ci rifornivano di munizioni,
generalmente calibro 7.65 e
cal.12 a pallettoni. Inoltre uno
dei fratelli a nome Francesco,
chiamato familiarmente "ciccio", era l'amante di Cotroneo,
attuale suocera di Pasquale
Condello Junior, della quale
ho già parlato in altri verbali.
I contatti con i citati fratelli e
principalmente con il più
grande che se mal non ricordo
si chiama Filippo, li teneva direttamente Imerti Antonino.
La consegna delle munizioni
avveniva mediante la consegna di alcuni pacchi o direttamente all'Imerti Antonino oppure lasciandoli presso l'abitazione della Cotroneo …
omissis... Altro luogo ove erano state nascoste le armi era
una campagna ubicata nei
pressi dell'abitazione della Cotroneo e precisamente nella
parte posteriore dell'abitazione della stessa. In tale appezzamento di terreno, che sembrava peraltro abbandonato,
Nino Imerti celava, interrandoli, le armi che ci servivano o
che avevamo usato per un’attività delittuosa. Poiché era
sempre l’Imerti, per non dare
nell'occhio agli altri abitanti
della zona, a prelevare o nascondere le armi, non sono in
grado di indicarvi con precisione ne il luogo, ne gli accorgimenti che adoperava, per
nascondere le armi...omissis». Buda riferisce anche di
un altro interessante episodio
che coinvolse la donna: «Ricordo che l’Imerti mi mando,
da solo, presso un'officina, mi
pare, meccanica di Reggio
Calabria ove dovevo ritirare la
fiat 131 che venne poi adoperata per l'omicidio Lisi. In
questa circostanza presi effettivamente la Fiat 131 che si
trovava parcheggiata in una
via adiacente all'officina. Ricordo inoltre che con il Rosmini prima indicato vi era
anche un giovane che mi accompagnò fino al punto ove
era parcata la citata auto. Dell'auto il giovane mi consegno
anche un paio di chiavi che
adoperai per la messa in moto. Ribadisco che dal luogo
ove mi venne consegnata l'auto mi portai a bordo di questa
fino all'abitazione della Cotroneo ove la nascosi, nel garage». (r. r.)
Ladro beccato in flagranza
Toscano sorpreso dalla polizia dentro il magazzino “Deter shop”
Entra in un magazzino e ruba, ma viene sorpreso e ammanettato. È accaduto la notte
scorsa, intorno all’1.10, quando gli operatori di polizia hanno ricevuto la chiamata che indicava qualcosa di sospetto all’interno di un esercizio commerciale di via Ecce Homo. Su
disposizione della sala operativa le volanti Sud 1 e Sud 2 si sono portate sul posto e cioè in
corrispondenza del negozio detersivi ed igiene “Deter shop”.
Pochi minuti prima, infatti,
personale dell’istituto di vigilanza incaricato delle consuete
attività di verifica notturna,
aveva notato la serranda dell’esercizio commerciale sollevata e la porta a vetri aperta. Gli
operatori hanno riscontrato
che la porta d’ingresso presentava evidenti segni di effrazione all’altezza della serratura e
che, all’interno, la cassa, ubicata nei pressi dell’entrata, si presentava manomessa. Sul bancone, posto sul lato sinistro dell’ingresso vi erano ben visibili
tre buste in cellophane di colore bianco contenenti numerosi profumi ed articoli per l’igiene. I poliziotti hanno proceduto ad un accurato sopralluogo
dei locali e nel deposito retrostante all’area aperta al pubblico, è stato individuato, nascosto dietro ad uno scaffale, un
uomo che alla vista degli operatori li ha spintonati cercando
una disperata quanto inutile
Vigili del fuoco in azione
Attimi di paura nel po- ti interni dell’abitazione.
