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Questo è l`ultimo numero del 2015. Auguri e ci rivediamo a gennaio

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Questo è l`ultimo numero del 2015. Auguri e ci rivediamo a gennaio
[email protected] [email protected]
www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile
direttore
simone siliani
redazione
gianni biagi, sara chiarello, aldo
frangioni, rosaclelia ganzerli,
michele morrocchi, barbara setti
progetto grafico
emiliano bacci
Con la cultura
non si mangia
50
217
N° 1
Questo è l’ultimo numero del 2015. Auguri e ci rivediamo a gennaio
È andato in sonno
editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze
Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012
Da non
saltare
19
DICEMBRE
2015
pag. 2
Simone Siliani
[email protected]
di
M
arco e Costanza Geddes da Filicaia hanno scritto un poderoso
libro dal titolo “Peste. Il flagello
di Dio fra letteratura e scienza” (Edizioni Polistampa, 2015). Marco, padre,
medico, è stato Direttore sanitario
dell’Istituto Nazionale Tumori di Genova e dell’Ospedale di S.Maria Nuova
di Firenze; Costanza, figlia, insegna
Letteratura italiana e Lingua letteraria
e linguaggi sensoriali all’Università di
Macerata. Il libro è davvero una miniera
di informazioni, incroci interdisciplinari, analisi sulla “morte nera” dal V
secolo a.C. fino ai giorni nostri.
Come nasce l’idea di questo libro? E come
avete lavorato?
Marco Geddes La questione della peste
mi ha intrigato fin dagli inizi degli anni
‘70 leggendo un paio di libri di Carlo
Maria Cipolla. Siccome lui insegnava
all’Università Europea, ho avuto modo,
attraverso il nostro comune amico Lorenzo Del Panta, di poterlo incontrare.
Così lo invitai a tenere una conferenza
al Centro di Medicina Sociale (ora
ISPO) su questo tema che esulava un
po’ dagli argomenti propri del Centro.
Da allora ho coltivato questo tema da
curioso, non da studioso. Questo è
l’antefatto.
Costanza Geddes Anche io ho avuto
da sempre una passione per la peste che
nasce da un trauma visivo infantile perché nello sceneggiato televisivo “Marco
Polo”, che venne trasmesso nel 1982,
forzando il testo del “Milione” che non
riporta questa scena, si vedono persone
in terra agonizzanti, colpiti dalla pese,
con bubboni, topi, ecc. Naturalmente
studiando letteratura con la peste si
entra in contatto spesso, da Boccaccio
a Manzoni, per dire solo gli esempi
più clamorosi. Sapendo che mio padre
era costretto ad andare in pensione nel
2012, ho pensato che avrebbe avuto un
po’ più di tempo libero (cosa che poi
non è successa) e quindi questa idea
poteva essere perseguita. Un’idea molto
semplice, quasi banale: raccogliere
le principali descrizioni letterarie di
epidemie di peste realmente avvenute,
che quindi avessero un preciso contesto
storico e storico-epidemiologico, e fare
un discorso interdisciplinare, che fosse
storico letterario ma anche di storia della medicina. Dal 2013 è diventato un
lavoro sistematico, in parte in parallelo
permettendoci di lavorare autonomamente e in parte con una serie di
confronti diretti.
Perché la peste costituisce un’evocazione
così fortemente letteraria? Non troviamo,
mi sembra, altre malattie che abbiano
questa potenza.
La peste
Costanza Geddes Questa è la domanda fondamentale. Certo si trovano in
letteratura descrizioni di altre malattie,
ma non in modo così sistematico. E’
una domanda che ha in sé anche la
risposta: perché la peste, il cui nome
secondo alcuni proviene da “peius” cioè
la cosa peggiore che possa esistere, è
la malattia per eccellenza a causa delle
immani stragi che ha provocato (in
alcuni casi si parla del 50% della popolazione che moriva nel giro di pochi
mesi); è la malattia che non si sapeva
come fermare, con tutta una serie di
conseguenze anche dal punto di vista
sociale, e a causa della mortalità estrema
è stata anche uno sconvolgimento degli
equilibri, delle società e degli stati, nel
corso dei secoli. C’è chi sostiene che
l’epidemia di peste abbia contribuito
alla caduta dell’impero romano. Essendo la letteratura uno dei fondamentali
specchi della società, non può che aver
seguito il percorso della peste. Naturalmente, in alcuni casi anche inventando,
magari molto realisticamente, epidemie
che non ci sono state. È una questione
che io tratto nella mia introduzione,
ma che non ha avuto una antologizzazione per la scelta che abbiamo fatto di
concentrarci solo su epidemie realmente
avvenute.
La peste ad un certo punto scompare
perché si trovano le cure e migliora il
livello delle condizionisocio-sanitarie delle
società. Tuttavia non scompare la presa
che la peste ha sull’immaginario. Quando
viene fuori l’AIDS si parla della “peste del
XX secolo”.
Marco Geddes C’è l’idea diffusa che la
peste sia stata una malattia medievale,
ma questo non corrisponde alla realtà
nel senso che le grandi epidemie di
peste si sono avute anche nel ‘700 in
Europa: la peste di Marsiglia nel 1720,
la peste di Messina del 1743 che ha
fatto arretrare la città, la quale non ha
più avuto, dopo tale epidemia, il ruolo
di grande porto del Mediterraneo. Per
alcuni aspetti queste epidemie erano
addirittura più terrificanti di quelle del
periodo della “morte nera”, cioè della
prima ondata della seconda pandemia,
perché erano città contemporanee dal
punto di vista urbanistico e poi perché
queste città venivano assediate. Mentre
nel Medioevo le città si rinserravano
per non accogliere appestati (anche se
poi avevano i problemi legati all’alta
mortalità, sia per le cerimonie funebri
che per le tumulazioni, anche se si
trovava dove seppellire i morti perché
l’assetto urbano consentiva spazi liberi),
nel caso delle epidemie più tarde si avevano scene con i corpi di figli e parenti
lasciati scoperti in pasto ai cani; scene
descritte con realismo anche in pittura.
La terza pandemia, che ha avuto un
peso rilevante, si è sviluppata alla fine
dell’Ottocento e ha colpito l’India, la
Cina, la Mongolia, poi si è diffusa negli
Stati Uniti con un’epidemia concentrata
a San Francisco nella Cina Town, e poi,
in quel continente, è restata endemica.
Il problema di cui non ci si rende ben
conto, quando si riflette sui meccanismi e le vie di contagio nei secoli
precedenti, è che il sistema urbano si è
profondamente modificato; non si ha
neppure l’idea di quali fossero le condizioni igieniche e sanitarie nelle città
medioevali; basti pensare all’assenza di
fognatura, di condutture, ma anche
ai vestiti, alla cute delle persone, alle
piaghe che normalmente si avevano
per la scabbia e per la tubercolosi
cutanea con possibilità di “infezioni da
contatto”; la presenza di topi e di pulci
era quotidiana. La infettività del bacillo
della peste rimane elevata; ricordiamo
che durante la guerra del Vietnam ci
sono stati 6.000 morti per peste, per la
defoliazione e la conseguente diffusione
di topi. C’è stato recentemente, nel
2005, un episodio di peste nel Centrafrica con un 50% di mortalità in una
miniera. Indubbiamente è un bacillo
che risponde al trattamento antibiotico
in maniera rilevante; tuttavia si segnalano alcuni ceppi resistenti. È l’unica
malattia che ha sconvolto il mondo e
quindi ha segnato la demografia e, poi
la cosa che impressionava era il fatto
che la peste era la morte (la “morte
nera”, il “soffio mortale”). Se ne dava
una doppia interpretazione: da un lato
una malattia che riguardava prevalentemente le classi subalterne e quindi
poneva un tema di controllo delle plebi
urbane, problematica che si sostanzia
proprio in quel periodo. La consapevolezza di questa “differenza di classe”
è presente anche in periodo coevo;
nel ‘600 il Baldinucci scriveva nel suo
diario che i signori potevano andare in
giro perché per uno di loro che muore
di peste ce ne sono almeno mille poveri
colpiti dal morbo. Tuttavia, essendo per
antonomasia la morte per eccellenza,
è una falce egualitaria, cioè colpisce
tutti dato che può colpire l’imperatore
Giustiniano e portare a morte il papa
Pelagio II. Inoltre interviene a spopolare
le alte magistrature: penso a città come
Venezia che amplia i criteri di accesso
al Gran Consiglio, e poi perché le alte
magistrature in gran parte se ne vanno
dalla città per difendersi dalla peste. In
questo senso c’è un ordine sociale che
viene fortemente modificato. Una cosa
che ci colpisce e ci ricorda la epidemia
di peste è andare in piazza del duomo
a Siena e osservare le dimensioni del
duomo immaginate prima della pestilenza, e come sia stato poi realizzato in
dimensioni del tutto diverse e ridotte.
A proposito di immagini, qualcuno di
noi della generazione pre-internet sarà
certamente rimasto colpito da quella che
troviamo nei “Promessi Sposi” di Don Rodrigo che, terrorizzato, si accorge che sotto
Da non
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l’ascella gli è cresciuto il “sozzo bubbone”
della peste, immagine che forse impressionava anche noi giovanissimi studenti delle
scuole medie. La potenza della letteratura
è straordinaria. Oltre a Manzoni cosa
avete trovato di significativo?
Costanza Geddes Innanzi tutto Manzoni: dopo un percorso nella peste che
va da Tucidide a Marilyn Chase, che è
una giornalista americana vivente che si
è occupata della peste di San Francisco,
a mio giudizio Manzoni resta assolutamente inarrivabile, anche rispetto ad
altri autori, compreso Boccaccio, per
quanto sia difficile fare dei paragoni fra
opere con scopi e impostazioni del tutto
diverse. Tuttavia, appunto ricordiamo il
sozzo bubbone, ma probabilmente non
ricordiamo altre immagini altrettanto forti nel “Decameron” perché la
potenza della scrittura del Manzoni è
eccezionale. Volendo andare su autori
molto meno conosciuti, è straordinaria
la descrizione della peste di Messina di
Orazio Turriano, il quale era un notabile di Messina di cui non si sa quasi
nulla, che fa una descrizione realistica
dal momento in cui lui stesso è stato
un testimone oculare della vicenda, con
una straordinaria capacità orrorifica e
di mettere insieme alcune interessantissime suggestioni letterarie; una per
tutte: la nave che porta morte arrivando
dall’Oriente partita da Missolongi che
attracca al porto di Messina e da cui
comincia l’eccezionale ondata di morte.
Messina supererà la soglia del 50% di
morti: diventa una città spopolata in
cui, dice Turriano, il re di Napoli manda dei soldati e dei galeotti incappucciati, con vesti coperte di pece, perché si
riteneva che questo potesse proteggere
dall’infezione, muniti di uncini con
i quali buttavano pezzi di cadaveri in
delle fosse comuni.
