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il rischio di bourne - storia della libreria

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il rischio di bourne - storia della libreria
Eric Van Lustbader Robert Ludlum
IL RISCHIO DI BOURNE
Traduzione di Claudia Valentini
Titolo originale dell'opera:
The Bourne Deception
2010 RCS Libri S.P.a.
Trama
TENGANAIM, INDONESIA
La sagoma di Jason Bourne si staglia nitida nel mirino. Un solo proiettile, e la
vendetta di Leonid Arkadin è consumata: Bourne è morto. O almeno, così sembra.
Perché l'agente segreto che non esiste è miracolosamente scampato alla morte ed
è rinato ancora una volta, con una nuova identità e un solo obiettivo: scoprire chi
ha tentato di ucciderlo e ricostruire il puzzle sempre più intricato della sua vita.
Così, mentre tutti lo credono morto, Bourne diventa il trafficante d'arte Adam
Stone, ufficialmente diretto a Siviglia per vendere un preziosissimo dipinto di
Goya. Bourne è già in Europa, sulle tracce del suo nemico numero uno, quando
nei cieli d'Egitto un aereo di linea americano viene abbattuto da un missile di
provenienza iraniana. Per scoprire chi si nasconde dietro quella che ha tutta l'aria
di essere una dichiarazione di guerra, la CIA riunisce una task force pronta a
collaborare con al-Mukhabarat, la polizia segreta egiziana. Ma le ricerche
dell'intelligence americana, guidate da Soraya Moore, finiscono presto per
intrecciarsi con quelle di Bourne, scatenando una caccia all'uomo da cui dipende
il destino del mondo. Un nuovo, emozionante capitolo nella storia dell'agente
segreto più affascinante e amato, interpretato sul grande schermo da Matt Damon.
ROBERT LUDLUM nato a New York nel 1927, è scomparso, nel 2001. Dopo le
carriere di attore, regista e produttore, dalla fine degli anni Sessanta si è dedicato
esclusivamente alla scrittura, diventando maestro indiscusso del romanzo di
spionaggio. I suoi romanzi, tra i quali le serie di Jason Bourne e Covert-One,
tradotti in 33 lingue, hanno venduto almeno 200 milioni di copie in tutto il
mondo, e sono in gran parte disponibili nel catalogo Bur. Gli ultimi titoli
pubblicati da Rizzoli sono: Lazarus Vendetta (2008), Il Vettore di Mosca (2009) e
La scelta di Bourne (2009).
ERIC VAN LUSTBADER, nato a New York nel 1946, è un acclamato autore di
thriller. I suoi romanzi sono tutti editi da Rizzoli.
AJeff, che con una sola, semplice domanda ha dato inizio a tutto.
Prologo
Monaco, Germania/Bali, Indonesia
«Me la cavo abbastanza bene con il russo» precisò il segretario alla Difesa Bud
Halliday, «ma preferirei usare l'inglese.» «Non c'è problema» disse il colonnello
con un forte accento russo. «Non mi dispiace parlare una lingua straniera, quando
ne ho l'occasione.» Halliday rispose alla provocazione con un sorriso scontroso.
L'abitudine degli americani di ricorrere all'inglese anche all'estero era risaputa.
«Bene, faremo più in fretta.» Ma invece di iniziare si fermò a osservare la parete
piena di foto di pessima qualità, ritagliate senza dubbio dai giornali, di alcuni
grandi del jazz come Miles Davis e John Coltrane.
Dopo aver visto il colonnello di persona, Halliday aveva iniziato a farsi strane
idee su quell'incontro. Tanto per cominciare, era più giovane di quanto avesse
immaginato. I capelli folti e liscissimi erano tagliati corti, come imponeva la
disciplina militare; sembrava un uomo d'azione: aveva notato che i muscoli si
gonfiavano sotto il vestito di tessuto scadente. Ostentava una strana calma, che
inquietava il segretario. Ma erano stati i suoi occhi pallidi, incavati e immobili, a
farlo innervosire. Aveva uno sguardo quasi fisso, come in una fotografia.
Un'impressione rafforzata dal naso schiacciato, ricoperto di capillari, che gli
conferiva un'aria vacua, come se l'anima di quell'uomo non esistesse, come se
fosse animato soltanto da una volontà monolitica, una forza ancestrale e maligna
che ad Halliday ricordò una storia di Lovecraft che aveva letto quand'era ragazzo.
Frenò l'istinto di alzarsi e andarsene senza nemmeno voltarsi. Era venuto per una
ragione ben precisa, ricordò a se stesso.
Lo smog che soffocava Monaco - grigio sporco come il colore degli occhi di
Karpov - rispecchiava alla perfezione l'umore di Halliday. Sarebbe stato
felicissimo di non rivedere più quel pallido tentativo di città. E invece, eccolo lì,
in un jazz club sotterraneo dimenticato da Dio, avvolto in una cappa irrespirabile,
dopo aver lasciato il sedile di una limousine Lincoln in una Rumfordstrasse
gremita di turisti. Per quale diavolo di motivo il russo avrebbe dovuto trascinare il
segretario alla Difesa degli Stati Uniti in una città che odiava, a quasi tremila
chilometri di distanza dalla sua? Boris Karpov era un colonnello della FSB-2,
ufficialmente la nuova agenzia antidroga russa. Il fatto che uno dei membri della
FSB-2 fosse in grado di inviare un messaggio ad Halliday e farlo partire da
Washington era indicativo del livello di autorità che l'agenzia aveva raggiunto
negli ultimi tempi.
Karpov aveva lasciato intendere che si trattava di qualcosa che Halliday
desiderava parecchio, ma in quel momento il segretario alla Difesa era più
impegnato a immaginare cosa avrebbe voluto in cambio il russo. Questo genere di
affari prevedeva sempre un do ut des, Halliday lo sapeva; conosceva fin troppo
bene le lotte per il potere che si consumavano all'ombra del presidente. I do ut des
potevano essere dolorosi da accettare, ma il gioco politico a cui stava
partecipando aveva un nome soltanto, a livello nazionale e internazionale:
compromesso.
Un tempo, però, Halliday avrebbe potuto non accettare la proposta di Karpov,
ma ora la sua posizione si era all'improvviso indebolita agli occhi del presidente.
La repentina caduta di Luther LaValle, lo zar dell'intelligence che era stato il suo
mentore, aveva minato la sua posizione. Amici e alleati avevano iniziato a
criticarlo e a tramare alle sue spalle, e lui si chiedeva quale delle due schiere lo
avrebbe pugnalato alla schiena.
D'altro canto, conosceva quell'ambiente così bene da sapere che la soluzione, a
volte, può arrivare sotto forma di situazioni all'apparenza spiacevoli. Confidava
nell'accordo con Karpov per ristabilire il suo prestigio agli occhi del presidente e
nel panorama militare-industriale multinazionale.
Mentre il trio sul palco iniziò a esibirsi, Halliday ripassò mentalmente il dossier
di Boris Karpov, come se stavolta potesse trovarci qualche informazione in più
-una foto del colonnello fatta da una telecamera di sorveglianza, anche sgranata o
sfocata o altro. Purtroppo, però, una foto del genere non esisteva. C'erano solo i
quattro paragrafi di informazioni scontate stampati nell'unico foglio di carta
filigranato top secret. Per via dei pessimi rapporti tra l'amministrazione e la
Russia, la Sicurezza nazionale aveva una conoscenza limitata dei meccanismi
operanti all'interno del sistema politico russo, e ancor più limitata della FSB-2, i
cui veri scopi superavano in segretezza quelli della FSB, erede politica dell'ex
KGB.
«Mr. Smith, mi sembra un po' distratto» osservò il russo. Avevano deciso di
usare gli pseudonimi Mr. Smith e Mr. Jones in pubblico. Il segretario alla Difesa
si voltò di scatto. Era molto a disagio, in quel posto, a differenza di Karpov, che
gli sembrava sempre più una creatura dell'oscurità. Alzando la voce per sovrastare
la musica, disse: «Niente affatto, Mr. Jones. Sto solo cercando di godermi come
un turista l'atmosfera particolare che ha scelto».
Il colonnello rise di gusto. «Ha un gran senso dell'umorismo, Mr. Smith.» «Mi
ha letto nel pensiero.» Il colonnello scoppiò di nuovo in una risata fragorosa.
«Non ne sono così sicuro, Mr. Smith. Se conosciamo a malapena le nostre mogli,
figuriamoci le nostre... controparti?» La leggera esitazione portò Halliday a
chiedersi se Karpov avrebbe voluto usare il termine nemici, al posto di quello che
aveva scelto. Non gli importava sapere se il russo fosse a conoscenza delle sue
vicissitudini politiche, perché era irrilevante. Gli interessava soltanto capire se
l'accordo che stava per proporgli lo avrebbe aiutato o meno.
Il trio cambiò ritmo, e il segretario alla Difesa intuì che si sarebbero cimentati in
un'altra serie di brani. Si curvò sopra la birra troppo amara che aveva solo
assaggiato. Non c'era traccia della sua amata Coors, in quella bettola. «Arriviamo
al dunque.» «Ma certo.» Il colonnello Karpov toccò l'avambraccio del segretario
alla Difesa. Le nocche sembravano piccole montagne spigolose, ricoperte di
cicatrici e calli. «Mr. Smith, so che non c'è alcun bisogno che io le spieghi chi è
Jason Bourne, dico bene?» Nell'udire quel nome l'espressione di Halliday si
indurì. Era come se il russo gli avesse spruzzato addosso del freon. «Quindi?»
chiese in tono secco.
«Quindi, Mr. Smith, ucciderò Jason Bourne per suo conto.» Halliday non perse
tempo a domandarsi come mai Karpov fosse a conoscenza del suo desiderio di
vedere Bourne morto. La NSA aveva svolto parecchie attività a Mosca di recente,
mentre Bourne si trovava in città: non c'era bisogno di un genio per capire che lo
stavano cercando per ucciderlo.
«Molto gentile da parte sua, Mr. Jones.» «La gentilezza c'entra poco. Ho le mie
buone ragioni per volere la sua morte.» A queste parole, il segretario alla Difesa si
rilassò un po'. «Bene, supponiamo che lei uccida Bourne. Cosa vuole in cambio?»
Nessuno avrebbe notato qualcosa di strano nel movimento dell'occhio del
colonnello a quella domanda, ma per Halliday, che lo stava ancora studiando, fu
come se qualcuno stesse camminando sulla tomba di Bourne. La morte gli aveva
fatto l'occhiolino.
«Conosco quello sguardo, Mr. Smith. Immagino che si starà aspettando il
peggio, un prezzo enorme da pagare. Ma, in cambio della sua licenza a eliminare
Bourne nella completa immunità e senza che vi siano conseguenze o danni
collaterali, voglio che lei mi aiuti a togliere una mia spina nel fianco.» «Qualcuno
che non riuscite a mettere fuori gioco da soli.» Karpov annuì. «Mi ha letto nel
pensiero.» I due uomini risero insieme, ma con toni del tutto diversi.
«Dunque» Halliday unì le mani, «chi è l'obiettivo?» «Abdullah Khoury.» Il
cuore del segretario alla Difesa si arrestò per un istante. «Il capo della Fratellanza
Orientale? Cristo santo, è come chiedermi di uccidere il papa.» «Uccidere il papa
non servirebbe né a me né a lei. Ma Abdullah Khoury è tutta un'altra storia...»
«Certo. E un estremista, un fondamentalista islamico, nonché una minaccia. Sta
stringendo accordi con il presidente iraniano. Ma la Fratellanza Orientale è
un'organizzazione internazionale, e Khoury ha amici nelle alte sfere.» Halliday
scosse la testa con veemenza. «Tentare di ucciderlo è un suicidio politico.»
Karpov assentì. «E tutto vero. Ma non possiamo più tollerare le attività
terroristiche della Fratellanza Orientale.» Halliday grugnì. «Ipotesi, dicerie.
Nessuno dei nostri servizi segreti ha mai trovato uno straccio di prova che
dimostri il minimo legame con organizzazioni terroristiche. E, mi creda, ci
abbiamo provato in tutti i modi.» «Non ho dubbi al riguardo. Il che significa che
non avete trovato alcuna prova riconducibile ad attività terroristiche, neanche a
casa del professor Specter.» «Che il caro vecchio professore desse la caccia ai
terroristi è fuori questione, ma riguardo all'accusa che si trattasse di qualcosa di
più...» Halliday si strinse nelle spalle.
Un sorriso improvviso si disegnò sul volto del colonnello, e sopra il tavolo che
separava i due comparve una busta. «Allora questa le sarà molto utile.» Karpov
spinse con le dita la busta verso Halliday, come se stesse muovendo la regina in
scacco matto.
Mentre il segretario alla Difesa apriva la busta e ne studiava il contenuto,
Karpov continuò: «Come saprà, la FSB-2 si occupa principalmente di traffici
internazionali di droga».
«Così mi hanno riferito» si limitò a dire Halliday, nonostante sapesse che
l'attività della FSB-2 era di gran lunga più articolata.
«Dieci giorni fa» proseguì il russo, «abbiamo effettuato una retata antidroga in
Messico, frutto di un lavoro di indagine di oltre due anni, grazie alla Kazanskaja,
una nostra grupperovka di Mosca che ha trovato un canale sicuro nel mercato
degli stupefacenti.» Halliday annuì. Aveva alcune informazioni sulla Kazanskaja,
una delle famiglie criminali più conosciute di tutta Mosca, e sul suo capo, Dimitrij
Maslov.
«Devo ammettere che è stato un successo» riprese il colonnello. «Durante
l'ultima ispezione in casa dell'ormai defunto signore della droga, Gustavo
Moreno, abbiamo confiscato un portatile prima che venisse distrutto. Le
informazioni che sta leggendo in questo momento sono state trovate nell'hard disk
di quel computer.» Le punte delle dita di Halliday si erano raffreddate. Su quei
fogli vedeva figure, riferimenti incrociati e annotazioni.
«Questo è il percorso che faceva il denaro. I trafficanti erano finanziati dalla
Fratellanza Orientale. La metà dei profitti era destinata all'acquisto di armi, che
raggiungevano poi varie zone del Medio Oriente attraverso la Afrika Airways.»
«Che è controllata da Nikolaj Evsen, il più grande trafficante d'armi del mondo.»
Il colonnello si schiarì la voce. «Vede, Mr. Smith, ci sono esponenti di spicco del
mio governo che guardano con favore all'Iran, perché noi vogliamo il loro petrolio
e loro il nostro uranio. L'energia muove ogni cosa, al giorno d'oggi, non è vero? E
così mi trovo nell'assurda posizione di avere prove schiaccianti contro Abdullah
Khoury e di non poterle usare.» Alzò la testa. «Ma forse lei mi può dare una
mano.» Cercando di frenare il nervosismo, Halliday domandò: «Perché vuole far
fuori Khoury?».
«Potrei anche dirglielo» rispose Karpov, «ma poi sarei costretto a far fuori anche
lei.» Era un vecchio scherzo, usato spesso in quell'ambiente, ma negli occhi del
colonnello, già implacabili, passò di nuovo quel lampo inquietante che innervosì
Halliday e lo indusse a temere che Karpov non stesse affatto scherzando. Non
aveva voglia di scoprirlo a proprie spese, quindi prese in fretta la sua decisione.
«Uccida Jason Bourne e io userò tutto il potere del governo americano per
mettere Abdullah Khoury al suo posto.» Ma il colonnello scosse la testa. «Non è
abbastanza, Mr. Smith. Occhio per occhio e dente per dente è il vero significato di
do ut des.» «Noi non siamo degli assassini, colonnello Karpov» replicò Halliday.
Al russo sfuggì una risatina scortese. «Certo che no» ribatté seccamente, poi
alzò le spalle. «Non importa, segretario Halliday. Io non mi faccio tanti scrupoli.»
Halliday esitò per un attimo. «Nella foga del momento ho dimenticato il nostro
protocollo, Mr. Jones. Mi invii l'intero contenuto dell'hard disk e procederemo.»
Cercando di farsi coraggio, fissò quegli occhi di ghiaccio. «D'accordo?» Boris
Karpov fece un breve cenno con la testa. «D'accordo.» Quando uscì dal jazz club,
il colonnello localizzò le guardie del corpo presidenziali e quelle dei servizi
segreti di Halliday appostate come soldatini nell'isolato della Rumfordstrasse.
Camminando nella direzione opposta, voltò l'angolo, si infilò un dito in bocca ed
estrasse le protesi che avevano modificato il contorno inferiore del suo viso. Tirò
il bulbo venoso del naso di lattice e se lo sfilò insieme al volto di gomma; si tolse
le lenti a contatto grigie e le ripose in una confezione di plastica. Rise di gusto.
Esisteva un colonnello della FSB-2 di nome Karpov, che in realtà era molto amico
di Bourne; era per questo che Leonid Danilovic Arkadin aveva scelto di assumere
la sua identità. Era l'ironia della situazione ad affascinarlo: un amico di Bourne
che si offriva di ucciderlo. Inoltre, Karpov rappresentava una trama della rete che
stava tessendo.
I politici americani non costituivano una minaccia e gli uomini di Halliday non
conoscevano l'aspetto di Karpov.
Tuttavia, anche se la Treadstone e l'addestramento gli avevano insegnato a non
lasciare mai nulla al caso, aveva le sue buone ragioni per scegliere di diventare il
più possibile simile al colonnello russo.
Nascosto tra la folla, salì a bordo della Ubahn a Marienplatz. Tre fermate e
quattro isolati più avanti, in un punto ben preciso, trovò un'auto anonima ad
aspettarlo. La vettura si mise in moto e, non appena salì a bordo, si diresse alla
volta dell'Aeroporto internazionale Franzjosef Strauss. Aveva prenotato un posto
sul volo Lufthansa dell'1:20 per Singapore, dove avrebbe preso la coincidenza
delle 9:35 per Denpasar, Bali. Era stato più facile rintracciare Bourne che rubare il
computer di Gustavo Moreno: alla NextGen Energy Solutions, dove Moira Trevor
aveva lavorato in passato, sapevano tutti dove si erano cacciati quei due. Ma,
grazie a Dio, aveva diversi uomini nella Kazanskaja. Uno di loro era stato così
fortunato da ritrovarsi all'interno della casa di Gustavo Moreno un'ora prima della
retata della FSB-2. Era scappato con le prove che condannavano Abdullah
Khoury a morte. Morte che sarebbe avvenuta in contemporanea a quella di
Bourne per mano di Arkadin.
Jason Bourne stava bene. Il dolore per la morte di Marie, col passare del tempo,
si era attenuato, e così anche il senso di colpa. Era disteso di fianco a Moira su un
baie, il tipico lettino balinese dal tetto in paglia sorretto da quattro pali di legno
intarsiato, sistemato a lato della piscina che dominava lo stretto di Lombok, nel
sudest di Bali. Il baie veniva preparato ogni mattina per la loro nuotata prima di
colazione, dopodiché la cameriera arrivava puntuale, senza bisogno di chiedere
nulla, con il cocktail preferito di Moira: Bali Sunrise, fatto con succo di arancia
amara, mango e frutto della passione.
«Il tempo sembra sospeso, in questo posto» disse Moira con aria sognante.
Bourne cambiò posizione. «Scusa?» «Sai che ora è?» «Non mi interessa.»
«Siamo qui da dieci giorni e mi sembrano dieci mesi» continuò lei sorridendo. «In
senso buono, intendo.» Le rondini si libravano di albero in albero, e ogni tanto
scendevano fino a sfiorare la superficie dell'acqua. Pochi minuti prima due
ragazze balinesi avevano portato fiori freschi in una ciotola fatta di foglie di
palma intrecciate a mano. L'aria era satura dei profumi esotici del frangipani e
della tuberosa.
Moira si girò verso Jason. «Come dicono qui, il tempo a Bali si ferma, e in
questa immobilità scorrono molte esistenze.» Bourne, con gli occhi socchiusi,
sognava un'altra vita, ma le immagini erano buie e sfocate, come se le vedesse
attraverso un proiettore difettoso. Era già stato lì, in passato, ne era certo. C'era
qualcosa nel vento, nel mare riposante, nel sorriso delle persone, nell'isola stessa,
che risuonava dentro di lui. Non si trattava soltanto di un déjà vu. Quel luogo lo
aveva attratto come una calamita, ma la sua mente non riusciva ancora a capirne il
motivo.
Cos'era successo su quell'isola? Qualcosa di importante, qualcosa che doveva
ricordare. Si abbandonò alla memoria del suo passato sconosciuto. In quello stato
onirico viaggiò in lungo e in largo per Bali, fino a raggiungere l'Oceano Indiano.
Dalle onde schiumose si ergeva una colonna di fuoco. Si alzava nel cielo azzurro
fino a toccare il sole. Era un'ombra, e attraversava la sabbia soffice come talco per
accogliere l'abbraccio delle fiamme...
Si svegliò con il desiderio di raccontare il sogno a Moira, ma non lo fece.
Quella sera, mentre scendevano al beach club ai piedi della scogliera sulla quale
era abbarbicato il loro hotel, Moira si fermò in uno dei tanti santuari sparsi nella
zona. Era fatto di pietra, gli archi drappeggiati con tessuti a scacchi bianchi e neri.
Un piccolo parasole giallo ne riparava la sommità, sulla quale erano state lasciate
abbondanti offerte di fiori colorati in coppe di foglie di palma intrecciate. Il
drappeggio e il parasole indicavano che lo spirito era presente. Il motivo del
tessuto aveva anche un altro significato: il bianco e il nero rappresentavano per i
balinesi la contrapposizione tra dèi e demoni, tra bene e male.
Moira si tolse i sandali e si incamminò sulla pietra quadrata davanti al santuario,
giunse le mani all'altezza della fronte e piegò la testa in avanti.
«Non sapevo conoscessi le pratiche indù» disse Bourne quando lei ebbe
terminato.
«Stavo ringraziando lo spirito per il tempo che abbiamo trascorso e che
trascorreremo qui, e per tutti i doni che Bali ci offre.» Moira fece un sorrisetto
ironico a Bourne e raccolse i sandali. «E stavo anche ringraziando lo spirito del
maialino che abbiamo mangiato ieri per essersi sacrificato per noi.» Avevano
prenotato il beach club solo per loro, quella sera. Li aspettavano soffici
asciugamani, bicchieri ghiacciati di lassi, una bevanda a base di yogurt e mango, e
brocche di succhi tropicali e acqua gelata. Gli inservienti si erano ritirati con
discrezione nella cucina priva di finestre.
Moira e Bourne trascorsero un'ora a nuotare nell'acqua calda dell'oceano, che
accarezzava la pelle come velluto. Sulla spiaggia buia, granchi solitari
procedevano con il loro movimento laterale, e si intravedevano pipistrelli entrare
e uscire dalle grotte aperte nelle rocce dalla parte occidentale dell'insenatura a
mezzaluna.
Gustarono i lassi in piscina, sorvegliati da un enorme maialino sorridente di
legno, con medaglione al collo e corona in testa.
«Sorride» disse Moira, «perché ho reso omaggio al maialino di ieri.» Nuotarono
ancora un po', nascosti agli sguardi indiscreti da un bellissimo frangipani dai fiori
bianchi e gialli sotto il quale si abbracciarono guardando la luna vestirsi e svestirsi
di nubi. Una folata di vento mosse le fronde delle palme, e il buio si infittì.
«Siamo quasi alla fine, Jason.» «Di cosa?» «Di questo. Di tutto questo. Tra
pochi giorni ce ne andremo.» Bourne guardò la luna fare capolino da una nuvola e
sentì le prime gocce sul viso. Un secondo dopo, la pioggia picchiettava sulla
superficie della piscina.
Moira gli appoggiò la testa sulle spalle. «Che ne sarà di noi?» Bourne sapeva
che lei non voleva la risposta, ma desiderava solo assaporare il gusto di quelle
parole sulle labbra. Percepì il corpo di lei attraverso l'acqua e il suo calore nel
cuore. Si sentì stanco.
«Jason, cosa farai una volta che saremo tornati?» «Non lo so» rispose lui
sincero. «Non ci ho ancora pensato.» Ma iniziò a domandarsi se sarebbe partito
con lei oppure no. E come avrebbe potuto farlo, se una parte del suo passato era lì
ad aspettarlo, su quell'isola, così a portata di mano? Non condivise con lei quelle
riflessioni, perché avrebbe dovuto darle una spiegazione che non aveva. Era solo
una sensazione. Quante volte nella sua vita sensazioni come quella lo avevano
salvato?
«Non tornerò alla NextGen» disse Moira.
Bourne si concentrò di nuovo su di lei. «Quando l'hai deciso?» «Mentre
eravamo qui.» Si illuminò. «Bali ha un modo tutto suo per aprire la strada a nuove
scelte. Ero stata qua, prima di entrare nella Black River. A quanto pare, è l'isola
dei cambiamenti, almeno per me.» «E che farai?» «Vorrei avviare un'impresa tutta
mia che si occupi di gestione del rischio.» «Ottimo, direi. In diretta competizione
con la Black River» commentò Jason sorridendo.
«Se vuoi vederla così...» «Saranno altri a vederla in questo modo.» Pioveva a
dirotto adesso, e le fronde delle palme erano frustate dal vento.
«Potrebbe essere pericoloso.» «La vita è pericolosa, Jason, come ogni cosa
governata dal caos.» «Non sono contrario, ma ti ricordo solo che c'è il tuo vecchio
capo, Noah Petersen.» «Quello è il nome in codice. Il suo vero nome è Perlis.»
Bourne guardò in alto, verso i fiori bianchi che iniziavano a cadere intorno a loro
come fiocchi di neve. Il profumo dolce del frangipani si mescolava all'odore della
pioggia.
«Non mi sembrava troppo felice di vederti, quando lo abbiamo incontrato a
Monaco, due settimane fa.» «Noah non è mai felice.» Moira si accoccolò tra le
braccia di lui. «Ho smesso di cercare di compiacerlo sei mesi prima di lasciare la
Black River. Tanto era inutile.» «Rimane il fatto che avevamo ragione, riguardo
all'attacco terroristico alla nave cisterna di gas naturale liquefatto, mentre lui
aveva torto marcio. Scommetto che se l'è legata al dito. Se invaderai il suo
territorio, diventerà tuo nemico.» Lei rise dolcemente. «Senti chi parla!»
«Arkadin è morto» replicò Bourne con aria seria. «E colato a picco nel Pacifico al
largo di Long Beach insieme alla cisterna. Non è sopravvissuto. Nessuno ci
sarebbe riuscito.» «Era un prodotto del progetto Treadstone. Non ti ha forse detto
così, Willard?» «Willard, che era sul posto, pensa che Arkadin fosse il più grande
successo e il più grande fallimento di Alex Conklin. Gli era stato mandato da
Semén Ikoupov, il numero due della Legione Nera e della Fratellanza Orientale.
Poi però Arkadin gli ha sparato per vendicare la sua fidanzata, morta per mano di
Ikoupov.» «E il suo socio segreto, Asher Sever, tuo mentore in passato, è in coma
permanente.» «Ognuno ha ciò che si merita» disse Bourne, cupo.
Moira ritornò alla Treadstone. «Secondo Willard, lo scopo di Conklin era quello
di creare un guerriero superiore, una macchina da combattimento.» «E Arkadin lo
era» puntualizzò Bourne, «ma poi ha abbandonato la Treadstone ed è scappato in
Russia, dove ha organizzato rivolte di ogni genere, offrendosi come mercenario ai
capi di tutte le grupperovke moscovite.» «E tu hai preso il suo posto, incarnando
il successo di Conklin.» «I membri della direzione della CIA non hanno
quest'opinione di me. Mi farebbero fuori all'istante.» «Eppure non si sono fatti
troppi scrupoli, quando si trattava di costringerti a lavorare per loro, quando
hanno avuto bisogno di te.» «E acqua passata.» Moira aveva appena deciso di
cambiare argomento, quando andò via la luce. L'oscurità calò sulla piscina e il
beach club. Bourne tese i muscoli e scostò Moira in modo da potersi alzare e
andare a scoprire la causa del guasto.
«Jason» gli sussurrò lei, «è tutto a posto. Siamo al sicuro, qui.» Insieme
raggiunsero il lato opposto a quello in cui erano seduti. Moira sentì il battito di
Jason accelerare, il suo livello di attenzione alzarsi; capiva che lui si aspettava che
accadesse qualcosa di orribile, e in quel momento aggiunse un tassello al quadro
che si era fatta della vita di Bourne.
Avrebbe voluto ripetergli di non preoccuparsi, che le interruzioni di elettricità
sono all'ordine del giorno a Bali, ma sarebbe stato inutile: era programmato per
questo tipo di reazione e lei non poteva cambiare le cose.
Si mise in ascolto del vento e della pioggia, domandandosi se lui avesse captato
qualcosa che a lei era sfuggito. Per un istante si sentì in preda all'ansia: e se non si
fosse trattato di un semplice guasto? Se fosse stato un agguato dei nemici di
Jason?
All'improvviso la luce ritornò e lei rise dei propri pensieri sciocchi. «Te l'avevo
detto!» esclamò, indicando il sorridente maialino in legno intarsiato. «Ci sta
proteggendo.» Bourne si ributtò in acqua. «Non c'è via di scampo» disse.
«Neanche qui.» «Tu non credi negli spiriti, nel bene e nel male, non è vero
Jason?» «Non posso permettermelo» rispose lui. «Ho dovuto affrontare fin troppa
malvagità.» Quel tono a Moira non piaceva, così portò il discorso sul tema che le
stava più a cuore: «Dovrò mettere su una squadra tutta da sola. Avremo meno
occasioni di vederci, almeno fino a che non avrò avviato l'attività».
«E un avvertimento o una promessa?» Lei fece una risata nervosa. «Okay, il solo
pensiero mi ha fatto agitare.» «Perché?» le domadò.
«Sai come vanno queste cose.» «No, dimmelo tu.» «Jason, né io né te siamo il
tipo di persona... voglio dire, entrambi conduciamo una vita che ci rende difficile
pensare a qualcosa di duraturo, soprattutto per quanto riguarda le relazioni, per
cui...» disse lei, accostandogli dentro l'acqua.
Bourne la interruppe con un bacio. Quando tornarono in superficie per prendere
una boccata d'aria le sussurrò in un orecchio: «Va bene, non c'è problema. Questo
è quello che abbiamo al momento. Se avremo bisogno di qualcosa di più,
torneremo qui».
Il cuore di lei era colmo di gioia. Lo abbracciò. «Affare fatto!» Il volo di Leonid
Arkadin da Singapore arrivò in orario. Pagò alla dogana il suo visto d'ingresso e
poi camminò a passo spedito nel terminal alla ricerca di un bagno. Trovatolo, si
infilò in una cabina, chiuse la porta e fece scattare la serratura. Da uno zainetto
estrasse il naso in lattice, tre scatole di make-up, inserti in plastica per le guance e
le lenti a contatto grigie che aveva usato a Monaco. Pochi minuti dopo uscì dalla
toilette, si avvicinò alla fila di lavandini e contemplò nello specchio il suo aspetto
modificato, che ancora una volta era quello dell'amico di Bourne, il colonnello
della FSB-2 Boris Karpov.
Risistemò il tutto nello zaino, attraversò il terminal e si immerse nella folla
compatta e nel caldo. L'aria condizionata dell'auto che aveva noleggiato lo
ritemprò quando salì a bordo. Mentre il taxi si allontanava dall'Aeroporto
internazionale Ngurah Rai, Arkadin si piegò verso l'autista e gli disse: «Badung
Market». Il giovane alla guida annuì, sorrise e si ritrovò bloccato, insieme a un
esercito di ragazzini in scooter, dietro un enorme camion diretto al traghetto per
Lombok, che ingombrava la strada.
Dopo venti minuti strazianti riuscirono a superare il veicolo e, schivando le auto
che arrivavano dal senso opposto e le moto che sfrecciavano sulla strada, evitando
per un pelo di investire uno dei tantissimi cani randagi che vivevano sull'isola,
arrivarono finalmente a Jalan Gajah Mada, sull'altra riva del fiume Badung. Il taxi
rallentò e la folla in fermento impedì all'auto di procedere oltre. Arkadin pagò
l'autista affinché lo aspettasse fino al suo ritorno, scese dalla macchina e si avviò
sotto i tendoni delle bancarelle.
Venne subito investito da una moltitudine di odori pungenti - pasta di gamberetti
neri, peperoncini, aglio, karupuk, cannella, citronella, foglie di pandano e di
alloro, kencur e di voci urlanti dei mercanti che vendevano di tutto, dai galli da
combattimento con le piume dipinte di rosa e arancione ai maialini vivi legati a
canne di bambù per facilitarne il trasporto.
A una bancarella che esponeva numerosi cestini di spezie, la proprietaria, una
vecchia priva del labbro superiore, affondò la mano come una tenaglia in un vaso
pieno di radici commestibili e gliene mostrò il palmo ricolmo.
«Kencur» gli offrì. «Kencur molto buono oggi.» Il kencur, per quello che
Arkadin riuscì a desumere, assomigliava allo zenzero, ma era una radice più
piccola. Disgustato sia dal kencur, sia dall'orribile donna, si allontanò dalla
bancarella e proseguì oltre.
Era diretto verso uno dei negozietti di maiali. A metà strada, venne fermato da
un insistente picchiettio sul suo braccio, come di una zampa di gallina essiccata.
Si voltò e vide una giovane donna che teneva in braccio un bambino; i suoi occhi
lo imploravano mentre le dita scure continuavano a tamburellare sul braccio,
come se fosse l'unica cosa che fossero in grado di fare. La ignorò, consapevole del
fatto che, se le avesse dato qualcosa, sarebbe stato subito circondato da una
moltitudine di altri come lei.
Il mercante di maiali era un uomo basso e tarchiato, con occhi neri luccicanti,
una faccia tonda come la luna e una zoppia molto pronunciata. Dopo che Arkadin
ebbe pronunciato la frase concordata in indonesiano, l'uomo gli fece strada nel
retro, attraverso file intere di maialini legati, con i corpi tremanti e gli occhi
terrorizzati. All'ombra, sotto una tenda, c'erano due cataste di maiali spellati, puliti
e pronti per lo spiedo. Dalla pancia di uno di questi un altro uomo estrasse un
Remington 700P che cercò a più riprese di mettere in mano ad Arkadin, fino a che
questi non rifiutò in modo così risoluto da convincerlo a passare al piano di
riserva, che sembrava essere proprio quello che faceva al caso di Arkadin: un
Parker Hale M85, un fucile con canna pesante e otturatore a cilindro. Aveva una
capacità garantita di colpire il bersaglio al primo colpo. Il venditore aggiunse
anche un mirino telescopico Schmidt & Bender 4-16x50 Police Marksman II. Il
prezzo sembrava eccessivo, persino dopo estenuanti contrattazioni, ma, a un passo
dal suo obiettivo, Arkadin non aveva tempo da perdere. E poi, stava pur sempre
comprando un prodotto di altissima qualità. Riuscì a convincere l'uomo a mettere
il tutto in una scatola piena di proiettili MI 18 full metal jacket calibro 30,
dopodiché pagò, ritenendosi soddisfatto. Il mercante smontò il fucile e lo ripose
insieme al mirino nella scatola rigida.
Mentre il taxi agonizzava per uscire da Denpasar, Arkadin mangiò fino
all'ultimo boccone e con estrema calma le banane al latte che si era comprato. Una
volta in autostrada, la vettura prese velocità. L'assenza di traffico rendeva più
facile superare i camion che intasavano le vie.
A Gianyar vide un mercato sulla sua sinistra e ordinò all'autista di accostare.
Malgrado le banane, il suo stomaco reclamava cibo. Al mercato ordinò un piatto
di babi guling, maialino da latte arrostito, con un contorno di lawar, cocco e
pezzettini di tartaruga piccante, il tutto servito su un'enorme foglia verde di
banano. Masticava con gusto ogni boccone di maialino e poi lo ingoiava in fretta
per poter passare a quello successivo.
Poiché il mercato era molto rumoroso, controllava con regolarità il cellulare. Più
aspettava e più cresceva la tensione, ma doveva essere paziente, perché ci
sarebbero voluti diversi giorni per studiare gli spostamenti di Bourne. Inoltre, si
sentiva stranamente ansioso, forse perché era così vicino alla sua preda. C'era
qualcosa di Bourne che era penetrato nella sua pelle, qualcosa che era diventato
come un prurito che non riusciva a placare.
Nel tentativo di controllarsi, spostò i pensieri sugli avvenimenti recenti che lo
avevano portato lì. Due settimane prima, Bourne lo aveva scaraventato fuori dalla
nave cisterna di gas naturale liquefatto. Solo il suo duro allenamento fisico aveva
impedito alla sua spina dorsale di rompersi al momento dell'impatto. La forza del
lancio l'aveva spinto verso il fondale e lui non aveva più visto la luce; era stato
assalito da un freddo terribile che gli era penetrato nelle ossa, e poi era riuscito a
iniziare la risalita. Quando aveva raggiunto la superficie, la nave cisterna era solo
un puntino lontano che si dirigeva verso il porto di Long Beach. Tenendosi a galla
con la forza delle gambe, aveva girato il corpo come il capitano di un sottomarino
avrebbe fatto con un periscopio. L'imbarcazione più vicina era un
motopeschereccio, ma non voleva attirare l'attenzione dell'equipaggio, a meno che
non fosse stato davvero necessario. Il capitano avrebbe dovuto denunciare il
salvataggio di un uomo in mare alla guardia costiera americana, ed era proprio
quello che Arkadin voleva evitare, perché Bourne sarebbe di certo andato a
controllare i verbali.
Quella situazione non lo aveva allarmato e nemmeno preoccupato. Sapeva che
non sarebbe annegato. Era un nuotatore provetto e di grande resistenza, persino
dopo la lotta corpo a corpo con Bourne a bordo della nave cisterna. Il cielo era
blu, mentre in lontananza, sopra Los Angeles, una foschia marroncina restava
sospesa lungo la costa. Le onde lo trascinavano su e giù. Muoveva le gambe per
mantenere il galleggiamento; di tanto in tanto, si avvicinavano dei gabbiani
curiosi.
Venti minuti dopo, la sua pazienza era stata ripagata. All'orizzonte era comparso
un panfilo di diciotto metri che viaggiava a una velocità quattro volte superiore a
quella del motopeschereccio. In pochi minuti era abbastanza vicino e Arkadin
aveva iniziato a fare dei segnali verso l'imbarcazione, che cambiò direzione quasi
subito.
Quindici minuti dopo si trovava a bordo, avvolto da due asciugamani e una
coperta, perché la temperatura del suo corpo era scesa ben al di sotto dei livelli
normali. Tremava e le labbra gli erano diventate blu. Il proprietario della barca,
che si chiamava Manny, gli aveva offerto un po' di brandy e del pane e formaggio.
«Se mi dai un minuto, sbrigo le pratiche con la guardia costiera, così comunico
che sei a bordo del mio panfilo. Come ti chiami?» «Willy» aveva mentito
Arkadin. «Ma vorrei che non lo facessi.» Manny alzò le spalle tonde come per
scusarsi. Non era altissimo, aveva il viso rubicondo e stava perdendo i capelli. I
suoi vestiti erano pratici, ma costosi. «Mi dispiace, amico, queste sono le regole.»
«Aspetta, Manny, aspetta un momento. Mettila così...» Arkadin parlava il classico
inglese nasale del Midwest. Il tempo trascorso in America gli era tornato utile in
più situazioni. «Sei sposato?» «Divorziato. Due volte.» «Lo vedi? Sapevo che mi
avresti capito. Ho noleggiato una nave per passare una bella giornata insieme a
mia moglie: pensavo di andare a Catalina per un drink. Come potevo immaginare
che la mia amante si sarebbe imbarcata di nascosto? Le avevo detto che sarei
uscito a pescare con degli amici, così ha deciso di farmi una sorpresa.» «E te l'ha
fatta bella grossa.» «Cristo santo, se me l'ha fatta!» aveva esclamato Arkadin.
Aveva finito il suo brandy, scuotendo la testa. «Le cose si sono messe male. E
scoppiato l'inferno. Non conosci mia moglie: sa essere una vera stronza, quando
vuole.» «Hai fatto l'identikit preciso delle mie due ex.» Manny si era seduto di
nuovo. «E quindi che hai fatto?» «Cosa potevo fare? Mi sono tuffato in acqua.»
Manny aveva buttato indietro la testa ed era scoppiato a ridere, battendo la mano
su una coscia. «Maledizione, Willy, che gran figlio di puttana che sei!» «Adesso
capisci perché sarebbe meglio se nessuno venisse a sapere che mi hai salvato?»
«Certo, capisco, ma...» «Manny, posso chiederti che lavoro fai?» «Ho una società
che importa e vende microchip di alta qualità.» «Perfetto» aveva detto Arkadin.
«Ho in mente un piano che potrebbe far fare quattrini a tutti e due.» Mentre finiva
il suo lawar nel mercato di Gianyar, rise tra sé e sé. Manny aveva guadagnato
duecentomila dollari e, con una normale spedizione, Arkadin aveva ricevuto il
computer del signore della droga Gustavo Moreno a Los Angeles, senza che la
FSB-2 o la Kazanskaja ne sapessero niente.
Trovò un bed & breakfast - che a Bali corrisponde a una sistemazione in
famiglia - poco lontano dal centro di Gianyar. Prima di prepararsi per la notte, tirò
fuori il fucile, lo assemblò, lo caricò, lo scaricò e lo smontò. Il tutto dodici volte
di seguito. Poi chiuse la zanzariera, si distese sul letto e iniziò a fissare il soffitto.
Gli passò davanti l'immagine di Devra, quando l'aveva trovata pallida, ormai
ridotta a un fantasma, nell'appartamento di Semèn Ikoupov a Monaco, colpita a
morte dall'artista che aveva approfittato del secondo in cui era stata distratta
dall'ingresso di Jason Bourne nella stanza. Gli occhi di lei cercavano qualcosa nei
suoi. Arkadin si chiedeva ancora cosa.
Persino un uomo crudele come lui nutriva dei sentimenti. Dopo la morte di
Devra si era convinto che lei era stata l'unica donna che avrebbe potuto amare,
perché questa convinzione alimentava la sua sete di vendetta. Aveva ucciso
Ikoupov, ma Bourne era ancora vivo e non solo si era reso complice della morte di
Devra, ma aveva anche trucidato Misca, il miglior amico di Arkadin.
Così, Bourne gli aveva dato una ragione di vita. Il piano per assumere il
controllo della Legione Nera - che gli aveva permesso di consumare la sua
vendetta contro Ikoupov e Sever - non era sufficiente, malgrado fosse su larga
scala e perfettamente organizzato. Lui voleva di più: un bersaglio preciso su cui
concentrare la sua vendetta.
Con la zanzariera abbassata, iniziò a sudare freddo a intervalli regolari. I suoi
pensieri sembravano prima infiammati, e qualche secondo dopo fatti di ghiaccio.
Non riusciva a dormire - e comunque era stato impossibile farlo, negli ultimi
tempi. Ma il sonno ebbe il sopravvento a un certo punto della notte, perché si
ritrovò in balia di un sogno: Devra gli tendeva le esili braccia bianche, ma nel
momento dell'abbandono al suo abbraccio, la sua bocca si spalancava coprendolo
di bile nera. Era morta, ma non riusciva ancora a dimenticarla, o a dimenticare
quello che aveva provocato dentro di lui: una minuscola fessura nella sua anima
granitica, attraverso la quale la luce misteriosa di quella ragazza era riuscita a
penetrare, come i primi raggi di sole che sciolgono la neve in primavera.
Moira si svegliò percependo l'assenza di Bourne al suo fianco. Rotolò fuori dal
letto ancora mezza addormentata, pestando i petali che avevano trovato cosparsi
sul pavimento al ritorno dalla serata al beach club. A piedi nudi sul freddo
pavimento in piastrelle, raggiunse la porta scorrevole e l'aprì. Bourne era seduto
sulla terrazza che si affacciava sullo stretto di Lombok. Strisce di nubi color
salmone scorrevano all'orizzonte verso est. Anche se il sole doveva ancora
sorgere, la sua luce si irradiava verso l'alto, come un faro che respinge gli ultimi,
inermi sprazzi di oscurità.
Moira uscì sul terrazzo. L'aria era satura del profumo che diffondeva il vaso di
tuberosa sopra il tavolino di malacca. Bourne si accorse di lei quando la porta si
richiuse, e si voltò a guardarla.
Lei gli appoggiò le mani sulle spalle. «Cosa fai?» «Penso.» Moira si piegò e gli
sfiorò l'orecchio con le labbra. «A cosa?» «Al fatto che io sono come un
messaggio cifrato, un mistero persino per me stesso.» Come al solito, non c'era
traccia di autocommiserazione nelle sue parole, ma soltanto frustrazione. Lei si
soffermò un istante a riflettere. «Sai quando sei nato.» «Sì, ma nient'altro.» Moira
si spostò di fronte a lui. «Forse c'è qualcuno che può aiutarti.» «Che vuoi dire?»
«C'è un uomo che vive a mezz'ora di auto da qui. Ho sentito raccontare storie
incredibili sulle sue capacità.» Bourne la guardò. «Stai scherzando, vero?» Lei si
strinse nelle spalle. «Scusa, ma che cos'hai da perdere?» Il telefono squillò e, con
una scarica di adrenalina che non provava da prima della morte di Devra, Arkadin
salì in sella alla moto che aveva noleggiato il giorno antecedente. Ricontrollò una
mappa locale e partì. Superato il complesso dei templi a Klungkung, sulla destra
di Goa Lawah, l'autostrada scendeva sempre più vicino all'oceano. Poi, le quattro
corsie si riducevano da quel punto in avanti a due. A est di Goa Lawah si diresse
verso nord, lungo uno stretto sentiero che si inerpicava sui pendii delle montagne.
«Tanto per iniziare» esordì Suparwita, «che giorno sei nato?» «Il 15 gennaio»
rispose Bourne.
Suparwita lo fissò a lungo negli occhi. Era seduto, perfettamente immobile, sul
pavimento in terra battuta della sua capanna. Solo i suoi occhi si muovevano
attenti e veloci come se stessero eseguendo dei complessi calcoli matematici.
«L'uomo di fronte a me non esiste...» «Che vuoi dire?» replicò brusco Bourne.
«... quindi non sei nato il 15 gennaio.» «Così è scritto sul mio certificato di
nascita.» Era stata Marie in persona a cercarlo.
«Tu mi parli di un certificato di nascita» riprese Suparwita scandendo le parole,
«che non è altro che un pezzo di carta.» Sorrise e i suoi denti bianchi sembrarono
illuminare l'oscurità. «Io so quel che so.» Suparwita era molto grasso, per essere
un balinese, e aveva la pelle scura come mogano, perfetta, liscia e senza rughe;
era impossibile indovinare la sua età. Aveva tantissimi capelli, neri e mossi, tirati
indietro da quella che a Bourne sembrava la stessa fascia a forma di corona che
indossava lo spirito del maialino. Le braccia e le spalle erano possenti, ma non
muscolose come quelle dei palestrati occidentali. Il corpo glabro era liscio come il
vetro. Indossava un tipico pareo balinese bianco, marrone e nero, che gli lasciava
scoperto il torso e aveva i piedi scalzi.
Dopo colazione Moira e Bourne si erano diretti con una moto a noleggio verso
la campagna verde e lussureggiante alla ricerca di una casa con il tetto in paglia,
alla fine di un sentiero stretto immerso nella giungla, dove abitava un guaritore
chiamato Suparwita, che sosteneva di essere in grado di scoprire dettagli
interessanti del passato di Bourne.
Suparwita li aveva accolti calorosamente e senza alcuna sorpresa, come se li
stesse aspettando. Aveva servito loro del caffè balinese in piccole tazze e delle
frittelle alla banana appena cucinate, entrambi addolciti con lo sciroppo di
zucchero di palma.
«Se il mio certificato di nascita è sbagliato, può dirmi lei in che giorno sono
nato?» chiese Bourne.
Gli occhi espressivi di Suparwita non avevano cessato di fare calcoli misteriosi.
«Trentuno dicembre» rispose il guaritore senza esitazioni. «Vedi, il nostro
universo è governato da tre divinità: Brahma, il creatore, Vishnu, il conservatore,
e Shiva, il distruttore.» Pronunciò Shiva alla balinese, ossia «Siwa». Fece una
pausa, come se non fosse sicuro di voler procedere. «Quando avrai lasciato questo
posto, troverai te stesso a Tenganan.» «Tenganan?» ripetè Moira. «Perché mai
dovremmo andarci?» Suparwita le sorrise indulgente. «Il villaggio è famoso per la
tessitura di ikat doppi. Vikat doppio è sacro, protegge dai demoni del nostro
universo. Viene realizzato in soli tre colori, i colori delle nostre divinità. Blu per
Brahma, rosso per Vishnu, giallo per Shiva.» Il guaritore consegnò un biglietto a
Moira. «A Tenganan comprerai un ikat doppio dal miglior tessitore.» La fissò con
uno sguardo severo. «Non te ne dimenticare, mi raccomando.» «Perché me ne
dovrei dimenticare?» chiese Moira.
Suparwita si concentrò di nuovo su Bourne, come se la domanda di Moira non
meritasse risposta. «Il mese in cui sei nato, dicembre, è governato da Shiva, il dio
della distruzione.» Dopo un momento di silenzio, riprese: «Ma vorrei che tenessi
a mente che Shiva è anche il dio della trasformazione».
Il guaritore si girò verso un basso tavolino sul quale erano appoggiate una serie
di piccole ciotole piene di polveri diverse e di frutti che sembravano noci o
baccelli essiccati. Ne scelse una, ne versò il contenuto in un'altra scodella e lo
pestò con un mortaio di pietra. Poi aggiunse un pizzico di polvere gialla e spostò
il tutto in un piccolo bollitore in ferro che mise sul fuoco. Una nuvola di vapore
fragrante inondò la stanza.
Dopo sette minuti Suparwita versò il decotto in un guscio di noce di cocco
intarsiato in madreperla. Senza dire una parola, porse la tazza a Bourne. Poiché
titubava, il guaritore lo esortò sorridendo: «Bevi, per favore. E un elisir di succo
di cocco verde, cardamomo e kencur. Soprattutto kencur. Sai cos'è? Viene anche
chiamato "il giglio della resurrezione"».
Bourne bevve l'infuso dal sapore di canfora.
«Cosa sei in grado di dirmi della vita che io stesso non ricordo?» «Tutto»
rispose enigmatico Suparwita, «e niente.» Bourne chiese con disappunto: «Ma
cosa significa?».
«Non posso rivelarti niente di più, per il momento.» «Ma, a parte la mia vera
data di nascita, non mi hai detto nulla.» «Ti ho detto tutto quello che ti occorre
sapere.» Suparwita piegò il capo da un lato. «Non sei ancora pronto per ascoltare
altro.» Ogni secondo che passava, Bourne si spazientiva sempre di più. «Che cosa
te lo fa pensare?» Gli occhi del guaritore si fissarono su quelli di Bourne: «Il fatto
che tu non ti ricordi di me».
«Ci siamo già incontrati?» «Tu cosa ne dici?» Bourne si alzò di scatto, in preda
a una rabbia che non riusciva a controllare. «Sono venuto fin qui perché pensavo
di trovare delle risposte, non altre domande.» Il guaritore lo osservò con aria mite.
«Sei venuto fin qui con la speranza che ti venisse detto ciò che invece devi
scoprire da solo.» «Forza, andiamocene.» Bourne afferrò la mano di Moira e la
strattonò.
Mentre stavano per uscire, il guaritore gli si rivolse un'ultima volta: «Tutto
questo è già successo in passato. E succederà ancora».
«E stata un'inutile perdita di tempo» si lamentò Bourne con Moira.
Lei salì sulla moto e non disse niente.
Mentre ripercorrevano lo stesso sentiero stretto e sterrato da cui erano venuti, un
indonesiano dal viso color mogano pieno di rughe emerse dalla giungla a bordo di
una moto truccata, si diresse verso di loro ed estrasse una pistola. Bourne fece
ruotare la moto su se stessa e si diede alla fuga verso la collina.
L'imboscata per fortuna era fallita. Con un'occhiata alla mappa del posto
dedusse che da lì a breve sarebbero usciti dalla giungla e avrebbero proseguito
sulle risaie terrazzate che circondavano il villaggio di Tenganan.
«C'è un sistema di irrigazione che passa sopra le risaie» gli urlò Moira
nell'orecchio.
Lui annuì, mentre una distesa verde smeraldo si apriva davanti ai loro occhi.
Uomini e donne con cappelli a righe e lunghi coltelli erano chini sulle piante di
riso. Altri seguivano le mandrie di mucche che procedevano lentamente per arare
le zone in cui il riso era già stato raccolto. Quel che rimaneva veniva bruciato, in
modo che vi si potessero poi coltivare altri prodotti, come peperoncini, patate o
fagiolini, garantendo alla ricca terra vulcanica il giusto apporto di minerali. Donne
dall'incedere sicuro portavano enormi sacchi in equilibrio sulla testa. Sembravano
funamboli che avanzavano, un piede avanti all'altro, con estrema attenzione,
lungo i margini sinuosi e stretti tra una risaia e l'altra.
A un tratto si udì uno scoppio. Bourne e Moira si abbassarono sulla moto,
mentre le teste dei contadini si sollevarono. L'indonesiano aveva sparato appena
era uscito dall'ultimo gruppo di alberi al limitare delle risaie.
Bourne cambiò rapidamente direzione, immettendosi sulla stretta serpentina tra
le risaie.
«Ma che fai?» protestò Moira. «Così all'aperto, senza riparo, saremo dei bersagli
facilissimi!» Bourne si diresse a una delle risaie in cui il fuoco era già stato
appiccato. Un fumo denso e pungente si alzava verso il cielo limpido.
«Prendi una manciata di stoppie quando passiamo di lì!» gridò alla ragazza.
Lei capì al volo. Con il braccio destro si strinse alla vita di lui, si piegò sulla
sinistra e afferrò una manciata di steli in fiamme per poi lanciarli all'indietro. Una
volta lasciati, volarono in aria verso l'inseguitore.
L'indonesiano si fermò per qualche istante, poiché non ci vedeva più. Bourne
tornò indietro. Piegando verso destra, seguì il sentiero tortuoso attraverso il
labirinto di risaie. Doveva stare attento: al minimo errore sarebbero sprofondati
nell'acqua torbida, impantanandosi. E a quel punto sarebbero davvero stati dei
bersagli facili.
L'indonesiano si lanciò di nuovo all'inseguimento, ma prima una donna, poi due
mucche gli sbarrarono la strada. Dovette riporre la pistola per non sbandare sul
sentiero impervio che Bourne aveva imboccato.
Nel tentativo di uscire dalla zona delle risaie, Bourne si lanciò sulla collina,
terrazza dopo terrazza. Alcune erano coperte di piante di riso di un verde brillante,
altre invece, dove il riso era già stato raccolto, erano piene di cenere. Un odore di
fumo aromatizzato si levò nell'aria.
«Qui!» urlò Moira. «Qui!» Bourne vide il muro di contenimento del sistema di
drenaggio, una lingua di cemento di nemmeno quindici centimetri di lunghezza
sulla quale avrebbe dovuto guidare la moto. Attese fino all'ultimo secondo, poi
fece una repentina svolta a sinistra, correndo parallelo alle terrazze che si
stendevano sotto di loro in un percorso vertiginoso, come geroglifici immensi e
misteriosi incisi sui pendii delle colline.
Il loro inseguitore riuscì a ridurre la distanza dalla moto. Era ormai vicinissimo,
quando un vecchio, magro e con gli occhi piccoli come chicchi di caffè, si parò
davanti a Moira e Bourne. L'uomo reggeva in una mano uno di quei coltelli dalla
lama larga usati per raccogliere il riso e nell'altra un fascio di piantine. Vedendo le
due moto venirgli incontro a quella velocità, rimase di sasso. Quando gli fu
abbastanza vicino, Bourne gli sfilò il coltello di mano.
Pochi secondi dopo, Jason scorse alla sua destra un'asse di legno a guisa di ponte
sul canale d'irrigazione che portava nella giungla. Ci passò sopra, ma la tavola
mezza marcia scricchiolò e si spezzò proprio mentre la ruota anteriore atterrava
sul terriccio dalla parte opposta. La moto sbandò pericolosamente, mandando
Bourne e Moira quasi a sbattere contro gli alberi.
L'indonesiano accelerò e saltò il ponte distrutto. Seguì Bourne e Moira lungo un
ripido sentiero in discesa disseminato di rocce e radici mezze bruciate.
La strada si faceva sempre più scoscesa, e Moira si strinse ancora più forte a
Bourne, che poteva sentire il battito impazzito del cuore di lei, e il respiro caldo
contro la guancia. Gli alberi sfrecciavano da entrambe le parti. Alcune rocce
fecero impennare la moto come un cavallo imbizzarrito, imponendo a Jason uno
sforzo enorme per controllarla. Il minimo errore li avrebbe gettati fuori strada, in
mezzo alla fitta foresta, piena di alberi dal tronco enorme. A un certo punto
comparvero degli scalini in pietra, sui quali passarono saltando e rombando a una
velocità mozzafiato. Moira si arrischiò a guardare indietro e vide l'indonesiano
piegato sul manubrio della sua moto, tutto concentrato.
All'improvviso la scalinata terminò e il sentiero riprese, adesso meno scosceso.
L'inseguitore cercò di mirare con la pistola, ma Bourne tagliò dei tronchi di
bambù con il coltello sottratto all'anziano contadino, e ostruì il sentiero.
L'uomo dal viso di mogano fu costretto a tenere la pistola con i denti. Ci volle
tutta la sua abilità per evitare che la moto uscisse di strada.
Quando il sentiero si fece di nuovo pianeggiante, Bourne e Moira oltrepassarono
rapidi delle piccole baracche, accanto alle quali degli uomini tagliavano legna o
rimestavano in pentoloni sul fuoco, mentre alcune donne tenevano in braccio i
loro bambini. Al passaggio della moto, cani randagi, scheletrici e impauriti,
scappavano. Era chiaro che si stavano avvicinando a un villaggio. Bourne si
chiese se potesse essere Tenganan. Chissà se Suparwita aveva previsto
l'inseguimento.
Poco dopo passarono sotto un arco di pietra ed entrarono nel villaggio vero e
proprio. Alcuni bambini che giocavano a badminton fuori dalla scuola si
fermarono a guardare le moto che schizzavano via. Le galline si sparpagliarono
ovunque, mentre i galli da combattimento con le piume dipinte di rosa e arancione
si agitarono così tanto che rovesciarono le gabbie di vimini, disturbando a loro
volta mucche e vitelli che pascolavano pigri al centro del villaggio. Gli abitanti
uscirono dalle loro case inseguendo i preziosissimi galli da combattimento.
Al pari di tutti i villaggi di collina, anche questo si estendeva su alcune terrazze,
come le risaie: zone di terra compatta ed erba incolta si alternavano a rampe di
pietra aggettanti al livello superiore. In basso, verso il centro dell'abitato, era stata
costruita una tettoia per le riunioni degli anziani. Su entrambi i lati della strada
sorgevano negozi che vendevano ikat singoli e doppi. In tutto quel caos, Bourne
sentì un brivido corrergli lungo la schiena. E così, quello era Tenganan, il
villaggio che Suparwita aveva visto nel suo futuro.
Al suo passaggio, Jason strappò un filo con degli abiti stesi ad asciugare che
ondeggiò nell'aria come un serpente prima di sbattere contro l'inseguitore.
Guidando con maestria la moto in un vicolo stretto, riprese la strada da dove
erano venuti.
Purtroppo si accorse di non essere riuscito a seminare l'indonesiano, che
sopraggiungeva rombando, per nulla disturbato dalla biancheria che gli era finita
addosso. Accelerando, Bourne riuscì a distanziare l'inseguitore quel tanto che
bastava per compiere un'inversione a U, cambiare di nuovo direzione e uscire dal
villaggio. Ancora una volta, però, l'inseguitore non sembrò sorpreso, quasi come
se si aspettasse una mossa del genere. Accelerò, estrasse la pistola e sparò,
costringendo Bourne a girare velocemente la moto e a invertire il senso di marcia,
mentre un secondo proiettile gli sfiorava la spalla sinistra. Jason continuò a
procedere sulle terrazze nel tentativo di seminare l'uomo tenace che aveva alle
calcagna.
Nascosto all'ombra della foresta, Leonid Arkadin udì il boato dei motori
sovrastare i canti provenienti dal tempio sulla cui terrazza si era appostato. Da qui
aveva un'eccellente visuale. Sollevò il Parker Hale M85 in modo che il calcio
aderisse alla perfezione alla spalla e guardò nel mirino Schmidt & Bender.
Era calmo, adesso: l'agitazione aveva lasciato il posto a un ardore fatto di astuzia
e curiosità che bruciava tutto ciò che era estraneo al suo obiettivo, lasciandogli la
mente sgombra come un cielo azzurro e quieta come la foresta in cui si era
nascosto, simile a una vipera su un albero in paziente attesa della sua preda. Il
piano era perfetto. Si era servito dell'indonesiano come un cacciatore di un
battitore per stanare la preda e farla avvicinare il più possibile.
A un tratto una moto comparve nella radura dei templi. Arkadin fece un
profondo respiro, mentre teneva Bourne sotto tiro. E in quel momento la sagoma
del suo nemico si disegnò nitida nel mirino. Il russo stava per sorbire il nettare
avvelenato della vendetta.
Bourne e Moira irruppero nella radura dove si innalzavano tre templi, uno più
largo al centro e due più piccoli ai lati. Udendo i cori provenienti dall'interno del
tempio principale, Jason si fermò.
In quell'istante, Arkadin, sistematosi su un ramo quasi orizzontale, premette il
grilletto; Bourne venne scaraventato giù dalla moto e Moira gridò.
Messo da parte il fucile, Arkadin impugnò un coltellaccio con la lama
seghettata, balzò giù dall'albero e corse verso la radura per tagliare la gola del suo
nemico e assicurarsi che fosse morto davvero. Ma il suo piano fu ostacolato da
una mandria di mucche seguite da alcune donne che portavano offerte di frutti e
fiori sulla testa ed erano accompagnate dai bambini del villaggio che sfilavano in
processione verso il tempio. Arkadin cercò di superarli, ma una mucca, infastidita
dai suoi movimenti bruschi, si voltò verso di lui scuotendo le lunghe corna
appuntite. Il gruppo si fermò all'improvviso, gli occhi di tutti fissi su di lui. Dopo
aver dato un'occhiata al corpo insanguinato di Bourne, Arkadin si dileguò nella
giungla.
La processione raggiunse il luogo dell'agguato; le offerte furono lasciate
sull'erba rada dove Jason giaceva di schiena. Bourne cercò di alzarsi, ma non ci
riuscì. Trasse Moira a sé, per parlarle all'orecchio. Il sangue gli aveva macchiato
la camicia, e ora gocciolava sul terreno.
Capitolo 1
Tre mesi dopo In un esclusivo quartiere di Monaco, due guardie del corpo con
occhio indagatore e Glock 9mm infilate nelle fondine ascellari scortavano un
uomo magro e iperattivo appena uscito da un appartamento. Un secondo uomo,
più anziano, con la pelle più scura e rughe profonde che partivano da entrambi gli
angoli della bocca, emerse dall'ombra che lo proteggeva per stringere la mano
all'altro. Poi, quest'ultimo e i due bodyguard scesero le scale e salirono su un'auto
che li stava aspettando. Una delle guardie del corpo prese posto davanti, mentre
l'altra occupò il sedile posteriore insieme all'uomo magro. La riunione era stata
intensa ma breve, il motore era già acceso e ronzava come un gatto che fa le fusa.
La sua mente era occupata a pensare come avrebbe strutturato le domande da
rivolgere al suo capo, Abdullah Khoury, riguardo ai rapidi cambiamenti della
Turchia che gli avevano appena presentato.
Il mattino da poco iniziato era ancora sonnolento, pigro e silenzioso. Gli alberi,
curati e carichi di foglie, proiettavano sul marciapiede macchie d'ombra color
inchiostro. L'aria era fresca, il caldo cocente avrebbe schiarito il cielo solo di lì a
qualche ora. Il momento dell'appuntamento era stato scelto di proposito. Come
previsto, non c'era traffico. C'era in giro solo un ragazzo che, in fondo all'isolato,
cercava di imparare ad andare in bicicletta.
Il camion della nettezza urbana svoltò l'angolo all'estremità opposta della via, e
le sue enormi spazzole iniziarono a fargli ingurgitare quel poco sporco depositato
sulla strada quasi immacolata. Era tutto normale: la maggior parte degli abitanti di
quel quartiere esercitava una discreta influenza sull'amministrazione comunale, e
andava molto fiera del fatto che le loro strade fossero le prime a essere pulite ogni
mattina.
Mentre l'auto prendeva velocità lungo la via, l'enorme camion cambiò direzione
e riprese ad andare nel senso opposto a quello del veicolo che stava
sopraggiungendo, bloccando il passaggio. Senza alcuna esitazione, l'autista
ingranò la retromarcia e premette il piede sull'acceleratore. L'auto schizzò indietro
facendo stridere le gomme e si allontanò dal camion. Al rumore delle ruote, il
ragazzo alzò la testa. Era in piedi e teneva la bici ferma, come se stesse
riprendendo fiato. Ma, all'ultimo momento, quando la vettura gli si avvicinò,
infilò una mano nel cestino in vimini ed estrasse una strana arma dalla canna
lunghissima. Il lanciagranate esplose un colpo, il lunotto posteriore dell'auto andò
in mille pezzi e la macchina si trasformò in una palla di fuoco arancione e nera.
Il ragazzo, curvo sul manubrio della bici, si allontanò pedalando veloce con un
sorriso di soddisfazione dipinto sul volto.
Intorno alle dodici di quello stesso giorno, Arkadin si trovava in una birreria di
Monaco e ascoltava musica popolare circondato da tedeschi ubriachi, quando il
cellulare iniziò a vibrare. Riconobbe il numero, uscì dal locale per cercare un
posto un po' meno chiassoso e salutò l'interlocutore con un grugnito, senza dire
una parola.
«Il tuo tentativo di distruggere la Fratellanza Orientale è fallito, come tutti gli
altri.» La fastidiosa voce di Abdullah Khoury ronzò nelle sue orecchie come
un'ape.
«Hai ucciso il mio ministro delle Finanze stamattina. È tutto qui quello che sai
fare? Ne ho già nominato un altro.» «Forse non hai capito. Non ho alcuna
intenzione di distruggere la Fratellanza Orientale» ribatté Arkadin. «Io voglio
prenderne il comando.» La risposta fu una risata stridula, priva di umorismo e del
tutto incolore. «Non importa quanti dei miei riuscirai a fare fuori, Arkadin. Io, ti
assicuro, sopravviverò sempre.» Moira Trevor era seduta dietro la sua nuova
scrivania in vetro e acciaio, nei nuovi uffici della Heartland Risk Management
LLC, la sua nuova società, che occupava i primi due piani di un edificio postmoderno nel cuore del nordest di Washington. Parlava al telefono con Steve
Stevenson - uno dei contatti che aveva al Dipartimento della Difesa - di un
incarico redditizio che le era stato affidato. In effetti gliene erano stati offerti
molti, nelle ultime cinque settimane. Nel frattempo dava un'occhiata ai vari
rapporti giornalieri dell'intelligence sul suo computer. Di fianco allo schermo c'era
una foto di lei e Jason Bourne. Sullo sfondo si intravedeva il monte Agung, il
vulcano sacro, che avevano scalato una mattina presto, prima che il sole di Bali
illuminasse con i suoi raggi l'orizzonte. Aveva il volto disteso e sembrava più
giovane di dieci anni. E Bourne sorrideva in quel modo enigmatico che le piaceva
tanto. Quando aveva quell'impressione, lei passava i polpastrelli lungo il contorno
delle sue labbra, come una non vedente che potesse cogliere un significato
nascosto con le dita.
Suonò l'interfono e lei sobbalzò, realizzando che stava fissando la fotografia con
la mente rivolta al passato - come ormai le succedeva spesso -, a quei giorni
meravigliosi trascorsi a Bali prima che Jason venisse ucciso a Tenganan.
Diede un'occhiata all'orologio elettronico sulla sua scrivania, si ricompose,
terminò la sua telefonata e, nel microfono dell'interfono, disse: «Lo faccia
entrare».
Pochi istanti dopo, Noah Perlis entrò nell'ufficio. Era il suo vecchio capo alla
Black River, un esercito mercenario privato a cui gli Stati Uniti si rivolgevano per
occuparsi dei punti caldi in Medio Oriente. La società di Moira ne era ora la
diretta concorrente. Il viso aguzzo di Perlis era più giallognolo che mai, i capelli
ancora più grigi. Il naso lungo incombeva come la spada di Damocle su una bocca
che si era dimenticata come si sorride. Si vantava di essere in grado di cogliere
l'essenza più profonda delle persone. La cosa risultava ironica, dato che stava
talmente sulla difensiva da risultare inaccessibile persino a se stesso.
Moira indicò una delle nuove sedie di pelle e acciaio cromato di fronte alla
scrivania. «Accomodati.» Noah rimase in piedi come se stesse già per andarsene:
«Sono venuto solo per dirti di smetterla di rubarci il personale».
«Dunque sei qui in veste di comune messaggero?» Moira alzò lo sguardo e
sorrise accomodante, anche se, d'istinto, avrebbe fatto tutt'altro.
I suoi occhi marroni, spalancati e inquisitori, non lasciavano trasparire alcuna
emozione. Il suo viso aveva un'espressione stranamente forte o intimidatoria, a
seconda del punto di vista. Tuttavia, la calma straordinaria di cui era dotata le era
già stata utile in altre situazioni di tensione come quella.
Bourne l'aveva avvertita, prima ancora che fondasse la Heartland, che quel
momento sarebbe giunto. E qualcosa dentro di lei lo stava aspettando con ansia.
Noah era venuto come rappresentante della Black River, e Moira era stata alle sue
dipendenze per troppo tempo.
Dopo aver fatto alcuni passi verso di lei, Perlis prese la foto incorniciata dalla
scrivania e la osservò.
«Che peccato, per il tuo ragazzo!» disse. «Ucciso in un villaggio schifoso nel bel
mezzo del nulla. Devi aver sofferto parecchio.» Moira non aveva alcuna
intenzione di permettergli di farle perdere il controllo. «Che piacere rivederti,
Noah.» Perlis rimise a posto la foto, sogghignando: «La classica frase che usa chi
mente in maniera educata».
Moira mantenne un'espressione innocente, un'ottima corazza contro i colpi e le
frecciatine di Noah. «Perché dovremmo continuare a usare l'educazione tra di
noi?» L'uomo ritornò in posizione eretta, con le mani strette talmente forte che le
nocche erano diventate bianche. Forse Noah avrebbe preferito mettergliele attorno
al collo e strozzarla.
«Sto parlando seriamente, cazzo!» I suoi occhi si fissarono su quelli della
ragazza. Noah sapeva incutere terrore, quando voleva. «Non puoi più tornare
indietro, Moira, ma se continui su questa strada...» Scosse la testa in segno di
avvertimento.
Moira si strinse nelle spalle. «Non c'è problema. La gente rimasta a lavorare per
te non soddisfa i miei requisiti morali.» Queste parole lo rilassarono a tal punto da
indurlo a usare tutt'altro tono: «Perché ti comporti così?».
«Perché mi fai una domanda di cui conosci già la risposta? Perché c'è bisogno di
un'alternativa legittima alla Black River, in cui non si agisca al limite della
legalità per poi oltrepassarla appena possibile.» «Questo è un lavoro sporco, e tu
lo sai meglio di chiunque altro.» «Certo che lo so. E il motivo che mi ha spinta a
fondare la mia società.» Si alzò e si appoggiò alla scrivania. «L'Iran è nel mirino
di tutti. Non me ne starò buona in disparte permettendo che si ripeta quello che è
successo in Afghanistan e in Iraq.» Noah girò sui tacchi e uscì dall'ufficio. Con
una mano ancora sulla maniglia della porta, si voltò e le lanciò uno sguardo
intenso e freddo, uno dei suoi vecchi trucchi.
«Sai benissimo di non poter contenere il flusso di acqua sporca. Non essere
ipocrita, Moira. Muori dalla voglia di sguazzare nel fango in cui siamo immersi
tutti noi, perché alla fin fine è solo questione di soldi.» I suoi occhi brillavano di
una luce oscura. «Ci sono miliardi di dollari da guadagnare allo scoppio di una
guerra in uno scenario tutto nuovo.» ***
Capitolo 2
Bourne è a Tenganan, disteso a terra, e sussurra qualcosa all'orecchio di Moira.
«Di' a tutti...» Lei è curva su di lui, tra la polvere e il sangue che scorre, e tiene in
mano il cellulare.
«Non muoverti, Jason. Sto chiamando aiuto.» «Di' a tutti che sono morto» dice
Bourne prima di perdere conoscenza.
Jason Bourne si svegliò dal suo sogno ricorrente, sudato tra le lenzuola. La calda
notte tropicale era oscurata dalle zanzariere che lo circondavano. Da qualche
parte, sulle montagne, stava piovendo. I fulmini colpirono il suo udito come
zoccoli, il vento leggero e umido sul petto nudo accarezzava la ferita che si stava
cicatrizzando.
Erano passati tre mesi da quando il proiettile lo aveva colpito, tre mesi da
quando Moira aveva eseguito i suoi ordini alla lettera. Ora, chiunque lo
conoscesse, lo credeva morto. Tre persone soltanto sapevano la verità: Moira,
Benjamin Firth, il chirurgo australiano che viveva al villaggio di Manggis, da cui
Moira lo aveva portato, e Frederick Willard, l'ultimo componente rimasto della
Treadstone, nonché l'uomo che aveva rivelato a Bourne il tipo di addestramento a
cui era stato sottoposto Leonid Arkadin in quel programma. Era stato Willard,
contattato da Moira su richiesta di Bourne, a rimetterlo a nuovo non appena il
dottor Firth aveva dato il via libera.
«E una fortuna che tu sia ancora vivo, amico» aveva detto Firth, quando Bourne
aveva ripreso conoscenza dopo la prima delle due operazioni subite. Moira era
presente. Aveva da poco terminato di organizzare ufficialmente il rimpatrio della
«salma» di Bourne negli Stati Uniti. «Se non fosse stato per un'anomalia cardiaca
congenita, saresti morto sul colpo. Chi ti ha sparato sapeva bene dove mirare.»
Poi aveva afferrato l'avambraccio di Jason e aveva sfoderato un sorriso tirato:
«Non preoccuparti, amico. Ti rimetteremo in sesto nel giro di un mese o due».
Un mese o due. Bourne ascoltò la pioggia torrenziale farsi più vicina, si distese
fino a toccare il tessuto àeWikat doppio che pendeva vicino al suo letto, e si sentì
più tranquillo. Tornò con la mente alle lunghe settimane in cui era stato costretto a
rimanere nella sala operatoria del dottore di Bali; per ragioni di salute, ma anche
di sicurezza. Per molti giorni dopo la seconda operazione tutto quello che riusciva
a fare era mettersi seduto. Durante quel periodo, fatto di cure e medicine, Bourne
aveva scoperto il segreto del dottor Firth: era un bevitore accanito. Si poteva
essere certi di trovarlo sobrio solo quando aveva un paziente disteso sul tavolo
operatorio. Dimostrava di essere un bravissimo chirurgo, quando stava alla larga
dall'arak, il liquore di palma tipico di Bali, talmente forte che lo usava persino per
pulire la sala operatoria e gli strumenti chirurgici quando si dimenticava di
ordinare l'alcol puro. Bourne era venuto a sapere anche perché il dottore viveva
nascosto e lontano dal mondo. Era stato bandito da tutti gli ospedali dell'Australia
occidentale.
All'improvviso l'attenzione di Jason si concentrò all'esterno. Il dottore entrò
nella stanza dalla parte opposta dell'ambulatorio rispetto alla sala operatoria.
«Firth» lo apostrofò Jason, sedendosi. «Che ci fai qui a quest'ora della notte?» Il
dottore si lasciò andare con un tonfo sulla poltrona di vimini vicina al muro.
Zoppicava visibilmente: aveva una gamba più corta dell'altra. «I fulmini e i lampi
non mi piacciono» rispose.
«Sembri un bambino.» «Sì, per molti aspetti lo sono» annuì il dottore. «Ma, a
differenza di tanti altri, io lo ammetto.» Bourne accese la lampada. Un cono di
luce illuminò il letto e il pavimento circostante. Mentre i tuoni si facevano sempre
più vicini, Firth andò verso la luce, come se cercasse protezione. Teneva in mano
una bottiglia di arak.
«La tua fedele compagna» osservò Bourne.
Il dottore contrasse il viso in una smorfia. «Stanotte non basterà nemmeno tutto
l'alcol del mondo...» Jason allungò la mano verso Firth perché gli passasse la
bottiglia, bevve qualche sorso e poi gliela restituì. Nonostante fosse seduto
comodamente, il medico era tutto fuorché rilassato. Lo schianto dei tuoni
squarciava il cielo, e in un attimo l'acquazzone si abbatté sul tetto in paglia
dell'ambulatorio con il fracasso di un colpo di pistola.
«Spero di convincerti a rallentare un po' con l'allenamento.» «Perché dovrei
farlo?» domandò Bourne.
«Perché Willard sta esagerando.» Firth si passò la lingua sulle labbra, come se il
suo corpo desiderasse un altro sorso di arak.
«E il suo lavoro.» «Sì, ma non è un dottore. Non è stato lui a tagliarti e a
ricucirti.» Si strinse la bottiglia tra le gambe. «E poi me la faccio sotto dalla paura
quando lo vedo.» «Tu te la fai sempre sotto!» «No, non è vero, non sempre.» Il
dottore si fermò, mentre un tuono rimbombava nell'aria. «Davanti a un cadavere
maciullato non faccio una piega.» «Un corpo maciullato non può replicare»
puntualizzò Jason.
Firth sorrise triste. «Tu non hai avuto gli incubi che hanno assalito me.» «Be',
può darsi.» Bourne si vide di nuovo a Tenganan, disteso a terra e coperto di
sangue. «Ma io ho i miei.» Il silenzio regnò per qualche istante. Poi Bourne fece
una domanda, ma non arrivò nessuna risposta: il dottore ronfava beato, e lui tornò
a distendersi sul letto, chiuse gli occhi e sperò di addormentarsi. Prima che la
pallida luce del giorno lo svegliasse, era tornato ancora una volta a Tenganan,
dove il profumo al muschio di Moira si mescolava all'odore del suo sangue.
«Ti piace?» Moira sollevò Vikat intessuto con i colori di Brahma, Vishnu e
Shiva: blu, rosso e giallo. L'intricato motivo rappresentava fiori intrecciati;
frangipani, forse. Dato che i colori usati erano tutti naturali - alcuni a base di
acqua, altri di olio -, ci voleva un anno e mezzo o due per completare il lavoro. Il
giallo, che corrispondeva a Shiva il distruttore, avrebbe poi impiegato altri cinque
anni per ossidarsi e rivelare la tonalità finale. Sugli ikat doppi il motivo veniva
dipinto sull'ordito e sulla trama di modo che, una volta tessuti, i colori risultassero
puri; negli ikat singoli, invece, il motivo veniva realizzato in una sola parte del
filato, mentre la restante presentava un unico colore di sfondo, spesso il nero. In
ogni casa balinese un ikat doppio era appeso al muro in un posto degno di onore e
rispetto.
«Sì» rispose Bourne. «Mi piace molto.» Stava per recarsi alla sala operatoria per
il primo dei due interventi che avrebbe subito.
«Suparwita ha detto che era importante che io prendessi un ikat doppio per te.»
Gli si avvicinò. «E sacro, Jason, ricordi? Brahma, Vishnu e Shiva ti proteggeranno
dal male e dalla malattia. Farò in modo che ti sia sempre vicino.» Poco prima che
il dottor Firth lo conducesse nella sala operatoria, lei si chinò sopra di lui e gli
sussurrò in un orecchio: «Andrà tutto bene, Jason. Hai bevuto il tè con il kencur».
Kencur, pensò Bourne mentre Firth gli iniettava l'anestetico. Il giglio della
resurrezione.
Mentre Benjamin Firth gli apriva il corpo, quasi senza speranza che potesse
sopravvivere, Jason sognò di un tempio sulle montagne balinesi. Al di là dei
cancelli intarsiati e dipinti di rosso, si ergeva la fosca piramide del monte Agung,
blu e imponente sullo sfondo giallo del cielo. Gli sembrava di contemplare la
scena da una grande altezza, e guardandosi attorno si rese conto di trovarsi sul
gradino più alto di una scalinata tripla molto ripida, circondato da sei feroci
dragoni di pietra, le cui zanne scoperte erano lunghe venti centimetri. I corpi degli
animali mitici seguivano ondulati entrambi i lati delle tre scale, formando dei
solidi corrimani.
Quando Bourne volse di nuovo lo sguardo ai cancelli e al monte Agung, notò
una figura stagliarsi contro il vulcano sacro, e il cuore iniziò a battergli forte in
petto. Il sole stava tramontando di fronte a lui; si schermò gli occhi con una mano
sforzandosi di identificare la figura che si era appena girata verso di lui. Provò
dolore e piacere insieme.
In quel preciso istante, il dottor Firth scoprì la curiosa anomalia nel cuore di
Bourne e si mise al lavoro, sapendo di avere una possibilità di salvare il suo
paziente.
Quattro ore dopo, il chirurgo, stanco ma soddisfatto, accompagnò Bourne nella
stanza di convalescenza adiacente alla sala operatoria. Quella sarebbe diventata la
sua casa per le sei settimane successive.
Moira li stava aspettando. Era pallida come un cencio, l'ansia le serrava lo
stomaco.
«Ce... ce la farà?» balbettò. «Mi dica che ce la farà, dottore!» Firth si abbandonò
stancamente su una sedia pieghevole, mentre si toglieva i guanti. «Il proiettile lo
ha attraversato in modo netto. Il che è positivo, perché non l'ho dovuto estrarre.
Ritengo che possa farcela, signorina Trevor. Ma nella vita nulla è certo,
soprattutto in medicina.» Mentre Firth si faceva il primo goccio di arak della
giornata, Moira si avvicinò a Bourne con un misto di euforia e trepidazione. Nelle
ultime quattro ore era stata talmente terrorizzata che aveva temuto le venisse un
infarto. La stessa cosa, pensava, che doveva aver provato Jason. Guardandogli il
volto pallidissimo ma sereno, gli prese le mani e gliele strinse forte per ristabilire
una connessione fisica tra di loro.
«Jason» lo chiamò.
«È ancora sotto anestesia» la avvertì Firth. «Non può sentirla.» Moira lo ignorò.
Cercò di scacciare l'immagine del foro nel petto di Bourne sotto le bende, ma non
ci riuscì. I suoi occhi erano colmi di lacrime, come lo erano stati per tutta la
durata dell'intervento, ma l'abisso di disperazione sul ciglio del quale aveva
camminato si stava pian piano richiudendo. Però sentiva ancora aleggiare la
minaccia che li aveva fatti precipitare in quell'incubo.
«Jason, ascoltami. Suparwita sapeva quello che ti sarebbe successo e ti ha
preparato nel miglior modo possibile. Ti ha fatto bere il kencur, e mi ha detto di
comprare un ikat doppio per te. Entrambi ti hanno protetto, io lo so, anche se tu
non ci crederai mai.» La luce del mattino inondò la stanza dei tenui colori del rosa
e del giallo sullo sfondo di un cielo azzurrino. Brahma, Vishnu e Shiva si stavano
librando in aria quando Bourne aprì gli occhi. La tempesta della notte precedente
aveva dissolto la striscia di foschia provocata dagli steli di riso dati alle fiamme
nelle risaie sui pendii delle colline.
Bourne si mise seduto e il suo sguardo cadde sull'ikat doppio. Stringendo il
tessuto ruvido tra le mani, vide, come in un flash, la figura che si frapponeva tra
lui e il monte Agung, incorniciata dai cancelli del tempio, e si chiese chi mai
potesse essere.
***
Capitolo 3
La cabina del volo di linea 891 decollato dal Cairo ferveva di attività. Il pilota e
il copilota, amici di lunga data, scherzavano sull'assistente di volo che si
sarebbero volentieri portati a letto. Stavano scommettendo su chi per primo
avrebbe conquistato la bella hostess, quando sullo schermo del radar comparve un
segnale luminoso intermittente in avvicinamento. Attenendosi alla procedura, il
pilota attivò l'interfono e ordinò ai passeggeri di allacciarsi le cinture di sicurezza,
poi tentò di portare l'aereo fuori dalla rotta prestabilita con una manovra evasiva.
Ma il 767 era troppo grande. Non era stato progettato per manovre rapide. Il
copilota cercò di ottenere un fermo immagine dell'oggetto, mentre chiamava via
radio la torre di controllo del Cairo.
«Volo Otto-Nove-Uno, nessun volo di linea in avvicinamento» rispose l'addetto
in tono calmo. «Avete già un fermo immagine?» «Non ancora. Il velivolo è molto
piccolo, forse è un jet privato» suggerì il copilota.
«Non ci sono voli previsti. Ripeto: nessun piano di volo registrato.» «Ricevuto»
disse il copilota. «Ma continua ad avvicinarsi.» «Otto-Nove-Uno, salite a
quattordicimila metri.» «Ricevuto.» Il pilota obbedì, regolando i comandi sul
pannello di controllo. «Stiamo salendo a quarantacinque...» «Eccolo, lo vedo!» lo
interruppe il copilota. «Va troppo veloce per essere un jet privato!» «Che cos'è?»
La voce della torre di controllo aveva assunto un tono allarmato. «Che sta
succedendo? Otto-Nove-Uno, rispondete!» «Eccolo!» urlò il pilota.
Un istante dopo, l'aereo di linea fu avvolto da una fiammata accecante. Seguì
un'esplosione devastante che frantumò la fusoliera, come una bestia che con una
zampata lacera la sua preda, e i resti contorti e anneriti del 767 piombarono a terra
a una velocità sorprendente.
Ben al di sotto dell'ala ovest della Casa Bianca, in un'ampia stanza di cemento
armato rinforzato da un'anima d'acciaio spessa oltre due metri, il presidente degli
Stati Uniti d'America partecipava a una riunione di massima sicurezza in cui
erano presenti il segretario alla Difesa Halliday; la direttrice della CIA Veronica
Hart;Jon Mueller, capo del Dipartimento della Sicurezza Interna e Jaime
Hernandez, il nuovo zar dell'intelligence che aveva assunto il controllo della NSA
sulla scia dello scandalo che aveva affondato il suo predecessore.
Halliday, rubicondo, i capelli biondi pettinati all'indietro, gli occhi scaltri da
politico e il sorriso smagliante, leggeva un rapporto scritto per la
Sottocommissione del Senato. «Dopo mesi di duro lavoro preparatorio, giudiziose
ricompense e ispezioni discrete» disse, «la Black River ha finalmente stabilito il
primo contatto con un gruppo di dissidenti iraniani filoccidentali.» Fece una
pausa; proprio come un vero uomo di spettacolo, fissò i volti raccolti intorno al
tavolo lucido, cercando lo sguardo di tutti i presenti. «Questa è una notizia
strepitosa» aggiunse senza motivo e facendo un cenno al presidente. «E quello
che l'amministrazione ha cercato di ottenere per anni, dato che l'unico gruppo
dissidente noto si è finora rivelato inutile.» Halliday era più eloquente del solito e
la Hart pensava di conoscerne il motivo. Anche se le sue quotazioni erano salite
grazie alla morte di Jason Bourne per la quale si era tanto adoperato e poi preso
tutto il merito, la Hart sapeva che Halliday aveva bisogno di un'altra vittoria, una
vittoria che implicasse la diplomazia internazionale e di cui il presidente avrebbe
potuto vantarsi come un suo personale successo politico.
«Per lo meno è un gruppo con cui possiamo lavorare» continuò Halliday con
grande entusiasmo, mentre distribuiva il rapporto preparato dalla Black River con
il dettaglio di date e luoghi di incontri, con tanto di trascrizioni di alcune
intercettazioni telefoniche intercorse tra alcuni membri della Black River e gli
esponenti di spicco del gruppo dissidente, i cui nomi erano stati criptati per motivi
di sicurezza. Veronica Hart notò che tutti i colloqui sottolineavano sia la loro
militanza, sia l'impegno di accettare l'aiuto occidentale.
«Sono senza ombra di dubbio filoccidentali» concluse il segretario, come se il
suo pubblico necessitasse di una guida verbale per affrontare le pagine dense di
informazioni. «Inoltre, si stanno preparando a una rivoluzione armata e attendono
impazienti tutto il sostegno che possiamo offrire.» «Quali sono le loro reali
capacità?» chiese Jon Mueller, che aveva l'aria del tipico ex membro della NSA,
da soldato sopravvissuto a una battaglia in cui ha visto ogni sorta di orrori e
atrocità. Il suo fisico imponente sembrava in grado di spezzare il corpo di un
uomo come fosse uno stuzzicadenti.
«Ottima domanda, Jon. Se andate a pagina trentotto, potrete prendere visione
delle valutazioni forniteci dalla Black River sulla preparazione e la competenza in
fatto di armi di questo gruppo. Entrambe sono pari: otto su dieci della loro scala
di valutazione.» «Sembra affidarsi molto al lavoro della Black River, signor
segretario» intervenne la Hart in tono asciutto.
Halliday non la degnò nemmeno di uno sguardo. Erano stati i suoi uomini Soraya Moore e Tyrone Elkins - a far affondare Luther LaValle, suo protettore. La
odiava con tutto se stesso, ma la direttrice della CIA sapeva che Halliday era un
politico troppo scaltro e non avrebbe mai mostrato la sua ostilità di fronte al
presidente, che invece per lei nutriva la massima stima.
Il segretario alla Difesa annuì saggiamente. «Vorrei davvero che non fosse così,
direttrice. Non è un segreto che siamo a corto di risorse a causa dei conflitti in
Afghanistan e Iraq, e ora che l'Iran costituisce un pericolo presente e concreto, ci
troviamo obbligati ad appaltare una fetta sempre più consistente del nostro lavoro,
concedendo sempre maggiore libertà d'azione al nostro gruppo di intelligence.»
«Forse è la NSA che si trova obbligata. La CIA ha creato la Typhon lo scorso
anno proprio per le questioni mediorientali» puntualizzò Veronica Hart, e
proseguì: «Tutti gli agenti della Typhon parlano fluentemente i vari dialetti arabi e
il farsi. Mi dica, signor segretario, quanti agenti della NSA sono altrettanto
preparati?».
La Hart notò il rossore salire dal collo di Halliday fino alle guance, e si piegò in
avanti, come a parare lo scoppio d'ira imminente. Purtroppo la riunione fu
interrotta dal suono del telefono blu alla destra del presidente. Su tutta la stanza
cadde un silenzio così assoluto che il minimo rumore aveva la risonanza di un
martello pneumatico. Il telefono blu portava solo brutte notizie, lo sapevano tutti.
Con espressione crucciata il presidente alzò la cornetta e se la portò all'orecchio:
gli arrivò la voce del generale Leland dal Pentagono che gli riferì qualcosa; un
documento più dettagliato sarebbe arrivato alla Casa Bianca nel giro di un'ora e
mezza.
Il presidente reagì alla notizia con la sua solita calma. Non era tipo da prendere
decisioni affrettate o farsi sopraffare dal panico. Mentre riattaccava annunciò:
«C'è stato un disastro aereo. L'Otto-Nove-Uno, decollato dal Cairo, è esploso in
aria».
«Una bomba?» chiese il nuovo zar dell'intelligence. Era un uomo magro e
attraente, con due occhi calcolatori scuri come la pece. Sembrava uno di quelli
che contano i ravioli nel piatto per accertarsi di non essere stati imbrogliati.
«Ci sono superstiti?» si informò la Hart.
«Non sappiamo rispondere a nessuna delle due domande, per il momento»
rispose il presidente. «Quello che sappiamo è che c'erano 181 persone, su
quell'aereo.» «Santo cielo!» La Hart scosse la testa.
Ci fu un momento di silenzio attonito, mentre tutti contemplavano l'enormità
della catastrofe e le terribili ripercussioni che avrebbe potuto avere. Qualunque
fosse stata la causa, tantissimi civili americani erano morti, e se la peggiore delle
ipotesi si fosse rivelata vera, se si fosse provato che quei cittadini americani erano
stati vittime di un attacco terroristico...
«Signore, credo che l'unica cosa da fare sia mandare una squadra congiunta
formata da membri della NSA e del Dipartimento della Sicurezza Interna sul
luogo del disastro» intervenne Halliday nel tentativo di assumere il controllo della
situazione.
«Non sgomitiamo tra di noi» replicò Veronica Hart. Le parole di Halliday
avevano risvegliato tutti dallo shock iniziale. «Questo non è l'Iraq. Avremo
bisogno del permesso del governo egiziano per inviare le nostre truppe laggiù.»
«Ma si tratta di cittadini americani, nostri connazionali fatti saltare in aria!»
ribatté Halliday. «Che gli egiziani vadano al diavolo, che cos'hanno fatto per noi,
negli ultimi tempi?» Prima che la foga prendesse il sopravvento, il presidente
sollevò la mano.
«Una cosa alla volta. Veronica ha ragione.» Si alzò in piedi e proseguì:
«Continueremo questa discussione dopo che avrò parlato con il presidente
egiziano».
Esattamente un'ora dopo il presidente rientrò nella stanza, fece un cenno ai
presenti e si sedette prima di rivolgersi a loro. «Bene, è deciso. Hernandez,
Mueller, organizzate una task force congiunta composta dai vostri migliori uomini
e mandatela subito al Cairo. Prima cosa: superstiti. Seconda: identificate i feriti.
Terza: accertate le cause dell'esplosione, per l'amor di Dio.» «Se posso
permettermi, signore» intervenne la Hart, «suggerisco di includere Soraya Moore,
direttrice della Typhon, nella squadra. E mezza egiziana. La sua conoscenza
profonda dell'arabo e degli usi e costumi locali ci tornerà utile nei rapporti con le
autorità egiziane.» Halliday scosse la testa e disse con impeto: «La questione è già
abbastanza complicata senza il coinvolgimento di una terza agenzia. La NSA e il
Dipartimento della Sicurezza Interna hanno a disposizione tutti gli strumenti
necessari per gestire la situazione».
«Dubito che...» «Non credo ci sia bisogno che le ricordi, direttrice Hart, che la
stampa si butterà su questo caso come mosche sulla merda» la anticipò Halliday.
«Dobbiamo mandare là i nostri uomini, condurre le nostre indagini e agire nella
maniera più rapida possibile, altrimenti rischiamo di trasformare questa catastrofe
in un circo mediatico.» Si girò verso il presidente. «E questo è proprio quello di
cui l'amministrazione non ha bisogno in questo momento. L'ultima cosa che le
serve, signore, è apparire debole e inefficiente.» «Il vero problema» replicò il
presidente, «è che la polizia segreta egiziana... come si chiama?» «AlMukhabarat» rispose la Hart, rapida come la concorrente di un quiz televisivo.
«Sì, grazie, Veronica.» Il presidente prese un appunto sul suo taccuino. Non
avrebbe più dimenticato quel nome, da allora in poi. «Il problema» riprese, «è che
un contingente di questa al-Mukhabarat accompagnerà la squadra.» Al segretario
alla Difesa sfuggì un gemito. «Signore, se posso permettermi, la polizia segreta
egiziana è corrotta, violenta e arcinota per le sadiche violazioni dei diritti umani.
Io proporrei di estrometterla del tutto.» «Niente mi farebbe più felice, mi creda»
disse il presidente con una punta di disgusto, «ma temo che queste siano le
condizioni stabilite dal presidente egiziano per farci partecipare alle indagini.»
«Per farci partecipare? Cos'è, uno scherzo?» Halliday fece una risata forzata.
«Quei dannati egiziani non riuscirebbero a trovare una mummia in una tomba.»
«Forse, ma sono nostri alleati» ribadì il presidente con aria severa. «Mi aspetto
che tutti voi lo teniate a mente durante i giorni e le settimane campali che ci
aspettano.» Quando il presidente passò in rassegna tutti quelli che erano nella
stanza, la direttrice della CIA colse al volo l'opportunità. «Signore, le vorrei
soltanto ricordare che l'egiziano è la lingua madre della direttrice Moore.»
«Motivo per cui non dovrebbe rientrare nella squadra» disse Halliday, pronto. «E
musulmana, santo Dio.» «Signor segretario, questo è proprio il tipo di risposta da
ignoranti di cui non abbiamo bisogno in questo momento. E poi mi dica, quanti
dei suoi uomini parlano un arabo egiziano fluente?» Halliday schizzò in piedi.
«Ma gli egiziani parlano un buon inglese!» «Non tra di loro.» Dato che il
segretario alla Difesa era giusto davanti a lei, la Hart si voltò per rivolgersi
direttamente al presidente. «Signore, è importante - o meglio, vitale - che in
questa fase la squadra abbia a disposizione quante più informazioni possibili sugli
egiziani, soprattutto sui membri di al-Mukhabarat, perché il segretario Halliday ha
ragione sul loro conto. Una conoscenza del genere può rivelarsi cruciale.» Il
presidente ponderò la cosa per non più di un secondo, poi, annuì: «Direttrice, la
sua proposta ha senso, procediamo. Facciamo in modo che la direttrice Moore sia
pronta all'azione, ma in fretta».
La Hart sorrise. E adesso poteva anche aumentare il vantaggio. «Potrebbe avere
degli uomini...» Il presidente annuì immediatamente. «Tutto quello che le serve,
non c'è tempo per le mezze misure.» La Hart guardò Halliday che le stava
indirizzando uno sguardo velenoso, al quale lei rispose sorridendo mentre la
riunione terminava.
Uscì rapida all'Ala Ovest, per evitare un altro confronto al vetriolo con il
segretario alla Difesa, e prese una scorciatoia verso la sede della CIA, dove aveva
convocato Soraya Moore nel suo ufficio.
Abdullah Khoury ritornava dal lago di Starnberg diretto al quartier generale
della Fratellanza Orientale, che si trovava a meno di cinque chilometri. Dietro di
lui, le Alpi innevate e l'acqua azzurra e ghiacciata del lago - il quarto più grande
della Germania - brillavano al sole.
Il lago era pieno di lussuose barche a vela e di yatch. Non c'era mai stato spazio
per una distrazione frivola come quella della vela, nella vita di Khoury, persino
prima che diventasse capo della Fratellanza Orientale. La svolta avvenne quando,
all'età di sette anni, sentì la chiamata: doveva essere il messaggero di Allah.
Quella chiamata se l'era tenuta dentro di sé per lungo tempo, consapevole che
nessuno gli avrebbe creduto, tanto meno suo padre, che trattava i figli persino
peggio di quanto trattasse la moglie.
Khoury aveva il dono di essere estremamente paziente. Anche da piccolo,
aspettare il momento giusto per approfittare di una situazione non gli richiedeva
alcuno sforzo. Come è facile immaginare, la sua naturale serenità fu interpretata
come una forma di idiozia da suo padre e da tutti i suoi maestri tranne uno, che
vide la scintilla sacra che Allah aveva riposto in lui nel momento del suo
concepimento. Da quell'istante in poi, la vita di Khoury prese tutt'altra strada.
Iniziò a frequentare la casa del suo maestro per ricevere delle lezioni speciali.
L'uomo viveva da solo, e lo accolse come suo protetto.
Da ragazzo, Khoury entrò a far parte della Fratellanza Orientale, salendo con
pazienza tutti i gradini della gerarchia interna. Lo fece alla sua maniera,
cominciando a distinguere in modo netto il bene dal male. Nel suo caso, il bene
era costituito da tutti coloro che condividevano la sua visione ristretta dell'Islam.
Era stato lui a convincere gli accoliti che bisognava combattere per cambiare le
cose dall'interno. La sua era una natura sovversiva, era determinato a stravolgere
l'ordine esistente per far spazio al suo. E ci riuscì, un passo alla volta, sempre
volando al di sotto del radar di Semèn Ikoupov e Asher Sever, perché quelli non
erano uomini da sottovalutare o da inimicarsi senza motivo. Stava ancora
mettendo in piedi il suo arsenale, quando entrambi furono uccisi, lasciando un
vuoto di potere enorme e impressionante.
Non per Abdullah Khoury. Cogliendo la palla al balzo mentre la Fratellanza
Orientale era ancora sotto shock, si mise a capo dell'organizzazione. Strappò la
pagina del manuale strategico di Ikoupov e piazzò, senza perder tempo, i suoi
compatrioti in posizioni nevralgiche all'interno della Fratellanza Orientale,
assicurandosi il successo a breve e a lungo termine del suo colpo di Stato.
Il corteo di auto si fermò alla prima delle tre fermate previste prima del ritorno
al quartier generale. Aveva bisogno di incontrare alcuni assistenti responsabili di
due aree del Medio Oriente e una dell'Africa per discutere degli ultimi sviluppi in
Iran.
Mentre veniva accompagnato da una riunione all'altra, Khoury non poteva fare a
meno di pensare alle recenti interferenze di Leonid Arkadin. Aveva avuto a che
fare con uomini come lui, in passato, gente che crede che tutte le situazioni si
possano risolvere con la canna fumante di una pistola, gente armata senza fede. A
che servivano le armi se non erano al servizio di Allah e dell'Islam? Sapeva
qualcosa, sul conto di Leonid Danilovic Arkadin. Era diventato il killer dei killer
passando da una grupperovka moscovita all'altra, offrendosi come mercenario. Si
diceva che fosse intimo di Dimitrij Maslov, capo della Kazanskaja, ma non così
tanto quanto lo era stato con il suo mentore, Semèn Ikoupov, prima che Arkadin
gli voltasse le spalle e lo uccidesse. La cosa, forse, non sorprende più di tanto, se
si considera che Arkadin era nato e cresciuto a Niznij Tagil, un posto dimenticato
da Dio che può esistere solo in Russia: una cittadina industriale dove si producono
carri armati per l'esercito, costruita in una conca melmosa circondata da prigioni
di massima sicurezza i cui occupanti, una volta messi in libertà, rimanevano in
città per sfruttarne gli abitanti. Era già un miracolo che Arkadin avesse avuto la
fortuna di scappare.
Conoscendo il contesto così sordido e sanguinario da cui proveniva il russo,
Khoury sapeva bene che quell'uomo aveva perso l'anima, ed era condannato a
camminare tra i viventi pur avendo già seppellito la parte migliore di se stesso.
Proprio per questo Khoury aveva preso delle precauzioni speciali. Nell'auto
dalle fiancate blindate e dai vetri antiproiettile era ben protetto da due guardie del
corpo, nonché da ottimi tiratori con tanto di fucili da caccia nella vettura davanti e
in quella dietro la sua. Dubitava che Arkadin potesse essere tanto stupido da
seguirlo. Ma, non potendo leggere nella mente del nemico, era meglio essere
prudenti e agire come se il bersaglio fosse lui, invece che la Fratellanza Orientale.
