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Tradizione e tecnologia: il Talmud tradotto in italiano

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Tradizione e tecnologia: il Talmud tradotto in italiano
N° 4 - APRILE 2016 • NISSAN 5776 • ANNO XLIX - CONTIENE I.P. E I.R. - Una copia € 6,00 Poste Italiane S.p.A. Spedizione in A.P. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1 comma 1 Roma
USA
ELEZIONI
E VOTO EBRAICO
‫בס’’ד‬
ISRAELE
ITALIA
INTIFADA
E COLTELLI
IL FALLIMENTO
DEI BOICOTTATORI
SHALOM‫שלום‬
EBRAISMO INFORMAZIONE CULTURA
Tradizione e tecnologia:
il Talmud tradotto in italiano
Un grandioso progetto realizzato
grazie alla collaborazione tra studiosi ed esperti informatici
Pesach, le regole e i significati
FOCUS
www.positivoagency.com
LASCIA
UN BUON SEGNO
TESTAMENTI
I progetti di Lasciti e Donazioni danno pieno valore
alle storie personali e collettive degli amici del popolo
ebraico. Un testamento è una concreta possibilità per
aiutare oggi e domani l’azione del Keren Hayesod.
FONDI
Il nostro buon nome dipende dalle nostre buone azioni.
Un fondo a te dedicato o alla persona da te designata,
è la migliore maniera di lasciare una traccia duratura
associandola ad un ambito di azione da te prescelto.
I temi ed i progetti non mancano.
Una vita ricca
di valori lascia
il segno anche
nelle vite degli altri.
Nel presente
e nel futuro.
PROGETTI
Il KH ha tanti progetti in corso, tra gli altri; progetti
per Anziani e sopravvissuti alla Shoah - Sostegno
negli ospedali - Bambini disabili - Sviluppo di energie
alternative - Futuro dei giovani - Sicurezza e soccorso
- Restauro del patrimonio nazionale. Progetti delicati,
dedicati, duraturi nel tempo. Di cui sei l’artefice.
Giliana Ruth Malki - Cell. 335 59 00891
Responsabile della Divisione Testamenti Lasciti
e Fondi del Keren Hayesod Italia vi potrà dare
maggiori informazioni in assoluta riservatezza
Enrica Moscati - Responsabile Roma
Tu con il Keren Hayesod
protagonisti di una storia
millenaria
KEREN HAYESOD
Milano, Corso Vercelli, 9 - Tel. 02.4802 1691/1027
Roma, C.so Vittorio Emanuele 173, - Tel. 06.6868564
Napoli, Via Cappella Vecchia 31, tel. 081.7643480
[email protected]
EDITORIALE
Un’opera che è l’anima stessa
di un popolo
N
ei giorni nei quali il giornale
Shalom inizierà ad essere
distribuito, sarà stato
presentato ufficialmente
– davanti alle più alte cariche dello
Stato – il primo volume della traduzione
in italiano del Talmud. Si tratta di un
progetto editoriale (non solo quindi
la semplice traduzione, ma anche la
produzione di nuovi testi e note) enorme
ed impegnativo che ha preso avvio
circa cinque anni fa.
È una novità culturale di assoluta
portata storica, che Shalom ha
il privilegio di presentare in anteprima
agli ebrei italiani, attraverso
un’approfondita serie di articoli.
In primo luogo perché nel Paese degli
annunci, dove troppo spesso le cose si
dicono ma non si fanno, questa opera
è stata fatta in silenzio, annunciandola
solo quando è stata completata.
nei giorni del dolore…
ed allegri incontro alla morte,
da porgere il collo al coltello affilato ed
alla mannaia tesa;
da salire il patibolo o gettarsi sul rogo e
morire da Santi,
spirando nel nome dell’Unico…
récati presso l’antico luogo dove si
studia la Legge…
e là vedrai ebrei curvi, dai volti solcati
dalle rughe, invecchiati anzi tempo,
ebrei, figli dell’esilio, di cui portano il
pesante giogo
e che cercano di dimenticare tutti i loro
affanni nelle pagine logore di un Talmud
e obliare la loro miseria…..
Così scriveva il poeta Haim Nachman
Bialik (nel poema Ha-matmid, che
potrebbe tradursi “Il dedito allo studio”)
per raccontare un modo di studiare
che non ha mai fine, ma anzi che si
auto alimenta, e che fa comprendere
SHALOM‫שלום‬
COPERTINA
IL TALMUD IN ITALIANO:
UN SUCCESSO DI TECNOLOGIA
E SAPERE
4
PIERO DI NEPI
6
8
10
11
CHE COSA È IL TALMUD
RICCARDO SHEMUEL DI SEGNI
TRADIZIONE E INNOVAZIONE
SI INCONTRANO
CLELIA PIPERNO
L’IMPORTANZA DELLO STUDIO:
PER SE STESSI E LA COMUNITÀ
SARAH TAGLIACOZZO
IL TALMUD E IL WEB
JONATAN DELLA ROCCA
STATI UNITI
CLINTON E TRUMP, PIÙ DIVERSI
NON SI PUÒ. MA CON UNA COSA
IN COMUNE
13
ALESSANDRA FARKAS
perché il Talmud, per la sua vastità ed
ampiezza di argomenti, venga anche
soprannominato ‘Il mare’.
Così come il mare non è chiuso, non
ha limiti, anche il Talmud è un’opera
non ‘chiusa’, ma aperta, addirittura
incompiuta: “... Chiunque studi il
Talmud – scrive rav Adin Even Israel
Steinsaltz, la massima autorità vivente
in materia - è invitato in qualche modo
ad ampliarlo; ognuno deve costruire la
propria parte all’interno di questa opera.
In senso più ampio, il Talmud, nella
lunga storia del suo studio, richiama
in continuazione a completarlo, pur
sapendo in partenza che non potrà mai
essere terminato, finito, reso immune da
possibili aggiunte”.
È con questo spirito, partecipando
alla catena delle generazioni che ci
hanno preceduto, per ricollegarsi fino
al momento della consegna della Torà
sul Sinai, che oggi anche nelle case
degli ebrei italiani si potrà proseguire
in quello studio che è l’anima stessa
dell’ebreo.
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PRESIDENZIALI: TRA I TEMI ANCHE
CHE VUOL DIRE ESSERE EBREI?
UGO VOLLI
ISRAELE
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L’INTIFADA DEI COLTELLI
VORREBBE DISTRUGGERE
LE CERTEZZE DI ISRAELE
MARIO DEL MONTE
17
L'UNITÀ DEL POPOLO
È LA MIGLIORE DELLE NOSTRE ARMI
MICHAEL LAITMAN
ITALIA
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27
27
BDS: PER FORTUNA IN ITALIA
FINORA È UN FALLIMENTO
ANGELO PEZZANA
SOLIDARIETÀ AL PROFESSORE
ANGELO PANEBIANCO
DAVID MEGHNAGI
IRAN: UN ACCORDO TRA
SPERANZE E PREOCCUPAZIONI
DANIELE TOSCANO
APRILE 2016 • NISSAN 5776
L’opera è poi la dimostrazione –
tutt’altro che scontata - del successo
della collaborazione tra studiosi
di diversi settori, tra enti privati e con
il fondamentale sostegno finanziario
di organismi pubblici.
Vi è poi, fondamentale, l’aspetto
educativo che il Talmud in italiano offre
al pubblico ebraico e non ebraico:
far conoscere in maniera approfondita,
il modo erudito, fantasioso, non
convenzionale con il quale i grandi
Maestri dell’ebraismo costruirono
un sistema di studio, di pensiero,
di ragionamento, volto ad interpretare
le regole e le norme di comportamento
derivanti dalle parole della Torah.
Conoscere e studiare il Talmud è il modo
diretto, non mediato, per accedere ad
un sistema di pensiero, dove il pilpul
(“acuto e pungente come il pepe”)
– la discussione dettagliata, oggi si
direbbe la dialettica – nasce attraverso
discussioni creative, svisceramenti
senza fine dei molteplici argomenti che
i Maestri incontrano nel loro studio e
sul quale si arrovellano, giorno e notte,
senza sosta, ieri come oggi.
Se tu vuoi conoscere la fonte, alla quale
hanno attinto i tuoi fratelli,
che andavano sereni incontro alla morte,
3
COPERTINA
Il Talmud in italiano: un successo di tecnologia e sapere
Un ambizioso obiettivo raggiunto con la traduzione del trattato
di Rosh haShanà e che proseguirà nei prossimi anni.
Lo spiega ai lettori di Shalom il rabbino capo rav Riccardo Di Segni
N
el 2012 il Cnr ha avviato il progetto di traduzione in
italiano del Talmud che ha raggiunto un primo, importante traguardo. Di che si tratta?
E’ il primo volume a stampa della traduzione italiana
del Talmud Babilonese, il trattato di Rosh haShanà.
Come si articola il progetto?
L’obiettivo ambizioso è la traduzione in lingua italiana del Talmud Babilonese. Esistono traduzioni in altre lingue, ma in italiano c’era finora solo il trattato di Berakhot, parziale e con molti
aspetti discutibili e “datati”. Le dimensioni e la difficoltà di questo progetto in ambito italiano richiedevano investimenti e collaborazioni ad ampio livello.
Le novità della formue
lle Fest
dine de
la italiana consistono
o‘èd - Or
Sèder M
nel finanziamento da
parte dello Stato (Ministero dell’Istruzione) e
nell’affidamento del pronno)
getto a un consorzio con
(Capoda
due soci, il CNR e l’UCEI,
entrambi con funzioni di
controllo e operative. Il
CNR predispone la piattaforma tecnologica digitale
sulla quale lavorano tutti i
traduttori e revisori, l’UCEI
attraverso il Collegio Rabbinico lavora alla traduzione.
Il progetto è stato recentemente presentato all’Accademia dei Lincei.
Dopo anni di studi, di preparazione ed impostazione, abbiamo
voluto parlare pubblicamente del progetto solo con un primo risultato concreto e tangibile davanti, un volume stampato e rilegato. Per mostrare come sono stati impiegati i fondi, e questo è
l’inizio. Non ci piaceva l’idea di presentare fumo. Ora anche i più
critici potranno avere qualcosa di concreto da discutere. La sede
prescelta e le presenze più autorevoli dello Stato hanno sottolineato l’importanza dell’investimento e della sua realizzazione.
Partito nel 2013, il progetto si concluderà nel 2017.
Questi limiti temporali si riferiscono alla fase di start-up e produzione in tempi medi; il progetto necessariamente dovrà estendersi nel tempo.
Cosa è esattamente l’istituto di linguistica computazionale?
E’ un istituto del CNR con sede a Pisa. Si occupa di analisi delle
lingue con mezzi digitali, con ricerche all’avanguardia. Nel nostro caso ha preparato la piattaforma digitale alla quale tutti i
collaboratori si devono collegare per lavorare, e per farlo ha interagito sistematicamente con i nostri esperti.
Quali sono le competenze ebraiche coinvolte?
Le competenze necessarie per questo progetto sono di diversa
natura, da quelle digitali a quelle amministrative e giuridiche e
soprattutto di comprensione del testo talmudico. Per la stessa
natura del progetto, di quest’ultima parte si occupano studiosi
ebrei di Talmud a vari livelli di competenza, organizzati in una
gerarchia che va dalla formazione al controllo della qualità dei
risultati.
‫ה‬o‫שנ‬sh‫ה‬ha‫ש‬Sh‫א‬an‫ר‬à
R
APRILE 2016 • NISSAN 5776
re
Curato
i
l Di Segn
Shemue
Riccardo
4
Qual è il livello di competenza dei linguisti non ebrei?
Per quanto riguarda la lingua ebraica ed aramaica, la parte digitale del progetto consente elaborazioni ed analisi delle lingue e
del testo che sono un prodotto collaterale della traduzione e che
richiedono a loro volta specifiche competenze non necessariamente talmudiche o religiose.
Forse gli ebrei italiani non sono particolarmente preparati
sulla materia…
Ed è questo il motivo principale per cui si lavora alla traduzione.
Eppure nei secoli scorsi gli ebrei italiani hanno
avuto un ruolo importante, in alcuni casi fondamentale, nella trasmissione e nello
studio del Talmud;
si pensi solo alle prime edizioni a stampa
(finite nei roghi di
Campo de’ Fiori). Stiamo cercando di recuperare un’enorme ricchezza che qui sembrava
persa. Il Talmud è il testo principale della cultura rabbinica e nessuno ne
dovrebbe fare a meno,
tanto più le numerose
schiere che parlano di
ebraismo, cultura ebraica e
valori ebraici e non ne hanno mai studiato una pagina.
Qual è stato il ruolo del collegio rabbinico ?
Il Collegio Rabbinico ha stabilito i criteri fondamentali di traduzione, ha seguito l’evoluzione del progetto in ogni dettaglio, ha
fornito un nucleo di traduttori che poi si è allargato in tutto il
mondo. Stiamo dimostrando che malgrado la discesa quantitativa e qualitativa dell’ebraismo italiano è stato possibile formare
negli ultimi decenni una classe di studiosi.
Che tipo di traduzione, quale tipo di impostazione grafica?
Il Talmud non si presta a una traduzione letterale, deve essere
ben reso in italiano comprensibile e corredato di continue spiegazioni. Per questo nella nostra edizione la traduzione dell’originale è in neretto affiancata dalla spiegazione in caratteri normali. Per ogni facciata di Talmud abbiamo proposto la pagina classica in testo originale con l’aggiunta di vocalizzazione e nella
pagina accanto la traduzione, con richiami numerici per scorrere
dall’originale alla traduzione.
Il progetto prevede anche formati digitali?
Il progetto comprende una parte digitale nella quale lavorano i
traduttori e un risultato finale sia in formato cartaceo che elettronico. Per ora al pubblico sarà disponibile, per motivi essenzialmente commerciali, la parte stampata. Dopo la prima diffusione
si aprirà l’accesso elettronico, che comunque dovrà comportare
un pagamento. Un sito internet verrà attivato a breve ma solo
per conoscere i termini del progetto.
Quali le principali difficoltà incontrate nella traduzione?
La resa in italiano del ragionamento, le forme differenti di espressione, l’antichità del contesto e di una lingua, l’uso di termini
tecnici difficilmente traducibili (ad esempio tutti conoscono l’espressione ma nishtanà, in aramaico mai shenà, che significa “che
differenza c’è” ma non è la traduzione letterale, che dovrebbe
essere “cosa è variata”, ovviamente improponibile); la necessità
di intervenire con note, schemi, tabelle; la necessità di uniformare
i criteri, perché bisogna decidere una volta per tutte se scrivere
“Rabbi” maiuscolo o minuscolo, con o senza accento o con la sola
sigla “r.”, o il nome ‘Akiva con o senza il segno iniziale “ ‘ ”, con
la q o con la k, con o senza accento finale (e sono già otto varianti
possibili). Abbiamo dovuto ragionare e mettere in discussione
abitudini consolidate; per fare un esempio, noi nelle nostre scuole
traduciamo letteralmente yatzà yedè chovatò “è uscito d’obbligo”,
ma questa espressione in italiano non c’è (forse entrerà per nostra
mediazione): si dice “adempiere un obbligo”.
Ci si è ispirati alle edizioni già esistenti in inglese, francese,
spagnolo?
Le varie edizioni, anche quelle ebraiche, hanno fornito delle proposte, che però abbiamo rielaborato con le nostre scelte autonome dopo appassionate discussioni.
Perché soltanto il Talmud Bavli’?
Ogni studioso di Talmud sa che il testo base e di preferenza è il
Talmud babilonese; quando avremo finito questo passeremo ad
altri….
Intervista a cura di PIERO DI NEPI
Un’opera viva e non solo enciclopedica
L
Il Talmud in italiano verrà offerto ad un prezzo molto contenuto.
Lo spiega il curatore della casa editrice Giuntina
a pubblicazione del Talmud in italiano è
un momento di grande emozione e orgoglio per la Giuntina. Da sempre pubblichiamo testi di argomento ebraico che
possano contribuire all’identità di ogni ebreo e
al tempo stesso arricchire qualsiasi lettore. Pubblicare il Talmud significa dare a tutti gli ebrei
italiani la possibilità di accedere allo studio di
questo testo imprescindibile e donare agli italiani di altre fedi la possibilità di conoscere il cuore
della tradizione e del pensiero ebraico. In altre
parole, siamo onorati di dare il nostro contributo
a un’operazione culturale straordinaria che cambierà gli orizzonti culturali del nostro paese. Un
processo culturale che non può essere breve né si
esaurirà con la pubblicazione dei singoli volumi,
ma un processo che per realizzarsi avrà bisogno
della partecipazione di molti, della nascita di una
letteratura, del moltiplicarsi di lezioni ed eventi,
di un costante lavoro di spiegazione e diffusione. A questo processo, oltre che alla pubblicazione e alla distribuzione dei volumi,
speriamo di dare il nostro apporto con impegno e idee.
Per affermare questa visione di un’opera viva e
non solo enciclopedica, d’accordo con il Progetto Traduzione Talmud Babilonese, abbiamo fin
dall’inizio scelto di proporre il Talmud a un prezzo
molto contenuto, nell’intento di agevolarne l’acquisto affinché l’Opera diventi parte integrante
delle case e delle vite di tutti gli ebrei italiani, oltre a essere letta e studiata anche dai numerosi
appassionati e studiosi di ebraismo che vivono
nel nostro paese. I volumi saranno disponibili in
tutte le librerie, fisiche e online, oltreché acquistabili direttamente dalla Giuntina.
Per la Giuntina, piccola casa editrice indipendente, portare avanti un progetto di tale portata è
un grande impegno da tutti i punti di vista, ma
al tempo stesso si tratta di un’Opera eccezionale
frutto del lavoro appassionato di tante persone,
un’Opera che rappresenta una grande possibilità
di crescita per l’ebraismo italiano; per questi motivi non potevamo esimerci dal dare il nostro contributo diventando gli editori del Talmud e di farlo con profonda kavanà.
SHULIM VOGELMANN
Talmud Babilonese
Tiro
Mediterraneo
Akko
Shefaràm Lago di Tiberiade
Tiberiade
Ushà
Tzipporì
Cesarea
Fiume Giordano
Yafo
Benè Beràq
Lod
Yavnè
Gerico
Ashdòd
XVIII
Ashqelòn
Gaza
Gerusalemme
Hebròn
Mar Morto
La Terra d’Israele all’epoca della Mishnà e del Talmud
Fiume Tigri
Papunya
Shilchè
Pumbedìta
Mechòza
Nehardèa
Sikrà
Matà Machasyà
Sura
Shekantzìv
Kàfri
Nerèsh
Fiume Eufrate
Golfo Persico
Babilonia all’epoca della Mishnà e del Talmud
per spiegare il testo agli studenti. Dall’inizio del secondo millennio la
tradizione interpretativa cominciò a consolidarsi. È della fine dell’XI
secolo il lavoro fondamentale di spiegazione compiuto da rabbì Shelomò Yitzchaqì (Rashì di Troyes), che sistematicamente illustra il testo
pagina per pagina. Solo poche parti non furono commentate da Rashì
e il lavoro mancante fu completato dal nipote rabbì Shemuèl ben Meìr
(Rashbàm). Da allora nessuna edizione del Talmud vede la luce senza
il commento di Rashì. Subito dopo Rashì, le Scuole, in cui insegnavano suoi discendenti, parenti e allievi (dalla Renania ad altri centri
tedeschi e francesi), si dedicarono a compilare “aggiunte” (Tosafòt)
di approfondimento in cui molte sue interpretazioni vennero messe
in discussione. Una parte considerevole di questa produzione è stata
scelta per accompagnare il testo talmudico nelle edizioni comuni.
Meno successo, ma non minore importanza, hanno avuto altre opere
che hanno fornito interpretazioni e approfondimenti al testo. Alcune
compaiono in appendice nelle edizioni classiche, altre sono pubblicate
a parte, altre sono rimaste ignorate per secoli e hanno visto la luce solo
dopo la scoperta dei manoscritti.
Scheda dell’opera
Presidente del Consiglio di Amministrazione
del Progetto Traduzione Talmud Babilonese:
Riccardo Shemuel Di Segni
Direttore: Clelia Piperno
Coordinatore della traduzione: David Gianfranco Di Segni
Redattore capo: Sandro Servi
Art director: David Piazza
Coordinamento tecnico: David Dattilo
Coordinamento amministrativo: Paolo Scarlatti
Rosh haShanà (Capodanno)
Curatore e revisore: Riccardo Shemuel Di Segni
Coordinatore della traduzione: David Gianfranco Di Segni
Traduttori: Ronnie Canarutto, Gabriele Di Segni, Riccardo Shemuel Di Segni, Joel Lattes, Marco Ottolenghi
Redattore capo: Sandro Servi
Redattori: Deborah Cohenca, Alisa Luzzatto Bidussa,
Gaia Piperno, Michele Tercatin, Iaia Shulamit Vantaggiato
Ha collaborato con la redazione: Silvia Bemporad
(traduzioni dall’inglese)
Art director: David Piazza
APRILE 2016 • NISSAN 5776
La tradizione testuale e la stampa
Per la posizione centrale che il Talmud Babilonese occupa nella tradizione ebraica, rappresentandone l’opera fondamentale di studio,
il testo è stato accuratamente sottoposto a controlli. Molti autorevoli
studiosi sono intervenuti a correggere le versioni disponibili e questa
opera di definizione della versione corretta e delle varianti circolanti
è ancora in corso.
Nella storia del testo è intervenuto un fattore negativo molto rilevante: la persecuzione cristiana. Il pretesto era l’accusa rivolta al
Talmud di contenere offese verso il cristianesimo. In realtà le notizie
5
COPERTINA
Che cosa è il Talmud
APRILE 2016 • NISSAN 5776
(Tratto dall’introduzione all’opera)
[…] Il Talmud è essenzialmente un commento alla Mishnà e per questo risulta
formato da due parti: la Mishnà, divisa
articolo per articolo, e la Ghemarà, che è
il commento a ogni singolo articolo. Gli autori della Ghemarà hanno inserito e ordinato nel loro testo le tradizioni delle varie
Scuole che hanno studiato e commentato
la Mishnà, cercando di spiegarne le regole:
fonti, motivi, significato delle parole, ordine di discussione, versione corretta, regole
generali deducibili dai singoli casi; hanno
confrontato la Mishnà con le tradizioni tannaitiche rimaste fuori della redazione della
Mishnà cercando di risolvere le contraddizioni tra le fonti e le varie interpretazioni
successive; hanno discusso nuovi casi per
definire la regola.
I procedimenti di spiegazione dei testi
e di confronto tra le fonti impiegano una
struttura caratteristica (con uno specifico
dizionario di espressioni) di domande e
risposte, obiezioni e confutazioni spesso
concatenate e articolate, in modo da rendere lo studio del testo stimolante e complesso. Con diversi meccanismi di associazione di idee e di analogia la discussione si
allarga ad argomenti anche molto diversi
da quello iniziale. Una parte considerevole
di queste “estensioni” non ha implicazioni
strettamente giuridiche, e viene definita
Aggadà, un campo che riguarda l’esegesi
biblica, le narrazioni, gli insegnamenti morali e di buon comportamento. In tal modo,
seppure con una sua peculiare struttura
logica e organizzativa, il Talmud viene a
comprendere una parte considerevole del
patrimonio culturale dell’ebraismo antico.
Alla redazione del Talmud lavorarono sia i
centri di studio in Terra d’Israele che quelli
della Babilonia. Da questo sono nate due
6
redazioni distinte, il Talmud “Yerushalmì” (lett. di Gerusalemme, anche se per
molto tempo la presenza ebraica in quella
città fu interdetta) che è il risultato del lavoro delle Scuole in Terra d’Israele, specialmente a Tiberiade e quello “Bavlì”,
Babilonese.
Il destino delle due opere, Talmud Yerushalmì e Talmud Bavlì, è stato molto
differente. L’impero bizantino rese l’insediamento ebraico in terra d’Israele insostenibile e questo comportò all’inizio del
V secolo la sospensione dell’attività delle
Scuole e la fine precoce della redazione
del Talmud. In Babilonia la relativa stabilità politica e il fiorire delle Scuole consentirono un ulteriore secolo di elaborazione.
La prosecuzione dell’attività delle Scuole
nella regione consentì l’ulteriore sistemazione del Talmud Babilonese che divenne
l’autorità di riferimento per tutta la storia
successiva [….]
I commenti al Talmud
La complessità del testo talmudico ne rende praticamente impossibile lo studio senza l’aiuto di guide e di opere di commento.
Nei primi secoli successivi alla sua redazione era indispensabile un Maestro per
spiegare il testo agli studenti. Dall’inizio
del secondo millennio la tradizione interpretativa cominciò a consolidarsi. È della
fine dell’XI secolo il lavoro fondamentale
di spiegazione compiuto da rabbì Shelomò
Yitzchaqì (Rashì di Troyes), che sistematicamente illustra il testo pagina per pagina.
Solo poche parti non furono commentate
da Rashì e il lavoro mancante fu completato dal nipote rabbì Shemuèl ben Meìr
(Rashbàm). Da allora nessuna edizione del
Talmud vede la luce senza il commento di
Rashì. Subito dopo Rashì, le Scuole, in cui
insegnavano suoi discendenti, parenti e
allievi (dalla Renania ad altri centri tedeschi e francesi), si dedicarono a compilare
“aggiunte” (Tosafòt) di approfondimento
in cui molte sue interpretazioni vennero
messe in discussione. Una parte considerevole di questa produzione è stata scelta
per accompagnare il testo talmudico nelle
edizioni comuni.
Meno successo, ma non minore importanza, hanno avuto altre opere che hanno
fornito interpretazioni e approfondimenti
al testo. Alcune compaiono in appendice
nelle edizioni classiche, altre sono pubblicate a parte, altre sono rimaste ignorate
per secoli e hanno visto la luce solo dopo la
scoperta dei manoscritti.
La tradizione testuale e la stampa
Per la posizione centrale che il Talmud Babilonese occupa nella tradizione ebraica,
rappresentandone l’opera fondamentale
di studio, il testo è stato accuratamente
sottoposto a controlli. Molti autorevoli
studiosi sono intervenuti a correggere le
versioni disponibili e questa opera di definizione della versione corretta e delle va-
rianti circolanti è ancora in corso.
