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[1943-1945] Testimonianze di Combattenti e Reduci

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[1943-1945] Testimonianze di Combattenti e Reduci
SOLDATI CHE SI
RACCONTANO
1943-1945
Testimonianze di Combattenti e Reduci
A cura di Paolo Bernardini e Giuseppe Trevisan
ANCR
Sezione di Monselice
PREFAZIONE
L’Associazione Nazionale Combattenti ebbe le sue origini nel 1919 e fu voluta dai
Reduci della Prima Guerra mondiale con lo scopo di affrontare e risolvere i diversi
problemi relativi al loro inserimento nella società, specie nel campo di lavoro, dopo il
periodo della loro permanenza in guerra.
Essa fu eretta ad Ente Morale con Regio Decreto del 24 giugno 1923 e conservò
questo appellativo fino al 1946 quando, alla parola “Combattenti”, si aggiunse quella
di “Reduci” dopo il rientro in Patria dei Militari Italiani Internati (IMI) reduci
dall’internamento in Germania e in altri Paesi ad essa sottomessi.
L’Associazione ha un suo Statuto nel cui art. 2 si propone in particolare:
a) il culto della Patria;
b) la glorificazione dei Caduti in guerra, nei Campi di prigionia e di internamento e la
perpetuazione della loro memoria;
c) la difesa dell’unità e dei valori della Nazione e della Costituzione Repubblicana.
Alla fine degli anni ’60 fu costituito il Consiglio Direttivo della Sezione di Monselice
formato da Combattenti della 2a Guerra mondiale e da Reduci dai campi di prigionia e
di internamento.
Il Consiglio Direttivo è così composto:
• 1 Presidente;
• 6 Consiglieri, di cui uno con funzioni di vice Presidente;
• 1 Segretario-Cassiere;
• 3 Sindaci.
Il Consiglio ogni tre anni viene rinnovato, con votazione segreta, da tutti i soci.
Negli anni 1969, 1970, 1971 ai combattenti della 1a Guerra mondiale furono
consegnate queste onorificenze:
• Croce di cavaliere di Vittorio Veneto;
• Medaglia d’oro al Merito;
• Attestato di Cittadinanza Onoraria della città di Vittorio Veneto.
La cerimonia di consegna delle onorificenze fu organizzata, con grandi
festeggiamenti, dall’Amministrazione Comunale e dall’Associazione combattenti e
Reduci di Monselice.
Gli insigniti delle tre onorificenze furono 357.
L’ultimo socio della sezione Cav. Di Vittorio Veneto fu Tullio Cognolato, uno dei
cosiddetti “Ragazzi del ‘99”, chiamati alle armi non ancora diciottenni, e deceduto il
15 giugno 1998.
Agli ex IMI la Federazione Provinciale dell’ANCR, in accordo col comune di Padova, ha
concesso un “Attestato di Benemerenza” e l’Amministrazione comunale di Monselice
una Medaglia Ricordo; consegna avvenuta nella Sala Consigliare in occasione della
Commemorazione del 4 novembre 2004.
Questi IMI, assoggettati durante il loro internamento ad un lavoro coatto, furono
beffati per ben due volte:
• la prima volta nel 1943;
• la seconda sessant’anni dopo, non avendo il Governo Tedesco mantenuto le
promesse di un simbolico risarcimento economico riparatore.
3
Una terza beffa è stata inflitta agli IMI, in questo caso dall’Italia. Infatti non è ancora
arrivata in porto la proposta di Legge presentata al Parlamento per un risarcimento
che, alla fine, risulterebbe essere di soli 1000 (mille) euro.
È stato presentato pure un disegno di Legge per la concessione della onorificenza di
“Cavaliere dell’Ordine del Tricolore” allargata a tutti combattenti della Guerra 19401945, ma si prevede che le lungaggini porteranno all’esaurimento del numero degli
aventi diritto.
Ai soci della Sezione, novantenni e ultranovantenni, è stato concesso dalla
Federazione Provinciale ANCR un “Attestato di Fedeltà”, consegnato in occasione
della celebrazione del 25 Aprile 2005.
L’attività della sezione, nel rispetto dei suoi principi statutari, continua a vivere, per
volontà della Presidenza nazionale, anche grazie al sostegno morale di molti “Soci
Simpatizzanti”, regolarmente tesserati come tali. Ad essi va il nostro riconoscimento
con l’augurio che possano continuare nel tempo l’opera meritoria svolta
dall’Associazione.
Una doverosa citazione spetta ai Presidenti che si sono susseguiti a partire dal 1950:
• prof. Giovanni Gazzea: 1950-1966;
• maestro Giuseppe Barbirato: 1966-1977;
• geometra Carlo Casotto: 1977-1980;
• maestro Dante Bellico: 1980-1986;
• maestro Giuseppe Barbirato: dal 1986 a oggi.
Il Presidente dell’Associazione
Combattenti e Reduci di Monselice
Giuseppe Barbirato
Monselice, ottobre 2005
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INTRODUZIONE
Sono stato invitato dal maestro e geometra Giuseppe Trevisan, cui mi lega una lunga
amicizia, a raccogliere organicamente le testimonianze sparse, in parte già
pubblicate, in parte inedite, di alcuni concittadini monselicensi che si sono trovati,
come soldati, ad affrontare le conseguenza della scelta antitedesca da loro fatta dopo
l’8 settembre 1943. Per qualcuno quella scelta determinò l’internamento nei campi di
concentramento tedeschi con tutte le esperienza tragiche che ne conseguirono. Per
qualcun altro le conseguenze furono meno tragiche ma ugualmente significative.
Ho accettato volentieri la proposta, anche perché, ricorrendo il 60° anniversario della
liberazione dell’Italia dal nazifascismo, è doveroso far capire - a chi non li ha vissuti il perché di avvenimenti tanto tragici che non devono mai più ripetersi e nel
contempo tenere viva la memoria dei valori della Resistenza che ha avuto come
primi, decisi testimoni proprio quei soldati che non hanno accettato, dopo l’8
settembre 1943, l’invito a continuare a combattere a fianco dei tedeschi, e hanno
preferito pagare le conseguenze di quel loro gesto; anche quella estrema: la morte
nei lager tedeschi pur di restare coerenti con la decisione presa autonomamente e
spontaneamente, dopo l’8 settembre, quando furono abbandonati a loro stessi.
Eppure avrebbero avuto la possibilità, comportandosi diversamente, di avere salva la
vita o di non subire le innumerevoli, inimmaginabili sofferenze cui furono sottoposti:
prigionia, stenti, fame, sevizie, torture. Non l’hanno fatto per coerenza, perché
credevano in certi valori e ideali.
Questi nostri monselicensi, che hanno avuto la fortuna di sopravvivere e di tornare,
hanno dato in queste pagine una preziosa testimonianza di quel tragico periodo e il
ricordo delle sofferenze patite da loro, a distanza di tanti anni, appare ancora vivo e
incancellabile.
Quanto è stato da loro testimoniato è stato fatto nell’intento che certi valori,
soprattutto quello della libertà, abbiano a conservarsi e rimanere vivi nelle coscienze
delle nuove generazioni. Per questi valori la giornata del 25 aprile non dovrà mai
essere trascurata come purtroppo si è visto fare da qualcuno che si trova ad avere
responsabilità di governo.
Mi si permetta, a conclusione di queste brevi considerazioni, una annotazione
personale.
Nel libro “Da Monselice a Mauthausen” pubblicato a cura di Flaviano Rossetto, edito
nella primavera del 2005 a cura dell’Assessorato alla cultura di Monselice, si parla a
p. 68 di un certo Mario Bernardini, partigiano e ricercato. Ebbene, quel Mario
Bernardini, era mio zio, ultimo di tanti fratelli e sorelle. Lo zio Mario, allora in
convalescenza, più volte venne a trovarci sulla Rocca, dove allora eravamo andati ad
abitare. Nel libro non si dice che, fuggito in bicicletta per evitare la cattura da parte
dei fascisti, si era portato sui monti di Valdobbiadene per unirsi a un gruppetto di
partigiani. Preso in un’azione notturna di lui non si seppe più nulla.
Paolo Bernardini
Monselice, agosto 2005
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Eroe della riscossa
MEDAGLIA D’ORO
Bruno Bussolin, classe 1921
San Bortolo di Monselice
sottotenente paracadutista della Nembo
morto in combattimento nel 1944
Motivazione della medaglia d’oro
Volontario si offriva per un’azione rischiosa al comando di una pattuglia.
Assaltava per primo tre munitissime postazioni tedesche eliminandole.
Ferito una prima volta alla gamba destra rifiutava ogni soccorso asserendo
che la sua unica preoccupazione era quella di andare avanti e con indomito slancio,
primo tra i suoi valorosi riprendeva l’azione.
Colpito mortalmente da una raffica di mitragliatrice in pieno petto,
chiudeva la sua giovane esistenza incitando i suoi uomini al grido di “Nembo”.
Esempio di alte virtù militari e di ardente patriottismo.
Monte S. Michele d’Abruzzo, 19 maggio 1944.
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Memorie di anni
particolari della mia vita
Giuseppe Barbirato
Classe 1918, Tenente fanteria
Via F.lli Cervi, 29 Monselice
9
Ufficiale
Il 30 agosto 1939 fui chiamato alle armi per frequentare il Corso Allievi Ufficiali di
complemento alla Scuola Militare di Fano (Ancona). Sei mesi di dura scuola: studi di
varie materie militari, marce gravose, carichi di armi pesanti, per chilometri e
chilometri, esercitazioni a fuoco e molta ginnastica. Alla fine di febbraio del 1940 gli
esami: teoria e pratica con le armi in dotazione. Subito dopo la sospirata
promozione, "Aspirante Ufficiale", fui assegnato al 58° Reggimento Fanteria con sede
a Padova. Dopo tre mesi ebbi la promozione a Sottotenente.
Trasferimenti
II 10 giugno 1940 Mussolini dichiarò guerra a Francia e Inghilterra. Da Cesuna
(Altopiano di Asiago) fummo fatti partire in treno per la Francia. Giunti a Pinerolo
arrivò l’ordine di non proseguire. Dopo alcuni giorni ci fecero tornare indietro e
quindi, a un nuovo ordine, sempre in treno si partì per la Sicilia dove rimanemmo per
circa tre mesi. Dopo di che dovemmo ripercorrere tutta l'Italia da sud a nord per
raggiungere il fronte jugoslavo dove fummo impegnati in operazioni di guerra dal 15
al 18 aprile 1941. Dopo di che ci fecero rientrare in caserma a Padova. Passato
qualche mese fummo trasferiti in Liguria, a Genova - Sturla. Dopo una preparazione
meticolosa nell’uso delle armi ci equipaggiarono per una nuova destinazione, questa
volta molto più lontana e molto più impegnativa: Africa Settentrionale. Armi e
materiali vennero imbarcati nel porto di Genova. Un fatto imprevisto, successo alla
vigilia dell’imbarco, annullò però la partenza. Un terribile bombardamento delle
"Fortezze Volanti" americane sulla città e sul porto di Napoli fece prima sospendere e
poi annullare la partenza. Qualche tempo ancora e… altro trasferimento! Questa volta
verso Nord, con destinazione Francia. Forniti di automezzi e armi, fummo impegnati
in operazioni di guerra dal 22 novembre del 1942 fino al 22 gennaio 1943. Rientrati
in Italia, dovemmo effettuare, dal 23 gennaio al 25 luglio 1943, operazioni di guerra
nello scacchiere mediterraneo impegnati, in particolare, nella difesa della zona
costiera laziale.
Settembre 1943
A causa della caduta del Fascismo, avvenuta il 25 luglio, il mio Reggimento da
Cisterna di Littoria (Agro pontino) venne immediatamente dislocato a Roma con
l’incarico di svolgere funzioni di ordine pubblico. Questo fino al disastroso 8
settembre, giorno in cui l'Esercito Italiano fu lasciato allo sbando dai "Capi".
Diversamente da altri Reparti Militari, il mio Reggimento rimase ancora "governato"
per diversi giorni, tanto che il mio battaglione fu impegnato in un combattimento a
Monterotondo, località a Nord di Roma, contro paracadutisti tedeschi scesi per
catturare il nostro "Stato Maggiore" e il Re che, però, erano già fuggiti al Sud, a
Brindisi, per mettersi sotto la protezione degli anglo-americani.
Al termine di questo scontro armato, avvenuto il 9 e 10 settembre, nel quale ci
furono morti da ambo le parti, rientrammo nella Capitale dove incominciò verificarsi
lo "sbandamento" dovuto al fatto che gli ufficiali superiori si erano dileguati e noi,
ufficiali inferiori, non potevamo più trattenere i soldati che desideravano,
isolatamente, tornare alle loro case anche se rischiavano di essere catturati dai
Tedeschi. Infatti i Tedeschi, scesi dal Nord in grandi forze, entrarono in Roma da
padroni.
23 Settembre 1943. Noi - ormai eravamo rimasti ben pochi – ci trovavamo, a Roma,
accantonati nella Scuola "Giosuè Carducci", in via Asmara, senza che nessuno
dall’alto ci desse qualche indicazione e senza sapere, perciò, quale comportamento
dovessimo tenere. Intanto i Tedeschi, che non avevano perso tempo, avevano
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circondato, armati, la Scuola. Poi un Maggiore e un Tenente tedeschi entrarono
portando un ordine scritto di Pavolini, nuovo Segretario del risorto Partito Fascista.
Ecco il testo:
"Oggi, 23 settembre 1943 XXI°, il Duce ha costituito ufficialmente il nuovo Governo
assumendone la Presidenza e delegandomene le funzioni. In tale qualità ordino alla
Divisione Piave di deporre le armi e di consegnarle alle Autorità Germaniche. La
Divisione si recherà in altra località, in direzione nord, in attesa di ulteriori
disposizioni.
p. Il Capo del Governo, il Ministro delegato della firma — F.to Pavolini."
Dopo di che fummo disarmati e trasferiti in una vecchia fornace in disuso che si
trovava a Castel Giubileo, nei pressi di Roma, controllati da guardie tedesche, armate
di mitragliatrici. Qui rimanemmo per tre giorni dormendo all'addiaccio con quel poco
di bagaglio personale che ci era rimasto e poi fummo internati ad Ostia in una
caserma abbandonata dalla Guardia di Finanza. Eravamo rimasti solo noi, ufficiali
inferiori; i sottufficiali e la truppa, già catturati, erano stati subito spediti in
Germania.
Un giorno fummo tutti adunati in un gran cortile ove ci fu fatta la proposta, da parte
di un gerarca fascista, di aderire alla nuova RSI (Repubblica Sociale Italiana) in
cambio dell'immediata liberazione: la risposta fu un NO generale. Con ciò
mantenemmo fede al giuramento di fedeltà alla patria che avevamo fatto quando
eravamo stati chiamati alle armi.
Fuga avventurosa
Il 9 Ottobre 1943 fummo trasferiti in treno da Ostia alla stazione Tiburtina di Roma, e
di lì fatti salire in carri bestiame per essere trasferiti in Germania.
Qui avvenne la mia avventurosa fuga dal treno, che si trovava fermo in stazione.
Organizzai la fuga con uno stratagemma e grazie alla compiacenza - ne sono
convinto - di un soldato di guardia che camminava su e giù per il marciapiede
sorvegliando i carri bestiame.
Stava arrivando la sera, la luce del giorno cominciava a calare e minacciava di
piovere. Nell’attesa mi misi ad osservare quel soldato, che doveva impedire eventuali
fughe. Prima lo feci distrattamente, poi con sempre maggiore attenzione. Mi
incuriosiva il modo con cui osservava all’interno dei carri: non sembrava proprio che
lo facesse per controllarci. Quando ne ebbi la convinzione incominciai ad almanaccare
qualcosa nella testa. Poi, per averne conferma, provai a prendere l'iniziativa e
incominciai con discrezione a vedere se riuscivo ad attirare la sua attenzione su di
me. L’approccio non fu tentato a parole – anche perché non conoscevo il tedesco ma con gesti furtivi, unicamente con gesti. Ben presto non tardai a comprendere che
non mi ero sbagliato. Quando riuscii a fargli capire quali fossero le mie vere
intenzioni non si mostrò scandalizzato né rifiutò decisamente di aderire alla mia
proposta. Mi fece invece capire che ci sarebbe stato ma solo se ne avesse ricavato un
beneficio. Insomma se volevo che lui chiudesse un occhio, avrei dovuto dargli, in
cambio, qualcosa. Pensai allora che, forse, era un “povero cane” austriaco o un sud
tirolese. Di certo non dava l’impressione di essere uno di quei terribili sbirri delle
famigerate SS.
Io non sapevo che cosa avrei potuto dargli e cercai di farglielo capire. Allora lo vidi
fare un gesto deciso e, con la mano, battersi una scarpa. Cercai di interpretare il
significato di quel gesto: forse voleva farmi capire che gli sarebbe bastato avere un
paio di scarpe o, meglio ancora, di stivali.
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Tagliando delle carceri
giudiziarie Regina Coeli
di Roma
Tessera riconoscimento del comando militare di Roma
Dichiarazione relativa al servizio militare, 10.9.1945
In alto a sinistra, Brevetto della Croce al
Merito di Guerra 1939-1943. In alto a destra,
tessera di riconoscimento dell’esercito.
In basso, a sinistra, nomina a tenente
colonnello. In basso a destra, foglio
integrativo del congedo.
Intanto vidi che si allontanava e che continuava, con una certa noncuranza, a
camminare su e giù.
Quando mi accorsi che stava ritornando verso il mio vagone afferrai in fretta il mio
zaino, lo aprii e tirai fuori rapidamente uno stivale. Come mi fu vicino, glielo mostrai
e, a un suo cenno d’assenso, glielo consegnai. Lui mostrò subito di averlo gradito. Poi
si allontanò e con circospezione andò a deporre lo stivale in un angolo.
Riprese quindi a camminare per un altro po’. Poco dopo vidi che ritornava verso me,
e con sorrisi ripetuti mi fece capire quanto fosse stato gradito il mio dono,
accompagnando il tutto con dei: "Ja, Ja! Gut, Gut!" e con dei gesti dai quali appariva
chiaro che si aspettava che gli dessi anche l’altro stivale. Io feci allora il gesto di
darglielo, solo il gesto; ma intanto mi tenevo ben stretto lo stivale. Lo facevo per
precauzione. Poi gli feci capire, con chiari e significativi cenni delle mani, che la cosa
sarebbe certo avvenuta ma… in cambio della fuga sicura. Lui fece un cenno dal quale
capii che accettava.
Dopo qualche istante notai che si allontanava con il secondo stivale senza voltarsi
indietro a controllare il vagone dove mi trovavo. Allora mi resi conto che quello era il
momento e, rivoltomi ai 3-4 compagni che erano nel carro dissi a bassa voce: "Amici,
si scappa!". Immediatamente scendemmo dal treno come gatti, uno dietro l'altro,
carponi sotto i treni in sosta. Finalmente, sotto una pioggerella che intanto aveva
cominciato a cadere, si arrivò al muro di cinta della stazione. Era molto alto. Ci
aiutammo l’un l’altro finché riuscimmo a superarlo ed arrivammo in breve in aperta
campagna.
Era ormai notte fonda, ma riuscimmo, lo stesso, a trovare ospitalità in una casupola,
accolti da un vecchietto.
A Roma
Alle prime luci dell'alba ci portammo presso altri casolari. Gli abitanti si mostrarono
gentili e accettarono di consegnarci qualche straccio di vestito borghese in cambio
delle nostre uniformi da ufficiali. Dopo avere fatto i dovuti ringraziamenti, in tre quelli che erano rimasti del mio Battaglione - prendemmo il tram più vicino,
attraversammo la città di Roma e, sempre guardinghi, raggiungemmo, previo
contatto telefonico, l'abitazione della famiglia di un collega, il Tenente Luigi
Ceccherelli, che fortunatamente non era stato tra quelli catturati nella. Scuola “G.
Carducci”. Fummo accolti e ospitati con tanta cordialità.
Rimasi per alcuni mesi a Roma, da clandestino, mettendomi in contatto e
collaborando con un gruppo di antifascisti e antitedeschi.
Ma poi ci fu una spiata, certamente ad opera di un delatore fascista. Il 10 dicembre
fui sorpreso e catturato dalle SS tedesche. Si trovavano con me due amici ufficiali.
Fummo catturati mentre ci trovavamo ancora nella casa della famiglia che ci
ospitava, i cui componenti furono pure catturati. Immediatamente fummo trasferiti
nella famigerata Via Tasso, luogo di tortura. Fino a tarda notte restammo rinchiusi
entro uno stanzone semibuio doveva già si trovavano altri uomini e donne, pur essi
catturati e posti sotto stretta sorveglianza. Senza cibo e acqua passammo lunghe ore
restando in profondo silenzio. Ogni tanto ci guardavamo negli occhi, smarriti, confusi,
in una snervante attesa di chissà quali terribili eventi.
Regina Coeli
A notte fonda fummo fatti salire su un camion e trasferiti nelle carceri di Regina
Coeli, al sesto braccio, quello al quale erano destinati i detenuti politici. Con gli altri
due fui rinchiuso - triste memoria -, nella cella 371. Era di 3 metri per quattro, priva
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di servizi igienici; per i bisogni corporali, c’era solo, posto in un angolo, un vaso con
coperchio (bugliolo). Prima di raggiungere la cella, posta al terzo piano, fummo
perquisiti e ci furono sequestrati i documenti personali, l’orologio, la cinghia e i lacci
delle scarpe.