Nel giro di quindici minuti il corteo entrò nell'area di parcheggio privata
dell'organizzazione e gli uomini nelle auto di scorta scesero per perlustrare la
zona. Solo allora comunicarono, attraverso una rete wireless, il via libera alle
guardie del corpo che viaggiavano con Khoury.
L'ascensore portò Khoury e quattro guardie del corpo all'ultimo piano
dell'edificio della Fratellanza Orientale. Due uomini della scorta uscirono per
primi dall'ascensore, assicurandosi che tutto fosse a posto, poi controllarono i
volti di ogni membro dello staff personale di Khoury per essere certi di
riconoscere tutti. Infine si spostarono di lato e Khoury corse dalla reception al suo
ufficio. Quando il segretario si voltò verso di lui con la faccia ossuta pallidissima,
Khoury capì che c'era qualcosa che non andava.
«Mi dispiace, signore» disse. «Non c'è stato niente da fare.» Khoury alzò lo
sguardo e vide i tre sconosciuti. La parte più primitiva del suo cervello, il centro
in cui risiede l'istinto di sopravvivenza, capì all'istante. Tuttavia la parte
civilizzata rimase sotto shock, paralizzandolo. «Che significa?» chiese, poi
camminò come un sonnambulo sul magnifico tappeto dai colori sgargianti, dono
del presidente dell'Iran, fissando con aria stupefatta i tre uomini dai vestiti su
misura che stavano in piedi davanti alla sua scrivania. L'uomo a destra e quello a
sinistra tenevano le braccia lungo i fianchi e gli mostrarono due distintivi
luccicanti che li identificavano come agenti del Dipartimento della Difesa degli
Stati Uniti. Quello al centro, con i capelli grigio ferro e un volto duro e spigoloso,
si presentò: «Buon pomeriggio, signor Khoury. Mi chiamo Reiniger». Un
distintivo della Bundespolizei pendeva da una cordicella che aveva intorno al
collo. C'era scritto che era un agente di spicco della GSG9, l'unità di élite
antiterrorismo. «Sono venuto per prenderla in custodia.» «Custodia?» Khoury era
sconcertato. «Non capisco.
Come avete...?» Le parole gli morirono in gola quando il suo sguardo cadde sul
dossier che Reiniger gli allungava. Pieno di orrore, Khoury sfogliò a una a una le
foto inondate di luce verde impresse sulla pellicola a infrarossi che lo ritraevano
con il cameriere sedicenne del See Café che incontrava tre volte alla settimana,
quando andava, come diceva, a pranzo al lago di Starnberg.
Raccogliendo le forze con grande fatica, Khoury gettò le foto dall'altra parte del
tavolo. «Ho tanti nemici con grandi risorse. Queste schifezze sono false. E
evidente che non sono io a fare queste cose disgustose.» Alzò lo sguardo, fissando
i denti gialli di Reiniger con uno sguardo da bigotto scandalizzato. «Come si
permette di accusarmi di tali...» Reiniger fece un piccolo gesto con la mano e
l'uomo alla sua destra si spostò sulla sinistra, scoprendo il cameriere sedicenne del
See Café. Il ragazzo non aveva il coraggio di guardare Khoury, così si fissava
immobile la punta delle scarpe. In quella stanza dall'aria surriscaldata, in mezzo a
quegli agenti americani alti e con le spalle enormi, sembrava ancora più giovane,
sottile e fragile come una porcellana.
«Farei le dovute presentazioni» iniziò uno dei due agenti con una risatina
trattenuta. «Ma credo non ce ne sia bisogno.» Khoury bruciava dentro. Com'era
possibile che quell'orrore riguardasse proprio lui? Perché, se era il prescelto di
Allah, il suo segreto così torbido, appreso dal suo maestro d'infanzia, era stato
svelato? Non aveva idea di chi potesse averlo tradito, ma non avrebbe sopportato
vivere nella vergogna. Avrebbe perso il potere e il prestigio che si era guadagnato
nell'arco di decenni.
«È la fine, per te» disse l'altro americano.
Khoury non riusciva a distinguerli: avevano lo stesso sguardo maligno da
infedeli dissoluti. Avrebbe voluto ucciderli entrambi.
«È la fine, per te, come figura pubblica» continuò l'americano con la sua
implacabile voce robotica. «Ma soprattutto è la fine per la tua influenza e il tuo
potere. Il tuo gruppo estremista si è rivelato una barzelletta vergognosa...» Khoury
bolliva di rabbia e si scagliò sul ragazzo. Vide che l'americano vicino al cameriere
aveva in mano un Taser, ma ormai non poteva fermarsi. I due uncini gli entrarono
nella carne, uno sul petto e l'altro sulla coscia, e il dolore lo spinse indietro. Le
ginocchia gli si piegarono e cadde a terra, dimenandosi e inarcando la schiena, ma
tutt'intorno c'era un silenzio assoluto, quasi ultraterreno. Anche quando la stanza
prese a vorticare freneticamente, anche quando, pochi minuti dopo, Khoury venne
messo su una barella e portato al pianoterra con l'ascensore, spinto a gran velocità
verso l'atrio tra le macchie ammutolite e scioccate che una volta dovevano essere
state delle facce, tutto era avvolto dal silenzio. Era avvolta dal silenzio pure la
strada, nonostante il traffico, anche se i paramedici e gli americani vestiti di scuro
sgomitavano vicini alla barella con le bocche spalancate, forse per urlare ai
passanti, che si stavano radunando, di farsi da parte. Silenzio, solo silenzio.
E poi venne sollevato dalla mano di Allah e condotto sull'ambulanza. Due
paramedici salirono con lui insieme a una terza persona, e l'ambulanza partì a
tutta velocità, con i portelloni che si stavano ancora chiudendo.
La sirena doveva essere in funzione, ma Khoury non riusciva a sentire niente;
non riusciva a sentire nemmeno il suo corpo, che sembrava incollato alla barella
come un peso di piombo. Tutto quello che riusciva a sentire era il fuoco nel petto,
la fatica che faceva il suo cuore a battere, il sangue che pulsava in maniera
irregolare dentro di lui.
Sperava con tutto se stesso che il terzo uomo non fosse uno dei due americani.
Aveva paura di loro. Sapeva di poter affrontare il tedesco, una volta riacquistato
l'uso della voce. Si era fatto molti amici nella Bundespolizei, e, se fosse riuscito a
tenere gli americani lontani per almeno un'ora, l'avrebbe scampata.
Con immenso sollievo, vide che il terzo uomo era Reiniger. Sentì un formicolio
alle estremità e scoprì di aver ripreso l'uso delle dita di mani e piedi. Stava per
provare a parlare, quando Reiniger si piegò sopra di lui e, con una mossa tipica di
un illusionista sul palco, si tolse naso, guance di silicone e i denti gialli incastrati
sopra i suoi. In un attimo, una premonizione colse Khoury di sorpresa, come il
tremito dell'onda nera della morte.
«Ciao, Khoury» disse Reiniger scandendo ogni sillaba.
Khoury cercò di parlare, ma si morse la lingua.
Reiniger sogghignò, mentre gli dava una pacca sulle spalle. «Come va? Non
tanto bene, vedo.» Alzò le spalle facendo un gran sorriso. «Non importa, perché
oggi è un gran giorno per morire.» Spinse forte il polpastrello del pollice contro il
pomo d'Adamo di Khoury finché qualcosa di vitale non scoppiò dentro di lui.
«Almeno per te.» ***
Capitolo 4
Quando Soraya Moore entrò nell'ufficio della direttrice della CIA, Veronica Hart
si alzò da dietro la scrivania e la invitò a sedersi accanto a lei sul divano.
Nell'ultimo anno le due donne erano diventate ottime amiche, oltre che colleghe.
Erano state costrette dalle circostanze a fidarsi l'una dell'altra dal momento in cui
la Hart era salita a bordo a seguito della morte prematura del Grande Uomo. Le
due si erano coalizzate contro il segretario alla Difesa Halliday, mentre Willard
faceva fuori il suo cane da difesa, Luther LaValle, infliggendogli la sconfitta più
umiliante della sua carriera politica. La convinzione di essersi fatte un nemico
mortale non le abbandonava mai. Così come il pensiero di Jason Bourne con cui
Soraya aveva lavorato due volte e che la Hart era riuscita a conoscere meglio di
chiunque altro alla CIA, eccezion fatta per Soraya.
«Allora, come stai?» le chiese Veronica non appena si furono sedute.
«Sono passati tre mesi e il dolore per la morte di Jason non accenna a
diminuire.» Soraya era una donna tanto forte quanto bella, i cui profondi occhi
azzurri erano in netto contrasto con la carnagione scura e i lunghi capelli neri. Ex
agente della CIA, era stata spinta in maniera poco cerimoniosa verso la Typhon,
organizzazione che aveva contribuito a creare quando il suo mentore, Martin
Lindros, era morto diversi anni prima. Da allora, si era districata nel labirinto
delle varie manovre politiche che ogni direzione di un gruppo di intelligence era
costretta a conoscere molto bene. Tuttavia, dalla lotta contro Luther LaValle aveva
imparato molto. «A essere sincera, continuo a vederlo ovunque. Ma quando
guardo meglio, mi accorgo che si tratta sempre di qualcun altro.» «Ma certo che si
tratta di qualcun altro» disse la Hart in tono comprensivo.
«Tu non lo conoscevi come lo conoscevo io. Ha imbrogliato la morte così tante
volte che mi sembra impossibile che ora sia stato sconfitto.» Soraya abbassò la
testa e la Hart le strinse la mano per un istante.
La notte in cui fu comunicata loro la morte di Bourne, Veronica l'aveva portata
fuori a cena e poi aveva insistito affinché passasse la notte nel suo appartamento,
ignorando decisa tutte le proteste della collega. La serata fu difficile, tra le altre
cose anche a causa della religione di Soraya che le impediva di prendersi una
bella sbronza. Sopportare il dolore da sobri era impossibile, e Soraya aveva
pregato Veronica di bere, se ne aveva voglia, ma lei rifiutò. Quella notte si era
instaurato un legame talmente profondo tra le due che niente da lì in poi avrebbe
potuto scioglierlo.
Soraya alzò la testa e sorrise a Veronica. «Ma non mi hai chiamata qui solo per
consolarmi ancora, vero?» «No, hai ragione.» La Hart informò Soraya dell'aereo
di linea abbattuto in Egitto. «Jaime Hernandez ejon Mueller stanno scegliendo
membri della NSA e del Dipartimento della Sicurezza Interna per mettere insieme
una task force da mandare al Cairo.» «Auguro loro buona fortuna» disse Soraya
con sarcasmo. «Chi si rivolgerà agli egiziani parlando nella loro lingua? E chi
sarà in grado di interpretare i loro pensieri sulla base delle loro risposte?» «Tu.»
Notando lo sguardo di stupore sul volto di Soraya, la Hart aggiunse: «Ho reagito
come te all'idea di una simile task force».
«Con quanta forza si è opposto Halliday?» «Ha sparato le solite obiezioni,
includendo anche qualche insulto razziale nei tuoi confronti» rispose sincera la
Hart.
«Ci odia da morire» replicò Soraya. «Non è in grado nemmeno di distinguere tra
arabi e musulmani, figuriamoci tra sunniti e sciiti.» «Comunque» continuò la
Hart, «ho esposto le mie ragioni al presidente, che mi ha dato ragione.» La
direttrice della CIA tirò fuori il dossier che stavano leggendo quando era arrivata
la notizia del disastro aereo.
Dopo avergli dato uno sguardo, Soraya disse: «Queste informazioni vengono
dalla Black River».
«Avendo lavorato per la Black River, questa è la cosa che mi preoccupa di più. E
visti i metodi che avranno usato per raccoglierle, mi sembra che Halliday si stia
affidando un po' troppo a loro» osservò, indicando il dossier con la testa.
«Che ne pensi delle informazioni riguardo a questo gruppo dissidente
filoccidentale in Iran?» Soraya aggrottò le sopracciglia. «Si è parlato della loro
esistenza per anni, questo è vero, ma posso dirti con certezza che nessun membro
di alcuna intelligence occidentale è stato mai contattato da questo gruppo. A
essere sincera, l'ho sempre considerata parte della fantasia neoconservatrice di
destra che sogna un Medio Oriente democratico» rispose, continuando a sfogliare
il dossier.
«Però in Iran esiste un movimento dissidente genuino che lotta per ottenere
elezioni democratiche» replicò la Hart.
«Sì, ma non si è capito se il suo leader, Akbar Ganji, sia filoccidentale oppure
no. E io credo di no. Tanto per cominciare, è stato abbastanza accorto da rifiutare
le costanti offerte di denaro da parte dell'amministrazione del nostro paese in
cambio di un'insurrezione armata. E poi lui sa, a differenza dei nostri, che a
gettare dollari americani in quelle che chiamiamo in maniera eufemistica "forze
liberali indigene" si ottengono solo disastri.
Non solo metterebbe a rischio il movimento, già fragile, peraltro, e il loro
obiettivo di una rivoluzione di velluto, ma incoraggerebbe i loro leader a
diventare dipendenti dall'America per qualunque tipo di aiuto. Ne alienerebbe la
costituzione, così come è successo in Afghanistan, in Iraq, e in molti altri paesi
mediorientali, e trasformerebbe quelli che vengono chiamati i combattenti per la
libertà in nostri acerrimi nemici. Il tempo e, di nuovo, l'ignoranza della cultura,
della religione e dei veri scopi di questi gruppi segneranno la nostra sconfitta.»
«Ed ecco perché tu farai parte della task force» disse la Hart. «Comunque, come
puoi vedere, le informazioni della Black River non riguardano Ganji, né i suoi
uomini. Qui non si tratta di velluto, ma di una rivoluzione molto sanguinosa.»
«Ganji ha sostenuto di non volere alcuna guerra, ma per un certo periodo la sua
politica è stata confusa. Sai bene quanto me che il regime non lo lascerebbe in
vita, né tanto meno lo lascerebbe parlare se avesse un vero potere. Ganji non è di
nessun aiuto, per Halliday, ma gli scopi di questo nuovo gruppo gli vanno a
pennello.» La direttrice della CIA annuì. «E esattamente ciò che stavo pensando.
Per questo, mentre sei in Egitto, vorrei che ficcassi un po' il naso qua e là. Utilizza
i contatti egiziani della Typhon per trovare quante più informazioni possibili sulla
legittimità di questo gruppo.» «Non sarà facile» la avvertì Soraya. «Posso
garantirti che la polizia segreta nazionale ci starà addosso, soprattutto a me.»
«Perché soprattutto a te?» chiese la Hart.
«Perché il capo di al-Mukhabarat è Amun Chalthoum. Abbiamo avuto un acceso
scambio di opinioni, io e lui.» «Quanto acceso?» Soraya represse all'istante i suoi
ricordi. «Chalthoum ha un carattere complesso, difficile da interpretare. Ho
passato la vita a far carriera nella polizia segreta nazionale, un'associazione di
criminali e assassini alla quale sembra legato a vita.» «Romantico» commentò la
Hart senza nessun sarcasmo.
«Ma sarebbe da ingenui ritenere che sia tutto qui, quello che c'è da sapere sul
suo conto.» «Ce la farai, con lui?» «Non vedo perché no. Credo abbia un debole
per me» rispose Soraya chiedendosi perché mai non stesse dicendo a Veronica
tutta la verità.
Otto anni prima, durante una missione come corriere, era stata catturata dagli
agenti di al-Mukhabarat che, a sua insaputa, si erano infiltrati nella rete locale
della CIA a cui doveva consegnare un microdot sul quale erano stati salvati i
nuovi ordini per la rete. Non aveva idea di cosa contenesse il microdot, e non era
curiosa di scoprirlo. Venne rinchiusa nel sotterraneo degli uffici di al-Mukhabarat
nel centro del Cairo. Tre giorni dopo, senza aver dormito e avendo ricevuto
soltanto acqua e una crosta di pane ammuffito una volta al giorno, venne condotta
al cospetto di Amun Chalthoum, che la guardò e ordinò che la facessero lavare e
sistemare.
L'accompagnarono a una doccia, dove si strofinò ogni centimetro di pelle con
uno straccio insaponato. Quand'ebbe terminato, trovò dei vestiti nuovi.
Evidentemente i suoi erano stati analizzati da cima a fondo dagli agenti della
Scientifica di al-Mukhabarat in cerca delle informazioni che lei doveva
trasmettere.
Ogni capo le calzava a pennello. Si stupì quando la portarono fuori dall'edificio.
Era notte. Aveva perso del tutto la cognizione del tempo. Un'auto la stava
aspettando sul ciglio della strada trafficata, i fari illuminavano guardie in borghese
che la studiavano con attenzione. Quando salì sulla macchina, si stupì ancora di
più. Al volante c'era Amun Chalthoum. Ed era solo.
Con il piede premuto sull'acceleratore, guidò lungo le strade della città puntando
a ovest, verso il deserto. Non disse niente, ma di tanto in tanto, quando il traffico
lo permetteva, la guardava con i suoi occhi avidi da rapace. Lei era affamata, ma
altrettanto determinata a tenersi la fame.
La portò a Wadi al-Rayan. Fermò la vettura, e le ordinò di scendere. Rimasero in
piedi fissandosi al chiarore della luna. Wadi al-Rayan era un posto desolato,
avrebbero potuto essere gli ultimi due esseri umani sulla faccia della terra.
«Qualsiasi cosa tu stia cercando» lo anticipò lei, «io non ce l'ho.» «Sì che ce
l'hai.» «E già stata consegnata.» «Le mie fonti mi dicono di no.» «Forse non le
paghi abbastanza. E poi hai già controllato i miei vestiti e ogni altra cosa avessi.»
Amun non rise, e non lo fece mai per tutto il tempo che restò con lei. «E nella tua
testa. Dammela.» Lei non rispose, così lui aggiunse: «Resteremo qui fino a
quando non mi darai l'informazione che voglio».
Soraya riconobbe la minaccia, e ciò che essa sottintendeva. Ai suoi occhi lei era
una donna egiziana e, in quanto tale, educata a obbedire agli uomini senza
discutere. Perché avrebbe dovuto essere diversa dalle altre? Solo perché era per
metà americana? Gli americani gli facevano schifo. All'improvviso lei vide il
vantaggio che quell'errore le stava offrendo. Lo affrontò, mantenne la sua
versione della storia, lo sconfisse sotto ogni punto di vista e, soprattutto, gli
dimostrò che non poteva intimidirla.
Alla fine Chalthoum gettò la spugna e la accompagnò all'aeroporto cairota.
All'imbarco le riconsegnò il passaporto, da vero gentiluomo. Era un gesto
formale, ma stranamente toccante. Lei si voltò, sicura che non lo avrebbe rivisto
mai più.
La direttrice della CIA annuì. «Se ci riesci, usa il potere che il tuo fascino
esercita su di lui. Te lo dico perché ho lo strano presentimento che Halliday possa
richiedere un'iniziativa militare più massiccia, accampando come scusa la
prevenzione di un'insurrezione armata dall'interno, in Iran.» Leonid Arkadin era
seduto in un bar di Campione d'Italia, pittoresca enclave italiana in territorio
svizzero, nascosta nelle Alpi. Il piccolo comune sorgeva sulle rive del lago di
Lugano, pieno di barche di tutte le dimensioni, da quelle a remi fino agli yacht dei
miliardari con tanto di piattaforma per gli atterraggi degli elicotteri. I più grandi
avevano anche le donne in dotazione.
In uno stato di divertimento distaccato, Arkadin guardò le lunghe gambe di due
modelle dalla pelle abbronzata che solo i più ricchi e privilegiati potevano
permettersi di acquistare. Mentre beveva un espresso, le modelle scavalcarono un
uomo pelato ma in compenso con il corpo molto villoso, e si sdraiarono sui
cuscini azzurri del ponte posteriore.
Perse subito interesse, perché per lui il piacere era un concetto effimero che
mancava di forma e di senso. La sua mente e il suo corpo erano ancorati al grigio
regno dei morti di Niznij Tagil. Un uomo del resto può scappare dall'inferno, ma
non dagli effetti che l'inferno ha su di lui.
Aveva ancora in bocca il gusto acido del cielo tossico della sua cittadina quando,
alcuni istanti dopo, gli si avvicinò un uomo dalla carnagione dello stesso colore
del caffè che aveva appena bevuto. Arkadin lo osservò con aria indifferente
mentre prendeva posto sulla sedia di fronte alla sua.
«Mi chiamo Ismael» esordì l'uomo color del caffè. «Ismael Bey.» «Il braccio
destro di Khoury.» Arkadin finì il suo caffè e appoggiò la tazzina sul tavolino
rotondo. «Ho sentito molto parlare di te.» Bey era piuttosto giovane, magro e
ossuto come un cane che muore di fame, e aveva uno sguardo spettrale. «Hai
vinto tu, Arkadin. Ce l'hai fatta. Dopo la morte di Abdullah Khoury sono
diventato il nuovo capo della Fratellanza Orientale, ma tengo alla mia vita molto
più del mio predecessore. Che cosa vuoi?» Arkadin prese di nuovo in mano la
tazzina, la sistemò al centro del suo piattino senza mai staccare gli occhi da quelli
del suo interlocutore. Quando fu pronto, disse: «Non voglio la tua posizione, ma
avrò il tuo potere».
Le sue labbra formarono il fantasma di un sorriso, ma c'era qualcosa in
quell'espressione che procurò un brivido di presentimento a Bey. «Agli occhi di
tutti avrai preso il posto del tuo vecchio leader. Ma ogni cosa, ogni decisione, ogni
azione da intraprendere verranno da me; ogni dollaro che guadagnerà la
Fratellanza passerà da me. Queste sono le nuove condizioni.» Il sorriso del russo
assunse un'aria lupesca, e il volto di Ismael Bey si fece verdognolo. «Per prima
cosa c'è da scegliere un contingente di un centinaio di uomini della Legione Nera.
Li voglio tutti al campo che ho preparato per loro sui monti Urali entro la fine di
questa settimana.» Bey drizzò la testa. «Un campo?» «Li addestrerò io
personalmente.» «Per cosa?» «Per uccidere.» «E chi dovrebbero uccidere?»
Arkadin spinse la tazzina vuota dall'altra parte del tavolo e si fermò quando fu di
fronte a Ismael Bey. Il gesto era chiaro. Non aveva niente, e non avrebbe avuto
niente se non obbediva agli ordini di Arkadin, il quale, senza aggiungere una
parola, si alzò e lasciò solo Bey ad affrontare il tetro abisso del suo futuro.
«Oggi mi sono svegliato pensando a Soraya Moore» disse Willard. «Credo che
soffra ancora molto per la tua morte.» Era da poco passata l'alba e, come ogni
mattina, il dottor Firth stava visitando Bourne seguendo una trafila accurata, quasi
noiosa.
Jason, che aveva imparato a conoscere Willard molto bene negli ultimi tre mesi,
rispose: «Non ho provato a contattarla».
Willard annuì. «Hai fatto bene.» Era piccolo e svelto, aveva gli occhi grigi e un
viso molto espressivo.
«Fino a quando non avrò scoperto e affrontato chi ha cercato di uccidermi tre
mesi fa, voglio tenerla fuori da tutto questo.» Non era perché non si fidava di lei,
tutt'altro. Aveva deciso che la verità sarebbe stata un fardello troppo pesante, per
lei, una cosa da nascondere ogni giorno ai colleghi con cui lavorava e a quelli
della CIA, con cui aveva numerosi contatti.
«Sono tornato a Tenganan, ma non c'è traccia del proiettile» lo informò Willard.
«Ho provato tutte le strade che mi sono venute in mente per capire chi possa
averti sparato, ma finora non ho ottenuto niente. Chiunque sia stato, ha cancellato
le tracce del suo passaggio con grande maestria.» Frederick Willard aveva
indossato una maschera così a lungo che ormai era diventata parte di lui. Bourne
aveva chiesto a Moira di contattarlo perché era un uomo per cui i segreti erano
sacri. Aveva custodito fedelmente quelli di Conklin legati alla Treadstone; Bourne
sapeva con l'istinto di un animale ferito che Willard non avrebbe mai rivelato a
nessuno che lui era ancora vivo.
Quando Conklin venne ucciso, Willard aveva già il suo incarico alla NSA in
Virginia, al sicuro in una bella casa sicura in campagna.
Era stato lui a far uscire, violando la legge, le foto che avevano gettato Luther
LaValle nel fango e avevano reso necessario un serio intervento di contenimento
dei danni da parte del segretario alla Difesa Halliday.
«Ho finito» comunicò Benjamin Firth, alzandosi dal suo sgabello. «Va tutto
bene. Più che bene, potrei dire. Le ferite d'entrata e d'uscita si stanno
rimarginando a una velocità sorprendente.» «E tutto merito del suo
addestramento!» esclamò Willard sicuro di sé.
Ma in cuor suo, Bourne si domandava se la sua guarigione dipendesse dal
miscuglio a base di kencur, il giglio di risurrezione, che Suparwita gli aveva fatto
bere proprio poco prima che gli sparassero. Sapeva di dover parlare di nuovo con
il guaritore, se voleva scoprire cosa era successo in quei luoghi tempo prima.
Bourne si alzò. «Vado a fare una passeggiata.» «Come sempre, io lo
sconsiglierei» lo ammonì Willard. «Ogni volta che metti il naso fuori di qui, rischi
di compromettere la tua sicurezza.» Bourne tirò le cinghie di uno zainetto che
conteneva due bottiglie d'acqua. «Ho bisogno di allenarmi.» «Non c'è bisogno di
uscire» sottolineò Willard.
«Arrampicarmi su queste montagne è l'unico modo che ho per migliorare la
resistenza.» La stessa identica discussione si ripeteva ogni mattina dal giorno in
cui Jason si era sentito abbastanza in forze da fare una passeggiata, e
regolarmente lui ignorava i consigli di Willard.
Aprì il cancello e partì a passo spedito verso le colline ripide, ricoperte di foreste
e risaie terrazzate, della zona orientale di Bali. Non era solo la noia per il fatto di
essere rinchiuso fra le pareti dell'ambulatorio di Firth a spingerlo fuori, e neppure
il bisogno di buttarsi in un addestramento pesante e rigoroso, anche se era già un
motivo sufficiente. Era più che altro il tormento della fiamma del passato a fargli
sentire la necessità di ritornare in continuazione in quelle zone di campagna,
perché aveva la sensazione che in quei luoghi gli fosse successo qualcosa di
importante che voleva riuscire a ricordare.
Durante quelle camminate Bourne costeggiava burroni profondi e fiumi
impetuosi, percorreva sentieri che lo portavano a templi animisti dedicati a spiriti
di tigri o dragoni, attraversava malfermi ponti in bambù, risaie e piantagioni di
cocco, e per tutto il tempo si sforzava di immaginare il volto della figura che nel
sogno si era girata verso di lui. Invano.
Quando si sentì davvero in forma, tornò a cercare Suparwita, ma il guaritore non
si trovava. A casa sua abitava una donna che sembrava vecchia come il mondo;
aveva il viso grande, il naso piatto ed era senza denti. Probabilmente era anche
sorda, perché fissò lo straniero con indifferenza quando le chiese, prima in
balinese e poi in indonesiano, dove avrebbe potuto trovare Suparwita.
Una mattina, quando l'aria cominciava già a essere calda e umida, si fermò a
riprendere fiato in una risaia e attraversò i condotti d'irrigazione per sedersi
all'ombra fresca di un warung, un ristorantino a gestione familiare che vendeva
bibite e spuntini. Giocò con il più piccolo dei tre bambini e bevve latte di cocco
direttamente dalla noce con una cannuccia. La più grande, una bambina sui dodici
anni, lo osservava con gli occhi scuri e seri mentre intrecciava alcune fronde di
palma secondo un disegno complicato per farne un cestino. Il piccolino, di circa
un anno, stava sul tavolo dove era seduto Bourne, che si divertiva a farlo giocare.
Poco dopo sua madre lo prese in braccio per dargli da mangiare. I piedi dei
bambini balinesi non devono toccare terra prima dei tre mesi, il che in pratica
significa che devono stare sempre in braccio a qualcuno. Forse è per questo che
sono così felici, pensò Bourne.
La donna gli servì un piatto di riso avvolto in una foglia di banano, e lui la
ringraziò. Mentre mangiava, parlò con il marito della donna, che aveva un fisico
asciutto, denti enormi e un sorriso allegro.
«Bapak, vieni qui ogni mattina» gli disse l'uomo. Bapak, «padre», è il modo
rispettoso con cui i balinesi si rivolgono a qualcuno. «Ti osserviamo mentre ti
arrampichi fin quassù. A volte devi fermarti per riprendere fiato. Un giorno mia
figlia ti ha anche visto piegato a vomitare. Se sei malato, possiamo aiutarti.»
Bourne sorrise. «Grazie, ma non sono malato. Sono solo un po' fuori forma.»
Forse non l'aveva bevuta, ma non lo diede a vedere. La sua grande mano con le
vene in rilievo era appoggiata sul tavolo come un blocco di granito. Sua figlia finì
il cestino, fissò Jason mentre le sue dita agili ne iniziavano un altro, come se
fossero del tutto indipendenti. Sua madre ritornò e mise il bambino in braccio a
Bourne. Sentendo il suo peso e il battito del cuoricino contro il petto gli venne in
mente Moira, con la quale aveva scelto di non avere più contatti da quando aveva
lasciato l'isola.
«Bapak, in che modo posso aiutarti a tornare in forma?» chiese il padre del
bimbo con gentilezza.
Sospettava qualcosa o voleva soltanto rendersi utile? Ma che importanza aveva?
Era sincero, e in fin dei conti era tutto quello che contava, Bourne l'aveva
imparato interagendo con i balinesi, che erano agli antipodi delle persone
malvagie e corrotte che abitavano il suo mondo immerso nell'ombra. Qui le
uniche ombre erano quelle dei demoni, e oltretutto esistevano mille modi con cui
potevi proteggerti da loro. Pensò aìVikat doppio che Suparwita aveva detto a
Moira di comprare per lui.
«C'è una cosa che potresti fare per me» rispose Jason. «Potresti aiutarmi a
trovare Suparwita.» «Ah, il guaritore, sì.» L'uomo si fermò, come se stesse
ascoltando una voce che solo lui era in grado di sentire. «Non è a casa sua.» «Lo
so, ci sono stato» rispose Bourne. «Ci ho trovato solo una vecchietta sdentata.»
L'uomo sorrise, mostrando una chiostra di denti bianchissimi. «E la madre di
Suparwita. Una donna molto anziana. Sorda come una campana e muta come un
pesce.» «Non mi è stata di alcun aiuto.» L'uomo annuì. «Solo Suparwita sa quello
che si nasconde dentro la sua testa.» «Tu sai dove posso trovarlo?» chiese Bourne.
«E molto importante.» L'uomo studiò Bourne in modo gentile, quasi cortese. «E
andato a Goa Lawah.» «Allora andrò là.» «Bapak, non è saggio seguirlo.» «A
essere sincero» ribatté Bourne, «non faccio quasi mai la cosa più saggia.» L'uomo
si mise a ridere. «Bapak, sei solo un uomo, dopotutto» concluse sorridendo. «Non
ti preoccupare, Suparwita perdona i folli come i saggi.» Il pipistrello, uno dei
tantissimi che stavano aggrappati al muro umido, spalancò gli occhi e fissò
Bourne. Batté le palpebre come se non potesse credere a ciò che vedeva. Jason
aveva la parte bassa del corpo avvolta in un sarong tradizionale e si trovava nel
complesso dei templi di Goa Lawah, circondato da una folla di balinesi raccolti in
preghiera e di turisti giapponesi che facevano una pausa dopo le varie incursioni
di shopping.
Goa Lawah, poco distante dalla città di Klungkung, nella parte sudorientale di
Bali, veniva chiamata dalla gente del posto la Grotta dei Pipistrelli. Nei suoi
pressi c'era una sorgente di acqua sacra: gli oranti la bevevano o se la versavano
sulla testa per purificarsi. Quella grotta, come dice il nome, era abitata da migliaia
di pipistrelli che di giorno sognavano appesi al soffitto gocciolante di calcite e di
notte volavano nel cielo nero come l'inchiostro in cerca di insetti di cui ingozzarsi.
Anche se i balinesi mangiavano spesso i pipistrelli, quelli di Goa Lawah venivano
risparmiati da quel destino perché tutto ciò che vive in una zona sacra diventa a
sua volta sacro. un sogno, o un'altra identità che gli era stata assegnata come
quella di Bourne.
In ginocchio davanti alla Grotta dei Pipistrelli, con le sue migliaia di abitanti che
si agitavano senza tregua, cullato dalle litanie del sacerdote, Bourne contemplava
la landa chimerica della sua anima, avvolta da un'insolita luce crepuscolare, come
una città deserta un'ora prima dell'alba, o una spiaggia desolata un'ora dopo il
tramonto; un posto che gli sfuggiva come sabbia tra le dita. Mentre si avventurava
per questo paese sconosciuto, si chiedeva: Chi sono, io?
***
Capitolo 5
La task force della NSA e del Dipartimento della Sicurezza Interna arrivò al
Cairo e, con grande costernazione da parte di tutti tranne che di Soraya, fu accolta
all'aeroporto da un contingente d'élite di al-Mukhabarat. I membri della squadra
insieme ai loro effetti personali vennero fatti salire su veicoli militari e portati nel
caos e nel caldo bollente della capitale. Diretti verso sudest, fuori città,
viaggiarono verso il deserto in una fila tetra e silenziosa.
«Ci stiamo recando vicino a Wadi al-Rayan» disse Amun Chalthoum
rivolgendosi a Soraya. L'aveva individuata subito e l'aveva invitata a sedersi al
suo fianco, sul secondo veicolo che procedeva dietro un potente mezzo corazzato
a trazione posteriore che Chalthoum stava, com'era evidente, usando per mostrare
i muscoli agli americani.
Per Chalthoum il tempo sembrava essersi fermato. I suoi capelli erano ancora
folti e neri e la fronte color rame senza una ruga. Gli occhi neri da corvo infossati,
ai lati del naso aquilino, bruciavano ancora per l'emozione repressa. Era grande e
muscoloso, con due fianchi stretti da nuotatore. Per contrasto, aveva delle dita
lunghe e affusolate da pianista. Eppure, qualcosa di importante doveva essere
cambiato, perché si percepiva la sensazione di un fuoco controllato a fatica. Più lo
si avvicinava e più si sentiva l'agitazione della sua rabbia tenuta al guinzaglio. Ora
che gli era seduta di fianco, ora che riprovava quell'emozione così familiare,
Soraya realizzò perché non aveva detto a Veronica Hart tutta la verità. Non era
affatto sicura di potercela fare.
«Sei così silenziosa. Non sei felice di essere di nuovo a casa?» «In realtà stavo
pensando all'ultima volta che mi hai portato a Wadi al-Rayan.» «Sono passati otto
anni, e io volevo solo arrivare alla verità» si giustificò, scuotendo la testa.
«Ammettilo che stavi nel mio paese per trasmettere segreti...» «Io non ammetto
un bel niente.» «... che appartenevano di diritto allo Stato.» Si batté la mano sul
petto. «E io sono lo Stato.» «Le Roi le veut» mormorò lei.
«Il re lo vuole» annuì Chathoum. «Proprio così.» E in quel momento lasciò il
volante e aprì le braccia come per accogliere il deserto che stavano attraversando.
«Questa è la terra dell'assolutismo, Umm al-Dunya, "la madre dell'universo", ma
non ti sto dicendo niente di nuovo. Dopotutto sei egiziana, come me.» «Per metà»
replicò lei con un'alzata di spalle. «Comunque, non ha importanza. Sono qui per
aiutare la mia gente a scoprire cosa è successo a quell'aereo.» «La tua gente.»
Chalthoum scandì le parole come se soltanto il pensiero gli lasciasse l'amaro in
bocca. «E tuo padre? E la sua, di gente? L'America ha disintegrato l'araba fiera
che è in te?» Soraya appoggiò la testa contro il sedile e chiuse gli occhi. Sapeva
che era meglio controllare i sentimenti in fretta: c'era in gioco l'intera missione.
Poi sentì il braccio di Amun contro il suo e un brivido le percorse la spina dorsale.
Santo cielo, pensò, non posso provare queste cose per lui. E iniziò a sudare
freddo. E per questo che ho tenuto nascosta la verità a Veronica? Perché ero sicura
che se avesse saputo tutto non mi avrebbe mai lasciata tornare? Si sentì di colpo
in pericolo, non per via di Amun, ma per quello che provava.
Sforzandosi di riacquistare un po' di equilibrio, gli disse: «Mio padre non si è
mai dimenticato di essere egiziano».
«Tanto da cambiare il suo nome da Mohammed a Moore» replicò Chalthoum
con sarcasmo.
«Si innamorò dell'America quando si innamorò di mia madre. La grande stima
che ho per quel grande paese mi viene da lui.» Chalthoum scosse la testa: «Perché
nasconderlo? E stata colpa di tua madre».
«Come tutti gli americani, mia madre dava per scontato ogni cosa che gli Stati
Uniti avevano da offrire. Non gliene importava niente del 4 luglio. Era mio padre
ad accompagnarmi a vedere i fuochi d'artificio sul National Mail a Washington,
dove mi parlava di indipendenza e libertà.» Chalthoum digrignò i denti. «La sua
ingenuità mi fa ridere, e anche la tua. Immagino che hai una visione più...
pragmatica, diciamo così, dell'America, il paese che esporta Topolino e forze
armate d'occupazione con lo stesso entusiasmo.» «Però ti fa comodo dimenticare
che siamo anche il paese che vi protegge dagli estremisti, Amun!» Chalthoum
serrò le labbra, e stava per ribattere quando il veicolo, tra un sobbalzo e l'altro,
passò attraverso un gruppo di suoi uomini armati di mitra addetti a tenere la
stampa internazionale a debita distanza dal luogo del disastro. Gli ordinarono di
fermarsi. Soraya scese per prima, sistemandosi gli occhiali da sole sul naso e il
cappello leggero in testa. Chalthoum aveva ragione su una cosa: l'aereo era
precipitato a meno di seicento metri dalla punta sudorientale del wadi, un corso
d'acqua con tanto di cascate, reso ancor più spettacolare dal deserto che lo
circondava.
«Dio mio» mormorò Soraya iniziando il sopralluogo sulla scena in cui era
avvenuto l'impatto, che era già stato delimitato da un cordone della polizia.
Dovevano essere stati gli uomini di Amun. La fusoliera era spezzata in due parti
conficcate nella sabbia come grotteschi monumenti a un dio sconosciuto; altri
pezzi, che si erano staccati violentemente dal corpo dell'aereo, erano sparsi
tutt'intorno, e insieme a un'ala, piegata in due come un ramoscello spezzato,
formavano un cerchio.
«Guardate i numeri delle sezioni della fusoliera» disse Chalthoum rivolto alla
task force che si stava schierando. Indicava qua e là mentre gli americani si
muovevano lungo il perimetro del sito. «Guardate anche qui e qui. E chiaro che
l'aereo è esploso in volo e non per via dell'impatto, che, considerando la
conformazione del terreno, non ha causato che lievi danni ulteriori.» «Quindi
quello che vediamo è più o meno l'aspetto dell'aereo subito dopo l'esplosione.»
Chalthoum annuì. «Esatto.» Se ne potevano dire molte, sul suo conto, ma non che
non fosse un vero professionista. Il problema era che il suo lavoro spesso
includeva pratiche di tortura che avrebbero rivoltato anche gli aguzzini di Abu
Ghraib.
«E tutto distrutto» osservò.
Non stava scherzando. Soraya vide gli uomini della task force infilarsi le tute di
plastica e i copriscarpe. Kylie, il golden labrador antiesplosivi, andò avanti con il
suo addestratore. Poi la squadra si divise in due gruppi. Il primo si diresse verso
l'interno carbonizzato dell'aereo, mentre il secondo iniziò a ispezionare le lamiere
contorte nella speranza di capire se l'esplosione fosse stata interna o esterna. Tra i
membri di questo gruppo c'era Delia Trane, un'amica di Soraya e un'esperta di
esplosivi della ATF, l'Ufficio Federale per il Controllo di Alcol, Tabacco e Armi
da fuoco. Nonostante avesse solo trentaquattro anni, vantava una tale esperienza
che veniva spesso richiesta da numerose agenzie federali preposte all'ordine
pubblico, bisognose delle sue perizie.
Marcata stretta da Amun, Soraya si diresse verso il circolo della morte,
schivando pezzi di metallo talmente ingarbugliati e carbonizzati che era
impossibile capire quale potesse essere la loro forma originaria. Pezzi grandi
come un pugno somiglianti a chicchi di grandine si rivelarono parti in plastica
sciolte nell'esplosione. Poi si fermò e si accovacciò quando si accorse della
presenza di una testa umana. Gran parte dei capelli e della carne era stata ridotta a
cenere che chiazzava lo scheletro, evidente in parecchi punti.
Poco oltre, un avambraccio emergeva dalla sabbia in un angolo. La mano
sembrava una bandiera di benvenuto nel regno della morte. Soraya sudava, e non
solo per il caldo brutale. Prese un sorso d'acqua da una bottiglia di plastica che le
passò Chalthoum e poi proseguì. Poco distante dalle fauci spalancate della
fusoliera come in uno sbadiglio, alcuni addetti offrirono loro una tuta di plastica e
dei copriscarpe, che indossarono nonostante il caldo.
Quando i suoi occhi si furono abituati all'oscurità, Soraya si tolse gli occhiali da
sole e con uno sguardo passò in rassegna ciò che la circondava. Le file dei sedili
erano inclinate a novanta gradi; il pavimento era dove si trovava la paratia di
sinistra quando l'aereo era ancora alto nel cielo e tutti i passeggeri erano pieni di
vita, parlavano e ridevano, stringevano mani o litigavano stupidamente nel
momento prima dell'oblio. Ovunque c'erano corpi, alcuni ancora seduti, altri
schizzati via con l'impatto. L'esplosione aveva ridotto in frantumi un'altra sezione
del velivolo e tutti quelli che vi si trovavano.
Soraya notò che i membri della task force venivano seguiti ovunque dagli
uomini di Amun. Se il contesto non fosse stato così tragico, sarebbe stata una
scena comica. Il suo accompagnatore era deciso a non permettere agli americani
di muoversi, né di riprendere fiato riparandosi dal caldo impossibile e dall'odore
delle latrine portatili, senza che lui ne venisse subito avvisato.
«La mancanza di umidità gioca a vostro vantaggio» disse Chalthoum.
«Rallenterà la decomposizione dei corpi non del tutto inceneriti.» «Una buona
notizia per le famiglie.» «Certo. Ma siamo sinceri, non hai mai pensato né ai
passeggeri né alle famiglie. Sei qui per scoprire cos'è successo. Vuoi capire se si è
trattato di un guasto o di un atto terroristico.» Aveva ancora la capacità, rara negli
egiziani, di andare dritto al sodo. Quel paese era un inferno burocratico. Non si
muoveva niente, non si poteva ricevere nemmeno una semplice risposta se non
venivano interpellate almeno quindici persone in sette diverse divisioni. Soraya ci
rifletté giusto un secondo, prima di rispondere: «Sarebbe stupido fingere che non
sia così».
Chalthoum annuì. «Sì, perché il mondo vuole sapere, ha bisogno di sapere. Ma
la mia domanda è un'altra: e poi quali saranno le conseguenze?» Un quesito a
trabocchetto, pensò lei. «Non lo so. Quello che accadrà non è di mia
competenza.» Fece un cenno a Delia, che annuì e li raggiunse con in mano la
torcia, evitando le macerie e gli addetti che lavoravano ricurvi su di esse.
«Hai trovato qualcosa?» «Stiamo iniziando gli esami preliminari.» Gli occhi
chiari di Delia si fissarono sull'egiziano e poi sulla sua amica.
«Va bene» la rassicurò Soraya. «Voglio sapere tutto ciò che scoprite, ogni cosa,
anche se sembra una stupidaggine.» «Okay.» La madre di Delia era una
colombiana dell'alta società di Bogotà, e sua figlia aveva ereditato il sangue fiero
degli avi. La sua pelle era scura come quella di Soraya, ma le analogie si
fermavano qui. Delia aveva un viso piatto e un aspetto mascolino, con i capelli
tagliati corti, le mani forti e un fare deciso che spesso veniva scambiato per
maleducazione. A Soraya piaceva, era una persona con cui poteva lasciarsi
andare. «Ho l'impressione che non sia stata una bomba. L'esplosione non è
avvenuta nella stiva.» «E quindi pensi a un guasto tecnico?» «Kylie ci sta dicendo
di no» rispose Delia, riferendosi al cane.
Soraya esitò un momento; pensava di chiedere altre cose alla sua amica, ma poi
lasciò perdere. Doveva trovare un modo per parlare con lei senza Amun fra i piedi
a scandagliare ogni singola parola.
Così fece un cenno con la testa a Delia, che tornò al suo lavoro.
«Sa più di quello che ha riferito» commentò Chalthoum. «Voglio sapere cosa sta
succedendo.» Quando Soraya rispose «Niente», lui aggiunse: «Va' a parlarle. Da
sola!».
Soraya si voltò verso di lui. «E poi?» Amun alzò le spalle. «E poi mi riferisci
tutto, no?» Era già tarda sera quando Moira fu pronta per lasciare l'ufficio. Stanca
morta, spense la tv sintonizzata sulla CNN. L'aveva tenuta accesa senza volume
dal momento in cui si era diffusa la notizia del disastro aereo in Egitto.
L'incidente l'aveva innervosita, e aveva avuto lo stesso effetto su molte altre
persone nel campo della sicurezza. Nemmeno una parola su ciò che era davvero
successo, neanche dal suo canale secondario: quelle fonti indipendenti avevano
risposto in maniera talmente concisa da dare i brividi. Intanto la stampa
attraversava una giornata campale; i mezzibusti della tv ipotizzavano uno scenario
terroristico. Senza contare la miriade di congetture intitolate La verità che non
vogliono farvi vedere che apparivano sui siti Internet, compresa quella che girava
già dall'1 settembre, secondo cui dietro l'attentato c'era il governo americano
bisognoso di rafforzare il suo casus belli.
Mentre scendeva in ascensore verso il garage, la sua mente era in due posti
diversi allo stesso tempo: lì con lei e la nuova organizzazione che stava mettendo
in piedi, e a Bali con Bourne. Le ferite, l'intervento chirurgico e la riabilitazione
avevano reso ancor più doloroso il distacco. Il suo futuro che sembrava così
semplice quando ne avevano parlato in piscina, era diventato vago e nebuloso.
Era attanagliata dall'ansia, non tanto perché sentiva il bisogno di prendersi cura di
lui - Dio solo sapeva che pessima infermiera sarebbe stata -, ma perché in quel
tempo infinito in cui la sua vita era appesa a un filo lei era stata costretta a
rivedere i suoi sentimenti per lui. La possibilità che le venisse strappato via per
sempre la spaventava tanto da toglierle il fiato, una sensazione di buio soffocante
che oscurava il sole di giorno e le stelle di notte.
Era amore?, si chiedeva. Come poteva questo sentimento provocare quella
pazzia che trascendeva tempo e spazio, che le faceva battere forte il cuore e le
faceva tremare le gambe? Quante volte si era svegliata di notte da un sonno
leggero e inquieto, con il bisogno di correre in bagno e guardarsi allo specchio
senza riconoscersi? Era come se fosse stata gettata nella vita di qualcun altro
senza essere stata invitata, una vita che non voleva e non capiva.
«Chi sei?» domandava all'immagine riflessa nello specchio. «Come sei arrivata
qui? Che cosa vuoi?» Né lei, né il suo riflesso avevano le risposte.
Nell'immobilità della notte si sfogava piangendo la perdita di quella che era stata
una volta, disperata per il futuro nuovo e incomprensibile che le aveva invaso il
corpo.
Ma di mattina tornava in sé: pragmatica, concentrata, inflessibile nella ricerca di
nuove persone da assumere e nel mettere in pratica le regole ferree che aveva
stabilito per i suoi collaboratori. Ognuno doveva giurare fedeltà alla Heartland
come se fosse la patria. La Black River, il suo diretto rivale, sotto alcuni aspetti, lo
era già.
E poi il sole calava all'orizzonte, il crepuscolo e l'incertezza si impadronivano di
lei, e la sua mente tornava a Jason, che non aveva più sentito da quando aveva
lasciato Bali tre mesi prima, insieme al corpo di un vagabondo australiano e i
documenti che lo identificavano come Bourne. Quel malessere le era iniziato
sull'isola: il pensiero della morte imminente di Jason le faceva venir voglia di
correre per non fermarsi mai. Ma ovunque andasse si ritrovava nello stesso punto
da cui era partita, nel momento in cui Bourne era caduto a terra e il suo cuore
aveva smesso di battere.
La porta dell'ascensore si aprì nella distesa di cemento immersa nell'ombra del
garage, e Moira si incamminò verso la macchina con le chiavi dell'auto in mano.
Non le piaceva affatto camminare di sera in quel garage deserto. Le macchie di
olio e carburante, la puzza dei gas di scarico, l'eco dei tacchi sul pavimento la
rendevano triste e provava un'immensa solitudine, come se non ci fosse posto al
mondo in cui si sentisse a casa.
La sua auto era una delle poche rimaste. Ascoltando la cadenza ritmica dei suoi
passi, seguiva il movimento della propria ombra deformata sulle colonne
quadrate.
Sentì il rumore di una vettura che si metteva in moto e si fermò, immobile, i
sensi all'erta. Un'Audi grigio tortora sbucò dalla colonna, accese i fari e si diresse
verso di lei prendendo velocità.
Moira sfilò la Lady Hawk 9mm dalla fondina, si nascose con una mossa da vero
cecchino e tolse la sicura. Stava quasi per premere il grilletto quando il finestrino
dal lato del passeggero si abbassò e l'Audi inchiodò in uno stridio di gomme.
«Moira...!» Lei si abbassò ancora di più sulle ginocchia, per mantenere
l'eventuale bersaglio sotto tiro.
«Moira, sono io, Jay!» Sbirciando dentro la macchina riconobbe Jay Weston, un
agente che aveva rubato alla Hobart, il più grande appaltatore della Difesa
internazionale di cui il governo disponeva.
In un attimo ripose la pistola nella fondina. «Cristo santo, Jay, avrei potuto
ucciderti!» «Ho bisogno di parlarti.» Moira lo guardò di traverso. «Be', avresti
potuto chiamare, no?» L'uomo scosse la testa. Aveva il volto tirato e rigido per la
tensione. «I cellulari non sono abbastanza sicuri. Non potevo correre rischi.»
«Okay» disse lei appoggiandosi al finestrino. «Cosa c'è di tanto urgente?» «Non
qui. Né in qualunque altro posto in cui possano sentirci.» Moira aggrottò le
sopracciglia. «Non credi di essere un tantino paranoico?» «Essere paranoico è il
mio mestiere.» Lei annuì. «Va bene, come vuoi che...?» «Devo mostrarti una
cosa.» E con la mano batté sulla tasca di una giacca blu dall'aspetto costoso sul
sedile del passeggero, poi partì sgommando verso la rampa che portava sulla
strada senza darle il tempo di salire né di rispondergli.
Lei scattò verso la sua macchina, azionò il telecomando, aprì lo sportello,
sedette al volante e mise in moto. Il tutto in pochissimi secondi. L'Audi di Jay la
stava aspettando in cima alla rampa. Quando l'uomo dallo specchietto retrovisore
la vide arrivare, partì girando verso destra. Moira lo seguì.
Il traffico della notte, fatto di persone che tornavano a casa dai teatri e dai
cinema, era poco intenso; non c'era un vero motivo per cui Jay dovesse passare
con il semaforo rosso lungo P Street, eppure era ciò che continuava a fare. Moira
aumentò la velocità per stargli dietro, evitò per un pelo più di una volta di restare
bloccata al semaforo, tra ruote che stridevano a causa delle brusche frenate e
clacson impazziti.
A tre isolati dall'ufficio di Moira si imbatterono in un poliziotto in moto.
Moira lampeggiò a Jay, ma forse non stava guardando, oppure scelse di
ignorarla e passò con il rosso. Il poliziotto la sorpassò come un razzo, puntando
verso l'Audi di fronte a lei.
«Cazzo!» imprecò schiacciando a tavoletta l'acceleratore.
Stava già preparando mentalmente le giustificazioni per le ripetute infrazioni del
suo agente, quando il poliziotto, che si era accostato all'Audi, tirò fuori la pistola
d'ordinanza, la puntò dritta verso il finestrino del guidatore e sparò due colpi in
successione.
Moira ebbe solo un secondo per non tamponare l'Audi, che era fuori controllo,
lottando contro la velocità smodata a cui stava andando. Con la coda dell'occhio
vide la moto deviare e dirigersi in direzione nord, verso un incrocio.
L'Audi sembrava un pendolo impazzito, e dopo una serie di sbandate si
scaraventò contro la sua auto facendola roteare.
L'impatto fece capovolgere l'Audi come uno scarafaggio che si rovescia sulla
livrea dura e luccicante. Poi, iniziò a girare su se stessa; sembrava una biglia
colpita da un dito maligno. Moira, però, ne perse le tracce, perché la sua auto
andò a sbattere contro un lampione e finì in un parcheggio, sfondando il
parabrezza. Una tempesta di vetri in frantumi la travolse, lei fu strattonata in
avanti, sbatté contro l'airbag che si era gonfiato, poi fu spinta violentemente di
nuovo contro il sedile.
E tutto si fece nero.
Procedere tra le file posteriori dei sedili era come attraversare un mare denso di
cadaveri. Era impossibile passare vicino ai corpicini dilaniati dei bambini senza
sentirsi male. Soraya recitava una preghiera per ogni anima a cui era stata
strappata la vita.
Quando raggiunse Delia, si accorse che aveva trattenuto il respiro per tutto il
tempo. Si rilassò, buttando fuori l'aria con un sibilo leggero. Il prepotente, acre
odore di bruciato le invase le narici.
Lei toccò la spalla della sua amica e, attenta a non farsi sentire dalla guardia
egiziana, le disse sottovoce: «Vieni, facciamo due passi».
La guardia fece per seguirle, ma si fermò al cenno di Chalthoum. Fuori i loro
occhi furono colpiti dalla luce del deserto, accecante anche con gli occhiali da
sole. Ma l'aria era asciutta, arida; il sole micidiale sembrava attirarle, con il suo
caldo respiro, nella cava della morte in cui erano affondate. Ritornare nel deserto,
pensava Soraya, era come riabbracciare un amante desiderato per tanto tempo. La
sabbia sussurrava alla pelle una carezza intima. Nel deserto potevi vedere tante
cose venirti incontro. E questo era il motivo per cui gente come Amun mentiva:
perché il deserto invece diceva sempre la verità. Quelli come Amun pensavano
che così tanta verità fosse nociva, perché non ti lasciava niente in cui credere,
nessuna illusione per cui valesse la pena vivere. Soraya sentì di capirlo molto più
di quanto lui capisse lei. Amun era convinto del contrario, forse perché gli faceva
comodo pensarla così.
«Delia, dimmi la verità. Cosa sta succedendo?» le chiese Soraya una volta che
furono a debita distanza dalle sentinelle di al-Mukhabarat.
«Niente di certo, ancora.» Si guardò intorno per essere sicura che fossero sole.
Vedendo che Chalthoum le stava fissando, disse: «Quell'uomo mi fa venire la
pelle d'oca».
Soraya si allontanò ulteriormente dallo sguardo penetrante dell'egiziano. «Non
preoccuparti, non può sentirci. Che idea ti sei fatta?» «Maledetto sole!» Non
riuscendo a tenere gli occhi aperti nemmeno dietro le lenti scure degli occhiali,
Delia si portò una mano sulla fronte per farsi ombra. «Mi si spaccheranno le
labbra prima di domani.» Soraya aspettò, mentre il sole continuava a pulsare nel
cielo.
«Fanculo» sbottò infine Delia. «Credo che il disastro non sia dovuto a
un'esplosione interna. Mi ci giocherei qualsiasi cosa.» La Trane era un'accanita
giocatrice di poker, riduceva tutto a una puntata. «Secondo il mio istinto è
un'esplosione particolare.» «Quindi non è stato un incidente.» Il sangue di Soraya
si gelò nelle vene. «Se escludi una bomba, a cosa stai pensando? A un missile
aria-aria?» Delia alzò le spalle. «Potrebbe essere, ma hai letto anche tu le
trascrizioni dell'ultima conversazione dell'equipaggio con la torre di controllo del
Cairo. Dicevano di non vedere alcun jet in avvicinamento.» «E se fosse arrivato
da sotto o di lato?» «Potrebbe essere, ma in quel caso il radar lo avrebbe
segnalato. E poi il copilota ha urlato di aver visto qualcosa più piccolo di un jet.»
«Ma l'ha visto solo all'ultimo secondo. L'esplosione è avvenuta prima che
avessero il tempo di descrivere cosa fosse.» «Se la tua ipotesi è giusta, allora si
tratterebbe di un missile terra-aria.» Delia annuì. «Se siamo fortunati troveremo la
scatola nera intatta, e il suo contenuto ci rivelerà qualcosa di più.» «Quando?»
«Hai visto com'è là dentro. Ci vorrà un po' anche solo per capire se potrà essere
recuperata.» Nel sussurro arido e sinistro del vento caldo che modella le dune,
risuonarono le parole di Soraya: «Un missile terra-aria aprirebbe una serie infinita
di scenari».
«Lo so» concordò Delia. «Compresa quella del possibile coinvolgimento del
governo egiziano.» Soraya non riuscì a trattenersi dal voltarsi verso Chalthoum.
«O di al-Mukhabarat.» ***
Capitolo 6
Moira si svegliò ai battiti del cuore di sua madre. Risuonavano forte, come il
ticchettio dell'orologio del nonno, e la terrorizzavano. Per un momento si ritrovò
distesa nell'oscurità a rivivere i suoni e le immagini sfocate, per via delle lacrime
che le velavano gli occhi, dei paramedici che portavano sua madre all'ospedale.
Quella fu l'ultima volta che la vide viva. Non ebbe mai la possibilità di dirle
addio. Le ultime parole che aveva rivolto a sua madre erano state: «Ti odio! Stai
fuori dalla mia vita!». E all'improvviso lei era morta. Moira aveva diciassette
anni.
Poi il dolore cominciò a farsi sentire, forte come un urlo.
Il ticchettio era reale. Era l'impianto di raffreddamento. Delle mani tentavano di
tirarla fuori, districandosi tra la cintura di sicurezza e l'airbag sgonfio. Come in un
sogno, percepì il movimento del suo corpo, l'effetto della forza di gravità sulle
spalle e alla bocca dello stomaco. La testa si rovesciò all'indietro come se fosse
staccata dal corpo, il dolore intenso la nauseava.
Poi, con un fragore che riecheggiò ovattato nelle sue orecchie, venne liberata
dalla gabbia d'acciaio. Sentì la dolce brezza notturna sulle guance, il brusio delle
voci attorno a lei come di tanti insetti ronzanti.
Sua madre... la sala d'attesa dell'ospedale, con l'odore pungente di disinfettante e
disperazione... la vista della bambola di cera, il corpo di colei che le aveva dato la
vita, nella bara, orribile nella sua totale immobilità... il cimitero... il cielo giallo
che puzzava di gas e trasudava dolore... il terreno che la inghiottiva, come una
bestia che chiude le fauci... zolle di terra sopra la bara inondate di lacrime e
pioggia...
Lentamente riprese coscienza, la nebbia nella sua testa si diradò e ritornò in
pieno possesso delle sue facoltà. Come se si fosse appena svegliata da un incubo,
ricordò dove si trovava e cos'era successo. Avvertiva la vicinanza della morte,
sapeva che l'aveva sfiorata. Ogni respiro sembrava fatto di ghiaccio e fuoco, ma
era viva. Mosse le dita dei piedi e delle mani. Tutto a posto, funzionavano.
«Jay» sussurrò al paramedico piegato sopra di lei. «Jay, sta bene?» «Chi è Jay?»
chiese una voce fuori dal suo campo visivo.
«Non c'era nessun altro in macchina.» Il ragazzo aveva una faccia simpatica.
Forse era troppo giovane per questo tipo di lavoro.
«Non nella mia macchina» riuscì a spiegare Moira, «in quella davanti.»
«Oddio!» esclamò la voce al suo fianco.
La faccia simpatica sopra di lei cambiò espressione. «Il suo amico... Jay. Non ce
l'ha fatta.» «No!» gridò lei piangendo disperata. «Maledetti!» I paramedici
ripresero le procedure, ma Moira li interruppe: «Voglio tirarmi su e mettermi
seduta».
«Non è una buona idea, signorina» disse Faccia simpatica. «E ancora sotto
shock e...» «Mi metterò seduta» insistette Moira, «con o senza il tuo aiuto.»
Mettendole le mani sotto le braccia, il ragazzo l'aiutò ad alzarsi. Era in strada,
vicino alla macchina. Quando cercò di dare un'occhiata in giro trasalì alla vista
delle luci che l'accecavano.
«Fammi alzare in piedi» disse stringendo i denti. «Devo vederlo.» «Signorina...»
«Ho qualcosa di rotto?» «No, signorina, ma...» «Allora, Cristo santo, fammi
alzare in piedi!» Ora riusciva a vederli entrambi, il secondo paramedico sembrava
ancora più giovane del primo.
«Ma siete due bambini!» disse, mentre la facevano alzare sull'asfalto.
Le ginocchia stavano per cederle e vide tutto nero, così dovette appoggiarsi a
loro per un po'.
«Signorina, è bianca come un fantasma» si preoccupò Faccia simpatica. «Io
credo che...» «Per favore, piantala di chiamarmi signorina. Sono Moira.» «La
polizia sarà qui a momenti» mormorò l'altro.
Lei sentì una fitta alla bocca dello stomaco.
Faccia simpatica le disse: «Moira, mi chiamo Dave, e il mio collega qui è Earl.
Ci sono dei poliziotti che vorrebbero farle qualche domanda sull'accaduto».
«Tutto questo è successo per colpa di un poliziotto» rispose Moira.
«Come!?» esclamò Dave. «Cos'ha detto?» «Voglio vedere Jay.» «Mi creda»
tentò di convincerla Earl, «è meglio di no.» Moira si abbassò e accarezzò la sua
Lady Hawk. «Non mettetevi in mezzo, chiaro?» Senza aggiungere una parola, i
due la portarono in fondo alla strada. Il selciato era ricoperto di pezzi di auto e
frammenti luccicanti dei finestrini. Moira vide un autocarro dei pompieri e
un'ambulanza dietro ciò che rimaneva dell'Audi. Nessuno avrebbe potuto
sopravvivere a un incidente del genere. A ogni passo comunque lei acquistava
forza e sicurezza. Era ancora sottosopra, piena di lividi, e forse aveva subito un
trauma, come le avevano detto, ma era viva. Miracolosamente. Pensò a Bali e allo
spirito del maialino: continuava a proteggerla.
«Ecco che arriva la cavalleria» avvertì Earl.
«Parla dei poliziotti» tradusse Dave.
«Ragazzi» disse Moira, «ho bisogno di passare qualche minuto da sola con il
mio amico e la polizia non me lo permetterà.» «Neanche noi dovremmo» replicò
Dave dubbioso.
«Me ne occupo io.» Earl si allontanò per trattenerli.
«Fai attenzione.» Dave mise più forza nel sorreggere Moira, ora che Earl non
c'era più ad aiutarlo. Lei fece un paio di respiri profondi per rinfrescare la mente e
rinvigorire il corpo. Sapeva di avere pochissimo tempo prima che i poliziotti
superassero qualsiasi ostacolo Earl avesse frapposto.
Passarono accanto alla carcassa irriconoscibile dell'Audi. Moira prese una
grossa boccata d'aria per farsi forza, poi si trovarono davanti a quello che restava
di Jay Weston. Il corpo, ridotto a brandelli, non era più quello di un uomo.
«Come diavolo avete fatto a tirarlo fuori?» «Con delle cesoie, ma purtroppo è
servito a ben poco.» Dave l'aiutò ad accovacciarsi vicino al cadavere, mentre un
altro attacco di vertigini minacciava di farla cadere. «Sto rischiando il posto di
lavoro.» «Tranquillo, i miei amici ti aiuteranno.» Moira osservò ogni centimetro
del corpo devastato di Jay. «Gesù, non dev'essersi salvato niente.» «Cosa sta
cercando?» «Vorrei saperlo anch'io, ma la sua giacca...» Dave si piegò e tirò fuori
qualcosa da sotto le macerie. «Si riferisce a questa?» Il cuore di Moira iniziò a
batterle veloce nel petto. Era la sua giacca blu, miracolosamente integra
nonostante le bruciacchiature sulle maniche e l'odore di fumo misto a colonia che
emanava.
«Sembra assurdo, ma cose come questa accadono in continuazione» le disse
Dave. Si era messo di proposito tra Moira e i due poliziotti che avevano appena
spinto Earl da una parte, stanchi di tutto quel gergo medico. «Ci capita di trovare
gli oggetti più impensabili, dai portafogli alle chiavi, dai cappelli ai condom,
integri nella distruzione più macabra.» Moira lo ascoltava con un orecchio,
mentre le sue dita ispezionavano le tasche interne ed esterne della giacca. Un
pacchetto di gomme, due elastici, una graffetta, un pezzettino di garza. Nelle
tasche interne non c'erano né il portafogli né la carta d'identità, come richiedeva la
procedura. I soldi li aveva addosso, da qualche parte, ridotti in cenere. Toccò il
cellulare proprio mentre Dave si alzò per trattenere i poliziotti.
Moira stava per arrendersi, quando sentì il filo lento di una cucitura. Tirandolo,
si formò un buco dal quale fece uscire una chiavetta USB da due giga. Sentendo i
passi che si avvicinavano si fece il segno della croce e, con l'aiuto di Dave che le
sosteneva il gomito, si mise in piedi per affrontare l'interrogatorio della cavalleria.
Si rivelò del tutto inutile, ridicolo e stupido, come aveva previsto, ma si fece una
bella risata quando, alla terza volta che le rivolgevano la stessa domanda, tirò
fuori il distintivo del Federal Securities Act, davanti al quale ammutolirono tutti.
Dave e Earl erano rossi in viso e non riuscivano a trattenere le risatine.
«Voglio sapere chi era quell'agente» disse Moira. «Vi ho già ripetuto due volte,
anche se ovviamente non mi avete creduto, che ha tirato fuori la pistola e ha
sparato al finestrino dell'Audi di Weston.» «Weston lavorava per lei?» Il più alto
dei due aveva un distintivo con su scritto severin.
Quando Moira rispose di sì, fece un cenno con la testa al collega che si allontanò
per telefonare.
«Perché era inginocchiata sopra il cadavere?» le chiese Severin.
Era probabile che stesse solo prendendo tempo, dato che l'aveva visto coi suoi
occhi e, soprattutto, lei glielo aveva già raccontato due volte.
«Pregavo per l'anima del mio amico.» Severin aggrottò la fronte, poi annuì,
partecipe, e si voltò verso Dave e Earl. «Questi due buzzurri non avrebbero mai
dovuto lasciare che si avvicinasse al suo amico e rovinasse la scena del crimine.»
«Capisco.» L'espressione del poliziotto si fece ancora più perplessa, ma la natura
dei suoi pensieri rimase un mistero. Intanto il collega ritornava dopo aver finito la
telefonata.
«Qualcuno qui sta raccontando stronzate» disse con aria arguta. «Non c'è traccia
di una pattuglia della Municipale o di qualunque altro dipartimento in zona a
quell'ora.» «Maledetto!» Moira prese in mano il cellulare, ma prima di avere il
tempo di fare una chiamata, due uomini le si pararono davanti. Indossavano lo
stesso vestito scuro, ma con il tipico portamento militare degli agenti della NSA.
Capì di essere in pericolo l'istante in cui mostrarono i distintivi ai due poliziotti.
«Avete finito, qui, ragazzi» disse Vestito Scuro Numero Uno, mentre l'altro
lanciava uno sguardo che non ammetteva repliche ai due colleghi. Quando questi
si furono ritirati, Vestito Scuro Numero Uno infilò la mano nelle tasche di Moira
con la maestria di un borseggiatore esperto. «Questo lo prendo io, signorina
Trevor» le disse, tenendo in mano il cellulare di Jay.
Moira cercò di riprenderlo, ma Vestito Scuro Numero Due lo allontanò dalla sua
portata.
«Ehi, è di proprietà della mia azienda!» «Spiacente» disse Vestito Scuro Numero
Uno, «ma questa è stata dichiarata questione di sicurezza nazionale.» Subito dopo
le afferrò un braccio. «E ora, se fosse così gentile da seguirci...» «Non avete il
diritto di fare una cosa del genere!» si ribellò Moira.
«Temo invece di sì» replicò Vestito Scuro Numero Uno, mentre il suo collega la
prendeva per l'altro braccio, tenendo sollevato il cellulare di Jay. «Lei stava
alterando la scena di un crimine.» Mentre la portavano via, Dave fece un passo
verso di lei.
«Fuori dai piedi!» gridò Vestito Scuro Numero Due.
Il tono rude fece indietreggiare il paramedico, che le rivolse una parola di scusa
prima di andarsene.
Ora la visuale della scena era diversa, e Moira riuscì a vedere un uomo dietro
l'agente della NSA. Era Noah, che la guardava con un sorrisetto malvagio. Prese il
cellulare di Jay e se lo mise nella tasca della giacca.
«Non puoi dire di non essere stata avvertita» furono le sue ultime parole.
In sella alla moto che il dottor Firth aveva noleggiato, Bourne guidò verso le
montagne orientali dell'isola di Bali - ripidissime in certi punti - fino ad arrivare ai
piedi del monte Lempuyang, il complesso del tempio dei Dragoni. Parcheggiò la
moto sotto gli occhi vigili di un guardiano seduto all'ombra di un albero. Comprò
una bottiglia d'acqua in un chiosco che serviva sia i turisti curiosi sia i pellegrini
devoti, e s'incamminò su per il pendio, vestito con il suo solito sarong tradizionale
stretto in vita da una fascia.
Il sacerdote alla Grotta dei Pipistrelli non sapeva dove fosse Suparwita, anche se
lo conosceva, ma quando Bourne gli aveva raccontato il suo sogno ricorrente
aveva riconosciuto subito le scale con i dragoni sul monte Lempuyang e gli aveva
spiegato la strada per raggiungerlo.
Non impiegò molto ad arrivare al primo tempio, un edificio dalle forme
essenziali, poi prese a salire i gradini scoscesi che portavano al secondo tempio.
Quando si ritrovò davanti la porta d'ingresso riccamente intarsiata, il dolore al
petto lo costrinse a fermarsi. Guardando attraverso l'arco vide le tre scalinate, che
erano persino più ripide delle due appena percorsa, custodite da sei enormi
dragoni di pietra i cui corpi sinuosi e squamati salivano verso l'alto fungendo da
corrimano.
Il sacerdote non si era sbagliato. Quello era il posto del sogno, lì aveva visto la
figura di donna contornata dall'arco mentre si voltava verso di lui. Si girò e scrutò
il monte Agung, che in lontananza sembrava blu, la cui cima era coperta dalle
nuvole.
Attratto dalle scale dei dragoni, Bourne continuò la sua salita. Si fermò a metà
strada e si guardò di nuovo alle spalle, verso il vulcano che riusciva a intravedere
al di là dell'arco d'ingresso. Il cuore gli balzò in petto quando scorse una figura
delinearsi contro il monte Agung. Scese un gradino, e vide che la sagoma era
quella di una giovane ragazza vestita con un sarong rosso e giallo. Lei si voltò nel
modo liquido e sinuoso tipico dei bambini balinesi, e svanì all'improvviso,
lasciando al suo posto la luce del sole invasa dal pulviscolo.
Riprendendo la salita, Jason raggiunse la piazza superiore del tempio, dove
sostavano alcune persone. Vagò senza meta tra gli edifici decorati, sentendosi
quasi fluttuare, come se fosse all'interno del suo sogno, il sogno del suo passato.
Era uno straniero che ritorna in un posto familiare che aveva dimenticato.
Sperava che quel luogo toccasse delle corde dentro di lui, ma non fu così, e fu
invaso da un senso di frustrazione. L'esperienza dell'amnesia gli aveva insegnato
che un nome, un'immagine, un odore, spesso facevano riaffiorare ricordi
abbandonati. Perché era già stato a Bali? Essere lì, nel luogo che aveva sognato
per mesi, avrebbe dovuto accendere qualcosa nella sua mente. E invece no.
A un tratto si avvide di un uomo che stava recitando le sue preghiere. Poco dopo
si alzò e Bourne si accorse che era Suparwita.
I battiti del cuore accelerati, si incamminò verso di lui.
«Stai bene, a quanto sembra» constatò Suparwita.
«Sono sopravvissuto. Moira pensa sia tutto merito tuo.» Il guaritore sorrise,
guardò oltre Bourne per un momento, verso il tempio. «Hai trovato una parte del
tuo passato, vedo.» Bourne si voltò e guardò anche lui verso il tempio. «Se è
così» disse, «non so quale sia.» «Però sei venuto.» «Ho sognato questo posto
dalla prima notte che sono arrivato, sull'isola.» «Ti stavo aspettando. La potente
entità che ti ha guidato e protetto ti ha condotto da me.» «Shiva? Shiva è il dio
della distruzione.» «E della trasformazione.» Suparwita fece un cenno col braccio
come a invitarlo a camminare. «Parlami del tuo sogno.» «Io sono qui e guardo
indietro verso il monte Agung attraverso l'arco d'ingresso. All'improvviso una
figura si staglia proprio in quel punto e si volta nella mia direzione.» «E poi?» «E
poi mi sveglio.» Suparwita annuì, come se si fosse aspettato una risposta simile.
Avevano seguito l'intera circonferenza della piazza del tempio ed erano arrivati
nell'area antistante la porta d'ingresso. La luce era uguale a quella del sogno.
Bourne fu percorso da un brivido.
«Nel sogno hai visto la donna con cui sei stato qui» disse Suparwita. «Holly
Marie Moreau.» Quel nome gli suonava vagamente familiare, ma Jason non riuscì
a dargli un volto.
«E dov'è adesso?» «Purtroppo è morta.» Suparwita indicò lo spazio tra l'entrata.
«Era lì, come te la ricordi nel sogno, e poi se n'è andata.» «Se n'è andata?» «E
caduta.» Suparwita si voltò verso di lui. «O l'hanno spinta.» ***
Capitolo 7
«Dio santo, fa più caldo che all'inferno, qui, anche senza le tute di plastica.»
Delia si asciugò il sudore sul viso. «Buone notizie, abbiamo trovato la scatola
nera.» Soraya, in piedi vicino ad Amun Chaltoum in una delle tende vicino al
luogo del disastro, si sentì sollevata da quell'interruzione. Stare vicino a lui in
spazi così stretti era troppo per i suoi nervi. Il fatto che ci fosse più di un livello
nella loro relazione - professionale, personale ed etnico - la rendeva già
abbastanza difficile, in più erano anche amici-nemici, apparentemente schierati
dalla stessa parte ma divisi da una competizione spietata per accaparrarsi le
informazioni preziose per due governi dai programmi molto diversi. E così il
balletto delle loro azioni si faceva molto complesso.
«Che ci dice?» domandò l'egiziano.
Delia gli riservò uno sguardo enigmatico. «Abbiamo appena iniziato a
esaminare i dati a partire dagli ultimi momenti, ma dalla conversazione della
cabina di pilotaggio è chiaro che l'equipaggio non ha avvistato nessun aereo. Però,
il copilota ha visto qualcosa all'ultimissimo istante. Era piccolo e si avvicinava ad
alta velocità.» «Un missile» concluse Soraya guardando in faccia Amun. Si
chiedeva se già lo sapesse. Lo sapeva di sicuro, se al-Mukhabarat era coinvolta
nell'incidente. Ma il volto scuro di lui rimase impassibile.
Delia annuiva. «Un missile terra-aria sembra la cosa più probabile, a questo
punto.» «Bene» disse Chalthoum in arabo nonostante la presenza di Delia nella
tenda, «a quanto pare gli Stati Uniti non ci proteggono poi così tanto bene dagli
estremisti.» «Credo sarebbe più utile per entrambi concentrarci sul possibile
colpevole» disse Soraya, «anziché puntare il dito, non trovi?» Chalthoum la fissò
negli occhi per un momento, poi annuì, e si ritirarono in due angoli opposti della
tenda per aggiornare i rispettivi superiori. Usando il telefono satellitare della
Typhon, Soraya chiamò Veronica Hart.
«Questa è una brutta notizia» disse Veronica dall'altra parte del mondo. «La
peggiore.» «Halliday ci si butterà anima e corpo.» Mentre parlava, Soraya intuì
che Chalthoum stava riportando le informazioni appena ricevute da Delia al
presidente egiziano. «Perché le cose buone succedono sempre alle persone
cattive?» «Perché la vita è caos, e il caos non distingue tra bene e male.» Dopo un
secondo di pausa, la Hart proseguì: «Novità sul fronte GIM?». Si riferiva al
Gruppo indigeno militante iraniano.
«Non ancora, l'incidente ci ha impegnato molto. La scena è orribile e le
condizioni in cui operiamo rasentano l'impossibile. Non ho avuto un momento per
me.» «Ma la cosa non può aspettare» le ricordò la Hart con fermezza. «Trovare
informazioni sul gruppo iraniano è la tua principale missione.» «Tu e lei eravate
venuti da me» cominciò a raccontare Suparwita. «Holly era molto agitata, ma non
ti aveva detto il motivo.» Bourne fissò il punto in cui doveva essere finito il
corpo, dove il suo nuovo inizio giaceva in frantumi. Perché era stato così stupido
da pensare che il suo passato fosse morto e sepolto, quando invece lo aspettava in
un angolo remoto del mondo come quello? Un altro pezzo di passato, un altro
epilogo tragico. Perché era sempre coinvolto nella morte di qualcuno?
Continuò a fissare dall'alto le tre scalinate con i dragoni come corrimani. Cercò
di ricordare quel giorno, di ricordare se era venuto lì di corsa, se la donna fosse
già in un lago di sangue, mentre lui si precipitava giù per le scale. Ma la sua
mente era ottenebrata da una nebbia grigia, impenetrabile come la pietra dei
dragoni, i guardiani fieri e implacabili del tempio. Quella nebbia lo stava
proteggendo da un evento terribile accaduto in quel luogo?
Il dolore al petto, quel compagno fedele che non lo lasciava mai da quando gli
avevano sparato, si fece più intenso.
Non doveva avere un bell'aspetto, perché Suparwita gli disse: «Vieni da questa
parte».
Dall'architrave, dall'abisso del passato, tornarono alla piazza del tempio,
all'ombra fresca di un muro altissimo sul quale era raffigurato l'esercito dei
demoni opposto agli spiriti dei dragoni locali.
Jason si sedette e bevve un sorso d'acqua. Ripensò a ciò che gli piaceva così
tanto di Moira: niente storie, niente smancerie, niente risposte senza senso. Il
guaritore rimase in piedi con le mani giunte e aspettò paziente.
«Eri venuto per Holly. Aveva sentito parlare di me, immagino» riprese infine il
guaritore.
Mentre il dolore lo costringeva a fare dei respiri lunghi e controllati, rispose:
«Raccontami cos'è successo».
«C'era un'ombra sopra di lei, come se portasse qualcosa di orribile con sé.» Gli
occhi lucidi di Suparwita si fermarono sul volto dell'americano con gentilezza:
«Era sempre stata serena, o meglio, senza emozioni. Ma in quel momento era
terrorizzata. Di notte si svegliava di sopprassalto, si spaventava per i rumori
violenti e non si sedeva mai vicino alle finestre. Quando andavate al ristorante,
esigeva di sedersi al tavolo in fondo, da dove poteva avere una visuale di tutta la
sala. Tu mi dicesti che anche nell'ombra potevi vedere le sue mani tremare. Lei
cercava di nascondere il suo disagio stringendo forte il bicchiere, ma tu lo potevi
notare comunque quando prendeva una forchetta o allontanava il piatto».
Il rumore di un aeroplano interruppe per un attimo il cinguettio degli uccelli. Sul
versante vicino si alzavano delle piccole colonne di fumo dai fuochi nelle risaie.
Bourne raccolse le forze. «Forse non era più in sé.» Il guaritore annuì incerto.
«Forse, ma posso garantirti che il suo terrore veniva da una fonte reale. Penso che
tu sapessi quale fosse, comunque, perché facevi di tutto per aiutarla.» «Magari
scappava da qualcosa o da qualcuno. E poi cos'è successo?» «L'ho purificata»
rispose Suparwita. «Era intrappolata dai demoni.» «E quindi l'ha fatto.» «L'hai
quasi fatto anche tu.» Bourne ripensò all'insistenza di Moira per incontrare il
guaritore. Gli risuonarono le parole di Suparwita: « Tutto questo è già successo in
passato. E succederà ancora.» La morte che sta alle calcagna della vita. «Stai
dicendo che i due incidenti sono in qualche modo connessi?» «Sì, anche se
sembra impossibile.» Suparwita si sedette dietro di lui. «Shiva era qui allora, ed è
qui oggi. Se ignoriamo questi segni, lo facciamo a nostro rischio e pericolo.»
Quello era l'ultimo paziente del giorno, per Benjamin Firth. Era un neozelandese
alto e cadaverico, con la pelle gialla e gli occhi febbrili. Non veniva da Manggis,
né da nessun altro villaggio della zona, dove Firth conosceva tutti. Eppure
quell'uomo gli sembrava familiare, e quando disse di chiamarsi Ian Bowles il
medico si ricordò che in effetti l'aveva già visitato un paio di volte negli ultimi
mesi per delle forti emicranie. Ora si lamentava di un dolore allo stomaco e di
problemi all'intestino, così Firth lo fece distendere sul lettino.
«Come vanno le emicranie?» si informò mentre lo visitava.
«Bene» disse Bowles con aria assente. Poi, con un tono più concentrato,
aggiunse: «Meglio».
Dopo avergli tastato lo stomaco e l'addome, il dottore gli disse: «Non trovo
niente che non va. Le farò delle analisi del sangue accurate, tra un paio di
giorni...».
«Ho bisogno di alcune informazioni.» Firth rimase in piedi, immobile. «Scusi?»
Bowles fissò il soffitto come se stesse decifrando i giochi di luce che vi si
formavano. «Lasciamo perdere gli esami del sangue, io sono sano come un
pesce.» Il dottore scosse la testa. «Non capisco.» Bowles sospirò. Poi si portò di
colpo in posizione seduta, spaventando Firth. Gli prese il polso in una stretta
violenta. «Chi è il paziente che hai nascosto qui negli ultimi tre mesi?» «Quale
paziente?» Bowles fece schioccare la lingua contro il palato. «Ascoltami bene,
dottorino. Non sono qui per problemi di salute» sogghignò. «Tu nascondi un
paziente e voglio sapere chi è.» «Perché? Che ti importa?» Il neozelandese strinse
ancora più forte il polso di Firth, tirandolo a sé. «Tu lavori in questo posto senza
nessun tipo di problemi, ma tutte le cose belle hanno una fine.» Il tono della sua
voce si abbassò. «Ora, stammi bene a sentire, idiota. Sei ricercato per omicidio
colposo dalla polizia di Perth.» «Ero ubriaco» sussurrò Firth. «Non sapevo quel
che facevo.» «Hai operato un paziente mentre eri sotto l'effetto dell'alcol, e quello
è morto. Questo è quanto.» Diede a Firth una scossa violenta. «Non è così?» Il
dottore chiuse gli occhi e bisbigliò un «sì».
«Quindi?» «Non ho niente da dirti.» Bowles si spostò e scivolò più in giù sul
lettino. «E allora andremo dalla polizia. La tua vita è finita.» Firth, dimenandosi,
ribadì di non saperne niente.
«Non ti ha mai detto come si chiama?» «Adam» rispose Firth. «Adam Stone.»
«Ti ha detto lui di chiamarsi così? Adam Stone?» Firth annuì. «Ho controllato il
passaporto.» Bowles cercò in una tasca e tirò fuori un cellulare. «Bene, dottorino,
ecco tutto quello che dovrai fare per non finire dietro le sbarre.» Gli porse il
cellulare. «Fammi una foto di questo Adam Stone. Una foto bella e nitida della
sua faccia.» Firth si passò la lingua sulle labbra. Aveva la bocca talmente secca
che non riusciva quasi a parlare. «Se lo faccio, mi lascerai in pace?» Il
neozelandese gli fece l'occhiolino. «Ci puoi scommettere, dottorino.» Firth prese
in mano il cellulare con la morte nel cuore. Ma cos'altro poteva fare? Non sapeva
come trattare con persone del genere. Quanto meno non aveva detto il vero nome
di Jason Bourne, ma non sarebbe servito a nulla se poi avesse dato la foto a
quell'uomo.
Bowles saltò giù dal lettino senza lasciare il polso di Firth. «Non fare cazzate,
dottorino. Racconta a qualcuno del nostro incontro e ti ritroverai con un proiettile
in testa, intesi?» Firth annuì in modo meccanico. Uno strano torpore si era
impossessato di lui, inchiodandolo al pavimento.
Bowles infine lo liberò dalla stretta al polso. «Grazie per aver trovato il tempo di
visitarmi, dottore» disse a voce alta nel caso orecchie indiscrete fossero in ascolto.
«Allora torno domani, alla stessa ora, per i risultati delle analisi, okay?» ***
Capitolo 8
Il Nagorno-Karabakh si trovava nell'ovest dell'Azerbaigian, un'area molto
contesa fin dai tempi in cui Joseph Stalin cercò di ripulirla dagli armeni.
Il vantaggio che aveva Arkadin nell'addestrare una squadra da combattimento in
Azerbaigian era che il paese a nordovest confinava con l'Iran. I punti di forza di
quella particolare zona erano tre: offriva un terreno aspro e accidentato, identico a
quello iraniano; era scarsamente popolata; inoltre i locali lo conoscevano perché
aveva dato loro molto più di quanto avessero fatto Dimitrij Maslov e Semén
Ikoupov. Rifornendo di fucili semiautomatici, bombe a mano, lanciarazzi e altre
armi i capi delle tribù armene si poteva portare avanti la guerriglia contro il
regime azerbaigiano, così come avevano fatto contro quello sovietico fino alla sua
caduta. In cambio, Arkadin riceveva pacchetti di morfina di ottima qualità che
portava fino al porto di Baku, dove venivano caricati su una nave mercantile che,
attraverso il Mar Caspio, raggiungeva la Russia.
Tutto sommato, il Nagorno-Karabakh era il posto più sicuro che Arkadin potesse
trovare. Lui e i suoi uomini sarebbero stati al riparo, mentre i membri delle tribù
avrebbero protetto le loro vite. Senza le armi fornite da Arkadin e dagli uomini
per cui lavorava, sarebbero stati trascinati nella loro terra rossa e arida e
sterminati come vermi. Gli armeni vivevano in quella zona, tra i fiumi Kura e
Araxes, sin dall'epoca romana. Arkadin capiva l'orgoglio che sentivano per la loro
terra, ed ecco perché aveva scelto proprio il Nagorno-Karabakh per dare inizio al
suo traffico. Era stata una mossa azzeccata anche dal punto di vista politico. Dato
che le armi che vendeva agli armeni contribuivano a destabilizzare il paese e,
quindi, a dargli una grande spinta verso l'orbita moscovita, il Cremlino era ben
felice di chiudere un occhio su quell'attività a dir poco losca.
E ora la sua squadra da combattimento si sarebbe addestrata lì.
Non fu sorpreso quando, al suo arrivo, i capitribù lo salutarono come un eroe.
Non che un simile ritorno a casa fosse semplice e piacevole: niente nella vita di
Arkadin lo era. Forse i ricordi che aveva di quel posto non coincidevano con la
realtà, o forse qualcosa era cambiato dentro di lui. A ogni modo, nel momento in
cui entrò nell'area del Nagorno-Kara-bakh, per lui fu come essere catapultato di
nuovo a Niznij Tagil.
Il campo era stato preparato come aveva richiesto: dieci tende mimetiche
circondavano una zona ovale. Verso est c'era la pista dove era atterrato il suo
aereo. Dalla parte opposta, una nuova ala a forma di L in cui si trovava un cargo
della Air Afrika Transport. Le tende avevano un aspetto che non aveva previsto e,
nella sua mente, le collegò all'anello delle prigioni di massima sicurezza intorno a
Niznij Tagil, la città in cui era nato e cresciuto, sempre che venire su con due
genitori psicotici si potesse definire crescere.
Ma di nuovo, i ricordi non erano una cosa semplice. Venti minuti dopo entrò
nella tenda che era stata allestita come stazione di comando e iniziò a passare in
rassegna l'impressionante quantità di armi che aveva trasbordato: Lancaster AK47, mitragliatori calibro 6.8mm Bushmaster ARI5 e LWRC SRT, lanciafiamme
M2A1-7 usati dai marines americani durante la Seconda guerra mondiale, granate
perforanti, missili a spalla Stinger FIM-92, obici mobili, e il fiore all'occhiello
della sua missione: tre elicotteri Apache AH-64 caricati con missili Hellfire AGM114 con ogive a doppia carica di uranio impoverito appositamente progettate, in
grado di perforare anche il veicolo più blindato, secondo quanto garantito dal
produttore.
Con indosso l'uniforme mimetica, un manganello in metallo appeso a un fianco
e una Colt .45 all'altro, Arkadin uscì dalla tenda più grande e si trovò di fronte
Dimitrij Maslov, a capo della Kazanskaja, la famiglia più potente della mafia
moscovita. Maslov sembrava un guerriero intento a pianificare come far fuori il
suo nemico nel minor tempo possibile e nella maniera più dolorosa. Le sue grosse
mani erano in grado di afferrare il collo di chiunque. Rispetto alle gambe
muscolose, i piedi erano inaspettatamente graziosi e delicati, come se fossero stati
presi dal corpo di qualcun altro. I suoi capelli erano cresciuti molto, dall'ultima
volta che aveva incontrato Arkadin, e con la tuta mimetica aveva l'aria anarchica
di un Che Guevara.
«Leonid Danilovic» disse Maslov con una cordialità simulata, «vedo che non
hai perso tempo, per utilizzare il nostro materiale di guerra. Bravo, hai fatto bene,
costa una fortuna.» Maslov era accompagnato da due guardie del corpo con le
mimetiche chiazzate dal sudore. Era evidente che non si sentivano a loro agio, in
quel caldo infernale.
Arkadin passò lo sguardo sulle due armi umane per poi posarlo, con una certa
dose di diffidenza, dritto negli occhi del capo della grupperovka. Da quando non
era più il principale collaboratore della Kazanskaja e aveva iniziato ad accettare
incarichi solo da Semén Ikoupov, non era sicuro di quale fosse la sua relazione
con Maslov. Il fatto che ora fossero in affari non significava nulla. Era stata una
combinazione di circostanze obbligate e partner potenti a farli lavorare insieme.
Arkadin aveva l'impressione che fossero come due pitbull, ognuno deciso a finire
l'altro. La sensazione fu confermata dalle parole di Maslov: «Non mi sono ancora
ripreso dalla perdita dell'anello messicano nella mia catena della droga. Non
riesco a smettere di pensare che, se solo tu fossi stato reperibile, non sarebbe
successo».
«Adesso esageri, Dimitrij Ilinovic.» «E invece sei sparito dalla circolazione»
continuò Maslov, ignorando Arkadin. «Eri introvabile.» Arkadin capì che era
meglio iniziare a prestare attenzione alle parole di Maslov. Sospettava forse che
fosse stato lui a prendere il computer di Gustavo Moreno, premio che Maslov
riteneva fosse suo di diritto?
Meglio cambiare argomento, si disse. «Perché sei qui?» «Mi piace controllare di
persona i miei investimenti. E poi Triton, che coordina l'intera operazione, voleva
un resoconto dettagliato dei tuoi progressi.» «Bastava che mi chiamasse» fece
notare Arkadin.
«E un uomo accorto, il nostro Triton, o per lo meno così mi hanno riferito. Non
l'ho mai incontrato di persona. A esser sincero, non so nemmeno chi sia, so solo
che è uno che ha delle tasche belle grosse e i mezzi per mettere in piedi questo
progetto. E non dimenticarti, caro Arkadin, che sono stato io a raccomandarti a
lui. "Non c'è nessuno in grado di preparare questi uomini meglio di lui", gli ho
detto senza tanti giri di parole.» Arkadin ringraziò Maslov, anche se gli costò
molto. D'altro canto, però, sapere che Maslov non avesse idea di chi fosse Triton,
o per chi lavorasse, lo rassicurava, perché al contrario lui sapeva tutto. I milioni
accumulati da Dimitrij Ilinovic lo avevano reso troppo sicuro di sé e poco accorto,
e quindi pronto per il massacro, pensò Arkadin. E questo sarebbe successo fin
troppo presto.
Quando Maslov gli aveva telefonato per proporgli il piano di Triton, all'inizio si
era tirato indietro. Ora che era a capo della Fratellanza Orientale non aveva più
bisogno né voglia di mettersi a disposizione come mercenario. Maslov allora lo
aveva corteggiato descrivendogli il ruolo che avrebbero avuto lui e la Legione
Nera nel piano, ma non era servito a convincerlo, così gli sventolò davanti al naso
un assegno da ventimila dollari. Arkadin rimase titubante, fino a che non capì che
nel mirino c'era l'Iran e che l'obiettivo era sovvertire il regime attuale. A quel
punto la prospettiva allettante degli oleodotti iraniani cominciò a ronzargli nella
mente: milioni a non finire; potere sterminato. Solo l'idea gli tolse il respiro. Era
abbastanza furbo, però, da capire che, malgrado Maslov non ne avesse fatto
parola, gli oleodotti erano anche l'obiettivo finale di Triton. Il suo progetto
prevedeva di mettere fuori gioco Triton all'ultimo momento e tenersi gli oleodotti
tutti per sé, ma per farlo aveva bisogno di conoscere perfettamente le risorse del
suo nemico. Doveva sapere chi era questo Triton.
Arkadin vide qualcuno scendere dalla jeep che gli avevano segnalato le vedette
delle varie tribù e che aveva portato Maslov e i suoi scagnozzi.
Il caldo che saliva dall'asfalto appena steso oscurò il volto dell'uomo. Ma non fu
un problema: Arkadin riconobbe l'andatura disinvolta e ciondolante che cercava di
imitare quella di Clint Eastwood in Per un pugno di dollari.
«Che ci fa qui?» Arkadin si sforzò di mantenere un tono di voce tranquillo.
«Chi? Oserov?» ribatté Maslov con aria innocente. «Vylaceslav Germanovic è
diventato il mio braccio destro.» Scosse la testa con fare ingenuo. «Non te l'avevo
detto? Lo avrei fatto, se fossi stato in grado di mettermi in contatto con te per
proteggere i miei interessi in Messico.» Si strinse nelle spalle. «E invece...»
Oserov sorrideva con quell'espressione fra il condiscendente e l'ironico che si era
impressa nella mente di Arkadin a Niznij Tagil. Bastava aver studiato a Oxford
per sentirsi superiore a qualsiasi altro membro della grupperovkaì Arkadin
pensava di no.
«Arkadin, sei tu?» Oserov si rivolse a lui con un perfetto inglese britannico.
«Accidenti, sei ancora vivo, che sorpresa!» Arkadin gli diede un pugno violento
allo zigomo. Oserov, sempre con lo stesso sorriso stampato in faccia, cadde in
ginocchio con gli occhi rivolti all'indietro, mentre le guardie del corpo di Maslov
si mossero per intervenire.
Maslov le fermò con un gesto della mano. Ma era nero di rabbia. «Non avresti
dovuto farlo, Leonid Danilovic!» «E tu non avresti dovuto portarlo qui!»
Noncurante delle armi puntate su di lui, Arkadin si accovacciò all'altezza di
Oserov. «E così eccoti qua, sotto il sole cocente dell'Azerbaigian, tanto lontano da
casa. Come ci si sente?» Gli occhi di Oserov erano iniettati di sangue e un
rigagnolo rossastro iniziò a scendere come una ragnatela dall'angolo della bocca,
ma non smise mai di sorridere. All'improvviso allungò una mano e afferrò
Arkadin per il colletto della camicia, tirandolo a sé.
«Ti pentirai amaramente di avermi insultato in questo modo, Leonid Danilovic,
ora che non c'è più Misca a proteggerti.» Arkadin si divincolò e si alzò in piedi.
«Ti avevo detto cosa gli avrei fatto se l'avessi rivisto di nuovo.» Maslov strizzò gli
occhi, sul volto la stessa espressione piena di rabbia di poco prima. «Ma è passato
tanto tempo.» «Non per me» replicò Arkadin.
Quella era una presa di posizione netta, un'affermazione inequivocabile che
Maslov non poteva ignorare. Niente sarebbe stato come prima tra i due, e per
Arkadin era un sollievo, considerato il suo orrore innato per l'inerzia, tipico dei
prigionieri. Per lui cambiare significava vivere. Dimitrij Maslov lo aveva sempre
considerato un lavoratore, qualcuno da ingaggiare e di cui poi dimenticarsi in
fretta. Ma le cose dovevano cambiare. Maslov doveva rendersi conto che loro due
erano ormai alla pari. Arkadin non poteva concedersi il lusso del tempo per
introdurre il suo nuovo status.
Mentre Oserov si rialzava da terra, Maslov rovesciò la testa all'indietro e iniziò a
ridere, ma si riprese quasi subito. «Vylaceslav Germanovic, torna in macchina»
gli ordinò sottovoce.
Oserov fece per dire qualcosa, poi cambiò idea. Rivolgendo ad Arkadin uno
sguardo crudele, girò i tacchi e se ne andò.
«E così sei un grand'uomo, adesso» disse Maslov con un tono tranquillo che
rivelava una nota di minaccia nella voce.
Arkadin comprese il vero significato di quelle parole: Ti conosco da quando non
eri altro che uno straccione in fuga da Niznij Tagil, perciò non provarci nemmeno
con me.
«Non esistono grandi uomini» replicò Arkadin sereno, «ma solo grandi idee.» I
due si fissarono in silenzio. Poi iniziarono a ridere all'unisono. Ridevano così di
gusto che le guardie del corpo si guardarono con aria interrogativa e riposero le
pistole. Maslov e Arkadin si diedero dei leggeri colpetti e poi si abbracciarono
come due fratelli. Ma Arkadin sapeva che quell'abbraccio era peggio di una lama
che si infilava tra le costole.
Bourne lasciò il warung e si incamminò lungo il ripido pendio che sovrastava le
risaie. Più in basso, due ragazzini uscivano di casa per andare a scuola nel
villaggio di Tenganan.
Continuò la sua discesa lungo il sentiero ripido passando vicino alla casa da cui
erano appena usciti i due studenti. Un uomo - il padre, presumeva - tagliava la
legna, mentre una donna cucinava qualcosa in un wok sopra il fuoco vivo. Due
cani scheletrici uscirono fuori per osservare il passaggio di Jason, mentre i due
adulti non gli prestarono la minima attenzione.
La stradina si fece pianeggiante, un po' più larga, ma disseminata di rocce e pile
di letame di mucca da evitare. Era lo stesso sentiero che lui e Moira avevano
imboccato quando erano stati inseguiti dal motociclista che li aveva spinti verso
l'area di caccia di Tenganan.
Dopo essere passato sotto l'arco d'entrata, s'incamminò verso la scuola e il
campo da badminton deserto. Si ritrovò subito nello spazio sacro occupato dai tre
templi. A differenza della prima volta che era stato in quel posto, i luoghi di culto
erano vuoti. In alto, le nuvole si stagliavano contro il cielo ceruleo formando dei
ghirigori. Una brezza delicata scosse le cime degli alberi. I suoi passi leggeri e
silenziosi non infastidirono le mucche e i vitelli che girovagavano lungo le
fresche pareti del tempio più lontano, avvolto nell'ombra. Oltre agli animali, non
c'era nessuno.
Mentre passava tra il tempio centrale e quello a destra, provò uno strano
turbamento. Superò il punto in cui si era ritrovato disteso coperto di sangue con
Moira che si piegava sopra di lui con il volto contorto dal terrore. Il tempo sembrò
distendersi all'infinito per poi tornare indietro di scatto come un elastico.
Si lasciò i muri posteriori dei templi alle spalle e si ritrovò di nuovo su un
terreno ripido. La foresta incombeva come una maestosa parete verde sopra di lui.
Il tiratore che lo aspettava doveva essersi nascosto proprio lì.
Sotto l'ultima frangia della foresta impenetrabile c'era un piccolo santuario in
pietra avvolto dal tradizionale tessuto a scacchi bianchi e neri, protetto da un
parasole giallo. Lo spirito locale era presente, ma non era solo. Notando un
leggero movimento con la coda dell'occhio, Bourne balzò tra la vegetazione,
afferrò un braccio scuro e sottile e tirò fuori la figlia più grande della famiglia che
gestiva il warung.
Stettero a lungo a fissarsi in silenzio. Poi Bourne si accovacciò sulle ginocchia
in modo da trovarsi alla stessa altezza degli occhi della ragazzina.
«Come ti chiami?» le chiese.
«Kasih» rispose lei.
Bourne sorrise. «Che ci fai qui, Kasih?» Gli occhi della ragazza erano profondi
come il mare e scuri come la pece. I lunghi capelli le sfioravano le spalle minute.
Indossava un sarong color caffè con un motivo di frangipani in fiore, lo stesso
delYikat doppio di Bourne. La sua pelle era pura e liscia come la seta.
«Kasih...?» «Tu sei stato ferito a Tenganan tre lune piene fa.» Il sorriso sul volto
di Bourne si fece impercettibile. «Ti sbagli, Kasih. Quell'uomo è morto. Sono
stato al suo funerale a Manggis prima che il suo corpo fosse spedito negli Stati
Uniti.» La ragazzina fece un sorriso enigmatico come quello della Monna Lisa.
Poi gli si avvicinò, e con le dita sottili gli slacciò la camicia coperta di sudore,
scoprendo le bende che proteggevano la ferita.
«Ti hanno sparato, bapak» disse con il tono serio di un adulto. «Non sei morto,
ma è difficile per te scalare la nostra collina così ripida.» Scosse la testa e
proseguì: «Perché lo fai?».
«Così un giorno ci riuscirò senza fare fatica» rispose Jason riabbottonandosi la
camicia. «Questo sarà il nostro piccolo segreto, Kasih. Non deve saperlo nessuno,
oltre a noi, altrimenti...» «L'uomo che ti ha sparato tornerà.» Bourne si alzò in
piedi, sentì il battito del cuore accelerare. «Come lo sai, Kasih?» «Perché i
demoni tornano sempre.» «Che vuoi dire?» La ragazzina si avvicinò riverente al
santuario, mise una manciata di fiori rossi e viola in una piccola nicchia,
congiunse i palmi delle mani e abbassò la testa per recitare una breve preghiera
affinché gli dèi li proteggessero contro i demoni cattivi che si nascondevano nelle
cupe ombre irrequiete della foresta.