Marco Geddes Ci sono, nel testo
poetico di Enea Gaetano Melani, anche
lui testimone della peste di Messina,
le descrizioni di un uomo che vede la
moglie infilzata e buttata fra gli altri cadaveri, vede i nipoti a brandelli portati
via dai cani e, allora, va sul tetto di casa
e si butta nel vuoto: immagini terribili
e fortissime.
Costanza Geddes L’immagine della
nave che attracca mi ricorda molto l’immagine che poi si troverà in “Dracula”
di Bram Stoker, con la nave che dalla
Romania arriva nel porto di Whitby
che sembra vuota ma in realtà porta un
cane furioso che non è altro che Dracula. D’altronde le navi che arriveranno a
San Francisco portando quella piccola,
ma importante sul piano sociologico, epidemia del primo Novecento,
sono uno dei topos della nostra storia
letteraria.
Intervista a Marco e Costanza Geddes
sulla storia della “Morte rossa”
Tempo fa anche Sergio Givone ha scritto
un libro sull’argomento, “Metafisica della
peste”:dunque, un filosofo e ora uno storico
della medicina e una storica della letteratura, veramente una... epidemia.
Marco Geddes E’ il tema del male
assoluto, con rappresentazioni apocalittiche. Che poi la peste, da cosa è
provocata? Sì, eziologicamente lo spiego
con puntualità nell’introduzione, però è
causata anche dai terremoti, dal clima.
Le popolazioni di ratti, ad esempio,
crescono dopo la prima ondata di peste
a San Francisco, a seguito del terremoto
e provocano una seconda ondata di peste, a quel punto più controllata perché
Theodore Roosevelt interviene, contro
il governatore della California che si era
opposto a qualsiasi iniziativa. Vi sono
quindi evidenti associazioni fra la peste
ed eventi, solo apparentemente esterni
alla catena biologica. C’è, ad esempio,
un collegamento fra la Guerra dei
Trent’anni e la peste, come evidenziato
in un bellissimo quadro di Rubens alla
Galleria Palatina, “Le conseguenze della
guerra”, in cui Marte, trascinato dalla
Furia Aletto, porta distruzioni ed è
accompagnato dalla morte e dalla peste.
L’idea è presente fin dalla Bibbia: la Peste, il Male che accompagna l’umanità,
e questo ci pone interrogativi, anche
sotto il profilo filosofico.
Costanza Geddes Male di fronte al
quale, per certi aspetti, l’umanità è
sempre uguale a se stessa nel corso dei
secoli. Io non credo, in linea generale,
che si debba appiattire su un piano
sincronico qualsiasi cosa: insomma
Dante è molto diverso da noi, non è
uguale come dice Benigni. Però per
certi aspetti l’umanità mantiene dei
tratti tipici, per cui da Tucidide a San
Francisco, il primo approccio di fronte
alla peste è quello di negare l’epidemia
fin quando è possibile. Se prendiamo
i giornali del 1900 di San Francisco,
leggiamo che la peste non c’è o che è
già scomparsa. E così il governatore
di Atene, come anche il governo di
Firenze durante la peste nera, negano
ostinatamente l’epidemia. Quando poi
diventa impossibile negarla, la reazione
nella maggior parte dei casi, consiste
nel fuggirla con un terrore scomposto
tanto nel IV secolo a.C. quanto nel XX
secolo. A fronte, pure, di qualche caso
di abnegazione e di eroismo, prevale
però un assoluto senso di panico e di
impotenza. E’ interessantevedere come
questo sentimento resti sempre uguale
in 25 secoli.
Mi viene in mente che è un atteggiamento
analogo a quello avuto nel caso dell’Aids:
prima la negazione e poi in panico. Peraltro anche questa malattia ha sollecitato le
arti: film, romanzi.
Costanza Geddes Sì, ma forse proprio
perché c’è la peste alle spalle. Ciò che
spaventa viene fenomenologicamente
subito paragonato a quello che nella
memoria collettiva è appunto il male e
la morte per eccellenza. In un episodio
di “CSI Miami”, al regista viene in
mente di dire che i terroristi cattivi
hanno infettato gli agenti buoni con un
bacillo modificato e quindi resistente
agli antibiotici, di peste polmonare:
dunque anche il telefilm americano
ultra-moderno non dimentica la peste.
Hai parlato della letteratura italiana; cosa
hai trovato nella letteratura internazionale sull’argomento?
Costanza Geddes Nel libro ci sono
alcune cose, in particolare nell’ambito
della letteratura inglese legate alle due
epidemie. La prima, meno nota del
1601, che coincide con la morte di
Elisabetta I (peraltro si dice che la stessa
Elisabetta I fosse morta di peste: la
sovrana più potente d’Europa che muore del morbo per eccellenza); è stato
tradotto da Stefania D’Agata D’Ottavi,
un’anglista molto nota, un libello del
drammaturgo Thomas Dekker: “The
Wonderfull Yeare”, che è in early modern English quindi una forma d’inglese difficile per noi, che affronta il tema
in modo molto originale perché vi pone
una forte carica ironica. Per esempio tra
i casi che racconta c’è quello della moglie di un ciabattino che si ammala di
peste quindi, convinta di morire (anche
se circa il 20% dei malati di peste in
forma batterica sopravviveva), confessa
al marito tutti i tradimenti coniugali
con dovizia di particolari; senonché poi
guarisce e a quel punto si trova a doversi
confrontare non solo con il marito, ma
anche con le mogli dei suoi vari amanti.
“The Wonderfull Yeare” è quindi un
titolo antifrastico, perché il 1601 è in
realtà l’anno peggiore possibile, quello
della morte di Elisabetta e dell’epidemia. Gli altri testi sono legati alla peste
di Londra del 1665, quella narrata da
Daniel Defoe e da Samuel Pepys, un
notabile nato in condizioni modeste
che tiene un diario in cui narra anche
il grande incendio di Londra, che fu il
punto in cui si bloccò la peste probabilmente perché morirono, insieme agli
uomini, le colonie di ratti e pulci.
Marco Geddes Sì, e probabilmente
perché cambiò anche in maniera
notevole l’assetto cittadino, cioè legno
e paglia – elementi di costruzione delle
case - furono drasticamente ridotti.
L’incendio colpì in particolare le zone
dove si sviluppava la peste, cioè i
quartieri più popolari e più facilmente
incendiabili. Questo cambiò anche
la entità e tipologia di popolazione di
ratti.
Nel libro poi c’è una parte sulla peste
di Mosca (1771) e una testimonianza
dell’ultimo episodio di peste in Italia,
quello di Noja, (1815-1816), in Puglia.
Impressionante perché viene posto un
assedio alla città in modo che la gente
non possa andare via e c’è una descrizione da parte di un medico di una
fucilazione di cinque persone per aver
passato dei dadi ai controllori; quindi
un rigore terribile, la cui descrizione mi
ha ricordato quelle successive, le testimonianze delle fucilazioni nella Prima
Guerra Mondiale.
Inoltre c’è il Vieusseux che scrive della
peste di Tunisi; un Vieusseux giovane che era lì come rappresentante di
commercio, quindi una testimonianza
dal vivo.
Costanza Geddes C’è poi la peste
di Barcellona grazie al diario di un
conciatore, persona di umili condizioni,
il quale narra con una certa velleità
letteraria di queste vicende e anche
della strage della sua famiglia, la morte
della moglie e di tre dei quattro figli.
Tra l’altro c’è un ricordo commovente
della sua unica figlia femmina che, dice,
sembrava una bambolina di cui tutti
si innamoravano; la bambina aveva un
anno quando muore.
Va ricordato il docudrama, così lo
chiama l’autore, di John Hatcher, uno
storico dell’Università di Cambridge,
che ha scritto un’opera - “La morte
nera. Storia dell’epidemia che devastò
l’Europa nel Trecento” - immaginandosi
un narratore inglese contemporaneo
alla ondata di peste nera del 1348; molto interessante perché è un contraltare
della rappresentazione boccacciana.
riunione
di
famiglia
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DICEMBRE
2015
pag. 4
Le Sorelle Marx
Tutte le mattine che Iddio manda
in terra, il nostro presidentissimo
Eugenio Giani si sveglia, fa le sue
abluzioni e la ginnastica mattutina e con il sole che lo illumina
in tutta la sua magniloquenza si
accinge a dare il “Buongiorno” a
tutti i toscani. Così, sul sito del
Consiglio della Regione Toscana
profonde la sua nozionistica e ci
racconta fatti e fatterelli che fecero
grande la Toscana e l’Italia costruendo una sorta di calendario
gianiano. Ma giovedì scorso era
una radiosa giornata invernale
di quasi festa e Giani ha voluto
esagerare e ha dedicato il “Buongiorno del Presidente” al’Unesco,
con questo esergo:
“L’Italia è il paese con il più grande numero di siti Unesco (oltre
50 mila in tutto il territorio peninsulare). Firenze, il suo centro
storico, fu il quarto sito italiano
da sottoporre a tutela. Ciò avvenne, attraverso solenne dichiarazione, in chiusura della conferenza
di Parigi che si tenne dal 13 al
17 dicembre 1982...”. Quando
Eugenio è in forma non lo ferma
nessuno! In realtà l’Unesco ha
finora riconosciuto un totale di
1031 siti (802 culturali, 197
naturali e 32 misti) presenti in
163 Paesi del mondo. Ma lui era
in vena di grandeur e quindi ha
appena un po’ esagerato: da 1031
in tutto il mondo a 50 mila solo
I Cugini Engels
Palazzo Vecchio, prima mattina.
Il sindaco Nardella spalanca, con
piglio renzista, la porta dell’ufficio
del suo factotum capo di gabinetto
Manuele Braghero: “Manuele, la
Chiavai, cosa vuole? Questa ingrata,
fedifraga!”
“Oh Dario, non posso mica sapere
anche cosa fai nell’alcova di casa tua!
E poi se sei in crisi coniugale che ci
posso fare io: va bene che mi tocca
fare di tutto qua dentro, ma questo
non me lo puoi chiedere”
“Ma no, Manuele, cosa hai capito?
Non si tratta di mia moglie...”
“Peggio mi sento: fai del sesso con
un’altra e poi vieni a chiedere a me
di aiutarti. E poi con queste volgarità... Guarda che qui si lavora!!! Ho
un milione di cose da fare, non posso
perdere tempo con queste menate”
“No, volevo dire Luisa Chiavai
Nocentini: io le ho fatto il grande
onore di andare a cena a casa sua
Siti su siti
in Italia. La sua addetta stampa
gli ha fatto notare che forse aveva
osato un po’ troppo. Ma Eugenio
non è tipo da scoraggiarsi per
simili quisquiglie e pinzillacchere
e ha tuonato al suo staff: “Avanti
allora, avviamo le procedure per
dichiarare sito Unesco le rievocazioni storiche, gli sbandieratori
di tutti i Comuni toscani, tutte le
feste e sagre paesane della nostra
bellissima Toscana e ovviamente anche il mio ufficio! E poi
prepariamo con attenzione tutte
le inaugurazioni, con buffet.