Rimanemmo per 43 giorni nella solita snervante attesa degli eventi, ossessionati dal
più assoluto silenzio dei carcerieri tedeschi. Di notte avvenivano prelevamenti di
detenuti destinati alla fucilazione nel "Forte Boccea" come ritorsione per attentati
contro luoghi tedeschi in città.
Finalmente una notte sentii un forte cigolio del catenaccio.
Un soldato tedesco, dopo aver aperto la porta della cella, pronunciò, in modo
storpiato il mio nome: "Ba - ba - rato". Immaginai che fosse, ormai, giunta la mia
fine. Scese le scale, fui accompagnato in una stanzetta dove mi trovai a subire un
lungo interrogatorio. Ovviamente, per salvarmi, cercai di districarmi come potei
riuscendo a dare molte risposte false. Fui creduto. Al termine mi fu data la
comunicazione che potevo sentirmi libero. Che sollievo! Ma subito dopo fui ricondotto
in cella, perché in città era stato imposto il coprifuoco, durato tutta la notte. Attesi
con ansia e trepidazione. Uscii dal carcere al mattino successivo. Che notte, quella
notte!
Libero!
Al mattino, dopo aver salutato i compagni di cella, riavuto quanto mi era stato
sequestrato, uscii. Ero proprio, finalmente, libero!
Rimasi ancora clandestino in città, sempre ospite della famiglia Ceccherelli, i cui
componenti erano già stati liberati. Fu una fortuna perché così poterono sfuggire
all'eccidio delle "Fosse Ardeatine" del 23 marzo del 1944 dove furono trucidati 320
detenuti prelevati dalle carceri di Regina Coeli.
L’eccidio avvenne non molti giorni dopo che io ne ero uscito. Se fossi rimasto ancora
in carcere probabilmente tra quei 320 sarei potuto esserci anch'io! A questa fortuna
sento di dover aggiungerne un'altra, non meno importante: essere uscito salvo e
illeso dal terribile bombardamento avvenuto, nella zona di Roma dove io abitavo,
nell'aprile del 1944. Appena dato il segnale di “fine allarme” da parte delle
indimenticabili sirene, uscii dal rifugio, nel quale mi ero nascosto, per vedere gli
effetti del bombardamento.
Lì vicino si trovava una cava di tufo nella quale da tempo era stato scavato un
cunicolo che, in caso di necessità, poteva servire anche come rifugio. Avvicinatomi
per osservare la devastazione prodotta da una bomba potei udire delle urla appena
percettibili provenire dal cunicolo. Vi si erano nascosti alcuni abitanti, che per loro
disgrazia, erano stati bloccati all’interno a causa delle macerie che avevano ostruito
l'ingresso, in seguito allo scoppio della bomba. Assieme ad altri accorsi sul posto con
pale e badili cercammo di aprire un varco per portare in salvo quelli che erano chiusi
in quella specie di rifugio.
Sotto le bombe
Ma la sfortuna volle che dopo circa un'ora, mentre eravamo ancora impegnati nelle
nostre affannose premure, le sirene riprendessero il loro lugubre annuncio:
segnalavano una nuova incursione aerea. Dovemmo allora, purtroppo, desistere dal
nostro impegno e quindi mi misi a correre in fretta per raggiungere il rifugio nel quale
mi ero nascosto durante il primo bombardamento.
Malgrado l’angosciosa, disperata corsa mi accorsi che un’enorme massa di aerei col
loro impressionante cupo rumore - potevano essere due o trecento! - era già quasi
15
sopra la mia testa. Non c'era per me più alcuna possibilità di raggiungere in tempo il
rifugio.
Fu un attimo. Preso dalla disperazione assunsi un'estrema decisione! Mi buttai dentro
ad una profonda buca creata da una bomba precedentemente esplosa e... giù.
Immobile, con le mani alle orecchie, cercai di proteggermi dall'imminente assordante
scoppio delle bombe che vidi scendere a grappoli.
Rimasi così in attesa della mia fine. E intanto una gragnola di bombe continuò a
cadere intorno a me per pochi interminabili minuti. Poi silenzio. Quando mi riebbi
dallo spavento e dallo stordimento mi trovai tutto coperto dalla terra sollevata e dalle
esplosioni e scagliata all’intorno. Mi liberai subito e mi misi a correre tutto eccitato:
non mi pareva vero essere uscito illeso da quel terribile bombardamento.
Passata la bufera e il cessato allarme, potei finalmente raggiungere l'abitazione
dell’amico dove fui accolto e abbracciato dai familiari. Così fui costretto a raccontare
più volte quella tremenda avventura: loro non si stancavano di sentirla ripetere,
perché, in verità aveva del miracoloso e loro per me avevano temuto il peggio.
Nell’Esercito di Liberazione
Arrivò il 4 giugno e la tanto desiderata liberazione di Roma da parte degli americani.
Dopo alcuni giorni venne emessa un'ordinanza con la quale veniva fatto obbligo ai
militari sbandati di presentarsi al Ministero della Difesa, appena ricostituito, per
essere rimessi in servizio nell'Esercito di Liberazione.
Io fui incorporato nel 413° Reggimento Pionieri Italiani, provenienti dal Sud, di
stanza ad Ancona e mi fu affidato il comando di un "Centro di raccolta profughi"
militari e civili che aveva la sua sede a Chiaravalle (Ancona). Lì rimasi dalla fine di
agosto del 1944 fino ai primi di aprile del 1945. Da qui fui trasferito, dopo la sua
liberazione, a Milano, e vi rimasi fino al 31 dicembre, quando ebbi, finalmente, il
sospirato congedo.
Devo riconoscere che il centro di raccolta, nucleo E 4, era dotato di tutti i servizi
necessari alla comunità. Il vitto per tutto il personale del nucleo e per i rifugiati era
fornito dagli Alleati. Per questa attività io ero coadiuvato da un tenente americano,
ufficiale di larghe vedute e assai cordiale. Diventammo subito amici. Nello svolgere
questo tipo di attività mi trovai ad avere, alle mie dipendenze, un tenente medico, 3
crocerossine, 3 sottotenenti, 2 sottufficiali, 20 soldati, 5 carabinieri e 3 finanzieri.
Tutte le mie avventurose vicissitudini al servizio della Patria ebbero inizio il 30 agosto
1939 e finirono il 31 dicembre 1945.
Giuseppe Barbirato
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La mia prigionia
Io c’ero
Pietro Gattolin
Classe 1924, Fante
Via B. Bussolin, 1 Monselice
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Prigioniero a 19 anni
Quando fui chiamato al servizio militare - non avevo ancora 19 anni - venni inviato al
23° fanteria di stanza a Gorizia. Tre mesi dopo ero già prigioniero in Germania.
Era la fine del mese di luglio del 1943 e l’istruzione fu subito intensissima.
Intanto era caduto il governo Mussolini.
Grande tripudio nelle piazze, smobilitazione delle sedi del fascio. Nessuno più si
dichiarava fascista, e se lo era stato lo era “perché obbligato”. L’angoscia e la paura
tra la gente era palpabile. Si sentiva che la guerra per noi era perduta. A questo si
aggiungevano la penuria del cibo e le tessere annonarie che non potevano essere
sufficienti a riempire lo stomaco specie quello dei giovani come me. Ma il motto
ancora dominante era: tacere, obbedire, combattere.
A Gorizia noi, soldati del 23° fanteria, con un intenso lavoro di addestramento
venimmo preparati per essere inviati al più presto sul fronte jugolslavo.
La fame era l’oggetto principale di discussione giornaliera; ma dovevamo stringere la
cinghia – ci dicevano - se volevamo arrivare alla vittoria. Questo per poco più di un
mese perché poi venne … l’8 settembre 1943.
Fu come se un fulmine si fosse scaricato a pochi passi! L’armistizio, gli angloamericani non più nemici, il cambio dell’alleanza, la prospettiva di tornare subito tutti
a casa. A casa? Ma come? Non si combatteva più? E gli amici tedeschi? Ora
dovevamo considerarli nemici? Consegnare le armi? Non consegnare le armi? Una
situazione di caos indescrivibile, incomprensibile.
Intanto nella caserma avveniva il saccheggio delle sussistenze, del vestiario, dello
scatolame.
Due giorni dopo, 10 settembre, arrivò un sergente maggiore tedesco su
un’autoblinda che ci ordinò di consegnare le armi. E il colonnello italiano? Prigioniero!
Non poteva più comandare. Consegnammo le armi e venimmo rassicurati che il
giorno dopo saremmo tornati a casa: “Per voi la guerra è finita!”. Oh, che bello!
Passammo per l’emozione una notte insonne.
Il mattino seguente, noi della divisione Mantova, dopo l’adunata pensavamo di dover
portarci subito alla stazione di Monte Santo per tornare a casa. Invece no, prima
dovevamo recarci allo stadio in attesa di ordini. Il colonnello era con noi, anche lui
con lo zaino in spalla.
All’arrivo trovammo lo stadio già colmo di militari del VI artiglieria e del IX alpini,
inoltre c’erano gli avieri di Gradisca e una compagnia di carabinieri. Tutti là,
ammassati per ore senza acqua, senza cibo, in attesa di decisioni.
Finalmente alle ore 16.00 arrivò il Maggiore con alcuni gerarchi fascisti e una
pattuglia di soldati tedeschi per dare la seguente comunicazione:
“La guerra continua! Con gli alleati tedeschi!”
Perciò chi era intenzionato a continuare a combattere era invitato a portarsi sulle
tribune; chi non intendeva farlo sarebbe stato mandato in campi di prigionia in
Germania.
Tra noi, specialmente tra i più giovani, ci furono momenti di smarrimento e di
terrore. Alcuni anziani cercarono di incoraggiaci col dire che la guerra ormai era agli
sgoccioli. Visto che l’Italia aveva capitolato, i tedeschi da soli non avrebbero potuto
resistere a lungo. Cosa era preferibile fare allora? Restare fermi lì. E nessuno di noi
salì sulle tribune.
Subito dopo, in fila per quattro, ci avviarono alla stazione. Lì fummo fatti salire su
carri da ghiaia, dalle sponde basse. Credevamo di tornare a casa.
Ma come il treno partì ci accorgemmo che non aveva preso la direzione prevista.
Piedicolle, la galleria, Willach! Lì fummo fatti scendere e poi, divisi per 50, ci
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caricarono su carri bestiame, stipati come sardine senza acqua e senza cibo. Era il 13
settembre.
Il 17 settembre, dopo 4 giorni passati con le nostre impellenti necessità fisiologiche
da soddisfare, ci fecero scendere pieni di fame e di sete, per farci arrivare davanti ad
una fossa lunga: il cesso per tutti e contemporaneamente. Poi il ristoro: una
pappetta fatta forse di orzo e una fetta di pane.
Riuscimmo a riempire in fretta la borraccia di acqua e poi, accompagnati da urla
come: “Schnell, Schnell!, “Raus!”, “Badogliani!”, venimmo fatti risalire sui carri
bestiame. Lì, stipati come prima, si riprese il viaggio. Per dove? Mah!
Intanto durante il tragitto qualcuno era riuscito, lavorando di coltello, a forare il
pavimento e così molti poterono soddisfare certe impellenti necessità fisiologiche. A
turno, ognuno, con 98 occhi pronti a scrutarti, ebbe la possibilità di servirsi di quel
cesso di fortuna.
Il 21 settembre il vagone venne aperto e tutti potemmo scendere, soddisfare le
necessità fisiologiche, mangiare una sbobba di rape e patate e una fetta di pane
nero.
Riempita la borraccia d’acqua, via di nuovo.
Il 22 settembre era il mio compleanno. Compivo 19 anni! Non me ne ricordai.
Sul Mar Baltico
Il 27 settembre, dopo 14 giorni di inenarrabili sofferenze, arrivammo a Thorn, in
Polonia, sul Mar Baltico.
Fatti scendere in fretta ci trovammo a camminare per due ore fino ad arrivare a un
campo di concentramento circondato da filo spinato. Era un campo immenso che
poteva contenere fino a 15.000 persone.
Il campo era diviso in blocchi di baracche di legno grezzo, piene di sfiatatoi e fessure.
Facemmo subito esperienza del vento del nord: entrando da ogni fessura ci faceva
battere i denti e ci impediva di dormire.
Il mattino seguente ci misero tutti in fila – eravamo forse 11.000 - e rimanemmo in
piedi dalle sei del mattino fino alle 16.00 avendo come unico sostentamento un
mestolo di torsoli di verza e sabbia che il vento alzava e faceva cadere nel rancio.
Quando potemmo ritornare nelle baracche, distrutti dall’attesa, ci mettemmo a
riposare.
La nostra baracca aveva i letti a castello costruiti con stecche di tavole rade, su tre
piani. Per dormire disponevamo di una sola coperta. E tenevamo le scarpe ai piedi,
sempre, anche per 40 giorni di seguito, per paura che ci venissero rubate. Per lavarci
disponevamo solo di acqua fredda, quando non era ghiacciata.
Il 29 settembre fu il giorno di immatricolazione. Ci sequestrarono tutto: soldi, coltelli,
foto, vestiario e ci lasciarono solo un doppio cambio di biancheria (mutande, camicia,
pezze da piedi), lo spazzolino, il necessario per radersi, una coperta, la divisa e
null’altro!
Io mi trovai ad essere la matricola 42562 Stammlager XXA. Quella era la mia nuova
identità.
Alla sera niente rancio che venne distribuito solo la mattina successiva, in questo
modo. Si veniva chiamati cinque alla volta per ricevere una pagnotta di pane nero del
peso di un chilo e 100 grammi di margarina.
Tra noi c’era un alpino di nome Simonato, classe 1909, che era solito dire ”Se
andiamo avanti così, ragazzi, non portiamo a casa la ghirba!”. Aveva ragione,
poveretto. Il giorno dopo, lo trovammo esanime nella sua branda, non si sa per quale
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causa o forse la sapevamo bene: la razione giornaliera di cibo, che era così scarsa da
non permettere di sopravvivere.
Io c’ero!
Una giornata nel campo di concentramento
Si può immaginare come potesse essere in quel campo di concentramento la vita di
più di 10.000 persone tra freddo, fame, parassiti di ogni specie. La giornata intera
era passata nell’attesa di ricevere quel mestolo di brodaglia pieno di sabbia che il
vento del nord sollevava e portava fin dentro le marmitte di distribuzione.
Le cucine erano poste sopra una collina di sabbia. Solo quattro persone erano
addette alla distribuzione del rancio. Anche distribuendolo a mille internati per ora
dovevano passare più di dieci ore prima che tutti potessero ricevere la loro razione.
Per tutto quel tempo si doveva stare in fila, in piedi e attendere il proprio turno.
Poiché il campo era diviso in blocchi, gli internati di ciascun blocco, giorno dopo
giorno, passavano progressivamente dal primo all’ultimo turno. Lo scoramento era
grandissimo da parte di tutti: 11.000 persone costrette a stare in piedi per tutte
quelle ore in attesa col vento del mare del nord che ti flagellava e la sabbia che
entrava dappertutto.
Vicino alla cucina guardie e guardie; per terra rape, verze e patate che venivano
cotte così com’erano.
Le guardie, con la baionetta in canna, stavano lì fra noi e le verdure per controllare
che nessuno di noi le toccasse e non facesse nemmeno il tentativo. Ma la fame era
sempre tanta e se qualcuno, quando la guardia si girava, veniva scoperto a osare a
chinarsi per prendere qualcosa veniva infilzato con la baionetta. Gli altri venivano
minacciati a non prestare soccorso al povero disgraziato costretto a morire tra atroci
spasimi.
Sostenevano, le guardie, di essere state comandate a comportarsi così, ma io sono
convinto che quei tedeschi fossero cattivi per natura, facili all’esaltazione e al
fanatismo. Non li ho mai visti mostrare una qualche forma di emozione o avere
qualche atteggiamento umanitario. I giovani delle nuove generazioni, poi, cresciuti e
formati sotto il nazismo e nel culto di Hitler, si mostravano sempre impassibili, non
davano mai a vedere alcun segno di pietà. Ho saputo che erano arrivati al punto di
uccidere i veterani di guerra tedeschi che si erano ritirati dal fronte russo, perché
considerati traditori.
Vicino alle cucine arrivavano camion carichi di patate e di verze. Noi ci limitavamo a
guardarli. Ma un giorno uno di noi osò chinarsi per raccogliere qualche avanzo caduto
dal un camion. Una delle guardie se ne accorse e, giratasi di scatto, infilzò quel
poveretto come un pollo. Nessuno di noi ebbe il coraggio di prestargli una qualche
forma di aiuto. Rimase per terra a lamentarsi per molto tempo finché non sentimmo
più alcun lamento
I più anziani del campo, che avevano fatto anni e anni di guerra, dondolando la testa
dicevano: ”Stavolta non torniamo più a casa, le razioni sono troppo scarse per
permetterci di sopravvivere.”
Io c’ero!
Nelle baracche
Trascorrevano i giorni e continuavano ad arrivare altri soldati dalla Jugoslavia, dalla
Grecia, dall’Albania.
Le baracche erano sempre stipate. I letti a castello, su tre piani, non avevano nulla,
neanche un po’ di paglia. Si era costretti a dormire sulle stecche di legno, l’uno a
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fianco all’altro. Per materasso usavamo il nostro pastrano e le scarpe sempre ai piedi.
Senza scarpe la morte era certa.
Finii per ammalarmi. Per la febbre altissima mi misi a vaneggiare. Scoprii di avere un
braccio tumefatto che aveva assunto un colore violaceo e le dita della mano si erano
irrigidite. Non riuscivo neanche più a parlare e nemmeno a lamentarmi. Non potevo
alzarmi per andare a prendere la mia pagnotta. E nessuno poteva farlo per me.
Il giorno dopo sentii la voce di una persona che, aperta la porta della baracca,
chiedeva se c’era qualcuno che stava male. Era il cappellano che passava di baracca
in baracca per confortare gli ammalati. Uno della baracca rispose: “Lì sotto c’è uno
che non esce da due giorni. Forse sarà morto!” Allora il cappellano: ”Tiratelo fuori!”.
Fui tirato fuori. Lui mi guardò e mi trovò tutto emaciato. Riuscii a dire: ”Il mio
braccio…” Guardarono: era tumefatto. Mi avvolsero in una coperta e mi trasportarono
in una stanza che fungeva da infermeria. Mi tagliarono la manica della giacca, mi
incisero il braccio che presentava un grosso bubbone. Estrassero qualcosa, una
specie di stoppino grosso come un dito e poi mi infilarono una garza intinta di iodio.
Poi mi fasciarono e mi dettero una spinta per farmi uscire in fretta perché dovevo
lasciare posto ad un altro. Io caddi per terra come un sasso a causa dello sfinimento.
Ma la febbre sparì quasi subito e così la mattina dopo, accompagnato e sostenuto da
alcuni compagni, potei mettermi in fila con gli altri per avere il modo finalmente di
prendere la mia razione. La prima dopo molti giorni.
Nessuno nel lager poteva prender il rancio per un altro, anche se era ammalato e
impossibilitato a muoversi. Del resto a nessuno importava se qualcuno moriva. E se
quel giorno non fosse venuto nella baracca quel caro e ignoto cappellano forse non
sarei sopravvissuto. L’indomani lo cercai per ringraziarlo e stringerli la mano per
riconoscenza. Ma nessuno seppe darmi delle indicazioni. Ancora oggi sento il dovere
di ringraziarlo.
Distribuzione del rancio
Non mi è possibile descrivere, dopo la cura, lo sforzo cui mi sottoposi per riuscire ad
arrivare alla distribuzione del rancio. Avevo la nebbia agli occhi per lo sforzo, ma
sostenuto anche moralmente dai compagni, ce la feci.
Cinque ore dopo ero di nuovo in fila per la distribuzione del pane. Dalla calca enorme
venimmo chiamati a gruppi di cinque; a ogni gruppetto diedero una pagnotta. Ci
allontanammo con le mani ben strette fra noi per timore che quello che aveva
ricevuto il chilo di pane scappasse per mangiarselo tutto da solo. In quel caso per gli
altri sarebbe stata una tragedia. Poi venne il momento importante della cerimonia
per la suddivisione del pane in parti eguali. Così poi facemmo anche nei giorni
seguenti.
Passò anche quel brutto giorno. Per il momento ce l’avevo fatta a sopravvivere. Ma la
lotta per arrivare al rancio si faceva sempre più dura: giorni interi a far la fila.
Le giornate passavano tutte uguali. Per passatempo qualcuno si metteva ad incidere
le gavette di alluminio con il proprio nome o con qualche disegno. Parte del tempo
veniva anche passata battendo i piedi per terra per riscaldarli un po’.
Io c’ero!
Una proposta
Un giorno - era il 3 novembre - verso sera ci radunarono nella spianata del campo
sotto un palco, sul quale sventolavano bandiere tedesche e italiane. Il comandante
salì sul palco per farci un discorso la cui sostanza era questa: un invito esplicito ad
arruolarci per andare a combattere con gli alleati tedeschi, ora che Mussolini era
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tornato ad essere capo del governo italiano. Arruolandoci avremmo salvato l’onore di
soldati italiani.