Fece un passo indietro e, dopo essersi inginocchiata, iniziò a scavare nella parte
posteriore del santuario. Un secondo dopo tirò fuori dalla nera terra vulcanica un
piccolo involucro fatto con foglie di banano legate insieme. Si voltò e lo offrì a
Bourne con il terrore negli occhi.
Pulendolo della terra che era rimasta, Bourne slegò le foglie e le separò a una a
una. Dentro vi trovò un occhio umano fatto di vetro o di acrilico.
«E l'occhio del demone, bapak» disse, «del demone che ti ha sparato.» Bourne la
guardò. «Dove l'hai trovato?» «Laggiù» rispose indicando la base di un pule,
l'albero del latte, non più lontano di cento metri.
«Fammi vedere.» Bourne la seguì attraverso le felci a forma di ventaglio.
La ragazzina si fermò a tre passi dall'albero, mentre lui si accovacciò sul punto
che lei gli stava indicando, dove le felci erano spezzate, come se qualcuno le
avesse calpestate e poi se ne fosse andato di gran fretta. Alzando la testa, notò la
rete di rami.
Cominciò ad arrampicarsi, ma Kasih iniziò a urlare. «Per favore, non farlo! Lo
spirito di Durga, la dea della morte, vive nel pule.» Bourne alzò una gamba,
fissando bene il piede sulla corteccia, e sorrise alla ragazzina per rassicurarla.
«Non ti preoccupare, Kasih: Shiva mi protegge.» Con movimenti veloci e sicuri,
arrivò a un ramo spesso e quasi del tutto orizzontale che aveva notato da terra. Vi
si distese a pancia in giù, e, attraverso una piccola fessura tra il groviglio degli
alberi, vide il punto esatto in cui gli avevano sparato. Si alzò su un gomito per
guardarsi intorno. Trovò una piccola cavità in corrispondenza dell'attaccatura del
ramo all'albero. Qualcosa luccicava, lì dentro. Bourne si avvicinò e scovò un
piccolo astuccio; se lo mise in tasca, poi scese per raggiungere la ragazzina
visibilmente scossa.
«Vedi? Sono sano e salvo» la rassicurò. «Credo che oggi Durga sia su un altro
pule, magari dalla parte opposta di Bali.» «Non sapevo che la dea potesse
muoversi.» «Ma certo che può» le rispose Bourne. «Questo non è l'unico pule
dell'isola, vero?» Kasih scosse la testa.
«Ecco confermata la mia idea. Oggi non è qui. Siamo al sicuro.» Lei sembrava
ancora un po' turbata. «Ora che hai l'occhio del demone sarai in grado di trovarlo
e di impedirgli di tornare, vero?» Bourne le si accovacciò accanto. «Il demone
non tornerà, Kasih, te lo prometto.» Strinse forte l'occhio finto e aggiunse: «E con
questo riuscirò di sicuro a trovare chi mi ha sparato».
Moira venne portata da due agenti della NSA al Bethesda Naval Hospital, dove
la sottoposero a una serie di accertamenti talmente accurati da risultare strazianti e
ridicoli. La notte trascorse così. Quando la mattina successiva, poco dopo le dieci,
le assicurarono che stava bene, gli agenti della NSA le comunicarono che era
libera di andarsene.
«Aspettate un momento» disse lei. «Non mi avete arrestata per aver alterato la
scena del crimine?» «Sì, infatti» rispose uno dei due con l'accento rapido e secco
del Midwest. Poi, gli agenti si allontanarono, lasciandola confusa e preoccupata.
I suoi timori crebbero quando telefonò a quattro diverse persone al Dipartimento
della Difesa, e tutte e quattro risultarono «in riunione», «fuori ufficio» o, cosa
persino più inquietante, «non rintracciabili».
Aveva appena finito di sistemarsi un pochino, quando le squillò il cellulare. Era
un messaggio di Steve Stevenson, il sottosegretario alla Difesa con delega
all'acquisizione, alla logistica e alla tecnologia, che le aveva da poco affidato un
incarico. perry ihr, lesse sullo schermo. Cancellò subito il messaggio e si passò il
rossetto sulle labbra. Poi, presa la borsa, uscì dall'ospedale.
Erano trentasette i chilometri che separavano il Bethesda Naval Hospital dalla
Biblioteca del Congresso. Secondo Google Maps ci volevano trentasei minuti;
forse alle due di notte, però. Alle undici del mattino, quando Moira prese un taxi,
per compiere quel tragitto ci vollero venti minuti di più, e così non aveva tempo
da perdere una volta arrivata a destinazione. Per strada aveva telefonato in ufficio
per chiedere un'auto che l'aspettasse a tre isolati dal luogo in cui era diretta.
«Portate un computer e un burner» disse prima di riagganciare.
Soltanto dopo essere scesa dalla macchina le fitte e i dolori cominciarono
dappertutto. Stava per venirle un tremendo mal di testa, così rovistò nella borsa,
estrasse tre pastiglie e le ingoiò senz'acqua. Faceva caldo, quel giorno, ma il cielo
era coperto e l'aria immobile. I petali rosa dei ciliegi tappezzavano già i
marciapiedi, i tulipani erano in fiore e, a mano a mano che la primavera avanzava,
arrivava alle narici un inconfondibile odore di terra.
Nel messaggio di Stevenson, perry si riferiva a Roland Hilton Perry, che, appena
ventisettenne, aveva realizzato la scultura della Fontana della Corte di Nettuno sul
lato ovest dell'entrata della Biblioteca del Congresso. Si trovava al livello del
marciapiede, sotto a quello del porticato dell'entrata principale. Collocata nelle tre
nicchie del muro di sostegno in pietra, la fontana, con la sua scultura in bronzo del
dio romano del mare alta tre metri e mezzo come terrificante elemento centrale,
emanava un'energia pura e irrequieta che contrastava con la semplicità della
facciata dell'edificio. Molti visitatori della biblioteca non sapevano nemmeno che
esistesse. Moira e Stevenson invece sì. Era uno dei tanti luoghi di incontro che
avevano concordato qua e là nel distretto.
Lei lo vide subito. Indossava una giacca blu scuro e pantaloni grigi di lana
leggera, le spalle curve molto vicine alle orecchie di un rosso intenso. Non stava
semplicemente guardando, ma osservando l'espressione violenta di Nettuno.
Aveva piegato la testa all'indietro, mettendo in mostra una calvizie incipiente.
Non si mosse nemmeno quando lei si avvicinò. Potevano essere due
comunissimi turisti. Lui aveva in mano una guida di Washington, che ostentava
come un pavone fa con la sua coda.
«Non è stato un bel giorno per te, eh?» le disse senza voltarsi verso di lei e
muovendo le labbra in modo impercettibile.
«Che diavolo sta succedendo?» chiese Moira. «Nessuno al Dipartimento della
Difesa, incluso te, prende le mie chiamate.» «A quanto pare, cara mia, sei finita in
un bel mucchio di merda fumante.» Stevenson girò una pagina della sua guida.
Era uno di quei funzionari vecchio stampo che andavano dal barbiere tutti i
giorni, si facevano la manicure una volta alla settimana, erano nei circoli giusti e
si accertavano che le loro opinioni fossero condivise dalla maggior parte delle
persone prima di esprimerle. «E nessuno vuole sentire la puzza.» «Ma io non ho
fatto proprio niente.» Tranne fare incazzare il mio vecchio capo, aggiunse tra sé.
Pensò a quanto dovesse essersi adoperato Noah per arrivare a prendere il
cellulare di Jay e farla arrestare. Aveva calcolato tutto nel tragitto fino a lì. L'unico
motivo per cui gli agenti della NSA avrebbero potuto arrestarla per aver alterato la
scena del crimine per poi liberarla senza alcuna accusa era che Noah avesse
bisogno di averla fuori dai piedi quella notte. Ma perché? Forse lo avrebbe capito
una volta scaricati i file dalla chiavetta che aveva trovato nella giacca di Jay, ma
per ora la strategia migliore era quella di fare finta di non sapere niente.
«No.» Stevenson scosse la testa. «C'è qualcosa di più. Credo che uno dei tuoi
uomini abbia pestato i piedi a qualcuno. Il povero Jay Weston, magari?» «Tu sai
che cosa aveva scoperto?» «Se lo sapessi» disse Stevenson, «a quest'ora sarei
morto.» «E qualcosa di così grosso?» Steve si sfregò la guancia rossa immacolata.
«Di più.» «Che diavolo sta succedendo tra la Black River e la Sicurezza
nazionale?» insistette lei.
«Sei un ex membro della Black River, dovresti dirmelo tu.» Contorse le labbra.
«No, anzi, ci ho ripensato. Non voglio sapere niente, nemmeno le supposizioni.
Da quando si è diffusa la notizia dell'esplosione di quell'aereo il Pentagono e il
Dipartimento della Difesa sono stati investiti da una nube tossica.» «Cioè?» «Non
parla nessuno.» «Nessuno là dentro ha mai parlato.» Stevenson annuì. «E vero,
ma ora è diverso. Si sono rinchiusi tutti nel loro piccolo guscio. Anche le
segretarie sembrano terrorizzate. In vent'anni di servizio governativo non ho mai
visto niente di simile. Tranne...» Moira sentì lo stomaco chiudersi. «Tranne
quando?» «Prima che invadessimo l'Iraq.» ***
Capitolo 9
Willard osservò Ian Bowles uscire dall'ambulatorio. Aveva iniziato a tenerlo
d'occhio dalla seconda volta che si era presentato dal dottor Firth, e si era
informato sul suo conto, così come faceva con tutti gli altri pazienti. Bowles era
l'unico di cui non si sapeva niente in giro. Willard non aveva trascorso gli ultimi
tre mesi solo ad allenare Bourne. Come tutti gli agenti che si rispettino, aveva
iniziato fin da subito a familiarizzare con l'ambiente. Era diventato amico di tutte
le persone che contavano nella zona, che, di fatto, divennero i suoi occhi e le sue
orecchie. Era un vantaggio trovarsi a Manggis, perché quel villaggio, e quelli
vicini, erano scarsamente popolati. A differenza di Ruta e Ubud, a Manggis
arrivavano pochissimi turisti, così non era difficile identificare i pazienti del
dottore. Utilizzando questo metodo casalingo, Willard notò subito Bowles, che
spiccava come un baobab tra i bonsai. Non avrebbe agito, però, finché non avesse
fatto un passo falso. Da quando aveva portato a termine il suo incarico sotto
copertura in Virginia, Willard aveva pensato a lungo a come impiegare al meglio
il servizio clandestino, che era diventato ormai tutta la sua famiglia. La
Treadstone era stata il sogno di Conklin. Solo lui e Willard ne conoscevano lo
scopo finale.
Aveva iniziato questo lavoro con estrema cautela, perché aveva un handicap con
cui Conklin non aveva mai avuto a che fare. Quando c'era ancora Alex, il Grande
Uomo si era tirato fuori dalla Treadstone. Conklin aveva dovuto solo stare attento
a non farsi beccare dai radar della CIA, per mantenere le promesse fatte al Grande
Uomo e al contempo lavorare in segreto per raggiungere i suoi scopi. Willard non
poteva godere dello stesso privilegio. Per Veronica Hart e la CIA, la Treadstone
era morta e sepolta, così come Conklin. Willard era troppo astuto per credere che
la Hart gli avrebbe permesso di ricominciare, così si trovò a lavorare
clandestinamente all'interno di una delle più grandi organizzazioni clandestine al
mondo. L'ironia della sorte non mancava davvero.
Mentre pedinava Bowles lungo una strada deserta, rifletté sulla chiamata di
Moira e sul fatto che fosse arrivata a pennello: un'isola remota, lontano dalla CIA,
era il posto adatto per dare inizio alla resurrezione della Treadstone.
Vide il neozelandese fermarsi davanti a uno scooter parcheggiato all'ombra di un
frangipani, prendere il cellulare e schiacciare il tasto della chiamata rapida.
Willard tirò fuori un sottile filo di metallo dotato di maniglie in legno a entrambe
le estremità. Si avvicinò rapido dietro l'uomo e gli avvolse il filo attorno alla gola,
tirando così forte che Bowles si sollevò sulla punta dei piedi e lasciò cadere il
telefono; tentò di reagire e afferrare l'uomo che lo aveva assalito. Lontano da
sguardi indiscreti, Willard serrava le maniglie con la stessa forza letale. I
movimenti di Bowles si facevano sempre più convulsi. Si strappò la pelle del
collo nel tentativo disperato di respirare, gli occhi uscirono dalle orbite, mentre il
bianco si riempiva di chiazze rosse. Si sentì un fetore improvviso e Bowles
collassò.
Riawolgendo il filo, Willard raccolse il cellulare; mentre si allontanava spedito,
controllò la telefonata che il neozelandese aveva effettuato. Riconobbe le prime
cifre: era un numero russo. La chiamata si era interrotta, così si avviò verso un
punto in cui sapeva esserci il segnale e riprovò. Un secondo dopo, rispose una
voce maschile a lui molto familiare.
Willard rimase interdetto, ma si riprese subito: «Bowles, il tuo uomo, è morto.
Non cercare di mandarne un altro». E riattaccò, prima che Leonid Danilovic
Arkadin avesse il tempo di dire una parola.
Dopo essersi congedata da Stevenson, Moira camminò in direzione opposta a
quella che doveva prendere. Trascorse venti minuti a fare giri tortuosi,
controllando specchietti e vetrine per vedere se aveva dei pedinatori alle spalle, e
quando fu sicura di non essere stata seguita, ritornò verso l'auto che l'aspettava a
tre isolati a ovest rispetto alla Fontana di Nettuno.
Vedendola arrivare, l'autista scese dalla macchina. S'incamminò verso di lei
senza guardarla né accennare a un saluto. Si sfiorarono in modo che l'uomo
riuscisse a passarle le chiavi continuando a camminare.
Lei superò la macchina parcheggiata, attraversò la strada e rimase ferma a
guardarsi intorno, come se fosse incerta sulla direzione da prendere. In realtà
stava studiando l'ambiente, sezionandolo in comparti in cui osservava chiunque
avesse un'aria minimamente sospetta. Un ragazzo e una ragazza, forse sua sorella,
giocavano con un golden labrador sotto lo sguardo attento del padre. Una mamma
spingeva il passeggino; due che facevano footing saltellavano su e giù con i vestiti
zuppi di sudore e gli auricolari collegati agli iPod fissati sugli avambracci.
Niente sembrava fuori luogo: era proprio quello che la spaventava. Sebbene
fosse in grado di affrontare gli agenti della NSA per strada o nelle vetture che le
passavano vicino, erano gli uomini nascosti dietro le finestre o appostati sui tetti a
preoccuparla. Bene, non ci posso fare niente, pensò. Aveva seguito la procedura,
ora non restava che mettere un piede davanti all'altro e sperare di aver seminato
l'eventuale inseguitore che l'aveva aspettata fuori dal Bethesda Naval Hospital.
Come ulteriore precauzione, tolse la SIM dal cellulare e la buttò per terra. La
spostò con il piede facendola precipitare in un tombino, dove, subito dopo, buttò
anche il telefono. Teneva le chiavi in mano mentre si avvicinava alla macchina
arrivando dalla parte opposta della strada. Attraversò proprio in corrispondenza
dell'auto e lasciò cadere la borsa. Piegandosi per raccoglierla, tirò fuori lo
specchietto per controllare la parte inferiore della vettura meglio che poteva.
Controllò anche sotto la parte posteriore. Che si aspettava di trovare? Niente,
sperava. Ma c'era la possibilità che un agente della NSA avesse messo una cimice
sotto il telaio.
Non vedendo nulla di strano, aprì lo sportello e si sedette al volante. Era una
Chrysler grigio metallizzato ultimo modello che i suoi meccanici di fiducia le
avevano personalizzato con un potentissimo motore turbo. Sotto il sedile trovò il
portatile e il burner, che liberò dall'involucro di plastica. I burner erano cellulari
prepagati usa e getta. A meno che non si effettuassero chiamate molto lunghe
erano sicuri, e nessuno sarebbe riuscito, attraverso la SIM, a intercettarli, al
contrario di quanto succedeva con i telefoni registrati.
Reprimendo l'istinto di accendere il computer in quell'istante, mise in moto la
macchina e si immise nel traffico. Non si sentiva sicura, a rimanere nello stesso
posto molto a lungo, né poteva tornare in ufficio o a casa.
Lasciò Washington e si diresse in Virginia, girando senza meta per circa un'ora,
passata la quale si rese conto di non riuscire a controllare oltre la sua curiosità.
Doveva scoprire cosa conteneva la chiavetta USB di Jay. Avrebbe svelato ciò che
stava succedendo tra la Sicurezza nazionale e la Black River che, secondo
Stevenson, teneva in pugno l'intero Dipartimento della Difesa? Per quale altra
ragione Noah e la NSA si erano messi a inseguire prima Jay e adesso lei? Quello
in moto non era un agente di polizia, quasi di certo era un membro della Sicurezza
nazionale o della Black River. Stevenson era terrorizzato. L'intero scenario la
faceva rabbrividire.
Attraversando Rosslyn, si rese conto di aver fame. Non ricordava nemmeno
l'ultima volta che aveva mangiato; quella mattina in ospedale le avevano dato
qualcosa di ributtante che si era rifiutata di mandar giù: chi aveva potuto
improvvisare una poltiglia insipida e stracotta come quella?
Svoltò in Wilson Boulevard, passò vicino all'Hotel Hyatt e accostò in un
parcheggio poco distante dall'entrata dello Shade Grown Café, un posto che
conosceva molto bene e in cui, quindi, si sentiva al sicuro. Prese il portatile e il
burner, scese dalla macchina, la chiuse ed entrò di corsa nel locale. L'odore di
bacon e pane tostato le fece venire l'acquolina in bocca. Si sedette su una
poltroncina rosso ciliegia, diede un'ultima occhiata veloce al menu plastificato e
ordinò tre uova all'occhio di bue, una doppia porzione di bacon e pane integrale
tostato. Alla cameriera che le chiedeva se volesse del caffè rispose: «Sì, grazie.
Con panna».
Sola attorno al tavolo di formica, la schiena rivolta al muro, aprì il portatile in
modo che lo schermo fosse rivolto verso di lei. Mentre il computer si accendeva,
Moira tirò fuori la chiavetta dal reggiseno. Il piccolo rettangolo elettronico era
caldo e sembrava pulsare come un secondo cuore. Appoggiando il pollice sullo
speciale lettore ebbe accesso al computer, poi rispose alle tre domande di
sicurezza. Infine, inserì la chiavetta nella porta USB sul lato sinistro del portatile.
Cliccò su risorse del computer, posizionò il cursore sull'icona della chiavetta che
era appena comparsa e fece un doppio click.
Il monitor si fece nero e per un momento Moira pensò che la chiavetta le avesse
mandato in crash il sistema operativo. Ma poi la schermata iniziò a scomporsi in
righe di parole incomprensibili. Non c'erano né cartelle né file, solo una schiera di
lettere, numeri e simboli. L'informazione era criptata. Tipico del caro, vecchio e
prudente Jay.
Premendo il tasto esc tornò sulle risorse del computer. Cliccò su c e aprì la
connessione wireless. Il bar, o qualche negozio vicino, doveva predisporre di una
connessione Wi-Fi, perché il computer aveva rilevato una rete non protetta.
Notizia buona e cattiva allo stesso tempo. Significava che poteva accedere al
Web, ma anche che la rete non era sicura. Per fortuna, tra le tante misure di
sicurezza, aveva fatto installare su tutti i computer della Heartland un programma
di criptaggio che ora le avrebbe garantito che se anche il suo provider fosse stato
individuato nessuno sarebbe stato in grado di localizzarla, né di leggere i pacchetti
di informazioni che inviava o riceveva.
Le fu servita la colazione e spostò il computer da una parte. Il programma per
decifrare i messaggi in codice di proprietà della Heartland ci avrebbe messo un
po', per analizzare i dati contenuti nella chiavetta. Caricò i dati e premette invio. Il
programma si mise in funzione. Mentre divorava l'ultimo rosso d'uovo con un
pezzo di pane tostato e una fetta di bacon sentì un suono leggero. Il boccone le
rimase in gola. Bevve un sorso di caffè e spostò il piatto sul bordo del tavolo.
Le dita indugiarono su invio per una frazione di secondo prima di premere il
tasto. Un'ondata di parole invase lo schermo, poi iniziò a spostarsi verso il basso,
rivelando l'intero contenuto della chiavetta.
PINPRICKBARDEM, lesse.
Non riusciva a crederci. I suoi occhi scorrevano le varie righe e pinprickbardem
si ripeteva in continuazione. Le linee terminarono e lei ricominciò da capo. Il
disco della chiavetta era stato riempito di quelle quattordici lettere. Tentò di
scomporle: Pin Prick Bar Dem. Poi tentò un'altra combinazione: PinP Rick Bar
Dem. Se l'annotò: picture in picture (tv digitale?) rick bar (?) democratico/l.
Andò su Google per una ricerca veloce. C'era un Rick Bar a Chicago e uno a
San Francisco, un Andy 8c Rick's Bar a Truth Or Consequences, nel New Mexico,
ma non c'era traccia di un Rick Bar nel distretto o nelle immediate vicinanze.
Cancellò ciò che aveva scritto. Che diavolo potevano significare quelle lettere?, si
chiese. Magari erano un altro codice. Stava per farle analizzare di nuovo dal
programma della Heartland, quando la presenza improvvisa di un'ombra
all'angolo del suo campo visivo le fece alzare lo sguardo.
Due agenti della NSA la stavano fissando attraverso i vetri del bar. Chiuse in
fretta il portatile, mentre uno dei due apriva la porta del locale.
Benjamin Firth era attaccato con avidità alla bottiglia di arak quando Willard
irruppe nella stanza. Il dottore era seduto al tavolo con il capo chinato e
trangugiava grandi sorsate del liquore di palma fermentato.
Willard si fermò a guardarlo per un momento, ripensò a suo padre che aveva
bevuto fino alla demenza e all'insufficienza epatica. Lui ne aveva sofferto molto,
da ragazzo, anche perché il suo vecchio era stato protagonista di episodi
spiacevoli dovuti alla doppia personalità, stile Dottor Jekyll e Mr Hyde, di cui
soffrono molti alcolizzati. Quella volta che gli aveva sbattuto la testa contro il
muro, Willard, che all'epoca aveva solo otto anni, imparò che non doveva avere
paura. Iniziò a tenere la sua mazza da baseball sotto il letto, e quando una sera suo
padre gli si scagliò contro avvolto dalla puzza di alcol, lui tirò fuori la mazza e,
facendole compiere un arco perfetto, gli ruppe due costole. Dopo quella volta, suo
padre non lo toccò mai più, né per sfogare la rabbia né per manifestare i suoi
sentimenti. Willard pensava di aver ottenuto quello che voleva, ma poi quando
l'uomo morì iniziò a chiedersi se quel giorno non avesse ferito se stesso, oltre a
suo padre.
Con un gesto di disgusto attraversò l'ambulatorio, strappò la bottiglia dalle mani
di Firth e al suo posto vi sistemò un libricino. Il dottore lo guardò per un secondo
con gli occhi vacui iniettati di rosso, come se stesse cercando di ricordarsi chi
fosse il visitatore.
«Forza, dottore, leggi.» Firth spostò in basso gli occhi e sembrò sorpreso.
«Dov'è il mio arak?» «E finito. Ti ho portato qualcosa di meglio.» Il dottore
sbuffò. «Non c'è niente di meglio dell'arai.» «Vuoi scommettere che c'è?» Willard
aprì il libricino e il dottore fissò la fotografia sul passaporto di Ian Bowles, il
neozelandese che si era finto un paziente per ricattarlo e costringerlo a scattare
delle foto a Jason Bourne. Questo era il motivo per cui quella sera si stava
devastando. Non poteva pensare a ciò che avrebbe dovuto fare, o a quello che
sarebbe successo se non l'avesse fatto.
«Che...?» Scosse la testa, confuso. «Che ci fai tu con questo?» Willard gli si
sedette accanto. «Diciamo che il signor Bowles non è più un problema, per te.»
Firth si riprese. Era come se gli avessero gettato un secchio di acqua gelida in
faccia. «Sai tutto?» «Sì, ho sentito ogni cosa che vi siete detti.» La schiena del
dottore fu percorsa da un brivido. «Non potevo fare altro.» «Per fortuna che
passavo di qua.» Firth annuì scoraggiato.
«Ora ho bisogno che tu faccia qualcosa per me.» «Qualunque cosa» disse il
dottore. «Ti devo la vita.» «Jason Bourne non deve sapere niente di quello che è
successo.» «Niente di niente?» Firth lo guardò dritto negli occhi. «Qualcuno
sospetta che sia qui. Sono sulle sue tracce.» Il volto di Willard rimase impassibile.
«Niente di niente, dottore.» Gli strinse la mano. «Ho la tua parola?» Firth prese la
mano di Willard, che era ferma e asciutta, in un certo qual modo rassicurante. «Io
non so niente, giusto?» ***
Capitolo 10
Moira si alzò di scatto dal tavolo, estrasse la chiavetta dalla porta USB e
attraversò di corsa il corridoio stretto che portava alla cucina e ai bagni.
Quando girò a sinistra per entrare nella cucina fu assalita da un'ondata di caldo,
vapore e confusione. Si diresse verso la dispensa, ma la porta sul retro si aprì e gli
si parò davanti un agente della NSA che avanzava spedito verso di lei. In quel
momento Moira premette il pollice sul lettore due volte di fila anche se il
computer era ancora acceso. Poi lo gettò verso l'agente, che lo afferrò, e intanto
lei corse nella piccola celletta della dispensa. Si accovacciò a terra e sollevò
l'anello della botola; mentre lo alzava, udì l'esplosione del portatile. Le grida e le
urla causati dall'incendio che seguì nel piccolo ambiente le permisero di scendere
la scala e richiudere la botola sopra di sé. Era una misura di sicurezza
d'emergenza che aveva chiesto ai suoi tecnici di installare in tutti i portatili della
Heartland. Premendo il pollice sul lettore due volte di fila quando il computer era
ancora acceso, si attivava un dispositivo che sarebbe esploso entro dieci secondi.
Si ritrovò nel seminterrato dove si conservavano grandi quantità di provviste.
Tastò il soffitto fino a trovare una cordicella, che tirò per accendere la luce. Una
lampadina illuminò lo spazio intorno a lei, creando contrasti d'ombra. Vide la
porta metallica che portava al livello della strada, e l'aprì. C'era una rampa di ferro
che veniva usata per far scivolare i cartoni di lattine nel seminterrato. Ci si
arrampicò, arrivando quasi a piegarsi in due per tenersi stretta al bordo e non
finire sulla superficie scivolosa. Per farlo, dovette mettere in tasca la chiavetta,
che aveva tenuto ben stretta in mano fino a quel momento, e con il dorso della
mano sfiorò un cartoncino. Uscì in strada e si ritrovò di fronte all'entrata del
locale, da dove la gente stava uscendo a frotte. Mentre si allontanava a piedi, sentì
in lontananza le sirene dei pompieri. Continuò a camminare fuori dalla mischia,
infilò la mano nella tasca per controllare che la chiavetta ci fosse ancora e tastò di
nuovo il bigliettino. Lo tirò fuori e vide il logo del Pronto intervento sanitario e il
nome di Dave. Sotto c'era scritto un numero di telefono. Ricordò all'istante che,
quando le era passato accanto, le aveva infilato il bigliettino in tasca. In tempo di
tempesta tutti i porti sono buoni, pensò. Fece scattare lo sportellino del suo
cellulare e compose il numero.
Si guardò alle spalle e vide uno degli agenti della NSA uscire dal locale. Iniziò a
camminare più svelta, ma lui l'aveva già individuata e si era gettato al suo
inseguimento.
Svoltando l'angolo, si portò il cellulare all'orecchio.
«Pronto» le rispose la voce familiare di Dave.
«Sono in pericolo.» Gli diede un indirizzo più o meno preciso. «Sarò sul Fort
Myer Drive sul lato nord della 17a Strada fra tre minuti.» «Aspettaci lì.»
«Semplice da dire ma non da fare» rispose, correndo dietro l'angolo verso North
Nash Street.
Osservando Maslov e le sue spalle da uomo di Neanderthal salire sulla jeep e
allontanarsi, Arkadin represse un attacco di follia omicida. Non riusciva a placare
il desiderio di prendere un fucile semiautomatico e trivellare di proiettili quella
macchina finché i quattro passeggeri non fossero tutti morti. Per fortuna quel che
rimaneva della parte razionale del suo cervello gli impedì di fare una mossa tanto
azzardata. Avrebbe potuto sentirsi meglio, in quel momento, ma avrebbe
rimpianto presto la scomparsa prematura di Maslov. Finché il capo della
Kazanskaja gli fosse tornato utile lo avrebbe lasciato in vita.
Ma non oltre.
Con Maslov non avrebbe commesso lo stesso errore che aveva commesso con
Stas Kuzin, il capo della mafia di Niznij Tagil di cui era diventato socio e che poi
aveva ucciso. Allora Arkadin era giovane e inesperto; aveva permesso a Kuzin di
vivere troppo a lungo. O comunque abbastanza da consentirgli di torturare e
uccidere la sua donna. Ovviamente, il giovane Arkadin non aveva considerato
quello che sarebbe successo dopo la morte di Kuzin e di un terzo della sua banda
di corrotti.
I killer di Kuzin che erano rimasti in vita volevano la sua testa, così fu costretto
a nascondersi. Dato che controllavano tutte le strade e avevano trasformato gli
abitanti di Niznij Tagil in informatori, era fondamentale trovare un nascondiglio il
prima possibile, un posto in cui non avrebbero mai pensato di andare a guardare.
Aveva sparato al capo della mafia nell'edificio di loro comune proprietà, dove
Kuzin aveva stabilito il suo quartier generale e dove teneva le ragazze che
Arkadin prendeva dalla strada apposta per lui. Era il posto che faceva al caso suo,
o per lo meno Maslov non sarebbe stato così furbo da andare a cercarlo proprio lì.
La mente di Arkadin tornò bruscamente a fatti più recenti. La chiamata di
Willard gli ronzava ancora nella testa quando si girò verso le nuove reclute della
Legione Nera, che lo stavano aspettando fuori dalle tende piantate all'estremità
della pianura azerbaigiana. Si era fidato di quell'idiota di Wayan che gli aveva
raccomandato Ian Bowles. Ingaggiare Ian Bowles era stato un errore.
Ma anche questo pensiero svanì, quando.si rivolse alle sue truppe. Non erano
pronti per un raid congiunto come aveva sperato. Quegli uomini erano stati
preparati e impiegati soltanto per missioni solitarie. Molti avevano atteso ordini
per allacciare giubbotti esplosivi, infiltrarsi in un mercato, una stazione di polizia,
o una scuola e azionare il detonatore. Le loro menti erano già rivolte al Paradiso, e
Arkadin capì quasi subito che era suo compito, nonché suo dovere in quanto capo
della Fratellanza Orientale - legittima organizzazione corollaria della Legione
Nera - compattarli in un'unità in cui ognuno avrebbe potuto fidarsi dell'altro e
sacrificarsi per lui senza esitazioni, se ce ne fosse stato bisogno.
Il gruppo di uomini coraggiosi, perfetti dal punto di vista fisico e psicologico,
era schierato davanti a lui. Non erano a loro agio, perché aveva ordinato loro di
radersi barba e capelli a zero, cosa che andava contro le loro usanze e gli
insegnamenti islamici. Tutti si stavano chiedendo come diavolo avrebbero fatto a
penetrare in qualunque luogo del mondo islamico conciati in quel modo.
Uno di loro, Farid, decise di dar voce alle loro preoccupazioni. Lo fece in
maniera energica, consapevole di parlare anche a nome di tutte le altre
novantanove reclute.
«Scusa?» Arkadin alzò la testa con un impeto tale da far scrocchiare una
vertebra del collo, che risuonò come un colpo di fucile. «Puoi ripetere quello che
hai detto, Farid?» Se avesse conosciuto almeno un po' Arkadin, Farid avrebbe
tenuto la bocca chiusa. Ma non lo conosceva affatto, e non c'era nessuno in quella
terra desolata che poteva metterlo in guardia. Così, fece un'altra volta la domanda.
«Signore, ci stavamo chiedendo perché ci ha ordinato di raderci barba e capelli,
quando Allah ci dice il contrario. Vorremmo saperne il motivo. Esigiamo una
risposta, perché lei ci ha umiliati.» Senza dire una parola, Arkadin prese il
manganello dal fianco e lo scaraventò sulla faccia di Farid, che rovinò a terra.
Mentre si piegava sulle ginocchia, ondeggiando per il dolore e lo sgomento,
Arkadin tirò fuori la Colt e gli sparò a bruciapelo nell'occhio destro. L'uomo
cadde all'indietro sul terreno sabbioso, muto e inerte.
Appena girato l'angolo, Moira si fermò e si appiattì contro la parete dell'edificio.
Alzò il gomito destro e, quando l'agente della NSA svoltò correndo, lo colpì sul
petto. Aveva mirato alla gola, ma aveva mancato il colpo, e anche se l'agente
oscillò per un attimo all'indietro verso il muro le fu subito addosso e le tirò un
pugno che lei riuscì a bloccare.
Ma era solo una finta. L'agente le afferrò il braccio sinistro dalla parte inferiore e
provò a spezzarglielo all'altezza del gomito. Moira, immobilizzata, gli calpestava
il collo del piede, ma la presa non sembrava allentarsi. L'uomo forzò ancora di
più, fino a che dalla bocca della ragazza non uscì un grido di dolore, poi si
preparò a darle un pugno sul naso.
In una frazione di secondo Moira spostò di lato la testa e raccolse tutte le sue
energie nel bassoventre per piantargli il ginocchio all'altezza dell'inguine.
L'agente allentò la presa e rovinò a terra, non prima però di riafferrare il braccio di
Moira, trascinandola con sé nella caduta. Gli occhi gli lacrimavano e faceva
lunghi respiri per controllare il dolore lancinante. Ma Moira non si commosse: gli
piantò le nocche in gola facendolo quasi soffocare, poi si divincolò. Gli afferrò la
testa e la sbatté contro il muro in pietra dell'edificio. L'uomo rovesciò gli occhi
all'indietro e crollò sul marciapiede. Lei gli prese la pistola e il tesserino e scappò
tra la gente stupita, attirata dall'evento come gli squali dal sangue. Iniziò a gridare:
«Quell'uomo mi ha aggredita. Qualcuno chiami la polizia!».
Si fermò di colpo all'angolo tra il Fort Mayer Drive e l'inizio della 17a Strada.
Respirava con affanno, il battito del cuore accelerato. L'adrenalina le bruciava in
corpo come un fiume di fuoco, ciononostante riuscì a rallentare il passo e
camminare come se niente fosse in direzione opposta rispetto alla marea di curiosi
che sopraggiungevano da ogni parte sentendo le sirene della polizia. Una
sembrava si stesse avvicinando proprio a lei. Ma no: era un'ambulanza.
Dave era arrivato puntualissimo. L'ambulanza rallentò e lei riuscì a vedere Earl
al volante. Quando il veicolo le arrivò di fianco i portelloni posteriori si aprirono e
Dave si sporse verso l'esterno, le afferrò la mano sinistra e la tirò a bordo,
lasciandola senza fiato. Dopodiché richiuse i portelloni e gridò: «Vai!».
Earl spinse il piede sull'acceleratore. Moira perse l'equilibrio quando
l'ambulanza prese una curva a gran velocità. Dave la abbracciò per farla stare
ferma e la accompagnò verso i sedili.
«Stai bene?» le chiese.
Lei annuì, ma le si mozzò il respiro quando cercò di piegare il braccio sinistro.
«Fammi vedere» le disse Dave, tirandole su la manica della camicia. «Bene!»
esclamò, e si mise subito al lavoro sul braccio gonfio e pieno di lividi.
Moira capì di essere alle strette. Uno dei suoi uomini aveva scoperto un segreto
talmente grosso che la Legione Nera o la Black River, o entrambi in un'azione
congiunta, aveva dovuto farlo fuori. Ora stavano inseguendo lei. La sua nuova
società aveva reclutato oltre un centinaio di agenti dalle fila della Black River. Il
traditore si nascondeva di sicuro tra di loro, perché di una cosa era convinta:
qualcuno all'interno della Heartland aveva collegato l'indirizzo del provider alla
rete Wi-Fi dello Shade Grown Café e lo aveva comunicato alla NSA. Solo questo
poteva spiegare la tempestiva comparsa degli agenti.
Adesso non aveva alternative. Non c'era più nessuno di cui poteva fidarsi.
Tranne una persona, pensòdesolata. L'unica a cui si era ripromessa di non
rivolgere più la parola dopo quello che era successo, che riteneva imperdonabile.
Chiuse gli occhi, oscillando leggermente per la velocità dell'ambulanza. Quello
non era certo il momento di perdonare, ma forse era ora di concedere una tregua.
Chi altri avrebbe potuto chiamare? Di chi avrebbe potuto fidarsi? Si lasciò
scappare un piccolo sospiro di sconforto. Se non fosse stata così triste, la
situazione sarebbe risultata perfino comica. Chiedere aiuto all'unica persona da
cui non avrebbe accettato nulla. Ma quello era il passato, pensò risoluta, e questo
è il presente.
Imprecando in silenzio, Moira usò il suo burner per fare una telefonata urbana.
Quando la voce femminile all'atro capo rispose, fece un respiro profondo e disse:
«Potrei parlare con Veronica Hart, per cortesia?».
«Chi la desidera?» Al diavolo, imprecò tra sé. «Moira.» «Moira? Mi scusi, credo
che alla signora Hart serva il suo cognome.» «No, glielo assicuro» ribatté Moira.
«Le dica semplicemente Moira, e veda di farlo anche alla svelta!» «La luna è
sorta» disse Amun Chalthoum. «È ora che io e te parliamo un po'.» Soraya era
stata al telefono con gli agenti della Typhon del posto. Tutti stavano cercando di
trovare informazioni sul nuovo Gruppo indigeno militante iraniano, ma
brancolavano ancora nel buio. Il gruppo era talmente clandestino che i loro
contatti non erano riusciti a trovare niente. Forse non sapevano nulla davvero, o
magari erano così spaventati da dichiarare che l'esistenza del gruppo era solo una
congettura. Se le cose stavano così, non c'era che da ammirare il loro livello di
segretezza.
Si trovò d'accordo con l'invito di Amun, ma non con i modi voluti dall'egiziano.
Mentre lui le teneva sollevato il lembo della tenda, Soraya gli disse: «Lascia qui
tutte le tue armi».
«E proprio necessario?» le chiese. Non ricevendo alcuna risposta, socchiuse gli
occhi in segno di disapprovazione, poi estrasse la pistola dalla fondina e,
sospirando, la appoggiò su un tavolo da campo.
«Soddisfatta?» Abbandonando il tepore della tenda, Soraya uscì al freddo della
notte. Poco distante, la task force americana era impegnata a setacciare il relitto in
cerca di indizi, ma fino a quel momento Delia non le aveva comunicato niente di
nuovo, anche se - come aveva ribadito Veronica -l'aereo non era la sua missione
principale. La luna, immensa, conferiva un'aura di maestosità all'infinita distesa di
sabbia.
Si diressero verso la zona del perimetro in cui dovevano essere appostate le
guardie di Chalthoum, ma non c'era nessuno, e Moira si fermò.
L'uomo le stava camminando davanti, ma quando Soraya si bloccò di colpo,
fece lo stesso anche lui.
«Cosa c'è?» «Non faccia un altro passo in quella direzione» gli disse. «Voglio
rimanere a una distanza che mi permetta di essere sentita nel caso mi dovessi
mettere a urlare.» Indicò il bagliore dalla parte opposta a quella in cui si
trovavano. Oltre il perimetro stabilito da Chalthoum si vedevano le luci
dell'accampamento della stampa di tutto il mondo, come una nave incagliata tra
gli scogli.
«Loro?» la schernì. «Loro non possono proteggerti. I miei uomini non li
lasceranno entrare nel perimetro.» Lei gesticolò, indicando intorno: «Ma dove
sono i tuoi uomini, Amun? Io non li vedo».
«Perché ho fatto in modo che non ci fossero.» Alzò un braccio. «Vieni, abbiamo
poco tempo.» Soraya stava per rifiutare, ma qualcosa nella voce di Amun la
convinse. Ripensò alla tensione che aveva sentito in lui, a quella rabbia tenuta al
guinzaglio. Cosa stava succedendo laggiù? Era riuscito a stimolare la sua
curiosità. Lo aveva fatto di proposito? Stava per farla cadere in una trappola? Ma
a che prò? Di riflesso, lui aveva infilato la mano nella tasca in cui teneva il
coltello a serramanico, pronto a difenderla.
Camminarono in silenzio. Il deserto sembrava sussurrare tutto intorno a loro,
mutando senza tregua, infiltrandosi nei vestiti e nella pelle. La lucentezza della
civiltà si affievolì fino a restare soltanto un punto lontano. Chalthoum si
crogiolava nel suo ambiente naturale, ecco perché l'aveva condotta lì tanti anni fa
e perché ci tornavano adesso. A mano a mano che si allontanavano dagli altri,
l'uomo sembrava crescere in statura e potenza, fino a diventare un gigante.
Quando si voltò verso Soraya, i suoi occhi scuri riflettevano la luce bluastra
della luna.
«Ho bisogno del tuo aiuto» le disse con la solita franchezza.
Soraya si mise quasi a ridere. «Tu hai bisogno del mio aiuto?» Lui distolse lo
sguardo per un istante. «Sei una delle ultime persone a cui chiederei qualcosa.»
Da questa frase, Soraya capì che la situazione non doveva essere delle più rosee.
«E se rifiutassi?» Chalthoum indicò il telefono satellitare che lei aveva in mano.
«Pensi che io non sappia chi stavi chiamando? Pensi che non conosca il vero
motivo per cui sei qui? Il disastro aereo non c'entra nulla. Sei qui per il nuovo
GIM iraniano.» ***
Capitolo 11
Willard se ne stava in piedi al centro dell'ambulatorio del dottor Firth ad
aspettare impaziente il ritorno di Bourne. Gli era passato per la mente di andarlo a
cercare, ma poi aveva cambiato idea. Come succedeva spesso, ormai, ogni volta
che pensava a Jason i suoi ricordi andavano al figlio Oren. Non lo vedeva né
sentiva da quindici anni, cioè dal funerale di sua moglie. Oren si era risentito
perché lui non aveva versato una lacrima, non aveva detto una parola davanti alla
bara.
«Ma non provi niente? Niente di niente?» gli aveva domandato.
«Sono felice che sia finita» gli aveva risposto Willard.
Solo molto tempo dopo si rese conto che dire la verità a suo figlio era stato un
grave errore. Quello era stato il periodo della sua vita, per quanto breve, in cui si
era davvero stancato delle bugie. Non commise mai più lo stesso sbaglio. Capì
che la vita degli esseri umani è basata su falsità; ne hanno bisogno per
sopravvivere e anche per essere felici, dato che la verità è spesso spiacevole e alla
gente non interessa. In più, molti non sono tagliati per la verità. Preferiscono
mentire anche a se stessi, e circondarsi di persone che dicono loro bugie per
preservare l'illusione di una bellezza inesistente. La realtà non è bella; eccola, la
verità.
Ma ora, lì a Bali, si chiedeva se fosse anche lui come gli altri, in grado di
costruire una prigione di menzogne in cui nascondere la verità. Per anni si era
fatto strada lentamente nella NSA come una talpa, fino a raggiungere la casa
sicura nelle campagne della Virginia dove risiedevano tutte le bugie. Per anni si
era detto che quello era il suo dovere. Gli altri, persino i suoi uomini, erano dei
fantasmi, ai suoi occhi, facevano parte della vita di qualcuno che non era lui. Che
cos'altro aveva? Questa era la domanda che si era fatto più e più volte mentre
lavorava come un servo per la NSA. Dovere, solo con il dovere riusciva a stabilire
delle relazioni.
La missione alla NSA era stata portata a termine, e di conseguenza la sua
copertura era saltata insieme a tutti gli altri, ed era libero. Nessuno all'interno
della CIA aveva ancora capito a cosa potesse servire ormai. Anzi, la nuova
direttrice pensava che stesse facendo la lunga vacanza che aspettava da molto
tempo.
Liberato dal ruolo di servo alla NSA, cominciò a pensare che quella era stata
soltanto una parte che aveva recitato, una parte che non gli apparteneva affatto.
Quando Alex Conklin aveva iniziato ad addestrarlo, Willard si era immaginato le
situazioni più pericolose negli angoli più remoti del mondo. Si era letto centinaia
di volte tutti i libri di James Bond. Bramava le scariche di adrenalina delle
operazioni segrete. Le sue abilità miglioravano e, a mano a mano che superava le
prove ogni volta più difficili del suo maestro, anche la fiducia che Conklin
riponeva in lui aumentava. E poi l'errore fatale: via via che imparava i segreti
della Treadstone, si lasciò andare all'idea di diventare il successore di Conklin, la
mente. Ma la realtà lo riportò ben presto con i piedi per terra. Il Grande Uomo
aveva offerto a Willard un ruolo per il quale era già stato scelto. Venne inviato di
nascosto in una prigione dalla quale non sembrava esistere alcuna sospensione
della pena.
Aveva fatto tutto quello che gli era stato richiesto, e lo aveva fatto bene, anzi
egregiamente. Glielo avevano detto tutti. Ma lui che ne aveva ricavato? La verità?
Niente, niente di niente.
Ora per lo meno aveva la libertà necessaria a realizzare il suo sogno di diventare
un grande manipolatore e superare il maestro. Perché in fondo Conklin aveva
fallito. Aveva permesso a Leonid Arkadin di svignarsela e, invece di inseguirlo
per fermarlo, aveva lasciato perdere il russo e si era concentrato su Jason Bourne.
Ma non si può tornare indietro, quando si crea un mostro come Arkadin. Willard
conosceva ogni decisione che Conklin aveva preso riguardo alla Treadstone ed era
consapevole di ogni singolo errore. L'ultimo, lui di certo non l'avrebbe commesso.
Non avrebbe lasciato che Arkadin scappasse. Avrebbe fatto meglio, molto meglio.
Avrebbe raggiunto lo scopo finale della Treadstone: creare la più potente
macchina da guerra mai esistita.
Si voltò al rumore della porta d'ingresso che si apriva lasciando entrare Jason
Bourne. Il sole stava tramontando, il cielo blu cobalto verso occidente aveva
striature di mille colori. Bourne si avvicinò tenendo un piccolo oggetto tra il
pollice e l'indice della mano destra.
«Bossolo di un proiettile MI 18 calibro .30» disse.
Willard gli prese la mano e osservò con cura il proiettile. «Alta qualità militare,
fatto appositamente per un fucile da cecchino.» Fece un fischio breve e squillante.
«Ecco perché ti ha passato da parte a parte in maniera perfetta.» «Dai
bombardamenti del 2005 di Kuta e Jimbaran il governo è diventato fanatico
riguardo alle armi. Per quanto possa essere bravo il nostro cecchino, non è
possibile che sia riuscito a introdurre nel paese il fucile e le munizioni.» Bourne
ghignò. «E quindi, in quanti posti di Bali avrebbe potuto trovare dei proiettili MI
18 full metal jacket e il fucile per spararli?» «Qualcuno ha altre domande?»
minacciò Arkadin.
Teneva ancora in mano entrambe le armi. Guardò negli occhi di tutte e
novantanove le reclute rimaste, e vi scorse paura e obbedienza incondizionata.
Qualsiasi cosa fosse successa da quel momento in avanti, ovunque li avesse
condotti, quei ragazzi sarebbero stati suoi.
In quell'istante il telefono satellitare iniziò a suonare. Diede le spalle agli uomini
e si allontanò da loro, che rimasero in silenzio rigidi come pietre. Non avrebbero
mosso un muscolo fino al prossimo ordine, che non sarebbe arrivato presto.
Si asciugò il sudore e avvicinò il telefono all'orecchio. «Che altro c'è, adesso?»
«Com'è stata la visita di Maslov?» La voce di Triton risuonò nell'etere.
«Elettrizzante» rispose Arkadin, «come sempre.» Mentre parlava, ruotava su se
stesso cercando di individuare la posizione degli uomini di Triton.
«Non li troverai, Leonid» gli disse. «Tu non vuoi trovarli.» Mi sta bene, pensò
Arkadin. Triton era colui che aveva messo in piedi questa missione, o quanto
meno che lavorava per chi aveva messo i soldi, anche per pagare il suo compenso
molto generoso. Non vedeva perché avrebbe dovuto farselo nemico.
Arkadin sospirò per tenere sotto controllo la rabbia. «Cosa posso fare per te?»
«Be', oggi la domanda è: che cosa posso fare io per te?» replicò Triton. «La nostra
tabella di marcia ha subito delle variazioni.» «Variazioni?» Arkadin fissò i suoi
uomini, in buone condizioni ma ancora impreparati per la missione. «Ti ho detto
fin dall'inizio che avevo bisogno di tre settimane, e tu mi hai assicurato...» «Ma
quello era ieri, questo è oggi. Le cose sono cambiate» disse Triton. «La fase
teorica è finita, ora si fa sul serio. L'orologio che ticchetta non appartiene né a me
né a te.» Arkadin sentì i muscoli contrarsi come se stesse per affrontare uno
scontro fisico. «Cos'è successo?» «Il topo sta per uscire dalla tana.» Arkadin
aggrottò la fronte. «Che diavolo significa?» «Significa» spiegò Triton, «che le
prove, quelle prove incontrovertibili che metteranno in moto tutto, stanno
venendo a galla. Non si torna più indietro.» «Lo sapevo fin dall'inizio» ringhiò
Arkadin. «E anche Maslov lo sapeva.» «Hai tempo fino a sabato per portare a
termine la tua missione.» Ci mancò poco che Arkadin saltasse all'indietro: «Che
cosa!?».
«Non sono ammesse obiezioni.» Triton terminò la chiamata in una maniera
talmente drastica e definitiva che lo scatto risuonò nelle orecchie di Arkadin come
un colpo di pistola.
Willard avrebbe voluto andare con lui, ma Bourne si era rifiutato. Era
abbastanza intelligente da capire che Jason voleva solo realizzare il suo desiderio.
Durante il periodo in cui Bourne era stato ricoverato, Willard aveva buttato giù
una lista di tredici individui residenti sull'isola coinvolti, o sospettati di essere
coinvolti, nel traffico di armi, ma solo uno di quelli trattava fucili di alta qualità e
munizioni full metal jacket che erano stati usati per sparare a Bourne. Su un'isola
piccola come quella di Bali, indagare sui presunti trafficanti d'armi avrebbe voluto
dire distruggere la rete di sicurezza che aveva innalzato attorno ajason. Avrebbe
subito attirato l'attenzione su di lui.
Firth noleggiò un'auto per Jason, che guidò nel caos della capitale Denpasar.
Non fu difficile localizzare il Badung Market, ma trovare un parcheggio era
pressoché impossibile. Alla fine, riuscì a trovare un'area custodita da un uomo
anziano con un enorme sorriso stampato sulla faccia.
Passando attraverso spezie e verdure, Bourne si portò verso il retro del mercato,
dove si trovavano le bancarelle dei macellai.
Willard gli aveva detto che l'uomo che cercava assomigliava a una rana e non
era difficile individuarlo.
L'uomo stava vendendo diversi maialini da latte, ancora legati alle canne di
bambù, a una giovane donna che, a giudicare dai modi e dai vestiti, doveva
lavorare per qualcuno che aveva soldi e prestigio. La gente stava facendo la fila
alla bancarella vicina per comprare lombi e petti, le mannaie rompevano tendini e
ossa, il sangue schizzava ovunque.
La donna pagò e fece cenno ai due uomini che la stavano aspettando di portare
via la spesa. Bourne si fece avanti e si rivolse all'uomo tarchiato. Si chiamava
Wayan, che significa «primo». Tutti i balinesi si chiamavano secondo il loro
ordine di nascita, dal primo al quarto. Un eventuale quinto figlio si sarebbe
chiamato Wayan di nuovo.
«Wayan, devo parlarti.» L'uomo lo guardò con indifferenza. «Se ha bisogno di
comprare un maiale...» Bourne scosse la testa.
«Sono i migliori dell'isola, chieda pure in giro.» «Si tratta di un'altra questione»
disse Bourne. «Meglio parlare in privato.» Wayan sorrise appena e allargò le
braccia. «Come può vedere anche lei, non esiste privacy, qui. Se non desidera
comprare niente...» «Non ho detto questo.» Wayan socchiuse gli occhi. «Non so
proprio di cosa stia parlando.» Stava per girarsi e andarsene, quando Bourne tirò
fuori cinque bigliettoni da cento dollari. Wayan guardò il denaro e un lampo si
accese nei suoi occhi. Bourne riconobbe l'avidità.
Il macellaio si umettò le labbra. «Purtroppo non ho così tanti maiali.» «Ma io ne
voglio uno solo.» Come per magia Bourne fece comparire il bossolo del proiettile
MI 18 calibro .30 tra le dita, e lo mise nel palmo della mano di Wayan.
«Uno dei tuoi, immagino.» Il mercante, fermo e recalcitrante, si limitò a
stringersi nelle spalle.
Bourne tirò fuori altri cinque bigliettoni arrotolati. «Non ho tempo per
contrattare.» Wayan raccolse i mille dollari e piegò la testa da una parte,
facendogli capire che doveva seguirlo.
Al contrario di quanto aveva detto, c'era uno spazio chiuso nel retro della
bancarella. Su una sgangherata panca di bambù c'erano sbucciatoli e coltelline.
Bourne seguì Wayan nel retro, ma un uomo corpulento lo raggiunse da sinistra,
mentre un tipo alto gli si parò davanti da destra.
Jason colpì al volto l'uomo corpulento, rompendogli il naso, e si piegò per non
farsi prendere da quello alto. Si chiuse a palla e attraversò lo spazio chiuso. Finì
contro le canne di bambù, rovesciando maiali e coltelli. Afferrò uno sbucciatore e
tagliò le corde che tenevano legati i maiali. Guairono per la ritrovata libertà e
iniziarono a correre via, obbligando Wayan a togliersi di mezzo.
Bourne lanciò il coltello che aveva in mano verso l'uomo alto, conficcandoglielo
nel fianco sinistro. Fu impossibile distinguere il suo verso da quello dei maiali,
che continuavano a scorrazzare qua e là. Bourne li ignorò e afferrò Wayan per la
camicia. Proprio in quell'istante, però, l'uomo più grasso raccolse una coltellina da
terra e si avventò contro di lui, che frappose Wayan tra loro due. Quando
l'aggressore tentò di affondare il coltello, Bourne ne approfittò per colpire l'arma
con un calcio, afferrare l'uomo e scaraventargli la testa contro il terreno. Fuori
due.
Jason si alzò, trattenne Wayan, lo fece voltare con decisione e gli assestò un
manrovescio. «Ti avevo avvertito che non avevo tempo per contrattare. Ora mi
dici il nome di chi ha comprato queste munizioni?» «Il nome non lo so.» Bourne
lo colpì di nuovo, stavolta ancora più forte. «Non ti credo.» «E vero.» L'aria
indifferente di Wayan era scomparsa: adesso era davvero spaventato. «Lo hanno
mandato da me, ma non mi ha mai detto il suo nome. E io non gliel'ho chiesto.
Nel mio lavoro, meno so e meglio è.» Questo quanto meno corrispondeva a
verità. «Che aspetto aveva?» «Non me lo ricordo.» Bourne lo afferrò per la gola.
«Non mi stai mentendo, vero?» «No, certo che no.» Gli occhi di Wayan si
mossero rapidi nelle orbite. La pelle aveva preso una tinta verdastra, come se
stesse per vomitare da un momento all'altro. «Okay, okay. Sembrava russo.
Altezza media, muscoloso.» «E poi?» «Io non...» Cacciò fuori un urlo quando
Bourne gli diede un altro ceffone. «Aveva i capelli neri, e gli occhi... erano chiari.
Non mi ricordo...» Bourne alzò una mano. «Aspetta, aspetta... erano grigi.»
«E...?» «Basta, è tutto.» «No, non è vero» disse Bourne. «Chi lo ha mandato?»
«Un cliente...» «Il nome.» L'americano scosse il grassone come una bambola di
pezza. «Voglio il suo nome.» «Mi ucciderà.» Jason si piegò sopra di lui, tolse il
coltello dal fianco dell'uomo a terra e lo puntò alla gola di Wayan. «Io posso farlo
ora.» Premette la lama quel tanto che bastò a far uscire un rivolo di sangue che
colò lungo il petto dell'uomo, macchiandogli la camicia. «Scegli tu.» «Don...»
L'uomo deglutì a fatica. «Don Fernando Herrera... vive in Spagna, a Siviglia.»
L'uomo fornì l'indirizzo completo, senza bisogno di ulteriori minacce.
«Come si guadagna da vivere questo Don Herrera?» «Servizi bancari
internazionali.» Bourne non potè trattenere un sorriso sardonico. «Bene, e come
potresti tornare utile tu a uno che si occupa di servizi bancari internazionali?»
Wayan alzò le spalle. «Come le ho già detto, meno so sul conto dei miei clienti e
meglio è per me.» «In futuro dovresti stare più attento.» Bourne lo lasciò andare,
spingendolo con violenza contro le gambe di uno dei due uomini che stava
iniziando a muoversi. «Certi clienti sono peggio del veleno.» La luna era stata
portata nel mondo degli inferi dai fantasmi di Anubi e Thot, lasciando nel cielo
soltanto la luce solitaria delle stelle.
«Mi sono sbagliato sul tuo conto ancora una volta» disse Chalthoum senza
acredine. «La tua principale missione è il Gruppo indigeno iraniano.» Lei non
rispose, allora Amun proseguì: «Ho bisogno del tuo aiuto».
Si guardò intorno, forse per controllare che le sue sentinelle non fossero tornate,
pensò Soraya scrutandolo. Il fatto che si preoccupasse di non farsi sentire dai suoi
significava qualcosa. Ma cosa? Aveva finalmente lasciato al-Mukhabarat? Aveva
iniziato a lavorare da solo? Ma no, doveva esserci un'altra spiegazione.
«C'è una talpa, nella mia divisione» le disse. «Qualcuno di molto influente.»
«Amun, tu sei il capo di al-Mukhabarat, chi...?» «Ho il sospetto che sia qualcuno
più in alto di me.» Sospirò. «I tuoi contatti, gli uomini della Typhon, ecco... credo
che loro possano essere in grado di capire chi sia.» «Non è forse il tuo lavoro,
stanare spie e traditori?» «Secondo te, non ci ho già provato? Ecco quello che ho
ottenuto con i miei sforzi: quattro agenti uccisi in servizio e un grave
ammonimento per la crescente incompetenza della mia agenzia.» La rabbia tornò
prepotente nei suoi occhi. «Credimi se ti dico che quella era una minaccia nei
miei confronti neanche troppo velata.» Soraya si fermò un secondo a riflettere.
Perché avrebbe dovuto dargli una mano quando poteva essere stata proprio la sua
agenzia ad abbattere l'aereo? «Dammi una buona ragione per cui dovrei aiutarti»
gli disse.
«So che i tuoi uomini non stanno facendo grandi passi in avanti con
l'identificazione del Gruppo indigeno iraniano, e non ne faranno mai, te lo
garantisco. Ma io posso riuscirci.» In quel momento un fascio di luce fece
scomparire una parte di stelle. Soraya fece alcuni passi verso sinistra per vedere
chi si stava avvicinando.
Era Delia. La luce della pila giocò per un attimo con le due figure e trasformò il
suo viso in una maschera terrificante.
«Abbiamo scoperto l'origine del missile che ha colpito l'aereo.» Chalthoum
scambiò uno sguardo veloce con Soraya, poi incrociò le braccia sul petto.
«Allora?» «Allora...» Delia fece un respiro profondo, poi espirò, «... era un
missile terra-aria Kowsar 3.» «Iraniano!?» Soraya rabbrividì. «Delia, ne sei
sicura?» «Ho trovato dei frammenti del sistema elettronico di guida» le rispose la
collega. «Sono cinesi, simili a quelli dei C-701, che sono missili aria-superficie.
Mentre l'EGS è simile a quello dello Sky Dragon, che aveva un inseguitore
automatico dotato di un radar millimetrico.» «Il che spiegherebbe come è riuscito
a raggiungere l'aereo con tanta precisione» aggiunse Soraya.
Delia annuì. «Quell'EGS è tipico del Kowsar» spiegò rivolgendo a Soraya uno
sguardo eloquente. «Questo gioiellino andava a una velocità di poco inferiore a
quella del Mach One. L'aereo non aveva alcuna possibilità di sfuggirgli, nessuna.»
Soraya fu assalita dalla nausea.
La voce di Chalthoum risuonò piena di rabbia. « Yakhrab byutihum! Che le loro
case possano crollare! Sono stati gli iraniani.» Quelle parole rivelavano che il
mondo aveva compiuto un passo enorme verso la guerra. Ma non una guerra
come quelle del Vietnam, in Afghanistan e in Iraq, che comunque erano state
abbastanza sanguinose e cruente, ma una guerra mondiale devastante. La guerra
delle guerre.
***
Capitolo 12
«Ho appena parlato al telefono con il leader iraniano» disse il presidente. «Nega
qualsiasi coinvolgimento nella sciagura.» «Che è anche la stessa risposta del suo
ministro degli Esteri» aggiunse Jaime Hernandez. Si aprì la porta e lo zar
dell'intelligence ricevette una pila di fogli stampati da un uomo magro con i
capelli neri ingrigiti sulle tempie. Aveva il viso insipido dei ragionieri, eppure nei
suoi occhi c'era un'espressione oscura che ne smentiva la facciata.
Dopo aver controllato le carte, Hernandez annuì e lo presentò a tutti come Errol
Danziger, il vicedirettore di SIGINT alla NSA. «Come potete vedere» esordì
Hernandez mentre distribuiva i fogli, «non lasciamo nulla al caso.» «Il materiale è
destinato soltanto ai massimi dirigenti. E strettamente confidenziale.» A queste
parole, Danziger fece un cenno con la testa e se ne andò silenzioso come era
arrivato.
Cinque persone presero posto attorno al tavolo in una delle enormi stanze del
Pentagono destinate alla guerra elettronica, tre piani sotto il seminterrato. Ognuna
con davanti fogli stampati identici: i rapporti su quanto scoperto dalla task force
inviata al Cairo, oltre gli ultimissimi aggiornamenti dell'intelligence sulla
situazione, che si stava evolvendo molto in fretta. Dietro ogni sedia in pelle c'era
un tritadocumenti.
Il segretario alla Difesa iniziò a parlare, come se la pausa di Hernandez fosse un
invito a prendere la parola.
«È ovvio che neghino ogni coinvolgimento. Ma ci sono loro, dietro questa
enorme provocazione.» «Non possono negare le prove che abbiamo inviato»
intervenne Jon Mueller, capo del Dipartimento della Sicurezza Interna.
«Purtroppo l'hanno già fatto.» Il presidente fece un sospiro profondo. «Questo è
stato l'argomento principale della conversazione. Ritengono che la nostra task
force abbia manipolato le "cosiddette prove". Testuali parole del presidente
iraniano.» «Ma perché avrebbe ordinato di abbattere il nostro aereo?» chiese
Veronica Hart.
Halliday la fulminò con lo sguardo. «Perché è stanco delle accuse mosse contro
il programma nucleare del suo paese. Abbiamo fatto molta pressione, ora è il suo
turno.» «Secondo me, questo affronto serve a due scopi» suggerì Hernandez.
«Come ha già sottolineato Bud in maniera chiara, attira l'attenzione internazionale
lontano dal programma nucleare, e allo stesso tempo rappresenta un grande
ammonimento per noi e per il resto del mondo: state alla larga!» «Mi faccia
capire» la Hart si piegò in avanti. «Sta dicendo che hanno deciso di passare dalle
minacce ai fatti per chiudere lo stretto di Hormuz e impedire l'esportazione di
petrolio?» «Proprio così» annuì Mueller.
«Ma è un suicidio, e lo sanno bene.» Halliday assistette a questo scambio di
battute come un falco che osserva due conigli rincorrersi su un prato. Poi colse
l'attimo: «Abbiamo sempre sospettato che il presidente iraniano fosse uno
squilibrato».
«Matto da legare, direi» lo appoggiò Hernandez.
Halliday si trovò d'accordo. «Ancora peggio.» Si guardò intorno. Gli schermi
piatti dei computer che tappezzavano le pareti illuminavano il suo viso
conferendogli un'espressione misteriosa. «Ora ne abbiamo le prove.» «Credo che
dovremmo rendere pubblico tutto quello che abbiamo scoperto, condividerlo con i
media, non solo con i nostri alleati» disse Hernandez.
Poi Halliday, rivolgendosi al presidente: «Sono d'accordo, signore. Inoltre,
dovremmo convocare una sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza
dell'ONU, al quale si rivolgerà di persona. Un vile atto terroristico come questo va
condannato di fronte a tutto il mondo, i colpevoli vanno additati all'opinione
pubblica».
«Dobbiamo accusare e condannare l'Iran» aggiunse Mueller. «Non hanno
compiuto nient'altro che un atto di guerra.» «Giusto.» Hernandez curvò le spalle
come un pugile sul ring. «In sostanza, dobbiamo intervenire militarmente.»
«Ecco, questo sarebbe un vero suicidio» disse la Hart con enfasi.
«Concordo con la direttrice della CIA» esclamò Bud Halliday.
La Hart non si aspettava una risposta del genere, e per un attimo lo guardò
incredula. Halliday continuò, e a quel punto Veronica capì ogni cosa.
«Dichiarare guerra all'Iran sarebbe un errore. Dato che in Iraq stiamo per
vincere, ci troviamo già costretti a ridislocare le nostre truppe in Afghanistan. Un
attacco diretto all'Iran sarebbe un passo falso, a mio modesto parere. Non solo
graverebbe sui nostri uomini, già molto provati, ma le conseguenze per gli altri
paesi della zona, soprattutto per Israele, potrebbero essere catastrofiche.
L'alternativa sarebbe abbattere il regime iraniano dall'interno. Sarebbe un ottimo
obiettivo.» «Ma per farlo avremo bisogno di qualcosa che destabilizzi il paese,
insomma, di un casus belli.» Halliday annuì: «... che, grazie al nostro duro lavoro,
è già a disposizione nella forma del Nuovo gruppo indigeno militante iraniano.
Così riusciremo a colpire il paese in due modi: diplomatico, attraverso le Nazioni
Unite, e militare, appoggiando il GIM con sostegno economico, armi, consigli
strategici, e via dicendo».
«Sono d'accordo» disse Mueller, «anche se per migliorare l'attività del GIM
avremo bisogno di un budget colossale.» «E ci serve subito» aggiunse Hernandez.
«Questo significa che dovremo tenere il Congresso all'oscuro di tutto.» Halliday
scoppiò a ridere, ma il suo sguardo rimase serio. «Che novità! L'unica cosa che
interessa a quella gente è essere rieletti. Non sanno nemmeno cosa sia il bene del
paese.» Il presidente appoggiò i gomiti sul tavolo e le mani chiuse a pugno
davanti la bocca, assumendo la posizione tipica di quando si metteva a riflettere.
La sua mente passò in rassegna tutte le proposte, le implicazioni e le possibili
conseguenze, gli occhi esaminarono ogni collaboratore a uno a uno. Infine, il suo
sguardo si fermò sulla direttrice della CIA. «Veronica, non abbiamo sentito il suo
parere. Che ne pensa?» La Hart non rispose subito. La sua risposta era troppo
importante, non poteva essere affrettata. Sapeva di avere i brillanti occhi avidi di
Halliday puntati su di lei.
«Non c'è dubbio che il missile che ha ucciso i nostri connazionali fosse un
Kowsar 3 iraniano, per cui concordo con la risposta diplomatica, anzi, prima
arriverà e meglio sarà. Ottenere il consenso mondiale è fondamentale.» «Quello
della Cina e della Russia non l'avremo» la interruppe Halliday. «Sono grandi
alleati economici dell'Iran e non si metteranno mai dalla nostra parte, malgrado
tutte le prove che potremo portare. Questo è il motivo per cui ci serve una terza
colonna per fomentare la rivoluzione dall'interno.» Ecco che veniamo al dunque,
pensò la Hart. «Il problema che riscontro per quanto riguarda l'intervento mi litare
è che abbiamo provato l'opzione della terza colonna già molte volte in passato,
anche in Afghanistan, e che cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo accresciuto il potere
dei talebani, che all'inizio non erano altro che un gruppo locale che si opponeva
all'invasione sovietica, e di Osama bin Laden.» «Questa volta è diverso» insistette
Halliday. «Abbiamo la parola dei leader del gruppo. Sono moderati, democratici,
in poche parole filoccidentali.» Il presidente tamburellò con le dita sul tavolo.
«Bene, è deciso. Andremo avanti con questo doppio attacco. Metterò in moto la
macchina diplomatica. Bud, lei intanto prepari un budget preventivo per il GIM.
Prima lo avremo, prima potremo metterci al lavoro, ma lo voglio lontano dalla
mia scrivania e dalla Casa Bianca. Per quanto mi riguarda, io non ho mai
partecipato a questa riunione.» Si alzò dal tavolo, fissando i suoi collaboratori.
«Facciamo in modo che funzioni, ragazzi. Lo dobbiamo ai 181 americani
innocenti che hanno perso la vita su quell'aereo.» Veronica Hart osservò Moira
Trevor entrare nel suo ufficio, fredda ed elegante come sempre. Eppure vide
qualcosa di oscuro, negli occhi della sua ex collega. Le si accapponò la pelle.
«Accomodati» le disse da dietro la scrivania, non credendo ancora ai suoi occhi.
Da quando aveva lasciato la Black River era sicura che non l'avrebbe mai più
rivista e non avrebbe più avuto a che fare con lei. E ora, invece, se la ritrovava
davanti. La sua gonna fece un rumore secco mentre si sedeva guardando Veronica
dritta negli occhi; accavallò le ginocchia, e la sua schiena assunse la posizione
eretta tipica dei militari.
«Immagino tu sia sorpresa tanto quanto me» iniziò Moira.
La Hart non disse niente, ma continuò a fissarle gli occhi castani, cercando di
indovinare la ragione della sua visita. Dopo poco, però, si arrese. Era impossibile
penetrare quella facciata di marmo, già lo sapeva.
Analizzò i pochi elementi a sua disposizione: il braccio sinistro, gonfio e
fasciato, i graffi sul viso e sul dorso della mano. Non potè fare a meno di
chiederle: «Ma che ti è successo?».
«E il motivo per cui sono venuta da te.» «No, sei venuta qui per chiedermi
aiuto.» La Hart si sporse in avanti e appoggiò i gomiti sul tavolo.
«E difficile essere tagliati fuori, vero?» «Cristo, Ronnie.» «Che c'è? Il passato ci
sta aspettando entrambe, come un serpente nascosto tra i fili d'erba.» Moira annuì.
«Suppongo sia così.» «Supponi?» La Hart scosse la testa. «Scusa se non mi faccio
prendere dai sentimentalismi, ma sei stata tu a minacciarmi. Aspetta, aspetta,
com'è che mi hai detto?» Si morse le labbra. «Ah sì: "Ronnie, la pagherai cara. Ti
rovescerò tanta di quella merda addosso che non riuscirai più a venirne fuori".»
La direttrice della CIA si appoggiò di nuovo allo schienale. «Ho dimenticato
qualcosa?» Sentì il battito accelerare. «E adesso ti trovo qua.» Moira la fissava
senza dire una parola.
La Hart aprì una credenza e versò dell'acqua fredda in un bicchiere che spinse
dall'altra parte della scrivania. Per un momento Moira non fece niente. Forse,
pensò Veronica, non lo prende perché non sa se lo considererò un gesto di fiducia
o di resa.
Moira si avvicinò, e con il dorso della mano colpì il bicchiere, che si schiantò
contro il muro andando in mille pezzi. Acqua e frammenti di vetro si sparsero in
aria come esplosi da un cannone. Moira si era alzata in piedi, le braccia tese, i
pugni stretti sul tavolo.
Due uomini irruppero subito nella stanza con le pistole spianate.
«Smettila, Moira.» La voce della Hart era bassa ma ferma.
Moira si rifiutò di sedersi, girò le spalle a Veronica e si spostò nella parte
opposta dell'ufficio con fare imperioso.
La direttrice della CIA fece un gesto ai due uomini, che riposero le pistole nelle
fondine e si ritirarono. Una volta che ebbero chiuso la porta, Veronica iniziò a
tamburellare con le dita sulla scrivania, aspettando che l'altra si calmasse, e poi le
rivolse parola: «Perché non mi dici che cosa sta succedendo?».
Quando Moira si voltò aveva di nuovo un'espressione calma.
«Non hai capito niente, Ronnie. Sono io che aiuterò te.» Mentre i suoi
combattenti seppellivano Farid, Arkadin si sedette su una roccia che affiorava dal
crepuscolo color zaffiro. Anche senza il rumore ritmico dei picconi e la vista del
cadavere disteso a terra, l'atmosfera sarebbe stata lo stesso piena di malinconia. Il
vento soffiava incostante, come un cane che ansima; gli uomini delle tribù si
erano inginocchiati verso La Mecca, raccolti in preghiera con i mitra appoggiati a
terra vicino a loro. Oltre le colline grigie c'era l'Iran, e Arkadin sentì d'un tratto la
nostalgia di Mosca. Gli mancavano le strade con i ciottoli, le cupole, e i locali
notturni dove regnava indiscusso. Soprattutto sentiva la mancanza delle
innumerevoli dev alte, bionde e con enormi occhi azzurri. Si perdeva sulla loro
pelle profumata, riuscendo a dimenticare Devra. Un tempo l'aveva amata, ma ora
la odiava, perché non era morta davvero. Lo perseguitava come un fantasma notte
e giorno, spingendolo a vendicarsi con Jason Bourne che l'aveva uccisa e che era
rimasto l'ultimo legame che aveva con lei. A rendere le cose ancora peggiori c'era
il fatto che l'americano aveva ucciso anche Misca, suo mentore e amico prediletto.
Se non fosse stato per Misca Tarkanian, Arkadin non sarebbe sopravvissuto a
Niznij Tagil.
Misca e Devra, le persone più importanti della sua vita, erano entrambi morti per
mano di Bourne. Per questo la doveva pagare cara.
Gli uomini avevano quasi finito con la fossa. Una coppia di avvoltoi, due ombre
nere che incombevano dall'alto, volavano pigri descrivendo ampi cerchi nel cielo.
Come loro, pensò, anch'io aspetterò paziente il momento per colpire.
Appollaiato sulla roccia, Arkadin teneva le ginocchia piegate vicino a sé e
meditava giocherellando con il telefono satellitare. Nonostante tutto, la chiamata
di Willard aveva avuto dei risvolti positivi. Willard non era uno pratico, era solo
una talpa, e aveva commesso un errore fatale: il suo ego aveva avuto la meglio su
di lui. Avrebbe potuto fare a pezzi Ian Bowles, seppellirne i resti da qualche parte
e andare avanti indisturbato con il suo lavoro. Certo, voleva sapere chi era stato a
mandarlo, ma il suo errore era stato rivelarsi ad Arkadin, per non parlare delle
minacce. Era stato come dirgli chiaro e tondo che Bourne era ancora vivo. Per
quale motivo altrimenti stava dal dottor Firth? Perché aveva ucciso Bowles? In
questo modo Arkadin aveva avuto la certezza che l'americano era ancora in vita,
anche se non riusciva davvero a spiegarsi come avesse fatto a sopravvivere con un
proiettile piantato nel cuore. Per quanto forte, quell'uomo non era Superman.
Perché non era rimasto ucciso?
Scuotendo la testa con veemenza, Arkadin rimandò a un altro momento la
soluzione del mistero e compose un numero di telefono. Bowles era solo un
tappabuchi temporaneo, uno che avrebbe dovuto fare qualche domanda e riferire
le informazioni raccolte, niente di più. Aveva fallito, e adesso era ora di mettere in
campo l'artiglieria pesante.
Gli uomini gettarono il cadavere nella fossa in modo sbrigativo. Sudati e
irritabili, avevano già perso la pazienza da tempo. Farid aveva violato le leggi del
gruppo, non era più uno di loro. Bene, pensò Arkadin, hanno imparato la lezione.
La linea era libera.
«Hai parecchio lavoro, spero» disse Arkadin non appena la voce familiare
rispose dall'altra parte. «Ottimo, perché ho deciso di fare a modo tuo. L'orologio
ticchetta inesorabile. Ti manderò i dettagli aggiornati nel giro di un'ora.» La
direttrice della CIA scosse la testa. «Moira, temo di non capire.» Le vene del collo
di Moira erano gonfie. Da quanto tempo aspettava quel confronto diretto! «Non
capivi niente nemmeno quando mi hai abbandonata a Safed Koh?» Safed Koh, o
le Montagne Bianche, come le chiamavano gli abitanti del posto. All'interno di
quei monti le famigerate caverne di Torà Bora si estendevano lungo il confine
fino ad arrivare nella parte occidentale del Pakistan, controllata dai terroristi.
La Hart allargò le braccia. «Non ti ho mai abbandonata!» «Ma davvero!?»
Moira avanzò verso di lei. «Allora spiegami come hanno fatto a catturarmi nel
cuore della notte e a tenermi per sei giorni sul monte Sikaram senza niente da
mangiare e solo con dell'acqua inquinata da bere!» «Non ne ho idea.» «I batteri
che c'erano in quell'acqua mi hanno messa fuori gioco per tre settimane...» Moira
si avvicinava sempre di più al bordo della scrivania di Veronica «... durante le
quali tu hai condotto la mia missione.» «Era una missione della Black River.»
«Per la quale io ero stata scelta e addestrata. Una missione che volevo più di ogni
altra cosa al mondo.» La Hart tentò di accennare un sorriso, ma non ci riuscì.
«Quella missione è stata un successo, Moira.» «Vuoi dire che sarebbe fallita se ci
fossi stata io?» «Lo stai dicendo tu, non io.» «Tu pensavi che fossi una testa
calda.» «E vero» riconobbe la Hart, «e lo penso tuttora.» L'uso del tempo presente
paralizzò Moira. «E così tu sei ancora convinta che...» La direttrice della CIA
allargò di nuovo le braccia. «Ma guardati. Che altro penseresti se fossi al posto
mio?» «Vorrei sapere come Moira Trevor potrebbe aiutarmi a far fuori il mio vero
nemico.» «E chi sarebbe?» Moira scorse un lampo di curiosità negli occhi di
Veronica e lo disse con schiettezza: «L'uomo che ce l'ha con te dal momento in
cui il presidente ha proposto il tuo nome per la carica di DCI. Bud Halliday».
In quel momento Moira ebbe la sensazione di sentire lo scoppiettio del fuoco.
Veronica spinse indietro la sedia e si alzò in piedi.
«Ma tu cosa vuoi esattamente da me?» «Un'ammissione di colpa.» «Una
confessione scritta? Stai scherzando, vero?» «No» disse Moira. «Soltanto una
cosa tra me e te.» La Hart scosse la testa. «Perché dovrei farlo?» «Perché così
potremo mettere da parte il passato, guardare avanti e cancellare l'astio che ci
divide.» Il telefono squillò diverse volte, ma la direttrice della CIA lo ignorò.
Quando smise, nella stanza si sentivano solo il ronzio del condotto di aerazione, i
loro respiri e i battiti dei loro cuori.
La Hart sospirò. «Non credo tu voglia sapere.» Finalmente!, pensò Moira.
«Mettimi alla prova.» «Ho fatto quello che ho fatto» disse la Hart, «solo per il
bene della Black River.» «Stronzate, lo hai fatto per il tuo, di bene.» «Non sei mai
stata in pericolo sul serio» proseguì Veronica. «L'ho verificato io stessa.» Invece
di stare meglio, Moira si incattivì ancora di più.
«E come lo avresti verificato?» «Moira, non possiamo fermarci qui?» La
ragazza non voleva saperne di finirla lì e tornò all'attacco. Appoggiò le mani sul
tavolo. «Finisci la storia» insistette.
«Va bene.» La direttrice della CIA si passò le dita tra i capelli. «Ero sicura che
non ti sarebbe successo niente perché Noah mi disse che si sarebbe preso cura di
te.» «Oh.» Moira sentì il pavimento cederle sotto i piedi. La sensazione di
capogiro la costrinse a tornare alla sedia, sulla quale si accasciò pesantemente,
con lo sguardo perso nel vuoto. «Noah.» Poi capì tutto, e le venne da vomitare. «E
stata tutta opera di Noah, non è vero?» La Hart annuì. «Io ero solo la portaborse.
Ho fatto il lavoro sporco al posto suo: dovevo essere la persona che avresti odiato
una volta tornata, in modo che lui potesse continuare a usarti a suo piacimento.»
«Dio mio!» Moira guardò in basso fissando le sue mani. «Non si fidava di me.»
«Non per quella missione.» Veronica lo disse talmente piano che Moira dovette
sporgersi verso di lei per capire. «Ma per le altre sai benissimo che preferiva te.»
«Non ha alcuna importanza. » Un senso di torpore quasi le paralizzò il corpo. «E
una cosa disgustosa.» «Sì, hai ragione. E questo è il motivo per cui me ne sono
andata dalla Black River.» Moira alzò lo sguardo, i suoi occhi si concentrarono
sulla donna che per tanto tempo aveva rappresentato il suo peggior nemico. Era
confusa. «Non capisco...» «Ho fatto un mucchio di cose orribili, per la Black
River, e tu dovresti capirmi molto bene. Ma quella volta Noah mi costrinse a
fare...» Si fermò e scosse la testa. «Mi vergognavo talmente tanto per quello che
avevo fatto che non avevo il coraggio di guardarti in faccia, così dopo la missione
venni subito a cercarti. Volevo scusarmi...» «E io non te l'ho permesso, anzi non
ho fatto altro che insultarti.» «Non posso biasimarti. Non me la presi. In fondo
avevi perfettamente ragione. Ma era tutta una messa in scena. Avrei voluto
disobbedire agli ordini e confessarti la verità, e invece me ne sono andata. Sono
stata una codarda, lo so, ma almeno non avrei più dovuto affrontare il tuo
sguardo.» «Ed eccoci qua» disse Moira sfinita e amareggiata. Sapeva che Noah
era subdolo e amorale. Non avrebbe fatto carriera all'interno della Black River,
altrimenti. Ma non avrebbe mai immaginato che potesse imbrogliarla in quel
modo, usarla come una delle tante pedine che aveva a disposizione.
«Eccoci qua» ripetè la Hart.
«Noah mi ha cacciato in questa situazione, ecco perché sono qui e non so dove
altro andare.» Veronica corrugò la fronte. «Che vuoi dire? Hai la tua nuova
organizzazione.» «E stata compromessa da Noah o dalla Sicurezza nazionale.»
«C'è una bella differenza tra la Black River e la Sicurezza nazionale.» Moira fissò
Veronica e scoprì di non essere più in grado di capire i propri sentimenti. Come ci
si riprende da un tradimento così? All'improvviso fu assalita da una furia
incontenibile. Se Noah fosse stato in quella stanza, lei avrebbe preso la lampada
sulla scrivania di Veronica e gliel'avrebbe fracassata in testa. Fortunatamente per
lui non c'era, meglio così. Le venne in mente un passo di Le relazioni pericolose,
il suo romanzo preferito perché parlava di spie da salotto: «La vendetta è un piatto
che va servito freddo». E in questo caso, pensò, anche in una cucina linda e
splendente. Fece un respiro profondo e poi buttò fuori tutta l'aria che aveva in
corpo.
174
«Non in questo caso.» E poi spiegò cosa le era successo: «Jay Weston, uno dei
miei uomini, è stato ucciso, e io non ho fatto la stessa fine solo per un pelo.
Questo perché la Black River e la Sicurezza nazionale stanno lavorando a un
obiettivo comune. Quale sia, non lo so, ma è talmente grande che sono disposti a
uccidere chiunque si metta in mezzo».
La Hart ruppe il silenzio agghiacciante che era sceso nella stanza: «Spero tu
abbia delle prove per supportare simili accuse».
Moira le passò la chiavetta USB che aveva ritrovato nella giacca blu di Jay
Weston. Dieci minuti dopo, la direttrice della CIA distolse lo sguardo dal
computer e disse: «Moira, finora hai solo un agente in moto che non si riesce a
trovare, e una chiavetta piena di cose incomprensibili».
«Jay Weston non è morto in un incidente stradale» si scaldò Moira. «Gli hanno
sparato. E Steve Stevenson, il sottosegretario alla Difesa con delega
all'acquisizione, alla logistica e alla tecnologia, mi ha confermato che Jay è stato
ucciso perché aveva scoperto qualcosa. Mi ha detto che, da quando si è diffusa la
notizia dell'aereo esploso, il Pentagono e il Dipartimento della Difesa sono stati
avvolti da una nube tossica.» Continuando a fissare Moira, Veronica prese in
mano il telefono e chiese alla sua assistente di metterla in contatto con il
sottosegretario Stevenson al Dipartimento della Difesa.
«Non farlo» le disse Moira. «Era terrorizzato. L'ho dovuto pregare anche solo
per incontrarmi.» «Mi dispiace» rispose la direttrice della CIA, «ma non abbiamo
alternative.» Attese in silenzio, tamburellando con le dita sul tavolo. Poi la sua
espressione cambiò: «Sì, salve sottosegretario Stevenson, sono... Ah, capisco.
Quando dovrebbe tornare?». Il suo sguardo si spostò di nuovo su Moira. «Be', ma
almeno lei lo saprà quando... Va bene. Non importa, richiamo più tardi. Grazie.»
Riattaccò, e le sue dita ricominciarono a tamburellare.
«Che succede?» chiese Moira. «Dov'è Stevenson?» «A quanto pare nessuno lo
sa. Ha lasciato l'ufficio alle undici e mezza di stamattina.» «Sì, per incontrarsi con
me.» «E non è mai più rientrato.» Moira afferrò il cellulare e chiamò Stevenson,
ma la chiamata fu trasferita alla segreteria telefonica. «Non risponde» disse
mettendo via il telefono.
La Hart fissò lo schermo del computer. Le sue labbra composero in silenzio la
parola «Pinprickbardem», poi tornò a guardare Moira. «Credo sia meglio cercare
di capire cosa diavolo è successo al sottosegretario.» Wayan, contento per gli
affari di quel giorno, se ne stava nel retro della sua bancarella e preparava un paio
di maialini rimasti per riportarli alla fattoria, quando comparve un uomo. Non lo
aveva sentito arrivare per via del rumore infernale del grande mercato che stava
per chiudere.
«Tu devi essere il grassone di nome Wayan.» «E chiuso» disse Wayan senza
alzare lo sguardo. «Torni domani.» Percependo che il tizio non si era spostato di
un millimetro, iniziò a girarsi dicendo: «E in caso non possa tornare...».
Il pugno devastante lo colpì alla mascella, mandandolo a finire contro i maiali
che iniziarono a guaire di spavento. Anche Wayan guaì. Non fece in tempo a
vedere il viso infuriato dell'uomo che si sentì strattonare verso l'alto. Il secondo
pugno lo prese in pieno stomaco, togliendogli il respiro e gettandolo di nuovo a
terra, in ginocchio.
Ansimando e trattenendo i conati di vomito, guardò l'immagine dell'uomo
altissimo di fronte a lui distorta dalle lacrime che gli riempivano gli occhi. Il
vestito nero troppo grande che indossava lo faceva sembrare orribile. Una barba
corta e ispida gli copriva il viso, cupo come le ombre della notte; gli occhi neri
come la pece fissavano Wayan senza pietà. Aveva una leggera cicatrice sul lato
del collo che gli arrivava fino alla mascella, dove era stato tagliato il muscolo che
era rimasto raggrinzito.
Sull'altro lato del collo aveva un tatuaggio con tre teschi: uno guardava dritto
avanti a sé, gli altri due erano di profilo, uno rivolto davanti e l'altro dietro il
corpo.
«Che cos'hai detto a Bourne?» L'uomo parlava inglese con un forte accento
gutturale che Wayan, ridotto com'era, non riuscì a identificare. Forse era europeo,
inglese o francese. Oppure romeno, o magari serbo.
«Che cos'hai detto a Bourne?» ripetè.
«C... chi?» L'uomo scosse Wayan talmente forte che si sentì il rumore dei denti
sbattere uno contro l'altro. «L'uomo che è venuto qui da te. L'americano. Che cosa
gli hai detto?» «Non so di chi...» Il tentativo di Wayan di mentire si trasformò in
un grugnito di dolore quando l'uomo gli prese il dito indice della mano destra e lo
spinse indietro fino a spezzarlo. Wayan stava per perdere conoscenza a causa del
dolore, ma l'uomo lo colpì due volte in faccia. I suoi occhi si focalizzarono di
nuovo sull'aguzzino, che si piegò sopra di lui, e il macellaio ne sentì l'odore.
Doveva essere volato fin lì senza nemmeno farsi una doccia o cambiarsi i vestiti.
«Non ti conviene giocare con me, lurido figlio di puttana.» Afferrò il dito medio
della mano destra: «Hai cinque secondi, Wayan».
«Si sta sbagliando!» strillò quando l'uomo gli ruppe il secondo dito. Aveva la
sensazione che tutto il sangue gli fosse defluito dalla testa. L'uomo lo prese a
pugni in faccia, ripetutamente.
«Siamo a due, ne abbiamo ancora otto» lo minacciò, prendendo il pollice destro
di Wayan, che spalancò la bocca come un pesce in cerca di ossigeno. «Va bene, va
bene. Gli ho detto dove poteva trovare Don Fernando Herrera.» L'uomo si piegò
sulle gambe, lasciando andare un piccolo sospiro. «Quanto sei inaffidabile!» Poi
si voltò, prese una canna di bambù e, con la massima noncuranza, la conficcò
nell'occhio destro di Wayan.
***
Capitolo 13
Nelle diciotto ore che seguirono Arkadin non fece altro che addestrare le sue
reclute. Non permise loro di mangiare, di bere, né di prendersi una pausa se non
per urinare. Trenta secondi era tutto il tempo che avevano per svuotare le vesciche
nella polvere rossa dell'Azerbaigian. Chi sgarrava, riceveva un sonoro colpo di
manganello dietro le ginocchia.
Triton lo aveva avvertito: aveva solo cinque giorni a disposizione per
trasformare quegli assassini in un plotone di truppe d'assalto. Più facile a dirsi che
a farsi. Arkadin, però, aveva molta esperienza in questo campo, visto che avevano
fatto una cosa simile con lui, quando era ancora un ragazzino di Niznij Tagil in
fuga per aver ucciso Stas Kuzin e un terzo della sua banda.
Niznij Tagil era stata fondata in una zona molto ricca di ferro. Di conseguenza,
ben presto comparve un'enorme cava. Era il 1698. Nel 1722 nacque il primo
stabilimento per la fusione del rame, e da lì si formò il nucleo della futura
cittadina, mettendo in moto una macchina viziata e corrotta che offriva case e
servizi a lavoratori stremati. Centocinquant'anni dopo in quel luogo venne
costruita la prima locomotiva a vapore russa.
Come in molte cittadine di confine governate dall'avidità, prima dei nobili,
proprietari delle industrie, e poi dei pezzi grossi del partito, a Niznij Tagil si
viveva senza legge, e nemmeno l'influenza semicivilizzatrice della modernità è
riuscita a portarvi un minimo di legalità. Ecco perché il governo federale aveva
circondato quel sito tossico con un anello di penitenziari di massima sicurezza,
spegnendo così le poche luci che cercavano di rischiarare l'oscurità.
A Niznij Tagil si sentivano soltanto suoni terrificanti, come il fischio lontano del
treno che si allontanava verso gli Urali o il rumore improvviso delle sirene di una
delle prigioni; il pianto di un bambino abbandonato sulla strada sudicia o lo
schianto delle ossa che si rompevano durante una rissa tra ubriachi.
Cercando di sfuggire ai suoi aguzzini che setacciavano ogni via e ogni baracca
della città, Arkadin imparò a imitare i cani bastardi che camminavano furtivi nei
vicoli bui con la coda tra le gambe. Poi, una volta si ritrovò davanti due tipi
arroganti che ficcavano il naso in quei posti poco raccomandabili.
Si voltò di scatto facendo credere ai due brutti ceffi che fossero riusciti a
incastrarlo. Voltato l'angolo, afferrò un pezzo di legno, si accucciò e lo scagliò con
forza contro le gambe del primo uomo, che urlò per il dolore e cadde in avanti.
Arkadin gli fu sopra in un secondo, gli prese la testa e la scaraventò con violenza
contro l'asfalto. L'altro gli si buttò addosso, ma Arkadin gli piantò una gomitata
sul pomo d'Adamo. L'uomo stava per soffocare. A quel punto Arkadin tirò fuori la
pistola e gli sparò a bruciapelo. Poi rivolse la pistola verso quello a terra e gli
conficcò una pallottola nella nuca.
La strada non era più sicura, per lui, doveva trovare un posto in cui nascondersi.
Pensò di farsi arrestare, così l'avrebbero messo in una delle prigioni della zona e
sarebbe stato protetto, ma cambiò subito idea. Avrebbe potuto funzionare in
un'altra parte del paese, ma non a Niznij Tagil, dove i poliziotti erano così corrotti
che non si riusciva a distinguerli dai criminali. Arkadin, comunque, non era a
corto di risorse. Tutt'altro. Le esperienze precedenti lo avevano reso scaltro.
Andò avanti a prendere in considerazione e scartare migliaia di possibilità. Tutte
sembravano esporlo troppo o buttarlo in pasto a potenziali spie pronte a
consegnarlo in cambio di una bottiglia di liquore o di una notte di eccessi in
compagnia di minorenni. Alla fine si decise per quella che sembrava la soluzione
perfetta: si sarebbe nascosto nello scantinato del suo edificio, dove la banda e quel
maniaco del nuovo capo, Lev Antonin, avevano ancora il proprio quartier
generale. Lo scopo ultimo del boss era trovare e annientare l'assassino dell'uomo
che lo aveva preceduto. Non si sarebbe dato pace finché non avesse ottenuto la
testa di Arkadin.
Lui, dal canto suo, aveva una conoscenza millimetrica dell'edificio, dato che lo
aveva comprato durante la fase di acquisizione della sua attività nel mercato
immobiliare. Era a conoscenza, per esempio, di un nuovo sistema di fognature
previsto per lo stabile, iniziato e mai portato a termine. Attraverso un'area
municipale sfitta da molto tempo, piena di erbacce e rifiuti, entrò nel simbolo
stantio e degradato della sua città natale: un condotto sotterraneo che puzzava di
morte e decomposizione. Si ritrovò subito nelle viscere oscure dell'edificio. Era
stato facile, un gioco da ragazzi, ma la situazione in cui si trovava non era molto
allegra. Era prigioniero nel luogo da cui voleva disperatamente fuggire.
L'aereo traballò in modo nauseante, svegliando Bourne di soprassalto. La
pioggia batteva sull'oblò di plexiglas. Si era addormentato sognando la
conversazione che aveva avuto con Tracy Atherton, la ragazza seduta vicino a lui.
Nel sogno parlavano di Holly Marie Moreau, invece che di Francisco Goya.
Aveva dormito profondamente durante il volo della Thai Airways, durato quasi
ventiquattr'ore, da Bali a Bangkok e poi da lì a Madrid. Ora si trovava su un aereo
della Iberia che da Madrid lo stava portando a Siviglia.
Era il volo più breve, ma si stava rivelando il peggiore. Continui vuoti d'aria,
dovuti a una tempesta in corso, facevano oscillare l'aereo che perdeva spesso
quota. Tracy Atherton tentò di guardare dritto avanti a sé, ma impallidì comunque.
Bourne le aveva sorretto la testa mentre vomitava nel sacchetto apposito, per ben
due volte.
Era una ragazza bionda e magrissima, con enormi occhi azzurri e un sorriso che
le illuminavano il volto; aveva denti bianchissimi e regolari. Le unghie erano ben
curate. Gli unici gioielli che indossava erano la fede d'oro e gli orecchini di
diamante, di certo costosi ma non vistosi. Portava una camicetta rossa sotto il
leggero tailleur di seta grigia.
«Lavoro al Prado di Madrid» gli aveva detto. «Un collezionista privato mi ha
fatta chiamare per autenticare un Goya venuto da poco alla luce. Però io credo che
sia un falso.» «Perché?» «Perché vorrebbero farlo passare per una delle Pitture
nere di Goya realizzate in un periodo successivo, quando l'artista era già sordo e
stava impazzendo per via dell'encefalite. Sono quattordici opere. Il collezionista
che mi ha contattata è convinto di essere in possesso della quindicesima.» Tracy si
fermò e scosse la testa. «Francamente, i dati storici non giocano a suo favore.»
Quando le condizioni atmosferiche migliorarono, la ragazza ringraziò Bourne e si
alzò per andare alla toilette a sistemarsi.
Jason aspettò qualche secondo, poi si abbassò, prese la cartellina di Tracy e l'aprì
per sbirciare tra i vari fogli che conteneva. Si era presentato come Adam Stone, il
nome scritto sul passaporto che Willard gli aveva dato prima che lasciasse
l'ambulatorio del dottor Firth. Adam Stone in teoria era un capitalista di ventura
che aveva un appuntamento con un potenziale cliente a Siviglia. Con l'immagine
dell'uomo che aveva cercato di ucciderlo stampata in testa, Jason studiava
chiunque avesse vicino, chiunque attaccasse bottone con lui per sapere dove fosse
stato e dove fosse diretto.
All'interno della cartellina c'erano alcune foto, dell'insieme e dei particolari, del
dipinto di Goya: uno studio raccapricciante di un uomo legato a quattro energici
stalloni che lo tiravano in direzioni opposte, sotto gli occhi di ufficiali divertiti che
fumavano, ridevano e punzecchiavano la vittima con le baionette.
Inoltre, c'era una serie di radiografie del dipinto accompagnate da una lettera che
ne certificava l'autenticità, firmata da un certo professor Alonzo Pecunia Zuniga,
un esperto di Goya del Museo del Prado. Non vedendo nient'altro di sospetto,
Bourne ripose i fogli nella cartellina e la richiuse. Perché la ragazza gli aveva
mentito dicendo di non credere che il quadro fosse autentico? Perché gli aveva
detto che lavorava al Prado se nella lettera che aveva letto Zuniga si riferiva a lei
come a un'esterna e non come a una collega del museo? Le sue domande
avrebbero presto trovato risposta.
Guardò fuori dal finestrino il cielo biancastro, e il pensiero andò al suo
nascondiglio. Aveva usato il computer di Firth per raccogliere informazioni su
Don Fernando Herrera. Innanzitutto, Herrera era colombiano e non spagnolo. Era
nato a Bogotà nel 1946, ultimo di quattro figli. Si era laureato in Economia a
Oxford con il massimo dei voti. Poi, inspiegabilmente, la sua vita prese tutt'altra
strada. Iniziò a lavorare come petrolero alla Tropical Oil Company e arrivò ai
vertici della carriera. Si spostò poi da un campo di trivellazione all'altro,
riuscendo ad aumentare in ognuno la produzione giornaliera di barili. Ebbe il
colpo di fortuna di comprare un campo per quattro soldi, dato che alcuni esperti
della Tropical Oil Company lo consideravano esaurito. E invece lui lo risollevò e
nel giro di tre anni lo rivendette a dieci volte tanto alla compagnia petrolifera.
E così fece il suo ingresso nel capitalismo di ventura, impiegando le enormi
somme guadagnate nel più stabile settore bancario. Comprò una piccola banca
regionale sull'orlo del fallimento, a Bogotà, ne cambiò il nome, e durante gli anni
Novanta la trasformò in un colosso nazionale. Aprì filiali in Brasile, in Argentina
e, di recente, anche in Spagna. Due anni prima aveva rifiutato una proposta
d'acquisto da parte del Banco Santander, preferendo rimanere indipendente. Ora la
sua Aguardiente Bancorp, che prendeva il nome dal liquore alla liquirizia tipico
del suo paese natale, vantava più di venti filiali. L'ultima aveva aperto cinque
mesi prima a Londra, centro di tutte le attività internazionali.
Era stato sposato due volte, aveva due figlie che vivevano in Colombia, e un
figlio, Jaime, che Don Fernando aveva messo a capo della filiale della
Aguardiente di Londra come amministratore delegato. Sembrava un tipo sveglio,
serio e pacato; Bourne non era riuscito a trovare nemmeno l'ombra di qualcosa di
torbido nella sua vita o nell'attività della Aguardiente, nei resoconti dei circoli
bancari internazionali.
Percepì che Tracy stava tornando al suo posto prima ancora di essere raggiunto
dal profumo di felce e agrumi. Si sedette nel posto accanto al suo tra i fruscii della
seta.
«Ti senti meglio?» La ragazza annuì.
«Da quanto tempo lavori al Prado?» le chiese.
«Da circa sette mesi.» Ma nel rispondere aveva esitato un secondo di troppo e
Bourne ebbe la conferma che stava mentendo. Di nuovo si chiese perché.
Cos'aveva da nascondere?
«Se non ricordo male» disse Bourne, «ci sono stati dei dubbi riguardo alcune
delle ultime opere di Goya.» «Sì, nel 2003» rispose Tracy. «Ma da allora le
quattordici Pitture nere sono state autenticate.» «Tutte tranne quella che stai
andando a vedere.» Tracy storse le labbra. «Nessuno l'ha ancora vista, tranne il
collezionista.» «E chi è?» La giovane donna distolse lo sguardo, sentendosi tutt'a
un tratto a disagio. «Non posso dirlo.» «Capisco...» «Perché lo stai facendo?» Si
voltò verso Bourne con la faccia arrabbiata. «Pensi che sia una stupida?» disse,
rossa di rabbia.
«So perché ti trovi su questo volo.» «Ne dubito.» «Ma per favore! Stai andando
da Don Fernando Herrera, proprio come me.» «Don Herrera è il collezionista?»
«Vedi che ho ragione?» Una luce vittoriosa si accese nei suoi occhi. «Lo sapevo!»
sbottò, scuotendo la testa. «Te lo dico una volta sola: non riuscirai a prendere quel
quadro. Sarà mio, a qualunque costo.» «A quanto pare non lavori al Prado, allora»
le disse Bourne, «né in qualsiasi altro museo. E perché mai saresti disposta a
spendere una montagna di soldi per un falso?» Tracy incrociò le braccia sul petto
e si morse le labbra, determinata a non aprire bocca.
«Il Goya non è un falso, vero?» Lei non rispose.
