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In 50MILA A RoMA GRIDAno “sToP TTIP”

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In 50MILA A RoMA GRIDAno “sToP TTIP”
Nuova serie - Anno XXXX - N. 20 - 19 maggio 2016
Fondato il 15 dicembre 1969
Settimanale
50° Anniversario della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria in Cina
Giovani prendete esempio dalle
Guardie rosse per cambiare l’Italia
Documento della Commissione giovani del CC del PMLI
Perché i comuni siano governati
dal popolo e al servizio del popolo
ci vuole il socialismo
PER LE ELEZIONI COMUNALI DEL 5 GIUGNO
il c
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A TUTTA
tali
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FORZA PER
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PROPAGANDARE
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ASTIENITI
L’ASTENSIONISMO tuzio
parti ni e
CONTRO
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PER IL SOCIALISMO
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is
NON VOTARE
I PARTITI
BORGHESI AL
SERVIZIO DEL
CAPITALISMO
ern
ov
ig
Delegittimiamo
le istituzioni
rappresentative
borghesi
i
CREIAMO LE ISTITUZIONI
RAPPRESENTATIVE DELLE MASSE
FAUTRICI DEL SOCIALISMO
PARTITO MARXISTA-LENINISTA ITALIANO
Sede centrale: Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 FIRENZE
Tel. e fax 055.5123164 e-mail: [email protected]
www.pmli.it
NON UN GIORNO VADA PERSO, NON UN VOLANTINO VENGA RISPARMIATO
PAGG. 2-4
A Torino, Varese, Napoli, Cosenza
Documenti e
articoli sulle
elezioni comunali
del 5 giugno
PAGG. 10-11-12
Alla manifestazione nazionale del 7 maggio
In 50mila a Roma gridano “Stop TTIP”
Anche i sindacati CGIL, FIOM, USB e Cobas in piazza. Il PMLI invita a combattere l’imperialismo e a cacciare Renzi
Esponenti PD e Verdini
nella rete giudiziaria
Arrestato il sindaco PD di Lodi, indagato il presidente PD campano Graziano,
PAGG. 7-8-9
indagato il presidente della Confindustria siciliana LoBello
“Il Bolscevico” diffuso al
concerto dei
“Modena City Ramblers”
La denuncia del PMLI che Renzi
è il nuovo duce e dev’essere abbattuto
raccoglie consensi
PAG. 13
PAG. 6
Renzi stringe un patto
di maggioranza col
plurinquisito Verdini
La sinistra PD mugugna ma si adegua.
Il leader di Ala: Siamo in paradiso PAG. 7
Il chiacchierato Toschi alla Guardia di Finanza
Uomini di fiducia di Renzi
ai vertici delle istituzioni
Gabrielli alla polizia, Girardelli alla Marina militare, Parente all’Aisi,
Pansa al Dis, Masiello consigliere militare del nuovo duce
Un atto d’imperio alla Renzi e alla Marchionne
Landini si libera del portavoce
del Sindacato E’ un’altra cosa
Il leader della Fiom, ormai ombra di se stesso, non tollera il dissenso interno alla
Federazione dei metalmeccanici, come la Camusso nella Cgil
Giudicati “incompatibili” i delegati FCA che a Termoli e Melfi
hanno scioperato contro gli straordinari
PAG. 8
PAG. 5
A Bologna
Gli studenti
contestano
Salvini
La polizia protegge il leader fascioleghista e
carica selvaggiamente i contestatori
PAG. 9
2 il bolscevico / 50° Anniversario della GRCP in Cina
N. 20 - 19 maggio 2016
50° Anniversario della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria in Cina
Giovani prendete esempio dalle
Guardie rosse per cambiare l’Italia
Documento della Commissione giovani del CC del PMLI
Il 16 maggio del 1966, esattamente cinquant’anni fa, aveva inizio la Grande Rivoluzione
Culturale Proletaria (GRCP) in
Cina. Un evento senza precedenti
che fece epoca e che resterà scritto negli annali del socialismo e
del comunismo come un immortale capolavoro di cui Mao fu il
principale ideatore e artefice.
Noi marxisti-leninisti italiani ne celebriamo l’anniversario
in modo militante e ci rivolgiamo in prima battuta direttamente
a voi giovani che siete stanchi di
questa società che vi sfrutta come
precari a basso costo e vi ruba diritti basilari come la scuola pubblica per ingrassare i profitti di
pochi capitalisti.
La Rivoluzione Culturale Proletaria ha ancora tanto da dire a
voi e a chi aspira a cambiare il
mondo liberandosi del capitalismo. Ad animarla infatti furono
i vostri coetanei cinesi di allora,
organizzatisi nelle Guardie rosse,
impegnati nella lotta per creare un
mondo nuovo con una gioventù
finalmente libera da piaghe come
lo sfruttamento, l’oppressione e
la povertà. Le loro speranze erano le stesse dei giovani italiani di
oggi che non si rassegnano al futuro di lavoratori precari che gli
promette il capitalismo, ma sognano un mondo migliore.
Noi vi proponiamo di scoprire
l’esempio delle Guardie rosse per
ispirarvi a loro per portare a successo le vostre lotte per difendere, pretendere e conquistare i diritti che vi spettano, a partire dal
diritto ad un lavoro stabile, a tempo pieno, a salario intero e sindacalmente tutelato, all’istruzione
pubblica aperta a tutti, al governo
studentesco delle scuole e delle
università, con una visione strategica rivoluzionaria contro il capitalismo e per il socialismo.
Giovanissime Guardie rosse
delle scuole primarie manifestano a sostegno della linea rivoluzionaria di Mao
La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria
La Rivoluzione Culturale Proletaria fu una grande rivoluzione condotta contro la borghesia
nelle condizioni della dittatura
del proletariato. In quel momento, mentre era in corso la costruzione del socialismo in Cina, la
borghesia non era più la classe
dominante che deteneva la proprietà dei mezzi di produzione,
come avviene nella società capitalistica, ma si era incarnata in
quei dirigenti revisionisti del Partito e dello Stato che sostenevano
la necessità di restaurare il capitalismo per sviluppare la produzione (esattamente ciò che sostengono i governanti della Cina
di oggi). “Facciamo la rivoluzione socialista,” diceva Mao,
“eppure non si sa dove sia la
borghesia: è proprio nel Partito comunista, sono quei dirigenti del Partito avviatisi sulla
via capitalista”. Questi dirigenti, come precisò lo stesso Mao,
“formano un’accozzaglia di revisionisti controrivoluzionari.
Se si presentasse l’occasione,
prenderebbero il potere e trasformerebbero la dittatura del
proletariato in dittatura della
borghesia”. Questo era avvenuto
in URSS dopo la morte di Stalin
ad opera di Krusciov.
Era necessario continuare la
rivoluzione nelle nuove condizioni del socialismo per impedire che ciò avvenisse. Questo era
lo spirito della circolare del 16
maggio 1966, scritta sotto la guida di Mao e in parte di suo stesso
pugno, che avviò la GRCP. Essa
mobilitò gli operai, i contadini, i
soldati, gli studenti, i giovani, le
donne a impadronirsi del marxismo-leninismo a livello di massa
e trasformarlo in un’enorme forza materiale per criticare il revisionismo e strappare alla borghe-
sia, spodestata ma ora nascosta
e riciclata all’interno del Partito
comunista, quel potere materiale e autorità intellettuale che ancora conservava nella politica,
nell’economia, nella cultura, nella morale e nell’insegnamento,
dando a questi ultimi un carattere
compiutamente proletario e rivoluzionario.
La GRCP doveva anche risolvere la questione cruciale della
formazione dei successori della causa del proletariato. Mao si
rese infatti conto che la costru-
Pechino, Piazza Tian’anmen. Mao riceve centinaia di migliaia di giovani arrivati da varie parti del paese per manifestare a sostegno della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. Da agosto al novembre 1966 Mao incontrò 13 milioni di giovani rivoluzionari.
zione del socialismo non era sufficiente, occorreva anche trasformare la concezione del mondo
delle vaste masse popolari, far sì
che padroneggiassero il marxismo-leninismo e renderle fautrici del proprio destino, come spiegato magistralmente con queste
parole: “Perché ci sia la garanzia che il Partito e il Paese non
cambino colore dobbiamo non
solo avere una linea e una politica giuste, ma anche formare
ed educare milioni di successori della causa della rivoluzione proletaria. In ultima analisi,
formare i successori della causa
rivoluzionaria del proletariato vuol dire decidere se ci sarà
o no chi può portare avanti la
causa della rivoluzione marxista-leninista iniziata dalla vecchia generazione di rivoluzionari proletari, se la direzione
del nostro Partito e dello Stato
resterà o no nelle mani dei rivoluzionari proletari, se i nostri
discendenti continueranno o no
ad avanzare lungo la giusta
strada tracciata dal marxismoleninismo, o, in altre parole, se
riusciremo o no a prevenire la
nascita del revisionismo kruscioviano in Cina”.
Per dieci anni, fino alla morte
di Mao nel 1976, la GRCP impedì ai revisionisti di fare ciò che gli
è riuscito oggi, ossia trasformare
la Cina in una potenza socialimperialista che poggia la sua prepotente affermazione nei mercati
capitalistici mondiali sullo sfruttamento selvaggio degli operai e
SEGUE IN 3-4ª
ë
50° Anniversario della GRCP in Cina / il bolscevico 3
N. 20 - 19 maggio 2016
dei contadini cinesi.
La GRCP costituisce un’ulteriore prova che il Partito marxista-leninista non è un corpo
stabile e impermeabile alle contraddizioni e alle idee della bor-
ghesia, ma si edifica nel corso
della lotta fra la linea proletaria e
quella borghese, una lotta inevitabile come riflesso della lotta di
classe nella società. Indicazioni
preziose tutt’oggi per chiunque
si ritiene comunista, il quale non
deve accontentarsi che un partito
si proclami tale per dargli la sua
fiducia, ma deve analizzarne la
linea alla luce del marxismo-leninismo-pensiero di Mao e sma-
scherare chi si professa a parole
comunista ma agisce da opportunista. La storia del PCI revisionista dimostra che se si rinuncia
ai principi marxisti-leninisti non
è possibile conquistare il socia-
lismo, si fa solo il gioco del capitalismo e lo si copre a sinistra.
Lottare attivamente contro il revisionismo, praticare la critica e
autocritica e trasformare la propria concezione del mondo at-
traverso lo studio del marxismoleninismo-pensiero di Mao sono
condizioni essenziali perché il
Partito si mantenga rosso e rivoluzionario e la linea proletaria
prevalga su quella borghese.
Il ruolo delle Guardie rosse nella GRCP
Un ruolo fondamentale fu giocato dalle Guardie rosse, nate
spontaneamente soprattutto da
studenti universitari incoraggiati
dall’appello di Mao a fare “fuoco
sul quartier generale”. Si trattava di giovani di ambo i sessi decisi a difendere il socialismo, che
non erano disposti a sottostare
alla burocrazia revisionista e che
aspiravano ad un mondo senza
capitalismo e imperialismo. Mao
li spronò a prendere in mano il
loro futuro e vi ripose le proprie
speranze per mobilitare le masse
contro i revisionisti al potere. Il
1° agosto 1966 Mao scrive alle
Guardie rosse della scuola media
annessa all’università Qinghua
di Pechino: “Le azioni rivoluzionarie delle Guardie rosse
esprimono l’indignazione e la
condanna nei confronti della
classe dei proprietari fondiari,
la borghesia, l’imperialismo, il
revisionismo e i loro lacchè, che
sfruttano e opprimono gli operai, i contadini, gli intellettuali rivoluzionari; esse dimostrano che è giusto ribellarsi contro
i reazionari. vi esprimo il mio
caloroso appoggio”.
Le Guardie rosse furono la
scintilla della GRCP, se si pensa che il primo dei tanti dazibao (manifesti a grandi caratteri scritto a mano) che avrebbero
poi tappezzato i muri delle città
e delle campagne cinesi, fu scritto proprio da un gruppo di insegnanti e studenti dell’Università
di Pechino contro il tentativo delle autorità accademiche di spegnere la Rivoluzione Culturale
nell’ateneo. Le azioni di questi
coraggiosi giovani mobilitarono
le università e le scuole superiori della capitale prima e dell’intera Cina poi, dando vita al movimento delle Guardie rosse. Mao
espresse il suo appoggio con una
lettera del 1° agosto 1966, in cui
sosteneva che le loro azioni “dimostrano che è giusto ribellarsi contro i reazionari”. In sei
occasioni, Mao riceverà in piazza Tian’anmen ben 13 milioni di
Guardie rosse e altre masse rivoluzionarie. Non smise mai di seguirle e incoraggiarle, fiducioso
nell’entusiasmo e nella creatività
dei giovani rivoluzionari. Quando necessario le criticò, ma senza
demonizzarli per via dei loro sbagli, frutto soltanto dell’inesperienza. “Nel passato”, avrebbe
affermato in un’occasione, “abbiamo commesso molti errori.
Per voi invece è la prima volta,
non possiamo rimproverarvi
per questo”.
Le Guardie rosse costituirono
la colonna principale della GRCP
prima della discesa in campo della classe operaia. Senza farsi intimorire e sconfiggendo l’iniziale
Manifestazione di Guardie rosse sfila in corteo per sostenere la lotta lanciata da Mao contro Deng e Liu
Shaoqi e sostenere la linea della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria
repressione da parte delle autorità
revisioniste, scavalcando anche i
dirigenti revisionisti locali e nazionali del PCC che le volevano
bloccare, le Guardie rosse, ispirate dal principio marxista-leni-
nista di “andare controcorrente”, rivendicarono il loro potere
sulle scuole e le università, misero in discussione non solo tutti
gli aspetti del sistema scolastico e
universitario, ma anche della so-
vrastruttura politica, istituzionale
e culturale della società, attraverso grandi dibattiti e giornali autoprodotti, e riempirono le strade
con immense manifestazioni in
cui criticarono i dirigenti cittadini
e provinciali e li costringevano a
confrontarsi con loro. In numerosi casi andarono spontaneamente
a trascorrere periodi di lavoro in
campagna.
Soprattutto le Guardie rosse si
resero conto che per cambiare la
scuola e l’università non bastava
aver instaurato il socialismo: era
necessario criticare a fondo e respingere le idee, la cultura e i metodi didattici borghesi.
Animate dall’internazionalismo proletario, le Guardie rosse avevano anche una forte sensibilità antimperialista, tant’è che
spesso scendevano in piazza per
solidarizzare col Vietnam aggredito dall’imperialismo americano
o per appoggiare le lotte dei popoli del mondo.
Com’è naturale, il movimento si sviluppò attraverso la lotta
fra linea giusta e linea sbagliata, quest’ultima rappresentata
soprattutto dagli “ultrasinistri”
che rifiutavano la direzione della classe operaia e così facendo si
impantanavano nel fazionismo.
Le università e le scuole restarono centri ribollenti di creatività rivoluzionaria per tutto il corso della GRCP e saranno proprio
gli studenti universitari di Pechino, ancora una volta, a dare un
contributo essenziale all’ultima
battaglia antirevisionista contro
Deng nel 1975.
L’influenza della GRCP sulla Grande Rivolta
del Sessantotto in Italia
L’esempio della GRCP travalicò i confini della Cina e fu di
stimolo per le lotte rivoluzionarie e di liberazione nazionale del
mondo intero, compresa l’Italia,
dove esercitò una notevole influenza sulla Grande Rivolta del
Sessantotto.
Anche sul Sessantotto i politicanti e gli scribacchini di destra e di “sinistra” della borghesia nostrana dicono da tempo
tante sciocchezze per esorcizzarlo quale grande e acuto scontro fra proletariato e borghesia, il
cui riflusso fu dovuto soprattutto
all’azione controrivoluzionaria
dei falsi comunisti. Si trattò in realtà del più grande avvenimento
della lotta di classe in Italia dopo
la Resistenza, con i giovani come
protagonisti.
Nel Sessantotto è percepibile
la presenza tutt’altro che secondaria del pensiero di Mao, della
GRCP e delle Guardie rosse. Fu
anche grazie al loro esempio che
durante il Sessantotto scoppiò la
ribellione di massa contro il revisionismo, rappresentato allora
dal PCI, criticato duramente per
la sua collusione con il sistema
capitalistico e la DC, il suo parlamentarismo e il suo legalitarismo che stavano ormai stretti alle
masse in ebollizione.
Come nota il Documento del
CC del PMLI “Viva la Grande
Rivolta del Sessantotto”, pubblicato il 14 dicembre 1988 in celebrazione del suo 20° Anniversario: “Il movimento studentesco
di Milano nel suo complesso e
non solo a livello di avanguardia, conquistato dal pensiero e
dall’opera di Mao, arriva persino
ad assumere il marxismo-leninismo-pensiero di Mao come sua
teoria ufficiale. Nelle proposte di
tesi politiche del 25 marzo 1970
si legge: ‘Il movimento studentesco guidato dal marxismo-leninismo-pensiero di Mao è parte integrante delle masse popolari...
Non è il movimento studentesco
che influenza le masse popolari, è
il pensiero di Mao che per la particolare storia del nostro paese è
penetrato nel movimento studentesco e attraverso le iniziative del
movimento studentesco influenza le masse popolari’. Si tratta indubbiamente di un avvenimento
che non ha precedenti nella storia dei movimenti di massa italiani. Mai infatti prima di allora
un grande movimento di massa
si era proposto di conformare al
marxismo-leninismo-pensiero di
Mao il proprio pensiero, la propria vita e la propria azione politica. Questa scelta politica – impensabile in altre situazioni e al
di fuori del contesto rivoluziona-
rio del Sessantotto – significava
non solo ripudiare l’ideologia e
la cultura borghesi e tutte le loro
varianti comunque camuffate, incluse quelle più progressiste, ma
anche di proporsi di lottare affin-
ché il marxismo-leninismo-pensiero di Mao diventasse la nuova
cultura delle masse, in alternativa e in contrapposizione alla cultura dominante”. La fine del movimento studentesco di allora,
fagocitato dal riformismo e dal
trotzkismo, dimostra che senza la
direzione del Partito marxista-leninista e della sua linea proletaria
rivoluzionaria i movimenti rivoluzionari anticapitalisti non pos-
sono raggiungere i loro obiettivi.
Ispirandosi alle Guardie rosse, che erano divenute il loro modello di ribellione rivoluzionaria,
i giovani osarono pensare, parlare e agire. Essenzialmente gli stu-
19 novembre 1969. Sciopero generale nazionale per la casa. Alla manifestazione di Firenze partecipa il Comitato provinciale di Firenze del Pc
(m.-l.) d’I diretto allora dal compagno Giovanni Scuderi, a sostegno della linea rivoluzionaria antirevisionista di Mao e della Grande Rivoluzione
Culturale Proletaria. Per questo motivo i gorilla del “servizio d’ordine” del PCI proditoriamente e selvaggiamente aggrediscono lo spezzone e
i compagni Scuderi, Mino Pasca e altri compagni che li difendono tra cui Dino e Loris Sottoscritti (foto archivio storico del PMLI)
4 il bolscevico / 50° Anniversario della GRCP in Cina
denti a milioni capivano sempre
più che il loro nemico principale
era la classe dominante borghese
col suo governo, che la loro lotta
era parte integrante della lotta di
classe contro il capitalismo, che
il sistema scolastico e universitario andava cambiato radicalmente e che era necessario ricercare
l’unità con tutte le forze sociali e
politiche anticapitaliste.
Settori importanti attaccavano apertamente la cultura e del
sapere borghese perché educano alla sottomissione all’ordinamento sociale capitalistico. La
democrazia diretta divenne la regola organizzativa del movimento studentesco, che chiedeva non
soltanto l’apertura dell’università
alle masse tramite l’eliminazione
delle restrizioni d’accesso come
le tasse, ma anche una nuova didattica, nuovi sistemi d’esame e
di valutazione, la fine dell’autoritarismo accademico e nuovi organi di governo. Rivendicava insomma il potere nell’università.
La presa di coscienza e la rivendicazione non solo di un
cambiamento delle istituzioni
universitarie, ma di un radicale
stravolgimento e rovesciamento del potere accademico espressione del potere borghese nelle
università si tramuta nella parola d’ordine del “Potere studentesco”. Questa parola d’ordine nasce e si sviluppa all’interno delle
Università in particolare di Tren-
to e Milano e mette in discussione gli organi collegiali, dimostratisi incapaci di una qualsiasi
reale possibilità per le masse studentesche di strappare la minima
rivendicazione o spazio decisionale all’interno degli atenei. Le
assemblee generali, basate sulla democrazia diretta, diventano
i nuovi luoghi di partecipazione
e di decisione dove le masse studentesche attraverso ampi dibattiti, decidono e strutturano le lotte
e le rivendicazioni. Ma non solo
le masse studentesche, anche la
classe operaia e le vaste masse
popolari vengono coinvolte nelle assemblee generali sulla base
della parola d’ordine delle “scuole al servizio delle masse popolari”, un coinvolgimento che si sviluppava grazie anche all’esempio
che arrivava dalla Cina di Mao
dove operai e contadini erano
invitati ad entrare negli atenei
in pianta stabile così da portare
la cultura proletaria fin dentro il
cuore delle università.
Anche la morale borghese e
cattolica venne presa di mira e
l’esempio più lampante fu la straordinaria discesa delle studentesse e delle ragazze sul campo di
battaglia.
Non c’è del resto da stupirsi
se i giovani rivoluzionari italiani di allora furono influenzati da
quanto stava avvenendo in Cina.