Pochissimi accettarono di aderire alla proposta perché speravamo che la guerra
sarebbe presto finita con la sconfitta dei tedeschi. Non mi vergogno di dire, però, che
anch’io, per un momento, fui tentato di farlo.
Il giorno dopo, fummo costretti ad effettuare due ore di marcia per arrivare alla
stazione ferroviaria.
Il treno che ci aspettava era posto allo scalo merci dove erano accumulate montagne
di barbabietole. Ci spinsero all’interno dei carri bestiame, cinquanta per carro. Prima
di salire sul carro fui baciato dalla fortuna: riuscii ad arraffare una barbabietola e ad
infilarla lestamente, di nascosto, nello zaino. Non intendevo dividerla con nessuno.
Poi ricevemmo dei viveri che dovevano bastare per tre giorni di viaggio. Responsabile
della distribuzione era un graduato italiano. Che meraviglia! Una pagnotta e un
wurstel a testa. Ma poi venne la beffa. Le pagnotte non erano cinquanta ma
quarantanove. Ci era stata rubata una pagnotta.
Allora ognuno dovette ritagliare una fettina dalla propria pagnotta e poi tirammo a
sorte per stabilire a chi sarebbero toccate le fettine ritagliate.
Io c’ero!
A Landorf nuova proposta
Viaggiammo per due notti e un giorno. Era una mattina fredda e umida quando
giungemmo al campo di smistamento di Landorf. A mezzogiorno per rancio niente. La
mattina dopo ci diedero un po’ di tiglio bollito e finalmente alla sera una zuppa di
erbe amare che nessuno, però, fu in grado di mangiare. Erano passate 56 ore da
quando ci avevano consegnato le 49 pagnotte. Mi salvò la barbabietola che avevo
nascosto nello zaino. Però, poi, quanto mal di gola e di stomaco! Qualcosa di
indescrivibile da non augurare a nessuno, qualcosa che non può assolutamente
capire chi non ha fatto esperienza di cosa veramente sia la fame.
A Landorf ci radunarono, era un pomeriggio freddissimo, in un recinto davanti ad un
palco imbandierato con bandiere tricolori e un grande fascio troneggiante al centro.
Ai lati, soldati in posizione con le mitraglie. Con tutto quel freddo ci fecero sedere per
terra. Eravamo in duemila. Ci domandavamo quale fosse il senso di quella adunata.
Temevamo volessero fucilarci tutti. Invece si presentò sul palco un federale che ci
fece un discorso accattivante che posso riassumere così: “Mussolini è tornato ad
essere il capo dell’Italia. Noi italiani ora siamo chiamati a continuare a combattere a
fianco dei nostri alleati tedeschi. Sono venuto a nome del duce per chiedere che
anche voi torniate a combattere per lavare il disonore dell’8 settembre. I traditori
hanno macchiato il vostro onore. Oggi sono qui a invitarvi a confermare il giuramento
che avevate dato. Se lo fate, oggi stesso potete tornare in Italia per arruolarvi sotto
la bandiera il cui onore noi abbiamo riscattato”.
Al termine si videro tre o quattro disperati alzarsi per dichiarare che accettavano.
Certamente erano tra quelli che non riuscivano a resistere alle angherie, alla fame e
alle malattie. Gli altri tutti fermi. Aspettavamo solo che le mitraglie entrassero in
funzione.
Ma non ci fu alcun massacro. Venimmo poi a sapere che in quei giorni si trovava nel
campo una delegazione svedese della Croce Rossa. Il giorno dopo alcuni delegati
giunsero fino alle nostre baracche per constatare come eravamo trattati. Ma nessuno
della delegazione ebbe il permesso di avvicinarci. In qualità di internati militari non
avevamo diritto ad alcuna tutela da parte degli Organismi umanitari internazionali.
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La sigaretta
Ricordo quel giorno per un fatto curioso. Da oltre un mese non fumavo. Mentre tutti
erano chiusi nelle baracche per il freddo io ad un certo punto ero uscito per una
necessità fisiologica. Ad un certo punto, trasportato dall’aria, sentii arrivare alle mie
narici il profumo di una sigaretta. Era un ufficiale tedesco che stava fumando. Che
delizia quel fumo! Ah poter fumare una sigaretta, una sigaretta intera! Morivo dalla
voglia di poter fumare. Mi sarei accontentato anche di una cicca, la cicca che avrebbe
buttato via quel soldato.
Allora mi misi in attesa paziente, a debita distanza in posizione tale da poter
assaporare, trasportato dall’aria, un po’ di qui quel fumo che usciva da quella bocca e
da quel naso. Pensavo tra me che alla fine avrebbe pure buttato via la cicca e io avrei
potuto appagare il bisogno di aspirare qualche boccata di quel delizioso tabacco.
Finalmente lo vidi lanciare per terra la cicca. Era il mio momento. Si trattava di
aspettare ancora qualche istante. Stava per allontanarsi, e io stavo per precipitarmi a
raccogliere quel prezioso trofeo per aspirare qualche boccata di fumo, quando lo vidi
- maledizione! - fermarsi e subito dopo, quasi avesse avuto un ripensamento,
schiacciare la cicca sulla sabbia, quindi avviarsi velocemente per uscire dal campo.
Aspettai ancora qualche istante prima di portarmi impaziente a raccogliere quanto
poteva essere rimasto della cicca schiacciata. Avvolsi amorevolmente quei miseri
residui di tabacco in un pezzetto di carta e mi portai rapidamente al cesso per fumare
il tutto in tranquillità. Guai se mi avessero visto i miei compagni. Mi sarebbero subito
saltati addosso per averne la loro parte.
Ma fatte poche aspirazioni di quel beatificante fumo sentii che la testa cominciava a
girare e improvvisamente, mi sembrò che tutto all’intorno diventasse buio. Riuscii ad
aggrapparmi a qualcosa e ad addossarmi alla parete per non finire entro la latrina. Di
sicuro doveva essersi trattato di una ubriacatura da fumo dovuta all’astinenza
prolungata.
Donbrowa
Il 25 novembre 1943 arrivammo in 300 a Donbrowa località mineraria della Polonia,
campo “IT23”.
Fummo sistemati in uno stabile malridotto occupato in precedenza da ebrei.
Il giorno dopo, anche se debilitati nel fisico, fummo immediatamente mandati tutti al
lavoro dalle sei del mattino alle sei di sera, impegnati ad eseguire lavori di
sterramento e asportazione delle macerie causate dai bombardamenti. A
mezzogiorno una breve sosta per consumare una brodaglia di rape essiccate. Le
trovammo di un gusto orrendo malgrado la gran fame.
Ben presto potemmo contare sulla solidarietà dei polacchi, anche se questo poteva
comportare un grande rischio.
Poi fummo messi a lavorare in una fabbrica. Era enorme; si diceva che vi lavorassero
trentamila persone.
I soldati tedeschi ogni mattina ci consegnavano ai guardiani della fabbrica – erano
della stessa pasta - e venivano a riprenderci alla sera, dopo aver fatto innumerevoli
conte.
Il lavoro era sempre il solito: caricare le macerie sui vagoni e per poi scaricarle in
una miniera ormai esaurita.
Assieme a noi c’erano dei prigionieri inglesi, un centinaio. Per loro il lavoro
cominciava alle otto e terminava alle 14.00. Per loro era prevista anche la pausa per
il tè e c’erano alcune persone addette a questo servizio.
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Certificato di infermità
accertata, contratta durante la
prigionia in Germania
Diploma d’onore per militare internato
non collaborazionista
Certificato della Croce al Merito di Guerra per internamento in campo di
concentramento tedesco
Noi, internati militari italiani, non eravamo né carne né pesce. Per noi non era
prevista alcuna forma di agevolazione. Per noi non c’erano i diritti previsti dalla Carta
di Ginevra. Venivamo trattati come schiavi; l’unica cosa cui avevamo diritto era
quella di essere offesi come badogliani, traditori e cose simili.
Questi sono ricordi che non potranno mai essere cancellati dalla mia mente.
Ad un certo punto sembrò che dovessimo essere considerati come deportati di
guerra. Poi però dissero che eravamo militari e che quindi non avevamo neanche la
possibilità di essere considerati deportati.
Io c’ero!
I pidocchi
Eravamo letteralmente divorati dai pidocchi e dalle pulci. Questo perché non
avevamo alcuna possibilità di lavarci. Eravamo poi talmente denutriti che potevamo
vedere e contare le ossa l’uno dell’altro. Ci guardavamo con ribrezzo.
Finalmente, un giorno, ci portarono a fare la disinfestazione. Un russo munito con un
tosapecore era stato incaricato di raderci i capelli e i peli superflui. Per fare questo si
servì anche di un acido talmente forte che i nostri occhi si gonfiarono: sembravamo
dei pugili dopo un incontro.
Intanto stava per giungere il Natale del 1943.
In seguito ad un incidente di lavoro mi trovai a subire lo schiacciamento di entrambi
gli alluci. Fui ricoverato in infermeria. Era una vera topaia. Fui immediatamente
sottoposto alle cure del caso: una semplice fasciatura e le espressioni di sarcasmo da
parte del capo del campo.
Le scarpe
Nella fabbrica ogni guardia civile era incaricata di controllare 30 prigionieri.
Il lavoro era assai pesante e ci impegnava fino allo stremo delle forze. La nostra
divisa militare era tutta lacera e le scarpe erano ormai senza suola. Per sostituirle i
tedeschi ci fornirono di zoccoli di legno con la tomaia fatta di pezza che si rompeva
continuamente. Il calzolaio di campo provvedeva a sistemarli con altre pezze, che
dopo poco si rompevano. Era una tragedia. I piedi erano doloranti e presentavano
per il freddo qualche sintomo di congelamento.
Fu allora che qualcuno trovò il modo di ricorrere ad uno stratagemma: tagliare i tubi
dei freni dei vagoni fermi in attesa di essere caricati. Da ogni tubo si potevano
ricavare due belle e robuste suole.
In questo modo parecchi ebbero modo di utilizzare nuovamente le scarpe da militare.
La cosa andò avanti per un po’. Poi la tragedia.
Una sera, verso le dieci, i tedeschi, stanchi di accorgersi, al momento di far ripartire il
loro treni, che ai vagoni mancavano i tubi dei freni, sicuri che i responsabili non
potevamo essere altro che noi, mandarono nel campo le SS.
Con i fischietti fummo tutti chiamati fuori dalle baracche e costretti ad adunarci,
mezzi nudi, in cortile tenendo le scarpe in mano. Io fui tra i fortunati perché mi
presentai con le scarpe che presentavano la suola ancora rotta: non avevo avuto
tempo di risuolarle.
Il trambusto era indescrivibile. Le SS fecero un controllo minuzioso. Quelli che
vennero trovati ad avere le suole delle scarpe che non portavano scritta in bella
evidenza la sigla DR (Deutsche Reich) vennero portati immediatamente dietro ai
gabinetti e uccisi all’istante.
I trucidati furono una trentina sui trecento addetti in quel campo di lavoro. Poi trenta
di noi furono sorteggiati – uno ogni dieci – per scavare le fosse nelle quali dovevano
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essere sepolti i nostri compagni uccisi. Una volta scavate le fosse, però, anche a quei
trenta fu riservata la stessa tragica fine. Io fui tra i risparmiati: nel sorteggio mi ero
trovato ad avere il numero sette. L’avevo scampata bella.
In fabbrica, da tempo, si trovava scritta in bella evidenza in varie lingue una frase
che diceva che i sabotatori sarebbero stati condannati a morte immediatamente.
Quella sera era proprio avvenuto così. I tedeschi non scherzavano e quella volta
avevano dimostrato anche con troppa evidenza che facevano sul serio.
Io c’ero!
La pleurite
Un giorno mi trovai ad accusare una acuto dolore al polmone sinistro. Il dottore del
campo, un tenente medico italiano di nome Mario Ocelli, dopo avermi visitato
dichiarò che si trattava di una pleurite. Il consiglio che mi diede, però, fu quello di
resistere quanto più a lungo mi fosse stato possibile e di non chiedere di “marcare
visita”. Aggiunse che si sarebbe impegnato lui a curarmi nell’ambulatorio della
fabbrica. La cura consisteva in iniezioni di calcio.
Ad un certo punto, però, fui costretto a mancare dal lavoro. Allora il tenente dichiarò
per iscritto che si trattava di una bronchite, diagnosi che venne confermata dalla
successiva visita di controllo fatta dal medico tedesco. Così riuscii a cavarmela perché
se avessero scoperto quale fosse la mia vera malattia mi avrebbero immediatamente
mandato al lazzaretto di Gleyvictz da dove nessuno usciva vivo. Le persone malate
non servivano e perciò eliminarle era la norma.
Vinciguerra
Molti altri episodi potrebbero aggiungersi a questi, episodi fatti di pestaggi,
umiliazioni, oltraggi alla umana convivenza, inenarrabili per la loro brutalità. Potevi
già sentirti fortunato quando ti sentivi chiamato: “merda badogliano”, o quando ti
interpellavano scoreggiandoti addosso mentre loro credevano o si atteggiavano di
essere appartenenti a una razza superiore. Quanto descritto comunque può dare
l’dea di quale era la vita quotidiana – un vero incubo - per noi internati militari nei
lager nazisti. Aggiungo un ultimo episodio.
Dopo l’uccisione dei trenta nostri compagni ci furono nuovi arrivi. Una quarantina di
larve umane, simili a noi. Furono alloggiati in uno stanzone in attesa di procedere alla
solita disinfestazione. Un giorno, uno di loro, ammalatosi, era rimasto all’interno della
baracca. Alla sera i compagni, di ritorno dal lavoro forzato, dopo una rapida ispezione
lo accusarono di essersi appropriato di una fetta di pane. Immediatamente lo
sottoposero ad un crudele pestaggio usando i paletti che servivano per il fissaggio
delle tenda da campo. Quindi lo lasciarono moribondo in mezzo al cortile. Il poveretto
era un romano e si chiamava, ironia della sorte: Vinciguerra!
Io c’ero!
Gennaio 1945
Dopo molti altri lunghi mesi di sofferenze inenarrabili, simili a quelli già descritti,
venne finalmente il momento della liberazione.
Erano i primi giorni di gennaio del 1945. Noi eravamo già al corrente che i russi
avevano occupato Varsavia e Cracovia. Contavamo perciò i giorni che potevano
mancare per la liberazione
Una notte arrivarono le SS che ci portarono in un reparto segreto della fabbrica dove
si producevano parti della “V2” che doveva trasportare un’arma potentissima.
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I polacchi ci spiegarono poi che chi avesse partecipato alla realizzazione di quell’arma
non sarebbe vissuto a lungo.
Al momento di ritornare alle nostre baracche ci accorgemmo che la scorta dei soldati
mancava. I nostri guardiani erano spariti tutti! Volatilizzati! Arrivati al cancello del
campo trovammo uno striscione rosso con una scritta dorata in russo e in italiano:
“PROLETARI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI”.
Era stato un “compagno” anziano. La parola “compagno” per noi era una novità.
Il 27 gennaio fu per noi un giorno indimenticabile perché arrivarono i sovietici. Ci
furono momenti di euforia incontenibile. L’incubo era finalmente terminato. La
speranza di avere salva la vita si era fatta concreta. Si poteva già pensare a tornare
a casa. Ma la guerra non era finita, continuava.
Fummo subito visitati, assistiti e vaccinati. Una dottoressa sovietica, arrivata al
nostro campo per vedere se c’erano dei malati, mi sottopose a una visita. La diagnosi
fu: pleurite. Di nuovo! Mi ordinò di stare a riposo e come cura mi prescrisse delle
iniezioni di calcio.
Verso Cracovia
Quando finalmente ci fu dato il lasciapassare ci dirigemmo verso Cracovia. Erano 70
chilometri di strada da percorrere a piedi perché i tedeschi, ritirandosi, avevano
distrutto strade e ferrovie nel tentativo di rallentare l’avanzata dei nemici.
Una marea umana di tutte le nazionalità si era riversata su quella strada coperta da
una spessa coltre di ghiaccio. Per fortuna ogni tanto si trovava qualche posto di
ristoro e si poteva prendere qualche piatto “abbondante” di minestra calda.
Impiegammo tre giorni per arrivare a Cracovia. Per dormire si cercava qualche posto
di fortuna, qualche capannone. Lungo il percorso quante scene strazianti! Quanti
vecchi, donne, uomini con casacche a strisce, sfatti dalle sofferenze e dai patimenti!
Erano persone che provenivano dai campi di sterminio.
A un certo punto, durante il percorso, vicino al famigerato campo di morte di
Auschwitz, notammo dei prigionieri tedeschi intenti a dissotterrare cadaveri sepolti in
fosse comuni.
Io c’ero!
Miriam
Durante quel tragitto mi trovai accanto ad un veronese, che portava gli occhiali,
anche se malandati, che gli davano un aspetto di rispettabilità. Da come parlava
dimostrava di essere una persona colta.
Camminando ci trovammo a passare accanto ad una bambina di circa dieci anni che
con fatica teneva in braccio un gran fagotto. Aveva ai piedi zoccoli di legno e si
trascinava a fatica. Impietosito, l’amico le chiese in polacco: ”Vuoi che ti aiuti a
portare quel fardello?” La bimba rispose: ”Non è un fardello, è il mio fratellino che la
mamma mi ha affidato dicendomi di non lasciarlo mai solo”. Allora l’amico veronese
ancor più impietosito: ”Ma io, sai, sono proprio qui per aiutarti a portare il fratellino”.
La bimba, rassicurata, si lasciò convincere. A turno l’amico ed io ci davamo il cambio
a tenere il bambino. Camminando la bambina ci raccontò la sua storia. Era ebrea e
abitava nei pressi di Cracovia. Si chiamava Miriam e il suo fratellino, di circa due
anni, Joan. Ci raccontò che un giorno erano arrivati nella sua casa dei soldati cattivi
che portarono via lei, la mamma e il fratellino. “Ci portarono in un brutto posto e lì ci
divisero dalla mamma che, mentre veniva trascinata via gridava: Miriam, stai sempre
con Joan; non lo lasciare mai. Poi non la vidi più”.
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“Ma ora sai dove stai andando?” le chiese il veronese. “Torno a casa che si trova là,
vicino al grande fiume dove passa sempre il treno. La mia mamma ci starà
aspettando. Sono molti giorni che non ci vede e sarà molto in pensiero. Chissà che
gran festa farà quando ci vedrà tornare.”
E allora il veronese con molto tatto: ”E il tuo papà come si chiama?” “Si chiama
Stefan, ma è andato a fare il militare tanto tempo fa e non è più tornato. La mia
mamma piange sempre quando le chiedo del mio papà.”
A un posto di ristoro trovammo alcuni polacchi intenti ad assistere questi bambini
sopravvissuti, abbandonati a sé stessi. La bimba prima di lasciarci volle darci un
bacio di riconoscenza. Per la grande commozione non riuscimmo a pronunciare
neanche una parola.
Non riuscirò mai a dimenticare quella bambina e le sue parole. Che tristezza! Quanta
cattiveria umana si poteva cogliere in quelle semplici frasi! Buona fortuna Miriam.
Buona fortuna Joan.
Io c’ero!
Come sarà possibile dimenticare tutte le crudeltà patite da tanta povera gente? Fame
e sofferenze senza fine! Angherie e soprusi di ogni sorta subiti da persone che non
avevano nessuna colpa. Quanta tristezza mi prende al ricordo di tutto quello che ho
patito e ho visto patire.
A Cracovia la Croce Rossa ci diede 250 sloti e si ebbe modo mangiare tre volte al
giorno! Che giorni! Si dormiva, si poltriva, si andava in piazza. La piazza di Cracovia
era immensa, circondata da palazzi costruiti da architetti italiani. Lì trovammo un
gruppo di persone che stavano commentando intorno al corpo di un italiano morto.
Presentava il cranio fracassato: era stato ucciso a martellate. Si diceva che era stato
responsabile della morte di un suo parente nel campo dove si trovava internato.
Seppi poi che l’autore dell’omicidio era stato arrestato, processato e condannato a 12
anni di lavori forzati.
Marzo 1945
Ai primi di marzo dl 1945 i sovietici organizzarono squadre di volontari per scavare
trincee lungo il fronte di guerra. I paesetti vicini a Cracovia erano ancora tutti
disabitati. Bastava andare lì per trovare da mangiare di tutto, specialmente i cibi di
cui ormai avevamo dimenticato il sapore e il ricordo: salumi, conserve, miele, ecc.
Euforici per il profilarsi dell’ineluttabile sconfitta definitiva del terzo Reich
riprendemmo il cammino tortuoso verso l’Italia. La prima meta da raggiungere era
Breslavia. Il nostro caposquadra era un maresciallo di marina, napoletano, che fu
investito accidentalmente da un camion. Morì quasi immediatamente. Lo seppellimmo
a Briegh. Il 25 aprile si diffuse la notizia della liberazione dell’Italia da parte degli
Angloamericani. Il primo maggio – mentre la guerra ancora continuava - ci fu
concesso un giorno di riposo e vodka. Il giorno 11 maggio ci furono grandi e lunghi
abbracci con i soldati sovietici. La guerra era davvero finita.