La situazione però è dimeriggio di ieri a Reggio
Calabria, dove l’abitazione ventata ancor più grave
di un’anziana donna è an- perché l’anziana è poi riendata a fuoco. Sul posto so- trata in casa ed è stata colno prontamente intervenu- ta da una densa nube di futi i vigili del fuoco e, solo mo che le ha creato non pograzie a lochi problemi. Sul poro pronto
L’anziana
sto sono
soccorso, è
ha
lasciato
giunte le
stato evitasquadre
to il peggio.
della legna
dei vigili
Secondo
accesa
ed
è
poi
del fuoco
quanto riuscita di casa
che hanno
costruito
provvedudagli uomini del comando provincia- to allo spegnimento dell’inle di Viale Europa, infatti, cendio non senza qualche
la donna avrebbe lasciato difficoltà.
della legna accesa e sarebL’intervento si è conclube poi uscita di casa. Que- so dopo qualche ora con
sto avrebbe poi provocato soli danni materiali alla
l’incendio che ha causato struttura e tanto spavento
seri danni agli arredamen- per l’anziana signora.
polizia municipale
Vende fiori senza licenza
Multa da 5mila euro
nascondiglio
inutile
L’uomo aveva
trovato rifugio
nel retro del locale
ma è stato scovato
dagli agenti
e ammanettato
fuga, visto che è stato immediatamente bloccato e sottoposto a perquisizione personale
sul posto. I poliziotti lo hanno
tratto in arresto per il reato di
furto aggravato. Si tratta di Antonio Toscano, 30 anni, reggi-
no residente a Bergamo, sedicente, celibe, disoccupato, pregiudicato per furto con strappo, rapina ed evasione.All’interno di una delle buste che il
Toscano aveva con se sono stati rinvenuti e sequestrati vai
strumenti d’effrazione e gli articoli di profumeria che aveva
preso. L’arrestato, messo a disposizione dell’Autorità Giudiziaria è stato giudicato con rito
direttissimo.
Angec e consiglio dell’ordine
Lunedì alla Provincia convegno sulla mediazione
Lunedì prossimo alle 16 nella sala conferenze della Provincia di Reggio Calabria
(Piazza Italia) si terrà un Seminario sul tema
“La Mediazione un anno dopo- prospettive e
problemi tra prassi e giurisprudenza”, organizzato dall'Angec srl e dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria, in collaborazione con la Provincia di Reggio Calabria. Parteciperanno: Giuseppe Raffa - Presidente della Provincia; Lamberti Castronuovo
– assessore alla Provincia di Reggio Calabria;
Mario Candido – assessore alla Provincia di
Reggio Calabria; Mariantonietta Miccoli –
Direttore Angec Srl; Michele Salazar – Com-
ponente Cnf; Alberto Panuccio – Presidente
Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria; Rodolfo Palermo - Presidente di sezione del Tribunale di Reggio Calabria; Avvocato Michele Miccoli – avvocato Angela Busacca – avvocato Paolo Zagami – avvocato Claudio Parlagreco – professor Giuseppe Foti. Nell’occasione sarà presentato il libro “ la mediazione
civile e commerciale ad un anno dell’entrata
in vigore”.
Edito da Iiriti Editore 2012. Dopo le relazioni sarà dato ampio spazio per gli interventi su tutti i temi inerenti la mediazione, alla luce della prima giurisprudenza formatasi.
Nell’ambito dei controlli
sull’abusivismo commerciale per la vendita di piante e fiori, disposti dal comando di Polizia Municipale, personale del corpo ha
effettuato un nuovo rilevante intervento in via Pensilvania. In particolare, è stato sottoposto a controllo un
commerciante itinerante,
dedito tradizionalmente alla vendita di fiori e piante
con l’utilizzo di un autocarro già soggetto negli anni
scorsi a numerosi controlli
nella stessa via e nella zona
di viale Zerbi. Nel corso dell’ispezione, il personale operante, appartenente al servizio operativo diretto da E.