Pregevole iniziativa!”
Lo Zio di Trotzky
Le avventure
di Nardellik
In perfetta sincronia con l’uscita
del settimo episodio di Star Wars
il nostro Nardellik si appresta a
salvare il mondo (renziano). Se la
Madonna Mary Elen sta in ambasce per l’Etruria felix, se il sagrestano Bonifazio non sa che dire alle
telecamere della 7° televisione, se
il potente Lottis se ne sta nascosto
in disparte in quel di Cambiano,
se il Lider Minimum arringa
un’aula vuota di Montecitorio al
grido “non ci faremo processare”
di secolare memoria, il nostro
Nardellik, valoroso capitano di
periferia, con sprezzo del pericolo
mostra i muscoli e utilizza la grande arma di distrazione di massa. E
intonando “tu scendi dalle stelle o
nostra signora Samantha” si appresta a salutare la famosa scienziata
italiana e a dichiarare che solo la
fiducia nella scienza potrà salvare
il mondo (renziano) . Con l’aiuto
dell’ESA (European Space Agency)
e dell’ASI (Aiutateci Siamo
Italiani) ha finalmente potuto
dichiarare al mondo che il conflitto
di interessi esiste solo fra la Luna e
il Sole. E che da questo conflitto di
interessi nascono le eclissi. Parola
che però è bandita dal mondo
(renziano) perchè porta male. E
quindi il conflitto di interessi non
esiste più. Tra la la, tra la lù.
La Stilista di Lenin
La ministra strizzata
Immaginiamo che i pensieri che
attraversavano la testa della ministro
Boschi non fossero principalmente focalizzati al look prima di intervenire
all’ultima Leopolda. La questione di
Banca Etruria, l’intervento di Saviano e la richiesta di dimissioni dei
grillini erano certamente in cima alle
sue priorità. D’altra parte la famiglia
Boschi ha solo preso un po’ troppo
alla lettera la campagna pubblicitario dell’istituto di credito aretino che
recitava: “più che una banca, una
famiglia”. Ma al netto dei pensieri
Fare
l’indiano
(dove peraltro ho mangiato anche
pesante) e lei ora mi sputtana con le
dichiarazioni a Libero”
“Ah, ho capito, la Luisa passato-remoto Nocentini... Ho letto sui
giornali. Ma era la cena di quella
sera da cui sei tornato un po’ alticcio
farfugliando che avevi preso un bel
milione. Io pensavo che ti saresti travestito dal signor Bonaventura, dopo
esserti vestito da Babbo Natale...”
“Oh Manuele, non far tanto lo
spiritoso, che qui la faccenda è seria.
Pensa che lei e quel indianino del
Fani dicono che io non conto un
cazzo: ma siamo pazzi! Io sono il
sindaco di Firenze, oh mica scherzi!
Io con il suo milione mi ci pulisco al
gabinetto, capito?!”
pesanti, il look scelto dalla ministro
era tra i più improbabili, con uno
smanicato stampato nero e oro, strizzato in vita da cintura sottile e stivali sovietici a completare l’immagine
più da Matriovska che da rampante
rottamatrice. Forse un tentativo di
conquistare i cuori dei nostalgici
filosovietici ancora dubbiosi del sol
dell’avvenire renziano? Comunque
va detto che la ministro non si lascia
intimorire né condizionare. Se pur
dotata di fianchi che avrebbero fatto
invidia ad un terzino dell’Amburgo,
continua ad apparire fasciata in tessuti elasticizzati o strizzata come un
salame, come nel caso della Leopolda,
segno che nel look come nella politica
non manca la tenacia ma magari
difetta l’opportunità.
“Ovvia Dario, non essere scurrile o,
peggio, avventato: qui con un milione si va avanti un paio di mesi. Non
so se ti è chiaro, ma qui avèj nen un
pich da fé balé un givo, che nella
mia lingua piemontese vuol dire che
non abbiamo un centesimo per far
ballare un maggiolino!”
“Dici? Davvero? Mah, sarà... Però
a me questo Fani non mi piace per
niente: dice che io non conto una
sega e che lui la casina dell’Indiano
l’ha presa perché è amico di Renzi e
che da lui ce l’ha mandato Maurizio
Sguanci. Ma come si fa? Poi dice
che la Chiavai Nocentini è amica
di Renzi e che è ammanicata perché
è amica di tutti. A un certo punto
dice che è anche amica mia, ma io
mica avevo capito chi era quella
gentile signora che mi ha invitato
a cena l’altra sera. La segreteria mi
aveva detto che era una casa di stelle
e io pensavo di andare a parlare con
qualche divo hollywoodiano; poi,
invece, mi sono trovato a cena con
dei buzzurri... tutti che ridevano,
bevevano, dicevano barzellette sporche, chi si infilava le dita nel naso.
Poi però mi hanno fatto suonare il
violino e c’era questo Oliviero Fani
che girava con il cappello a raccogliere offerte e alla fine la Chiavai mi
ha detto che mi dava un milione...
allora io ho pensato che dovevo aver
suonato proprio bene se a cappello si
era riusciti a tirar su un milione...
Son bravo, eh Manuele?”
“Ma va là, Dario: fà nen ël pito,
non fare il tacchino, che poi viene
Natale anche per te e fai una brutta
fine. Lasciami lavorare, dai.”
Dario si avvia, mesto, verso il suo
ufficio, rimuginando: “Mah, come
fa uno a dire che non conto una
sega se raccatto un milione soltanto
suonando il violino una sera a cena.
Mah... “
19
DICEMBRE
2015
pag. 5
Danilo Cecchi
[email protected]
di
M
ario Dondero (19282015) fotoreporter (vedi
Cultura Commestibile n.
110). Così si presentava, dicendo
“sono un fotoreporter”, solo un
fotoreporter, nient’altro. Aveva
collaborato con molte testate, italiane e straniere, ma si considerava
un indipendente, ed al termine
“free-lance”, che non gli piaceva
troppo, preferiva “cane sciolto”.
Per lavoro aveva girato mezzo
mondo, ma a chi lo definiva un
“viaggiatore” rispondeva dicendo di considerarsi piuttosto un
“nomade”. Aveva conosciuto, frequentato e fotografato centinaia
di personaggi famosi, intellettuali,
politici, attori, cantanti, pittori,
artisti, ma continuava a preferire
gli sconosciuti. Di più, gli umili, i
perseguitati, gli sfortunati. Aveva
cominciato a fotografare fino
dal dopoguerra, un po’ perché la
parola non gli bastava più per raccontare la cronaca, un po’ perché
portarsi dietro un fotografo era
diventato un impiccio, ma non si
era mai innamorato della tecnica
fotografica. Non usava neppure
l’esposimetro, gli bastava sapere
che se c’è il sole o molta luce si
chiude il diaframma, se siamo in
ombra o con poca luce, si apre il
diaframma. Non amava neppure
troppo la fotografia in quanto
tale, perché “troppa estetica
uccide la verità”, ed attraverso la
fotografia si cerca quasi sempre
di abbellire il mondo. E se si
accetta il principio che il falso può
sembrare preferibile o più reale
del vero, si perde il rispetto per
il mondo. Era profondamente
laico, ma ci credeva, nell’umanità
e nel rispetto per il mondo. Si
era convinto della superiorità
dell’immagine sulla parola, perché
la fotografia è per sua natura
profondamente laica. Essa non
parla mai di ideologie, ma di
cose, di luoghi, e soprattutto di
persone. Nonostante questi suoi
atteggiamenti quasi “minimalisti”
e questa sua volontà di rimanere
sempre un poco in ombra, mai
sulla scena, ha scritto grandi pagine di fotogiornalismo, delle quali
non si è mai vantato o compiaciuto troppo. Era il più francese fra
i fotografi italiani, e del lavoro di
fotoreporter ha saputo mantenere
quel taglio “umanistico” che lo
portava ad un rapporto “aperto”
verso i suoi simili. Ancora prima
Ciao Mario
E’ scomparso un grande fotografo
di fotografare le persone, il suo
interesse era per conoscerle. Fotografare per lui era un modo per
poter continuare ad andarsene in
giro a conoscere luoghi e persone,
cosa che ha continuato a fare fino
all’ultimo, un po’ per sopravvivere, un po’ per non doversi fermare. Fermarsi a lungo non era cosa
per lui. Nella sua inquietudine,
piuttosto che cercare personaggi
curiosi o storie da raccontare,
cercava soprattutto delle relazioni
umane. Tutto questo si riflette
nelle sue immagini, realizzate
sempre “dalla parte dell’uomo”,
sempre attraversate dallo sguardo,
da quel tipo di sguardo di chi
osserva senza paura di essere a sua
volta osservato. Sguardi che parlano, che rivelano vite vissute, che
raccontano storie, anche minime,
fatte di episodi, movimenti, gesti
ripetuti mille volte, ma sempre
autentici, motivati, concreti.
Sguardi che si riflettono nello
sguardo del fotografo, chiamato
non a “documentare” o “raccontare”, quanto a partecipare, a fare
sue le storie che legge, che ascolta,
che raccoglie. Non si è mai voluto
vendere, e di conseguenza non
è neppure mai diventato ricco.
Non era nella sua natura. Era un
fotoreporter. Ma era anche molto
di più, era un uomo libero.
“dalla parte dell’uomo c’è la faccia dell’uomo che guarda in faccia un uomo che lo guarda e diventa l’immagine
dell’uomo braccato insanguinato l’uomo inseguito bruciato l’uomo perduto insultato la faccia trafitta da anni senza
speranza la faccia appesa agli angoli del mondo la faccia che scopre il male la faccia sconfitta nelle stagioni assolate
nella melma nel tufo nello splendido cielo mentre corre piangendo le vittime o sorridono o si guardano vedono le
facce che guardano davanti”
“dalla parte di mario ci sono tutte le facce che lo guardano guardare con l’occhio della mente che vive l‘istante
immobile un attimo prima che le nuvole coprono il cielo prima che la dinamite esplode prima che la notte cancella
i sorrisi l’urlo ammutolisce il desiderio e nessuno torna in dietro nelle facce che mordono gli occhi che bucano centomila messaggi agitati nella polvere c’è la cosa sognata ci sono le facce di mario per sempre”
Nanni Balestrini - Dalla parte dell’uomo
19
DICEMBRE
2015
pag. 6
Laura Monaldi
[email protected]
Performs “Per Arco” by
Giuseppe Chiari, 1984
3 fotografie a colori
cm 30x24
di
L
a performance è un’azione
eclettica e infinita nelle sue
possibilità realizzabili: scritta,
causale, orchestrata, spontanea,
interattiva o più semplicemente
pianificata tramite copione, la
performance può prevedere l’azione del pubblico o la mediazione
dei media e della tecnologia; può
essere portavoce di una pratica
intima e personale o di una coralità collettiva; può dar voce a un
pensiero o a un messaggio; può
essere provocatoria o contemplativa; può concretizzarsi ovunque
e avvalersi di oggetti scenici o
della sola presenza corporea. La
performance è un’Arte d’azione,
è un connubio di tempo e spazio
senza limiti in cui l’artista mette
in scena tutto se stesso e la propria
poetica, teso a instaurare con il
pubblico un rapporto che supera
la bidimensionalità delle arti
pittoriche e plastiche per caratterizzarsi come un teatro estetico, il
cui fine è una catarsi immediata
e dal grande impatto percettivo.