Verso l’Italia
Ci mettemmo subito in marcia verso Wels, un centro dove si raccoglievano gli eserciti
di tutte le nazionalità in attesa del rimpatrio. Giorni e giorni di ozio. La ferrovia era
distrutta. I ponti sui fiumi non esistevano più. Ma le forze angloamericane si erano
impegnate a farli ricostruire in tempi rapidi. Nel frattempo ricominciammo a
riprendere il peso perso durante il periodo di internamento. Ma il tempo non passava
mai. E noi morivamo dall’impazienza.
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Finalmente il 22 settembre - era il mio 21° compleanno - ebbe inizio veramente il
ritorno verso l’Italia. Fummo caricati ancora una volta sui soliti carri bestiame, però
solo 35 per vagone. L’emozione e lo stato d’animo di quel giorno non si può
descrivere. Forniti di viveri a secco passammo da Brno a Bratislava. Quindi di lì a
Vienna e Linz; e poi finalmente a Bolzano. Veder la nostra bandiera italiana ci
procurò un’altra emozione intensa. Poi proseguimmo per Trento e Pescantina. A
Pescantina ci fu un incontro che non avevamo previsto: il responsabile dell’uccisione
del collaborazionista italiano era stato amnistiato perché la guerra era finita per tutti!
Al distretto militare per tutte le sofferenze patite ci diedero, con grandi sorrisi e
pacche sulle spalle, 11.000 lire.
La beffa delle beffe
Una volta tornato a casa mi toccò subire la beffa delle beffe: fui richiamato al servizio
di leva come renitente! Ma una volta convocato al distretto militare il comandante si
scusò per l’errore. Per questo mi rimborsarono le spese di viaggio: 140 lire!
Il seguito? Il seguito fu caratterizzato da disoccupazione, miseria, pestaggi della
celere, ancora miseria. Questa fu la ricompensa per me, sopravvissuto dai lager e
dalla guerra.
Alla fine sono stato riconosciuto invalido di guerra ma nessuno si è mai preoccupato
di procurarmi un lavoro dignitoso. Dovetti cercarlo e procurarmelo da me. Lo trovai
nell’edilizia.
Conclusione
Con l’espressione “Io c’ero!” posta a rinforzo di certi episodi descritti, ho voluto
sottolineare e rispondere a tutti coloro che oltraggiano la storia negando attraverso la
disinformazione quello che è stato veramente il nazismo.
Ma quanti hanno dovuto pagare le conseguenze continueranno a denunciare ancora,
ancora, finché rimarrà in loro un filo di vita.
Io c’ero!
SPENTA L’ECO DELL’ASCOLTO
Nude le ossa!
La carne è appassita,
la mente è offuscata
e cancellato è il ricordo.
Come poterono stingere
la mia volontà?
S’è spenta la luce …sui fili spinati.
La sembianza degli uomini s’è spenta.
La crudeltà avrà fine?
E intanto il sole continua a sorgere
dove s’è spenta l’eco del pianto.
Come potremo trovare la strada
in questo deserto senz’anima
che non ha mai fine?
OLOCAUSTO
Hanno sparso le mie ossa.
La cenere ha oscurato la luce
e ammorbato l’aria.
Cancellato è il mio esistere,
come non fossi nato,
eppure il mio nome era scritto.
Hanno nascosto il mio morire:
per me non c’è pietra né tomba.
Il tempo passa oltre la storia
del mio vivere.
Hanno disperso al vento le mie membra,
intrecciato i miei capelli,
e adornato i paralumi con la mia pelle
Condanna da tutte le età!
Somigli ad ogni essere;
come puoi, uomo, aver osato tanto?
30.6.1995
Pietro Gattolin
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1943-1945
In Germania, nei lager nazisti
Clemio Magagna
Classe 1921, Autiere
Via G. Garibaldi, 91 Monselice
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A Verona
Chiamato alle armi il 10 gennaio 1941 fui assegnato al 4° Autocentro di Verona e
poi dislocato al deposito succursale di Trento.
Al momento della cattura mi trovavo all'Ospedale Militare di Verona, ricoverato per
accertamenti riguardanti la mia infermità pleuritica riscontrata in zona di guerra.
Erano trascorsi dodici mesi da quando la Commissione Medica mi aveva giudicato
idoneo ai soli servizi sedentari.
Ma venne l’8 settembre 1943.
II 9 Settembre le truppe tedesche occuparono l'Ospedale militare di Verona
sparando e svaligiando quanto più potevano. Quando entrarono nei reparti, come
"belve", si fecero subito consegnare, dal Colonnello Comandante l'Ospedale, tutti i
militari che non erano costretti a letto, me compreso.
Tutto si svolse in brevissimo tempo, circa in un'ora.
Dopo averci caricato, spingendoci con la punta della baionetta, nei camion già
pronti, ci portarono nelle Casermette di Montorio Veronese in attesa di essere
portati alla stazione per essere caricati in una tradotta, un treno speciale per il
trasporto dei militari. La permanenza in quel paese fu di tre giorni durante i quali si
verificarono molti tentativi di fuga, senza però alcun risultato perché si era impauriti
dal fatto che si poteva ricevere con gran facilità una raffica di mitra alla schiena.
Un giorno, in quella caserma abbandonata dal nostro Esercito, avevo trovato,
lasciato in un ripostiglio, un vestito borghese, completo, comprese le scarpe. Preso il
tutto stavo portandomi al mio provvisorio posto-letto, quando incontrai uno dei
soldati delle SS tedesche che sparò un colpo di pistola per intimidirmi e mi costrinse
a lasciare quel bottino sul quale tanto contavo per provare ad avere una speranza di
salvezza.
Il terzo giorno, alle ore 14.00, i tedeschi, dopo aver fatto sentire un suono forte e
prolungato di sirena, ci radunarono. Poi, in colonna per quattro, con una temperatura
che oscillava fra i 30 ed i 40 gradi, da Montorio Veronese ci fecero raggiungere, a
piedi, la stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova. Lì rimanemmo in attesa
dell’arrivo della tradotta, nella quale dovevano essere caricati 1500 “badogliani” che
sarebbero dovuti partire per destinazione ignota.
Nel frattempo fascisti e tedeschi dopo avere sistemato un tavolo, ad uso ufficio,
incominciarono a chiamarci, uno per uno, chiedendoci se desideravamo evitare
l'internamento in Germania con tutte le conseguenze che ne sarebbero potute
derivare. Presentandosi a quel tavolo, a capo del quale si trovava un ufficiale
fascista, bastava firmare il modulo di adesione e di disponibilità a collaborare e si
sarebbe rimasti in Italia.
Rammento ancora: su 1500 militari, soltanto quattro reclute della classe 1924
accettarono di apporre la firma; una firma che avrebbe comportato il tradimento al
giuramento formulato in caserma: di fedeltà alla madrepatria.
Quella firma avrebbe significato che si sarebbe dovuto riprendere a impugnare le
armi per combattere contro altri italiani che, a fianco degli angloamericani, erano
passati a combattere contro i tedeschi.
Deportati
Verso le ore 20.30 del 12 Settembre 1943 ci chiusero nei carri bestiame: in ogni
vagone furono sistemati 40 deportati. E il calvario per noi ebbe inizio.
Partimmo per destinazione ignota, via Brennero, senza viveri e senza la possibilità
di avere un po' d'acqua.
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Nelle varie stazioni, quando il treno si fermava, noi ne facevamo pressante richiesta
ai tedeschi, ma il più delle volte ci veniva rifiutata perché ai “Badogliani” - così ci
chiamavano - erano riservati solo sputi in faccia, perfino da parte degli adolescenti.
Non potrò mai dimenticare il modo con cui venivamo trattati quando smistavano i
carri ferroviari da un binario all'altro. Venivamo spintonati e spostati in malo modo
mentre udivamo i ferrovieri tedeschi di servizio che ci insultavano dicendo:
“Badogliani! merda”!
Passato il Brennero la tradotta nella quale mi trovavo fu fatta dirigere verso l’Europa
dell’Est: Austria, Cecoslovacchia, Polonia? Chissà!
E’ facile immaginare con quale cattiveria e quanta malvagità fummo trattati,
durante quel tragitto, dai nostri ex alleati. Eravamo 40 esseri umani stipati in un
carro-bestiame, in un degrado materiale e morale indescrivibili, pressati come
sardine, senza possibilità di poter disporre di una parvenza di servizi igienici.
In terra polacca
Al calare del sole del quarto giorno arrivammo finalmente a destinazione, un vasto
campo di concentramento che si trovava a circa quattro chilometri di distanza dalla
cittadina polacca di Suddaoen. Questo infame luogo, circondato da filo spinato,
attraverso il quale veniva fatta passare la corrente ad alta tensione, era quello
destinato ad ospitare noi italiani e prigionieri russi, invalidi.
Dopo i primi giorni di permanenza, mi accorsi, camminando all’interno del campo,
che crescevano certe erbacce, che invogliavano. Provai ad assaggiarne il gusto per
rendermi conto, visto che ero in continuazione preso da terribili morsi di fame, se
potevano essere commestibili.
Mi ero appena chinato a raccoglierne alcuni steli, quando sentii che, da dietro, uno
mi stava battendo con la mano sulla spalla. Mi alzai di scatto e, con molta sorpresa,
mi sentii chiamare per nome: era il compaesano Merlin, anche lui da Pozzonovo. Mi
disse che proveniva dalla Grecia. Ci scambiammo con amarezza alcune frasi e
qualche oggetto. Dopo non lo rividi più se non a guerra finita.
La prima adunata, fatta il giorno successivo al nostro arrivo, fu fatta per procedere
alla immatricolazione. A ciascuno dei prigionieri venne assegnato dai tedeschi il
numero di matricola. E così da quel giorno non fui più chiamato con il mio nome, per
tutti ero diventato il numero 3427.
Durante i 18 giorni trascorsi all’interno di quel campo che, solo a vederlo, suscitava
paura, più volte i tedeschi provarono ad invitarci ad aderire e a continuare a
combattere con loro. Per risultare più convincenti assicuravano che ci avrebbero
mandati in Italia per unirci ai fascisti della Repubblica di Salò. Ma fu tutta fatica
sprecata.
Una mattina molto nebbiosa ci fecero radunare nel piazzale del campo per farci
ascoltare la "rauca" voce di Mussolini dall'altoparlante. Il discorso del Duce era
indirizzato a noi per convincerci, ancora una volta, ad aderire all’alleanza con i
tedeschi e per assicurarci che presto le cose in Italia si sarebbero normalizzate. La
voce del Duce perveniva confusa alle nostre orecchie tanto che pensammo che non
fosse la sua. Però neanche lui, con quel discorso, riuscì ad ottenere alcun risultato.
Fu forse per questo che poi i tedeschi si inferocirono ancor più contro di noi.
Il primo lavoro
Dopo il 19° giorno di permanenza in quel campo, durante una adunata fummo
chiamati in duecento - per numero progressivo - perché doveva esserci assegnato il
nostro primo lavoro.
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Brevetti e croce di guerra
Torrette di guardia nei lager
Dichiarazione di adesione alla repubblica di Salò, consegnata durante la prigionia
Certificato della Croce al Merito di Guerra per internamento in campo di concentramento
In una vecchia fattoria padronale, situata in una zona periferica della cittadina, si
trovava accampato un plotone di soldati comandato da un maggiore delle SS.
Arrivati in quel luogo, il sergente che ci comandava chiese ad alta voce se fra noi ci
fossero dei cuochi, ne bastavano due. Io alzai prontamente la mano seguito dal
compagno Zattoni che abitava ad Arco (TN).
Il primo giorno ebbi il compito di attingere acqua da una vecchia fontana che veniva
azionata a stento da una grossa ruota di ferro con due manici. L'acqua raccolta
serviva per ristorare le oche.
Ad un certo momento uno dei soldati assegnati al nostro controllo ci invitò a
raggiungerlo perchè la signora dell'ufficiale comandante desiderava vederci da
vicino. Entrammo nella stanza e, quando ci trovammo di fronte a lei, ci rendemmo
conto che era rimasta meravigliata nel trovarci in condizioni così misere. Poi, dopo
averci posto alcune domande servendosi di qualche parola in italiano, gentilmente
ci offrì un pezzetto di torta. Indugiammo un po’, ci guardammo in faccia e poi,
ringraziando, ritornammo al nostro lavoro. Allora tra me pensai che ero stato
fortunato ad aver alzato la mano come cuoco, anche se in realtà non sapevo
assolutamente cucinare.
Nei giorni successivi finalmente fummo autorizzati ad entrare in cucina. Il nostro
compito era quello di sbucciare le patate. Una fortuna, perché si riusciva a
mangiarne qualcuna. Per di più alcune donne polacche, addette pur esse alla
cucina, di nascosto ci portavano qualche volta pagnotte di pane nero con
marmellata.
Nuovo trasferimento
Quel lavoro durò circa cinque settimane. Al termine un nuovo trasferimento.
Prima di partire fummo costretti a pulire tutto anche le latrine. Fu una cosa
rivoltante perché fummo costretti a sollevare, con le mani, casse zeppe di sterco
per poi sotterrarle in buche che avevamo scavato in precedenza.
Naturalmente il nostro trasferimento veniva effettuato sempre in segreto, non si
sapeva mai dove ci avrebbero portati.
Quella volta ci scaricarono in una località al confine con la Lituania e lì
trascorremmo alcune ore infernali. Ci fecero spogliare completamente, e introdurre
il nostro vestiario in una camera a gas che solo in un secondo tempo
comprendemmo che veniva utilizzata per la disinfezione dei panni. Ma avevamo
visto la nostra vita legata ad un filo, essendo a conoscenza che tante erano le
astuzie messe in atto dai nazisti per far morie le persone con i gas. Quella volta
fummo protetti dalla mano della fortuna, e ci fu data anche la possibilità di fare
proprio una doccia calda, l'unica in ventitre mesi.
Successivamente ci trasferirono oltre il confine polacco, in territorio lituano. Lì ci
attendeva un secondo lager situato nelle vicinanze della cittadina di Wirballen. In
quel campo, d’inverno, la temperatura a volte raggiungeva anche i 30-35 gradi sotto
lo zero.
Al limite della sopravvivenza
In quella regione non v’era il pericolo di bombardamenti aerei. L’unico pericolo era
rappresentato dal rischio di essere fucilati, con qualsiasi pretesto, dalle guardie
tedesche o di morire a causa dell’estrema debolezza del nostro organismo dovuta
alla insufficienza dell’alimentazione. Frequenti erano, infatti, in organismi così
denutriti e debilitati come i nostri, le morti dovute a malattie polmonari come la TBC.
Era un fatto facilmente comprensibile se si tiene in considerazione che si doveva
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lavorare per 10 ore al giorno mentre la dieta giornaliera era costituita solamente da
200 grammi di pane di segala, e da 5 grammi di margarina. Evidentemente i
tedeschi dovevano obbedire a ordini precisi che rispondevano a una logica perversa,
se, scientemente e volutamente facevano in modo che fossimo ridotti in queste
condizioni di estrema indigenza, al limite della sopravvivenza.
Sì, certo, sapevano e volevano.
Anch’io dovetti subirne le conseguenze, anche se, per mia fortuna, intervenne la
cessazione della guerra, prima che la mia salute potesse subire danni irreparabili.
Un sacerdote italiano
Il 24 Dicembre del 1943, ci caricarono su un carro bestiame. Nuovo trasferimento e
questa volta nel campo di Königsberg. Era un luogo di smistamento, nel quale si
potevano trovare internati di tutte le nazionalità.
Vi rimanemmo soltanto una settimana. Durante quella permanenza avemmo la
grande consolazione di incontrare un sacerdote italiano, anche lui internato.
Indossava abiti civili, cosa rara a quei tempi per i preti cattolici. Lo attorniammo e ci
accalcammo intorno a lui per dare e avere notizie. Poi recitammo insieme, ad alta
voce alcune preghiere. A conclusione delle preghiere, prima di darci la benedizione,
ci impartì i Sacramenti comunitari della Confessione e dell'Eucarestia.
In quel lager si trovavano anche dei prigionieri francesi che ricevevano
periodicamente pacchi di viveri dalla Croce Rossa internazionale. Il contenuto di quei
pacchi era vario e abbondante. Essi perciò lo dividevano in due parti: una la
tenevano per se l’altra, invece, cercavano di trovare il modo di barattarla con noi
italiani che non potevamo ricevere pacchi. Chissà perché. Probabilmente la
Convenzione di Ginevra sui prigionieri non aveva valore per gli italiani, per lo meno
per quelli che si trovavano nel campo dove mi trovavo.
Durante il periodo della prigionia ero riuscito a guadagnarmi l'affetto di un amico, un
certo Romolo Schena di Belluno. Venni a sapere che aveva frequentato fino al
secondo anno di scuola superiore. Voleva diventare perito minerario. La nostra
amicizia in breve si consolidò tanto da sentire di essere diventati, alla fine, come
fratelli.
Bombardamenti
Noi, poveri “badogliani”, ancora una volta fummo costretti a salire su una tradotta.
Partimmo sempre ignorando dove ci avrebbero portati. Cercammo di capire
qualcosa avendo come punto di riferimento il sole, che per la prima volta indicava
che si andava verso Sud. Il viaggio, estenuante, durò addirittura sette giorni e sei
notti.
Arrivammo, alla fine, a destinazione, in una località situata nella regione della bassa
Sassonia, e precisamente nella città di Brausweik. La città non era ancora stata
martellata dai massicci bombardamenti aerei.
Dopo alcune settimane, però, dovemmo subire anche questa terribile esperienza,
come se non fossero state bastanti quelle che già avevamo dovuto subire.
I massicci bombardamenti aerei da parte delle forze Anglo-Americane, che si
verificavano giorno e notte, ci facevano impazzire. Tanto più che a noi “badogliani”
era stato imposto l’assoluto divieto di poter metterci al sicuro entrando nei
potentissimi rifugi anti-aerei creati dai tedeschi. Una notte suonò un preallarme, che
durò alcuni minuti, seguito, dopo un po’, da un allarme prolungato, segno di grande
pericolo imminente. Passarono alcuni minuti e poi incominciò un intenso, tragico
bombardamento. La nostra baracca incominciò a bruciare costringendoci ad uscire
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all'aperto mentre era in pieno svolgimento il bombardamento aereo. Per fuggire,
eravamo in quaranta, fummo costretti a forzare la porta che era sempre tenuta
chiusa a chiave dall’esterno. Intanto il bombardamento continuava incessante.
Nonostante tutto potemmo dirci fortunati perché, dopo quel terribile
bombardamento, e senza poter disporre di alcun rifugio, soltanto uno dei nostri, un
sergente Maggiore, di Forlì, perse la vita, colpito da una scheggia che gli trapassò il
ventre.
I suoi oggetti personali furono recuperati e consegnati ai suoi familiari dal
sottufficiale Augusto Negrini di Bologna.
Per noi sopravvissuti l'incubo si aggravò ancora di più essendoci trovati, al suono del
cessato pericolo, ad avere indosso solo i pantaloni che avevamo indossato per
fuggire dalla baracca. Il resto dei nostri indumenti era andato tutto in fumo.
A questo punto per sopravvivere ci dovemmo arrangiare. E come? Eravamo senza
giubba e senza scarpe. Cercammo delle soluzioni. Per la giubba provvedemmo
infilandoci sacchetti di cemento vuoti, cui facemmo dei fori attraverso i quali potere
infilare la testa e le braccia. Le scarpe furono sostituite da quei famosi zoccoloni di
legno - da noi conosciuti col nome di olandesi - che fissammo alle caviglie con pezzi
di fili elettrici trovati casualmente qua e là.
Vivemmo per sessanta giorni in queste condizioni! Costretti, in aggiunta alle altre
sofferenze, a percorrere un tragitto di 7 km, per due volte al giorno, con le guardie
sempre alle calcagna. Infatti questo nuovo lager si trovava in un luogo isolato, a
circa 7 km di distanza dal paese, Fallimpostel.
Ogni mattina ci facevano alzare alle quattro per far sì che potessimo trovarci al
posto di lavoro alle sette. Al tramonto si dovevano fare altri sette chilometri per il
ritorno. E così avvenne ogni giorno finché nel campo non furono realizzate nuove
costruzioni, in forati di cotto, in sostituzione delle baracche di legno.
Edifici bombardati
Fu allora che io fui chiamato per essere addetto a lavori di facchinaggio, in forma
“ambulante”. Infatti, la squadra di cui facevo parte era una di quelle di pronto
soccorso, cioè aveva l’incarico di andare a liberare le macerie degli edifici
danneggiati dai massicci bombardamenti aerei degli angloamericani.
Il nostro lavoro doveva procedere senza soste anche in pieno allarme perché, una
volta iniziato, dovevamo assolutamente portarlo a termine. Quelli, per noi, furono
giorni di una difficoltà indicibile, pesanti come enormi macigni.
Ricordo che un giorno – era primavera e il sole brillava sulle alte canne fumarie
delle fabbriche belliche del grande Reich - all'improvviso suonò un preallarme, che
risultò essere del tutto inutile, perchè nel frattempo i bombardieri anglo-americani
erano già sopra la città. Il bombardamento rase al suolo un intero quartiere. Al
suono del cessato allarme il nostro gruppo fu inviato a sostituire parte del tetto di
alcune case che lo spostamento d'aria aveva fatto crollare. Si doveva entrare
all'interno dell’edificio, salire i molti gradini e raggiungere la soffitta. Eravamo divisi
in gruppi: tre salivano, mentre tre scendevano, portando sulle spalle sette tavelloni
danneggiati, da sostituire con altrettanti di nuovi.