Giordano, ha effettuato una
verifica presso gli uffici del
Comune di Messina da cui
è emerso che lo stesso commerciante aveva restituito
la propria autorizzazione
commerciale per cessazio-
ne attività, rimanendo in
possesso solo della fotocopia esibita. Nel corso del
controllo odierno si è proceduto all’accertamento
delle violazioni amministrative derivanti dalla
mancanza del titolo autorizzativo alla vendita, irrogando sanzioni amministrative
per oltre 5000 euro e sottoponendo a sequestro le
piante messe in vendita (oltre 150 pezzi). Il proprietario del veicolo utilizzato per
la vendita è stato sanzionato anche per la mancanza di
revisione ai sensi dell’articolo 80 del Codice della
Strada.
I fatti sono stati anche segnalati alla Guardia di Finanza ed all’Agenzia delle
Entrate per gli accertamenti anti evasione. Le piante
sequestrate sono state confiscate e donate ad associazioni di volontariato.
24
GIOVEDÌ 15 marzo 2012
calabria
ora
P I A N A
“Mare nero”, pene confermate
In appello assolto solo un imputato dopo l’annullamento della Cassazione
La Cassazione aveva annullato la sentenza della Corte
d’appello obbligando i giudici
di piazza Castello a rimpronunciarsi sul reato associativo.
Nella tarda serata di ieri, dopo
6 ore di camera di consiglio, la
Corte presieduta da Patrizia
Napoli, chiamata a esprimersi
in merito al processo denominato “Mare nero”, ha confermato quasi totalmente la sentenza già emessa il 3 dicembre
2009 comminando 20 condanne e una sola assoluzione.
I fratelli di Gioia Tauro Rocco,
Fortunato Teodoro e Massimiliano Pasqualone, considerati
dall’accusa il vertice dell’organizzazione, sono stati condannati rispettivamente a 13 anni
e otto mesi, 14 anni e quattro
mesi e 13 anni e dieci mesi di
reclusione, a fronte dei 15 anni
che gli erano stati comminati
in primo grado; Rosaria e Pierluigi Etzi, a 5 anni e due mesi e
3 anni e dieci mesi.
Confermata la pena per Barbara Musso, ma condonata nei
limiti dell’indulto; a Giuseppe
Ruffo è stata inflitta una pena
a 8 anni e due mesi di reclusione. Giuseppe Timpano e Adelfio De Luca tre mesi e 2mila
euro di multa, così come a
Francesco DiMauro; Adriano
Spanò e Leandro Fascetti, sette anni e due mesi; Alessandro
Isabella 4 anni e otto mesi. La
stessa pena è stata inflitta a Mi-
chele Selvaggio, Emilio Perri,
Simone Sciuto, Ida Baldacchino. Il giudici hanno deciso
inoltre per la conferma della
condanna di Alessandro Sorrenti a 3 anni e dieci mesi di
prigione e 20mila euro multa.
Sconto di pena per Danilo Verra, 3 anni e 10 mesi. Infine,
Rocco Perre e Domenico Sardanelli hanno avuto 6 anni e
dieci mesi e sei anni. L’unico
assolto è Domenico Ruffo.
L’inchiesta “Mare nero” ha
avuto inizio nel 2004 ed è sta-
ta condotta dal Commissariato di polizia di Gioia Tauro.
L’operazione trae origine da
una intensa attività investigativa effettuata attraverso una serie di intercettazioni e pedinamenti e che avrebbe individuato un’organizzazione, che farebbe capo ai fratelli Pasqualone, dedita al narcotraffico tra
la Calabria e vari stati esteri. I
tre fratelli, è la tesi accusatoria,
avrebbero assunto alle proprie
dipendenze un discreto numero di giovani, organizzando
una vasta rete di approvvigionamento per reperire la droga
in alcune regioni italiane, principalmente in Calabria, Sicilia
e Lazio. La prima sentenza di
appello era stata impugnata
dall’avvocato Renato Vigna
(coadiuvato dalla collega Francesca Marzia) che contestava
la sussistenza del reato associativol. La Cassazione aveva
accolto il ricorso annullando
con rinvio la sentenza che, ieri,
è stata riconfermata.