Bourne si mise a ridere. «Tracy, ti giuro che il motivo del mio viaggio non è
quel quadro di Goya. Non sapevo nemmeno che esistesse, prima che me ne
parlassi tu.» La ragazza lo guardò furente. «Non ti credo!» Bourne tirò fuori un
foglio ripiegato dal taschino della giacca e glielo fece vedere. «Tieni, leggi» le
disse. «Davvero, non mi importa. Leggi pure.» Willard aveva fatto un lavoro
eccellente, pensò, mentre Tracy apriva il documento.
La giovane lo guardò in faccia. «Ma questo è un prospetto per l'avviamento di
una società di e-commerce.» «Mi servono dei finanziamenti, e in fretta.
Dobbiamo imporci sul mercato prima dei nostri concorrenti» mentì Bourne. «Mi
hanno riferito che Don Fernando Herrera è un tipo che odia la burocrazia e che
potrebbe farci avere i soldi in tempi rapidissimi.» Non poteva rivelarle il vero
motivo per cui doveva incontrare Herrera, e prima l'avrebbe convinta che fosse un
suo alleato, prima avrebbe raggiunto il suo obiettivo. «Non lo conosco per niente.
Se potessi accompagnarmi da lui, te ne sarei grato.» Tracy gli restituì il
documento che Bourne ripose nel taschino, ma la sua espressione era ancora
diffidente.
«Come faccio a sapere che posso fidarmi di te?» Bourne alzò le spalle. «Nello
stesso modo in cui riesci a sapere qualsiasi altra cosa.» Lei ci rifletté per un
istante, poi annuì. «Hai ragione. Mi dispiace, non mi posso fidare.» «Ma io posso
darti una mano.» Tracy aggrottò la fronte, scettica. «Davvero?» «Ti farò avere il
Goya per una cifra irrisoria.» Lei scoppiò in una risata fragorosa. «E come pensi
di fare?» «Concedimi un'ora a Siviglia e vedrai.» «Ferie e permessi sono stati
revocati, tutti i dipendenti sono stati richiamati dalle vacanze» disse Amun
Chalthoum. «Ho messo tutti i miei uomini al lavoro per cercare di capire come
diavolo hanno fatto gli iraniani a oltrepassare il mio confine con un missile terraaria.» La situazione non era bella per lui, Soraya lo sapeva, anche se non aveva
ancora avuto un faccia a faccia con i suoi superiori. Questa violazione della
sicurezza diceva a chiare lettere: «disastro personale». O forse no? E se tutto
quello che le aveva detto fosse servito solo per confonderla e distrarla dalla
verità? E se magari, con la complicità del governo egiziano o di un ministro
troppo impaurito per alzare la voce contro l'Iran, al-Mukhabarat avesse deciso di
servirsi degli Stati Uniti come mandatario?
Si erano allontanati da Delia e il luogo del disastro, avevano attraversato la
falange degli avvoltoi mediatici che circondava il perimetro, e stavano viaggiando
a una velocità inaudita sulla 4x4 di Amun. Il sole mattutino illuminava il cielo di
una luce chiara. Nuvole pallide oziavano verso occidente, stanche di nuotare
attraverso l'oscurità della notte. Il vento soffiava gli ultimi refoli di aria fresca. Di
lì a poco Amun avrebbe dovuto tirare su i finestrini della macchina e accendere
l'aria condizionata.
Dopo aver setacciato ogni minima parte del punto in cui era avvenuta
l'esplosione all'interno della fusoliera, la task force aveva creato un rendering in
3D dei quindici secondi precedenti l'esplosione. Amun e Soraya erano entrati
nella tenda in cui si trovava il portatile e si erano raccolti intorno allo schermo. Il
caposquadra li aveva avvertiti: «E ancora molto grezzo. Abbiamo avuto poco
tempo per ricostruirlo». Quando il missile apparve sullo schermo, aggiunse: «E
non possiamo essere sicuri al cento per cento della traiettoria effettiva del missile.
Potremmo aver sbagliato di un grado o due».
Il missile colpì l'aereo, spezzandolo in due parti e facendolo precipitare con
movimenti a spirale. A differenza di quanto aveva detto il caposquadra, l'effetto
era molto realistico e agghiacciante.
«Ciò che sappiamo per certo è la portata massima del Kowsar.» Premette un
tasto per cambiare l'immagine e si materializzò una mappa topografica satellitare
della zona. Indicò una croce rossa. «Questo è il punto d'impatto.» Poi un cerchio
azzurro si sovrimpresse all'immagine precedente contenendo la zona intorno
all'area del disastro. «Il cerchio corrisponde alla portata massima del missile.» «Il
che significa che deve essere partito da un'area all'interno di questo cerchio»
osservò Chalthoum.
Soraya gli lesse in viso tutta la preoccupazione.
«Esatto.» Il caposquadra annuì. Era un uomo corpulento, calvo, con la grossa
pancia tipica degli americani e un paio di occhialini molto piccoli che continuava
a spingere sul naso. «Ma possiamo circoscrivere ulteriormente la zona, se volete.»
Premette un altro tasto e sullo schermo si formò un cono giallo. «Il punto in alto è
la zona in cui il missile ha impattato con l'aereo. La parte in basso è più ampia
perché abbiamo considerato un errore di circa il tre per cento nella traiettoria.»
Premette un altro tasto e l'immagine si ingrandì fino a rivelare un'area quadrata
nel vicino deserto. «Il missile è stato lanciato da un punto interno a questa zona.»
Chalthoum diede un'occhiata più da vicino. «Cosa sarà, un chilometro quadrato?»
«Poco meno» rispose il caposquadra con un sorrisino di esultanza.
In quel momento Soraya e Amun si stavano recando proprio in quell'area,
sperando di trovare qualche traccia dei terroristi e delle loro identità. Facevano
parte di un convoglio di cinque jeep su cui viaggiavano gli uomini di alMukhabarat. Soraya trovò strano e un po' inquietante il fatto che si stesse
abituando ad averli intorno. Teneva una mappa spiegata sulle ginocchia. L'area
che avevano visto sullo schermo del computer era segnata, mentre un'altra
immagine ingrandita presentava un reticolato di linee. Anche le altre auto erano
dotate dello stesso materiale. Il piano di Chalthoum era quello di mandare una
jeep a ogni angolo della sezione e farla lavorare verso l'interno, mentre lui e
Soraya avrebbero iniziato le loro ricerche dal centro.
Stavano sfrecciando a una velocità assurda, Soraya alzò lo sguardo verso Amun.
Il suo volto era scuro e teso. Dove la stava portando?, si domandò.
Di certo, se al-Mukhabarat era coinvolto, non le avrebbe permesso di sapere
neppure un briciolo della verità. Stavano facendo un buco nell'acqua?
«Li troveremo, Amun» replicò lui, non tanto perché ne fosse convinta, quanto
per alleviare la tensione.
La risata di Amun risultò più sgradevole del latrato di uno sciacallo. «Certo che
li troveremo» replicò lui sardonico. «Anche se per miracolo dovessimo riuscire a
trovarli, per me è comunque troppo tardi. I miei nemici faranno leva su questa
violazione della sicurezza, mi accuseranno di aver riempito di vergogna non solo
al-Mukhabarat, ma tutto l'Egitto.» Quell'inusuale tono di autocommiserazione
scosse Soraya. «Ma allora perché sprechi tempo con le indagini? Faresti prima a
tagliare la corda» osservò. Stava cominciando ad arrabbiarsi.
Il volto di Amun si fece ancora più scuro. Soraya ebbe l'impressione che
faticasse a trattenersi, e per un momento pensò che l'avrebbe colpita. Ma poi la
tempesta di emozioni passò e la sua risata risuonò allegra e profonda.
«E sì, dovrei averti sempre al mio fianco, azizti.» Lei si spaventò di nuovo,
questa volta per l'appellativo affettuoso, e provò un'improvvisa ondata di affetto
per quell'uomo. Non potè fare a meno di chiedersi se fosse tutta una recita, e fu
assalita da un senso di vergogna perché dentro di sé voleva credere che fosse del
tutto estraneo a quell'orrendo crimine. Voleva qualcosa da lui che forse non
poteva avere, ma che di certo non avrebbe mai avuto se fosse stato colpevole. Il
suo cuore le diceva che era innocente, ma la sua mente rimaneva ancorata
all'ombra del dubbio.
Amun si voltò verso di lei per un momento, la fissò con i suoi occhi scuri. «
Troveremo quegli stronzi. Li porterò di fronte ai miei superiori ammanettati e in
ginocchio. Lo giuro sulla tomba di mio padre.» Nel giro di quindici minuti
raggiunsero un'area del deserto che sembrava molto diversa dal paesaggio brullo
che avevano attraversato. Le altre quattro jeep si erano separate già da tempo,
rimanendo in contatto radio costante tra di loro e con Amun. Gli equipaggi
comunicavano ogni passo delle loro ricerche.
Soraya prese un binocolo e iniziò a ispezionare la zona in cerca di qualsiasi cosa
potesse risultare sospetta, ma era tutto fuorché ottimista. Il deserto, poi, era il loro
peggior nemico. Il vento, spostando la sabbia, poteva aver seppellito qualsiasi
cosa i terroristi avessero potuto per sbaglio lasciarsi alle spalle.
«Trovato niente?» le chiese Chalthoum venti minuti dopo.
«No... aspetta!» Soraya scostò il binocolo e indicò un punto alla loro destra.
«Laggiù, a ore due... a circa cento metri da qui.» L'egiziano svoltò in quella
direzione e aumentò la velocità. «Che cosa vedi?» «Non lo so... sembra una
macchia» rispose lei cercando di mettere a fuoco.
Appena arrivarono sul posto, Soraya saltò giù dalla jeep. Vacillò per lo slancio e
la morbidezza della sabbia, ma avanzò imperterrita. Quando Chalthoum la
raggiunse, era piegata a esaminare la chiazza scura.
«Non è niente» disse Amun disgustato. «Solo un ramo annerito.» «Forse no.»
Soraya scavò con le mani vicino al ramo quasi del tutto bruciato, mentre
Chalthoum cercava di evitare che la sabbia scivolasse di nuovo nella buca. A circa
cinquanta centimetri di profondità le sue dita trovarono qualcosa di freddo e
solido.
«Il ramo è impigliato in qualcosa!» esclamò eccitata.
Ma tirò fuori soltanto una lattina vuota: il ramo era impigliato sulla linguetta.
Quando tirò via il pezzo di legno, dalla lattina uscì una cascata di cenere.
«Qualcuno qui ha fatto un fuoco» dedusse. «Ma non c'è modo di capire da
quanto tempo queste ceneri sono conservate in questo luogo.» «Forse invece c'è.»
Chalthoum scrutò il cumulo di cenere della stessa forma a cono che avevano visto
sullo schermo e che rappresentava il margine di errore per il luogo da dove il
missile era stato lanciato.
«Tuo padre ti ha mai parlato del Nowruz?» «Il capodanno persiano
prerivoluzionario?» Soraya annuì. «Sì, ma non l'abbiamo mai celebrato.» «Nel
corso degli ultimi due anni, più o meno, è tornato molto in voga.» Chalthoum aprì
la lattina, la scosse per svuotarla del contenuto e annuì. «C'è più cenere di quella
che potrebbe servire per cucinare. E poi, un gruppo terroristico mangerebbe cibo
in scatola, qualcosa che non richieda cottura.» Soraya si sforzava di ricordare
qualcosa sui riti legati al Nowruz, ma alla fine si arrese e chiese a Chalthoum di
rinfrescarle la memoria.
«Si accende un fuoco sopra il quale salta ogni membro della famiglia, chiedendo
che il pallore dell'inverno venga sostituito dalle gote rosse, simbolo di salute. Poi
si partecipa a un banchetto durante il quale si raccontano storie ai bambini.
Mentre la festa continua i fuochi si spengono, e le ceneri, che rappresentano il
grigiore dell'inverno, vengono seppellite nei campi.» «Non riesco a credere che i
terroristi abbiano celebrato qui il Nowruz» disse Soraya.
Chalthoum separò le ceneri con il ramo. «Questo sembra un pezzo di guscio
d'uovo, e qui c'è una scorza d'arancia bruciata. L'uovo e l'arancia sono simboli
finali del banchetto.» Soraya scosse la testa. «Non avrebbero mai rischiato così
tanto. Qualcuno avrebbe potuto vedere il fuoco.» «Giusto» ammise Chalthoum,
«ma questo è un posto perfetto per seppellire il grigiore dell'inverno.» La guardò
dritta negli occhi e le chiese: «Sai quando è iniziato il Nowruz?».
Il viso di Tracy s'illuminò; rise di gusto. «Che bel tipo che sei, Adam.» D'un
tratto, però, venne sopraffatta da un dubbio: «Ma se ti presenti come esperto di
Goya, poi come farai a farti dare i soldi da Don Fernando per la tua attività?».
«Semplice» spiegò Bourne. «L'esperto se ne va e io ritorno come Adam Stone.»
Si liberò un posto, così Tracy iniziò ad avviarsi, ma Bourne la fermò con un
energico movimento della testa. Allo sguardo interrogativo della ragazza, Jason
rispose con un filo di voce quasi impercettibile: «L'uomo che è appena entrato...
no, non guardarlo. L'ho visto sul nostro aereo».
«E allora?» «Era anche sul mio stesso volo della Thai Air» aggiunse. «Ha fatto
tutto il viaggio con me, da Bali.» Tracy gli voltò le spalle e, con l'aiuto di uno
specchietto, riuscì a intravedere il tizio per un momento. «Chi è?» Cercò di
focalizzare bene il soggetto. «E cosa vuole?» «Non lo so» le rispose Bourne. «Ma
hai visto la cicatrice che ha sul lato del collo? Gli arriva fino alla mascella.» Tracy
azzardò un'altra occhiata nello specchietto, poi annuì.
«Chiunque lo mandi, vuole farmi sapere che è qua.» «Tuoi concorrenti?» «Sì,
sono dei criminali» improvvisò Bourne. «E una tipica tattica intimidatoria.» Uno
sguardo spaventato comparve sul volto di Tracy, che si allontanò da lui: «In che
razza di affari sporchi sei invischiato?».
«Le cose stanno esattamente come ti ho detto» la rassicurò Bourne. «Ma nel
mondo del capitalismo di ventura lo spionaggio industriale è all'ordine del giorno.
Uscire per primi sul mercato con un nuovo prodotto può fare la differenza: puoi
ritrovarti a vendere una quota a Google o Microsoft per mezzo miliardo di dollari,
oppure finire in miseria.» La spiegazione sembrò calmarla, ma era chiaro che era
ancora sotto pressione. «Che farai?» «Per il momento, niente.» Bourne andò
dall'altra parte della stanza e si sedette. Tracy lo seguì. Non appena scrisse museo
del prado sulla pagina di Google, lei si piegò sopra le sue spalle e gli sussurrò:
«Non stare a perdere tempo. La persona che cerchi è il professor Alonzo Pecunia
Zuniga».
Era l'esperto del Museo del Prado che aveva autenticato il Goya di Herrera.
Bourne si ricordò di aver letto quel nome sulla lettera contenuta nella cartellina di
Tracy.
Senza dire una parola, inserì il suo nome. Dovette scorrere diverse pagine di
notizie prima di poter vedere la foto del professore, ritratto mentre riceveva
un'onorificenza da parte di una delle tante fondazioni spagnole che si occupavano
di promuovere la storia e le opere di Goya nel mondo.
Capitolo 14
Alonzo Pecunia Zuniga era un uomo magro sulla cinquantina. Aveva la barba
lunga e le sopracciglia folte. Bourne controllò la data della foto per essere sicuro
che fosse recente. La ingrandì e poi la stampò per un paio di euro in più.
Utilizzando Google Local cercò l'indirizzo di alcuni negozi.
«La nostra prima meta» comunicò a Tracy, «è in una traversa del Paseo de
Cristóbal Colon, poco distante dal Teatro de la Maestranza.» «E l'uomo con la
cicatrice?» Bourne chiuse la pagina, poi andò sulle impostazioni del browser per
cancellare i cookies e la cronologia dei siti che aveva appena visitato.
«Spero che ci segua.» «Dio mio.» Tracy ebbe un brivido. «Io no.» Il grande
paseo correva lungo il ramo orientale del fiume Guadalquivir, nel barrio E1
Arenai di Siviglia. Era un quartiere storico, molto conosciuto dalle confraternite
della Semana Santa. Dalla bellissima arena Maestranza, adiacente all'omonimo
teatro, riuscivano a vedere l'imponente Torre del Oro del Tredicesimo secolo.
Faceva parte della fortificazione che aveva protetto la città dai suoi nemici di
sempre: i musulmani dell'Africa del Nord, gli Almohadi, fondamentalisti berberi
provenienti dal Marocco che furono scacciati da Siviglia e da tutta l'Andalusia nel
1230 dagli eserciti dei regni cristiani di Castiglia e d'Aragona.
«Sei mai stata a una corrida?» le chiese Bourne.
«No. Mi vengono i brividi solo all'idea.» «Be', ora hai la possibilità di vederne
una.» Le prese la mano e si avviò verso la cassa dell'entrata principale dove
comprò due sol barreras, gli unici posti in prima fila rimasti, nella zona dove
batteva sempre il sole.
Tracy esitò per un attimo. «Non sono sicura di volerlo fare.» «O vieni con me»
disse Bourne, «o ti lascio affrontare da sola il nostro Scarface.» La ragazza si
irrigidì: «Ci ha seguiti fin qui?».
Bourne annuì. «Andiamo.» Mostrò i biglietti e passò attraverso i cancelli
d'entrata. «Non ti preoccupare. Penserò a tutto io. Fidati di me.» Il fragore
violento indicava che la corrida era già cominciata. C'erano molte file di posti a
sedere sopra le quali si ergeva una linea continua di archi decorativi. Tracy e
Bourne si fecero largo lungo il corridoio, mentre il primo toro subiva la suerte de
picar. I picadores, che montavano cavalli bendati e dotati di protezioni,
conficcavano le punte corte delle loro lance nel collo dell'animale, mentre questo
sprecava energie cercando di disarcionarli. Negli orecchi dei cavalli erano stati
inseriti dei tessuti imbevuti di olio, per evitare che gli animali si imbizzarrissero a
causa del boato della folla. Le loro corde vocali erano state tagliate per renderli
muti, in modo che non potessero distrarre il toro.
«Okay» disse Bourne porgendole il biglietto. «Voglio che tu vada a prendere una
birra a quel chiosco laggiù. Bevila in mezzo alla gente, poi avviati verso i nostri
posti.» «E tu dove andrai?» «Fa' come ti ho detto e aspettami seduta.» Poi Bourne
individuò l'uomo con la cicatrice, che era appena entrato nella parte superiore
dell'arena per ottenere un vantaggio e accorciare la distanza che li separava, e
seguì Tracy con lo sguardo mentre si recava al chiosco delle bibite, tirò fuori il
telefono e fece Finta di parlare con uno dei suoi contatti che voleva far credere a
Scarface di dover incontrare all'arena. Annuì con enfasi, poi mise via il cellulare e
iniziò a fare il giro dell'arena. Doveva trovare un posto in ombra, dove avrebbe
potuto fare i conti con quell'uomo senza alcuna interferenza.
Con la coda dell'occhio vide che Scarface aveva gettato un'occhiata veloce a
Tracy prima di muoversi lungo il corridoio che si intersecava con la fila di sedili
disposta più in basso, dove si stava recando anche lui.
Bourne era già stato in quell'arena e ne conosceva a grandi linee la pianta. Stava
cercando il toril, il recinto dei tori, perché sapeva che lì vicino poteva trovare un
passaggio che lo avrebbe portato ai bagni di quel lato della Maestranza. Un paio
di giovani toreros erano appoggiati alla gabbia dei tori. Vicino a loro, il matador,
avendo sostituito il drappo rosa e oro con quello rosso, stava fermo immobile in
attesa del momento della suerte de matar, quando avrebbe fatto il suo ingresso
nell'arena armato soltanto della spada, della muleta e delle sue capacità atletiche
per finire la bestia ansante. O almeno, i fan della corrida la vedevano così. Altri,
come l'Asociación para la defensa del animal, la vedevano diversamente.
Mentre si avvicinava al toril, un colpo violento alla porta fece sobbalzare i
giovani toreros. Il matador si voltò per un momento in direzione dell'animale nel
recinto.
«Bene, sei impaziente di uscire a sentire l'odore del sangue» disse in spagnolo,
rivolgendosi al toro.
Poi si concentrò di nuovo sulla corrida, perché, con il toro da finire, quello era il
suo momento.
«Fuera!» urlarono gli aficionados. «Fuera!» «Fuori!» gridarono ai picadores che
per paura avevano indebolito troppo il toro, temendo di non godere di uno
spettacolo cruento per il quale invece avevano pagato il biglietto.
Mentre i picadores cavalcavano lontani dalla bestia, il matador iniziò a muoversi
per entrare nella corrida. Il tumulto della folla fu assordante. Nessuno fece caso a
Bourne che si era avvicinato alla zona vicino al toril, tranne Scarface che, come
Bourne potè vedere in quell'istante, aveva tre teschi tatuati sull'altro lato del collo.
Erano brutti e rudimentali, senza dubbio eseguiti in prigione, forse in un
penitenziario russo. E il compito di quell'uomo non si fermava di certo alla
semplice intimidazione. I teschi indicavano che era un killer professionista: tre
scheletri, tre omicidi.
Bourne era nell'ultima sezione degli spalti, oltre la quale si trovava l'arcata
decorativa che conduceva nell'area sottostante. Proprio ai suoi piedi si trovava il
muro che creava i divisori degli spazi in cui si riparavano i toreros per evitare le
cariche dei tori. Alla fine del muro, alla destra di Bourne, c'era il toril.
Scarface si avvicinava a grandi falcate, muovendosi come un fantasma lungo il
corridoio e tra le file di sedili. Bourne si voltò e passò sotto l'arcata, prendendo la
rampa che portava nell'area sotto, buia e piena di ombre. Fu subito investito da un
miasma di urina umana e muschio animale. Alla sua sinistra scorse il corridoio in
cemento che portava ai bagni. C'era una porta lungo la parete alla sua destra,
davanti alla quale stava una guardia in uniforme.
Mentre camminava verso quella figura alta e magra, un uomo oscurò la poca
luce del sole che riusciva a penetrare: Scarface. Bourne si avviò verso l'agente che
gli disse, in modo abbastanza brusco, che non poteva rimanere lì: era troppo
vicino ai tori. Bourne gli sorrise e si posizionò tra l'uomo e Scarface, e mentre si
avvicinava al primo iniziando un'amabile conversazione gli premette con forza
l'arteria al lato del collo. La guardia cercò di tirare fuori la pistola, ma Bourne la
bloccò con l'altra mano. L'uomo tentò di lottare, majason, con movimenti rapidi,
gli paralizzò la spalla destra con il gomito. L'agente stava per perdere coscienza
per il mancato apporto di sangue al cervello, e mentre cadeva in avanti Bourne lo
aiutava a stare dritto continuando a parlare con lui per far credere a Scarface che
fosse l'uomo con cui aveva parlato al telefono, un collega della persona che
doveva incontrare. Era importantissimo continuare a recitare bene. Nel frattempo
Scarface avanzava inesorabilmente.
Prendendo le chiavi dal fianco della guardia, Jason aprì la porta e spinse l'uomo
all'interno dello spazio buio. Entrò anche lui, poi chiuse la porta dietro di sé, ma
non prima di aver dato un'occhiata veloce a Scarface che stava correndo giù per la
rampa. Ora che aveva individuato il luogo in cui l'americano doveva incontrarsi
con l'uomo con cui aveva parlato al telefono, era pronto a cogliere di sorpresa la
sua preda.
Bourne si ritrovò in una piccola anticamera piena di bidoni in legno che
contenevano il cibo per i tori e un enorme lavabo in pietra saponaria con i
rubinetti e i tubi di scarico in zinco, sotto al quale c'erano secchi, stracci,
scopettoni, e bottiglie di plastica con sapone liquido. Il pavimento era ricoperto di
paglia, che riusciva ad assorbire soltanto una piccola parte del tanfo. Il toro,
nascosto dietro un muretto di cemento che arrivava fino al petto di Bourne, sbuffò
e muggì percependo una presenza estranea. Le urla frenetiche della folla si
riversavano come onde sopra il toril, sul quale la luce del sole, carica dei mille
colori che si riflettevano dai costumi del matador e dai vestiti degli spettatori,
chiazzava il muro più alto del recinto come fossero ampie e istintive pennellate di
un artista.
Bourne prese uno straccio da uno dei secchi, e aveva già attraversato
l'anticamera per metà, quando la porta dietro di lui si aprì in maniera così lenta
che Bourne dovette fissarla bene per accertarsi che si stesse davvero muovendo.
Appoggiando la schiena contro il muretto, si spostò verso sinistra in modo che il
battente, spalancandosi, avrebbe impedito a Scarface di individuarlo.
Il toro, spaventato e irritato dagli odori umani che lo raggiungevano, colpì il
muretto con le zampe talmente forte che un pezzo di stucco volò vicino a Bourne.
Scarface sembrò esitare per un secondo: stava senz'altro cercando di capire cosa
fosse quel rumore. Bourne era sicuro che non sapesse che ci fosse un toro lì, in
attesa del suo turno di morire agonizzante nella prossima corrida. Era una creatura
fatta solo di muscoli e istinto, facile da provocare, facile da disorientare, veloce e
micidiale, a meno che non fosse sopraffatta dallo sfinimento e dalle centinaia di
ferite dalle quali la sua vita sarebbe gocciolata via nella polvere della corrida.
Bourne si mosse furtivo dietro la porta mentre Scarface varcava la soglia con un
coltello dalla lama lunga e sottile, come la spada del matador. La punta era rivolta
verso l'alto, in modo che il coltello potesse tagliare, conficcarsi o essere lanciato
con estrema facilità.
Jason si avvolse con lo straccio le nocche della mano sinistra, per proteggerle.
Lasciò che Scarface facesse un primo passo nell'anticamera, poi lo attaccò di lato.
L'istinto dell'uomo fu di far compiere alla lama movimenti semicircolari, mentre
lui si spostava verso l'ombra sfocata che aveva intravisto con la coda dell'occhio.
L'americano deviò la lama con la mano rivestita di stracci. L'assalitore scattò
sulla difensiva, Bourne gli si parò davanti e, piantando bene il piede a terra, gli
assestò un pugno micidiale al plesso solare. Scarface rantolò spalancando gli
occhi per lo stupore. Un momento dopo, però, afferrò il braccio destro di Jason,
esercitando una forte pressione con l'intenzione di rompergli l'osso
dell'avambraccio.
Bourne vacillò per il dolore fortissimo e Scarface approfittò di quell'attimo di
smarrimento per accoltellarlo al petto.
L'americano però scartò in avanti, cogliendolo di sorpresa; gli intrappolò il
braccio sinistro mentre continuava a spingerlo in un angolo della stanza, contro il
muretto di cemento.
Scarface, irritato, raddoppiò gli sforzi per rompere il braccio di Bourne. Ancora
un secondo e l'osso si sarebbe spezzato. Dall'altro lato del muretto, il toro percepì
l'odore del sangue nell'aria e gli zoccoli si scagliarono di nuovo con violenza
contro il cemento. Le vibrazioni si trasmisero anche alla schiena di Scarface,
facendogli sobbalzare il braccio con cui teneva bloccato Bourne.
Per un momento Jason si liberò, ma l'altro aveva mosso il coltello nella mano
intrappolata in modo che la lama gli squarciasse la schiena in verticale, facendo
fuoriuscire il sangue. Bourne ruotò su se stesso, ma la lama gli si conficcò ancora
di più nella pelle, finché non saltò dall'altra parte del muretto.
Scarface lo seguì senza esitare. Adesso si trovavano entrambi su un territorio
sconosciuto, dovendo affrontare non solo il proprio nemico, ma anche il toro
infuriato.
Nonostante Bourne sapesse, a differenza del suo avversario, cos'avrebbe trovato
al di là del muro, fu sorpreso dalle dimensioni dell'animale. Come la corrida,
anche il recinto aveva una zona di luce e una d'ombra. Si vedeva la polvere
sospesa nel chiarore della parte superiore, ma nella zona sottostante regnava un
buio da caverna del Minotauro. Vide il toro, gli occhi rossi che luccicavano nel
buio, le labbra nere macchiate di schiuma. Lo fissava, scavando la terra con gli
zoccoli enormi. La coda si muoveva avanti e indietro, le spalle immense erano un
fascio di muscoli e tendini. Abbassò la testa con fare minaccioso.
In quell'istante Scarface gli fu sopra. Non si era ancora accorto della creatura
con cui condividevano il recinto. I tre teschi, ognuno rivolto in una direzione
diversa, oscurarono la vista di Bourne. Alzò il gomito mirando alla gola, ma colpì
il petto dell'avversario, che era riuscito a deviare il colpo. Quasi nello stesso
istante, Scarface piantò un pugno in una tempia ajason, facendolo cadere sul
pavimento di terra compressa; lo seguì nella caduta e lo afferrò per l'orecchio per
sollevargli la testa e poi sbattergliela di nuovo contro il terreno.
Bourne stava per svenire. Scarface si mise a cavalcioni sulla sua cassa toracica
con tutto il peso. Sogghignò per un momento poi gli sbatté la testa a terra
ripetutamente, ogni volta provando maggior piacere.
Dov'è il suo coltello?, riuscì a domandarsi Jason in quel momento. Tastò il
pavimento con entrambe le mani, ma i suoi occhi erano abbagliati, l'ombra e la
luce della stanza gli roteavano intorno fondendosi in una girandola di scintille
d'argento. Sentì il respiro farsi pesante, il cuore martellargli in petto, ma quando il
nemico gli sbatté la testa un'altra volta sul terreno, anche queste flebili sensazioni
iniziarono a scomparire lasciando il posto a un tepore che dalle estremità si
propagava verso l'interno, intontendolo. Quel calore era lenitivo, si portava via
tutto il dolore, lo sforzo e la volontà. Si ritrovò a galleggiare su un fiume di luce
bianca che lo portava lontano dal suo mondo di tenebre.
Di colpo sentì qualcosa di freddo e per un attimo credette che fosse il respiro di
Shiva, il distruttore, poiché sentiva il suo volto incombere sopra di lui. Poi capì
che la sensazione di freddo veniva dalla lama del coltello. Ne afferrò il manico e
con l'ultimo barlume di istinto di sopravvivenza conficcò la lama nel fianco di
Scarface, trapassando la pelle che ricopriva le costole e arrivando al cuore.
L'uomo con la cicatrice si alzò, le spalle gli tremavano, ma forse, pensò Bourne,
era solo l'effetto della sua testa che continuava a girargli per i colpi che aveva
preso. Faticò a mettere a fuoco. Come diavolo era possibile che la testa di
Scarface si fosse trasformata in quella di un toro? Non si trovava a Creta, e quella
non era la caverna del Minotauro. Stava a Siviglia, alla corrida Maestranza.
A quel punto tornò in sé e comprese in quale parte della corrida si trovasse.
Il recinto del toro!
Guardò verso l'alto, ancora disteso a terra, e vide l'animale imponente e
minaccioso incombere su di lui a testa bassa, lo zoccolo alzato pronto a
sventrarlo.
Il sottosegretario Stevenson non sembrava messo bene quando Moira e Veronica
lo trovarono, così come gli altri corpi distesi sui lastroni di pietra all'obitorio del
Distretto di Columbia. Le due donne avevano cercato intorno alla zona della
Fontana della Corte di Nettuno nei pressi dell'entrata della Biblioteca del
Congresso. Come prevedeva il protocollo, avevano iniziato le ricerche dal punto
di origine, in questo caso la fontana, per poi muoversi a spirale verso l'esterno,
sperando di trovare qualche traccia che Stevenson poteva aver lasciato per capire
cosa gli fosse successo.
Moira aveva già chiamato la moglie del sottosegretario e sua figlia, che era
sposata, ma nessuna delle due lo aveva visto o sentito. Stava cercando il numero
di Humphry Bamber, un vecchio amico di Stevenson e suo compagno di stanza ai
tempi del college, quando la Hart ricevette una telefonata in cui le comunicavano
che era stato trovato un cadavere corrispondente alla descrizione del
sottosegretario. La polizia aspettava qualcuno per il riconoscimento. Se si fosse
trattato di Stevenson, i poliziotti avrebbero poi potuto contattare la moglie per il
riconoscimento formale.
«È ridotto malissimo» osservò la Hart in piedi davanti al corpo del povero
Stevenson. «Cosa gli è successo?» chiese al medico legale.
«Lo hanno investito e lasciato in mezzo alla strada. Le vertebre cervicali dalla
C1 alla C4 sono rotte, così come gran parte del bacino. Si deduce, quindi, che il
veicolo che lo ha tirato sotto doveva essere molto grande: un SUV o un camion.»
Il medico legale era una donna piccola ma ben fatta, con un'aureola di ricci ribelli.
«E morto sul colpo, non ha sentito niente, se può consolare.» «Dubito che possa
essere di consolazione per la famiglia» disse Moira.
Il coroner andò avanti con estrema serenità, abituata com'era a vedere e sentire
cose del genere. Non era insensibilità, né cinismo, era solo il suo lavoro che le
imponeva di rimanere distaccata.
«La polizia sta indagando, ma dubito che troveranno qualcosa.» Alzò le spalle
sfiduciata. «In casi del genere non trovano mai niente.» Moira si innervosì. «Ha
notato qualcosa di anomalo?» «No, non nei primi esami, almeno. Il tasso alcolico
rilevato era quasi pari a due, il doppio del limite consentito dalla legge, quindi è
molto probabile che fosse disorientato quando si è avvicinato alla strada, e che
abbia attraversato in un momento in cui invece avrebbe dovuto rimanere sul
marciapiede» ipotizzò il medico legale. «Aspetteremo il riconoscimento formale,
comunque, per iniziare l'autopsia completa.» Le due donne si allontanarono e la
Hart disse a Moira: «Quello che mi sembra strano è che non gli abbiano trovato
addosso un portafoglio, le chiavi, niente che indicasse chi fosse».
«Se lo hanno investito con premeditazione» ragionò Moira, «è probabile che gli
assassini non volessero che il cadavere fosse subito identificato.» «Di nuovo la
tua teoria del complotto.» La Hart scosse la testa. «Okay, ammettiamo per un
attimo che tu abbia ragione. Se fosse stato assassinato, perché avrebbero lasciato
che lo ritrovassimo? Gli assassini avrebbero potuto rapirlo, ucciderlo, e
seppellirlo in un luogo in cui non si sarebbe mai andato a scavare per secoli.»
«Per due motivi» rispose Moira. «Innanzitutto, è uno dei sottosegretari del
Dipartimento della Difesa. Ti immagini che genere di caccia all'uomo si sarebbe
scatenata nel momento in cui sarebbe stato dichiarato scomparso o per quanto
tempo il suo nome sarebbe stato sulle prime pagine di tutti i giornali? No, queste
persone lo volevano morto una volta per tutte, ecco il perché della messa in scena
dell'incidente.» La Hart alzò la testa. «E il secondo motivo?» «Vogliono mettermi
paura per farmi stare alla larga da quello che spaventava Weston a morte.»
«Pinprickbardem. » «Proprio così.» «Sei diventata peggio di Bourne, con queste
teorie sui complotti.» «Tutte le teorie di Jason si sono rivelate esatte» ribatté
Moira con impeto.
La direttrice della CIA non sembrava ancora convinta. «Non esageriamo,
okay?» Quando raggiunsero la porta, Moira si voltò indietro per dare un ultimo
sguardo a Stevenson. Poi uscirono dalla stanza. In corridoio, Moira chiese a
Veronica: «Penseresti ancora che sto esagerando se ti dicessi che Stevenson era un
ex alcolista?».
«Magari è stata proprio la paura a spingerlo a rimettersi a bere.» «Tu non lo
conoscevi» le disse Moira. «Per lui rimanere sobrio era diventato una religione, la
ragione per cui continuare a vivere. Non aveva bevuto nemmeno un bicchiere,
negli ultimi vent'anni. Non avrebbe ricominciato per niente al mondo.» Il toro si
stava avvicinando e niente avrebbe potuto fermarlo. Bourne afferrò il coltello, lo
estrasse dal fianco di Scarface, e rotolò su se stesso spostandosi da una parte.
L'animale sentì l'odore di sangue fresco, agitò le corna e le conficcò nell'inguine
dell'uomo con la cicatrice. Il toro scosse la testa enorme, sollevando Scarface, che
sembrava fatto di cartapesta, e lo sbatté contro il muretto.
Sbuffando e agitando gli zoccoli anteriori, la bestia caricò il cadavere,
impalandolo con tutte e due le corna e sbattendolo di qua e di là. Lo avrebbe
ridotto a brandelli in pochissimi secondi. Bourne si alzò in fretta, muovendosi
verso l'animale con passi sicuri. Quando fu abbastanza vicino, lo colpì con la
parte piatta della lama sul muso nero e luccicante.
Il toro si arrestò di colpo, confuso, e indietreggiò, lasciando andare il corpo
ricoperto di sangue, che cadde a terra. L'animale tenne la posizione, le zampe
anteriori ben divaricate, scosse la testa da una parte all'altra, come se non riuscisse
a capire da dove fosse arrivato il colpo o cosa significasse. Il sangue gli colava
sulle corna, gocciolando sul pavimento. Fissò Bourne, incerto su come affrontare
questo secondo intruso nel suo territorio, poi emise un verso gutturale. Nell'attimo
in cui fece il primo passo verso di lui, Bourne lo colpì di nuovo con la lama, e
l'animale si arrestò, sorpreso, sbuffando e muovendo la testa come volesse
liberarsi del dolore pungente.
Bourne si voltò e si accovacciò vicino al cadavere. Cercò in fretta nelle tasche di
Scarface. Doveva scoprire chi lo aveva mandato. Secondo la descrizione che
Wayan aveva fatto di un uomo con gli occhi grigi, Scarface non doveva essere lo
stesso che aveva cercato di ucciderlo a Bali. E se lo avesse mandato lo stesso
uomo che si celava dietro l'abile tiratore? Doveva trovare le risposte, Scarface gli
era del tutto estraneo. E se lo avesse conosciuto in passato, ma non riuscisse a
ricordarlo? Come ogni altra volta in cui erano saltati fuori degli interrogativi che
potevano far affiorare dettagli della sua vita precedente, si sentiva come se non
sarebbe riuscito a darsi pace finché non avesse trovato le risposte.
Tranne un rotolino di euro insanguinati, le tasche di Scarface erano praticamente
vuote. Doveva aver lasciato il passaporto falso e altri documenti, sempre
contraffatti, in un posto protetto, oppure in una cassetta di sicurezza all'aeroporto.
Ma dov'era la chiave?
Bourne spostò il corpo per cercarla, quando il toro si riprese dalla confusione
temporanea e gli venne incontro caricando. Il suo braccio era nella traiettoria delle
corna. Jason riuscì a tirarlo via all'ultimo secondo, ma il toro scosse la testa con
violenza e il corno gli tagliò il braccio per tutta la lunghezza, portandosi via la
pelle che rimase appesa come un piccolo nastro sottile.
Afferrando tutte e due le corna, Bourne le usò come perno per saltare a cavallo
della bestia. Per un momento il toro rimase disorientato. Poi, sentendo il peso del
corpo modificarsi, si lanciò in avanti, andando a sbattere di nuovo contro il
muretto. Ma questa volta lo fece di lato, e se Bourne non avesse sollevato la
gamba in tempo sarebbe rimasta schiacciata tra il muretto e i muscoli della bestia.
Per l'urto, sobbalzò oltre la metà del dorso dell'animale. Se fosse caduto, sarebbe
stata la fine. Nel giro di pochi secondi sarebbe stato calpestato.
Dovette reggersi forte di nuovo, poiché il toro si stava preparando per una nuova
carica nel tentativo di scrollarselo di dosso. Bourne aveva ancora il coltello di
Scarface. Forse la lama era abbastanza lunga per dare il colpo di grazia al toro e
farlo cadere in ginocchio, ma doveva scegliere il punto preciso e l'inclinazione
perfetta. Dentro di sé, però, sapeva che non lo avrebbe mai fatto. Uccidere una
bestia del genere da dietro, considerando anche che era spaventata a morte, gli
sembrava un atto da codardi. Pensò al maialino di legno della piscina di Bali, al
sorriso eterno da saggio mistico intarsiato sul muso dipinto. Quel toro doveva
vivere la sua vita, Bourne non aveva nessun diritto di sottrargliela.
In quel momento venne quasi sbalzato via. Il toro aveva di nuovo colpito il
muretto in un angolo, muovendo la testa verso il basso e verso sinistra, nel
disperato tentativo di liberarsi del peso che aveva addosso. Bourne si lanciò con
dolore verso le corna a cui si aggrappò con forza. Il braccio gli faceva male nel
punto in cui Scarface aveva cercato di romperlo, la ferita sulla schiena sanguinava
ancora, ma la cosa peggiore era che si sentiva come se gli avessero spaccato la
testa in mille pezzi. Sapeva di non poter resistere a lungo, ma finire sul pavimento
significava morire.
Nel momento in cui le urla della corrida si fecero più forti, il toro piegò le
zampe anteriori, inclinando il dorso verso il basso. Bourne dovette allentare la
presa, andando a sbattere contro il muretto, che era ormai pieno dei segni delle
cariche.
Cadde a terra stordito. Sentiva il respiro del toro sopra di sé, le corna erano a un
soffio dal suo viso. Cercò di muoversi, ma non ci riuscì. L'aria entrava e usciva
con affanno dai suoi polmoni, e venne colto da una terribile sensazione di
vertigine.
Gli occhi rossi lo fissavano con uno sguardo truce, i muscoli sotto la pelle lucida
erano pronti per l'attacco finale e Bourne sapeva che di lì a un secondo le corna
insanguinate lo avrebbero trafitto come una bambola di pezza, così com'era
successo a Scarface.
***
Capitolo 15
Il toro barcollò, bagnando il viso di Bourne con uno spruzzo di vapore caldo. La
bestia gettò gli occhi all'indietro e la testa enorme si schiantò a terra vicino ai
piedi di Jason con un tonfo pesante. Bourne, faticando per schiarirsi la mente
confusa, si strofinò gli occhi con l'avambraccio, appoggiò la testa al muretto e
vide la guardia che aveva atterrato e condotto nell'anticamera.
Stava in piedi nella classica posa di chi sa sparare bene: gambe divaricate, piedi
ben piantati al suolo; la mano salda sul calcio della pistola con la quale aveva
appena sparato due colpi al toro, ormai morto, puntava adesso dritta verso
Bourne.
«jLevàntate!» gli ordinò. «Alzati e metti le mani bene in vista.» «Va bene» disse
Bourne. «Un momento.» Con una mano fece leva sulla parte superiore del
muretto per aiutarsi e, tra molti sforzi, riuscì a tirarsi su. Appoggiò con attenzione
il coltello di Scarface sempre sulla parte superiore del muretto e mostrò alla
guardia i palmi delle mani.
«Che stai facendo?» Il viso dell'uomo era livido di rabbia. «Figlio di puttana,
guarda cosa mi hai costretto a fare. Hai una vaga idea di quanto costi un toro
così?» Bourne indicò il cadavere ridotto a brandelli di Scarface. «Io non ho fatto
niente. E stato lui. E un killer professionista. Io ho solo cercato di difendermi.»
L'agente in uniforme aggrottò le sopracciglia. «Chi? A chi ti riferisci?» Fece
alcuni passi verso Bourne, poi vide quel che rimaneva di Scarface. «Madre de
Dios!» urlò.
Bourne saltò oltre il muretto e si ritrovò nel recinto del toro, mentre la guardia
barcollava all'indietro. Per un secondo i due lottarono per la pistola, poi Bourne
vibrò un colpo al lato del collo dell'uomo, che si accasciò a terra privo di sensi.
Prima di andarsene, gli controllò il polso, accertandosi che fosse regolare, poi
scavalcò di nuovo il muretto e mise la testa sotto il getto d'acqua fredda del lavabo
in pietra saponaria, sia per mandare via le macchie del sangue del toro sia per
riprendersi un po'. Utilizzò lo straccio più pulito tra quelli riposti sotto il
lavandino, si asciugò - ancora un po' stordito - e salendo i gradini della rampa si
ritrovò nel bagliore colorato della corrida, dove il matador stava compiendo
trionfante il giro dell'arena mostrando alla folla in visibilio l'orecchio del toro.
La bestia giaceva quasi al centro della corrida, mutilata, abbandonata, con le
mosche che ronzavano intorno alla testa immobile.
Soraya percepì la presenza di Amun al suo fianco. Quante bugie le aveva
raccontato?, si chiese. Aveva dei nemici nelle alte sfere del governo egiziano, o
erano state proprio queste persone a dargli l'ordine di barattare un Kowsar 3 e
colpire l'aereo americano?
«Quello che mi preoccupa di più» disse Amun rompendo il breve silenzio che si
era creato tra loro due, «è che qualcuno deve per forza aver aiutato gli iraniani ad
arrivare fin qui. E facile passare inosservati nel caos dell'Iran, ma poi che scelte
avevano? Non avrebbero mai preso la strada verso nord, avrebbero dovuto
attraversare la Giordania e il Sinai. E troppo rischioso. I giordani li avrebbero fatti
fuori, e il Sinai è troppo scoperto e pieno di pattuglie.» Scosse la testa. «No,
devono per forza aver attraversato l'Arabia Saudita e il Mar Rosso. E questo
significa che, con tutta probabilità, sono arrivati a Hurghada.» Soraya conosceva
quella località turistica sul Mar Rosso, una mecca di relax baciata dal sole adatta a
chi è troppo stressato, proprio come Miami Beach. Amun aveva ragione: la sua
atmosfera tranquilla e festaiola la rendeva un ottimo punto d'approdo per il
gruppo terroristico, che poteva essersi mischiato alla folla di turisti, o meglio ai
pescatori egiziani, passando così inosservato.
Amun premette sull'acceleratore, sfrecciando tra macchine e camion. «Ho fatto
preparare un piccolo aereo che ci porterà a Hurghada. Faremo colazione a bordo.
Nel frattempo possiamo buttare giù un piano strategico.» Soraya chiamò
Veronica, che rispose subito.
Una volta informata sugli ultimi avvenimenti, la Hart disse: «Il presidente
parlerà al Consiglio di Sicurezza dell'ONU domani mattina. Chiederà una
condanna formale dell'Iran».
«Senza prove definitive?» «Halliday e il suo entourage della NSA hanno
convinto il presidente che la relazione scritta da loro fornita è l'unica prova di cui
abbiamo bisogno.» «Mi sembra di capire che non sei d'accordo» disse Soraya con
freddezza.
«No, non del tutto. Se ci mettiamo ancora una volta in una posizione difficile,
come abbiamo già fatto con le armi di distruzione di massa in Iraq, e veniamo
smentiti, si scatenerà un disastro completo sia politico sia militare. Avremo
imprigionato il mondo in una guerra: impossibile da condurre per ogni paese,
compreso il nostro, checché ne dica Halliday. Devi trovare le prove definitive del
coinvolgimento iraniano.» «Io e Chalthoum stiamo lavorando proprio a questo,
ma la situazione si è fatta un po' più complicata.» «Che vuoi dire?» «Secondo
Chalthoum gli iraniani devono essere stati aiutati da qualcuno per far entrare il
missile in Egitto, e anch'io sono d'accordo con questa teoria.» Ripetè alla
direttrice della CIA le statistiche che Amun le aveva fornito poco prima. «La
maggior parte di quelli che hanno preso parte all'attacco dell'11 settembre erano
sauditi. Se lo stesso gruppo risulta essere coinvolto con una rete terroristica
iraniana o, cosa ancora peggiore, con il governo iraniano stesso, le implicazioni
sarebbero persino più gravi. Gli iraniani infatti sono sciiti, mentre la stragrande
maggioranza dei sauditi è wahabita, diramazione della setta sunnita. Come saprai,
sunniti e sciiti sono acerrimi nemici. Questo apre la possibilità che abbiano
concordato una tregua temporanea, oppure che abbiano stretto un'alleanza per
raggiungere uno scopo comune.» A Veronica mancò il respiro. «Santo cielo,
stiamo parlando dello scenario apocalittico che ha terrorizzato per anni noi e
l'intelligence europea.» «E non senza un motivo» concluse Soraya, «perché
significa che l'Islam ormai unito si sta preparando a muovere una guerra totale
all'Occidente.» Bourne sentì fitte di dolore alla ferita vicino al cuore e temette che
si fosse riaperta. Uscendo dal recinto si era diretto verso i bagni, dove avrebbe
potuto ripulirsi un po' del sangue che aveva imbrattato i suoi vestiti, ma scorse
due poliziotti che stavano venendo verso il recinto. Qualcuno nell'arena si era
accorto di ciò che stava succedendo e aveva dato l'allarme? O forse la guardia
aveva ripreso conoscenza? Non c'era tempo per le congetture. Fece dietrofront
incamminandosi nella direzione opposta e salì la rampa che lo portò alla luce del
crepuscolo di Siviglia. Udì alcune voci chiamare dietro di sé. Stavano cercando
lui? Senza voltarsi, iniziò a cercare Tracy, che, forse intuendo la pericolosità della
situazione, aveva già abbandonato il suo posto per andarlo a cercare. Quando i
loro sguardi si incrociarono, lei non gli andò incontro, ma prese a camminare
verso l'uscita più vicina, in modo da fargli strada.
La folla che riempiva l'arena era inquieta; c'era chi parlava con il suo vicino di
posto, chi faceva la fila ai chioschi delle bibite, o ai bagni. Alcuni uomini
portarono via la carcassa del toro dal centro dell'arena, rastrellando la sabbia per
coprire il sangue fresco e per preparare il terreno per lo spettacolo successivo.
Bourne sentì il dolore al petto detonare come una bomba. Vacillò e cadde contro
due donne, che si voltarono a guardarlo mentre si rialzava. Persino in quello stato
riuscì a rendersi conto della quantità di poliziotti che stavano entrando nello
stadio. Non c'era più alcun dubbio: era stato dato l'allarme.
Uno degli agenti che l'aveva seguito nelle profondità dell'arena era emerso e gli
stava dando la caccia. Si diresse verso il pubblico sugli spalti approfittando del
fatto che tutti si stavano muovendo, rendendogli più facile perdersi tra la
moltitudine. Si avviò verso l'uscita dove Tracy lo stava aspettando.
Ma l'agente lo doveva aver scorto tra la calca, perché stava correndo verso di lui
facendosi spazio. Bourne cercò di capire quanto fosse distante dall'uscita e si
chiese se ce l'avrebbe fatta, data la velocità con cui il poliziotto stava
sopraggiungendo.
Un secondo dopo vide Tracy emergere fra la gente. Senza nemmeno guardarlo,
gli passò vicino nel verso contrario. Che stava facendo?
Mantenendo l'andatura, Jason si arrischiò per un secondo a lanciarsi un'occhiata
alle spalle e vide la ragazza parlare con l'agente. Riuscì a sentire la sua voce a
tratti, lamentosa e accusatoria, che reclamava per il furto del cellulare che le
avevano scippato dalla borsa. Il poliziotto era ovviamente impaziente di liberarsi
di lei, ma quando cercò di andarsene e ignorarla Tracy alzò la voce talmente tanto
che tutti si girarono a curiosare e l'agente fu costretto ad ascoltarla.
Malgrado il dolore lancinante, sul viso di Bourne comparve un sorriso. Ancora
tre passi e raggiunse l'uscita, ma no'n appena la oltrepassò sentì una fitta di dolore
persino più forte e cadde contro il muro di cemento, sforzandosi di riuscire a
respirare tra la gente che andava e veniva spingendolo da ogni parte.
Accampando qualche scusa, Tracy si allontanò dall'agente per recuperare
Bourne, che dovette concentrarsi parecchio sulla respirazione per non svenire.
«Forza» lo incitò lei, mettendogli un braccio sotto il suo e aiutandolo a
confondersi tra la folla per scendere nell'enorme vestibolo, dove la gente fumava
commentando le prodezze del matador. Intravidero le porte a vetro che portavano
in strada e cercarono di guadagnare l'uscita.
«Cristo santo, ma che ti è successo là dentro?» gli domandò Tracy. «Hai ferite
gravi?» «No, non sono gravi.» «Sei sicuro? Sembri un cadavere.» In quel
momento tre agenti di polizia si avvicinarono alle porte a vetro dell'arena.
Moira e Veronica Hart decisero di prendere la berlina che la Trevor aveva
noleggiato, dato che la Buick bianca era una macchina del tutto anonima.
Trovarono Humphry Bamber, l'amico più caro del sottosegretario Stevenson, nel
suo centro benessere. Aveva appena finito di allenarsi, e uno dei dipendenti era
andato a chiamarlo nella sauna. Uscì con indosso delle infradito blu, un
asciugamano avvolto intorno alla vita e un altro, più piccolo, intorno al collo che
usava per tamponarsi il sudore sul viso.
Non aveva proprio bisogno di indossare nient'altro, pensò Moira. Aveva un
corpo scolpito e modellato come quello di un atleta professionista. Doveva
passare un mucchio di tempo in palestra a curare addominali e bicipiti.
Salutò le due ragazze con un sorriso enigmatico. I capelli biondi gli scendevano
sulla fronte facendolo apparire ancora più giovane. I grandi occhi chiari le
osservarono con fredda precisione, che a Moira parve stranamente neutrale.
«Ragazze» disse, «cosa posso fare per voi? Marty mi ha detto che era urgente.»
Si riferiva al ragazzo che era andato a interrompere la sua sauna.
«Sì, lo è, infatti» rispose la Hart. «C'è un posto dove possiamo parlare in
privato?» L'espressione di Bamber si fece più seria. «Siete della polizia?» «E se
rispondessimo di sì?» Humphry si strinse nelle spalle. «Sarei ancora più
curioso...» La Hart gli fornì alla svelta le sue credenziali, che lo lasciarono a
bocca aperta.
«Sono sospettato di passare informazioni segrete al nemico?» «Quale nemico?»
chiese Moira.
Bamber si mise a ridere. «Lei mi piace» le disse. «Come si chiama?» «Moira
Trevor.» «Uh-oh.» L'espressione dell'uomo si fece cupa. «Mi hanno avvertito di
stare attento a lei.» «Avvertito!?» esclamò Moira. «Chi?» Ma conosceva già la
risposta.
«Un tizio chiamato Noah Petersen.» Moira ripensò a quando Noah le aveva
preso il cellulare di Weston dalle mani. Era probabile che fosse riuscito a
rintracciare Bamber proprio attraverso quel telefono.
«Mi ha detto...» «Il suo vero nome è Perlis» lo interruppe Moira. «Noah Perlis.
Non dovrebbe credere a niente di quello che afferma.» «Mi ha avvertito che
l'avrebbe detto.» Moira fece una risata sarcastica. La Hart intervenne: «Troviamo
un luogo appartato, per cortesia, signor Bamber».
Humphry annuì e si incamminarono verso un ufficio inutilizzato. Entrarono e si
chiusero la porta alle spalle. Quando furono tutti seduti, la Hart esordì: «Temo che
dovremo darle delle brutte notizie. Steve Stevenson è morto».
Bamber sembrò affranto. «Che cosa!?» La Hart continuò: «Il signor Peter...
Perlis non l'ha avvertita?».
L'uomo scosse la testa. Si avvolse l'asciugamano più piccolo intorno alle spalle,
come se all'improvviso sentisse un gran freddo. Moira non poteva biasimarlo.
«Oh, mio Dio.» Guardò le due donne in modo quasi supplichevole. «Dev'esserci
un errore, uno di quegli stupidi casini burocratici di cui Steve si lamentava
sempre.» «Temo di no» disse la Hart.
«Noah... uno degli uomini del signor Perlis... ha ucciso il suo amico mettendo in
scena un incidente» disse Moira, in preda all'emozione. Continuò, ignorando lo
sguardo di ammonimento che la Hart le aveva rivolto: «Il signor Perlis è una
persona pericolosa che lavora per un'organizzazione altrettanto pericolosa».
«Io...» Bamber si passò una mano tra i capelli. «Cazzo, io non so a chi credere.»
Il suo sguardo passò dall'una all'altra. «Posso vedere il corpo di Steve?» La Hart
annuì. «Provvederemo non appena avremo terminato con lei.» «Ah.» Bamber le
fece un sorriso triste. «Cos'è, una specie di ricompensa?» La direttrice della CIA
decise di non rispondere.
Bamber annuì in segno di capitolazione. «Okay, come posso aiutarvi?» «Non so
se è in grado» replicò la Hart rivolgendo a Moira un'occhiata eloquente. «Perché
se potesse Noah non l'avrebbe di certo lasciata in vita.» Per la prima volta Bamber
sembrò spaventato sul serio.
«Che diavolo vuol dire?» domandò indignato. «Steve e io eravamo amici dai
tempi del college, tutto qui.» Dalla prima volta in cui aveva visto Bamber, Moira
aveva iniziato a porsi qualche domanda sulla lunghissima amicizia tra quel
fanatico dello sport e Stevenson, un uomo che non sapeva quale differenza ci
fosse tra il softball e il football, e a cui soprattutto non importava niente
dell'attività fisica. Ogni cosa che Bamber diceva le metteva una pulce
nell'orecchio.
«Credo ci sia un'altra ragione per cui Noah si è sentito tranquillo a lasciarla in
vita, signor Bamber» disse. «Non è così?» Bamber corrugò la fronte. «Non so di
cosa parla.» «Cosa potrebbe spaventarla così tanto da assicurare a Noah che non
avrebbe parlato?» Bamber si alzò di scatto. «Ora basta, mi avete infastidito
abbastanza.» «Si sieda, signor Bamber» gli ordinò la Hart.
«Lei e il sottosegretario Stevenson eravate molto di più che semplici compagni
di stanza, ai tempi del college» continuò Moira. «Ed eravate qualcosa di più di
due buoni amici. O mi sbaglio?» Bamber si sedette come se tutta la forza avesse
abbandonato le sue gambe. «Voglio essere protetto da Noah e i suoi uomini.» «Va
bene» disse la Hart.
Humphry le lanciò uno sguardo intenso. «Non sto scherzando.» Veronica tirò
fuori il cellulare e compose un numero. «Tommy» disse al telefono, «ho bisogno
di una scorta in tempi brevissimi.» Fornì al suo interlocutore l'indirizzo del centro
benessere. «Tommy, non devi farne parola con chiunque sia al di fuori della
squadra, è chiaro? Perfetto.» Mise via il telefono e disse a Bamber: «Neanch'io».
«Bene.» Humphry fece un sospiro di sollievo. Poi si girò verso Moira e le
sorrise desolato. «Non si sbaglia sul mio rapporto con Steve, e Noah sapeva che
nessuno dei due poteva sopravvivere se la vera natura della nostra relazione fosse
stata scoperta.» A Moira si mozzò il respiro. «Lo ha chiamato Noah. Vuol dire che
lo conosce?» «In un certo senso ho lavorato per lui. Questo è l'altro, più
importante motivo per cui non può toccarmi. Vedete, io ho creato un software
apposta per lui. Ha ancora dei piccoli problemi e io sono l'unico che può
risolverli.» «Strano» obiettò la Hart. «Non sembra proprio un fanatico della
tecnologia.» «Sì, lo so, Steve diceva sempre che faceva parte del mio fascino. La
mia apparenza non ha mai coinciso con ciò che sono in realtà.» «Che cosa fa
questo software?» chiese Moira.
«E un programma di analisi statistica molto sofisticato che riesce a considerare
milioni di fattori. Non so per cosa gli serva. Secondo il nostro accordo, io devo
restare fuori da questa parte del progetto. Pertanto ho chiesto e ottenuto un
compenso più alto.» «Ma ha detto che lavora al miglioramento del programma.»
«Sì, è così» rispose Bamber. «Ma è necessario che io lavori su una copia pulita
del programma. Una volta terminato, trasferisco il tutto nel computer di Noah e
solo Dio sa cosa succede dopo.» «Ma si sarà pur fatto un'idea.» Bamber sospirò di
nuovo. «Okay, ecco l'ipotesi più verosimile. Il livello di complessità del
programma mi fa supporre che venga usato su base reale.» «Che tradotto
significa...» «Ci sono scenari di laboratorio e scenari reali» spiegò Bamber.
«Come potrete immaginare, un programma che cerchi di raffigurare cosa
succederebbe in una certa situazione reale deve essere incredibilmente complesso,
perché vengono coinvolti tutti i fattori.» «Milioni di fattori.» Bamber annuì. «Che
vengono forniti dal mio programma.» Un'idea balenò nella mente di Moira, che si
appoggiò allo schienale, confusa. «Ha dato un nome a questo programma?» «Sì.»
Bamber sembrava imbarazzato. «E un vecchio scherzo tra me e Steve.» L'uso del
presente rinnovò il dolore per la notizia della morte del suo caro amico e amante.
Si fermò e abbassò la testa, gemendo a bassa voce: «Gesù, Gesù, Steve...».
Moira aspettò un momento, poi si schiarì la voce. «Signor Bamber, siamo
davvero dispiaciute per la perdita che ha subito. Conoscevo il sottosegretario
Stevenson, ero in buoni rapporti con lui. Mi ha sempre aiutata, anche quando
significava esporsi in prima persona.» Bamber sollevò la testa, gli occhi rossi di
pianto. «Sì, Steve era fatto così.» «Che nome ha dato al programma che ha creato
per Noah Perlis?» «Oh, il nome. Non significa niente, è un vecchio scherzo,
perché sia a me sia a Steve piace... piaceva... Javier...» «Bardem» disse Moira.
Bamber sembrò sorpreso. «Sì, come lo sa?» E Moira pensò: Pinprickbardem.
***
Capitolo 16
Il Museo Taurino si trovava all'interno della Maestranza, ed era lì che Tracy
aveva portato Jason. Avevano avuto giusto il tempo per cambiare direzione e
procedere controcorrente rispetto alla folla. Due agenti infatti si erano già
precipitati all'interno dell'arena e altri due scrutavano tra la gente in cerca del
sospettato.
Il museo non era aperto al pubblico, quel giorno, le porte interne erano chiuse.
Bourne fece scattare la serratura con una graffetta che Tracy aveva trovato in
fondo alla borsa. Quindi entrarono e si chiusero la porta alle spalle. Le teste
impagliate di tutti i grandi tori uccisi in quell'arena li fissavano con gli occhi di
vetro. Passarono vicino a una teca contenente gli splendidi costumi indossati dai
più famosi matadores dal Diciassettesimo secolo - quando fu costruita la
Maestranza - fino ai giorni nostri. Tutta la storia della corrida era esposta in quelle
sale che odoravano di muffa.
Bourne non prestò attenzione a nessuno degli espositori dai mille colori.
Cercava soltanto il ripostiglio. Era nel retro del museo, vicino a una stanza che
non veniva quasi mai usata. Tracy prese del disinfettante e lo applicò sulla ferita
che Bourne aveva sulla schiena. La sensazione di bruciore gli tolse il respiro, e
perse i sensi.
Si svegliò grazie alla presa di Tracy sulle sue spalle. Lo stava scuotendo, il che
gli procurava ancora più dolore.
«Svegliati!» lo chiamava insistente. «Sei messo proprio male. Devo portarti via
di qua.» Bourne annuì; diceva parole confuse, ma Tracy capì «casa». Lei lo
sostenne barcollando fino alla porta d'ingresso che si apriva sulla strada dalla
parte opposta all'entrata principale dell'arena. Tracy fece scattare la serratura e
mise fuori la testa. Al suo segnale, Jason uscì nella semioscurità.
Tracy doveva aver usato il suo telefono per chiamare un taxi, perché l'unica cosa
di cui Bourne si rese conto era che lo stava aiutando a sistemarsi su un sedile
posteriore, prima di salire anche lei sulla vettura e. dare l'indirizzo all'autista.
Una volta partiti, Tracy si voltò a guardare attraverso il lunotto posteriore. «La
polizia ha circondato la Maestranza» disse. «Qualsiasi cosa tu abbia fatto li ha
mandati in delirio.» Ma Bourne non la sentiva, era già svenuto.
Soraya e Amun Chalthoum arrivarono a Hurghada poco prima di mezzogiorno.
Fino a pochi anni prima quel posto era soltanto un villaggio di pescatori, ma dopo
una serie di iniziative del governo egiziano combinate con alcuni investimenti
stranieri era diventata una rinomata meta turistica del Mar Rosso. Il fulcro della
città era E1 Dahar, il più antico dei tre quartieri, dove si potevano ancora trovare
le ville e i bazar tradizionali. Come molte cittadine costiere egiziane, Hurghada
non si estendeva molto verso l'interno, ma piuttosto si allungava a dismisura
lungo la costa del Mar Rosso. Il quartiere di Sekalla era più moderno, e imbruttito
dalla proliferazione di hotel di basso livello. E1 Korra Road, invece, era molto
carino, pieno di alberghi esclusivi, una vegetazione rigogliosa, fontane sontuose e
case private con tanto di mura di cinta, proprietà dei magnati russi che non
sapevano più come spendere i loro soldi facili.
I due si recarono subito dai pescatori, o meglio da quei pochi rimasti: il tempo e
il turismo li avevano difatti decimati. Erano vecchi uomini con la pelle avvizzita e
abbronzata come cuoio consumato, gli occhi schiariti dal sole, le mani indurite dal
lavoro, come tavole dai nodi sporgenti rese ruvide da decenni di acqua marina. I
loro figli se n'erano andati per lavorare in uffici dotati di aria condizionata o sui
jet che volavano alto nel cielo, abbandonando la terra natia. Erano gli ultimi della
loro stirpe e avevano sempre meno spazio, per questo erano sospettosi nei
confronti degli egiziani pieni di belle parole che si prendevano le loro aree di
rimessaggio per parcheggiarvi scooter acquatici di ogni sorta. La loro innata paura
di Chalthoum e di al-Mukhabarat si manifestò sotto forma di fredda ostilità.
Dopotutto non avevano più niente da perdere.
D'altro canto, però, erano rimasti incantati da Soraya e dal suo modo gentile di
parlare, dal viso bellissimo e il corpo aggraziato. Rispondevano alle sue domande,
anche se ripeterono in continuazione che era impossibile per qualcuno esterno al
loro circolo chiuso passare per un pescatore del luogo senza che se ne
accorgessero. Riconoscevano a vista tutte le navi e le barche che solcavano le
acque locali, e le assicurarono che la loro memoria collettiva recente non aveva
registrato nessun fatto fuori dall'ordinario.
«Ma ci sono i centri di immersione» disse un lupo di mare brizzolato. Le mani
che tiravano la rete erano grandi come la sua testa. Sputò a terra per manifestare il
proprio disgusto. «Chi lo sa che clienti hanno? E per quanto riguarda il personale,
be', quello sembra cambiare ogni settimana, per cui nessuno può ricordarsi tutti i
volti, né i loro andirivieni.» Soraya e Chalthoum si divisero i venticinque centri
che i pescatori elencarono loro e si diressero in due parti opposte della città. Si
sarebbero rivisti più tardi al negozio di tappeti nel bazar di el-Dahar, il cui
proprietario era un buon amico di Amun.
Soraya andò verso il mare, visitò uno dopo l'altro otto centri di immersione,
depennandoli a mano a mano dalla lista. Salì sulle loro barche, interrogò gli
skipper e gli equipaggi, controllò la lista dei clienti delle ultime tre settimane. A
volte doveva aspettare che le barche tornassero a riva. Altre, trovava dei
proprietari talmente gentili da accompagnarla sui punti d'immersione. Dopo
quattro ore di lavoro frustrante in cui ripeteva le stesse domande e riceveva
sempre le stesse risposte, dovette guardare in faccia la realtà. Era un'impresa
impossibile, come cercare un ago in un pagliaio. Anche se i terroristi avessero
usato questo metodo per entrare in Egitto, non c'era alcuna garanzia che i centri di
immersione ne fossero a conoscenza. Ma come diavolo avrebbero potuto
giustificare una gabbia tanto grande da contenere un Kowsar 3? Venne di nuovo
assalita da mille dubbi riguardo alla versione della storia di Amun e dalla paura
che lui potesse essere coinvolto nell'abbattimento dell'aereo.
Cosa ci faccio qui?, si chiese. E se Amun e al-Mukhabarat fossero i veri
colpevoli?
In preda alla disperazione, Soraya decise che avrebbe sospeso le ricerche dopo
aver finito con il nono centro d'immersione. Venne traghettata verso la barca da
un vecchio egiziano che non la smetteva di sputacchiare. Faceva più caldo del
solito, il sole le picchiava forte sulla testa, quel poco di vento che si sentiva
veniva dal rullio della barca. Anche con gli occhiali da sole ogni cosa le appariva
sbiadita dal bagliore. La salsedine le riempiva le narici, irruenta e carica di
minerali. Doveva aver perso l'interesse per le identiche risposte che riceveva per
l'ennesima volta, altrimenti si sarebbe accorta del ragazzo dai capelli biondo
cenere tutti arruffati che si allontanò da lei con fare furtivo quando venne
presentata al proprietario del negozio di materiali per l'immersione. Ripropose le
stesse domande: Avete notato qualche faccia particolare nelle ultime tre
settimane? Nessun gruppo di persone apparentemente egiziane a bordo di un'altra
barca e che poi sono scese a terra lo stesso giorno? Imballaggi troppo grandi? No,
no e ancora no. Che altro sperava di ottenere?
Nel frattempo il giovane dai capelli arruffati prese la sua attrezzatura e iniziò a
indietreggiare. Fu solo quando saltò giù dalla barca che Soraya si svegliò dal suo
letargo. Si liberò della borsa, si tolse le scarpe e si tuffò in mare per inseguirlo. Il
ragazzo si era munito di maschera e bombola d'ossigeno prima di gettarsi in mare,
e lei riuscì a vederlo proprio sotto di sé. Anche se non indossava le pinne, stava
nuotando in profondità, convinto che Soraya, non disponendo della stessa
attrezzatura, non sarebbe riuscita a stargli dietro. Ma si sbagliava di grosso
riguardo alle sue capacità e alla sua tenacia. Il padre l'aveva buttata in una piscina
il giorno del suo primo compleanno, sotto gli occhi atterriti della mamma, e le
aveva insegnato così la resistenza e la velocità, cose che le erano tornate utili
anche alle superiori e al college, facendole vincere tutte le coppe possibili e
immaginabili. Avrebbe potuto far parte della squadra olimpica, se non fosse stata
già assunta dall'intelligence americana che le aveva dato incarichi più importanti
da svolgere.
Saettava nell'acqua come una sirena, ma non appena raggiunse il ragazzo quello
si voltò, sorpreso che Soraya si fosse spinta fin laggiù in così poco tempo, e
impugnò il fucile subacqueo. Stava sollevando il meccanismo che riawolgeva la
freccia dentellata, quando lei lo colpì. Il giovane mantenne con tenacia la presa
sull'arma, preparandola per il colpo anche se Soraya lo spingeva all'indietro;
impugnò il fucile subacqueo in modo da puntarlo alla tempia della ragazza, e
quando lei mollò la presa abbassò la punta per mirare al petto.
Soraya mosse le gambe in una potente sforbiciata poco prima che lui premesse il
grilletto e l'asta del fucile subacqueo la sfiorò. Lei lo afferrò: voleva togliergli la
maschera per eliminare il vantaggio che aveva su di lei, perché i polmoni
iniziavano a bruciarle e sapeva che non sarebbe durata ancora a lungo.
Mentre i due lottavano, il rumore del suo cuore scandiva i secondi, uno, due, tre,
infine riuscì nel suo intento. Il getto d'acqua investì il viso del ragazzo, Soraya gli
prese il boccaglio e lo avvicinò alle proprie labbra, fece un paio di boccate e poi
risalì velocemente in superficie, tenendo il ragazzo ben stretto per il braccio.
Il capitano aveva levato l'ancora, mentre Soraya e il giovane erano sott'acqua, e
la barca fu presto abbastanza vicina da permettere all'equipaggio di tendere le
braccia ai due per aiutarli a salire a bordo.
«Passatemi la borsa» disse Soraya senza fiato mentre si sedeva sulla schiena del
ragazzo immobilizzandolo sul ponte. Fece dei respiri profondi e regolari, scostò i
capelli davanti al viso e sentì che il sole cocente aveva già scaldato l'acqua che
gocciolava dalle sue spalle.
«E lui l'uomo che state cercando?» chiese il proprietario preoccupato,
passandole la borsa. «Sta con noi da non più di tre giorni.» Scuotendo le mani per
farle asciugare, Soraya cercò il cellulare in borsa, aprì lo sportellino e chiamò
Chalthoum. Quando rispose, Soraya gli indicò dove si trovava.
«Ottimo lavoro. Ci vediamo al molo tra dieci minuti.» Mettendo via il telefono,
Soraya guardò in basso verso il giovane sotto di lei.
«Alzati» la pregò lui ansimando. «Non riesco a respirare.» Gli stava seduta sul
diaframma e capiva la sofferenza del ragazzo, ma non provava alcuna
compassione.
«Ragazzo mio» gli disse. «Sei nei guai fino al collo.» Bourne si svegliò al buio.
Il rumore dolce e intermittente del traffico attrasse il suo sguardo verso la finestra.
Le luci della strada illuminavano l'oscurità. Era disteso di fianco su quello che
sembrava un letto. Muovendo la testa si guardò intorno e analizzò la camera, che
era piccola e ben arredata ma poco accogliente. Dalla porta semiaperta si
intravedeva uno spicchio di soggiorno. Si mosse nel letto, capendo di essere solo.
Dove si trovava? Dov'era Tracy?
Sentì la porta di casa aprirsi e i passi decisi e veloci di Tracy sul parquet del
soggiorno. Quando entrò nella camera da letto, Bourne cercò di mettersi seduto.
«No, ti prego, non muoverti. Peggioreresti soltanto la ferita» si preoccupò lei.
Appoggiò a terra dei sacchetti e si sedette sul letto vicino a lui.
«Ma avevo solo qualche graffietto alla schiena.» Lei scosse la testa. «Be, non
proprio, comunque sto parlando della ferita che hai al petto. Ha iniziato a
spurgare.» Prese dalle buste alcuni prodotti che aveva appena comprato in
farmacia: alcol, una pomata antibiotica, cotone sterile e altre cose del genere.
«Adesso sta' fermo.» Mentre rimuoveva le bende vecchie per pulire la ferita, gli
disse: «Mia madre mi ha messo in guardia sui tipi come te».
«E che tipo sarei?» «Uno che si ficca sempre nei guai.» Le sue dita lavoravano
in modo agile, veloce, sicuro. «L'unica differenza è che tu sai come tirarti fuori
dai pasticci.» Il viso di Bourne era contorto dalle smorfie di dolore, ma lui non si
mosse di un millimetro. «Non ho altra scelta.» «Oh, non credo sia la verità.» La
giovane donna tolse il cotone sterilizzato ormai sporco, ne prese dell'altro e lo
immerse nell'alcol, poi lo applicò sulla carne viva. «Credo piuttosto che tu i guai
te li vada a cercare. Se non lo facessi saresti molto triste, se non addirittura
annoiato.» Bourne rise appena: non era andata molto lontana dalla realtà.
Tracy esaminò la ferita appena disinfettata. «Non male. Possiamo fare a meno
degli antibiotici.» «Sei un dottore?» Lei sorrise. «Quando serve.» «Una risposta
del genere necessita di una spiegazione.» Tracy tastò la pelle attorno alla ferita.
«Ma che diavolo ti è successo?» «Mi hanno sparato, ma non tergiversare.» La
ragazza annui. «Okay, quando ero più giovane, molto più giovane, sono stata per
due anni in Africa occidentale. C'erano tumulti, lotte, scontri. Accadevano delle
atrocità orribili. Mi assegnarono a un ospedale da campo, dove imparai il triage e
a medicare una ferita. Un giorno eravamo talmente pieni di moribondi e feriti che
il dottore mi mise in mano un bisturi e disse: "C'è una ferita d'entrata, ma non c'è
quella d'uscita. Se non estrai il proiettile, il paziente morirà". Poi mi lasciò lì da
sola, doveva occuparsi di altri due pazienti.» «Ed è morto?» «Sì, ma non per la
ferita. Era un malato terminale.» «Questo deve averti aiutata in qualche modo.»
«No» disse. «Affatto.» Gettò il batuffolo di cotone nel cestino dei rifiuti, applicò
la pomata antibiotica e iniziò il bendaggio. «Mi devi promettere che non la
sforzerai più. La prossima volta sanguinerà ancora di più.» Si spostò indietro per
analizzare il suo lavoro. «La cosa ideale sarebbe che tu andassi in ospedale, o
almeno a farti visitare da un dottore.» «Questo non è un mondo ideale.» «L'ho
notato» ribatté Tracy, aiutandolo a mettersi seduto.
«Dove siamo?» chiese Bourne.
«Nel mio appartamento. Dall'altra parte della città rispetto alla Maestranza.»
Bourne si spostò con cautela su una sedia. Il petto sembrava di piombo. Pulsava
per lo stesso dolore che aveva provato tanto tempo prima. «Non hai un
appuntamento con Don Fernando Herrera?» «L'ho rimandato.» Tracy guardò
Bourne con aria interrogativa. «Non ci posso andare, senza di lei, professor
Alonzo Pecunia Zuniga.» Si riferiva all'esperto di Goya del Prado che Bourne
doveva impersonare. Poi, sorrise: «Amo troppo i soldi, per spenderli quando ne
posso fare a meno».
Si alzò, accompagnando Bourne di nuovo verso il letto. «Ma ora devi riposare.»
Jason stava per risponderle, ma i suoi occhi si erano già chiusi. L'oscurità portò un
sonno calmo e profondo.
Arkadin spingeva le sue reclute nel paesaggio desolato del Nagorno-Karabakh,
facendole allenare per venti ore al giorno. Quando i loro occhi cominciavano a
chiudersi per il sonno, li colpiva con il manganello. Non si trovò mai a dover
colpire lo stesso uomo più di una volta. Dormivano tre ore al giorno ovunque
capitasse, distesi a terra. Dormivano tutti tranne Arkadin, che aveva bandito il
sonno dalla sua vita già da parecchi mesi.
La sua mente si riempiva di immagini del passato, degli ultimi giorni trascorsi a
Niznij Tagil, quando gli uomini di Stas gli stavano alle calcagna e l'unica
soluzione sembrava essere quella di ucciderne il più possibile, prima che
uccidessero lui.
Non aveva paura di morire, questo gli era chiaro fin da quando aveva iniziato la
sua incarcerazione forzata nello scantinato, avventurandosi fuori solo di notte per
il rifornimento di cibo e acqua. Sopra di lui fervevano le attività degli uomini di
Stas, impegnati alacremente nella sua ricerca. I giorni si allungavano in settimane
e le settimane in mesi. La banda avrebbe potuto dedicarsi ad altre faccende, ma
no, covavano il rancore come una chioccia fa con le uova, inalando il veleno fino
a esserne ossessionati. Avrebbero avuto pace solo quando avrebbero trascinato il
suo corpo in giro per la città come monito per chiunque pensasse di invischiarsi
nei loro affari.
Erano stati persino mandati degli agenti di polizia, che comunque erano sul libro
paga della banda, a controllare la situazione in città, sconvolta notte dopo notte da
ondate di una violenza inaudita. Erano soliti chiudere un occhio, a volte anche
farsi una bella risata, ma non adesso che gli scontri li avevano resi lo zimbello
della polizia di Stato. Invece di prendere delle misure contro la banda di Stas,
preferivano abbassare la testa e accettarne le richieste. Così, erano quasi tutti a
caccia di Arkadin: non c'era via di scampo.
Quand'ecco comparire Michail Tarkanian, che Arkadin avrebbe poi chiamato
Misca, arrivato a Niznij Tagil da Mosca. Era stato mandato dal suo boss, Dimitrij
Ilinovic Maslov, capo della Kazanskaja, la famiglia più importante della
grupperovka moscovita, la mafia russa coinvolta in traffici di droga e nel mercato
nero delle auto. Grazie ai suoi tanti occhi e alle tante orecchie, Maslov era venuto
a sapere di Arkadin, del bagno di sangue che aveva causato tutto da solo e del
periodo di stallo che era seguito. Voleva Arkadin nel suo gruppo. «Il problema»
disse Maslov ai suoi, «è che gli scagnozzi di Stas lo vorrebbero ridurre a
pezzettini.» Consegnò loro un dossier. Dentro c'erano le foto sgranate in bianco e
nero scattate da una telecamera di sorveglianza. Ritraevano gli ultimi uomini
rimasti nella banda di Stas, ognuna con il nome scritto sul retro. Gli occhi e le
orecchie di Maslov erano stati molto impegnati, e Tarkanian pensò - cosa che non
fece il torvo Oserov - che Maslov doveva volere Arkadin a tutti i costi se si era
adoperato così tanto per tirarlo fuori da una situazione che sembrava senza via
d'uscita.
Maslov avrebbe potuto mettere il suo comandante, Vylaceslav Germanovic
Oserov, a capo di una squadra che sarebbe dovuta andare a prendere Arkadin con
la forza ma era molto accorto nel gestire il suo potere. Capì che era meglio
rendere la banda di Stas parte del suo impero, anziché dare vita a una faida
sanguinosa con i pochi uomini che sarebbero sopravvissuti dopo l'intervento dei
suoi.
Così, decise di mandare Tarkanian, il negoziatore, e ordinò a Oserov di
proteggerlo, un compito che quello aveva palesemente disprezzato, convinto che,
se solo Maslov lo avesse ascoltato, lui, Oserov, avrebbe strappato Arkadin dalle
grinfie di quei babbuini di campagna di Niznij Tagil, come li chiamava lui.
«Porterò quell'Arkadin a Mosca nel giro di quarantott'ore, garantito» aveva
ripetuto più volte a Tarkanian durante il lungo viaggio verso le pendici dei monti
Urali.
Quando arrivarono a Niznij Tagil, Tarkanian non ne poteva già più di Oserov.
Comunque, prima che gli emissari di Maslov lasciassero Mosca, Tarkanian
aveva già pianificato come tirar fuori dai guai Arkadin. La natura lo aveva dotato
di una mente machiavellica. Gli affari che portava a termine per conto di Maslov
erano leggendari sia per la loro stupefacente complessità, sia per l'infallibile
efficacia.
«Il nostro compito è confonderli» disse Tarkanian a Oserov, mentre si
avvicinavano a destinazione. «E per farlo dovremo lanciare un'esca agli uomini di
Stas.» «Dovremo?» ripetè Oserov nel suo tipico tono brusco.
«Sei l'uomo perfetto per fare da esca.» « Oserov mi guardò con il suo solito
sguardo torvo» raccontò Tarkanian ad Arkadin molto tempo dopo, « ma l'unica
cosa che potè fare fu guaire come un cane bastonato. Sapeva quanto fossi
importante agli occhi di Dimitrij, e questo lo fece stare in riga. Più o meno.» «Hai
ragione su una cosa: abbiamo a che fare con dei babbuini» disse a Oserov
lanciandogli un osso. «E i babbuini si possono stimolare solo con due cose: il
bastone e la carota. Io darò loro la carota.» «Perché pensi che vorranno avere a
che fare con te?» chiese Oserov.
«Perché dal momento in cui arriverai in città, inizierai a fare la cosa che ti riesce
meglio: rendere la loro vita un inferno.» Questa risposta fece comparire un ghigno
sul volto di Oserov.
«E sai cosa mi ha risposto a quel punto?» sussurrò Tarkanian ad Arkadin in
seguito. «Mi disse: "Più sangue verrà versato, più sarò contento".» E faceva sul
serio. Quarantatré minuti dopo essere entrati a Niznij Tagil, Oserov aveva già
trovato la sua prima vittima, uno dei più vecchi e leali soldati di Stas. Gli piantò
un proiettile in un orecchio da distanza ravvicinata, poi lo fece letteralmente a
pezzi. Lasciò la testa intatta, e iniziò dalla cavità toracica, come una
raccapricciante parodia di un film horror di second'ordine.
Inutile precisare che gli uomini di Stas andarono su tutte le furie. Gli affari si
interruppero. Vennero sguinzagliati tre squadroni della morte, formati da tre
uomini ciascuno, con il compito di scovare il nuovo killer. Sapevano che non
poteva essere stato Arkadin: non era la sua firma.
Ancora non avevano paura, ma presto l'avrebbero avuta. Se c'era una cosa che
Oserov era bravo a fare, quella era infondere paura. Scelse la vittima successiva
prendendo una fotografia a caso dal dossier fornito da Maslov, e prese a pedinarla.
La bloccò sul gradino di casa, la porta aperta e i figli che si affacciavano, gli sparò
frantumandogli il femore destro. I bambini urlarono e la moglie accorse dalla
cucina, Oserov scattò sul marciapiede, saltò sul gradino di cemento e conficcò tre
proiettili nell'addome dell'uomo, nei punti in cui sarebbe uscito più sangue.
Era il secondo giorno. Oserov si stava solo scaldando. il peggio doveva ancora
venire.
«Che significa "pinprick"» domandò Humphry Bamber.
Veronica Hart lanciò un'occhiata innervosita a Moira. «Speravo ce lo potesse
dire lei» rispose.
Il telefono di Veronica squillò e lei si allontanò per non farsi sentire. Quando fu
di ritorno, comunicò: «I rinforzi che ho chiesto ci stanno aspettando di fuori».
Moira annuì, si piegò in avanti verso Bamber con i gomiti appoggiati sulle
gambe incrociate. «Il termine "pinprick" accompagnava il nome del tuo
software.» Bamber guardò prima lei e poi la direttrice della CIA. «Non capisco.»
La pazienza di Moira si stava esaurendo. «Ho incontrato Steve poco prima che...
sparisse. Era terrorizzato per quello che stava succedendo al Pentagono e al
Dipartimento della Difesa. Diceva che là dentro si stavano addensando nubi di
guerra.» «E, così, lei crede che Bardem abbia qualcosa a che fare con queste nubi
di guerra?» «Sì» rispose Moira con fermezza, «proprio così.» Bamber aveva
iniziato a sudare. «Cristo santo» mormorò, «se avessi anche solo sospettato che la
situazione reale su cui Noah avrebbe usato il programma includeva una guerra...»
«Mi scusi» lo interruppe Moira con foga, «ma Noah Perlis è uno dei principali
membri della Black River. Come faceva a non saperlo, o almeno a non avere
qualche dubbio?» «Calmati, Moira» intervenne la Hart.
«No che non mi calmo. Questo... idiota totale... ha dato a Noah la chiave del
castello. Grazie alla stupidità di Bamber, Noah e la NSA stanno progettando
qualcosa.» «Che cosa?» Il tono di Bamber era supplichevole e disperato: voleva
sapere di quale malefatta era stato l'inconsapevole complice.
Moira scosse la testa. «E questo il problema. Non lo sappiamo. Ma ti dico una
cosa: se non lo scopriamo in tempo per fermarli, temo che lo rimpiangeremo per
tutta la vita.» Bamber si alzò, visibilmente provato. «Qualsiasi cosa posso fare...
in qualsiasi modo posso rendermi utile... basta che me lo diciate.» «Si vada a
vestire» disse la Hart. «Poi daremo un'occhiata a Bardem. Speriamo di capire
qualcosa su ciò che Noah e la NSA hanno in mente, studiando il programma.» «Ci
metto un secondo.» Poi Bamber uscì dall'ufficio.
Per un attimo le due donne restarono in silenzio. Per prima parlò la Hart:
«Perché ho la sensazione di essere stata raggirata?».
«Parli di Halliday?» Veronica annuì. «Il segretario alla Difesa ha deciso di
allungare la mano sul settore privato per raggiungere i suoi obiettivi. E per quanto
Noah Perlis possa essere intelligente, non c'è dubbio che stia prendendo ordini da
Bud Halliday.» «Non solo gli ordini, anche i soldi» precisò Moira. «Sarei proprio
curiosa di sapere quale conto la Black River pagherà per questa bravata.» «Moira,
malgrado le divergenze che abbiamo avuto in passato, su una cosa siamo
d'accordo: il nostro ex datore di lavoro è senza scrupoli. La Black River si
macchierà di qualsiasi crimine, se la posta in gioco è alta.» «Halliday ha a
disposizione una risorsa virtualmente illimitata: lo United States Mint, lo
stampatore del dollaro. Entrambe siamo state testimoni delle mazzette di
bigliettoni da cento dollari che la Black River ha trasportato in Iraq nei primi
quattro anni di guerra.» La Hart annuì. «Cento milioni ogni volta. E dove sono
finiti tutti quei soldi? Sono serviti per finanziare i ribelli? Per pagare gli eserciti di
informatori locali da cui la Black River sosteneva di ricevere le informazioni? No,
tutt'e due sappiamo, perché l'abbiamo visto con i nostri occhi, che il novanta per
cento di quei soldi finiva sui conti correnti, in Liechtenstein e alle isole Cayman,
di società fittizie di proprietà della Black River.» «Ora non devono più rubarli»
disse Moira con una risata cinica, «perché c'è Halliday a darglieli.» Un secondo
dopo, le due si alzarono e lasciarono l'ufficio nel momento in cui Humphry uscì
dallo spogliatoio degli uomini. Indossava jeans stirati alla perfezione, mocassini
lucidi, una camicia a scacchi bianchi e blu e una giacca di camoscio grigia.
«C'è un'altra uscita?» gli chiese Moira.
Bamber gliela indicò. «C'è un ingresso sul retro, dietro gli uffici
dell'amministrazione.» «Vado a prendere la macchina» disse Moira.
«Aspetta.» La Hart prese il cellulare. «E meglio che vada io. I miei uomini sono
qua fuori, ordinerò loro di schierarsi di fronte all'entrata principale, in modo da far
sembrare che scortiamo Bamber da quella parte.» Tese la mano e Moira le passò
le chiavi. «Poi passo a prendere la tua macchina e vi aspetto sul retro. Okay?»
Moira tirò fuori la sua Lady Hawk dalla fondina, mentre Bamber indietreggiava
con la bocca semispalancata.
«Che diavolo succede?» domandò.
«E la protezione che ha richiesto» tagliò corto la Hart.
Mentre scompariva in fondo al corridoio, Moira fece cenno a Bamber di farle
strada verso il retro attraverso gli uffici amministrativi. Usò il tesserino del
Dipartimento della Difesa per giustificare la sua presenza ai vari manager che le
chiedevano cosa ci facesse lì.
Raggiunsero la porta sul retro, prese il cellulare e chiamò la Hart sul suo numero
privato. Quando la voce di Veronica rispose, comunicò: «Siamo in posizione».
«Conta fino aventi» le disse la Hart, «poi portalo fuori.» Moira chiuse lo
sportellino del telefono e lo mise via. «Pronto?» Bamber annuì, anche se quella
non gli sembrava una vera domanda.
Fece il conto alla rovescia, dopodiché aprì la porta strattonandola con la mano
libera, e con la pistola spianata nell'altra, uscì fuori, mostrando solo il suo profilo.
La Hart era ferma con la Buick bianca proprio di fronte all'entrata. Aprì lo
sportello posteriore sinistro.
Moira si guardò intorno. Erano in una sezione remota del parcheggio. L'asfalto
era circondato da un recinto di tre metri e mezzo, con del filo spinato in cima.
Sulla sinistra c'era una fila di enormi bidoni dell'immondizia. Sulla destra c'era la
rotatoria che serviva per uscire dal parcheggio, oltre la quale si stagliavano isolati
di edifici dall' aspetto anonimo. Non c'era nessun altro veicolo in quella zona del
parcheggio, e la vista della strada era impedita da una protezione al di là del
recinto.
Voltandosi, Moira incrociò lo sguardo di Bamber. «Okay» disse, «tieni giù la
testa e siediti sul sedile posteriore più in fretta che puoi.» Bamber si abbassò e
corse per il breve tratto che separava la porta del centro benessere e lo sportello
della Buick. Moira lo coprì finché non fu a bordo dell'auto. Una volta dentro,
Bamber si spostò verso la parte opposta del sedile.
«Tenga giù la testa!» gli ordinò Veronica, che si era girata verso di lui dal posto
di guida. «E non la alzi per niente al mondo.» Poi chiamò Moira. «Forza!
Andiamo! Che stai aspettando? Muoviamoci!» Moira passò dietro la parte
posteriore della macchina, dando un'ultima occhiata ai bidoni dell'immondizia.
Aveva visto qualcosa? Un'ombra si era mossa o era solo un'impressione? Fece
qualche passo in quella direzione, ma Veronica mise la testa fuori dal finestrino.
«Maledizione, Moira, vuoi salire su questa dannata macchina o no?» Moira si
voltò. Piegandosi sul retro dell'auto, si fermò immobile. Si inginocchiò e guardò
nel tubo di scappamento. C'era qualcosa, lì dentro. Qualcosa con un piccolo
occhio rosso, un LED che iniziò a lampeggiare.
Gesù, imprecò tra sé. Oh mio Dio!
Si precipitò verso lo sportello aperto e iniziò a urlare: «Fuori! Scendete subito
dalla macchina!». Si sporse per afferrare Bamber e tirarlo fuori. «Ronnie» urlò,
«scendi! Scendi da questa cazzo di macchina!» Vide la Hart girarsi, stupita, poi
muoversi per slacciarsi la cintura di sicurezza. Fu subito chiaro che qualcosa non
andava, non riusciva a liberarsi: il meccanismo si era bloccato oppure non
funzionava bene.
«Ronnie, hai un coltello?» Veronica aveva un coltellino e iniziò a tagliare la
cintura di sicurezza che la imprigionava.
«Ronnie!» gridò Moira. «Per l'amor del cielo...!» «Porta via lui!» le ordinò la
Hart, poi, quando Moira cercò di fare un passo verso la macchina, gridò: «Stai
indietro!».
L'attimo dopo la Buick saltò in aria come un fuoco d'artificio. L'onda d'urto fu
così forte che scaraventò Moira e Bamber sull'asfalto, investendoli con una
pioggia di pezzi di plastica e metallo incandescente che li colpì come uno sciame
di api inferocite.
***
Capitolo 17
Il suono gutturale delle campane svegliò Bourne, mentre la luce del sole filtrava
nella stanza attraverso la persiana in losanghe oro pallido che scivolavano sul
pavimento di legno.
«Buongiorno, Adam. La polizia ti sta cercando.» Tracy si era affacciata alla
porta, appoggiata contro lo stipite. Il profumo corposo del caffè appena fatto entrò
nella stanza insieme alla giovane donna e turbinò intorno a lui come una ballerina
di flamenco.
«L'ho sentito alla tv poco fa.» Aveva le braccia incrociate sopra il petto. I capelli
ancora umidi dopo la doccia erano raccolti in una coda di cavallo con un elastico
in velluto nero. Aveva il viso luminoso. Indossava pantaloni sportivi marroni, una
camicia da uomo color crema e scarpe basse. Sembrava pronta per l'incontro con
Don Fernando Herrera o per qualsiasi altra cosa la giornata le avrebbe riservato.
«Non c'è da preoccuparsi, però, non sanno chi sei, e l'unico testimone, una
guardia della Maestranza, non ha dato... o non è riuscita a dare una tua
descrizione dettagliata.» «C'era pochissima luce.» Bourne si mise seduto. «Anzi,
in alcuni punti era proprio buio.» «Meglio per te.» Il sorriso che gli aveva
indirizzato era per caso sarcastico? Nelle condizioni in cui si trovava in quel
momento non riusciva a capirlo.
«Ho preparato la colazione e abbiamo un appuntamento con Don Fernando
Herrera alle tre di questo pomeriggio.» La testa gli faceva ancora male, aveva la
bocca secca come il deserto, e sentiva un gusto acre che lo nauseava.
«Che ore sono?» «Le nove appena passate.» Provando a piegare il braccio che
Scarface aveva cercato di rompergli, constatò che il dolore si era affievolito e la
ferita sulla schiena non gli bruciava quasi più. La fitta al petto, invece, gli mozzò
il fiato, quando si avvolse il lenzuolo intorno alla vita e si alzò dal letto.
«Perfetto» commentò Tracy. «Sembri proprio un senatore romano.» «Speriamo
che oggi pomeriggio avrò un aspetto più catalano che romano» ribatté,
dirigendosi verso il bagno, «perché sarà il professor Alonzo Pecunia Zuniga ad
accompagnarti all'appuntamento con Don Herrera.» La ragazza lo guardò
incuriosita, poi si girò e tornò in soggiorno. Bourne si chiuse alle spalle la porta
del bagno e fece scorrere l'acqua della doccia. Sopra il lavandino c'era uno
specchio circondato da piccole lampadine: un bagno decisamente femminile,
pensò, ideale per il trucco.
Di ritorno in camera, trovò un morbido accappatoio di spugna che subito
indossò. Tracy aveva applicato sulla ferita al petto uno strato di plastica resistente
all'acqua, che Bourne aveva notato soltanto quando si trovava già sotto il getto
d'acqua bollente.
Andò in soggiorno e trovò la ragazza intenta a versare il caffè. La cucina era
molto piccola e sembrava una nicchia nel soggiorno, spazioso ma, come la
camera da letto, arredato nello stile anonimo e spartano delle camere d'albergo.
Sopra il tavolo di legno retto da cavalletti c'era la tipica colazione andalusa: una
tazza di cioccolata calda e un piatto di churros, dolci di forma allungata fritti
nell'olio e ricoperti di zucchero.
Nonostante Tracy gli avesse lasciato tutti i churros, Bourne aveva ancora fame e
andò verso il frigo.
«Non c'è molto, là dentro, temo» lo avvertì Tracy. «Sono via da un po'.» Ma
Jason scovò del bacon in freezer.
«Scrivimi la tua taglia, così ti comprerò dei vestiti nuovi» disse la ragazza.
Bourne, che stava friggendo le fettine di bacon, annuì. «Intanto che sei in giro,
faresti una commissione per me?» In cucina trovò una matita e un blocchetto,
strappò un foglio, scrisse una lista di cose da comprare e la sua taglia, e poi lo
passò alla ragazza.
«Per il professor Zuniga, immagino» commentò Tracy dopo un'occhiata veloce.
Bourne fece di sì con la testa, mentre controllava che le fettine di bacon non
bruciassero. «Ti ho dato gli indirizzi di alcuni negozi di maschere e costumi che
ho trovato ieri. Era lì che volevo andare, prima che Scarface mi rovinasse i piani.»
Tracy si alzò, prese la borsa e si avvicinò alla porta. «Mi ci vorrà più o meno
un'ora» disse. «Tu, nel frattempo, goditi la colazione.» Quando uscì, Bourne tolse
la padella dal fuoco e ripose le fettine di bacon su un tovagliolo di carta. Poi
ritornò al blocchetto degli appunti. Il foglio che aveva dato a Tracy lo aveva
strappato dalla parte centrale, perché voleva lasciare il primo intatto. Con una
matita lo colorò tutto partendo dall'angolo superiore sinistro. Iniziarono a formarsi
delle lettere, i segni dell'ultimo appunto preso da qualcuno, probabilmente da
Tracy.
Emersero il nome e l'indirizzo di Don Herrera, insieme all'orario
dell'appuntamento: le tre, proprio come gli aveva detto poco prima. Strappò il
pezzo di carta e se lo mise in tasca. Fu a quel punto che notò quel che rimaneva di
un foglietto strappato sulla parte superiore del secondo foglietto. Bourne strappò
anche quello. La matita portò alla luce lettere e numeri tutti attaccati.
Mangiò il bacon in piedi vicino alla finestra, lo sguardo perso nel bagliore del
mattino. Era ancora troppo presto per trovare qualcuno che fosse già fuori per la
feria. Tuttavia il balcone dell'edificio di fronte era già pieno di decorazioni
moresche e agghindato con fiori e tessuti dai colori accesi.
Gli occhi di Bourne scandagliarono entrambi i lati della strada in cerca di cose o
persone dall'aria sospetta. Sembrava tutto regolare. Osservò una donna
attraversare la strada con tre bambini. Una signora anziana, bassa e ingobbita,
portava un sacchetto di rete pieno di frutta e verdura.
Mise in bocca l'ultimo pezzo di bacon e si pulì le mani su uno strofinaccio, poi si
avvicinò al portatile di Tracy sul tavolo. Era acceso, e Bourne notò la connessione
wireless a Internet.
Si sedette e inserì su Google la stringa di lettere e simboli, ottenendo, però,
soltanto questo risultato: La ricerca di 779elgamhuriaave non ha prodotto risultati
in nessun documento.
Suggerimenti: Assicurarsi che tutte le parole siano state digitate correttamente.
Provare con parole chiave diverse.
Provare con parole chiave più generiche.
Poi notò l'errore e aggiunse degli spazi tra le parole: 77g el gamhuria avenue. Un
indirizzo, ma dove si trovava?
Ritornando su Google, inserì elgamhuria avenue e subito apparve la città di
Khartoum, in Sudan. Interessante. Che ci faceva Tracy con l'indirizzo di una città
nordafricana?
Inserì l'indirizzo completo, compreso il numero, che risultò essere quello della
Air Afrika Corporation. Si appoggiò allo schienale della sedia. Perché quel nome
gli suonava così familiare? C'erano parecchi risultati, per la Air Afrika, alcuni dei
quali relativi a siti molto strani, altri a blog dalla dubbia natura, ma l'informazione
che voleva lui era in un risultato della seconda pagina, pieno di congetture
secondo le quali la compagnia era gestita da Nikolaj Evsen, il noto trafficante
d'armi. Da quando Viktor Anatolievic Bout era stato arrestato, Evsen aveva preso
il suo posto.
Bourne si alzò dalla sedia e tornò alla finestra per controllare di nuovo la strada.
Tracy era un'esperta d'arte che doveva comprare un Goya sconosciuto fino a poco
tempo prima. Il prezzo doveva essere astronomico, solo poche persone al mondo
potevano permetterselo. Quindi, chi era il suo cliente?
Mentre i rintocchi delle campane segnavano l'ora, il suo sguardo si focalizzò di
nuovo sulla strada nel momento in cui Tracy entrò nel suo campo visivo. Aveva
un sacchetto di rete. Osservò la cadenza del suo passo, i tacchi che battevano sul
marciapiede. Un giovane comparve dietro di lei; i muscoli di Bourne si
contrassero. Mezzo isolato dopo, il ragazzo alzò un braccio, salutò qualcuno e
corse dall'altra parte della strada, dove la sua bella lo stava aspettando. Mentre i
due si abbracciavano, Tracy entrava nel suo palazzo. Pochi secondi dopo apparve
alla porta e posò il sacchetto sul tavolo.
«Se hai ancora fame, ho comprato del prosciutto Serrano e del formaggio
Garrotxa.» Prese le due confezioni avvolte nella carta bianca e le appoggiò sul
tavolo. «Qui c'è tutto quello che avevi ordinato.» Dopo aver indossato gli abiti
nuovi e leggeri che Tracy aveva scelto per lui, tirò fuori vari oggetti dal sacchetto
e li allineò sul tavolo, aprì i coperchi per annusare il contenuto e annuì
soddisfatto.