Fra noi, italiani, si trovava un sergente di artiglieria alpina che indossava ancora la
sua divisa e il cappello con la piuma. Una guardia delle SS, vedendolo vestito a quel
modo, volle punirlo sia perché indossava la divisa, sia perché era un sottufficiale. La
punizione consistette nel fargli portare in spalla - ne fui scandalizzato - nove
tavelloni al posto dei sette cui eravamo costretti noi soldati semplici. In verità la
guardia avrebbe voluto che fosse caricato con dieci tavelloni per volta; ma al decimo
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si era accorto che non reggeva e che le gambe del sergente si piegavano. Quando,
poi, ci incontravamo per la scale l'unico nostro conforto era scambiarci degli sguardi
pieni di lacrime e rancore.
Divisione del pane
Quando poi ci ritrovavamo tutti nella baracca per mangiare avevamo deciso che
fosse lui, il sergente, quello che doveva essere incaricato a dividere il filone di pane
nero che doveva bastarci per l’intera giornata. Era una pagnotta di un chilo e mezzo
e dovevamo dividerlo per sette. Per evitare ingiustizie ci mettevamo a pesarlo
servendoci di una specie di bilancetta costruita da noi. Avevamo utilizzato due pezzi
di legno, uno era sistemato in posizione verticale e su quello veniva appoggiato un
legno in posizione orizzontale alle cui estremità erano stati legati due pezzi di filo.
Lui aveva imparato ad effettuare la pesata con precisione e scrupolosità, sicché non
v’era alcun pericolo che qualcuno di noi risultasse danneggiato.
Mentre sto scrivendo, questo mio caro amico vive ancora, abita a Bologna, si
chiama Augusto Negrini, e siamo ancora in corrispondenza.
La bomba inesplosa
Ripenso ancora al terribile giorno passato nel centro della città di Brausweik.
Nel retro di una villetta era .caduta una bomba d'aereo, ma era rimasta inesplosa.
Lasciarla là non si poteva, costituiva un pericolo troppo grave.
Allora un soldato delle SS mi ordinò di rimuoverla, facendomi aiutare da un
compagno italiano. Per fare questo mi era stata data una corda; con quella dovevo
legare la bomba e poi trascinarla il più lontano possibile. Intanto il soldato delle SS,
e gli abitanti della villetta si erano messi al riparo dalla parte opposta della casa
nell'eventualità che, durante il trascinamento, malauguratamente si verificasse
un’esplosione.
Noi due eravamo terrorizzati: e così, mentre procedevamo a trascinare quell’ordigno,
ci affidammo all’aiuto e alla salvezza che potevano venire solo dall’alto. Non
smettemmo un istante di invocare S. Antonio da Padova. Il quale ci ascoltò. Infatti
quella volta ci andò proprio bene.
Questo è solo un dei tanti, tristi episodi che ci capitarono e dai quali riuscimmo a
venir fuori senza subire gravi conseguenze.
Succedeva, a volte, che, quando le bombe d'aereo colpivano le città, venissero
anche danneggiate le fognature centrali. Allora ci veniva imposto di entrare nei tubi
che misuravano di diametro, al massimo, un metro, o un metro e venti. Per entrare
dovevamo piegarci quanto più fosse possibile, e non allontanarci troppo
dall'imboccatura per non correre il rischio di restare soffocati per mancanza d'aria.
Poi dovevamo procedere, a turno, a ripulire le pareti, togliere con una pala dal
manico corto la melma che colava da tutte le parti e caricarla su apposite cassette
di metallo. All'esterno della fognatura si trovava un compagno che aveva l’incarico
di tirare su con una corda la cassetta e di trascinarla via col suo contenuto perché
fosse, a sua volta, smaltito da altri.
Contrordine
Era un tardo pomeriggio dei primi giorni di gennaio del 1945. La fine del lavoro era
imminente e all'orizzonte il sole era al tramonto, quando si vide arrivare, verso uno
dei binari di sosta, un treno merci con diversi vagoni, provenienti dall'Italia, carichi
di cemento. I soldati tedeschi prescelsero il nostro gruppo per fare scaricare quei
pesanti sacchi. A spalle fummo costretti a trasportare i sacchi nei camion. Quando,
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finalmente, alle ore 21.00, esausti per la fatica aggiunta, eravamo riusciti a
terminare il trasbordo del cemento, e, pregustando il meritato riposo, ci stavamo
preparando a rientrare in baracca per consumare i 200 grammi, scarsi, di pane,
fummo trattenuti alla stazione da un contrordine. Dovevamo rimanere fermi sui
binari in attesa di… salire sullo stesso treno che era giunto trasportando il cemento.
Destinazione? Madenburgo!
Il nostro compito, appena fossimo arrivati, sarebbe stato quello di andare a liberare
i binari danneggiati da un bombardamento aereo verificatosi nel pomeriggio.
Madenburgo dista da Brausweik circa 100 chilometri. Arrivammo al posto
assegnatoci per lo sgombero all’una di notte, affamati. Per di più stava nevicando,
una neve quasi piovosa.
Incominciammo il lavoro. A me fu dato l’incarico di azionare una binda, un
congegno adatto a sollevare grossi pesi. Facendo leva dovevo rovesciare un pezzo
di binario danneggiato. Per meglio azionare quel congegno mi diedero uno straccio
che misi intorno alle mani a mo’ di guanto. Ad un certo punto la binda, bagnata, mi
scivolò e finii col trovarmi la mano sinistra schiacciata sotto il congegno. Urlai per il
dolore e credetti ormai di aver perduto l’uso della mano. Mi soccorsero e mi
condussero all'infermeria della stazione ferroviaria. Lì potei essere liberato dallo
straccio che ricopriva la mano. Dopo un attento controllo risultò che la mano, per
fortuna, era salva, anche se si riscontrò che due dita erano state fratturate; inoltre
era rimasto lesionato il tendine dell'indice sinistro, per sempre: ne porto tutt'ora il
segno.
Al rientro in sede mi condussero all'istituto infortuni di Brausweik perché fosse
segnalato il mio caso. Superato lo choc per il dolore dovuto alla frattura, rimaneva
la sofferenza per il digiuno prolungato. E finalmente, dopo 33 ore riuscimmo ad
avere la soddisfazione di mangiare il nostro pasto di sbobba giornaliero.
Volontà di sopravvivere
Da questo e da tanti altri episodi ricavammo la convinzione che quei comportamenti
così duri e cattivi, da parte dei tedeschi, nei nostri confronti fossero certamente
dovuti alla rabbia che essi nutrivano per non essere riusciti a farci collaborare e a
combattere con loro contro gli angloamericani. Ma, forse, anche al fatto che si
accorgevano di quanto grande fosse la nostra capacità di sopportazione, e la volontà
di resistere e sopravvivere contro qualsiasi tipo violenza e privazione messe in atto
a nostro danno.
Riepilogando: per tre volte furono messe in atto forti pressioni nei nostri confronti
per farci aderire alle loro ideologie ingannevoli.
La prima fu tentata a Verona prima che fossimo indotti, poi, a partire verso la
Germania. La seconda fu tentata nel campo di concentramento di Suddaoen
(Polonia).
La terza nel lager della Lituania: ove mi é impossibile dimenticare quel sergente
maggiore dell'aviazione tedesca che, parlando con il mantello azzurro semi aperto
appoggiato sulle spalle, insisteva, con tono suadente e con fare arrogante,
nell’assicurarci che ci avrebbe fatto riportare in Italia per via aerea.
Brausweik
Termino riallacciandomi alle peripezie vissute nella città di Brausweik. Al mio arrivo
non era ancora stata sottoposta ai bombardamenti aerei. Alla fine della guerra si
trovò completamente distrutta. Là mi sono trovato a lavorare in condizioni terribili.
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Per rendere l'idea, chiarisco che il mio lavoro, di manovale, era quello di lavorare
alle dipendenze di una impresa edile addetta al pronto intervento. Questo
significava dover spostarsi in continuazione, secondo le necessità. Quali potevano
essere i luoghi dove saremmo dovuti andare? Ovviamente i luoghi più esposti alle
incursioni aeree degli angloamericani. Guarda caso, uno di questi fu proprio la città
di Brausweik. L’ impresa edile nella quale mi trovai allora a lavorare si chiamava
OSMAN.
A Brausweik avevamo avuto l’incarico di ampliare uno scalo ferroviario, situato nel
lato nord della città. Questo, ovviamente, era un obbiettivo ideale per i
bombardamenti aerei nemici; infatti sopra di noi si susseguirono, mentre eravamo
impegnati nell’ampliamento dello scalo, ben 44 incursioni aeree da parte degli
angloamericani. Ne ho tenuto nota accurata, di tutte, anche delle date che ancora
conservo.
Dopo lunghe, snervanti attese e incertezze su quello che sarebbe stato l’esito della
guerra, e sul quello che sarebbe potuto capitare, si arrivò al 23 Aprile del 1945.
Quel giorno, improvvisamente, i tedeschi sparirono lasciando i rifugi anti-aerei
liberi; liberi nel senso che sarebbero potuti essere utilizzati anche da noi
“badogliani”.
Poi passati due giorni di sospensione e di incertezza su quel che ci sarebbe potuto
accadere, finalmente il sole brillò anche per noi! Con la liberazione della città ad
opera delle truppe inglesi. Ma dovettero passare ancora tre lunghi mesi, mesi fatti di
paziente attesa, prima che ci fosse consentito di muoverci da lì; perché dovevano
essere riattivate le linee ferroviarie.
Partenza per l’Italia
Poi venne il giorno della tanto attesa partenza per rientrare, finalmente e
definitivamente, in patria. L'ultima fermata in terra straniera avvenne a Linz
(Austria).
Infine l'arrivo in Italia con tappa a Pescantina e poi ognuno alla propria
destinazione.
La sera del 25 luglio 1945 dopo cinque anni di inenarrabili sofferenze fisiche e
morali, potei, finalmente, riabbracciare i miei genitori per non separami più da loro.
Ricordo, com’era prevedibile, l’emozione con cui fui accolto dai miei genitori. Ma al
posto della felicità immaginata, io per un lungo periodo mi sentii preso da una
strana inquietudine da una sorta di abbattimento morale. Poi, da contatti presi con
alcune associazioni, in particolare con l’ANED di Padova, venni a conoscere le
atrocità commesse nel famigerato campo di sterminio di Auschwitz, e il grande atto
d’amore e di eroismo compiuto da padre Massimiliano Kolbe, il polacco frate
francescano, che offrì la sua vita per salvare quella di un padre di famiglia. Ne
rimasi fortemente colpito tanto da pensare cosa avrei potuto fare perché la gente
avesse modo di ricordare quel gesto. Alla fine mi venne un’idea: fare intitolare una
piazza o una via in memoria di padre Kolbe. Con mia grande soddisfazione trovai
sensibili e disponibili sia gli amministratori di Pozzonovo, mio paese di origine, sia
quelli di Monselice dove da tempo risiedo. Un grazie sentito e doveroso, attraverso
queste pagine, alle due Amministrazioni.
Come terziario francescano continuo a mantenere una grande devozione per padre
Kolbe e in suo onore ho composto una preghiera che spesso mi trovo a recitare.
Clemio Magagna
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Vicende e memorie
di un soldato prigioniero
Bruno Mardegan
Classe 1919, Caporale artigliere divisione Bergamo
Via Isola v. Monte, 6 Monselice
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Queste sono le vicende di soldato e prigioniero da me vissute nella seconda guerra
mondiale - marzo 1940/ aprile 1945 - cosi come emergono ancora dai miei ricordi.
Alle armi
Nel marzo del 1940, chiamato alle armi con la leva del 1919, venni inviato al 4º
Reggimento di Artiglieria da montagna con sede a Laurana provincia di Fiume, in
Istria, allora territorio italiano.
Rispetto a molti miei compagni, l’inizio della mia vita militare si svolse senza
particolari durezze, poiché fui messo a lavorare nell’officina reggimentale come
verniciatore e poi come operaio di batteria. Questo incarico mi privilegiò molto, non
solo perché percepivo una lira in più al giorno rispetto alla normale décade degli altri
militari, ma soprattutto perché venni esonerato da ogni servizio di caserma e in
particolare non ebbi a che fare con i muli - animali molto temuti per il loro pericoloso
temperamento - che più di una volta causarono la morte dei soldati che li accudivano
con i loro calci dati all’improvviso.
L’11 aprile del 1941 entrammo in guerra contro la Jugoslavia. Per nostra fortuna non
si trovò nessuna resistenza da parte delle truppe nemiche. Questo avvenne perché
l’esercito jugoslavo si sfasciò rapidamente, in seguito alle sanguinose lotte fra etnie
diverse che lo componevano. Nonostante questo, l’occupazione dei territori jugoslavi
fu però, per noi soldati italiani, durissima. Questo a causa delle faticosissime marce a
piedi cui eravamo sottoposti: circa 40 km al giorno, con il peso dell’equipaggiamento
di circa 40 kg sulle spalle su strade quasi impraticabili. Molto spesso durante il nostro
avanzare, per l’impossibilità di ricevere rifornimenti, rimanevamo per giorni senza
cibo.
1942-43 tra Bosnia ed Erzegovina
Dopo tanto patire finalmente fummo sistemati in un presidio posto nel paese di
Tomislav Grad la cui popolazione era costituita da un insieme di musulmani,
ortodossi e cristiani. Vi arrivammo ai primi di dicembre e faceva molto freddo. Per
ripararci dal freddo ci sistemammo un po’ qua e un po’ là.
La mia batteria prese posto in un piccolo teatro. Io ebbi l’incarico di custodire parte
dell’armamento e così fui sistemato in una piccola casa, non ancora ultimata, insieme
al “ripostigliere”, l’infermiere e il falegname. Nelle ore libere ci davamo da fare per
sistemare i serramenti e il cornicione del tetto e per tappare con paglia le grosse
fessure. Ma il freddo non dava tregua e la neve cadeva per giorni e giorni,
raggiungendo perfino l’altezza di cinque, sei metri.
I viveri cominciavano a scarseggiare e i rifornimenti risultavano impossibili a causa
della neve e del gelo. Tanti di noi ebbero i piedi e le orecchie congelati. Le guardie
addette ai cannoni per poter resistere un quarto d’ora si imbottivano di coperte.
Verso Natale rimanemmo senza provviste. Allora il comandante diede l’ordine di
andare con i muli nei vicini villaggi per racimolare patate, pecore e altro. Arrivare ai
villaggi era un’impresa non facile a causa della neve nella quale si sprofondava.
Una volta raggiunti i villaggi si doveva ricorrere alle minacce per ottenere dagli
abitanti le patate che tenevano sepolte nel pavimento di terra delle abitazioni. Pur di
averle i soldati italiani finivano per pagarle ad un prezzo superiore al loro valore. Le
pattuglie rientravano poi stremate a tarda sera o anche a notte inoltrata a causa
delle difficoltà che incontravano lungo il percorso.
Si mangiava una volta al giorno. Come cibo ci veniva servito un po’ di brodo di
pecora con un pezzettino di carne lessa, ovviamente della stessa pecora, e una
pagnotta di pane del peso di 300 grammi circa. Poiché la fame era tanta si cercava di
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far sì che l’attesa non dovesse essere troppo lunga, per questo la distribuzione
veniva fatta contemporaneamente a tre persone.
Un giorno vedemmo arrivare nella nostra abitazione un gatto rosso, era di una
famiglia cha abitava lì vicino. Immediatamente il falegname e il “ripostigliere” lo
presero, gli tagliarono la testa, lo scuoiarono, lo pulirono per bene e lo misero a
conservare sotto la neve in attesa di cuocerlo.
Intanto il ripostigliere - era da Pola e parlava bene il croato - per cuocerlo era riuscito
a trovare, non so come, un po’ di grasso, un po’ di burro, una cipolla e un po’ di sale.
Avevamo una piccola stufa per riscaldarci. Ma il problema era procurarsi la legna:
bisognava recarsi nel bosco e affrontare il freddo e il rischio di incappare nei
partigiani, anche se con quel freddo era immaginabile che se ne stessero rintanati
pure loro.
Dopo alcuni giorni si decise di cucinare il gatto. La cipolla tagliata, messa a rosolare
con il grasso in un recipiente smaltato, mandava all’intorno un profumo appetitoso. A
un certo punto, mentre osservavamo con attenzione il gatto che stava cucinandosi,
pregustando un pranzetto delizioso, entrò il capitano con un sergente addetto alla
fureria, attirati dal profumo che si espandeva anche all’esterno. Ci chiese cosa
stessimo cucinando e noi prontamente rispondemmo che avevamo comperato un
coniglio dalla famiglia dei vicini musulmani. Al che lui non ebbe nulla da obiettare
però ci fece questo richiamo: ”Certi lavori si fanno nelle ore di riposo e non durante
quelle di servizio“. Poi se ne andò.
Ma poco dopo ritornò, da solo, il sergente furiere che pretendeva di essere invitato al
banchetto. Noi gli rispondemmo che lo avremmo accolto ben volentieri a condizione
che portasse con sé la sua razione di pane. Consumato il pasto con gran
soddisfazione dei convitati, mentre ci stavamo intrattenendo in piacevoli chiacchiere,
il falegname – forse per vendicarsi - andò a prendere la testa del gatto, che era stata
messa su un pezzo di tavola, e la mostrò a tutti.
La sorpresa per il sergente fu tale che montò su tutte le furie e si mise a minacciarci
con la pistola, convinto che l’avessimo attirato volutamente in quel tranello. Allora gli
rispondemmo che lui ci aveva solo chiesto di avere la sua parte e non poteva lagnarsi
dopo averla avuta. La faccenda si concluse con una risata generale.
Per il resto potevamo sentirci contenti: la vita per alcuni mesi si svolse abbastanza
tranquillamente poiché la popolazione non ci era ostile. In altre zone del territorio
jugoslavo occupate da soldati italiani, invece, si verificavano sanguinosi scontri,
anche tra le varie etnie, con conseguenti grandi massacri.
A volte eravamo richiesti di effettuare qualche intervento per stabilire un po’ di
calma.
In seguito venimmo anche noi attaccati da bande armate di jugoslavi che si
andavano sempre di più organizzando.
Resistenza jugoslava
Cominciammo anche noi, così, a sostenere forti combattimenti con gravi perdite di
uomini e materiali. Le bande slave, ricevendo aiuti di armi e materiali sia dagli inglesi
che dai russi, divennero presto efficienti formazioni partigiane sempre più agguerrite
e ben organizzate. Ho poi saputo che la resistenza jugoslava per contributo di uomini
e mezzi nella lotta contro le forze dell’asse è stata collocata al primo posto nella
storia europea della resistenza, precedendo la resistenza italiana e quella francese.
Ben presto ci trovammo in difficoltà nel ricevere rifornimenti e durante i nostri
spostamenti nel territorio jugoslavo. Le formazioni partigiane organizzavano ogni
giorno sabotaggi, facevano saltare ponti e ferrovie e occupavano punti strategici
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dove tendevano imboscate e insidiavano le nostre truppe.
Ci fu dato ordine di effettuare rastrellamenti nei territori e nei villaggi dove ci era
stato segnalata la presenza dei partigiani. Ci furono sequestri di bestiame e incendi di
case e villaggi con arresti di persone che si sospettava appartenessero alle formazioni
partigiane. Dopo gli arresti seguirono sommari processi e fucilazioni. Da ambo le
parti ben presto si creò una spirale di risentimento e un inasprirsi di violenze e
spargimenti di sangue. Questo continuo logorio di combattimenti e perdite si aggravò
al punto tale che la situazione per noi italiani si fece insostenibile.
Verso la primavera del 1943 ci fu dato l’ordine di ritirarci dall’interno dei territori
occupati e di spostarci verso le coste del mare Adriatico per poterci meglio difendere.
Per noi soldati molte illusioni fiorirono e svanirono con il continuo mutare delle
vicende di guerra che si svolgevano nei vari fronti: africano russo e dei balcani.
Intanto la feroce e terribile guerra che avevamo dovuto combattere sembrava si
avvicinasse alla fine con la caduta del fascismo del 25 Luglio 1943. Ma fu una breve
illusione.
8 settembre 1943
Quel giorno il nostro reparto, come del resto le altre centinaia di migliaia di soldati e
ufficiali del Regio Esercito Italiano, fu raggiunto all’improvviso dall’annuncio
dell’Armistizio con gli alleati.
Ci fu un attimo di illusoria felicità e molti di noi pensarono veramente che la terribile
guerra fosse finalmente finita e che presto ci sarebbe stata la possibilità di ritornare a
casa. Ma i nostri ufficiali ben presto ci informarono che la situazione era per noi
gravissima in quanto ci si trovava in mezzo tra le formazioni partigiane di Tito e
l’esercito tedesco. La Germania non aveva chiesto l’Armistizio con gli alleati e per
tanto diventava automaticamente nostra nemica.