Non a caso la performance è in
grado di coinvolgere i cinque
sensi per elevare le coscienze a un
più alto grado di intellettualità.
Una lettura, un movimento o
un gesto possono divenire una
performance capace di travalicare
i canoni teatrali e porsi come
cardine dell’effimero e dell’autentico, poiché l’evento performativo
è unico e difficilmente può essere
ripetuto con la stessa originalità e
la stessa enfasi. Il gesto performativo è estemporaneo e appartiene
all’essenza intima del performer
che l’ha creata con tutta la sua poetica e la sua artisticità. Agli esordi
di tale prassi estetica Charlotte
Moorman è stata una sostenitrice
in prima linea, affiancando i più
importanti artisti fluxus, secondo
le tendenze neo-dadaiste, fin dai
primi anni Sessanta. Con lei la
musica ha incontrato la poesia e
la presenza scenica del performer,
non più compositore ma vero
e proprio artista a tutto tondo.
Le sperimentazioni musicali
d’avanguardia incontrano la video
art e il principio esistenziale che
lega l’arte alla vita. Strumento,
notazioni, immagini e corpo
divengono un tutt’uno con la
violoncellista che ha fatto della
performance un coinvolgimento
unico di azione, suono, corpo,
spazio e materia concettuale.
Tutte le immagini
Courtesy Collezione
Carlo Palli, Prato
Senza titolo, 1989
Carta dipinta e
sagomata a forma di
violoncello
cm 120x41
Senza titolo, 1989
Collage di quadrifogli su cartone
sagomato e
dipinto a forma di
violoncello
cm 118x38,5
Senza titolo,
1989
Carta stampata
sagomata a forma di violoncello
cm 136x53
Arte in 3D
Charlotte Moorman
Aldo Frangioni
Cavriago, 1989
Assemblaggio di fotografie su tavola
sagomata a forma di violoncello
cm 55x135
19
DICEMBRE
2015
pag. 7
Alessandro Michelucci
[email protected]
di
C
hi vive in un paese dove
si parlano quattro lingue
sviluppa facilmente una
forte sensibilità nei confronti
della varietà culturale. Stiamo
parlando della Svizzera, nella
speranza che gli stereotipi
consunti a base di cioccolata,
formaggi e orologi siano stati
definitivamente sepolti. Ma se
qualcuno li coltivasse ancora,
il modo migliore per fugarli
definitivamente è un’immersione nella ricca varietà di
iniziative realizzate da Norient,
una vivace associazione culturale con sede a Berna. Fondato
nel 2002 da Thomas Burkhalter, che la dirige tuttora,
questo laboratorio creativo si
occupa di musica e comunicazione nei modi più svariati. Il
suo sguardo critico è puntato
sulle espressioni musicali e
digitali urbane che si vanno
affermando ovunque, ma con
caratteristiche sempre diverse.
A questo scopo realizza una
rivista telematica e il Norient
Musikfilm Festival, oltre a
conferenze, documentari, libri,
mostre e programmi radiofonici. Questa attività multiforme
ha lo scopo di “orientare e di-
Fabrizio Pettinelli
[email protected]
di
Via di Mantignano serpeggia, seguendo antichi confini
interpoderali, in una delle
ultime campagne fiorentine: se la
strada è di per sé tranquilla, non
altrettanto si può dire di coloro
che in qualche modo l’hanno
frequentata.
Già il toponimo, che nei documenti ufficiali fiorentini è citato
fin dall’anno 1015, rimanda
a un personaggio non proprio
pacifico: il nome, infatti, deriva
probabilmente da “praedium
Amantinianum”, il podere di
Amantinio. Come noto la buonuscita per i veterani della legione era costituita da appezzamenti
di terreno nelle terre conquistate,
ottenendo il duplice scopo di
liquidare le pendenze economiche con i militari e di difendere
“a gratis” i territori di espansione. Nella piana fiorentina gli
agrimensori romani tracciarono
i limiti della centuriazione che
si estendeva sia in riva destra sia
in riva sinistra d’Arno: la zona di
ed etnomusicologo; Julio
Mendívil, musicista e scrittore
peruviano; Shayna Silverstein,
etnomusicologa esperta di
culture mediorientali; Michael
Drewett, docente di Sociologia
alla Rhodes University (Sudafrica); Theresa Beyer, musicologa bernese. Questo elenco
potrebbe continuare a lungo,
ma forse diventerebbe noioso:
in ogni caso la varietà geografica e disciplinare permette di
sviluppare un’indagine quanto
mai ampia e articolata, dove il
fatto musicale viene analizzato
tenendo conto delle sue implicazioni
sociali,
culturali e
politiche.
un ottimo
esempio
del lavoro
che Norient sta
svolgendo
per far conoscere le
nuove espressioni musicali del
pianeta è il libro Seismographic
Sounds: Visions of a New World.
Questo interessante volume
trilingue (francese, inglese e
tedesco) è il risultato di un
lavoro che ha impiegato 12
anni, durante i quali gli autori
hanno percorso il pianeta per
ascoltare, filmare, intervistare,
prendere appunti.
Il panorama che ne esce è impressionante sia per varietà geografica che stilistica: in questo
magma pulsante si agitano il
rap pakistano e quello serbo,
il folk portoghese e il pop
nigeriano, il metal siriano e la
situazione della musica amerindiana in Germania. Inoltre,
una miniera d’informazioni su
documentari, film, programmi
radiofonici e video dedicati ai
fermenti musicali trattati. Musica e tecnologia si intrecciano
con le piaghe che affliggono il
pianeta: corruzione, degrado
umano e urbano, discriminazione, guerra, povertà. La mole
del volume (500 pagine) può
spaventare, ma l’impaginazione inusuale e il ricco corredo
iconografico rendono la lettura
piuttosto agevole.
Seismographic Sounds: Visions
of a New World non è un’iniziativa editoriale fine a sé
stessa, ma è legata alla mostra
omonima che è visibile a
Solothurn (10 dicembre-10
gennaio 2016) e sarà poi allestita a Berlino (29 gennaio-28
febbraio 2016).
zione personale e, in forza di
ciò, le suore dell’epoca pretesero
l’indipendenza dalla curia fiorentina, sostenendo di dipendere
direttamente dalla Santa Sede,
tant’è vero che la badessa Cilla si
fece eleggere senza il preventivo
assenso del vescovo di Firenze,
come da prassi. Ne nacque uno
scontro furioso con la curia fiorentina che si trascinò per anni
finché nel 1211 non fu definitivamente riconosciuto il primato
della chiesa fiorentina.
Il 28 ottobre 1929, con grande sfoggio di labari e con la
presenza di Italo Balbo, i fascisti
fiorentini celebravano in
gran pompa il settimo
anniversario della marcia
con l’inaugurazione dell’acquedotto di Mantignano.
Peccato che una quindicina
d’anni dopo i loro amichetti nazisti pensarono bene di
farlo saltare in aria. Cinque
giovanissimi partigiani
della SAP I Zona decidono
di intervenire per salvare
gli impianti: per quanto
del tutto inesperti di esplosivi,
fra il 3 e il 4 agosto del 1944
cercano di disinnescare le mine
e ci riescono, a prezzo della loro
vita: l’esplosione di due mine
uccidono Dino Catarzi e Alfredo
Marzoppi vicino alla pieve
di Ugnano, Ascanio Taddei e
Gino Del Bene in Via di Fagna.
Silvano Masini viene falciato
da una raffica di mitragliatrice.
Avevano tutti fra i 18 e 19 anni:
il cippo che li ricorda, all’interno
dell’acquedotto, oltre a essere
irraggiungibile, è sepolto dalle
erbacce.
Nel labirinto
delle musiche
moderne
sorientare”, come dice il nome
dell’associazione.
Entusiasmo e competenza
sono gli elementi che si ritrovano in tutte le persone coinvolte in questo progetto culturale. Prima di tutti il fondatore
Thomas Burkhalter, giornalista
Via di Mantignano
I combattenti
di Mantignano
Cintoia, subito al di là della Greve rispetto a Via di Mantignano,
rappresentava il limite orientale,
mentre a occidente la centuriazione si spingeva fino all’altezza
di Signa. Al buon Amantinio
toccò quindi un appezzamento
di terreno in questa zona: strano
destino finire a fare il contadino
in riva alla Greve per un uomo
che aveva combattuto nelle legioni di Cesare sulle sponde del
Reno e del Tamigi.
Passarono i secoli ma lo spirito
bellicoso del vecchio legionario
aveva fatto proseliti in questa
plaga, tanto da attecchire anche
fra le suore ospiti dell’antichissimo monastero del quale l’attuale
pieve faceva parte. Alla fine del
dodicesimo secolo papa Celestino III concesse alle monache di
Mantignano la propria prote-
19
DICEMBRE
2015
pag. 8
Simone Siliani
[email protected]
di
A
nnuncio, Crocifissione,
Deposizione, Sepoltura,
Resurrezione: ecco i cinque
scavi archeologici di Virgilio Sieni
nel suo “Dolce Vita. Archeologia
della passione”, in scena a Cantieri Goldonetta in via S.Maria a
Firenze fino al 20 dicembre. Gesto,
movimento come ricerca spirituale
ma saldamente incardinato nei
corpi, degli otto danzatori come
dei protagonisti della passione.
Tuttavia la cifra di questa coreografia è la leggerezza: l’impossibile
sospensione o equilibrio di corpi
continuamente sull’orlo dell’orrido, del mistero della passione
cristologica. Il problema che Sieni
condivide con illustri artisti dei
secoli passati è come deporre quel
corpo inerme dalla croce; dove
posizionare il baricentro e quali
leve e strumenti usare affinché
gli sia lieve almeno la sepoltura
dopo che così tanta violenza si è
abbattua sull’uomo vivo. Problemi
di diversa entità per Sieni che si
misura con corpi vivi nella loro
tridimensionalità, rispetto ai pittori
cui è necessario un maggior grado
di astrazione muovendosi sul piano
bidimensionale della tela. Ma pur
sempre di un grande problema si
tratta. Basti pensare alla Deposizione di Volterra del Rosso Fiorentino
dove quattro personaggi di agitano,
discutono animatamente, compiono sforzi enormi in bilico su due
scale per deporre il corpo di Cristo
dalla croce: in quale maniera sorreggere quel corpo, accompagnarlo
compassionevolmente a terra per
restituirlo ai suo cari disperati?
Così Sieni cerca di muovere i suoi
danzatori concitati per trovare
un impossibile equilibrio di un
uomo senza vita verso la terra. Un
uomo sconfitto, niente altro che
questo: non c’è più la speranza di
un, seppur straniente, inizio come
nell’Annuncio; né la grandezza
tragica del sacrificio nella Crocifissione; neppure la sorprendente
vitalità della Resurrezione.