Nella storia del testo è intervenuto un
fattore negativo molto rilevante: la persecuzione cristiana. Il pretesto era l’accusa rivolta al Talmud di contenere offese
verso il cristianesimo. In realtà le notizie
che si possono trovare al riguardo sono
pochissime, frammentarie e molto confuse; la ragione principale della
persecuzione del Talmud era la
sua importanza nel sostenere la
tradizione rabbinica. La persecuzione ha portato a confische, roghi
(tristemente famosi quelli di Parigi
del 1240 e di Roma nel 1553), proibizione dello studio, interventi di
censura. In conseguenza di questa attività persecutoria sono rari
i manoscritti medioevali e anche le
prime edizioni a stampa, inoltre i
testi risentono di pesanti interventi di censura.
Nella storia del testo lo spartiacque
decisivo è l’epoca delle prime edizioni a stampa. Dopo le prime prove a Guadalajara nel 1482 e poi di
alcuni volumi in Italia a Soncino, la
prima edizione completa veneziana
di Daniel Bomberg (1519-1523) e quella del
concorrente Marcantonio Giustinian divennero il riferimento per tutte le edizioni
successive.
Da allora le grandi pagine in folio rimangono uguali, nel senso che l’impaginazione
nelle edizioni successive è rimasta la stessa [….]
Il numero complessivo dei fogli è 2715.
La qualità delle edizioni si è raffinata progressivamente fino a arrivare all’edizione
Romm di Vilna del 1886, che, da allora, è
il testo diffusamente accettato tra gli studiosi tradizionali. Negli ultimi decenni ne
sono state fatte numerose edizioni puramente anastatiche o edizioni che partendo
dalla struttura Romm ne hanno migliorato
la leggibilità (usando caratteri diversi per
il testo principale, il neretto per i capoversi
dei commenti ecc.) e aggiungendo commenti di vario tipo […]
Come si studia il Talmud
Lo studio della Torà è per un ebreo un obbligo religioso al quale è tenuto a dedicare quotidianamente tempi fissi. Si può e si
deve studiare ogni parte della Torà, con
qualsiasi fonte, ma il Talmud, e in particolare quello babilonese, è prediletto negli
studi per la sua caratteristica interdisciplinare e intertestuale (Bibbia, insegnamenti tannaitici, elaborazioni rabbiniche
successive). La formazione rabbinica si
basa sullo studio sistematico e approfondito del Talmud.
Gli approcci al testo sono comunque possibili in modi molto diversi.
Un primo livello è quello della comprensione essenziale, che si raggiunge leggendo
il testo e integrandolo con il commento
classico di Rashì. Subito dopo si studiano
le Tosafòt, che allargano gli orizzonti di
comprensione. Lo studio può essere esteso quantitativamente (si parla di beqiùt,
esperienza) o qualitativamente (‘iyùn, riflessione), approfondendo anche singole
righe con gli strumenti della ricchissima
tradizione esegetica.
Lo studio può fermarsi alla comprensione
in varie forme e livelli del testo o avere
un indirizzo pratico, alla ricerca delle regole che dal Talmud vengono dedotte; c’è
quindi un percorso dalla discussione talmudica attraverso la letteratura decisoria per arrivare alla
regola codificata, o un percorso
inverso dalla norma codificata alle
sue basi talmudiche.
Nell’impegno di studio si seguono
percorsi ordinati, studiando brani
singoli, o più brani di argomento
e struttura affine, o capitoli interi
o interi trattati. Dal 1923 è stato
introdotto un calendario di studio,
condiviso in tutto il mondo, che si
basa sullo studio quotidiano di un
foglio, per cui in un ciclo di circa
sette anni si completa lo studio
dell’intero Talmud. Inizialmente
limitato a pochi studiosi, il progetto si sta allargando anche per
le possibilità offerte dalla civiltà
telematica che mette a disposizione lezioni quotidiane scaricabili da Internet nelle
maggiori lingue.
Per il suo contenuto basilare e multidisciplinare ogni studio sull’ebraismo non può
prescindere dal Talmud. L’interesse per
questo testo non è limitato al mondo ebraico, ma, per il suo contenuto e la metodologia logica rappresenta sempre di più un
testo attraente per tanti aspetti (giurisprudenza, storia delle religioni, esegesi biblica, filosofia, storia delle scienze).
Questa traduzione, malgrado la sua apparente complessità, offre finalmente al
lettore di lingua italiana il livello base,
comunque imprescindibile, di comprensione.
RICCARDO SHEMUEL DI SEGNI
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APRILE 2016 • NISSAN 5776
ASTROLOGO
7
COPERTINA
APRILE 2016 • NISSAN 5776
N
8
Quando tradizione e innovazione si incontrano
i risultati passano alla storia
el 2009 una malattia improvvisa mi ha costretto ad una
lunga convalescenza, molto tempo per pensare, altrettanto per leggere ed esplorare internet. E proprio in rete
ho scoperto che Rav Adin Steinsaltz stava lavorando alla
traduzione del Talmud ed era possibile seguirne l’iter on line. Ne
restai affascinata, mi appariva come un perfetto punto d’incontro
fra tradizione e innovazione.
Sette anni e svariati incontri illuminanti dopo, sono qui a raccontarvi con orgoglio come il progetto di tradurre il Talmud Babilonese in italiano sia diventato una
realtà anche in Italia e come il
germe di quell’idea abbia trovato
il terreno fertile che lo ha aiutato
a sbocciare.
Talmud in ebraico significa studio, apprendimento e adempimento dello Studio della Torà. Il
Talmud non è solo uno dei testi
sacri della nostra cultura ma, insieme alla Bibbia, è il Testo fondamentale su cui si basa l’ebraismo.
Eppure, a differenza della Bibbia
che è stata tradotta in quasi tutte
le lingue del mondo ed è accessibile a chiunque, il Talmud finora
era stato tradotto solo in inglese
ed ebraico moderno, rimanendo
un testo prevalentemente legato
al popolo ebraico.
In tal senso il nostro Progetto di
Traduzione del Talmud Babilonese mette in pratica quello che
ho sempre pensato rispetto alla
conoscenza e cioè che si tratti del
più efficace strumento di conoscenza a disposizione dell’umanità.
Anche perché la grandezza e l’universalità del Talmud vanno oltre
il sacro, parliamo di un testo che riguarda tutto lo scibile umano:
dalla scienza all’astronomia, dalla medicina alla zoologia, dalla botanica alla geologia, dalla matematica alla fisica.
Ma immagino ci sia ancora qualcuno che potrebbe chiedersi se
fosse necessaria questa traduzione, la risposta credo la possiamo
cercare nella nostra storia recente.
Quando nel 1938 in Italia furono varate le leggi razziali non furono
solo le vite di tante donne e uomini ebrei italiani ad essere spezzate ma furono le radici stesse della cultura ebraica italiana ad essere
tagliate, infatti furono espulsi dalle scuole di ogni ordine e grado.
Oggi siamo qui per riprendere in mano quel filo e riannodarlo strettamente, per riunire la cultura ebraica all’Italia.
Per questo è riduttivo guardare al Progetto di Traduzione del Talmud Babilonese come ad una semplice operazione di recupero
della memoria o ad un progetto che riguardi esclusivamente la
nostra comunità. Questo Progetto è uno straordinario lavoro di conoscenza universale che sarà messo a disposizione di tutti e che
proietterà la cultura ebraica e quella italiana nel futuro. Sarà uno
di quegli eventi epocali che contribuiranno ad ampliare l’identificazione culturale del popolo ebraico, troppo spesso legata solo ed
esclusivamente alla tragedia della Shoà.
Anche nelle nostre comunità, quanti sono oggi tra le nostre ragazze e i nostri ragazzi coloro che al di là delle letture insegnate loro
per la maggiorità religiosa, sono in grado di leggere e comprendere
l’ebraico?
Una lettura appassionante e coinvolgente come quella del Talmud
potrebbe spingere molti di loro a compiere un viaggio di ritorno
verso le origini, perché il fascino del testo tradotto in italiano potrebbe far nascere in loro la voglia di approfondire lo studio della
lingua dei padri.
Queste sono le ragioni del cuore e dell’anima ma c’è bisogno anche
della testa.
Ogni progetto di ricerca che si rispetti deve essere solido, il Progetto di Traduzione del Talmud Babilonese poggia su quattro pilastri
fondamentali che sono: la fatica,
l’onestà, la trasparenza e la tecnologia, e su una base indispensabile che è rappresentata dalle
risorse. E proprio per questo dobbiamo ringraziare lo Stato Italiano
che, attraverso il MIUR, ha compreso l’universalità del Progetto
finanziando la sua realizzazione.
Dopo quasi tre anni e mezzo dall’inizio dei lavori del progetto si è
costituito un team di 80 persone
fra le quali troviamo traduttori
esperti, traduttori in formazione,
istruttori, revisori dei contenuti e
revisori editoriali e informatici.
Un team che sta lavorando contemporaneamente su migliaia
di pagine, grazie all’innovativo
software "Traduco" sviluppato
dall’Istituto di Linguistica Computazionale del Consiglio Nazionale delle Ricerche, creato dalla
collaborazione fra traduttori e
informatici
Il sistema include componenti per il trattamento del testo e della
conoscenza, sviluppati secondo i principi della linguistica computazionale.
È come se la genialità di Alan Turing avesse trovato oggi una sua
nuova ed ulteriore applicazione nel mondo della linguistica e delle
traduzioni.
Bernard-Henri Lévy a proposito del Talmud ha scritto: “Se il Talmud è proprio quel getto di scintille che continuano a sfavillare
fra coloro che hanno mantenuto il gusto di accostarsi alla parola
di Mosè accantonata e riattivata a colpi di enigmi, di paradossi,
di parole limpide o ingannevoli, di sensi costruiti o decostruiti, di
enunciati ben articolati o bruscamente aberranti, allora tutto questo significa che gli Ebrei sono venuti al mondo meno per credere
che per studiare; non per adorare, ma per comprendere; e significa
che il più alto compito al quale li convocano i libri santi non è di
ardere d’amore, né di estasiarsi davanti all’infinito, ma di sapere e
di insegnare.”
Anch’io sono dell’idea che il nostro ruolo sia quello di sapere e di
insegnare, si è tentato e si tenta ancora oggi di sottrarcelo ma
con la tenacia e l’orgoglio che ci appartiene, noi non lo abbiamo
consentito e non lo consentiremo mai. E questo Progetto ne è la
dimostrazione.
Il seme è stato piantato, le prime foglie sono spuntate ma questo
Progetto è una quercia che avrà bisogno di molta cura per crescere
e prosperare, noi siamo qui per innaffiarla, curarla e renderla più
forte.
CLELIA PIPERNO
Le sfide della traduzione
A
Un team di cinquanta tra traduttori e redattori sta lavorando al progetto.
Lo spiega il coordinatore rav Gianfranco Di Segni
d occuparsi del progetto sono in circa cinquanta tra traduttori, revisori e redattori, ma questo numero è una
media, in quanto i partecipanti - sparsi per il mondo,
residenti in Italia, America ed Israele - variano continuamente. Alcuni all’inizio coinvolti hanno lasciato dopo poco tempo,
mentre nuovi se ne sono via via aggiunti. Sono ovviamente di diverso livello, alcuni, i più giovani, chiamati ‘traduttori in formazione’,
lavorano con altri, esperti talmudisti, che però in compenso hanno
spesso difficoltà con l’italiano, portando così avanti una collaborazione vantaggiosa per entrambi.
“Per assicurare un flusso costante, invece di chiedere ad ogni traduttore di farsi carico di un intero trattato, che può essere lungo
anche 100-150 dapim, si è deciso di dividere l’assegnazione in capitoli”, afferma rav Gianfranco Di Segni (responsabile del team)
“cosicché, tra gli altri motivi, l’incaricato si responsabilizza sapendo
che se non finisce il lavoro blocca l’intero processo, e così si velocizza considerevolmente la procedura”.
“Per la traduzione si utilizza un complesso sistema informatico
ideato dall’Istituto di linguistica computazionale del CNR di Pisa”,
continua, “il vantaggio principale è che una volta inserita la stringa
originale appare già una possibile traduzione, tramite i termini presenti già tradotti da altri in diversi trattati”. Ciò è particolarmente
utile nel Talmud, in quanto ricorrenti sono i passi paralleli, le frasi
idiomatiche, le strutture fisse. Stessa cosa avviene per la spiegazione di concetti fondamentali del Talmud. Quando parole tecniche, di
difficile traduzione, come terumà o shofar - facilmente identificabili
in corsivo, lasciate nel testo principale semplicemente traslitterate,
e poi spiegate nelle note esplicative - appaiono nella stringa da tradurre, vengono mostrate al traduttore le definizioni già date, che lui
potrà decidere se usare, migliorare o cambiare.
“Il problema principale consiste nel rendere omogeneo il tutto”, sottolinea il Rav, ma “per ovviare a ciò un grande aiuto è dato dal sistema di traduzione, come abbiamo detto, e dal fatto che ogni trattato
ha un suo curatore unico che insieme alla redazione si occupa di
uniformare il tutto”. “Non è questo un progetto che poteva essere
attuato da una sola persona, anche l’ArtScroll ha dovuto contare su
un gran numero di collaboratori. Solo rav Steinsaltz vi è riuscito da
solo, ma vi ha dedicato 40 anni e le differenze tra i diversi volumi
ci sono, le note ad esempio, più rare nei primi volumi, sono diventate col tempo più frequenti”, ricorda Di Segni, che aggiunge: “Il
Talmud stesso non è omogeneo, i primi capitoli di ogni trattato ad
esempio sono solitamente molto più lunghi degli ultimi”.
Altra particolarità è che il Talmud non è un testo che si possa tradurre letteralmente, “in quanto molto sintetico, ad ogni riga ne
corrispondono solitamente 3-4” come ribadisce il rav. Per chiarezza
quindi, nella pubblicazione, seguendo la formattazione delle traduzioni in altre lingue, in neretto si trova la traduzione letterale, mentre in carattere normale sono le parole aggiuntive per rendere più
fluida e scorrevole la lettura. Il tutto è poi corredato da note esplicative (principalmente basate sui commenti di Rashì e Tosafot ma non
solo), halakhiche, linguistiche, biografiche, scientifiche.
SARA HABIB
È PIÙ DI UNA COMPAGNIA AEREA, È ISRAELE
È tempo di rinascita e libertà
A voi e ai vostri cari, sinceri auguri da El Al.
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APRILE 2016 • NISSAN 5776
CHAG PE SAC H S A M E AC H
9
COPERTINA
L’importanza dello studio:
per se stessi ma anche
per la Comunità
Tradurre il Talmud in italiano sembrerebbe irrazionale,
poco pratico e illogico. Ma in realtà è una sfida per la
sopravvivenza. Lo spiega Thomas Nisell, collaboratore
di rav Adin Steinsaltz
B
APRILE 2016 • NISSAN 5776
uon giorno Thomas, lei lavora con Rav Steinsaltz, uno
dei più importanti Rabbini al mondo. Come ci sei riuscito e di preciso che ruolo hai?
“Rav Steinsaltz è il rabbino più anticonvenzionale che conosco e la sua Torah è molto semplice forse per questo è cosi difficile”. Con queste parole Thomas Nisell, collaboratore del rav da 24
anni, inizia il nostro colloquio per spiegare ai lettori di Shalom le
particolarità della traduzione in italiano del Talmud.
In passato, la traduzione della Torah è stata considerata una tragedia dal popolo ebraico. Quando Rav Steinsaltz ha cominciato
a tradurre e poi pubblicare in diverse lingue la traduzione del
Talmud, qualcuno ha per caso pensato qualcosa di simile, che
fosse una tragedia?
La Torah e il Talmud non sono la stessa cosa ma senza dubbio si
completano. E’ impossibile comprendere il Talmud senza la Torah.
Dico sempre che tutti, ebrei o non ebrei, possono avere il Talmud a
casa e questo non rappresenta un problema. Anzi, può anche essere considerato un beneficio. C’è una grande differenza fra leggere
e imparare. Qualsiasi Rabbino e anche qualsiasi professore universitario può spiegare la differenza fra sentire e ascoltare. Il Talmud
riguarda l’ambito dell’imparare e del porre domande. Come fai a sapere che stai imparando nel modo giusto? La risposta è che cominci
con una domanda e finisci con circa cinquanta domande. L’ebraismo riguarda le domande ma devi anche avere know-how per poter
porre le giuste domande. Se non hai know-how hai solo opinioni.
Come nasce l’idea della traduzione in lingua italiana del Talmud?
Quando mi chiesero cosa pensassi dell’idea della traduzione in italiano del Talmud, domandai quanti ebrei ci fossero in Italia. Subito
dopo mi domandai quanti fra questi ultimi stessero anche studiando il Talmud, in ebraico in inglese o in altre lingue. Forse un centinaio di persone. Avrebbe avuto senso tradurre in italiano l’intero
Talmud, un libro enorme e complicato che riguarda la realtà della
vita, per così poche persone? Tradurre il Talmud per forse cinquanta o cento persone sembrerebbe molto irrazionale, poco pratico e illogico. Però, nell’antichità c’erano due grandissimi imperi, quello ro-
10
mano e quello greco. Erano potenze politiche, economiche, militari,
culturali e cosa è rimasto di queste grandi potenze? Cosa è rimasto
dell’impero romano e di quello greco? Pietre e rovine. All’interno di
questi grandi imperi c’era un piccolissimo gruppo, il popolo ebraico.
Gli ebrei non avevano potere militare o politico eppure si provò a
sterminarli, a ucciderli. Cosa è rimasto di loro? Ebrei, persone. Le
persone sono vita. Indipendentemente dal luogo dove vivano, ancora oggi continuano ad esistere gli ebrei buoni o cattivi che siano
e questo è un fatto molto irrazionale. Perciò mi dissi che era giusto
tradurre in italiano il Talmud, perché se fosse servito a trasformare
la vita anche di una sola persona, allora sarebbe stato utile farlo. Lo
so che è complicato ma tutto ciò che è semplice non è importante
mentre tutto ciò che è complicato e difficile ha le potenzialità di essere importante.
Quale pensi sia il modo migliore di cominciare lo studio del Talmud se non lo si è mai fatto prima?
Beh, come si comincia ad imparare a nuotare? Nessun essere umano, appena nato, sa nuotare. Si ha solo bisogno dell’acqua. Non importa se cominci con Rosh haShana o berachot, puoi anche cominciare a metà e poi vai avanti. Rav Steinsaltz ha dedicato la sua vita
nel tentativo di consentire a tutti, non solo ai grandi studiosi, ma ad
ogni singolo ebreo di poter imparare e studiare senza scuse.
La traduzione del Talmud consente a tutti di poterlo leggere, offre dunque la possibilità a tutti di avere una migliore comprensione dell’ebraismo?
Non è sufficiente leggere il Talmud, è importante imparare da ciò
che si legge. E’ bello che chiunque possa avere il Talmud a casa. Mi
ricordo che ero a casa di Fiammetta e Maurizio Tagliacozzo c’era un
gruppo di una decina di persone che erano venute per imparare ciascuno con una Ghemarà diversa ma tutti erano venuti per imparare.
Le persone studiano anche se hanno altre cose da fare legate alla
vita moderna eppure, nonostante la partita di calcio o il lavoro, per
una o due ore a settimana in molti studiano per imparare e questo
è molto importante non solo per se stessi ma anche per la comunità
ebraica.
A CURA DI SARAH TAGLIACOZZO
Il Talmud e il web
Grazie alla tecnologia c’è una grande possibilità
di accesso e conoscenza di un’opera fondamentale
dell’ebraismo. 2711 pagine da studiare ogni giorno
per sette anni e cinque mesi
L
un giorno salta, non c’è problema perché tutto è archiviato ed è
a disposizione dell’utente. Basta collegarsi al sito www.torah.it e
andare sulla sezione Testi dell’homepage e cliccare su DafYomi di
Tenenbaum.
Il metodo che si segue è quello del Daf Yomi (la pagina quotidiana), che ha riscosso negli ultimi anni molto interesse, attestando
una rinascita ed una moltiplicazione dello studio talmudico. Grazie
alla rete si può seguire questo tipo di programma anche seguendo le lezioni fuori
dalle yeshivot, in ufficio o a casa, basta
avere a portata di mano un pc o uno smartphone.
Il Daf Yomi nacque nel 1923, anno in cui
Rabbi Meir Shapiro elaborò il programma
di studio dei 63 libri che compongono il
Talmud Babilonese. Il celebre rabbino
di Lublino indicò lo studio quotidiano di
una pagina talmudica, il Daf Yomi, cosicché gli studiosi di Gerusalemme, Mosca,
New York e Roma potessero applicarsi
quotidianamente sulla stessa pagina di
Ghemarà.
L’intera collezione talmudica è composta
da 2711 pagine e per coprire l’intero studio, dedicando una pagina
al giorno, servono sette anni e cinque mesi.
Il grande insegnamento di Rav Shapiro è avere affermato la necessità di un rapporto quotidiano, costante, stabilito tra l’ebreo
con il testo sacro, il Talmud, e tra l’ebreo e il suo correligionario,
sparsi ovunque nel mondo, nell’affrontare lo stesso testo, giorno
per giorno, confrontandosi, pensando e parlando dello stesso argomento.
JONATAN DELLA ROCCA
APRILE 2016 • NISSAN 5776
a nuova edizione talmudica in uscita con la traduzione
italiana, arricchita di commenti, note ed illustrazioni arricchisce un panorama editoriale che negli ultimi decenni
ha avuto una grande popolarità nelle famiglie ebraiche di
tutto il mondo. Si, perché basta andare in un’abitazione ebraica di
Londra o New York, senza parlare ovviamente di Gerusalemme, e
sicuramente si trovano negli scaffali della libreria testi talmudici
dell’ArtScroll o del Talmud di Rav Steinsaltz, soppiantando quello
di Soncino che anni addietro aveva avuto il merito di essere l’apripista della democratizzazione talmudica, con la traduzione inglese
della Ghemarà.
Da quasi trent’anni ad oggi sia l’ArtScroll che quello di Rav Steinsaltz offrono prodotti per certi versi diversificati, a seconda dell’esigenza dei singoli lettori. Il primo, uscito in inglese e oggi pubblicato anche in ebraico, riesce a soddisfare
gli alunni, oltre che con un’accurata traduzione, con delle note esplicative, ricche di
commenti dei più autorevoli commentatori, che anticipano le domande che lo stesso studente si pone con risposte puntuali
ed esaurienti.
Il Talmud di Rav Steinsaltz, di cui questa
edizione italiana ha acquistato i diritti, ha
avuto il merito di offrire una traduzione
completa dall’aramaico all’ebraico moderno del testo originale, con le note esplicative di halachà, penetrando in un’ampia fascia di mercato e di studio fino ad
allora relegata al mondo rabbinico. Così,
per chi segue corsi rabbinici oggi non c’è
problema perché si riesce a recuperare qualche lezione persa del
maestro, grazie a questi testi, che insieme a tutta l’offerta che è
presente nel web, assicurano un valido ausilio alla didattica talmudica. E non solo in inglese o in ebraico.
Grazie all’opera del professore Avraham Tenenbaum, anche in lingua italiana si possono seguire delle lezioni on line. Così anche chi
non è versatile all’aramaico e all’ebraico può cliccare sul web e per
un’ora al giorno studiare quello che è definito insieme al Tanach
(la Bibbia) il libro per eccellenza del canone rabbinico. E se per
Contatti: Yael Ilmer Giron 349 251 6993 I [email protected] I www.masaitalia.org
Masa Israele è un progetto del governo Israeliano e dell'Agenzia Ebraica ed è reso possibile grazie al generoso contributo del Keren Hayesod
11
COPERTINA
Talmud, l'ipertesto come metodo
È una scrittura che va oltre le parole e che supera il concetto di tempo
Q
uando assistiamo per
la prima volta a una
lezione di Talmud e
apriamo una pagina
del libro sotto la guida di un Maestro, siamo subito consapevoli
di relazionarci con un ipertesto.
Dando per scontato che la definizione di ipertesto è in contrasto con un testo lineare che procede in un ordine unico.
L’ipertesto può essere letto in
molti modi perché consiste in
parti, o nodi, o blocchi di testo
che sono stati collegati in una
maniera non lineare. Si può definire, quindi, l’ipertesto come
un insieme di porzioni di testo
che hanno un modello di collegamento non sequenziale e che quindi presenta molti
percorsi di lettura possibili.
La pagina del Talmud presenta al centro un testo e
intorno una serie di commenti note, rimandi e riferimenti. Ma non è solo un ipertesto grafico, ma anche
mentale e didattico. Perché il testo centrale ha inizio
da un brano della Mischna - la legge orale - a cui segue
la Ghemarà, con la discussione aperta da un Maestro
che dice una cosa, un altro che ne afferma un’altra, e
arriva un terzo che ne aggiunge la parabola narrativa
e via dicendo.
Succede molto spesso che seguendo il metodo dell’insiemistica, partendo dalla citazione di una parola, che
può essere inserita in una frase di fonte biblica, si arrivino a creare dei processi logici di legame per cui ci si
allontana apparentemente dagli argomenti originari di
discussione. Va detto che il Talmud ha avuto l’eccezionalità di essere un ipertesto esteso nel tempo. Perché
APRILE 2016 • NISSAN 5776
Rotschild 10 Bat Yam
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Perez Haiut 4 Tel Aviv
Krinizi 27 Ramat Gan
tra l’affermazione del rabbino
del Talmud e la citazione biblica
presa dalla Torah è un viaggio a
ritroso di circa due millenni.
Così non è azzardato affermare
che il Talmud o certi tipi di manoscritti che contengono commenti sui commenti, abbiano
fatto da apripista alla possibilità
di avere testi aperti, che rifiutano di essere chiusi. E questo
modo di scrittura ipertestuale,
apparentemente, può anche generare una confusione tra quale
sia il testo principale e commento, in cui diviene problematico
capire quale sia la tesi ufficiale,
vista l’interdipendenza tra testo
e commenti necessaria per la
comprensione. Non a caso essendo un testo aperto non
è arrivato a conclusioni definitive, ed in tal caso non è
adottato come testo normativo, per il quale l’ebraismo
dovrà pazientare circa un millennio fino ad arrivare alla
stesura dello Shulkan Aruch.
Un fattore strutturale dominante dell’ipertestualità
talmudica è anche ravvisabile nelle conseguenze
del processo storico. Grazie ad essa, è presente la
rappresentazione di un carattere molteplice di relazioni che avvengono dopo la distruzione del Tempio
di Gerusalemme. Perché vengono messi in collegamento attraverso la scrittura mondi ebraici dispersi
tra la Babilonia e l’Europa, dando vita a un mosaico
che trova nel Talmud una vitalità senza fine, dando
ragione a chi sostiene che l’eternità e la costanza
del popolo ebraico trova nello studio la sua profonda
identità.