Francesco Altomonte
all inside
I Pesce truccavano le partite del Rosarno
Lo ha riferito il capitano Palmieri nel corso dell’udienza di ieri
La cosca Pesce di Rosarno controllava la
squadra di calcio di serie D della cittadina tirrenica, divenuta, dal campionato 2010/2011,
Interpiana Cittanova, ed anche un sistema
"diffuso" di compravendita di risultati con altre squadre. A riferirlo è stato il capitano dei
carabinieri Valerio Palmieri deponendo nel
processo All inside. L'ufficiale ha affrontato
l'argomento in relazione all'accusa di frode
calcistica aggravata dalle modalità mafiose
contestata ai 3 imputati Domenico Varrà,
presidente dell'allora Rosarno Calcio, secondo l'accusa referente del boss Francesco Pesce e Salvatore Micalizzi, primo presidente
della società Interpiana, adesso gestita da un
custode giudiziale dopo il sequestro del tribunale di Reggio nell'ambito di una inchiesta
della Dda. Palmieri ha riferito di alcune intercettazioni fatte durante le indagini a carico
degli imputati dalle quali, secondo l'accusa,
emerge l'accordo raggiunto con il Vico
Equense (Napoli) per concludere in parità,
sull'1-1, la partita tra del 17 maggio 2009. Dalle intercettazioni, ha riferito Palmieri, emergerebbe un sistema diffuso di combine per
aggiustare le gare della squadra riconducibile ai Pesce. Il materiale raccolto dalla Dda nell'ambito delle indagini, è stato inviato nei mesi scorsi alla Procura federale della Fgci.
r. p.
maltrattamenti animali
Polistena, cani avvelenati
La “Lav” denuncia 5 casi
POLISTENA
C’è qualcuno, a Polistena,
che da diversi giorni si diverte a seminare per strada
bocconcini avvelenati, che
hanno già causato la morte
di due cani di proprietà. La
denuncia all’ufficio legale
dello sportello “diritti degli
animali” della provincia di
Reggio Calabria, è partita da
alcuni residenti nel quartiere sud della città, preoccupati dopo i decessi dei giorni scorsi, e dopo la notizia
che ci sarebbero altri tra cani che versano in gravissime condizioni proprio per
aver ingerito i bocconcini
avvelenati. A nulla sono valse le cure veterinarie somministrate agli animali,
morti dopo una lunga ed
atroce agonia; addirittura
uno degli animali ha iniziato a lacrimare sangue a causa delle emorragie interne
provocate dal veleno ingerito. Dallo sportello “diritti
animali” della regione giunge una nota di ferma condanna degli episodi avvenu-
ti negli ultimi giorni. «Tali
fatti sono di una inaudita
crudeltà e rivelano stupidità e cattiveria gratuita nei
confronti di animali che
non facevano male ad alcuno. – si legge nella nota
stampa – Non si deve trascurare inoltre il grande pericolo che tali esche avvelenate rappresentano anche
per i bambini». Il comunicato stampa termina con un
monito ai criminali, autori
del gesto di avvelenamento
dei cani: uccidere animali è
un reato perseguibile penalmente, come previsto dall’articolo 544 del codice penale. Chi si macchia di questo reato è punito con la reclusione da tre a diciotto
mesi e con una multa che va
dai tre mila ai quindici mila
euro. Stessa pena per chi
somministra agli animali
sostanze stupefacenti o avvelenate. La pena aumenta
se dalla somministrazione
di sostanze velenosa deriva
la morte dell’animale.