Lei lo guardava con aria solenne. «Adam» iniziò, «non so in che genere di affari
sei coinvolto...» «Te l'ho già detto» rispose lui in tono gentile.
«Sì, ma ho visto la ferita, ed è gravissima, in più l'uomo che ci stava seguendo
aveva uno sguardo malvagio.» «Perché era un uomo malvagio» riconobbe
Bourne. Poi le sorrise. «Queste cose nel mio campo sono all'ordine del giorno,
Tracy. Non girano gli stessi soldi che giravano nel 2000, quindi le aziende si
fanno una concorrenza spietata per ottenere il poco denaro disponibile» le spiegò,
facendo spallucce. «E impossibile da evitare.» «Ma guarda come sei ridotto: un
lavoro così può farti finire all'ospedale!» «Devo solo stare un po' più attento, tutto
qua.» Tracy aggrottò le sopracciglia. «Non prendermi in giro.» Si andò a sedere
vicino a lui. «Non c'è da scherzare, con la ferita che hai al petto.» Bourne tirò
fuori la foto che aveva stampato nell'Internet café e la mise tra loro due. «Per
diventare il professor Alonzo Pecunia Zuniga avrò bisogno del tuo aiuto.» Lei
rimase quasi immobile, i suoi occhi lucidi lo scrutarono per un momento.
Poi fece segno di sì.
Il terzo giorno del regno del terrore di Oserov portò l'acquazzone più devastante
che gli abitanti di Niznij Tagil potessero ricordare, ma portò anche una carneficina
così brutale e violenta da terrorizzare gli ultimi uomini rimasti nella banda di Stas
Kuzin. Il terrore penetrò nelle loro ossa, insediandosi come polonio ed erodendo
la sicurezza che avevano in se stessi proprio come il materiale radioattivo divora
la carne.
Tutto iniziò nelle prime ore di quella giornata: erano da poco passate le due,
Oserov si vantò poi con Arkadin.
«Mi sono introdotto nella casa del loro uomo di spicco, l'ho legato e l'ho
costretto a guardare quello che facevo alla sua famiglia» avrebbe raccontato ad
Arkadin.
Una volta terminato, trascinò la vittima in cucina e iniziò a lavorarla con la
punta incandescente di un coltello da scalco che aveva trovato in una credenza. Il
dolore per quello che Oserov gli stava facendo risvegliò il malcapitato dallo stato
di shock, e continuò a urlare finché l'assassino non gli tagliò la lingua.
Un'ora dopo, il killer aveva terminato. Lasciò l'uomo in una pozza di sangue e
vomito, vivo, ma quasi del tutto incosciente.
Quando al mattino gli altri membri della banda si recarono a casa sua per
iniziare la ronda quotidiana in città, trovarono la porta spalancata, come un invito
a contemplare lo spettacolo dell'orrore che c'era all'interno. Fu allora, e solo
allora, che Michail Tarkanian fece il suo ingresso a Niznij Tagil. A quel punto i
criminali erano in uno stato di agitazione totale, e si dimenticarono
completamente di Arkadin.
«Lev Antonin, penso di avere la soluzione adatta al tuo problema» disse
Tarkanian al nuovo capo della banda di Stas quando lo incontrò nel suo ufficio.
C'erano ben sette uomini armati fino ai denti a proteggerlo. «Troverò il killer e me
ne occuperò io.» «Ma chi sei tu, straniero? Perché faresti una cosa del genere?»
Lev Antonin lo guardò di traverso, sospettoso. Aveva un viso grigio, orecchie
lunghe e una barba ispida sulle guance e sul mento. Aveva l'aria di uno che non sa
più cosa significa dormire.
«Chi sono io non è importante, se non per il fatto che so trattare con gente come
l'assassino a cui state dando la caccia» spiegò Tarkanian. «E per quanto riguarda il
motivo della mia visita, la risposta è semplice: voglio Leonid Danilovic Arkadin.»
All'improvviso l'espressione di Antonin si fece glaciale. «E perché mai vorresti
quel maledetto figlio di puttana?» «Questi sono affari miei» rispose Tarkanian con
voce gentile. «I tuoi, invece, dovrebbero essere tenere in vita i tuoi uomini.» E
questo era vero. Antonin era un tipo pragmatico, non un pazzo come il suo
predecessore. Tarkanian riusciva a leggergli dentro: i suoi uomini erano
paralizzati dalla paura, e questo pregiudicava le loro prestazioni e il suo potere. E
la paura si allarga a macchia d'olio, si sa. D'altro canto, però, non aveva
intenzione di cedere. Da quando Arkadin aveva ucciso Kuzin e messo il loro
mondo a ferro e fuoco spargendo ovunque morti e proiettili, tutti sognavano di
farlo fuori. Rinunciando a quel sogno si sarebbe inimicato le sue truppe.
Si sfregò il viso con le mani. «Va bene, ma dovrai portarmi la testa
dell'assassino, così i miei ragazzi possono vedere coi loro occhi la fine di questo
schifo. E a quel punto, se troverai quel bastardo di Arkadin, potrai averlo».
Tarkanian non si fidava affatto di quel cavernicolo. Nei suoi occhi gialli aveva
scorto una bramosia senza fine, e aveva intuito che non si sarebbe accontentato di
avere la testa del killer: avrebbe voluto anche Arkadin. Le due teste insanguinate
insieme avrebbero consolidato il suo potere sulla sua gente, per sempre. «Ma
quello che voleva Lev Antonin era irrilevante» raccontò in seguito Tarkanian ad
Arkadin. «Avevo previsto quest'eventualità.» Oserov si sarebbe divertito non poco
a «trovare l'assassino» per quel babbuino di Lev Antonin e a portargli la testa
fresca fresca di taglio, ma questo piacere gli venne negato. Si incupì quando
Tarkanian gli comunicò che avrebbe trovato e «consegnato» l'assassino ad
Antonin di persona.
«Ho un altro compito per te, che calmerà la furia che hai in corpo» proseguì
Tarkanian. «Un compito ben più importante, che solo tu sei in grado di portare a
termine.» «Dubito che ci abbia creduto veramente» riferì Tarkanian più tardi, «ma
dopo aver sentito quello che volevo facesse, ha fatto un sorrisetto compiaciuto.»
Tarkanian aveva bisogno di qualcuno da consegnare a Lev Antonin. Ma non uno
qualunque: doveva avere l'aria dell'assassino. Tarkanian fece il giro dei bar delle
strade degradate di Niznij Tagil, alla ricerca della vittima perfetta. Di tanto in
tanto incappava in pozzanghere così grandi che sembravano stagni, create dal
diluvio passato da poco e che si era ridotto a una pioggerellina leggera. Fin dalle
prime ore del giorno nubi plumbee basse e minacciose avevano oppresso la città,
ma ora il volto del cielo era sfigurato qua e là da lividi gialli e color lavanda,
come se la tempesta l'avesse brutalizzato.
Tarkanian si appostò fuori dal bar più chiassoso, e si accese una sigaretta turca
dall'odore pungente, aspirando il fumo a pieni polmoni e buttandolo fuori in una
nuvola densa e impenetrabile come quelle che gli incombevano sopra la testa. Le
tenebre gli si raccolsero intorno come accoliti fedeli, mentre gli arrivavano alle
orecchie risate ubriache e il rumore di vetri infranti e dei cazzotti che volavano
nei tafferugli. Un secondo dopo, un uomo grosso che perdeva sangue dal naso e
da una ferita al viso barcollò fuori dal locale.
Quando si piegò appoggiando le mani alle ginocchia e ansimando tra i conati di
vomito, Tarkanian spense la sigaretta con il tacco degli stivali, gli si avvicinò e
lasciò partire un colpo secco sul coppino. L'ubriaco crollò in avanti, battendo forte
la fronte contro il marciapiede.
Tarkanian lo prese sottobraccio e lo spinse nel vicolo. I passanti vedevano, ma
se ne fregavano e tiravano dritto. Correvano tutti presi dai loro affari, e nessuno si
azzardò neppure a rivolgere un'occhiata fugace verso loro due. Vivere a Niznij
Tagil aveva insegnato loro a ignorare tutto ciò che non li riguardava. Era l'unico
modo per salvarsi la pelle in quella città.
Tarkanian controllò l'orologio nel buio del vicolo puzzolente. Contattare Oserov
era impossibile, c'era solo da sperare che avesse portato a termine la sua parte del
piano.
Quindici minuti dopo entrò in una panetteria e comprò la torta più grande tra
quelle esposte. Tornò nel vicolo, buttò via la torta e sollevò la testa appena recisa
del malcapitato prendendola per i capelli sporchi di birra e sangue, poi la sistemò
al centro della scatola del dolce.
Gli occhi vitrei lo fissarono fino a quando non richiuse la scatola.
Andò dall'altra parte della città, dove venne fatto entrare nell'ufficio di Lev
Antonin, sempre protetto da sette scagnozzi.
«Lev Antonin, come promesso ti ho portato un regalo» esordì, mettendo la
scatola sulla sua scrivania. Lungo il tragitto si era fatta più pesante.
Antonin guardò prima lui e poi la scatola, manifestando pochissimo entusiasmo.
Fece un cenno a una delle sue guardie del corpo, che aprì la scatola. Poi si alzò e
diede un'occhiata al suo interno.
«Chi diavolo è questo?» chiese.
«L'assassino.» «Come si chiama?» «Michail Gorbacév» rispose sarcastico
Tarkanian. «E cosa ne so, io?» Antonin sogghignò e la sua faccia si trasformò in
un'orrenda maschera. «Se non conosci il suo nome, come fai a sapere che è quello
giusto?» «L'ho preso con le mani nel sacco» rispose Tarkanian. «Si era introdotto
in casa tua e stava per uccidere tua moglie e i tuoi figli.» Antonin fece la faccia
scura, afferrò il telefono e compose un numero. I suoi lineamenti si distesero
quando la voce della moglie rispose dall'altra parte.
«Stai bene? State tutti bene?» domandò in tono preoccupato. «Che significa?
Cosa...? Chi diavolo sei? Dov'è mia moglie?» Ridivenne serio e tornò a guardare
Tarkanian. «Che diavolo sta succedendo?» Tarkanian mantenne la voce calma e
tranquilla. «La tua famiglia è al sicuro, Lev Antonin, e rimarrà al sicuro fin
quando avrò via libera per prendermi Arkadin. Se ti metterai in mezzo...» «Farò
circondare la casa, i miei uomini faranno irruzione...» «E tua moglie morirà
insieme ai vostri tre bambini.» Antonin tirò fuori una pistola Stechkin e la puntò
verso Tarkanian. «Ti sparo lì dove sei, e ti prometto che non avrai una morte
veloce.» «In questo caso, tua moglie morirà insieme ai vostri tre bambini» ribadì
Tarkanian in tono più duro. «Qualsiasi cosa farai a me, verrà fatta a loro.»
Antonin fissò Tarkanian, poi appoggiò la Stechkin sulla scrivania vicino alla
scatola. Sembrava che volesse mettersi le mani nei capelli e strapparseli tutti.
«L'unica cosa da fare con gli uomini di Neanderthal» ripetè poi Tarkanian ad
Arkadin, «è accompagnarli passo passo per tutte le possìbili risposte, mostrando
loro la futilità di ognuna.» «Ascoltami, Lev Antonin, hai avuto quello che
avevamo stabilito. Se vuoi ancora tutto, mi trovo costretto a ricordarti che i maiali
finiscono al macello» lo minacciò Tarkanian.
Quindi lasciò l'ufficio per andare a cercare Leonid Danilovic Arkadin.
Tracy Atherton e Alonzo Pecunia Zuniga si presentarono alla porta di Don
Fernando Herrera alle tre in punto. La casa era avvolta dalla luce brillante del
sole, amplificata da un cielo senza nuvole.
Bourne, con la barba e il nuovo taglio di capelli, aveva girato diversi negozi in
cerca dei vestiti più adatti a un distinto professore di Madrid. Per ultimo, si era
fermato da un ottico, dove aveva comprato delle lenti a contatto dello stesso
colore degli occhi del professore.
Herrera viveva nel barrio Santa Cruz di Siviglia, in una bellissima casa a tre
piani dipinta di giallo e bianco con balconcini in ferro battuto alle finestre
dell'ultimo piano. La facciata costituiva un lato di una piazzetta al centro della
quale c'era un vecchio pozzo che era stato trasformato in una fontana ottagonale.
Piccole mercerie e negozi di suppellettili in porcellana, all'ombra di palme e
aranci, formavano gli altri tre lati.
La porta si aprì poco dopo che ebbero bussato. Tracy diede i loro nomi, e un
ragazzo ben vestito li accompagnò lungo l'ingresso di legno e marmo dal soffitto
molto alto. Al centro era disposto un tavolo con sopra un vaso di fiori freschi
bianchi e gialli, mentre su una credenza intarsiata c'era una ciotola d'argento
lavorato piena di aranci profumati.
Dal pianoforte li raggiunse una dolce e struggente melodia. Videro un salotto in
stile antico con una parete ricoperta da librerie in mogano, illuminato dalla luce
che penetrava dalla fila di portefinestre che davano sul cortile interno. C'erano un
elegante scrittoio, una coppia di divani in pelle color cannella, una credenza sulla
quale erano state sistemate cinque delicate orchidee, che sembravano cinque
ragazze a un concorso di bellezza. Ma il salotto era dominato da un piccolo
pianoforte d'antiquariato, dietro il quale era seduto un uomo con una folta chioma
di capelli bianchi pettinati all'indietro, che lasciavano scoperta la fronte ampia e
intelligente. Il corpo era piegato in avanti in una posa di concentrazione assoluta,
quasi di sofferenza. Stringendo una matita tra i denti, l'uomo stava componendo
un pezzo con una melodia elaborata, che si rifaceva ai virtuosi iberici e alle arie
popolari di flamenco.
Quando entrarono nella stanza, l'uomo alzò lo sguardo. Don Herrera aveva gli
occhi azzurri e leggermente all'infuori, che lo facevano sembrare una mantide
religiosa.
La sua pelle scura e coriacea suggeriva che viveva molto all'aria aperta. Aveva
un corpo magro e piatto, come se fosse stato costruito soltanto in due dimensioni.
Sembrava che vestisse una seconda pelle: quella degli anni passati nei campi di
petrolio colombiani.
Prese la matita che teneva in bocca e sorrise in modo cordiale. «Ah, ecco i miei
ospiti di riguardo, che piacere.» Baciò la mano di Tracy e strinse quella di Bourne.
«Carissima signora, professore, è un onore avervi in casa mia.» Indicò i divani in
pelle. «Prego, accomodatevi.» Indossava una camicia bianca con gli ultimi due
bottoni slacciati, sotto una giacca di seta leggera color crema, liscia come la
guancia di un bambino. «Gradite dello sherry, o volete qualcosa di più forte?»
«Dello sherry con Garrotxa, se ce l'ha, grazie» rispose Bourne recitando la parte.
«Ottima idea» rispose Herrera, chiamando il ragazzo per ordinare. Agitò l'indice
lungo e affusolato in direzione di Bourne. «Lei è un uomo di buon gusto,
professore.» Bourne sembrò compiacersi, mentre Tracy cercava di mascherare il
proprio divertimento agli occhi del vecchio uomo.
Arrivò il ragazzo portando un vassoio d'argento cesellato sul quale erano stati
sistemati un decanter in cristallo e tre bicchieri, insieme a un piatto di formaggio
di pecora, cracker, e una marmellata d'arance molto densa. Appoggiò il vassoio su
un tavolinetto basso e se ne andò in silenzio così com'era entrato.
Il padrone di casa versò lo sherry e porse i bicchieri. Herrera alzò il suo per fare
un brindisi e i due ospiti lo imitarono.
«Alla nobile causa della ricerca accademica! » Don Herrera sorseggiò lo sherry,
e lo stesso fecero Jason e Tracy. Mentre gustavano il formaggio con la
marmellata, si rivolse a Tracy: «Mi dica cosa ne pensa. E vero che il mondo sta
andando verso una guerra contro l'Iran?».
«Non ho abbastanza informazioni per esprimere un giudizio» rispose la ragazza,
«ma credo che l'Iran abbia fatto sfoggio del suo programma nucleare per troppo
tempo.» Don Herrera annuì con aria saggia. «Penso che stavolta gli Stati Uniti
abbiano ragione: l'Iran ci ha provocato troppo a lungo. Ma pensare a un'altra
guerra mondiale, be', sì, insomma, la guerra non fa bene agli affari di moki, ma è
ottima per quelli di pochi.» Si girò sullo sgabello del pianoforte. «E lei,
professore, che opinione si è fatto?» «Quando si parla di politica» disse Bourne,
«mantengo sempre una posizione neutrale.» «Ma, professore, si deve pur esser
fatto un'idea su un argomento che ci riguarda tutti.» «Le assicuro, Don Herrera,
che sono molto più interessato al Goya che all'Iran.» Il colombiano gli riservò uno
sguardo di disapprovazione, ma poi non perse altro tempo e si mise a parlare di
affari. «Senorita Atherton, le ho garantito un accesso incondizionato al mio tesoro
da poco portato alla luce e lei mi ha portato il migliore esperto di Goya del Prado
e, per estensione, di tutta la Spagna. Dunque» disse allargando le braccia, «qual è
il verdetto?» Tracy fece un sorriso evasivo e disse: «Professor Zuniga, perché non
risponde lei?».
«Don Herrera» prese la parola Bourne, «il dipinto in suo possesso e attribuito a
Francisco José de Goya y Lucientes non è opera di quest'ultimo.» Herrera
aggrottò la fronte e strinse le labbra. «Mi vorrebbe dire, professor Zuniga, che per
tutto questo tempo ho avuto per le mani un falso?» «Be', dipende dalla sua
definizione di falso» disse Bourne.
«Con tutto il dovuto rispetto, professore, o è falso o non lo è.» «Questo è un
modo di vedere la cosa, ma ce ne sono degli altri. Lasci che le spieghi. Malgrado
il dipinto non valga di certo il prezzo che lei ha stabilito, è tutto fuorché privo di
valore. Vede, alcuni test che ho svolto hanno confermato che l'opera è stata
realizzata nello studio di Goya. E anche probabile che lo schizzo sia stato
realizzato dal maestro stesso prima di morire. In ogni caso, però, rimangono dei
dubbi sul fatto che il disegno possa essere il suo. La tela nel complesso non
presenta la classica pennellata guidata dai leggeri attacchi di pazzia, nonostante
cerchi di ricrearla in maniera molto convincente anche per gli occhi di un
esperto.» Don Herrera finì il bicchiere di sherry, poi si sedette con le grandi mani
giunte sopra la pancia. «E così» disse, «il mio dipinto vale qualcosa, ma non il
prezzo indicato alla senorita Atherton.» «Esatto» confermò Bourne.
Herrera produsse un profondo suono gutturale. «Ci vorrà un po' per abituarsi.»
Si voltò verso Tracy. «Senorita, date le circostanze, immagino che rinuncerà al
nostro accordo.» «Assolutamente no» replicò lei. «Sono ancora interessata al
dipinto, anche se bisognerà rivedere il prezzo.» «Capisco» disse Herrera. «Be', è
ovvio.» Si fermò un attimo, perso nei suoi pensieri, poi riprese: «Prima di
procedere vorrei fare una telefonata».
«Ma certo» rispose Tracy.
Don Herrera annuì, si alzò e si diresse verso un tavolo con delle delicatissime
gambe a capriolo. Compose un numero sulla tastiera del suo cellulare, rimase un
secondo in attesa, poi disse: «Sono Don Fernando Herrera. Sì, sta aspettando una
mia chiamata».
Mentre era in attesa, sorrise ai suoi ospiti. «Porfavor, un momentito.» Passò
inaspettatamente il cellulare a Bourne, che lo guardò con aria interrogativa, ma
nel viso di Don Herrera non c'era nessun indizio di ciò che stava succedendo.
«Pronto» rispose Bourne in perfetto spagnolo.
«Sì» disse la voce dall'altra parte, «sono il professor Pecunia Zuniga, con chi
parlo?» ***
Capitolo 18
«Niente» disse Amun Chalthoum con evidente disgusto.
Fissava il ragazzo che Soraya aveva ripescato dal Mar Rosso dopo che si era
buttato in acqua per sfuggire alle sue domande. Si trovavano in una delle cabine
di bordo, messa a disposizione dal proprietario del negozio di materiali per
l'immersione. Era uno spazio stretto, soffocante e dall'odore nauseabondo.
L'espressione di Chalthoum era un misto di frustrazione e paura. «Non è
nient'altro che un trafficante di droga, uno di quelli che sondano il terreno per i
contrabbandieri.» A Soraya non sembrava affatto una cosa da niente, ma Amun
non era dell'umore adatto per considerare qualcosa che non riguardasse il gruppo
terroristico. Fu in quel momento di fragilità che abbandonò l'idea che Amun la
stesse imbrogliando. Era sicura che Chalthoum non si sarebbe lasciata prendere
dall'emozione se stava coprendo il coinvolgimento di al-Mukhabarat. La
sensazione di sollievo le fece tremare le gambe. Dopodiché tornò a concentrarsi
sulla cellula terroristica.
«Bene, vuol dire che non sono passati di qua» disse, «ma ci deve essere un altro
posto lungo la costa...» «I miei uomini hanno controllato» la interruppe Amun,
serio e preoccupato. «Questo significa che il percorso che ho suggerito è
sbagliato. Non sono passati per l'Iraq.» «E allora come hanno fatto a entrare in
Egitto?» chiese Soraya.
«Non lo so.» Chalthoum sembrò rimuginarci sopra per un po'. «Non possono
essere stati tanto stupidi da trasportare il missile con un aereo. Sarebbe stato
rilevato dai nostri radar... o da uno dei nostri satelliti.» Era vero, pensò Soraya.
Allora come avevano fatto i terroristi iraniani a far entrare quel missile in Egitto?
L'enigma la riportò, come a chiudere un cerchio, al sospetto iniziale che fossero
coinvolti gli egiziani, anche se non quelli di al-Mukhabarat. Ma fu solo quando
furono di nuovo sul ponte, con il trafficante in stato d'arresto e la barca che
tornava verso terra, che propose quell'ipotesi a Chalthoum.
Stavano in piedi vicino al parapetto di tribordo, il vento soffiava tra i capelli, la
luce del sole cospargeva la superficie dell'acqua di scintille abbaglianti. Amun
aveva appoggiato le braccia sul parapetto, le dita delle mani intrecciate, mentre
fissava l'acqua sotto di sé.
«Amun» gli disse Soraya gentilmente, «è possibile che qualcuno interno al tuo
governo - uno dei tuoi nemici, uno dei nostri nemici - abbia aiutato i terroristi a
introdurre il missile?» Anche se era stata molto attenta a formulare la domanda,
percepì che lui si era irrigidito. Un muscolo della guancia guizzò, ma la risposta
che arrivò la sorprese non poco.
«Ci ho già pensato, azizti, e con grande dispiacere ho fatto le mie indagini oggi,
mentre ero solo. Mi è costato molto, dal punto di vista politico, però non ha
portato a niente.» Si voltò verso di lei, gli occhi scuri più afflitti che mai. «Azizti,
sarebbe stata davvero la fine per me se l'eventualità che hai appena formulato si
fosse rivelata vera.» E fu proprio in quel preciso istante che lei capì. Amun aveva
intuito quali erano i sospetti di Soraya e li aveva accettati con tutto il carico di
disagio che portavano, fino a che il bagaglio era diventato troppo pesante. Aveva
messo da parte l'orgoglio per fare quelle chiamate, perché anche solo chiedere una
cosa del genere significava tradirsi, e ora Soraya comprendeva quello che
intendeva per «capitale politico»: era molto probabile che una o più delle persone
che aveva chiamato non avrebbe mai dimenticato i suoi dubbi. Anche questo
faceva parte del moderno Egitto, e Amun ci avrebbe dovuto vivere per il resto dei
suoi giorni. A meno che...
«Amun» sussurrò, così piano che Chalthoum dovette sporgersi per sentirla,
«quando tutto questo sarà finito, perché non vieni via con me?» «In America?»
esclamò lui, come se stesse parlando di Marte o di un posto persino più alieno e
lontano, ma quando rispose le sue parole erano colme di dolcezza. «Sì, azizti,
questo risolverebbe molti problemi. D'altro canto, però, ne farebbe sorgere altri.
Che cosa mi metterei a fare, per esempio?» «Sei un agente dell'intelligence,
potresti...» «Sono egiziano. E, cosa persino peggiore, sono il capo di alMukhabarat.» «Pensa alle informazioni che potresti fornire.» Le fece un sorriso
triste. «Immagina come mi insulterebbero, sia qui sia nella tua America. Per loro
sarei sempre il nemico, sospetterebbero di me, mi osserverebbero in
continuazione, e non mi accetterebbero mai.» «Non se ci sposassimo.» Le parole
uscirono prima che Soraya avesse il tempo di riflettere.
I due rimasero in silenzio, sconvolti. La barca, ormai vicina al molo, aveva
rallentato e non tirava più un filo di vento. Il sudore che usciva dai loro corpi si
asciugava sulla pelle.
Amun prese la mano di Soraya, con il pollice le accarezzava le piccole ossa del
dorso. «Azizti» le disse, «se mi sposassi, sarebbe la fine anche per te... non
potresti più continuare a lavorare nell'intelligence.» «E allora?» I suoi occhi
avevano un'espressione fiera. Adesso che aveva tirato fuori quello che aveva nel
cuore, assaporava un senso di libertà mai provata prima.
Lui le sorrise. «Non lo pensi davvero.» Lei si voltò. «Non voglio fingere con te,
Amun. I segreti che mi tengo dentro mi fanno solo star male, e continuo a
ripetermi che tutto questo dovrà finire, prima o poi, con qualcuno.» Amun le cinse
la vita esile con un braccio e annuì, mentre l'equipaggio intorno a loro si
rianimava fissando le cime alle luccicanti gallocce di metallo sulla darsena.
«Almeno su questo possiamo essere d'accordo.» E Soraya sollevò il viso verso il
sole. «Questa è l'unica cosa che importa, azizti.» «Signorina Trevor, ha idea di chi
possa aver...?» Anche se l'uomo che conduceva le indagini sulla morte della
direttrice della CIA Veronica Hart - come si chiamava? Simon qualcosa... Simon
Herren; sì, giusto - continuava a farle domande, Moira aveva smesso di ascoltare.
Quella voce era un ronzio leggero nelle orecchie, in cui risuonava ancora il
rumore degli istanti successivi all'esplosione. Lei e Humphry Bamber erano
distesi l'uno accanto all'altra nella sala del Pronto soccorso dopo essere stati
medicati.
Erano stati fortunati, aveva detto il medico del Pronto soccorso, e Moira sapeva
che era vero. Erano stati trasportati con l'ambulanza, li avevano attaccati
all'ossigeno e adesso li stavano sottoponendo ai primi esami di routine per
verificare se avessero concussioni, ossa rotte o cose del genere.
«Per chi lavori?» domandò Moira a Simon Herren.
Lui le sorrise con aria benevola. Aveva i capelli castani tagliati corti, occhi
piccoli e una brutta dentatura da roditore. Il colletto della camicia era rigido per
via dell'amido e la cravatta in reps era di quelle degli agenti governativi. Non le
avrebbe risposto, lo sapevano tutti e due. E, in ogni caso, che importava a quale
parte dell'universo dell'intelligence appartenesse? In fin dei conti non erano forse
tutti uguali? Be', no, Veronica Hart non era come tutti gli altri.
All'improvviso sentì come se qualcosa l'avesse colpita nel profondo e le lacrime
sgorgarono dagli occhi.
«Cosa c'è?» Simon Herren si guardò intorno in cerca di un'infermiera. «Sente
dolore?» Moira riuscì a ridere tra le lacrime. Che idiota, pensò. Per contenersi e
non insultarlo a voce alta, s'informò sulle condizioni del suo compagno.
«Il signor Bamber è ancora sconvolto» rispose Herren senza alcuna empatia.
«La cosa non sorprende, visto che è un civile.» «Va' a quel paese!» Moira girò la
testa dall'altra parte.
«Mi avevano detto che aveva un caratteraccio.» Quella frase attirò la sua
attenzione. Moira si voltò di nuovo per fissarlo negli occhi. «Chi ti ha detto che
ho un caratteraccio?» Herren le rivolse un sorriso enigmatico.
«Ah sì, Noah Perlis» si rispose da sola.
«Chi?» Non avrebbe dovuto ribattere così alla sua affermazione, pensò Moira.
Se avesse tenuto la bocca chiusa, avrebbe potuto trattenere il guizzo di quella
risposta negli occhi prima di tradirsi. E così Noah le stava ancora alle calcagna.
Perché? Visto che non voleva niente da lei, forse aveva cominciato a temerla.
Buono a sapersi: questa consapevolezza l'avrebbe aiutata nei giorni bui che
l'aspettavano, quando, sola e in pericolo, si sarebbe addossata la colpa della morte
di Ronnie. Dopotutto, la bomba non era forse destinata a lei? Era stata fatta
scivolare nel tubo di scappamento della macchina che aveva noleggiato. Nessuno,
nemmeno Noah, avrebbe potuto immaginare che al volante ci sarebbe stata
Ronnie. Ma anche la piccola soddisfazione per il fatto che Noah avesse fallito si
annullava di fronte al danno collaterale.
Era stata vicina alla morte anche in passato, aveva visto colleghi o nemici
morire sul campo, faceva parte del suo lavoro. Era stata preparata per quello, per
quanto un essere umano può essere preparato alla morte di qualcuno che conosce.
Ma il campo era lontano, oltre l'oceano; era distante dalla civiltà, dalla sua vita
privata, dalla sua casa.
La morte di Ronnie era tutt'altra faccenda. Era stata causata da una serie di
eventi e di sue reazioni a quegli eventi. All'improvviso venne investita da una
marea di «se». Se non avesse avviato la sua attività, se Jason non fosse «morto»,
se non fosse andata da Ronnie, se Bamber non avesse lavorato per Noah, se, se,
se...
Ma tutte quelle cose erano successe e, come una ghirlanda di margherite,
riusciva a vedere la concatenazione di quegli avvenimenti; ciascuno di essi aveva
portato inesorabilmente a quello successivo, e alla fine il risultato era sempre lo
stesso. Pensò al guaritore balinese, Suparwita, che l'aveva guardata negli occhi
con un'espressione che lei non era stata in grado di decifrare fino a quel momento.
Era come se allora, a Bali, lui avesse già previsto cosa l'attendeva, come se
sapesse tutto.
Il ronzio insistente della voce di Simon Herren la distrasse dai suoi pensieri
cupi. Gli occhi tornarono a focalizzarsi su di lui.
«Cosa? Che hai detto?» «Bamber è stato dimesso e affidato alla mia custodia.»
Herren stava tra il letto di Moira e quello di Bamber, come se la stesse sfidando.
Bamber era già vestito e pronto a essere dimesso dall'ospedale, ma sembrava
spaventato, indeciso, sconvolto.
«Il dottore dice che lei deve rimanere qui per ulteriori accertamenti.» «Col
cavolo!» Si mise seduta, tirò giù le gambe dal lato del letto e si alzò in piedi.
«Credo sia meglio che rimanga distesa» ribadì Herren nel suo modo vagamente
derisorio.
«Va' al diavolo!» Moira iniziò a vestirsi, noncurante della sua presenza. «Va' al
diavolo tu e la scopa che hai usato per volare fin qua.» Simon Herren non riuscì a
nascondere l'indignazione per l'oltraggio subito. «Non è una risposta molto
professionale, è...» L'attimo dopo si ritrovò piegato in due per il pugno che Moira
gli aveva affondato nel plesso solare. Il ginocchio della ragazza raggiunse il suo
mento mentre si abbassava in avanti, poi lo tirò su e lo buttò sopra il letto. A
questo punto si girò verso Bamber e gli disse: «Hai una sola scelta. O vieni con
me adesso, oppure apparterrai a Noah per sempre».
Bamber non si muoveva ancora. Fissava stordito Simon Herren ma, quando
Moira gli offrì la mano, lui la prese. Aveva bisogno di una guida adesso, di
qualcuno che gli dicesse la verità. Stevenson era morto, Veronica Hart era stata
fatta saltare in aria di fronte ai suoi occhi, e ora c'era solo Moira, la persona che lo
aveva tirato fuori da quella Buick maledetta, la donna che gli aveva salvato la
vita.
Moira lo condusse fuori dal Pronto soccorso nella maniera più rapida ed
efficiente possibile. Per fortuna, il Pronto soccorso era un manicomio: tirocinanti
e paramedici correvano di qua e di là dietro i loro pazienti, fornendo relazioni
mediche al volo ai dottori interni, che a loro volta urlavano gli ordini agli
infermieri.
Erano tutti oberati di lavoro e molto stressati, nessuno li notò né li fermò.
Un gruppo di uomini di Amun li aspettava sul molo, dove condusse il giovane
trafficante di droga tenendolo per la collottola. Il povero ragazzo era spaventato a
morte. Non era uno di quegli egiziani duri e impassibili che sapevano bene a cosa
andavano incontro. Sembrava proprio quello che era: un turista squattrinato che
sperava di racimolare qualche soldo per continuare il suo viaggio. Di certo era
quello il motivo per cui era stato scelto. Sembrava un tipo innocente.
Chalthoum avrebbe potuto lasciarlo andare dopo una bella strigliata, ma non si
sentiva per niente magnanimo. Fece un balzo all'indietro quando il ragazzo
vomitò.
«Amun, perché non lasci perdere?» gli suggerì Soraya.
«I trafficanti di droga non possono cavarsela così, come se niente fosse.» Questo
era l'Amun che conosceva, duro e dalla vista acuta. Un brivido involontario le
corse lungo la schiena. «Ma non è che un ragazzino, l'hai detto tu stesso. Se lo
metterai dentro, troveranno un altro stupido per rimpiazzarlo.» «E noi troveremo
anche quello» ribatté Chalthoum. «Portatelo dentro e buttate via la chiave.» A
questo punto il giovanotto scoppiò in singhiozzi. «Per favore, aiutatemi. Non è il
mio lavoro.» Chalthoum lo guardò con un'aria talmente torva da farlo
indietreggiare. «Avresti dovuto pensarci prima di prendere i soldi dei criminali.»
Lo scaraventò tra le braccia dei suoi uomini. «Sapete cosa fare con lui.»
«Aspettate! Aspettate!» Il ragazzo tentò di puntare i piedi, mentre gli uomini di
Amun si voltarono per portarlo via. «E se avessi delle informazioni? Mi
aiutereste, in quel caso?» «E che informazioni potresti mai avere, tu?» chiese
Chalthoum con aria disinteressata. «So benissimo come è strutturato il mondo
della droga. Gli unici contatti li hai con chi sta sul gradino subito sopra di te, e
dato che tu stai nel gradino più basso...» «Non parlavo di quelle persone.» La
voce del ragazzo si era alzata per la paura. «Ho sentito qualcosa, altri
sommozzatori che parlavano tra di loro.» «Quali sommozzatori? Di che
parlavano?» «Se ne sono andati, ormai» rispose il ragazzo. «Erano qui circa dieci
giorni fa, forse qualcuno in più...» Chalthoum scosse la testa. «E passato troppo
tempo, chi fossero e cosa avessero da dire ormai è del tutto irrilevante, per me.»
Soraya fece un passo verso il giovane. «Come ti chiami?» «Stephen.» Soraya
annuì. «Io mi chiamo Soraya, Stephen. Ti prego, dimmi: erano iraniani, questi
sommozzatori?» «Ma guardalo» la interruppe Chalthoum. «Non sarebbe in grado
di distinguere un iraniano da un indiano.» «I sommozzatori non erano arabi.»
Chalthoum sbuffò. «Vedi che ho ragione? Sonny, gli iraniani sono persiani,
discendono dai nomadi sciti-sarmati provenienti dall'Asia centrale. Sono
musulmani sciiti, non arabi.» «Quello che volevo dire...» Stephen deglutì a fatica
la saliva. «Quello che volevo dire è che i sommozzatori erano bianchi come me.
Caucasici.» «Di che nazionalità erano?» chiese Soraya.
«Americani» disse Stephen.
«E allora?» Chalthoum stava perdendo la pazienza.
Soraya si avvicinò al ragazzo. «Stephen, cos'hai sentito? Di cosa stavano
parlando questi sommozzatori?» Dopo aver rivolto uno sguardo terrorizzato ad
Amun, Stephen continuò: «Erano quattro. Era chiaro che stavano tornando da una
vacanza, ma parlavano di licenza».
Soraya cercò gli occhi di Chalthoum. «Militari.» «Così dice lui» brontolò. «Va'
avanti.» «Avevano da poco finito la seconda immersione del giorno ed erano un
po' storditi. Li ho aiutati a togliersi le bombole, ma si comportavano come se io
non ci fossi. Comunque, si lamentavano perché erano stati richiamati. C'era stata
una specie di emergenza, un incarico che sarebbe stato affidato a loro e che era
venuto fuori dal nulla. Questo è quello che hanno detto.» «Non ha senso»
commentò Chalthoum. «E chiaro che sta inventando tutto di sana pianta per
salvarsi dalla galera a vita.» «Oh Dio!» A quelle parole di Amun, le ginocchia del
ragazzo cedettero e gli uomini dovettero tenerlo ancora più forte per farlo stare in
piedi.
«Stephen.» Soraya si avvicinò e girò il viso del giovane verso di lei. Era pallido,
e nei suoi occhi si vedeva soprattutto la parte bianca. «Dicci che altro hai sentito. I
sommozzatori hanno parlato dell'incarico?» Il giovane scosse la testa. «Ho avuto
l'impressione che non lo sapessero.» «Basta così!» urlò Chalthoum. «Portate via
questo pezzo di carne rancida.» Stephen non la smetteva più di singhiozzare. «Ma
sapevano qual era la destinazione.» Soraya alzò la mano per fermare gli uomini di
Amun. «Qual era? Dove erano diretti quegli uomini?» «Avrebbero preso un aereo
per Khartoum» disse Stephen tra le lacrime, «ovunque sia quel posto dimenticato
da Dio.» ***
Capitolo 19
Il segretario alla Difesa Halliday andò incontro al presidente al termine
dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Dopo aver mandato tutti in delirio
con la notizia delle prove del coinvolgimento dell'Iran nel bombardamento
dell'aereo americano su cui viaggiavano 181 passeggeri, il presidente si era
fermato per una conferenza stampa estemporanea con i rappresentanti dei media
che si erano raccolti intorno a lui come formiche intorno a una briciola di pane.
Con aria compiaciuta diede loro una dozzina di frasi d'effetto da trasmettere in
diretta o da passare ai rispettivi direttori, poi qualcuno gli sussurrò all'orecchio
che il segretario Halliday lo stava aspettando per comunicargli notizie della
massima importanza.
Il presidente era euforico. Era passato molto tempo dall'ultima volta in cui un
presidente americano aveva potuto rivolgersi a quel maestoso corpo delle Nazioni
Unite adducendo prove talmente schiaccianti da sconvolgere i rappresentanti di
Russia e Cina e lasciarli senza parole. Il mondo stava cambiando, e si rivoltava
contro l'Iran come mai era successo prima.
Il presidente, il cui intervento era dovuto in gran parte a Bud Halliday, ritenne
che la prima persona con cui parlare di quel successo indiscusso dovesse essere
proprio il segretario alla Difesa.
«Stappa lo champagne!» gli urlò il presidente, facendogli un cenno da lontano,
poi i due uomini entrarono nella lunga limousine blindata, antimina e
antiproiettile.
Di fronte a loro c'era l'addetto stampa, le cui guance erano rosse come quelle del
presidente, che stringeva una bottiglia ghiacciata in mano.
«Signore, se non le dispiace, rimanderei i festeggiamenti» disse Bud Halliday.
«Dispiacermi?!» esclamò il presidente. «Certo che mi dispiace! Solly, apri lo
champagne!» «Signore» insistette Halliday, «c'è stato un incidente.» Il presidente
rimase di stucco, poi si voltò piano verso il segretario alla Difesa. «Che tipo di
incidente, Bud?» «Veronica Hart, la direttrice della CIA, è morta.» Il presidente
sbiancò di colpo. «Cristo santo, cos'è successo, Bud?» «Pensiamo a
un'autobomba. C'è un'indagine in corso, ma questa è la teoria più recente.» «Ma
chi...?» «Il Dipartimento della Sicurezza Interna, l'ATF e l'FBI stanno operando in
modo congiunto sotto la direzione della NSA.» «Bene.» Il presidente, adesso di
nuovo concentrato, annuì brusco. «Prima risolviamo questo casino dell'autobomba, meglio sarà.» «Come al solito siamo sulla stessa lunghezza d'onda,
signore.» Halliday lanciò uno sguardo in direzione di Solly. «A proposito, è il
caso di organizzare una conferenza stampa generale. Dopo l'incidente aereo,
l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono le illazioni su un'altra bomba e sui
terroristi.» «Solly, faccia preparare i giornalisti» ordinò il presidente, «poi si dia
da fare per rilasciare un comunicato stampa ufficiale. Lavorerà insieme al
segretario Halliday, okay?» «Certo, signore.» Solly ripose la bottìglia gocciolante
nel cestello del ghiaccio e iniziò a telefonare ai suoi contatti.
Halliday aspettò che l'addetto stampa fosse impegnato nella prima
conversazione. «Signore, dobbiamo pensare a un sostituto alla direzione della
CIA.» Prima che il presidente avesse il tempo di rispondere qualcosa, continuò:
«Mi sembra giusto sottolineare che l'esperimento di scegliere una persona dal
settore privato abbia fatto il suo corso. In ogni caso, dobbiamo muoverci al più
presto».
«Mi fornisca una lista dei dirigenti della CIA.» «Senz'altro.» Halliday mandò un
SMS al suo ufficio, poi alzò lo sguardo. «La lista sarà sulla sua scrivania nel giro
di un'ora.» Ma il suo viso era ancora scuro.
«Che c'è, Bud?» «Niente, signore.» «Su, andiamo. Ci conosciamo da tanto
tempo... Ha qualcosa in mente, e questo non è il momento di tirarsi indietro.»
«Okay.» Halliday sospirò. «Credo che sia ora di fondere tutte le organizzazioni
dell'intelligence in un unico grande organico che condivida informazioni, prenda
decisioni coordinate ed elimini la burocrazia che tanto odiamo tutti quanti.» «Ho
già sentito questa idea in passato, Bud.» Halliday si sforzò di reprimere una
smorfia. «Nessuno lo sa meglio di me, signore, e la capisco. In passato lei ha
seguito il direttore della CIA, chiunque fosse.» Il presidente si morse il labbro
inferiore. «La storia ci insegna, Bud. La CIA è la più antica delle organizzazioni
di intelligence. Sotto molti punti di vista è il nostro fiore all'occhiello. Capisco
perché vuole metterci le mani sopra.» Invece di perdere tempo a negare la verità,
Halliday decise di provare una tattica diversa. «La crisi attuale è un altro dei
motivi. Stiamo avendo molte difficoltà a coordinarci con la CIA, in particolare
con la Typhon, che molto probabilmente dispone delle informazioni di cui
abbiamo bisogno per assicurarci che la ritorsione contro l'Iran non si riveli un
passo falso.» Il presidente guardò fuori dal finestrino appannato, osservando i
monumentali edifici pubblici nel cuore del distretto. «Hai ricevuto i soldi per... lo
sai... per... com'è che avete chiamato l'operazione?» Il segretario alla Difesa smise
di inseguire il treno dei pensieri del presidente. «Pinprick, signore.» «Ma chi
inventa questi nomi?» Halliday comprese che il suo superiore non voleva davvero
una risposta, il presidente si voltò di nuovo verso di lui. «Chi hai in mente?» Con
la scelta già in cima ai suoi pensieri, Halliday si trovò pronto a rispondere.
«Danziger, signore.» «Davvero? Pensavo avresti proposto il tuo zar
dell'intelligence.» «Jaime Hernandez deve ancora crescere. Abbiamo bisogno di
qualcuno con più esperienza.» «Giusto» riconobbe il presidente. «Chi diavolo è
questo Danziger?» «Errol Danziger. Il vicedirettore della SIGINT per l'Analisi e
la produzione.» Il presidente tornò di nuovo a contemplare la strada che scorreva
fuori dal finestrino. «L'ho già incontrato?» «Sì, signore, due volte. L'ultima è stata
quando al Pentagono si è tenuta la riunione...» «Rinfrescami la memoria, per
favore.» «Ha portato i fogli che poi Hernandez ha distribuito.» «Non me lo
ricordo.» «Non mi sorprende, signore. Non ha niente di particolare.» Halliday
soffocò una risata. «Ed è proprio per questo che è stato così prezioso durante il
periodo in cui ha lavorato sul campo. Ha lavorato nel Sudest asiatico prima di
entrare nel Direttorato delle Operazioni della NSA.» «Lavoro sporco?» Halliday
rimase sbigottito per la domanda, ma non trovò alcun motivo per mentire.
«Esatto, signore.» «E poi è tornato per riferire tutto.» «Sì, signore.» Il presidente
produsse un rumore quasi impercettibile in gola. «Lo aspetto nello Studio Ovale
alle...» Schioccò le dita per attirare l'attenzione dell'addetto stampa. «Solly, c'è un
buco nel pomeriggio?» Solly mise la chiamata in attesa e fece scorrere alcune
schermate nel suo palmare. «Alle 17:25, signore. Ma ha soltanto dieci minuti
prima della conferenza stampa. Dobbiamo essere in onda con il notiziario delle
sei.» «Certo.» Il presidente alzò una mano sorridendo. «Alle 17:25, Bud. Dieci
minuti sono più che sufficienti per decidere.» Poi, in modo repentino, passò a
occuparsi di altre questioni: un ordine del giorno pieno di sconfortanti problemi di
sicurezza, al termine del quale non lo aspettavano di certo un bagno caldo e una
buona cena, ma una conferenza telefonica con il direttore del Protocollo per
decidere chi invitare ai funerali di Stato della direttrice della CIA, Veronica Hart.
Il ragazzo che lavorava per Herrera si era introdotto furtivamente nella stanza
alcuni secondi dopo che Bourne aveva preso il telefono in mano. Ora stava
premendo la canna di una Beretta Px4 9mm contro la tempia sinistra di Tracy. La
ragazza aveva gli occhi sgranati, ed era rimasta immobile, seduta perfettamente
eretta sul bordo del divano.
«Mio caro amico» disse Fernando Herrera prendendo il cellulare dalla mano di
Jason, «non so chi sei, ma una cosa la so: non trarrò alcun vantaggio a minacciare
te.» Il suo sorriso era dolce, quasi gentile. «Invece, se ordinerò a Fausto di far
saltare le cervella della signorina... Perdoni la crudezza delle mie parole, senorita
Atherton... a meno che tu non mi dica chi sei, credo che sarai più incline a
raccontarmi la verità.» «Ammetto di averla sottovalutata, Don Herrera» disse
Bourne.
«Adam, per favore, digli la verità» lo supplicò Tracy, spaventata.
«So che sei un truffatore, così come so che sei venuto per raggirarmi e
appropriarti del mio Goya, che però il professor Alonzo Pecunia Zuniga, il vero
Don Alonzo, mi ha confermato essere autentico.» Indicò Tracy. «Mi ha anche
assicurato che la senorita è una persona genuina. Come l'hai convinta a far parte
del tuo piano sono affari vostri e non mi interessa.» Ma nella sua espressione si
leggevano lo sgomento e il disappunto per la caduta di stile di Tracy. «Quello che
voglio sapere è chi sei e quale dei miei nemici ti ha pagato per truffarmi.» Tracy
stava tremando. «Adam, per l'amor del cielo...» Herrera alzò la testa. «Forza,
forza, senor Truffatore, non hai il diritto di torturare così questa povera ragazza.»
Era il momento di agire, Jason lo sapeva. Sapeva anche che la situazione era sul
filo del rasoio. Herrera aveva una doppia faccia. Visto dal di fuori sembrava
improbabile che un gentiluomo di Siviglia così distinto potesse ordinare al
ragazzo di premere il grilletto. D'altra parte, però, il lavoro illecito nei campi di
petrolio colombiani tradiva la sua attuale identità tanto perbene.
In fondo poteva ancora essere quell'uomo violento che aveva sconfitto, raggirato
e intimidito tutti gli altri per fare fortuna all'interno del settore petrolifero. Non si
potevano portare a termine affari di successo con la Tropical Oil Company se non
si aveva un cuore duro come il marmo e non si era sparso un po' di sangue
intorno. In ogni caso, però, Bourne non poteva giocare con la vita di Tracy.
«Ha ragione, Don Herrera. Le porgo le mie scuse» disse infine. «Ecco la verità:
mi ha mandato uno dei suoi nemici, ma non per portarle via il Goya.» Tracy
sgranò gli occhi.
«Ho solo usato questo espediente per riuscire a incontrarla.» Gli occhi di Don
Fernando Herrera luccicarono, mentre prendeva una sedia per sistemarsi di fronte
a Bourne. «Continua.» «Mi chiamo Adam Stone.» «Perdonami se sono scettico.»
Fece schioccare le dita. «Il passaporto. E usa la mano sinistra. Non vorrai mica
allarmare Fausto!» Bourne eseguì gli ordini. Con i polpastrelli della mano sinistra
tirò fuori il passaporto, che Herrera analizzò come se fosse un agente speciale
dell'Ufficio immigrazione.
Riconsegnando il documento al proprietario, aggiunse: «Bene, senor Stone, di
cosa ti occupi?».
«Sono un professionista freelance in... chiamiamole armi di natura speciale.»
Herrera scosse la testa. «Sono confuso.» «Don Herrera, lei conosce un mercante
balinese di nome Wayan.» «No.» Bourne ignorò la bugia. «Io lavoro per le
persone che riforniscono Wayan.» «Adam, ma che significa? Hai detto che
cercavi dei capitali per l'avviamento della tua società di e-commerce» intervenne
Tracy.
Dopo queste parole, Herrera si appoggiò allo schienale della sedia, intento, a
quanto pareva, a osservare Bourne sotto una nuova luce. «Senorita Atherton,
sembra proprio che Adam Stone le abbia mentito con la stessa facilità con cui ha
mentito a me.» Jason sapeva di rischiare molto. Aveva calcolato che l'unico modo
per assumere il controllo della situazione era sorprendere il colombiano. In questo
sembrava aver avuto successo.
«La domanda è: perché?» Bourne vide l'opportunità di far pendere la bilancia in
suo favore. «Le persone che mi hanno mandato... le stesse che riforniscono
Wayan...» «Ti ribadisco che non conosco nessun Wayan.» Bourne alzò le spalle.
«Le persone per cui lavoro la pensano in modo diverso. A loro non piace come
conduce i suoi affari. La vogliono fuori dal giro.» Don Herrera si mise a ridere.
«Fausto, hai sentito?» Si piegò in avanti avvicinando il viso a quello di Bourne.
«Mi stai minacciando, Stone? Percepisco delle vibrazioni non proprio positive in
casa mia.» Nella sua mano comparve un pugnale dal manico intarsiato di giada, la
lunga lama affusolata come le sue dita. La spinse in avanti fino a sfiorare la pelle
sopra il pomo d'Adamo di Bourne.
«Dovresti saperlo che non reagisco molto bene alle minacce.» «Quello che
succederà a me, non ha importanza.» «Il sangue della senorita scorrerà per colpa
tua.» «Sa benissimo quanto siano potenti le persone per cui lavoro. Quel che sarà,
sarà.» «A meno che non cambi il modo in cui conduco i miei affari, vero?»
Bourne percepì il tentennamento di Herrera prima ancora che pronunciasse quelle
parole. Non negava più il coinvolgimento nel traffico di armi. «Esatto.» Don
Herrera sospirò e fece un gesto a Fausto, che ripose la Beretta alla cintura. Poi
gettò il pugnale su uno dei cuscini del divano e, battendosi le mani sulle cosce,
disse: «Credo, senor Stone, che una passeggiata in giardino farebbe bene a
entrambi».
Fausto fece scattare la serratura delle portefinestre ed Herrera e Bourne uscirono
sul sentiero lastricato. Il giardino era un ottagono, che pareva circondato dalle
possenti braccia della casa. C'erano piante di limoni e, al centro, una fontana in
stile moresco all'ombra di una palma. Qui e là c'erano delle panchine di pietra.
L'aria era carica del profumo dei limoni, le cui foglie uscivano dai bozzoli
dell'inverno come farfalle.
Dato che faceva fresco, Don Herrera indicò una panchina al sole. Quando si
furono seduti fianco a fianco iniziò a parlare: «Devo ammettere che Evsen mi sta
sorprendendo. Mi manda un uomo che non solo è un criminale, ma possiede
anche una saggezza fuori dal comune». Inclinò leggermente la testa, come a voler
sollevare il cappello in segno di rispetto nei confronti di Bourne. «Quanto ti paga
quel figlio di puttana di un russo?» «Non abbastanza.» «Eh, già, Evsen... un
fottuto tirchio!» Bourne si mise a ridere. Aveva rischiato, ma ora raccoglieva i
suoi frutti. Aveva avuto la risposta che cercava. Era Nikolaj Evsen che riforniva
Wayan. Ed era stato sempre lui a mandare Scarface a seguirlo da Bali fino alla
corrida. Ancora non sapeva perché lo volesse morto, ma era convinto di aver fatto
un enorme passo in avanti verso la soluzione di quel mistero. Riuscì a farsi
un'idea più precisa sul conto di Don Fernando Herrera: era il rivale di Nikolaj
Evsen. E se Bourne avesse convinto Herrera che poteva corromperlo e portarlo
dalla sua parte, Herrera gli avrebbe rivelato tutto ciò che sapeva sul conto di
Evsen, incluso quello che aveva bisogno di scoprire.
«Di sicuro non abbastanza per ritrovarsi un coltello puntato alla gola.» «Sono il
primo a essere rammaricato per essere stato costretto a farlo.» I solchi del viso di
Herrera si rilassarono sotto i raggi del sole. L'uomo aveva accantonato il suo
orgoglio fiero per interpretare il ruolo del gentiluomo, una fermezza granitica
invidiabile.
«Conosco la sua storia. So cos'ha fatto in Colombia» disse. «So che ha sfidato la
Tropical Oil Company.»
«Sì, be', è stato tanto tempo fa.» «L'intraprendenza «Senti chi parla.» Il
colombiano lo guardò di traverso in maniera scaltra. «Dimmi un po', secondo te,
dovrei vendere il mio Goya alla senorita Atherton?» «Lei non ha niente a che fare
con me» disse Burne.
«Molto cavalleresco da parte tua, ma non è la verità.» Herrera alzò un dito in
tono di ammonimento. «Era pronta a prendersi il Goya a un prezzo ingiusto.»
«Questo dimostra soltanto che è una donna d'affari in gamba.» Herrera scoppiò in
una risata. «Giusto... Immagino che non mi dirai mai il tuo vero nome.» «Ha
controllato il mio passaporto.» «Lo prendo come un insulto alla mia intelligenza.»
«Quello che volevo dire è che un nome vale l'altro» disse Bourne, «soprattutto nel
nostro campo.» Herrera iniziò a tremare. «Cristo, si sta facendo freddo.» Si alzò.
Le ombre si erano allungate durante la loro chiacchierata. Era rimasta soltanto una
striscia di sole nella parte superiore della facciata occidentale, mentre il giorno
scompariva in una notte effimera.
«Torniamo dalla donna d'affari, ti va? Andiamo a scoprire quanto è forte il suo
desiderio di avere il mio Goya.» Errol Danziger, l'attuale vicedirettore della
SIGINT per l'Analisi e la produzione, stava leggendo in contemporanea su tre
schermi diversi i rapporti in tempo reale dall'Iran, Egitto e Sudan, e prendeva
appunti. Di tanto in tanto parlava anche al microfono attaccato alle cuffie,
comunicando in un linguaggio in codice che lui stesso aveva ideato, nonostante
stesse utilizzando una linea criptata della NSA.
Il segretario alla Difesa Bud Halliday trovò Danziger intento ad analizzare e
coordinare le informazioni, nonché gli elementi remoti della più segreta delle
missioni top secret. Quelli che lavoravano a stretto contatto con lui lo
soprannominavano l'Arabo, per via delle tante missioni che aveva portato a
termine con successo contro gli estremisti islamici di tutte le sette religiose.
Non c'era nessun altro nella stanza, erano da soli. Danziger alzò la testa per un
attimo, indirizzando al suo capo un'espressione deferente prima di tornare al
lavoro. Halliday si mise a sedere. Il trattamento poco cortese riservatogli da
Danziger non lo disturbava: fosse stato un altro, si sarebbe preso una bella lavata
di capo. Danziger era speciale e meritava un trattamento speciale. Anzi, il fatto
che fosse tanto concentrato significava che tutto stava andando per il meglio.
«Dammi il tuo spuntino, Triton» disse Danziger al microfono. «Spuntino» era la
parola in codice per «programma».
«In posizione. Bardem ha fatto centro.» Triton era il nome in codice di Noah
Perlis, il segretario lo sapeva. Era responsabile di Bardem, il programma che
faceva le analisi di tutte le variabili in tempo reale.
«Inizia la Final Four» disse l'Arabo. La «Final Four», l'ultima fase della
missione.
Halliday ebbe un tuffo al cuore. Erano ormai vicini al traguardo, a un passo dal
più potente colpo di Stato che un funzionario americano fosse mai riuscito a
portare a termine. Contenendo l'entusiasmo, disse: «Spero che questa sessione
finisca presto».
«Dipende» rispose Danziger.
Halliday gli si avvicinò. «Fa' in modo che succeda. Abbiamo un appuntamento
con il presidente fra meno di tre ore.» Quelle parole colpirono l'attenzione di
Danziger, che spostò lo sguardo dagli schermi e parlò al microfono. «Triton,
cinque.» Poi schiacciò un interruttore per mettere in attesa. «Hai incontrato il
presidente?» Halliday annuì. «Ho fatto il tuo nome, e sembra interessato.»
«Interessato tanto da incontrarmi, ma non è ancora fatta.» Il segretario alla Difesa
fece un sorriso carico di significato. «Non c'è di che preoccuparsi. Non sceglierà
nessuno dei candidati interni alla CIA.» L'Arabo annuì. Sapeva meglio di
chiunque altro quale ascendente esercitasse il suo capo sul presidente. «Sta
accadendo qualcosa in Egitto.» Halliday si piegò più in avanti. «Cioè?» «Soraya
Moore, che conosciamo entrambi, e Amun Chalthoum, il capo dell'intelligence
egiziana, stanno ficcando il naso in giro per la fattoria.» La «fattoria» era il nome
in codice che si riferiva al teatro dell'operazione. «Cos'hanno scoperto?» «La
prima squadra si trovava in licenza quando gli ordini sono stati trasmessi. A
quanto pare gli uomini erano talmente furiosi per essere stati richiamati dalla
licenza che si sono lamentati e a qualcuno è giunto all'orecchio qual era la loro
destinazione.» Halliday si accigliò. «Mi stai dicendo che la Moore e Chalthoum
sanno che la squadra è diretta a Khartoum?» Danziger annuì. «Questo problema
va stroncato sul nascere, è l'unica soluzione.» Halliday rimase sconcertato. «Ma
come? E i nostri uomini...?» «Hanno violato il protocollo di sicurezza.» Il
segretario scosse la testa. «Sì, ma...» «Arginare, Bud, dobbiamo arginare finché
siamo in tempo.» L'Arabo diede un colpetto sul ginocchio di Halliday. «Pensala
come fosse un altro spiacevole caso di fuoco amico.» Halliday si lasciò andare
sulla sedia, si strofinò il viso con la mano. «E una cosa positiva che gli uomini
abbiano un'infinita capacità di razionalizzare» considerò.
Prima di girarsi di nuovo verso gli schermi, Danziger disse: «Bud, questa è la
mia missione. Io ho ideato Pinprick e l'ho progettato fino all'ultimo dettaglio. Ma
tu l'hai approvata. E sono certo che non permetterai che quattro figli di puttana
qualunque facciano cadere le nostre teste».
***
Capitolo 20
Don Fernando Herrera si fermò davanti alla portafinestra, alzò un dito e guardò
dritto negli occhi di Bourne. «Prima di tornare dentro, vorrei chiarire una cosa. In
Colombia ho preso parte alla guerra tra l'esercito e i guerriglieri indigeni, una lotta
tra fascismo e socialismo. Entrambe le fazioni sono deboli e imperfette, perché
una cerca soltanto di controllare l'altra.» Le ombre azzurre di Siviglia gli
conferivano un aspetto bramoso e famelico, come un lupo che avvista la preda.
«Io sono stato addestrato, insieme ad altri come me, a uccidere una vittima che
non è più in grado di difendersi, di reagire. Si chiama delitto perfetto. Mi
capisci?» Continuò a scrutare il volto di Bourne come se lo stesse passando ai
raggi X. «So che non sei stato mandato da Nikolaj Evsen o da Dimitrij Maslov,
suo socio non operante. Come faccio a saperlo? Anche se non so praticamente
niente di te, compreso il tuo vero nome, che comunque è soltanto un dettaglio, so
che non sei il tipo da lavorare per conto di qualcun altro. Il mio istinto mi dice
questo, perché il mio istinto è imbevuto del sangue dei miei nemici, che ho fissato
spesso negli occhi mentre vuotavano il sacco, uomini che misurano la loro
intelligenza solo sulla base dello zelo e della fortuna.» Bourne si sentiva
galvanizzato. E così Evsen e Maslov erano soci. Aveva incontrato Maslov a
Mosca diversi mesi prima, quando il capo della grupperovka si trovava nel bel
mezzo di una guerra con una famiglia rivale. Il fatto che ora stesse con Evsen
significava che aveva vinto la guerra e consolidato il suo potere. E se fosse
Maslov, e non Evsen, a volerlo morto?
«Capisco» disse Bourne. «Lei non teme né Evsen, né Maslov.» «Non solo, ma
non mi interesso proprio di loro» ribatté Herrera. «Invece tu mi interessi molto.
Perché sei venuto da me? Non l'hai fatto né per il mio Goya, né per la senorita là
dentro, per quanto possa essere bella e desiderabile. Quindi, cosa vuoi davvero?»
«Sono stato seguito fin qui da un killer russo con una cicatrice su un lato del collo
e un tatuaggio con tre teschi sull'altro.» «Ah sì, Bogdan Macin, meglio noto come
il Torturatore.» Herrera si diede un colpetto sul labbro inferiore con il polpastrello
dell'indice. «E così sei stato tu a uccidere quel bastardo, ieri alla Maestranza.»
Guardò Bourne con uno sguardo pieno di stima. «Sono impressionato. Macin ha
lasciato dietro di sé una scia di morti e mutilazioni, peggio di un tornado.» Anche
Jason rimase impressionato. Le informazioni arrivavano a Herrera in maniera
veloce e impeccabile. Si slacciò la camicia, mostrando la ferita al petto. «Ha
cercato di spararmi a Bali. Ha comprato un Parker Hale M85 e un mirino
telescopico Schmidt & Bender Marksman II da Wayan. E stato Wayan a farmi il
suo nome. Ha detto che è stato lei a raccomandarlo a Macin.» Herrera sollevò le
sopracciglia. «Devi credermi, io non so di cosa stai parlando.» Bourne afferrò il
colombiano per il colletto della camicia e lo scaraventò contro la portafinestra.
«Perché dovrei crederti?» lo minacciò a un centimetro dalla sua faccia. «Se
l'uomo che ha comprato il Parker Hale non può essere Macin, come mai aveva gli
occhi grigi?» In quel momento comparve Fausto da una portafinestra su un altro
lato del giardino. Puntò la pistola verso Bourne, che stava già premendo il pollice
contro la gola di Herrera. «Non voglio ferirti, ma scoprirò chi ha cercato di
uccidermi a Bali.» «Fausto, siamo tutte persone civili, qui» disse Herrera,
fissando l'americano negli occhi. «Metti via la pistola.» Il ragazzo obbedì e
Bourne lasciò andare il colombiano. A quel punto si aprì la portafinestra e apparve
Tracy. Guardò uno per uno tutti e tre gli uomini, poi domandò: «Ma che diavolo
sta succedendo?».
«Don Herrera sta per dirmi quello che ho bisogno di sapere» le rispose Jason.
Lo sguardo della ragazza si posò sul colombiano. «E il Goya?» «Sarà suo, ma al
prezzo di mercato» rispose Herrera.
«Sono pronta a...» «Senorita, non metta alla prova la mia pazienza. Venderò il
quadro al prezzo di mercato, e con lo scherzetto che ha tentato di giocarmi
dovrebbe ritenersi fortunata.» Tracy tirò fuori il telefono. «Devo fare una
chiamata.» «Prego» disse Herrera alzando un braccio. «Fausto, mostra alla
senorita una stanza in cui potrà avere la sua privacy.» «Preferisco stare fuori»
replicò la ragazza.
«Come desidera.» Il colombiano si diresse verso l'interno, seguito dagli altri.
Dopo che Fausto ebbe chiuso la porta, sparendo poi in fondo al corridoio, si girò
verso Bourne e in un tono basso ma serio gli chiese: «Ti fidi di lei?».
Harvey Korman stava addentando un panino di segale con formaggio Havarti e
roast-beef, quando, con stupore, vide Moira Trevor e Humphry Bamber uscire dal
Pronto soccorso del George Washington University Hospital senza il suo collega,
Simon Herren. Korman lasciò venti dollari sul tavolo, si alzò, si infilò di corsa il
giubbotto e si lanciò fuori dalla porta del bar di fronte all'entrata del Pronto
soccorso.
Korman era basso e un po' tozzo, con due guance rotonde e praticamente senza
capelli. Con quel fisico e l'aria ordinaria, nessuno immaginava fosse un agente
dell'intelligence, tanto meno un membro della Black River.
Ma che diavolo succede?, si chiese, seguendo la coppia. Dove cavolo sta
Simon? Noah Perlis gli aveva detto che la Trevor era pericolosa, ma lui non gli
aveva dato troppo peso. Non che lui o Simon l'avessero mai incontrata, motivo
per cui Noah aveva scelto proprio loro. Ma tutti alla Black River sapevano che
Noah Perlis aveva un debole per Moira Trevor che ne influenzava quindi il
giudizio. Non avrebbe mai dovuto essere il suo maestro alla Black River. Secondo
Korman, Perlis aveva commesso errori fatali, compreso quello di utilizzare
Veronica Hart come paravento in modo che Moira non pensasse che fosse stato lui
a strapparle da sotto il naso la missione.
Ma tutto questo faceva ormai parte del passato. Korman doveva concentrarsi sul
presente. Voltò l'angolo e si guardò attorno, incredulo. Bamber e la Trevor stavano
mezzo isolato davanti a lui. Dove diavolo erano finiti?
«Da questa parte! Vieni!» Moira condusse Bamber nel negozio di biancheria
all'angolo. Aveva due porte, una sulla parte nordovest della New Hampshire
Avenue, e l'altra su quella della 1a Strada. Moira parlava al telefono, mentre
aiutava Bamber ad attraversare il negozio e a uscire sulla New Hampshire
Avenue, dove si confusero tra la folla. Cinque minuti e quattro isolati dopo, il taxi
che Moira aveva chiamato accostò al marciapiede, e loro due vi salirono rapidi a
bordo. Quando l'auto partì a gran velocità, lei spinse la testa di Bamber verso il
sedile. Una frazione di secondo prima di abbassarsi anche lei, vide di sfuggita
l'uomo dall'aria buffa che li aveva seguiti. Non c'era niente di buffo, però,
nell'espressione torva che aveva mentre parlava al telefono, di certo con Noah, e
lo aggiornava sulla situazione.
«Qual è la destinazione?» chiese il tassista, girandosi verso il sedile posteriore.
Moira realizzò che non sapeva dove poteva andare.
«Conosco un posto» propose Bamber con un po' di esitazione, «un posto dove
non potranno trovarci.» «Tu non sai con chi hai a che fare» disse Moira. «Ormai
Noah ti conosce meglio di tua madre.» «Ma non conosce questo posto» insistette
Bamber. «Non lo conosceva nemmeno Steve.» «Perché dovrei fidarmi di
qualcuno?» chiese Bourne, cominciando a parlare in un tono più confidenziale.
«Perché, amico mio, nella vita bisogna pur fidarsi di qualcuno. Altrimenti la
paranoia e la voglia di morire hanno la meglio.» Herrera versò tre dita di tequila
Asom-Broso Anejo in due bicchieri, e ne allungò uno a Jason. Sorseggiò il suo,
poi aggiunse: «Io non mi fido delle donne, punto e basta. Tanto per cominciare
parlano troppo, soprattutto tra di loro». Camminò verso la parete piena di libri e
fece scorrere le dita lungo i dorsi rilegati. «Nel corso della storia non si contano
gli uomini, sacerdoti, principi eccetera, mandati in rovina dalle confidenze
indiscrete fatte dalle donne ai loro mariti.» Si voltò. «Mentre noi per il potere
lottiamo e uccidiamo, loro se lo prendono così.» Bourne si strinse nelle spalle. «E
di sicuro tu non le biasimi.» «Invece sì che le biasimo!» Herrera finì il suo
bicchiere di tequila. «Quelle stronze sono la causa di tutti i mali.» «E così,
escludendo Tracy, mi rimani solo tu a cui credere.» Detto questo, Bourne
appoggiò il bicchiere che non aveva toccato. «Il problema, Don Herrera, è che mi
hai già dimostrato che non posso fidarmi di te. Mi hai già mentito una volta.» «E
quante volte mi hai mentito, tu, da quando hai varcato quella porta?» Il
colombiano attraversò la stanza, prese la tequila di Bourne e la bevve tutta d'un
fiato. Fece schioccare le labbra e si pulì la bocca con il dorso della mano.
«L'uomo che ti ha descritto Wayan, quello che ha cercato di ucciderti, è stato
mandato da uno dei vostri.» «Voglio il nome del killer.» «Boris Illic Karpov.»
Bourne rimase pietrificato, incapace di credere a quello che aveva appena sentito.
«Ci dev'essere un errore.» Herrera scosse la testa. «Lo conosci?» «Perché un
colonnello della FSB-2 dovrebbe lavorare per un americano?» «Non un semplice
americano» puntualizzò il colombiano. «Il segretario alla Difesa Ervin Reynolds
Halliday, che, come sappiamo entrambi, è l'uomo più potente del pianeta. E non è
stato ingaggiato da lui, comunque.» Ma non poteva essere Boris, si disse Bourne.
Boris era un amico, lo aveva aiutato a Reykjavik e a Mosca, dove si era presentato
a un incontro con Dimitrij Maslov, del quale era chiaramente amico. E se quei due
fossero più che amici? Se Boris fosse un alleato di Evsen insieme a Maslov?
Iniziò a sudare freddo. La ragnatela in cui era caduto si allargava in maniera
esponenziale a mano a mano che scopriva i fili collegati tra di loro.
«Ma tieni...» Herrera si era allontanato per un momento per cercare qualcosa nel
cassetto dello scrittoio. Quando si voltò di nuovo verso Bourne, aveva una
cartelletta in manila in una mano e un registratore portatile nell'altra. «Dai
un'occhiata a questi.» Bourne aprì la cartelletta e vide alcune foto scattate da una
telecamera di sorveglianza. Erano sgranate e in bianco e nero, ma si potevano
riconoscere le figure di due uomini impegnati in una conversazione piuttosto
seria.
Anche se i volti erano in primo piano, erano sfocati a causa della luce troppo
forte.
«Si sono incontrati in una birreria di Monaco» spiegò Herrera con aria
disponibile.
Bourne riconobbe i tratti di Boris. L'altro uomo, più anziano e più alto, era
probabilmente americano. Si trattava proprio del segretario alla Difesa, Bud
Halliday. Poi notò la data elettronica stampata sull'immagine. Risaliva a qualche
giorno prima che gli sparassero.
«E un'immagine ritoccata con Photoshop» disse restituendo la foto.
«Non posso darti torto.» Herrera gli porse il registratore portatile come fosse un
premio. «Ma forse questo ti convincerà che le foto non sono ritoccate.» Quando
Bourne premette il tasto play, quello che riuscì a distinguere dal rumore di
sottofondo fu: « Uccida Jason Bourne e io userò tutto il potere del governo
americano per mettere Abdullah Khoury al suo posto».
«Non è abbastanza, Mr. Smith. Occhio per occhio e dente per dente è il vero
significato di do ut des.» «Noi non siamo degli assassini, colonnello Karpov.» «
Certo che no. Non importa, segretario Halliday. Io non mi faccio tanti scrupoli.»
Dopo una breve pausa, Halliday continuò: «Nella foga del momento ho
dimenticato il nostro protocollo, Mr. Jones. Mi invii l'intero contenuto dell'hard
disk e procederemo».
«D'accordo.» Bourne premette stop e guardò Herrera. «Di che hard disk stanno
parlando?» «Non ne ho idea, ma come potrai immaginare sto cercando di
scoprirlo.» «Come hai avuto questa roba?» Il colombiano sorrise e mise l'indice
davanti alla bocca.
«Perché Boris dovrebbe volermi morto?» «Il colonnello Karpov non me l'ha
detto quando è venuto a chiedere il favore.» Herrera alzò le spalle. «Ma, com'è
mia consuetudine, ho controllato il telefono dal quale stava chiamando. Era un
satellitare ed era localizzato a Khartoum.» «A Khartoum...» ripetè Bourne.
«Magari al 779 di el-Gamhuria Avenue, dove si trova il quartier generale di
Nikolaj Evsen.» Herrera sgranò gli occhi. «Adesso sì che sono davvero
impressionato.» Bourne si chiuse in un silenzio meditativo. C'era, forse, una
connessione tra Boris e Nikolaj Evsen? Era possibile che fossero alleati anziché
nemici? Quale piano diabolico poteva far lavorare insieme quei due, spingendo
Boris a volere la sua morte e, una volta scoperto che era ancora in vita, a
ingaggiare il Torturatore per terminare il lavoro?
C'era qualcosa che non tornava, ma non era quello il momento di cercare di
capire cosa potesse essere, perché Tracy aveva appena aperto la portafinestra per
entrare in casa. «Il tuo principale ha preso una decisione?» le chiese Herrera,
sorridendo.
«Vuole il Goya.» «Fantastico!» Don Herrera si fregò le mani. Sogghignava
come un gatto che ha appena catturato un bocconcino raro e molto appetitoso. «Il
mondo non ha idea di chi sia Noah Petersen, ma ho l'impressione che per la nostra
amica qui non sia lo stesso.» Alzò le sopracciglia e rivolse un'occhiata a Bourne.
«Non dici niente? Non importa. Noah Petersen è il principale della senorita
Atherton.» Tracy fissò Bourne. «Conosci Noah? Com'è possibile?» «Il suo vero
nome è Noah Perlis.» Bourne guardò i due, attonito. La ragnatela aveva raggiunto
una dimensione completamente nuova. «Lavora per una compagnia militare
americana, chiamata la Black River. Ho avuto a che fare con lui in passato.» «Ma
quante ne sai!» esclamò Herrera. «Il mondo è pieno di camaleonti, e guarda caso
si conoscono tutti tra di loro.» Voltò le spalle a Jason e fece a Tracy un fìnto
inchino. «SenoritaAtherton, perché non dice al signore dove dovrà consegnare il
Goya?» Vedendo che Tracy esitava, rise in maniera cordiale. «Avanti, non ha
niente da perdere. Ci fidiamo tutti gli uni degli altri, qui, non è vero?» «Devo
consegnare il Goya di persona a Khartoum» rispose Tracy.
Bourne rimase senza fiato. Che diavolo stava succedendo? «Per favore, non
dirmi che lo devi consegnare al 779 di el-Gamhuria Avenue.» La bocca di Tracy si
spalancò per lo stupore.
«Come fai a saperlo?» Herrera scosse la testa. «E una domanda a cui tutti noi
vorremmo dare una risposta.»
Capitolo 21
«Americani! Cristo santo, questa è pura follia!» imprecò Soraya.
Si aspettava un commento pungente di Amun, che invece rimase muto a fissarla
con i suoi grandi occhi da scarabeo.
«Un gruppo di militari americani in licenza qui a Hurghada viene richiamato per
una missione che dovrebbe iniziare a Khartoum più o meno due settimane prima
che un Kowsar 3 iraniano mandi in frantumi un velivolo americano nello spazio
aereo egiziano. Non è possibile.» Soraya si passò una mano tra i folti capelli neri.
«Maledizione, Amun, di' qualcosa!» Erano seduti al tavolo di un ristorante sul
lungomare, cercando di mandare giù qualcosa giusto perché sapevano di doverlo
fare. Soraya non aveva per niente fame, e anche Amun non sembrava avere un
grande appetito. Vicino a loro sedevano tre dei suoi uomini. Tenevano d'occhio
Stephen che si stava ingozzando come se fosse l'ultimo pasto della sua vita. Il
disco rossastro del sole galleggiava nel desolato cielo senza nuvole proprio sopra
la linea dell'orizzonte.
Chalthoum con la forchetta scansò il cibo da una parte del piatto. «Io sono
sempre dell'idea che il ragazzo stia mentendo per salvarsi la pelle» disse in
maniera stizzita.
«E se non fosse così? Il proprietario ha confermato la sua versione. Quattro
americani hanno usato la sua barca per immergersi più o meno due settimane fa
per tre giorni di fila, hanno pagato in contanti e se ne sono andati all'improvviso,
tutto questo senza mai rivolgere la parola a nessuno.» «Ma potrebbe trattarsi di
chiunque.» Amun lanciò un'occhiata velenosa al prigioniero. «Come storia è
avvincente, non è vero?» «Amun, credo che non possiamo permetterci di prendere
in considerazione l'ipotesi che stia mentendo. Penso che dovremmo andare a
Khartoum.» «E abbandonare la pista dei terroristi iraniani entrati qui in Egitto?»
Scosse la testa. «Neanche per sogno.» Soraya aveva già il cellulare in mano,
pronta a chiamare Veronica Hart. Se stava partendo per Khartoum, con o senza
Amun, doveva riferirlo alla direttrice della CIA. Andare in Sudan era una
faccenda seria.
Iniziò a preoccuparsi sentendo il telefono squillare senza che la segreteria
entrasse in funzione. Alla fine rispose una voce maschile.
«Chi parla?» «Soraya Moore. Ma chi diavolo sei?» «Sono Peter, Soraya. Peter
Marks.» Marks era il capo delle Operazioni della CIA. Un tipo sveglio e
affidabile.
«Perché rispondi tu al cellulare privato della Hart?» «Soraya... la Hart è morta.»
«Che cosa!?» A Soraya si gelò il sangue nelle vene. «Morta? Come è potuto...?»
La sua voce sembrava debole, smorzata, lontana. A poco a poco realizzò di essere
sotto shock. «Cos'è successo?» «C'è stata un'esplosione... Pensiamo a
un'autobomba.» «Oh, mio Dio!» «C'erano altre due persone con lei: Moira Trevor
e un tizio di nome Humphry Bamber, un programmatore.» «Sono sopravvissuti o
sono morti?» «Probabilmente sono sopravvissuti» rispose Marks, «anche se è
soltanto una supposizione. Non abbiamo idea di dove siano finiti. Tutto quello che
sappiamo è che sono responsabili della morte della direttrice della CIA.» «Oppure
sono fuggiti per salvarsi.» «E un'altra possibilità» convenne Marks. «Dobbiamo
quanto meno interrogarli come testimoni dell'incidente.» Si fermò per un istante.
«Il fatto è che la Trevor è stata molto legata a Jason Bourne.» Stava succedendo
tutto in maniera troppo veloce, Soraya non riusciva a tenere il passo nello stato in
cui si trovava. «E un elemento rilevante?» replicò in tono brusco.
«Non lo so, ma era molto legata anche a Martin Lindros. Qualche mese fa la
direttrice della CIA aveva iniziato a condurre delle indagini per trovare un
collegamento tra le due relazioni.» «Ho preso parte a quelle indagini» puntualizzò
Soraya. «Non abbiamo trovato nulla. Martin e Moira Trevor erano solo amici.
Punto.» «E ora sia Bourne sia Lindros sono morti.» Marks si schiarì la voce.
«Sapevi che la Trevor era con Bourne quando lo hanno ucciso?» Il brivido di un
presentimento le corse lungo la schiena. «No, non lo sapevo.» «Ho fatto qualche
ricerca. Sembra che Moira lavorasse per la Black River.» Soraya si sentiva la
mente confusa. «Anche la Hart ha lavorato per la Black River.» «Interessante, no?
Ma c'è di più: la Trevor e Bamber sono stati ricoverati al Pronto soccorso del
George Washington University Hospital meno di venti minuti dopo l'esplosione.
Nessuno li ha visti uscire, ma... e qui viene il bello... un uomo con un distintivo
governativo ha chiesto i loro nomi meno di cinque minuti dopo avere iniziato gli
accertamenti.» «Qualcuno li ha seguiti.» «E quello che penso anche io» disse
Marks.
«Come si chiamava quell'uomo, e a quale dipartimento governativo
appartiene?» «E una domanda da un milione di dollari. Non se lo ricorda nessuno.
Era peggio di un manicomio, là dentro. Così ho controllato di persona. Le cose
sono due: o lo stanno coprendo, o non è un agente governativo. D'altro canto non
mi sorprenderebbe scoprire che il Dipartimento della Difesa ha autorizzato
qualche membro della Black River a tenersi un distintivo governativo.» Soraya
fece alcuni respiri profondi per calmarsi e per dar modo al suo cervello di mettere
insieme i tasselli di quel puzzle. «Peter, la Hart mi ha inviata in Egitto per cercare
di trovare delle notìzie sul Gruppo indigeno militante iraniano con cui la Black
River ha avuto dei contatti, ma durante l'ultima conversazione che ho avuto con
lei abbiamo deciso che avrei indagato per scoprire se l'ipotesi che i terroristi
iraniani possano essere stati aiutati a trasportare il missile, probabilmente dai
sauditi, potesse avere un fondamento.» «Oh, Gesù... e quindi?» «Il motivo per cui
la stavo chiamando era che c'è una possibilità che gli iraniani non siano affatto
coinvolti.» «Che cosa!?» sbottò Marks. «Starai scherzando?» «Lo vorrei tanto, ma
due settimane fa quattro militari americani sono stati improvvisamente richiamati
dalla licenza e spediti in missione a Khartoum.» «E allora?» «Amun Chalthoum e
io stavamo cercando degli indizi che confermassero che i sauditi avessero aiutato
i terroristi iraniani a trasportare il Kowsar 3 attraverso l'Iraq e il Mar Rosso, fino
ad arrivare da qualche parte lungo la costa orientale dell'Egitto. I suoi uomini
hanno scandagliato il litorale tutto il giorno, ma non è emerso niente di
interessante, così abbiamo pensato a delle alternative. L'unico altro punto
possibile per varcare il confine egiziano è a sud.» Soraya sentì il forte sospiro di
Marks. «Cioè dal Sudan.» «E Khartoum sarebbe un'area strategica, un luogo in
cui il Kowsar 3 potrebbe essere passato inosservato.» «Non capisco. Cosa
c'entrano i nostri militari con i terroristi iraniani?» «E questo il punto. Non
c'entrano niente» disse Soraya. «Stiamo prendendo in considerazione la
possibilità che non siano coinvolti né gli iraniani, né i sauditi.» Marks fece una
risata isterica. «Stai dicendo che siamo stati noi ad abbattere il nostro aereo?» «Il
governo, no» replicò Soraya in tono serio. «Ma la Black River, sì.» «E una teoria
folle.» «E se i terribili incidenti che stanno succedendo in America fossero
connessi con quello che sta succedendo qui?» «Questo è troppo, anche per te.»
«Ascoltami bene, Peter. Veronica Hart era molto preoccupata per gli attuali
rapporti tra la NSA, nella fattispecie tra il segretario Halliday e la Black River. E
ora è rimasta vittima di un'autobomba.» Lasciò che quelle parole risuonassero
nell'aria per un secondo prima di continuare. «L'unico modo di svelare questo
mistero è andare sul posto. Devo recarmi a Khartoum.» «Soraya, il Sudan è
troppo pericoloso per un direttore...» «La Typhon ha degli agenti laggiù.» «Bene,
lascia che siano loro a investigare.» «No, è una cosa troppo grossa, questa. Peter,
è una rete molto ingarbugliata. E poi, dopo tutto quello che è successo, non mi
fido più di nessuno.» «E ti fidi di questo Chalthoum? E il capo di al-Mukhabarat,
Cristo santo!» «Credimi, ha da perdere tanto quanto noi in questa brutta storia.»
«Comunque il mio ruolo mi impone di ricordarti che gli agenti della Typhon in
zona possono garantire la tua incolumità.» Dal tono della sua voce, Soraya capì
che Marks era d'accordo. «Nessuno può farlo, Peter. Tieni con te il telefono della
Hart. Ti terrò informato.» «Va bene, ma...» Soraya chiuse la comunicazione e
guardò verso Amun. «La direttrice della CIA è stata uccisa a Washington da
un'autobomba. Qualcosa non quadra, Amun. Non c'entrano niente i terroristi
iraniani, ne sono certa. Vieni con me a Khartoum?» Amun alzò gli occhi al cielo,
poi sollevò le mani in aria. «Azitzi, mi lasci altra scelta?» Moira e Humphry
Bamber scesero dal taxi a Foggy Bottoni e presero verso ovest, attraversarono un
ponte e si incamminarono in direzione di Georgetown. Bamber stava davanti per
indicare la strada. Era nervoso, procedeva a un passo talmente spedito che, di
tanto in tanto, Moira doveva trattenerlo per un braccio perché era troppo agitato.
Lungo la strada Moira controllava le vetrine e faceva finta di guardarsi in uno
specchietto per vedere se qualcuno li stesse seguendo, a piedi o in auto. Solo
quando fu certa di non essere pedinata, lasciò che Bamber la portasse a
destinazione.
Il luogo sicuro si trovava sulla R Street: era una villetta a mattoncini rossi in
stile federale, con un tetto a mansarda in rame e quattro abbaini, davanti ai quali
tubavano dei sonnolenti piccioni. Salirono delle scale di pietra e Bamber bussò a
un'elegante porta di legno usando il batacchio in ottone. Un secondo dopo
comparve un uomo magro con i capelli piuttosto lunghi, occhi verdi e zigomi
spigolosi.
«H, sembri... ma che ti è successo?» «Chrissie, lei è Moira Trevor. Moira,
Christian Lamontierre.» «Il ballerino?» Bamber era già sulla soglia. «Moira mi ha
salvato la vita. Possiamo entrare?» «Ti ha salvato...? Certo.» Lamontierre fece un
passetto all'indietro nel piccolo ingresso, un gesto che fondeva insieme vigore ed
eleganza impareggiabili. «Ma certo, che maleducato che sono!» Aveva la faccia
terrorizzata. «State bene? Volete che chiami il mio medico?» «No, niente dottori»
rispose secca Moira.
Il padrone di casa accostò la porta pesante e Bamber la chiuse con due mandate.
Notando il gesto, Lamontierre disse, indicando un soggiorno arredato
magnificamente in grigio e crema: «Preparo qualcosa da bere». Era il regno della
calma e della raffinatezza. Il tavolino era ricoperto di libri sulla danza classica e
moderna; sulle mensole c'erano foto di Lamontierre sul palco e in pose informali
con Martha Graham, Mark Morris, Bill T. Jones, Twyla Tharp e tanti altri.
Si accomodarono su un divano a strisce grigie e argento, mentre Lamontierre
attraversava la stanza per raggiungere la credenza, poi si voltò di colpo. «Vi si
legge in faccia che avete bisogno di riposo e di qualcosa da mettere sotto i denti.
Che ne dite se vado in cucina a preparare qualcosa?» Senza aspettare una risposta,
si allontanò lasciandoli soli. Moira gliene fu grata: aveva molte domande da fare a
Bamber e non voleva metterlo in imbarazzo.
Humphry stava a un passo davanti a lei. Sospirò quando si appoggiò contro lo
schienale del divano. «Verso i trent'anni mi sono reso conto che gli uomini non
sono fatti per essere monogami, né fisicamente né sotto il profilo emotivo. Siamo
stati creati per riprodurci, per continuare la nostra specie a tutti i costi. Essere gay
non cambia questo imperativo biologico.» Moira si ricordò che le aveva detto che
l'avrebbe portata in un posto che Stevenson non conosceva. «E così hai una storia
con Lamontierre» concluse lei.
«Parlarne con Steve significava ucciderlo.» «Quindi, lui sapeva?» «Steve non
era uno stupido, anzi, era molto intuitivo, se non per le cose che lo riguardavano,
quanto meno per quelle che riguardavano le persone che gli stavano intorno. Non
so se sospettasse qualcosa. Comunque era insicuro. Aveva sempre paura che lo
lasciassi.» Si alzò e versò dell'acqua in due bicchieri, porgendone uno a Moira.
«Non lo avrei mai lasciato. Mai» disse tornando a sedersi sul divano.
«Non ti giudico per questo.» «No? Be', sei la prima.» Moira bevve una lunga
sorsata d'acqua; stava morendo di sete. «Raccontami di te e Noah Perlis.» «Quel
figlio di puttana!» Bamber fece una smorfia. «Una guerra da niente, ecco cosa
voleva da me. Una cosa talmente piccola che avrebbe potuto impacchettare e
offrire come dono al suo cliente.» «Sei stato pagato bene, immagino.» «Preferirei
dimenticare.» Bamber finì il suo bicchiere. «Quei soldi sporchi finiranno dritti
dritti per la ricerca sull'AIDS.» «Torniamo a Noah» disse Moira con aria gentile.
«Va bene.» «Mi puoi spiegare che cosa significa "una guerra da niente"?» In
quel momento Lamontierre li chiamò e si alzarono. Bamber fece strada verso la
cucina sul retro della casa. Moira era impaziente di scoprire la verità, ma il suo
stomaco brontolava e sapeva di dover mangiare qualcosa per rimettersi in forze.
Quando stava cercando casa, ne aveva visitate molte come quella. Lamontierre
aveva fatto installare un lucernario per trasformare lo spazio buio e cupo in una
cucina allegra e luminosa. Era di un giallo ocra intenso e il rivestimento dietro il
piano di lavoro in granito era fatto di tessere di vetro che componevano un
mosaico in stile bizantino oro, verde e blu.
Si sedettero attorno a un tavolo antico. Lamontierre aveva preparato uova
strapazzate, fettine di tacchino e pane integrale. Mentre mangiavano, il ballerino
continuava a lanciare occhiate terrorizzate verso Bamber. Quando gli chiese che
cosa gli fosse successo, lui rispose: «Non mi va di parlarne». Poi si accorse di
averlo ferito, e aggiunse: «Lo faccio per il tuo bene, Chrissie, credimi».
«Non so cosa dire, davvero» riprese Lamontierre. «Steve è morto...» «Meno se
ne parla e meglio è» tagliò corto Bamber.
«Mi dispiace. E tutto quello che volevo dire. Mi dispiace.» Finalmente Bamber
alzò lo sguardo dal piatto accennando un sorriso. «Grazie Chrissie. Lo apprezzo
molto. Scusami se mi sto comportando da vero stronzo.» «Ne ha passate molte,
oggi» lo giustificò Moira.
«Tutti e due ne abbiamo passate molte.» Gli occhi di Bamber tornarono sul
piatto.
Lamontierre guardò prima l'uno e poi l'altra. «Va bene, io devo allenarmi.» Si
alzò. «Se avete bisogno di me, mi trovate nella sala prove di sotto.» «Grazie,
Chrissie.» Lo sguardo di Bamber si era raddolcito. «Scendo tra poco.» «Fai pure.»
Lamontierre si voltò verso Moira: «Signorina Trevor».
Uscì dalla stanza, e i due si accorsero che non aveva toccato cibo.
«E andata bene, no?» Moira cercò di alleggerire l'atmosfera, ma con scarsi
risultati.
Bamber si prese la testa fra le mani. «Mi sono comportato da grandissimo
bastardo. Ma cosa mi sta succedendo?» «E lo stress» rispose Moira. «E tutto lo
shock accumulato. Succede, quando si cerca a tutti i costi di far stare un chilo di
merda in una scatola da mezzo chilo.» Bamber ridacchiò, ma quando sollevò la
testa Moira notò che aveva gli occhi lucidi. «E per te non è lo stesso? O le
autobombe fanno parte della routine quotidiana?» «A dire il vero, in passato era
così. E non solo le autobombe: molto altro...» Humphry sgranò gli occhi. «Gesù,
ma in che cosa mi ha coinvolto Noah?» «Vorrei che fossi tu a spiegarmelo.» «Mi
disse che aveva un cliente che... voleva gestire scenari reali che si avvicinassero il
più possibile a quelli delle simulazioni basate sul mondo reale. Gli risposi che non
c'era niente di simile, sul mercato, ma che io ero in grado di creare un programma
su misura per lui.» «In cambio di un compenso.» «E ovvio» disse brusco Bamber,
«non gestisco mica un'organizzazione no-profit.» Moira si rimproverò: perché sei
così dura con lui? Capì quasi subito che il suo malumore non aveva niente a che
fare con Bamber. Aveva chiamato il dottor Firth a Bali, ansiosa di parlare con
Willard per avere aggiornamenti riguardo al recupero di Bourne, ma le avevano
detto che Willard era tornato a Washington. Il dottore non sapeva dove si trovasse
Bourne, o per lo meno questo era quello che sosteneva. Tentò allora di chiamarlo
sul cellulare, ma la chiamata veniva subito trasferita alla segreteria telefonica. Era
molto nervosa, anche se cercava di mantenere la calma ripetendosi che se Jason
era con Willard, si trovava al sicuro e in buone mani.
«Va' avanti» disse a Bamber, provando un improvviso senso di vergogna e
ripromettendosi di essere più gentile nei suoi confronti.
L'uomo si alzò, gettò il cibo avanzato nella pattumiera e infilò i piatti nella
lavastoviglie. Quando ebbe terminato pulì il tavolo e rimase in piedi dietro una
sedia, con le mani aggrappate alla spalliera. Il rinnovato sentimento di paura creò
un circuito di energia nervosa che non riusciva a contenere.
«A essere onesti, credo che il suo cliente volesse testare una nuova formula per
un fondo di investimento. E
Noah mi ha offerto così tanti soldi che mi sono detto: al diavolo, ma chi se ne
importa, in un paio di mesi mi faccio un bel po'di grana, poi qualsiasi cosa
succeda avrò un bel gruzzolo da parte. Non è facile lavorare in proprio: se c'è un
calo, un momento sfavorevole, ti trovi col culo per terra.» Moira si appoggiò allo
schienale per un attimo. «Tu non sapevi che Noah lavorava per la Black River?»
«Si è presentato come Noah Petersen. E tutto ciò che sapevo di lui.» «Vuoi dire
che non controlli l'identità dei tuoi clienti?» «Non quando ti versano due milioni e
mezzo di dollari sul conto corrente.» Alzò le spalle. «E poi mica sono un agente
dell'FBI.» Moira non poteva biasimarlo. E in ogni caso sapeva quanto Noah
potesse essere convincente, quanto fosse bravo a essere quello che non era.
Recitava meglio di un attore di Hollywood. Così non doveva mai essere se stesso.
«Durante la messa a punto di Bardem non ti sei mai reso conto che il
programma non era destinato a un fondo d'investimento?» Sul volto di Bamber
comparve una tristezza improvvisa. Annuì. «Soltanto verso la fine, però. Non mi
sono venuti dei dubbi nemmeno quando Noah mi trasmise le istruzioni che il suo
cliente gli aveva dato per ulteriori revisioni. Mi disse che dovevo ampliare i
parametri dei dati reali fino a includere le reazioni del governo a un attacco
terroristico, incursioni militari e cose simili.» «E questo non ti ha fatto scattare
nessun campanello d'allarme?» Bamber sospirò. «Perché avrebbe dovuto? Fattori
come questi sono importantissimi, per un fondo d'investimento, dal momento che
influenzerebbero in maniera significativa i mercati finanziari. E per quanto ne so
io, alcuni fondi d'investimento sono studiati apposta per trarre vantaggio dalle
dislocazioni di mercato di breve durata.» «Ma a un certo punto hai capito che
qualcosa non quadrava.» Bamber camminava per la cucina, sistemando oggetti
che non avevano alcun bisogno di essere sistemati. «A ogni revisione
continuavano a sorgere delle anomalie. Adesso vedo tutto in modo più chiaro.» Si
interruppe di colpo.
«E allora, invece?» Moira cercò di farlo proseguire.
«Continuavo a ripetermi che andava tutto bène» disse con voce angosciata. «Mi
concentravo sempre di più sugli algoritmi via via più complessi di Bamber. Di
notte, quando venivo assalito dai dubbi, pensavo ai due milioni e mezzo di dollari
che avevo investito in buoni del Tesoro, pensavo a quei soldi maledetti.» Si piegò
sopra il lavandino, a testa bassa. «Poi un paio di giorni fa ho capito che non
potevo andare avanti così. Non sapevo più cosa fare.» «E così hai parlato a Steve
di Bardem, e Steve ha fatto delle ricerche su Noah, scoprendo che lavorava per la
Black River.» «Steve era Steve, sappiamo com'era fatto. Non poteva starsene con
le mani in tasca, con tutto quello di cui era a conoscenza. Aveva paura di
rivolgersi ai suoi superiori, così passò la chiavetta all'uomo di cui si era già fidato
quando la sua ricerca interna non aveva prodotto nessuna informazione su Noah.»
«Jay Weston» dedusse Moira. «Ma certo! L'ho rubato alla Hobart, un altro
esercito privato. Immagino che avrà dato a Steve informazioni immediate su
Noah.» «E ora Steve è morto» gemette Bamber, «a causa della mia stupidità e
della mia cupidigia.» Piena di rabbia, Moira si alzò e attraversò la cucina. «Santo
cielo, Bamber, contieniti. Questo vittimismo è l'ultima cosa di cui ho bisogno.» Si
voltò verso di lei. «Ma che ti prende? Non ti è rimasto nemmeno un briciolo di
umanità? Il mio compagno è appena stato ucciso e...» «Non ho tempo per i
sentimenti, io!» «E se non ricordo male, una tua amica è stata incenerita sotto i
tuoi occhi. Non provi nessun rimorso? Nessuna pietà? Hai qualcosa dentro, oltre
alla sete di vendetta contro Noah?» «Che cosa?» «Ho detto quello che ho detto.
Non è così, forse? Si tratta solo di questo: di una guerra fra te e Noah, e tutti i
danni collaterali che causate passano in secondo piano. Be', sai che ti dico?
Andatevene al diavolo tutti e due!» Mentre Bamber usciva dalla stanza, Moira si
aggrappò al lavandino per non perdere l'equilibrio. All'improvviso la cucina iniziò
a vorticare e lei perse l'orientamento, le pareva di non avere più i piedi per terra,
di non riuscire più a distinguere il pavimento dal soffitto.
Oh, Dio, pensò, che mi sta succedendo? E all'improvviso vide l'immagine di
Veronica Hart: quegli occhi vivaci che la guardavano da dentro la Buick bianca
sapevano che la fine era arrivata e che non c'era modo di cambiare le cose.
L'esplosione avvenne di nuovo nella sua testa, cancellando ogni cosa, ogni suono,
ogni pensiero.
Perché non l'aveva salvata? Perché non c'era tempo. Perché almeno non ci aveva
provato? Sempre perché non c'era tempo e anche perché Bamber la teneva. Perché
non si era liberata? Perché l'onda d'urto l'aveva già colpita spingendola indietro, e
se fosse stata più vicina sarebbe stata colpita dalla deflagrazione e adesso sarebbe
morta anche lei, o, peggio, sarebbe ricoverata in un reparto ustionati, con la pelle
lacerata e carbonizzata, con il corpo ricoperto di ustioni di terzo grado che
l'avrebbero uccisa in modo lento e doloroso.
Però Ronnie era morta, mentre lei era sopravvissuta. Cosa c'era di giusto in tutto
ciò? La parte razionale del suo cervello le trasmetteva il senso di colpa, quella
irrazionale le diceva che il mondo è governato dal caos e che la giustizia non ha
alcuna importanza, perché è comunque un concetto umano e, quindi, soggetto a
una sua forma di irrazionalità. Quel dibattito interiore, però, non riusciva ad
arginare il fiume di lacrime che le sgorgava dagli occhi e le scorreva lungo le
guance, facendola tremare da capo a piedi.
Le parole di Bamber tornarono a tormentarla. Si trattava davvero solo di una
faida sanguinaria tra lei e Noah? All'improvviso si ritrovò a Monaco insieme a
Bourne, mentre saliva le scalette dell'aereo che li avrebbe portati a Long Beach, in
California. Poi era comparso Noah; si ricordò del suo sguardo velenoso. Che
fosse gelosia? Era troppo distratta, in quel periodo, troppo presa dall'obiettivo
imminente di arrivare a Long Beach. Ma ora era ossessionata da quella sua
espressione. Stava dando un'interpretazione sbagliata a quel gesto? No, si rispose.
La reazione che Noah aveva avuto quando lei aveva lasciato la Black River era
stata personale, simile a quella di un amante respinto. E quindi, se le cose stavano
davvero così, la sua decisione di fondare una società rubando gli uomini migliori
della Black River, poteva essere stata una ritorsione nei confronti di Noah che non
aveva cercato di fermarla quando avrebbe potuto? D'un tratto si ricordò la
conversazione che aveva avuto con Jason quella notte a Bali, mentre si
rilassavano in piscina. Quando gli aveva confessato di voler iniziare un'attività in
concorrenza con la Black River, lui l'aveva messa in guardia dicendole che si
sarebbe inimicata Noah, e aveva ragione. Che sapesse dei sentimenti di Noah nei
suoi confronti? E lei, che cosa aveva provato per Noah? «Ho smesso dì cercare dì
compiacerlo sei mesi prima di lasciare la Black River. Tanto era inutile» aveva
detto a Jason quella notte. Qual era il loro significato recondito? Quelle parole
riverberarono nella sua mente, mischiandosi a tutte le altre subdole rivelazioni, e
sembravano proprio quelle di un'amante ferita.
Santo cielo, quanti danni collaterali avevano causato lei e Noah!
Piano piano, come da una gomma bucata, la rabbia irragionevole uscì dal suo
corpo, la stretta si fece più debole, e lei scivolò a terra. Se non fosse stata
appoggiata con la schiena ai mobiletti in legno, Moira avrebbe sbattuto sul
pavimento.
Le sembrò che fosse passato molto tempo - ma di sicuro non fu così - prima che
si rendesse conto che c'era qualcuno con lei in cucina. Due persone accovacciate
al suo fianco.
«Cos'è successo?» chiese Bamber. «Stai bene?» «Sono scivolata, tutto qui.» Gli
occhi di Moira adesso erano asciutti.