JONATAN DELLA ROCCA
Investimenti immobiliari
in Israele: ci hai già pensato?
Società israeliana con staff multilingue propone in vendita appartamenti nuovi e rifiniti realizzati usufruendo della tama ‘38 in zone
centrali e residenziali di: Tel Aviv, Ramat Gan, Rishon e Bat yam.
Si segnala inoltre che parte degli immobili è vista mare.
Per facilitare le operazioni si forniscono consulenze fiscali,
finanziarie, legali e di interpretariato. Possibilità di accedere
a mutui bancari e permuta con immobili italiani.
Il progetto è personalmente seguito da
Simeone Raccah. Fondatore della Greenberg, si
occupa di immobiliare dagli anni ‘80. Specializzato nella riabilitazione di edifici storici e nelle
nuove costruzioni in Israele, cittadino israeliano
da più di sei anni vive stabilmente a Tel Aviv.
Shalom!
www.g-reenberg.co.il
Resp. Vendite: Samuel Dell’Ariccia
06.92939156
[email protected]
Hillary Clinton e Donald Trump, più diversi
non si può. Ma con una cosa in comune
Hanno entrambi un consuocero ebreo
condannato e incarcerato
N
EW YORK – Che cos’hanno in
comune Hillary Clinton e Donald Trump, oltre al fatto di
essere i frontrunner dei rispettivi partiti – Democratico e Repubblicano
- in corsa per le presidenziali americane
del prossimo novembre? La risposta è da
settimane il gossip prediletto dell’intellighenzia ebraica Usa: Hillary e Trump
hanno entrambi un genero ebreo ricco e
famoso il cui padre è finito dietro le sbarre
per aver violato la legge.
Il 38enne Marc Mezvinsky, dal 2010 marito di Chelsea Clinton ed ex banchiere
alla Goldman Sachs, è figlio di Edward
Mezvinsky, il controverso ex membro
democratico del Congresso – come pure
sua moglie Marjorie - che nel 2002 si dichiarò colpevole di truffa finanziaria per
10 milioni di dollari ai danni di amici ed
investitori. Dopo aver scontato 5 anni in
una prigione federale, Edward, figlio di
un fruttivendolo di Ames, in Iowa, nonché
influente ex presidente del Partito Democratico in Pennsylvania, è stato rilasciato
nell’aprile 2008.
Jared Corey Kushner, 35enne businessman marito di Ivanka Trump, è figlio
di Charles Kushner, il 61enne magnate
immobiliare e filantropo (figlio di ebrei
polacchi sopravvissuti all’Olocausto
ed emigrati in Usa dall’Italia nel 1959)
condannato a due anni di carcere nel
2015. L’accusa: evasione fiscale e contributi elettorali illegittimi. Oltre ad
aver sborsato 10mila dollari ad una
prostituta per sedurre il cognato che
aveva soffiato i suoi intrallazzi ai federali, Kushner Sr. registrò l’incontro
sessuale, inviando la videocassetta alla sorella.
Un tempo considerato tra i massimi finanziatori del partito Democratico su
scala nazionale, Kushner fu anche il
principale sponsor dell’ex governatore
democratico del New Jersey James E. McGreevey, costretto a rassegnare le dimissioni, nel 2004, in seguito ad una relazione omosessuale adultera. L’uomo per cui
il governatore divorzierà dalla moglie era
il cittadino israeliano Golan Cipel che lo
stesso Kushner aveva clandestinamente
fatto assumere dall’ufficio di McGreevey
proprio per spiare su di lui. Fu lo stesso
Kushner, si scoprì più tardi, ad aiutare Cipel ad ottenere il permesso di lavoro che
aveva consentito a McGreevey di nominarlo capo di una speciale unità antiterrorismo da cui fu più tardi licenziato.
Ma nonostante i peccati dei padri, i loro
eredi hanno, almeno finora, un invidiabile
curriculum. Entrambi si sono laureati in
una prestigiosa Università Ivy League:
Mark a Stanford, Jared ad Harvard. Dopo
un promettente debutto come investment
banker alla Goldman Sachs, nel 2011 Mezvinsky ha lanciato insieme ad alcuni soci
il fondo speculativo Eaglevale Partners,
che gestisce beni per oltre 350 milioni di
dollari. I suoi investitori, secondo il New
York Times, sono amici e sponsor dei Clinton, molti dei quali introdotti ai suoceri
dallo stesso Mezvinsky.
Non meno brillante il curriculum del secondo, amministratore delegato del co-
losso Kushner Companies, proprietario,
tra l’altro, di numerosi grattacieli per uffici a Manhattan, di uno shopping center
nel New Jersey e di decine di migliaia di
appartamenti dal Maine alla Florida. Kushner è anche proprietario del New York
Observer, il settimanale dei ricchi snob
newyorchesi, mentre suo fratello Joshua è
stato tra i primissimi investitori a puntare
sul miracolo Instagram.
L’unica vera differenza tra i due generi,
ironicamente, ha a che fare con la campagna presidenziale dei rispettivi suoceri.
“Perché il genero di Hillary sfugge i riflettori della sua campagna presidenziale
mentre Jared rincorre quelli di Trump?”,
si è chiesto l’autorevole giornale ebraico
Jewish Forward, secondo cui il giovane Marc evita come la peste i rally della
suocera, forse dietro suo ordine, “perché
un ricco speculatore di Wall Street non incarna l’immagine che Hillary vuole proiettare di sé nell’epico match delle primarie
contro il populista e progressista Bernie
Sanders”.
Dal canto suo Jared, che secondo gli amici
vota democratico e considera il clan Trump “troppo pacchiano e volgare per i suoi
gusti raffinati”, è ospite fisso ai raduni
del suocero che per catturare l’elettorato
ebraico non perde occasione per ribadire,
sempre sbraitando, che “ho una figlia, un
genero e nipoti ebrei” (dopo la conversione all’ebraismo, Ivanka mantiene una
casa kosher e celebra lo shabbat). Proprio l’attivismo pro-Trump di Jared gli
ha tirato addosso le critiche dei media,
anche ebraici, dopo che l’ Observer ha
pubblicato un articolo al vetriolo contro
il ministro della giustizia di New York
Eric Schneideman, reo di aver aperto un’inchiesta contro la fantomatica
Università Trump, accusata di frode ai
danni di dozzine di studenti.
Marc è riuscito addirittura a scomodare la destra religiosa israeliana. Yariv
Levin, ministro del Likud, si è scagliato contro il matrimonio interreligioso Clinton-Mezvinsky per attaccare
il grande movimento Usa degli ebrei
Reform. “Un uomo che si fa chiamare
rabbino si è presentato insieme ad un
prete e insieme hanno sposato la figlia di
Hillary senza che nessuno li abbia condannati, di fatto legittimando questa eresia”, ha tuonato dai banchi della Knesset.
L’unica cosa certa è che, chiunque vincerà
le elezioni, troverà una Casa Bianca già
molto ‘ebraica’ dove dal 2001 si festeggia
Hanukkah e dal 2008 si tengono ben due
Seder pasquali.
ALESSANDRA FARKAS
@afarkasny
Nella foto in alto: Jared Corey Kushner
e Ivanka Trump. In basso: Marc Mezvinsky
e Chelsea Clinton
APRILE 2016 • NISSAN 5776
STATI UNITI
13
STATI UNITI
Nelle presidenziali americane
tra i temi anche la domanda:
che vuol dire essere ebrei?
C
La debole identità ebraica
di Bernie Sanders, incentrata solo
sul ricordo della Shoà
ome parecchi altri lettori di notizie della politica internazionale, sono stato colpito da una dichiarazione di Bernie
Sanders, il candidato di estrema sinistra che contende la
candidatura democratica a Hilary Clinton nelle primarie
americane. E’ possibile che, quando leggerete questo articolo, l’ex
segretario di stato americano e moglie dell’ex presidente Clinton,
appoggiata dal vertice del partito e da tutte le relazioni costruite
in trent’anni di permanenza nell’élite della politica internazionale, sia riuscita a sconfiggere il solo senatore Usa che si definisca
socialista. Oppure proprio il suo evidente potere potrebbe danneggiarla presso un elettorato che negli
Usa come da noi ha un orientamento complessivamente antipolitico. E ci sono altre
ragioni (lo scandalo delle email, il caso non
chiarito dell’uccisione dell’ambasciatore
americano in Libia, ecc) che potrebbero
quantomeno rallentare la sua corsa. Ma per
il mio ragionamento questo non conta, quel
che mi interessa è il contenuto del discorso
di Sanders, solo enfatizzato dal suo imprevisto successo elettorale – giacché esso è
largamente condiviso.
Sanders, come è noto, è il primo ebreo ad
avere una qualche possibilità di diventare
presidente degli Stati Uniti. E’ un ebreo
però che non rispetta neanche vagamente
i costumi religiosi ebraici, che non nasconde di appartenere allo schieramento politico americano contrario a Israele, che non parla volentieri del suo
ebraismo. Un candidato alla presidenza deve però rendere conto
di tutti gli aspetti della sua vita e durante un dibattito elettorale
Sar
tor
ia
gli è stato chiesto se e come si senta ebreo. La risposta è stata
piuttosto sorprendentemente positiva e la spiegazione è stata
che nel suo ebraismo è determinante il ricordo della Shoà: “I nazisti hanno eliminato buona parte della mia famiglia - ha detto in
sostanza - e questo non posso dimenticarlo, ha segnato tutta la
mia vita politica.”
Si pongono qui due problemi, che riguardano non solo il candidato americano, ma in
maniera diversa moltissimi ebrei americani
ed anche europei. Il primo è il tema dibattutissimo di che cosa significhi essere ebrei,
o ancor meglio di quali ne siano i tratti decisivi, le motivazioni esplicite. Il secondo
riguarda il senso della memoria della Shoà,
le conclusioni che se ne devono trarre.
Sul primo punto è evidente che si incontrano di fatto modi molto diversi di identificazione con l’ebraismo, dal rispetto delle
regole tradizionali e in genere dall’osservanza religiosa, al senso di responsabilità
derivante dall’appartenenza a un popolo,
dall’attaccamento alla produzione culturale
ebraica classica o più spesso contemporanea al sostegno dello Stato di Israele, per finire col ricordo della
Shoà. Naturalmente queste ragioni sono tutte compatibili e spesso
di fatto si ritrovano insieme. Non è possibile analizzarle qui, ma
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è chiaro che alcune sono storicamente più durature di altre. L’ebraismo si è mantenuto nella storia per millenni come osservanza
della legge religiosa, o ancor meglio della forma di vita autonoma
e piena di senso ma non facile che ne deriva. Al contrario tante
catastrofi si sono purtroppo abbattute sul nostro popolo nel tempo,
alcune percepite con acutezza analoga alla Shoà, come le crociate,
la cacciata di Spagna, i pogrom del XVII secolo in Ucraina, per non
parlare dei tentati genocidi persiani o egizi e delle stragi romane.
Il popolo ebraico ne conserva la memoria, ma essi non sono più
certamente occasioni di identificazione. Questo è un rischio che
si incomincia a percepire anche per la
Shoà, nonostante la sua terribile unicità e tutto quel che si fa per mantenerne il ricordo. Sanders appartiene alla
prima generazione dopo il genocidio,
presto arriveremo alla quarta. E’ difficile pensare che qualcuno, che non
condivide le altre ragioni di appartenenza all’ebraismo, si senta ebreo
perché i suoi bisnonni sono sopravvissuti a un genocidio svoltosi quasi un
secolo prima di lui. Il tempo può non
cancellare il ricordo, ma l’appartenenza sì; se non ci sono altre ragioni, gli
antenati da “noi” diventano “loro”.
Questo limite è ben iscritto nella nostra tradizione, che ha sempre messo al centro della memoria le
liberazioni di cui rallegrarsi più che le stragi e i pericoli che ci hanno colpito. Dunque un’identificazione ebraica limitata alla Shoà è
parziale, insufficientemente definita. Essere ebrei non può significare semplicemente ricordare di appartenere a una famiglia che
ha subito un tentativo di genocidio. Bisogna almeno chiedersene
il perché.
Arriviamo così velocemente alla seconda questione: che cosa significa per un ebreo ricordare la Shoà? La lezione che ne hanno
tratto quelli come Sanders è probabilmente questa: il genocidio è
la conseguenza estrema del carattere oppressivo e divisivo del fascismo, del privilegio di una nazione che logicamente ha finito con
l’assumere un’ideologia razzista. Bisogna opporvisi e lottare per
l’uguaglianza di diritti di tutti gli esseri umani. Si può certamente
essere d’accordo con questa catena di idee, anche se non con il
passo ulteriore che essi ne traggono: ricordare la Shoà e lottare
contro di essa richiederebbe di aderire al socialismo. Il fatto è che
c’è stato molto antisemitismo in tutti i socialismi, a partire dai modelli ottocenteschi, fino almeno alla pratica sovietica. E del resto il
socialismo difficilmente è davvero egualitario, al contrario spesso
assume aspetti autoritari che lo rendono simile al nazismo, il quale
del resto si definiva “nazional-socialismo”. Inoltre l’antisemitismo
precede il razzismo ottocentesco, ne è concettualmente e passionalmente autonomo, come mostra la storia.
Il ricordo della Shoà e la decisione a impedire che si ripetesse hanno indicato al mondo sionista un ragionamento diverso, anche se
non certo incompatibile, quello che si
può associare all’intuizione anticipata
di Herzl: la Shoà è stata la terribile
prosecuzione industriale delle persecuzioni antisemite che si sono ripetute in Europa da diciassette secoli
(e nel mondo musulmano da tredici).
Il solo modo di farla finita con la sequenza delle stragi è vivere per conto
proprio, costruire una sovranità e difendersi dalle aggressioni, come gli
ebrei non avevano potuto fare nella
diaspora e uno stato invece può fare.
Insomma, dalla debole identificazione
di Sanders come discendente delle
vittime può e deve discendere quella
più ricca e impegnativa di membro di un popolo che lotta per non
ritrovarsi più in posizione di inferiorità e nel farlo ritrova le proprie
radici anche territoriali, amplia la propria cultura, l’economia e la
tecnica, conserva in maniera attiva la sua forma di vita tradizionale, insomma è l’Israele reale di oggi, con tutta la complessità e
la dialettica ma anche la ricchezza che lo caratterizza, in cui hanno avuto spazio l’utopismo sociale come la tradizione religiosa.
Sennonché Sanders e quelli come lui questo salto non lo vogliono
fare, perché implica una responsabilità e un’identificazione attiva
verso il popolo ebraico, e si limitano a pensare vagamente che l’ebraismo si giustifichi come possibile fondamento del socialismo e
dell’universalismo. Al contrario non amano la specificità ebraica,
l’idea di una nazione che ritrova se stessa e la contrastano attivamente. Per questo sono ebrei, ma inutili e perfino pericolosi per il
loro popolo.
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ISRAELE
L’intifada dei coltelli vorrebbe
distruggere le certezze di Israele
C
Diminuisce il senso di sicurezza,
è una minaccia al turismo e mina la fiducia
nella coesistenza tra ebrei e arabi
APRILE 2016 • NISSAN 5776
hiunque abbia avuto la possibilità di passeggiare sul lungomare fra Tel Aviv e Jaffa almeno una volta nella vita
si sarà stupito della pacifica coesistenza fra israeliani e
arabi in questo luogo. Non che le due parti si amino intensamente ma a giudicare dalla presenza di famiglie impegnate
in barbecue e pic-nic o di bambini che giocano a calcio insieme si
può indubbiamente parlare di coesistenza. Questo idillio è stato
bruscamente interrotto l’8 marzo da un palestinese di ventuno anni
proveniente dal campo profughi di Qalqiliya
in Cisgiordania. L’uomo armato di coltello ha
ferito dieci persone e ucciso un turista americano di ventinove anni ed è stato successivamente fermato da un ragazzo israeliano che
lo ha colpito con una chitarra. Nello stesso
giorno, mentre era in corso la visita ufficiale del vice Presidente americano Joe Biden,
altri due attentati, uno a Petach Tikva e uno
a Gerusalemme, hanno fatto salire il numero
dei feriti a tredici persone.
Ciò che è successo a Jaffa ha però dei risvolti
drammatici di cui non si può non tenere conto. Innanzitutto manifesta la volontà, da parte dell’attentatore, di
voler distruggere la normalizzazione a cui ebrei e arabi sono giunti
a Jaffa: una realtà da cancellare perché mette a rischio la retorica
dell’odio portata avanti dai media palestinesi e dai politici dell’Autorità Nazionale Palestinese. In secondo luogo ci sono le conseguenze sul turismo provocate dalla morte del ragazzo statunitense, un ex
militare di nome Taylor Force. Sebbene il direttore del Ministero per
il Turismo Amir Halevy si sia affrettato a dichiarare che il turismo in
Israele cresce ogni anno nonostante gli attentati terroristici, il fatto
che “l’Intifada dei coltelli” abbia raggiunto una località prettamente
turistica come Jaffa spaventa e non poco chi fa parte del settore.
Infine l’ultimo aspetto che però non è una novità ma una conferma: il modus operandi degli attentatori rende impossibile sven-
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tare l’attacco prima che abbia inizio.
Le persone aggredite nella maggior parte dei casi non sono armate
e non sono addestrate a combattere, Yishai Montgomery, l’israeliano che ha fermato il terrorista di Jaffa con una chitarra, e Yonatan
Azrihav, il religioso che a Petach Tikva si è autoestratto dal collo un
coltello e ha ucciso l’assaltatore, sono riusciti a cavarsela perché
hanno agito istintivamente, qualcosa che non tutti sono in grado di
fare in momenti di pericolo. La superiorità militare e d’intelligence
dell’esercito israeliano non può nulla contro
ragazzini pronti a morire per la causa. E’ ovvio che questi strumenti non permettono più
ai palestinesi di effettuare attacchi devastanti come nella Seconda Intifada ma, ad oggi,
la routine quotidiana e il senso di sicurezza
personale degli israeliani sono profondamente intaccati.
Una serie di domande senza risposta riecheggia nelle radio e nelle reti televisive
israeliane: cosa fare per bloccare l’incitamento alla violenza che pervade i media palestinesi? E’ possibile trovare un accordo con
chi santifica i martiri e conferisce un’aura di coraggio chiamandola
disperazione? E se fossero poi gli israeliani ad agire in nome della
disperazione del non poter più uscire di casa tranquilli?
“L’Intifada dei coltelli” vorrebbe far crollare le certezze degli
israeliani, sia quelle psicologiche relative alla sicurezza che quelle più materiali come la coesistenza sul lungomare di Jaffa e le
entrate economiche derivanti dal turismo. Il governo Netanyahu
non ha ancora chiarito le prossime mosse per contrastare il terrorismo e fornire di nuovo almeno una parvenza di sicurezza ai
propri cittadini. E’ probabile che a questo scopo venga intensificata nei prossimi giorni la presenza dell’esercito nelle strade
delle maggiori città.
MARIO DEL MONTE
L'unità del popolo è la migliore delle nostre armi
lcune settimane fa, il partito laburista israeliano ha approvato all’unanimità il piano del leader dell’opposizione
Isaac Herzog per la separazione dai palestinesi; un piano
che si sforza di promuovere una soluzione a due stati.
Durante la sua elaborazione, Herzog ha dichiarato che “la vittoria
del Sionismo sarà il riconoscimento, da parte del mondo, dei blocchi, e primo fra tutti Gush Etzion. Quelli
che non vogliono vedersi imporre un accordo di pace, dovranno adottare la mia
proposta, un accordo di separazione nel
quale noi siamo di qua e loro sono di là,
e una linea rossa ci divide”.
Tutti noi vogliamo la pace ma, a parer
mio, questa non è la strada per ottenerla. In primo luogo, anche se costruissimo un muro fra i due paesi, non saremmo in grado di chiudere la frontiera,
perché tutto questo è semplicemente
impraticabile.
In secondo luogo, ma ancor più importante, il terrorismo contemporaneo non
è dovuto solo all’infiltrazione fisica degli esecutori materiali, ma anche alla penetrazione ideologica delle idee, soprattutto attraverso
internet. Il killer di San Bernardino che ha ucciso 14 colleghi di lavoro, è stato descritto come “normale” prima di essere radicalizzato
attraverso i social media.
Un altro esempio è il modo in cui l’ISIS recluta i volontari in tutto il
mondo usando internet come mezzo di persuasione. Tra la metà del
2014 e la metà del 2015, quasi 30.000 persone sono entrate in Siria
per unirsi all’ISIS. Tutte queste persone sono state educate all’Islam
radicale interamente o parzialmente attraverso internet.
Con l’attuale flusso di idee inoltre, è impossibile impedire agli arabi
israeliani di venire radicalizzati. L’attacco terroristico mortale a Tel
Aviv, perpetrato dall’arabo israeliano Nashat Milhem, indica che l’Islam radicale e violento si è già insediato in Israele, rendendo ogni
proposta di separazione poco realistica, se non addirittura ingenua.
Credo che, se vogliamo la pace, dobbiamo cercare un approccio
completamente diverso da quello prospettato da Herzog. Potrebbe sembrare poco logico ma credo che ciò che dobbiamo fare è
concentrarci sull’unione fra noi invece che cercare sempre di compiacere e placare il mondo. In realtà, in tutta la nostra storia come
nazione, ci è stato detto che quando fra noi vi è l’unione, non solo
siamo forti, ma c’è pace nel mondo, quindi non c’è bisogno di combattere. Questa è la forza che dobbiamo cercare: la forza dell’unione e dell’amore per gli altri. Non c’è modo di conquistare il favore
del mondo se non impariamo ad unirci e ad estendere quell’unione
al resto delle nazioni. E poiché il mondo non sarà in grado di imporre la pace al nostro popolo, ci incolperà per ogni guerra che si
verificherà da ora in poi.
Continuiamo a pensare che il mondo debba esserci grato per i nostri contributi alla scienza e alla cultura, ma il mondo non la pensa
così. In realtà, gran parte dell’umanità ci considera come la peggior
calamità del mondo, più sinistri di ogni tiranno e più distruttivi di
qualsiasi terremoto. A parte qualche eccezione, le sole persone che
tengono conto delle nostre qualità siamo noi, mentre il resto del
mondo ci rinfaccia le nostre colpe.
Se c’è una cosa per la quale il mondo ci dovrebbe ringraziare, questa è l’unione, naturalmente a condizione di avere unione da offrire.
Abbiamo coniato il motto “Ama il tuo prossimo come te stesso” che
è diventato una pietra miliare nella costruzione sia del Cristianesimo che dell’Islam. Infatti, la Regola d’oro (la versione più moderata di “Ama il tuo prossimo come te stesso”) appare quasi in ogni
religione, sistema di credenze e tradizione etica. Chiaramente non
abbiamo idea di come realizzare questa regola, tantomeno nella sua
versione più “rigida”: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Gli
antichi Ebrei lo sapevano ma ora non ci sono più. Ciò che ne rimane
siamo noi, e il resto del mondo che sta affondando nella nefandezza,
ci accusa di tutto questo.
La soluzione che vedo per i nostri problemi quindi, è quella di imparare ad
unirci per poi diffondere questo metodo
al resto del mondo. Dato che però è impossibile farlo con soluzioni militari ed
essendo falliti gli sforzi diplomatici, possiamo separarci dai palestinesi o imparare a conviverci. Come ho appena spiegato, non possiamo realmente separarci
da loro, così la nostra unica opzione è
quella di imparare a vivere insieme. Per
fare questo, dobbiamo prima imparare
a vivere fra di noi per poi condividere
questa capacità con i nostri vicini.
Dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento nei confronti dei palestinesi: loro saranno nostri nemici fintanto che noi saremo nemici di noi stessi. Escludendo le necessarie
e preventive misure salvavita, dobbiamo lasciarli soli per mettere a
fuoco fra noi l’unione interna. Quando la raggiungeremo, potremo
distribuire tutte le bombe che abbiamo, senza il minimo rischio per
la vita di nessuno, e questo da entrambe le parti del confine.
Sto scrivendo questo articolo a circa una settimana dal congresso
annuale sulla Kabbalah tenutosi qui a Tel Aviv, durante il quale si
sono riunite circa 6.000 persone provenienti da 64 paesi di tutto il
mondo per vivere questa unione in prima persona. Loro porteranno questo esempio nei loro rispettivi paesi e parteciperanno alla
costruzione di un domani migliore. Tuttavia Israele deve essere la
prima nazione a dare il giusto esempio al mondo.
MICHAEL LAITMAN
Nella foto: Michael Laitman al congresso annuale
sulla Kabbalah a Tel Aviv
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A
Solo se ci mostreremo compatti riusciremo a superare
i grandi problemi che ci spaventano
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ITALIA
Gli ostaggi italiani: un dramma avvolto nel mistero
che a volte diventa tragedia
D
Mai confermati i pagamenti per i riscatti dei nostri connazionali,
rapiti da terroristi e bande armate
ei quattro ostaggi italiani detenuti in Libia solamente due
sono tornati vivi nelle loro case. I tecnici della compagnia
Bonatti Filippo Calcagno e Gino Pollicardo furono catturati a luglio a Sabratha, a circa ottanta chilometri da Tripoli,
insieme a Fausto Piano e Salvatore Failla che invece hanno perso la
vita in una sparatoria. Al momento non è ancora stato chiarito se i
quattro tecnici fossero nelle mani dell’ISIS o di una banda criminale
locale. Secondo le prime testimonianze dirette degli ostaggi liberati
questi ultimi sarebbero riusciti a scappare senza aiuti esterni una
volta realizzato che i carcerieri li avevano lasciati soli.
La vicenda presenta ancora dei lati oscuri. Innanzitutto i corpi di
Failla e Piano, trasferiti senza spiegazioni dal luogo di prigionia
che condividevano con Calcagno e Pollicardo, sono stati ritrovati il 2 marzo in un’area dove è avvenuto uno scontro a fuoco fra
militanti dello Stato Islamico e milizie islamiste locali legate al
governo non riconosciuto di Tripoli, la stessa dove pochi giorni
prima gli Stati Uniti avevano condotto un raid aereo contro campi
d’addestramento dei jihadisti. Questo contrasta con ciò che hanno
raccontato i tecnici liberati che hanno affermato alle autorità di
non aver mai sentito pregare i loro carcerieri e di non aver notato
nessun simbolo riconducibile allo Stato Islamico. In secondo luogo
il Corriere della Sera ha riportato la notizia che era in corso una
trattativa fra il governo italiano ed i rapitori naufragata dopo che
una parte dei dodici milioni richiesti come riscatto era stata già
pagata ma il Ministro degli Esteri Gentiloni ha negato in Senato
questa ricostruzione. Un contatto però c’è stato sicuramente come
confermano Calcagno e Pollicardo che hanno raccontato di aver
subito percosse e di non aver ricevuto cibo nei momenti in cui i
negoziati non andavano bene.