La lotta di classe in Italia (e non
solo) è sempre stata legata da un
N. 20 - 19 maggio 2016
“Fuoco sul quartier generale!”. Agosto 1966. Manifesto realizzato dal Gruppo creativo di pittura collettiva della rivoluzione culturale
saldo filo rosso agli eventi della rivoluzione mondiale, un po’
come la Rivoluzione d’Ottobre
ispirò il biennio rosso e l’esempio socialista dell’URSS di Stalin orientò le lotte operaie del dopoguerra.
Il pensiero di Mao non è insomma estraneo alla storia della lotta di classe e dei movimenti
giovanili e studentesco in Italia e
non è affatto azzardato affermare
che contribuì in modo fondamentale a elevare la coscienza rivo-
luzionaria delle masse che presero parte al Sessantotto. Se non ci
fossero stati l’esempio di Mao e
della GRCP, probabilmente quella Grande Rivolta non avrebbe
raggiunto vette così alte.
Un’influenza che continua tut-
tora in quanto il pensiero e l’opera di Mao furono fondamentali
per la nascita del PMLI, avvenuta
il 9 Aprile 1977 dopo dieci anni
di preparazione, che comprendono la fondazione de “Il Bolscevico” il 15 dicembre 1969.
ricercando l’unità d’azione con
tutte le altre forze sociali e politiche anticapitaliste e antirenziane,
in particolare con la classe operaia è possibile mettere in campo
una potente opposizione sociale
nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli atenei e
nelle piazze per buttare giù Renzi
e cambiare veramente l’Italia.
L’immobilismo dei sindacati confederali e delle organizzazioni studentesche riformiste non
deve impedire ai giovani lavoratori e studenti di scavalcarli e
mettere comunque in campo le
proprie lotte, che possono essere utili anche per fare pressione
a favore dello sciopero generale di otto ore con manifestazione nazionale a Roma per cacciare Renzi.
Le ragazze e i ragazzi informati e consapevoli devono stare in prima fila nella lotta contro
la politica guerrafondaia e interventista di Renzi che sta seguendo le orme di Mussolini e opporsi con tutte le proprie forze nel
caso l’Italia intervenga in Libia
per spartirsela con gli imperialisti
americani, inglesi e francesi.
La più recente operazione per
riportare i giovani all’ovile del
capitalismo è costituita dalle imminenti elezioni amministrative
a Milano, Torino, Roma e Napoli e altri comuni, dove sono stati
messi in campo “nuovi” candidati (spesso giovani), partiti e raggruppamenti di “sinistra”, compreso il PC dell’arcimbroglione
Rizzo. Ma non sono degni di fiducia, perché aspirano a ingabbiare le lotte delle masse nelle
istituzioni del regime neofascista e capitalista, spargendo l’illusione che tramite esse sia possibile cambiare il sistema e che
non serva la lotta. Un’illusione
che dovrebbe essere morta col
fallimento delle amministrazioni
“arancioni” di Pisapia e De Magistris. Si mascherano di nuovo
ma puzzano di vecchio. Noi invitiamo i giovani a respingere l’ennesima operazione elettoralistica
con l’astensionismo e battersi invece per dare vita alle istituzioni
rappresentative delle masse fautrici del socialismo, le Assemblee
popolari e i Comitati popolari,
composte anche dalle ragazze
e dai ragazzi dai 14 anni, basate sulla democrazia diretta e sulla revocabilità dei membri, come
contraltare dei governi ufficiali
locali e per strappare loro il massimo possibile dei benefici per le
masse, specie per quanto riguarda il lavoro, la casa, la scuola, i
servizi sociali, le tasse e così via.
Al referendum di Ottobre invece
seppelliamo la controriforma del
Senato sotto una valanga di No.
Mao amava incoraggiare i
giovani dicendo loro che: “Il
mondo è vostro come è nostro,
ma in ultima analisi è vostro.
Voi giovani, pieni di vigore e vitalità, siete nel fiore della vita,
come il sole alle otto o alle nove
del mattino. Le nostre speranze
sono riposte in voi... Il mondo
vi appartiene”. Allora lottiamo
per conquistarlo strappandolo al
capitalismo!
Giovani, prendete esempio
dalle Guardie rosse e osate attaccare il capitalismo per cambiare
l’Italia!
Spazziamo via il governo del
nuovo duce Renzi!
Lottiamo per conquistare l’Italia unita, rossa e socialista!
Con Mao per sempre contro il
capitalismo per il socialismo!
Con i Maestri e il PMLI vinceremo!
La Commissione giovani
del CC del PMLI
16 maggio 2016
Fare come le Guardie rosse
I giovani hanno il diritto di
vivere la loro gioventù, il diritto
allo studio, il diritto al lavoro, il
diritto al futuro senza sfruttamento, oppressione, disoccupazione e
povertà. Com’è sotto gli occhi di
tutti, oggi questi diritti sono negati dal sistema economico vigente,
ossia il capitalismo, e possono essere conquistati solo con la lotta.
Perciò oggi più che mai è necessario ispirarsi allo spirito rivoluzionario e ribelle delle ragazze e
dei ragazzi Guardie rosse, seguire il loro esempio e raccogliere i
loro ideali. Il loro esempio, benché siano passati cinquant’anni, è
ancora attuale e utile.
Fare come le Guardie rosse significa innanzitutto combattere il
capitalismo e l’imperialismo, che
negano ai giovani le loro aspirazioni di cambiamento, ma anche
il riformismo, il revisionismo, il
parlamentarismo, il legalitarismo
e il pacifismo perché ne frenano
e ingabbiano le lotte; combattere
la cultura e l’istruzione borghesi
che veicolano la concezione capitalista del mondo e promuovono la concorrenza, l’edonismo, il
disimpegno, il razzismo e l’omofobia; quindi lottare per il socialismo, l’unica alternativa reale e
vincente al sistema capitalista.
Significa armarsi del marxismoleninismo-pensiero di Mao e dare
la propria forza al Partito del proletariato, mettere al primo posto
gli interessi della rivoluzione, del
proletariato e del socialismo e
non gli interessi personali ed essere risoluti nella lotta di classe.
Non si può cambiare senza abbattere il capitalismo e il governo Renzi che ne fa gli interessi.
Un governo che giura e spergiura
sui giovani e li prende a pretesto
per tutto quello che fa, ma in realtà li tradisce continuamente con
i suoi provvedimenti. Basti vede-
re il “Jobs Act”, una manna per
i padroni ma una condanna per i
giovani, condannati al precariato
perenne, licenziabili a piacimento e privati delle tutele e dei diritti conquistati a duro prezzo dalle
loro madri, dai loro padri e nonni.
Ciò comunque non ha eliminato
la disoccupazione giovanile, che
resta oltre il 38%, ma nemmeno
il ricorso a forme di precariato
ancora peggiori, come i voucher,
mentre il governo foraggia addirittura il ricorso al lavoro giovanile gratuito come “volontariato”, sul modello Expo. Questa è
la palude del lavoro precario nel
quale i giovani dovrebbero tuffarsi al più presto e accontentarsi, senza badare troppo alla loro
formazione, secondo il ministro
Poletti.
Ma anche l’istruzione pubblica è sotto attacco: con la legge 107 la scuola è stata trasformata in una fondazione privata
in pasto al mercato, con gli studenti privati di ogni diritto di rappresentanza e protesta e ridotti a
manodopera gratuita con la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”. Per noi va eliminata totalmente perché va solo a vantaggio
dei padroni, senza alcuna effettiva utilità formativa per gli studenti, nell’immediato chiediamo
che i tirocinanti ricevano un salario pari alle mansioni che effettivamente svolgono.
Questa situazione ormai intollerabile dimostra che “è giusto
ribellarsi contro i reazionari”!
Proprio come stanno facendo gli
operai di tutta Italia che, nei mesi
scorsi, hanno scioperato contro la
svendita del petrolchimico Eni,
hanno occupato l’Ilva e il Comune di Genova, hanno bloccato il
Consiglio regionale di Cagliari; o come fanno le masse in lotta che sfidano i manganelli delle
Durante la rivolta del Sessantotto gli studenti sfilano a Milano innalzando il ritratto di Mao insieme a Lenin e Stalin
“forze dell’ordine” per contestare
il nuovo duce Renzi, fino a dare
vita a battaglie di piazza come a
Napoli il 6 aprile scorso.
Come diceva Mao e come facevano le Guardie rosse, bisogna
“osare pensare, osare parlare,
osare agire, osare attaccare e
osare fare la rivoluzione”. Solo
con la lotta i giovani possono ot-
tenere l’abolizione del precariato
e il lavoro stabile, a tempo pieno,
a salario intero e sindacalmente tutelato per tutti. Solo con un
grande movimento studentesco
unitario, fondato sulla democrazia diretta, si possono conquistare la scuola e l’università pubbliche, gratuite e governate dalle
studentesse e dagli studenti. Solo
interni / il bolscevico 5
N. 20 - 19 maggio 2016
Il chiacchierato Toschi alla Guardia di Finanza
Uomini di fiducia di Renzi ai vertici
delle istituzioni
Gabrielli alla polizia, Girardelli alla Marina militare, Parente all’Aisi, Pansa al Dis,
Masiello consigliere militare del nuovo duce
Il 29 aprile il nuovo duce Renzi ha annunciato un’altra infornata
di nomine ai piani alti dell’apparato di comando, inserendo personaggi di sua fiducia ai vertici della polizia, dei servizi di sicurezza,
delle forze armate e della guardia
di finanza.
A dirigere il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza
(Dis), l’organismo presso la presidenza del Consiglio che coordina
i servizi segreti civili e militari, è
stato nominato l’attuale capo della
polizia, Alessandro Pansa. Al suo
posto è stato nominato il prefetto Franco Gabrielli, già capo della protezione civile, mentre a dirigere l’Aisi, i servizi segreti interni
sarà un generale dei carabinieri,
Mario Parente, già vicedirettore dell’intelligence civile e precedentemente capo del Ros. Il nuovo
capo di Stato Maggiore della Marina militare è l’ammiraglio Walter
Girardelli, che sostituisce l’ammiraglio De Giorgi inquisito nell’inchiesta di Potenza sullo scandalo
dei petroli, e il generale Giorgio
Toschi sarà il nuovo comandante della Guardia di finanza, al posto del generale Saverio Capolupo
che se ne va in pensione; mentre
il generale dell’esercito Carmine
Masiello, esperto di intelligence e
di forze speciali, è stato nominato
consigliere militare di Renzi.
Queste nomine sono destinate a scadere tra due anni, con la
fine della legislatura, perché, ha
spiegato lo stesso Renzi, “chi viene dopo di noi deve avere la possibilità di fare nomine. Ci siamo
dati come regola di non dare delle proroghe”. Sarebbe il cosiddetto spoil system all’americana, per
cui il nuovo governo cambia tutti i vertici dell’apparato di potere
nominati dal vecchio governo. Ma
questo presuppone che ci sia davanti un mandato intero, mentre
siamo già a più di metà legislatura. Che bisogno c’era, allora, di rivoluzionare i vertici, quantomeno
della sicurezza e della guardia di
finanza, per un periodo di tempo
così breve?
Per capirlo bisogna tornare indietro di oltre un mese, al tentativo
di Renzi di nominare il suo amico e sostenitore Marco Carrai, a
capo della sicurezza informatica
dei servizi segreti. Tentativo rinviato per l’opposizione di Mattarella, che non giudicava opportuno affidare un settore così delicato
nelle mani di un amico personale
del premier, già molto chiacchierato per le sue relazioni con servizi segreti stranieri (Cia e Mossad
per la precisione), e per di più in
palese conflitto di interessi, essendo titolare di un’azienda operante
nello stesso settore. Nel frattempo è esploso lo scandalo Tempa
Rossa, in cui il governo e lo stesso
Renzi in prima persona sono apparsi coinvolti fino al collo, e le
cronache quotidiane hanno registrato una raffica di arresti di dirigenti e amministratori del PD,
per la maggior parte renziani, con
le scomposte reazioni da parte di
questo partito e del nuovo duce a
cui abbiamo assistito contro i magistrati inquirenti e il presidente
dell’Associazione nazionale magistrati, Davigo.
Due posizioni chiave
per stoppare
le inchieste
Il nuovo duce aveva quindi un
bisogno impellente di blindarsi ulteriormente a Palazzo Chigi per
resistere ad altri eventuali inchieste in arrivo, e a quale migliore
strategia ricorrere, a questo scopo, se non mettere uomini di sua
completa fiducia in posti chiave
come i servizi di sicurezza e la
guardia di finanza, per conoscere
in anticipo, tenere sotto controllo
ed ostacolare l’operato della magistratura? Il generale Toschi, infatti, è un fedelissimo del generale Michele Adinolfi, già indagato
nell’inchiesta sulla P4 e amico di
Renzi fino da quando comandava
la Gdf di Toscana e Romagna al
tempo in cui il nuovo duce presiedeva prima la giunta provinciale e
poi guidava il Comune di Firenze.
Un’amicizia molto stretta, al punto che in una famosa intercettazione di una telefonata tra i due del
10 gennaio 2014, disposta in ordine all’inchiesta sulla cooperativa
Concordia, il leader del PD e futuro presidente del Consiglio, oltre a metterlo al corrente delle trattative con Berlusconi per arrivare
a stringere il patto del Nazareno,
confidava al generale Adinolfi di
star lavorando per sostituire Enrico Letta perché era un “incapace”,
cosa che sarebbe poi avvenuta di
lì a poco col golpe di palazzo che
portò Renzi a Palazzo Chigi con la
complicità di Napolitano.
Senza contare i legami strettissimi tra Adinolfi e il sottosegretario con delega ai servizi segreti, Luca Lotti (altra eminenza
grigia, insieme a Carrai, artefice
della irresistibile ascesa politica
di Renzi), al punto che in altre intercettazioni sono documentate le
richieste del generale a Lotti per
ostacolare la nomina a comandante generale dell’arma di Capolupo,
carica a cui Adinolfi aspirava, con
tanto di invito del Lotti a venire a
parlarne a quattr’occhi nella sede
del Nazareno, ma passando da una
porta secondaria per non incontrare i giornalisti. L’operazione poi
non andò a buon fine, con grande ira di Adinolfi espressa a Lotti; fallimento che poi, in un’altra
intercettazione alla taverna Flavia
di Roma, insieme ad un altro renziano doc, Dario Nardella, e altri
personaggi, il generale attribuiva
a Napolitano, perché “tenuto per
le palle” da Capolupo per via dei
maneggi illeciti del figlio Giulio.
Quando Adinolfi
e Toschi vegliavano
sul “rottamatore”
Quando Toschi comandava il
nucleo tributario della Gdf a Firenze, fu lui a fare da scudo a Renzi nell’inchiesta per un danno erariale di 20 milioni di euro avviata
dalla Corte dei conti sulle spese
disinvolte dell’allora presidente
della Provincia, su ci guarda caso
l’indagine della Finanza non approdò a nulla. E lo stesso accadde per l’inchiesta sugli scontrini
facili quando Renzi era a Palazzo Vecchio, anzi in questo caso la
Gdf non ha mai avviato le indagini. Per non parlare della storia dei
contributi figurativi di Renzi, ricevuti per dieci anni con l’espediente di farsi assumere nell’azienda di famiglia immediatamente
prima della sua candidatura alla
Provincia: anche qui nessun rilievo da procura e Gdf, mentre l’ex
ministra del governo Letta, Josefa
Idem, per dieci mesi di contributi
figurativi è stata rinviata a giudizio per truffa a Ravenna, su indagine della stessa Finanza agli ordini di Adinolfi e Toschi.
Inoltre, nella lista delle nuove
nomine che un paio di giorni prima di farla approvare velocemente dal Consiglio dei ministri aveva
presentato a Mattarella in una cena
a due, Renzi aveva inserito di nuovo anche Carrai come capo della cybersicurezza di Palazzo Chigi, affidandogli la gestione di tutte
le banche dati dello Stato, ciò che
insieme a Toschi a capo della Gdf
doveva garantirgli che niente potesse accadere nel Paese senza che
lui ne fosse preventivamente informato. Due nomi, però, su cui il
capo dello Stato nutriva forti perplessità, perché oltre a quelle che
l’avevano già portato a stoppare la
nomina di Carrai lo scorso marzo,
altre ve n’erano sul nome di Toschi, e non soltanto perché considerato risaputamente troppo vicino al premier, ma anche perché
un suo fratello, Andrea Toschi, ex
presidente di Banca Arner, fu arrestato nel 2014 nell’inchiesta Sopaf per la presunta appropriazione
indebita di 79 milioni sottratti alle
casse di previdenza di ragionieri,
medici e giornalisti.
Aggiustamento
di facciata su Carrai
Alla fine Mattarella ha dovuto accettare il generale Toschi, sul
quale Renzi ha puntato i piedi perché assolutamente essenziale per
parargli il culo dalle inchieste della magistratura, che di solito si basano proprio sulle indagini della
Gdf, ma in cambio ha dovuto accettare un nuovo, anche se breve rinvio della nomina di Carrai,
perché Mattarella non voleva dare
alla sua nomina un rilievo istituzionale insediandolo contemporaneamente a vertici di apparati dello Stato. Inoltre Renzi ha dovuto
rassicurarlo che il suo ruolo a Palazzo Chigi non sarà di capo della
cybersicurezza, come era stato annunciato, ma di “consigliere” del
premier su questa materia. Anche
la scadenza prefissata di due anni
per le nuove nomine sarebbe stata
richiesta da Mattarella, per non irritare troppo le opposizioni parlamentari.
Non che Renzi però abbia rinunciato affatto a far entrare Carrai
nella stanza dei bottoni dei servizi
segreti, tutt’altro. Ha solo dovuto
accettare da Mattarella un aggiustamento di facciata, in modo che
l’operazione sia più graduale e appaia meno scandalosa, travestendo
il suo amicone da “consigliere” in
attesa di trovare le vie più discrete per inserirlo nel ruolo già stabilito di capo dello spionaggio informatico di Palazzo Chigi: “Ho
chiesto a Marco Carrai di venire a
darmi una mano nel settore dei big
data. Spero che non abbia cambiato idea, io no”, ha detto infatti il
nuovo duce ai giornalisti bacchettandoli per aver irritato il suo amico raccontando i suoi tanti legami
e frequentazioni con troppo “sfoggio di fantasia”.
Carrai è troppo importante per
Renzi, e non vuole assolutamente rinunciare a portarselo a Palazzo Chigi, non solo per usare al
suo servizio l’azienda di spionaggio informatico con sedi in Italia e
Israele di cui il suo amico fraterno
è socio di maggioranza, ma anche
perché essa è una delle principali casseforti che insieme alle varie
fondazioni create dal suo “giglio
magico” finanziano la sua ascesa politica, facendone parte come
soci del Carrai grandi imprenditori delle infrastrutture pubbliche, consiglieri di Finmeccanica,
capi di importanti gruppi bancari,
ex agenti dei servizi segreti sionisti oggi dirigenti di aziende hitech
israeliane, uomini legati ai colossi del tabacco. Oltre al solito fedelissimo renziano Davide Serra,
finanziere trapiantato a Londra e
creatore del fondo Algebris, e persino un commercialista accusato
di riciclaggio.
Tramite i pennivendoli Bernardo Valli e Gabriele Battaglia
“Il venerdì di Repubblica”, avanguardia anticomunista,
vomita veleno contro la rivoluzione culturale proletaria
L’imminente 50° Anniversario
della Rivoluzione culturale proletaria cinese, che cade il 16 maggio, è stato colto al volo da “Il
Venerdì di Repubblica”, non certo animato dal desiderio di fare
chiarezza in modo imparziale,
bensì per attaccarla, demonizzarla e coprirla di falsità, veicolando
una versione dei fatti che fa comodo alla borghesia e agli sfruttatori di ieri e di oggi.
Sul numero del 6 maggio ha
pubblicato una “testimonianza”,
raccolta da Gabriele Battaglia, di
un ex guardia rossa, per presentare la Rivoluzione culturale come
un periodo durante il quale tutti
vivevano nel terrore e potevano
essere attaccati e deportati senza motivo. Non è certo la storia
di un’autentica Guardia rossa im-
pegnata a fare la rivoluzione, ma,
come ammette il diretto interessato, di un giovane annoiato che
approfittava della situazione per
darsi al divertimento e a distruzioni insensate, come facevano
gli “ultrasinistri”, i rampolli dei
quadri revisionisti di destra e gli
eredi dei proprietari terrieri rovesciati per creare scompiglio e far
affondare la Rivoluzione culturale
nella palude del fazionismo e delle lotte personali. Questa tendenza erronea fu duramente criticata da Mao e dai marxisti-leninisti
nel Partito comunista cinese e sostanzialmente corretta fra il 1967
e il 1968, ma l’autore dell’articolo si guarda bene dal precisarlo.
Il picco delle falsità è raggiunto però dal secondo articolo, a firma dell’anticomuni-
sta Bernando Valli, arruolatosi
in gioventù per cinque anni nella Legione straniera francese.
Quest’ultimo, addirittura pasticciando la cronologia della Rivoluzione culturale, prende alcuni
eccessi avvenuti allora (inevitabili in un movimento così complesso e senza precedenti nella
storia) e li presenta come la linea
ufficiale di Mao, quando in realtà
quest’ultimo non mancò di criticarli. Distorcendo ulteriormente
i fatti, Valli descrive la Rivoluzione culturale come “un’autentica
manovra di potere, che fece milioni di morti” e “l’estrema iniziativa per contenere e annientare l’opposizione provocata dal
clamoroso fallimento del Grande
Balzo”.