La problematica corporea ha attraversato i secoli e ha trasformato
la pittura ma anche la spiritualità.
Osserviamo la Deposizione dalla
Croce di Pietro Lorenzettin nel
ciclo delle Storie della Passione
di Cristo (1310-1319) ad Assisi.
Nicodemo è ancoraintento a staccare il chiodo dai piedi di Gesù;
Giuseppe d’Arimatea, da una scala,
lo tiene per la vita; un gruppo
La Dolce Vita
della passione
di corpi lo “stira” verso sinistra
fondendosi con lui. E guardate
ad alcune figure della coreografia
di Sieni in cui, nella dimensione
orizzontale, i corpi dei danzatori
si fondono, in un realismo nuovo,
stravolgente, che mi ha ricordato
questo affresco.
Altri richiamo è quello della
Deposizione di Michelangelo alla
National Gallery di Londra, in cui
i corpi centrali appaiono davvero
danzare alla maniera di Sieni. Qui
di
c’è una prova “muscolare” di Michelangelo che impegna i protagonisti dell’opera in una impossibile
deposizione verticale, con il Cristo
sorretto con fasce, mentre la croce
è scomparsa. Una scena più intima,
quasi danzante appunto.
L’opposto della grande scenografia
del Calvario affollato descritto da
Benozzo Gozzoli al Museo Horne
di Firenze, dove – oltre alla impressionante folla che occupa la scena
– risalta il grande dispiego tecnico,
con scale e argani rudimentali. Una
complessità tecnica e strumentale
che anche Sieni simbolicamente
riproduce sul corpo ormai deposto
di Cristo. Sulla Deposizione di
Benozzo Gozzoli cala l’oscurità;
sullo sfondo il cielo è già oltre il
tramonto e la luce è sconfitta. Un
tema, quello dell’oscurità, che
ritroviamo in molte altre deposizioni: quella di Rembrandt alla
Pinacoteca di Monaco (1633) dove
però un fascio di luce investe solo
il corpo di Cristo lasciando tutto il
resto dell’opera nelle tenebre; quella di Paolo Veronese (1548-49) che
illumina debolmente solo il busto
di Cristo; quella di Caravaggio
(1602-4) alla Pinacoteca Vaticana,
in cui la luce fende l’oscurità solo
per evidenziare il busto e il braccio
pendulo (citazione esplicita della
Pietà di Michelangelo, rappresentato peraltro nel volto di Nicodemo).
Ma anche la Deposizione di Luca
Giordano (1671) al Pio Monte
della Misericordia a Napoli e quella
di Rubens (1602-6) alla Galleria
Borghese di Roma, concentrati
sulla sepoltura, sono dominati
dall’oscurità e da improvvisi lampi
di luce. Un combattimento che,
come nel lavoro di Sieni, ha come
campo di battaglia il corpo di
Cristo: solo concentrando l’attenzione scenica su questo elemento è
possibile ritrovare le tracce di una
nuova spiritualità. E’ qui, in questa
Deposizione, il fulcro dell’archeologia della passione che Sieni ci
propone.
per questo qualcuno dovrebbe
spiegarci i motivi per cui deve
essere lo Stato – usando denaro
pubblico, di tutti gli italiani –
anziché i responsabili di questa
truffa (una volta accertati) a
farsi carico del danno prodotto,
rimborsando i sottoscrittori. Uno
Stato che non riesce a rimborsare
alluvionati, terremotati, aziende
in credito d’imposta. Uno Stato
che non riesce a pagare in tempo
ragionevole i fornitori di beni e
servizi. Uno Stato che non riesce
a far uscire dalla povertà 12
milioni di famiglie (tra relativa e
assoluta), non può permettersi di
usare due pesi e due misure.
Trovo infatti del tutto legittima la
richiesta di chi, versando in condizioni di gravi difficoltà causa
perdita del lavoro con figli e muto
a carico, oppure di quanti sono
costretti a sobbarcarsi in toto l’assistenza a familiari non autosufficienti, chiede di poter accedere a
quel “piccolo aiuto umanitario a
sostegno delle fasce deboli” di cui
ha parlato un ministro del nostro
governo. Anche queste sono persone costrette a vivere di rinunce:
non fanno ferie, non vanno a
teatro, né al ristorante e spesso
rinunciano persino a curarsi per
mancanza di soldi.
Conclusione: tutte queste persone
(ripeto 12 milioni di famiglie,
qualcosa come 30 milioni di
persone) meritano la stessa considerazione, almeno pari e uguale a
quella offerta ai titolari “inconsapevoli” di investimenti a rischio.
Del resto sono tutti vittime di
un’economia e una finanza speculativa. Un paese veramente civile
farebbe così. Punto e basta.
Remo Fattorini
Segnali
di fumo
Non so voi ma io la penso così.
La gran parte di coloro che hanno
deciso di acquistare le obbligazioni subordinate lo hanno fatto
perché avevano un rendimento superiore ad altre forme di
investimento. Certo una parte
di loro lo avranno pure fatto in
buone fede, poiché non informati
– dalla loro banca - del maggiore
rischio a cui andavano incontro.
Tuttavia le obbligazioni “subordinate”, come dice la parola stessa,
in caso di problemi finanziari il
rimborso avverrà “dopo” quello
verso i creditori ordinari. Proprio
Monica Innocenti
[email protected]
di
D
ici Forte dei Marmi e
pensi a locali vip, magnati
russi, ristoranti di lusso e
boutique esclusive.
Ma se ti allontani poche centinaia di metri dai luoghi comuni
del gossip, nella tranquilla via
Francesco Carrara, potrai scoprire un posto inaspettato e meraviglioso: la casa della bravissima
attrice Elisabetta Salvatori, che
è anche sede dell’associazione
“Favolanti”.
La prima sorpresa è la veranda,
stipata di libri: una catasta di
volumi dei generi più disparati,
che cattura immediatamente lo
sguardo.
Tutti possono leggerli, prenderli a prestito o incrementare
la catasta portando propri libri
e mettendoli a disposizione di
chiunque voglia approfittarne!
Quando poi Elisabetta ti apre
la porta d’ingresso (pure se sei
preparato a ciò che ti aspetta)
è impossibile non rimanere a
bocca spalancata!
Una grande stanza, una cinquantina di posti a sedere ricavati
dalle poltroncine in legno di
un vecchio cinema, un piccolo
palco di tavole dipinte di nero
e il minimo indispensabile di
corredo tecnologico: un vero
e proprio teatro in miniatura
ricavato nel salotto di casa.
Ti ritrovi immerso in un’atmosfera calda e rilassata, circondato
da locandine, statue, ritagli di
giornale e, naturalmente, altri
libri e la padrona di casa o uno
degli amici artisti che, periodicamente, invita su quel proscenio
domestico che, letteralmente,
galleggia tra il pubblico, ti
rendono partecipe della loro
passione più grande: raccontare
storie.
In queste serate il tempo sembra
scorrere in una dimensione altra
(o forse non trascorre per niente?) e l’aggettivo che mi viene da
usare per descriverle (una volta
tanto a proposito) è magiche.
Eppure Elisabetta è diventata
attrice grazie all’imponderabile
aiuto del caso.
Dopo l’Accademia d’Arte il suo
unico desiderio era dipingere; un giorno che era in cerca
di uno spazio dove esporre le
proprie opere si rivolse ad una
associazione della Versilia dove
(vedi i casi della vita) proprio
Un teatro in salotto
quel giorno iniziava un corso di
recitazione. Si fermò ad ascoltare
e in un pomeriggio scoprì quello
che voleva davvero fare nella
vita: scrivere storie e raccontarle
ad un pubblico (quasi sempre
accompagnata dal violino e dalla
chitarra di Matteo Ceramelli, ma
questo ancora non lo sapeva)!
All’inizio furono favole, nel senso che il primo spettacolo messo
in scena consisteva nel raccontare sei fiabe aprendo ogni volta
una valigia diversa, che rappresentava un piccolo teatro.
A seguire è arrivata una produ-
Lido Contemori
[email protected]
Il migliore dei Lidi possibili
di
Disegno
di Lido Contemori
19
DICEMBRE
2015
pag. 9
zione copiosa, sempre piena di
emozioni e mai banale.
Il Teatro del Sacro; alcune delle
storie d’amore più struggenti e
appassionate della letteratura in
“Calde rose”; una personalissima
visione di personaggi diversissimi tra loro da Ilaria del Carretto
ad Antonio Ligabue, da Caterina
da Siena a Dino Campana.
Un capitolo a parte è rappresentato dalle “Storie di impegno
civile” dedicate a vicende drammatiche che hanno sconvolto la
sua terra e raccontate con grande
sensibilità, rispetto estremo e
totale partecipazione: l’eccidio di
S.Anna di Stazzema, la breve vita
del partigiano Amos Paoli, la
strage della stazione di Viareggio.
Elisabetta Salvatori inoltre, cura
la direzione artistica del Teatro
delle Scuderie Medicee di Seravezza (Lu); il programma della
stagione appena iniziata (che
comprende anche il suo lavoro
“La bella di nulla”, in scena il 28
dicembre prossimo) è disponibile sul sito www.terremedicee.it,
nella sezione “eventi”
19
DICEMBRE
2015
pag. 10
Paolo Marini
[email protected]
di
Q
uando uscì la prima volta,
nel 1974, per i tipi della
Vallecchi, il mondo aveva
una faccia tutta diversa: eppure,
trascorsa un’era geologica, le
passioni non sono sopite. Così
il racconto autobiografico
dell’esperienza di Gianfranco
Benvenuti (Fiesole, 1925Roma, 1994) nelle file della
Resistenza - “Ghibellina 24”
(Carlo Zella Editore, 2015 - pp.
144, € 12,00) - fa da contraltare
al recente “Fascista da morire”
di Mario Bernardi Guardi e
insieme compongono un pezzo
del nostro passato, a partire dal
dominante (per me, in entrambi) profilo umano e psicologico.
Con la differenza che il protagonista di “Ghibellina 24” non
è immaginario e la sua vita si
inserisce nel flusso della storia
prima ancora che egli possa
rendersene conto (fu il ‘rosso’
Renato Bernini che “disinvoltamente toccandomi una spalla
disse che ero uno di loro (...),
aggiunse che potevo stare nella
cellula, termine del quale avevo
solo cognizione scientifica (...).
Acconsentii come si fosse trattato di una proposta per una gita,
o qualcosa di simile.”
La sera del 25 luglio 1943
Gianfranco è a Compiobbi:
dalla Casa del Fascio si stanno
diffondendo strane, sconvolgenti voci di ‘dimissioni’ di
Mussolini, nell’aria un cupo
sbigottimento; torna in treno
a Firenze e il giorno dopo,
nei pressi di via dell’Agnolo, è
sorpreso dal “primo contatto
con la libertà”, sconcertante: per
la “mancanza di ossessione e di
incubo” e “quel canto stonato,
di vera, inattesa gioia” che “esce
dalle vecchie mura del rione,
e stordisce”. Cominciano le
manifestazioni, si abbattono
gli stemmi sabaudo-fascisti;
il peggio, però, ha da venire.