Il tema del pagamento dei riscatti per gli ostaggi italiani torna perciò in auge dopo le polemiche nate in seguito alla liberazione delle
due cooperanti Greta Ramelli e Vanessa Marzullo per le quali il governo Renzi ha sborsato una cifra vicina ai dodici milioni di euro al
Fronte al-Nusra, l’ala siriana di al-Qaeda. In molti sono infatti contrari al pagamento perché si rischia di finanziare ulteriori operazioni jihadiste e di far gola a tutti quei gruppi criminali interessati al
denaro e che quindi potrebbero cercare di rapire altri italiani. La
stessa amministrazione USA ha più volte chiesto ai propri alleati di
non trattare con formazioni non riconosciute politicamente.
Altri aspetti di cui si continuerà a parlare nelle prossime settimane sono le falle nella sicurezza mostrate dall’azienda Bonatti, a cominciare dal tragitto percorso in auto di notte dai quattro tecnici
durante il quale è avvenuto il sequestro per mano del loro autista,
e la possibilità di un intervento militare italiano nel paese nordafricano piombato nel caos dopo la deposizione di Gheddafi. Per ora
sia Gentiloni che il Ministro della Difesa Pinotti frenano nonostante
le pressioni degli Stati Uniti perché vorrebbero prima una richiesta d’intervento ufficiale da parte del governo libico. Il problema è
che quest’ultimo non ha ancora ricevuto la fiducia dal parlamento
di Tobruk, riconosciuto a livello internazionale ed opposto a quello
islamista di Tripoli, per mancanza del numero legale necessario.
MARIO DEL MONTE
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BDS: per fortuna in Italia
finora è un fallimento
Solo qualche sparuto gruppo,
nelle Università di Cagliari e Torino,
vorrebbe il boicottaggio di Israele
A
tutta Italia dal papà degli odiatori, il prof. Angelo D’Orsi, docente
di Storia contemporanea a Torino, non è arrivato neanche a 300
firme, cioè lo 0,3% dei circa 50.000 fra insegnanti e ricercatori
nelle nostre università.
Le menzogne del BDS faticano a trovare seguaci nel nostro paese
e questa è una buona notizia, che non deve però tranquillizzarci
troppo. L’odio fanatico dei D’Orsi & Co. non verrà meno per queste sconfitte, andranno avanti, se l’apartheid qui non funziona
inventeranno qualcos’altro, aiutati da una disinformazione che
rifiuta di considerare un valore la democrazia israeliana, non la
fa conoscere, prigioniera di una narrativa che vuole Israele nella
parte del cattivo e i suoi nemici in quella dei buoni che lottano
per difendere i poveri e i deboli.
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Londra hanno tappezzato la metropolitana con enormi cartelli inneggianti alla ‘Apartheid Week’ contro
Israele, a Parigi hanno organizzato manifestazioni nei
supermercati che vendono prodotti israeliani, in Inghilterra e Usa i campus sono nelle mani di fanatici islamisti, in
grado di condizionare chi ha il diritto di parlare e chi no, grazie
al fiume di dollari che entrando nelle casse delle varie università
stabiliscono le nuove regole che stanno stravolgendo le tradizioni democratiche che si ritenevano inamovibili. È il BDS - boicottaggio/disinvestimenti/sanzioni - sottovalutato al suo sorgere,
non da tutti ma da molte istituzioni, sì, anche in Israele, che è diventato lo strumento pratico ed efficace per arrivare alla delegittimazione dello stato
ebraico.
E in Italia, come sta
andando? Lungi da
noi quel ‘italiani brava gente’, che finalmente, dopo decenni
di ritardi, si sta rivelando una miserabile
auto-consolazione,
ma qualcosa di diverso è indubbio che
sta avvenendo, se
paragoniamo le iniziative messe in atto
e il loro risultato.
Non ci risulta che ci
siano stati boicottaggi nei supermercati, tentativi locali
nei mercati rionali
sì, soprattutto in quelli dove predominano i banchetti gestiti da
arabi-musulmani, con la distribuzione di volantini che boicottano i prodotti alimentari provenienti da Israele. Ma girando fra i
banchi melograni, avocado ecc. si trovano ugualmente. Niente
pubblicità su tram o bus, nulla anche nelle metropolitane, sui
muri cittadini qualche volantino incollato dai non meno fanatici
odiatori dei centri sociali, ma, anche in questo caso la musica è la
stessa, suonata ad esempio secondo lo stile No Tav. L’unico ambito nel quale c’è stata mobilitazione è quello universitario, ma
tranne ignorate iniziative locali, sui media sono uscite soltanto
quelle di Cagliari e Torino, dai risultati disastrosi per chi le aveva programmate. A Cagliari, durissima è stata la dichiarazione
del rettore dell’università, dopo aver letto sui volantini di aver
concesso sede e patrocinio, una grossolana menzogna, che ha
smentito con facilità, mandando nel caos gli odiatori per la brutta
figura, ben meritata. A Torino, gli odiatori hanno mirato più in
alto, far saltare l’accordo tra il Politecnico e il suo corrispettivo
israeliano, il Technion, ma sono riusciti soltanto a fare imbestialire il rettore, che ha negato l’aula, con un comunicato nel quale
ha ricordato il valore della collaborazione culturale fra le due illustri università. I fanatici, anche furiosi per non essere riusciti
ad ottenere nessuna firma nel Politecnico e un paio nelle facoltà
umanistiche, hanno occupato un’aula, ricorrendo alla violenza,
dopo aver fallito la via della propaganda ideologica. Un fiasco,
di dimensioni nazionali, se calcoliamo che l’appello, lanciato in
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PESACH 5776
L
Pesach: il significato del ricordo
o scopo principale di Pesach e dei suoi riti è quello di
mantenere e trasmettere la memoria di un evento di
migliaia di anni fa, l’uscita dalla schiavitù egiziana. Un
evento che fonda l’ebraismo e che ancora oggi ne rappresenta una sorta di colonna portante. Ma un conto è ricordare,
e un altro dare un significato al ricordo. Che senso ha per noi,
che senso ha avuto in tutte le generazioni precedenti, ricordare
una libertà conquistata da un mitico Faraone, mentre si è ancora perseguitati e sballottati da un posto all’altro del mondo e
sottoposti ai capricci dei potenti della terra? Pesach è un evento
storico di liberazione nazionale o un evento religioso? I nostri
antenati sono riusciti a liberarsi perché avevano un leader particolarmente bravo, o si è trattato invece dell’evento in cui il
Signore è intervenuto nelle vicende umane per mantenere le
promesse e consolidare con il popolo d’Israele l’Alleanza? O
storia e religione sono indissolubili perché così è la condizione
esistenziale di Israele? Pesach queste domande continua a
porle, Pesach è la festa delle domande. Alle quali dovremmo pur
dare delle risposte. E allora quando stiamo seduti (o meglio
sdraiati) alla tavola del séder, o quando cambiamo radicalmente
l’alimentazione dei giorni di questa festa proviamo a dare un
senso a tutto questo, che sia attuale e coinvolgente le nostre
persone; proviamo a chiederci con la memoria di millenni: che
ci stiamo a fare qui?
Pesach sameach wekasher
RICCARDO SHEMUEL DI SEGNI
SABATO 9 APRILE
IL CHAMETZ
ROSH CHODESH
E’ da considerarsi chametz ogni cibo che contenga una quantità
anche minima di grano, orzo, segale, avena o spelta impastata con
acqua, che abbia lievitato prima della cottura, e comunque qualsiasi cibo la cui preparazione non sia stata controllata da un’autorità
rabbinica competente. Gli Ashkenaziti vietano anche l’uso di riso e
“legumi” durante Pesach. A Roma si usa permetterli (tranne quelli
in scatola). La definizione di legumi non va intesa in senso stretto,
ma comprende anche altre specie, come la soia ed il mais.
Il mese di Nisan è considerato dalla tradizione ebraica il mese della liberazione, per via dei grandiosi miracoli che il Signore operò in
occasione della redenzione dalla schiavitù egiziana, e per questo,
fra tutti i mesi del calendario ebraico, gode di uno status particolare, da cui derivano alcune peculiarità, principalmente nella tefillà,
volte a sottolineare il clima festivo di questo mese. Durante tutto il
mese non si recita il Tachanun e Tzidqatechà nella preghiera pomeridiana di Shabbat. Inoltre non vengono decretati digiuni pubblici, ed in generale è vietato digiunare, ad esclusione del Ta’anit
Chalom, il digiuno che viene osservato qualora si sia fatto un sogno sconvolgente. Durante Nisan non si fa l’hesped (orazione funebre), se non per commemorare personalità di grande rilievo. Si va
al cimitero solo per sepolture, ricorrenze (settimo, mese, fine anno)
ed anniversari. Di Nisan si usa inoltre recitare la birkat ha-ilanot
(benedizione degli alberi), di cui riportiamo il testo:
‫ ּו ָברָא‬,‫ּבָרּוְך ַאּתָה ה׳ אֱֹלקֵינּו ֶמלְֶך הָעֹולָם ֶׁשֹּלא ִחּסַר ּבְעֹולָמֹו ָדבָר‬
:‫בֹו ְּברִיֹות טֹובֹות וְאִילָנֹות טֹובִים ְלהַּנֹות ָּבהֶם ְּבנֵי ָאדָם‬
“Barukh Attà H. Eloqenu Melech ha-‘olam shelò chissar be’olamò
davar
leannot
baem
a‫ וְ ִצּוָנּו‬uvarà
‫ִמצְֹותָיו‬vò‫ ְּב‬beriot
‫ְׁשנּו‬
ָ ‫ִקּד‬tovot
‫ֲׁשר‬
ֶ ‫א‬weilanot
‫ הָעֹולָם‬tovim
‫ֵינּו ֶמלְֶך‬
‫ה׳ אֱֹלק‬
‫ַאּתָה‬benè
‫ָרּוְך‬
‫ּב‬
dam.”
:‫עַל ּבִיעּור ָחמֵץ‬
“Benedetto Tu sia Signore D.o nostro, Re del mondo, che non ha
fatto mancare nulla al suo mondo, e vi ha creato buone creature e
buoni
godessero
uomini.”
‫ִל ְבטִיל‬alberi,
‫ְרּתֵיּה‬affinché
‫ְדלָא ִב ַע‬ne
‫ֵיּה ּו‬
‫דלָא ֲחזִּת‬gli
ְ ‫ִי‬
‫ּכָל ֲחמִירָא ְדאִיּכָא ִברְׁשּות‬
Questa benedizione si recita solamente una volta l’anno (meglio di
:‫וְֶל ֱהוֵי ְּכ ַע ְפרָא דְַא ְרעָא‬
Rosh Chodesh Nisan, o entro la fine del mese, preferibilmente non
di shabbat) davanti ad almeno due alberi da frutto in fiore, che diano
siano
le‫בר‬
gemme.
usa
‫לָא‬frutti
‫ֵיּה ּו ְד‬commestibili,
‫ֲחזִּתֵיּה ְד ִב ַע ְרּת‬e di
‫לָא‬cui
‫ֵיּה ּו ְד‬
‫ֲחזִּת‬visibili
‫ְׁשּותִי ַד‬
ִ ‫ְדאִיּכָא‬Si‫ָא‬
‫מִיר‬riuni‫ּכָל ֲח‬
re un minian per recitare la birkat ha-ilanot, facendo seguire un
:‫ְַא ְרעָא‬
‫ְּכ ַע ְפרָא‬sono
‫ל ֱהוֵי‬tenute
ְֶ‫ְבטִיל ו‬a‫ִל‬recitare
‫ַע ְרּתֵיּה‬la‫ִב‬
Qaddish alla benedizione. Anche
le‫ ד‬donne
benedizione degli alberi.
KASHERIZZAZIONE
Si possono utilizzare stoviglie e posate che siano state utilizzate
durante l’anno solo dopo averne eliminato ogni forma di chametz. Esistono vari modi per kasherizzare gli utensili, in relazione ai modi in cui sono stati utilizzati; i principali modi di kasherizzazione sono:
• Hag’alà (immersione del recipiente in acqua bollente);
• Libbun (arroventamento);
• ‘Erui miklì rishon (versamento di acqua bollente da un recipiente);
Le regole della kasherizzazione sono numerose e spesso complicate; per questo si rimanda a testi come Guida alle regole di Pesach
di Rav Colombo, e al libro di Rav Di Segni Guida alle regole alimentari ebraiche.
L’Ufficio Rabbinico risponde a richieste di spiegazioni e mette a disposizione mercoledi 20 aprile dalle ore 13.30 alle ore 16.30, nei locali della scuola “V. Polacco” in Via del Tempio, un servizio pubblico di hag’alà (bollitura). Il materiale da trattare deve essere già pulito e non usato nelle 24 ore precedenti. Per facilitare le operazioni
di kasherizzazione si prega di staccare preventivamente le parti
smontabili di pentole e stoviglie.
ALIMENTI PERMESSI E PROIBITI
APRILE 2016 • NISSAN 5776
Mangiare chametz durante Pesach è una trasgressione estremamente grave; per questo i Maestri hanno vietato l’assunzione di
qualsiasi cibo che contenga lievito, anche in piccolissime dosi.
Riportiamo di seguito alcune categorie di prodotti di uso comune, indicando se sono permessi o meno durante Pesach.
SABATO 16 APRILE
Cibi confezionati (ad es. olio, cioccolato, margarina, liquori): vietaSHABBAT HA-GADOL
ti in assenza di un controllo rabbinico.
Lo shabbat che precede Pesach è detto Shabbat Ha-Gadol. L’origiZucchero: è preferibile utilizzare zucchero di canna. Lo zucchero a
ne di questo nome è stata variamente interpretata, e ricorderebbe
velo deve essere certificato.
un grande miracolo avvenuto nel Sabato che precedette Pesach,
Sale: va acquistato prima di Pesach.
probabilmente una sorta di guerra civile fra egiziani favorevoli e
Caffè solubile: vietato in assenza di controllo.
contrari all’uscita del popolo ebraico dall’Egitto.
Latte: proibito in assenza di controllo. In caso di seria necessità
Secondo altri questo nome si riferisce al fatto che il Rabbino del
si può acquistare latte UHT in assenza di controllo, acquistato
biur chametz10.inddBet
1 Ha-Keneset (il “grande”) tiene, durante questo Shabbat, la le01/03/2010prima
13.29.51 di Pesach.
zione in cui illustra le regole di Pesach. Durante questo Shabbat si
Riso e legumi: proibiti per gli Ashkenaziti, permessi per i Sefarditi
usa leggere come Haftarà un brano del profeta Malachì, in cui si
dopo averli accuratamente esaminati. Alcune diffuse marche prepreannuncia la redenzione messianica (il giorno “grande e terribisentano confezioni con riso mescolato a cereali.
le”). Alcuni, durante la preghiera pomeridiana, usano leggere parCarne e pesce freschi: permessi. Alcuni Ashkenaziti vietano la
te della Haggadà, poiché il Sabato che precedette Pesach costituì
carne di volatili. Alcune famiglie romane di Pesach non consu20
di fatto l’inizio della redenzione del popolo ebraico.
mano pesce.
‫בס״ד‬
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PESACH 5776
Frutta e verdura fresche: permesse.
Nocciole, pistacchi, arachidi: proibiti in assenza di controllo.
MEDICINE
In generale è vietato assumere sciroppi e farmaci che abbiano
sapore, mentre è permesso utilizzare farmaci che non vengono
assunti per via orale. Per tutti gli altri farmaci è bene in ogni caso interpellare un rabbino. Esistono liste di medicine controllate
a disposizione dell’Ufficio Rabbinico, che può essere contattato
per ogni chiarimento, sia telefonicamente, comunicando il nome
del farmaco e lasciando un recapito telefonico, sia inviando una
e-mail all’indirizzo: [email protected] Si ricorda comunque
che bisogna considerare sempre la gravità della condizione del
malato, in base alla quale si devono trascurare anche i divieti
più rigorosi.
GIOVEDI 21 APRILE DALLE 20.44
BEDIQAT CHAMETZ
La ricerca serve ad eliminare eventuali residui di chametz che non
siano
in
prima
data
‫ ּו ָברָא‬stati
,‫ָדבָר‬trovati
‫ְעֹולָמֹו‬
‫ ּב‬precedenza.
‫ָם ֶׁשֹּלא ִחּסַר‬Per
‫הָעֹול‬questo,
‫ֵינּו ֶמלְֶך‬
‫אֱֹלק‬di‫ה׳‬questa
‫ָרּוְך ַאּתָה‬
‫ּב‬
bisogna eseguire un’accurata pulizia di tutti quei luoghi in cui pos:‫נֵי ָאדָם‬del
‫ֶם ְּב‬
‫ְלהַּנֹות ָּבה‬anche
‫טֹובִים‬in ‫ָנֹות‬
‫וְאִיל‬quantità,
‫ִיֹות טֹובֹות‬
‫בֹו ְּבר‬
sa essere entrato
chametz,
piccola
durante
l’anno. La Bediqà è preceduta dalla seguente benedizione:
‫ְׁשנּו ְּב ִמצְֹותָיו וְ ִצּוָנּו‬
ָ ‫ֲׁשר ִקּד‬
ֶ ‫ּבָרּוְך ַאּתָה ה׳ אֱֹלקֵינּו ֶמלְֶך הָעֹולָם א‬
:‫עַל ּבִיעּור ָחמֵץ‬
“Barukh Attà H. Eloqenu Melech ha-‘olam asher qiddeshanu bemitzwotaw
chametz”
‫ּתֵיּה ִל ְבטִיל‬wetzivvanu
‫‘ ּו ְדלָא ִב ַע ְר‬al
‫ּתֵיּה‬bi’ur
ִ‫ָא ֲחז‬
‫ּכָל ֲחמִירָא ְדאִיּכָא ִברְׁשּותִי ְדל‬
“Benedetto tu sia Signore Dio nostro Re del mondo che ci ha san:‫ְרעָא‬di‫דְַא‬eliminare
‫ֵי ְּכ ַע ְפרָא‬i‫הו‬cibi
ֱ ‫וְֶל‬
tificato con i Suoi precetti e ci ha comandato
lievitati.”
‫ּכָל ֲחמִירָא ְדאִיּכָא ִברְׁשּותִי ַד ֲחזִּתֵיּה ּו ְדלָא ֲחזִּתֵיּה ְד ִב ַע ְרּתֵיּה ּו ְדלָא‬
:‫ִב ַע ְרּתֵיּה ִל ְבטִיל וְֶל ֱהוֵי ְּכ ַע ְפרָא דְַא ְרעָא‬
Bisogna fare attenzione a non parlare fra la benedizione e l’inizio
della ricerca. In tal caso si dovrà ripetere la benedizione. E’ bene
comunque evitare di parlare durante tutta la ricerca. Con un’unica benedizione si può fare la ricerca in varie abitazioni. Si possono anche riunire varie persone e assegnare loro il compito di eseguire la ricerca in diversi luoghi.
La ricerca deve essere eseguita in ogni angolo della casa, anche
in terrazze, pianerottoli, sotto i letti, negli armadi, e comunque in
ogni luogo nel quale possa trovarsi del chametz. Bisogna eseguire la ricerca anche nelle automobili, nei negozi e nei cassetti nelle
Sinagoghe. Parimenti bisogna effettuare una cernita dei medicinali in nostro possesso, cercando di individuare ed accantonare
quelli contenenti chametz. Si faccia attenzione inoltre al cibo per
gli animali, che spesso contiene chametz. Prima della ricerca si usa nascondere in vari punti della casa 10 pezzettini di pane (di
peso inferiore a 29 grammi) avvolti nella carta, per avere la certezza di trovare del chametz da bruciare il giorno successivo.
La
a‫ל‬lume
di‫ל‬una
candela
o di
‫רָא‬ricerca
‫ ּו ָב‬,‫דבָר‬deve
ָ ‫לָמֹו‬essere
‫ּסַר ּבְעֹו‬eseguita
‫ָם ֶׁשֹּלא ִח‬
‫ְֶך הָעֹו‬
‫ֵינּו ֶמ‬
‫ ה׳ אֱֹלק‬di‫ּתָה‬cera
‫ָרּוְך ַא‬
‫ּב‬
paraffina, o, in alternativa, di una torcia elettrica. Non si possono
:‫בֹו ְּברִיֹות טֹובֹות וְאִילָנֹות טֹובִים ְלהַּנֹות ָּבהֶם ְּבנֵי ָאדָם‬
utilizzare candele intrecciate, come quelle che si usano per l’havdalà. Al termine della ricerca bisogna eseguire l’annullamento
mentale
di
‫תָיו וְ ִצּוָנּו‬del
‫ִמצְֹו‬chametz,
‫ְׁשנּו ְּב‬
ָ ‫ִקּד‬per
‫ֲׁשר‬
ֶil‫א‬timore
‫הָעֹולָם‬che
‫לְֶך‬qualche
‫אֱֹלקֵינּו ֶמ‬piccolo
‫ּתָה ה׳‬pezzo
‫ָרּוְך ַא‬
‫ּב‬
chametz sia sfuggito alla ricerca. Tale annullamento avviene at:‫ֵץ‬
‫מ‬
‫ח‬
ָ
‫ִיעּור‬
‫ּב‬
‫ַל‬
‫ע‬
traverso una breve formula in lingua aramaica, che viene recitata
al termine dalla ricerca dal capo famiglia (o chi per lui):
‫ּכָל ֲחמִירָא ְדאִיּכָא ִברְׁשּותִי ְדלָא ֲחזִּתֵיּה ּו ְדלָא ִב ַע ְרּתֵיּה ִל ְבטִיל‬
:‫וְֶל ֱהוֵי ְּכ ַע ְפרָא דְַא ְרעָא‬
“Kol chamirà deikka birshutì delà chazitè udlà viartè livtil velehevè
‫לָא‬keafrà
‫ּתֵיּה ּו ְד‬dear’à”
‫ּכָל ֲחמִירָא ְדאִיּכָא ִברְׁשּותִי ַד ֲחזִּתֵיּה ּו ְדלָא ֲחזִּתֵיּה ְד ִב ַע ְר‬
“Qualsiasi chametz che sia in mio possesso, che non abbia visto
:‫ִב ַע ְרּתֵיּה ִל ְבטִיל וְֶל ֱהוֵי ְּכ ַע ְפרָא דְַא ְרעָא‬
o eliminato, sia annullato e considerato come polvere della terra.”
Se non si fosse eseguita la ricerca durante la notte della vigilia, è
obbligatorio eseguirla in seguito, il giorno successivo (a lume di
candela), durante Pesach, o persino dopo la festa, al fine di eliminare comunque qualsiasi sostanza lievitata che sia stata in possesso di Ebrei durante la festa. Se la ricerca non è stata eseguita
a tempo debito non bisogna recitare alcuna benedizione.
Coloro che passano Pesach lontano da casa, se non possono affidare ad altri il compito di effettuare la bediqat chametz, devono
comunque eseguire la ricerca con un lume la sera prima di partire
e recitare la formula d’annullamento. In questo caso non si dovrà
recitare la berakhà sulla ricerca.
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VENERDÌ 22 APRILE DALLE 5.05
APRILE 2016 • NISSAN 5776
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22
01/03/2010 13.29.51
DIGIUNO DEI PRIMOGENITI
La vigilia di Pesach i primogeniti, sia da parte di madre, sia da
parte di padre, digiunano dall’alba al tramonto, in ricordo di
quando il Signore colpì i primogeniti egiziani, risparmiando quelli
ebrei. Secondo alcuni anche le primogenite digiunano. Ciascuno
è tenuto a seguire il proprio uso locale (quello romano è che non
digiunino).
Gli ammalati, il Mohel, il Sandaq ed il padre del bambino, nel caso in cui ci sia una milà la vigilia di Pesach, sono esentati dal digiuno. E’ possibile interrompere il digiuno assistendo al Sijum
Massakhtà, una lezione pubblica che conclude lo studio di un
trattato talmudico, o di un trattato di Mishnà con il commento di
Rabbì Ovadià da Bertinoro.
VENERDÌ 22 APRILE ENTRO LE 11.17
BI’UR CHAMETZ
Il 14 di Nisan, bisogna eseguire il bi’ur chametz, l’annullamento
fisico del chametz in nostro possesso. E’ assolutamente consigliabile eseguire tale annullamento entro il termine della quinta ora
solare della giornata. Il chametz può essere bruciato o eliminato
in altro modo. La formula di annullamento, con leggere varianti
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PESACH 5776
‫ּכָל ֲחמִירָא ְדאִיּכָא ִברְׁשּותִי ְדלָא ֲחזִּתֵיּה ּו ְדלָא ִב ַע ְרּתֵיּה ִל ְבטִיל‬
:‫וְֶל ֱהוֵי ְּכ ַע ְפרָא דְַא ְרעָא‬
rispetto alla sera, dovrà essere recitata entro il termine della
quinta ora solare:
‫ּכָל ֲחמִירָא ְדאִיּכָא ִברְׁשּותִי ַד ֲחזִּתֵיּה ּו ְדלָא ֲחזִּתֵיּה ְד ִב ַע ְרּתֵיּה ּו ְדלָא‬
:‫ִב ַע ְרּתֵיּה ִל ְבטִיל וְֶל ֱהוֵי ְּכ ַע ְפרָא דְַא ְרעָא‬
no essere consumati con l’hasibà, cioè stando seduti ed appoggiati sul gomito sinistro. Chi non può bere vino consulti un
rabbino.
MATZÀ E MAROR
Durante il Seder bisogna consumare matzà e maror (erba amara).
Si ricorda che è assolutamente consigliabile consumare durante il
Seder delle matzot shemurot, matzot preparate con farina controllata dal momento della mietitura del grano, reperibile nelle rivendite autorizzate.
Bisogna fare estrema attenzione a mangiare almeno un kezait
(circa 29 grammi) di matzà ed un kezait di maror. Le matzot attualmente in commercio pesano circa 30 grammi, per cui, mangiandone una intera, si esce d’obbligo. Per il maror è necessario
consumare 2-3 foglie di lattuga di medie dimensioni.
APRILE 2016 • NISSAN 5776
“Kol chamirà deikkà birshutì dachazitè udlà chazitè deviartè udlà
viartè livtil velevè keafrà dear’à”
“Qualsiasi chametz che sia in mio possesso che abbia visto o che
non abbia visto, che abbia eliminato o non abbia eliminato, sia
annullato e considerato come polvere della terra.”