VIVIANA MINASI
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GIOVEDÌ 15 marzo 2012 PAGINA 28
l’ora di Paola
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Le mani del clan sulla festa
L’incarico affidato a un uomo di Muto. La Procura delega i carabinieri
PAOLA
PAOLA
Su delega della locale procura della Repubblica, ieri mattina i carabinieri della
compagnia di Paola, agli ordini del capitano Luca Acquotti, si sono recati in Comune per prendere visione ed estrapolare copia della deliberazione di giunta esecutiva numero 41 dell’1 marzo 2012 e annessa convenzione con cui è stata data in
affidamento all’esterno l’intera gestione
della festa civile del patrono San Francesco di Paola. Gli inquirenti vogliono infatti vederci chiaro sull’incarico di affidamento della giunta municipale di Paola
ad una società il cui amministratore unico è indagato e imputato in distinti procedimenti penali in quanto sospettato (e
accusato) di essere un “prestanome” del
clan Muto di Cetraro. La magistratura in- Un momento della processione
quirente paolana ha chiesto ai carabinieri di accertare i fatti, verificare la corret- "Società" dichiara di accettare dietro il
corrispettivo di euro
tezza delle procedure e
100.000,00 + iva, per
rendicontare in merito.
Acquisiti gli atti
l'anno 2012, da far graIn ballo vi sono consiIn
ballo
vi
sono
vare sui fondi comunali,
stenti finanziamenti pubnonostante la riduzione
blici, di cui 100.000 più
consistenti
dell'importo richiesto
iva messi a disposizione
somme di
nella proposta progetdall’amministrazione codenaro pubblico
tuale, poichè il Comune
munale di Paola. A ciò si
darà la possibilità alla
vanno ad aggiungere i
fondi che i privati raccoglieranno dagli al- "Società" di richiedere i relativi contributi agli Enti: Regione Calabria, Provincia di
tri enti.
Nella convenzione, acquisita ieri anche Cosenza, Camera di Commercio ecc”.
L’amministrazione comunale di Paoda Calabria Ora, tra l’altro, si legge: “La
«Sull’ospedale solo
propaganda politica»
La Nostra Paola, coalizione per Carlo Gravina
sindaco, bacchetta il centrodestra sul caso della sanità: «Se da una parte si
continua, ormai da molti
mesi, con slogan, proclami, e propaganda varia, a
prospettarci il Paradiso in
terra, dall’altra verifichia-
la, dal canto suo, definisce tecnicamente
“conveniente” l’intera operazione, proprio alla luce dell’articolata proposta
giunta in Comune in data 23 novembre
2011 (prot. n. 21751) per la gestione della
Festa Patronale del Santo Patrono San
Francesco di Paola 2012, a firma del soggetto giuridico in questione. Il caso, dunque, è ora all’attenzione della procura e
dei carabinieri, i quali vogliono capire se
il clan Muto sia riuscito a mettere le mani sulla festa del Santo paolano.
GUIDO SCARPINO
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Aeroporto al Santo, tutti felici
Il gruppo dei Democratici e di centrosinistra: «Proposta del sindaco»
«Apprendiamo con soddisfazione che
l’aeroporto di Lamezia Terme è stato intitolato a San Francesco di Paola, pertanto il nostro ringraziamento va all’intero consiglio regionale, senza alcuna distinzione partitica, che ha votato all’unanimità la proposta all’ordine del giorno». E’ quanto sostiene in una nota la
coalizione dei Democratici e di Centrosinistra, espressione del candidato a sindaco Carlo Gravina. «Tuttavia - puntualizza il centrosinistra - ravvisiamo una
mancanza di tatto da parte della maggioranza regionale che, proponendo l’intitolazione non ha pensato di invitare il
sindaco di Paola, in rappresentanza della città che in questo e non solo in questo caso è stata completamente scavalcata. Tra l’altro - accusa ancora la coalizione - l’intitolazione dell’aeroporto internazionale di Lamezia Terme al nostro
santo patrono è una proposta già formulata proprio dal sindaco Roberto Per-
cordare un programma relativo al 50°
anniversario della proclamazione di San
Francesco di Paola a patrono della Calabria, possano trovare finalmente risposta e che quella stessa proposta di legge
relativa alla istituzionalizzazione della
festa patronale di cui tanto discettato circa la paternità,
trovare il
Il centrosinistra possa
giusto epilogo».