Al di là dei numeri decisamen-
te pompati e fantasiosi sulle vittime, vedere la Rivoluzione culturale proletaria come una lotta di
potere significa ignorare completamente che invece si trattò di una
grande mobilitazione di massa in
difesa del socialismo contro i dirigenti revisionisti, che spesso venivano costretti a misurarsi a viso
aperto con assemblee di migliaia
di persone; una mobilitazione durante la quale le masse sprigionarono creatività, entusiasmo e
iniziativa, appropriandosi in via
diretta della concezione proletaria del mondo. Del resto, confessa Valli, ammetterlo significherebbe presentare la Rivoluzione
culturale come “qualcosa di simile a una democrazia diretta, reale o spontanea”. Ma l’obiettivo
dell’operazione non è certo rista-
bilire la verità storica e ciò è ancora più meschino se si pensa che
l’autore ha conosciuto e visitato
la Cina di Mao.
Non una parola sulle ragioni reali che portarono alla Rivoluzione culturale che, nelle parole del suo ideatore e principale
artefice Mao, “tocca l’uomo in
quanto ha di più profondo e
tende a risolvere il problema
della sua concezione del mondo”. Non una parola, dicevamo,
sulla grande mobilitazione popolare per strappare ai revisionisti il
potere che avevano usurpato. Non
una parola sulle grandi invenzioni politiche di quegli anni, come i
gruppi teorici e di critica operai
e contadini, la riforma dell’istruzione con l’abolizione degli esami
d’accesso alle università, le uni-
versità operaie, i “medici scalzi”,
giusto per citarne alcune. Non
una parola nemmeno sul fatto che
la Rivoluzione culturale per dieci anni tenne alla larga dal potere quei revisionisti che, diretti da
Deng Xiaoping, hanno poi restaurato il capitalismo in Cina e gettato milioni di giovani cinesi nello
sfruttamento spietato.
Insomma, siamo davanti a
un’operazione mediatica strumentale che ha chiaramente
l’obiettivo di dipingere il socialismo in generale e la Rivoluzione culturale cinese in particolare
come orrori da non ripetere, presentando il capitalismo come assoluto e vincente, magari insieme ai suoi fautori di casa nostra
come Renzi.
6 il bolscevico / interni
N. 20 - 19 maggio 2016
Alla manifestazione nazionale del 7 maggio
In 50mila a Roma gridano
“Stop TTIP”
Anche i sindacati CGIL, FIOM, USB e Cobas in piazza.
Il PMLI invita a combattere l’imperialismo e a cacciare Renzi
È stata una “splendida giornata”, nelle parole degli organizzatori
della campagna “Stop TTIP Italia”, la manifestazione che sabato
7 maggio ha riempito le strade di
Roma contro il TTIP, ossia il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti per il quale sono in corso le trattative fra gli
Stati Uniti e l’Unione europea.
Il numero dei manifestanti si
aggira fra i 50 e i 40mila, già di per
sé un grande successo, tanto più
se si tiene presente l’oscuramento
mediatico operato dal governo e
dai mass media ad esso asserviti.
Oscuramento cui aveva fatto seguito, proprio il giorno prima della
manifestazione, la solita campagna di terrorismo sui “rischi” di
scontri e violenze per convincere
le persone a starsene a casa.
Il TTIP, lo ricordiamo, cancella
le restrizioni al mercato soprattutto
agro-alimentare e costituisce un
enorme regalo ai grandi industriali,
monopolisti, lobbisti e multinazionali europei, soprattutto d’oltreoceano, che avrebbero mano libera
nella conquista di mercati appetitosi. Con conseguente danno non
soltanto dei piccoli produttori e imprenditori già strozzati dalla crisi,
ma soprattutto dei lavoratori, perché l’eliminazione delle cosiddette
“barriere non tariffarie” - prevista
dall’accordo – significa cancellare
quei pochi diritti sul lavoro e norme
di sicurezza alimentare e di tutela
ambientale che ancora esistono.
Ne conseguirebbero non soltanto
maggiore disoccupazione e più
possibilità di sfruttamento del lavoro, ma anche gravi rischi per la
salute delle persone con l’ingresso
a basso costo sul mercato europeo
di prodotti provenienti dagli Usa
che non rispettano certi standard
di sicurezza ora previsti, a vantaggio per esempio dell’agro-chimica
americana che fa largo uso di
ogm, gli organismi geneticamente
modificati.
Migliaia di manifestanti giunti
da ogni parte d’Italia, fra cui molte
famiglie con bambini, hanno marciato nella capitale da piazza della
Repubblica a piazza S. Giovanni,
dietro un mare di bandiere e cartelli “Stop TTIP” e lo striscione “Persone prima dei profitti”; anche se
sarebbe più corretto affermare che
lo scontro è fra i diritti e sicurezza
dei lavoratori e dell’ambiente, da
una parte, e il profitto capitalistico,
dall’altra.
La Cgil, sia a livello confederale che tramite la Flai, e la Fiom
erano presenti al massimo livello coi rispettivi segretari generali
Camusso e Landini, quest’ultimo
ha dichiarato che “c’è in ballo la
democrazia, i diritti e il lavoro”. In
prima fila anche Legambiente e
Greenpeace, entrambe in testa alla
lotta contro il TTIP; l’esponente di
Greenpeace, Federica Ferrario,
ha quasi echeggiato le parole di
Landini dicendo che “il TTIP è una
minaccia contro la democrazia, i
diritti della salute e dei lavoratori”.
C’erano poi, fra gli altri, Usb, Co-
bas, Coldiretti, Attac, mamme No
Ogm. Presente anche il PMLI aderente ufficialmente alla campagna
“Stop TTIP Italia”, e che ha invitato
a combattere l’imperialismo e a
cacciare il nuovo duce Renzi. Vale
la pena notare che il Movimento 5
stelle, che si era presentato solo
per chiedere “elezioni subito”, è
stato costretto a stare alla coda
del corteo.
“Avete toccato il fondo” era
uno degli slogan sentiti più di frequente nel corteo, dove spuntavano anche cartelli e striscioni antigovernativi come: “Governo servo
delle multinazionali”. I manifestanti
hanno denunciato anche la segretezza con cui vengono condotti
i negoziati, e all’“l’ombra nella
quale, come vampiri, si muovono
le oligarchie europee e Usa”, nelle
parole del comboniano Alex Zanotelli, fra i promotori della giornata.
Nel goffo tentativo di indorare
la pillola, recentemente la Commissione europea ha presentato
una lista di 200 prodotti di origine
protetta da tutelare, ma le organizzazioni ambientaliste denunciano
che il mercato dei Dop e Doc è
costituito da piccoli produttori che
non potrebbero resistere alla concorrenza di prodotti americani a
minor costo. Sulla stessa falsariga
il ministro delle Politiche agricole,
Maurizio Martina, che ha garantito
che non ci sarà alcun abbassamento delle tutele, belle parole che
però non trovano nessun riscontro
nei fatti.
Riuscitissimo il primo sciopero intersettoriale
I lavoratori del terziario in piazza
per il rinnovo del contratto
Per un milione e mezzo di lavoratrici e lavoratori è scaduto da oltre
tre anni, e per il comparto termale da sei
Con la parola d’ordine “#fuoriservizio contro chi pensa di toglierci diritti e salario” il 6 maggio scorso decine di piazze italiane sono
state invase da baristi, camerieri,
cuochi, operatori del comparto pulizia e sanificazione, attività ausiliarie e facility management, addetti
mense, receptionist, impiegati di
agenzie di viaggio, lavoratori dei
fast food, operatori del comparto
termale, lavoratori delle farmacie
private. Un milione e mezzo di lavoratrici e lavoratori che da oltre
tre anni sono in attesa del contratto nazionale di lavoro, e in alcuni
casi, come per il comparto termale, anche da sei.
È la prima volta che le categorie
Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs
Uil e Uiltrasporti proclamano uno
sciopero intersettoriale che mette
insieme tanti addetti, accomunati dalle posizioni di chiusura delle
associazioni padronali, come Confesercenti, Confcommercio, Confindustria-Federturismo, Federdistribuzione, Federfarma, Confapi,
Legacoop, Servizi Confcooperative, ecc., che impediscono il rinnovo dei contratti.
Vasta ovunque l’adesione allo
sciopero. E riuscitissime le iniziative di lotta.
Le manifestazioni sono state
molte, articolate su tutto il territorio italiano. In Toscana, in più di 5
mila, arrivati con bus da tutta la
regione, si sono presentati all’iniziativa regionale svoltasi in piazza
San Lorenzo a Firenze.
Scioperi regionali anche nelle
Marche, con presidio ad Ancona;
in Abruzzo, con presidio davanti
alla Prefettura di Pescara; in Cam-
pania con appuntamento alla prefettura di Napoli, in Puglia, davanti
alla Confindustria di Bari; in Calabria a Lamezia Terme e un unico
presidio di Trentino e Sud Tirolo. In
Sardegna, è stata organizzata una
conferenza stampa a Cagliari e
presidi in tutte le province davanti
ai posti di lavoro. Iniziative territoriali in Friuli Venezia Giulia, Liguria,
Piemonte, Molise, Sicilia. A Milano
a guidare il corteo che li ha portati
sotto la sede della Regione Lombardia c’erano i farmacisti con il
camice bianco, dietro gli operatori delle pulizie con le scope, e poi
arrivavano quelli delle mense con
tanti piatti di plastica che sono stati lanciati simbolicamente contro la
sede del potere lombardo “Vuoti,
come le nostre buste paga, visto
che le imprese non rinnovano il
contratto ormai da tre anni”.
I padroni infatti non solo mettono pochi euro sul piatto, ma
vogliono gettare sulle spalle dei lavoratori un fardello insopportabile.
“Chiedono innanzitutto un arretramento sugli appalti, diffusissimi nel
settore – spiega Giorgio Ortolani,
segretario Filcams Lombardia –
Vorrebbero poter riazzerare a ogni
cambio il contatore dell’anzianità,
gli orari, i livelli. Quella di conservare le vecchie condizioni di lavoro è una delle garanzie chiave per
lavoratori già molto esposti, e se
viene meno anche questa, la loro
condizione sarà insostenibile”. E
infatti per molti di loro gli stipendi
sono già da fame: se si considera
ad esempio il caso dei lavoratori
delle mense o delle pulizie (dovremmo dire meglio, le lavoratrici,
visto che la gran parte degli addetti
sono donne) spesso non superano
i 500-600 euro al mese, al costo di
orari spezzati, peripezie e spostamenti di chilometri per poter coprire diversi appalti.
A parte la questione degli appalti, fondamentali ad esempio
nelle pulizie, ma anche negli alberghi e nelle mense, più in generale
il padronato pretende tagli nella
malattia, negli scatti di anzianità,
o nei rol, i permessi individuali: richiesta tipica di multinazionali del
fast food come McDonald’s e Autogrill. E intanto dilagano i tirocini
e i voucher, dopo gli anni in cui il
precariato si era già ben dispiegato con i contratti a termine e gli
impieghi interinali.
Filcams Cgil, Fisascat Cisl e
Uiltucs chiedono anche una “responsabilizzazione della committenza pubblica, perché vigili sugli
appalti – spiega ancora il segretario Filcams lombardo – Che si
rispettino i contratti e che i lavoratori abbiano tutte le tutele: quello
che riscontriamo, al contrario, è
che una volta assegnata la commessa, il committente se ne disinteressa del tutto”.
Lavoro questo che non sarà
certo facilitato dal recente “colpo
di mano” del governo Renzi sugli
appalti: dopo un accordo con i
sindacati sulla questione dei subappalti e sull’obbligatorietà della clausola sociale, il governo ha
improvvisamente cambiato (in
peggio) il testo della nuova legge
al momento della pubblicazione in
Gazzetta ufficiale. L’ennesimo colpo di mano di Renzi contro i lavoratori e i loro diritti.
Roma, 7 maggio 2016. Il cartello e la bandiera del PMLI alla manifestazione contro il TTIP
Il successo della manifestazione del 7 maggio dà nuovo slancio
alla campagna contro il TTIP e
sono previste ulteriori mobilitazioni, anche in concomitanza con le
analoghe iniziative negli altri Paesi
europei. Per portare a compimento
questa importante battaglia, però,
bisognerebbe che l’Italia uscisse
dall’Ue, che si è dimostrata per
l’ennesima volta nient’altro che
un’alleanza imperialista al servizio
dei monopoli e delle multinazionali sulle spalle dei popoli che la
compongono, dei diritti dei lavoratori, della sicurezza alimentare
e dell’ambiente. Un buon inizio
sarebbe cacciare il governo del
nuovo duce Renzi che, a sua volta,
cura gli interessi non delle masse
lavoratrici, ma del padronato, delle
multinazionali e del mercato capitalistico senza freni o restrizioni e
non si oppone al TTIP. Per questo
è urgente costruire una grande opposizione sociale e di massa che si
batta con questi obiettivi.
Il PMLI tra le masse
in lotta NO TTIP
Molto interesse tra i manifestanti. Fotografatissimo il cartellone
antimperialista. Apprezzati i canti e gli slogan contro il governo Renzi
‡‡Dal corrispondente
della Cellula “Rivoluzione
d’Ottobre” di Roma
Nel pomeriggio del 7 maggio,
un lungo corteo di circa 50 mila
manifestanti NO TTIP è partito
da piazza della Repubblica per
raggiungere il palco e gli stand in
Piazza San Giovanni.
Ad aprire un nutrito spezzone
di attivisti GreenPeace seguiti dai
lavoratori di CGIL e FIOM, provenienti soprattutto dal Nord Italia.
Tra i partiti della “sinistra” borghese erano presenti Rifondazione
Comunista e il PC del candidato
sindaco, e nostalgico Petroselli,
Mustillo. Inoltre è da citare la presenza di un discreto numero di
manifestanti del Movimento 5 Stelle, che hanno portato lo striscione
“Elezioni Subito” totalmente avulso dal contesto politico e dalla
protesta e giustamente arginato
dialetticamente dai manifestanti.
Il PMLI era presente in piazza con
una piccola delegazione formata da
militanti di Roma e di Civitavecchia,
con i “corpetti”, la bandiera e il cartellone antimperialista “Fermiamo il
TTIP, manna per i grandi monopoli e
fonte di nuovi danni e sventure per
i popoli. Lottiamo contro l’imperialismo cacciamo il nuovo Mussolini
Renzi”.
Sin dal concentramento il PMLI
ha destato molto interesse tra i
manifestanti e il cartellone è risul-
tato forse il più azzeccato e sicuramente molto fotografato.
Per tutto il corteo, il PMLI ha sfilato accanto agli operai FIOM e ai
lavoratori agricoli della FLAI CGIL,
appena dietro la testa del corteo.
Sono stati intonati canti e scanditi slogan contro il governo, molto
apprezzati dagli altri manifestanti.
Il palco di San Giovanni era alla
fine di due file di stand per la raccolta delle firme contro il Trattato
TTIP e la sensibilizzazione ai prodotti agroalimentari da coltivazioni
sostenibili. Si sono alternati al microfono rappresentanti di varie associazioni partecipanti e dei gruppi
musicali, per terminare con gli interventi di Landini e Camusso.
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Tel. e fax
Aiutate il PMLI a propagandare
l’astensionismo contro il capitalismo
i suoi governi, istituzioni e partiti
per il socialismo
interni / il bolscevico 7
N. 20 - 19 maggio 2016
Renzi stringe un patto di maggioranza
col plurinquisito Verdini
La sinistra PD mugugna ma si adegua. Il leader di Ala: Siamo in paradiso
Come due amanti stufi di incontrarsi sempre di nascosto il partito
di Renzi e il gruppo Ala di Denis
Verdini hanno deciso di ufficializzare la loro relazione scandalosa,
in barba ai mugugni e alle proteste
della sinistra del PD. Non è ancora
l’ingresso ufficiale dell’ex braccio
destro di Berlusconi nella maggioranza, ma di fatto è come se lo
fosse, dato che i due gruppi parlamentari, dopo l’incontro ufficiale
del 29 aprile, hanno deciso di formare un coordinamento per discutere e concordare insieme i provvedimenti e le relative votazioni in
parlamento; nonché per accordarsi
sull’appoggio di Ala ai candidati
del PD a Roma, Napoli, Torino e
ovunque possibile e, naturalmente, anche alla campagna per il sì al
referendum di ottobre sulla controriforma costituzionale di Renzi e Boschi.
L’incontro, che formalmente era stato richiesto dai verdiniani per dare maggiore “dignità politica” al loro “appoggio esterno”
al governo, non più cioè ascari di
Renzi ma alleati quasi con pari dignità degli alfaniani, è avvenuto
nella sede del gruppo parlamentare del PD, alla presenza del vicepresidente del PD, Lorenzo Guerini, e dei capigruppo di Camera e
Senato, Ettore Rosato e Luigi Zanda. Per Ala erano presenti lo stesso Verdini e i rispettivi presidenti
di senatori e deputati, Lucio Barani e Ignazio Abrignani. Un incontro quindi di alto livello, a cui
si è voluto dare un ostentato rilievo, tanto che in un primo momento era corsa voce che si sarebbe
addirittura tenuto nella sede nazionale del PD del Nazareno. Forse fondata o forse diffusa solo a
scopo provocatorio nei confronti
della sinistra PD, che difatti è insorta allarmata e sbigottita. Fatto
sta che poi è stato deciso di tenere
l’incontro nelle stanze del gruppo
parlamentare, nell’ufficio di Rosato, mentre un inviato della sinistra
PD sorvegliava che non venisse
“profanata” l’aula intitolata a Enrico Berlinguer.
Alleati
per “completare
le riforme”
Naturalmente, interrogati al
termine dell’incontro, tutti i partecipanti hanno negato che si fosse stipulato un patto per l’ingresso di Ala nella maggioranza. Ma
il plurinquisito Verdini, incurante
dei cinque procedimenti giudiziari
in corso e della condanna in primo
grado per bancarotta fraudolenta,
ha potuto pavoneggiarsi tra i giornalisti come il vero artefice e trionfatore dell’incontro, dichiarando
col suo solito linguaggio sornione: “Non siamo in maggioranza,
l’opposizione dice che non siamo
all’opposizione... dove siamo allora? Siamo in Paradiso”. “Siamo
per il governo come il buon padre
di famiglia”, ha aggiunto raggiante Barani.
“Tra i gruppi di Ala e del PD ha poi spiegato Verdini - non c’era
ancora stato alcun incontro e visto che siamo nati per sostenere le
riforme era necessario che ci vedessimo. Occorreva parlarsi perché noi finora abbiamo votato i
provvedimenti che sono arrivati in Aula, ma ora vorremmo vederli prima. Abbiamo concordato
un metodo di confronto senza il
quale ci saremo trovati in difficoltà”. E alla domanda se con i suoi
parteciperà alle riunioni dei gruppi di maggioranza per esaminare
insieme le proposte di legge e gli
emendamenti, ha risposto senza
esitazione che “sì, questo è importante per la funzionalità del lavoro
alla Camera e al Senato, per completare il percorso delle riforme“.
L’artefice, insieme all’amicone Luca Lotti, del patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi, ha
confermato che si è parlato anche
della partecipazione di Ala alla
campagna per far vincere il sì al
referendum di ottobre, anche se
non è ancora stato formalizzato in
che modo: “Abbiamo parlato della formazione dei comitati per il sì
senza stabilire ancora nulla. Anche
gli amici del PD stanno pensando
a cosa fare. La nostra intenzione è
votare sì, è evidente visto che siamo nati per il sì”. Anche Rosato,
pur evitando di dare troppe spiegazioni, ha ammesso comunque
che sul referendum con Ala “ci
sarà un coordinamento, certo”.
Aggiungendo di aver concordato
“che sui provvedimenti importanti ci sia la consultazione anche del
gruppo di Ala”.
Oltre a questo i verdiniani sono
pronti ad affiancare il PD alle prossime elezioni comunali, appoggiando Giachetti a Roma, Fassino a Torino e la renziana Valente
a Napoli. Dove oltretutto possono mettere a disposizione di Renzi
l’influenza sul territorio dei cosen-
tiniani passati tra le loro file, come
Vincenzo D’Anna e Ciro Falanga,
a cui si è aggiunto di recente il senatore Antonio Milo, passato dal
gruppo di Fitto a quello di Verdini.
Con quest’ultimo acquisto, anzi,
che porta a 20 il numero di senatori
di Ala facendone la terza forza parlamentare in Senato dopo il PD di
Renzi e Area Popolare di Alfano,
i verdiniani sono ormai in grado
di sostituire quasi di peso la sinistra del PD, che a Palazzo Madama
conta al massimo su 24 senatori.
Un altro rospo
ingoiato
dalla sinistra PD
Un assaggio di quel che significa il patto di maggioranza Renzi-Verdini lo si è avuto pochi giorni dopo in commissione Giustizia
del Senato, riunitasi nella sede del
guardasigilli Orlando per approvare il testo base sulla riforma della prescrizione, alla quale ha partecipato anche il verdiniano Ciro
Falanga, seduto accanto al relatore Felice Casson. Poi se n’è andato prima della votazione, tra le
proteste dei Cinquestelle per l’intrusione, che hanno anche accusato Renzi di “riscrivere la giustizia
col condannato Verdini”. Eppure
l’intruso ha dichiarato a la Repubblica che “mi hanno invitato i colleghi del PD per mettermi a parte del testo base sulla prescrizione.
Che male c’è”? E ha fatto i nomi
di Zanda, Casson e Lumia.
Facile immaginare l’allarme e
lo sconcerto della minoranza dei
vari Bersani, Speranza e Cuperlo,
che con il vertice Guerini-Verdini hanno dovuto ingoiare un altro
rospo ammannito dal nuovo duce.