Il giorno dell’Armistizio mi trovavo con il mio reparto in un piccolo paese in riva al
mare poco distante da Spalato. Nella zona non c’erano truppe tedesche. Il giorno
seguente la vita si svolse come sempre.
Nei giorni successivi si fecero vive le formazioni partigiane che chiedevano la resa
delle nostre armi per combattere contro i tedeschi. Il giorno 11 settembre 1943 il
nostro comando superiore di zona ci diede l’ordine di consegnare le armi ai
partigiani; l’ordine fu da noi puntualmente eseguito. Fatto questo ci concentrammo a
Spalato dove c’erano grandi depositi che contenevano i materiali del nostro Esercito.
Verso sera, per passare la notte, con la compagnia di quattro amici con cui ero legato
da una fraterna amicizia, mi sistemai alla meglio in un vigneto, lontano dalla grande
confusione che si andava formando.
Durante la notte però fummo svegliati per l’improvviso gran rumore di raffiche di
mitraglia e cannonate. Un battaglione di tedeschi, nel tentativo di entrare nella città
di Spalato, era stato costretto a passare per un valico difeso da un agguerrito
schieramento di partigiani jugoslavi e dominato da una fortezza dove si trovava un
reparto di soldati italiani ancora bene armati e con i loro obici di artiglieria. Si scatenò
un grande combattimento e molti soldati italiani si unirono ai partigiani per
combattere i tedeschi. Per diverse ore la lotta si inasprì con gravissime perdite da
parte dei tedeschi.
Lo stratagemma
Una parte di questi riuscì però a salvarsi usando uno stratagemma e l’inganno. Una
loro autoblindo con bandiera bianca si presentò davanti al portone della fortezza
italiana. Visto il segno della resa, fu dato l’ordine alla sentinella italiana di aprire il
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portone. Dietro l’autoblindo c’erano però alcuni soldati tedeschi che colsero di
sorpresa e disarmarono le altre sentinelle e diedero via libera agli altri soldati
tedeschi che erano rimasti nascosti nei dintorni.
Ben presto la guarnigione italiana fu sopraffatta e dovette arrendersi ai tedeschi.
Immediatamente dopo nella città di Spalato il caos divenne totale e la situazione
sempre più drammatica. Ogni soldato si comportava a modo proprio, gli ufficiali non
avevano alcun potere e venivano totalmente ignorati. Nel frattempo i partigiani
jugoslavi si erano frammischiati ai reparti italiani senza però usare né minacce né
violenze. Con loro c’erano molte donne partigiane, gran parte delle quali indossava
l’uniforme degli ufficiali italiani. Queste donne, molto agguerrite, venivano tra noi a
cercare quei soldati che avevano le mostrine dell’artiglieria e li costringevano a
mettersi dietro ai cannoni che erano riusciti a recuperare e con cui cominciarono a
sparare contro la fortezza. Tale cannoneggiamento durò per molti giorni,
specialmente nelle ore che andavano dal tramonto fino all’alba. Io pensavo spesso ai
miei cari amici artiglieri rimasti nella fortezza prigionieri dei tedeschi e che ora erano
sottoposti al continuo bombardamento dei partigiani. Intanto la fame cominciava a
farsi sentire e, con questa, molte altre erano le preoccupazioni che occupavano la
mia mente.
Assalto ai magazzini
Un giorno alcuni soldati italiani insieme a partigiani jugoslavi assaltarono i magazzini
della sussistenza impossessandosi di ogni ben di Dio. Ma la maggior parte dei sodati
italiani, oramai sbandati, purtroppo rimaneva con la fame. I miei amici ed io
riuscimmo, anche se in ritardo, ad entrare in questi magazzini e a recuperare una
sacca di riso di circa 20kg e una di nocciole.
Intanto il caos aumentava. Un nostro colonnello, visto che molti di noi erano sempre
più affamati e privi di cibo, riuscì a convincere i soldati che avevano del cibo di scorta
a spartirlo con gli altri e a fare funzionare una cucina da campo. Vennero macellati
dei cavalli per fare una sorta di gran minestrone. Noi contribuimmo alla spartizione
dando una parte delle nostre scorte. In questo modo si riuscì a dare, una volta al
giorno, una razione di cibo a tutti soldati: erano migliaia e migliaia, di tutte le armi, si
mettevano in fila e aspettavano il loro turno per lunghe ore. Ben presto però ci si
rese conto che era impossibile arrivare a dare cibo a tutti, per quanto poco fosse, e
amaramente ognuno cercò di rimediare alla fame come meglio poteva.
Speranza di ritorno
Un pomeriggio si sparse la notizia che stava arrivando un convoglio di navi italiane
per prenderci e portarci in una località dell’Italia occupata dagli anglo-americani. Era
vero. Infatti il convoglio giunse e si accostò al porto di Spalato durante la notte per
non essere scoperto dagli aerei tedeschi. Tutti accorremmo al porto con la speranza
di metterci in salvo. La confusione ben presto divenne enorme perché tutti volevano
imbarcarsi. I comandanti delle imbarcazioni e altri ufficiali cercarono di stabilire un
po’ di calma. Si decise di dare la precedenza ai civili e agli ammalati italiani, ma gli
ordini vennero ignorati.
Nel buio della notte - era proibito accendere anche un fiammifero - le grida e la
disperazione di chi veniva respinto crearono delle scene di panico e angoscia non
immaginabili. Molti si gettavano sulle passerelle o si arrampicavano alla meglio
attaccandosi alle corde di ormeggio per salire.
Vista l’ impossibilità di mantenere un minimo d’ordine i comandanti delle navi
all’improvviso diedero l’ordine di salpare. Quando le navi si staccarono dalla banchina
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c’erano ancora le passerelle e le corde di ormeggio colme di persone che caddero in
mare creando scene angoscianti.
Ma non andò molto meglio per chi era riuscito a salire. Alla fine della guerra si seppe
da due superstiti che due piroscafi del convoglio furono poi sorpresi e attaccati da
aerei tedeschi.
Uno affondò in breve tempo e chi si era gettato in mare fu subito mitragliato dagli
aerei tedeschi. L’altro piroscafo si incagliò e gli occupanti subirono la stessa sorte;
inoltre molti di quelli che erano rimasti intrappolati nelle stive furono inghiottiti dal
mare. Fortunatamente - visto che il piroscafo era rimasto incagliato - una parte dei
passeggeri non morì affogata. Il giorno seguente, dopo una lunga angosciosa attesa
durata molte ore, un mezzo navale della marina inglese, accortosi dell’accaduto,
riuscì a prestare soccorso ai superstiti: se ne salvarono circa 150.
19 settembre 1943
Era il mio 24° compleanno. Verso le 11 di sera come altri miei commilitoni mi trovavo
nella lunga fila che aspettava di ricevere qualcosa dagli addetti alla distribuzione di
cibo. All’improvviso nel cielo apparvero 24 aerei da caccia tedeschi, gli Stukas. Divisi
in formazioni 4x4 incominciarono a bombardare sia la città di Spalato sia il nostro
accampamento. Sganciavano bombe incendiarie e, con il loro caratteristico sibilo di
sirena che seminava il terrore tra di noi, scendevano in picchiata mitragliando ogni
cosa.
In breve la zona si trasformò in un inferno di fuoco e di esplosioni causate anche dai
depositi di munizioni e carburanti. La scena apparve subito terrificante: morti
sfracellati, feriti che invocavano aiuto, cavalli e muli ancora legati che ardevano vivi
lanciando paurosi nitriti, quelli che riuscivano a liberarsi scappavano all’impazzata
seminando ancora più panico e confusione. Io mi misi a correre terrorizzato verso il
mare inseguito da una rabbiosa raffica di mitraglia mentre cercavo di salvarmi
rifugiandomi tra gli scogli. Ero cosi spaventato e in preda a una tale confusione che
non sapevo più cosa decidere e cosa fare.
Intanto gli aerei continuavano il loro spaventoso carosello di morte. Non so come ad
un certo punto mi trovai vicino a un muretto a secco coperto di rovi: avevo indosso
solo il cappello da alpino, i pantaloni e le scarpe. Riuscii ad appiattirmi tra i rovi.
Dopo qualche istante venne a rifugiarsi vicino a me una vecchia che continuamente
diceva: “Bogamì” cioè “Dio mio!”.
Passai parecchio tempo in quella posizione, poi improvvisamente sopraggiunse la
calma. Pensando che l’incursione aerea fosse cessata lasciai quella specie di rifugio.
Ma era solo una piccola pausa perché l’inferno di bombe riprese spostato verso il
mare. Ripresi a correre. Un mio amico, che correva anche lui nella mia stessa
direzione, gridando mi chiese se ero ferito poiché vedeva che la mia schiena era
insanguinata. Erano stati i rovi ma io non sentivo alcun dolore perché ero in preda
alla più totale confusione e paura. Poi riuscimmo a stento ad appiattirci tra due
muretti a secco che un attimo dopo ci crollarono addosso perché raggiunti da una
bomba.
Rimanemmo storditi e inebetiti, ma per fortuna illesi. Finalmente riuscimmo a
raggiungere gli scogli dove rimanemmo fino alla conclusione di quella incursione
aerea. Poi ritornammo verso l’accampamento per recuperare gli zaini. Là apparvero
ai nostri occhi, con spaventosa chiarezza, le conseguenze di quel bombardamento
infernale: corpi di uomini e animali mutilati e arsi dalle esplosioni, case devastate
ovunque che continuavano ad ardere tra i gemiti e i lamenti dei feriti superstiti.
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Riuscii a salvare appena in tempo il mio zaino dall’incendio che divorava la baracca e
scappai verso il monte dove ritrovai molti miei compagni per fortuna ancora sani e
salvi.
Ben presto, però, la piccola scorta di viveri che era stata organizzata con molte
fatiche scomparve quasi del tutto.
Così, cercando di sopravvivere alla meglio, passammo i giorni fino al 27 settembre
tra il diffondersi di notizie contrastanti. Con borracce si andava a recuperare l’acqua
salata dal mare e si provvedeva a cuocere alla meglio del riso che mescolavamo con
del tonno in scatola facendo tantissima attenzione a non fare fumo per non causare
nuove incursioni aeree da parte dei tedeschi.
Inizia la prigionia
Il 27 settembre arrivò una colonna motorizzata di tedeschi, erano inferociti e
sparavano ad ogni minimo sospetto.
Tre dei nostri compagni, marinai, con una piccola barca cercarono di darsi alla fuga
verso il mare. Furono ben presto però individuati da un mezzo blindato tedesco che
iniziò un triste tiro a segno con il cannone. Al terzo colpo la barca fu centrata e i tre
poveretti saltarono in aria. Poi, con metodi brutali ci radunarono in strada e, costretti
a tenere le mani sul capo, venimmo avviati verso la città.
Davanti a me, con le mani sopra la testa, camminava un sergente maggiore che
portava al dito il suo anello nuziale d’oro. Mentre la nostra colonna sfilava, ai bordi
della strada stava a guardare un ufficiale tedesco posto sopra ad un’auto scoperta: ci
osservava e brandiva minacciosamente la sua pistola. Accortosi dell’anello del
sergente con minacce invitò il poveretto a consegnarli l’anello. Nonostante gli sforzi il
sergente non riusciva a sfilarselo. L’ufficiale tedesco allora gridò un ordine ad un suo
soldato che si trovava li vicino; questi con un colpo di baionetta staccò il dito del
malcapitato e poi andò a recuperare l’anello. Ad operazione compiuta diede un calcio
al seder del povero sergente invitandolo a proseguire nella sua marcia. Vista tale
scena pensai rabbrividendo alla triste sorte cui inevitabilmente saremmo andati
incontro.
Giunti alla periferia della città fu concessa una sosta e venimmo messi a sedere uno
accanto all’altro, come sardine, in un grande prato. Eravamo circa diecimila soldati di
tutte le armi. Ogni tanto venivano sparate rabbiose raffiche di mitra appena sopra la
nostra testa. Arrivò per sovrappiù anche un grosso temporale e la pioggia cominciò a
scendere senza misericordia. Così si trascorse la notte.
Al mattino ci radunarono e ci presero i nostri portafogli e gli oggetti cari. Separarono
gli ufficiali dalla truppa e li instradarono verso la città. A guerra finita seppi che dal
grado di Maggiore in su furono tutti fucilati, i sopravvissuti furono decimati e avviati
nei campi di concentramento della Germania. Noi fummo instradati verso l’interno
della Croazia.
Si arrivò a Sinj dopo aver percorso a piedi circa 35 km e lì passammo la notte
all’aperto. Al mattino ci inquadrarono a forza di bastonate, ci depredarono di tutto e
ci lasciarono solo un telo da tenda o la coperta o il pastrano e poi ci avviarono verso
l’interno.
La stanchezza, la fame e le brutalità delle nostre guardie sempre più inferocite
contribuirono a deprimere ancor più i nostri animi già assai provati. Durante il
cammino incontravamo poveri villaggi desolati e abbandonati.
A causa dei morsi della fame, che si faceva sempre più sentire, molti rischiarono di
venire uccisi da una fucilata delle nostre guardie quando, lasciando la colonna,
cercavano negli orti qualche ortaggio rimasto.
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Piastrina tedesca dello
Stammlager XVIIB,
matricola 97.559
Il prezzo della Libertà. Articolo relativo alla cattura e uccisione degli ufficiali della Bergamo
Commissione interrogatorio Reduci Prigionieri
Lettera da casa al campo di prigionia
Un mio amico, che era riuscito a recuperare una zucca, riuscì a farla a pezzi a calci e
a distribuirla. Sempre camminando cominciammo a mangiarla. La zucca, quando è
cruda, è immangiabile perché lega la bocca, ma la nostra fame era tale che, in
mancanza d’altro, per sopravvivere ci trovammo costretti a mangiarla. Si fece lo
stesso con qualche patata cruda rinvenuta qua e là. Intanto si continuava a
camminare sempre senza alcuna sosta. Le nostre guardie invece ad ogni presidio si
davano il cambio.
La stanchezza si faceva sempre più pesante e ci stremava. Alcuni, visto che non
riuscivano più proseguire la marcia, si gettavano a terra sfiniti. Allora le guardie
subito accorrevano e con gesti minacciosi intimavano loro di alzarsi; se i poveretti
non riuscivano a farlo perché erano completamente stremati venivano finiti con una
fucilata in testa e lasciati miseramente lungo la strada.
Verso sera la scena divenne ancor più triste perché la colonna si andava dividendo in
piccoli gruppetti di amici che con grandissima fatica cercavano di trascinare i più
sfiniti che gettavano loro le braccia al collo e vi si aggrappavano.
Ad un certo punto della notte anch’io cominciavo a sentirmi sopraffatto dalla
stanchezza; allora mi consultai con i miei amici e alla fine decidemmo addirittura di
forzare l’andatura per vedere se riuscivamo a superare la crisi. Cominciammo a
sopravanzare molti gruppetti di soldati che, vedendoci camminare così spediti,
dicevano “Ehi, Alpini!, più avanti distribuiscono la pastasciutta!” E noi si rispondeva:
”Attaccati alla penna che ti portiamo avanti!”
Di tanto in tanto sentivi qualche sparo e pensavi “Ecco un altro che ha dato l’anima a
Dio!”. Lontano lontano si incominciava a vedere qualche piccola luce, forse era il
paese che si doveva raggiungere. Giunti finalmente alla periferia di quella località
trovammo la strada sbarrata dai cavalli di frisia. Minacciose guardie tedesche subito
ci perquisirono nella speranza di trovare oggetti preziosi. Non trovando nulla allora si
scagliarono su di noi con calci pugni e bastonate date con i calci dei loro fucili.
Arrivati in paese nel buio della sera ci radunarono in un piazzale. Io mi gettai a terra
nella speranza di poter trovare un poco di riposo; ma le minacce e la baionetta di una
guardia mi fecero subito cambiare idea. Intanto più avanti stavano inquadrando dei
nostri soldati. Allora mi affrettai a raggiungerli sperando che stessero per distribuire
del cibo. Nel buio della notte mi apparvero invece le forme dei vagoni bestiame nei
quali ci fecero salire subito a suon di bastonate. Grazie alle mie lunghe gambe riuscii
a salire con un balzo sul vagone e ad evitare di subire la violenza delle bastonate.
Il vagone poteva contenere una cinquantina di soldati. Raggiunto quel numero le
porte vennero chiuse. Dentro il vagone c’era un buio fitto, si sentivano soltanto dei
lunghi lamenti. Uno di noi era riuscito a salvare un accendisigari; lo accese per fare
un po’ di luce. Allora potemmo vedere alcuni compagni stesi sulle nostre scarpe con
la testa fracassata dalle percosse o con le mani e le braccia fratturate.
Dopo circa due ore di attesa il treno si mosse. Un po’ di luce del nuovo giorno
cominciò a penetrare dai finestrini e solo allora fu veramente possibile rendersi conto
dell’orribile scena: alcuni dei nostri compagni non si lamentavano più, erano già
morti. Il treno percorse un breve tratto e poi sostò per lungo tempo.
Nel tardo pomeriggio giungemmo in un paese e lì fummo concentrati nel cortile di
una caserma che era stata dei croati. In quattro sistemammo un telo da tenda in un
angolo del cortile per ripararci, poi andammo alla ricerca di qualcosa da mangiare.
Nei bidoni dei rifiuti della cucina tedesca recuperammo delle bucce di patate e
riempimmo un cappello da alpino. Con grande prudenza per non essere visti dai
tedeschi, recuperata dell’acqua in una gavetta, riuscimmo a cuocere le bucce e ad
attenuare la fame. Verso sera arrivarono a piedi altri compagni che non avevano
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potuto trovare posto nel treno. Erano in condizioni disastrose, sfigurati dalla
stanchezza e dalla fame. Avevano camminato per 80 km, venti in più di noi che
eravamo stati messi sul treno.
Mi sentii chiamare, era un mio paesano che faceva parte di un altro reparto; in un
primo momento non lo avevo riconosciuto da quanto era sfigurato: teneva le scarpe
a tracolla, aveva i piedi scalzi e piagati che grondavano sangue.
Al mattino seguente ci diedero una fetta di pane e un cucchiaio di marmellata, poi ci
instradarono. Le strade erano strette e quasi impraticabili. A volte incrociavamo delle
auto-colonne tedesche che andavano di fretta. Noi eravamo una lunga colonna di
quasi diecimila prigionieri che ingombravamo il loro passaggio. Per sgomberare la
strada sul primo automezzo di queste autocolonne un soldato tedesco stando in bilico
sul parafango sparava raffiche di mitra per fare sgomberare la strada. Quelli di noi
che non avevano fatto in tempo a mettersi da parte vennero colpiti e lasciati morire
ai bordi della strada. Alla fine della colonna passò un autocarro a raccogliere questi
poveri disgraziati morti e se ancora non lo erano venivano prima finiti con un colpo
alla nuca.
La marcia forzata durò per circa 500 km di percorso. Arrivati nel cuore della Bosnia, a
Bihac, sostammo un giorno in attesa del treno. Là ci distribuirono un po’ di pane e
della marmellata. Una donna mussulmana si avvicinò a noi, ci chiese degli indumenti,
in cambio ci avrebbe dato una focaccia di grano turco con un po’ di cipolla. La fame
mi spinse a barattare il mio maglione militare. Presi la focaccia e la feci a fettine che
arrostii sopra una lamiera arrugginita perché si potessero conservare a lungo. Ne
mangiai solo un pezzettino, poi strappai la fodera del pastrano per metterci la
rimanenza pensando al lungo viaggio che si doveva di nuovo intraprendere.
Il viaggio
Al mattino ci fecero salire sui carri bestiame, cinquanta uomini per carro. Eravamo
talmente fitti che per stendere le gambe bisognava incrociarle con quelle degli altri.
Per i bisogni corporali avevamo stabilito di usare un angolo del vagone ed erano
sfortunati quelli che si trovavano in quelle vicinanze. Se avevi bisogno di muoverti
durante la notte non potevi farlo perché era impossibile trovare uno spazio libero per
appoggiare i piedi. Per potersi spostare si finiva per montare sopra i corpi dei
compagni e, a propria volta, si veniva calpestati accompagnati da una costante litania
di bestemmie e maledizioni.
A volte le guardie davano dei filoni di pane che dovevano essere divisi tra otto
persone, perciò la razione di ciascuno era solo di circa 200 grammi. Veniva aggiunta
una cucchiaiata di marmellata, altre volte un pezzetto di formaggio puzzolente.
Intanto i giorni e le notti trascorrevano accompagnati dal rumore delle ruote che
correvano sulle rotaie. Le soste erano numerose e lunghe. Qualche volta ci facevano
scendere per permetterci di fare i nostri bisogni corporali sempre osservati dai nostri
feroci aguzzini.
Un pomeriggio - eravamo fermi nelle vicinanze di una stazione ungherese - ci
avvertirono che veniva distribuito un po’ di minestrone. Io ero preoccupato perché
durante il tragitto avevo perso la gavetta. Un compagno del mio vagone mi diede la
sua gavetta e mi chiese di prendere la sua razione perché si trovava in condizioni
troppo pietose per muoversi. Allora mi avviai verso la distribuzione.