E’ bene che tale formula venga recitata direttamente dal padrone
di casa; in caso contrario può recitarla (con leggere varianti testuali) un familiare o un altro incaricato.
I Maestri hanno vietato tutto il chametz che non sia stato venduto ad un non ebreo prima di Pesach. La vendita deve avvenire entro la quinta ora solare della vigilia. Tutto il chametz che intenLE TEFILLOT DI PESACH
biur chametz10.indddiamo
1
13.29.51
vendere deve essere riunito in una stanza, una cantina, 01/03/2010
o
Le tefillot di Pesach si differenziano da quelle dei giorni feriali.
un armadio, e dal momento della vendita non si deve entrare nelRiportiamo di seguito le differenze principali:
la stanza, o aprire gli armadi o le casse che contengono del cha- Nei giorni di Mo’ed bisogna recitare la ‘amidà di Mo’ed, ricormetz. Per la vendita si può usare la delega pubblicata nelle pagidando nella benedizione centrale che è Pesach, zeman cherune successive.
tenu, tempo della nostra libertà.
Nei primi due giorni di Mo’ed si recita l’Hallel completo, menACCENSIONE DEI LUMI
tre nei restanti giorni di Pesach se ne omettono alcuni Salmi
Di Yom Tov, come di Shabbat, bisogna accendere dei lumi in ono(le omissioni sono indicate in qualsiasi tefillà).
re della festa, recitando la benedizione leadliq ner shel Yom Tov.
- A partire dal 1° giorno di Pesach, dalla tefillà di Musaf, anziché dire Mashiv ha-ruach umorid ha-gheshem (che fa soffiare
VENERDÌ 22 E SABATO 23 APRILE
il vento e scendere la pioggia) si dice morid ha-tal (che fa
scendere la rugiada). Nel rito romano e sefardita alla fine di
IL SEDER
Musaf si canta l’ ‘osè shalom (“le pizzarelle”)
Il Seder (letteralmente ordine) è la cerimonia che ha luogo le pri- A partire dalla seconda sera di Pesach, inizia il conteggio
me due sere di Pesach, con la quale si celebra la fine della schiadell’‘omer, che si protrarrà sino alla vigilia di Shavu’ot. La bevitù egiziana e la libertà del popolo ebraico.
nedizione e la formula da recitare, sono reperibili su qualsiasi
I 4 BICCHIERI DI VINO
tefillà.
Durante il Seder è obbligatorio bere 4 bicchieri di vino.
- A partire dall’uscita del secondo giorno di Mo’ed, nella 9° beQuesto obbligo, come tutti gli altri del Seder, vale anche per le
nedizione della ‘amidà (barech ‘alenu) non si dice più la parodonne.
la umatar.
Anche gli astemi devono sforzarsi di bere. È preferibile utilizzare
- All’uscita di Mo’ed si fa l’havdalà recitando la benedizione sul
del vino rosso, ma all’occorrenza si potrà usare anche del vino
vino e quella finale.
bianco. I bicchieri devono contenere almeno 86 cc, e bisogna bere
- La mattina dell’ultimo giorno di Pesach, al termine della tefilalmeno la maggior parte del bicchiere. I bicchieri vanno riempiti
là, viene impartita la benedizione dei bambini.
completamente.
Si ricorda inoltre che, in base all’uso sefardita e italiano recente,
I bicchieri di vino, come la matzà, il korech e l’afiqomen devonon si indossano i tefillin durante tutta la festa di Pesach.
24
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APRILE 2016 • NISSAN 5776
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25
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Gli orari di Roma
per Pesach 5776
Sedarim pubblici
I sera
Istituto Pitigliani
Via Arco dè Tolomei, 1 - Info e prenotazioni tel. 06-5800539
Tempio Shirat Ha –Yam - Via Oletta, 20
info e prenotazioni Giorgio Foà 335-7250562
II sera
Istituto Pitigliani
Via Arco de Tolomei, 1 - info e prenotazioni Tel. 06-5800539
Tempio Shirat Ha –Yam - Via Oletta, 20
info e prenotazioni Giorgio Foà 335-7250562
Scuola Elementare - Via del Tempio
Riservato a bambini e genitori fino a esaurimento posti.
Info e prenotazioni Tel. 06-6896007
Pranzi e cene kasher lePesach
alla scuola “Vittorio Polacco”
lunedì 25 - martedì 26 e mercoledì 27 aprile
dalle 12 alle 15 e dalle 19.30 alle 22.30
giovedì 28 aprile solo dalle 12 alle 15
Per informazioni Tel. 339-1285276
MERCOLEDI 20 APRILE 2016
DALLE 13.30 ALLE 16.30
verrà effettuata un’Hagalà pubblica (bollitura)
nei locali della scuola “V. Polacco” V. del Tempio
Rosh Chodesh Nissan: sabato 9 aprile
Shabbat Ha Gadol: Ricerca del chametz:
sabato 16 aprile
dalle 20.44 di giovedì 21 aprile
Digiuno dei primogeniti: venedì 22 aprile dalle 5.05
(secondo alcuni 4.51)
Sjium massakhtà: venerdì 22 aprile
Tempio Spagnolo alle 7.00
Oratorio Di Castro alle 7.30
Via Pozzo Pantaleo alle 7.30
Bet Shemuel, Bet El alle 7.30
Tempio Maggiore alle 7.45
Limite per mangiare il chametz:
venerdì 22 aprile entro le 10.05
Limite per l’annullamento e la vendita:
venerdì 22 aprile entro le 11.17
Seder: la sera del 22 e 23 aprile
Pesach termina: alle 20.53 di sabato 30 aprile
Per rispondere alle richieste di ospitalità per il Seder
invitiamo chiunque sia disponibile a chiamare o contattare
l’ufficio rabbinico al numero 06.68400651 fax 06.68400655
e-mail: [email protected]
Delega per la vendita del chametz
Il sottoscritto __________________________________________________________________________________________________________________
delega il Rabbino Capo di Roma, affidandogli per questo pieni poteri, ad eseguire in sua vece ed a suo nome:
• La vendita di tutto il chametz, di cui consciamente o inconsciamente sia in possesso secondo la definizione della
Toràh e delle leggi rabbiniche, o chametz che appartenga ad altri e sia a mia disposizione: chametz, mescolanze che
contengano chametz, chametz dubbio ed ogni sorta di materiale contenente chametz, incluso il chametz che tende ad
in­durire e ad aderire alla superficie interna degli utensili (incluso quello che verrà acquistato sino al momento dell’affitto successivamente menzionato).
• L’affitto dalle ore 11.17 del 22 aprile fino alle ore 20.54 del 30 aprile 2016 di ogni luogo posseduto o di cui si abbia l’usufrutto in cui si trovi chametz ed in particolare negli immobili situati in (indicare le proprie residenze, anche quelle
secondarie e usate per le vacanze, uffici, negozi)
_______________________________________________________________________________________________________________________________
oltre a tutti i luoghi ed oggetti che è in mio potere affittare, in cui vi sia chametz, mescolanze di chametz, o chametz dubbio, mio o di altri.
APRILE 2016 • NISSAN 5776
Lo stesso Rabbino ha il pieno diritto di vendere o affittare, nel modo che ritenga opportuno o necessario nei termini e con
le formule del contratto generale, che verrà da lui compilato, per la vendita del chametz, contratto che accetto pienamente
senza alcuna eccezione e che deve considerarsi parte integrante di questa delega. Conferisco inoltre all’acquirente il diritto di accedere alle mie proprietà, e mi impegno a consegnargli le chiavi di tali luoghi in qualsiasi momento egli desideri.
26
Il sottoscritto affida altresì allo stesso Rabbino i pieni poteri e l’autorità di scegliere e delegare in sua vece un sostituto
Rabbino al quale poter affidare i medesimi poteri di vendita e di affitto alle condizioni della presente delega. I poteri concessi con questa delega sono in conformità con le leggi della Torà, con i regolamenti e le leggi rabbiniche e con le leggi
di questo Stato.
Roma, lì 14 Nisan 5776
22 Aprile 2016
Firma _____________________________________
DA CONSEGNARE COMPILATO ALL’UFFICIO RABBINICO O AL RESPONSABILE DI UN BETH HA-KNESSETH
O PER FAX 06.68400655 ENTRO LE 11.17 DEL 22 APRILE.
LA DELEGA SARÀ DISPONIBILE ALL’INDIRIZZO WWW.SHALOM.IT E PUÒ ANCHE ESSERE
INVIATA PER E-MAIL ALL’INDIRIZZO: [email protected]
ITALIA
D
Iran: un accordo
tra speranze e preoccupazioni
il terrorismo internazionale. La prospettiva
che si è aperta non è in chiaroscuro dunque, ma coperta da ombre che si riflettono
sulla realtà regionale.
Il professor Fabrizio Luciolli, Presidente del
Comitato Atlantico Italiano e docente presso il Centro Alti Studi Difesa, ha spiegato
come continuino i contrasti tra le maggiori
parti dell’Accordo: Khamenei ha definito
Obama unreliable, inaffidabile, mentre il
Presidente americano ha sottolineato che
“l’accordo si basa sulla verifica e non sulla
fiducia”; il compromesso poi non ferma, ma
rallenta di 10-15 anni il programma nucleare. Inoltre, non viene minimamente menzionata la proliferazione missilistica, ovvero i
vettori, fondamentali in un programma militare. Se si pensa poi che l’Iran ha portato
avanti segretamente il programma per circa vent’anni, le misure di contenimento rischiano di essere insufficienti. C’è stato poi
un immediato impatto sulla regione: non
solo il rischio isolamento per Israele e Arabia Saudita, ma anche i sospetti di Egitto e
Turchia che hanno avviato il riarmo. E attori
esterni (Cina, Pakistan), dotati di arsenali
nucleari, potrebbero inserirsi nella partita
regionale.
Patricia Thomas, corrispondente in Italia
per l’Associated Press, ha spiegato come
per gli Stati Uniti questo passo abbia un
significato economico limitato, ma un profondo rilievo geopolitico. L’atteggiamento
di ostilità al regime iraniano e il sostegno a
Israele sono stati ribaditi dalle dichiarazioni
del vice presidente Biden e della candidata
Hillary Clinton.
Grande partecipazione del pubblico alla
Sala Regina della Camera dei Deputati:
giornalisti e analisti, ma forte anche la presenza di esuli iraniani, i quali hanno fatto
notare il clima illiberale che vige attualmente nel loro Paesei.
DANIELE TOSCANO
Solidarietà al professore
Angelo Panebianco
L’
idea che in uno dei luoghi simboli della cultura occidentale, il
prestigioso Ateneo di Bologna,
un docente debba fare lezione,
protetto della polizia, ha un che d’inquietante e sinistro. Il fatto che i colleghi e gli
studenti si abituino, è ancor più grave. E’
il segno di un cedimento morale che non
possiamo tollerare.
Il prof. Angelo Panebianco è oggetto da
mesi di un’odiosa campagna all’interno
dell’Ateneo bolognese che gli impedisce si
svolgere con serenità le sue lezioni. L’accusa di chi violando la legge gli impedisce di
fare lezione, è risibile. Panebianco sarebbe
un “bellicista” e un “guerrafondaio”. Se
non fosse per la gravità della situazione,
verrebbe da ridere amaramente.
Il motivo per cui Panebianco è entrato nel
mirino di alcuni settori no global, è il coraggioso rifiuto alla demonizzazione di
Israele e alle odiose manifestazioni di boicottaggio contro gli accademici israeliani.
Il rifiuto appunto della cultura dell’odio e
la rivendicazione che le università restino
un’oasi di confronto culturale e scientifico.
E’ per questo, che il prof. Panebianco è oggetto di un’odiosa campagna. Ed è anche
questo, forse il motivo per cui le reazioni in
sua difesa non sono state sino ad ora all’altezza della gravità della situazione.
Di fronte tutto ciò la comunità scientifica
e accademica nel suo insieme non può
tacere. Deve far sentire la sua voce. Far
pervenire ai Rettori l’espressione del suo
profondo disagio e la condanna per quanto
accade in uno dei più antichi centri della
cultura europea.
DAVID MEGHNAGI
APRILE 2016 • NISSAN 5776
iverse le opinioni emerse in occasione della tavola rotonda organizzata dall’Associazione Italiana
Fulbright in collaborazione con la
Camera dei Deputati su “Il Medio Oriente
dopo l’Accordo nucleare con l’Iran”. A moderare i relatori Ettore Greco, Direttore IAI
(Istituto Affari Internazionali), il quale ha
chiarito la complessità del tema: Stati Uniti
e Iran hanno ribadito i contrasti geopolitici
che esulano dall’Accordo, ma esiste tuttavia una convergenza di interessi.
Un punto di vista ottimistico è stato quello
proposto da Lamberto Dini, già Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri nel
periodo 1996-2001, anni in cui i rapporti
tra l’Italia e l’Iran di Khatami si rafforzarono molto. Per Dini, l’Accordo è un punto di
svolta per le relazioni internazionali, ha reso
l’Iran un polo di attrazione per gli investimenti europei e le elezioni di febbraio hanno confermato la fiducia al fronte riformista; inoltre, un coinvolgimento di Teheran
nella lotta allo Stato Islamico è a suo avviso
fondamentale, anche alla luce di un nuovo
corso intrapreso da Re Salman, al trono in
Arabia Saudita da gennaio 2015, con una
politica estera ed energetica poco amichevole nei confronti dell’Occidente.
Di diverso avviso l’Ambasciatore Giulio
Terzi, già Ministro degli Esteri, il quale ha
parlato di un’apertura di credito nei confronti del regime degli ayatollah da parte
dell’Occidente, che ha visto l’Iran come
una garanzia dello stato di diritto in quella
parte del mondo; l’Accordo è stato accolto
con toni entusiastico-trionfalistici, ma restano, eufemisticamente, delle inquietudini, a partire dal mancato rispetto dei diritti
umani e del pluralismo politico all’interno
del Paese. Il record di esecuzioni capitali
nei due anni di Rouhani è emblematico; ha
ricordato poi come non si possa rimuovere
l’Iran dalla lista dei Paesi che sostengono
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27
LIBRI
Giorgio Bassani cento anni a Ferrara
S
Nella sua “città di pianura”,
dove il 2016 segna un doppio anniversario
oltanto nel 1980 Giorgio Bassani
portò a compimento il lavoro di
una vita intera, consegnando ai
lettori italiani l’edizione definitiva
del suo Romanzo di Ferrara. Raccontava
di un mondo scomparso, scomparso del
tutto: proprio come il giardino e l’intera
famiglia dei Finzi-Contini. Bassani restituiva agli ebrei italiani scampati alla guerra,
alle milizie della Repubblica Sociale e alle
SS, sopravvissuti ai lager nazisti, quella
consapevolezza di sé che le leggi razziali
del 1938 avevano quasi completamente
distrutto nel momento stesso in cui la costruivano in negativo. Qualunque possibilità di una normale esistenza in Italia degli
ebrei italiani avrebbe dovuto fondarsi sullo scavo impietoso, perfino archeologico,
dentro ricordi e memorie non pacificati.
Un prezzo accettabile, per l’acquisizione
di un’identità nuova, mutevole in qualche
misura, successiva e diversa rispetto a
quella d’anteguerra: che avrebbe dovuto
garantire sicurezze e certezze, e poi all’improvviso s’era rivelata una finestra spalancata sull’abisso.
La Ferrara di Bassani è la città di pianura
che intitola il romanzo pubblicato nel 1940
sotto lo pseudonimo di Giacomo Marchi,
per aggirare le leggi razziali. “Lui conosceva, eccome, quali scarti di carattere ci
si possa aspettare da un ebreo. Però una
rabbia simile!”: così, quasi un’epigrafe
nonostante il discorso indiretto, poche, decisive parole in Dietro la porta. E’ un libro,
molto breve, del 1964. Pubblicato presso
Einaudi, tra le storie ferraresi raccontate
ASSOCIAZIONE
D.A.N.I.E.L.A
DI CASTRO
AMICI MUSEO EBRAICO DI ROMA
L’“Associazione Daniela Di Castro
Amici del Museo Ebraico di Roma”
APRILE 2016 • NISSAN 5776
è nata per aiutare il Museo Ebraico
28
di Roma nella tutela, conservazione,
promozione, diffusione e sviluppo
della ricchezza del suo patrimonio.
PER INFORMAZIONI E PER ISCRIZIONI:
www.associazionedanieladicastro.org
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dallo scrittore non è di sicuro la più nota.
La palma va ovviamente ai Finzi-Contini,
al giardino con tennis annesso, e agli Occhiali d’oro con la celebre doppia emarginazione, cardine narrativo nella vicenda parallela - del dottor Athos Fadigati e dello
studente Lattes.
Bassani, nato a Bologna il 4 marzo 1916,
si accomiatò per sempre nel 2000, e proprio qui a Roma. Era stato studente presso il ginnasio-liceo “Ariosto” di Ferrara
(il “Guarini” della finzione narrativa) dal
1926 al 1934. Adeguatamente “secchione”, come usava fino all’inizio degli anni
’70 del secolo passato per quasi tutti i ragazzi e le ragazze delle comunità ebraiche,
costretti dalle famiglie a primeggiare nelle
scuole statali: per motivi oggi misteriosi,
allora molto chiari. “Dietro la porta” racconta il senso di straniamento e diversità
del giovanissimo Giorgio rispetto all’ambiente in cui si muove. I compagni di classe, le ragazze, le chiacchiere. E poi all’improvviso le parole di troppo ascoltate per
caso. Antisemitismo no, è parola grossa.
Pregiudizio, incapacità di misurarsi con gli
altri. La ferita si incancrenì nel 1938 e nella
lunga notte del ’43, ma poi finì per malamente cicatrizzare dopo la guerra. Venne
una generazione di ebrei che sui banchi
del classico ancora riusciva a perdonare
a Orazio, il più fenomenale e dimenticato
poeta della latinità, la dura ironia contro
il giudeo Apella (accusato solo di sciocca
superstizione).
Un mondo e una sensibilità finiti per sempre, forse al tempo della Guerra dei sei
giorni. Altro che scarti di carattere. La vita
di Bassani, complicata e tormentata nella
sfera più intima e personale, fu segnata
da un carattere schivo, riservato. Un’idea
alta del ruolo degli intellettuali lo vide al
fianco di quelli che davvero lo meritavano - Pasolini, Moravia, Pratolini, Soldati - e
forse neppure disdegnava quel poco allora indispensabile di mondanità letteraria.
Quando la letteratura significava ancora
qualcosa, ovviamente.
Per Feltrinelli scoprì Il dottor Zivago e Il
Gattopardo. Dal 1965 al 1980 fu presidente
di Italia Nostra, la prima e più benemerita
associazione di tutela del nostro straordinario paese, che il potere ama innaffiare
con le chiacchiere mentre lo copre di cemento e lo perfora a colpi di trivelle. Di sicuro desiderava tenersi alla larga dal circo
mediatico che cominciava a inquinare ogni
forma di pubblica comunicazione. Roma in
quanto speciale microcosmo ebraico costituisce forse un’eccezione che conferma la
regola, ma non si potrebbe comprendere
l’ebraismo italiano, e dunque la condizione ebraica in Italia, negli anni decisivi tra
il 1920 e il 1960, senza Bassani.
Dalla vita comunitaria e dalle Comunità,
che oggi lo ricordano e lo celebrano (finalmente, verrebbe da dire), si tenne in disparte. Non accettava inviti, non rilasciava
interviste, aggirava i tentativi di contatto.
Per quel che vale il senno di poi, si potrebbe forse dedurre che la consapevolezza
del valore simbolico dell’esperienza ebraica nella storia disastrosa del Novecento
dovette per forza di cose renderlo esterno
e forse estraneo (ancora, di nuovo) rispetto agli ebrei della quotidianità: i quali continuavano caparbiamente a vivere la propria vita collettiva.
Ma Ferrara deve quest’anno misurarsi con
un doppio anniversario. E’ tuttora città misteriosa, di nebbie e foschie padane, e di
luce abbagliante - quando c’è - come nei
dipinti dei suoi pittori quattrocenteschi.
Soltanto alla letteratura è data la capacità di produrre intersezioni singolari nel
tempo e nello spazio, svelando così corrispondenze impreviste e imprevedibili. La
storia si scrive e si interpreta sulle prove
provate di ciò che è accaduto, sui documenti d’archivio, dunque sulla fisicità. La
letteratura invece è mediazione continua
che si colloca su un limite incerto, tra il
gioco di specchi e la rappresentazione oggettiva della realtà. Proprio come Bassani,
Ludovico Ariosto tormentò la sua opera
con un lavoro infaticabile di cesello. Orlando furioso apparve in prima edizione
a Ferrara appunto nel 1516. Cinque secoli
dopo c’è gran fervore ministeriale per le
celebrazioni. Visto lo stato d’abbandono
della storia della letteratura nelle nostre
università, meriterebbero più attenzione e
precisione. Quando poteva, Messer Ludovico leggeva i canti del suo romanzo nelle sale del castello, accanto al fuoco, per
i principi della Casa Estense (il termine
poema definì qualche decennio più tardi
i lunghi componimenti in ottave). Ma il
cardinale Ippolito del quale era al servizio
l’aveva reso “cavallaro” costringendolo a
viaggiare di continuo. Poi il duca Alfonso
lo spedì in Garfagnana a reprimere il brigantaggio. Seguì un’edizione nel 1521,
ma quella buona e valida fu stampata nel
’32. Sul tavolo di lavoro, accanto al letto di
morte del poeta, c’era nel 1533 una copia
piena di varianti e correzioni.
PIERO DI NEPI
Pagine di storia
A
ntisemitismo Un’ideologia del Novecento di Francesco Germinario (edito da Jaca Book) prende in esame
una questione che molti ritengono secolare e che, invece, è il frutto della cultura del XX secolo. L’analisi
dell’autore è brillante e ricca di molti elementi originali.
Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno di Agnese
Silvestri (dedito da Franco Angeli) è una ricostruzione precisa del
celebre caso giudiziario e politico,
ascoltando i protagonisti e le loro testimonianze autentiche. Ottimo.
Le comunità ebraiche di Siena e di
Pitigliano nel censimento del 1841
e il loro rapporto con quella fiorentina di Lionella Viterbo (edito da
Belforte) racconta un momento molto importante della storia degli ebrei
in Italia e lo fa con competenza e con
una cura ai dettagli; ammirevole.
Scritti politici e filosofici di un
ebreo scettico nella Venezia del
Seicento di Simone Luzzatto, a cura
di Giuseppe Veltri (edito da Bompiani) è un libro straordinario che raccoglie le opere di rara importanza di un rabbino veneziano del
Seicento. Una splendida sorpresa.
Il Vangelo ebraico di Daniel Boyarin, professore di cultura talmudica all’Università di California, edito da Castelvecchi, è un
libro concettualmente originale e ricco di ipotesi interessanti.
Tra identità e memoria di Pierangela Di Lucchio (edito da
Clueb) è un viaggio nella comunità ebraica di Napoli: un itinerario in bilico tra memoria e testimonianza ricco di suggestioni
Il pugile polacco di Eduardo Halfon, edito da Rubbettino è un
L’orrore per tutti i totalitarismi
“Il dominio del terrore”: Claudio Vercelli
focalizza i tanti perché dei genocidi
del “secolo breve”
P
resentazione vivace e polemica, quella dell’ultimo saggio di Claudio Vercelli, “Il dominio del terrore”, al Circolo
“Pitigliani”. Con le storiche e giornaliste Anna Foa e Lucetta Scaraffia: la quale ha contestato sia l’equiparazione
sostanziale tra nazismo e comunismo fatta da Vercelli, sia le sue
osservazioni sulla tendenza dei regimi totalitari a creare vere e
proprie religioni politiche, con culti e rituali parareligiosi centrati
sulla personalità del dittatore di turno (“La religione è una cosa,
l’ideologia un ‘altra”).
Eppure l’equivalenza tra i due totalitarismi fatta da Vercelli in questo saggio non ha nulla di crociano, di condanna - pur giustissima
- dei due totalitarismi, nero e rosso, in nome del loro comune rifiuto
della libertà. Ma è fatta - come Vercelli stesso ha spiegato nel suo
intervento - in base all’osservazione obiettiva, non ideologica, dei
disastri planetari causati da ogni ideologia che ha legittimato lo
sterminio degli avversari in nome d’un mondo migliore, liberato
da quelli che erano considerati agenti nocivi (armeni, capitalisti,
ebrei, zingari, omosessuali, infedeli, ecc...).
Vercelli, giornalista e ricercatore presso l’Istituto di studi storici
“Gaetano Salvemini” di Torino, già autore di vari saggi di storia
contemporanea, con quest’ ultimo non ha voluto fare un “regesto” delle deportazioni e dei genocidi novecenteschi. Ma, “premesso che non può esistere una gerarchia delle vittime, che, per
bel libro. Ecco una frase originale:
“Voi ebrei nascete con un romanzo
già scritto sotto il braccio”.
Mai ci eravamo annoiati di Renata
Adler, edito da Mondadori, è un romanzo che può essere letto in tanti
modi differenti. Può essere divertente, ma anche irritante. Intelligente,
qualche volta caustico.
Levante di Erica Ianiro, edito da
Marsilio, è una brillante analisi storica sui rapporti tra Veneti e Ottomani
nel XVIII secolo: a Salonicco avevano
un ruolo gli ebrei.
Il ghetto di Roma nel Cinquecento
di Kenneth Stow, edito da Viella, è
un libro eccellente, scritto da uno storico illustre che da anni si
occupa degli ebrei romani. Una piacevole lettura.
Esortazione agli ebrei di Gioacchino
da Fiore edito da Viella a cura di
Roberto Rusconi è un testo in cui il
frate non si rivolge agli ebrei cercando di convertirli, come molti altri ecclesiastici avevano fatto prima di lui,
ma si rivolge ai cristiani per convincerli che la storia di Israele dopo
l’incarnazione di Gesù non era finita
e che sarebbe arrivato il giorno in cui
ebrei e cristiani sarebbero stati credenti insieme.
In Quaderni di storia numero di gennaio giugno 2014 vi è un brillante articolo di Giorgio Fabre su Pio XI e
gli ebrei. Da non perdere, per capire
alcuni risvolti delle vicende degli ebrei nel XX secolo in Italia.