Da qui parte il racconto che il
“partigiano scrittore” scandisce
in 5 momenti (25 luglio ‘43 – 8
settembre ‘43 – Gli Appennini
– Pratomagno e Monte Giovi
– Firenze) con incedere antiretorico, nel solco della buona
tradizione della letteratura
della Resistenza incarnato dal
capolavoro di Beppe Fenoglio
(“Il partigiano Johnny”): il
Fiato alla Resistenza
Gianfranco Benvenuti (commissario
politico nella Brigata Lanciotto), da
“Il triangolo della Gualchiere” di
Berlinghiero Buonarroti, Polistampa
Ventennio ha spaccato la società
“come un taglio di scure”, i
fasti del regime hanno ceduto
il passo alla guerra e i volti son
divenuti “lunghi e bianchi di
paura” perché c’è un mondo
“che intorno crolla, va in rovina”, come testimonia l’immagine del maestro elementare
(“fronte corrugata, volto e mani
poggiati sul bastone come sotto
il peso della buona fede e della
delusione crollategli addosso,
sedeva in disparte, lontano dalla
grande carta geografica colorata,
una volta impuntata di tante
piccole bandierine tricolori e
rosso croce uncinata spillate sui
luoghi conquistati e sulla quale,
bastone alzato e fare didattico,
Massimo Cavezzali
[email protected]
aveva preconizzato la congiunzione, in India, delle forze
armate italo-tedesche con quelle
nipponiche”). E i due quartieri
di famiglia di via Ghibellina 24,
messi dall’autore a disposizione
del comando militare comunista, non hanno soltanto un
significato operativo: prestando
il titolo al libro, essi assurgono
a perno ideale della faticosa
ricerca di una diversa verità sul
mondo e di ciò che sarebbe
stato una volta finita la guerra.
Quando apprende che i fascisti
sono sulle sue tracce, anche
Gianfranco - come centinaia di
altri giovani - sale in montagna
dove, in una continua transumanza bellica - tra fatica, fame
di
Scavezzacollo
ma anche momenti di recupero
psicologico (“Allorché l’azzurro
dei monti divenne una corona
attorno la vasta distesa mugellana, nel silenzio assoluto di
campi e di alberete, la tensione
si placò in incredibile, gioioso
sapore di pace”) - tutto acquista un significato inedito (“...
la vita di montagna risvegliava,
in aiuto del nostro agire, istinti
primordiali di adattamento e
di orientamento...”/“...in quei
luoghi da lupi, dove il lupo non
v’era ma stava dentro altri uomini, svaniva il valore civile del
tempo...”): sono qui non solo la
migliore analisi ma anche i segni
che danno contezza dell’uomo,
prima che del partigiano/combattente.
Non è un italiano impeccabile,
quello di Benvenuti; a volte si
fa sperimentale, segue quel filo
della memoria cui le regole della
lingua sottrarrebbero continuità, efficacia e, forse, senso
(“Noi, agghiacciati, marmo il
nostro corpo, campare mille
anni quella scena resterà nel
cranio, Dante Valobra, il volto
chiuso e esterrefatto, ubbidì, lui
staffetta, a soli gesti di mano,
curvo partendo verso il comando di compagnia oltre i castagni
immoti e lucidi nel primo sole
del mattino”); ansimante tra boschi e crinali, con l’alterno ‘fiato
della resistenza’, la narrazione
corre d’altronde fluida con
quelle giornate che concedono
anche un poco di allegria (“Gli
unici momenti di riposo venivano oramai dalle notti trascorse
sul crinale. Non mancava, ed
era invenzione, modo di ridere,
di divertirci. Baffi, Moro, Marinaro, Zio raccontavano San
Frediano, nomi e cognomi di
caporioni fascisti demistificati e
messi in berlina da un genuino
spirito popolare”) e immagini
suggestive (“la limpida bellezza
del Pratomagno”/“Il fronte (...)
brontolava giorno e notte verso
l’azzurro orizzonte chiantigiano”). Il tutto pervaso e conchiuso – mi pare - da un’onestà di
fondo, che non è l’irrealizzabile
obiettività/astrazione dall’io,
bensì l’esatto opposto: disvelamento/verità di sé, senza orpelli.
19
DICEMBRE
2015
pag. 11
Simonetta Zanuccoli
[email protected]
di
I
sanguinosi attentati del
13 novembre hanno
ferito Parigi anche dal
punto di vista economico.
Nonostante le continue
sollecitazioni del Segretario
di Stato Martine Pinville di
muoversi, lavorare, andare nei
locali e vivere normalmente,
tutti i settori commerciali sono
stati colpiti duramente e a fine
novembre, periodo nel quale
i parigini usualmente iniziano i loro acquisti di Natale,
i negozi e i grandi magazzini
del centro hanno registrato un
calo delle vendite fino al 50%.
La vita dopo pochi giorni
dagli attentati è ripresa, ma
lentamente, oscillando tra la
paura ancora presente nei suoi
abitanti di frequentare luoghi
pubblici e affollati e la sensazione di disagio di continuare
il proprio tranquillo quotidiano dopo una tragedia. E
così, nonostante anticipate ed
estese offerte promozionali per
dare slancio al commercio in
timida ricrescita, secondo un
sondaggio di fine novembre
il 44% dei parigi ancora non
aveva pensato agli acquisti
per la mancanza di desiderio
di festeggiare e il 58% dichiarava di aver limitato lo
shopping nei negozi temendo
per la sicurezza e per questo
preferendo comprare on line
che infatti, in controtendenza, stava registrando un forte
aumento di vendite. Solo nel
settore dei giocattoli, dopo
una prima notevole flessione,
gli acquisti stanno risalendo ai
parametri normali per il periodo forse dovuto al fatto che i
parigini non hanno comunque
voluto sacrificare il solito Natale pieno di sorprese ai propri
figli. L’impatto emotivo del 13
novembre è stato disastroso
anche sul traffico turistico,
facendo crollare l’abituale giro
d’affari al di sotto del 35% fra
disdette e mancate prenotazioni. Le ciniche ma necessarie
statistiche hanno dimostrato
che nelle città colpite dal
terrorismo come New York nel
2001 e Madrid nel 2004 il recupero a una normale affluenza del turismo avviene entro
6 mesi. Per fortuna il Cop 21,
evento d’importanza mondiale
Auguri Parigi
Ottone Rosai alla Gamc
La mostra Ottone Rosai, è prorogata al 3 aprile 2016. Le opere
sono esposte di fronte ai dipinti
realizzati da Lorenzo Viani per la
stazione di Viareggio. A confronto
due grandi autori del Novecento
toscano che con le loro produzioni hanno celebrato l’italianità
attraverso la narrazione della civiltà
contadina e del mondo del lavoro.
In Galleria prosegue anche, sino al
12 luglio 2017, la mostra “Segno,
gesto, materia. Esperienze europee
nell’arte del secondo dopoguerra.
Opere della donazione Pieraccini”,
organizzata all’interno del progetto
TOSCANA ‘900 PGM per proporre un nuovo allestimento più
moderno e intuitivo che sappia
guidare i visitatori alla scoperta dei
tanti tesori custoditi alla GAMC.
La collezione, in gran parte di
artisti italiani e dell’Europa occidentale attivi fra la fine del XIX
secolo e gli inizi del XXI, racconta
la biografia di Giovanni Pieraccini,
giornalista e politico del Partito
socialista Italiano, e di sua moglie
Vera, nato Viareggio e vissuto a
lungo con la moglie a Roma. ll
primo nucleo di opere si forma
a Viareggio negli anni Trenta del
‘900 con l’acquisto de “Iquattro
vageri” Lorenzo Viani. Nel 1948
Pieraccini viene eletto deputato nel
PSI e si trasferisce nella capitale. Il
20 dicembre, alle ore 16.30, come
ogni terza domenica del mese, gli
Amici del Museo organizzano una
visita guidata gratuita alla scoperta
del nuovo allestimento e alla mostra “Ottone Rosai alla GAMC”.
alle porte di Parigi, è stato, si
può ben dire, in questo clima
pesante una boccata di aerea
fresca per gli albergatori come
per le compagnie aeree. Oltre
ai Capi di Stato infatti si sono
riversati a Parigi sindaci di
grandi città e attivisti facendo
così aumentare le richieste di
alloggi a tutti i livelli.
Ma la bella Parigi non si è
arresa al fanatismo e alla
barbaria di pochi e nonostante
che la tradizionale cerimonia
del 18 novembre di accensione
dei 64 km di luci di Natale
su quello che viene definito
il più bel viale del mondo,
gli Champs Elysees, sia stata
annullata, anche quest’anno la
Ville Lumière risplende orgogliosa con archi luminosi, luci
colorate e proiezioni. Consiglio agli amanti di questa città
ferita in via di guarigione che
hanno deciso di starle vicino
per le vacanze di scoprire i più
bei monumenti illuminati con
un tour nel bus Paris Illuminations o facendo un giro
notturno, sfidando il freddo
e qualche vertigine, sulla
ruota panoramica a place de
la Concorde. Anche i piccoli
chalets in legno dei tradizionali mercatini di Natale sono ormai tutti aperti. Agli Champs
Elysee sono 250 che vendono
oggetti di artigianato, ostriche,
champagne e un aromatico,
buonissimo vin brulè. Poi c’è
il mercatino alsaziano alla gare
de l’Est con prelibatezze locali
(ogni giorno alcune di queste
sono offerte gratuitamente
come degustazione) e quello di
Saint Germain, il più piccolo della città....e tanti, tanti
altri. E naturalmente a Natale
a Parigi è d’obbligo andare a
vedere le facciate decorate e
soprattutto le vetrine dei grandi magazzini. Fedeli alla tradizione, Lafayette, Printemps e
Bon Marché si sfidano anche
quest’anno come sempre
allestendo le loro vetrine con
sorprendenti scenografie popolate di personaggi incredibili
spesso animati, luci, colori e
musica. Un vero spettacolo,
un momento di gioia e stupore
per i più piccoli ma anche per
coloro che, nonostante tutto,
hanno conservato l’animo di
un bambino o semplicemente
il gusto per la magia di Natale.
19
DICEMBRE
2015
pag. 12
Giulia Simi
[email protected]
di
P
asseggiate psicogeografiche distopiche. Così
potremmo forse definire
questo Google Digital Monuments Project, primo progetto
cross-media del videoartista
Marcantonio Lunardi, che
dopo aver attraversato il
mondo con l’immobilismo
del viaggiatore digitale ed aver
affondato lo sguardo nella
voragine dell’iperrealismo a
cui Google e i suoi dispositivi
di visualizzazione geografica
ci hanno abituato, ci spedisce,
con la nostalgia di un turista
del secolo scorso, il proprio
ricordo in cartolina.