Camminando vidi per terra un barattolo vuoto un po’ arrugginito, lo raccolsi e tentai
di pulirlo alla meglio con dell’ erba; in fine mi presentai alla distribuzione. Il soldato
ungherese addetto alla distribuzione mise la razione nella gavetta, ma non nel
barattolo facendomi capire che non era un contenitore adatto. Allora mi scostai un
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poco, travasai il contenuto della gavetta nel barattolo e mi presentai una seconda
volta alla distribuzione ottenendo cosi un’altra razione. Tornato al vagone, cercai di
restituire la gavetta, con la razione, al compagno sfinito ma lo trovai che era già
morto.
Dopo giorni e giorni di sofferenze giungemmo ad una stazione austriaca. Ci fecero
scendere e, camminando diverse ore tra grandi patimenti e massacranti marce, alla
fine si giunse in un campo recintato da reti e filo spinato; all’interno si trovavano
lunghe file di baracche di legno.
Il campo di concentramento
All’interno della zona recintata notammo che già si trovavano molti altri prigionieri;
c’erano francesi – che si trovavano là da circa quattro anni – poi tantissimi russi e
parecchi di altre nazionalità.
I Francesi vedendoci arrivare ci accolsero con fischi, urla di scherno e minacce. Le
espressioni più comuni erano: “Ecco i soldati del duce! Vedete ora dove vi ha portato
Mussolini?”
I prigionieri russi, invece, se ne stavano in disparte senza dire nulla.
Le guardie tedesche ci diedero un mestolo di minestrone fatto di zucca e carote e
dopo ci fecero spogliare nudi. Ognuno, mettendo il proprio nome su di una etichetta
di legno, doveva impaccare i propri indumenti per farli sottoporre alla disinfestazione
a vapore. Ci raparono i capelli ed eliminarono ogni altra peluria del corpo, poi ci
fecero entrare in un camerino per essere sottoposti a doccia di acqua e sapone
liquido che bruciava la pelle. Dopo passammo in un altro stanzone pieno di gas che
bruciava gli occhi e il naso. Passata circa un’ora ci consegnarono i nostri indumenti e
ci fecero entrare nelle baracche con letti a castello, dove avremmo dovuto sistemarci
per dormire.
Al mattino successivo ci immatricolarono: ci misero al collo una tavoletta con un
numero di matricola, ci fotografarono di fronte e di profilo - come si usa fare con chi
è arrestato - e ci diedero un recipiente a forma di ciotola che serviva per mangiare.
Poi fummo smistati a gruppi e inviati in varie località.
L’arbeitlager B.V.5639.G.W.
Il trasferimento ad un altro lager avvenne con mio grande dispiacere poiché venni
diviso dai miei compagni con i quali - uniti da un forte spirito fraterno - avevo
condiviso mesi e mesi di vita militare e le molte altre successive vicissitudini. Per mia
fortuna nel nuovo gruppo incontrai due miei paesani provenienti dalla Grecia.
Dopo diverse ore di treno arrivammo nelle vicinanze di un grandissimo complesso
industriale. Ci sistemarono in un campo di concentramento recintato da una fitta rete
di filo spinato, con torrette dalle quali spuntavano guardie tedesche armate e tanti
fari che illuminavano il campo.
Ci fecero entrare - eravamo in diciotto - nella baracca di legno assegnataci: un
piccolo spazio di circa 6 metri per 4. Ai lati c’erano due file di letti a castello a 3 piani;
quelli a cui sarebbe toccato in sorte l’ultimo piano avrebbero avuto uno spazio di
pochi centimetri dal soffitto. Ogni letto era fatto di assi di legno, un pagliericcio di
trucioli e una coperta. In mezzo alle due file rimaneva solo un piccolo spazio di circa
50 centimetri che fungeva da corridoio. Nel mezzo della baracca era stata collocata
una piccola stufa rotonda. All’entrata c’era un piccolo spazio con 2 recipienti per i
bisogni corporali. Era la fine di ottobre e cominciava a fare freddo. La sveglia era alle
6. Due di noi dovevano andare a prendere il pane e una specie di intruglio scuro che
era chiamato caffé.
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Tutta la nostra attenzione era concentrata su quelli di noi che, a turno, dovevano fare
la suddivisione delle razioni del pane: una fettina di 200 grammi circa al giorno per
ciascuno.
Ufficiali della Repubblica Sociale
Una sera, dopo avere consumato la solita zuppa molto acquosa fatta di rape,
barbabietole e carote, sentimmo risuonare il fischietto del capo-campo, un
maresciallo dell’esercito tedesco dal comportamento pazzoide. A volte faceva le
adunate a colpi di pistola sparati anche ad altezza d’uomo tanto che alcuni di noi
furono feriti. Quando si udiva il suo fischietto si era terrorizzati. Si doveva uscire
velocemente dalle nostre baracche e, baracca dopo baracca, inquadrarci
perfettamente in cortile; il tutto doveva avvenire in pochi minuti.
Quella sera, si era agli inizi di novembre, faceva molto freddo ed era buio. Mentre
continuavamo a rimanere perfettamente inquadrati, arrivarono un capitano ed un
tenente con le divise italiane. Erano ufficiali della Repubblica di Salò affiancati da un
ufficiale tedesco che parlava l’italiano. Ci osservarono attentamente e poi uno di loro
cominciò un discorso. Si rivolse a noi chiamandoci “soldati”, “combattenti”. Ci disse
che eravamo stati ingannati dagli alti comandi che avevano seguito il generale
Badoglio, tradendo gli alleati tedeschi. “Per questo vi trovate rinchiusi dai reticolati
mentre i bravi camerati germanici continuano, da soli, la lotta a cui ora altri bravi
camerati italiani si uniranno per cacciare dall’Italia gli invasori anglo-americani. Non
potete essere indifferenti alla vostra Patria invasa e lasciare che i camerati tedeschi
combattano accanitamente per noi. Dunque anche voi, invece di marcire qui, dovete
venire a difendere le nostre case, le nostre terre e le nostre famiglie dal nemico”.
Come conclusione ci invitò dunque a uscire dalle fila per unirci a loro. Ma nessuno si
mosse. Fu allora che un sergente maggiore si presentò di fronte ai due ufficiali
repubblichini e disse: “Parlo a nome di tutti. Ci meraviglia molto di aver sentito fare
questo discorso da voi ufficiali che avete più cultura di noi soldati. Nessuno di noi eravamo circa 300 - verrà a far parte delle vostre file. Noi abbiamo giurato fedeltà
alla Patria e non rinnegheremo quel giuramento. Ci meraviglia che voi vi riferiate ai
tedeschi considerandoli come fratelli. Noi ci siamo arresi ai tedeschi e loro ci hanno
trattato barbaramente con percosse e fucilazioni di massa. Come è possibile
considerarli ancora come fratelli e alleati? Noi sappiamo quale triste sorte ci è già
stata assegnata, ma preferiamo la morte al tradimento”.
Il giorno seguente i maltrattamenti e le umiliazioni nei nostri confronti si inasprirono;
come conseguenza molti di noi, purtroppo, non ebbero la forza di resistere a tanta
crudeltà e morirono miseramente.
Il lavoro
Fui assegnato ad una squadra composta di 10 internati. Si veniva prelevati da un
civile armato che ci portava sul posto di lavoro con l’ incarico di sorvegliarci per poi
riconsegnarci al ritorno alle guardie del campo.
Il nostro lavoro era nel settore dell’edilizia. Si doveva stendere e livellare il bitume
per preparare le basi di nuovi capannoni o altri fabbricati. Il materiale che usavamo ci
veniva fornito da carrelli trascinati da donne russe. L’addetto alla sorveglianza era un
uomo anziano che era abbastanza umano e conosceva qualche parola d’italiano.
Aveva sorvegliato i prigionieri italiani della prima guerra mondiale. Sapeva quale
fosse il misero trattamento alimentare a noi riservato: 200 grammi di pane e un
mestolo di minestrone a mezzogiorno e alla sera, i cui ingredienti erano: rape,
barbabietole, carote e qualche rara patata.
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Con un alimento del genere il russo sapeva benissimo che la forza per lavorare era
ben poca. La gran parte delle maestranze che dirigevano l’immenso complesso era
costituita da persone di provata fede nazista e odiavano noi italiani. Dopo alcuni
giorni di lavoro eravamo giunti ad una sorta di intesa con il vecchio sorvegliante.
Mentre noi si lavorava, lui dava una occhiata in giro e poi si avvicinava a noi e
sottovoce con il suo italiano stentato diceva “Poco mangiare, poco lavorare”. Quando
invece si avvicinava qualche dirigente, cominciava a gridare ad alta voce “Kema
loss!”. Questo per dimostrare che lui era molto severo con noi e ci incitava a lavorare
assiduamente. Non appena le maestranze si allontanavano veniva verso di noi
dicendo: ”Ingegnere niente buono. Via ingegnere, poco lavorare”.
In seguito mi mandarono presso un’altra ditta a fare l’imbianchino. Là incontrai un
connazionale romano che nella vita civile faceva il restauratore; si era occupato
anche degli affreschi del Vaticano. Con lui allacciai un fraterno rapporto. Per me quel
tipo di lavoro era abbastanza soddisfacente, si lavorava con vernice ad acqua che
aderiva sia alle superfici di legno, che a quelle di ferro o di muratura. Il sorvegliante
era un giovane cecoslovacco che un tempo aveva suonato il sassofono nell’orchestra
del teatro di Vienna. Spesso ci faceva capire che era innamorato della musica dei
compositori italiani come Verdi e Rossini. Ogni tanto voleva che il mio amico romano
gli cantasse qualche motivetto e allora era contento.
Nonostante fossimo sempre pieni di fame e stanchi, questi piccoli episodi di
solidarietà, uniti al buon umore di certi nostri compagni, ci tiravano su il morale e ci
rendevano la vita meno pesante. La fortuna però durava poco perché ci
costringevano a cambiare spesso lavoro.
Capitai così in una ditta addetta al trasporto del calcestruzzo. Si era costretti ad
usare carriole di ferro che erano senza cavalletto per l’appoggio, sicché si doveva
tenerle sempre sollevate con le braccia. Quando poi si doveva spingerle su armature
in pendenza dovevo sottopormi ad una fatica inumana. Più di qualche volta non
riuscii a controllare la carriola e allora questa mi trascinava con sé; così correvo il
rischio di farmi male e rovesciare il carico. Quando ciò avveniva, il sorvegliante
invece di soccorrermi mi picchiava con pugni e calci dicendomi in tedesco che ero un
fannullone e un sabotatore. Perciò quando al mattino arrivavo sul posto e sentivo il
rumore della betoniera impastatrice già in funzione mi veniva l’affanno perché il
pensiero era subito rivolto a tutte le ore di fatica che poi avrei dovuto affrontare.
Per mia fortuna cambiai ancora ditta. Mi fu dato l’incarico di levare la ruggine dalle
grandi colonne in ferro poste all’interno dei capannoni e colorarle con apposite
vernici. Il lavoro in sé non era pesante, ma era pericoloso perché dovevo restare
sospeso in aria su una piccola impalcature tenuta da corde di acciaio ed era molto
facile cadere. La paura più grande era quando si sentivano le sirene suonare per
l’imminenza di un attacco aereo. Per scendere a terra ero costretto a fare molte
manovre e a impiegare molto tempo con il pericolo di venire sorpreso dai
bombardamenti mentre mi trovavo ancora all’interno del capannone.
Con mia grande soddisfazione cambiai ancora una volta ditta e fui mandato con altri
quattro italiani a lavorare in una segheria, in un paesino lontano 50 km. Là ci
aggregarono ad altri italiani che lavoravano, a turno, anche in industrie belliche. Vi si
trovavano pure prigionieri di varie nazionalità, deportati in Germania da tutte le parti
dell’Europa. Ma quelli che si trovavano nella condizione peggiore eravamo noi italiani
perché non ricevevamo nessun tipo di aiuto, neanche quello della Croce Rossa
Internazionale. In verità non eravamo i soli perché anche i russi, come noi, si
trovavano privi di tutto e non potevano contare su nessun tipo di aiuto umanitario.
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Solidarietà
In una di queste fabbriche lavorava un ragazzo russo di circa 14 anni che nel vederci
in quelle condizioni provava molta pietà per noi. Questo ragazzo quando al mattino
riceveva la sua razione di pane anziché mangiarla la conservava per offrirla agli
italiani con cui lavorava. Naturalmente la fame era grande per tutti, ma poiché
questo bellissimo gesto di generosità disinteressata comportava un grande sacrificio
per lui - e ce ne rendevamo ben conto - gli rispondevamo che non accettavamo
quanto ci veniva offerto. Allora lui di nascosto faceva trovare sul banco di lavoro dove
lavoravano gli italiani il pane ben avvolto nella carta e poi fuggiva.
Arrivò, nel settembre 1944, il periodo in cui noi italiani non eravamo più considerati
prigionieri, ma internati civili e allora ci furono meno restrizioni. Nei momenti liberi
dai turni pesanti di lavoro ci era permesso di andare a lavorare nei campi; i contadini
in cambio ci davano qualche patata, o del latte o un po’ di pane.
Così finalmente anche a noi italiani fu data la possibilità di mettere da parte un po’ di
cibo che del resto era ben guadagnato perché frutto di duro lavoro. Allora ci
ricordammo del ragazzo russo e avemmo modo di ricambiare i suoi gesti di
generosità.
Anche se non eravamo più considerati prigionieri avevamo l’obbligo di non
allontanarci dal campo e di presentarci in perfetto orario sul posto di lavoro.
Malato di tifo
Un giorno mi sentii molto stanco e avevo continui mal di testa. Un sottufficiale della
marina che era nella mia baracca mi tastò il polso e disse che avevo la febbre. Si fece
dare un termometro da un infermiere e mi misurò la temperatura, avevo 38,5. Mi
consigliò di chiedere visita medica in infermeria. Mi ricoverarono il giorno seguente in
una baracca adibita a ricovero per ammalati. Eravamo in molti, di diverse nazionalità
- c’erano polacchi, francesi e russi - sistemati su brandine. Accanto a me ritrovai il
ragazzo russo che ci aveva aiutato dandoci del pane. Era sempre molto socievole e si
esprimeva piuttosto bene in tedesco e conosceva anche qualche parola di italiano.
Dopo qualche giorno ci fecero le analisi delle feci e riscontrarono che eravamo affetti
da tifo. Per fortuna la mia infezione non aveva colpito del tutto il mio intestino.
Rimasi ricoverato per 40 giorni. Ci davano da mangiare - due volte al giorno - un po’
di semolino cotto con latte scremato e con un po’ di zucchero. L’assistenza era stata
affidata a donne russe.
Il giorno di Natale mi fecero visita alcuni amici italiani che mi portarono un filoncino
di pane bianco e un po’ di marmellata. Lo stesso trattamento fu riservato al ragazzo
russo che ricevendo il cibo si mise a piangere dalla commozione e disse: “Qualche
anno fa non sapevo neanche che gli italiani esistessero. Voi ora vi siete ricordati di
me, mentre nessuno dei miei connazionali è venuto a salutarmi”.
Al termine del ricovero - molti prigionieri erano morti in quella epidemia - ero molto
dimagrito e mi sentivo assai debole: pesavo infatti solo 50 kg ma dovetti ritornare al
lavoro anche se era molto pesante. Per mia fortuna i miei amici mi aiutarono molto,
sostenendo anche la mia parte di lavoro altrimenti sarei stato duramente punito dai
tedeschi.
La segheria venne però chiusa, così mi rispedirono al campo base.
Ritorno al campo di concentramento
Nel febbraio 1944 mi ritrovai nello stammlager XVIIB, dove avevo già ricevuto il
numero di matricola 97559. Le baracche non c’erano più perché erano saltate in aria
con gli ultimi bombardamenti.
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Fummo allora sistemati in un fabbricato semidistrutto e il nostro lavoro fu quello di
riparare i danni provocati dalle bombe. A volte si era costretti a lavorava anche di
notte al lume di lanterne e i pasti non ci venivano dati per non interrompere il lavoro.
Successivamente, il lavoro cui fummo addetti fuori dal campo consisteva nello
scavare lunghe fosse profonde quattro metri. Dovevano servire – almeno così ci
dicevano - a fermare l’eventuale avanzamento di automezzi russi. Già si intuiva,
infatti, che la situazione per i tedeschi si faceva sempre più critica. Questo per noi
era motivo di soddisfazione e di speranza.
Una sera, fatto l’appello, stavamo godendo, come al solito, di un’ora di liberta prima
di ritirarci nelle baracche per il riposo. Io mi trovavo assieme a un compaesano, un
barbiere che prestava la sua opera anche a francesi, inglesi e tedeschi in cambio di
sigarette, cioccolato, pane; ma se riceveva qualche gavetta di orzo cotto nel latte la
dava da mangiare a me.
Quella sera, dunque, ci trovammo a passare davanti ad una baracca dove, seduti sul
pavimento, alcuni ufficiali ungheresi stavano dividendosi una barbabietola rossa. Tra
questi c’era un giovanissimo sottotenente che osservava rassegnato la sua gavetta
vuota che teneva in mano. Sembrava un soldato francese. Vedendo che io avevo una
gavetta d’orzo, datami dall’amico barbiere, mi chiese in francese se gliela vendevo.
Preso dalla compassione non esitai un attimo a dargliela, lo feci con slancio. A quel
punto il soldato cercò di trovare delle espressioni dalle quali io potessi capire quanto
mi fosse riconoscente; poi mi prese la mano, la strinse, la baciò e disse piangendo:
“Mia mamma ti benedirà”.
Allora lo invitammo nella nostra baracca e gli offrimmo quel po’ che c’era: del caffé,
qualche biscotto, qualche pezzetto di cioccolato. Intanto ci scambiavamo delle frasi in
francese: lo conoscevamo tutti anche se non lo parlavamo con padronanza, eccetto
un valdostano.
Passata l’ora di libertà in fraterna compagnia, al momento di lasciarci ci disse
commosso: ”Gli italiani che non hanno nessuno che dia loro un po’ di aiuto, neanche
la Croce Rossa, si sono tolti dalla bocca quel po’ che avevano per darlo a me; mentre
i francesi, gli inglesi, i polacchi, che sono assistiti dalla Croce Rossa nemmeno si sono
degnati di rivolgermi uno sguardo”.
L’infezione al piede
In questo periodo ebbi una infezione al piede sinistro. Dovetti presentarmi comunque
al lavoro anche se dalla piaga usciva del pus. Finalmente un giorno mi fu riconosciuto
lo stato di malattia e allora venni inviato al Lager dove ero stato immatricolato e qui
ricoverato in una baracca che era stata adibita ad infermeria. Tra il personale
sanitario c’era anche un capitano medico e due infermieri italiani, anche loro
prigionieri. Le medicazioni al mio piede venivano fatte con acqua alla quale si
mescolava una pastiglia che rendeva il tutto di color giallo; poi il piede veniva
fasciato con carta igienica. Come vitto mi veniva dato due volte al giorno una
minestra fatta di sole rape.
Un giorno vidi arrivare in una barella un poveraccio e mentre lo stavano adagiando
sulla branda disse con un filo di voce: ”Per favore fate piano perché due ore fa dalla
bocca ho sputato tanto sangue“. Dalla sua pronuncia mi accorsi che era della mia
zona e gli chiesi di dove fosse. Con voce spenta mi disse che era di un paese vicino a
Monselice e allora gli dissi che anch’io ero di Monselice. Quindi con grande fatica mi
disse che nel suo tascapane aveva un pezzo di pane e mi propose di prenderlo poiché
lui pensava di avere solamente poche ore di vita. Poi aggiunse: ”Mi chiamo Olivetto
Attilio e sono di Valsanzibio, se tu avrai la fortuna di tornare a casa, fammi un
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favore: contatta la mia famiglia per dire in che modo sono morto”. La mattina
successiva, mentre lo portavano in un altro lazzaretto, lo salutai con l’augurio di
rivederci presto. In effetti tre anni dopo potemmo riabbracciarci in Italia.
Le mie condizioni andavano migliorando e per questo fui trasferito in un’altra baracca
per la convalescenza. Qui conobbi un maresciallo dei carabinieri che era di Este e
parlava perfettamente il tedesco. Lui lavorava in una sartoria e svolgeva un lavoro
molto semplice: selezionava tutte le divise dei prigionieri morti che erano state
recuperate e rabberciava con delle toppe quelle che non risultavano essere troppo
lacerate. Mi propose di aiutarlo in quel lavoro. Ottenuto il consenso dai tedeschi andai
a lavorare con lui. In questo modo mi procurai un pastrano belga, una giacca
dell’aviazione francese, un paio di pantaloni della vecchia divisa austriaca e una
bustina greca e gettai la mia vecchia divisa ormai tutta lacera.
Dopo alcune settimane mi avvertirono che dovevo passare una vista di controllo; se
risultavo guarito mi avrebbero mandato al mio solito posto di lavoro. Mi dispiaceva
lasciare quel posto perché si trovava in una zona non ancora sottoposta ai
bombardamenti aerei. Infatti, in base ad una convenzione internazionale, i campi di
concentramento dove si trovavano prigionieri dovevano essere contrassegnati con dei
simboli adatti per essere visti dall’alto e quindi non venivano bombardati.