RICCARDO CALIMANI
il solo fatto d’esser state tali, sono tutte
sullo stesso piano, ho cercato di capire ha spiegato - i perché dei genocidi. Quasi
tutti avvenuti nel contesto generale, nato
con la Prima guerra mondiale, di quella
‘nazionalizzazione delle masse’ già studiata da George Mosse; e quasi sempre
in società fortemente laicizzate, secolarizzate, non più intrise di religione”. Ci sono
stati, chiaramente, anche altri fattori,
come i lasciti delle politiche coloniali dell’
800 (vedi, ad esempio, i primi campi di
concentramento per civili deportati creati
dagli inglesi nella guerra anglo-boera).
Da tutti questi fattori, ecco la somma dei genocidi di Stato del ‘900
che denunciano chiaramente il coinvolgimento di intere società
(pur con vari gradi di responsabilità interni), e non solo di dittatori
e classi politiche. E che sono stati sempre storie di disintegrazione,
non di integrazione: esempio tipico, la modernizzazione dell’URSS
fatta dallo stalinismo nel modo che sappiamo. “Ogni genocidio,
poi”, ha concluso Vercelli, "ha avuto una sua specificità, che va
rispettata; se non si può assolutizzare una tragedia pur immane
come la Shoah, non si può neanche negarne la peculiarità (come
fanno indirettamente quanti, ad esempio, recentemente hanno definito la tragedia delle foibe “La Shoah degli italiani”)".
FABRIZIO FEDERICI
C. VERCELLI, “Il dominio del terrore
Deportazioni, migrazioni forzate e stermini nel Novecento”,
Roma, Salerno editrice, 2016, pp. 168, €. 9,99.
APRILE 2016 • NISSAN 5776
PAGINE SU PAGINE. DI EBREI E DI COSE EBRAICHE
29
LIBRI
EDITORIA PER RAGAZZI
Gli eroi, tra realtà e fantasia
E
APRILE 2016 • NISSAN 5776
roi e ribelli tra realtà e leggenda:
un libro che parla di storia ed uno
che nasce da una avventura.
Il primo è il “Partigiano Rita” di Paola Caprioglio – Einaudi Ragazzi, 11 euro: la
storia vera di una ragazza triestina che durante la Resistenza combatté
con la banda partigiana Pasubio. Rita Rosani venne uccisa
dai tedeschi il “17 settembre
del 1944 prima di compiere 24 anni”, e nel “1948 le è
stata conferita la Medaglia
d’oro della Resistenza, l’unica assegnata ad una donna
italiana morta in combattimento”. Rita Rosani è morta
partigiana ma la storia che la
conduce a combattere sulle
montagne inizia da lontano,
quando la sua famiglia arrivò
a Trieste dalla Moravia e di cognome faceva
Rosenzweig, ebrei come tanti. E come i loro
amici più stretti i Nagler con Kubi, amico di
infanzia di Rita e poi suo fidanzato. Rita è
una ragazza, anzi una ragazzina, quando le
leggi razziali arrivano a stravolgerle la vita.
Leggere la sua vicenda nel volume della
Caprioglio aiuta a seguire i passaggi solo in
apparenza “normali” che condussero l’Italia
dal fascismo alla guerra, alla partecipazione
allo sterminio antiebraico, alla Resistenza.
‘Partigiano Rita’ è uno di quei libri che raccontano insieme la storia ed una storia: un
30
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volume per questo particolarmente interessante. Non fa sconti infatti, né da un lato,
né dall’altro, non cede alla semplificazione
nel ricostruire i passaggi storici ma non abdica alla fantasia nel raccontare la trasformazione di una ragazzina dai riccioli rossi,
un po’ vanesia che legge le
riviste femminili e che quando si fidanza con Kubi, ha la
nostalgia anticipata di qualche palpito in più, e si preoccupa dell’argenteria che le
verrà regalata per il matrimonio. Ma la storia porta Rita in
un’altra direzione. Rita e Kubi
si lasciano mentre lui è al confino in Abruzzo e lei avrà un
nuovo compagno con cui condividerà la vita partigiana:
“sulla soglia – il colonnello
Ricca – trova ad accoglierlo
una giovane donna stranamente mutata
che lo accoglie sorridendo con quieta semplicità, e gli rivolge uno sguardo fermo, dritto”. “Colonnello
non ci lasceremo più – spiega
Rita – farò parte anche io della tua banda partigiana. (…)
Non hai capito: io voglio fare
il soldato, non la cuoca o la
staffetta. Sarò un membro del
gruppo Pasubio, come tutti gli
altri”. Dopo la morte di Rita il
colonnello cambierà il suo
nome di battaglia, diventerà il
“comandante Rito”.
Per l’avventura invece c’è la
graphic novel “La leggenda di Zumbi l’immortale” di Fabio Stassi e Federico Appel
– Sinnos edizioni, 10 euro. Zumbi è un personaggio mitologico la cui storia si svolge
nei ‘quilombos’, i villaggi clandestini fondati fra il XVII e XVIII secolo dagli schiavi
che riuscivano a sfuggire. Zumbi nasce “per
i piedi, senza piangere e senza cordone ombelicale. E’ nato libero!”, il suo nome significa elfo, o forse fantasma, o magari ombra.
La storia della sua vita è leggenda, sospesa
tra l’urgenza della ribellione e quella della
narrazione orale in cui i disegni in bianco
e nero e ricchi di chiaroscuri, focosi e ribelli anche loro, sottolineano la drammaticità.
Una ribellione che ci vollero decenni a sedare, una manciata di schiavi contro uno degli
eserciti più potenti e più crudeli del mondo
di allora. Magia e scomparse si alternano a
misteriose apparizioni: “Non mi riconosci”
- tuona Zumbi da dietro la maschera che ne
nasconde le fattezze - “Io sono Zumbi, a cui
avete distrutto il villaggio, ucciso gli amici,
rubato la libertà. O meglio, ci avete provato.
Ma noi combattiamo ancora. State all’erta”.
Ma alla fine il capitano Furtado de Mendoza
lo scovò: “Zumbi fu pugnalato sette volte in
sette punti diversi del corpo. Ma nemmeno
questo riuscì a togliergli la vita. Il 20 novembre del 1695 lo giustiziarono con i suoi compagni a Recife... ma il suo cuore continuò a
battere ancora a lungo”. Da allora Zumbi è
diventato il simbolo della lotta per la libertà: “Finché ci sarà qualcuno in catene, da
qualsiasi parte, nessun uomo sarà davvero
libero”.
Sempre di libertà, e che libertà, si parla nel
libriccino “Mosè, viaggiatore del deserto”
scritto con grazia, delicatezza e poesia, da
Beatrice Masini per EL (8 euro). La traduttrice di Harry Potter ha scritto un libro
adatto ai bambini più piccoli senza aver
mai un linguaggio banale. “Ho viaggiato
e vagato per i deserti - racconta Mosè - mi sembra di
conoscere ogni granello di
sabbia, di averli calpestati
tutti quando erano bollenti
di sole e quando erano gelidi
di notte e di luna”. Un Mosè
vecchio e stanco che dalla
cima del monte Nevò scruta
l’orizzonte “Da quassù, una
terrazza di pietra in cima al
mondo, guardo la distesa di
sabbia e rocce e monti e valli
che ho sfidato e non ho vinto.
Non ho portato le mie pecore nel recinto, la
Terra Promessa è ancora lontana. Però c’è.
Io sono Mosè e questa è la mia storia”. Il libro racconta la storia di un ‘bambino salvato dalle acque’ con un nome che è insieme
ebraico ed egiziano e con congruità al racconto ebraico. Non è tenero questo Mosé
con il popolo d’Israele, lo fa arrabbiare a
più riprese, soprattutto quando gli sembra adagiarsi: “E’ l’effetto della schiavitù.
Ti abitui a tutto, e ti accontenti di avere la
pancia piena, anche se la schiena è rigata
di segni di frusta e non possiedi la libertà. Quando la trovi non sai cosa fartene, ti
spaventa, ti soffoca”. Il contesto e la conclusione della storia è ben nota ai lettori di
Shalom ma è un libro che vale la pena di
leggere, un ripasso per la storia di libertà
che racconteremo nei prossimi giorni.
LIA TAGLIACOZZO
CINEMA
"Grimsby, attenti a quell’altro": un film delirante,
irriverente ma soprattutto divertente
L’attore comico Sacha Baron Cohen supera se stesso in una parodia di James Bond
Ali G sfigato rapper di periferia,
amante della marijuana e dell’alcol e Borat, un giornalista proveniente dal Kazakhistan che se ne
andava in giro per l’Inghilterra girando falsi documentari per fare
scoprire al suo popolo i segreti e
le magie del Regno Unito. Senso
dell’assurdo, violazione sistematica del politicamente corretto,
interviste volte ad imbarazzare
irrimediabilmente l’interlocutore
sono, oggi, diventate un inedito
mix di azione e volgarità, di situazioni esilaranti ed imbarazzanti e
di momenti, perfino, commoventi,
sublimando l’imbarazzo di ieri in
commedie fuori dagli schemi al
punto da lasciare ‘attoniti’.
Grimsby, attenti a quell’altro,
quindi, pur rischiando di sembrare molto offensivo e volgarissimo
è talmente ‘oltre’ da risultare quasi “candido”, perché pur a fronte
di situazioni estreme, il talento
visionario e stralunato di Cohen,
porta il suo personaggio ad affrontare il mondo con un candore
stupefacente e, alla fine, inconfessabilmente divertente ed irresistibile. Come quando, viene ferito un
ragazzino affetto da AIDS con gocce di sangue che infettano il
probabile candidato alla Presidenza degli USA, Donald Trump...
una scena al limite del profetico, che la dice lunga sulla follia piacevolmente sfrenata di un comico visionario come Sacha Baron
Cohen.
MARCO SPAGNOLI
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APRILE 2016 • NISSAN 5776
D
a sempre il comico Sacha
Baron Cohen ha fatto
della volgarità estrema
un portabandiera di un
senso dell’umorismo, nella migliore delle ipotesi, “oltraggioso” e i
suoi film come protagonista hanno
sempre suscitato critiche e clamori, in un crescendo divertente e
divertito di vilipendi e sconcezze.
Ebbene, qualora fosse perfino impossibile pensarlo, la parodia bondiana Grimsby, attenti a quell’altro
va oltre tutto questo puntando ad
una categoria di premio da creare appositamente, ovvero l’Oscar
per l’assoluta e totale mancanza
di qualsiasi senso di politicamente
corretto.
La storia di un super agente segreto stile James Bond, separato
da ragazzino dal fratello adorato,
rimasto a crescere nei sobborghi
di Londra diventando un hooligan
disonesto, proletario, pieno di figli,
diventa l’occasione per un film d’azione “assurdo” ed estremo.
Diretto da Louis Leterrier ed interpretato da Cohen al fianco dell’attore di teatro e di cinema Mark
Strong e dalla Musa di Almodovar
Penelope Cruz (proprio lei) è una vera e propria follia dove il peggio di tutto quello che uno non si aspetta, invece, accade. Del resto Cohen non è nuovo a stupire e a spaventare il pubblico con
trovate di insolito gusto: due anni fa, durante una premiazione
del premio Britannia Award dedicato a Chaplin, scandalizzò tutti
facendo finta di far cadere rovinosamente sul palco una vecchietta
che aveva presentato come l’ultima superstite della lavorazione
del film Il Monello (1921). In realtà si trattava di una stunt woman,
ma il terrore passato sul volto di divi come George Clooney ignari
e presenti alla cerimonia, resta come emblema della capacità di un
comico di prendere così sul serio il proprio lavoro da terrorizzare
tutti e, alla fine, divertirli.
Nato nel dicembre del 1970 da madre israeliana e padre gallese,
proprietari di una serie di negozi tra la capitale e Cardiff, a diciannove anni è entrato a fare parte della sezione giovanile dello
Habonim Jewish Group e dopo un po’ è partito per trascorrere
un anno nel Kibbutz Rosh Hanikra in Israele per riflettere in tranquillità sulle sue radici e sulla storia della sua famiglia, nonché
sulla sua fede. Tornato in Inghilterra si è laureato a Cambridge
con una tesi sulla discriminazione della minoranza ebraica comparata a quella nera. Dopo la laurea e qualche anno trascorso
nei locali notturni come stand up comedian Sacha Baron Cohen
ha iniziato a inventarsi alcuni personaggi televisivi come Bruno,
il biondo intervistatore austriaco che alle sfilate di moda importunava con domande imbarazzanti tutti VIP del mondo sul canale satellitare della Paramount. Dopo altre esperienze è nato il
personaggio di Ali G, titolare di uno show televisivo di enorme
successo la cui cifra comica era fondata su un senso visionario
(dalla matrice tipicamente ebraica) della narrazione e del confronto con le persone. Sacha Baron Cohen nella doppia veste di
31
ROMA EBRAICA
Ospedale Israelitico, la Regione concede il nuovo accreditamento
L
o scorso metà marzo – in una conferenza stampa con il
prefetto di Roma Franco Gabrielli, il subcommissario alla
Sanità Giovanni Bissoni, il capo della cabina di regia della Sanità Alessio D’Amato e il commissario dell’Israelitico
Narciso Mostarda – il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha annunciato la firma per il riaccreditamento dell’Ospedale
Israelitico di Roma.
Il provvedimento interessa per ora la sede di via Fulda e l’ambulatorio in via Veronese e consente all’Ospedale – dopo un periodo
di fermo durato alcuni mesi - di riprendere la normale attività medico-chirurgica in convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale.
Attualmente, la capacità ricettiva della struttura è stata ridotta da
126 posti letto a 114 suddivisi in degenza ordinaria e day hospital.
“È importante sottolineare la firma – ha sottolineato Zingaretti perché non solo è il primo caso affrontato con nuove norme che
prevedono il commissariamento per le strutture ospedaliere colpite dal ritiro dell’accreditamento a causa di motivi giudiziari, ma è
anche un bell’esempio di collaborazione istituzionale che di fronte
all’emergere di un problema molto serio come poteva essere il fallimento di un istituto privato dell’accreditamento ha saputo essere
un sistema pubblico che si è unito per garantire due principi fondamentali: la difesa della legalità e la salvaguardia del valore delle
eccellenze di un sistema sanitario, del diritto al lavoro di chi non
ha alcuna responsabilità per le situazioni che sono emerse, e del
diritto all’assistenza”.
“Vorrei ringraziare – ha proseguito Zingaretti - il ministro della
Salute Lorenzin e il prefetto Gabrielli per il suo ruolo sia nella
‘pre-crisi’ sia in questi mesi di dialogo come interlocutore con i la-
voratori, la proprietà, la Comunità Ebraica. Insieme abbiamo fatto
un lavoro che oggi a pochi mesi dall’esplosione della vicenda giudiziaria, ci permette di chiudere positivamente una fase storica.
L’accreditamento è un giro di boa importante, ora si tratterà di
continuare con questo rapporto tra Israelitico e Regione Lazio di
ridare vita a un’attività dell’ospedale per ridarlo alla città”.
“Solo la disponibilità del Governo è riuscita a risolvere la vicenda
dell’ospedale Israelitico”, ha spiegato da parte sua il prefetto di
Roma Franco Gabrielli. Con l’estensione della normativa già prevista per il commissariamento degli appalti pubblici, che viene disposto dal prefetto su richiesta dell’Anac, “il Governo ha recepito
il nostro grido d’allarme con tempistiche non comuni alle nostre
latitudini”, ha spiegato Gabrielli.
Infine il Commissario Narciso Mostarda, ha spiegato quali saranno le prossime scelte e azioni da intraprendere per risanare l’Ospedale Israelitico: “Qui ho trovato dall’inizio le porte aperte con
tutti, incontrando nell’istituto professionisti di buonissima qualità
in stato di trauma e shock devastante per quello che era successo”. “Accenderò immediatamente degli strumenti e proposte per
capire quale modello di intervento possiamo mettere in campo
per censurare e azzerare il rischio di comportamenti criminosi e
nefasti: il cerino è tutto nelle mani delle istituzioni pubbliche e
mi sento di fare la proposta di organizzate una struttura agilissima e snella con professionisti dell’Israelitico ma anche delle Asl
competenti per i controlli, a via Fulda è la Roma3, che potrebbe
essere uno strumento per garantire il pubblico e controllare quotidianamente il privato, una certezza per le istituzioni ma anche per
l’Israelitico stesso”, ha aggiunto.
Israel Days: una risposta
alla domanda di alyà
Masa - ed ogni progetto, o struttura, aveva il suo spazio, dove si
potevano liberamente fare domande e richiedere informazioni.
Per aiutare le persone nel processo di alya erano presenti esponenti del Naale, dell’Irgun Olei Italia, della Sochnut, del ministero dell’Educazione, della banca Mizrahi-Tefahot, del Misrad Alya
veKlità - ministero dell’immigrazione ed integrazione, e dell’Ebenezer ‘progetto Esodo’, un’organizzazione cristiana che offre
supporto pratico ed aiuto in vari campi agli ebrei che vorrebbero
trasferirsi in Israele.
Ampia scelta anche per chi era
interessato ad esperienze di
tipo temporaneo, che poteva
contare su rappresentanti di
vari atenei - Technion, Bar Ilan,
IDC Herzlya, l’università di Tel
Aviv, di Haifa, e quella Ebraica
di Gerusalemme - e programmi
Masa come l’anno di hachsharà
del Benè Akiva, Project TEN per
fare volontariato ed approfondire la propria identità ebraica,
con base nel kibutz Harduf;
Aardvark: programma altamente personalizzabile che prevede volontariato o internships,
classi universitarie, gite e la residenza in appartamenti indipendenti; Hebrew international: in cui l’enfasi è posta soprattutto
sull’apprendimento dell’ebraico, con 25 ore di ulpan settimanali; e Tzofim Garin Tzabar, che aiuta i ‘chaialim bodedim ‘soldati
soli’, ragazzi che si arruolano senza avere famigliari stretti in
Israele.
SARA HABIB
APRILE 2016 • NISSAN 5776
S
32
Le prestazioni in convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale
riguardano le due sedi di via Fulda e via Veronese
e fino a qualche anno fa, come ricordato all’evento da Vito
Anav, presidente dell’ Irgun Olei Italia, si andava a vivere
in Israele principalmente per questioni ideologiche, oggi
ciò è molto più comune,
e lo si fa anche per merito delle
“università d’eccellenza, dei posti di lavoro disponibili, e della
società sana, che sta crescendo”.
L’Israel Day alle scuole ebraiche, è stato quindi un’opportunità utile a molti, unica per
chiunque fosse in cerca di informazioni riguardo a Israele. Che
si fosse interessati a fare l’Alya,
o si stesse pensando di andarci
per un’esperienza di un anno, o
per frequentare l’università, l’evento era un’occasione imperdibile, in quanto, come è stato
ricordato dalla presidente CER Ruth Dureghello, si potevano trovare disponibili “in un unico posto tutti gli enti, gli strumenti e le
strutture” di cui si ha solitamente necessità, con cui altrimenti si
sarebbe potuto parlare, come sottolineato da Vito Anav, “solo in
una decina di giorni su e giù per Israele”.
Tutte le classi del secondo piano erano state adibite per l’evento - due per gli enti relativi all’alya e le restanti per i programmi
Consulta: si è discusso del dialogo
ebraico-cristiano
Partendo dalla recente visita di papa Francesco,
ne hanno parlato rav Riccardo Di Segni,
la prof. Serena Di Nepi e lo storico David Kertzer
In attesa di una nuova Consulta
Annullata dai probiviri dell’Ucei l’attuale composizione
che non rispecchia la proporzione tra eletti e nominati
L
o scorso 29 febbraio si è tenuta una riunione della Consulta della CER sul tema: “I rapporti tra Ebraismo e Cristianesimo all’esito della visita del 17 gennaio 2016 di Papa
Francesco al Tempio Maggiore”.
La serata è stata aperta dagli interventi del Rabbino Capo di Roma,
Rav Riccardo Shmuel Di Segni, e della Prof.ssa Serena Di Nepi: il
primo si è soffermato su alcuni dettagli significativi dell’organizzazione della visita del Papa e più in generale sui rapporti attuali
tra Ebraismo e Cristianesimo, che devono superare le differenze
teologiche per lavorare in un serio dialogo interreligioso, mentre
la seconda ha ripercorso i rapporti storici tra le due Confessioni,
mettendo in evidenza importanti passaggi che hanno segnato la
vita degli ebrei romani nel corso dei secoli.
La seconda parte della serata ha visto invece trattare la crisi economica che investe la CER, con interventi della Presidente Ruth
Dureghello e dell’Assessore al Bilancio Roberto Coen: è stato spiegato il lavoro in atto della Commissione appositamente formata
per tagliare spese e consentire di migliorare i conti degli anni 2015
già concluso e 2016, attualmente in esercizio provvisorio fino al
prossimo 30 aprile; la Giunta conta quindi di presentare alla Consulta entro tale data il bilancio CER per acquisirne il necessario
parere.
La Consulta avrebbe voluto comunque approfondire i temi economici, chiamando a fine marzo a relazionare sullo stato di crisi i
responsabili di Enti e Dipartimenti della CER, ma questo appuntamento verrà necessariamente rinviato di circa un mese: la Consulta ha infatti dovuto prendere atto in quella stessa serata della
decisione dei Probiviri dell’UCEI (dello scorso 14 gennaio e comu-
sti permessi per risiedere permanentemente in queste zone, ed
i locali cominciavano a lamentarsi, il compito di cacciarli passava
all’inquisizione, a chi si occupava della sfera spirituale.”
“Dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna, gli ebrei romani si
aspettavano probabilmente qualcosa di simile da parte del papa
Paolo IV” continua poi la Di Nepi. “Tuttavia la sua reazione fu diversa, la sua risposta al problema della ‘gestione delle minoranze’
fu il ghetto, per motivi teologici legati alla conversione. È inoltre
importante notare come gli ebrei dell’epoca tenessero a mantenere sempre vivo un qualche tipo di rapporto con il Papa in carica. La
cerimonia del possesso, nella quale il nuovo Papa prendeva possesso della propria cattedra vescovile, comprendeva una cavalcata
per Roma nella quale egli incontrava tutti i corpi sociali, compresa,
intorno all’arco di Tito, l’università ebraica, rappresentata dal rabbino e tre fattori, che lo aspettavano con cartelloni beneauguranti in ebraico e gli offrivano un Sefer Torà, puntualmente rifiutato
dal pontefice. Era una cerimonia estremamente umiliante per gli
ebrei, eppure quando ne furono esclusi, a fine ‘700, da papa Pio VI,
protestarono.”
Ospite d’eccezione lo storico David Kertzer, autore di importanti
scritti sulla storia degli ebrei in Italia, ed interessato in particolar modo al caso di Edgardo Mortara, che ha sottolineato come la
maggior parte delle testimonianze sugli ebrei italiani si trovi negli
archivi ecclesiastici, e come, tutt’oggi, sia difficile accedervi.
SARA HABIB
nicata alla CER a fine Febbraio), con cui è stato accolto un ricorso
presentato da quattro consultori (Tagliacozzo, Sestieri, Bassan e
Coen), che chiedevano l’annullamento della delibera del Consiglio
della CER (del 1 ottobre 2015), relativa alla composizione della
Consulta e al numero massimo di partecipanti.
Si ricorderà infatti che il Consiglio CER, a maggioranza, con tale
delibera aveva interpretato le norme attuali che regolamentano
la composizione della Consulta, allo scopo di allargare gli aventi
diritto a sedere in Consulta, anche dopo avere esaminato la relazione di un’apposita Commissione nominata, ma evidentemente
in maniera non conforme al regolamento della CER e dallo Statuto
dell’UCEI.
Presidente e Segreteria della Consulta si sono quindi dimessi dai
propri incarichi nella stessa serata, in attesa che il Consiglio convochi una nuova Consulta, opportunamente riformata nella sua
composizione, onde consentire la nomina delle nuove cariche ed
il suo pieno funzionamento, permettendo alla stessa di discutere,
come da Statuto, il Bilancio preventivo 2016 prima della presentazione in Consiglio.
Consiglio CER e Consulta saranno quindi chiamati a procedere
presto con una nuova revisione del regolamento della CER, in
modo tale da favorire la massima partecipazione degli iscritti nel
pieno rispetto delle regole.
Rimane comunque difficile il compito di stabilire come andranno
scelti, per un numero massimo di 14 consultori, i rappresentanti
degli Enti, dei Templi e delle Associazioni, sia romane che internazionali, con una sede locale a Roma, da aggiungere agli 86 consultori eletti, nominati e di diritto, per rientrare nel numero massimo
di 100, senza correre il rischio di fare discriminazioni ed eventuali
nuovi ricorsi agli stessi Probiviri.
Speriamo quindi di poter contare presto su una nuova Consulta,
pienamente valida ed efficiente.
CLAUDIO MOSCATI
APRILE 2016 • NISSAN 5776
L’
ultima Consulta è stata l’occasione per interessanti approfondimenti sul dialogo tra ebrei e cristiani.
Ha cominciato il Rabbino capo, parlando del recente
incontro al Tempio Maggiore con Papa Francesco, un
incontro a cui si voleva inizialmente dare un tono basso, “essendo
ormai il terzo in epoca recente”, che voleva essere, più di tutto, un
simbolo di continuità.
“È stata una scelta per alcuni aspetti conflittuale” ricorda Rav Di
Segni. “Se quando venne Benedetto XVI si stava andando avanti
con il processo di beatificazione di Pio XII, ora il problema era
rappresentato dall’apertura dei rapporti diplomatici con i palestinesi”.
È intervenuta poi la professoressa Serena Di Nepi, ricercatrice
di Storia Moderna alla Sapienza, parlando del “rapporto di lunga
data destinato a vivere nella contraddizione” tra il Papa e gli ebrei
di Roma “che come ‘ebrei sotto le sue in finestre’ rivendicavano il
ruolo speciale di rappresentati dell’ebraismo mondiale”. “Il papa
aveva il ruolo unico di ‘Sovrano pontefice’, riunendo in sé il potere
temporale con quello ecclesiastico, e allo stesso tempo gli ebrei
andavano considerati sotto entrambi gli aspetti, creando inevitabili contraddizioni. Ad esempio, era per gli ebrei piuttosto facile
ottenere dalla camera apostolica - che si occupava delle questioni
secolari - dei ‘salvacondotti’ necessari per recarsi temporaneamente in luoghi in cui gli ebrei solitamente non potevano risiedere, in quanto incrementavano il commercio, e l’economia locale
ne beneficiava. Quando però, spesso, alcuni ebrei usavano que-
33
ROMA EBRAICA
L’ebraismo europeo?