Ma come sempre hanno ingoiato
anche questo, pur mugugnando
e continuando a rimuginare propositi di rivincita, chissà come e
chissà quando: “Se Denis Verdini
entra nella maggioranza, è la fine
del Partito democratico. Semplicemente il PD non c’è più”, si è
lagnato Roberto Speranza con la
Repubblica, come se questo non
fosse già una realtà.
Quanto a Cuperlo non si è nemmeno scandalizzato troppo per il
vertice con il plurinquisito Verdini:
“Il gruppo dirigente del PD incontra chi vuole, noi abbiamo preso
atto da tempo che la maggioranza
che sostiene il governo comprende
anche quelle forze”, ha dichiarato
col suo solito aplomb. Ma se ciò
preludesse a un “accordo politico
più ampio”, ha cercato di sottilizzare l’ex anti-Renzi, “metterebbe
seriamente in discussione la natura stessa del PD, nato come colonna portante del centrosinistra”.
Sesto rinvio a giudizio dell’alleato di Renzi
Verdini sarà processato
per bancarotta aggravata
E sei! Denis Verdini, ex coordinatore di Forza Italia-PDL, padrino
del famigerato patto del Nazareno
e attuale sostenitore del governo
Renzi con il gruppo Ala (Alleanza liberalpopolare-Autonomie) ha
collezionato il sesto rinvio a giudizio in due anni e sarà alla sbarra
il 14 marzo 2017 per rispondere di
bancarotta aggravata.
Lo ha deciso il 18 aprile il
Giudice per l’udienza preliminare (Gup) del tribunale di Firenze
Dolores Limongi che ha ritenuto Verdini massimo responsabile del fallimento della Società Toscana di Edizioni (Ste) che editava
Il Giornale della Toscana, edizione fiorentina de “Il Giornale” della famiglia Berlusconi, dichiarata
fallita nel 2014.
A processo anche Massimo Parisi, deputato eletto nel PDL e poi
passato ad Ala già coordinatore regionale di Forza Italia in Toscana
e membro del cda Ste dal 1998 al
2008; il principe Girolamo Strozzi, in qualità di presidente della Ste
dal 1998 al 2012; Enrico Luca Biagiotti, membro del cda della Ste e
Pierluigi Picerno, amministratore
e poi liquidatore della società.
Secondo l’accusa, Verdini e Parisi in particolare si sono appropriati di
2,6 milioni degli oltre 120 milioni di
euro rapinati al popolo nel corso degli ultimi tre anni e elargiti dallo Stato come contributi all’editoria.
Secondo il Pubblico ministero (Pm) Luca Turco, mentre la Ste
era in stato di insolvenza, i cinque
imputati hanno compiuto atti di
distrazione di capitali dal suo patrimonio quando già era in grave
perdita. Per la Procura, tra le circostanze che hanno provocato il fallimento della Ste compare un’operazione da 2 milioni e 600mila
euro, somma che è finita nei conti
correnti di Verdini e di Parisi per
1,3 milioni ciascuno.
Il 17 marzo 2016 Verdini era
stato condannato a due anni, pena
sospesa, per concorso in corruzione nell’ambito dell’inchiesta
sugli scandalosi appalti per la costruzione della Scuola dei Marescialli di Firenze.
Verdini è sotto processo anche
per il crac di una ditta che avrebbe
dovuto ricevere 4 milioni di euro
del Credito cooperativo fiorentino. Gli altri tre dibattimenti riguardano la bancarotta dello stesso Credito cooperativo fiorentino,
il cosiddetto “affare P3“ e la plusvalenza nella vendita di un appartamento a Roma.
È il braccio destro di Guerini
A una settimana esatta dalla
raffica di arresti e avvisi di garanzia che ha investito il presidente
campano del PD Stefano Graziano, accusato di concorso esterno
in associazione mafiosa, il 3 maggio è finito in galera il sindaco di
Lodi, Simone Uggetti, braccio
destro del vicesegretario del PD
Guerini con l’accusa di turbativa
d’asta.
Secondo gli inquirenti della
procura di Lodi, Uggetti ha aggiustato una gara d’appalto per
la gestione delle piscine comunali
per favorire una società “amica”,
la Sporting Lodi.
Per la stessa inchiesta è finito
agli arresti anche il rappresentante legale della Sporting di Lodi,
Cristiano Marini.
Il sindaco di Lodi è una vecchissima conoscenza di Guerini.
A vent’anni era un esponente di
spicco della “sinistra” giovanile
lodigiana. Tra l’altro è stato per
dieci anni consigliere comunale
(capogruppo dei Ds) e poi assessore all’Ambiente, Urbanistica,
Mobilità Sostenibile e Attività Produttive durante i due mandati di
Guerini sindaco (2006-2013). Ex
bersaniano, ha fatto il suo ingresso nel “giglio magico” renziano
tre anni fa quando il nuovo duce
è salito fino al capoluogo lombardo per sostenere la sua candida-
Arrestato il sindaco PD di Lodi
Uggetti è accusato di turbativa di asta
tura a sindaco quando Guerini è
diventato parlamentare.
“Pur davanti alla consapevolezza di realizzare degli illeciti - ha
commentato il Gip di Lodi Isabella
Ciriaco - gli indagati manifestano
apertamente il fastidio derivante
da chi denuncia a gran voce le
loro condotte nefaste e contrarie
alla legge e al primario interesse
pubblico”. Il motivo per cui la
procura ha richiesto e il Tribunale
ha riconosciuto la custodia cautelare in carcere per entrambi gli
indagati è duplice. C’è il rischio
di reiterazione dei reati, sia per
il sindaco che per l’avvocato,
ma soprattutto il pericolo di inquinamento probatorio. “L’inquinamento probatorio è stato già
verificato nel corso delle indagini
- hanno spiegato i Pubblici ministeri (Pm) di Lodi, Laura Siano e
Sara Mantovani, durante la conferenza stampa - non ultima ma
rilevante tra le condotte accertate
c’era la formattazione di alcuni
computer in uso agli indagati e
allo stesso Comune”.
L’inchiesta è partita nel marzo
scorso in seguito alla denuncia
della funzionaria comunale che
stava predisponendo il bando.
Il sindaco, a suo dire, più volte
avrebbe interferito per far vincere la società rappresentata da
Marini (le due piscine all’aperto,
aggiudicate in gestione per 7mila e 500 euro, nel periodo estivo
registrano 100 mila euro di utile).
Secondo il gip di Lodi, Isabella
Il nuovo duce Matteo Renzi interviene in un comizio a sostegno della
candidatura di Simone Uggetti a sindaco di Lodi
Ciriaco, i due hanno “alterato il
libero svolgimento della gara”. La
turbativa si è realizzata “attraverso il confezionamento del bando
con l’espresso riconoscimento di
punteggi che potessero in concreto favorire la Sporting Lodi e
garantirle il buon esito dell’appalto”.
Per quanto riguarda Uggetti,
prosegue il Gip, si tratta di “un
soggetto autoritario che riesce a
imporsi sui soggetti intorno a lui”
ed è in grado “di subordinare e
intimidire i testimoni”. Non solo:
egli “Ha tradito l’alta funzione e
l’incarico attribuitogli dai cittadini
gestendo la cosa pubblica in maniera arbitraria e prepotente” e “Il
ruolo pubblico gli ha consentito
di intessere rapporti privilegiati
con vertici politici e anche delle
forze dell’ordine”.
Per quanto riguarda la Sporting – hanno chiarito ancora i
Pm - si trattava di una società
di facciata che aveva dietro di
sé la Wasken Boys, società più
nota che i due indagati avrebbero preferito non comparisse nella
vicenda “in quanto più nota al
pubblico e quindi suscettibile di
attirare maggiori critiche e controlli”. Oltre a essere accusato di
“inquinamento di prove”, Uggetti
ha fissato un incontro con il colonnello Benassi, comandante
provinciale della Finanza: “finalizzato certamente a carpire - sono
le parole del Gip - informazioni
sulle indagini in corso”. Ma anche
con l’intento di “screditare il possibile concorrente escluso che
sapeva essere un suo possibile
denunciante”.
Alla fine il sindaco ottiene il
suo obiettivo. Col bando preconfenzionato per la Sporting Lodi,
partecipa alla gara solo un’altra
società. La base d’asta, di 5.000
euro, si alza di pochissimo, solo
fino a 7.500, per un appalto che
garantisce ricavi anni da circa
300 mila euro.
E mentre Guerini con faccia
tosta si arrampica sugli specchi per difendere il suo compare di partito definendo Uggetti
“persona corretta e limpida”, le
cronache giudiziarie invece confermano che, da Mafia capitale,
allo scandalo del petrolio, dal
voto di scambio in Campania,
Calabria e Sicilia, agli appalti
truccati, il governo Renzi e i vertici del PD sono dentro fino al
collo nel verminaio di mafiopoli
e tangentopoli.
8 il bolscevico / interni
N. 20 - 19 maggio 2016
Indagato il presidente del PD campano:
“Voti per favori ai boss casalesi”
Graziano, già consulente dei governi Letta e Renzi, è accusato di concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso
La bufera giudiziaria che ha
investito il PD di Renzi e alcuni
massimi esponenti del suo nero
governo nel corso degli ultimi
mesi non accenna a placarsi. Ormai si contano a decine fra ministri, sottosegretari, parlamentari,
amministratori locali e dirigenti di
partito arrestati o iscritti nel registro degli indagati dalle procure
di mezza Italia con accuse gravi e
infamanti che vanno dalla corruzione all’associazione per delinquere di stampo mafioso.
L’ultimo in ordine di tempo,
anzi il penultimo, visto che il 2
maggio è finito in galera anche
il sindaco di Lodi Simone Uggetti per turbativa d’asta, porta
la data del 26 aprile e riguarda il
presidente del PD campano nonché consigliere regionale e consulente dei governi Letta e Renzi
per l’attuazione del programma,
Stefano Graziano, accusato dai
Pubblici ministeri (Pm) della Dda
di Napoli di concorso esterno in
associazione mafiosa.
L’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, riguarda un mercimonio di voti,
tangenti, appalti e scambi di favori
fra Graziano e il clan dei Casalesi.
In carcere sono finite nove persone fra cui Biagio Di Muro, sinda-
co PD di Santa Maria Capua Vetere
(Caserta) fino al novembre scorso,
e l’attuale responsabile dell’Ufficio
Tecnico dello stesso comune Roberto Di Tommaso.
Sono tutti accusati a vario titolo dei reati di corruzione e turbativa d’asta con l’aggravante di aver
agevolato il clan camorristico dei
Casalesi.
Gli inquirenti hanno perquisito
le abitazioni di proprietà di Graziano a Roma e Teverola (Caserta) e il suo ufficio presso il Centro
Direzionale di Napoli.
Dalle indagini è emerso che il
boss politico piddino ha chiesto
e ottenuto appoggi elettorali in
riferimento alle ultime consultazioni per l’elezione del Consiglio
regionale della Campania. Graziano, si legge nel provvedimento giudiziario, si è posto “come
punto di riferimento politico ed
amministrativo” del clan Zagaria
del quale è accusato di far parte
Alessandro Zagaria, imprenditore
ritenuto l’anello di congiunzione
tra l’amministrazione e il clan guidato dal boss camorrista Michele
Zagaria.
L’inchiesta è partita da una intercettazione di colloqui tra Zagaria e Di Muro nel corso dei quali i
due facevano esplicito riferimento
all’appoggio elettorale che occorreva garantire a Graziano. Infatti,
dopo aver fatto il pieno di quasi
16mila preferenze alle ultime regionali, il boss piddino si è subito
attivato per favorire il clan dei casalesi nell’assegnazione dell’appalto da due milioni di euro per
realizzare il cosiddetto Polo della
legalità nello storico Palazzo Teti
Maffuccini di Santa Maria Capua
Vetere. Una gara per la quale sono
state accertate mazzette per circa
100 mila euro, 70 mila dei quali effettivamente corrisposti.
Emblematica in tal senso risulta
l’intercettazione ambientale del novembre 2014 tra Zagaria e Di Muro.
I due parlano di politica e di affari.
“Ma che c...stai dicendo, io tengo
per il PD”, dice Zagaria a Di Muro.
E aggiunge: “E già non sta bene...
perché noi dobbiamo portare a
Graziano (Stefano, precisano gli
inquirenti) e tu non ti fai vedere. Ti
dovrei allontanare io a te! O no?”
In un’altra conversazione,
Di Muro fa esplicito riferimento
all’appalto e all’aiuto che Graziano avrebbe dovuto fornire affinché il finanziamento per palazzo
Teti Maffucini venisse trasferito
da un capitolato di spesa ad un
altro. “Io tengo un santo in paradiso che mi protegge!... o no?”
afferma Di Muro. Zagaria conferma e aggiunge: “Come a me!
Quando va bene...hai capito?... in
grazia di Dio! Quello domani va a
Roma e giovedì siamo qua”.
Di Muro secondo gli inquirenti
si sarebbe mosso attraverso Graziano presso il ministero dell’Interno per lo spostamento del finanziamento ad un altro capitolo
di bilancio, “dalla misura 2.5 al
Piano azione giovani sicurezza e
legalità”.
Nell’ordinanza di custodia
cautelare, il giudice Anna Laura Alfano accusa Di Muro di
aver “veicolato l’aggiudicazione
dell’appalto in favore delle ditte gradite disposte a pagare la
tangente”. Il sindaco, aggiunge
il Gip, “segue attentamente la
vicenda e si preoccupa della risoluzione degli intoppi perché
altrimenti - aggiunge citando una
delle intercettazioni - ‘l’ossigeno
finisce mano a mano’”.
Per il momento l’identità del
referente politico di Roma su cui
Graziano per conto dei casalesi
ha fatto pressioni per sbloccare l’appalto, rimane nell’ombra.
Ma tra i faldoni dell’inchiesta c’è
un’intercettazione in cui l’architetto napoletano Guglielmo La
Regina, finito ai domiciliari per
corruzione, parla con un’altra
indagata, la professionista Loredana Di Giovanni, e accenna
alla sua amicizia con Alessandro
Picardi, compagno della ministra
della Salute Beatrice Lorenzin
“con il quale - annota la polizia
giudiziaria - egli andrà in vacanza” mentre La Regina aggiunge
“che la cosa potrebbe interessare
il marito di Loredana, che opera
in campo sanitario”.
Interrogata a settembre 2015
la Di Giovanni ha dichiarato fra
l’altro che “Era chiaro che per poter far vincere la ditta indicata da
La Regina occorreva pagare una
percentuale “. Il ruolo di Graziano
“era quello di mediare tra il sindaco e La Regina e anche quello
di quantificare la percentuale che
l’impresa aggiudicataria avrebbe
dovuto versare a Di Muro a titolo
di tangente corruttiva”. L’accordo
fu raggiunto sul 3 per cento, dopo
una prima ipotesi del 10, poi “ridotta a causa della resistenza di
La Regina che la riteneva troppo
elevata”.
Nato ad Aversa, 45 anni, Graziano inizia la sua carriera politica
tra file dell’Azione Cattolica per
poi passare “sotto la fibbia” dei
vecchi boss democristiani Ciriaco De Mita e successivamente
con Marco Follini con il quale dà
vita a Italia di mezzo.
Nel 2007 aderisce insieme a
tanti altri “amici” e ferri vecchi democristiani al PD e viene subito
nominato capo del tesseramento nazionale, e successivamente
viene deputato per una legislatura fino al 2013. Nel settembre il
2013 Letta lo nomina consigliere
per l’attuazione del programma di
governo alla presidenza del consiglio dei ministri nel settembre
2013. L’incarico, secondo quanto
fatto sapere da Palazzo Chigi, non
è stato riconfermato dal governo
Renzi poiché la nomina aveva la
durata di 12 mesi e non c’è stata
nessuna proroga. Ma è lo stesso
Graziano a smentire le affermazioni di Renzi precisando che lui
non è “stato cacciato da Palazzo
Chigi” ma si è dimesso “per motivi etici all’atto dell’accettazione
della candidatura in Consiglio
Regionale, per non ricoprire un
duplice ruolo”. E comunque se
Renzi sapeva che Graziano se la
intendeva con la camorra perché
si sarebbe limitato a “cacciarlo da
Palazzo Chigi” mantenendolo nel
PD con la prospettiva oltretutto
di diventare presidente regionale
del Partito nel 2014 e consigliere
regionale nel 2015?
Landini si libera
del portavoce del Sindacato è un’altra cosa
Un atto d’imperio alla Renzi e alla Marchionne
Il leader della Fiom, ormai ombra di se stesso, non tollera il dissenso interno alla Federazione dei
metalmeccanici, come la Camusso nella Cgil
Giudicati “incompatibili” i delegati FCA che a Termoli e Melfi
hanno scioperato contro gli straordinari
Proprio chi reclamava nella
Cgil democrazia e pluralismo di
opinioni si è dimostrato intollerabile verso chi non si allinea alle
sue posizioni. Stiamo parlando
di Maurizio Landini, il segretario generale dei metalmeccanici
della Cgil che con il suo comportamento sta dimostrando come
nella Fiom oramai non c’è più
spazio per chi dissente. L’ultimo
a farne le spese è stato Sergio
Bellavita, a cui è stato revocato
il distacco sindacale, in sostanza è stato “licenziato” dalla Fiom
e rimandato a lavorare nella sua
azienda di provenienza, le officine
meccaniche Cei di Anzola Emilia.
Un atto molto grave, in perfetto stile Renzi, una mossa che
dimostra come Landini non tolleri chi contesta la sua direzione e
la linea della Fiom, specie quella
adottata negli ultimi anni. Bellavita non è stato solo un membro
della segreteria nazionale Fiom,
estromesso nel 2012 con uno
stratagemma tecnico, ma è anche, dopo il ritiro di Giorgio Cremaschi, il portavoce nazionale
de Il Sindacato è un’altra cosa,
l’area che si colloca a sinistra nel
sindacato della Camusso. Quindi
è chiaro come questa mossa sia
un palese tentativo di tappare la
bocca alla minoranza critica della
Cgil e della Fiom.
Altre volte ci sono stati dirigenti allontanati o emarginati ma
raramente si è usato un atteggiamento cosi arrogante e autoritario in Cgil. Sembra piuttosto di
assistere al copione che si recita
nelle riunioni della segreteria del
PD, dove il nuovo duce Renzi
tiene le sue rese dei conti con gli
oppositori interni, o peggio ancora questa cacciata assomiglia
a un comportamento padronale, degno di Marchionne, dove
il dipendente non gradito viene
licenziato, alla faccia del grande
sindacato plurale, dell’inclusione
delle idee, della dialettica democratica, delle minoranze e delle
opposizioni interne che sarebbero tutelate.
Il caso di Bellavita non è l’unico perché proprio in questi mesi
abbiamo assistito a un’altra vicenda davvero sconcertante. Ci
riferiamo ai 16 delegati Fiom degli stabilimenti di Melfi, Termoli,
Cassino e Atessa del gruppo FCA
che per il loro comportamento
sono stati giudicati “incompatibili” e sospesi dal sindacato. Qual
è la loro colpa? Aver partecipato
a scioperi e iniziative contro gli
straordinari comandati ogni sabato e contro i turni massacranti
nonostante il parere contrario
della FIOM. I dirigenti regionali di
Molise e Basilicata si sono rivolti
al Collegio statutario nazionale
della Cgil per chiedere sanzioni
contro questi delegati che puntualmente sono arrivate.
Il 7 marzo il comitato centrale della Fiom approvava quanto
deliberato dal collegio. Praticamente non è consentita “la presenza in ruoli di direzione e rappresentanza di iscritte e iscritti
che promuovono o aderiscono a
forme associative sindacali o parasindacali in competizione con
la rappresentatività generale alla
quale tende la Cgil, ovvero promuovono azioni organizzate che
di fronte alle controparti del sindacato rompono l’unita’ della Cgil
Susanna Camusso e Maurizio Landini affettuosamente insieme durante una manifestazione nazionale della FIOM a Roma. A destra
Fabio Palmieri, provocatore antiPMLI, che in occasione della manifestazione della FIOM a Roma il 16 ottobre 2010 cercò di impedire
l’accesso al corteo alla delegazione nazionale del Partito
come soggetto contrattuale”.
Tradotto più semplicemente
vuol dire che gli iscritti alla Cgil
non possono aderire a comitati
di lotta che riuniscono altre organizzazioni e sigle sindacali non
gradite. La colpa dei delegati è
stata quella di lottare contro il
modello Marchionne assieme a
lavoratori iscritti a Cobas e Usb
e aver promosso il “comitato intersindacale di lavoratori e delegati FCA (ex Fiat) del centro sud”.
Una lotta che oltretutto ha ottenuto crescenti adesioni e risultati
tanto che FCA è stata costretta
ad assumere 110 persone per far
fronte alla produzione. Invece di
sostenere questi eroici e combattivi operai, la Fiom li scarica e li
lascia alla mercé della rappresaglia aziendale della FCA.
Che le due vicende siano legate lo dimostra anche la nota
della segreteria nazionale della
Fiom del 22 marzo che accusa
Il Sindacato è un’altra cosa di
essere impegnato in una “vera e
propria campagna di denigrazione dell’organizzazione” proprio
in riferimento alla denuncia fatta
dall’area sulla gravità delle conseguenze dell’applicazione della
delibera del collegio statutario sui
16 iscritti alla Fiom degli stabilimenti di Termoli e Melfi.