smentisce il Pdl: La coalizione di
Carlo
Gravina
«Una nostra
conclude: «Ssiccoidea non
me crediamo molto nelle istituzioni
recepita»
continuiamo a
pensare che forse
Il sindaco Roberto Perrotta
la giusta attenzione verso qualcosa o
qualcuno, più che essere rappresentati
rotta che non ha trovato alcuna rispon- da effetti stucchevoli, debba invece condenza». Poi una stilettata al governato- cretizzarsi in risposte pratiche, concrete
re Scopelliti: «Ci aspettiamo che le reite- e pragmatiche».
rate richieste di essere ricevuti per cong. s.
La Nostra Paola
accusa
il centrodestra:
«Nulla ancora
è cambiato»
mo un immobilismo totale; se da una parte abbiamo assistito alla grande
operazione di marketing
sull’imminente ritorno nel
nostro ospedale dei reparti di ginecologia e di pediatria, oggi quegli stessi locali vengono utilizzati per
gli ambulatori specialistici
del distretto sanitario; e
ancora, se da una parte ci
si esalta e si esulta perché
l’ospedale di Paola viene
individuato, in base al decreto 106 del 20 ottobre
del presidente Scopelliti,
come sede dell’unità operativa complessa di chirurgia generale (30 posti
letto), dall’altra si provvede al potenziamento, almeno in termini di personale medico, di quella che
dovrebbe essere una unità
operativa semplice di chirurgia (10 posti letto) dell’ospedale di Cetraro. Se
da una parte si continua a
sbandierare l’obiettivo
dell’efficienza e dell’efficacia, dall’altra continuiamo
a sentire sulla nostra pelle
l’atavico problema, generato da anni e anni di malapolitica, delle lunghe attese per le prestazioni specialistiche; dei pronto soccorso ingolfati, tanto da
costringere al blocco dei
ricoveri ordinari; delle
strutture fatiscenti, delle
apparecchiature inadeguate, della carenza di
personale e della sempre
più crescente migrazione
sanitaria. E allora a chi ci
fa vedere il Paradiso, diciamo che viviamo ancora in una situazione sanitaria infernale. A chi si bea
di aver salvato l’ospedale,
ricordiamo che è un merito che non gli appartiene.
A chi fa leva sull’amicizia e
sulla sinergia con speciali
protettori, facciamo presente che di Protettore ne
abbiamo uno che basta e
avanza, né pensiamo che
scelte così importanti possano dipendere dalla sola
amicizia con qualche potente di turno. A chi continua a preferire la politica
della propaganda, dei proclami, delle passerelle, rispondiamo che tali pratiche le lasciamo volentieri
a chi è più interessato alla
ricerca smodata della vanagloria, piuttosto che alla soluzione concreta dei
problemi. Ed è per tutto
questo che continuiamo a
chiedere e batterci perché
si facciano scelte coraggiose, anche impopolari, se è
il caso, e di portarle avanti fino in fondo in nome e
per conto del cittadino bisognoso di sanità, per una
riorganizzazione e razionalizzazione della sanità
territoriale, e ancora per
una necessaria politica di
investimenti strutturali
tecnologici e di personale,
a cominciare dai precari
senza i quali gli ospedali
sarebbero già chiusi. Solo
tutto ciò - conclude - potrà
permetterci di raggiungere l’obiettivo di una sanità
efficiente, efficace, che
non riconosca colori politici, municipalità, non
clientelare. Senza tutto
questo è solo demagogia e
populismo e non sarà mai
Paradiso». (g. s.)
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