Un declino continuo
Se ne è discusso nel dibattito organizzato
dall’Associazione di Cultura Ebraica Hans Jonas
“C’è un futuro per gli ebrei in Europa?”
è stato il quesito di partenza nel dibattito
organizzato dall’Associazione di Cultura
Ebraica Hans Jonas presso il Pitigliani: un
quesito provocatorio che non si sarebbe posto 5 anni fa, secondo il moderatore Tobia
Zevi. Il quadro dipinto dagli ospiti ha contribuito a minare le certezze: dati demografici e riflessioni culturali e religiose hanno
infatti evidenziato la crescente destabilizzazione nel rapporto tra gli ebrei e la società
circostante. Sergio Della Pergola (Università Ebraica di Gerusalemme) e Linda Laura
Sabbadini (ISTAT) hanno “dato i numeri”
di questa situazione: gli ebrei in Europa
sono appena un milione e mezzo (un milione nell’UE), un’esigua minoranza (meno
del 10%) e le prospettive non sono incoraggianti. Come ha spiegato Della Pergola, infatti, si assiste a due processi demografici:
anzitutto, una bassa tendenza del tasso di
natalità che, in virtù anche dell’aumento
della longevità, provoca un sostanziale invecchiamento delle popolazione; in secondo luogo, vi è un mutamento qualitativo
dell’identità, definibile semplicisticamente
con il termine di assimilazione. La conclu-
sione di queste analisi è che il declino continuerà, a meno di un evento rivoluzionario.
Parallelamente, è in crescita l’antisemitismo, in tre matrici diverse: nella sua forma
classica, secondo cui gli ebrei detengono il
potere mondiale; mediante il negazionismo
e l’accusa di strumentalizzazione della Shoah; nell’antisionismo. La conseguenza è un
disagio che ha portato le emigrazioni verso Israele da parte di alcuni Paesi europei
(Francia, Belgio, ma anche Italia) ai massimi
storici. La minore presenza di ebrei provoca
però un circolo vizioso: si riduce anche la
resistenza all’antisemitismo, che può così
autoalimentarsi.
L’andamento delle comunità ebraiche è uno
spaccato della realtà europea ha spiegato
la Sabbadini: l’incremento annuale della
popolazione del Vecchio Continente recentemente è stato di 1 milione e 300mila
persone, a fronte di un aumento di 3 milioni
l’anno nei decenni ’60-’90; è cambiata anche la composizione, con un aumento degli
immigrati. Tuttavia, a dispetto di ciò che si
possa pensare, la comunità musulmana nel
nostro Paese non è maggioritaria, ma costituisce solo un quarto degli immigrati: sono
soprattutto marocchini e albanesi. Diversa,
sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, è la situazione in Francia: per questo
bisogna differenziare le strategie a seconda
dei contesti e degli interlocutori, dando più
importanza al dialogo interreligioso laddove questa componente è più sentita. Serve
dunque un nuovo approccio culturale, che
coinvolga le comunità ebraiche e i Paesi
europei in generale. Un nuovo umanesimo,
come ha suggerito Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio: a
suo avviso il ruolo degli ebrei in Europa sarà
di guida in questo processo. Tale funzione è
stata analizzata anche dal Rabbino Capo di
Roma Riccardo Di Segni: è necessario misurarsi in un mondo che sta radicalmente
cambiando. L’antisemitismo è un rischio
reale, che potrebbe essere accentuato dal
fenomeno dell’immigrazione, per il quale servono regole condivise al fine di non
avere reazioni di collisione e rigetto. Come
prepararsi a queste novità? Bisogna investire in formazione e cultura risponde Rav Di
Segni, al fine di costruire una preparazione
professionale adatta a diversi contesti.
DANIELE TOSCANO
El Al: Ambasciatore del vero volto di Israele
APRILE 2016 • NISSAN 5776
I
34
Ha preso avvio anche in Italia il progetto che vede protagonisti
alcuni equipaggi della compagnia aerea
l programma El Al Ambassador è un’iniziativa congiunta dell’El Al, l’Agenzia
Ebraica, l’organizzazione ‘Stand With
Us’ e il Ministero degli Esteri Israeliano,
in cui alcuni membri di equipaggio dell’El Al
utilizzano il loro tempo libero, nelle pause tra
i voli, per tenere degli incontri con gli ebrei
della diaspora, condividendo storie personali sulla loro vita in Israele, mostrando così
aspetti della loro terra spesso appena accennati dai media. Il programma è ora arrivato
anche in Italia, e l’anteprima si è tenuta presso il tempio Bet Michael, dopo la Tefillà del
Sabato mattina.
“Non siamo qui per parlarvi del conflitto israelo-palestinese, o delle problematiche israeliane, ma per farvi capire perché, nel 2016,
si sceglie di vivere in Israele”, ha esordito
il direttore del progetto, per lasciare poi la
parola allo staff El Al, che presentandosi ha
voluto anche ricordare “gli altri incontri El Al
Ambassador che in questo stesso momento
si stanno tenendo a Barcellona, in una scuola
di economia di Hong Kong, ed in una chiesa
a Londra”, invitando i presenti a rendersi anche loro ambasciatori del vero volto di Israele,
con chi non ne ha mai avuto un’esperienza.
Il loro discorso non era però l’unica particolarità di questo Shabbat, in cui il Sefer utilizzato
per la lettura della Torà era quello portato dai
membri El Al. “Un sefer torà con una grande
storia alle spalle”, come ricordato dal Maskil
Gadi Piperno, “nato dal desiderio di Shimon
Peres di portare con sé al Bunderstag, il parlamento tedesco, qualcosa di particolarmente
simbolico”. “È infatti il Sefer Torà l’oggetto
che più di tutti accomuna ogni ebreo nel mondo”, sottolinea, “e questo Sefer ‘Achdut - per
l’unità di - Israel’ venne portato in giro per il
globo, nei posti dove erano presenti comunità
ebraiche e dove non vi era alcun ebreo, alcune lettere sono state scritte dal nostro rabbino capo Di Segni, altre in posti specialmente
significativi, vicino ai cancelli di Auschwitz,
sulla muraglia cinese, presso l’arco di Tito”.
Presente all’incontro, conclusosi con un ricchissimo kiddush, era inoltre il vicepresidente
della comunità ebraica di Roma, Ruben Della
Rocca, che non ha mancato di ringraziare i
rappresentanti per l’accoglienza e l’atmosfera
‘di casa’ che si respira su ogni viaggio El Al,
e il vice ambasciatore Israeliano a Roma Dan
Haezrachy.
SARA HABIB
La salute passa attraverso il cibo
Musica in chiave ebraica,
nell’offerta formativa
degli Asili israelitici
N
ella cornice degli Asili Infantili
Israelitici “Rav Elio Toaff” si è
svolta la presentazione del libro “Domilla e le fate del pentagramma”, un testo didattico edito dalla
Sovera Edizioni, grazie al finanziamento
UCEI dell’8 per mille. Il testo riassume il
percorso svolto dai bambini, dai primi rudimenti fino ad una conoscenza più complessa delle tecniche musicali, nell’ambito
del progetto “Musica per bambini in chiave ebraica”, promosso dall’insegnante
Cinthia Tagliacozzo e dal musicista Michele Cusanno e con il sostegno della direttrice Judith Di Porto, che ha inserito il
progetto in modo stabile nel Piano dell’Offerta Formativa.
I bambini sono stimolati alla creatività e
scoprono le loro potenzialità tramite l’attività musicale che occupa un posto di
rilievo nella strutturazione del pensiero e
nell’elaborazione delle parole e della comunicazione in genere; inoltre influisce
positivamente sul piano emotivo, sociale
e motorio dell’alunno e migliora la sua fiducia nell’istituzione scolastica. Presenti
il Presidente della Comunità Ebraica di
Roma, Ruth Dureghello e il Rabbino Capo,
Rav Riccardo Di Segni.
Rav Roberto Colombo ha ricordato che per
leggere la Torah bisogna saper cantare e
conoscere le note musicali; nell’interpretazione di Rabbì Akivà, il Signore risponde
a Mosè, il quale chiedeva come poteva farsi ascoltare dal popolo ebraico, che senza
cantare gli ebrei non lo avrebbero ascoltato: da qui l’obbligo di cantare quando si va
al Tempio, poiché il canto genera felicità
e senza gioia non si può insegnare Torah.
La serata è stata ulteriormente impreziosita dalla performance dei bambini
alle prese con balli di gruppo e strumenti
musicali, tra tamburi, trombe, bacchette,
batterie, solfeggio e coronata dalla stupenda voce del maestro Claudio Di Segni,
accompagnato al pianoforte da Carolina
Di Segni, dalla coinvolgente interpretazione yiddish di Evelina Meghnagi che si
è avvalsa dell’aiuto dei piccoli musicisti
in erba e dall’omaggio alla cantante israeliana Noa con il brano “Beautiful That
Way” eseguito dalla coordinatrice Judith
Di Porto.
YURI DI CASTRO
I
l 26 gennaio 2016 ha avuto luogo il
terzo appuntamento del ciclo di incontri a sostegno della genitorialità. Un giovedì del mese il progetto
fornisce a insegnanti, educatori, genitori e curiosi uno spazio dove riflettere su
temi legati alla genitorialità, fornendo
il punto di vista di esperti nei vari campi esaminati. Questo incontro – svolto
con la collaborazione tra il Dipartimento
Educativo Giovani e la Scuola Ebraica di
Roma – ha avuto per tema la nutrizione.
Ospite dell’incontro il prof. Carmelo Rizzo,
Presidente dell’Accademia Internazionale
di Nutrizione Clinica ed esperto di intolleranze alimentari e nutrigenetica.
Si dice spesso che siamo ciò che mangiamo: tema portante della lezione del prof.
Rizzo è stato appunto il ruolo fondamentale della corretta alimentazione nella prevenzione di un disturbo.
In particolare l’esperto ha illustrato la
“Sindrome generale di adattamento” del
medico e biologo Hans Selye (1907-1982),
secondo cui lo stress si identifica con una
risposta non specifica dell’organismo a
uno stimolo negativo. Qualunque sia l’agente stressante (alimenti, sostanze chimiche, allergeni vari, ferite, traumi fisici
o psichici), la risposta dell’organismo si
articola in tre fasi: una fase d’allarme, una
fase di adattamento in cui l’organismo riesce a mantenere un certo equilibrio con
l’agente stressante ed infine una fase di
esaurimento, con conseguente comparsa
di sintomi o malattie.
Ognuno di noi ha un livello di capacità di
gestione dello stress diverso. Per semplificare il concetto, è utile immaginare un
grande barile, coincidente con la nostra
capacità di controllo dello stress, più o
meno grande a seconda dell’individuo.
Qualora venisse raggiunto il limite del barile, si presentano infiammazioni: sintomi
comuni di reazioni infiammatorie sono l’e-
micrania, la stanchezza, il prurito, l’acne
o perfino la depressione. Se individuiamo
le cause che scatenano l’infiammazione, possiamo modificare questi fattori e
controllare le malattie infiammatorie eliminando o riducendo i rischi individuali
per lo sviluppo di un’enormità di sintomi
correlati.
L’infiammazione coinvolge centinaia di
processi biologici e chimici che hanno effetti diversi su qualsiasi organo. Uno dei
fattori stressanti più importanti è quindi
l’alimentazione, che finisce per influenzare inconsapevolmente la nostra vita
quotidiana, specialmente se intolleranti a
determinati alimenti.
Connessa alla capacità del barile immaginario di tener sotto controllo i fattori stressanti è la propria predisposizione genetica. Molte volte i nostri geni causano una
iper-reazione del nostro sistema immunitario scatenando disordini autoimmuni in
ambito familiare.
Un fattore che ci influenza costantemente
e che possiamo controllare è dunque ciò
che immettiamo quotidianamente nel nostro organismo con l’alimentazione.
Il prof. Rizzo conclude la conferenza svelando un segreto: conoscendo meglio
l’effetto che i nutrienti hanno sulla nostra
particolare costituzione genetica, possiamo esercitare un controllo più efficace sulla qualità e le aspettative di vita. Una dieta corretta ed equilibrata è essenziale per
una vita sana e lunga, ma non può essere
standard per tutti.
MICOL SONNINO
APRILE 2016 • NISSAN 5776
Domilla e le fate
del pentagramma
Dedicato all’alimentazione il terzo appuntamento
di incontri a sostegno della genitorialità
35
ROMA
LIBRIEBRAICA
Il difficile equilibrio tra affetto
e imposizione delle regole
L’educazione ebraica il tema di un incontro
con il prof. Gavriel Levi
“I
l principale problema dell’educazione ebraica consiste
nel bilanciare due aspetti: l’affetto e le regole”, questa è
stata la frase chiave dell’incontro ‘Buon senso, Talmud e
psicanalisi,’ tenuta dal Professor Gavriel Levi.
Non era questa semplicemente una lezione di Torà. “Il professor
Levi è molto rinomato anche come psichiatra neuroinfantile”, dice
infatti Elizabeth Cetorelli, organizzatrice dell’evento: “volevo che
queste lezioni unissero la Torà con il lato scientifico, di modo che
fossero ancora più mirate e si potessero avere anche dei pareri
medici, si potessero trovare soluzioni, chiarire dubbi. Per quanto
riguarda i temi delle serate ci volevamo concentrare su temi inerenti
la sua specializzazione sull’aspetto infantile, la famiglia ebraica, i
rapporti familiari, in particolare quando ci si trova in un contesto
non ebraico”. E’ stata una lezione in parte interattiva che si prefiggeva di “tentare di vedere l’educazione in funzione del benessere
dei bambini, ma anche dal punto di vista della Torà”, infatti, dice il
professor Levi “è ovvio che tutti noi cresciamo i nostri figli in modo
che possano essere persone che vivano nel mondo, ma che tipo di
persone? Che conducono la loro vita secondo quali valori? Con che
obiettivi da raggiungere? Ad esempio, cavarsela nella vita è importante, ma è giusto insegnare ai bambini che l’unica regola vigente è
quella della giungla? (..). Si tratta di due modelli che vanno bilanciati, eppure questo obiettivo, così basilare, viene raramente discusso,
nella scuola e tra i genitori”. Inoltre, continua il professore “è importante notare che tutti i bambini sono molto diversi l’uno dall’altro,
hanno ritmi diversi, pensare che tutti, nello stesso momento, faranno le stesse cose, significa soffocare l’individualità del bambino, è
il grande miracolo della creazione che tutti gli esseri umani siano
differenti tra loro, le regole date, così come l’halachà, devono essere
adattate alla situazione, al caso specifico.”
Altra cosa importante, sottolinea Levi, è sapere come comportarsi
quando queste regole vengono infrante. “Nel libro di Bereshit, vediamo come, dopo l’episodio del frutto proibito, D.o offra ad Adamo
ed Eva delle pelli per coprirsi meglio, è una risposta pratica, ma
affettiva, questo è il modello base della Torà. Nel primo capitolo
di Bereshit solo il nome Elokim è usato, mentre nel secondo viene
accompagnato dal tetragramma; un noto midrash, riportato da Rashì, spiega che l’intenzione di D.o era di creare il mondo solo come
Elokim, con la sua midat Adin-misura del giudizio, ma si rese presto conto che ciò era impossibile, e subito aggiunse il tetragramma,
che simboleggia la sua midat rachamim- misura di misericordia; è
importante che sebbene ci sia una punizione il rapporto affettivo
rimanga identico a prima della rottura della regola.”
Molte sono state le domande rivolte al professore durante la serata,
e l’incontro si è concluso con un aneddoto rabbinico che sottolinea
come i bambini “riflettano anche i punti deboli dei genitori”, ed
un’esercitazione per gli ascoltatori venuti in coppia che prevedeva
il confronto degli aggettivi che entrambi associavano ad uno dei
propri figli.
SARA HABIB
APRILE 2016 • NISSAN 5776
S
36
In mostra le carte
di Georges De Canino
i è da poco conclusa la mostra di Georges de Canino alla
galleria Aleandri Arte Moderna di Roma, curata da Giorgia
Calò. L’esposizione, dal titolo Carte 1973-2015, ripercorre
la carriera dell’artista dagli anni Settanta a
oggi. Se il fil rouge è la carta, mezzo con cui l’artista si
esprime, il percorso è scandito da tematiche diverse:
il rapporto con la poesia e
in particolare con Rimbaud
che evoca in Georges un
intimo processo di identificazione, l’importanza della
parole e il suo dialogo con
il segno, l’impegno politico,
la memoria nella rappresentazione della Shoah, la
mitologia, fino ad arrivare
all’ultima produzione, la
serie delle Palme. In queste carte si può riscontrare
la sapienza tecnica con cui
l’artista riesce a maneggiare la matita, e la sua eccezionale penna con cui si esprime attraverso motti e versi che accompagnano il disegno e il collage. È
un’arte, la sua, dove il segno, il colore e la parola si fondono in
una lingua universale fatta di idee, esperienze, angosce personali,
visioni. Tra le opere in mostra va segnalata L’Éternité, uno straordinario lavoro dedicato a Rimbaud e alla sua celebre poesia scritta
nel 1872 realizzato da de Canino in pieno stile simbolista.
Francesco, lattaio di Piazza che salvò due bambini ebrei
Un riconoscimento alla memoria di chi non fu indifferente alla tragedia della Shoah
fisso e li scaraventò dentro alla latteria, salvandogli la vita. Il fatto
era parte della memoria collettiva degli anziani di Piazza, una delle
poche storie concluse con una liberazione.
Per anni Gabriele aveva cercato di ritrovare i figli di Nardecchia o
i loro eredi. Con l’intervento di Sandra Mieli, direttore dell’Ufficio
Contributi della CER, e della sig.ra Tiziana Mieli, funzionaria del
Comune di Roma, si è riusciti finalmente a rintracciare Virginia, la figlia del lattaio. Il Capo Rabbino
Rav Riccardo Shmuel Di Segni con il verso del Salmo 15:5 “chi fa queste cose non vacillerà mai” ha
dato risalto al valore dell’azione salvatrice di Francesco. La pergamena è stata consegnata alla sig.ra
Virginia con la motivazione scritta dal prof. Claudio
Procaccia (direttore del Dibac): “Contro l’ignavia e
l’indifferenza, terreni fertili dove attecchì l’orrore, il
gesto semplice ed eroico di Francesco Nardecchia,
il 16 Ottobre 1943, salvò le vite di Gabriele e Sara
Sonnino. Con profonda gratitudine la Comunità
ebraica di Roma ringrazia”.
Nel corso degli interventi musicali e dei cori dei
bambini, la presidente della CER Ruth Dureghello ha presentato la medaglia d’argento splendidamente realizzata dai fratelli Picciotti, maestri
orafi e offerta da Gabriele Sonnino. Erano presenti, con tutte le
generazioni dei salvati, numerosi amici e dirigenti delle istituzioni
ebraiche tra cui Rav Benedetto Carucci Viterbi, la dott.ssa Miriam
Haiun, direttrice del Centro di Cultura ebraica e Elio Limentani..
GEORGES DE CANINO
APRILE 2016 • NISSAN 5776
N
egli stessi luoghi che videro i soldati tedeschi accompagnati dai militi italiani fascisti e dalle spie a caccia di
ebrei romani, bambini e adulti, 73 anni dopo la CER e
la scuola primaria “Vittorio Polacco” hanno ricordato e
onorato il gesto eroico e coraggioso del lattaio di Piazza, Francesco
Nardecchia, che salvò due bimbi, i fratelli Sara e Gabriele Sonnino, strappandoli dalle braccia dei nazisti in pieno
rastrellamento.
La cerimonia è stata coordinata e organizzata dalla
direttrice Milena Pavoncello, coadiuvata da moroth
e insegnanti tra cui rav Roberto Colombo e il maestro Josi Anticoli. L’evento è stato celebrato prima
di Purim per affermare ancora di più il valore e il
significato di quel gesto, che ha distinto Francesco
Nardecchia dai tanti indifferenti. Un gesto più unico che raro, non si conoscono altre storie simili in
quel 16 Ottobre 1943: Roma fu indifferente ai bambini avviati allo sterminio.
Francesco Nardecchia e la famiglia vivevano nel
cuore della Comunità ebraica, tra le famiglie povere
e disperate che ogni giorno dovevano inventarsi un
pasto per i figli affamati, inconsapevoli dell’abisso
che li aspettava. Gabriele Sonnino non poteva ricordare, troppo piccolo, la sorella più grande Sara gli raccontava la storia del lattaio che li salvò. Il portiere di Palazzo Pediconi, Giuseppe
Bernardini, li aveva nascosti, ma si sporsero dal portone e un soldato tedesco prese il braccio della sorella. Dalla latteria uscì Francesco
Nardecchia. Urlò al tedesco che erano suoi figli, gli mostrò il croce-
37
ROMA
LIBRIEBRAICA
L
“Fora sia lo pane”
a paura cominciò a serpeggiare nelle case. I controlli diventavano sempre più serrati, tornelli da saltare e check
point invalicabili. Una mattina che sembrava come tutte le
altre i ragazzi si guardarono negli occhi ed un brivido corse loro lungo la schiena. Capirono subito che nulla sarebbe stato
più lo stesso.
La loro mamma, la loro bella e dolcissima mamma non sarebbe
stata più la stessa. Aveva infatti preso l’elettrodomestico e cominciato a prepararlo in vista di ciò che sarebbe accaduto. Lo accese:
bruum bruum. “Nessuno si muova!” Urlò. Il Folletto era partito, a
tutto gas: erano ufficialmente cominciate le micidiali pulizie di Pesach! Colei che fino ad un attimo prima li aveva accarezzati delicatamente in viso si sarebbe trasformata in un caterpillar. L’avevano
vista con una mano passare il folletto e con l’altra sollevare il divano. Con loro sopra. Una volta l’avevano anche vista con una mano
alzare il letto, con una pulire con uno straccio e con una passare la
scopa... ma forse lo avevano sognato. Forse. Intanto Il padre stretto in un angolo, attaccato al muro si era fatto piccolo piccolo ed
aveva cominciato a trattenere il respiro pensando: “Sarà questa la
vita della bresaola sottovuoto?”
Nel frattempo la madre era già al primo pit stop arrivata all’altezza
della camera: 1… 2… 3… 6 secondi e 32 centesimi per effettuare il
cambio delle spazzole: nuovo record del giro del corridoio. I ragazzi terrorizzati chiedevano al padre: “Ma mishtaná Pesach dura 7
giorni in Israele, 8 nella diaspora e 45 a Roma?”. Il sentore dell’imminente dramma si era avuto già nei giorni precedenti, quando, al
tentativo di apertura di uno sportello, il padre pensò: “Scotch! Non
La pasta a Pesach? Un vero miracolo
Ve ne sono di vari tipi con farina di mais
o di tapioca. Ma si può ancora chiamarla pasta?
S
e parliamo di cucina mediterranea, italiana, buona tavola
insomma, non possiamo non parlare di pasta: e a Pesach?
A priori c’è chi evita qualsiasi tipo di cibo che possa trarre in errore, mi riferisco alle varie pizze e pagnottelle fatte
con la fecola di patate, ma la cui apparenza inganna facilmente: ciò
è legato a diversi precetti relativi appunto all’inganno della vista.
Non entro nel merito religioso della questione. Ma negli ultimi anni,
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può essere, non possiamo essere già a questo punto, mancano due
mesi, si sarà staccato da un pacco ed erroneamente sarà andato a
finire preciso preciso tra i due sportelli:”.
Illuso, povero illuso. Ed ingenuo anche. Aveva infatti creduto alla
moglie quando, alle sue rimostranze per il montaggio di quello
strano aggeggio all’uscita della cucina, lei aveva risposto che era il
montante della futura porta. Senza capire che era il micidiale “Briciole Detector” dove, dopo esserci passati sotto prima di uscire
dalla cucina, la mamma li attendeva vestita con la tuta bianca dei
RIS (acronimo di “Rimanete Indo State”), ed il terribile aspirapolvere Imma tec da 3.000 watts. :”Nooo!! Fermi!! Non vi muovete!!
Datevi tutti una sgrullata!!” Ecco che cosa li avrebbe aspettati nei
prossimi giorni.
Nell’ultimo disperato tentativo di normalizzare la situazione i ragazzi si rivolsero di nuovo al padre cambiando completamente argomento: “Papà che idea ti sei fatto della step child adoption?” E
lui atterrito ed attonito:”Non lo so, non sono preparato e non ho
la cultura adatta per poter esprimere un giudizio, ma il mio primo
pensiero va al bimbo adottato da due Yiddish Mame!!”.
ATTILIO BONDÍ
complice anche il numero crescente degli intolleranti al glutine, molte aziende
si sono dedicate a produrre pasta senza
grano, ed alcune sono addirittura riuscite
ad ottenere la certificazione Kosher for
Passover/Kasher Le Pesach.
Un’azienda in Finlandia, con il marchio
Gluto, produce pasta fresca, certificata
dal rabbinato di Finlandia, e visto che
viene prodotta con il mais viene certificata come adatta per Pesach. Attenzione però, solo per chi ha l’uso di consumare kitniot, ovvero cereali e legumi. La maggior parte degli
ashkenaziti, per esempio, non ne fa uso, e questo crea sempre
qualche scompiglio negli usi, e nelle proposte commerciali di Pesach, nei diversi paesi.
Grazie all’intraprendenza dell’imprenditore Paolo Sabbadini, che ha
tra l’altro presentato la gamma Gluto all’ultimo KosherFest, quest’azienda è ora importata e distribuita anche in Italia nel segmento
kosher.
Altro discorso per la pasta Manishewitz: il marchio statunitense,
attore di peso mondiale nell’alimentazione kasher (non c’è focolare
ebraico in USA, ma anche ad Anversa, dove non ci sia in dispensa
un Gefilte fish ed un succo d’uva del marchio) ha risolto la questione
del kitniot, producendo la pasta, in secco ed in confezioni del tutto
simili alla pasta comune, con farina di tapioca, un vegetale derivato da una pianta originaria del Sud America: adatta all’uso di tutti
dunque? Sì, se non fosse per il prezzo elevato.
Infine il colosso Sam Mills, con il marchio Pasta d’Oro: che, proprio
per la troppa similarità con la pasta standard, l’ente di Certificazione kasher incaricato ha ritenuto opportuno non certificare più per
Pesach.
Conclusione? Tutti liberi di comportarsi come coscienza comanda,
magari con un occhio di riguardo in più in caso di ospiti a Pesach
che, in fondo, alla fine dura solo otto giorni.
MOSÈ SILVERA
P
Il seder
er tutta l’infanzia Berto si era faticosamente barcamenato
fra la fede ebraica di suo padre e quella cattolica di sua madre ma non aveva mai preso partito per l’una o per l’altra.