Su entrambe le vicende si sono
fatti sentire molte RSU, delegati e
semplici lavoratori che da tutta
Italia hanno espresso solidarietà
ai protagonisti, chiedendo l’immediato ritiro dei provvedimenti
contro Bellavita e i delegati FCA,
una richiesta a cui ci uniamo anche noi marxisti-leninisti. Landini
ha risposto con una nota della segreteria piena d’ipocrisia, dove si
afferma: “rientrare nel proprio po-
sto di lavoro dopo un esperienza
sindacale è successo e succederà a tante persone” in riferimento
al licenziamento di Bellavita. Ma
quando mai! Questa dovrebbe
essere la regola, ma quando si è
visto un dirigente nazionale rispedito a lavorare, a meno che questi
non fosse indesiderato?
Così come è ipocrita giudicare incompatibile l’adesione alla
Fiom e allo stesso tempo far parte di comitati di lotta di lavoratori
o semplici cittadini. Ma non era
proprio Landini che con la sua
Coalizione sociale proponeva un
“agire condiviso tra soggetti diversi”, un luogo di condivisione
delle iniziative che doveva coinvolgere la Fiom in prima persona?
Landini si è dimostrato un segretario dalla doppia faccia, una specie di dottor Jekyll e signor Hyde,
che rivendica per sé e per la sua
categoria autonomia, possibilità
di dissentire dalla Camusso e dai
suoi metodi coercitivi e autoritari,
metodi che poi pratica lui stesso
nella Fiom facendo fuori chi si oppone alla sua linea.
Una linea che in pochi anni ha
subito una metamorfosi. La Fiom
ha rappresentato la punta avanzata dell’opposizione al modello
Marchionne imposto per la prima
volta a Pomigliano, a difesa del
contratto nazionale, contro gli
accordi aziendali che miravano a
far perdere salario e diritti. Adesso invece è saldamente al tavolo
delle trattative per il rinnovo del
contratto nazionale di categoria
con Fim, Uilm e con Federmeccanica. Un negoziato che va oltre
la parte salariale, decisivo per il
futuro del modello contrattuale
stesso, dopo che le imprese aderenti a Confindustria hanno chiesto di trasferire la totalità degli
aumenti sul versante delle intese
aziendali e di introdurre un salario minimo di garanzia. Progetto
che non a caso piace anche al
governo.
Nel frattempo ha accettato il
testo unico sulla rappresentanza
firmato dalla Cgil con gli altri sindacati confederali e Confindustria che rende quasi impossibili
gli accordi separati mentre chi
non firma rischia di vedere azzerata la propria agibilità sindacale
e perfino il diritto a scioperare,
ha fatto pace con la Camusso e ha perfino riabilitato Marchionne. “Nessuno nega che la
Fiat, prima dell’arrivo di Sergio
Marchionne, fosse a rischio di
fallimento e oggi no. E nessuno
vuole negare le qualità finanziarie del manager. Di tutto questo
noi siamo contenti”, queste le
parole pronunciate da Landini lo
scorso 8 marzo.
Un Landini che è l’ombra di
se stesso; è oramai sbiadita la
sua immagine di leader sindacale
carismatico dei lavoratori e delle
masse di sinistra e progressiste ed è giustamente contestato
da una parte degli stessi metalmeccanici. Dopo che il tentativo
di creare una formazione politica riformista alla sinistra del PD
sembra oramai tramontato, con il
sostanziale flop di Coalizione sociale, adesso è tutto concentrato
sulla scalata al comando della
Cgil, e tutte le mosse del leader
Fiom sono in funzione della successione alla segreteria generale,
in programma tra due anni.
interni / il bolscevico 9
N. 20 - 19 maggio 2016
A Bologna
Gli studenti contestano Salvini
La polizia protegge il leader fascioleghista e carica selvaggiamente i contestatori
‡‡Dal nostro corrispondente
per l’Emilia-Romagna
Giovedì 5 maggio il leader fascioleghista della Lega Nord Matteo Salvini è tornato a Bologna.
Lo ha fatto su invito del rettore
dell’Università bolognese Francesco Ubertini (che recentemente
ha difeso a spada tratta il filo-imperialista prof. Panebianco contestato dagli studenti) e nel pieno
della campagna elettorale per le
comunali che a Bologna si terranno il prossimo 5 giugno e dove la
candidata leghista Lucia Borgonzoni contenderà la poltrona all’attuale sindaco PD, e ricandidato,
Valerio Merola, al M5S Massimo Bugani, all’ex leghista Manes
Bernardini per “Insieme Bologna”
e a Federico Martelloni per “Coalizione civica”.
Tornando a Bologna Salvini
ha ricevuto la stessa “calda” accoglienza ricevuta nel novembre
scorso: le contestazioni degli antifascisti e antirazzisti che lo hanno “braccato” durante la sua calata in città, protetto da un ingente
dispiegamento di “forze dell’ordine” che come sempre lo blindano
dalle contestazioni, confermandosi uno dei più ”coccolati” esponenti del regime neofascista im-
perante.
“Crediamo che la presenza
di Salvini, in via Zamboni, rappresenti una provocazione da
respingere. La Lega Nord è un
corpo estraneo a Bologna, lo abbiamo detto molte volte, mostriamo a Salvini, alla Borgonzoni e a
tutta la cricca di fascioleghisti che
questo non è un posto per loro”.
Così i manifestanti che hanno poi
tentato di raggiungere la facoltà
di Ingegneria dove si era saputo
che era stato spostato l’incontro
tra il rettore e Salvini, ma quando hanno provato a risalire via Risorgimento, a poca distanza dalla
facoltà, sono stati caricati più volte e selvaggiamente dalle “forze
dell’ordine” che hanno impedito
a colpi di manganello l’accesso
all’università agli stessi studenti che hanno denunciato: “Non
ci fanno entrare per far spazio a
Salvini, il rettore dovrà assumersi la responsabilità politica di tutto
questo, delle manganellate e dei
feriti”.
Se a causa della repressione
poliziesca i giovani non sono riusciti a impedire lo svolgimento
dell’incontro hanno però evitato
la passerella di Salvini che alla vigilia aveva sfrontatamente affer-
Bologna, 5 maggio 2016. Gli studenti bolognesi coraggiosamente contestano il fascio leghista Salvini sfidando lo schieramento della polizia
mato: “Prenderò un caffè in Zona
Universitaria”. Infatti “oggi per le
strade del quartiere universitario,
di Salvini non si è vista nemmeno
l’ombra”.
Egli è poi è stato contestato
anche all’interno dell’università
dagli studenti entrati per frequen-
tare le lezioni e a studiare prima
che la polizia bloccasse l’accesso all’ateneo. Salvini non ha mancato di apostrofare i contestatori
come “delinquenti” affermando
che “se studiassero di più farebbero meglio alla costruzione del
loro futuro”. Ma è proprio quello
che i giovani che lo hanno giustamente contestato stanno cercando di fare battendosi contro
la “Buona scuola” di Renzi che limita il diritto allo studio in quanto
rappresenta un ulteriore e importante tassello della privatizzazione della scuola nel nostro Paese,
di cui il leader leghista è fautore.
Il corteo è poi tornato e ha
bloccato i viali di circonvallazione, in Zona Universitaria per concludersi davanti al Rettorato chiedendo la rimozione del ritratto di
colui che fu rettore durante la “repubblica di Salò”, il nazifascista
Goffredo Coppola, che da troppo
tempo campeggia indisturbato in
ateneo.
La lunga mattinata di lotta si
è conclusa alla Feltrinelli sotto le due Torri, dove, come hanno rivendicato gli attivisti di Hobo:
“raccogliendo l’invito di Salvini a
‘svuotare le librerie’, abbiamo ripulito il negozio dal suo libro ‘Secondo Matteo’, ridotto in brandelli e affidato all’unico luogo che lo
può ospitare, cioè la pattumiera
della storia”.
Il PMLI esprime pieno appoggio alle contestazioni anti-Salvini
e solidarietà militante ai giovani
feriti durante gli scontri.
Gli esponenti del regime neofascista, come Salvini e come il
capo del governo Renzi, devono
trovare ovunque le contestazioni
dei lavoratori, degli studenti, dei
pensionati e capire di non essere i benvenuti, in nessun luogo,
mai!
Battaglia al Brennero per “distruggere le frontiere”
Con un appello sul web il movimento di protesta contro le barriere anti-migranti “No Borders”
ha organizzato il 7 maggio scorso una manifestazione contro la
chiusura del valico al confine con
l’Italia annunciato dal governo xenofobo di Vienna: 350 metri di
barriera già finanziata dal governo austriaco con 1 milione e mezzo di euro.
Circa 500 i manifestanti che
sono arrivati a Brennero, dall’Italia e da tutta Europa, soprattutto
Grecia, Germania e Austria, con
lo slogan “Distruggiamo le barriere”, intenzionati a dare battaglia
proprio nei punti dove, secondo
i piani annunciati da Vienna, saranno ripristinati i controlli e posizionate le barriere metalliche anti-migranti. Fuori dalla stazione
dopo i primi slogan un gruppo di
manifestanti ha abbattuto una recinzione invadendo la sede ferroviaria e, contemporaneamente,
lanciando grossi sassi, bengala
e botti contro le “forze dell’ordine” che, presenti con uno schieramento antisommossa impressionante, hanno prontamente
risposto con lanci ripetuti di lacrimogeni e manganellate. Nei boschi circostanti i poliziotti austriaci
erano pronti a intervenire. Il corteo si è poi diviso in due parti, con
metà dei manifestanti che hanno
invaso la linea ferroviaria e l’altra
metà che ha raggiunto l’autostrada A22. Per un po’ di tempo il traffico su entrambe le arterie è rimasto bloccato.
Solo dopo le 17 autostrada e
ferrovia hanno ripreso la circolazione ma gli scontri sono proseguiti a valle. Quando le “forze
dell’ordine” sono riuscite ad accerchiare i manifestanti disperdendone gran parte e bloccando
quanti erano rimasti lungo la statale del Brennero a sud del con-
fine, è partito l’ultimo scontro al
quale i poliziotti hanno risposto
anche con un grosso idrante che
ha disperso gli ultimi manifestanti.
Una guerriglia scatenata a
quota 1.300 metri dai “No Borders” contro la politica razzista
del governo austriaco, non certo diversa dai governi imperialisti
europei, che pretenderebbe di risolvere la questione dei migranti
blindando le frontiere e facendo
finta di non vedere che sono l’imperialismo e la politica della Ue i
primi responsabili di questo inarrestabile esodo di profughi.
Quattro i feriti e diciotto i con-
Brennero, 7 maggio 2016. La repressione dei manifestanti contro il muro
anti-migranti
tusi tra le “forze dell’ordine”. Nove
i fermati e cinque invece le persone arrestate, sono tutti italiani.
Processati per direttissima, per
resistenza a pubblico ufficiale,
sono stati rilasciati dopo 48 ore.
Scandalo petrolio
Lo
Bello
indagato
Il vice di Confindustria è accusato di associazione a delinquere. Denunciato anche Quinto, capo della segreteria di Finocchiaro (PD)
Anche il numero due di Confindustria, Ivan Lo Bello, ex capo
degli imprenditori siciliani, ha le
mani puzzolenti di petrolio. I Pubblici ministeri (Pm) di Potenza
che indagano sullo scandalo petrolio in Basilicata gli hanno notificato nei giorni scorsi un avviso di garanzia per associazione
a delinquere insieme a tutta la
cosiddetta “allegra brigata” a cominciare da Gianluca Gemelli,
compagno dell’ex ministra Federica Guidi, e Nicola Colicchi, ex
presidente romano della Compagnia delle opere e presidente della Camera di Commercio di Siracusa.
Sul registro dei denunciati
“eccellenti” ci è finito invece Paolo Quinto, capo della segreteria
della senatrice PD Anna Finocchiaro, che al momento non risulta ufficialmente indagato.
Secondo l’accusa Gemelli e la
sua “allegra brigata” avevano costituito un comitato d’affari “diretto a interferire sull’esercizio delle
funzioni di istituzioni, amministrazioni pubbliche e di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale”. Una lobby che ha trovato
nel governo Renzi a cominciare
dai piani alti della presidenza del
consiglio dei ministri fino nell’ex
ministra Federica Guidi lo “strumento” ideale per i propri desiderata.
Non a caso gli atti depositati al tribunale del riesame di Potenza dal procuratore Luigi Gay,
l’aggiunto Francesco Basentini e
la Pm Laura Triassi, confermano
che si tratta di una cricca delinquenziale difficile da individuare
proprio “per l’appartenenza di alcuni dei sodali a ramificazioni significative delle stesse istituzioni”.
Secondo l’accusa Lo Bello,
Colicchi e Gemelli in associazione fra loro hanno commesso
una lunga serie di “delitti contro
la pubblica amministrazione, un
numero indeterminato di delitti di
traffico di influenze illecite, abuso
di ufficio e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente”. Il loro principale obiettivo era
“l’assegnazione e l’aggiudicazione della concessione demaniale
di un pontile presso il porto di Augusta” con lo scopo di “Realizzare un deposito costiero di prodotti
petroliferi”.
I nuovi documenti infatti con-
fermano che del “quartierino” faceva parte, come “partecipante”,
anche Lo Bello, assieme a Quinto, mentre Gemelli e Colicchi ne
erano i “promotori”.
Dagli atti emerge fra l’altro
che il “clan” del petrolio non si sarebbe dedicato solo agli affari relativi al porto di Augusta, al fine
di ottenere l’uso dei pontili per
trasformare l’area parzialmente
militare nel più grande centro di
stoccaggio di greggio d’Europa
(vicenda che coinvolge l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi). Tra gli
interessi sui quali il “quartierino”
aveva puntato gli occhi c’erano
anche un progetto di “Sistema di
difesa e sicurezza del territorio”
da attuare in Campania, disegni
futuri su ulteriori impianti energetici con particolare interesse sul
programma “Tetra” del ministero
degli Interni.
Nelle informative della Squadra mobile infatti spunta anche
un riferimento a Fabrizio Vinaccia della Mbda Italia spa (società della galassia Finmeccanica),
in passato ambasciatore in Bielorussia e Tagikistan del sovrano
ordine di Malta. Proprio Vinaccia, stando agli atti, punterebbe
al “programma Sistemi di difesa
e sicurezza del territorio” in Campania al cui “interno verrà inserita
la video sorveglianza ai missili”.
Ai rapporti con la politica, invece, avrebbero pensato in particolare Paolo Quinto e Nicola Colicchi. L’organizzazione faceva
“leva - si legge negli atti che ricostruiscono l’inchiesta - soprattutto al fine di ottenere nomine di
pubblici amministratori compiacenti o corruttibili, sul contributo
di conoscenze ed entrature politico-istituzionali acquisite in anni di
militanza politica da Quinto e Colicchi”. Tra questi Alberto Cozzo,
anche lui indagato, commissario
straordinario del porto di Augusta
confermato al suo posto dal ministro Graziano Delrio.
Nei “casi limite” quando Quinto e Colicchi “non riuscivano ad
attivare per tempo i propri canali
‘politici’”, Gemelli interveniva assicurando “comunque il risultato
sperato” facendo pressioni sulla compagna Federica Guidi, divenuta “strumento di quello che
lei stessa non aveva mancato di
individuare quale vero e proprio
‘clan’” che aveva appunto Gemelli come membro imprescin-
dibile”. Nel complesso, l’organizzazione, “ha mostrato di essere
permanentemente impegnata”
in attività “perseguite attraverso
condotte illecite”.
Gemelli la chiamava la “guerra sotterranea”. E proprio parlando della “guerra sotterranea”,
la squadra mobile, lo intercetta mentre fa il nome di Lo Bello.
“Ivanuccio”, dice Gemelli, “sono
appena uscito dall’agenzia dove
ho comprato il terreno, e gli ho
chiesto del discorso che mi dicevi
tu, del terreno vicino al mare, eccetera, ci sarebbero dieci ettari,
area servizi, tutto confinante con
l’autorità portuale, va bene?... E
certo, certo, certo che va bene”
risponde Lo Bello.
Per realizzare l’operazione porto di Augusta, però, è necessaria la riconferma del commissario alla autorità portuale
di Alberto Cozzo, per il quale
Lo Bello, secondo le accuse, si
spende con Delrio. Ed effettivamente Cozzo viene nominato.
Non solo. Quando Delrio deve
presentarsi al porto di Augusta
“l’allegra brigata” con alla testa
Gemelli e Lo Bello gli sgombrano il campo anche della presen-
za non gradita del sindaco di Catania Enzo Bianco.
Il 27 novembre 2014 Gemelli
riferisce a Quinto di aver saputo
che il giorno dopo intorno alle 10
saranno da Anna (Finocchiaro,
ndr). Quinto gli chiede di unirsi a
loro e fa cenno anche al capo di
Stato Maggiore ammiraglio Giuseppe De Giorgi: “Ma sì, tanto
abbiamo fatto l’allegra brigata:
Nicola, Ivan. De Giorgi… e proprio”. Il ruolo di De Giorgi, come
è noto, era quello di rimuovere
un ammiraglio scomodo per la
brigata, Roberto Camerini, promuovendolo al Nord. Mentre Gemelli continua a pressare l’ex ministra Guidi per accelerare l’iter
della Legge Navale e lo sblocco
dei 5,8 miliardi di euro.
Su questo fronte Gemelli
pressa costamente l’ex ministra
e compagna Guidi, per combinare un incontro con Vinaccia.In
seguito, Vinaccia spinge Gemelli
a fissare un appuntamento tra il
suo amministratore delegato e la
Guidi che ad un certo punto non
ne può più dell’asfissianti pressioni del suo compagno e sbotta:
“io mi so’ rotta i coglioni di fare la
scimmia”.
10 il bolscevico / elezioni comunali del 5 giugno
N. 20 - 19 maggio 2016
Alle elezioni comunali del 5 giugno a Napoli
Astieniti, non votare i partiti borghesi
al servizio del capitalismo
Delegittimiamo le istituzioni rappresentative borghesi,
creiamo le istituzioni rappresentative delle masse fautrici del socialismo
Documento della Cellula “Vesuvio Rosso” del PMLI
Domenica 5 giugno si svolgeranno le elezioni amministrative in
oltre 1.300 comuni su circa 8.000,
tra questi quelli di Milano, Torino,
Bologna, Roma e Napoli. Le diverse correnti della borghesia si disputeranno le dorate poltrone comunali
per difendere i rispettivi interessi e
quelli del capitalismo e per opprimere e sfruttare le masse lavoratrici
e popolari. L’alternarsi al governo
delle città, come al governo nazionale, della destra e della “sinistra”
della borghesia, ha oramai ampiamente dimostrato come non vi sia
una sostanziale differenza tra di
esse. Borghesi di destra possono
capeggiare addirittura entrambi gli
schieramenti: le masse non hanno
quindi nulla da guadagnare dalla
vittoria dell’una o dell’altra coalizione borghese.
Il PMLI, nemico acerrimo della
borghesia e del capitalismo, combatte tutte le liste borghesi in corsa,
comprese quelle che si pongono a
sinistra del PD, perché anch’esse
sono al servizio del capitalismo, e
invita l’elettorato a fare altrettanto
non votandole. Sul piano elettorale,
nelle attuali condizioni, gli sfruttati
e gli oppressi, le masse popolari,
chiunque subisce angherie, soprusi e ingiustizie da parte dei governi
comunali, regionali e nazionale, i
giovani a cui è precluso un avvenire, per farsi sentire, per protestare,
per far valere le proprie ragioni, per
penalizzare i partiti e le istituzioni
borghesi, non hanno altra scelta
che astenersi, disertando le urne,
oppure annullando la scheda o lasciandola in bianco.
Il PMLI sostiene tatticamente
l’astensionismo elettorale e invita le
astensioniste e gli astensionisti, in
particolare quelli di sinistra, a qualificare politicamente il loro astensionismo considerandolo come un
voto dato al PMLI e al socialismo. Il
socialismo, poiché è la sola società
che assicura il potere politico al proletariato, è l’unica vera alternativa al
capitalismo; tutte le altre proposte,
comprese quelle predicate da ben
noti imbroglioni politici travestiti da
comunisti, come Marco Rizzo, pubblicizzato dai media borghesi e persino da Radio Vaticana, sono tutte
interne al capitalismo. Perdurando
il capitalismo, come dimostrano la
storia e i fallimenti delle amministrazioni “arancioni”, rappresentati dal
neopodestà uscente De Magistris,
e pentastellate, con il candidato
a sindaco l’ingegnere Brambilla
uscito fuori dalle contestatissime
“comunarie”, è impossibile che i
comuni siano governati dal popolo
e al servizio del popolo, perché re-
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stano inevitabilmente succubi della
volontà e degli interessi dei grandi
capitalisti, locali come nazionali,
vincolati alle leggi dello Stato borghese, sottoposti ai governi di livello superiore e esecutori locali delle
loro politiche di lacrime e sangue.
Solo il socialismo può consentirlo
attraverso un sistema elettorale che
emargina la borghesia e dà tutto lo
spazio al proletariato e al popolo.
Le istituzioni rappresentative
borghesi, di cui fanno parte i consigli comunali, sono le coperture
“democratiche” della dittatura borghese e la loro funzione è quella di
carpire il consenso elettorale e il sostegno del popolo, illudendolo che
il suo voto ai partiti che ne fanno
parte può incidere sulle scelte governative e può migliorare le proprie
condizioni.