«Ti verso del brandy.» Lamontierre, in pantacollant bianchi, scarpette da danza e
un asciugamano attorno al collo, si diresse verso il soggiorno.
Moira, allontanando le mani che Bamber le stava offrendo, si alzò in piedi da
sola. Lamontierre ritornò con un bicchierino pieno di un liquido ambrato, che
Moira bevve tutto d'un fiato. Sentì il fuoco bruciargli fino in gola e poi diffondersi
in tutto il corpo, aiutandola a riprendere il controllo di sé.
«Signor Lamontierre» disse, «la ringrazio davvero per l'ospitalità, ma ho
urgenza di parlare con Bamber in privato.» «Certo, certo. Se sta bene...» «Sì, sto
bene, grazie.» «Benissimo. Allora io vado a farmi una doccia. H, se vuoi restare
qui finché...» guardò Moira per un istante. «Anzi, siete tutti e due invitati a
rimanere qui finché ne avrete bisogno.» «Molto gentile da parte sua» disse Moira.
«Si figuri» le rispose il ballerino con un gesto della mano. «Temo, però, di non
avere dei vestiti puliti per lei.» Moira si mise a ridere. «Posso risolvere abbastanza
facilmente.» «Bene, allora.» Lamontierre abbracciò Bamber e li lasciò soli.
«È un bravo ragazzo.» «Sì, è vero» riconobbe Bamber.
Senza dire una parola, si capirono al volo e si mossero verso il soggiorno, dove
si lasciarono andare sul divano, esausti.
«E adesso che succederà?» chiese Humphry.
«Mi aiuterai a scoprire per che cosa Noah sta usando Bardem.» «Davvero?» Il
corpo gli si irrigidì. «E come penseresti di fare?» «Che ne dici di entrare nel suo
computer?» «Be', a noi due dovrebbe riuscire proprio facile facile! Purtroppo però
è impossibile. Noah usa un portatile. Lo so perché ha voluto che gli inviassi le
versioni aggiornate di Bardem direttamente su quel computer.» «Accidenti!» Era
risaputo che le reti Wi-Fi erano vulnerabili, ma quella della Black River non lo era
affatto. Aveva creato una propria rete che, per quanto ne sapeva, era
impenetrabile. Certo, in teoria nessuna rete era sicura al cento per cento, ma ci
sarebbero voluti eserciti di hacker e anni. A meno che...
«Aspetta un attimo» disse lei d'un tratto in preda all'eccitazione. «E se potessi
usare un portatile su cui è installato il sistema di criptaggio della rete Wi-Fi della
Black River, cambierebbe qualcosa?» «Forse sì, ma come pensi di procurartene
uno?» «Lavoravo per la Black River» rispose. «Ho clonato l'hard disk del mio
portatile prima di restituirlo.» Si fermò a prendere in considerazione gli ostacoli
che questa soluzione poneva loro davanti. «L'unico ostacolo è che ogni volta che
un agente lascia la Black River il sistema di criptaggio viene aggiornato.» «Non
c'è problema. Se utilizzano sempre lo stesso algoritmo, e sono sicuro che lo fanno,
dovrei essere in grado di crackare la rete.» Scosse la testa. «Non che importi
molto.» La sua voce si era inasprita. «Non possiamo tornare nei nostri
appartamenti, ricordi? Di certo gli uomini di Noah ci staranno aspettando.» Moira
si alzò e si guardò intorno in cerca del cappotto. «Non importa» concluse, «devo
provarci lo stesso.» ***
Capitolo 22
Durante il volo da Siviglia a Madrid, Bourne si accorse che Tracy non portava
più la fede. Quando le chiese il motivo, lei la tirò fuori dalla borsa.
«Di solito la indosso quando viaggio, in modo da scoraggiare conversazioni non
gradite» spiegò, «ma adesso non ce n'è bisogno.» A Madrid avrebbero preso un
volo Egyptair per Il Cairo. Una volta lì, sarebbero stati accompagnati a un campo
d'aviazione militare poco lontano dal Cairo International Airport, dove avrebbero
trovato ad attenderli un charter diretto a Khartoum. Tracy aveva già ottenuto i
suoi visti, e Don Herrera era stato tanto gentile da spedire quelli di Bourne,
ovviamente sotto il nome di Adam Stone. Aveva anche dato a Jason un telefono
satellitare, perché il suo cellulare avrebbe ricevuto il segnale solo in alcune zone
dell'Africa.
Tracy mise via l'anello e si mise una cartellina sulle gambe. «Mi dispiace per la
telefonata del professor Zuniga.» «Perché? Non è stata mica colpa tua.» La
ragazza sospirò. «Temo di sì.» Aprì la cartellina con uno sguardo imbarazzato.
«Credo di avere una terribile confessione da farti.» Tirò fuori tutti i fogli che
Bourne aveva già visto: i raggi X del Goya e la lettera del professore.
Passandoli a Bourne, disse: «Vedi, io l'avevo già incontrato. Questi sono gli
esami ai raggi X che lui ha eseguito, e questa è la lettera che autentica il Goya.
Era tanto eccitato per la scoperta che scoppiò in lacrime quando gli portai via il
dipinto».
Bourne spostò lo sguardo su di lei. «Perché non me lo hai detto fin da subito?»
«Pensavo fossi un concorrente. Avevo l'ordine tassativo di evitare una guerra al
prezzo. Per cui puoi capire perché non volessi rivelare nessun dettaglio che
avrebbe potuto farlo alzare.» «E dopo?» Tracy sospirò di nuovo, riprendendo i
fogli e mettendoli via con estrema cura. «E dopo era troppo tardi. Non volevo
ammettere di averti mentito, soprattutto dopo che hai salvato le nostre vite alla
corrida.» «E stata colpa mia» ammise. «Non avrei mai dovuto coinvolgerti nelle
mie operazioni.» «Non fa nessuna differenza, adesso. Ormai sono dentro questa
storia quanto te.» Bourne non poteva di certo contraddirla. Oltretutto, non era
affatto contento che Tracy viaggiasse con lui fino a Khartoum, nel cuore
dell'impero delle armi di Nikolaj Evsen, in quello che, con ogni probabilità, si
sarebbe rivelato il punto centrale della ragnatela in cui si era trovato imprigionato
dopo il proiettile che lo aveva quasi ucciso. Khartoum era il luogo in cui Evsen
aveva il suo quartier generale, al 779 di el-Gamhuria Avenue. Stando a ciò che
sapeva Tracy, era lì che Noah Perlis avrebbe ricevuto il Goya. E Don Herrera
credeva che ci sarebbe stato anche Boris Karpov. Solo un mese prima gli aveva
detto di essere appena tornato da Timbuctù, Mali, e invece aveva visto le foto e
ascoltato la registrazione del suo accordo con Bud Halliday. Non era ancora
riuscito a capire come gestire la situazione in cui si scopre che un amico fidato è
l'uomo che tenta di ucciderti. La questione del Torturatore gli ronzava ancora in
testa. Perché Boris avrebbe ingaggiato qualcun altro, quando avrebbe potuto
dargli la caccia di persona?
«Ma a proposito di bugie» disse Tracy, «perché mi hai mentito riguardo al vero
motivo per cui volevi incontrare Don Herrera?» «Mi avresti condotto lo stesso da
lui, se ti avessi detto la verità?» «Probabilmente no.» Sorrise. «Bene, ora che
abbiamo ammesso i nostri sbagli perché non ricominciamo da capo?» «Se ti fa
piacere.» Tracy rivolse a Bourne uno sguardo meditabondo. «A te non farebbe
piacere?» Bourne si mise a ridere. «Quello che volevo dire è che, a quanto pare,
mentire ci riesce molto bene.» Tracy arrossì. «Nel mio lavoro - e anche nel tuo,
come ho avuto modo di constatare - mi imbatto di continuo in gente senza
scrupoli, truffatori, imbroglioni, persino criminali violenti. E non c'è da
sorprendersi, visto che negli ultimi tempi le opere d'arte hanno raggiunto prezzi
astronomici. Ho dovuto imparare diversi metodi per difendermi da questi pericoli,
e uno di questi consisteva nel diventare una bugiarda convincente.» «Non avrei
potuto definirti con parole migliori» si complimentò Bourne.
Interruppero la conversazione nel momento in cui un'assistente di volo si
avvicinò per chiedere che cosa desiderassero da bere. Dopodiché Bourne riprese:
«Vorrei tanto sapere per quale ragione lavori per Noah Perlis».
Lei alzò le spalle e assaggiò lo champagne. «E un cliente come un altro.»
«Chissà se mi stai dicendo la verità oppure no.» «E la verità. A questo punto non
ho più bisogno di mentirti.» «Noah Perlis è un uomo molto pericoloso che lavora
per una società eticamente scorretta.» «Forse, ma i suoi soldi sono come quelli di
chiunque altro. Quello che fa Noah non mi riguarda.» «Ti riguarda nel momento
in cui ti espone alla linea del fuoco.» Tracy assunse un'espressione corrucciata.
«Ma perché dovrebbe? Questo è un lavoro pulito. Credo che ci veda cose che non
esistono.» Quando c'era di mezzo Noah Perlis, nessun lavoro era pulito. Bourne lo
aveva imparato da Moira. Ma capì che continuare su quella strada non avrebbe
portato da nessuna parte. Se Noah stava giocando con lei, l'avrebbe scoperto
presto. L'aggiunta di Noah a quella matassa di eventi lo disturbava parecchio.
Nikolaj Evsen era un importante trafficante d'armi, Dimitrij Maslov era il capo
della Kazanskaja; riusciva a spiegarsi anche il coinvolgimento incidentale di
Boris. Ma cosa c'entrava Noah Perlis, membro di spicco della Black River, con
quei disgustosi criminali russi?
«Che c'è, Adam? Sembri perplesso.» «Non avevo idea» disse Bourne, «che
Noah Perlis fosse un collezionista d'arte.» Tracy aggrottò le sopracciglia. «Credi
che ti stia mentendo?» «No. Ma sono pronto a scommettere che qualcun altro lo
stia facendo.» Arkadin ricevette la chiamata di Triton all'ora stabilita. Noah poteva
anche essere arrogante, irrispettoso, geloso del suo potere e della sua influenza,
ma quanto meno era puntuale. Qualità di poco conto per gli altri, ma non per lui.
Arkadin era un camaleonte a livello fisico: sapeva infatti trasformare il suo viso,
l'andatura e l'aspetto, a seconda del ruolo da recitare; Noah era un camaleonte a
livello vocale: poteva essere cordiale e socievole, convincente e intrigante, tutto e
il contrario di tutto. Ci voleva un attore, pensava Arkadin, per smascherare un
altro attore.
«Il discorso del presidente alle Nazioni Unite ha sortito l'effetto desiderato»
disse Noah ad Arkadin. Invece di aspettare una risposta dal suo interlocutore,
aveva proseguito: «Non abbiamo convinto soltanto gli alleati americani, ma ben
presto saliranno a bordo anche i neutrali e un paio di nazioni storicamente
antagoniste. Hai otto ore per portare a termine l'addestramento. Poi troverai un
aereo sulla pista di atterraggio, pronto per portarti al punto di lancio nella zona
rossa. Tutto chiaro?».
«Mai stato più chiaro di così» disse Arkadin in maniera automatica.
Le sciocchezze che Noah continuava a blaterare non gli interessavano più.
Aveva il suo piano da ripassare per la millesima volta, quella modifica cruciale
all'incursione congiunta di Russia e America in Iran. Sapeva di avere solo un
colpo a sua disposizione, mentre il caos raggiungeva il picco più alto, per
implementare il suo piano. La possibilità di fallire non lo sfiorava nemmeno.
Avrebbe significato la morte per lui e per tutti i suoi uomini.
Si fece trovare preparato, a differenza di Misca e Oserov quando gettarono l'esca
nel tentativo di tirarlo fuori dalla sua prigione di Niznij Tagil.
La notizia del massacro sempre più orribile e inspiegabile degli uomini di Stas si
era diffusa per Niznij Tagil con una irrefrenabile virulenza, tanto che arrivò
persino ad Arkadin, nascosto al sicuro nello scantinato del quartier generale della
banda. Il turbamento per quello che stava accadendo fuori lo indusse a uscire dal
suo nascondiglio umido e desolato. Chi osava invadere il suo territorio? Era suo il
compito di rendere la vita impossibile alla banda di Stas, nessun altro aveva il
diritto di farlo.
Così, emerse nell'atmosfera infernale di Niznij Tagil. La notte lo proteggeva con
una disgustosa pioggerellina cinerea, che non riusciva però a oscurare l'orizzonte
incandescente della città, su cui spiccavano le ciminiere che vomitavano solfuro
ferroso nell'aria. Come le campane di una chiesa in un paese normale, lì erano i
fasci di luce abbaglianti che provenivano dall'alto delle prigioni di massima
sicurezza a scandire il tempo con intervalli regolari e deprimenti.
Arkadin la considerava ancora la banda di Stas Kuzin, anche se quell'idiota di
Lev Antonin aveva preso il suo posto con forza brutale. Tre uomini avevano perso
la vita durante la sua ascesa al potere, inutilmente. Arkadin lo sapeva bene, perché
se avesse avuto un minimo di cervello sarebbe potuto arrivare con diplomazia a
essere il successore di Stas. Lev Antonin non era quel tipo di uomo, per cui, da un
certo punto di vista, era perfetto per stare a capo di quella banda di assassini,
sadici e senza cervello.
Era stata la morte del loro uomo di spicco, insieme a tutta la sua famiglia, a
galvanizzare Arkadin: non c'era bisogno di essere un genio per capire che Lev
Antonin sarebbe stato il prossimo obiettivo del misterioso killer. Chiunque si
celasse dietro quell'ombra, avrebbe portato a termine il suo lavoro in modo
metodico. Ogni vittima che aggiungeva lo aiutava a salire i gradini della gerarchia
della banda, era il modo più sicuro per infondere paura in uomini che si
consideravano immuni da quel sentimento.
Nel cuore della notte, Arkadin si avvicinò all'abitazione di Lev Antonin,
un'enorme casa a due piani che si rifaceva al brutale stile architettonico moderno.
Trascorse una quarantina di minuti a perlustrare l'edificio da ogni angolo,
calcolando ogni possibile fattore di rischio. Le luci di sicurezza erano tutte accese
e la villetta sembrava piatta e bidimensionale in quel bagliore bluastro.
Trovò un ciliegio malato su un lato della casa. Era vecchio e ritorto, sembrava
un veterano orgoglioso ma esausto per le tante guerre che aveva combattuto. A
metà della sua altezza l'intreccio di rami formava un nodo gordiano talmente
spesso da sorreggere diversi uomini. Anche i rami erano molto robusti. La notte
rimaneva intrappolata nella rete delle sue fronde, che parevano respingere persino
la luce prodotta dall'uomo.
Da ragazzo, ogni volta che riusciva a scappare dai confini della casa dei suoi
genitori, simili a quelli di una prigione, Arkadin amava arrampicarsi su alberi,
rocce, colline e montagne. Più arrivava in alto e più era contento. Più sfidava la
morte e più si sentiva vivo e pronto a spingersi verso vette più alte. Se fosse morto
nell'impresa, almeno lo avrebbe fatto a modo suo, mentre faceva qualcosa che gli
piaceva, e non picchiato a sangue da sua madre.
Senza esitare, si inerpicò sulla parte più bassa dell'albero, protetto dal largo
tronco. Provava la stessa euforia di quando aveva nove o dieci anni, prima che sua
madre gli rompesse una gamba dopo aver scoperto che usciva di casa di nascosto.
Salì ancora e, in mezzo ai rami, si fermò per studiare la scena. Stava più o meno
al livello delle finestre del secondo piano, che erano chiuse agli intrusi e alla
cenere tossica della città. Non che una finestra chiusa fosse un problema per
Arkadin, quello che importava era sceglierne una che dava su una stanza vuota.
Si portò ancora più vicino, osservando a una a una le stanze buie attraverso il
vetro. Al secondo piano c'erano quattro finestre, disposte a coppie di due che,
quasi di certo, corrispondevano alle due camere da letto. Le luci spente non
garantivano necessariamente che non ci fosse nessuno al loro interno. Strappò un
pezzo di corteccia e lo tirò contro il vetro della seconda delle prime due finestre.
Non successe niente, così ne staccò un altro pezzo e colpì il vetro con più slancio
provocando un rumore più forte. Aspettò. Niente.
Si spostò verso la parte frontale del nodo gordiano fino a trovarsi quasi contro il
vetro della finestra. In quel punto, alcuni rami nodosi erano stati segati, e avevano
la parte tagliata rivolta verso la casa. C'era un vuoto di circa cinquanta centimetri
tra i rami potati e il muro chiazzato della casa, in cui le finestre erano incastonate
come occhi spenti di una bambola cuboide.
Arkadin si mise a cavalcioni su una biforcazione, e vide il suo riflesso che lo
guardava come da una foresta fatata. Il suo pallore lo fece trasalire. Gli sembrava
di osservare se stesso già morto, una versione nella quale la fiamma della vita era
stata spenta in maniera brusca e crudele, non dal tempo, ma dalle circostanze. In
quel volto vedeva uno sconosciuto che era entrato nella sua vita e, come un
burattinaio esperto, aveva diretto le sue mani e i suoi piedi verso la rovina. Un
momento più tardi l'immagine, o l'illusione, svanì, e sporgendosi sopra lo spazio
vuoto Arkadin aprì la finestra forzandola con un piede.
Si ritrovò in una camera del tutto ordinaria: un letto, un paio di lampade sui
comodini, un cassettone con uno specchio; accanto, uno scendiletto rotondo fatto
all'uncinetto. Eppure, in quel momento gli sembrò la stanza di un sultano. Si
sedette per un attimo su un angolo del letto, godendosi il materasso morbido,
respirando il profumo di talco che dava all'atmosfera un'aria casalinga e che lo
fece sbavare come una bestia che fiuta il sangue. Come avrebbe voluto farsi un
bagno caldo, o anche solo una doccia!
Uno specchio stretto che arrivava fino a terra era sistemato sulla parte esterna
dell'anta di un armadio, che Arkadin aprì. Nutriva un'avversione profonda per gli
armadi, quello spazio ristretto in cui sua madre lo rinchiudeva per punizione. Ma
in quel momento si fece coraggio e allungò il braccio per passare la mano sui
soffici vestiti appesi: abiti, camicie da notte. Non respirava solo profumo di talco,
ma anche un odore di solitudine, a lui così familiare. In quell'orribile covo nello
scantinato era una presenza costante, quasi scontata, ma in una casa in cui abitava
una famiglia gli sembrava strano e incredibilmente triste.
Stava per voltarsi per andare a portare a termine la sua missione, quando nella
parte bassa e buia dell'armadio sentì qualcosa. Teso e pronto a ogni eventualità, si
accovacciò, spinse da una parte un gruppo di camicie orrende e scorse un volto
pallido e ovale emergere dall'oscurità. Era un bimbo piccolo. Si fissarono l'un
l'altro per un momento, pietrificati. Si ricordò che Lev Antonin aveva quattro
figli: tre bambine e un bambino malaticcio, a cui i compagni avrebbero reso la
vita un inferno se suo padre fosse stato un uomo qualunque. Quello che aveva
davanti, accovacciato in un armadio come anche lui era stato molte volte, era
proprio quel bambino.
Un senso di ribrezzo verso il suo passato superò persino l'odio per Lev Antonin.
«Perché te ne stai qui nascosto?» gli sussurrò.
«Shhh, io e le mie sorelle stiamo facendo un gioco.» «Non ti hanno ancora
trovato?» Il bimbo scosse la testa, poi sogghignò in maniera fiera. «E un sacco di
tempo che sto qui.» Un rumore che proveniva dal primo piano li fece sobbalzare
entrambi, un suono inaspettato che si intromise in quella momentanea e
inconsueta conversazione. Era un gemito, una voce femminile, ma niente a che
vedere con il sesso. Era un gemito di terrore assoluto.
«Rimani qui» disse Arkadin. «Qualsiasi cosa succeda non venire di sotto fino a
che non vengo a prenderti, okay?» Il bambino annuì, visibilmente spaventato.
Uscendo dalla camera da letto, Arkadin avanzò con movimenti furtivi lungo il
corridoio. Le luci del secondo piano dovevano essere spente, ma di sotto
risplendevano come una casa in preda alle fiamme. Si avvicinò alla balaustra di
legno e sentì di nuovo lo stesso gemito, stavolta più distinto. Iniziò a chiedersi
cosa stesse facendo Lev Antonin a sua moglie da provocarle tutto quel terrore.
Dov'erano le altre figlie, mentre lui puniva la consorte? Non lo stupiva il fatto che
non fossero salite di sopra a cercare il fratello.
La luce si faceva sempre più forte a mano a mano che Arkadin scendeva le scale
piegato in due per non farsi vedere. All'improvviso si trovò davanti una strana
scena. Un uomo stava in piedi con la schiena rivolta verso di lui. Di fronte c'era
Joskar, la moglie di Lev Antonin, legata a una sedia della cucina. Il bavaglio che
aveva sulla bocca si era allentato, per questo riusciva a gemere. Aveva un occhio
gonfio e dei tagli sul viso da cui uscivano rivoli di sangue. Raggruppate intorno a
lei, come dei pulcini intorno alla chioccia, c'erano le tre figlie, tutte con le
caviglie, legate. In quelle condizioni non potevano muoversi e di sicuro non
l'avrebbero fatto, trovandosi davanti quell'uomo che incombeva minaccioso su di
loro. Dov'era Lev Antonin?
L'uomo girò pigramente la testa di Joskar. «Smettila di frignare» le disse. «Il
vostro destino ormai è segnato. Non importa che cosa deciderà tuo marito, tu e le
tue marmocchie...» Vibrò dei calci, colpendo costole e fianchi con la punta della
scarpa. Le bambine, già in lacrime, iniziarono a singhiozzare, e la madre gemette
di nuovo. «Tu e le tue marmocchie siete finite. Morte. Sepolte. Capito?» Arkadin
ebbe un'illuminazione improvvisa: quell'uomo, chiunque fosse, doveva venire da
fuori, altrimenti si sarebbe accorto che uno dei figli di Lev Antonin era ancora
libero. E se fosse il killer degli uomini di Stas? Sì, era senz'altro lui.
Tornò allora all'armadio del piano di sopra, dove disse al figlio di Antonin di
seguirlo, ma di stare in silenzio qualunque cosa fosse accaduta. Con il bimbo
spaventato dietro, scese in silenzio le scale e si fermò a metà. La scena al piano di
sotto non era molto cambiata, tranne per il bavaglio che era stato stretto e per il
viso di Joskar, adesso letteralmente coperto di sangue.
Quando il figlio di Antonin cercò di fare capolino, Arkadin lo spinse indietro,
nascondendolo con le gambe.
Si chinò e sussurrò al bimbo: «Non muoverti fino a che non ti dico che puoi
farlo, okay?».
Riconobbe la paura nello sguardo del bambino e qualcosa lo colpì nel profondo,
forse un'emozione sepolta sotto i detriti del suo passato. Dopo avergli accarezzato
la testa, si alzò e tirò fuori la Glock che teneva all'altezza della cintura.
«Perché non ti allontani da queste persone?» disse minaccioso.
L'uomo si girò di scatto verso di lui; il suo volto si trasformò in una maschera
orrenda, subito sostituita dal sorriso accondiscendente che ben presto sarebbe
diventato familiare ad Arkadin. Comunque quell'espressione rivelava molto di
quell'uomo. Aveva davanti una persona che provava piacere a sottomettere gli
altri, e utilizzava un solo strumento per raggiungere il suo scopo: la paura.
«Chi diavolo sei? E come hai fatto a entrare?» Malgrado fosse sorpreso,
malgrado avesse di fronte la canna di una Glock, non tradiva nessuna emozione.
«Mi chiamo Arkadin. E tu, cosa cazzo stai facendo qui?» «Arkadin!? Davvero?
Molto bene...» Il suo sorriso si fece ironico e compiaciuto. Era quel tipo di
sorriso, pensò Arkadin, che ti faceva venir voglia di farlo scomparire con un
pugno devastante.
«Mi chiamo Oserov, Vylaceslav Germanovic Oserov, e sono venuto per portarti
via da questo posto di merda.» «Che cosa?» «Esatto, idiota. Il mio capo, Dimitrij
Ilinovic Maslov, ti vuole a Mosca.» «Chi diavolo è Dimitrij Ilinovic Maslov? E
cosa vuole da me?» A quel punto, Oserov aprì la bocca e ne uscì uno stridio simile
a quello delle unghie contro una lavagna. Arkadin sussultò e capì che l'uomo stava
ridendo.
«Sei proprio uno zotico. Dovremmo lasciarti qui in mezzo a tutti questi
imbecilli.» Oserov tremò di gioia. «Per tua informazione, Dimitrij Ilinovic
Maslov è il capo della Kazanskaja.» Si fermò e scosse la testa. «Hai mai sentito
parlare della Kazanskaja?» «La grupperovka moscovita» rispose in automatico
Arkadin. Era confuso. Com'era possibile che il capo di una delle più importanti
famiglie mafiose al mondo avesse sentito parlare di lui? Aveva mandato Oserov, e
probabilmente anche qualcun altro dal momento che Oserov aveva parlato al
plurale. Ma perché? L'intera situazione era assurda.
«Chi altro c'è con te?» chiese Arkadin, cercando di riprendersi.
«Misca Tarkanian. E con Lev Antonin, adesso, sta negoziando il tuo
trasferimento. Ora che ti ho davanti direi che non meriti proprio una tale
impresa.» Poteva darsi che Tarkanian si trovasse da qualche parte al pianoterra,
magari in bagno. «C'è qualcosa che non va nella tua storia, gospodin Oserov. Mi
chiedo perché mai Maslov abbia mandato un incompetente come te.» Prima che il
moscovita potesse replicare, Arkadin si voltò e fece uscire allo scoperto il
bambino. Doveva riprendere il controllo della situazione, e il piccolo era il suo
asso nella manica.
«Lev Antonin ha quattro figli, non tre. Come hai potuto commettere un errore
così grossolano?» La mano sinistra, che Oserov teneva al fianco nascosta alla
vista di Arkadin, fece uno scatto e il coltello con cui stava tagliuzzando il volto di
Joskar sibilò in aria. Arkadin spinse via il bambino, ma troppo tardi. La lama si
conficcò fino al manico nel corpicino, che gli scivolò dalle mani.
Con un grido feroce, Arkadin premette il grilletto della Glock, poi si scagliò
dietro il proiettile come se volesse guidarlo verso l'anima oscura di Oserov. Il
proiettile lo mancò, ma lui no. Atterrò sopra il moscovita ed entrambi rotolarono
sul pavimento. Si fermarono contro le gambe del divano, grosse e robuste come le
caviglie di una babuska.
Arkadin lasciò che Oserov lo attaccasse, per farsi un'idea della sua forza e della
sua capacità di coordinazione. Si dimostrò un combattente violento ma
indisciplinato, uno che per vincere si basa sulla potenza e sull'istinto animalesco
invece di puntare sull'arguzia. Arkadin incassò alcuni colpi al mento e alle
costole, ma evitò all'ultimo istante un colpo di taglio diretto ai reni. Poi iniziò a
lavorare su Oserov.
Non era spinto soltanto dalla rabbia o dal desiderio di vendetta, ma da un senso
di vergogna e umiliazione per aver messo il bambino in pericolo in modo quasi
deliberato, puntando tutto sull'arma e sull'effetto sorpresa per assumere il
controllo della situazione. In più, doveva ammettere di essere stato preso alla
sprovvista dal fatto che Oserov fosse capace di uccidere un bambino a sangue
freddo. Si aspettava che lo spaventasse, che gli facesse qualche graffietto, ma non
che gli conficcasse un coltello in pieno cuore. Era impensabile.
Le nocche si spaccarono, ricoprendosi di sangue, ma quasi non se ne accorse.
Mentre colpiva ripetutamente l'uomo che gli stava sotto, venne assalito dalle
immagini della sua infanzia, di quando non era nient'altro che un bambino dal
viso cinereo, terrorizzato dalla mamma, chiuso in un armadio a volte anche per
giorni, tra i topi che sgattaiolavano affamati e che, alla fine, gli mangiarono tre
dita del piede sinistro. Il figlio di Lev Antonin aveva riposto la sua fiducia in lui, e
ora era morto. Un epilogo del genere era troppo anche per Arkadin. L'unica
possibile redenzione poteva venire soltanto dalla morte di Oserov.
E l'avrebbe ucciso senza alcun rimorso, senza pensare alle conseguenze per aver
fatto fuori un uomo di Dimitrij Maslov, il capo della Kazanskaja. In preda a quella
follia omicida, Arkadin non pensava né a Maslov, né alla Kazanskaja, né a Mosca,
né a nient'altro. Tutto quello che riusciva a vedere era quel viso nell'armadio al
piano di sopra. Non era più in grado di distinguere se fosse il suo o quello del
figlio di Antonin.
Poi qualcosa di duro e pesante lo colpì a un lato della testa, e si fece tutto nero.
***
Capitolo 23
Moira viveva in una villetta di mattoni rossi a Cambridge Place, Georgetown,
vicino a Dumbarton Oaks. Più che una casa, per lei era un rifugio in cui poteva
stendersi sul divano di ciniglia con in mano un bicchierino di brandy e nell'altra
un buon romanzo in cui perdersi. Viaggiando di continuo, quei momenti erano
diventati sempre più rari e preziosi.
Mentre il crepuscolo lasciava posto alla sera, la turbava il pensiero che qualcuno
potesse essersi appostato fuori. Così, fece due giri dell'isolato con una macchina
presa a noleggio. Se c'era davvero qualcuno, una seconda ronda l'avrebbe di
sicuro messo in allerta. Passando quindi di nuovo davanti a casa, sentì una vettura
mettersi in moto e riconobbe nello specchietto retrovisore una Lincoln Town Car
che la seguiva a un paio di macchine dietro di lei. Sorrise compiaciuta mentre
zigzagava per Georgetown. Quelle strade le conosceva come le sue tasche.
Bamber era rimasto da Lamontierre. Si era offerto di andare con lei, anche se
terrorizzato. «Apprezzo che tu me l'abbia proposto» gli aveva detto seria, «ma mi
sei molto più utile qui, sano e salvo. Non ho alcuna intenzione di permettere agli
uomini di Noah di avvicinarsi a te.» Mentre faceva una serie di manovre evasive
con la Town Car alle calcagna, fu sollevata di non averlo lì con lei, anche se
sarebbe stato molto più facile risolvere la situazione in quel momento. Sarebbe
potuta saltare giù, mentre lui, al volante, avrebbe condotto la Town Car lontano
dandole il tempo di entrare in casa a recuperare il portatile della Black River. Ma
niente era facile nella sua vita, né in quella di nessuno che conosceva, quindi era
inutile lamentarsi. Gioca le carte che hai in mano nel miglior modo possibile, si
disse. Era quello che aveva sempre fatto, e così avrebbe fatto anche stavolta.
La notte stava calando, mentre lei guidava per le strade che si facevano sempre
più anguste a mano a mano che si avvicinavano al canale. Alla fine svoltò un
angolo, prese una via sulla sinistra, si fermò e uscì dalla macchina con i fari
ancora accesi, permettendo all'autista della Lincoln, che invece aveva spento le
luci, di intravederla girare l'angolo.
La Lincoln fece una brusca frenata nel momento in cui Moira oltrepassava una
porta, e due uomini scesero al volo scagliandosi verso il punto in cui era sparita.
Nel buio trovarono una porta di metallo, poi estrassero le armi a canna corta. Uno
dei due, un uomo con la testa rasata, si appiattì contro il muro di mattoni, mentre
l'altro provava a spingere il pomello. Ma fu inutile, così scosse la testa, alzò la
gamba destra e con un calcio violento aprì la porta, che andò a sbattere contro il
muro. Con la pistola spianata, si incamminò minaccioso nell'oscurità. La porta lo
colpì dritto in faccia, rompendogli il naso. Serrò le mascelle e si morse la lingua.
Le grida di dolore durarono poco. Moira gli piantò un ginocchio all'inguine e,
mentre quello si piegava per il male, gli assestò un colpo di taglio dietro il collo
con le mani.
L'uomo rasato sentì un rumore metallico e, senza esitare, fece un passo verso la
porta, sparando tre colpi a bruciapelo: uno al centro, uno a destra e uno a sinistra
dell'ambiente buio. Non sentendo alcun rumore, si lanciò dentro tenendosi basso.
Moira lo colpì da dietro sulla testa con la pala su cui era inciampato. L'uomo
cadde di faccia sul cemento. Lei stava già uscendo quando si accorse delle sirene
della polizia in avvicinamento.
Qualcuno doveva aver sentito gli spari.
Ritornò svelta alla macchina con uno sguardo assorto stampato in faccia:
sembrava una che è in ritardo per un appuntamento. Doveva apparire normale,
mescolarsi al traffico di M Street fino a perdersi tra le strade acciottolate che
riflettevano la luce dei lampioni vecchio stile.
Dieci minuti dopo, Moira era tornata al suo isolato. Fece il giro, controllando di
non avere nessun altro alle calcagna; tutto sembrava tranquillo.
Parcheggiò e diede un'ultima occhiata tutt'intorno prima di salire le scale. Infilò
la chiave nella serratura, aprì la porta ed entrò estraendo la Lady Hawk dalla
fondina. Chiuse con delicatezza la porta, diede due mandate e rimase alcuni
secondi in piedi per ascoltare i rumori della casa. A uno a uno identificò i suoni
familiari della caldaia, del frigorifero, dell'impianto di riscaldamento. Poi annusò
l'aria in cerca di odori estranei.
Quando si ritenne soddisfatta, premette l'interruttore. L'ingresso e il corridoio
vennero invasi da una luce giallastra. Moira lasciò andare l'aria che aveva
trattenuto senza accorgersene fino a quel momento. Si mosse cauta, controllando
la stanza e i ripostigli del pianterreno. Si assicurò che la porta dello scantinato
fosse chiusa a chiave. Poi salì le scale. Più o meno a metà, sentì un rumore e si
fermò raggelata, con un piede sollevato e il cuore che gli martellava in petto.
Ancora lo stesso rumore, ma stavolta lo riconobbe. Era un ramo che batteva
contro il muro sul retro della casa, che dava su un vicoletto.
Moira ricominciò a salire, contando gli scalini dal primo in basso per essere
sicura di evitare quello che scricchiolava. In cima alle scale successe qualcosa. La
caldaia si fermò, facendo piombare la casa in un silenzio tetro e infausto. Poi,
come se niente fosse, riprese a funzionare, e il suono familiare la tranquillizzò.
Passò poi al primo piano. Si mosse di stanza in stanza, accendendo le luci,
controllando dietro i mobili e persino sotto il letto. Che cosa idiota, pensò. Non
trovò niente, e nessuno. La finestra alla sua sinistra era socchiusa e la chiuse del
tutto.
Il portatile della Black River stava nel vano posteriore del ripostiglio, sotto una
pila di scatole di scarpe. Si avvicinò, aprì la porta ed entrò con la pistola puntata
davanti a sé. Passò una mano sui vestiti appesi. Li riconobbe tutti, ma in quel
momento avevano un aspetto sinistro, come se fossero delle tende che
nascondevano qualcuno.
Ma non le saltò addosso nessuno, così si lasciò andare a un sospiro di sollievo.
Lo sguardo risalì tutta la pila di scatole sopra gli abiti appesi. Il portatile era lì,
dove l'aveva lasciato. Si allungò per prenderlo quando sentì il rumore di una
finestra che andava in frantumi e di qualcosa che atterrava sulla moquette. Si
voltò di scatto, ma la porta del ripostiglio si richiuse sbattendo.
Con la mano afferrò il pomello e iniziò a spingere, ma qualcosa bloccava la
porta e non c'era modo di aprirla nemmeno a spallate. Indietreggiò e sparò quattro
colpi. L'odore pungente della cordite le solleticò il naso, e le orecchie iniziarono a
fischiarle per il rumore. Spinse di nuovo. Niente. Ma si accorse di avere altro a
cui pensare. La fessura sotto la porta stava scomparendo. Qualcuno la stava
otturando.
Al livello del pavimento quello spazio strettissimo iniziava a farsi buio, tranne
nel punto in cui Moira vide spuntare un accessorio del suo aspirapolvere. Poco
dopo udì un generatore portatile mettersi in funzione e, in preda all'angoscia, capì
che stavano aspirando l'ossigeno fuori dallo stanzino.
Quando Peter Marks trovò il verbale della polizia su Moira Trevor, rimase
sbalordito. Era appena tornato dalla Casa Bianca dopo il breve colloquio con il
presidente sull'assegnazione del posto vacante da direttore della CIA. Sapeva di
non essere l'unico candidato, ma non c'era nessun altro dell'Agenzia. Eppure,
pensava che anche i capi degli altri sei direttorati fossero stati convocati dal
presidente, per esempio Dick Symes, capo del Direttorato dell'Intelligence e
attuale direttore ad interim della CIA. Lo considerava il candidato ideale per quel
posto. Era più anziano, con molta più esperienza dello stesso Peter, che solo di
recente aveva scalato i gradini della carriera arrivando a essere il capo delle
Operazioni durante la breve permanenza come direttore di Veronica Hart, che non
aveva nemmeno avuto il tempo di proporre dei nomi per il ruolo di vicedirettore,
e mai l'avrebbe avuto. D'altro canto, però, Marks, a differenza di Symes, era stato
scelto e addestrato dal Grande Vecchio in persona, e sapeva quanto rispetto
nutrisse il presidente per quell'uomo che aveva ricoperto il ruolo di direttore della
CIA per così tanto tempo.
Peter non era sicuro di volere quella poltrona, perché avrebbe significato
allontanarsi ancora di più dal suo primo amore, il campo. « Non importa quanto in
alto riesci ad arrivare» gli aveva detto il Grande Vecchio, «il tuo primo amore non
lo dimenticherai mai. Impari soltanto a vivere senza.» O forse, autoconvincersi di
non volere quella poltrona era un modo di proteggersi dalla delusione nel caso
non lo avessero scelto come successore di Veronica Hart. Senza dubbio era questo
il motivo che lo aveva spinto a buttarsi sul verbale relativo a Moira Trevor non
appena si era seduto dietro la scrivania. Quel documento, così breve e
approssimativo, non era mischiato alle pile di fogli ammassate per lui dai suoi
collaboratori perché voleva analizzarlo subito e di persona. Non che stesse
cercando proprio un verbale della polizia, ma avendo terminato gli indizi a sua
disposizione aveva deciso di uscire e andare a caccia di informazioni, proprio
come aveva imparato quando era un agente in erba. «Non fidarti mai delle
informazioni che ti danno gli altri, a meno che tu non sia del tutto impossibilitato
a procurartele da solo soprattutto quando c'è in gioco la tua vita» gli aveva
consigliato il Grande Vecchio quando lo aveva portato nell'ovile. Un
insegnamento che Marks non aveva mai scordato. E ora contemplava quel verbale
redatto il giorno prima che descriveva un incidente stradale tra due macchine in
cui un uomo di nome Jay Weston, ex impiegato della Hobart Industries e attuale
dipendente della Heartland Risk Management, era stato ucciso, e Moira Trevor,
fondatrice e presidentessa della Heartland, era rimasta ferita. Due anomalie: la
prima era che Weston non era morto a causa delle ferite riportate nell'incidente,
ma gli avevano sparato. La seconda era che Moira Trevor aveva gridato «più volte
e a voce alta», come descritto dall'agente accorso sul posto, che un poliziotto in
uniforme a bordo di una moto aveva sparato alla testa di Weston attraverso il
finestrino del lato guidatore. Le prove legali confermavano la versione della
Trevor, almeno per quanto riguardava lo sparo. Il verbale riportava che nessun
poliziotto in moto era nelle vicinanze nell'arco di tempo in cui si verificava
l'incidente.
Alla fine del verbale Marks riscontrò un'altra anomalia. Non c'erano state
ulteriori indagini, nessuna ricerca sugli ultimi luoghi in cui Weston era stato visto
o sul suo passato. A parte quel misero documento, l'incidente era come se non
fosse mai avvenuto.
Marks prese il telefono e chiamò il posto di polizia, ma quando chiese
dell'autore del verbale si sentì rispondere che sia lui sia il suo collega erano stati
«trasferiti». Non riuscì a carpire nessun'altra informazione sugli agenti. Chiese del
tenente McConnell, loro diretto superiore, che si rifiutò di dirgli dove si
trovassero o cosa gli fosse successo, anche dopo una valanga di minacce.
«Sono ordini del commissario stesso» disse McConnell senza rancore. «E tutto
quello che so, amico. E il mio lavoro. Se non ti sta bene, veditela con lui.» Per un
attimo si fece tutto nero, poi due mani forti trascinarono Arkadin da sotto le
ascelle lontano dal moscovita. Si scagliò di nuovo contro il suo nemico, ma gli
arrivò un calcio alla cassa toracica e si ritrovò a terra, ansimante.
«Ma cosa diavolo state combinando?» ruggì una voce.
Alzò lo sguardo e vide un altro uomo incombere su di lui. Era in piedi con le
gambe divaricate e i pugni chiusi. Non era Lev Antonin, così Arkadin dedusse che
doveva trattarsi di Misca Tarkanian.
«Mi chiamo Leonid Danilovic Arkadin» disse con affanno. «Il tuo animale non
addomesticato qui, Oserov, ha appena trapassato il cuore di quel bambino con un
coltello.» Mentre Tarkanian spostava lo sguardo sul piccolo ricurvo sulle scale,
Arkadin continuò: «E il figlio di Lev Antonin, nel caso ti interessasse».
Tarkanian sobbalzò come se avesse preso una scossa elettrica. «Oserov, ma per
l'amor del...» «Se non finisci quello che ho cominciato» disse Arkadin, «lo farò
io.» «Scordatelo» ruggì Tarkanian. «Tu adesso ti siedi e te ne stai buono fino a
nuovi ordini.» Poi si inginocchiò vicino a Oserov. Era in una pozza di sangue,
l'osso della clavicola destra usciva dalla carne. «Sei fortunato. Respira ancora.»
Arkadin si chiese se parlasse a lui o a se stesso. Ma in fondo non aveva
importanza.
«Oserov. Oserov.» Tarkanian scosse con violenza il suo compatriota. «Cazzo, è
una maschera di sangue.» «Faccio le cose per bene, io» replicò Arkadin.
Mentre Tarkanian gli lanciava un'occhiata carica di odio, lui si alzò.
Tarkanian sollevò l'indice con aria minacciosa. «Ti ho detto...» «Rilassati, non
mi sto avvicinando a lui» disse Arkadin con una smorfia di dolore. Andò verso
Joskar Antonin per slegarla e liberarla dalla stretta del bavaglio.
In un attimo le urla di dolore della donna riempirono la stanza. Si precipitò sulle
scale per prendere in braccio il figlio morto. Scossa dai singhiozzi, si sedette nel
punto in cui giaceva il suo piccolo e lo cullò, annullando tutto il resto.
Le bambine erano accovacciate ai piedi di Arkadin, in lacrime. Le liberò e loro
corsero dalla loro mamma e accarezzarono le gambe e i capelli del fratellino, poi
appoggiarono la testa sulle cosce della madre.
«Com'è potuto succedere?» chiese Tarkanian.
Ancora una volta Arkadin non fu in grado di capire se parlasse a lui o a se
stesso. Nel dubbio, rispose e raccontò tutto quello che aveva visto e vissuto. Fu un
racconto dettagliato e non tralasciò nulla.
Tarkanian si sedette sui talloni. «Maledizione, sapevo che Oserov sarebbe stato
un problema. Ho sbagliato a sottovalutarlo, però.» Diede un'occhiata all'ambiente
domestico reso tragico dalle chiazze di sangue, dal pianto delle bambine e dalla
puzza di morte. «Siamo fottuti. Quando Antonin verrà a sapere quello che Oserov
ha fatto alla sua famiglia, la possibilità che ci permetta di lasciare questa merda di
città svanirà prima ancora che tu abbia il tempo di dire: "Due assi nella
manica!".» «Tony Curtis, Virna Lisi, George C. Scott» disse Arkadin.
Tarkanian sollevò le sopracciglia. «Norman Panama.» «Adoro le commedie
americane» aggiunse Arkadin. «Anch'io.» Riconoscendo che la discussione era
del tutto fuori luogo, Tarkanian riprese irritato: «Ci restano solo questi ricordi, e
non avremo neanche più questi, una volta che Lev Antonin ci avrà presi».
La mente di Arkadin era un vortice di idee. Si trovava di nuovo in una situazione
estrema: vivere o morire. A differenza dei due moscoviti, però, giocava in casa,
sul suo territorio. Avrebbe potuto abbandonarli, certo, per poi darsi alla fuga. Ma
per fare cosa? Per tornare di nuovo nello scantinato? Rabbrividì al pensiero di
passare un minuto di più recluso là sotto. No, che gli piacesse o meno era legato a
quei due. Erano i suoi biglietti per andarsene da quella città, e lo avrebbero
portato dritto dritto a Mosca.
«Quando sono arrivato, ho visto la macchina di Joskar davanti al garage. E
ancora là?» Tarkanian annuì.
«Io prendo lei e le figlie. Trova la borsa, le chiavi devono essere lì dentro.»
«Non parto senza Oserov.» Arkadin alzò le spalle. «Quel pezzo di merda è roba
tua. Se vuoi farlo venire con noi, caricalo tu in macchina, perché ti garantisco che
se mi avvicino di nuovo lo faccio fuori una volta per tutte.» «E una cosa che a
Maslov non piacerà, credimi.» Arkadin ne aveva abbastanza di quegli intrusi. Si
alzò portando il viso vicinissimo a quello di Tarkanian. «Che Maslov vada
affanculo. Dovresti preoccuparti di Lev Antonin, adesso.» «Quell'imbecille!» «Sì,
ma un imbecille ti può uccidere nello stesso modo in cui può farlo un genio,
anche se di solito lo fa molto più in fretta perché un imbecille non ha coscienza.»
Indicò Oserov. «Proprio come il tuo ragazzo laggiù. Un cane ne ha molta più di
lui.» Tarkanian guardò Arkadin con occhi penetranti, come se lo vedesse per la
prima volta. «Mi piaci, Leonid Danilovic.» «Solo i miei amici mi chiamano
Leonid Danilovic» gli disse Arkadin.
«A quanto pare, non ne hai molti.» Tarkanian andò a cercare la borsa di Joskar;
la trovò per terra, vicino al divano. Forse era caduta dal tavolo. La aprì, ci rovistò
un po', poi alzò le chiavi della macchina in segno di trionfo. «Se siamo fortunati,
ci saranno dei cambiamenti.» Morire asfissiata in casa sua era un'ipotesi che
Moira non aveva mai preso in considerazione. Gli occhi le lacrimavano e
cominciava a sentirsi stordita, ormai era parecchio che tratteneva il respiro.
Ripose la Lady Hawk nella fondina e prese una scaletta, l'appoggiò alla parete
posteriore e l'aprì. Si arrampicò fino a raggiungere il soffitto, che era fatto di
legno di cedro come tutte le parti del ripostiglio. La mancanza di ossigeno le stava
già facendo fischiare le orecchie. Cercò a tastoni un quadrato intagliato nelle assi,
impossibile da vedere da lontano. Una volta trovatolo, cercò di aprire lo sportello
a suon di pugni. Tirò fuori il portatile e strisciò nello spazio in cui teneva gli abiti
invernali durante l'estate. Procedendo carponi sulle tavole di legno, risistemò lo
sportello e fece entrare una boccata d'aria nei polmoni in fiamme.
Consapevole di non poter restare là dentro molto a lungo, le sfuggì un lamento.
Il monossido di carbonio sarebbe ben presto arrivato anche lì. L'ambiente angusto
continuava con una serie di travi sulle quali avanzava con estrema cautela.
Dato che lo aveva costruito con le sue mani, ne conosceva ogni centimetro
quadrato. A tutte le estremità era stata collocata una presa d'aria triangolare, come
previsto dal regolamento edilizio. Non ricordava se fossero grandi abbastanza da
poterci passare, sapeva solo che doveva provarci.
Non erano molto lontane, ma tra il sudore e il battito del cuore accelerato le
sembrò di impiegare un'eternità per attraversare il groviglio di travi nella zona più
distante, dove la luce di un lampione annunciava la presa d'aria. La luce cresceva
a mano a mano che si avvicinava e Moira la seguiva come un insetto notturno.
Una volta arrivata fu sopraffatta dalla frustrazione: la presa d'aria non sembrava
abbastanza grande. Incastrò le unghie sotto la parte inferiore della striscia
metallica e la tirò via. L'aria fresca della notte le sfiorò il viso come la carezza di
un amante, e per un momento lei restò lì, ferma, a respirare.
Spostò la grata e cercò di far passare la testa nell'apertura. Riuscì a vedere che si
trovava nel retro di casa sua, sopra il vicoletto in cui lei e i suoi vicini gettavano i
sacchi della spazzatura per il camion della nettezza urbana che ogni giovedì
disturbava il sonno del quartiere allo spuntare del giorno.
Il bagliore delle luci del giardino delle altre case filtrava nell'apertura
illuminando il portatile che Moira aveva posizionato sul bordo. Fu in quel
momento che si accorse che il disco fisso removibile non era al suo posto.
Controllò e ricontrollò milioni di volte, come si fa quando si perde il portafoglio,
incredula.
Spinse il portatile lontano con un grido di disgusto. Tutto quello sforzo, aveva
rischiato la vita... per niente!
Con le mani si attaccò ai mattoni della facciata, e si spinse fuori muovendo le
spalle verso la parte più ampia del triangolo. Riuscì a farle passare. Afferrò una
delle pietre decorative per fare ancora più forza. Ora doveva vedersela con i
fianchi, che sembravano l'ostacolo più grosso.
Mentre cercava di risolvere quel problema di geometria, sentì un rumore proprio
sotto di sé. Ruotò il collo con fatica e notò che la porta sul retro era aperta.
Qualcuno stava uscendo. Il tizio era vestito di nero. Malgrado la visuale ridotta
per via della posizione, Moira riuscì a vederlo bene. Stava immobile sulla soglia e
si guardava intorno.
Moira tornò a concentrarsi sul suo obiettivo, sentendo il disperato bisogno di
mettersi in salvo. Si aggrappò con tutte le energie alla sporgenza della pietra
ornamentale. I fianchi le restarono incastrati nel triangolo. Poi capì qual era il
modo migliore per riuscire nell'impresa. Tentò di spingersi indietro per liberare i
fianchi, ma era incastrata. Di sotto, l'uomo si era acceso una sigaretta. Dal modo
in cui guardava da una parte all'altra del vicolo, Moira immaginò che stesse
aspettando la Lincoln Town Car. Il tizio tirò fuori un telefono. Di lì a poco
avrebbe chiamato quelli della Lincoln e, non ricevendo risposta, se ne sarebbe
andato da solo, portandosi via il disco fisso e la possibilità di accedere alla rete
Wi-Fi di Noah.
L'uomo si portò il cellulare all'orecchio, e Moira cercò di buttare fuori tutta l'aria
che aveva dentro in modo da rilassare il corpo. Ecco! Era libera! Ruotò i fianchi e
si trascinò fuori. Si tenne in modo precario alla decorazione in pietra e si mise in
ascolto della voce del tipo vestito di nero. Era troppo tardi ormai per capire
qualcosa, così si lasciò andare nel vuoto e gli atterrò addosso.
L'uomo cadde sui ciottoli facendo partire il cellulare che finì qualche metro più
in là e battendo la testa con un rumore ripugnante.
Scossa e disorientata, Moira si trascinò finché non trovò il cellulare. Lo fissò per
un momento interdetta. Qualcos'altro era volato in aria, oltre il cellulare. Ma
cos'era?
Barcollando, raggiunse il punto in cui c'erano i pezzi sparsi tra i ciottoli. Su uno
dei più piccoli c'era un fulmine rosso che lo tagliava a metà, simbolo presente su
tutti i componenti hardware progettati per la Black River.
«Oh, Dio» si lamentò. «No!» Si lasciò cadere in ginocchio e raccolse tutto ciò
che rimaneva dell'hard disk, ormai inutilizzabile.
***
Capitolo 24
Bourne e Tracy erano seduti nella sala d'attesa dell'aeroporto di Madrid. Jason si
scusò e si avviò verso la toilette. Passò vicino a un'edicola che esponeva
quotidiani scritti in ogni lingua del mondo, ma che riportavano tutti la stessa
notizia: «Fine dei negoziati», «La rottura», «Addio all'ultima speranza di
risoluzione diplomatica», e in ciascun sottotitolo comparivano le parole «Iran» e
«Guerra».
Quando fu sicuro che Tracy non poteva vederlo, chiamò Boris. Non rispondeva
nessuno, non squillava nemmeno. Il telefono era spento. Bourne si fermò un
momento a riflettere, poi si allontanò ulteriormente raggiungendo le vetrate,
scorse la rubrica e selezionò un altro numero di Mosca.
«Ma chi diavolo...?» imprecò la voce dall'altra parte.
«Ivan, Ivan Volkin» disse, «sonoJason Bourne, un amico di Boris.» «Lo so io di
chi sei amico tu. Sono vecchio, non scemo. Hai creato tanto di quello scompiglio
mentre eri qui tre mesi fa che anche un malato di Alzheimer si ricorda di te.» «Sto
cercando di mettermi in contatto con Boris.» «Sai che novità!» esclamò Volkin
acido. «Perché non chiami lui invece di dar fastidio a me?» «L'avrei fatto, se mi
avesse risposto.» «Ah... Quindi non hai il numero del suo satellitare?» Allora
Boris era di nuovo in Africa, dedusse Bourne. «Mi stai dicendo che è tornato a
Timbuctù?» «Ma quale Timbuctù!» rispose Volkin. «Come ti viene in mente
un'idea del genere?» «Me l'ha detto Boris.» «Ah! No, no, no. Non Timbuctù.
Khartoum.» Bourne si appoggiò alle vetrate, fredde per via dell'aria condizionata.
Il mondo gli crollò sotto i piedi. Perché tutti i fili della ragnatela portavano a
Khartoum?
«Che ci fa Boris laggiù?» «Qualcosa che non vuole che tu, suo buon amico,
venga a sapere.» A Volkin sfuggì una risata gutturale. «Ovvio.» Quelle parole
ferirono Bourne come una coltellata. «Ma tu lo sai.» «Io!? Mio caro Bourne, io
non lavoro più. Non mi occupo più del mondo della grupperovka. Hai problemi di
memoria anche tu?» Qualcosa non andava, in quella conversazione, e Bourne lo
capì subito. Con tutti i contatti di cui disponeva, Volkin doveva di sicuro essere
stato informato della sua «morte». Eppure la sua voce non aveva tradito alcuna
sorpresa quando si era presentato. Nessuna domanda. Sapeva già che era
sopravvissuto all'agguato di Bali. E quindi anche Boris ne era al corrente.
Provò un'altra tattica. «Conosci un uomo chiamato Bogdan Macin?» «Il
Torturatore. Certo che lo conosco.» «E morto.» «Nessuno lo piangerà, credimi.»
«Era stato mandato a Siviglia» disse Bourne, «per uccidermi.» «Ma tu non sei già
morto?» ribatté Volkin ironico.
«Tu sapevi che ero vivo.» «Mi sono rimasti ancora un paio di neuroni, a
differenza del povero Bogdan Macin.» «Chi te l'ha detto? Boris?» «Boris? Amico
mio, Boris si è sbronzato per una settimana quando gli è stato comunicato, da me
aggiungerei, che eri stato ucciso. Ora, però, sa come stanno le cose.» «E quindi
non è stato Boris a spararmi.» L'esplosione della risata che seguì costrinse Bourne
ad allontanare il telefono dall'orecchio.
Quando infine si calmò, Volkin aggiunse: «Che idea assurda! Voi americani! Ma
che diavolo stai farneticando?».
«Qualcuno a Siviglia mi ha mostrato delle foto che ritraevano Boris insieme al
segretario alla Difesa Halliday.» «Davvero? E in quale pianeta sarebbe successo?»
«So che sembra inverosimile, ma ho avuto modo di ascoltare anche una
registrazione. Il segretario Halliday ha chiesto la mia testa e Boris ha accettato di
consegnargliela.» «Boris è tuo amico.» Il tono di Volkin era tornato serio. «A noi
russi non riesce facile stringere tante amicizie, e quelle poche che abbiamo non le
tradiamo di certo.» «E stato un baratto» insistette Bourne. «Boris voleva in
cambio la morte di Abdullah Khoury, il capo della Fratellanza Orientale.» «Che
Abdullah Khoury sia stato ucciso di recente è vero, ma ti assicuro che Boris non
c'entra niente.» «Ne sei certo?» «Boris lavorava nella Squadra antidroga, okay?
Dovresti saperlo, o per lo meno avresti dovuto capirlo. Mi sembri un tipo
intelligente! La Fratellanza Orientale procurava fondi ai suoi terroristi della
Legione Nera attraverso un traffico di droga che andava dalla Colombia al
Messico, fino a Monaco. Qualcuno degli uomini di Boris riuscì a infiltrarsi e a
fornirgli il nome dell'anello più grosso della catena: Gustavo Moreno, un
colombiano che viveva in una grande hacienda vicino a Città del Messico. Boris
vi fece irruzione con la sua squadra di uomini della FSB-2. Fecero fuori Moreno,
ma non trovarono la cosa più importante: il portatile che avrebbe condotto agli
altri membri dell'organizzazione. Cos'è successo a quel computer? Prima di
morire il colombiano continuava a ripetere che era nell'hacienda, così Boris passò
diversi giorni a setacciarne ogni centimetro, ma invano. Non c'era, e il nostro
amico, che sappiamo com'è fatto, intuì che c'era qualcosa che non quadrava.» «E
così è arrivato a Khartoum.» Volkin ignorò il commento e proseguì: «Hai la data
di questo presunto incontro tra Boris e il segretario alla Difesa americano?».
«Era stampata sulle foto» rispose Bourne. Quando gliela comunicò, il russo
reagì con enfasi: «Boris era qui con me in quel periodo. E rimasto tre giorni,
incluso quello della foto. Non so chi ci fosse al tavolo con il segretario alla
Difesa, ma quant'è vero che la Russia è corrotta, non era il nostro Boris Karpov».
«E chi, allora?» «Un camaleonte, questo è certo. Ne conosci, Bourne?» «Sì,
oltre a me ce n'è un altro, ma è morto. E lui per davvero.» «Sembri convinto.»
«L'ho visto cadere nelle acque al largo del porto di Los Angeles.» «Non equivale
ad averne riconosciuto il cadavere. Santo cielo, chi meglio di te dovrebbe
saperlo?» Un brivido corse lungo la schiena di Bourne.
«Quante vite hai già vissuto? Boris mi diceva che sono molte. Credo che per
Leonid Danilovic Arkadin valga lo stesso.» «Mi stai dicendo che non è morto?»
«Un gatto nero come lui ha nove vite, amico mio. Forse anche di più.» E così era
stato Arkadin a cercare di assassinarlo. Il quadro si faceva sempre più chiaro, ma
c'era ancora qualcosa che non tornava.
«Sei sicuro, Volkin?» «Arkadin è il nuovo capo della Fratellanza Orientale. Ti
basta, come garanzia?» «Ma perché avrebbe dovuto ingaggiare il Torturatore,
quando sembrava così impaziente di uccidermi con le sue stesse mani?» «Non è
lui il mandante» disse Volkin. «Il Torturatore è troppo inaffidabile, soprattutto
contro un avversario come te.» «E allora chi?» «Questa, Bourne, è una domanda a
cui nemmeno io so rispondere.» Avendo deciso di rintracciare di persona gli
agenti scomparsi, Peter Marks stava aspettando l'ascensore per scendere al
pianterreno. Le porte si aprirono e comparve l'enigmatico Frederick Willard. Fino
a tre mesi prima era stato la talpa del Grande Vecchio nella casa sicura della NSA
in Virginia. Willard, più anziano di Marks, trasudava eleganza e riservatezza.
Indossava un impeccabile tre pezzi grigio, camicia bianca e cravatta.
«Ciao, Willard» lo salutò Marks, entrando nell'ascensore. «Pensavo fossi in
ferie.» «Sono tornato da qualche giorno.» Con quell'aria da professore vecchio
stampo, Willard era perfetto per il ruolo di maggiordomo nella casa sicura. Non
era difficile immaginare che si confondesse tra i mobili. Il fatto che riuscisse a
essere invisibile gli permetteva di origliare anche le conversazioni più intime.
Le porte si richiusero e i due iniziarono a scendere.
«Immagino sia stata dura per te riprendere questi ritmi» disse Marks più per
educazione che per altro.
«A essere sinceri, è stato come se non fossi mai partito.» Willard fece una
smorfia. «Com'è andato il colloquio con il presidente?» Marks non si aspettava
che Willard ne fosse a conoscenza: «Abbastanza bene, credo».
«Non che importi molto, non avrai quel posto.» «Lo so. E Dick Symes il
favorito.» «Symes? E fuori dai giochi anche lui.» Marks rimase sgomento. «Come
lo sai?» «Perché so chi è stato scelto. E non è uno della CIA.» «Ma non ha
senso.» «Al contrario, tutto ha un senso» disse Willard, «se ti chiami Bud
Halliday.» Marks si voltò verso l'uomo più anziano. «Cos'è successo, Willard?
Avanti, sputa il rospo!» «Halliday ha usato la morte di Veronica Hart per proporre
uno dei suoi uomini, Errol Danziger. E il presidente ha accettato dopo un solo
incontro.» «Danziger, l'attuale vicedirettore della SIGINT per l'Analisi e la
produzione?» «Sì, proprio lui.» «Ma non sa niente della CIA!» sbraitò Marks.
«Credo» replicò Willard in tono aspro, «che sia proprio questo il punto.» Le
porte si aprirono e i due uscirono nella reception deserta.
«Date le circostanze, forse è il caso di parlarne» disse Willard. «Ma non qui.»
«No, certo che no.» Marks stava per proporre un incontro dopo poche ore, ma
cambiò subito idea. Chi meglio di un veterano come Willard, con i canali segreti
di Conklin a disposizione, poteva aiutarlo a trovare gli agenti scomparsi? «Sto
andando a fare un'indagine sul campo. Ti va di venire con me?» Sul volto di
Willard si fece strada un sorriso. «Ah, sì, proprio quello che ci vuole!» Quando
Arkadin si avvicinò a Joskar, lei gli sputò addosso e si voltò dall'altra parte. I suoi
quattro figli - le tre bambine e il bimbo morto - le stavano intorno, come il mare
che circonda lo scoglio. Nel momento in cui Arkadin fece un altro passo, le
piccole si alzarono a proteggere la madre da quell'intrusione.
Il russo si strappò una manica della camicia e le pulì il viso sporco di sangue. Fu
quando arrivò alla guancia che si accorse dei lividi. La rabbia verso Oserov tornò
ad accecarlo, ma poi notò che quei segni non erano recenti, non risalivano di certo
agli ultimi giorni. Se non era stato Oserov, allora doveva essere stato il marito,
Lev Antonin.
Per un attimo, gli occhi della donna incrociarono i suoi, e Arkadin ci vide il
riflesso della camera al piano di sopra, piena della sua solitudine e del suo
profumo più intimo.
«Joskar» disse, «sai chi sono io?» «Mio figlio» continuava a ripetere stringendo
il bimbo al petto. «Mio figlio.» «Ti porteremo via da qui, Joskar, insieme ai tuoi
figli. Non devi avere più paura di Lev Antonin.» Lei lo fissò sconcertata, come se
le avesse detto che le avrebbe ridato la giovinezza perduta. Il pianto della più
piccola la fece tornare in sé. Osservò Tarkanian caricarsi Oserov sulle spalle.
«Viene anche lui? L'uomo che ha ucciso il mio Jasa?» Arkadin non disse nulla,
la risposta era scontata.
Quando la donna lo guardò di nuovo, la luce nei suoi occhi era sparita.
«Allora viene anche il mio Jasa.» Tarkanian aveva già oltrepassato la porta,
trasportando il corpo inerme. «Andiamo, Leonid Danilovic. Non c'è posto per i
morti tra i vivi.» Ma quando Arkadin le prese il braccio, Joskar si staccò.
«E quel bastardo? Nel momento in cui ha ucciso mio figlio, è morto anche lui.»
Tarkanian aprì lo sportello con un grugnito. «Non c'è tempo per le negoziazioni»
tagliò corto.
«Sono d'accordo.» Arkadin raccolse il corpicino di Jasa. «Il bambino viene con
noi.» A quelle parole, Tarkanian riservò ad Arkadin un altro dei suoi sguardi. Il
moscovita alzò le spalle. «La donna è responsabilità tua. Tutti loro lo sono, da
adesso in poi.» Si avviarono alla macchina, Joskar spingeva le bambine confuse e
agitate. Tarkanian sistemò Oserov nel bagagliaio e legò il portellone al paraurti
con dello spago, per far passare l'aria. Poi si mise al volante.
«Voglio tenere il mio Jasa» disse Joskar, aiutando le figlie a salire sul sedile
posteriore.
«E meglio che stia davanti con me» le suggerì Arkadin. «Le bambine hanno
bisogno di tutta la tua attenzione.» La donna esitò, Arkadin spostò i capelli dalla
fronte del piccolo e aggiunse: «Mi prenderò cura di lui. Non ti preoccupare, starà
bene».
Entrò in macchina con il bambino appoggiato a un braccio, e chiuse lo sportello.
Notò che il serbatoio era quasi pieno. Tarkanian mise in moto, schiacciò il piede
sulla frizione e ingranò la marcia.
«Tieni quel coso lontano» disse Tarkanian. Aveva preso troppo veloce una curva
e la testa di Jasa gli aveva sfiorato il braccio.
«E mostra un po' di rispetto!» scattò Arkadin. «Non può farti niente di male.»
«Sei svitato come una tyolka in calore» ribatté Tarkanian.
«Chi è che ha un amico chiuso nel bagagliaio, io o te?» Tarkanian si attaccò al
clacson perché un camion rallentava la corsia. Con un po' di manovre sfidò il
traffico che veniva in senso contrario e lo sorpassò, ignorando le macchine che
sterzavano per evitarlo.
Tornata la calma, Tarkanian voltò lo sguardo verso Arkadin. «Hai trovato un
punto morbido su cui appoggiare quel bambino, eh?» Arkadin non rispose. Anche
se i suoi occhi erano fissi fuori dal parabrezza, il suo sguardo si era spostato
dentro di sé. Sentiva il peso di Jasa e, soprattutto, la sua presenza. Aveva aperto
una porta nella sua infanzia. Quando guardava il viso di quel bimbo era come se
guardasse se stesso, come se portasse la morte con sé. Non aveva paura di lui,
Tarkanian invece sì. Per Arkadin tenerlo in braccio era quasi un bisogno, come se
potesse proteggerlo. Perché si sentiva in quel modo? E poi un bisbiglio
proveniente dal sedile di dietro lo spinse a guardare nello specchietto retrovisore.
Vide Joskar con le tre figlie attorno. Le sue braccia le contenevano tutte, offrendo
loro un rifugio contro il dolore e la paura. Raccontava delle storie abitate da fatine
vivaci, elfi e animali parlanti. L'amore e la devozione della sua voce sembravano
provenire da una galassia lontana.
All'improvviso Arkadin venne travolto da una profonda ondata di dolore che lo
costrinse a piegarsi sopra gli occhi azzurri di Jasa. In quel momento, la morte del
bambino e l'infanzia che sua madre gli aveva negato divennero una sola cosa, sia
per la sua mente febbrile, sia per la sua anima lacerata.
A casa di Lamontierre, Humphry Bamber aspettava impaziente il ritorno di
Moira.
«Allora? Com'è andata?» le chiese appena arrivata. «Dov'è il portatile?» Moira
gli mostrò il disco distrutto, e lui se lo rigirò tra le mani, incredulo. «Stai
scherzando, spero.» «Vorrei anch'io che fosse così» disse Moira stanca.
Si lasciò cadere sul divano, mentre Humphry andò a prepararle un drink.
Quando ritornò, si sedette di fronte a lei. Il suo volto era smunto e teso: il segno
di un'ansia che non lo abbandonava mai.
«Il disco è inutile, in queste condizioni» iniziò, «lo sai?» Moira annuì,
sorseggiando il drink. «Così come il cellulare che ho recuperato dal tizio che ha
rubato il disco. Era un burner.» «Un che?» «Cellulari usa e getta che si trovano
anche negli alimentari. Hanno un certo numero di minuti prepagati. I criminali li
usano e li buttano via ogni giorno. Quindi, niente intercettazioni. E non si può
nemmeno risalire ai luoghi delle chiamate.» Fece il gesto di scacciar via le sue
parole. «Non che importi molto, ormai. Accedere al computer di Noah è
impossibile, siamo fottuti.» «Non è detto.» Bamber si avvicinò a Moira. «Quando
sei uscita, credevo di impazzire. Continuavo a rivivere la scena di te che mi tiri
fuori dall'auto, la Hart dietro il volante, e poi l'esplosione che si è portata via
tutto.» I suoi occhi guardarono da un'altra parte. «Avevo lo stomaco sottosopra.
Tuttavia, mentre mi sciacquavo la faccia, ho avuto un'idea.» Moira appoggiò il
bicchiere vuoto accanto ai resti dell'hard disk. «Quale idea?» «Adesso ti spiego.
Ogni volta che dovevo consegnare una nuova versione di Bardem, Noah insisteva
perché la scaricassi direttamente sul suo portatile.» «Per ragioni di sicurezza,
immagino. E allora?» «Be', per installarlo bisogna chiudere tutti gli altri
programmi.» Moira scosse la testa. «Ancora non ti seguo.» Bamber tamburellò
con le dita pensando a un esempio. «Quando si installano dei programmi il setup
richiede di chiudere le altre applicazioni, antivirus compreso. Fin qui ci sei?»
Moira annuì. «Questo garantisce un'installazione corretta. E con Bardem è la
stessa cosa, portata all'ennesima potenza. E molto complesso e sensibile, per cui
necessita di un campo del tutto libero. Quindi ecco cosa mi è venuto in mente:
potrei contattare Noah e dirgli che ho trovato un bug nella versione corrente di
Bardem e che ho bisogno di mandargli un aggiornamento. Di solito, l'ultima
sovrascrive la precedente, ma con un po' di lavoro credo di riuscire a caricare la
sua mentre io scarico la nuova.» Moira si galvanizzò e con uno scatto fu subito in
piedi.
«Avremo tutto il contenuto di quel programma, inclusi gli scenari che sta
utilizzando. Sapremo con precisione i piani di Noah, e dove vuole realizzarli!»
Fece un salto e baciò Bamber sulla guancia. «Ma è fantastico!» «In più, nella
nuova versione potrei inserire un dispositivo che ci permetta di tracciare in tempo
reale i dati inseriti da Noah.» Moira, consapevole di quanto Perlis fosse astuto e
paranoico, chiese: «Ma potrebbe scoprirlo?».
«Tutto è possibile» ammise Bamber, «ma è improbabile.» «Allora non
esageriamo.» Bamber fece cenno di aver capito, un po' imbarazzato. «È ancora un
progetto campato per aria» precisò. «Devo trovare il modo di tornare nel mio
ufficio e di convincere Noah che sto bene.» La mente di Moira stava già
analizzando tutte le varie eventualità. «Non ti preoccupare. Tu concentrati sulla
parte tecnica e sul doppio trasferimento di dati. A Noah ci penso io.» Dopo aver
letto della situazione iraniana sull'«Internadonal Herald Tribune», Bourne rimase
in silenzio a meditare per tutto il viaggio. Un paio di volte Tracy cercò di iniziare
una conversazione, ma lui non si degnò nemmeno di risponderle. Stava pensando
a come mai non avesse valutato l'ipotesi che Arkadin fosse sopravvissuto.
Dopotutto era la stessa identica cosa che era successa a lui a Marsiglia, quando
era stato ripescato mezzo morto dall'equipaggio di un peschereccio. Un dottore
del posto, un alcolizzato cronico come il dottor Firth, si era preso cura di lui e,
poco dopo, si era accorto dell'amnesia causata dal trauma subito. La sua vita era
stata cancellata. Ogni tanto qualcosa di familiare gli riportava alla mente delle
immagini che, però, emergevano incomplete. Da allora si sforzava di capire chi
fosse. Malgrado i tanti anni ormai trascorsi, tutto ciò che era riuscito a ricordare
era l'identità di Jason Bourne e in parte quella di David Webb. Aveva
l'impressione che la strada che lo avrebbe portato a ritrovare se stesso passasse per
Bali.
Ma prima bisognava sistemare la questione di Leonid Arkadin. Che Arkadin lo
volesse morto era fuor di dubbio, ma più andava avanti e più aveva la sensazione
che non si trattasse di semplice vendetta. Pur avendo ormai imparato che niente
con lui era semplice, aveva la sensazione di essersi imbattuto in un progetto più
grande rispetto alla ragnatela in cui si trovava. Leonid Danilovic rappresentava
solo un tassello che lo conduceva a Khartoum.
Se Don Fernando Herrera fosse con lui oppure no - e, a quanto sembrava, era
stato proprio Arkadin a mandargli le foto e la registrazione che «incriminavano»
Boris -non aveva importanza in quel momento. Ora che sapeva che c'era il russo
dietro il suo attentato, era convinto che al 779 di el-Gamhuria Avenue avrebbe
trovato una trappola pronta ad attenderlo. Se questa prevedeva soltanto Arkadin, o
includesse anche Nikolaj Evsen e Noah Perlis ancora non ne era certo. Gli
interessava, però, capire che genere di affare potesse unire quei due. Chissà se
Noah agiva per interessi personali o per conto della Black River? In ogni caso,
erano una coppia molto sinistra, doveva saperne di più.
E qual era il ruolo di Tracy? Aveva preso possesso del Goya solo dopo aver
trasferito la somma necessaria e aver atteso che la banca depositasse quei soldi in
un secondo conto, a lei sconosciuto. In quel modo Herrera era sicuro che i soldi
sarebbero rimasti a lui. Gli anni trascorsi sui campi di petrolio avevano
trasformato il colombiano in un'astutissima volpe. Bourne pensò che fosse ironico
provare simpatia per lui, quando era chiaro che era in qualche modo alleato di
Arkadin. Sperava di poterlo incontrare ancora, in futuro, ma adesso doveva
occuparsi di Arkadin e Noah Perlis.
Il sole era una palla di fuoco che scendeva verso la terra quando Soraya e
Chalthoum raggiunsero il Chysis Military Airdrome. Amun mostrò le credenziali
e venne accompagnato in un'area di parcheggio. Dopo aver superato altri controlli
di sicurezza, i due si incamminarono verso l'aereo che l'egiziano aveva fatto
preparare. D'un tratto l'attenzione di Soraya fu attratta da due persone che
camminavano verso un jet della Air Afrika. La donna era magra, bionda e bella.
Era più vicina a lei rispetto all'uomo, che per un momento rimase nascosto alla
sua vista. Poi cambiarono posizione, e Soraya ne intravide il volto. Rimase senza
parole e le ginocchia presero a tremarle.
Chalthoum si accorse della sua andatura incerta e si avvicinò.
«Che ti succede, azizti?» le chiese. «Sei pallida.» «Non è niente.» Soraya fece
dei respiri profondi per cercare di calmarsi. Il nuovo direttore della CIA l'aveva
chiamata e le aveva ordinato di tornare a Washington senza darle la possibilità di
spiegare: niente poteva più calmarla. E poi aveva visto Jason Bourne in un
aeroporto militare poco fuori del Cairo. Non può trattarsi di lui, deve trattarsi di
qualcun altro, si disse all'inizio. Ma mentre si avvicinava, i tratti si facevano
sempre più dettagliati e capì che non poteva essersi sbagliata.
Oh, mio Dio. Ma che sta succedendo? Come fa a essere vivo?
Dovette reprimere l'impulso di chiamarlo, di correre verso di lui per
abbracciarlo. Se non l'aveva contattata doveva esserci un buon motivo, pensò.
Bourne stava parlando con la donna e non l'aveva ancora vista, o quanto meno
fingeva di non averla notata.
Doveva trovare il modo di dargli il numero del suo satellitare. Ma come poteva
riuscirci senza farsi scoprire da Amun e dalla compagna di Jason?
«Il tuo silenzio fa male» disse Tracy.
«Davvero?» Bourne non la guardava neanche. Fissava la fusoliera bianca e rossa
del jet della Air Afrika davanti a sé. Si era accorto di Soraya nel momento in cui
lei e l'egiziano avevano superato il controllo di sicurezza. Stava cercando di
ignorarla perché farsi vedere da qualcuno della CIA era l'ultima cosa che voleva,
anche se si trattava di Soraya.
«Non hai spiccicato una parola per tutto il tempo.» Tracy era davvero ferita.
«Sembra che stai sotto una campana di vetro.» «Stavo cercando di trovare il modo
migliore di proteggerti una volta arrivati a Khartoum.» «Proteggermi da cosa?»
«Non da cosa, ma da chi.» Don Herrera aveva mentito sulle foto e le registrazioni,
e chissà riguardo a quanto altro.
«Questo non ha niente a che fare con me» disse Tracy. «Starò più lontana
possibile dai tuoi affari, che, a essere sincera, mi spaventano a morte.» Bourne
annuì. «Capisco.» La ragazza teneva il Goya ben stretto sotto il braccio. «La parte
difficile del mio lavoro è finita. Mi rimane solo da consegnare il dipinto, prendere
il compenso e tornarmene a casa.» Tracy alzò lo sguardo in quel preciso istante:
«Quella donna dai tratti esotici continua a fissarti. La conosci?».
***
Capitolo 25
Tanto Tracy se n'era accorta, pensò Bourne. Soraya e l'egiziano erano ormai a
pochi passi e lui li raggiunse con una falcata.
«Ciao, sorellina» la salutò affettuoso, baciandola sulle guance. Prima che Soraya
avesse il tempo di dire qualcosa, Bourne allungò la mano ad Amun. «Adam
Stone. Sono il fratellastro di Soraya.» L'egiziano rispose veloce alla stretta e si
presentò: «Amun Chalthoum». Poi, però, alzò le sopracciglia. «Non sapevo che
Soraya avesse un fratello.» Bourne sorrise. «Sono la pecora nera della famiglia,
immagino sia per questo.» Tracy lo raggiunse e Jason fece le presentazioni.
«Nostra madre ha avuto dei problemi di salute, credo sia giusto che tu lo
sappia.» Soraya stette al gioco.
«Ci scusereste un attimo?» chiese Bourne.
Quando furono abbastanza lontani dai due, Soraya gli chiese: «Jason, ma come
hai fatto?». Più lo guardava più non riusciva a credere ai propri occhi.
«E una storia lunga» le rispose, «e adesso non c'è tempo.» Spinse Soraya ancora
qualche passo più in là. «Arkadin è ancora vivo. E quasi riuscito a uccidermi a
Bali.» «Ora capisco perché non hai fatto sapere a nessuno che eri sopravvissuto.»
Bourne lanciò un'occhiata a Chalthoum. «Che ci fai con quell'egiziano?» «Amun
lavora per l'intelligence del suo paese. Stiamo cercando di scoprire il vero
responsabile del disastro aereo.» «Credevo fossero stati gli iraniani...» «La nostra
task force ha accertato che è stato un Kowsar 3 iraniano» spiegò Soraya, «ma
dietro potrebbe esserci un gruppo di militari americani che lo ha introdotto in
Egitto attraverso il Sudan. Ecco perché stiamo andando a Khartoum.» Bourne
sentì i fili della ragnatela tendere verso il centro. Si avvicinò ancora di più a
Soraya. «Ascoltami bene. Qualsiasi cosa Arkadin stia progettando coinvolge
anche Nikolaj Evsen e Noah Perlis. Mi sono chiesto più volte cosa potesse far
lavorare quei due gomito a gomito. Gli americani che state cercando forse non
sono semplici militari, ma uomini della Black River.» Spostò l'attenzione sulla
fusoliera bianca e rossa dell'aereo. «Si dice in giro che la Air Afrika sia di Evsen;
e potrebbe anche essere vero, dato che ha bisogno di consegnare le armi ai suoi
clienti.
«Se la tua teoria è giusta, quelli della Black River dove hanno preso un Kowsar
3? Dagli iraniani?» continuò Bourne scuotendo la testa. «Evsen è l'unico
trafficante d'armi in circolazione con il potere e i contatti per procurarsene uno.»
«Ma allora perché la Black River...?» «La Black River deve solo fare il grosso del
lavoro» disse Bourne. «E chi sta dietro che guida il tutto. Hai letto i titoli dei
giornali? Credo che qualcuno ai vertici del governo americano voglia scatenare
una guerra contro l'Iran. Hai qualche idea?» «Bud Halliday» gli rispose Soraya.
«Il segretario alla Difesa.» «E stato Halliday a commissionare la mia morte.»
Soraya lo guardò incredula. «Per ora sono solo congetture. Ho bisogno delle
prove di queste connessioni, dobbiamo mantenerci in contatto. Ho un telefono
satellitare» gli disse, ed elencò in fretta una serie di cifre. Bourne le fece un cenno
con la testa e le lasciò anche il suo numero. Stava per andarsene, ma lei aggiunse:
«C'è dell'altro. Veronica Hart è stata uccisa da un'autobomba. Errol Danziger è il
nuovo direttore della CIA e mi ha già ordinato di rientrare».
«Ordine che ti rifiuti di eseguire. Brava.» Soraya fece una smorfia. «Chissà in
che guai mi andrò a cacciare.» Appoggiò la mano sul braccio di Bourne. «Jason,
ascolta, questa è la parte più difficile. Non so per quale motivo, ma Moira era con
Veronica Hart al momento dell'esplosione. So che è sopravvissuta perché è stata
ricoverata al Pronto soccorso poco dopo. Ma ora è scomparsa.» Gli strinse forte il
braccio. «E giusto che tu lo sappia.» Soraya lo baciò di nuovo sulle guance e,
mentre lei tornava verso l'egiziano ormai impaziente, Bourne sentì il corpo
svuotarsi. Guardò i tre come da un punto molto alto. Vide Soraya dire qualcosa a
Chalthoum; quest'ultimo annuì, poi si avviarono verso il piccolo aereo militare.
Vide Tracy fissarli con un'espressione curiosa. Vide se stesso da solo in disparte,
come sospeso in aria. Le emozioni si erano anestetizzate, pervaso com'era
dall'immagine di Moira a Bali. Era come se nei suoi ricordi avesse bisogno di
proteggerla dai pericoli del mondo esterno. Era un impulso assurdo, ma umano, si
disse. Dov'era adesso? Era ferita? Ma una cosa lo tormentava più di ogni altra:
l'autobomba che aveva ucciso Veronica Hart era in realtà indirizzata a lei? Si
aggiunse altra apprensione quando la chiamò e scoprì che il numero era fuori
servizio. Doveva aver cambiato telefono.
Era così immerso in queste elucubrazioni, che quasi non si accorse che Tracy gli
stava parlando. Stava in piedi davanti a lui, sul volto le si leggeva la
preoccupazione.
«Adam, che succede? Tua sorella ti ha dato brutte notizie?» «Cosa?» Ci mise un
po' prima di rispondere, ancora sconvolto dall'ondata di emozioni: «Sì. Ieri nostra
madre è venuta a mancare».
«Mi dispiace. C'è qualcosa che posso fare per te?» Sulle labbra gli si formò un
sorriso, anche se con la mente era rimasto lontano anni luce. «Grazie, sei molto
gentile, ma purtroppo nessuno può fare niente, ormai.» Errol Danziger aveva
l'anima dura come la roccia. Fin da ragazzo si era impegnato a imparare tutto
quello che c'era da sapere sui musulmani. Aveva studiato la storia della Persia e
della Penisola araba, aveva una buona padronanza sia dell'arabo sia del farsi ed
era in grado di recitare a memoria alcuni passi del Corano, così come molte
preghiere musulmane. Aveva compreso le differenze fondamentali tra sunniti e
sciiti, malgrado provasse per entrambi lo stesso disprezzo. Per anni aveva messo
la sua conoscenza del Medio Oriente al servizio di un'oscura forza che lottava
contro coloro che volevano colpire il suo paese.
Quel profondo disprezzo nei confronti di tutti i musulmani era nato in lui
durante gli anni in cui andava a scuola nel Sud, quando si diffuse la voce che nelle
sue vene scorresse sangue siriano, facendolo diventare lo zimbello dei suoi
compagni. Venne isolato ed escluso dalla vita sociale. Il fatto che la diceria avesse
un fondamento di verità - il nonno da parte di padre era di origini siriane - lo
infastidiva ancora di più.
Seppellì tutto nel suo cuore di ghiaccio alle 8:00, quando assunse il controllo
della CIA. Doveva ancora presentarsi al Campidoglio per rispondere alle assurde
e subdole domande scritte dagli assistenti di alcuni legislatori boriosi, che
avrebbero cercato di impressionare gli elettori. Ma quella messinscena era
soltanto una formalità, lo aveva rassicurato Halliday. Il segretario alla Difesa
aveva accumulato voti più che sufficienti per far approvare la sua nomina senza
tanti sforzi.
Alle 8:05 si presentò alla riunione con i dirigenti della CIA nella sala più grande
del quartier generale. L'ovale allungato era privo di finestre: difatti il vetro è un
ottimo conduttore di suoni, e alcuni esperti avrebbero potuto leggere il labiale.
Danziger si rivolse, perfettamente padrone di sé, ai suoi interlocutori: i capi dei
sette direttorati della CIA, i loro subalterni e i capi di tutti i dipartimenti correlati
ai direttorati.
La stanza era illuminata da luci indirette nascoste da enormi pannelli sul soffitto.
La moquette, progettata ad hoc, era così spessa da assorbire tutti i suoni,
costringendo i presenti a focalizzare l'attenzione su chiunque avesse la parola.
Quella mattina si trattava di Errol Danziger, soprannominato l'Arabo. Scorrendo
i presenti intorno al tavolo ovale, Danziger non vide nient'altro che facce pallide e
ansiose, ancora lontane dal digerire la sconcertante notizia del suo nuovo incarico
da direttore della CIA. Tutti si erano aspettati Dick Symes, capo del Direttorato
dell'Intelligence e il più anziano tra i sette.
Per questo, al termine del suo intervento, Danziger fissò lo sguardo proprio su
Symes, così come aveva già fatto all'inizio del discorso inaugurale alle truppe.
Dopo aver studiato il grafico dell'organizzazione della CIA, aveva deciso di
presentarsi proprio da lui per renderselo alleato. Di alleati gliene sarebbero serviti
parecchi. Il suo obiettivo era quello di portare dalla sua parte un gruppo di
fedelissimi che avrebbe piegato al suo volere e a mano a mano indottrinato. I
discepoli della nuova religione che avrebbe presto introdotto nella CIA avrebbero
diffuso il vangelo come solo i prescelti sanno fare. Avrebbero svolto il lavoro al
posto suo, lavoro che sarebbe stato troppo difficile, se non impossibile, per lui.
Non avrebbe sostituito il personale, ma lo avrebbe convertito dall'interno per fare
emergere una CIA rinnovata che seguisse il progetto preparato per lui da Bud
Halliday.
Aveva intenzione di promuovere Symes alla carica di vicedirettore il prima
possibile. Voleva rafforzare il suo potere, servendosi della carta delle promozioni.
«Buongiorno, signori. Immagino che vi siano giunte delle false voci, e proprio
per questo stamattina vorrei mettere le cose in chiaro con tutti voi. Non ci saranno
licenziamenti, né trasferimenti obbligatori, anche se, durante il corso naturale
delle cose, ci sarà senz'altro bisogno, dato che ci muoveremo sempre in avanti, di
effettuare dei trasferimenti che, per quanto ho avuto modo di constatare, ci sono
sempre stati anche in passato, nella CIA come in qualsiasi altra organizzazione
punti al miglioramento. Preparandomi a questo momento ho ripassato la
venerabile storia della CIA, e posso confessarvi che nessuno può capire meglio di
me cosa significhi raccogliere il testimone di una così grande organizzazione. Vi
garantisco che la mia porta sarà sempre aperta a chiunque voglia discutere di
questo e di qualsiasi argomento gli stia a cuore. Vi assicuro che nulla cambierà e
che l'eredità del Grande Vecchio - per il quale, se posso aggiungere, nutro grande
stima sin dai tempi in cui ero un ragazzino fresco di college -, rimane la cosa più
importante per me. Insomma, è un privilegio, nonché un grande onore, trovarmi
qui tra di voi, diventare parte del vostro gruppo, guidare questa rispettabile
agenzia verso il futuro.» Gli uomini rimasero seduti attorno al tavolo in completo
silenzio, cercando di analizzare quel lungo preambolo e di capire quante
menzogne contenesse.
La cosa curiosa di Danziger era che aveva assorbito la cadenza tipica dell'arabo,
tanto da modificare anche il suo inglese, soprattutto quando si trovava a parlare
davanti a un gruppo di persone. Dove bastava una parola, lui utilizzava una frase;
quando bastava una frase, compariva un paragrafo.
Nella stanza si diffuse una sensazione di sollievo quando si sedette e aprì il
fascicolo che aveva davanti, sfogliandone alcune pagine. All'improvviso alzò lo
sguardo. «Soraya Moore, la direttrice di Typhon, non è presente perché impegnata
in una missione. Immagino sappiate già che il suo incarico è stato revocato e che
le ho ordinato di tornare in sede per un rapporto approfondito.» Vide gli uomini
guardarsi intorno costernati, ma nessuno si azzardò a dire niente. Diede un'ultima
occhiata agli appunti che aveva in mano, poi disse: «Signor Doli, il suo superiore
non c'è. Il signor Marks è per caso in ferie, oggi?».
Rolly Doli mise una mano davanti alla bocca e tossicchiò. «Credo sia sul campo,
signore.» L'Arabo guardò Doli, un uomo dai capelli biondi e gli occhi di un
azzurro elettrico, e sorrise accattivante. «Lei crede o sa che è sul campo?» «Lo so,
signore. Me l'ha detto lui stesso.» «Bene, allora.» Il sorriso di Danziger non era
cambiato. «Dove sarebbe questo campo?» «Non l'ha specificato, signore.» «E lei
non gliel'ha chiesto, vero?» «Signore, con il dovuto rispetto, se Marks avesse
voluto informarmi, l'avrebbe fatto.» L'Arabo richiuse il fascicolo senza spostare
gli occhi dal sottoposto di Marks. Era come se tutti gli uomini in quella stanza
stessero trattenendo il respiro. «Ottimo. Approvo la procedura di sicurezza, è
valida» commentò il nuovo direttore. «La pregherei di assicurarsi che Marks passi
dal mio ufficio quando sarà di ritorno.» Distolse lo sguardo da Doli e passò in
rassegna, a uno a uno, tutti gli altri dirigenti. «Bene, possiamo procedere? Da
questo momento in poi tutte le nostre forze si concentreranno sull'indebolimento e
la distruzione dell'attuale regime iraniano.» Un fremito di eccitazione attraversò
gli agenti come un lampo. «Tra pochi secondi vi descriverò l'operazione studiata
per sfruttare in segreto un nuovo gruppo indigeno filoamericano nato in Iran,
pronto e addestrato, grazie al nostro supporto, a rovesciare il regime dall'interno.»
«Quando c'è di mezzo il commissario di polizia di questa città» commentò
Willard, «girovagare senza meta è proprio inutile. Te lo dico perché è abituato a
fare le cose a modo suo, anche di fronte al sindaco. Non ha paura degli agenti
dell'FBI, né si vergogna ad ammetterlo.» Willard e Peter Marks salirono i gradini
di una casa in arenaria lontana abbastanza da Dupont Circle da non essere snob,
ma tanto vicina da esigere le buone maniere. Era tutta opera di Willard. Dopo
essersi accertato che Lester Burrows, il commissario di polizia, era
irrintracciabile, Willard si era diretto insieme a Marks in quell'isolato.
«Visto come stanno le cose, l'unico modo per incastrarlo è affidarsi a un po' di
psicologia. La gentilezza di solito funziona bene, con i poliziotti.» «Conosci il
commissario Burrows?» «Se lo conosco!» esclamò Willard. «Siamo andati al
college insieme; abbiamo giocato a Othello insieme. Era assatanato, lasciamelo
dire, metteva paura da quanto era bravo. Sapevo che la sua rabbia era genuina
perché ne conoscevo l'origine.» Fece un cenno con la testa, come a se stesso.
«Lester Burrows è un afroamericano che ha superato la terribile povertà in cui ha
trascorso l'infanzia sotto ogni punto di vista. Non sto dicendo che l'abbia
dimenticata, neanche per sogno. A differenza del suo predecessore che non ha
fatto altro che prendere bustarelle, Lester Burrows è un uomo onesto, anche se si
nasconde dietro la corazza dura che si è costruito per proteggere se stesso e i suoi
uomini.» «E quindi ti ascolterà» disse Marks.
«Non lo so» rispose Willard facendogli l'occhiolino. «Ma sono sicuro che non
mi volterà le spalle.» Willard sbatté il batacchio d'ottone a forma di elefante che
c'era sulla porta.
«Dove siamo?» chiese Marks.
«Presto lo scoprirai. Seguimi e andrà tutto bene.» La porta si aprì e comparve
una giovane donna afroamericana vestita all'ultima moda. Strizzò gli occhi, poi
disse: «Freddy, ma sei davvero tu?».
Willard scoppiò a ridere. «E un po' che non ci si vede, eh, Reese?» «Direi anni»
ribatté la donna con un sorriso. «Be', non state lì impalati, entrate, forza. Sarà
contento di vederti.» «Di spennarmi, più che altro.» Questa volta la donna scoppiò
a ridere. Quel suono caldo e pieno accarezzò le loro orecchie.
«Reese, ti presento un mio amico, Peter Marks.» La donna porse la mano in
modo piuttosto formale. Aveva un viso abbastanza squadrato, il mento
pronunciato e due occhi vispi colore del whisky. «Gli amici di Freddy...» Il suo
sorriso si fece più grande. «Reese Williams.» «Il braccio destro del commissario»
spiegò Willard.
«Oh, sì.» La donna rise. «Che farebbe senza di me?» Li fece accomodare in un
ingresso a luci soffuse, decorato con foto e dipinti di animali africani. Elefanti,
rinoceronti, zebre e qualche giraffa qua e là.
Poco dopo si trovarono di fronte a una porta scorrevole. Reese la aprì, lasciando
uscire una nuvola di fumo di sigari aromatizzati, il tintinnio dei bicchieri e il
rumore delle carte distribuite su un panno verde al centro della biblioteca. Sei
uomini, compreso il commissario Burrows, e una donna sedevano attorno al
tavolo e facevano una partita a poker. Ricoprivano tutti incarichi importanti
all'interno di vari dipartimenti della polizia. Willard elencò i nomi di quelli che
Marks non aveva mai conosciuto di persona.
Rimasero in piedi sulla soglia. Reese andò verso il tavolo, dove Burrows
giocava paziente la sua mano. Aspettò dietro la spalla destra fino al momento in
cui Lester rastrellò un piatto di un certo valore, poi si piegò e gli sussurrò
qualcosa in un orecchio.
Il commissario alzò lo sguardo, la bocca si aprì in un grande sorriso. «Per la
miseria!» esclamò, spingendo indietro la sedia per alzarsi. «Che mi venga un
colpo se questo non è quel farabutto di Freddy Willard.» Si incamminò verso i
due e travolse Willard con un abbraccio vigoroso. Era un uomo massiccio, con
una palla da bowling al posto della testa e il collo che sembrava una salsiccia
troppo piena. Aveva le guance lentigginose, occhi scrutatori e un sorriso
sardonico, da politico consumato, gli aleggiava sulla bocca.
Willard gli presentò Marks e il commissario gli strinse la mano con quel calore
sinistro tipico delle personalità pubbliche, che arriva e se ne va con la velocità di
un lampo.
«Se siete venuti per giocare» li invitò Burrows, «siete nel posto giusto.» «A dire
il vero siamo venuti per farle qualche domanda riguardo detective Sampson e
Montgomery» replicò Marks d'impulso.
Le sopracciglia del commissario si abbassarono, trasformandosi in una tetra
massa di peli. «E chi sarebbero Sampson e Montgomery?» «Con il dovuto
rispetto, signore, credo che lei lo sappia bene.» «Ragazzo, hai qualche
problema?» Burrows si voltò verso Willard. «Freddy, chi diavolo è questo qui che
si permette di dirmi cosa so e cosa non so?» «Ignoralo, Lester.» Willard si mise
tra Marks e il commissario. «Peter è un po' nervoso, negli ultimi tempi, da quando
ha smesso la cura.» «Be', fategliela riprendere!» sbraitò Burrows. «Quella bocca è
una grande minaccia.» «Lo farò, stai tranquillo» lo rassicurò afferrando Marks per
toglierlo dal mirino. «Intanto, c'è un posto libero al tavolo?» Noah Perlis, seduto
all'ombra del sontuoso tetto al 779 di el-Gamhuria Avenue, respirava il profumo
dei tigli che riempiva l'aria e si godeva la vista di Khartoum, che si estendeva
indolente ai suoi piedi, mentre a sinistra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro
dividevano la città in tre parti. Nella zona centrale l'orribile Friendship Hall
costruita dai cinesi e il futuristico al-Fateh, così simile all'ogiva di un razzo, mal si
assortivano con le moschee e le piramidi. L'inquietante giustapposizione, però, era
un tratto distintivo dell'epoca in cui la religione dei musulmani reazionari cercava
il suo spazio in un mondo moderno del tutto alieno.
Perlis aveva il portatile aperto, la versione più recente di Bardem lavorava sugli
ultimi scenari: l'incursione di Arkadin e di venti dei suoi uomini in quella zona
dell'Iran dove scorrevano latte e miele sotto forma di petrolio, come in Palestina.
Perlis non si accontentava mai di fare una cosa alla volta, quando poteva farne
due o tre allo stesso tempo. Aveva una mente così veloce e irrequieta da aver
bisogno di una specie di rete interna di obiettivi, dubbi e congetture per evitare di
implodere nel caos. Così, mentre studiava le probabilità della fase finale di
Pinprick che a mano a mano il programma gli forniva, pensava anche al patto
infernale che era stato costretto a stringere con Dimitrij Maslov e, per estensione,
con Leonid Arkadin. Innanzitutto, lo irritava a morte il fatto di essere diventato
socio dei russi, di cui detestava e invidiava allo stesso tempo la corruzione e lo
stile di vita dissoluto. Come potevano degli spregevoli maiali come loro essere
pieni di soldi? La vita non era di certo giusta, ma a volte sapeva essere proprio
maligna. Che poteva farci, però? Aveva tentato molte altre strade, ma alla fine
Maslov si era rivelato l'unico modo per arrivare a Nikolaj Evsen, che provava per
gli americani gli stessi sentimenti che Perlis nutriva per i russi. Di conseguenza, si
era ritrovato a dover stringere accordi con molte, troppe persone per cui
tradimenti e doppio gioco erano all'ordine del giorno. Davanti alla minaccia di un
possibile voltafaccia si era subito mobilitato per approntare un piano d'emergenza,
e questo aveva significato triplicare il progetto e la manodopera. E anche
aumentare il compenso richiesto a Bud Halliday. Non che cambiasse molto per il
segretario, dato che lo US Mint stampava banconote come fossero coriandoli.
Proprio per questo, durante l'ultima riunione del consiglio della Black River, i
membri del comitato direttivo, spaventati dalla minaccia dell'inflazione
incontrollata, avevano votato all'unanimità per convertire i loro dollari in gettoni
d'oro per i sei mesi successivi, e avvisarono i loro clienti che dal primo settembre
avrebbero accettato pagamenti soltanto in oro e diamanti. Anche l'assenza di
Oliver Liss, uno dei tre membri fondatori, e l'uomo a cui rispondeva, lo aveva
infastidito non poco.
Intanto pensava anche a Moira. Ormai lo irritava come la sabbia negli occhi. Da
quando aveva lasciato la Black River per mettere in piedi una società in
competizione con la sua, gli si era piantata in un angolo della testa. Perlis aveva
preso quell'abbandono, e il tradimento che ne era seguito, come un fatto
personale. Non era stata la prima volta, ma aveva giurato a se stesso che sarebbe
stata l'ultima. La prima volta... be', c'erano buone ragioni per non rivangarla. Non
lo aveva fatto per anni e non aveva alcuna intenzione di ricominciare.
E poi, in fondo, come avrebbe dovuto reagire a un'azione mirata a strappargli i
migliori collaboratori? Aveva sete di vendetta, proprio come un amante ferito;
l'affetto tenuto dentro per tanto tempo si era trasformato in odio, non solo per lei
ma anche per se stesso. Quando Moira era ancora sotto di lui, aveva giocato
nascondendo troppo le sue carte e, doveva ammetterlo, aveva perso. Moira se
n'era andata e ora era in competizione diretta con lui. Si consolava come poteva
pensando che il suo ragazzo, Jason Bourne, fosse morto. Le augurava tutto il male
del mondo, voleva vederla non solo sconfitta, ma umiliata e senza possibilità di
riscatto. Nient'altro l'avrebbe placato.
Quando il telefono satellitare squillò, pensò si trattasse di Bud Halliday che
voleva dargli il segnale per l'avvio dell'ultima fase di Pinprick, invece scoprì che
era Humphry Bamber.
«Bamber» gridò, «dove diavolo sei?» «Nel mio ufficio, grazie a Dio.» La voce
di Bamber era debole e metallica. «Sono riuscito a scappare, perché quella Moira
qualcosa è rimasta ferita dopo l'esplosione e non ce l'ha fatta a trattenermi.» «Ho
saputo dell'autobomba» disse Noah, tralasciando il fatto che era stato lui a
ordinarla per impedire che Moira e Veronica Hart venissero a conoscenza di
Bardem attraverso di lui. «Tu stai bene?» «Niente che non possa passare in un
paio di giorni» lo rassicurò Bamber. «Ascolta, però, c'è un piccolo difetto nella
versione di Bardem che stai utilizzando.» Noah fissò i due fiumi, l'inizio e la fine
della vita dell'Africa del Nord. «Che tipo di difetto? Se il programma ha bisogno
di un aggiornamento della sicurezza, scordatelo. Ho quasi finito, tra poco non mi
servirà più.» «No, no, niente del genere. C'è solo un errore di calcolo. Il
programma non sta producendo dati accurati.» Noah si preoccupò. «Come
diavolo è potuto succedere, Bamber? Ti ho pagato non poco, per avere questo
software, e ora mi vieni a dire che...» «Calmati Noah, ho già risolto l'errore
interno. Tutto quello che dovrei fare è caricarlo nel tuo computer, ma devi
chiudere tutti gli altri programmi.» «Lo so, lo so. Conosco le procedure a
memoria, dopo tutte le versioni che abbiamo installato.» «Noah, tu non hai idea di
quanto sia complesso questo programma. Devo incorporare milioni di fattori
nell'architettura del software e mi chiedi di farlo alla velocità della luce, per
giunta.» «Smettila Bamber, l'ultima cosa che mi serve è una tua predica. Fai
quello che devi fare.» Le dita di Perlis si mossero sulla tastiera del portatile per
chiudere i programmi. «Sei sicuro che ritroverò tutti i parametri che ho caricato
nella nuova versione?» «Certo. E il motivo per cui Bamber ha una memoria così
voluminosa.» «Non deve andare perduto niente» si raccomandò Noah, e tra sé
aggiunse: Non in questa ultima fase, almeno. Siamo quasi sulla linea del
traguardo.
