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1 A svegliarmi è stato il sole. Gli uccelli, poco prima dell`alba, li

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1 A svegliarmi è stato il sole. Gli uccelli, poco prima dell`alba, li
Nessuno ha detto niente (Racconti 2008-2013)
AMICIZIA
di Carlo Simoni
www.secondorizzonte.it
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A svegliarmi è stato il sole. Gli uccelli, poco prima dell’alba, li avevo sentiti. Come
sempre, sveglio. Ma poi mi ero riaddormentato.
Credo di aver sognato. Lei, e gli altri con cui eravamo. Da mangiare tutti i giorni, ma
da schifo. E poi sempre lì, tutti, insieme. Sempre.
Con lei erano solo sguardi. E piccoli sorrisi, a occhi bassi, quando mettevo al suo
posto qualche furbo che ci provava.
Non ce lo dicevamo ma lo sapevamo che speravamo di andarcene: insieme, soli.
Metter su famiglia e cose del genere. Poteva andar bene anche per me. Ma quel che
contava, intanto, era che lei mi voleva, e io volevo lei.
Sono quegli sguardi che ho sognato anche stamattina. Per non staccarmi dai suoi
occhi, per un bel po’ non ho lasciato che il sole mi svegliasse. Quando ho sentito
mancarmi il respiro dall’afa ho aperto gli occhi. Stordito. Meravigliato ancora, dopo
mesi ormai, di essere qui. Solo. In un silenzio che a volte mi sembra più rumoroso,
insopportabile più del vociare continuo in cui si viveva allora. C’erano liti, certo,
quelli che cercavano di farti carognate, ma si rideva anche. Si ascoltavano, soprattutto
la sera, a volte fino a notte, nel buio, le storie degli altri. Ognuno aveva la sua. Lei no.
Più che altro ascoltava, come me. Io e lei le storie ce le raccontavamo con gli occhi.
A volte mi sorprendeva che le guardavo la bocca, magari mentre mangiava. Era un
tuffo al cuore. Per tutt’e due.
Ma qui al sole rischio di riaddormentarmi, per ritrovare lei. Per stare con lei. Anche
se so che succede quando non sono io a volerlo, ma è un sogno, o un ricordo
improvviso, a portarmela.
Forse, succederà così anche a lei? Non so neanche dov’è. Se è ancora là o se, come
me, ha dovuto andarsene.
Ho bisogno di acqua, devo muovermi. C’è, oggi c’è. Mi è capitato alle volte di non
trovarne. Addirittura per due giorni di fila. Mi aveva preso la paura. Mi ricordo quella
più che la sete. Non conoscevo ancora il posto. Mi sono messo a cercarla anche dove
non aveva senso cercarla. Adesso invece so che, se manca, è sufficiente che mi
apposti lì, che aspetti. E prima o poi l’acqua arriva.
Il cibo no, di quello ne trovo sempre. Qualche volta, anche se ormai molto
raramente, perfino carne, carne fresca, che butto giù senza quasi riuscire a sentirne il
sapore. Ma è quel senso di liscio, di vivo che ti dà in gola che cerchi, che non ti
stancheresti di sentire. Che ti ricorda altri tempi. E così, dopo, stai ancora peggio.
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Solo, a doverti inventare qualcosa per far passare il tempo fra una dormita e l’altra. E
aspettare. Aspettare, aspettare, aspettare la mattina e poi aspettare la sera: gli unici
due momenti in cui ci si può muovere davvero, camminare sotto gli alberi, vedere
qualcuno, anche se da lontano; più spesso vedere che qualcuno è passato di lì, dove
stai camminando anche tu. O trovare qualcosa di diverso da mangiare: a volte, di
nascosto, me lo porto via per dopo, quando sarò di nuovo lì, ad aspettare.
Ormai da tempo ho capito che, quando è bello, non devo fare il solito errore, che poi
resto assetato e rincoglionito tutto il giorno. Quando gli uccelli mi hanno svegliato,
prima che venisse chiaro, mi sono spostato all’ombra, lontano dalla finestra. Mi sono
messo sulla poltrona, nell’altra stanza. E poi invece il sole non è arrivato. Mi ero
riassopito e un tuono mi ha svegliato di soprassalto. Non mi è mai piaciuto il
temporale, ma adesso ancora meno. Mi prende un’agitazione, una specie di paura. Ma
non è proprio paura. E’ voglia di essere in un altro posto. Sembra che ogni tuono sia
per me, sia più vicino. So che poi passa, ma intanto…
Fuori, quando sono uscito, più tardi, era tutto bagnato, pieno di foglie fradice. Niente
di interessante. Quando è così non ha senso cercare altri. Non ce n’è in giro, stan
fuori poco, anche gli altri.
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Chi poteva supporre, quel giorno, che tornando dentro, dopo pochi minuti, non mi
sarei ritrovato solo, come sempre. Che la mia vita sarebbe cambiata, da quel
momento. Che tutto magari sarebbe stato da dividere: il cibo, l’acqua, lo spazio, il
silenzio.
Lui era già lì, quando sono salito. Incazzato, per giunta. Lui! Come se non fosse lui
che arrivava dove io stavo già da anni.
Gli ho fatto capire subito che con me non c’era da scherzare. Invisibile doveva
essere. Invisibile. Non potevo cacciarlo fuori, o saltargli addosso e sistemarlo. L’avrei
pagata ... Ma che lui fosse invisibile. Le nostre vite dovevano restare separate anche
se si doveva stare nello stesso appartamento. Niente pasti in comune, chiacchierate,
passeggiate insieme.