La vittoria dell’astensionismo,
soprattutto a Napoli dove, sotto
mentite spoglie, si sperimenta il
“partito della nazione” con la candidata a sindaco ed ex assessore al
Turismo della giunta della DC Iervolino, l’attuale deputata renziana PD
Valeria Valente, fortemente sostenuta dall’UDC del ministro dell’Interno
Alfano, darebbe un colpo durissimo
al governo del nuovo Mussolini
Renzi che sta completando il regime neofascista preconizzato dalla
P2 e realizzato da Berlusconi; che
sta seguendo le orme nazionaliste,
colonialiste e interventiste di Mussolini, coinvolgendo l’Italia nelle
guerre imperialiste per la spartizione del Medio Oriente e del mondo;
che ha ulteriormente aggravato le
condizioni di vita e di lavoro delle
masse lavoratrici e popolari, con
il Jobs Act, la “Buona Scuola”, lo
“Sblocca Italia” che peggiora la vivibilità delle città dando il via libera
a cementificazione e inceneritori, la
controriforma dei Beni culturali per
smantellare ogni tutela pubblica sul
patrimonio archeologico, storico,
artistico e paesaggistico italiano,
che andrebbe invece valorizzato, e
spianare la strada alla speculazione
privata interna e internazionale.
Nessuno dei 7 candidati a sindaco merita la fiducia del proletariato
e delle masse popolari che devono
seppellire i loro programmi antipopolari nelle urne elettorali tramite
l’astensionismo. Nessuna fiducia
può essere data al neopodestà De
Magistris che, rispetto alle scorse
elezioni amministrative del 2011,
si fa forte dei voti dichiarati dei
massoni e dei trotzkisti, ma sconta un quinquennio fallimentare sul
fronte del lavoro, del risanamento
dei quartieri popolari, dilaniati dalle
nuove e sanguinose faide di camor-
Napoli, 21 novembre 2014. Operai di Castellammare posano con la bandiera del PMLI durante una manifestazione della FIOM
ra, della raccolta differenziata porta
a porta, ferma al 28%, dei “beni
comuni” e delle assemblee rappresentative di cui non si ha traccia alcuno nel suo mandato. Una candidatura che proietta l’ex pm a destra
e manca nel tentativo, tramite la
sua associazione “DemA” votata al
federalismo municipale e il ricompattamento dei rottami sparsi della
“sinistra” borghese non soddisfatta
del PD, di rilanciarsi alle prossime
elezioni politiche del 2018.
Non può essere data fiducia a
Valeria Valente, forte del sostegno
di Renzi e Alfano, alle prese con le
beghe interne con l’ex governatore della Campania e rinnegato del
comunismo Bassolino, che ha già
assaggiato la rabbia delle masse popolari venendo cacciata dal
corteo del 25 Aprile e isolata dai
manifestanti. Tra l’altro il suo partito, il PD, sconta una vergognosa opposizione di carta all’attuale
giunta arancione antipopolare tale
è il disinteresse dimostrato nei cinque anni al punto che non c’è stato
neppure un episodio significativo
di critica all’esecutivo guidato da
De Magistris. Piuttosto dobbiamo
registrare che nella più grande città
del Mezzogiorno, dopo il plateale
sostegno di Ala del plurinquisito
Verdini alla Valente, esordisce in
queste elezioni il famigerato Partito
della Nazione perseguito da Renzi.
Men che meno può essere data
fiducia al candidato della casa del
fascio l’imprenditore Gianni Lettieri,
che ha imbarcato anche il fascista
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Marco Nonno, uno dei referenti politici dei nazifascisti di Casapound
a Napoli, e ha condotto una campagna elettorale attaccando la città di Napoli con manifesti zeppi di
improperi, calunnie e falsità di qualsiasi tipo. Città che solo lui nella sua
megalomania, novello “uomo della
provvidenza”, potrà risollevare. Lettieri sconta, in realtà, un totale di
assenze in consiglio comunale (79
su 142) che la dice lunga sui reali
interessi del suo raggruppamento.
Dilaniato dalle lotte interne
scoppiate dopo il “caso Quarto” e
incancrenitesi con le “comunarie”,
il Movimento 5 Stelle propone il
candidato Matteo Brambilla dopo
aver svolto una opposizione nulla
all’esecutivo arancione- Ciò ha determinato la spaccatura della base
del movimento con molti degli attivisti finiti in tribunale per far valere i
loro diritti contro i leader pentastellati.
Restano gli ultimi candidati fascisti come Marcello Taglialatela
per Fratelli d’Italia, e il sindacalista
Cisl Luigi Mercogliano (ex mazziere
del gruppo nazifascista “Area” attivo a Napoli negli anni Novanta) a
capo della coalizione “Popolo della
famiglia” di Mario Adinolfi, alfiere
del famigerato “Family day”, che,
viste le residue forze, cercheranno
un apparentamento al ballottaggio
probabilmente con Lettieri.
Alla ricetta riformista del “comune dei beni comuni” con la
partecipazione solo consultiva e
assolutamente non incisiva del popolo napoletano, contrapponiamo
sul piano politico e organizzativo
le Assemblee popolari e i Comitati popolari basati sulla democrazia
diretta. Da tempo proponiamo, in-
fatti, all’elettorato di sinistra fautore del socialismo - quindi anche a
chi non è astensionista -, di creare
in tutte le città e in tutti i quartieri
le istituzioni rappresentative delle
masse fautrici del socialismo, ossia
le Assemblee popolari che devono
essere costituite in ogni quartiere da tutti gli abitanti ivi residenti
– compresi le ragazze e i ragazzi
di 14 anni – che si dichiarano anticapitalisti, antifascisti, antirazzisti
e fautori del socialismo e disposti
a combattere politicamente e elettoralmente le istituzioni borghesi, i
governi centrale e locali borghesi e
il sistema capitalista e il suo regime.
Ogni Assemblea popolare di quartiere elegge il suo Comitato popolare e l’Assemblea dei Comitati
elegge, sempre attraverso la democrazia diretta, il Comitato popolare
cittadino. E così via fino all’elezione
dei Comitati popolari provinciali, regionali e del Comitato popolare nazionale. I Comitati popolari devono
essere composti dagli elementi più
combattivi, coraggiosi e preparati
delle masse anticapitaliste, antifasciste, fautrici del socialismo eletti
con voto palese su mandato revocabile in qualsiasi momento dalle
Assemblee popolari territoriali. Le
donne e gli uomini – eleggibili fin
dall’età di 16 anni – devono essere rappresentati in maniera paritaria. I Comitati popolari di quartiere,
cittadino, provinciale e regionale e
il Comitato popolare nazionale devono rappresentare il contraltare, la
centrale alternativa e antagonista
rispettivamente delle amministrazioni ufficiali locali e dei governi regionali e centrale.
Due sono i punti principali del
nostro programma immediato: il lavoro a tutti i disoccupati e il risanamento delle periferie urbane di Napoli. Altrimenti la lotta alla camorra
è solo una parola vuota.
Si tratta di Enrico Peluso
A Napoli De Magistris prima candida
poi
estromette
un
massone
Il “Grande Oriente d’Italia democratico” ai massoni:
“sommergete di voti De Magistris alle prossime amministrative”
‡‡Redazione di Napoli
Le prime avvisaglie che il neopodestà De Magistris avrebbe
traghettato anche personaggi ben
lontani dalla esperienza della “sinistra” borghese a Napoli si erano
avute con la presentazione dell’associazione filo-elettorale “DemA”,
laddove in sala era presente il
“nazimaoista” Pietro Golia, già
appartenente al gruppo terrorista
nazifascista Avanguardia di Popolo, presentatosi come “editore”
dell’ambigua casa editrice “Controcorrente”, ricettacolo di autori e
scrittori fascisti. Successivamente
il quotidiano “Il Mattino” aveva insinuato la possibilità di un’alleanza
sotto banco tra De Magistris e il
candidato di una lista fascista Enzo
Rivellini, già europarlamentare di
AN, incontrato in una nota pizzeria napoletana qualche settimana
fa. Alleanza che si doveva fare al
ballottaggio, ma che l’entourage
dell’ex pm ha smentito seccamente. E ancora: Alessio Postiglione,
uomo dello staff di comunicazione
di De Magistris, che partecipa ad
un evento sulla situazione in Ucraina con il giornalista fascista Ales-
sandro Sansoni, già capetto della
formazione nazifascista “Area” e
poi in AN, attualmente consigliere
dell’Ordine dei giornalisti.
Sabato 23 aprile è stata la volta
del “professore” Gaetano Daniele
La Nave (in realtà assegnista di ricerca presso l’Università degli studi
“L’Orientale” di Napoli), ex militante
del trotzkisti Carc, poi passato nel
PRC, in ultimo addirittura nella destra PD sotto le dipendenze dell’ex
“migliorista” PCI Umberto Ranieri
dal quale si è distaccato per annunciare l’appoggio con una propria
lista (“Per Napoli”) a De Magistris.
Risulta clamorosa perché annunciata pubblicamente presso
l’Hotel “Oriente” di Napoli alla presenza proprio di De Magistris con
tanto di foto e strette di mano la
candidatura di Enzo Peluso, di professione assicuratore, a consigliere
comunale per gli arancioni. Peluso
non ha mai fatto mistero (nell’ambito specializzato dei “fratelli muratori”) dell’affiliazione alla massoneria. Forte è stato lo sdegno tra gli
arancioni anche alla luce di alcune
dichiarazioni tutt’altro che rassicuranti di De Magistris dove afferma-
va di non vedere scandali particolari in questa candidatura. Mercoledì
3 maggio però Peluso annunciava
il ritiro della candidatura, anche se
dichiarava: “mi ritiro ma voterò e
farò votare De Magistris”. Tanto è
vero che prima del ritiro del massone, il sito del Grande Oriente d’Italia
Democratico invitava da giorni “a
sommergere di preferenze” il “fratello” Peluso, e a preferire, rispetto
agli altri candidati a sindaci, proprio
de Magistris. Peluso è anche segretario nazionale del movimento Lir,
che sta per Liberali-Repubblicani
e si è presentato alle regionali con
il Partito Socialista che appoggiava
l’attuale presidente Vincenzo De
Luca, raccogliendo ben 3.005 voti
e fallendo per un soffio la poltrona
in Consiglio regionale.
La scelta di Peluso, anche se
non andata in porto, la dice lunga sul nuovo corso che l’ex pm
vorrebbe dare a Napoli in caso di
vittoria alle prossime elezioni: né a
De Magistris né a nessuno dei candidati della destra e della “sinistra”
borghese va data la fiducia ma,
anzi, vanno seppelliti dal maglio
dell’astensionismo.
elezioni comunali del 5 giugno / il bolscevico 11
N. 20 - 19 maggio 2016
Alle elezioni comunali di Varese del 5 giugno
Non votare i partiti borghesi al servizio
dei capitalisti. Astieniti contro
il capitalismo e per il socialismo
Documento dell’Organizzazione di Viggiù del PMLI
Domenica 5 giugno i varesini
saranno chiamati alle urne per l’elezione del nuovo sindaco della città. Ci prepariamo così ad assistere
all’ennesima passerella dei politicanti della destra e della “sinistra”
borghese che chiederanno il vostro
voto mettendosi in bocca parole
vuote di cambiamento, “per una
Varese più sostenibile, vivibile, e sicura”. Uno di questi è il candidato
del “centro-destra” Paolo Orrigoni,
padrone dei supermercati Tigros,
sostenuto dai maggiori partiti della
destra cittadina (Forza Italia, Lega
Nord, Fratelli d’Italia, Movimento
Libero) e dal presidente delle Regione Lombardia, il fascioleghista
Maroni che si candida capolista nel
tentativo di bloccare il processo di
Milano che lo vede imputato per
turbata libertà nel procedimento di
scelta del contraente e induzione
indebita per presunte pressioni per
far ottenere un lavoro e un viaggio a
Tokyo a 2 ex collaboratrici.
Diretto concorrente è l’avvocato
renziano Davide Galimberti, sostenuto dal PD e alcune liste civiche
fiancheggiatrici, la candidatura e la
possibile vittoria di Galimberti sul
candidato della destra borghese
è vissuta con interesse, in quello
che da vent’anni è considerato un
“feudo” della Lega Nord, anche dai
vertici nazionali del PD; ne è la prova l’arrivo in città il 7 maggio della
ministra Elena Maria Boschi per
sostenere la sua candidatura di Galimberti.
A sinistra del PD troviamo la lista “La sinistra per Varese futura”
formata da PCDI, Rifondazione comunista e SEL che schierano l’ar-
chitetto ed ex ufficiale dell’Arma dei
carabinieri Flavio Pandolfo.
Altre liste in campo sono: “Lega
Civica-Malerba Sindaco”, il cui
candidato l’ultra liberista Stefano
Malerba fu il primo nome proposto
come possibile candidato sindaco
del “centro-destra”, poi scalzato da
Orrigoni; Francesco Martello candidato della lista di estrema destra
“Riva Destra–Fronte nazionale per
l’Italia”, già promotore nel settembre 2015 di una disgustosa campagna omofoba contro la così detta
teoria Gender; Andrea Badoglio
della lista “Varese Civica”.
Nessun candidato per il Movimento 5 stelle che, lacerato da
dissidi interni sulla scelta del candidato sindaco, non ha presentato
nessuna lista elettorale.
Al di là dei diversi schieramenti
in campo, è sotto gli occhi di tutti
come i sindaci e le giunte di destra
rappresentate dal blocco fascioleghista che si sono succedute negli
anni, ultima quella del neopodestà
Attilio Fontana, non abbiano fatto
nulla per migliorare i diritti ed i servizi sociali, le condizioni delle periferie e dei quartieri popolari, fermare
l’emorragia occupazionale sempre
più grave nella città soprattutto tra
le donne col tasso di disoccupazione femminile al 10,9% il più alto
della Lombardia. Non c’è da nutrire
alcuna fiducia nemmeno nelle cosiddette liste di “sinistra” le quali, una volta al governo delle città
(esempi concreti le giunte “arancioni” Pisapia a Milano e De Magistris
a Napoli sostenute dai partiti falso
comunisti) si sono dimostrate al
pari delle giunte di destra, tra scan-
Varese, 29 novembre 2014. Il PMLI al corteo antifascista
dali giudiziari, politiche a vantaggio
della più selvaggia speculazione
capitalista e feroce repressione a
colpi di manganello contro lavoratori, disoccupati, comitati di lotta
per il diritto alla casa, ecc.
Questi partiti così come le istituzioni rappresentative borghesi, di
cui fanno parte i consigli comunali,
sono le coperture “democratiche”
della dittatura borghese e la loro
funzione è quella di carpire il consenso elettorale e il sostegno del
popolo, illudendolo che il suo voto
può incidere sulle scelte governative e può migliorare le proprie con-
dizioni.
Il PMLI, nemico acerrimo della
borghesia e del capitalismo, combatte tutte le liste borghesi in corsa,
comprese quelle che si pongono a
sinistra del PD, perché anch’esse
sono al servizio del capitalismo e
invita l’elettorato a fare altrettanto
non votandole.
Ma la scelta astensionista non
deve essere generica e fine a se
stessa. Essa va trasformata in un
voto politico cosciente dato al PMLI
e al socialismo, appoggiando la
proposta di creare in ogni quartiere,
in contrapposizione alle istituzioni
rappresentative borghesi, le istituzioni rappresentative delle masse
fautrici del socialismo nella forma
dei Comitati popolari e delle Assemblee popolari basate sulla democrazia diretta e con rappresentanti
revocabili in qualsiasi momento
dalle assemblee popolari territoriali. Compito dei Comitati popolari è
quello di guidare le masse, anche
se non fanno parte delle Assemblee popolari, nella lotta politica per
strappare al potere centrale e locale
opere, misure e provvedimenti che
migliorino le condizioni di vita e che
diano alle masse l’autogestione dei
servizi sanitari e sociali e dei centri
sociali, ricreativi e sportivi di carattere pubblico.
Il PMLI rilancia inoltre alcune
delle rivendicazioni principali che
muovono la propria azione politica
e invita le masse lavoratrici e popolari varesine, compresi i migranti,
anche se d’accordo solo con alcune
di esse, e indipendentemente dalla
loro collocazione politica e partitica,
salvo la pregiudiziale antifascista,
a battersi sul terreno della lotta di
classe e di piazza per strappare ai
futuri rappresentanti della borghesia che si insedieranno a palazzo
Estense una serie di rivendicazioni
politiche, economiche e sociali:
•
LAVORO
Varare un concreto piano
occupazionale per il territorio comunale, con risorse concrete per
il diritto fondamentale a un lavoro
stabile, a salario intero, a tempo
pieno e sindacalmente tutelato.
Interventi per salvaguardare
le fabbriche a rischio di chiusura,
fino all’espropriazione.
Assunzione di nuovo personale a tempo indeterminato nel
pubblico impiego e nella pubblica
amministrazione per reintegrare il
turn-over e adeguare gli organici
alle necessità di servizio.
•
•
Grande ammucchiata alle comunali di Torino
L’ex governatore Ghigo e il plurinquisito
Verdini appoggiano Fassino e il PD
Le masse popolari torinesi devono negare il loro voto
a questi imbroglioni patentati
‡‡Dal nostro corrispondente
del Piemonte
Le elezioni amministrative del
prossimo 5 giugno saranno anche
a Torino un banco di prova per il
renziano Partito della Nazione.
Attorno al nuovo duce Renzi stanno confluendo appoggi da
ogni versante politico, anche e soprattutto dalla destra. Negli scorsi
giorni il plurinquisito Denis Verdini,
già fedelissimo di Berlusconi in Forza italia e ora leader del suo partito
personale Ala (Alleanza liberalpopolare autonomie), ha sciolto le
riserve e ha dichiarato che appoggerà il PD di Renzi nelle città in lizza
per l’elezione del podestà. Nessun
dubbio per quanto riguarda Torino
dove Verdini ha dichiarato appoggio incondizionato a Fassino sindaco intorno alla lista PD e a quelle
direttamente collegate a Fassino,
Moderati per Fassino e Lista civica per Fassino. Quello di Verdini
segue a ruota il sostegno dato già
nei mesi scorsi dall’ex-governatore
Enzo Ghigo.
A Torino Piero Fassino, candidato del PD e della “sinistra” borghese, può dunque contare sull’appoggio esterno di due padrini (neanche
tanto per dire!) di notevole peso:
Enzo Ghigo e Denis Verdini. Enzo
Ghigo ha ufficializzato il suo appoggio a Fassino già nei mesi scorsi. Il
motivo di questa “virata” politica?
Evitare – questo ha dichiarato – la
possibile vittoria della candidata pentastellata: “Considero una
sventura per la mia città una vittoria
del M5S perché interromperebbe il
ciclo di trasformazione positiva che
Torino sta vivendo dalle Olimpiadi
del 2006. Fassino è un buon amministratore e per di più in queste
elezioni si presenta senza l’estrema sinistra”. Ghigo, già dirigente
di Publitalia e uno dei fondatori di
Forza italia nel 1993, non ritiene
ricomponibile la frammentazione
del “centro-destra”, tanto a Torino
quanto a livello nazionale. “Non è
questione di essere passati con il
nemico quanto piuttosto di osservare con realismo che le cose sono
cambiate. Ho apprezzato la mossa
di Berlusconi, a Roma, di candidare
Marchini, uomo trasversale che piace anche a sinistra”. L’ex governatore spinge la sua “analisi” ben oltre
Torino lasciando intendere in modo
nemmeno troppo velato che quanto sta avvenendo all’ombra della
Mole sia in realtà qualcosa di più
che una mera convergenza elettorale. Al giornalista de “Il Foglio” che
gli chiedeva se a Torino si stesse
realizzando un patto del Nazareno
sabaudo come surrogato locale di
quello nazionale che non c’è più,
Ghigo ha risposto sornione: “Sicuri
che non ci sia più? Conosco bene
sia Berlusconi sia Verdini, e che
Denis stia con Renzi senza l’ok di
Silvio non lo credo plausibile. Il Nazareno è ancora in piedi e io lo sto
mettendo in pratica a Torino. Avere
una pattuglia di moderati in comune
permette anche di evitare eventuali
sbandate troppo a sinistra di Fassino”. Anche il plurinquisito Denis
Verdini ha dichiarato il suo pieno sostegno ai candidati renziani. Quello
di Verdini è un ruolo importante
che va ben oltre la consistenza del
suo partito Ala. Losco faccendiere,
dentro e fuori i palazzi del potere
borghese è universalmente riconosciuto come in grado di spostare gli
equilibri politici e di garantire la stabilità di una maggioranza quanto di
condizionarla pesantemente. Basti
ricordare come i voti della sua ventina di senatori, tutti fuoriusciti da
Forza italia e dall’NCD, siano assolutamente determinanti per il governo Renzi e, soprattutto, lo rendono
autonomo da quelli della minoranza
interna Dem.
L’unica scelta per bloccare questa pericolosissima convergenza
politica tra destra e “sinistra” borghese e per delegittimare i loro vomitevoli intrallazzi è negare il voto a
tutti i partiti e i candidati borghesi.
Affinché Torino sia governata
dal popolo e al servizio del popolo
ci vuole il socialismo, cominciando
col non votare i partiti della seconda repubblica neofascista, disertare le urne e creare le istituzioni rappresentative delle masse fautrici del
socialismo.
ARTIGIANI E COMMERCIANTI
•
Messa a disposizione, da
parte del comune di immobili di
proprietà pubblica da affittare a
prezzo politico per iniziative e attività artigianali, turistiche e di piccolo
commercio, fiscalmente incentivate, al fine di evitare l’abbandono e il
degrado dei quartieri popolari.
Semplificazione delle pratiche
e incombenze amministrative, contabili, fiscali e burocratiche.