Nel suo personale Olimpo, confuso ma rassicurante, convivevano senza screzi il Kadosh Baruchù di suo padre con Gesù,
la Madonna e qualcuno di quei Santi che sua mamma particolarmente venerava. La sera recitava lo Shemà e poi a seguire il Pater
Noster, ma non si inginocchiava perché questo, diceva la mamma,
sarebbe dispiaciuto al papà.
Crescendo, Berto aveva goduto di quella libertà di coscienza che
viene spesso concessa ai figli dei matrimoni misti, più per l’incapacità dei genitori di coniugare in qualche modo le reciproche tradizioni che per una vera scelta laica. Ma era una libertà cui le timide
catechesi materne e il prorompente orgoglio identitario di suo padre mettevano la mordacchia.
In breve, era venuto su senza una religione o una fede, se non quella tutta interiore fatta di buoni propositi e buoni sentimenti. Era un
credente? Forse si, ma solo a modo suo. Senza regole e senza orpelli. Per carattere si sentiva più attratto dall’ebraismo paterno che
dalle gerarchie e dalle iconografie sontuose della Chiesa. Una volta
si era messo perfino a studiare con un rabbino ma l’impatto non era
stato felice. Lui voleva essere ebreo come suo padre. Condividere
un sentimento di appartenenza e fare blandamente proprie certe
tradizioni. Non era pronto invece ad affrontare la radicale conversione che gli veniva richiesta per essere ammesso a un mondo cui,
in cuor suo, sentiva di appartenere.
Berto pensava a tutto questo mentre saliva le scale a piedi, smaltendo, pianerottolo dopo pianerottolo, quel filo di apprensione che gli
si era insinuato addosso.Scrutava i nomi nella penombra delle scale
ma quando vide la mezuzah seppe di essere arrivato. Terzo piano.
Prese fiato, si rassettò la giacca e finalmente suonò il campanello.
Nel sentire il tramestio di passi all’interno, si chiese ancora una
volta se avesse fatto bene ad accettare l’invito. In realtà non aveva
avuto scelta. Un Seder in famiglia dopo decenni di emarginazione:
perché mai avrebbe dovuto rifiutare?
La porta si aprì sul sorriso di Eleonora. Dietro di lei s’accalcavano
i ragazzi e in fondo lo aspettava suo cugino Daniele. Rispetto a
lui un ragazzo, ma l’unico dei familiari con cui avesse conservato
negli anni un simulacro di rapporto. Qualche telefonata di auguri.
Qualche visita in edicola. Non molto di più a dire il vero, ma pur
sempre un legame.
Berto si fece avanti. Aveva portato qualcosa per i ragazzi e un
mazzo di fiori per Eleonora. Ruppe il ghiaccio con loro e si lasciò
guidare verso la sala da pranzo. C’era una lunga tavolata e molti
ospiti che non conosceva. Lo presentarono a tutti e lo coinvolsero nelle chiacchiere. L’atmosfera era cordiale e festosa. Lui se ne
lasciò prendere di buon grado e mentre faceva del suo meglio per
apparire a proprio agio, stringeva fra le mani la sua Haggadah tradotta e traslitterata.
L’aveva cercata a lungo in casa. Non la vedeva da anni. Da quando,
almeno, alla morte di suo padre, aveva smesso di partecipare al Seder della scuola: da solo non aveva senso si era detto allora, anche
se oggi non ne era più così sicuro.
Di certo il suo legame con l’uscita degli ebrei dall’Egitto era un
corollario dell’amore che portava a suo padre.
Lui ne aveva fatto in casa una sorta di evento laico. Una ricorrenza
da celebrare non tanto per i significati religiosi quanto per il suo
prorompente senso di affrancamento da ogni giogo servile.
Suo padre aveva decriptato le scritture a modo suo. Questa è la festa
della libertà, diceva. Questa è la più grande delle lezioni. Valida per
tutti i popoli e tutti gli individui. In ogni tempo e ad ogni latitudine.
Le aveva decriptate escludendone l’aspetto divino, o quanto meno
relegandolo ad un ruolo marginale. Certo, diceva, l’oppressione de-
gli egiziani è stata spezzata dalle dieci piaghe.
Ma la svolta è giunta quando un popolo intero si è
messo in marcia verso il deserto, lasciandosi alle
spalle ogni certezza, pur di conquistare la libertà.
Quello, diceva, era stato il vero miracolo. Un popolo di schiavi che
scopre la libertà e gioca il tutto per tutto pur di emanciparsi.
Ora erano a tavola e due o tre bimbi intonavano Ma Nishtanah,
ponendo la domanda che avrebbe innescato tutta la narrazione.
Perché, chiedevano, questa sera è diversa da tutte le altre?
Berto lo sapeva: la più semplice delle domande era anche la più
complessa. Aveva smanettato su internet quel tanto che bastava
per sapere che la narrazione era piena di significati riposti. Concetti espressi perché fossero comprensibili ai bambini avevano
impegnato per secoli menti erudite. E lo sforzo esegetico era tutto
nel cavare da quel momento topico della storia degli ebrei, la road
map del loro sviluppo futuro. Il senso profondo della loro diversità,
coltivata generazione dopo generazione.
Certo, Berto non aveva il bagaglio culturale necessario a indagare
nel labirinto dei significati riposti, ma una cosa credeva di averla
capita. Noi non siamo qùui a celebrare una ricorrenza. Non siamo
qui a santificare un miracolo. Siamo qui per appropriarci di quegli eventi. Per immedesimarci fino in fondo nell’afflato vitale che
spinse i nostri padri a portare la rivoluzione nei propri cuori, prima
ancora che negli editti duri del Faraone.
In fondo, si chiedeva, non siamo tutti noi protagonisti di quella
stessa rivoluzione? Non siamo chiamati in ogni giorno e in ogni
generazione a liberarci del giogo oppressivo di qualche tiranno?
A ragionare con la nostra testa per liberarci dagli insulsi stereotipi
che ci cuciono addosso?
E che differenza c’è fra un popolo che esce dai tormenti della schiavitù per avviarsi verso il deserto e un popolo che si lascia alle spalle
i cancelli di Aushwitz per dirigersi verso le colline della Galilea?
Berto provò un senso di amarezza a quel pensiero. La vera costante
della nostra storia, pensava, è che c’è sempre un Faraone pronto a
scagliarsi contro di noi. E ogni volta siamo costretti a batterci per
la giustizia e la libertà, senza far conto sull’aiuto decisivo di piaghe
miracolose. Era un pensiero laico quello. Un popolo determinato
non ha bisogno di miracoli per emanciparsi dalla tirannide.
Berto ne era convinto e consapevole ma questo non gli impedì di
sollevare un dito e di intonare con convinzione: “Uno è il D-o che in
cielo è, uno fu e uno è!”
MARIO PACIFICI
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È gradito appuntamento
APRILE 2016 • NISSAN 5776
Berto l’edicolante
39
DOVE E QUANDO
APRILE
14
regimi nazista e fascista
In collaborazione con Magen David Keshet Italia
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16.30 LE PALME
Facciamo il “pane” kasher le-Pesach?
L U N E D I -------------------------------------------------------------------------------
16.30 ADEI
Discuteremo della terna che parteciperà alla XVI edi-
MERCOLEDI zione del premio letterario ADEI WIZO Adelina Della
22
23
IL PITIGLIANI
“Le ragioni del silenzio - Il triangolo rosa nella Shoah”,
G I O V E D I per ricordare la persecuzione degli omosessuali sotto i
18
20
NOTES
20.30 Il PitiglianI
Pergola: “I Traditori” di David Bezmozgis Ed.Guanda,
“Sette anni di felicità” di Etgard Keret Ed.Feltrinelli,
“Una notte soltanto Markovic” di Ayelet Gundar Goshen
Ed.Giuntina
-------------------------------------------------------------------------------
Da giovedì 7 aprile a giovedì 21 aprile
Preparazione delle “ciambellette” di Pesach
Chiamaci per prenotare il tuo turno, posti limitati!
Prenotazioni: 065897756 – 065898061
Gruppo Ghimel
Tutti i giovedì dalle 16.30 con Davide Spagnoletto
ed Elisabetta Anticoli Moscati. Info: [email protected]
Programmi educativi
Domenica 17 aprile dalle ore 10.30 alle ore 15.30
Domeniche di ebraismo: facciamo le ciambellette di Pesach!
Info e prenotazioni: Roberta [email protected]
SHABAT SHALOM
20.30 Il PitiglianI
Seder di Pesach al Pitigliani! Con Daniele Boari
Parashà: Metzorà
V E N E R D I Info e prenotazioni: Linda - [email protected]
-------------------------------------------------------------------------------
09.00 LE PALME
della festività di Pesach
21.00 Il PitiglianI - ADEI WIZO
24
Venerdì 15 APRILE
Il Pitigliani, Via Arco de’ Tolomei, 1 – ore 21.00
Seder di Pesach con Daniele Boari
Info e prenotazioni: Linda [email protected]
-------------------------------------------------------------------------------
09.00 LE PALME
Venerdì 29 APRILE
Nerot Shabath: h. 19:33
Sabato 16 APRILE
Tempio della Casa di Riposo
S A B A T O Funzione religiosa in occasione
Parashà: Pesach
Mozè Shabath: h. 20:38
-------------------------------------Parashà: Pesach
Nerot Shabath: h. 19.49
Sabato 30 APRILE
Mozè Shabath: h. 20.53
-------------------------------------Parashà: Acharè mot
Venerdì 22 APRILE
Nerot Shabath: h. 19.41
Sabato 23 APRILE
Mozè Shabath: h. 20.45
Venerdì 6 MAGGIO
Nerot Shabath: h. 19.56
Sabato 7 MAGGIO
Mozè Shabath: h. 21.01
Tempio della Casa di Riposo
G I O V E D I Funzione religiosa in occasione
della festività di Pesach
MAGGIO
01
03
17.30 LE PALME
05
09
09.30/17,30 Il PitiglianI
12
17.00 LE PALME
Mangiamo un panino: merenda nel giardino
DOMENICA -------------------------------------------------------------------------------
10.00 ADEI WIZO
Chiostro del Bramante, via Arco della Pace, 5
Visita alla mostra I Macchiaioli. Le collezioni svelate
MARTEDI
guidati dalla Prof.ssa Paola Sonnino. Info in sede
-------------------------------------------------------------------------------
APRILE 2016 • NISSAN 5776
Seminario Yad Vashem
G I O V E D I “La scuola, l’allontanamento e il ritorno”
-------------------------------------------------------------------------------
40
19,45 Il PitiglianI
Talmud a cura di Rav Benedetto Carucci Viterbi:
L U N E D I pagine scelte dal trattato di Sotà
Info: Micaela - [email protected]
------------------------------------------------------------------------------Festeggiamo Yom Hazmauth, la nascita dello Stato di
G I O V E D I Israele. Interverrà Rav Roberto Di Veroli ricordando i
momenti più significativi della nostra storia
-------------------------------------------------------------------------------
12/15
Il PitiglianI
Pitiviaggio a Torino: viaggio in treno, albergo ***, pasti
kasher e Shabbat in Comunità Visite: Salone del Libro,
GIO-DOM
Museo Egizio e Museo del Cinema
Info e prenotazioni: Micaela - [email protected]
LA TOP TEN DELLA LIBRERIA
KIRYAT SEFER
1
2
3
4
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6
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8
9
10
L’OROLOGIO DI ORFEO
di S.Goodman ed. Electastorie
LA BAMBINA NUMERO OTTO
di K.van Alkemade ed. Bokkme
SCORPION DANCE
di S. Horn ed. Fazi
E SARA RISE
di J.Jules ed.Giuntina
UN’IPOTESI DI VIOLENZA
di D.A.Mishani ed.Guanda
L’IMPOSTORE
di J.Cercas ed.Guanda
QUANDO TORNÒ L’ARCA DI NOE’
di L. Levi ed. Il Battello a Vapore
SERRA CON CICLAMINI
di R. West ed. Skira
LA PRINCIPESSA DEL SOLE
di D. Grossman ed. Mondadori
LA COMPARSA
di A. Yehoshua ed. Einaudi
AUGURI
NASCITE
David, Alberto Sonnino di Andrea e Beatrice Di Cori
Michael, Shabbatai Gattegna di Cesare e Giada Camerini
Yosef Pinhas Hassan di Robert e Micol Anticoli
e sempre pe’ questo ce se venga ...
partecipazioni - mishmaroth - birchonim - editoria ebraica
Via Giuseppe Veronese, 22 - Tel. 06.55302798
BAR/BAT MITZVÀ
Marco Menasci di Cesare e Debora Galante
Miriam Efrati di Massimo e Stefania Di Segni
Benedetta Mieli di Alberto e Vanessa Piazza O Sed
Carola Di Porto di Luca e Federica Fiorentini
Ginevra, Leah Di Porto di David e Alexia Sasson
Orach e Shirel Moscato di Fabio e Giulia Pavoncello
Angelo Astrologo di Leo e Letizia Moscato
Rachel Orly Di Veroli di Carlo e Ester Terracina
Joram Anav di Enrico e Debora Sciunnach
Giulia Sermoneta di Benedetto e Barbara Di Porto
Eleonora Ruben di Alessandro e Monica Limentani
Le giornate delle buone azioni
Anche quest’anno Roma ospiterà
dall'8 al 10 aprile il Good Deeds Day
Il Good Deeds Day - nato nel 2007 grazie all’imprenditrice e filantropa Shari Arison - è una manifestazione internazionale di
attivazione sociale, giornate di solidarietà e responsabilità, per
aiutare chi ha più bisogno.
Lo scorso anno alla ‘Giornata delle buone azioni” hanno partecipato 930.000 persone di 61 Paesi, dando vita a 11.000 progetti,
per un totale di 3.000.000 di ore di servizio offerto.
Quest’anno la manifestazione romana prenderà avvio venerdì 8
aprile, con una raccolta di beneficenza di cibo e giocattoli promossa dalla Comunità Ebraica di Roma, che si terrà presso la
Scuola Ebraica di Roma e con un momento di riflessione sui temi
della cooperazione in Africa che si terrà a Montecitorio.
Si continuerà sabato 9 aprile, con iniziative di cittadinanza attiva
e solidarietà diffuse nella città. Domenica 10 aprile, infine, tutte
le associazioni di volontariato si incontreranno al Circo Massimo,
con stand e attività varie.
Stage presso Archivio Storico
della Comunità Ebraica di Roma (ASCER)
“Giancarlo Spizzichino”
L’ASCER sta selezionando stagisti per la schedatura e la digitalizzazione delle fonti documentali ivi conservate. L’Archivio
storico della Comunità è ritenuto uno tra più importanti archivi d’Europa per ciò che riguarda la storia degli ebrei e al suo
interno sono custoditi, prevalentemente, documenti relativi al
periodo compreso tra l’inizio del Cinquecento e la fine degli anni
Novanta del XX secolo. Il materiale è composto da più di 1.300
faldoni e 1.600 registri. Per informazioni tel: 0668400663 –fax:
0668400664 - Email: [email protected]
I migliori auguri a Sion Raffaele Hassan e Diletta Cesana, responsabile organizzativa ed economato del Pitigliani, per la nascita di Lea Marina.
È nato Michael, Shabbatai Gattegna. Mazal tov a Cesare Gattegna, figlio di Rav Settimio Gattegna Z.L. e Giuditta Di Porto, ex
insegnante della scuola ebraica, e a Giada Camerini. Auguri a
tutta la famiglia.
Mazal tov a Robert Hassan e Micol Anticoli, collaboratrice di
Progetto Dreyfus, per la nascita di Yosef Pinhas.
Lo scorso sabato 5 marzo, all’oratorio Di Castro, Enzo e Graziella
Della Seta hanno celebrato – festeggiati da amici e parenti – uno
straordinario anniversario di matrimonio: le nozze di diamante.
Auguri.
La Prof.ssa Milena Pavoncello, preside della scuola elementare
ebraica "V. Polacco", si è laureta lo scorso marzo concludendo,
con il massimo dei voti, il corso universitario triennale in studi
ebraici. Davanti alla commisssione giudicatrice, composta tra gli
altri dai rabbini capo di Roma e Milano rav Di Segni e rav Arbib,
la Prof.ssa Pavoncello ha discusso la tesi "Dal fascismo alla
libertà ritrovata", ricostruendo la storia degli aspetti socioculturali ed educativi della scuola elementare ebraica di Roma.
Alla neo dottoressa gli auguri della direzione.
"Niggun Livorno" in memoria di Rav Elio Toaff z.l.
La Comunità Ebraica di Livorno,
per onorare la memoria del compianto morenu harav Elio Toaff
z.l., di cui il 13 marzo ricorrono
gli undici mesi dalla scomparsa,
presenta il Cd “Niggun Livorno - Cento anni di composizioni
ebraiche a Livorno”, interpretato
dal Coro Ernesto Ventura diretto
dal Maestro Paolo Filidei.
Il disco contiene una significativa
raccolta delle musiche per Coro
scritte dai compositori ebrei livornesi degli ultimi cento anni ed è disponibile presso la Comunità di Livorno.
CI HANNO LASCIATO
Sara Atijas ved. Dresner 12/09/1924 – 04/03/2016
Fortuna Belhassan 07/01/1925 – 06/03/2016
Roberto Calò 16/05/1921 -13/03/2016
Giulia Di Capua ved. Dell’Ariccia 09/05/1923 – 08/03/2016
Debora Di Veroli ved. Di Segni 05/03/1932 – 05/03/2016
Federico Falk 28/12/1919 – 26/02/2016
Sion Marcello Hassan 01/09/1934 – 28/02/2016
Rina Mieli in Verani 21/04/1922 -22/02/2016
Gianna Pace ved. Piperno 16/10/1936 – 02/03/2016
Annarosa Piperno ved. Di Capua 12/10/1926 – 06/03/2016
Renato Sciunnach 01/08/1964 – 03/03/2016
Giancarlo Terracina 09/01/1929 – 29/02/2016
Franca Sorani 28/08/1924 – 11/03/2016
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APRILE 2016 • NISSAN 5776
Lea Marina Hassan di Sion Raffaele e Diletta Cesana
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LETTERE AL DIRETTORE
voce lettori
La
dei
Aiutiamo i bambini di Alyn
a rincorrere un aquilone e… a sognare
Seguo dolce
Un colpo di vento
un volo d’aquilone
abbatte
alto
il lieve balocco,
sempre più alto
un tuffo al cuore
e mi perdo
mi desta
nel silenzio infinito.
e la mano di un bimbo
mi stringe.
(Antonio Tirri da Il tuo viso cantava, Giuntina, Firenze 2004)
APRILE 2016 • NISSAN 5776
Com’è possibile restare indifferenti di fronte a un bambino che
non può correre dietro a un aquilone? Come reggere lo sguardo di
due occhi che chiedono aiuto a noi? A noi che tra poco festeggeremo Pesach, festa della nostra libertà, raccolti nelle nostre case
attorno alla tavola apparecchiata per il seder; a noi che abbiamo
vissuto l’esperienza della schiavitù d’Egitto; a noi che abbiamo
attraversato il deserto; a noi che sappiamo cos’è la libertà!
Ma cos’è la libertà per i bambini di Alyn (www.alyn.org) così duramente colpiti? Per loro, libertà è poter mettere un piede davanti
all’altro utilizzando uno speciale deambulatore; libertà è poter respirare attraverso un respiratore; libertà è divertirsi in una piscina
terapeutica dimenticando di essere stati operati di tumore al cervello; libertà è sognare di poter fare le stesse cose che fanno tutti i
bambini del mondo più fortunati di loro. Per la libertà si soffre e si
combatte, si vive e si muore, lo sanno bene i bambini di Alyn per i
quali la vita è una continua e dura lotta.
Aiutiamoli quindi a conquistare la loro libertà!
A noi, genitori e nonni fortunati, l’Ospedale Alyn chiede poco,
chiede di ricordare i suoi bambini con un’offerta di qualsiasi entità, nelle occasioni liete (Bar/Bath Mitzwà, compleanni, successi
scolastici ecc.), negli anniversari per onorare o ricordare una persona cara, o quando si sale al Sefer Torà.
Si può aiutare Alyn anche con lasciti/testamenti, o iscrivendosi
all’Associazione “Amici di Alyn” come Socio Ordinario (quota minima annuale € 60,00), Socio Sostenitore (quota minima annuale
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[email protected]
€ 180,00), Socio Benemerito (quota minima annuale € 600,00), oppure rinnovando per il 2016 lapropria iscrizione all’Associazione. I
versamenti possono essere effettuati:
- tramite bonifico bancario sul conto corrente intestato a “Associazione Amici di Alyn” presso la Banca Intesa Sanpaolo di Venezia:
IBAN: IT70T0306902117100000010470;
- sul conto corrente postale n° 18520304 intestato a “Associazione
Amici di Alyn”.
Nel ringraziarvi per l’aiuto, auguro a tutti un Pesach Kasher ve sameach, nella speranza che l’amore trasformi questo vecchio mondo in un’oasi di pace e di serenità, dove anche i bambini di Alyn
possano un giorno rincorrere un aquilone e guardare a un futuro
di speranza.
ANTONIO TIRRI,
Consigliere Nazionale Associazione “Amici di Alyn”
Prorogata la mostra Anne Frank "Una storia attuale"
La Fondazione Museo della Shoah, Anne Frank e la Casina dei
Vallati hanno composto un’irresistibile miscela che ha funzionato, come una calamita, per il numero di privati e di studenti di
istituti scolastici di Roma e Provincia che hanno avuto modo di
visitare la Mostra imperniata sulla genesi del diario, che tutto il
mondo conosce, della “ Ragazza di Amsterdam”.
La Fondazione stessa, la Direzione del Museo Anne Frank di Amsterdam e l’Ambasciata Olandese, che ha patrocinato l’operazione, mai avrebbero pensato che, alla data originaria di chiusura
della mostra (il 6 marzo scorso), questa avrebbe raccolto un totale di oltre 8.500 visitatori.
Numeri importanti, soprattutto pensando ai 1.400 studenti, dalle quinte delle elementari alle quinte del liceo, coinvolti. Oltre
cinquanta classi di venti istituti diversi hanno avuto modo di calarsi nel clima storico che portò alla Shoah ed alla morte di Anne
Frank, con l’ ausilio di una decina di volontari che hanno fatto la
differenza tra una mostra illustrata da muti pannelli e un appassionato racconto delle vicende, narrandole in ben quattro lingue
oltre l’italiano: l’inglese, il francese, il tedesco e l’ebraico.
E sono stati proprio gli studenti più giovani a lasciare il segno in
più che farà ricordare, a tutte le parti coinvolte, questo avvenimento. Sollecitati ad esprimere, a caldo attraverso disegni, le loro
emozioni, hanno meravigliato per la profondità dei loro pensieri
espressi attraverso gli elaborati realizzati. Probabilmente queste
“opere” meriterebbero una mostra a parte.
La Casina dei Vallati e la sua collocazione nel cuore di quella
che era l’antica zona del Ghetto di Roma, ha implementato fortemente il numero dei visitatori privati che, passando lì davanti
nel corso della loro visita al quartiere, alla Sinagoga o al Museo
Ebraico della Comunità, non hanno potuto fare a meno di entrare,
magari soltanto per dare una occhiata.
Visti i risultati ottenuti, l’Ambasciata Olandese ha permesso alla
Fondazione di poter utilizzare il materiale esposto per altri quaranta giorni, fino a Pesach, al fine di far fronte alle numerosissime
richieste di istituti scolastici che non hanno avuto la possibilità di
effettuare la visita nel periodo originariamente stabilito.
Dunque, un successo che segna un punto di svolta significativo
nella tormentata vicenda del progetto del Museo della Shoah e
che ci invita a ben sperare nella sua futura realizzazione.
MASSIMO E. MOSCATI
Bar mitzvà per 30 ragazzi in Israele
Il movimento Lubavitch Chabbad invita ad aiutare i ragazzi bisognosi a festeggiare il loro bar mitzvà in modo dignitoso il giorno
7 giugno 2016. Con un contributo di 700 euro si aiuterà un ragazzo in occasione del suo bar mitzvà sostenendo così le spese per
i tefilin, gli abiti, il pullman per i parenti e per una piccola festa.
Ogni contributo è ben accetto. Per offerte e informazioni rav Y.
Hazan o Lillo Naman 3476716163.
Smokéd / affumicato: un gioco di parole. Una sfida nel segno di
uno humor che non vuole offendere nessuno, ma sorridere di
tutto.
Sulla via di Damasco, come si narra, Paolo di Tarso cadde da
cavallo. Conservati entrambi a Roma, uno nella Basilica di Santa
Maria del Popolo e l’altro nelle raccolte della famiglia Odescalchi, due splendidi dipinti di Caravaggio sono dedicati al fatto.
Anche nell’età imperiale di Roma raggiungere Damasco non era
agevole. Fino a qualche anno fa la nomenklatura italica si recava
volentieri nel regno degli Assad. Si cercavano affari e contatti.
Adesso invece politici, burocrati e imprenditori si affollano sulla
via di Teheran, che ritengono la più vantaggiosa dopo il nuclear deal essendo lifted the sanctions (o almeno così credono e
sperano). Nell’anno del Giubileo sarebbe forse consigliabile un
pellegrinaggio a piedi lungo la Via Francigena. Soprattutto, non
si rilascerebbero incaute, pittoresche dichiarazioni appena scesi
dall’aereo.
Smokéd
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Visto si stampi 22 marzo 2016
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Prof. Emanuele Di Porto scrivendo alla Segreteria della Comunità - Lungo­tevere Cenci - Tempio
00186 - Roma • Tel. 06/68400641.
APRILE 2016 • NISSAN 5776
PER LA VOSTRA PUBBLICITÀ
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UNA COSA SOLA NON
È MAI DIFFERENTE:
&UM
PCK. Perché Pesach merita il meglio.
Anche per questo Seder sulla vostra tavola non possono mancare
i simboli della tradizione, e l'abbacchio è parte da secoli della storia degli
ebrei di Roma. Per una sera che sarà differente dalle altre, potete stare
sicuri ed affidarvi alle nostre carni, alla nostra cura, al nostro amore per le
cose fatte bene e con sapienza. Qualità, vantaggi, attenzione all'ambiente.
PCK sarà anche quest'anno l'amico vero del vostro Pesach.
PESACH KASHER VE SAMEACH.
1�]
PR!iCRRELLR
CARNI KASHER
Via Cesare Pascarella, 24/26/28 - 00153 Roma - T: 06 58.81.698
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