«Sottoprodotto della circolazione delle merci, la circolazione umana considerata come un
consumo, il turismo, si riduce
fondamentalmente alla facoltà
di andare a vedere ciò che è diventato banale», scriveva Guy
Debord ormai cinquant’anni
fa. E più banale non c’è, in
questa scelta delle icone del
turismo contemporaneo, da
piazza San Marco a Venezia al
ponte di Brooklyn a New York,
fino al Golden Gate di San
Francisco, che tuttavia Leonardi coglie nell’istante del loro
disfacimento. Dalla veduta
rinascimentale al disvelamento
situazionista, l’artista scava
nella crepa della visione virtuale per coglierne l’inquietante
artificialità. Rovine digitali.
O meglio capricci. Piazze che
si frantumano in coriandoli,
edifici che spariscono sotto
il peso del proprio scheletro,
piani prospettici che prendono
il sopravvento, strutture che
ingoiano forme. Cartoline
tuttavia. Da acquistare, da
conservare, da inviare come
presagi. Forse annunciano, con
gli occhi di Cassandra, eventi
funesti, o forse invece aprono
a mondi liberati dalla dittatura del realtà e dalla tirannia
di quella prospettiva rinascimentale che ancora governa,
imperturbabile, il nostro «way
of seeing», per dirla con John
Berger. Un’aperta finestra dalla
quale si abbia a veder l’algoritmo. Le cartoline di Lunardi
ci ricordano allora non solo la
progressiva atrofizzazione dello
sguardo sul reale, ma anche le
pericolose voragini in cui un
occhio senza storia rischia di
cadere. In una contemporaneità schiacciata sul presente, dove la proliferazione di
immagini ci sommerge in un
flusso continuo che si alimenta
della continua dimenticanza «Nessuna epoca come la nostra
ha saputo tanto su se stessa [...]
Nessuna epoca come la nostra
ha saputo così poco su se stessa», scriveva Kracauer già nel
Capricci
da
Google Earth
Sergio Favilli
[email protected]
di
Ho frequentato Milano per oltre 40 anni per motivi di lavoro
e francamente non mi sono mai
accorto di quanto la presunta
alta borghesia milanese
fosse rincoglionita. Dopo
tanti anni di incoscienza
accendo la TV e mi vedo
una nobilissima famiglia
meneghina che, dopo
aver evaso pesantemente
le tasse, la sera del cenone
di Natale si vede arrivare
in casa la finanza e, sotto
gli occhi esterefatti del
maggiordomo, gli vengono portati via quadri, mobili,
tappeti, argenteria di valore,
suppellettili varie, persino il
tavolo dove stavano cenando
e, udite udite, un bellissimo
Milano
da mangiare
e da bere
cavallo bianco!! E questi come
reagiscono?? Si arrabbiano??
Fanno intervenire in commercialista?? Chiamano l’avvocato
di fiducia?? No, niente di tutto
1927 - queste found-images
tentano una cesura, una pausa
dello sguardo, un momentaneo
straniamento. Tentano una
deriva, dove il caso e l’errore
giocano un ruolo fondamentale operando uno svelamento
su quei frammenti di realtà
sepolti dal velo dell’artificio digitale che impone dove e come
guardare. E allora serve un
capriccio, desiderio imprevedibile, inaspettato e immotivato,
a imporre, con l’atto di una
dissoluzione, la nostra umana
resistenza.
questo, seguitano impassibili ad
ingozzarsi di panettone fregandosene altamente di quanto sta
succedendo intorno a loro.
Direte voi – forse hanno
fatto tanti quattrini con
l’evasione che di case,
mobili, quadri, suppellettili ed argenterie se ne
potranno permettere,
anche in futuro, in gran
quantità??
Non ci è dato sapere se
questi signori millantavano un benessere solo apparente oppure, se la loro
ricchezza fosse reale oltre che
illegale, sicuramente sono dei
rincoglioniti cronici: ma come
si fa a tenersi un cavallo bianco
in salotto al terzo piano?????
19
DICEMBRE
2015
pag. 13
Rita Albera
[email protected]
di
C
hiusa da più di un mese
la kermesse dell’Expò,
disperse le pantagrueliche
code, smantellati i padiglioni
di paesi per noi così lontani,
Milano torna al suo aspetto di
città severa e ospitale, colta e
dinamica, energetica. E’ questo
il momento per prendere un rapido treno e andarci. Passeggerete per le quiete vie del centro
che il Natale rende festose e,
se volete, coglierete l’occasione
per visitare alcune belle mostre
rimaste dopo i mesi internazionali.
Come la mostra su Giotto e i
suoi ultimi capolavori, quella
sul pittore romantico Hayez, la
raccolta “Da Raffaello a Schiele” proveniente dal Museo
delle Belle Arti di Budapest,
quella” Gauguin racconti dal
paradiso” e fino al 10 gennaio,
a Palazzo Reale la grande imperdibile rassegna ”Mito e natura.
Dalla Magna Grecia a Pompei”.
Qui sono esposti affreschi di
varia provenienza e destinazione
molti prestati dal Louvre e dal
British, oggetti di uso comune
, ornamenti personali, statue,splendidi vasi, ispirati alla
natura quando non collocati
all’aperto in quelli che erano
orti e giardini. L’intento della
mostra è quello di sottolineare
la centralità che la natura ha da
sempre avuto nella vita dell’uomo sin dai secoli più antichi,
ma anche di porsi come un ideale incipit nella storia della pittura di paesaggio. A corollario
di “Mito e Natura” su iniziativa
dell’Associazione Orticola di
Lombardia, attiva sin dal 1875,
è stato ricreato da architetti del
paesaggio, botanici ed archeologi un esempio vero di giardino greco romano ispirandosi
al famoso affresco della Casa
Del Bracciale d’oro di Pompei.
Nella pittura murale, ritrovata
negli anni Settanta e databile
tra il 30 e 35 dopo Cristo, è
rappresentato un giardino, un
ricco di varie specie di piante e
di uccelli. Fauna e flora vi sono
rappresentate così veristicamente che riconosciamo senza
difficoltà piante che ancora
coltiviamo come l’oleandro e
il corbezzolo, il pino, la palma
da datteri, l’alloro sacro al dio
Apollo, il papavero, il viburno,
Il Viridarium
dopo l’Expo
infine la rosa, sacra a Venere e
simbolo per eccellenza dell’amore che l’ignoto pittore ha
dipinto sostenuta da una canna
su cui si è posato un usignolo.
Il Viridarium di Milano progettato dagli architetti Marco
Bay e Filippo Pizzoni è stato
allestito nel cortile dietro Palazzo Reale con ingresso in via
Pecorari. Secondo gli archeologi
e i botanici il giardino romano
da Hortus adiacente alla casa
dove le piante erano coltivate
per l’uso, a partire del secondo secolo avanti Cristo, sotto
l’influsso greco si evolse in
Viridarium, spazio più ampio
e quasi sempre circondato da
un portico, il peristilium, al
quale si accedeva dalle sale della
domus, l’abitazione signorile.
Il giardino si ampliò, spesso
abbellito dal ruscellare di rivoli
e cascatelle, sia per coltivare
piante e fiori a scopo decorativo, sia per passeggiare, meditare, godere del fresco e dei
profumi, accogliere amici. Oltre
alle piante visibili nell’affresco pompeiano, nel giardino
ricreato ne appaiono altre che
sappiamo note nell’antichità
come il leccio, il mirto, il fico,
il melograno, il castagno, il
cipresso, il bosso e il rosmarino,
piante quasi tutte naturalmente
esistenti nella macchia mediterranea e poi coltivate in loco.
Il colonnato “il peristilium “ è
ricordato da una struttura in
sottili rami di castagno dipinti
in rosso pompeiano sostenuta
da colonne verdi costituite dai
carpini potati in forma obbligata e dal quale ammirare le
piante . Ma più che riprodurre
un perfetto modello, il viridarium voluto da Orticola vuole
riproporre l’insieme di colori e i
profumi che si potevano vedere
e sentire e ammirare in un
viridarium del I° secolo dopo
Cristo. Assai più che imitare
vuole suggerire un’atmosfera
cara ai greci e ai romani i che
nella quiete del loro giardino
si dedicavano ad un “otium”
contemplativo ed operoso.
Una pausa dalla vita attiva,
un momento di riflessione in
cui l’uomo si interrogava su
se stesso e sul proprio destino
nello scorrere immanente della
natura.
Il piccolo supereroe di periferia
Michele Morrocchi
twitter @michemorr
di
Paul Vacca ci regala un piccolo gioiello, sì perché Come
accadde che Thomas Leclerc 10
anni 3 mesi e 4 giorni divenne
Fulmine Tom e salvò il mondo,
pubblicato in Italia da Clichy, è
un romanzo che non ti aspetti.
Tom, piccolo bambino della
periferia parigina alla fine degli
anni sessanta, è il ragazzino
strano, quello che risolve tutti
i problemi di matematica, non
ha amici, e non lascia trasparire
emozioni. Oggi probabilmente si direbbe che Tom soffre
di autismo e il suo caso non
farebbe molta impressione, ma
nella Francia ad un passo dal
68 tutto questo è ancora lungi
da venire. Intorno a Tom, i cui
unici amici e riferimenti sono
all’inizio gli amati supereroi
dei fumetti americani, la sua
famiglia e la classe media della
periferia parigina che circonda
la villetta con giardino in cui,
al culmine di una scala di 18
gradini, si rintana nella sua
cameretta, Tom. Vacca ha uno
stile di scrittura semplice ma
mai banale e pur affrontando
un tema e una storia in cui il
rischio del buonismo, del già
visto e del banale, è altissimo,
riesce, ad ogni intreccio, a
stupirci scegliendo sempre la
soluzione che non ci saremmo
aspettati. Tom che si convince
che la sua diversità è la stessa
dei suoi eroi dotati di superpoteri, ci commuove ma non
ci impietosisce mai, anche nei
momenti tragici che la storia
descrive. Quello che rimane è
un libro che ricorda i grandi
film francesi degli anni sessanta,
personaggi multiformi, a più
dimensioni e una società che si
scopre mista, libera o pronta a
liberarsi, ma anche contraddittoria e persino cattiva. Eppure
alla fine si chiude il libro con
un sorriso sul volto e una lacrima che spinge per uscire.
19
DICEMBRE
2015
pag. 14
Scottex
Aldo Frangioni presenta
L’arte del riciclo di Paolo della Bella
Dopo avere esaminato quasi 50 opere del
della Bella paper’s, pensiamo che forse
alcune di queste sarebbero interessanti
soggetti di studio per uno psicanalista
(forse abbiamo già espresso quest’opinione). Di frequente, infatti, il nostro tende a
produrre oggetti zoomorfi nel brancicare lo
scottex: in questo caso ci appare chiaramente un uccello in volo. Forse anche gli
antichi aruspici etruschi avrebbero potuto
prevedere il futuro osservando queste
sculture effimere. In buona sostanza queste
“cose” non vogliono significare o riprodurre nulla ma nello stesso tempo ci obbligano sa trovare un senso al non senso.