•
CASE E INFRASTRUTTURE
• Rilanciare l’edilizia popolare e
pubblica. Il comune deve requisire
le case sfitte da oltre un anno, i locali dismessi e inutilizzati e i palazzi
nelle medesime condizioni da destinare, dopo i necessari lavori, alle
famiglie sfrattate e senza casa.
Riqualificazione dell’ex caserma Garibaldi lasciata da anni
al completo degrado e sua riconversione in spazio pubblico promuovendo una consultazione tra
le masse popolari per stabilirne la
nuova destinazione d’uso.
•
•
GIOVANI
Creazione di centri giovanili
autogestiti, di strutture sociali, ricreative, culturali e sportive pubbliche
da dare in gestione direttamente e
gratuitamente ai giovani.
Trasporti pubblici e gratuiti
per i giovani senza lavoro e gli studenti.
•
•
MIGRANTI
Prevedere presso le scuole
pubbliche, in orari extra scolastici
ed extra lavorativi, corsi di lingua
italiana gratuiti per immigrati adulti.
Organizzare incontri pubblici,
nelle piazze e nei quartieri popolari,
per favorire la fraternizzazione e la
socializzazione tra le varie comunità straniere e quella italiana.
•
LGBT
•
Parità di diritti e trattamenti
sociali, economici e fiscali per le
coppie di fatto, sia eterosessuali
che omosessuali.
Diritto, anche per le famiglie
di fatto, comprese le coppie omosessuali, lesbiche, transessuali, di
accedere ai bandi di concorso per
l’assegnazione delle case popolari.
•
•
ANTIFASCISMO
Nessuna piazza, strada o
spazio pubblico comunale dev’essere concessa ad organizzazioni di
matrice nazista e fascista, sciogliere tutti i gruppi fascisti e chiudere i
loro covi.
Lottiamo per la vittoria dell’astensionismo anticapitalista e per
il socialismo! Creiamo le istituzioni
rappresentative delle masse fautrici
del socialismo!
Solo il socialismo può cambiare
l’Italia, dare il potere politico al proletariato e consentire che i comuni
siano governati dal popolo e al servizio del popolo!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!
Fautori
del
socialismo!
Create le istituzioni rappresentative delle masse,
ossia le Assemblee popolari e i Comitati popolari
basati sulla democrazia diretta,
per combattere i governi borghesi,
per difendere gli interessi delle masse
e lottare contro il capitalismo,
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Sede central
e: Via Antoni
Tel. e fax 055.512
o
3164 e-mail:del Pollaiolo, 172a
[email protected] - 50142 FIRENZ
E
mli.it
www.pmli
.it
12 il bolscevico / elezioni amministrative del 5 giugno
N. 20 - 19 maggio 2016
Radiografia di candidati e liste
per le elezioni comunali a Cosenza
Alle elezioni comunali del 5
giugno a Cosenza si contenderanno la poltrona di sindaco 6
candidati, sostenuti da ben 32 liste.
Scontata la ricandidatura del
sindaco uscente Mario Occhiuto (FI), defenestrato pochi mesi
fa da una parte della sua maggioranza consiliare per effetto
dell’accordo fra il PD e l’NCD dei
fratelli Gentile, i quali erano inizialmente in maggioranza e nel
“centro-destra”, tanto che Katya
Gentile, figlia di Pino Gentile (ex
sindaco di Cosenza, oggi vicepresidente del consiglio regionale) fu vicesindaco.
Occhiuto e la sua banda
hanno malgovernato in odor di
‘ndrangheta la città dei Bruzi, peraltro affogandola in un mare di
debiti, alcuni dei quali vergognosi
debiti personali dello stesso Occhiuto che potrebbero costargli l’ineleggibilità.
Gustavo Coscarelli, massone,
è il candidato del M5S del megalomane qualunquista di destra
Beppe Grillo; la sua candidatura è stata imposta dall’alto, con
tanto di polemica con la base del
movimento. Suo sostenitore principale il senatore cosentino Nicola Morra.
Vincenzo Iaconanni, detto il “guru”, candidato “semi-serio” della lista Hettaruzzo Hebdo,
nata da una costola dei 5 Stelle.
Valerio Formisani, medico, è
candidato con la lista “Cosenza
in Comune”, composta da SEL,
SI, PRC e altri rottami della “sinistra” borghese cosentina che
parlano di alternativa al PD e al
“centro-destra”. In realtà, tanto
più se si considera che SEL governa la regione Calabria con il
governatore Mario Oliverio del
PD con un’alleanza che arriva di
fatto fino all’NCD, il loro obiettivo
è chiaramente quello di frenare
l’astensionismo che, anche a Cosenza, come nell’intera Calabria
e in ogni tornata elettorale, è a livelli record.
Enzo Paolini, avvocato e re
delle cliniche private, candidato
con il PSE, il PLI e l’NCD.
Fu battuto da Occhiuto alle
scorse amministrative quando
era candidato con il PD, oggi è
appoggiato dai fratelli Gentile,
per effetto del mancato accordo di questi ultimi con il “centrosinistra”, dovuto a ragioni di poltrone (ma va?) e soprattutto per
cercare di costringere Oliverio ad
allargare ufficialmente la coalizione alla regione coinvolgendo loro
uomini in giunta. Evidentemente non basta a questa dinastia
politica il ruolo di sottosegretario
alle attività produttive nel governo Renzi del senatore Antonio ‘U
Cinghiale’ Gentile e la poltrona
del fratello Pino a Palazzo Campanella. Comunque si dicono disponibili, al ballottaggio, a convergere sul “centro-sinistra” da
una posizione di forza.
La loro lista però potrebbe essere esclusa dalla competizione.
A proposito di “centro-sinistra”
e del PD il caos regna totale. Il
candidato manager della Rai, Lucio Presta, imposto da Renzi senza primarie, si è ritirato dalla corsa alla poltrona di sindaco pochi
giorni prima della presentazione
delle liste.
Ufficialmente per “motivi familiari”, in realtà per la paura di
perdere dovuta a diversi fattori: l’enorme astensionismo previsto, la lotta intestina fra i politicanti locali del PD scontenti della
sua candidatura, la forte opposizione dell’opinione pubblica cosentina tanto al governo del nuovo duce Renzi (che infatti è stato
contestato sonoramente anche a
Reggio Calabria durante una delle sue passerelle elettorali insieme ai suoi compari nella regione
più povera d’Italia), tanto nei confronti della giunta Oliverio, il mancato sostegno dei Gentile (e dei
loro voti), il terremoto giudiziario
che ha travolto il Pd nella vicina
Rende.
Al suo posto ora è stato candidato alla chetichella dai vari Lotti,
Minniti, Adamo, Magorno, il consigliere regionale del PD Carlo
Guccione.
Portaborse per anni di Adamo
e Oliverio, con quest’ultimo è stato assessore regionale per qualche mese nella mini-giunta borghese neofascista e filomafiosa
poi defenestrata dalla “Rimborsopoli” calabrese, che vede Guccione coinvolto. Sospettato come
larga parte del PD del sostegno
elettorale (primarie incluse) delle
I verdiniani si alleano col PD
‘ndrine del cosentino, in particolare i Lanzino, è stato infatti il consigliere regionale più votato nel
cosentino. Sembrerebbe coinvolto anche in maneggi vari nell’Asp
cosentina.
Il progetto tutto renziano del
partito unico della nazione fasci-
di sottolineare almeno il cambio
di casacca dell’ex sindaco Eva
Catizone, oggi editorialista de “Il
Fatto Quotidiano” e fino al 2013
esponente di SEL del trotzkista
Vendola. Pupilla ed ex assessore comunale di Mancini senior,
durante il suo mandato cercò di
(è fatale) ultradestri. Oggi sostiene pubblicamente Occhiuto insieme alla sua cara “amica” di Forza
Italia Jole Santelli, ex sottosegretario alla giustizia con Berlusconi
e assistente di Previti prima e di
Pera poi.
Sullo sfondo della conte-
zioni di vita, lavoro, studio e salute del popolo cosentino è del tutto evidente che l’unico voto utile
da un punto di vista di classe è
il voto dato al PMLI e al socialismo attraverso l’astensionismo,
creando le condizioni per la creazione delle istituzioni rappresen-
trasformare Cosenza in una città “ribelle e libertaria” dando ruoli
chiave e visibilità a vecchi imbroglioni politici del ‘68 come Franco
Piperno (che oggi difende “il raìs”
Sandro Principe, agli arresti domiciliari per il caso Rende) e esaltando Toni Negri e altri squallidi
“ultrasinistri” col tempo diventati
sa elettorale pesa la scure della
magistratura, in particolare della DDA guidata da Nicola Gratteri che sta indagando sul voto di
scambio, tanto che secondo alcuni le elezioni potrebbero infine essere rinviate.
Di fronte a tutto questo schifo
e alla luce delle terrificanti condi-
tative delle masse fautrici del Socialismo basate sulla democrazia
diretta e a carattere permanente:
le Assemblee popolari e i Comitati popolari.
Per Cosenza governata dal
popolo e al servizio del popolo!
Per l’Italia unita, rossa e socialista!
Una veduta di Cosenza
sta anche a Cosenza comunque
non si ferma nonostante lo sfilamento temporaneo dell’NCD.
Lo prova l’ingresso nel “centro-sinistra” dei verdiniani di ALA
e in particolare di Giacomo Mancini jr, nipote del filomafioso ex
segretario nazionale del PSI, che
dopo essere stato deputato per i
DS nel 2001 (eletto grazie al trasversalismo degli stessi Gentile
allora in FI) è passato poi a destra, nell’allora PDL, diventando
vicepresidente della giunta regionale e braccio destro dell’allora governatore, il fascista malripulito e condannato Giuseppe
Scopelliti. Ora, insieme a Ennio
Morrone, consigliere regionale,
padre di Luca Morrone, ex presidente del consiglio comunale di
Cosenza determinante con il suo
cambio di casacca per la caduta
di Occhiuto, e ad altri personaggi
torna a “sinistra”.
Lo squallore delle forze politiche borghesi ed il trasformismo
non finiscono qui, diverse le “candidature di scambio” presenti nelle liste dei candidati a sindaco.
Fuori dalle liste vale la pena
Elettrice ed elettore di sinistra!
ASTIENITI,
considerandolo un
voto dato al PMLI e
al socialismo
ELEZIONI COMUNALI DEL 5 GIUGNO 2016
Bisogna mobilitarsi per dare battaglia anche sul piano elettorale, al sistema capitalistico, al suo regime e alle sue istituzioni in camicia nera, alle coalizioni della destra e della “sinistra” borghese. Come per il passato, bisogna creare ovunque
sia possibile delle Squadre di propaganda dell’astensionismo
marxista-leninista. Là dove non ci sono militanti e istanze del
Partito, l’iniziativa può essere presa da simpatizzanti e amici.
Può far parte della Squadra di propaganda chiunque voglia dare
una qualsiasi mano alla campagna elettorale astensionista del
Partito.
Non è quindi necessario che i membri non di Partito della
Squadra siano disponibili a fare tutto quello che occorre alla
campagna: volantinaggi, comizi volanti e banchini di propaganda, addobbo sale per i dibattiti, raccolta fondi, ecc. Si può esserne membri anche se si è disposti a fare una sola cosa di tutte
queste. Ed è sufficiente offrirsi come autista o mettere a disposi-
zione la propria auto o partecipare ai turni di apertura della sede
o finanziare la Squadra.
Le Squadre possono essere composte anche da due persone. Esse devono tenere almeno due riunioni: una di insediamento nella quale siano discussi i documenti elettorali del Partito e
le indicazioni elettorali comparse su Il Bolscevico n. 18/2016, sia
stabilito il piano di lavoro e siano suddivisi i compiti; un’altra a
conclusione della campagna per fare il bilancio critico e autocritico del lavoro svolto, che in sintesi va comunicato successivamente alla Commissione per il lavoro di organizzazione del CC
del Partito, e per sciogliere la Squadra.
Le Squadre nel corso del loro lavoro possono inviare delle
brevi corrispondenze a Il Bolscevico, corredate magari da qualche foto, sugli avvenimenti più importanti della campagna elettorale astensionista.
Il lavoro non manca e quanto più lavoreremo, in qualità e in
quantità, tanti più elettrici ed elettori verranno investiti dalla linea dell’astensionismo marxista-leninista, che comprende, oltre
l’astensionismo inteso come voto dato al PMLI e al socialismo,
la creazione delle istituzioni rappresentative delle masse fautrici
del socialismo, ossia le Assemblee popolari e i Comitati popolari
fondati sulla democrazia diretta.
Il nostro auspicio è che questo appello a creare delle Squadre
di propaganda dell’astensionismo sia raccolto da tutti gli anticapitalisti, gli antimperialisti, gli antifascisti, i fautori del socialismo
e gli astensionisti che vengono a conoscenza del PMLI, che si
sono già liberati da ogni influenza elettorale, parlamentare, riformista e revisionista e intendono fare qualcosa di concreto nella
battaglia elettorale per far avanzare la causa del socialismo e
dell’emancipazione del proletariato. Pensiamo soprattutto agli
operai più avanzati e combattivi e alle ragazze e ai ragazzi che
hanno tutto un mondo da conquistare.
PMLI / il bolscevico 13
N. 20 - 19 maggio 2016
“Il Bolscevico” diffuso
al concerto dei
“Modena City Ramblers”
La denuncia del PMLI che Renzi
è il nuovo duce e dev’essere abbattuto
raccoglie consensi
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione di
Modena del PMLI
I marxisti-leninisti di Modena e provincia hanno organizzato una proficua diffusione de “Il Bolscevico”
al concerto che i Modena
City Ramblers hanno tenuto nella sera il 5 maggio a
sostegno della raccolta firme della CGIL per la Carta universale dei diritti del
lavoro e i referendum sul
“Jobs act”, che si teneva
nella centrale piazza Grande.
I compagni hanno diffuso diverse copie del nu-
mero dell’organo del PMLI
che recava l’editoriale del
Responsabile della Commissione centrale per il
lavoro di massa, Andrea
Cammilli sul Primo Maggio, soprattutto a lavoratori
e giovani.
Molto importanti, in questo quadro, i commenti di
alcuni partecipanti, che
hanno condiviso la nostra
denuncia del regime neofascista e di Renzi come
nuovo duce, dicendosi
concordi con la nostra proposta di unirci per abbatterlo, al di là delle divergenze strategiche.
DIALOGO
Che pensate del futuro dei giovani
e del ruolo del “giovane”
rottamatore di diPalazzo
Chigi?
Parlare dei giovani non è nanzitutto, coi ragazzi.
“sinistra”, tutte attività che, al rismo, dall’elettoralismo, dal go-
molto facile, però una cosa posso dirvela: che tu sia un fannullone o un lavoratore, che tu sia
di una parte politica o di un’altra,
che tu ti impegni politicamente o
meno, se rientri nella categoria
“giovani” sei prima di tutto stanco e disilluso: stanco perché le
tue possibilità sono tutte altrove (un tempo rischiava chi intraprendeva un lungo viaggio, oggi
rischia chi resta dov’è), stanco
perché ti senti preso in giro da
chi si è travestito della tua stessa giovinezza per farne baluardo di cambiamento, illudendoti
che sarebbe stato un cambiamento nei tuoi interessi. E non
mi riferisco solo a Renzi, mi riferisco anche al M5S che ha
cavalcato l’onda di Internet, dei
nuovi mezzi di comunicazione,
col chiaro scopo di dialogare, in-
Precisazioni del partigiano
Giovanni Gerbi sull’intervista
rilasciata a “Il Bolscevico”
Al compagno Gabriele Urban, Segretario del PMLI del
Piemonte e alla Redazione de
“Il Bolscevico”.
Ho ricevuto “Il Bolscevico” n.
13 del 2016 con il riassunto della tua lunga intervista in esclusiva dal titolo: “Sono stato, sono e
sempre rimarrò comunista rivoluzionario per fare in Italia come
nella Russia di Lenin e Stalin”.
Poiché ho riscontrato in essa
affermazioni e fatti che non cor-
rispondono alla “mia storia politica”, ad evitare malintesi e
strumentalizzazioni propagandistiche e non veritiere, prego la
Redazione de “Il Bolscevico” di
ospitare le seguenti puntualizzazioni:
1) Sono Marxista, ateo e mi
batto per il Comunismo.
2) Solidarizzo con quelle religioni che si battono per il Comunismo. Che accettano che il
Potere sia Comunista e che lo
CALENDARIO
DELLE MANIFESTAZIONI
E DEGLI SCIOPERI
MAGGIO
4-22
13
14
16
19
20
Trasporto locale pubblico - Sciopero personale
con date, modalità e orari diversi da città a città
Usb Pubblico Impiego - Regioni e autonomie locali
Amministrazioni Comunali – Sciopero lavoratori Servizi
educativi/scolastici servizi all’infanzia, escluso Regioni
Sardegna-Piemonte-Marche
Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil – Sciopero lavoratori
Energia e Petrolio, Eni SpA, Saipem SpA
Mamme No Inceneritore, Assemblea per la Piana
contro le nocività e Zero Waste Italy
- A Firenze manifestazione nazionale
“Fermiamo tutti gli inceneritori”
Licta - Trasporto Aereo - Enav SpA – Sciopero Controllori
traffico aereo, Pilota, Operatore radiomisure, Esperto di
assistenza al Volo e Meteorologo
Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom-Uil – Telecomunicazioni –
Sciopero personale Ericsson Telecomunicazioni SpA Unità organizzativa Field Services & Local Delivery
Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil - manifestazione nazionale
pensionati a Roma
Flc-Cgil, Uil-Rua – Ricerca – Sciopero lavoratori Enti
pubblici di ricerca
Flc-Cgil, Cisl-Scuola, Uil-Scuola, Snals-Confsal - Ministero
Istruzione Università Ricerca – Sciopero Personale
Docente, Educativo, Ata e del personale dell’Area V
Dirigente. Comparti Università, Ricerca e Afam (Alta
Formazione Artistica e Musicale)
LETTORI
Questa rubrica è aperta a tutti i lettori de Il Bolscevico, con l’esclusione dei fascisti. Può essere sollevata qualsiasi questione inerente
la linea politica del PMLI e la vita e le lotte delle masse. Le lettere non
devono superare le 50 righe dattiloscritte, 3000 battute spazi inclusi.
gestisca il popolo non la religione ed i preti.
3) La mia fortuna come politico è stata di aver incontrato tra
i partigiani, appena 15enne, un
vecchio comunista reduce dalle patrie galere il quale mi commosse ed entusiasmò parlandomi di Comunismo.
Non era il Com.te Rocca
(23anni) Rocca era un coraggioso combattente, per me un
mito, aveva adottato la stella
rossa, ma non era un politico,
ancor meno un educatore comunista, troppo egocentrico, interessato alla sua fama.
4) “Il Dirigente Armando Valpreda” (23 anni) era il segretario dell’ANPI di Asti, la mente e
il cuore e il comandante della
Rivolta Armata di Santa Libera.
Egli avrebbe reagito con le armi
- così ci disse - se lo Stato borghese fascista ci avesse attaccato con le armi.
5) Il ruolo politico di Rocca a
Santa Libera non è lontanamente paragonabile a quello svolto
da “Armando”. Seppur in perfetta buona fede finì per nuocere
alla “Rivolta”.
Mentre in tutto il Centro Nord
i partigiani erano sul piede di
guerra e attendevano l’abrogazione dell’Amnistia, impaziente Rocca volle andare a Roma
per trattare direttamente con il
governo (Nenni). Andò con una
larga delegazione di capi partigiani. Caddero nella trappola dei
falsi comunisti. Ottennero che i
loro gradi fossero equiparati a
quelli dell’esercito (lui divenne
colonnello, si arricchì), mentre
dalle trattative vennero escluse
sia l’abrogazione dell’amnistia
sia l’epurazione. Il resto è noto,
se non lo fosse sono sempre a
disposizione.
Con l’occasione Vi informo
che sto portando a termine “La
storia della Resistenza Rivoluzionaria Astigiana del 900”,
dove troverete tutto ciò che può
interessare la Rivoluzione e non
sempre si riesce a ricordare in
una intervista.
Vostro Giovanni Gerbi
Insomma, ci hanno, tutti i
governi (uno aveva addirittura
un ministro della Gioventù, tale
Giorgia Meloni), convinto di essere parte integrante della vita
del Paese e invitato a partecipare, a “riprenderci” il Paese:
un “giovane” si è preso (anzi, gli
hanno dato) il Paese ma non ci
ha reso nulla, anzi, ci ha tolto prima di tutto la possibilità di fare
affidamento su contratti di lavoro
che rispettassero dei diritti ormai
dati per assodati, ma soprattutto
creando un mostro-riforma della scuola che, di fatto, trasforma
le classi in covi di piccoli settenani che con le penne devono
estrarre dai libri il diamante della
conoscenza sotto la supervisione di un insegnante a sua volta guardato e guidato da un preside-manager con l’obiettivo di
renderci produttivi - quantitativamente e non qualitativamente. E
ho toccato solo superficialmente
delle questioni importantissime.
La gioventù e la sua inventiva sono state asservite a meccanismi di potere vergognosi:
siamo stati traditi, effettivamente. Io personalmente non ho mai
appoggiato il “caro” rottamatore,
ma in tanti l’hanno fatto, proprio
perché volevano innovare, cambiare le cose. Il paradosso di
questo nostro tempo è che per
essere innovatori bisogna guardare indietro, per essere di sinistra bisogna avere un atteggiamento conservatore, cercando
di preservare la nostra Costituzione e i nostri diritti.