Non sapevo ancora che lui, di me, se ne sarebbe sbattuto. Gusti diversi nel mangiare,
tempi diversi nel bere.
E poi non esce mai. Dorme più di me, oppure se ne sta per ore a fissare un punto. Sa
dio cosa pensa. E poi non me ne frega niente di quello che pensa. Però quella sua
calma mi dà fastidio. Sì, perché lui non aspetta, non aspetta niente, non aspetta
nessuno. Le uniche volte che lo vedo un po’ inquietarsi è quando si sentono gli
uccelli la mattina presto. Poi più niente. Fermo, sveglio o addormentato. Ogni tanto
cambia posto, questo sì, ma per fermarsi di nuovo, per ore.
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Un giorno – lui era già qui da almeno sei mesi – un pomeriggio, c’era una palla da
tennis sul tappeto, in salotto. Non so come fosse finita lì. Lui le ha dato un calcio.
Non so se voleva davvero spingerla verso di me.
Senza pensarci, quando mi è arrivata vicino – io ero sulla mia solita poltrona – mi
sono alzato e le ho dato un colpetto. Non so se volevo davvero spingerla verso di lui.
Poi, niente. Ci siamo guardati un attimo, io ho girato gli occhi. A fissare un punto,
come fa lui. Ma io non sono capace, e mi sono rigirato: lui era lì che mi guardava
fisso. Mi sono schiarito la gola e gli ho chiesto cosa cazzo voleva.
Lui si è messo a ridere e non so perché ma mi sono messo a ridere anch’io.
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Lui non mi parla molto di sé, ho capito che suo padre non l’ha mai visto e che sua
madre c’ha lasciato le penne mentre partoriva: lui dopo altri cinque. Lui, il sesto, è
nato mentre lei – così gli hanno poi detto – stava tirando gli ultimi. Forse è per questo
che non se la son sentita di farlo fuori, come gli altri.
Racconta poco, però mi ascolta. Sul serio. Non per cortesia che poi vedi che uno sta
pensando a cose sue o ti lascia parlare solo perchè sta aspettando di parlare lui. No,
lui racconta poco, ma capisce benissimo quando gli dico di com’era lei, gli occhi che
aveva, uno azzurro e uno grigio, e la coda, sconvolgente, che per me teneva sempre
alta.
Gli racconto anche di prima, di quando giravo con un circo, di quelli piccoli, di
paese, e mi insegnavano a fare quello che volevano loro per far ridere. Ma io la notte
andavo in giro, con altri due, a caccia. Una volta abbiamo preso un coniglio da un
cortile.
E una mattina, quando sono tornato, il tendone non c’era più. Erano partiti
prestissimo. E allora sempre in giro, con gli altri due. E una notte ci hanno presi a
fucilate e loro ci sono rimasti, io sono scappato. In città. La fame, le fughe, i morsi di
quelli che stavano lì e non volevano nuovi che venivano da fuori. Poi quel laccio che
credevo mi strangolasse e la gabbia. E tutti gli altri. Ma anche lei.
Fino a quando sono venuti a prendermi. Il tappeto a fiori, la poltrona (ci vado la
notte, quando sono a dormire, o quando loro sono fuori), la ciotola dell’acqua
(quando non si dimenticano di riempirmela, e spesso lo fanno solo quando mi vedono
accucciato immobile che guardo la scodella di plastica, quella verde), il cibo in
scatola, fino a qualche tempo fa anche la carne. E le gite, le camminate in montagna.
Una volta ho rincorso un capriolo nel bosco e sono tornato dopo tre ore: prima loro
avevano riso, poi mi hanno gridato che con loro non mi avrebbero più portato. Invece
mi hanno portato ancora. Almeno finché sono andati loro.
Perché adesso stanno quasi sempre in casa, se escono stanno in città e non mi
portano. Anche i giretti, giù nei viali del quartiere, non durano più di cinque minuti.
Giusto il tempo di pisciare. Carne, più vista. Loro non la mangiano più.
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Lui li ha trovati, quand’è arrivato, che erano già così. Sono andati a prenderlo nella
cascina di loro parenti che non sapevano cosa farne perché per i topi ormai c’è un
veleno apposta.
Leggono sempre, a volte guardano la televisione. Mangiano poco, escono poco. Ma
non è che non si stia bene con loro. La sera, quando stanno sulle poltrone coi loro
libri, e ascoltano la musica della radio, noi stiamo lì sul tappeto. Lui, a volte, nel cesto
dei giornali da buttare via. Si dorme un po’, si mangia un biscotto se loro lo
mangiano.
Delle volte, è lui che per primo sente. Alza la testa di scatto, verso la porta. Allora mi
alzo e vado là. Abbaio, una volta o due, se mi sembra che ci sia qualcuno, sulle scale:
magari sta venendo qui. Loro mi fanno sssss, e io smetto. Torno fra le poltrone. Lui è
già scomparso di nuovo nel cesto dei giornali. Anch'io chiudo gli occhi e riprendo a
dormicchiare.
Invece quando lei sta via per un po’ si fa tristezza in casa. Lei parla con noi.
Ma anche con lui, suo marito, non va male. Certe sere, dopo che hanno controllato se
la porta di casa è chiusa e sono andati di là a dormire, torna indietro, senza dire
niente, e a lui, sul divano, dà un carezza. A me, che fingo di dormire, steso sul
tappeto, dà un calcetto. Piano. Senza dire niente.
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