«Fammi sapere quando sei pronto» disse Bamber.
Tutti i programmi erano stati chiusi ma, a causa dei protocolli molto complessi,
passarono diversi minuti prima che Noah riuscisse a uscire dal software di
protezione di proprietà della Black River. Intanto aveva trattenuto la telefonata di
Bamber per chiamare un secondo telefono satellitare.
«C'è un tizio da sistemare» disse. «Sì, adesso. Rimani in linea che ti darò tutti i
particolari tra un minuto.» Riprese la chiamata di Bamber. «E tutto pronto.»
«Andiamo, allora!» ***
Capitolo 26
Khartoum sembrava un'indecorosa camera mortuaria. Il gusto dolce della morte
era dappertutto e si mischiava all'odore pungente delle pistole. Ombre minacciose
nascondevano uomini che fumavano e scandagliavano le strade buie con lo
sguardo imperscrutabile dei cacciatori in cerca di prede. Bourne e Tracy erano a
bordo di una scomodissima raksha a tre ruote e sfrecciavano contromano a una
velocità assurda. Correvano lungo viali pieni di carretti trainati da asini,
sfioravano minibus stracolmi e macchine che eruttavano nuvole di fumo azzurro.
Erano entrambi stanchi e nervosi. Bourne non era riuscito a contattare né Moira
né Boris, e Tracy era terrorizzata dall'imminente incontro con Noah.
«Non voglio essere presa alla sprovvista quando varcherò quella porta» disse
mentre entravano in un hotel del centro. «Ecco perché ho fissato l'appuntamento
con Noah domani mattina. Stasera ho più bisogno di una bella dormita che dei
suoi soldi.» «E lui cosa ti ha risposto?» Salirono in ascensore diretti all'ultimo
piano, richiesto da Tracy al momento della prenotazione.
«Non era contento, ma cos'avrebbe dovuto dire?» «Non si è offerto di venire lui
qui?» Tracy arricciò il naso. «No.» Bourne pensò che fosse strano. Se Noah era
così impaziente di entrare in possesso del Goya, perché non aveva proposto di
completare la transazione in hotel?
Avevano due camere attigue con la stessa vista su al-Morgan - il punto in cui il
Nilo Azzurro e il Nilo Bianco si uniscono - con una porta comunicante. Il Nilo
Bianco scorreva verso nord dal lago Victoria, mentre il Nilo Azzurro verso ovest
dall'Etiopia. Il Nilo, il fiume principale, fluiva in Egitto.
L'arredamento della stanza era in cattivo stato. Lo stile e il grado di usura
suggerivano che fosse lo stesso dagli anni Settanta. I tappeti puzzavano di
sigarette e profumo da quattro soldi. Tracy appoggiò il Goya sul letto, andò subito
verso la finestra e la spalancò. La corrente era come un aspirapolvere che portava
via tutti gli odori della stanza.
La ragazza sospirò mentre tornava a sedersi vicino al suo gioiello. «E da troppo
tempo che viaggio. Mi manca casa mia.» «Dov'è?» le chiese Bourne. «Di sicuro
non a Siviglia.» «No, no, non a Siviglia.» Si sistemò i capelli dietro le orecchie.
«Vivo a Londra, a Belgravia.» «Molto cool.» Tracy rise di gusto. «Sì, dovresti
vedere il mio appartamento. E minuscolo, ma è mio e mi piace. Nel vicolo sul
retro c'è un pesco che fa dei fiori bellissimi; in primavera le rondini vengono lì a
fare il nido e le cicale mi fanno la serenata ogni sera.» «Perché te ne sei andata?»
La sua risata era argentina, allegra. «Voglio farmi strada nel mondo, come tutti.»
Intrecciò le dita, poi aggiunse: «Perché Don Herrera ti ha mentito?».
«Le ragioni potrebbero essere tante.» Bourne guardò fuori dalla finestra. Le luci
illuminavano l'ansa del Nilo, i riflessi della città danzavano sull'acqua nera e
infestata di coccodrilli. «Ma la più logica è che si sia alleato con l'uomo che sto
cercando, quello che mi ha sparato.» «Non è una strana coincidenza?» «Lo
sarebbe» disse, «se non fosse una trappola.» A Tracy ci volle un momento per
digerire la notizia.
«Allora l'uomo che ha cercato di ucciderti vuole che tu vada al 779 di elGamhuria Avenue.» «Credo di sì.» Si voltò verso la ragazza. «Ecco perché non
sarò con te quando varcherai quella porta.» Tracy sembrò preoccupata. «Non so
se ho la forza di affrontare Noah da sola. Dove sarai?» «La mia presenza renderà
la situazione ancora più pericolosa per te, credimi.» Le sorrise. «Comunque ci
sarò, ma non passerò dalla porta principale.» «Vuoi dire che mi userai come
diversivo?» Non solo era di una bellezza fuori dal comune, pensò Bourne, ma era
anche intelligente. «Spero non ti dispiaccia.» «Per niente. Hai ragione, sarò più al
sicuro se mi presento da sola.» Corrugò la fronte. «Perché la gente ha sempre
bisogno di mentire?» I suoi occhi trovarono quelli di Jason. Forse lo stava
paragonando a qualcun altro, o magari solo a se stessa. «Sarebbe così terribile se
tutti dicessero la verità?» «La gente preferisce nascondersi per evitare di ferirsi.»
«Ma si feriscono ugualmente, no?» Tracy scosse la testa. «Credo che le persone
mentano a se stesse con altrettanta facilità con cui mentono agli altri, se non
addirittura di più.» Piegò la testa da una parte. «E una questione di identità.
Voglio dire, nella tua testa tu puoi essere chiunque, fare qualsiasi cosa. Tutto è
malleabile, mentre nel mondo reale il cambiamento, ogni cambiamento, è difficile
e faticoso. Si esce sconfitti dallo scontro con tutte quelle forze esterne che siamo
incapaci di controllare.» «Puoi anche assumere un'identità del tutto nuova»
replicò Bourne, «una in cui i cambiamenti sono meno difficili perché sei in grado
di ricreare la tua storia.» Tracy annuì. «Sì, ma significherebbe niente famiglia,
niente amici...» «Non a tutti importa.» Bourne guardò oltre le spalle di Tracy,
come se il muro fosse una finestra nei suoi pensieri. Si chiedeva di nuovo chi
fosse: David Webb, Jason Bourne o Adam Stone? La sua vita era tutta
un'invenzione. Che non potesse continuare a vivere nei panni di David Webb gli
era chiaro già da tempo, e per quanto riguardava Jason Bourne c'era sempre
qualcuno che si nascondeva nella sua vita dimenticata e che lo voleva morto. E
Adam Stone? Poteva definire la sua come una condizione vuota, ma non era del
tutto vero, perché le persone che lo incontravano reagivano a lui, reagivano a
chiunque fosse il vero Bourne. Più tempo passava con gente come Tracy, più cose
imparava su se stesso.
«E a te? A te non fa paura restare solo?» lo mise alle strette la ragazza dopo
averlo raggiunto alla finestra.
«Io non sono solo» le rispose. «Sono insieme a te.» Tracy sorrise e scosse la
testa. «Complimenti, hai perfezionato l'arte di rispondere alle domande senza
rivelare niente di te.» «E perché non so mai con chi sto parlando.» Tracy gli
lanciò un'occhiata di sbieco, come per capire il vero significato di quelle parole,
poi guardò fuori dalla finestra verso il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro che
serpeggiavano attraverso l'Africa del Nord, come una storia che si legge prima di
dormire.
«Di notte le cose diventano trasparenti, incorporee.» Toccò il proprio riflesso nel
vetro della finestra. «I nostri pensieri e le nostre paure, chissà perché poi, vengono
in qualche modo ingigantiti, assumono le proporzioni dei titani o degli dèi.» Era
in piedi molto vicina a Bourne, la sua voce si abbassò fino a sembrare un
sussurro. «Siamo buoni o cattivi? Cosa c'è davvero nei nostri cuori? E
scoraggiante non saperlo, o non saper decidere.» «Forse siamo buoni e cattivi»
disse Jason, interrogandosi su tutte quelle identità e chiedendosi quale potesse
essere la verità, «a seconda del momento e delle circostanze.» Arkadin si era
smarrito nella notte azerbaigiana illuminata dalle stelle. Alle cinque di quella
mattina, lui e il suo gruppo di soldati erano partiti per scalare le montagne. La loro
missione era trovare i cecchini nascosti lungo il cammino e ucciderli con delle
pistole per la guerra simulata con proiettili di vernice, che avevano lo stesso peso
degli AK-47 e che erano stati inviati nel Nagorno-Karabakh. Venti membri delle
tribù indigene, dotati anche loro di fucili per la guerra simulata, si erano imboscati
lungo la strada. Quando Arkadin aveva dato loro i fucili, ne aveva dovuto spiegare
il funzionamento perché credevano fossero giocattoli. Eppure, nel giro di
mezz'ora i membri delle tribù erano diventati esperti nell'uso delle pseudoarmi da
fuoco.
I suoi uomini avevano mancato i primi due cecchini, ma gli altri novantotto
erano stati «uccisi» prima che riuscissero ad accovacciarsi. Arkadin sperava che
avessero imparato dalla loro disattenzione.
Quell'esercitazione era durata tutto il giorno, il crepuscolo stava ormai calando,
ma Arkadin li spronava a proseguire. Si fermarono una sola volta. Quindici minuti
per mangiare le proprie razioni, poi continuarono a inerpicarsi sempre più in alto,
fin quasi a toccare la volta celeste.
A mezzanotte classificò gli uomini in base alla loro prestazione, alla resistenza e
alla capacità di adattarsi alle più diverse situazioni, poi lasciò che si
accampassero. Come al solito mangiò poco e non dormì affatto. Sentiva i dolori e
le tensioni del suo corpo, ma erano lievi e gli sembravano molto lontani, come se
appartenessero a un altro Arkadin che conosceva solo di sfuggita.
L'alba era arrivata prima ancora che riuscisse a calmare la sua mente fervida;
raccogliendo le energie tirò fuori il satellitare e digitò una serie di numeri,
riuscendo a connettersi a una linea che smistò la chiamata più e più volte e ogni
volta gli veniva richiesto di inserire un codice diverso che gli permetteva di
continuare la telefonata. Infine una voce umana rispose all'altro capo del filo.
«Non mi aspettavo di sentirti.» Le parole di Nikolaj Evsen non nascondevano
rimprovero, ma solo curiosità.
«A essere sinceri» disse Arkadin, «non pensavo di chiamare.» Sollevò la testa,
fissando le ultime stelle. «Mi è stato riferito qualcosa che credo tu debba sapere.»
«Come sempre, ti ringrazio per la premura.» La voce di Evsen era sgradevole
come il suono di una sega sul metallo. C'era qualcosa di ferino, un potere
terrificante che apparteneva a lui soltanto.
«Quella donna, Tracy Atherton, non è sola.» «E perché quest'informazione
dovrebbe interessarmi?» Soltanto Evsen, pensò Arkadin, aveva la capacità di
trasmettere una calma letale con il solo tono della voce. Nel corso della sua
carriera da mercenario con la grupperovka era riuscito a conoscere quel trafficante
d'armi così bene da arrivare a diffidare di lui.
«E insieme ajason Bourne» aggiunse, «che è in cerca di vendetta.» «Lo siamo
tutti, in un modo o nell'altro. Perché lui la starebbe cercando qui?» «Bourne crede
che tu abbia ingaggiato il Torturatore per ucciderlo.» «E da cosa l'avrebbe
dedotto?» «Forse un rivale. Posso scoprirlo, se vuoi» si offrì Arkadin.
«Non importa» rispose Evsen. «Questo Jason Bourne è già un uomo morto.»
Proprio quello che volevo sentirmi dire, pensò Arkadin, incapace di impedire alla
sua mente di tornare al passato.
A circa ottocento chilometri da Niznij Tagil, mentre la luce del giorno a mano a
mano lasciava il posto alla notte, Tarkanian guidava verso il villaggio di Jaransk
in cerca di un dottore. Avevano già fatto tre soste lungo la strada, per rifocillarsi
almeno un po'. E lui controllava le condizioni di Oserov. Alla terza fermata, ormai
prossimi al tramonto, aveva trovato Oserov bagnato della sua stessa urina. Aveva
la febbre e sembrava morto.
Durante la veloce traversata lungo autostrade incomplete, deviazioni accidentate
e strade sospette, le bambine erano rimaste tranquille, prese com'erano dai
racconti strabilianti della madre: le avventure fantastiche e le imprese del dio del
fuoco, del vento, e soprattutto del dio-guerriero, Chumbulat.
Arkadin non aveva mai sentito nemmeno nominare quelle divinità, e si chiedeva
come mai Joskar se le fosse inventate per le sue bambine. Non erano solo queste
ultime a restare catturate da quei racconti: anche Arkadin li ascoltava come
fossero dei documentari su un paese lontano nel quale sognava di andare. Così,
quel lungo viaggio si tramutò per lui nell'esplorazione di un mondo onirico
fantastico.
Arrivarono a Jaransk troppo tardi per trovare un ambulatorio aperto. Tarkanian,
chiedendo indicazioni ai passanti, giunse all'ospedale. Arkadin rimase in
macchina con Joskar. Scesero entrambi per sgranchirsi le gambe, lasciando le
ragazze sul sedile posteriore a giocare con la matrioska colorata che Arkadin
aveva comprato lungo il tragitto.
La donna si voltò indietro per guardare le bambine. Le ombre coprivano le ferite
e i lividi sul suo viso, mentre le luci argentee ne sottolineavano i tratti esotici, uno
strano miscuglio tra lineamenti asiatici e finlandesi. Aveva gli occhi grandi e un
po' a mandorla, la bocca era generosa, con labbra carnose, di una sensualità quasi
erotica. Il fatto poi che non sembrasse consapevole della sua bellezza la rendeva
ancora più magnetica.
«Le hai inventate tu le storie che hai raccontato alle tue figlie?» le chiese.
Joskar scosse la testa. «Mi sono state raccontate quando ero solo una bambina
che guardava il Volga. A mia madre erano state raccontate dalla sua mamma e così
via indietro nel tempo.» Si voltò verso di lui. «Sono storie della nostra religione.
Io sono una mari.» «Mari? Mai sentito prima.» «Il mio popolo viene definito
ugro-finnico. Siamo quelli che voi cristiani definite pagani. Crediamo in molti
dèi, gli dèi che popolano le mie storie, e in molte altre divinità che camminano tra
noi con sembianze umane.» Quando si voltò verso le bimbe, al suo viso accadde
qualcosa di inspiegabile. Era come se fosse diventata una di loro, una delle sue
bambine. «In origine eravamo finlandesi. Poi, abbiamo iniziato a imparentarci con
dei girovaghi venuti dal Sud e dall'Est. Piano piano, questo popolo dalla cultura
germanica e asiatica si spostò sul Volga, nelle terre che vennero poi incorporate
nella Russia. Ma non siamo mai stati accettati dai russi, per niente inclini a
imparare nuove lingue e che temevano tradizioni e costumi diversi dai loro. Noi
mari abbiamo un detto: "La cosa peggiore che può farti un nemico è ucciderti. La
cosa peggiore che può farti un amico è tradirti. Temi soltanto gli indifferenti,
perché nel loro consenso silenzioso prosperano il tradimento e la morte".» «E una
lezione di vita piuttosto triste.» «No, se conosci la nostra storia in questo paese.»
«Ho sempre pensato che fossi di etnia russa.» «Nessuno lo sapeva. Mio marito si
vergognava delle mie origini, così come si vergognava di dovermi sposare. Non lo
confidò mai a nessuno.» Guardandola, poteva capire perché Lev Antonin si fosse
innamorato di lei. «Perché l'hai sposato?» Joskar rise in modo ironico. «Perché
secondo te? Lui è di etnia russa, ed è un uomo potente. Protegge me e i miei
bambini.» Arkadin le alzò il mento di modo che il suo viso fosse rischiarato dalla
luce. «Ma chi ti protegge da lui?» La donna gli tolse subito la mano, come se le
sue dita l'avessero ustionata. «Mi sono assicurata che non toccasse mai i bambini.
Questa era l'unica cosa che contava.» «E avere invece un padre che li amasse in
modo genuino... questo non ha nessuna importanza per te?» Arkadin pensava al
suo di padre che, quelle poche volte che era presente, crollava a terra ubriaco.
Joskar sospirò. «La vita è piena di compromessi, Leonid, soprattutto per noi
mari. Sono ancora viva, mi ha dato dei figli che adoro e a cui ha giurato non
avrebbe mai torto un capello. Questa era la mia vita. Come potrei lamentarmi
quando i miei genitori sono stati uccisi dai russi, quando mia sorella è scomparsa
che avevo tredici anni, forse rapita e torturata perché mio padre era un giornalista
schierato contro la repressione dei mari? A quel punto mia zia mi mandò lontano
dal Volga, per assicurarsi che sopravvivessi.» Arkadin osservò una delle piccole
giocare sul sedile posteriore. Le sue sorelle si erano addormentate, una contro lo
sportello, l'altra con la testa sulla spalla della prima. In quella luce pallida ed
eterea, sembravano le fatine delle fiabe della loro mamma.
«Dobbiamo trovare un posto in cui cremare mio figlio, e presto.» «Cosa?» «E
nato durante il solstizio del dio del fuoco» spiegò, «per cui deve essere il dio del
fuoco a condurlo nelle terre della morte, altrimenti vagherà per sempre su questa
terra.» «Va bene» la assecondò Arkadin. Era impaziente di arrivare a Mosca, ma
si riteneva colpevole della morte di Jasa e non se la sentiva di rifiutare. Inoltre, lei
e la sua famiglia adesso erano responsabilità sua. Se non lo avesse fatto lui,
nessuno si sarebbe preso cura di loro. «Appena Tarkanian e Oserov saranno di
ritorno, noi andremo nel bosco, così potrai trovare il punto più adatto.» «Mi
servirà il tuo aiuto. L'usanza mari prevede la partecipazione di un uomo. Faresti
questo per Jasa, e per me?» Arkadin osservò il gioco di luci e ombre creato sul
viso della donna dai fanali delle auto in transito che cercavano di spingere indietro
la notte. Annuì in silenzio.
Poco lontano, la guglia di una chiesa ortodossa si innalzava come un dito che
ammonisce i peccatori del mondo. Arkadin si domandò come mai si spendessero
tanti soldi per qualcosa che non si poteva vedere, ascoltare, toccare. A cosa
servivano le religioni? Tutte le religioni?
Come se gli avesse letto nel pensiero, Joskar disse: «Tu credi in qualcosa,
Leonid, in qualche dio o in qualche divinità, in qualcosa più grande di te?».
«Ci siamo noi e c'è l'universo» rispose. «Il resto è come i tuoi racconti.» «Ho
visto che li ascoltavi, Leonid. Hanno toccato qualcosa dentro di te che nemmeno
tu conosci.» «Era come guardare un film. Sono semplicemente interessanti, tutto
qua.» «No, Leonid, fanno parte della storia. Parlano di fatica, migrazioni,
sacrifìcio. Parlano di privazioni e sottomissioni, di pregiudizio e della nostra
identità, della nostra volontà di sopravvivere a tutti i costi.» La donna lo scrutò
più da vicino. «Ma tu sei russo, tu sei il vincitore, e la storia appartiene ai
vincitori.» Arkadin non si era mai sentito un vincitore. Si era mai mosso nessuno
per difenderlo? I tuoi genitori non dovrebbero sostenerti e proteggerti, invece di
imprigionarti e abbandonarti a te stesso? C'era qualcosa di Joskar che toccava una
corda nel profondo, come aveva notato lei, e che lui non sapeva esistesse.
«Sono russo solo di nome» disse. «Non c'è niente dentro di me, Joskar. Sono un
uomo svuotato. Quando prepareremo il rogo per Jasa e daremo fuoco al legno,
invidierò il modo puro in cui lascerà questo mondo.» La donna lo guardò con i
suoi occhi color dell'ambra, e Arkadin pensò: Se vedo pietà in quegli occhi, la
schiaffeggio. Ma non c'era segno di pietà, solo curiosità. Arkadin abbassò lo
sguardo e si accorse che Joskar gli stava porgendo la mano. Senza sapere perché,
la prese; sentì il suo calore come se il sangue cantasse nelle sue vene. Poi la donna
si voltò, fece scendere con delicatezza una delle figlie e gliela mise tra le braccia.
«Tienila in questo modo» lo istruì. «Esatto, metti le braccia a forma di culla.»
Poi fissò il cielo, dove si potevano scorgere le prime stelle.
«Le più luminose si vedono per prime perché sono le più coraggiose» disse la
donna con lo stesso tono di voce che usava per raccontare le storie di fate ed elfi.
«Ma il momento che preferisco è quello in cui compaiono le più timide. Creano
come una striscia di merletto: l'ultima decorazione della notte, prima che la
mattina rovini tutto.» Arkadin teneva quella bimba così fragile tra le braccia, la
sua pelle le sfiorava i capelli diafani, il piccolo pugno era già stretto attorno al suo
indice calloso. Gli era entrata nel cuore. Percepiva il suo respiro. Era come se
l'innocenza tornasse dentro di lui.
Senza voltarsi, Joskar gli disse a bassa voce: «Non farmi tornare da lui».
«Non ti sta riportando indietro nessuno. Perché hai questo timore?» «Il tuo
amico non vuole avere niente a che fare con noi. Lo capisco dal modo in cui mi
guarda. Sento il disprezzo bruciare sulla mia pelle. Se non fosse stato per te, ci
avrebbe abbandonate per strada e io non avrei avuto potuto far altro che tornare
da Lev.» «Questo non accadrà» le assicurò Arkadin, sentendo il battito del
cuoricino della bimba addormentata contro il petto. «Dovranno uccidermi,
prima.» «È giunto il momento di separarsi» disse Bourne a Tracy il mattino
seguente. Erano più o meno a cinque isolati dal 779 di el-Gamhuria Avenue. «Non
correrai nessun rischio. Mi introdurrò nell'edificio da un'altra entrata.» Erano scesi
dalla raksha trovando el-Gamhuria Avenue bloccato da un raduno militare che
aveva attirato una grande folla raccolta attorno a un palco su cui erano schierati
soldati in uniformi blu, kaki e verdi, a seconda del grado. I volti rasati e sorridenti
brillavano al sole, le mani salutavano calorosamente la gente. In mezzo a quel
rumore era impossibile capire cosa stessero celebrando. Poco distante, su una
strada laterale, un carro armato pieno di armi e con tanto di equipaggio a bordo si
rannicchiava come un gatto grassoccio. I due pagarono e si incamminarono lungo
il viale costeggiato di palme, rasentando la calca.
Bourne guardò l'orologio. «Che ora fai?» «Le 9:27.» «Bene» disse Jason,
regolando le lancette. «Dammi quindici minuti, poi corri al 779, entra per la porta
principale e presentati alla reception. Mantieni l'attenzione dell'impiegato fissa su
di te fino a che non arriva Noah.» Tracy annuì. L'agitazione era tornata. «Non
voglio che ti accada niente.» «Ascoltami, Tracy. Ti ho già detto che non mi fido di
Noah Perlis. E mi insospettisce il fatto che non sia venuto in hotel per concludere
l'affare.» Tracy sollevò il vestito quel tanto che le permetteva di mostrare a
Bourne una pistola fissata all'altezza della coscia. «Quando si trasportano oggetti
tanto preziosi, non si è mai troppo accorti.» «Se al 779 ci sono metal detector te la
troveranno» la avvisò.
«No» replicò Tracy dando un colpetto al calcio. «E di ceramica.» «Sei molto
furba... ma la sai usare?» Lei rise, poi gli scoccò un'occhiata decisa. «Ti prego, sta'
attento, Adam.» «Anche tu.» Bourne si incamminò verso la folla, scomparendo
quasi subito alla vista.
***
Capitolo 27
Al 779 di el-Gamhuria Avenue c'era una grande struttura moderna in vetro e
cemento che si restringeva dalla base alla cima come una ziqqurat.
L'edificio aveva l'aria di una fortezza, nonostante il giardino sul tetto.
Bourne aveva valutato che fosse proprio quella la parte più vulnerabile. Confuso
tra la folla, aveva già fatto due giri del palazzo. Tutte le entrate, comprese quelle
secondarie per le consegne, erano controllate.
Un camion parcheggiò davanti a una delle porte di servizio, appesantita dalla
scatola del condizionatore. Bourne calcolò distanza e vettori mentre attraversava
la strada per avvicinarsi. Due uomini erano impegnati a scaricare cassette dal retro
del furgoncino, sotto gli occhi vigili e arcigni di una guardia. Passandovi accanto,
Bourne memorizzò le posizioni di tutti rispetto al camion.
Qualche centinaio di metri più avanti, uno dei tanti tipi loschi della città saltò
fuori dal buio e guardò Bourne sospettoso fumando indifferente.
« Tour?» offrì in un pessimo inglese. «Migliore guida di tutta Khartoum. Tutto
quello che vuoi vedere io porto, anche proibito.» Il ghigno che aveva sulla faccia
sembrava uno sbadiglio. «Ti piace proibito, sì?» «Hai una sigaretta?» Il suono
della sua lingua lo sorprese così tanto da farlo raddrizzare; lo sguardo
all'improvviso più lucido. Offrì a Bourne una sigaretta, e lui la accese subito.
«Ti piacciono i soldi?» «Presentami un uomo che non adora i soldi, e ti giuro
che piangerò al suo funerale.» Jason sventolò alcuni bigliettoni e gli occhi del tipo
losco si spalancarono. Non potè controllarsi, fu una reazione istintiva. Non aveva
mai visto tante banconote in vita sua.
«Bene.» L'uomo si umettò le labbra. «I posti proibiti di Khartoum saranno a tua
disposizione.» Il suo inglese, d'un tratto, divenne fluente.
«Me ne interessa uno soltanto» tagliò corto Bourne. «Il 779 di el-Gamhuria
Avenue.» L'uomo sbiancò, si passò di nuovo la lingua sulle labbra e rispose:
«Signore, c'è proibito e proibito...».
Bourne aggiunse altri bigliettoni. «Questi dovrebbero bastare, no?» Non era una
domanda, né un'affermazione. Era un ordine che mise l'uomo a disagio. «O devo
trovare qualcun altro?» aggiunse. «L'hai detto tu che sei la migliore guida di
Khartoum.» «Ed è così, signore!» ribatté afferrando i soldi e facendoli subito
sparire. «Nessuno in tutta la città sarebbe in grado di farti entrare nel 779 di elGamhuria Avenue. Sono molto attenti con i visitatori, ma...» fece l'occhiolino, «il
cugino di mio cugino lavora lì come vigilante.» Tirò fuori un cellulare e scaricò
una raffica di parole in arabo. Seguì una breve discussione sul denaro, poi la
sedicente guida turistica mise via il telefono e sorrise. «Non c'è problema. Il
cugino di mio cugino adesso si trova al pianoterra, dove stanno scaricando il
camion. Dice che è il momento migliore, andiamo.» Bourne lo seguì senza dire
una parola.
Dopo aver controllato l'orologio per l'ultima volta, Tracy camminò a grandi
passi lungo el-Gamhuria Avenue e spinse la porta del 779. Dentro c'era un metal
detector sorvegliato da due guardie ostili. Lei e il Goya passarono senza difficoltà.
Quel posto non aveva l'aria di essere il quartier generale di una compagnia aerea.
Si incamminò verso il tavolo circolare, imponente e austero come la facciata
dell'edificio. Un ragazzo dal viso spigoloso tutt'altro che amichevole sollevò lo
sguardo.
«Tracy Atherton. Ho un appuntamento con Noah Per... Petersen.» «Passaporto e
patente» chiese, porgendole la mano.
Tracy si aspettava di poter riprendere subito i documenti, ma il ragazzo le disse:
«Li riavrà al termine della visita».
Esitò un attimo, come se avesse consegnato le chiavi del suo appartamento.
Stava per protestare, ma quel giovanotto poco gentile era già al telefono interno.
Mentre riagganciava cambiò del tutto atteggiamento. «Il signor Petersen scenderà
subito ad accoglierla, signorina Atherton» le comunicò con un sorriso. «Nel
frattempo si metta comoda. In quella credenza troverà tè, caffè e Una varietà di
biscotti. Per qualsiasi altra esigenza, sono a sua completa disposizione.» Tracy
iniziò a esaminare lo spazio intorno, opprimente come quello di un santuario. La
divinità da riverire in questo caso era il denaro. Come le chiese, in particolare
quelle cattoliche, ispirano sottomissione nell'individuo, così il quartier generale
della Air Afrika cercava di intimidire e umiliare i penitenti che ne oltrepassavano
il portale.
«Signorina Atherton.» Tracy si voltò e vide un uomo magro e brizzolato, di
bell'aspetto nonostante i lineamenti marcati.
«Noah Petersen.» Sorrise in maniera accattivante e porse la mano a Tracy, che la
strinse. Era energica e asciutta. «La puntualità è una qualità che apprezzo molto
nelle persone» disse. «Rivela una mente metodica.» Poi inserì una chiave
elettronica in uno slot e apri una porta ricavata a filo degli enormi pannelli in
cemento. Tracy fu costretta a far passare l'involucro attraverso uno scanner a raggi
X. Dopodiché, con un piccolo ascensore salirono al terzo piano. Noah si diresse
verso un corridoio sul quale si affacciavano porte in mogano di sei metri senza
targhette con nomi o numeri. Sembrava di essere in un labirinto. Da alcune casse
nascoste alla vista si diffondeva della musica. Ogni tanto passavano davanti a una
foto che raffigurava una modella mezza nuda vicino a un aereo della Air Afrika.
La sala conferenze era preparata per una festa. C'erano palloncini colorati e un
lungo tavolo carico di cibo.
«Il Goya è qui con me. Bisogna festeggiare» le sorrise Noah. Da sotto la
tovaglia a righe tirò fuori una valigetta che appoggiò nell'unico spazio libero
sopra il tavolo.
Tracy vide che dentro c'era l'assegno per il saldo del suo compenso. A quel
punto, tolse l'involucro per rivelare il Goya.
Noah non lo guardò neppure. «Dov'è il resto?» Tracy gli passò il certificato
d'autenticità firmato dal professor Alonzo Pecunia Zuniga. Noah lo esaminò,
annuì e lo mise accanto al dipinto.
«Perfetto.» Si avvicinò alla valigetta e le porse l'assegno. «Credo che possiamo
ritenere concluso il nostro affare, signorina Atherton.» In quel momento squillò il
telefono e Noah, chiedendo scusa a Tracy, rispose. Aggrottò le sopracciglia.
«Dove?» disse. «Chi? Che vuol dire solo? Dannazione! Non avevo forse...
D'accordo, d'accordo, non muoverti finché non arrivo!» Terminò la chiamata con
la faccia scura.
«C'è qualcosa che non va?» chiese Tracy.
«Niente che la riguardi.» Noah accennò un sorriso nonostante fosse chiaramente
contrariato. «Si metta pure a suo agio. La verrò a prendere quando sarà sicuro.»
«Sicuro? Che significa?» «C'è un intruso nell'edificio.» Noah correva già verso la
porta. «Non si preoccupi, signorina Atherton, è con le spalle al muro.» «Sono
venuti ad accoglierci nel preciso istante in cui siamo arrivati al KRT» disse Amun
Chalthoum. KRT era il codice dell'aeroporto internazionale di Khartoum.
«Li ho visti» aggiunse Soraya, «erano due uomini.» «Ed erano insieme ad altri
due.» Chalthoum guardò nello specchietto retrovisore. «Sono tutti e quattro in
quella Toyota Corolla grigia, tre macchine dietro di noi.» «L'uomo del terminal
sembrava del posto.» Chalthoum annuì.
«Strano, perché nessuno in loco è stato avvertito del nostro arrivo a Khartoum.»
«Non proprio.» Amun sorrise reticente. «In quanto capo di al-Mukhabarat ero
obbligato a riferire ai miei superiori che avrei lasciato il paese, anche se solo per
poco tempo. Ho scelto di dirlo all'uomo che sospettavo stesse cercando di
gettarmi fango addosso.» Gli occhi si fissarono di nuovo sullo specchietto. «Ora
almeno ho la prova del suo tradimento. Niente può fermarmi. Porterò almeno uno
di quei miscredenti al Cairo per denunciarlo.» «In altre parole» commentò Soraya,
«dobbiamo lasciare che ci prendano.» Il sorriso di Amun si allargò. «Che ci
raggiungano, così saremo noi a prendere loro.» La partita era finita ormai da
un'ora.
La casa era piena dell'odore tipico dei giocatori incalliti: cenere, avanzi di pizza,
sudore, e il profumo effimero ma potente dei soldi.
Quattro persone si erano sedute sul divano in stile art déco: Frederick Willard,
Peter Marks, il commissario Lester Burrows, e Reese Williams, che si scoprì
essere la proprietaria della casa. Su un tavolinetto c'erano una bottiglia di scotch,
un secchiello di ghiaccio e quattro bicchieri. Tutti gli altri avevano raccolto e
fiches rimaste e se ne erano andati a casa. Era da poco passata la mezzanotte, in
cielo non c'erano né luna né stelle. Le nuvole erano così basse che anche le luci
della città sembravano ombre oscure.
«Hai vinto l'ultima mano, Freddy» disse Burrows, fissando il soffitto, «ma non
mi hai detto cosa ti devo per aver scelto di vedere dopo l'ultimo giro di rilanci.
Non avevo più un soldo, hai puntato per me. Mi devo sdebitare.» «Vorrei che
rispondessi alla domanda di Peter sui due poliziotti scomparsi.» «Chi?»
«Sampson e Montgomery» venne in aiuto Marks.
«Ah, quelli.» Il commissario non staccava gli occhi dal soffitto, mentre Reese
Williams osservava la scena con espressione enigmatica.
«Ci sarebbe anche la questione dell'agente che ha sparato a Jay Weston causando
l'incidente su cui Montgomery e Sampson sono stati mandati a investigare»
continuò Marks. «Ma non c'è stata nessuna indagine. Soffocata.» Tutti in quella
stanza sapevano cosa volesse dire soffocare un'indagine.
«Freddy» disse Burrows, «anche questo rientra in quello che ti devo?» Gli occhi
di Willard erano fissi sul volto inespressivo di Reese. «Ho puntato un sacco di
soldi per permetterti di vedere, Lester.» Il commissario sospirò, distogliendo lo
sguardo dal soffitto. «Reese, c'è una bella crepa lassù.» «Ci sono crepe in tutta la
casa, Les» commentò la donna.
Burrows sembrò riflettere su cosa dire. «Non devono esserci crepe nelle
informazioni che vi darò. Qualsiasi cosa uscirà da questa bocca, signori, è
strettamente confidenziale, top secret, o in qualunque altro modo lo vogliate
definire. Raddrizzò la schiena. «Non solo negherò 382 ogni cosa, ma farò di tutto
per provare il contrario e per mandare nella polvere chiunque affermi che sia stato
io a parlare. Siamo intesi?» «Sì» disse Marks, mentre Willard annuiva in silenzio.
«I detective Sampson e Montgomery sono andati a pesca sullo Snake River,
nell'Idaho.» «Sono andati a pesca o sono morti?» andò dritto al punto Marks.
«Santo Dio, no. Ci ho parlato ieri!» rispose Burrows infervorato. «Volevano
sapere quando sarebbero potuti tornare a casa. Ho detto loro che non c'era alcuna
fretta.» «Lester» intervenne Willard, «non sono a spese tue, spero.» «Lo Zio Sam
ha tasche ben più profonde delle mie» riconobbe il commissario.
Willard osservava le emozioni attraversare il viso di Burrows. «Per l'esattezza,
quale parte dello Zio Sam?» «Non me l'hanno confidato. E la verità.» Burrows
cambiò umore, come se nessuno gli confidasse mai niente di importante. «Ma mi
ricordo il nome del suo rappresentante, se vi può aiutare.» «A questo punto» disse
Willard deciso, «qualsiasi cosa può rivelarsi utile, anche uno pseudonimo.»
«Maledizione, nessuno dice mai la verità in questa città!» Burrows alzò un dito
con fare minaccioso. «Lasciate che.vi dica che nessuno dei miei agenti di polizia
ha sparato al vostro Jay Weston, di questo ne sono certo. L'ho appurato di
persona.» «Allora vuol dire che qualcuno si è travestito da uno dei tuoi agenti»
rifletté Willard con calma, «per portarci fuori strada.» «Mi spaventi.» Burrows
scosse la testa. «Tu vivi nel tuo mondo. Cristo santo, che casino!» Scrollò le
spalle, attraversato da un brivido di terrore. «L'uomo che ha sistemato i miei
detective si chiama Noah Petersen. Vi dice niente, o mi hanno raccontato un'altra
balla?» Bourne lasciò l'improwisata guida turistica al via libera, poi si fece strada
verso l'interno dell'edificio passando per la porta di servizio. Aggrappandosi alla
maniglia posteriore del camion, si issò fino ad afferrare il bordo superiore e si
rotolò sul tettuccio. Facendo leva sulla scatola del condizionatore raggiunse poi
un appoggio in cemento sulla facciata dell'edificio e riuscì ad arrivare alla
rientranza del secondo piano. Usando lo spazio tra i lastroni di cemento, si
inerpicò fino al terzo. Si portò sopra il parapetto e approdò sul pavimento
piastrellato del giardino pensile.
Era un mosaico di fragranze e colori. Bourne si accovacciò nella zona d'ombra,
respirò il profumo del tiglio e studiò la disposizione del giardino sul tetto deserto.
Si vedevano due strutture più piccole: la porta che conduceva verso l'interno e
una rimessa per gli attrezzi. Si diresse verso l'entrata e notò che era protetta da un
allarme. Sarebbe scattato nell'attimo in cui avrebbe aperto la porta.
Tornò indietro verso la rimessa degli attrezzi. Prese una potatrice e uno spelatili
e li portò verso il parapetto. Sul bordo, trovò i fili elettrici. Con la potatrice tagliò
un bel pezzo di filo, da cui tolse il materiale isolante.
Una volta arrivato alla porta, tastò la parte superiore in cerca del cavo
dell'allarme, tolse due sezioni di isolante e congiunse le due estremità del filo
elettrico che aveva appena tagliato a quello dell'allarme, poi lo tagliò tra le due
impiombature che aveva improvvisato.
Aprì la porta con estrema cautela e si intrufolò dentro. Aveva funzionato:
l'allarme non era scattato. Scese le scalette fino ad arrivare al terzo piano. La
prima cosa da fare era scovare Arkadin. La seconda era trovare Tracy e portarla
via da lì.
Tracy stava vicino alla finestra, persa dietro il caos delle strade, quando sentì la
porta aprirsi. Pensando si trattasse di Noah, si voltò, ma vide un uomo con la testa
rasata, un orecchino di diamante e il tatuaggio di un pipistrello. Sembrava un
wrestler o uno di quei lottatori che aveva visto alla tv americana.
«E così tu sei quella che ha portato qui il mio Goya» disse l'Uomo-pipistrello.
Aveva l'andatura ciondolante tipica degli uomini muscolosi.
«E di Noah» precisò Tracy.
«No, cara la mia signorina Atherton, è mio» disse l'Uomo-pipistrello,
biascicando le parole con uno stridulo accento inglese. «Perlis l'ha comprato per
me.» Teneva il dipinto alto di fronte a sé. «E il mio pagamento.» La sua risata
soffocata sembrava l'ultimo rantolo di un moribondo. «Un prezzo unico per un
servizio unico.» «Lei sa il mio nome» osservò Tracy, spostandosi verso il tavolo
imbandito per la festa. «Ma io non so il suo.» «Sicura di volerlo conoscere?»
Continuò ad analizzare il Goya con fare da esperto. Poi, senza lasciarle tempo per
rispondere, disse: «Ah, bene... mi chiamo Nikolaj Evsen. Forse hai già sentito
parlare di me. Sono il proprietario della Air Afrika, e di questo edificio».
«Non ho mai sentito parlare né di lei né della Air Afrika. Io mi occupo di arte.»
«Ah, davvero?» Evsen appoggiò di nuovo il Goya sul tavolo e la fissò. «E allora
che ci fai insieme a Jason Bourne?» «Jason Bourne?!» Tracy corrugò la fronte.
«Chi è Jason Bourne?» «L'uomo che è venuto qui con te.» «Ma di che sta
parlando? Io sono venuta da sola. Noah glielo potrà confermare.» «Perlis è
impegnato, al momento. Sta interrogando il tuo amico.» «Io non...» Le altre
parole le morirono in gola quando vide comparire una pistola calibro .45.
***
Capitolo 28
«Se ti occupi di arte» le chiese Evsen, «cosa ci fai in compagnia di un assassino
senza scrupoli? Quell'uomo ti pianterebbe un proiettile in testa senza pensarci due
volte.» «Non mi pare sia lui a minacciarmi con una pistola» ribatté Tracy.
«L'hai portato qui in modo che mi uccidesse.» Il volto di Evsen trasmetteva
forza bruta. Era abituato a ottenere quello che voleva, sempre e da chiunque. «Mi
chiedo perché l'hai fatto.» «Non capisco.» «Per chi lavori?» «Lavoro per me
stessa. Lo faccio da anni.» Evsen si morse le labbra carnose. «Okay, te lo spiego
meglio, signorina Atherton. Nel mio mondo ci sono due tipi di persone: gli amici
e i nemici. Devi decidere da che parte stare, adesso, in questo preciso momento.
Se non mi dirai la verità, ti pianterò un proiettile nella spalla destra. Poi ti rifarò la
stessa domanda. Il silenzio o una bugia ti faranno soltanto guadagnare un altro
proiettile, stavolta in quella sinistra. Poi inizierò a lavorare su questo faccino
dolce.» Mosse la pistola contro la ragazza. «Una cosa è certa: quando avrò finito,
non avrai più un bell'aspetto.» Di nuovo quella risata soffocata.
«Il ragazzo che è con me si chiama Adam Stone. E tutto ciò che so, davvero.»
«Vedi, il problema, signorina Atherton, è che non percepisco verità nelle tue
parole.» «Non sto mentendo!» Evsen si avvicinò alla ragazza. «Così mi offendi.
Dovrei credere che hai portato con te una persona di cui non conosci nient'altro
che il nome... che poi, tra l'altro, non è nemmeno il suo?» Tracy chiuse gli occhi.
«No, certo che no.» Fece un respiro profondo. «Sì, sapevo che il suo vero nome
era Jason Bourne, e sì, il mio compito non era solo quello di portare il Goya a
Noah, ma di assicurarmi che arrivasse qui anche lui.» Gli occhi di Evsen si
strinsero. «Perché è stato mandato qui? Cosa sta cercando?» «Non lo sai? Eppure
hai inviato uno dei tuoi assassini a Siviglia. Un uomo con una cicatrice e un
tatuaggio con tre teschi sul collo.» «Il Torturatore?» Il viso di Evsen si contorse in
un'espressione di disgusto. «Preferirei tagliarmi un braccio che ingaggiare
quell'individuo spregevole.» «Io so soltanto che lui crede che l'uomo che ha
cercato di ucciderlo sia qui. Lo stesso uomo che deve aver mandato il
Torturatore.» «Non sono io. Gli hanno fornito informazioni sbagliate.» «Allora
non capisco perché mi abbiano chiesto di portarlo qui.» Evsen scosse la testa.
«Chi ti manda?» «Leonid Arkadin.» Evsen puntò la calibro .45 contro la spalla
destra di Tracy. «Un'altra bugia! Perché Leonid Danilovic dovrebbe volerlo qui?»
«Non lo so, ma...» Notando lo sguardo di Evsen soppesò bene le parole prima di
rispondere, e le venne in mente un collegamento. «Aspetta un attimo, dev'essere
stato Arkadin a dirti che Bourne era con me. Dev'essere stato lui a mandare il
Torturatore, il che significa che è qui ad aspettarlo.» «Essere a un passo dalla
morte deve averti resa disperata. Leonid Danilovic Arkadin è nel NagornoKarabakh, in Azerbaigian.» «Ma ancora non capisci? Arkadin è l'unico che sapeva
che Bourne era con me.» «Stronzate! Leonid Danilovic è un mio alleato.»
«Perché dovrei mentire? Arkadin mi ha pagato ventimila dollari in diamanti.»
Evsen balzò indietro per lo stupore. «I diamanti sono la firma di Leonid
Danilovic. Maledetto, che cos'ha in mente quel bastardo? Se pensa di poter fare il
doppio gioco con me...» In quel momento Tracy vide Bourne correre lungo il
corridoio. Evsen riconobbe l'espressione di sorpresa nei suoi occhi. Si voltò verso
la porta con la calibro .45 spianata.
La sensazione di trionfo di Noah Perlis svanì non appena vide la cosiddetta
guida turistica e il vigilante che gli uomini della sicurezza avevano fermato.
«Che diavolo vuol dire?» domandò in arabo sudanese. Con un gesto della mano,
mandò alcuni uomini in strada per controllare se ci fosse qualcun altro. Poi
interrogò il vigilante, che però non sapeva nulla. Il capo della sicurezza, che
intanto lo aveva raggiunto, lo licenziò su due piedi.
«Chi sei e che ci fai, qui?» domandò, poi si voltò verso l'imbroglione.
«Io... io mi sono perso, signore. Stavo parlando con il cugino di mio cugino,
l'uomo che ha appena licenziato. Quando sentirà la mia storia, capirà che si tratta
di una punizione troppo severa.» L'uomo teneva lo sguardo basso in segno di
sottomissione. «Vede, il cugino di mio cugino doveva andare in bagno, ma non
voleva mandarmi via perché avevo bisogno di soldi per i miei bambini...» «Basta
così!» Noah lo colpì al volto. «Mi hai scambiato per un turista da imbrogliare con
le tue storielle?» Gli mollò un altro ceffone, stavolta più forte. L'uomo balzò
all'indietro. «O mi dici cosa ci fai qui, oppure ti lascio nelle mani di Sandur.» Il
capo della sicurezza fece una smorfia. Sembrava un pitbull. «Sandur sa cosa farne
di vermi come te.» «Io non...» Stavolta Noah gli assestò un pugno in bocca. La
maglia sudicia si sporcò di sangue. «Ci sarà la luna piena, stasera, ma non sperare
di arrivare a vederla.» L'uomo iniziò a raccontare di essere stato avvicinato da un
americano che voleva entrare al 779 di el-Gamhuria Avenue. In quel momento
ritornarono gli uomini della sicurezza che Noah aveva mandato in strada. Uno di
loro gli sussurrò qualcosa in un orecchio.
Perlis prese il poveraccio e lo lanciò tra le braccia di Sandur. «Tieni, occupati di
lui.» «Signore, abbia pietà» protestò l'uomo, «non me lo merito, giuro che non
mento.» Ma Noah non era più interessato a quell'uomo. L'improvviso istinto di
mettersi al sicuro aveva preso il sopravvento. Si avvicinò alle luci dell'area di
carico e spuntò fuori dalle tenebre. C'era un minibus parcheggiato dall'altra parte
della via. Pieno. Per questo gli uomini della sicurezza si erano insospettiti. Poi
Noah vide il luccichio di un pezzo di metallo - la bocca di un AK-47 - e le sue
paure peggiori divennero realtà. Qualcuno stava per irrompere negli uffici della
Air Afrika. Era così stordito da non riuscire nemmeno a pensare a chi potesse
avere i mezzi per quell'impresa impossibile. Ma non era importante in quel
momento. Doveva allontanarsi da lì prima di rimanere in mezzo al fuoco
incrociato tra i mercenari di Evsen e gli incursori nel minibus dall'altra parte della
strada.
Bourne setacciò il terzo piano dell'edificio, mantenendosi a debita distanza dagli
uomini della sicurezza. All'improvviso sentì una voce profonda rimproverare
qualcuno. Proveniva dalla stanza davanti a lui. Quando capì che si trattava di
Tracy iniziò a correre all'impazzata, convinto che fosse stata catturata da Arkadin.
Si catapultò all'interno della stanza e vide un uomo massiccio con un pipistrello
tatuato sul collo girarsi e fare fuoco. Si piegò e si spostò verso il tavolo stracolmo
di cibo. In quel momento scorse Tracy che tirava fuori la pistola. Udì un altro
sparo e si scaraventò contro le gambe dell'uomo. Evsen perse l'equilibrio proprio
mentre sparava a Tracy. La ragazza riuscì a evitare il proiettile, che colpì una delle
ciotole di vetro facendo schizzare i frammenti in tutte le direzioni, ma la sua
pistola finì per terra.
Bourne e l'Uomo-pipistrello caddero a terra. Jason cercava di sottrargli la calibro
.45. Partì un altro colpo. Il proiettile gli sibilò nelle orecchie, rendendolo
momentaneamente sordo.
L'Uomo-pipistrello gli diede un pugno alle costole. Bourne rispose piantandogli
le nocche nella mascella e colpendolo tre volte al collo. Evsen spinse la bocca
della calibro .45 contro la tempia di Bourne, che ricacciò indietro l'avversario. Tre
colpi in successione sulla gabbia toracica, però, gli tolsero il respiro e si ritrovò la
pistola puntata alla testa. Jason riuscì a scartare e a deviare il colpo, che gli ferì
una spalla.
Bourne riuscì comunque a disarmarlo. L'Uomo-pipistrello ricacciò indietro
l'americano, si diresse verso la pistola e gli abbatté il calcio contro la tempia. La
testa di Jason rimbalzò sul pavimento con un colpo sordo. L'Uomo-pipistrello
continuò ad attaccare, sentendo già odore di vittoria. Bourne si trascinò sotto il
tavolo per ripararsi. Stava per perdere i sensi. L'uomo grugniva a ogni colpo,
sollevandosi mentre agitava il calcio pesantissimo.
Jason si trascinò quel tanto che bastava per raggiungere la pistola di Tracy sul
pavimento. Freddo e determinato, la puntò verso l'Uomo-pipistrello e gli sparò in
faccia.
L'aria si riempì di sangue, ossa e pezzi di materia grigia. Anche se stordito,
Bourne percepì il rumore di qualcosa che cadeva sul pavimento.
Per un secondo rimase con la schiena a terra, il cuore impazzito. Il dolore della
ferita riportata a Bali si era diffuso in tutto il corpo. Lo scontro di poco prima
aveva avuto un effetto deleterio. Era come essere stato investito da un treno in
corsa.
Poi respirò e sentì il sangue circolare di nuovo nelle vene. Arrivò il tocco di
Shiva a spazzare via il freddo della morte dalle sue ossa. Il dio lo aveva protetto
ancora una volta, distendendo le sue enormi braccia per riportarlo nel mondo dei
vivi.
All'improvviso udì una raffica di colpi provenire dall'atrio. Contrasse i muscoli,
si mosse e urlò di dolore dopo aver provato ad alzare il gomito. La testa era in un
lago di sangue, ma non era il suo, era quello dell'Uomo-pipistrello, ormai morto e
sfigurato.
Fu allora, tra il rumore dei fucili che si faceva sempre più vicino, che si guardò
intorno in cerca di Tracy. Era distesa su un fianco oltre il tavolo.
«Tracy» sussurrò, poi la chiamò più agitato. «Tracy!» La ragazza mosse il
braccio destro per rispondere. Bourne si trascinò dolorante sotto il tavolo,
attraversando il mare di frammenti di vetro che gli si conficcarono nelle mani.
«Tracy.» Lei aveva lo sguardo fisso. Appena Bourne comparve nel suo campo
visivo, un piccolo sorriso le illuminò il volto.
«Sei qui.» Si piegò su di lei, mettendole un braccio sotto le spalle. Quando si
mosse per sollevarla, però, il volto le si contrasse e iniziò a piangere.
«Oh, Dio... Dio, aiutami!» «Che c'è? Che succede?» Lo fissò in silenzio, una
nuvola di dolore le aveva offuscato gli occhi.
Le alzò il dorso facendo attenzione, e vide i due frammenti di vetro conficcati
nella schiena. Asciugandole il sudore dalla fronte, le disse: «Tracy, prova a
muovere i piedi. Fallo per me».
I piedi rimasero immobili.
«E le gambe?» Niente. Le pizzicò la coscia. «Senti qualcosa?» «Cosa...? Che
cos'hai fatto?» Era paralizzata. Uno dei due frammenti le aveva reciso dei nervi
importanti. E l'altro? Bourne cercò di capire fino a che punto andasse in
profondità il pezzo di vetro. Erano lunghi più o meno venti centimetri. Rivide la
scena in cui Tracy si era girata, mentre il proiettile di Evsen mandava in frantumi
la ciotola di vetro. L'effetto era stato quello di una bomba imbottita di chiodi.
Il tuono dei fucili semiautomatici era sempre più vicino.
«Devo portarti in ospedale» disse Bourne, ma quando tentò di spostarla, Tracy
vomitò sangue. Jason tornò ad appoggiarsi a terra, cullandola tra le sue braccia.
«Non andrò da nessuna parte.» «Non ti lascerò...» «Lo so io e lo sai anche tu.
Non voglio restare sola, Jason» mormorò Tracy a fatica.
Bourne la sostenne, mentre si abbandonava contro il suo corpo. «Perché mi
chiami così?» «So il tuo vero nome, l'ho sempre saputo, fin dal primo momento in
cui ci siamo incontrati. E non è stato per caso. Sta' fermo» disse, «devo raccontarti
un sacco di cose e non c'è molto tempo.» Tracy si passò la lingua sulle labbra
insanguinate. «Arkadin mi ha pagata perché mi assicurassi che tu venissi qui.
Nikolaj Evsen, l'uomo che hai appena ucciso, mi ha detto che Arkadin si trova nel
Nagorno-Karabakh, in Azerbaigian. Il perché non lo so, ma non è qui.» E così
lavorava per Arkadin. Bourne scosse la testa inorridito dalla bravura con cui
aveva recitato. Aveva fatto in modo che sospettasse di lei, per poi fornire una
spiegazione plausibile. Così lui aveva abbassato la guardia. Riconobbe la mano di
Arkadin in quelle minacce, e l'ammirazione si mischiò alla rabbia contro se
stesso.
Gli occhi di Tracy si dilatarono di colpo. Bourne vide il bianco iniettato di
sangue. «Jason!» Il suo respiro si era fatto corto e incostante. Cercò di sorridere.
«E nell'ora più buia che i nostri segreti ci divorano vivi.» Bourne le appoggiò due
dita sulla carotide. Il battito era debole. Stava scivolando via. Ripensò alla
conversazione della sera prima. «Perché la gente ha sempre bisogno di mentire!»
gli aveva detto. E capì che Tracy avrebbe voluto svelargli la verità in quel
momento. «Sarebbe così terribile se tutti dicessero la verità ?» Parlava della sua
doppia vita e dell'incapacità di rivelargliela. «E a te? A te non fa paura restare solo
?» Faticò a capire la situazione, a capire lei. Si impressionò di nuovo di fronte alla
miriade di fili che intessevano la trama della vita umana. In quella di Tracy ce
n'era qualcuno in più, perché, come lui, conduceva una doppia esistenza. Come
Don Herrera e il Torturatore, aveva fatto parte del piano di Arkadin per indurlo a
fare... che cosa? Ancora non lo sapeva. Ma lì, a terra, c'era una delle pedine del
suo nemico, immobile tra le sue braccia. Era ovvio, ormai, che la notte precedente
Tracy si era sentita combattuta riguardo al ruolo che Arkadin le aveva chiesto di
recitare. Quel doppio gioco fu un pugno allo stomaco. L'aveva imbrogliato, ma
lungo la strada si era ingannata da sola. Tutti quei dubbi andavano al cuore del
suo dilemma: il non sapere, l'essere sempre sull'orlo di un'altra identità, il perdere
le persone che gli stavano accanto... La morte gli era sempre vicina, era l'altra
metà di Shiva, distruttore ma anche messaggero di resurrezione.
Tracy iniziò a tremare. «Jason, non voglio restare sola.» Quelle parole
malinconiche gli sciolsero il cuore. «Non sei sola, Tracy.» Si piegò sopra di lei e
le sfiorò la fronte con le labbra. «Sono qui con te.» «Lo so, ed è bello. Ti sento
vicino.» Le uscì un sospiro. «Tracy?» Bourne allontanò le labbra in modo da
poter vedere i suoi occhi che fissavano immobili l'infinito. «Tracy.» ***
Capitolo 29
«Sta arrivando!» esclamò Humphry.
«Quanto ne arriva?» chiese Moira.
Bamber guardò i numeri scorrere sullo schermo, mentre la barra del download
registrava il trasferimento dal portatile di Noah.
«Tutto» rispose quando la barra verde raggiunse il cento per cento. «E giunto il
momento di capire cosa sta succedendo.» Moira era piena di adrenalina. I minuti
le parevano ore. Si mise a fare avanti e indietro nell'ufficio di Bamber. Sapeva di
metallo riscaldato e dischi che giravano veloci, il profumo dei soldi nel
Ventunesimo secolo. La stanza era situata nel retro di un palazzo, la luce oscura
che veniva da nord formava delle chiazze pallide tra le cataste di materiale
elettronico. Come sottofondo il ronzio delle ventole e dei motori. Gli unici due
spazi di muro liberi dalle strumentazioni, periferiche e cavi di ogni tipo, erano
occupati da una finestra e da una foto di Bamber al college, in cui indossava un
completo da football ed era persino più bello di quanto non fosse ora.
Quando il giro della stanza portò Moira vicino alla finestra, si fermò a guardare
fuori. Nel palazzo di fronte, delle luci fluorescenti illuminavano un ufficio pieno
di archivi, fotocopiatrici e scrivanie tutte uguali. Persone di mezza età correvano
stringendo fascicoli e relazioni come il naufrago che afferra un pezzo di legno.
Nel piano superiore a quell'inferno vide l'atelier di un'artista: una ragazza buttava
del colore su un'enorme tela.
Era così presa da quello che stava cercando di riprodurre che sembrava ignorare
ciò che le stava intorno.
«Come va?» chiese Moira, voltandosi di scatto verso Humphry.
Bamber era concentrato come l'artista dall'altra parte della via. «Ancora pochi
minuti e lo saprò.» Moira annuì. Stava per ricominciare a girare per la stanza in
preda all'ansia, quando un movimento rapido riportò la sua attenzione sulla strada.
Un'auto si era fermata in fondo all'isolato e ne era sceso un uomo. Qualcosa nel
modo in cui si comportava la mise in allarme. Guardava a destra e sinistra in
continuazione, come se stesse cercando qualcosa. Un brivido le corse lungo la
schiena. Il tipo sospetto, raggiunto l'edificio di Bamber, tirò fuori una serie di
strumenti appuntiti. Ne provò diversi nella porta sul retro, fino a che non trovò la
forma perfetta della chiave.
Moira si chinò ed estrasse la Lady Hawk dalla fondina.
«Ho quasi fatto!» annunciò Bamber trionfante.
La porta si aprì e l'uomo entrò nel palazzo.
«Sembra che Noah Perlis sia il fulcro della storia» osservò Peter Marks. «Ha
progettato la morte di Jay Weston, ha fatto lo sgambetto alla polizia e si è
infiltrato nella nuova organizzazione di Moira, mettendola in fuga.» «Noah è la
Black River» rispose Willard. «E, per quanto sia potente, non credo che quella
banda di mercenari riesca a compiere cose del genere senza farsi neanche una
domanda . » «Cioè, non credi che ci sia Perlis dietro tutto questo?» «Non lo so.»
Willard si grattò la barba sulle guance. «Tuttavia sono convinto che la Black
River sia stata aiutata.» I due uomini erano seduti in un locale notturno. Dal
jukebox usciva una canzone triste di Tammy Wynette, mentre fuori si udiva il
ringhio insistente del camion della nettezza urbana. Un paio di prostitute
scheletriche ballavano insieme, avendo ormai rinunciato a lavorare per quella
notte. Un uomo coi capelli bianchi e ribelli era curvo sopra il bicchiere; un altro
duettava con Tammy con una voce da tenore irlandese e gli occhi bagnati di
lacrime. La puzza di vecchie sbronze e di una disperazione ancora più datata
impregnava ogni centimetro del mobilio sconnesso. Il barista leggeva il giornale
appoggiato sulla sua pancia con lo stesso entusiasmo con cui uno studente sfoglia
il libro di matematica.
«Da quel che ho capito» continuò Willard, «il principale cliente della Black
River è la NSA nella persona del segretario alla Difesa, che si è fatto loro
paladino con il presidente.» Marks stralunò gli occhi. «Come fai a sapere queste
cose?» Willard sorrise e fece ruotare il bicchierino tra le dita. «Diciamo che stare
nella casa sicura della NSA per tutti questi anni mi ha aiutato parecchio, e ha
aiutato molto anche quelli come te, Peter.» Si alzò dal tavolo e passò vicino alle
due prostitute che gli indirizzarono un bacio. Il jukebox suonava The boys of
summer di Don Henley. La canzone sembrava far piangere ancora di più il tenore
irlandese che cantava da solo.
Willard tornò al tavolo con una bottiglia di whisky. Riempì il suo bicchiere e
quello di Marks. «Prima di proseguire» riprese, «vorrei sapere perché non hai
riferito air Arabo le notizie che avevi.» «Errol Danziger è il nuovo direttore della
CIA» rispose Marks pensieroso, «ma non sono sicuro di volergli dire proprio
tutto, tanto più se la NSA risulta essere coinvolta. E uno degli uomini di
Halliday.» Willard bevve un sorso di whisky. «E allora che hai intenzione di fare?
Andartene?» Marks fece cenno di no. «Amo troppo la CIA. E tutta la mia vita.»
Lo guardò con occhi indagatori. «Ti faccio la stessa domanda: te ne vuoi andare?»
«Certo che no.» Willard ingollò un altro goccio di whisky. «Ma sto progettando di
muovermi a modo mio.» Marks scosse di nuovo il capo. «Non ti seguo.» Willard
aveva assunto un'aria contemplativa, o forse era la sua innata riservatezza che
lottava con il bisogno di trovare degli adepti. «Conoscevi Alex Conklin?»
«Nessuno lo conosceva davvero.» «Io sì. Non lo dico per vantarmi, è la verità.
Noi due lavoravamo insieme. Sapevo quello che stava facendo con la Treadstone.
Non che lo approvassi, ma ero troppo giovane. Non avevo esperienza, al contrario
di Alex. A ogni modo, mi confidava tutti i segreti di quell'operazione.» «Pensavo
che non fosse rimasto nulla dei dossier sulla Treadstone.» Willard annuì. «Quelli
lasciati intatti dal Grande Vecchio vennero distrutti da Conklin. O per lo meno
questa è la sua versione dei fatti.» Marks rimase in silenzio. «Mi stai dicendo che
quei dossier esistono ancora?» «Alex preparò una copia di tutti i dossier. Tipico
del suo carattere. Soltanto due persone sanno dove sono. E una è morta.» Marks si
scolò il whisky. Si appoggiò allo schienale e fissò Willard con attenzione. «Vuoi
rimettere in piedi la Treadstone?» Willard riempì di nuovo i bicchieri. «E già in
piedi, Peter. Voglio sapere se tu vuoi farne parte.» «Sono qui da non più di
quarantott'ore. Forse anche meno.» Yusef, l'agente di Soraya di stanza a
Khartoum, era un uomo basso, con la pelle color del cuoio. Aveva grandi occhi
brillanti e due orecchie molto piccole che però sentivano sempre tutto. Era uno
degli agenti migliori della Typhon, perché era sveglio, intelligente e così aperto da
dare fiducia ai giovani che navigavano segretamente in Internet. «Questa è calce
viva, vedete? Chiunque li abbia uccisi voleva far sparire i cadaveri. La calce viva
corrode tutto, compresi denti e ossa, utili per l'identificazione.» Soraya aveva
contattato Yusef subito dopo aver lasciato l'aeroporto e, su richiesta di Chalthoum,
aveva organizzato un incontro con lui, nonostante gli uomini che li stavano
seguendo. «Sono stati mandati dai miei nemici» le aveva detto Amun in
macchina. «Voglio che si avvicinino parecchio, così riusciremo a prenderli.»
Yusef aveva saputo dell'uccisione di alcuni uomini da un ragazzo che si era
imbattuto nella fossa esplorando i forti di Ansar, poco distanti dal Gorge di
Sabaloga. Quelle fortezze erano servite nel 1885 per attaccare le navi venute a
liberare il generale britannico Gordon e i suoi uomini esausti. Tutta una rete di
ragazzini di Khartoum venne presto a conoscenza del ritrovamento di alcuni
cadaveri chattando su Internet.
Dopo aver consegnato loro un paio di Glock e qualche munizione in più, Yusef
aveva condotto Amun e Soraya per circa ottanta chilometri in direzione nord
attraverso il deserto. Avevano utilizzato due veicoli a trazione integrale, perché
era troppo rischioso viaggiare con uno solo, viste le strade accidentate e
l'inaffidabilità delle auto sudanesi.
«Guardate quanto è rimasto dei corpi» commentò, mentre gli altri osservavano
la buca poco profonda scavata nel pavimento di terriccio, «malgrado la calce
viva.» Soraya scacciò via un nugolo di mosche e si accovacciò. «Abbastanza per
vedere che sono stati uccisi con un colpo di pistola alla nuca.» Arricciò il naso.
Quanto meno la calce attutiva l'odore rivoltante della decomposizione.
«Un'esecuzione in stile militare» osservò Chalthoum. «Ma siamo sicuri che
siano quelli che stavamo cercando?» «Sì, sono loro» rispose Soraya. «Riesco a
riconoscere quei maiali degli agenti governativi al primo sguardo.» Si girò verso
Amun. «C'è una sola ragione per cui degli agenti americani potrebbero essere stati
giustiziati a Khartoum e poi portati qui.» Chalthoum annuì. «Per evitare una
perdita ben più grande.» In quel momento Yusef prese il cellulare che stava
vibrando, lo portò all'orecchio e richiuse subito lo sportellino. «Le mie guardie mi
comunicano che siamo in compagnia.» Bourne alzò lo sguardo, mentre una figura
familiare compariva sulla porta. L'uomo dagli occhi scuri e torvi teneva in mano
un AK-47 e indossava un giubbotto antiproiettile in kevlar. Fissò l'Uomopipistrello disteso a terra.
«Nikolaj, stronzo che non sei altro» disse in un russo molto gutturale, «chi ti ha
ammazzato prima che potessi riportarti nella nostra Madre Russia? Mi hanno
privato del piacere di farti cantare come un usignolo.» Poi, vedendo Bourne,
rimase impietrito.
«Jason!» muggì il colonnello Karpov. «Avrei dovuto immaginarmelo che c'eri tu
dietro tutto questo.» Il suo sguardo si mosse nella stanza, fermandosi sul corpo
della giovane ricoperto di sangue. Gridò per chiamare un medico.
«E troppo tardi ormai, Boris» mormorò Bourne.
Karpov attraversò la stanza e si accovacciò accanto a Jason. Le sue dita
grassocce si mossero sopra i frammenti di vetro piantati nella schiena di Tracy.
«Che modo orribile di morire.» «Morire non è mai bello.» Karpov passò a
Bourne una fiaschetta con del liquore. «Hai ragione.» Il medico della squadra
d'assalto, anche lui in tenuta antisommossa, arrivò trafelato. Andò da Tracy
cercando di trovarle il polso, ma scosse la testa.
«Vittime?» chiese Karpov senza distogliere lo sguardo.
«Un morto e due feriti non gravi.» «Chi è morto?» «Milinkov.» Karpov annuì.
«E triste, però abbiamo preso l'edificio.» Bourne sentì il fuoco della Sljivovica
bruciargli in corpo. Il calore crescente lo fece sentire meglio.
«Boris» disse a voce bassa, «assicurati che i tuoi uomini si prendano cura del
corpo di Tracy. Non voglio lasciarla qui.» «Certo.» Karpov fece un gesto al
medico, che prese la ragazza.
Jason la guardò mentre la portavano fuori provando una sensazione di perdita:
anche lui, come lei, combatteva per accettare quella doppia vita e il senso di
isolamento, cha dà vivere nelle ombre di un mondo che la maggior parte della
gente ignorava e non poteva capire. La lotta di Tracy era stata anche la sua. Non
voleva lasciarla andar via. Era come se una parte di lui gli venisse strappata con
violenza.
«Che cos'è questo?» chiese Karpov sollevando il dipinto.
«È un Goya, un'opera finora sconosciuta. Appartiene alla famosa serie delle
Pitture nere. Ha un valore inestimabile.» Il russo sogghignò. «Spero che non lo
desideri con tutto te stesso, Jason.» «Al vincitore spettano le prede, Boris. E così
la tua missione a Khartoum riguardava Evsen.» Karpov annuì. «Ho lavorato
nell'Africa settentrionale per mesi, cercando di stanare i fornitori, i clienti e tutti i
vari anelli della catena del contrabbando di armi che faceva capo a Evsen. E tu?»
«Io ho parlato con Ivan Volkin...» «Sì, me l'ha detto. Quel vecchio ha un debole
per te.» «Quando Arkadin ha scoperto che il suo attentato a Bali era fallito, ha
ideato un nuovo piano. Voleva che arrivassi qui. Il motivo non lo so.» Dopo aver
lanciato un'occhiata veloce al cadavere disteso a terra, Karpov aggiunse: «E un
mistero, uno dei tanti. Speravamo di trovare sia la lista dei fornitori sia quella dei
clienti, ma gli hard disk dei suoi server remoti sembrano essere stati formattati».
«Non è stato Evsen» disse Bourne. Si alzò, e Boris fece altrettanto. «Era qui con
Tracy, non sapeva della vostra incursione.» Boris si grattò la testa. «Perché
Arkadin voleva che venissi qui, a Khartoum, e in più in compagnia di una ragazza
bellissima?» «E un peccato che non possiamo chiederlo a Evsen» rispose Bourne.
«Ma una domanda sorge spontanea: chi è stato allora a formattare gli hard disk di
Evsen? Qualcuno se l'è svignata assieme a tutta la sua rete di collaboratori.
Dev'essere stato uno dei suoi, qualcuno così in alto da avere i codici di accesso ai
server.» «Chiunque si permettesse di contrariare Evsen, moriva.» «Finché era in
vita. » Bourne cominciava a dare un senso ai fili della ragnatela. Inclinò la testa e
invitò Karpov a fare due passi con lui. «Ma guardalo adesso. Non è più un
pericolo per nessuno, nemmeno per Arkadin.» L'espressione del viso di Boris si
fece cupa. «Arkadin?» Camminarono lungo il corridoio controllato dagli uomini
di Karpov, e si avvicinarono al bagno degli uomini.
«Ti farò visitare dal mio medico.» Bourne fece un gesto con la mano. «Non ce
n'è bisogno, sto bene.» Era strabiliato dalla portata dell'ingegno di Arkadin.
Jason andò verso i lavandini e iniziò a lavare via il sangue e i frammenti di vetro
che aveva addosso. Karpov gli passò un rotolo di carta igienica.
«Pensaci, Boris. Perché Arkadin mi tenderebbe una trappola per condurmi qui in
compagnia di una bellissima ragazza?» Gli faceva male parlare di Tracy, ma
aveva un mistero da risolvere e un nemico da affrontare.
Negli occhi di Karpov comparve una luce improvvisa. «Arkadin confidava nel
fatto che tu avresti ucciso Evsen.» Bourne si sciacquò il viso con dell'acqua
tiepida. I lividi e i piccoli tagli gli bruciavano come ortica sulla pelle. «O che
Evsen avrebbe ucciso me. Lui avrebbe vinto in ogni caso.» Karpov si agitò come
un cane bagnato. «Se quello che dici è vero, doveva per forza sapere del mio raid.
Non voleva che Evsen parlasse, né di lui né di chiunque altro. Maledizione, ho
sottovalutato troppo quell'uomo.» Bourne girò la faccia coperta di sangue verso il
colonnello. «Non è un uomo. E un prodotto della Treadstone, come me. Alex
Conklin ha addestrato Arkadin a diventare la macchina assassina per eccellenza,
in grado di compiere operazioni impossibili per chiunque altro.» «E dov'è questo
prodotto terrificante, adesso?» chiese Boris.
Bourne si asciugò il viso con la carta igienica, che si fece rossastra. «Tracy me
l'ha detto poco prima di morire. Evsen le ha riferito che si trova nel NagornoKarabakh, in Azerbaigian.» «Una zona montuosa, la conosco bene» commentò
Boris. «Era una delle fermate principali dei voli della Air Afrika che trasportavano
armi illegali. Ci sono moltissime tribù indigene, tutti fanatici islamici.» «Ora è
chiaro.» Bourne guardò il suo viso riflesso nello specchio, stimando le ferite. Di
chi era quel volto che lo guardava? Tracy si sarebbe immedesimata in quella
domanda, e di sicuro se l'era posta spesso anche lei. «Ivan mi ha detto che
Arkadin ha assunto il controllo della Fratellanza Orientale, il che significa che è
anche a capo dei terroristi della Legione Nera. Forse sta cercando di allontanarsi
dal giro d'affari di Evsen.» Poi Bourne vide il Goya che Karpov aveva appoggiato
al muro. «Conosci un uomo di nome Noah Petersen, o Perlis?» «No, perché?» «E
uno degli agenti più influenti della Black River.» «La società americana che si
occupa di gestione del rischio, conosciuta anche come esercito privato al servizio
del tuo governo. O meglio ancora l'esercito di mercenari.» «Ci hai preso su tutti i
punti.» Bourne si diresse di nuovo verso il corridoio che odorava di morte. «Tracy
stava portando il Goya a Perlis, ma credo fosse in realtà un pagamento a Evsen
per i servizi resi. E l'unica spiegazione logica che giustifichi la presenza di Noah.»
«E così Evsen, la Black River e Arkadin sono tutti coinvolti in un'unica cosa.»
Bourne annuì. «Avete visto un americano, nell'edificio, durante il raid?» Karpov
estrasse un piccolo walkie-talkie dalla tasca del suo giubbotto. Si udì il suono
gracchiante di alcune parole. Il russo scosse la testa. «No, tu sei l'unico qui, Jason.
Ma c'è un tipo abbastanza losco che afferma di essere stato interrogato da un
americano prima che iniziasse il raid.» Perlis doveva essersene andato, ma dove?
Jason sentiva che si stava avvicinando sempre più al centro della ragnatela, dove
un ragno velenoso lo aspettava paziente. «E dato che la NSA è il principale cliente
della Black River, c'è una buona probabilità che tutto questo abbia qualcosa a che
fare con le recenti tensioni in Iran.» «Credi che Evsen stesse armando un gruppo
d'assalto della Black River per invadere l'Iran?» «E improbabile» rispose Bourne.
«La NSA può fornire armi di gran lunga superiori a quelle di Evsen. E poi perché
avrebbero bisogno di Arkadin? No, gli americani hanno identificato il missile che
ha abbattuto l'aereo: è un Kowsar 3 iraniano.» «Ora comincia a quadrare tutto. Il
Goya è il pagamento per Evsen, che ha fornito il missile.» In quel momento
Karpov vide uno dei suoi uomini correre verso di lui. Fissò Bourne, poi passò al
suo comandante un pezzo di carta termica uscito da una stampante portatile.
«Chiama Lirov» ordinò Karpov, analizzando il documento. «Digli di portare il
kit completo. Voglio che visiti quest'uomo dalla testa ai piedi.» Il soldato annuì
senza dire una parola, e se ne andò.
«Ti avevo detto che non serviva...» Karpov alzò una mano. «Fermati un attimo.
Sono sicuro che vorrai sentire questa: il mio genio dell'informatica è riuscito a
recuperare qualcosa dai server di Evsen.» Passò il pezzo di carta a Bourne. «Sono
le sue ultime tre transazioni.» Bourne diede un rapido sguardo al documento. «Il
Kowsar 3.» «Proprio come sospettavamo. Evsen ha acquistato il Kowsar 3 e l'ha
venduto alla Black River.» «Dove vai?» chiese Humphry Bamber, girandosi sulla
sedia. «E perché hai una pistola in mano?» «Qualcuno sa che sei qui.» «Dio
mio...» gemette Bamber provando ad alzarsi.
«Stai fermo lì.» Moira lo tenne giù con la mano. Riusciva a sentire il tremito che
lo attraversava. «Sta arrivando qualcuno, e sappiamo bene cosa vuole.» «Sì,
vedermi morto. Non ti aspetterai che me ne stia qui buono buono?» «Mi aspetto
che tu faccia quello che hai fatto finora: aiutarmi.» Moira guardò in basso verso il
suo volto tirato. «Posso contare su di te?» Bamber deglutì, poi le fece un cenno
d'assenso.
«Okay, adesso mostrami dov'è il bagno.» Dondie Parker amava il suo lavoro. Gli
altri, compreso il suo capo, Noah Perlis, apprezzavano il fervore quasi religioso
con cui portava a termine gli incarichi. E a Parker piaceva Perlis. Gli sembrava
che occupassero lo stesso spazio grigio ai margini della società, un posto in cui
entrambi potevano far succedere qualsiasi cosa. Uno con i suoi ordini, l'altro con
le mani e le armi.
Parker entrò dalla porta sul retro pensando appunto al suo lavoro. Lo
appassionava così tanto che teneva una scatola di legno piena dei sigari
aromatizzati più cari che c'erano sul mercato. I punti salienti di ogni incarico - la
morte di ogni singolo obiettivo - erano contenuti in quella scatola. Poteva
rivisitarli ogni volta che voleva, poteva tirarli fuori a uno a uno, annusarli, girarli
tra le dita e assaporarne il ricordo. Erano le medaglie al valore, come gli ripeteva
sempre Noah, che premiavano le sue gesta, necessarie alla sicurezza della patria.
Parker amava la parola «patria». Era molto più potente, più evocativa, più virile di
«nazione».
Si tolse le scarpe, legò i lacci e se le mise su una spalla, poi salì le scale. Quando
raggiunse il secondo piano, percorse tutto il corridoio fino ad arrivare a una
finestra che dava sulla scala antincendio. La aprì e si arrampicò fuori, salendo di
piano in piano come una mosca sul muro.
Noah Perlis aveva trovato Dondie Parker in una delle palestre malfamate della
zona. Faceva pugilato. Era il favorito nella divisione regionale dei pesi medi. Era
un atleta eccezionale: imparava subito, aveva una resistenza infinita, e aveva
trovato il modo di canalizzare la sua aggressività omicida. Non era un fanatico
delle commozioni cerebrali e delle costole rotte, per cui quando Noah gli si
presentò davanti ed espresse l'interesse che aveva nei suoi confronti, Parker fu più
che felice di ascoltare la sua proposta.
Dondie Parker non dimenticava mai che doveva tutto a Noah, tanto più quando
svolgeva un incarico che gli veniva affidato da lui. Perlis rispondeva soltanto a
una persona, Oliver Liss, così in alto nella catena alimentare della Black River da
sembrare su un altro universo. Parker era bravo, tanto che a volte Liss lo
contattava per offrirgli una missione speciale che Dondie portava a termine in
maniera rapida senza farne parola con nessuno, nemmeno con Noah. Non si sa se
Perlis sapesse o meno di questi «incarichi straordinari». Lui non ne fece mai
cenno, e Parker non aveva alcuna intenzione di svegliare il can che dorme.
Raggiunse il piano dell'ufficio di Bamber. Dopo aver ricontrollato la pianta
dell'edificio che gli aveva fornito Noah, si mosse verso la parte finale della scala
antincendio e sbirciò dentro una finestra. Vide ogni sorta di materiale elettronico,
quasi tutto in funzione, e intuì che Humphry si trovava all'interno. Sciolse i lacci e
si infilò in fretta le scarpe. Prese il piede di porco e forzò la finestra con il minimo
sforzo. Tirò fuori la SIG Sauer personalizzata e si intrufolò all'interno
dell'edificio.
Si voltò al rumore di qualcuno che urinava. Sogghignò e si avvicinò. Era persino
più bello, poter crivellare Bamber in quella posizione.
La porta era socchiusa. Riusciva a vedere uno spiraglio di luce e Bamber con le
gambe divaricate di fronte al water. Scorgeva anche un piccolo angoletto del
lavandino, la vasca da bagno e la tenda con dei pesciolini allegri e danzanti, roba
da vomitare.
Sbirciò nello spazio tra la porta e lo stipite. Non c'era nessuno, nascosto là
dietro, così entrò con la SIG all'altezza della testa di Bamber.
«Ehi, amico» lo apostrofò Parker soffocando il riso in gola. «Noah ti manda i
suoi saluti.» Humphry sussultò proprio come Dondie si aspettava, ma invece di
girare il viso verso di lui si accasciò a terra tramortito. Mentre Parker strabuzzava
gli occhi a quella vista, i pesci allegri e danzanti si richiusero come una
fisarmonica. Poi lanciò uno sguardo fulmineo alla donna che lo stava fissando.
Ebbe a malapena il tempo di pensare: E questa chi cazzo è? Noah non mi ha
detto..., che dalla bocca della Lady Hawk uscì una fiammata. Si avvitò su se
stesso in una piroetta sgraziata. Il proiettile lo prese di striscio su una tempia.
Urlò, non per il dolore, ma per la rabbia. Scaricò la pistola sparando una raffica
di colpi, ma aveva gli occhi coperti dal sangue. Non sentiva niente, l'esplosione di
adrenalina ed endorfìna lo avevano reso immune al dolore. Ignorò Bamber,
rannicchiato in posizione fetale sotto il water, e si lanciò sulla donna - una donna,
perdio! - abbattendole il calcio della SIG contro il mento. Moira indietreggiò, ma
andò a sbattere contro il muro piastrellato e scivolò finendo a terra.
Parker ripartì all'attacco. Moira schivò il colpo della SIG, ma il mirino riuscì
comunque a ferirle il naso, e Parker credette di averla in pugno. Stava per darle un
calcio nel plesso solare quando dalla bocca della Lady Hawk uscì un'altra
fiammata. Non sentì niente. Il proiettile gli esplose nell'occhio destro,
staccandogli una parte di testa.
***
Capitolo 30
«Ti rendi conto» disse Bourne, scendendo le scale con il foglio di carta termica
in mano, «che qualcuno potrebbe aver lasciato quest'informazione proprio per
fartela trovare?» «Certo. Potrebbe essere stato Evsen» rispose Karpov.
«Io stavo pensando ad Arkadin.» «Ma la Black River è un suo alleato.» «Anche
Evsen.» Il medico era riuscito a disinfettare il viso di Bourne prima che lui lo
allontanasse. Aveva fermato il sangue e pulito la ferita per evitare ogni possibile
infezione.
«Di Arkadin bisogna ricordare una cosa soltanto: è coerente» sottolineò Bourne.
«Prepara le sue operazioni assicurandosi di avere un paravento dietro cui
nascondersi, persone a cui far dare la caccia al posto suo.» «L'altra possibilità»
suggerì Boris, «è che stia facendo fuori i suoi alleati a uno a uno.» Avevano ormai
oltrepassato l'ingresso ed erano usciti sotto il sole rovente del pomeriggio. Il
traffico era bloccato e i passanti si radunavano a fissare increduli quegli uomini
armati fino ai denti.
«Ma c'è un'altra domanda a cui rispondere» ragionò Karpov mentre salivano sul
minibus. «Cosa c'entra Arkadin? Perché la Black River dovrebbe aver bisogno di
lui?» «Un'idea ce l'ho: Arkadin si trova nel Nagorno-Karabakh, un'area remota
dell'Azerbaigian dominata da capi-tribù islamici. Proprio come i terroristi della
Legione Nera» suggerì Bourne.
«E come sarebbero coinvolti?» «Questo dovremmo chiederlo ad Arkadin»
ribatté Bourne. «E per farlo andremo in Azerbaigian.» Karpov ordinò al suo
tecnico informatico di trovare delle foto satellitari in tempo reale, così da capire
quale fosse il modo migliore per arrivare laggiù.
L'informatico ingrandì un'immagine. «Aspettate un attimo» gridò. Le sue dita
correvano sulla tastiera.
«Che c'è?» chiese Karpov impaziente.
«Un aereo è appena decollato dalla zona che avete richiesto.» Il tecnico passò a
un altro portatile e digitò un sito diverso. «E un jet della Air Afrika, colonnello.»
«Arkadin!» esclamò Bourne. «Dov'è diretto?» «Un secondo.» L'informatico si
spostò su un terzo computer. «Possiamo scoprirlo dalla rotta che segue.» Le sue
dita ripresero a correre sulla tastiera. Poi tornò al primo computer dove apparve
l'immagine di una distesa di terra. Lo zoom si fece meno dettagliato e il tecnico
indicò una zona nel quadrante in basso a destra.
«Qui» disse. «Shahrake Nasiri-Astara, vicino al Mar Caspio, nel nord dell'Iran.»
«Cristo santo, ma che diavolo c'è, in quel posto sperduto?» Il tecnico passò al
secondo computer e scorse i risultati della ricerca appena inserita. Erano pochi,
ma in uno di loro c'era la risposta che cercavano. L'uomo alzò lo sguardo e fissò il
viso del comandante. «Tre enormi pozzi di petrolio e l'inizio di un oleodotto
internazionale.» «Devi andartene.» Gli occhi di Amun Chalthoum brillavano nella
penombra dell'antico forte. «Adesso.» Soraya rimase sorpresa. Passò un minuto
prima che rispondesse. «Amun, credo tu mi stia confondendo con qualcun altro.»
Amun la prese per un gomito. «Non sto scherzando. Vattene. E subito!» Soraya si
liberò dalla presa. «Non sono mica tua figlia! Non vado proprio da nessuna
parte.» «Non metterò a rischio la vita della donna che amo» le confessò. «Non in
una situazione come questa.» «Non so se sentirmi offesa o lusingata. Forse tutt'e
due le cose.» Scosse la testa. «Comunque, siamo venuti qui per me, te ne sei
dimenticato?» «Io non dimentico niente.» Chalthoum stava per continuare,
quando Yusef si intromise.
«Pensavo aveste pianificato di farvi raggiungere qui.» «E infatti è così, ma non
avevamo preso in considerazione l'idea di rimanere intrappolati.» «E troppo tardi
per i rimpianti» sussurrò Yusef. «Il nemico è entrato nel forte.» Chalthoum
sollevò quattro dita per far sapere a Yusef quanti erano.
Soraya strappò un pezzo della camicia di uno dei due uomini e raccolse un po' di
calce viva in quel sacchetto improvvisato.
Raggiunsero l'entrata. «Dovremmo restare qui» propose Soraya.
I due uomini si voltarono e Amun la guardò come se fosse impazzita. «Finiremo
in trappola!» «Siamo già in trappola» disse lei. Fece dondolare il sacchetto avanti
e indietro. «Almeno qui abbiamo una posizione di vantaggio.» Poi fece un gesto
con il mento. «Si sono già divisi. Ci prenderanno prima ancora che riusciamo ad
arrivare a uno solo di loro.» «La direttrice ha ragione» osservò Yusef. Chalthoum .
lo guardò infuriato. Avrebbe voluto spaccargli la faccia.
«Amun, rassegnati. E così e basta» gli disse infine Soraya.
Tre dei quattro uomini si erano nascosti nell'ombra e aspettavano, all'erta. Il
quarto, il battitore, si muoveva con attenzione da una stanza all'altra, attraverso
spazi abbandonati ricavati nella sabbia. Il vento fischiava costante nelle sue
orecchie e la sabbia del deserto gli riempiva naso e gola. I granelli trasportati dal
vento si insinuavano nei tessuti e si appiccicavano alla pelle sudata. Il suo
compito era quello di trovare gli obiettivi e portarli nel punto in cui le linee di
fuoco dei suoi compagni si intersecavano. Era prudente, ma non aveva paura. Lo
aveva già fatto molte volte, in passato, e lo avrebbe fatto molte altre ancora prima
di essere messo fuori gioco dalla vecchiaia. Per allora, sarebbe stato così ricco da
far star bene non solo la sua famiglia, ma anche la famiglia dei suoi figli. Gli
americani pagavano bene. Sembrava che i soldi non gli mancassero, e quei pazzi
non cercavano mai di tirare giù il prezzo. I russi, invece, conoscevano bene l'arte
del contrattare. Era uscito stremato da molte negoziazioni con loro. Si
lamentavano sempre di non avere denaro o di non averne abbastanza per dargli il
compenso che richiedeva. Ogni volta bisognava stabilire un prezzo che mettesse
tutti d'accordo prima di iniziare a lavorare sull'obiettivo di turno. Era quello che
gli riusciva meglio. Era anche l'unica cosa per cui era stato preparato, dopotutto.
Aveva controllato più di un quarto del forte, sorpreso di non avere ancora
individuato le sue vittime. Uno di loro era egiziano, almeno così gli era stato
riferito. Gli egiziani non gli piacevano. Ti incantano con le loro parole smielate
che trasudano soltanto menzogne. Sono sciacalli in grado di strapparti la carne
sorridendoti.
Svoltò in un corridoio non molto lungo. Giunto a metà, sentì il ronzio delle
mosche e capì che qualcuno di recente doveva essere morto a pochi passi da lui.
Stringendo la presa sul fucile, proseguì appiattendosi contro la parete. Socchiuse
gli occhi per riuscire a distinguere qualcosa in quel buio. Nei punti in cui il
soffitto o i muri erano crollati, il sole irrompeva violento.
Le mosche erano più vicine. Si fermò tendendo l'orecchio e iniziò a contarne il
numero. Qualsiasi cosa fosse morta là dentro, doveva essere molto grossa. Forse
non era nemmeno una soltanto. Un uomo?
Premette il grilletto. La breve fiammata illuminò l'aria. Era come un animale che
marca il territorio. Se gli obiettivi si trovavano in quella stanza erano in trappola.
La conosceva bene, così come tutte le altre. C'era solo una porta ed era a cinque
passi da lui.
Poi, all'improvviso, comparve una figura umana, e lui sparò quattro colpi in
rapida successione.
Soraya seguì il cadavere di uno degli americani che Amun aveva scagliato fuori
dalla porta. Schivando la pioggia di proiettili, buttò la calce viva in faccia
all'uomo. Nell'attimo in cui l'ossido di calcio entrò in contatto con i liquidi del
corpo, si scatenò una reazione così violenta da procurargli un caldo infernale.
Urlò, gettò a terra la pistola: si sentiva la pelle del viso in fiamme. Cercò di
rimuovere quella sostanza, ma peggiorò soltanto la situazione. Soraya raccolse la
pistola e gli sparò alla testa, mettendo fine alle sue sofferenze.
Richiamò sottovoce Chalthoum e Yusef, che uscirono dalla camera mortuaria.
«E uno è andato» disse. «Ne restano tre.» «Stai bene?» Moira uscì dalla vasca e
aiutò Humphry Bamber ad alzarsi.
«Dovrei chiederlo io a te» replicò inorridito. Poi si voltò per vomitare nel water.
Moira fece scorrere l'acqua fredda nel lavandino, vi immerse un asciugamano e
glielo sistemò dietro il collo. Bamber lo prese e se lo mise sul naso.
«Dài, torniamo in un posto più sicuro» propose Moira.
Bamber annuì come un bimbo smarrito e i due s'incamminarono verso l'uscita.
Quando furono sulla porta, lei si girò a osservare la parete di computer.
«Cos'hai trovato poi? Che cosa c'è nella versione di Bardem che ha Noah?»
Bamber corse verso il portatile e lo staccò. Lo chiuse e se lo mise sottobraccio.
«Per crederci, devi vederlo coi tuoi occhi» le rispose, uscendo di corsa
dall'ufficio.
«Non mi interessano né la Treadstone, né qualsiasi altra cosa riguardi Alex
Conklin!» esclamò Peter Marks.
Willard non sembrava turbato. «Immagino, però, che ti interessi salvare la CIA
da certi figli di puttana» disse, anticipando la risposta di Peter.
«Certo.» Marks porse il bicchiere vuoto a Willard che lo riempì con il whisky
rimasto nella bottiglia. «Hai qualcosa in mente... qualcosa che ha a che fare con la
complicità della Black River con gli omicidi interni e soprattutto con la morte
della direttrice della CIA?» «Errol Danziger è il direttore della CIA.» «Non me lo
ricordare» sottolineò Marks con disprezzo.
«Devo farlo, invece. Lui è un gorilla da quattrocento chili nella piccola casetta
della CIA, e credimi quando ti dico che ridurrà tutti voi giovani gentlemen in
poltiglia se non si fa niente per fermarlo.» «E tu?» «Io sono la Treadstone.»
Marks lo guardò desolato. Forse era il whisky che aveva bevuto, o forse la realtà
che aveva davanti agli occhi, fatto sta che si sentiva lo stomaco sottosopra. «Va'
avanti.» «No» disse Willard con enfasi. «O sei dentro o sei fuori, Peter. E prima di
rispondere sappi che non c'è possibilità di ritorno. Niente ripensamenti. Una volta
che sei dentro ci rimani, costi quel che costi.» Marks scosse la testa. «Ho un'altra
scelta?» «Si può sempre scegliere.» Willard si versò quel che rimaneva del
whisky e ne mandò giù una bella sorsata. «Quello che non si può fare, e questo
vale sia per me sia per te, è guardarsi indietro. Da questo momento in poi il
passato non esiste. Ci muoveremo solo in avanti, nel buio.» «Gesù.» Marks sentì
un brivido corrergli lungo la schiena. «Sembra un patto con il diavolo.» «Molto
divertente.» Willard sorrise. Con un tempismo perfetto tirò fuori un documento di
tre pagine che porse al giovane.
«Che diavolo è?» «Divertente anche questa.» Willard mise una penna sul tavolo.
«E un contratto con la Treadstone. Non è negoziabile e, come puoi leggere alla
clausola tredici, non è revocabile.» Marks diede un'occhiata ai fogli. «E come
potrai farlo valere? Minaccerai di prenderti la mia anima?» Scoppiò in una risata
isterica.
«Santo cielo!» Guardò prima la penna, poi Willard. «Dimmi che hai un piano
per sbarazzarti di Errol Danziger Del Cazzo o mi tiro fuori.» «Tagliare la testa
dell'idra è inutile, ne crescerebbe subito un'altra.» Willard prese in mano la penna
e la porse a Marks. «Mi sbarazzerò dell'idra stessa: il segretario alla Difesa Ervin
Reynolds Halliday.» «Ci hanno già provato in tanti, anche la povera Veronica
Hart.» «Sì, ma pensavano tutti di avere le prove che operasse al di fuori della
legge, zona che Halliday conosce molto meglio di loro. Io ho intenzione di
prendere una nuova strada.» Marks fissò gli occhi di Willard cercando di capire se
parlava sul serio. Alla fine prese in mano la penna e disse: «Non mi importa quale
strada prendiamo, purché Halliday finisca spiaccicato sull'asfalto».
«Domani mattina» gli sorrise Willard, «questo sentimento deve essere altrettanto
vivo dentro di te.» «E odore di zolfo, quello che sento?» Marks tentò di ridere. La
sua risata, però, era irrequieta.
«Lo conosco.» Yusef tolse con lo stivale la calce viva dal volto dell'uomo. «Si
chiama Ahmed, è un killer mercenario che di solito lavora per gli americani o per
i russi» grugnì. «Ogni tanto anche per tutti e due insieme.» Chalthoum corrugò la
fronte. «Ha lavorato per gli egiziani in passato?» Yusef scosse la testa. «Non che
io sappia.» «Non mi dice niente.» Soraya continuò a esaminare quel che rimaneva
della faccia di quell'uomo. «Non mi ricordo di aver letto il suo nome in nessuno
dei tuoi rapporti.» «Non mi fiderei di questo sacco di merda neanche per farmi
portare un pezzo di pane» rispose, arricciando il labbro superiore. «Oltre a essere
un assassino di professione, è un ladro e un bugiardo. E sempre stato così fin da
piccolo.» «Ricordatevi» disse Chalthoum guardando Soraya di traverso, «che ne
voglio almeno uno vivo.» «Una cosa alla volta» lo tranquillizzò lei. «Pensiamo
prima a uscirne vivi noi.» Amun stava ancora cercando di togliersi l'odore di calce
da dosso, così Soraya si ritrovò in testa al gruppo e, di nuovo, la cosa lo infastidì.
Da quando erano arrivati a Khartoum il senso di protezione che provava nei
confronti di lei era aumentato a dismisura, e lei però ne sembrava imbarazzata.
Forse era per il fatto di trovarsi lontano dall'Egitto. Dopotutto erano in un
territorio sconosciuto.
Soraya si sentì chiamare sottovoce, ma riuscì a resistere all'istinto di voltarsi.
Andò avanti decisa, chinandosi per non farsi vedere, e arrivò fino al primo cortile.
Sia sul muro di destra sia su quello di sinistra c'erano dei punti ottimi per i
cecchini. Sparò un colpo in direzione di ciascuno di essi, ma nessuno rispose al
fuoco. La calibro .45 che aveva preso all'uomo era ormai scarica, così tirò fuori la
Glock che gli aveva dato Yusef. Attraversò quella distesa dall'aspetto sinistro,
mantenendosi nelle zone d'ombra prodotte dalle alte mura. Non si guardò alle
spalle nemmeno una volta, certa che Amun e Yusef non fossero molto lontani,
pronti a coprirla in caso di bisogno.
Alcuni secondi dopo si trovò di fronte a un altro cortile, più grande del primo e
persino più inquietante. Sparò verso i punti strategici, ancora senza risultato.
«Ce n'è un altro soltanto» la informò Yusef. «E più piccolo, ma dato che si trova
nella parte frontale si può difendere da più parti.» Soraya si rese conto che non ce
l'avrebbero mai fatta a raggiungere vivi nessuno dei parapetti.
«E adesso?» chiese ad Amun.
Yusef non gli lasciò il tempo di pensare. «Ho un'idea. Conosco Ahmed da
quando sono nato, credo di riuscire a imitare la sua voce.» Guardò prima
Chalthoum e poi Soraya. «Posso provarci?» «Non vedo che male possa fare»
disse Chalthoum, ma Yusef rimase immobile ad aspettare il consenso di Soraya.
Si accovacciò nella zona in cui il corridoio sfociava nel cortile coperto
dall'ombra, e alzò la voce.
«Sono Ahmed... per favore, sono ferito!» Rispose soltanto la suo eco. Si voltò
verso Soraya. «Svelta» le sussurrò, «dammi la camicetta!» «Prendi la mia»
intervenne Chalthoum guardandolo in cagnesco.
«E meglio la sua. Vedranno che è quella di una donna.» Soraya si sbottonò la
camicetta a maniche corte e la passò a Yusef.
«Li ho uccisi!» gridò Yusef con la voce di Ahmed. «Guardate qua! » La
camicetta si posò sui ciottoli del cortile come un uccello che si sistema nel nido.
«Se li hai uccisi» si levò una voce dalla loro sinistra, «vieni fuori!» «Non posso»
rispose Yusef, «ho una gamba rotta. Mi sono trascinato fin qui, ma sono caduto e
non riesco a fare un passo di più! Per favore, ragazzi, venitemi a prendere prima
che muoia dissanguato!» Per un po' non successe niente. Yusef stava per gridare
di nuovo, ma Chalthoum lo avvertì di restare in silenzio.
«Non esagerare» gli sussurrò. «Sii paziente.» Passò dell'altro tempo, difficile
stabilire quanto. Nella situazione in cui si trovavano il tempo sembrava fondersi
come plastica. Alla fine, notarono un movimento sulla destra. Si intravidero due
uomini scendere fino al livello del cortile. Procedevano circospetti, mantenendo il
fianco rivolto verso l'entrata dell'atrio. Del terzo uomo, quello che aveva parlato
con Yusef, non c'era traccia. Di sicuro li stava coprendo dalla sinistra.
Chalthoum fece un cenno a Yusef, che si distese a terra in modo che i due
potessero vedere una gamba sollevata sopra l'altra. Soraya e Chalthoum fecero
qualche passo indietro verso la zona buia.
«Eccolo!» gridò uno dei due uomini a quello che li copriva. «Riesco a vedere
Ahmed! E caduto, come ci ha detto!» «Non ci sono altri movimenti» arrivò la
voce del capo dal parapetto. «Andate a prenderlo, ma fate presto!» I due si
chinarono e si misero a correre per raggiungere Yusef.
«Fermi!» urlò il loro capo. I due obbedirono e si sedettero sulle cosce con i
fucili pronti e gli occhi avidi fissi sul compagno caduto.
Ci fu un movimento sulla sinistra. Il terzo uomo aveva abbandonato il nido. I
suoi passi risuonarono pesanti sopra i ciottoli.
«Ahmed» sussurrò uno dei due uomini, «stai bene?» «No» rispose Ahmed. «Il
dolore alla gamba è insopportabile, è...» Aveva già detto troppo, però, e a distanza
ravvicinata l'inganno non poteva reggere. L'altro uomo fece un passo indietro.
«Che succede?» chiese il compagno, puntando il fucile verso l'entrata dell'atrio.
«Non è Ahmed.» In quel momento Chalthoum e Soraya uscirono allo scoperto,
sparando. I due accovacciati vennero colpiti all'istante, e Chalthoum allontanò le
armi finite a terra. Il loro capo esplose un colpo nel tentativo estremo di cercare
un riparo, e Amun finì a terra.
Soraya, correndo, mirò al capo, ma fu Yusef a colpirlo al petto. L'uomo ruotò su
se stesso e cadde in una pozza di sangue. Soraya lo raggiunse.
«Controlla Amun!» gridò a Yusef, fermandosi a raccogliere il fucile dell'uomo.
Respirava ancora, anche se a fatica. I polmoni si erano salvati.
Soraya si accovacciò vicino a lui. «Chi ti manda?» Il capo del gruppo alzò lo
sguardo e le sputò in faccia.
In un attimo fu raggiunta dagli altri due. Amun si era beccato un proiettile nella
coscia, ma era passato da parte a parte e la ferita sembrava pulita. Legò ben stretta
la zona sopra il foro utilizzando un pezzo della camicia di Soraya.
«Stai bene?» gli chiese lei.
Amun annuì nel suo solito modo severo.
«Gli ho domandato chi è che lo manda» disse Soraya, «ma non parla.» «Va' con
Yusef a controllare gli altri due.» Chalthoum fissò l'uomo caduto.
Soraya conosceva bene quello sguardo determinato. «Amun...» «Dammi solo
cinque minuti.» Avevano bisogno di quell'informazione, su questo non c'era da
discutere. Soraya annuì malvolentieri e con Yusef si incamminò verso i due
uomini. Non c'era molto da controllare. Entrambi erano stati colpiti da più di un
proiettile al petto e all'addome. Nessuno dei due era sopravvissuto. Raccogliendo i
fucili, sentirono un pianto smorzato che li fece rabbrividire.