Un giovane della Valdisieve
(Firenze)
Innanzitutto ti ringraziamo
sinceramente per averci posto le
tue interessanti riflessioni, che ci
danno un’ulteriore occasione di
discutere temi fondamentali per
la lotta di classe oggi, quali la
condizione giovanile in Italia e il
grado di coscienza e di combattività dei giovani, nonché i compiti dei marxisti-leninisti su questo fronte. Intanto apprezziamo
molto la tua denuncia di Renzi
e della sua opera mistificatoria,
demagogica e ingannatoria.
Siamo pienamente d’accordo con le considerazioni circa la delusione dei giovani e le
meschine operazioni di Renzi e
non solo per accreditarsi mediaticamente fra le masse giovanili
del nostro Paese e poi tradirli col
“Jobs act”, la “Buona scuola” e
così via. Tuttavia, sulla base dei
fatti, non troviamo corretto sostenere che “la gioventù e la sua
inventiva sono state asservite a
meccanismi di potere vergognosi”, perché sembrerebbe che la
gioventù nel suo complesso accetti questo stato di cose. Bisogna distinguere tra i giovani di
sinistra, di centro e di destra. I
giovani di sinistra più informati e coscienti non ci stanno. Ora
come in passato sono partecipanti essenziali alle più grandi lotte del nostro Paese. Essi
sono stati i primi a imbracciare le
armi per dare vita alla Resistenza, la scintilla della Rivolta del
luglio ‘60, i protagonisti assoluti
delle Grandi Rivolte del Sessantotto e del Settantasette, sempre in prima fila nelle lotte contro
Berlusconi, Monti e Renzi. Essi
sono impegnati nel volontariato,
nei movimenti, nei centri sociali,
finanche nella base delle organizzazioni giovanili e dei partiti
di là delle critiche che gli muoviamo, dimostrano comunque
che c’è voglia di impegnarsi per
il cambiamento. Non si può immaginare un vero cambiamento senza la partecipazione dei
giovani a milioni, perché il futuro appartiene a loro e sta a loro
conquistarlo.
Il problema è che le masse giovanili in lotta, in generale, sono ancora sotto l’egemonia
del riformismo, cioè della tendenza, comunque mascherata, a non mettere in discussione
l’intero sistema capitalistico ma
a tentare tutt’al più di smussarlo, di correggerne alcuni punti,
mantenendone sostanzialmente in piedi l’assetto economico
e sociale fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e quindi sullo sfruttamento
dell’uomo sull’uomo con tutto ciò
che si porta dietro: sfruttamento
dei giovani coi contratti precari,
cancellazione dei loro diritti fondamentali a partire da quello per
la pensione (l’Inps ha ammesso
che i nati nel 1980 potrebbero
andarci a 75 anni), sfacelo della scuola pubblica e suo asservimento al mercato e potremmo
andare avanti ancora a lungo.
Oggi questa egemonia è
messa alla prova dalla crisi devastante del capitalismo e dal
sempre più becero e palese asservimento della “sinistra” parlamentare (o aspirante tale)
alla classe dominante borghese, tutti fattori che portano settori sempre più ampi di giovani a
maturare una coscienza anticapitalista. Ancora però non hanno
ben chiaro come sconfiggere il
capitalismo e con che cosa sostituirlo. Sui giovani e sulla loro
coscienza politica infatti pesano
molto la decomunistizzazione e
la deideologizzazione: generalmente non conoscono la storia
del movimento operaio italiano e internazionale, dei movimenti studenteschi e del socialismo, non conoscono nemmeno
il marxismo-leninismo-pensiero
di Mao, e in numero fin troppo
ridotto conoscono e apprezzano
il PMLI e la sua linea giovanile e
studentesca.
Bisogna porre la nostra massima attenzione sui giovani che
scendono spontaneamente in
piazza contro la “Buona scuola”, il precariato, la disoccupazione, il fascismo, il razzismo, la
xenofobia, l’omofobia, la guerra, le mafie, la devastazione ambientale, le energie fossili, gli inceneritori e le discariche. Essi
sono i primi che dobbiamo cercare di convincere a liberarsi
dal riformismo, dal parlamenta-
vernismo e dal costituzionalismo
e a combattere contro il capitalismo per il socialismo. Un impegno enorme, di lunga durata,
che deve avere un carattere culturale oltre che politico e organizzativo.
C’è bisogno di tanti elementi informati, avanzati e coscienti come te che si impegnino per
spostare sulle posizioni rivoluzionarie quei tanti ragazze e ragazzi che sono delusi da questa
società e si interrogano su come
superarla. Quindi non dobbiamo
essere “conservatori” e “preservare” la Costituzione (peraltro
già a brandelli e cancellata nei
fatti), ma essere rivoluzionari,
lottare per una nuova società e
per diritti più avanzati, a partire
dal lavoro stabile, a tempo pieno, a salario intero e sindacalmente tutelato per tutti e dalla
scuola e università pubbliche,
gratuite e governate dalle studentesse e degli studenti. Cioè
per l’Italia unita, rossa e socialista.
Si tratta davvero di “riprenderci” il Paese, il diritto a un futuro dignitoso e a vivere la gioventù senza oppressione. Come
afferma a chiare lettere l’appello
della Commissione giovani del
PMLI dal titolo “Giovani prendete esempio dalle Guardie rosse
per cambiare l’Italia”, pubblicato
proprio su questo numero de “Il
Bolscevico”: “Noi vi proponiamo
di scoprire l’esempio delle Guardie rosse per ispirarvi a loro per
portare a successo le vostre lotte
per difendere, pretendere e conquistare i diritti che vi spettano,
a partire dal diritto ad un lavoro
stabile, a tempo pieno, a salario intero e sindacalmente tutelato, all’istruzione pubblica aperta a tutti, al governo studentesco
delle scuole e delle università,
con una visione strategica rivoluzionaria contro il capitalismo e
per il socialismo. (…) Solo con
la lotta i giovani possono ottenere l’abolizione del precariato e
il lavoro stabile, a tempo pieno,
a salario intero e sindacalmente tutelato per tutti. Solo con un
grande movimento studentesco
unitario, fondato sulla democrazia diretta, si può conquistare la
scuola e l’università pubbliche,
gratuite e governate dalle studentesse e dagli studenti. Solo
ricercando l’unità d’azione con
tutte le altre forze sociali e politiche anticapitaliste e antirenziane è possibile mettere in campo
una potente opposizione sociale
nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli atenei e
nelle piazze per buttare giù Renzi e cambiare veramente l’Italia”.
Andate sempre avanti
così con articoli a
favore dei lavoratori
e volevo citarne qualcuno: quelli
provenienti da Milano, Modena,
Prato e Valdisieve.
Inoltre, sempre nell’ultima
edizione volevo congratularmi
con Leonardo che ha scritto nella Rubrica “Corrispondenza delle masse” in merito alla Buona
Scuola e Jobs Act.
Avanti così sempre con articoli a favore dei lavoratori.
Alessandro – Firenze
Salve,
mi volevo complimentare per
l’ultima edizione de “Il Bolscevico”, con i vari resoconti dalle varie città relativi alle manifestazioni del Primo Maggio.
Sono tutti resoconti interessanti
2 il bolscevico / documento dell’UP del PMLI
stampato in proprio - committente responsabile: M. MARTENGHI (art. 3 - Legge 10.12.93 n. 515)
PARTITO MARXISTA-LENINISTA ITALIANO
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N. 3 - 22 gennaio 2015
esteri / il bolscevico 15
N. 20 - 19 maggio 2016
Varati da Tsipras sotto i diktat della Ue
Assediato il parlamento contro il taglio delle
pensioni e l’aumento delle tasse
Il parlamento greco ha votato nella notte tra l’8 e il 9 maggio una nuova serie di tagli alle
pensioni e di nuove imposte sul
reddito secondo l’accordo capestro imposto dall’Unione europea (Ue) imperialista e accettato dal governo guidato da Alexis
Tsipras nel luglio scorso; a Atene
in piazza Syntagma, diverse migliaia di manifestanti assediavano il parlamento contro la manovra del governo e si scontravano
con la polizia.
La risicata maggioranza di
governo con i suoi 153 voti a
favore su 300 ha potuto varare
la riforma delle pensioni e quella fiscale, un pacchetto di misure del valore da 5,4 miliardi necessari per sbloccare la prevista
rata di aiuti e evitare il default
del paese. Per le strade di Atene e Salonicco sfilavano diversi cortei di manifestanti contrari
alla manovra di Tsipras.
I primi a mobilitarsi erano
stati militanti e simpatizzanti del
Fronte per la lotta dei lavoratori (Pame), il sindacato vicino al
partito revisionista greco Kke,
che in corteo nella capitale e a
Salonicco portavano cartelli che
rivendicavano “sicurezza sociale, pubblica e obbligatoria per
tutti” denunciando che la legge
in via di approvazione era “la
pietra tombale al sistema pensionistico che conosciamo”. Altri cortei erano organizzati dai
maggiori sindacati del settore pubblico e privato del paese, Adedy e Gsee che avevano
proclamato uno sciopero contro
la riforma delle pensioni e quella fiscale, cortei che sfilavano a
Atene al grido di “no alla dissoluzione del sistema di sicurezza
sociale”, “no al proseguimento
della politica di rigore”.
Le misure approvate in parlamento prevedono un aumento delle tasse dirette e indirette
per un valore di circa 3,6 miliardi con l’Iva che sale dal 23 al
24% e l’aumento delle imposte
su sigarette, benzina, alcoolici, giochi e bollo auto. La soglia
di reddito esentasse scende a
poco più di 9 mila euro all’anno
dai 9.500 euro precedenti mentre cresce la tassazione dei redditi compresi tra i 795 e i 2.250
euro al mese che dovranno versare all’erario a fine anno 176
euro in più.
La manovra sulle pensioni
istituisce una pensione minima
di 384 euro al mese percepibile dopo 20 anni di contribuzione ma riduce il numero degli enti
previdenziali e taglia i cosiddetti
assegni supplementari; aumenta i contributi previdenziali per
lavoratori autonomi e agricoltori
e quelli dei lavoratori dipendenti
che salgono fino al 20%, con la
quota del 13,6% a carico del padrone e del 6,7% del lavoratore.
Le pensioni dei settori pubblico e privato saranno equiparate
con un taglio di quelle pubbliche
tra ilo 10 e il 20%; complessivamente la manovra sulle pensioni garantirà al bilancio statale un
“risparmio” di circa 1,8 miliardi di
euro.
Con queste misure Tsipras
punta a intascare subito la rata
da circa 5 miliardi di euro prevista dall’intesa con la Ue per pagare i 3,5 miliardi di euro di debiti in scadenza a luglio ed evitare
il default. Ancora una volta i sacrifici imposti a lavoratori e pensionati serviranno soprattutto a
coprire i prestiti di banche pubbliche e private.
Tsipras in parlamento ha parlato di “giorno storico” perché “fi-
Atene, 8 maggio 2016. Il parlamento greco presidiato in forze da decine
di migliaia di lavoratrici e lavoratori scesi in piazza per protestare contro
l’ennesima “riforma” delle pensioni a poche ore dal voto finale
nalmente dopo sei anni di crisi si
inizia a parlare seriamente della riduzione della nostra esposizione”, come dire che sei anni
di politica di lacrime e sangue
sono serviti solo a pagare parte
degli interessi. E non è detto che
da ora in poi ci sia una svolta
nei conti dato che il Fondo Monetario ha minacciato di ritirarsi
dal fronte dei datori dei prestiti
se il governo di Atene non farà
approvare dal parlamento nei
prossimi mesi un nuovo elenco
dettagliato di ulteriori tagli pari
a 3,6 miliardi di euro da attivare
automaticamente nel 2018 qualora non fosse raggiunto l’obiettivo di un avanzo primario di bilancio del 3,5%.
Violando l’art. 9 della Costituzione
Varata una legge che consente
al Giappone di fare la guerra
Il progetto di Abe riforma la Costituzione e prevede anche limitazioni alla libertà di associazione, di riunione e
sindacale, nonché la possibilità di ricorrere alla legislazione di emergenza
Il 3 maggio, festa della CostiNon è quindi un caso che il 28
tuzione giapponese, in tutto il paese si sono svolte manifestazioni
organizzate dalle 7.000 associazioni riunite per la difesa dell’articolo 9 della Costituzione del
1946, quello che proibisce l’uso
delle forze armate e che il governo liberal democratico di Shinzo
Abe vorrebbe riformare. A Tokyo
la manifestazione di protesta si è
svolta di fronte alla Dieta, il parlamento giapponese.
Il premier Abe e la sua coalizione governativa, formata da Liberaldemocratici e Nuovo Komeito, sono accusati di “calpestare la
Costituzione” entrata in vigore nel
1947 il cui articolo 9 recita che “il
popolo giapponese rinuncia per
sempre alla guerra come diritto
sovrano della nazione e rinuncia
Manifestazioni in tutto il Paese contro il provvedimento
alle minacce e all’uso della forza
come mezzo per risolvere le dispute internazionali”.
Il cambio dell’articolo costituzionale richiede il consenso di
una maggioranza qualificata pari
a due terzi di entrambe le aule
del parlamento, una maggioranza che Abe non ha. Sono per ora
solo alla fase di progetto le modifiche costituzionali del governo
che porteranno, secondo le denunce dei pacifisti e dell’opposizione, alla limitazione delle libertà
di associazione, di riunione e sindacale, oltre a dare al premier la
possibilità di ricorrere alla legislazione di emergenza per fronteggiare le crisi interne, riportando
indietro il paese fino alle leggi di
pubblica sicurezza del 1925.
Finora Abe ha portato a casa
la nuova legge sulle Forze di Autodifesa, approvata nel settembre 2015 tra dure contestazioni
in piazza dei pacifisti e entrata in
vigore il 29 marzo scorso. Per la
prima volta dal termine della Seconda Guerra Mondiale, oltre
all’eventualità di un’aggressione
diretta al Giappone, le forze di autodifesa saranno autorizzate ad
intervenire all’estero in caso di un
attacco agli Stati Uniti o altri paesi
alleati che costituisse anche una
minaccia per il Giappone.
Abe aveva sottolineato la necessità del varo della legge so-
stenendo che “attorno al nostro
paese la sicurezza è sempre più
precaria. In un mondo dove nessuno può difendersi da solo, questa legge aiuterà a prevenire la
guerra”, riferendosi alla “minaccia” nucleare e missilistica della Corea del Nord ma soprattutto
alla necessità di contenere la crescente aggressività della superpotenza imperialista cinese nel
Mar cinese meridionale e orientale, a partire dalle aree dove si trovano le isole contese tra Pechino
e Tokyo.
La legge militarista voluta da
Abe è stata appoggiata da Barack Obama ed è una delle dirette conseguenze dell’accordo rag-
giunto dai due alla Casa Bianca
nell’aprile del 2015, quello che
ha cambiato le modalità dell’alleanza militare tra i due paesi e
che ha trasformato il Giappone
da soggetto passivo, difeso dagli Usa in caso di attacco, a attore attivo impegnato a sostenere l’alleato anche al di fuori dei
confini nazionali. Un accordo
che portava direttamente a violare la costituzione e sottolineava la volontà di Abe, d’intesa col
compare imperialista Obama, di
spingere l’acceleratore del riarmo dell’imperialismo giapponese
per renderlo di nuovo protagonista quantomeno nella regione del
Pacifico.
agosto dello scorso anno la Marina imperiale giapponese abbia deciso di varare la nuovissima portaerei “Kaga” con lo stesso
nome di una delle unità che prese parte al proditorio attacco alla
base navale americana di Pearl
Harbor il 7 dicembre del 1941 e
che allargò il conflitto a tutto il Pacifico. Per aggirare i vincoli costituzionali la “Kaga” è classificata
come “cacciatorpediniere portaelicotteri”, armata con elicotteri e
convertiplani ma può benissimo
imbarcare financo i caccia-bombardieri stealth Usa, F-35. La
portaerei entrerà in servizio nel
2017 e assieme alla gemella “Izumo” sarà impegnata a far fronte
alle dispute territoriali con Pechino nel Mar cinese meridionale.
La famiglia di Giulio “angosciata” in particolare per Abdallah, suo consulente, che rischia la pena di morte
Ondata di arresti in Egitto tra i contatti di Regeni
Il 7 maggio diversi giornali egiziani sono usciti con la prima pagina in nero e la richiesta
delle dimissioni del ministro degli Interni Ghaffar, seguendo le
indicazioni del sindacato della
stampa che già aveva fatto pubblicare nei banneri sui siti e sui
quotidiani il logo “No alla censura” per protestare contro il raid
della polizia nella sede del sindacato per ostacolare l’assemblea di almeno 2 mila giornalisti,
avvocati e attivisti che manifestavano per il rilascio dei giornalisti agli arresti e nuova leg-
ge a protezione della stampa. I
giornalisti rigettavano il tentativo
di imposizione del governo del
Cairo di mettere la sordina alle
critiche contro il governo e il presidente Al Sisi, fra le quali quelle
sul caso Regeni.
Nella seconda metà di aprile
il regime del golpista Al Sisi ha
dato il via in Egitto a una crescente repressione del dissenso
che ha portato all’arresto in molti
casi “preventivo” di quasi mille e
trecento oppositori e ha scatenato la polizia contro le manifestazioni di piazza comprese quelle
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murale al n. 2820 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze
chiuso l’11/5/2016
Editore: PMLI
ore 16,00
ISSN: 0392-3886
dell’1 Maggio al Cairo, dove gli
agenti hanno impedito a centinaia di lavoratori di prendere parte
nella capitale all’assemblea che
doveva celebrare la festa. Diversi gli arrestati che si aggiungevano ai molti dei giorni precedenti.
Fra gli arrestati anche Ahmed
Abdallah, l’avvocato egiziano
difensore dei diritti umani e responsabile della Commissione
Egiziana per i Diritti e le Libertà (Ecrf) che da due mesi era
anche consulente della famiglia
Regeni per seguire le vicende
legate all’assassinio del giovane
Giulio da parte del regime egiziano; il ricercatore italiano era
scomparso il 25 gennaio e ritrovato cadavere il 3 febbraio lungo
una strada alla periferia del Cairo, con il corpo martoriato da feroci torture.
Ahmed Abdallah era prelevato nella sua abitazione nella
notte tra il 24 e il 25 aprile dalle
forze speciali e tradotto in carcere con l’accusa di aver “manifestato senza autorizzazione”
contro la decisione del golpista
Al Sisi di cedere le isole Tiran e
Sanafir nel Mar Rosso all’Arabia
Saudita, che con forti iniezioni
di petrodollari sostiene il regime del Cairo. Era uno dei quasi
400 egiziani arrestati preventivamente dalle forze di sicurezza
che volevano impedire una protesta che comunque si è tenuta
lo stesso.
Il 27 aprile al Cairo diverse
decine di manifestanti sono riusciti a marciare dalla sede del
Sindacato della Stampa fino
all’ufficio della procura della capitale per denunciare l’arresto
e gli abusi compiuti contro i reporter il lunedì 25 aprile e l’attacco alla sede del sindacato nello
stesso giorno. Dei 33 arrestati
erano ancora sei quelli chiusi in
prigione fra i quali Abdallah che
dopo un fermo di quattro giorni vedeva allungato il periodo
di carcerazione a 30 giorni con
ben più pesanti accuse, dall’incitamento all’uso della forza per
rovesciare il governo e cambiare la costituzione all’incitamento ad attaccare stazioni di polizia
con fini terroristici, all’appartenenza ad un gruppo terroristico
collegato alla Fratellanza Musulmana. Accuse che prevedono la
pena di morte.
Il 27 aprile l’avvocato di Abdallah denunciava che in un colloquio informale la procura di
Heliopolis che segue il caso lo
aveva interrogato sui legami con
la famiglia Regeni. Il che fa pensare che sia stato preso di mira
dagli apparati repressivi di Al
Sisi soprattutto perché oltre ad
essere presidente della Commissione egiziana per i diritti e le
libertà, una ong che denuncia in
particolare gli arresti arbitrari e le
sparizioni forzate, è anche consulente degli avvocati della famiglia Regeni per le indagini sulla
morte di Giulio. E la famiglia del
ricercatore italiano si diceva “angosciata” per l’arresto di Ahmed
Abdallah, esprimeva “preoccupazione per la recente ondata
di arresti in Egitto ai danni di attivisti dei diritti umani, avvocati,
giornalisti anche direttamente
coinvolti nella ricerca della veri-
tà circa il sequestro, le torture e
l’uccisione di Giulio”.
Il 26 aprile il portavoce di Amnesty International Italia denunciava l’inasprimento delle azioni
repressive da parte del governo
del Cairo e sosteneva che “l’azione politica italiana deve essere commisurata a questa escalation egiziana”. Dopo tre giorni la
risposta del ministro degli Esteri
Paolo Gentiloni non si spostava
da un innocuo “la nostra ricerca
della verità finora non ha avuto
risposte soddisfacenti”, nulla a
fronte della montagna di menzogne e dei comportamenti arroganti del governo egiziano.
Il richiamo a Roma dall’8 aprile
scorso del nostro ambasciatore
al Cairo non può essere l’unica
risposta del governo italiano che
non vuole mettere in pericolo gli
stretti legami economici e politici costruiti col regime di Al Sisi
e l’alleanza costruita per potere
intervenire in Libia, ultimamente messi in pericolo dall’offensiva del concorrente imperialista
francese Hollande.
Perché i comuni siano governati
dal popolo e al servizio del popolo
ci vuole il socialismo
NON VOTARE
I PARTITI
BORGHESI AL
SERVIZIO DEL
CAPITALISMO
Delegittimiamo
le istituzioni
rappresentative
borghesi
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