Scultura
leggera
Michele Rescio
[email protected]
di
Tagliatelle con pesce
Tagliate il pesce spada a cubetti.
Tritate la cipolla con la carota
e rosolateli in un tegame con
l’olio, l’aglio che poi eliminerete. Unite il pesce, fatelo insaporire per qualche minuto a fuoco
vivace e bagnato con 2 mestoli
di brodo caldo, continuate la
cottura per altri 10 minuti.
Regolate di sale e pepe, unite il
prezzemolo e lo zafferano sciolto
in 2 cucchiai di brodo.
Ingredienti per 4 persone
350 g di tagliatelle
1 Cipolla
1 Carota
800 g di pesce spada
1 spicchio di aglio
1 cucchiaio di prezzemolo
tritato
1 bustina di zafferano
200 ml di brodo di pesce
3 cucchiai di olio extra vergine
d’oliva
Sale q.b.
Pepe q.b.
Cappone ripieno
Disossate il cappone, rovesciate il collo e le ali, sistemate la
carne trita in una bacinella e
spolverate di prezzemolo in
precedenza tritato con l’aglio.
Unite l’uovo e un cucchiaio
abbondante di parmigiano
grattugiato, aggiustate di sale
e pepe e mettete un pizzico
di noce moscata. Mescolate il
pan grattato in caso l’impasto
Menù di Natale
non risulti troppo consistente e
farcite con il composto l’interno
del cappone cucendo con spago
da cucina l’apertura. Rivestitelo
con una garza sterile, legatelo
bene e fate un brodo con una
cipolla steccata con il chiodo
di garofano, sedano, carota e
la foglia di alloro. Sistemate
il cappone e fatelo lessare per
circa due ore poi, a fine cottura,
mettete il cappone nel tegame
con del burro per farlo dorare e
portatelo in tavola.
Ingredienti per 4 persone:
un cappone già pulito
300 g carne trita
pan grattato q.b.
prezzemolo q.b.
noce moscata q.b.
1 uovo
parmigiano grattugiato q.b.
1 spicchio aglio
sale q.b.
pepe q.b.
Per il brodo:
1 cipollina
1 chiodo di garofano
1 costa di sedano
1 foglia di alloro
Manzo al Barolo
Sbucciate e tagliate a pezzi la
cipolla; pulite, lavate e tagliate
grossolanamente il sedano;
raschiate, lavate e affettate la
carota, dopodiché mettete il
tutto in un terrina insieme al
barolo, l’alloro lavato e alcuni
grani di pepe e immergete la
carne, lasciandola marinare per
2-3 ore. Appena cotta scolate
la carne e legatela con rete da
cucina, in una padella fondete
il burro con l’olio, adagiatevi la
carne e fatela rosolare, quindi
regolate di sale. Filtrate il vino
della marinata, mettetelo in una
casseruola e lasciatelo evaporare
un pò, poi unitelo alla carne
che farete sobbollire a fuoco
basso e semicoperto per 2 ore
circa, levatela dal recipiente e
tenetela in caldo. Stemperate la
fecola con un po’ di fondo di
cottura, quindi rimettete il tutto
nella casseruola e rosolate per 5
minuti. Servite la carne affettata
condita con la salsa calda.
Ingredienti per 4 persone
900 g di polpa di manzo
1 bottiglia di barolo
30 g di burro
4 cucchiai di olio
1 cucchiaio scarso di fecola
1 costola di sedano
1 cipolla
1 carota
3 foglie d’alloro
sale
pepe in grani
Stella di Pan di Spagna
Lavorate i tuorli con lo zucchero in una terrina fino a ottenere
una crema spumosa. Unite 150
48
g di farina, la vaniglina e 25 g
di burro fuso. Montate a neve
gli albumi con un pizzico di
sale e incorporateli all’impasto.
Versatelo in uno stampo a stella,
imburrato e infarinato, infornatelo a 180° per 35 minuti
e lasciatelo nel forno spento
per 5 minuti. Sfornate il pan
di Spagna, fatelo intiepidire e
sformatelo. Quando è freddo,
tagliatelo a metà. Sciogliete
lo zucchero in 3 cucchiai di
acqua e 4 di rhum e spruzzate
il pan di Spagna. Mescolate la
crema di castagne con il burro,
un altro cucchiaio di rhum e il
cacao; mettetela nel freezer per
10 minuti, spalmatela sulla base
del pan di Spagna, ricomponete
la torta e cospargetela di cacao.
Con il matterello stendete il
marzapane allo spessore di
pochi mm, ritagliatevi delle
stelline e sistematele sulla torta
con i confettini.
Ingredienti:
100 g di zucchero
35 g di burro
5 uova
una bustina di vaniglina
sale
Per la farcia:
250 g di crema di castagne
rhum
un cucchiaio di cacao amaro
25 g di burro
un cucchiaio di zucchero
Per decorare:
cacao amaro
150 g di marzapane bianco
confettini di zucchero argentati
lectura
dantis
19
DICEMBRE
2015
pag. 15
Disegni di Pam
Testi di Aldo Frangioni
Dal bosco sanguinoso si diparta
il passo allo deserto arroventato,
lì il caldo i dannato lo disquarta.
E fra il bestemmiatore impenitente cangiando ora le veste ora la gonna
e il violatore delle sacre icone
fecesi ricca di talleri e dobloni
vidi una dama con fare maldicente e senza paura chiamavasi Madonna.
Violentator Diddio e suo creato
puniti sono in sabbia ribollente,
oltre ad un grandinare roventato.
che sacrissimo nome, per finzioni,
avea preso per se senza timore,
per cantare sconcezze di canzoni
Canto XIV
VII cerchio 3°
girone Usciti dal
bosco dei dei suicidi
Dante e Virgilio
entrano nel girone
dove sono relegati
i violenti contro Dio,
contro i simboli della
fede, contro i santi:
un deserto di sabbia,
senza alcun riparo
dove vien giù una
pioggia di fuoco. Tutti
inutilmente corrono
per trovare riparo
e tra questi par di
riconoscere una
peccatrice molto
speciale: Madonna,
al secolo Louise
Veronica Ciccone.
in
giro
19
DICEMBRE
2015
pag. 16
Barone e Pupi a Prato
Il termine inglese ambivert è una
parola particolarmente suggestiva ed
evocativa nel richiamare il principio
per cui una persona dimostra al tempo
stesso un atteggiamento introverso ed
estroverso. E’ un termine, anche solo
per associazione spontanea, ambiguo e
che tende a visualizzare un confronto-scontro ovvero una visione complessa e stratificata. In tale contesto espositivo non può che richiamare
l’ambivalenza della forma attuale, per dinamiche relazionali e “politiche”
maggiormente incline alla liquidità che alla concretezza, e il lavoro opposto e speculare sulla struttura dell’architettura (artificiale o naturale), verso
la ricerca di un equilibrio instabile.
Il progetto coinvolge due artisti, Barone e Pupi, che ricercano su un’idea
trasversale di spazio, inteso come luogo di interrelazione tra forme e volumi, e lavorano sul sincronismo/asincronismo della costruzione cercando
di rapportarsi con le informazioni ottenute dagli oggetti. Tale capacità
di misurarsi con i cambiamenti degli spazi, avvertibili nelle trasparenze e
nelle fluttuazioni delle informazioni, permette loro di modificare la visione e gestire liberamente le regole strutturali cercando quasi un’etica delle
forme. Nel superamento dei vincoli geometrici e spaziali, verso un’analisi
di carattere quasi temporale, emerge in entrambi una capacità di gestire
l’estensione del concetto di presenza-abitabilità e una riprogrammazione
dello schermo mobile della rappresentazione, con l’irrompere di dispositivi
semantici trasversali, ambivertappunto. Tale mostra quindi, nelle singole
ricerche, lavora sulla gestione delle informazioni (strutturali, architettoniche, anatomiche) e su divergenti sistemi di manifestazione/modulazione.
19 dicembre 2015 ore 18.30 in piazza San Marco 13 Prato
Crowdfunding per il libro
di Pilade/Pasolini
Stiamo immaginando di poter
sfogliare un libro che abbia la
forza di tramandare la profonda
necessità di resistenza che ci ha
spinto – oggi – ad arrovellarci,
leggere, studiare, ad attraversare
molti luoghi fisici e immaginari, e
a coinvolgere centinaia di persone
nel progetto artistico Pilade/Pasolini. Un libro importante, che
possa ricordarci – domani – quali
focolai di bella umanità abbiamo
acceso, e che ci dia la possibilità di
accenderne altri.
Il nostro più vivo desiderio è che
ciò che nasce intorno a noi vada
subito oltre il nostro lavoro, per
farsi materia incandescente e appiccare altri incendi in altri luoghi
e in altri tempi.
Abbiamo deciso di prenderci cura
di questo futuro, e degli altri che
verranno, con le nostre mani. Nel
primo libro che vedrà la luce per
le edizioni Archivio Zeta, e che
vi chiediamo di aiutarci a creare,
ricostruiremo l’intera struttura
del progetto Pilade: sarà un libro
bello da toccare, da avere tra le
mani, un album dei ricordi, un
catalogo e un originale manuale
di progettazione.Disegneremo la
mappa dei luoghi, delle stagioni,
delle anime sensibili coinvolte, ma
anche le difficoltà, le invenzioni,
le strategie di sopravvivenza, le
prove, i debutti, le emozioni, lo
studio. Accanto alle fotografie
degli straordinari fotografi della
scena che ci hanno seguito in
questi mesi, ci saranno quelle scattate dal pubblico, e le parole degli
intellettuali e dei pensatori che ci
hanno accompagnato in questo
viaggio. I saggi critici, le interviste, le recensioni si intrecceranno
ai quaderni di regia di Gianluca
Guidotti e Enrica Sangiovanni,
all’analisi delle partiture, ai ricordi
personali di attori e spettatori.
La cura del volume è di Rossella
Menna. Il sito per partecipare è
questo www.archiviozeta.eu/crowdfunding-pilade-pasolini-book/
L
immagine
ultima
19
DICEMBRE
2015
pag. 17
Dall’archivio
di Maurizio Berlincioni
[email protected]
C
olgo l’occasione di questo numero di fine anno per rendere un doveroso omaggio a due colleghi americani armati di tutto punto per
delle riprese fotografiche e cinematografiche della manifestazione al Central Park. Avevano ambedue attrezzature di prima qualità e
avranno sicuramente riportato a casa immagini molto interessanti. Mi ero riproposto di parlare con loro per farmi dare delle dritte ma
purtroppo nel corso degli eventi li ho completamente persi di vista. Approfitto comunque di questa pagina di Cuco, che è davvero “L’ultima
del 2015”, per inviare a tutti i lettori un sacco di auguri per le prossime festività.
NY City, agosto 1969
Fly UP