Yusef si voltò verso Soraya. «Quel tuo amico egiziano... ci si può fidare?»
Soraya fece cenno di sì, disgustata da quello che Amun stava facendo con il suo
consenso. Calò il silenzio, rotto soltanto dalla voce disperata del vento che
ululava in quelle stanze abbandonate. Poco dopo Chalthoum tornò verso di loro.
Zoppicava, e Yusef gli passò un fucile su cui appoggiarsi.
«I miei nemici non c'entrano niente» riferì. «Questi uomini sono stati mandati
dagli americani, da uno con un nome ridicolo, Triton. Ti dice niente?» Soraya
scosse la testa.
«Questi invece potrebbero dirti qualcosa.» Vide quattro piccoli oggetti metallici
di forma rettangolare appesi a un cordoncino. «Li ho trovati al collo del capo.»
Soraya li esaminò. «Sembrano medagliette per cani.» «Mi ha detto che
appartenevano ai quattro americani giustiziati qui. Sono stati questi bastardi a
ucciderli.» Soraya non ne aveva mai visti di simili. Invece di avere nome, grado e
matricola, riportavano incisi al laser quelli che sembravano...
«Sono criptati!» gridò Soraya con il cuore che le martellava in petto.
«Potrebbero essere le chiavi per scoprire chi ha lanciato il Kowsar 3 e per quale
motivo.»
Capitolo 31
Leonid Danilovic Arkadin faceva avanti e indietro nell'area passeggeri dell'aereo
della Air Afrika che era stato mandato nel Nagorno-Karabakh per prendere lui e i
suoi uomini. Sapeva quale sarebbe stata la destinazione: Iran. Noah Perlis era
certo che lui non conoscesse il luogo preciso, ma si sbagliava. Come molti
statunitensi nella sua posizione, si credeva più scaltro di tutti, e capace di
manipolare chiunque non fosse americano. Da dove gli venisse questa
convinzione rimaneva un mistero ma, avendo passato molto tempo a Washington,
Arkadin si era fatto qualche idea. La sensazione d'isolamento tutta americana era
stata scossa parecchio dagli eventi del 2001, ma non quella di essere privilegiati e
di avere più diritti degli altri. Aveva passato molto tempo nei ristoranti degli Stati
Uniti origliando le conversazioni che vi si tenevano. Faceva parte
dell'addestramento della Treadstone. Allo stesso tempo, però, ascoltava i
neoconservatori, uomini di potere, ricchi e influenti, convinti di possedere la
chiave per comprendere il funzionamento del mondo. Per loro era tutto semplice,
come se nella vita ci fossero soltanto due variabili: l'azione e la reazione, che loro
non soltanto erano in grado di capire, ma persino di prevedere. E se le reazioni
non corrispondevano a quello che avevano previsto, le squadre di esperti, quando
i loro piani andavano in fumo, invece di ammettere gli errori commessi
raddoppiavano gli sforzi, come travolti da un'ondata di amnesia. Secondo lui era
la pazzia, a renderli sordi e ciechi davanti agli eventi.
Forse, pensava, controllando e ricontrollando che i suoi uomini e le loro
attrezzature fossero pronti, Noah era l'ultimo di quegli uomini, un dinosauro
inconsapevole che la sua èra volgeva al termine, che i ghiacciai che si erano
formati all'orizzonte erano pronti a sommergerlo.
Proprio come Dimitrij Ilinovic Maslov.
«Quella donna deve tornare indietro» disse Dimitrij Ilinovic Maslov, «lei e le
sue tre figlie. Altrimenti non ci potrà essere tregua con Lev Antonin.» «Da quando
tu, il capo della Kazanskaja, prendi ordini da un pezzo di merda come Lev
Antonin?» replicò Arkadin.
Arkadin ebbe la sensazione che Tarkanian, in piedi da una parte, fosse
indietreggiato di un passo. In quel posto la musica era altissima. Nella Pasha
Room del Propaganda, un elitnyj club di Mosca, c'erano soltanto altri due uomini,
entrambi scagnozzi di Maslov. Tutti gli altri avventori, più di una decina, erano
giovani donne bionde, dalle gambe molto lunghe e il seno prorompente, belle e
desiderabili. Il genere di ragazza che definivano tyolka. Erano vestite, o meglio,
semivestite, con abiti provocanti: minigonne, bikini, top trasparenti, abiti con
scollature vertiginose o con la schiena scoperta. Anche le ragazze in costume da
bagno indossavano tacchi altissimi ed erano molto truccate. Qualcuna tornava
controvoglia a scuola ogni mattina.
Maslov guardò Arkadin con un'espressione dura, pensando di poterlo intimidire
semplicemente con lo sguardo, come succedeva con chiunque altro. Stavolta,
però, Maslov si sbagliava, e non gli piaceva avere torto. Mai.
Fece un passo verso Arkadin, un passo molto aggressivo se non minaccioso, e
arricciò il naso. «Che cos'è quest'odore di legna bruciata? Fai per caso anche il
boscaiolo?» Arkadin aveva portato Joskar nella fitta pineta che si trovava a otto
chilometri dalla cattedrale ortodossa. La donna teneva in braccio Jasa, mentre lui
portava l'ascia che aveva preso dal bagagliaio della macchina. Le tre bambine
procedevano in fila indiana, piangendo e singhiozzando.
Mentre il gruppetto si allontanava dalla macchina Tarkanian aveva gridato:
«Mezz'ora, poi me ne vado!».
«Lo farebbe davvero?» gli aveva chiesto la donna.
«Ti importa?» «No, se tu sei con me.» O almeno è quello che Arkadin credette
di sentire. Aveva parlato talmente piano che il vento si era portato via le sue
parole non appena le aveva pronunciate. Sotto il primo strato congelato, la neve
era morbida come panna. Sopra di loro, il cielo sembrava soffice come il cappotto
di Jasa.
Quando arrivarono a una piccola radura, la donna posizionò il bambino su un
letto di aghi di pino innevati.
«La foresta gli è sempre piaciuta» disse. «Mi chiedeva sempre di portarlo a
giocare sulle montagne.» Mentre raccoglieva dei rami secchi e li spezzava,
Arkadin ripensò ai suoi rari viaggi sulle montagne di Niznij Tagil, l'unico posto in
cui potesse respirare a pieni polmoni senza che il peso oppressivo dei suoi
genitori e della sua città gli rovinassero lo spirito e gli inaridissero il cuore.
Nel giro di venti minuti Arkadin aveva preparato un falò. Le bambine avevano
smesso di piangere, le lacrime si erano congelate in piccoli cristalli sulle loro
guance rubiconde. Mentre guardavano affascinate le fiamme levarsi al cielo, le
lacrime si sciolsero per il calore.
Joskar consegnò Jasa nelle mani di Arkadin, recitando intanto preghiere nella
sua lingua nativa. Teneva le figlie vicine mentre intonava le parole che a mano a
mano si trasformarono in una canzone, e la sua voce salì attraverso i rami dei pini,
fino a riecheggiare nelle nuvole che incombevano su di loro. Arkadin si chiese se
le fate, gli elfi, gli dèi e i semidèi delle storie di Joskar fossero in qualche modo
vicini e stessero assistendo a quella cerimonia con la tristezza negli occhi.
Alla fine, Joskar riferì ad Arkadin le parole che avrebbe dovuto ripetere mentre
posizionava Jasa sulla pira funebre. Le bambine iniziarono di nuovo a piangere
vedendo il corpo del loro fratellino consumato dalle fiamme. E infine Joskar
recitò l'ultima preghiera. Arkadin non aveva idea di quanto tempo fosse passato,
ma quando uscirono dalla foresta di pini e tornarono nella civiltà, Tarkanian e la
macchina erano ancora al loro posto ad aspettarli.
«Io le ho fatto una promessa» disse Arkadin.
«A chi? A quella fabbrica di mocciosi?» lo derise Maslov. «Sei più stupido di
quanto sembri.» «Sei stato tu a rischiare la vita di due dei tuoi uomini, di cui uno,
tra l'altro, incompetente, per riportarmi qua.» «Esatto, stronzo, non per riportare te
e quattro civili che appartengono a qualcun altro.» «Parli come se fossero delle
bestie.» «Vaffanculo! Lev Antonin li rivuole a casa e noi glieli manderemo.»
«Sono responsabile della morte del figlio.» «Sei stato tu a uccidere quel piccolo
bastardo?» Maslov ormai stava quasi urlando. La guardia del corpo si avvicinò,
ma nessuna tyolka si azzardava a gettare sguardi languidi in quella direzione.
«No.» «E allora non sei responsabile della morte di nessuno. Fine della storia!»
«Le ho promesso che non sarebbe mai più tornata da suo marito. Ne è
terrorizzata. La ucciderà di botte.» «Ma che cazzo me ne frega?» Gli occhi di
Maslov sembravano sputare scintille. «Ho la mia attività da portare avanti, io.»
«Capo, forse dovresti...» tentò di intervenire Tarkanian.
«Che cosa? Anche tu ti metti a dire cosa dovrei fare? Vaffanculo! Ti avevo
chiesto una cosa soltanto, facile facile: andarmi a prendere questo moccioso a
Niznij Tagil. E cosa succede? Il moccioso picchia a sangue Oserov e tu ti
ripresenti carico come un mulo, con un sacco di problemi di cui non ho proprio
bisogno.» Dopo aver zittito Tarkanian, Maslov tornò a occuparsi di Arkadin. «E tu
faresti meglio a mettere la testa a posto o ti rispedisco in quel cesso da cui sei
venuto fuori.» «Sono responsabile per tutte e quattro» insistette Arkadin con
calma. «E mi prenderò cura di loro.» «Ma sentitelo!» sbraitò Maslov con la faccia
paonazza. «E per caso morto qualcuno lasciandoti in eredità il ruolo di capo? Chi
ti ha detto che hai diritto di parola su quello che succede qui? Misca, toglimi
questo figlio di puttana da sotto gli occhi, altrimenti lo faccio a pezzi con le mie
stesse mani!» Tarkanian trascinò Arkadin fuori dalla Pasha Room e lo condusse al
bancone della sala principale. Un palco si illuminò come fosse Capodanno, pieno
di ragazze sèminude che allargavano le gambe chilometriche a ritmo di musica.
«Beviamo qualcosa» disse Tarkanian con forzata allegria.
«Non ho voglia di bere.» «Offro io.» Tarkanian guardò il barista. «Dài, amico
mio, una bella sbronza è proprio quello di cui hai bisogno.» «E non venirmi a dire
quello di cui ho bisogno!» alzò improvvisamente la voce Arkadin.
Quella discussione ridicola andò avanti un bel po', raggiungendo livelli che
attirarono l'attenzione di un buttafuori.
«Qual è il problema?» Avrebbe potuto chiederlo a tutti e due, ma dato che
conosceva Tarkanian di vista i suoi occhi si fissarono su Arkadin, il quale gli
riservò uno sguardo velenoso, poi reagì. Lo afferrò e gli sbatté la fronte sul bordo
del bancone. I bicchieri tremarono e alcuni caddero a terra. Continuò finché
Tarkanian non riuscì a tirarlo via.
«Io non ho nessun problema» disse Arkadin al buttafuori stordito e insanguinato.
«Ma non si può dire lo stesso di te.» Tarkanian lo spinse fuori dal locale per
evitare che combinasse altri danni.
«Se pensi che mi metterò a lavorare per quella montagna di merda» disse
Arkadin, «ti sbagli di grosso.» Tarkanian alzò le mani. «Va bene, va bene. Non
lavorerai per lui.» Lo guidò verso l'uscita e lo portò in strada, lontano dal locale.
«Anche se, a essere sincero, non so come potrai guadagnarti da vivere. Mosca è
diversa...» «Non resterò a Mosca» disse Arkadin; mentre parlava il fiato gli si
condensava in nuvolette di vapore. «E porterò con me anche Joskar e le bambine,
e...» «E cosa? Dove andrete? Non hai soldi, non hai prospettive, niente di niente.
Senza pensare poi alle bambine, cosa mangeranno?» Tarkanian scosse la testa.
«Segui il mio consiglio, dimenticati di loro. Appartengono al tuo passato, a
un'altra vita. Ormai ti sei lasciato Niznij Tagil alle spalle.» Fissò Arkadin negli
occhi. «E quello che sognavi da una vita, no?» «Non permetterò che gli uomini di
Maslov le riportino indietro. Tu non sai com'è fatto Lev Antonin.» «A Maslov non
importa niente.» «Che Maslov vada affanculo!» «Ma davvero non capisci? Mosca
appartiene a Dimitrij Maslov e alla gente come lui. Hanno le mani in pasta
dappertutto: sulla città, sulla Borsa e sulla vodka. Questo significa che anche
Joskar e le bambine appartengono a lui.» «Joskar e le bambine non fanno parte di
questo mondo.» «Sì, invece» replicò Tarkanian, «dal momento in cui le hai
portate qui.» «Non sapevo quello che facevo.» «Be', questo è chiaro. Ma devi
affrontare la realtà: quel che è fatto è fatto.» «Ma ci deve pur essere una via
d'uscita.» «Anche se tu avessi dei soldi, o meglio, anche se io fossi così stupido da
darteli, cosa risolveresti? Maslov sguinzaglierebbe i suoi scagnozzi. Anzi,
considerando il modo in cui l'hai provocato potrebbe venire a cercarti di persona.
Non credo sia quello che desideri per quelle ragazze.» «Ma non capisci? Io non
voglio che tornino da quel figlio di puttana.» «Hai mai pensato che potrebbe
essere la soluzione migliore?» «Ma sei impazzito?» «Tu stesso hai detto
cheJoskar ti ha raccontato che Lev Antonin ha promesso di proteggere lei e i suoi
figli. Lo sai che non è russa, e le bambine hanno il suo stesso sangue. Se questo
segreto salta fuori, quella donna non potrà più condurre un'esistenza normale tra i
russi. Guarda in faccia la realtà: non puoi proteggerla da Maslov. A Niznij Tagil
saranno al sicuro. Nessuno si azzarderà a offenderla, perché temono suo marito. E
poi, ascolta, è abbastanza sveglia da raccontare al marito che lei e le bambine
sono state rapite in modo da consentirti di uscire senza problemi dalla città. E
probabile che non alzerà un dito su di lei.» «Certo, fino a quando non sarà
ubriaco, o depresso, o semplicemente di cattivo umore.» «E la sua vita, non la tua.
Leonid Danilovic, ti sto parlando da amico. Questa è l'unica soluzione. Sei
riuscito a scappare da Niznij Tagil... Non tutti hanno questa fortuna.» Il fatto che
Tarkanian stesse dicendo la verità fece infuriare Arkadin ancora di più. Il
problema era che non sapeva cosa farsene di quella rabbia, così iniziò a
interiorizzarla. Voleva sopra ogni cosa vedere Joskar, voleva di nuovo tenere in
braccio la più piccola delle sue tre figlie, sentirne il calore e il battito del
cuoricino. Ma sapeva che era impossibile. Se l'avesse vista di nuovo non sarebbe
mai stato in grado di lasciarla partire. Gli uomini di Maslov l'avrebbero di certo
ucciso, eJoskar sarebbe stata rispedita da Lev Antonin. Si sentiva in trappola, un
gatto che si morde la coda.
Era colpa di Dimitrij Maslov. In quel preciso istante Arkadin si ripromise che
gliel'avrebbe fatta pagare a tutti i costi. Avesse dovuto aspettare tutta la vita, la
morte di quell'assassino sarebbe giunta soltanto dopo che fosse stato privato di
tutto ciò che aveva di più caro.
Due giorni dopo si nascose nelle ombre accanto alla strada per guardare Joskar e
le tre bambine che salivano su una grande Zil nera. Tarkanian era al suo fianco,
sia per confortarlo sia per proteggerlo da eventuali follie dell'ultimo minuto. Oltre
all'autista, c'erano anche due scagnozzi di Maslov. Le bambine, spaventate, si
lasciarono caricare sulla macchina docili come agnellini al macello.
Joskar si fermò, mise le mani sopra il tettuccio, un piede già nella vettura, e si
guardò intorno. Arkadin non vide lo sguardo disperato che si aspettava, ma
un'espressione di infinita tristezza che gli bruciò la pelle, così come le fiamme
avevano fatto con quella di Jasa. L'aveva ingannata, non aveva mantenuto la sua
promessa.
Nella sua mente risuonarono le parole della donna come se gli stesse parlando in
quel momento: «Non farmi tornare da lui».
Lei gli aveva dato tutta la sua fiducia, e ora non aveva più niente.
La donna si piegò, e Arkadin non la vide più. Lo sportello si chiuse sbattendo,
l'autista mise in moto e la Zil partì, e così anche lui non aveva più niente.
Quei pensieri gli tornarono in mente in modo ancora più crudele quando sei
settimane dopo Tarkanian lo informò che Joskar aveva sparato al marito, poi
aveva rivolto la pistola verso le tre figlie e infine si era suicidata.
***
Capitolo 32
Shahrake Nasiri-Astara, finalmente! Noah Perlis era stato in parecchi posti
esotici, ma mai in quest'area nordoccidentale dell'Iran. In effetti, a parte le torri
imponenti dei pozzi di petrolio e le polveri sospese che ne derivavano, aveva un
aspetto così ordinario che lo si sarebbe potuto scambiare per l'Arkansas.
Comunque Noah non aveva tempo per annoiarsi. Solo un'ora prima aveva
ricevuto una chiamata dalla Black River che lo informava che Dondie Parker,
l'uomo che aveva mandato a uccidere Humphry Bamber, non era rientrato dopo la
missione, come invece avrebbe dovuto fare. Questo significava due cose: Bamber
era ancora vivo e aveva mentito sul fatto che era riuscito a liberarsi di Moira,
perché quel buono a nulla non sarebbe mai stato in grado di sbarazzarsi di Dondie
Parker da solo. Quindi, cosa ancora più importante, era possibile che la nuova
versione di Bamber fosse stata contaminata in un modo che non sarebbe mai
riuscito a scoprire.
Per fortuna la sua innata paranoia che lo costringeva a fare una copia di qualsiasi
cosa lo aveva indotto a farne una anche del suo computer. Per il momento non era
necessario far sapere ai suoi nemici che li aveva beccati con le mani nel sacco.
Spense il computer su cui Bamber aveva caricato il programma contaminato e
accese il secondo portatile su cui era installata la versione precedente di Bardem.
Si sedette su una sedia da campo dentro una tenda. Pensò che anche Giulio
Cesare doveva essersi seduto a quel modo, secoli prima, per pianificare le sue
vittoriose campagne militari. Al posto della mappa della Gallia disegnata a mano
da cartografi greci, Noah aveva un software, progettato appositamente per lui, che
analizzava quella parte di pianeta ricca di petrolio. Cesare, uno dei più brillanti
generali della storia, avrebbe capito subito cosa stava facendo. Questo era fuor di
dubbio.
Bardem stava esaminando in contemporanea tre scenari diversi in alcuni piccoli
ma fondamentali dettagli. Molto dipendeva da come avrebbe reagito all'incursione
il governo iraniano, sempre che fosse riuscito ad accorgersene in tempo. Quello
era il vero problema: il tempismo. Un conto era essere sul territorio iraniano, e un
altro era intraprendere una campagna militare. Il punto di forza di Pinprick era
che non lasciava grandi tracce, da lì il nome: Pinprick, «puntura di spillo». Come
fa un elefante a sentire una puntura di spillo? Di certo non se ne sarebbe accorto.
Tuttavia Noah non poteva essere altrettanto sicuro che il governo iraniano non
avrebbe sentito la piccola puntura finché non fossero arrivati Arkadin e i suoi
venti uomini per iniziare a deviare l'oleodotto.
L'obiettivo finale di Pinprick era sempre stato il petrolio iraniano che si trovava
sotto quei campi a Shahrake Nasiri-Astara. Non c'era nient'altro che valesse
qualcosa, in quella zona. In questo stava la genialità del piano di Danziger:
confiscare quei campi di petrolio camuffando l'azione con una più vasta
incursione da parte degli Stati Uniti e delle nazioni civilizzate alleate in risposta
all'attacco iraniano. Se gli iraniani erano riusciti ad abbattere un velivolo
americano nello spazio aereo dell'Egitto, avrebbero potuto benissimo attaccare
aerei di altre nazioni che si opponevano al suo programma nucleare. Su questo si
era incentrato il discorso del presidente alle Nazioni Unite. Si era dimostrato così
convincente da neutralizzare i pacifisti incalliti e le stronzate che dicono i
nullafacenti di tutto il mondo.
Attraverso quella macchinazione avevano dimostrato a tutto il pianeta che l'Iran
era uno Stato canaglia. Era la cosa migliore per tutti. Il regime di quel paese era
una minaccia. Se il resto del mondo aveva bisogno di uno stimolo per alzare il
culo dalla poltrona e prendere le redini in mano... be', loro gliel'avevano offerto.
La particolarità della Black River, quella che la distingueva da tutte le altre
aziende di gestione del rischio, era che riusciva ad alterare i fatti per creare una
realtà che si adattava alle richieste dei clienti. Bud Halliday aveva dato proprio
questo incarico alla Black River, e la NSA stava pagando una fortuna, soldi presi
da fondi fiduciari occulti che non potevano in nessun modo far emergere il nome
del segretario alla Difesa o di qualunque altro membro della NSA. E per quanto
riguardava le tracce, cartacee o meno, nei documenti risultava che il cliente della
Black River era la Good Sheperd Holding, una società per azioni con sede
nell'isola di Islay, nelle Ebridi Interne. Se qualcuno voleva prendersi la briga di
andare a controllare, aveva un ufficio con tre stanze in un edificio in pietra pieno
di spifferi, dove tre uomini e una donna redigevano e gestivano polizze di
assicurazione per le distillerie dislocate nelle varie isole.
Anche il gruppo indigeno e i rapporti con la Black River che Halliday aveva
tanto decantato al presidente facevano parte di Pinprick. In altre parole, erano
usciti dalla fervida immaginazione di Danziger, che sosteneva che la creazione di
un gruppo indigeno fosse di vitale importanza sia per indirizzare il presidente
sulla via della guerra, sia per ottenere fondi illimitati dalla Black River, in modo
da riuscire a coprire le ingenti somme da versare agli alleati: Evsen, Maslov e
Arkadin, tutti e tre pagati dalla Good Sheperd.
Uno degli uomini di Perlis entrò nella tenda per comunicargli che l'aereo su cui
viaggiava Arkadin sarebbe atterrato nel giro di quindici minuti. Non era contento
di essersi dovuto rivolgere a Maslov, non solo perché non si fidava di lui, ma
anche perché lo irritava il fatto che per fare affari con Evsen era dovuto ricorrere a
Maslov. Cosa ancora peggiore, Maslov si era portato dentro Leonid Arkadin, che
Perlis non aveva mai incontrato, ma di cui conosceva il curriculum vitae
impressionante e spaventoso. Impressionante perché non aveva mai fallito una
missione; spaventoso perché era imprevedibile, proprio come Jason Bourne.
Entrambi si erano dimostrati inaffidabili, nessuno dei due aveva rispettato alla
lettera gli ordini che gli erano stati dati. Erano entrambi maestri
dell'improvvisazione, e se questo fattore era determinante nei loro successi, era
anche un incubo per chiunque aveva a che fare con loro.
Pensare ai russi gli riportò alla mente il raid nel quartier generale di Nikolaj
Evsen, a Khartoum. Non era rimasto per vedere chi l'aveva organizzato o cosa
sarebbe successo. Se n'era andato di corsa all'aeroporto, dove lo aspettava un
mezzo leggero della Black River. Quando aveva cercato di contattare Oliver Liss,
si ritrovò a parlare con Dick Braun. Anche Braun faceva parte del triumvirato che
aveva dato vita alla Black River, ma Perlis non aveva mai dovuto rispondere a lui
prima di allora. Braun era contrariato, ma aveva già saputo che il raid era stato
perpetrato da un gruppo di uomini della FSB-2 che avevano seguito i movimenti
di Evsen per oltre due anni. Noah aveva saputo anche che Evsen era rimasto
ucciso, ma quella notizia inaspettata rappresentava un sollievo. Per lui, la morte
del trafficante d'armi significava avere un alleato in meno, e quindi un potenziale
problema di sicurezza in meno da dover risolvere. Non riuscì né a capire, né a
contenere l'ira funesta di Braun nei confronti di Maslov. Secondo Noah, il capo
della grupperovka era soltanto l'ennesimo delinquente russo affamato di soldi.
Prima o poi si sarebbe occupato anche di lui, ma non condivise questo pensiero
con il suo capo perché un commento del genere avrebbe soltanto peggiorato la
situazione. Nessuno dei due però conosceva l'identità dell'americano che si era
infiltrato nell'edificio della Air Afrika poco prima del raid della FSB-2. Ormai era
troppo tardi per curarsi di quell'uomo o di quello che cercava nel quartier generale
di Evsen.
Sfortunatamente per Noah, Braun era bene informato, e prima che riuscisse a
domandargli dove si trovasse Liss gli chiese di aggiornarlo sulla situazione di
Humphry Bamber. Noah rispose che Bardem era più sicuro del solito.
«Significa che è stato fatto fuori?» fece Braun, andando dritto al sodo.
«Sì» mentì Noah, non volendo entrare in quella questione così delicata a un
passo dalla fase finale di Pinprick. Terminò la conversazione prima ancora che
Braun potesse fargli altre domande.
D'un tratto provò una strana preoccupazione per l'assenza di Oliver Liss, ma
aveva problemi più importanti a cui pensare, cioè Bamber. Analizzando di nuovo i
tre scenari ottenne una percentuale di successo del 98, del 97, e del 99 per cento.
La principale incursione militare, come ben sapeva, si sarebbe svolta su due
fronti: sul confine con l'Iraq e su quello con l'Afghanistan. Uno era a sud, l'altro a
est. I tre scenari erano essenzialmente uguali, ma si differenziavano per due
dettagli cruciali: il tempo che Noah e i suoi uomini avrebbero avuto per
assicurarsi i campi di petrolio e deviare l'oleodotto prima che i militari iraniani
intuissero ciò che stava succedendo, e le condizioni in cui sarebbero stati quei
militari nel momento in cui avrebbero scoperto che gli americani erano entrati in
possesso dei pozzi di petrolio. A quel punto, Halliday avrebbe già reindirizzato le
forze americane che dovevano incontrarsi con il gruppo indigeno per offrire il
loro supporto e assicurarsi quell'area.
Nella tenda entrò un'altra persona. Intuendo un aggiornamento sul volo di
Arkadin, Noah alzò lo sguardo e fece un passo avanti, convinto che si trattasse di
Moira. Il cuore gli martellò in petto e l'adrenalina iniziò a correre per tutto il suo
corpo, ma poi si rese conto che era Fiona, un altro membro della sua squadra
d'élite che lo aveva accompagnato in quel viaggio. Fiona, una ragazza dai capelli
rossi, con i tratti gentili e una pelle di porcellana ricoperta di lentiggini, non aveva
niente in comune con Moira, eppure Noah aveva visto proprio lei entrare nella
tenda. Perché ce l'aveva ancora in mente?
Per molti anni aveva creduto di non poter provare niente, a parte il dolore fisico.
Non aveva provato niente quando erano morti i suoi genitori, né quando il suo
migliore amico del college era stato ucciso da un pirata della strada. Si rivide in
piedi sotto il sole mentre la bara veniva inghiottita dalla terra. Tutti piangevano
tranne lui, forse perché era troppo impegnato a fissare il seno prosperoso della sua
compagna di classe Marika DeSoto, chiedendosi perché mai si sentisse in quel
modo.
Era sicuro che ci fosse qualcosa che non andava dentro di lui, qualche elemento
mancante o un collegamento fondamentale con il mondo esterno che gli
permetteva di farsi scorrere tutto addosso come le immagini bidimensionali di uno
schermo. E poi Moira, che lo aveva inspiegabilmente infettato come un virus.
Perché gli importava quello che faceva, o il modo in cui l'aveva trattata quando
era stato il suo capo?
Liss lo aveva messo in guardia da Moira, o meglio, da un'eventuale relazione
con lei, che aveva definito «malsana». «Licenziala e scopatela» gli aveva detto in
un insolito stile comico, «oppure dimenticatela. In ogni caso toglitela dalla testa
prima che sia troppo tardi. Ti è già successo una volta, e i risultati sono stati
disastrosi.» Era già troppo tardi, ecco qual era il problema. Moira era ancorata a
una parte dentro Noah che nemmeno lui riusciva a raggiungere. Era l'unica
persona che nella sua percezione sembrasse tridimensionale, che sembrasse vivere
e respirare davvero. La voleva disperatamente accanto a sé, anche se non aveva
idea di ciò che avrebbe fatto. Ogni volta che se la trovava di fronte si sentiva
come un bambino, perché la sua rabbia gelida e feroce nascondeva la paura e
l'insicurezza. Forse qualcuno avrebbe potuto pensare che desiderasse l'amore di
Moira, ma non essendo in grado di amare nemmeno se stesso non aveva un'idea
chiara di cosa fosse l'amore, di come ci si sentisse a essere innamorati.
Ma in cuor suo sapeva perché bramava questo sentimento. In realtà non amava
Moira. Semplicemente lei gli ricordava un'altra persona, che era vissuta e poi
morta gettando un'ombra sulla sua anima come se fosse un demone... o un angelo,
chissà. Persino in quel momento sentiva di non poter pronunciare il suo nome, e
neppure pensarlo, senza provare... che cosa? Paura, rabbia, confusione? Forse
tutte e tre le cose. Era stata lei a infettarlo, e non Moira. Verità difficile da
accettare: la sua rabbia nei confronti di Moira, che manifestava sotto forma di
desiderio di vendetta, era in realtà rivolta contro se stesso. Si era convinto di aver
sepolto il ricordo di Holly per sempre, ma il tradimento di Moira aveva rotto il
ricettacolo in cui custodiva la sua memoria. Toccò con trepidazione l'anello che
portava al dito indice come se fosse incandescente. Voleva farlo sparire, credere di
non averlo mai visto o di non aver mai scoperto la sua esistenza. Eppure ormai
erano anni che non se lo sfilava. Era come se Holly e l'anello fossero stranamente
fusi insieme, come se, sfidando le leggi della fisica e della biologia, la sua essenza
fosse rimasta in quel cerchietto d'oro. Lo guardò. Una cosa tanto piccola gli aveva
inflitto una sconfitta così schiacciante.
Si sentiva in uno stato febbrile, ora, come se il virus stesse avanzando verso uno
stadio terminale. Fissò la schermata di Bamber con uno sguardo vacuo. «Ricordati
solo queste parole, amico» gli aveva detto Liss, «molto spesso sono proprio le
donne la causa della rovina degli uomini».
Stava andando tutto in frantumi? Non era rimasto altro che smarrimento al
mondo? Spostò il computer da una parte, si alzò e uscì dalla tenda nell'ambiente a
lui estraneo dell'Iran. La ragnatela architettonica formata dagli impianti petroliferi
circondava quella zona come le mura di una prigione. Il suono delle pompe
riempiva l'aria oleosa con il mormorio soffuso e costante di animali meccanici che
vagavano in cerca di prede attorno alle loro gabbie. Lo stridore e il suono
metallico degli autocarri antiquati che cambiavano le marce rovinate riempivano
il pomeriggio, in cui l'odore del greggio era una presenza costante.
E poi, tutti quei rumori vennero sovrastati dalle urla dei reattori dell'aereo della
Air Afrika che apparve nel cielo fosco e chiazzato come un tubo d'argento.
Arkadin e i suoi uomini stavano ormai per atterrare. Presto, l'aria sarebbe stata
carica dei rumori del fuoco tracciante, delle esplosioni e delle granate.
Era ora di mettersi al lavoro.
«E uno scherzo vero?» disse Peter Marks rivolto a Willard, dopo che furono
entrati in un ristorante messicano e aver visto l'uomo seduto da solo sulla
panchina sul retro. A parte quell'uomo, Marks e Willard erano gli unici clienti.
L'ambiente odorava di popcorn e birra.
«Io non faccio scherzi» rispose Willard.
«E un peccato, soprattutto in questo momento.» «Non chiedermi di fare di
meglio» ribatté aspro Willard, «perché non ci riesco.» Erano in una parte della
Virginia che Marks non conosceva. Non aveva idea che i ristoranti messicani
servissero anche la colazione. Willard gli fece cenno di seguirlo sul retro.
L'uomo sulla panchina indossava un vestito blu scuro fatto su misura, una
camicia celeste e una cravatta blu navy a pois bianchi. Sul risvolto sinistro aveva
una spilla con la riproduzione della bandiera americana. Beveva qualcosa con un
rametto verde che fuoriusciva dal bicchiere. Un whisky alla menta, avrebbe detto
Marks, se non fossero state le sette e mezza del mattino.
Nonostante la pressione di Willard, Marks era titubante. «Quell'uomo è il
nemico, è l'anticristo in persona per la comunità dell'intelligence. La sua società si
prende gioco della legge, fa tutto quello che noi non possiamo fare e viene pure
strapagata per questo. Mentre noi lavoriamo come schiavi nel ventre della bestia
pieno di merda, lui se ne va in giro bello bello a bordo dei Gulfstream VI.» Scosse
la testa, scettico. «Davvero, Freddy, non credo di poter fare una cosa del genere.»
«"Non mi importa quale strada prendiamo, purché Halliday finisca spiaccicato
sull'asfalto..." non hai forse detto così?» Willard sorrise con aria di vittoria. «Vuoi
vincere questa guerra o preferisci vedere il sogno del Grande Vecchio nel cestino
dei rifiuti della NSA?» Il suo sorriso si fece incoraggiante. «Dopo aver servito
tutto questo tempo in quello che tu chiami il ventre della bestia pieno di merda,
forse è ora che tu risalga all'aria aperta. Andiamo. La prima impressione è
violenta, poi ci si abitua.» «Me lo prometti, papi?» Willard sghignazzò. «Bravo,
questo è lo spirito giusto.» Prese Marks sottobraccio e lo guidò sul pavimento di
linoleum. Mentre si avvicinavano alla panchina, l'uomo solitario sembrava
studiarli. Con i capelli scuri e ondulati, la fronte ampia e i tratti virili, lo si poteva
scambiare per una star del cinema. Veniva subito in mente Robert Forster, ma
assomigliava anche a qualcun altro, Marks ne era sicuro.
«Buongiorno signori. Prego, sedetevi.» Oliver Liss non aveva solo l'aspetto della
star hollywoodiana, ma, anche la voce. Era profonda e ricca, usciva dalla gola con
una potenza controllata. «Mi sono preso la libertà di ordinare qualcosa da bere.»
Alzò il bicchiere alto e ghiacciato, mentre altri due venivano serviti davanti a
Marks e a Willard. «E tè freddo con cannella e noce moscata.» Ne bevve un sorso,
invitando gli altri a fare lo stesso. «Si dice che la noce moscata sia psichedelica,
se assunta ad alte dosi.» Il suo sorriso riuscì a trasmettere l'idea che avesse già
sperimentato quella teoria con successo.
A dire il vero ogni cosa di Oliver Liss trasudava successo. Altrimenti lui e i suoi
due soci non sarebbero mai riusciti a creare la Black River, grazie ai fondi
fiduciari e a tanta fortuna. Mentre Marks sorseggiava il suo tè, sentì di avere un
covo di vipere nello stomaco. In cuor suo malediva Willard per non averlo
preparato a quell'incontro. Cercò di ricordare qualunque cosa avesse letto o
sentito su Oliver Liss, ma si stupì di quante poche informazioni avesse. Per prima
cosa, quell'uomo si teneva bene alla larga dai riflettori, il volto pubblico della
Black River era infatti uno dei suoi soci, Kerry Mangold. Inoltre, si sapeva
proprio poco sul suo conto.
Una volta aveva inserito il suo nome su Google ed era apparsa una biografia
stringatissima. Orfano, era stato dato in affidamento a diverse famiglie di Chicago
fino all'età di diciotto anni, quando ottenne il primo lavoro a tempo pieno con un
imprenditore edile. Quell'imprenditore doveva avere sia i contatti sia il potere,
perché in men che non si dica Liss si ritrovò a lavorare nella campagna elettorale
del senatore per il quale l'imprenditore edile aveva costruito una casa di oltre
seicento metri quadrati a Highland Park. Quando l'uomo vinse le elezioni si portò
Liss con sé a Washington, e il resto, come si suol dire, è storia. Liss non era
sposato e non aveva parenti, almeno non che si sapesse. Viveva, insomma,
protetto da una cortina di piombo che nemmeno Internet riusciva a penetrare.
Marks cercò di non fare smorfie, mentre si sforzava di bere il tè. Amava il caffè
e odiava qualsiasi tipo di tè, soprattutto quelli mascherati da qualcos'altro. Quello
che aveva in mano sapeva di acqua putrida.
Qualcun altro avrebbe detto: «Com'è, ti piace?», anche solo per rompere il
ghiaccio, ma sembrava che a Liss non interessasse né rompere il ghiaccio né
qualsiasi altro tipo di convenevole. Al contrario fissò gli occhi, azzurri come la
sua cravatta, su Marks. «Willard mi ha raccontato cose molto positive sul tuo
conto. Sono tutte vere?» «Willard non mente» rispose Marks.
Quella risposta fece apparire l'ombra di un sorriso sul volto di Liss. Continuò a
sorseggiare il suo tè senza mai distogliere lo sguardo. Non aveva mai battuto
ciglio, un punto di forza sconcertante per uno nella sua posizione.
Poi arrivò qualcosa da mangiare. A quanto pareva non si era solo preso la libertà
di ordinare da bere, ma anche la colazione: tortillas appena imburrate e uova
strapazzate con pepe e cipolle, immerse in una salsa al peperoncino che incenerì
le labbra di Marks. Dopo il primo morso alquanto incauto, ingoiò il boccone, poi
si buttò sulle tortillas e la panna acida. L'acqua avrebbe soltanto fatto propagare
l'incendio fino all'intestino.
Mosso a compassione, Liss aspettò fino a che gli occhi di Marks non smisero di
lacrimare. Poi gli disse, come se non ci fosse stata alcuna interruzione nella
chiacchierata: «Hai ragione sul conto del nostro Willard. Non mente ai suoi amici.
A tutti gli altri, però, le sue bugie sembrano l'essenza della verità».
Se Willard rimase lusingato da quella conversazione o meno, non lo diede a
vedere. Anzi, si limitò a mangiare la sua colazione in maniera lenta e metodica,
con un'espressione da sfinge stampata sul viso.
«Comunque, se non ti disturba» continuò Liss, «mi piacerebbe che mi
raccontassi qualcosa sul tuo conto.» «Vuoi il mio curriculum vitae?» Liss mostrò i
denti per un attimo. «Dimmi qualcosa di te che non so già.» Era chiaro che
intendeva qualcosa di personale, qualcosa di significativo. In quel preciso istante
Marks realizzò che Willard era stato in trattativa con Oliver Liss già prima di
quella mattina, forse anche per diverso tempo. «È già in piedi» gli aveva detto
Willard, riferendosi alla Treadstone. Si sentì di nuovo preso alla sprovvista dal
quarterback della sua stessa squadra, e non era una bella sensazione, soprattutto in
un momento delicato come quello.
Si arrese. Combattere non sarebbe servito a nulla, ormai era in ballo e doveva
ballare. Quello era lo show di Willard, in ogni caso, lui si era solo accodato. «Più
o meno una settimana prima del mio primo anniversario di matrimonio ho
conosciuto una persona, una ballerina di danza classica, pensate un po'! Era molto
giovane, non aveva ancora compiuto ventidue anni: ben dodici anni più giovane
di me. Ci siamo visti una volta alla settimana per circa un anno e mezzo, poi
all'improvviso finì così come era iniziata. La sua compagnia andò in tournée a
Mosca, Praga e Varsavia, ma il vero motivo non fu quello.» Liss si appoggiò allo
schienale, tirò fuori una sigaretta e la accese, noncurante del divieto. Che gli
importa?, pensò Marks in modo acido. La legge è lui.
«E qual è stato il vero motivo?» chiese Liss con un tono di voce stranamente
basso.
«A dire la verità, non lo so.» Marks giocò con il cibo sul piatto. «E stata una
cosa strana. Un giorno c'era, e il giorno dopo non c'era più.» Liss buttò fuori una
nuvola di fumo. «Immagino che sei divorziato, adesso.» «No. Ma ho la
sensazione che lo sapessi già.» «Perché tu e tua moglie non vi siete lasciati?» Era
una cosa che le informazioni di Liss non potevano rivelargli. Marks alzò le spalle.
«Non ho mai smesso di amarla.» «E così ti ha perdonato.» «Non l'ha mai
scoperto» disse Marks.
Gli occhi di Liss brillarono come zaffiri. «Non gliel'hai detto.» «No.» «Non hai
mai sentito il bisogno di confessarle quello che avevi fatto?» Si fermò un attimo,
pensoso. «Molti uomini avrebbero parlato.» «Ma non c'era niente da dirle»
rispose Marks. «Mi è successo qualcosa, è stato come prendere l'influenza. E
dopo un po' se ne è andata da sola.» «Come se non fosse mai successo niente.»
Marks annuì. «Più o meno.» Liss spense la sigaretta, si voltò verso Willard e lo
fissò per un po'. «Bene. Avrai il tuo finanziamento.» Poi si alzò e uscì dal
ristorante senza aggiungere altro.
«Ma certo, i pozzi di petrolio, che stupida!» Moira si colpì la fronte con il palmo
della mano. «Dio mio, ma perché non ci ho pensato prima, è così ovvio!»
«Sembra ovvio, adesso che sai tutto» le disse Humphry Bamber.
Erano nella cucina di Christian Lamontierre, e mangiavano panini integrali con
formaggio Havarti e roast-beef, preparati da Bamber con quello che aveva trovato
nel frigo ben fornito, annaffiati con Badoit, un'acqua minerale francese. Il
computer di Bamber era sul tavolo di fronte a loro e la schermata di Bardem stava
analizzando tutti gli scenari inseriti da Noah nel programma.
«Ho pensato la stessa cosa quando ho letto Il grande mistero di Bow di Israel
Zangwill.» Bamber mandò giù un boccone. «E il primo enigma della camera
chiusa. Anche Erodoto nel Quinto secolo avanti Cristo aveva già accarezzato
l'idea. Ma è stato Zangwill a introdurre il concetto di pista falsa, che divenne poi
la pietra di paragone per tutti i cosiddetti delitti impossibili che vennero dopo.»
«E Pinprick è la classica pista falsa.» Moira studiò gli scenari con interesse e
paura crescenti. «Senza Bardem, però, nessuno sarebbe stato in grado di capire
che il vero motivo dell'attacco all'Iran era la confisca dei suoi pozzi di petrolio.»
Indicò lo schermo. «Quest'area, Shahrake Nasiri-Astara, l'obiettivo finale di
Noah... ho letto alcuni rapporti dell'intelligence che ne parlavano. Almeno un
terzo del petrolio iraniano viene da lì.» Indicò di nuovo il monitor. «Lo vedi
quanto è piccola? Questo la rende sia vulnerabile all'attacco di un contingente
ristretto, sia difendibile da un contingente altrettanto ristretto. E perfetta per
Noah.» Scosse la testa. «Santo cielo, è un piano brillante... orribile, demente,
persino inimmaginabile, ma di sicuro brillante.» Bamber andò a prendere un'altra
bottiglia di Badoit dal frigo. «Io sono ancora confuso.» «Non sono sicura ancora
di tutti i dettagli, ma è chiaro che la Black River ha stretto un patto col diavolo.
Qualcuno all'interno del governo ha fatto pressioni perché il paese reagisse al
programma nucleare iraniano che minaccia di destabilizzare tutto il Medio
Oriente. Noi e il nostro trasparentissimo governo abbiamo toccato i tasti giusti nei
canali diplomatici per costringere l'Iran a fermare e smantellare i reattori nucleari.
L'Iran per tutta risposta ci ha schernito, senza pensarci su troppo. Quindi noi e i
nostri alleati abbiamo provato l'embargo economico, che ha fatto soltanto
sbellicare dalle risate gli iraniani, perché siamo noi ad avere bisogno del loro
petrolio, e non siamo di certo gli unici. Cosa ancora peggiore, hanno sempre l'asso
nella manica: la minaccia della chiusura dello stretto di Hormuz, che
significherebbe sigillare i rubinetti di petrolio di tutte le nazioni appartenenti
all'OPEC.» Moira si alzò e mise il piatto nel lavandino, poi ritornò al tavolo.
«Qualcuno, qui a Washington, deve aver deciso che la strada della pazienza non
portava da nessuna parte.» Bamber corrugò la fronte. «E...?» «E ha deciso di
passare al gioco duro. Hanno utilizzato l'abbattimento del nostro aereo come
pretesto per dichiarare guerra all'Iran, mettendo in piedi una missione collaterale.»
«Pinprick.» «Esatto. Bardem ci sta dicendo che durante il caos dell'invasione un
gruppo ristretto di uomini della Black River prenderà possesso dei pozzi
petroliferi di Shahrake Nasiri-Astara, garantendoci un controllo di gran lunga
maggiore sul nostro destino economico. Il tutto godendo del pieno consenso del
governo. Avendo il petrolio iraniano non dovremo più prostrarci davanti ai
sauditi, agli iraniani, ai venezuelani o a qualsiasi altra nazione dell'OPEC. Per
quanto riguarda il petrolio, l'America sarà autosufficiente.» «Ma la confisca di
pozzi petroliferi non è illegale?» «Figurati! Per ora è solo un dettaglio
secondario.» «Bene, e tu cos'hai intenzione di fare?» Era una domanda da un
milione di dollari. In un altro momento, in un altro posto, avrebbe chiamato
Ronnie Hart, ma Ronnie era morta. Noah, perché era quasi sicura che si trattasse
di Noah, si era preso cura di lei. Le mancava Ronnie, adesso più che mai, ma la
ragione egoistica che stava alla base di quelle emozioni le fece provare vergogna,
così cacciò quei pensieri per non doverli affrontare di nuovo. Fu a quel punto che
le venne in mente Soraya Moore. L'aveva conosciuta tramite Bourne e le era
piaciuta. Il fatto che avesse avuto una relazione con lui in passato non le
importava. Non era una ragazza gelosa.
Ma come fare per mettersi in contatto con lei? Prese il telefono e contattò il
quartier generale della CIA. «La direttrice» le risposero, «è all'estero.» Quando
disse all'agente che le aveva risposto che la sua chiamata era molto importante,
quello le chiese di aspettare. Poco più di sessanta secondi dopo era già tornato al
telefono.
«Mi lasci un numero sul quale la direttrice Moore può raggiungerla» le disse.
Moira glielo dettò e poi chiuse la comunicazione, convinta che la sua richiesta si
sarebbe persa tra i cumuli di e-mail che inondavano la casella di posta elettronica
di Soraya. Per cui rimase davvero sorpresa quando dieci minuti dopo il suo
telefono squillò e sullo schermo comparve un numero internazionale.
Si portò il cellulare all'orecchio. «Pronto?» «Moira? Sono Soraya Moore. Dove
sei? Sei in pericolo?» Moira si mise a ridere, sollevata nel sentire la voce dell'altra
donna. «Sono a Washington, e sì, sono stata in pericolo, ma ora va tutto bene.
Ascolta, ho molte notizie per te.» In maniera rapida e metodica le raccontò tutto
quello che sapeva sull'omicidio di Jay Weston e di quello, ormai ne era certa, di
Steve Stevenson, oltre ai dettagli sulla morte di Veronica Hart. «Si riconduce tutto
al programma commissionato da Noah.» Le descrisse le funzioni di Bardem,
come aveva fatto a procurarsene una copia, e ciò che il software aveva rivelato sui
piani della Black River, e cioè confiscare i pozzi di petrolio iraniani.
«Quello che non riesco a capire è come hanno fatto a ordire un piano così
complesso dopo l'attacco terroristico al nostro aereo poco lontano dal Cairo»
proseguì Moira.
«Non è stato un attacco» disse Soraya. «Sono a Khartoum in questo momento.»
Aggiornò quindi Moira su quello che aveva scoperto sul missile iraniano Kowsar
3 e il gruppo formato da quattro americani che l'aveva fatto arrivare in Egitto
attraverso il Sudan. «Vedi? E un piano molto più complicato, che non riguarda
soltanto la Black River e alcuni membri del governo. Persino Noah non sarebbe
riuscito ad arrivare a Nikolaj Evsen senza l'aiuto dei russi.» Adesso a Moira era
chiaro perché nessuno si preoccupasse del fatto che la confisca di pozzi petroliferi
fosse illegale. Se anche i russi erano coinvolti in Pinprick, sarebbero riusciti a
convogliare l'opinione pubblica mondiale nella giusta direzione.
«Moira» le disse Soraya, «abbiamo trovato i cadaveri dei quattro uomini che
stavamo cercando, poco fuori Khartoum. Un colpo alla testa. Ha tutta l'aria di
un'esecuzione: i loro corpi sono stati ricoperti con la calce viva. Però siamo
riusciti a recuperare qualcosa. Sembrano delle medagliette per cani, ma le scritte
che ci sono sopra sono criptate.» Moira sentì il cuore impazzito martellarle nel
petto. «Credo che siano le targhette che la Black River dà al personale che manda
sul campo.» «E quindi possiamo provare che sono stati gli uomini della Black
River a lanciare quel missile. Possiamo ancora fermare questa guerra!» «Dovrei
vederle, per essere sicura al cento per cento» disse Moira.
«Te le spedisco subito. Il mio amico qua mi dice che può accelerare la
spedizione in modo da fartele avere già domani.» «Perfetto. Posso farle analizzare
nel giro di poche ore. Devo solo essere certa che verranno recapitate nelle mani
giuste.» «Quindi bisogna lasciare fuori la CIA» la avvertì Soraya. «C'è un nuovo
direttore, Errol Danziger. Si è già insediato, anche se la sua nomina non è ancora
stata annunciata ufficialmente. È un uomo del segretario Halliday.» Riprese fiato.
«Ascolta, hai bisogno di protezione? Posso mandarti uno dei miei agenti ovunque
ti trovi in questo momento nel giro di venti minuti.» «Grazie davvero, ma per
come si sono messe le cose, meno gente sa dove mi trovo e meglio è.» «Capito.»
Ci fu un'altra pausa, più lunga. «Ho pensato molto ajason, ultimamente.»
«Anch'io.» Moira era felice perché Bourne era fuori da tutto quel disastro. Aveva
bisogno di tempo per guarire, nel fisico come nella mente. Essere a un soffio dalla
morte non è qualcosa che si cura con qualche settimana di riposo.
«Ci sono molte cose di lui da ricordare.» Soraya pensò che avrebbe chiamato
Jason per metterlo al corrente di tutto non appena avesse terminato quella
telefonata.
«Già, io e te siamo nella stessa situazione, in fondo.» «Non ti dimenticare di lui,
Moira» concluse Soraya, interrompendo la comunicazione.
***
Capitolo 33
Arkadin scese dall'aereo della Air Afrika, nonostante Noah Perlis fosse nei
paraggi. Si mostrò in tutta la sua cordialità quando, con i suoi venti uomini al
seguito, incontrò l'agente della Black River. Intanto, cercava di ignorare con tutte
le sue forze le similitudini tra quella parte dell'Iran e Niznij Tagil, con la sua
puzza di zolfo, l'aria piena di polveri sottili, l'anello dei pozzi di petrolio molto
simile a quello formato dalle torri di guardia delle carceri di massima sicurezza
che circondavano la sua città natale.
Gli altri uomini del contingente di Arkadin erano rimasti sull'aereo e tenevano
sotto controllo il pilota e il copilota per accertarsi che non avvertissero nessuno
del carico più numeroso del previsto. Al segnale prestabilito sarebbero scesi dalla
pancia dell'aereo, così come i guerrieri greci erano riusciti a introdursi nelle mura
di Troia all'interno del cavallo di legno.
«Finalmente ci incontriamo, Leonid Danilovic, che piacere» disse Perlis in un
russo accettabile stringendo la mano di Arkadin. «La tua reputazione ti precede.»
Arkadin fece un sorriso e disse: «Credo sia giusto che tu sappia che Jason Bourne
è qui...».
«Che cosa?» Perlis si sentì come se il mondo gli stesse crollando addosso.
«Cos'hai detto?» «... o se ancora non è qui, arriverà presto.» Arkadin mantenne il
sorriso sul volto continuando a stringere la mano di Noah. «E stato Bourne a
infiltrarsi nell'edificio della Air Afrika a Khartoum. So che ti stavi ancora
chiedendo chi potesse essere stato.» Noah tentò di indovinare che cos'avesse in
mente Arkadin. «Bourne è morto.» «No» lo contraddisse Arkadin stringendo
ancora più forte la mano intrappolata di Perlis. «Avrei dovuto aspettarmelo. Sono
stato io a sparargli a Bali. E anch'io pensavo che fosse morto, ma lui è come me,
un uomo dalle nove vite.» «Anche se fosse vero, come fai a sapere che Bourne era
a Khartoum, e per giunta all'interno dell'edificio della Air Afrika?» «E mio
interesse sapere queste cose, Perlis» ribatté l'altro, scoppiando a ridere. «La
modestia non è il mio forte, eh? No, in realtà ho incanalato Bourne su una strada
appositamente progettata per condurlo a Khartoum, al quartier generale della Air
Afrika, da - e questa è la parte più importante - Nikolaj Evsen.» «Ma Evsen è il
fulcro del nostro piano, perché mai avresti fatto una cosa tanto idiota, che...»
«Volevo che Bourne uccidesse Evsen. Ed è proprio quello che ha fatto.» Il sorriso
di Arkadin si allargò. Quest'arrogante di un americano starebbe meglio con una
faccia trasfigurata dal sangue, pensò. «Ho tutti i file del computer di Evsen, tutti i
suoi contatti, i clienti e i fornitori. Non che fosse un circolo di persone molto
ampio, come puoi ben immaginare, ma sono già stati tutti informati della morte di
Evsen e sanno che da questo momento in poi dovranno trattare con me.» «Tu... tu
prenderai il posto di Evsen?» Nonostante quello che aveva appena sentito, Perlis
non potè fare a meno di farsi una grossa risata davanti al volto crudele di Arkadin.
«Hai delle belle manie di grandezza, amico mio. Sei soltanto un ignorante, uno
stupido delinquente russo che chissà perché ha avuto fortuna, tutto qua. Ma in
questo genere di affari la fortuna serve a poco, è ora che entrino in scena i veri
professionisti.» Arkadin represse l'istinto di ridurlo in poltiglia. Avrebbe
rimandato a più tardi. Adesso aveva bisogno di un pubblico a cui mostrare ciò che
stava per fare. Stringendo ancora la mano di Perlis, prese il cellulare e inviò un
messaggio di tre lettere. Un secondo dopo la pancia dell'aereo sembrò squartarsi
per fare uscire gli altri ottanta uomini dell'esercito privato di Arkadin.
«Che significa?» chiese Perlis, guardando i suoi uomini che venivano disarmati,
gettati a terra, legati e imbavagliati.
«Non prenderò soltanto il posto di Evsen, signor Perlis, ma anche questi pozzi di
petrolio. Quello che è tuo, adesso appartiene a me.» L'Havoc Mi-28, l'elicottero
russo da combattimento con a bordo Bourne e il colonnello Karpov, due dei suoi
uomini, insieme ad altri due dell'equipaggio, nonché una dotazione completa di
armi, si inclinò in virata sopra i pozzi petroliferi di Shahrake Nasiri-Astara, e
immediatamente tutti videro i due velivoli: quello della Air Afrika che il tecnico
informatico di Karpov aveva tracciato fin lì, e un Sikorsky S-70 Black Hawk nero
metallizzato ma senza alcun marchio: la Black River.
«Secondo i miei informatori a Mosca, le forze della NATO non sono ancora
entrate in territorio iraniano» lo informò Karpov. «Forse abbiamo ancora tempo
per evitare la catastrofe.» «Conoscendo Noah, sono sicuro che avrà già pronti
diversi piani di emergenza.» Bourne guardò in basso verso il terreno che
cambiava d'aspetto, ripensando a tutto quello che gli aveva detto Soraya. Ormai
aveva tutti i pezzi del puzzle, tranne uno: il tornaconto di Arkadin. Doveva
esserci, Bourne ne era convinto, così com'era convinto di tutti i componenti di
quella ragnatela così delicata.
E laggiù c'era il ragno, si disse, mentre l'Havoc si abbassava a tutta velocità
passando sopra le sagome di Arkadin e di Perlis. Mentre Karpov dava al pilota gli
ordini per l'atterraggio, Bourne sentì il dolore lancinante della ferita al petto
ritornare come un nemico pronto a dargli la caccia. Lo ignorò, concentrandosi
sulla scena che gli si parava davanti. Cinque uomini e una donna erano distesi e
legati con i volti rivolti a terra. Contò un centinaio di uomini armati fino ai denti
che indossavano un'uniforme mimetica non americana.
«Che diavolo sta succedendo laggiù?» domandò Boris guardando fuori dal
finestrino. «C'è quel figlio di puttana di Arkadin.» Karpov strinse i pugni. «Come
vorrei stritolargli le palle, e giuro su Dio che lo farò.» L'Havoc era finito sotto un
fuoco di armi leggere e il pilota stava compiendo una serie di manovre evasive, i
due motori turboshaft TV3-117VMA sibilavano in risposta ai suoi comandi. Né
Bourne né Karpov erano particolarmente preoccupati dal fuoco nemico,
l'elicottero era dotato di una cabina blindata in grado di resistere all'impatto di
proiettili 7.62mm e 12.7mm, nonché a schegge di granate di 20 mm.
«Sei pronto?» chiese Karpov a Bourne. «Sembri pronto a tutto, proprio come
ogni americano dovrebbe essere.» E si mise a ridere.
Uno degli uomini lanciò un allarme. Tutti guardarono nel punto che indicava e
videro un uomo inserire un Redeye nel lanciamissili, e un suo compatriota che,
mirando all'elicottero, premeva il grilletto.
Nell'istante in cui Arkadin vide il missile nel lanciamissili, sganciò un pugno
sulla mandibola a Perlis e, lasciandogli finalmente la mano mentre cadeva a terra,
corse verso l'uomo che stava per mirare all'Havoc. Gli gridò di fermarsi, ma
invano, perché il rumore dei rotori dell'elicottero era troppo forte. Sapeva bene
quello che era successo. I suoi uomini avevano visto l'Havoc da combattimento
russo e stavano reagendo d'istinto contro un nemico.
Il Redeye vibrò nell'aria ed esplose contro il serbatoio del carburante
dell'elicottero, distruggendone una conduttura. L'Havoc oscillava avanti e
indietro, come un insetto che ha perso il senso dell'orientamento, e poi accadde
quello che Arkadin temeva di più: due missili militari anticarro uscirono dal
ventre del velivolo ferito e schizzarono verso terra. Le due detonazioni si
portarono via tre quarti del contingente di Arkadin.
Bourne si aggrappò alla paratia e sentì l'esplosione di dolore al petto irradiarsi
fino alle braccia. Per un momento temette che il trauma della ferita gli stesse
provocando un infarto. Poi si riprese e si concentrò per controllare il dolore e con
una mano intanto allontanò Karpov dalla cabina dell'Havoc. L'ambiente interno
cominciò a saturarsi di fumo, impedendogli quasi di respirare, ma era difficile
stabilire se fosse a causa dei danni subiti dall'elicottero oppure dei crateri
sottostanti provocati dai missili che avevano lanciato.
«Porta questa trappola a terra, adesso!» ordinò Karpov cercando di sovrastare il
rumore dei motori.
Il pilota, che stava lottando con i comandi dal momento dell'esplosione, annuì e
iniziò una discesa verticale. Nell'attimo in cui toccarono terra con una scossa
vigorosa, Karpov spalancò lo sportello e saltò giù. Bourne lo seguì con una
smorfia di dolore. Il respiro gli bruciava la gola. Si misero a correre, abbassati per
non farsi vedere, contro il vento prodotto dalle pale dell'elicottero, fino a che non
furono fuori dalla circonferenza dei rotori.
La scena era infernale. Era in atto una guerra. Finché si trovavano in aria
sentivano il sibilo dei missili, soprattutto in risposta al primo colpo, ma lì, a terra,
potevano vedere soltanto devastazione. Enormi cumuli di terra nera fumanti erano
ricoperti di corpi, anzi di loro pezzi. Sembrava che una creatura malata avesse
voluto migliorare la razza umana iniziando dal suo smantellamento. La puzza di
carne arrostita si mischiava all'odore di escrementi e polvere da sparo.
Per Bourne era come se la scena da incubo raffigurata nel quadro di Goya avesse
preso vita. Quando si viene circondati da così tanta morte e così tanti orrori la
mente interpreta il tutto come qualcosa di surreale per non impazzire.
I due individuarono Arkadin nello stesso istante e si scagliarono contro di lui. Il
dolore al petto di Bourne, però, cresceva sempre di più. Se poco prima sembrava
avere la forma di una pallina da flipper, adesso pareva più grande del pugno di
una mano che gli serrava il cuore. Mentre cadeva sulle ginocchia, Bourne vide
Karpov svanire in una nuvola di fumo nero e oleoso. Non riusciva a individuare
Arkadin, ma i pochi uomini rimasti stavano combattendo corpo a corpo contro le
guardie iraniane in ogni centimetro di terra che non si era ancora trasformato in
un abisso infernale. Per quanto riguardava gli uomini della Black River, pareva
che nessuno fosse sopravvissuto. Qualcuno era stato ucciso dai missili, qualcun
altro era stato giustiziato dagli uomini di Arkadin.
Bourne si costrinse ad alzarsi in piedi, barcollò accanto ai corpi circondato da un
fumo denso che si alzava fino al cielo. Quello che vide dall'altra parte non era
incoraggiante. Boris era a terra sul pendio di uno dei crateri, una gamba era
incastrata sotto l'altra in un'angolatura innaturale. Bourne potè scorgere le ossa
bianche. In piedi vicino a lui c'era Leonid Danilovic Arkadin. In mano aveva una
SIG Sauer calibro .38.
«Pensavi di potermi fregare, colonnello, ma è da troppo tempo che aspetto
questo momento.» La voce di Arkadin sovrastava le urla e il rumore dei colpi
sparati a raffica. «E ora è arrivato.» Si girò di colpo e guardò Jason. Sul suo volto
comparve un sorriso, poi scaricò tre colpi nel petto di Bourne.
***
Capitolo 34
Bourne venne sbalzato indietro dalla forza dei proiettili e fu invaso da un dolore
bruciante. Doveva aver perso conoscenza per qualche secondo, perché la prima
cosa che vide fu Arkadin che si era arrampicato sul margine del cratere e guardava
in basso verso di lui con una strana espressione, che doveva essere pietà, o anche
rammarico.
«Infine eccoci qua» disse, incamminandosi verso Bourne. «Karpov non andrà da
nessuna parte, gli uomini di Noah sono tutti morti, se non già sepolti. E così
siamo solo io e te, il primo e l'ultimo prodotto della Treadstone. Ma anche tu stai
per morire.» Si accovacciò sul bordo del cratere. «Sei complice della morte di
Devra e finalmente te l'ho fatta pagare, ma c'è qualcosa che voglio sapere prima
che tu muoia. Quanti altri prodotti sono usciti dalla Treadstone? Dieci? Venti? Di
più?» Bourne riuscì a malapena a parlare, si sentiva paralizzato. Il giubbotto che
gli aveva dato Boris era ricoperto di sangue.
«Non lo so» mormorò. Respirare era diventato difficile, il dolore era incredibile.
Adesso che si trovava al centro della ragnatela, adesso che aveva trovato il ragno
astuto che aveva tessuto lì i suoi fili intricati, si sentiva impotente.
«Ah, non lo sai.» Arkadin piegò la testa da una parte, prendendosi gioco di lui.
«Be', ecco quello che so io. A differenza di te, non mi importa condividere le mie
informazioni. Tu pensi che sia stato io a ingaggiare il Torturatore, ma niente può
essere più lontano dalla verità. Perchè dovrei affidarmi a qualcuno per ucciderti,
quando ho un desiderio smodato di farlo con le mie mani? Non ha senso, no? Ma
c'è una cosa che ha molto più senso: è stato Willard a mandare il Torturatore. Sì,
hai capito bene, l'uomo che ti ha rimesso in sesto a Bali dopo che, non si sa come,
sei sopravvissuto al mio proiettile al cuore. Ma come diavolo hai fatto? Non
importa, tanto tra poco sarai morto.» Colpi d'arma da fuoco, probabilmente di
mortai, sparati dagli iraniani fischiarono in cielo, detonando in due punti diversi a
non più di cento metri di distanza. Arkadin rimase immobile, non batté ciglio.
Aspettò soltanto di udire le urla che sarebbero seguite.
«Dov'ero rimasto? Ah sì, Willard. C'è un'altra notizia: Willard sapeva che ero
vivo e che ero stato io a premere il grilletto a Bali. Come faceva a saperlo? Ha
seguito le modalità della Treadstone: ha interrogato il suo sicario e poi mi ha
chiamato dal cellulare di quell'uomo. Che figlio di puttana, eh?» Poco lontano si
accesero i motori di un velivolo. I rotori del Black Hawk iniziarono a ruotare.
Bourne capì che Noah se n'era andato.
«Immagino che ti starai chiedendo perché non te l'abbia detto. Ti voleva mettere
alla prova, proprio come voleva mettere alla prova me. Voleva vedere quanto
tempo ci mettevi a scoprire che c'ero io dietro tutto, perché già sapeva quanto
tempo mi era servito per trovare informazioni sul tuo conto.» Arkadin si sedette
sui talloni. «Intelligente lo stronzetto, eh?
«Adesso che ci siamo conosciuti un po' meglio è già ora di salutarci. Non posso
spendere più di tanto tempo con il mio doppio prima di sentirmi lo stomaco
sottosopra.» Si alzò in piedi. «Ti farei strisciare, ma immagino che nelle tue
condizioni non ce la faresti.» In quel momento Bourne si alzò in piedi come se
ritornasse dal regno degli inferi, e si avventò contro Arkadin, il quale, colto di
sorpresa, alzò la SIG e sparò. Ancora una volta Bourne cadde a terra, ma si rialzò.
«Cristo!» imprecò Arkadin. Era esterrefatto. «Ma che cosa sei?» Bourne lo
raggiunse e afferrò la pistola. In quel preciso istante partì un colpo che ferì
Arkadin di striscio. Il sangue iniziò a sgorgare dalla spalla. Urlò, prese a pugni
Bourne, poi premette tre volte il grilletto in direzione di Boris Karpov, che,
nonostante la gamba rotta, si era arrampicato fino al bordo del cratere, ma la SIG
sparò a vuoto: il caricatore era vuoto.
Il Black Hawk decollò e girando su se stesso scaricò una cascata di colpi di
mitraglia sugli uomini rimasti del gruppo di Arkadin. Che stessero combattendo
contro le guardie iraniane non faceva differenza: erano tutti nel mirino.
Arkadin buttò a terra la SIG ormai inutile, poi corse verso i pochi uomini che gli
erano rimasti. Bourne fece tre passi dietro di lui e cadde su un ginocchio. Sentiva
che il cuore gli stava per scoppiare. Malgrado il giubbotto in kevlar che Karpov
aveva voluto che indossasse sotto la giacca, l'impatto dei quattro colpi che
Arkadin gli aveva sparato aveva riaperto la ferita che aveva al petto.
Il Black Hawk fece un altro giro su se stesso per colpire altri uomini, ma
Arkadin caricò il lanciamissili a spalla. Bourne sapeva che era essenziale per
Arkadin difendere gli ultimi membri del suo contingente: senza di loro, non
avrebbe potuto fare niente. Non sarebbe mai riuscito a proteggere i pozzi
petroliferi da solo. L'unica speranza che aveva era abbattere il Black Hawk.
Con una forza di volontà sovrumana, Jason si alzò e si avvicinò a grandi passi a
un mucchio di cadaveri. Raccolse un AK-47, mirò ad Arkadin e sparò. Il
caricatore era vuoto. Bourne gettò via il fucile e afferrò una Luger dalla fondina di
uno dei soldati, controllò che fosse carica e corse verso Arkadin, che si era
fermato a gambe divaricate, il lanciamissili sulla spalla.
Il rumore dei colpi di mitraglia riempì l'aria, mentre Bourne correndo premeva il
grilletto della Luger puntata verso Arkadin, che si trovò costretto a sparare il
missile di corsa. Forse il lanciamissili era danneggiato, o forse lo era il missile,
fatto sta che mancò l'elicottero. Senza rallentare il passo, Arkadin gettò via il
lanciamissili e, quasi nello stesso movimento, raccolse un fucile mitragliatore
dalla mano di un soldato. Sparò all'americano e continuò a sparare fino a svuotare
il caricatore, poi Jason si alzò di nuovo e si rimise a correre, malgrado non
riuscisse quasi a respirare. Sparò, senza fermarsi, ma Arkadin si era ormai
dileguato in una nuvola densa di fumo nero. Sopra le loro teste, l'elicottero della
Black River si allontanava verso i pozzi di petrolio.
Bourne non riusciva a vedere nessun sopravvissuto della Black River e quasi
tutti gli uomini di Arkadin giacevano a terra in mezzo al fumo, Bourne ci entrò
dentro, ma i suoi occhi presero a lacrimare. Il respiro era come intrappolato in
gola, i polmoni erano sempre più affaticati. In quella nuvola nera percepì un
movimento, si abbassò, ma troppo tardi.
Arkadin lo colpì con le mani unite sulle spalle, facendolo girare su se stesso.
Arkadin gli rifilò un pugno su un lato della testa, continuando a confonderlo.
Jason cadde a terra sentendo che il petto e la testa stavano per esplodere, ma
quando Arkadin si buttò sulla Luger di Bourne lo colpì a sua volta con la canna
aprendogli una lunga ferita sulla guancia.
Arkadin barcollò all'indietro nella cappa di fumo e Bourne sparò gli ultimi tre
colpi rimasti nella Luger. Si precipitò nel fumo per cercare il suo nemico. Uscì
dalla nuvola nera e si girò in tutte le direzioni, ma Arkadin era scomparso.
D'un tratto si ritrovò in ginocchio sfiancato dal dolore al petto, che si era esteso
dappertutto. Nella sua mente vide il fuoco che ardeva nel suo corpo e che
minacciava di consumarlo, e pensò a quello che gli aveva detto Tracy, mentre
moriva tra le sue braccia: «E nell'ora più buia che i nostri segreti ci divorano
vivi».
Al centro di quelle fiamme comparve un volto fatto di fuoco. Era il volto di
Shiva, il dio della distruzione e della resurrezione. Era Shiva che lo aveva fatto
rialzare? Non l'avrebbe mai saputo, ma un attimo prima era sull'orlo del collasso,
quello dopo si reggeva malfermo sulle gambe.
Fu in quell'istante che vide Boris, disteso sul bordo del cratere con la testa
ricoperta di sangue.
Bourne, ignorando il dolore, infilò le mani sotto le braccia di Karpov, cercando
di tirarlo su. Mentre i proiettili traccianti sfioravano le loro teste, fece forza sulle
gambe e issò l'amico sulle spalle. Strinse i denti e s'incamminò verso l'elicottero
russo, passando accanto ai cadaveri, ai corpi in fin di vita, e alle ceneri di quelli
che una volta erano stati esseri umani.
Diverse volte si ritrovò costretto a fermarsi per la pioggia di proiettili o per le
fitte che gli bloccavano il cuore come una morsa che gli mozzava il respiro. Una
volta cadde su un ginocchio, e la mano incenerita di un soldato - impossibile
capire di quale fazione fosse - afferrò un lembo dei suoi vestiti. Bourne tentò di
liberarsene, ma le dita sembravano incollate. Ebbe la sensazione che le facce
intorno si fossero voltate verso di lui, urlando l'agonia silenziosa degli spasmi
della morte. Si assomigliavano tutti, erano tutte vittime di una violenza che alla
fine si rivelava sempre insensata. La loro fedeltà era resa irrilevante dal caos, dal
sangue, e dal fuoco, che non cancellava solo la loro umanità, ma anche le loro
credenze politiche o religiose, o forse erano stati guidati soltanto dal denaro.
Erano un tutt'uno sotto un cielo deprimente, pieno delle ceneri dei loro
compatrioti e dei loro nemici.
Alla fine Bourne riuscì a liberarsi della presa del soldato, si alzò vacillando, e
riprese il suo cammino agonizzante nel paesaggio inaridito. Non si vedeva niente
a causa del fumo oleoso. Come in un sogno, l'elicottero russo sembrava svanire e
comparire di nuovo, essere a un passo e poi a centinaia di metri di distanza.
Correva, si fermava, si appoggiava alle ginocchia, ansimava, si sentiva come
Sisifo costretto a far rotolare il masso su per la collina senza scorgerne mai la
cima. Il suo obiettivo sembrava lontano chilometri, e così avanzava lento, un
passo dietro l'altro, inciampando e camminando a grandi falcate sotto il peso del
suo fardello, zigzagando nella zona di morte di quella piccola ma ugualmente
devastante guerra. Alla fine, con i polmoni in fiamme e gli occhi lacrimanti, vide
gli uomini di Boris uscire dal rifugio dell'elicottero pervenirgli incontro. Presero il
loro comandante e Bourne cadde a terra, in ginocchio. Due soldati russi lo
aiutarono ad alzarsi e gli offrirono dell'acqua.
Ma li aspettava qualcosa di peggio. Il gruppo di Boris era stato costretto ad
abbandonare l'Havoc reso inutilizzabile dal colpo inferto dal missile. Bourne si
guardò intorno per riprendere fiato, poi diresse gli uomini verso il jet della Air
Afrika nascosto a meno di trecento metri da lì.
Non videro nessuno intorno all'aereo, né nel corridoio. Lo sportello era aperto, e
scoprirono subito perché: i membri dell'equipaggio erano stati legati e
imbavagliati, probabilmente da Arkadin e i suoi uomini. Bourne diede l'ordine di
liberarli.
Distesero il colonnello lungo il corridoio e il medico gli fu subito sopra per
iniziare gli accertamenti.
Dopo cinque minuti pieni di ansia, in cui fece prove e test su Karpov, alzò lo
sguardo verso Bourne e gli uomini raccolti intorno. «La gamba è rotta, ma non ci
sono altri problemi» sentenziò. «Per quanto riguarda la ferita... be', poteva andare
peggio. Il proiettile gli ha sfiorato la testa, ma le ossa del cranio non si sono
fratturate. E questa è la buona notizia.» Le sue mani continuarono a tastare il
corpo del colonnello russo. «Quella cattiva è che ha una commozione cerebrale
piuttosto grave. La pressione nel cervello sta aumentando. Devo praticare un
piccolo foro per allentarla.» Indicò un punto sulla tempia destra di Boris. «Proprio
qui.» Guardò Bourne più da vicino e fece schioccare la lingua. «Poi l'unica altra
cosa che posso fare è eseguire un triage. Dobbiamo portarlo all'ospedale il più in
fretta possibile.» Bourne andò nella cabina e diede ordine al pilota e al copilota di
ritornare a Khartoum. I due iniziarono subito la check-list pre-volo e i motori si
accesero.
«Allacciati la cintura» disse il medico a Bourne appena ritornò sul corridoio. «Ti
visito non appena le condizioni del colonnello Karpov si saranno stabilizzate.»
Bourne non era nelle condizioni di potersi opporre. Collassò sul sedile, si tolse la
giacca e i sacchetti di sangue suino bucati dai proiettili di Arkadin. Recitò una
preghiera silenziosa allo spirito del maialino che aveva dato la vita per salvare la
sua, e non potè fare a meno di rivedere gli occhi della scultura di legno nella
piscina di Bali.
Si tolse il giubbotto antiproiettile e si allacciò la cintura di sicurezza senza mai
distogliere lo sguardo dal corpo di Karpov disteso a terra. Era pallido come un
cadavere, c'era sangue tutto intorno a lui, e per la prima volta, almeno secondo la
memoria capricciosa di Bourne, sembrava davvero vulnerabile. Si chiese se anche
lui avesse fatto la stessa impressione a Moira quando gli avevano sparato a
Tenganan.
Quando iniziarono a muoversi, sentì il bisogno di chiamare Soraya sul satellitare
e raccontarle quello che era appena successo.
«Mi rivolgerò al generale LeBowe che dirige le forze alleate e gli dirò di
ritirarsi» disse Soraya. «E un brav'uomo, mi ascolterà. Soprattutto quando gli
riferirò che domattina avrò le prove che dimostreranno che non sono stati gli
iraniani, bensì gli uomini della Black River a lanciare il Kowsar 3.» «Mi sa che
saranno in molti al governo a beccarsi le uova marce in faccia» ribatté Bourne con
aria stanca.
«Con quello che abbiamo in mano, spero che qualcuno si becchi molto più che
un semplice uovo. Non sarà la prima volta, e ti garantisco che non sarà nemmeno
l'ultima.» Bourne sentì il rumore di tre grandi esplosioni. Guardò fuori dai
finestrini di plexiglas e vide il regalo d'addio di Noah: il Black Hawk aveva
lanciato dei missili su ciascun pozzo. Erano tutti in fiamme. Di sicuro era il suo
modo per assicurarsi che, se fosse sopravvissuto, Arkadin non ci avrebbe messo le
mani sopra.
«Jason, mi hai detto che il colonnello Karpov si rimetterà presto, ma tu stai
bene?» Bourne era ormai in volo a bordo del jet della Air Afrika e non sapeva
cosa rispondere.
Quante volte bisogna morire, pensò, prima di imparare a vivere?
Quando Moira aprì il pacco che le aveva fatto recapitare Soraya e tirò fuori le
medagliette in titanio, sapeva di avere in mano l'ultima prova concreta per
incastrare Noah. Le targhette erano della Black River, infatti. Una volta
decodificati, ottenne i nomi e i numeri di serie dei quattro agenti, poi prese le
medagliette e il portatile di Humphry Bamber con la schermata di Bardem ancora
aperta e li portò all'unica persona di cui sapeva di potersi fidare: Frederick
Willard.
Willard accolse le prove con una discreta dose di esultanza e una strana calma
che gli fece dedurre che sapesse già qualcosa. Come previsto, Willard presentò le
prove contro la Black River a diverse fonti per assicurarsi che non andassero
perdute o distrutte.
Soraya e Amun Chalthoum tornarono al Cairo. Malgrado gli uomini di Soraya
avessero raccolto prove fondamentali per svelare l'identità dei nemici di
Chalthoum, per loro due quello non era un bel momento. Soraya sapeva che
Amun, sentendosi a suo agio soltanto nella sua patria, non avrebbe mai lasciato
l'Egitto. Inoltre, aveva ancora da combattere delle battaglie lì. Sapeva anche che
non avrebbe mai lasciato l'America per vivere con lui.
«Che faremo, Amun?» gli chiese.
«Non lo so, azizti. Ti amo come non ho mai amato nessuno in vita mia. Il
pensiero di perderti è insopportabile.» Amun le prese la mano. «Vieni a vivere
qui, con me. Ci sposeremo e avremo dei bambini e li cresceremo insieme.»
Soraya rise e scosse la testa. «Lo sai che non sarei felice qui.» «Ma pensa a
quanto saranno belli i nostri bambini, aziztil » «Quanto sei stupido!» Lo baciò
sulle labbra. Voleva dargli un bacio in amicizia, ma si trasformò in qualcos'altro,
qualcosa di più profondo, di estatico, che durò un tempo lunghissimo.
Quando alla fine si separarono, lei disse: «Ho un'idea. Ci incontreremo una
volta all'anno per una settimana, ogni volta in un posto diverso, o dove preferisci
tu».
Amun la fissò a lungo. «Azizti, non c'è più niente, per noi, vero?» «Non basta
questo? Deve bastarci, non lo capisci?» «Capisco tutto molto bene.» Sospirò e la
strinse forte. «Ce lo faremo bastare.» Tre giorni dopo, lo scandalo della Black
River si impose su Internet e sulla stampa internazionale con la forza di un
uragano, facendo passare in secondo piano persino la notizia dello
smantellamento delle forze alleate sui confini iraniani, già analizzata nei minimi
dettagli dai giornalisti televisivi.
«Ci siamo» disse Peter Marks a Willard. «Sia la Black River sia il segretario
Halliday stanno affondando.» Lo sguardo imperscrutabile di Willard lo sorprese
non poco. «Spero tu non sia smanioso di tirarti indietro, principino.»
Quell'osservazione criptica divenne più chiara qualche ora dopo, quando il
segretario alla Difesa Bud Halliday tenne una conferenza stampa in cui
condannava il ruolo della Black River in quello che lui definiva «uno stupefacente
abuso di potere che va ben oltre i parametri della missione affidata alla società che
presto verrà smantellata. Ho parlato di persona con il procuratore generale che mi
ha confermato che ci sono accuse sia penali sia civili a carico di membri della
Black River, compresi i direttori. Voglio che sia ben chiaro che gli uomini della
NSA si sono affidati alla Black River in buona fede sulla base delle assicurazioni
fornite dalla società riguardo a incontri e accordi avuti con i leader di un gruppo
filoccidentale interno all'Iran. Ho fornito tutti i documenti in mio possesso
riguardanti date, orari, nomi dei leader e argomenti discussi al procuratore
generale in quanto prove contro la Black River. Voglio rassicurare i cittadini
americani che nessuno della NSA è mai venuto a conoscenza di questa
macchinazione, opera della Black River. Verrà istituito un comitato di esperti per
investigare sull'intera faccenda. La garanzia che vi offro qui oggi è che i
responsabili di un complotto di tale portata verranno puniti nella maniera più
severa prevista dalla legge».
Com'è facile immaginare, non emerse alcun legame tra la NSA, per non parlare
del segretario Halliday, e la Black River, al di là di quelli già dichiarati
pubblicamente. Con grande meraviglia di Marks, i direttori accusati furono
soltanto Kerry Mangold e Dick Braun. Non ci fu alcuna menzione di Oliver Liss,
il terzo membro del triumvirato.
Quando Marks chiese a Willard come mai, ricevette il solito sguardo
imperscrutabile, che lo fece optare per una ricerca su Google; lesse un trafiletto
uscito sul «Washington Post» diverse settimane prima. Stando a quanto riportato,
Oliver Liss aveva rassegnato le dimissioni senza preavviso e per «motivi
personali». Per quanto cercò, Marks non riuscì a trovare da nessuna parte quali
potessero essere quei motivi personali.
Quando lo domandò a Willard, quest'ultimo gli rispose, sorridendo a denti
stretti, che non ce n'erano.
«Spero tu sia pronto per metterti al lavoro» gli disse, «perché la Treadstone è
tornata.» ***
Capitolo 35
Era una bellissima giornata di maggio a Bali, quando Suparwita arrivò al tempio
sacro di Pura Lempuyang. Il cielo era limpido, mentre saliva le scale custodite dai
dragoni passando attraverso l'arco scolpito nella pietra per raggiungere il secondo
tempio che svettava sul fianco della montagna. Il monte Agung, chiaro, pulito,
libero dalle nuvole, e azzurro come lo stretto di Lombok, si ergeva in tutto il suo
splendore. Poi, quando si voltò verso alcuni penitenti in ginocchio, scorse
un'ombra camminare sulla pietra e riconobbe Noah Perlis.
«Non sembri sorpreso.» Perlis indossava il sarong balinese e una maglietta.
«Perché dovrei esserlo?» rispose Suparwita. «Sapevo che saresti tornato.» «Non
sapevo dove altro andare. Negli Stati Uniti sono ricercato. Sono un fuggitivo,
ormai. E quello che volevi, no?» «Volevo che diventassi un emarginato» replicò
Suparwita. «Non è proprio la stessa cosa.» Perlis fece una risata di scherno.
«Credi di potermi punire?» «Non ho bisogno di punirti.» «Avrei dovuto ucciderti
quando ne ho avuto l'occasione, anni fa.» Suparwita lo guardò con i suoi grandi
occhi brillanti. «Non ti è bastato uccidere Holly?» Perlis sembrò sbigottito. «Non
hai prove.» «Non mi servono quelle che tu chiami prove. Io so cosa è successo.»
Perlis fece un passo verso di lui. «E cioè?» «Hai seguito Holly Marie Moreau
dall'Europa fino a qui. Non posso sapere quello che facevi con lei laggiù.»
«Perché no?» Il ghigno non abbandonava il viso di Perlis. «Dici di sapere tutto.»
«Perché hai seguito Holly fin qui, Perlis?» Noah si strinse nelle spalle come a
voler dire che non gli importava più niente. «Era entrata in possesso di un oggetto
che mi apparteneva.» «E come è successo?» «L'ha rubato, perdio! Tornai qui a
riprendermelo. Avevo tutto il diritto...» «Di ucciderla?» «Stavo per dire che avevo
tutto il diritto di riprendermi quello che mi aveva sottratto. La sua morte è stata un
incidente.» «L'hai uccisa senza motivo» ribatté Suparwita.
«Mi sono ripreso quello che era mio. Ho ottenuto ciò che volevo.» «Ma a che ti
è servito? Le hai estorto il suo segreto?» Perlis rimase in silenzio. Se avesse
saputo piangere l'avrebbe fatto.
«Ecco perché sei tornato» disse Suparwita, «non solo a Bali, ma nel punto esatto
in cui hai ucciso Holly.» Perlis sentì un fremito di rabbia. «Oltre a essere un
guaritore, o qualunque altra cosa dici di essere, sei anche un poliziotto?»
Suparwita accennò un sorriso che non offriva alcun appiglio a Perlis. «Credo che
sia giusto precisare che quello che Holly ti ha rubato tu l'avevi rubato a tua volta.»
Perlis sbiancò. «Ma come fai... come fai a saperlo?» sussurrò.
«Me l'ha detto Holly. Come avrei fatto, altrimenti?» «Holly non lo sapeva, lo
sapevo solo io.» Agitò la testa con aria sprezzante. «Comunque, non sono venuto
qui per subire un interrogatorio.» «Adesso lo sai perché sei venuto?» Gli occhi di
Suparwita ardevano quasi quanto il sole.
«No.» «E invece lo sai.» Suparwita alzò un braccio, indicando la mole del
grande monte Agung che si innalzava sotto l'arco di pietra.
Perlis si voltò a guardare, parandosi gli occhi per il bagliore. Quando si rigirò
Suparwita era sparito. La gente era ancora al suo posto raccolta in preghiera, il
sacerdote era assorto in qualcosa che solo Dio sapeva, e l'uomo che gli stava
vicino contava i suoi soldi con una lentezza ipnotica, quasi seguendo un ritmo
tutto suo.
Poi Perlis, come se non dipendesse dalla sua volontà, si ritrovò a camminare
verso il monte Agung, il portale di pietra e la parte superiore delle scale, dove,
anni prima, Holly Marie Moreau era stata uccisa.
Perlis si svegliò soffocando un grido di protesta. Sudava, nonostante l'aria
condizionata nella stanza. Si era ritrovato in posizione seduta dopo il sogno che
riguardava Suparwita e Pura Lempuyang. Sentì il dolore martellante al cuore che
accompagnava sempre i momenti che seguivano quei sogni.
Per un attimo non riuscì a capire dove si trovasse. Non aveva fatto altro che
correre, da quando aveva ordinato di incendiare i pozzi di petrolio iraniani.
Qualcosa era andato storto, ma cosa? Si era posto quella domanda così dolorosa
mille volte, e alla fine aveva trovato una sola risposta: Bardem non aveva previsto
una fine del genere, perché non aveva inserito due variabili praticamente
identiche ma non incluse nei milioni di parametri con cui era stato programmato:
Bourne e Arkadin. Nel mondo della finanza, la comparsa di un evento che
nessuno ha considerato e che è in grado di modificare lo stato dei fatti viene
chiamata Cigno Nero. Nel mondo ermetico e misterioso dei programmatori, una
circostanza esterna ai parametri in grado di far fallire il programma si chiama
Shiva, il dio indù della distruzione.
Noah non riusciva mai a capire se fosse sveglio o se stesse ancora dormendo,
quando faceva quel sogno. Niente gli sembrava più reale, né il cibo che mangiava,
né i posti in cui si trovava, né quel poco di sonno leggero a cui riusciva ad
abbandonarsi. Il giorno prima era arrivato a Bali e per la prima volta da quando il
Black Hawk era decollato dalle rovine di Pinprick qualcosa dentro di lui era
cambiato. Per lui la Black River rappresentava la sua famiglia e i suoi amici. Non
era in grado di vedere nient'altro che i suoi parametri. Ora, senza quel lavoro
aveva cessato di esistere. Ma no, era ancora peggio, perché, pensandoci bene, per
tutto il tempo in cui aveva lavorato per la Black River si era costretto a smettere
di esistere. Si era buttato in tutti i ruoli che doveva recitare, uno dopo l'altro,
perché lo portavano sempre più lontano da se stesso, una persona odiosa, inutile e
dannosa. Era il vero Noah, il bimbo fragile e che non aveva più sentito di essere
sin dall'infanzia, quello che si era innamorato di Moira. Entrare a far parte della
Black River era stato come indossare un'armatura, una protezione contro quello
sciame di sentimenti che si nascondevano dentro di lui e che lo facevano sentire
uno smidollato. Ora che non aveva più la Black River, quell'armatura gli era stata
strappata via, e quell'essere roseo e piagnucolante era rimasto esposto alla vita
senza protezione. Era come se fosse stato premuto un interruttore in grado di
invertire il flusso di corrente da positivo a negativo, e tutta l'energia che prima
entrava dentro di lui adesso se ne usciva e volava via lontano.
Scese dal letto e si avvicinò alla finestra. Ma cos'aveva di tanto speciale, quel
posto? Era stato in molte isole paradisiache nella sua vita, posti sparsi in tutto il
mondo come brillantini a forma di diamante. Ma Bali sembrava presentarsi
davanti ai suoi occhi con una presenza eterna. Era un uomo che non credeva nello
spirito. Era sempre stato un tipo pragmatico, fin da bambino. Aveva trascorso
praticamente tutta la sua vita da solo, senza famiglia e senza amici. Una
situazione che gli andava a pennello, perché parenti e amici hanno la strana
abitudine di tradirti senza che nemmeno te ne accorgi. In passato aveva scoperto
che se non provava niente, non poteva sentirsi ferito. Eppure era stato ferito, e non
solo da Moira.
Si fece una doccia e si vestì, poi si buttò nel clima caldo-umido dell'isola. Il
cielo era sereno, proprio come nel sogno. In lontananza riusciva a vedere il monte
Agung, un luogo di eterno mistero per lui, perché aveva l'impressione che in
quella montagna si nascondesse qualcosa di se stesso che non voleva conoscere.
Qualunque cosa fosse lo attirava e lo respingeva con la stessa identica forza.
Cercò di ritrovare il controllo, di scacciare le emozioni, ma non ne fu capace.
Avevano liberato i cavalli e senza il rigore ferreo della Black River, senza la sua
armatura, non c'era verso di farli rientrare nelle stalle. Guardò in basso verso le
mani, che presero a tremare.
Cosa mi sta succedendo?, pensò. Ma sapeva che quella non era la domanda
giusta da farsi.
La domanda giusta era quella che Suparwita gli aveva fatto nel sogno: «Perché
sei venuto?». Secondo quello che aveva letto sull'argomento, le persone che si
sognano rappresentano aspetti di se stessi. Se le cose stavano così, era stato lui
stesso a porsi la domanda. Perché era tornato a Bali? Quando se n'era andato dopo
la morte di Holly Marie Moreau era certo che non ci avrebbe più rimesso piede. E
invece eccolo lì. Moira l'aveva ferito, era vero, ma quello che aveva provato con
Holly era un dolore inimmaginabile.
Mangiò qualcosa senza sentirne il sapore, e quando raggiunse la sua
destinazione non si ricordava già più che cosa avesse mangiato. Il suo stomaco
non era né pieno né vuoto. Come il resto del suo corpo, gli sembrava che avesse
cessato di esistere.
Holly Marie Moreau era sepolta in un piccolo sema, un cimitero a sudovest del
villaggio in cui era cresciuta. Al giorno d'oggi i balinesi per lo più cremano i
morti, ma alcuni, come quelli di Tenganan, che non sono indù, non rispettano
questa usanza. I balinesi credono che la zona occidentale che dà verso il mare sia
la direzione del mondo dei morti, per questo i sema vengono costruiti lì. I balinesi
hanno paura dei cimiteri perché credono che le anime dei defunti non cremati
vaghino di notte quando gli spiriti maligni guidati da Rudra, il dio della morte, li
aiutano a uscire dalle loro tombe. Di conseguenza quei posti erano sempre deserti.
Non si vedevano neanche gli uccelli.
Nel sema Noah cercò la tomba di Holly Marie Moreau e la trovò ai piedi di un
grande albero che faceva una bella ombra.
Rimase in piedi a fissare per un tempo infinito la lapide di marmo su cui erano
incisi il nome e la data di nascita e di morte. Sotto c'era un'altra parola: amata.
Noah sentì una pulsione inesorabile verso quella tomba, la stessa che sentiva per
il monte Agung. Camminò con passo lento e prudente, come dettato dal ritmo dei
battiti del cuore. All'improvviso si fermò. Aveva visto un'ombra più scura di
quelle degli alberi. Era solo un'illusione, forse? Pensò agli dèi e ai demoni che
abitavano i sema e ridacchiò dentro di sé. Poi vide di nuovo quell'ombra, stavolta
in maniera più distinta. Non riuscì a distinguere il volto, ma scorse la lunga
chioma di una donna o di una ragazza. Un'anima, si disse continuando a prendersi
in giro. Era ormai vicino alla tomba di Holly, ci stava praticamente sopra, e si
guardò intorno, abbastanza preoccupato da tirare fuori la pistola, mentre si
chiedeva se il sema fosse davvero così deserto come sembrava.
Alla fine si decise, superò la tomba e si incamminò tra gli alberi, seguendo la
direzione dell'ombra dalle forme femminili. Giunse su un terrapieno, dove
indugiò un attimo, indeciso su quale direzione prendere perché la vista era ostruita
dalla foresta. Poi, con la coda dell'occhio, percepì un guizzo e girò la testa.
Magari era solo un uccello. Ma tendendo l'orecchio si accorse che non si
sentivano cinguettìi.
Riprese il cammino, seguendo la direzione che aveva preso l'ombra, muovendosi
a passi sicuri lungo un burrone costeggiato da grandi alberi.
Alzò la testa e vide di nuovo i capelli della ragazza. La chiamò, anche se era
assurdo.
«Holly!» Holly era morta, certo. Lo sapeva meglio di chiunque altro. Ma quella
era Bali, e tutto era possibile. Iniziò a correrle dietro, con le gambe e il cuore che
martellavano. Corse tra due alberi, e poi qualcosa lo colpì dietro la testa. Cadde in
avanti nell'oscurità.
«Chi la conosceva meglio» disse una voce nella sua testa, «tu o io?» Perlis aprì
gli occhi, in preda a un dolore tremendo, e vide Jason Bourne.
«Tu! Come facevi a sapere che sarei venuto qui?» Bourne sorrise. «E la tua
ultima fermata, Noah, la tua corsa finisce qui.» Perlis si guardò intorno. «Quella
ragazza... ho visto una ragazza.» «Holly Marie Moreau.» Perlis vide la propria
pistola a terra e cercò di raggiungerla.
Bourne gli diede un calcio talmente violento che il suono delle costole che si
incrinavano riecheggiò tra i rami degli alberi. Perlis gemette di dolore.
«Dimmi di Holly.» Noah guardò in alto verso Bourne. Non riusciva a impedire
alla sua faccia di contrarsi in smorfie di dolore, ma almeno trattenne le lacrime.
Poi un pensiero lo raggiunse.
«Non te la ricordi, vero?» disse, cercando di ridere.
Bourne si inginocchiò vicino a lui. «Quello che non ricordo, me lo racconterai
tu.» «Fottiti!» Noah Perlis pianse, quando Bourne gli premette con violenza i
pollici contro gli occhi.
«Ora guarda!» gli ordinò.
Perlis batté le palpebre e scorse l'ombra della ragazza che scendeva da un albero.
«Guardala!» urlò Bourne. «Guarda come l'hai ridotta.» «Holly?» Perlis non
riusciva a crederci. Attraverso gli occhi velati riuscì a vedere una figura sinuosa,
era Holly. «Non è Holly.» Ma chi altro poteva essere? Il cuore gli batté
all'impazzata.
«Cos'è successo?» lo incalzò Bourne. «Dimmi di te e Holly.» «L'ho incontrata
che vagava intorno a Venezia. Si era persa, ma non in senso geografico.» Perlis
ascoltò la sua voce debole e rarefatta, come se venisse da un cellulare con poco
segnale. Cosa stava facendo? L'interruttore era stato premuto, l'energia volava
fuori di lui, proprio come le parole che si era tenuto dentro per anni. «Le ho
chiesto se voleva fare un po' di soldi facili, e lei mi rispose: "Perché no?". Non
aveva idea delle conseguenze, ma sembrava non le interessasse. Era annoiata,
aveva bisogno di qualcosa di nuovo, di diverso. Voleva tornare a sentire il sangue
scorrerle dentro.» «E così mi stai dicendo che gli hai dato soltanto quello che
voleva?» «Esatto! Quello che davo a tutti.» «Hai dato a Veronica Hart quello che
voleva?» «Faceva parte della Black River, apparteneva a me.» «Come fosse una
bestia.» Perlis girò la testa dall'altra parte. Fissava l'ombra della ragazza che era in
piedi e lo guardava come se volesse giudicare la sua vita. Perché gli importava?,
si chiese. Non c'era niente di cui si doveva vergognare. Eppure, non riusciva a
distogliere lo sguardo, non poteva liberarsi dell'idea che quella ragazza fosse
Holly Marie Moreau e conoscesse tutti i segreti che lui custodiva nel suo cuore.
«Come Holly.» «Che cosa?» «Anche Holly apparteneva a te?» «Ha preso i miei
soldi.» «Per cosa l'hai pagata?» «Avevo bisogno di avvicinarmi a una persona, e
sapevo che non ce l'avrei mai fatta da solo.» «Un uomo» indovinò Bourne. «Un
ragazzo.» Perlis annuì. Ora che aveva imboccato quella strada, sentiva il bisogno
di proseguire. «Jaime Herrera.» «Aspetta un momento. Il figlio di Don Fernando
Herrera?» «L'ho mandata a Londra. Non lavorava ancora nell'azienda di famiglia.
Lui frequentava un locale. Il gioco d'azzardo era un vizio che non riusciva proprio
a togliersi. Sembrava più grande di quello che era in realtà, e credevano tutti alla
sua carta d'identità falsa.» Perlis fece una pausa per riprendere fiato. Mosse
leggermente il braccio sinistro sotto il corpo, per cercare di alleviare la sofferenza.
«Era una cosa strana. Holly sembrava così innocente, ma in realtà era bravissima.
Nel giro di una settimana lei e Jaime stavano insieme, dopo dieci giorni si era
trasferita da lui.» «E poi?» Perlis faceva sempre più fatica a respirare. Continuò a
fissare non Bourne, ma l'ombra della ragazza, come se fosse l'unica rimasta al
mondo.
«E reale?» «Dipende da ciò che intendi per reale» rispose Bourne. «Va' avanti.
Cosa aveva Jaime Herrera che volevi che Holly rubasse?» Perlis non rispose, ma
Bourne lo vide picchiare il pugno destro contro il terreno.
«Cosa mi stai nascondendo, Noah?» La mano sinistra di Perlis, che fino a quel
momento era stata sotto il suo corpo, venne fuori all'improvviso. La lama a
serramanico trapassò i vestiti di Bourne andando a conficcarsi nella carne del
fianco. Perlis iniziò a muovere il coltello cercando di farsi strada tra muscoli,
tendini e ossa verso un organo vitale. Jason lo colpì con una violenza inaudita alla
testa, ma lui spinse la lama ancora più in profondità, con una forza sovrumana.
Bourne prese la testa di Noah tra le mani e gli ruppe il collo con un movimento
secco e potente. In un attimo le forze gli vennero meno e gli occhi si fecero vacui.
Aveva un po' di schiuma agli angoli della bocca, dovuta sia allo sforzo eccessivo,
sia alla pazzia che aveva iniziato a infettarlo verso la fine dei suoi giorni.
Ansimando, Bourne lasciò andare la testa e si tolse la lama dal fianco.
Sanguinava, ma non era grave. Afferrò la mano destra di Perlis dalla polvere. Aprì
le dita chiuse a pugno. Pensava che tenesse qualcosa nel palmo della mano,
magari quello che Noah aveva ripreso a Holly, ma non c'era niente. Attorno al dito
indice, quello che aveva cercato di nascondere più degli altri, c'era un anello. Era
impossibile da togliere, così Bourne usò il coltello a serramanico e gli tagliò il
dito. Si ritrovò in mano tra le luci dei riflessi di smeraldo e di zaffiro, una fascetta
in oro, uguale a milioni di altre fedi nuziali. Poteva essere quella la ragione per
cui Noah aveva ucciso Holly? Perché? Cosa poteva valere la vita di una ragazza?
Se lo rigirò in mano più e più volte, facendolo rotolare sulle dita. Alla fine vide
la scritta incisa all'interno. Correva per tutta la circonferenza. All'inizio pensò che
fosse cirillico, poi un'antica lingua sumera, morta e dimenticata da tutti tranne che
dai pochi specialisti, ma alla fine capì di non conoscere quei caratteri.
Quindi doveva trattarsi di un codice.
Tenendo l'anello sollevato in alto, Bourne si accorse dell'ombra che si stava
avvicinando. La ragazza si fermò a pochi passi da lui e vide il terrore nei suoi
occhi, così si alzò con una smorfia di dolore e si incamminò verso di lei.
«Sei stata molto coraggiosa, Kasih» disse alla ragazza balinese che lo aveva
aiutato a ritrovare il bossolo del proiettile che lo aveva colpito a Tenganan.
«Ti esce molto sangue.» Gli premette una manciata di erbe aromatiche appena
raccolte contro il fianco sanguinante.
Bourne le prese la mano e si incamminarono insieme verso casa della ragazza,
in cima alla risaia terrazzata non molto distante da Tenganan. Con la mano libera
teneva le erbe sulla ferita fresca e riusciva a sentire il sangue che si coagulava e il
dolore che si attenuava. «Non c'è niente da aver paura» la rassicurò.
«Non ho paura, quando ci sei tu.» Kasih si guardò indietro per un'ultima volta.
«Il demone è morto?» chiese.
«Sì» rispose Bourne, «il demone è morto.» «E non tornerà?» «No, Kasih, non
tornerà.» La ragazza sorrise contenta. Bourne sapeva di aver mentito.
FINE
Finito di stampare nel mese di settembre 2010 presso Grafica Veneta S.P.A.-Via
Malcanton, 2-Trebaseleghe (PD)
Printed in Italy
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