Tentai uno stratagemma per non essere dimesso. La sera trovai un calzino che
riempii di sabbia, lo posi sopra la piaga e con un bastone diedi numerosi e forti colpi
al calzino in modo che la parte del piede ormai guarita si gonfiasse senza però che si
creasse un ematoma. Mi presentai quindi il mattino seguente al controllo e infatti per
la ferita il piede appariva gonfio ed arrossato. Trovai il capitano medico italiano che
però non aveva alcun potere decisionale; un maggiore tedesco dopo avermi
esaminato mi diede il permesso di rimanere in quel campo per altri 15 giorni, ma
senza poter più lavorare in sartoria. Fui così addetto ad altri lavori.
I prigionieri americani
Un giorno, con un gruppetto di altri prigionieri, venni scortato da alcune guardie
tedesche a fare pulizie in una parte del campo dove si trovavano degli aviatori
americani che erano stati abbattuti. Facevano la vita dei gran signori rispetto agli
altri prigionieri, perché, in base ad un accordo tra Germania e Stati Uniti, gli aviatori
abbattuti avevano diritto a un trattamento speciale rispetto agli altri prigionieri.
Ciascuno di loro ogni settimana riceveva un pacco di cibo. Vi si potevano trovare,
oltre a numerose scatole di generi alimentari con cioccolato, anche diversi pacchetti
di sigarette e di tabacco. Per di più ogni 3 mesi ricevevano una divisa nuova.
Avevano ogni ben di dio, non lavoravano e passavano il tempo a giocare a baseball;
a loro mancava solo la libertà.
C’era una grande concimaia dove venivano gettati anche molti pezzi di pane e di
sapone. Il nostro compito principale era quello di pulire le latrine, ma ci venivano
assegnati anche altri lavoretti. Per terra, tra i campi da gioco, si potevano trovare
molte cicche di sigarette mezze fumate: sembrava una nevicata. Io non fumavo, ma
avevo capito che il tabacco era una merce preziosa di scambio che poteva essere
barattata con il pane e tante altre cose.
I tedeschi erano a corto di tabacco e allora noi ne approfittavamo dando alle guardie
che ci sorvegliavano - senza essere visti dagli americani - le mezze sigarette trovate.
In cambio ci veniva data la libertà di razzolare e recuperare le rimanenze di cibo
gettato. Recuperavamo pezzi di sapone e anche del pane ammuffito che mettevamo
a scaldare e asciugare al sole; dopo questa operazione ridiventava ottimo da
mangiare.
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Un giorno, mentre frugavamo tra i rifiuti della concimaia, passò un giovane capitano
americano. Con marcato accento siciliano ci chiese: “Siete italiani?“. Alla nostra
risposta affermativa disse: “Sono figlio di italiani ma non sono mai stato in Italia. I
miei genitori mi dicevano che gli italiani sono molto civili, ma dal vostro
comportamento non sembra proprio che sia vero!”
Allora gli dissi: “Se anche tu ti trovassi nelle nostre condizioni saresti qui assieme a
cercare un po’ di cibo nella concimaia”. E lo misi al corrente di come venivamo
trattati nel campo di concentramento. Al che lui rimase molto stupito.
Altro lavoro
Dopo poco lasciai quel campo di concentramento e fui spedito a lavorare in un’altra
località. Il lavoro era massacrante perché si doveva continuamente usare pala e
piccone per chiudere le buche e rattoppare i danni causati dai bombardamenti
americani. Si lavorava senza soste e senza mangiare fin tanto che ogni cosa non
fosse stata ripristinata per consentire che si potesse riprendere la normale attività.
Oltre al lavoro c’era il pericolo rappresentato dalle bombe inesplose: se venivano
toccate dal piccone o dalla pala potevano esplodere e purtroppo più di qualche nostro
compagno morì in quel modo.
I giorni e mesi passavano e la primavera cominciava ad avvicinarsi mentre noi
eravamo sempre più impegnati nello sforzo di sopravvivere. Sentivamo comunque
giungere notizie che i tedeschi in tutti i fronti subivano enormi perdite e si andavano
via via ritirando, che la Romania e l’Ungheria avevano capitolato e che le armate
russe oramai avevano messo piede sul suolo tedesco.
In realtà, nella notte, si cominciava a sentire il lontano rombare dei cannoni. Ormai
tutti percepivano che si stava avvicinando l’ora fatale. I tedeschi, che davano segni di
grande preoccupazione, si misero a non usare più i loro metodi brutali, anzi
incominciarono a lasciar fare ai prigionieri russi tutto ciò che volevano.
Si passa il Danubio
Un giorno ci avvertirono di preparaci a partire nel corso della notte successiva per
una destinazione ignota aggiungendo, però, come avvertimento minaccioso, che
chiunque avesse abbandonato la fila sarebbe stato immediatamente ucciso.
Camminammo tutta la notte e al mattino seguente si raggiunse la città di Krems. Di lì
si doveva poi superare un lungo ponte, sul Danubio, che era già stato minato e si
aspettava l’ordine di farlo saltare. Parallelamente al fiume correvano la strada statale
e la ferrovia.
La scena che si presentò era davvero desolante. Sul fiume transitavano imbarcazioni
di ogni tipo stracariche di materiale bellico e di soldati tedeschi. I mezzi non
funzionanti venivano subito dati alle fiamme. Sulla strada strapiena di automezzi
militari c’erano anche carretti colmi di masserizie tirati a mano da civili, per lo più
vecchi e bambini. Si trattava di gente che veniva dall’ Ungheria o dalla Romania e
non voleva cadere in mano ai russi. Si vedevano poi passare treni che trasportavano
materiali e persone di ogni genere. Dalla città scendevano carri trainati da cavalli e
dai buoi: sopra i carri si trovavano donne e bambini tedeschi che scappavano per non
cadere in mano ai russi. La scena era davvero terrificante.
Ad un certo punto non vedemmo più le guardie che ci scortavano. Anche loro, vista la
caotica confusione, si erano dileguate. A quel punto noi non sapevamo quale
decisione prendere. Io e quattro amici decidemmo allora di incamminarci seguendo la
direzione delle colonne. Ma dopo avere fatto un breve percorso ci accorgemmo che la
strada era troppo pericolosa, perciò preferimmo seguire il percorso della ferrovia.
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Sopraggiunta la sera non si sapeva dove e come passare la notte. Dopo avere
mangiato tre patate a testa, che ci eravamo procurati la sera precedente, ci
mettemmo al riparo dalla pioggia sotto un piccolo ponte della ferrovia e sistemammo
dei grossi sassi sui quali poterci adagiare e isolarci dall’acqua. Passammo una notte
infernale, al mattino si riprese il cammino lungo la ferrovia.
Di tanto in tanto transitava qualche treno sempre in direzione opposta al fronte. Su
di un vagone scoperto vedemmo degli amici che ci salutarono allegramente. Giunti
alla stazione successiva decidemmo di aspettare un treno per cercare di potervi salire
anche noi. Riuscimmo a salire su di un vagone; lì si trovavano già tre civili tedeschi
che, vedendo e riconoscendo che eravamo italiani, cercarono di buttarci giù dal treno
mentre era in corsa, senza tuttavia riuscirci. Quando il treno si fermò scendemmo e
proseguimmo a piedi. La fame e la stanchezza ci perseguitavano sempre più.
Decidemmo allora di andare a mendicare per le case un po’ di cibo. Qualcuno ci diede
un pezzo di pane e una patata, ma la maggior parte ci scacciarono in malo modo con
minacce di morte.
I giorni e le notti si susseguirono interminabili con la fame, la stanchezza e la paura
che non ci abbandonavano mai. Qualche notte riuscimmo a passarla discretamente in
qualche fienile o baracca destinata al ricovero di attrezzi.
Un giorno riuscimmo a prendere il treno. Era pieno zeppo di civili, in gran parte
donne, bambini e vecchi che venivano dall’Ungheria. Si trovavano su quel treno da
settimane. Dicevano che i tedeschi stavano preparando un grande sbarramento a
Linz, dove avevano concentrato tutte le loro forze per arrestare la valanga russa che
avanzava. Per nostra fortuna il treno si fermò molto prima forse a causa di qualche
interruzione sul binario.
Persone pietose
Dopo alcune ore di attesa dissi ai miei compagni che era meglio scendere e andare
per i campi per cercare di trovare qualche altra soluzione. La loro idea era invece di
proseguire con il treno. Io ero sfinito, mi girava la testa, ma deciso nel mio proposito.
Allora dissi loro che sarei sceso da solo e augurai loro buona fortuna sperando di
poterli rivedere un giorno. Avevo però fatto solo 50 metri quando sentii che mi
chiamavano. Avevano deciso di seguirmi.
La zona era collinosa. Ad un certo punto vedemmo un tale che stava arando la terra
con un cavallo. In testa portava, anche se lacera, una bustina militare italiana. Gli
chiedemmo se era in grado di darci qualche aiuto. Sentito che eravamo italiani ci
indirizzò in vicino villaggio dove c’erano altri soldati italiani che accudivano ai cavalli
dei soldati tedeschi. Arrivati là gli italiani ci chiesero subito quali fossero gli eventi,
visto che loro non erano informati sul corso della guerra. Poi ci proposero di
mangiare il loro rancio ma dovevamo attendere diverse ore. A quel punto notammo
che dalle case cominciarono ad uscire diverse donne. Vedendoci in quelle condizioni
pietose si misero a piangere dalla commozione e subito ci offrirono del pane con il
lardo. I soldati italiani ci consigliarono allora di andare in alto sulla collina dove
c’erano altri due italiani che lavoravano alle dipendenze di contadini.
Arrivati parlammo con loro. Subito dopo vedemmo che si erano messi a chiedere ai
loro padroni di ospitarci per una notte. La richiesta fu accolta. Visto che c’era
dell’acqua potemmo anche lavarci e sbarbarci alla meglio. Ci sistemammo poi presso
due famiglie, non tutti perché uno l’avevamo perso purtroppo lungo il percorso.
A tavola fummo accolti da una famiglia che era composta da cinque persone. Furono
portate in tavola una pentola di latte caldo e delle patate bollite cui si aggiunse un
paniere di pane nero.
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Nelle nostre scodelle di affamati vedemmo che venivano messi due mestoli di latte; e
poi pane e patate a volontà. Prima di iniziare a mangiare si fecero il segno della croce
e dissero una preghiera; noi pure pregammo, nella nostra lingua. Io non credevo ai
mie occhi nel vedere tutta quella grazia di Dio. Si iniziò a mangiare.
Dopo poco arrivò anche il capo della famiglia e ci guardò a lungo attentamente con
tanta tristezza. Assaggiò due cucchiai di cibo e poi si mise a piangere. L’italiano mi
spiegò che si era commosso nel vederci ridotti in quelle condizioni e che pensava ai
suoi figli: uno si trovava sul fronte russo e l’altro nei Balcani; il terzo, di 14 anni, era
a tavola con noi ma il giorno dopo sarebbe dovuto partire per il servizio militare.
Si riprende il viaggio per l’Italia
Dormimmo in una stanzetta. Al mattino dopo ci preparammo a riprendere il nostro
viaggio. Ci diedero un po’ di patate bollite e il padrone ci propose di rimanere a
lavorare nella sua fattoria. Lo ringraziammo molto, ma la nostra volontà era quella di
proseguire verso l’Italia. Scendendo dalla collina assistemmo ad un triste spettacolo.
Due aerei americani del tutto indisturbati stavano mitragliando il treno che noi
avevamo lasciato il giorno prima.
Giunti in strada, vedemmo una tabella stradale che segnava: Salisburgo km 60. Per
raggiungerla preferimmo proseguire a piedi. Dopo alcuni giorni di peripezie, una volta
giunti a Salisburgo riuscimmo a prendere il treno per Innsbruck dove arrivammo il
giorno seguente. Lì fummo concentrati in un piazzale di raccolta dove alcuni di noi
furono prelevati per andare a scavare buche anticarro. I rimanenti - io tra questi poterono a salire su carri bestiame diretti verso il Brennero che raggiungemmo
durante la notte. Qui ci fu un’altra selezione. Il nostro gruppo orami non esisteva più,
eravamo rimasti solo in due.
In quel momento la linea del fronte italiano si trovava vicino a Bologna. Poiché le
nostre abitazioni si trovavano a nord di quella linea potevamo dirci fortunati. Infatti ci
fu dato un lascia passare per arrivare alle nostre case. Ma la strada da percorrere era
ancora lunga perché le ferrovie erano disastrate e perciò i treni e gli altri mezzi
potevano percorrere solo brevi tratti, poi si doveva comunque proseguire a piedi.
Dopo una giornata di fatiche e disagi arrivammo a Brunico dove ricevemmo un
mestolo di minestrone grazie alla collaborazione della Chiesa e di alcuni civili.
Passammo poi la notte in una ex caserma degli alpini. Al mattino alcuni di noi furono
prelevati dai soldati tedeschi. Per fortuna io, con altri, ero riuscito ad eclissarmi in
tempo e a rimanere nascosto.
Verso sera riuscimmo a salire su di un camion civile che lavorava per i tedeschi e a
tarda ora raggiungemmo Bolzano.
In terra veneta
Al mattino presto partimmo per raggiungere Trento dove passammo la notte
dormendo sul nudo pavimento di un magazzino, senza il conforto di una coperta o di
un po’ di paglia su cui poterci stendere. Verso le cinque del mattino successivo
riuscimmo a salire su un piccolo camion che trasportava legname ed era diretto a
Vicenza. Faceva un freddo cane.
Arrivati nella zona di Bassano, nei pressi dell’imbocco della Valsugana - eravamo un
gruppetto di otto - scendemmo dal camion. Nessuno di noi era pratico della zona.
Una vecchietta che stava andando alla prima messa ci vide e si avvicinò chiedendoci
se eravamo reduci dalla Germania. Alla nostra risposta affermativa lei si mostrò assai
preoccupata e spiegò perché: negli alberi vicini le Brigate Nere avevano in quei giorni
impiccato 40 giovani partigiani.
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Si può ben immaginare a quel punto quale fosse il nostro stato d’animo. Ci
trovavamo ancora immersi in grandi preoccupazioni proprio quando credevamo di
avere ormai superato tutti i pericoli e le difficoltà più gravi. Dovemmo purtroppo
renderci conto che le nostre disgrazie e sofferenze non erano ancora finite.
In tre comunque decidemmo di imboccare la strada per Cittadella. Lungo il percorso
tantissime furono le persone che ci offrirono qualcosa da mangiare. Passata Cittadella
ci avviammo per Camposampiero. Ad un incrocio scorgemmo una osteria, entrammo
e ordinammo un bicchiere di vino, visto che potevamo disporre di 100 lire: ce le
aveva date il parroco di Bressanone. Ma quando l’oste ci disse che di vino non ne
aveva riprendemmo il nostro cammino.
Ad un certo punto incontrammo un carrozzino trascinato da un cavallo; sul carrozzino
c’ erano due militi delle Brigate Nere con il mitra spianato. Subito pensammo: “Per
noi, ora, è finita”. Appena scesi dal carrozzino i militi ci chiesero da dove venivamo e
dove eravamo diretti. Alla nostra risposta ci invitarono a seguirli a tutti i costi per
portarci all’osteria da dove eravamo appena usciti. Volevano offrirci un bicchiere di
vino. Dicemmo loro che l’oste ci aveva appena detto che non aveva vino. Insistettero
in modo deciso e con tono autoritario e ci costrinsero a seguirli. Entrati nell’osteria
ordinarono 5 bicchieri di vino; ma anche a loro l’oste disse che non aveva vino o altre
bevande. Con un gesto di minaccia i due militi gettarono i loro mitra sul banco; allora
l’oste impaurito da un angolo del banco tirò fuori una bottiglia di vino e riempì i
bicchieri.
Bevendo i militi cominciarono a dire che loro avevano solo pochi giorni di vita visto
che la guerra era agli sgoccioli e, per loro, perduta. Per confortarli dicemmo loro che
la pace avrebbe portato la concordia e gli odi tra le fazioni contrapposte sarebbero
stati messi da parte. Loro dissero che avevano compiuto troppe malefatte per venire
risparmiati. Alla fine della conversazione manifestammo l’intenzione di pagare, ma
pretesero di farlo loro dando all’oste 500 Lire senza volere il resto. Poi ci salutarono
facendoci gli auguri.
Riprendemmo la strada verso Camposampiero e Padova. Giunti a Limena
incontrammo una ragazza in bicicletta che affermò di conoscermi visto che, prima
della guerra, andava spesso a Monselice. Mi propose poi di prestarmi al sua bicicletta
in modo che io arrivassi a casa in breve tempo. Rifiutai perché non volevo lasciare i
miei amici.
A Monselice
Per strada si unì a noi un soldato tedesco che era addetto alla sorveglianza dei lavori
di sbarramento per ostacolare l’avanzata degli anglo-americani. Vedendoci vestiti
così miseramente ci chiese se eravamo reduci dalla Germania. Alla nostra risposta
affermativa ci chiese in che stato fossero le città tedesche, perché lui - disse - era di
Berlino. Gli si fece capire che la maggior parte delle città era stata ridotta a cumuli di
macerie. Sentendo questo si mise a piangere pensando alla sua famiglia. Ripresosi
disse che aspettava un automezzo che lo portasse ad Este e che era disposto a darci
un passaggio. E così, dopo aver fatto scendere a Padova un compagno che doveva
raggiungere dei suoi parenti, proseguimmo per Monselice dove giungemmo al
tramonto. Qui, con la promessa di rivederci presto, salutai un mio amico che doveva
proseguire per Pozzonovo e mi avviai verso casa cercando di non essere riconosciuto
per strada: mi vergognavo all’idea di essere visto da conoscenti ridotto in quelle
condizioni.
Arrivai al cancello di casa che faceva già buio. Era la sera del 16 aprile 1945. Il primo
che incontrai, aprendo l’uscio, fu mio padre.
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Quando gli dissi “Ciao papà!” la sua sorpresa fu davvero grande. Rimase a guardarmi
muto per un po’ e poi cominciò a piangere. Quindi fu la volta dei fratelli e sorelle che
mi accolsero con molta emozione e gioia. Quando chiesi di mia madre si fecero seri.
Mia madre non c’era più da tempo, era morta nell’ottobre del 1943.
Le mie sorelle prepararono dell’acqua calda e mi lavai nel granaio perché ero in
condizioni troppo pietose: ero sporco, avevo i pidocchi e non volevo contaminare i
miei cari.
Anche se la guerra stava per finire quelli erano giorni ancora molto pericolosi: i
tedeschi erano in rotta e mentre si ritiravano seminavano distruzione e morte. Rimasi
perciò nascosto avendo per compagno mio fratello, nato nel 1922. Lui era nascosto
da molto tempo e poteva essere considerato disertore per non avere aderito all’editto
di Graziani che ingiungeva ai giovani di presentarsi a combattere per la Repubblica di
Salò.
Aprile 1945
Finalmente arrivò il 25 aprile. In paese erano arrivati gli anglo-americani e in piazza
si cominciò a festeggiare la Liberazione. La folla impazziva dalla gioia all’arrivo dei
primi liberatori. Ma improvvisamente si sparse la voce che una colonna di tedeschi
stava spargendo terrore e distruzione nella zona. Sentendo questa notizia subito si
organizzò un gruppo di volontari decisi a fronteggiare e fermare i tedeschi con le
misere armi che si era riusciti a reperire in giro. Io decisi di unirmi al gruppo.
Arrivammo nei pressi di una fattoria dove i tedeschi erano entrati e avevano messo al
muro gli abitanti. Dopo esserci messi al riparo uno di noi cominciò a gridare:
“Tedeschi, arrendetevi! non avete alcuna via di scampo!“. Dopo poco attraverso un
megafono ci giunse la loro risposta. Accettavano di arrendersi purché fosse loro
concesso l’onore delle armi. Tra di noi non c’ era nessuno che sapesse cosa
significasse l’espressione “Onore delle armi”.
Dopo alcuni scambi di battute, un poco in italiano e un po’ in tedesco, chiesero di
poter parlamentare con due o tre dei nostri. Accolta la loro richiesta decisi di
presentarmi con altri due.
Si presentarono un capitano e due tenenti. Al termine di una lunga discussione
capimmo che loro accettavano la resa purché fosse stato permesso agli ufficiali di
conservare le armi, fosse garantita l’ incolumità ai soldati e fosse data a loro la
possibilità di essere scortati fino alla Valsugana.
Poi il capitano tenne un discorso ai suoi soldati che erano tutti perfettamente
inquadrati. Finito il discorso ciascun soldato depose a terra la propria arma
salutandola militarmente col grido: “Heil Hitler!”. Allora gettai via la mia arma che
era piuttosto antiquata e mi impossessai di un fucile mitragliatore. Così fecero i miei
compagni. Solo dopo si diede l’autorizzazione alla colonna di prendere la strada per
Monselice.
Dopo un breve tratto il capitano cominciò a protestare dicendo che non avevamo
rispettato gli accordi. Allora io e i miei compagni gli facemmo capire che se si fossero
rifiutati di proseguire non avremmo esitato ad adoperare le armi. Cominciava già a
fare buio quando raggiungemmo un piccolo borgo. Mi si avvicinò un uomo, un mio
lontano parente, che piangendo ci disse che quel pomeriggio dei soldati tedeschi
avevano ucciso sua figlia con una fucilata alla fronte mentre dalla finestra della
propria camera li stava ad osservare che si ritiravano.
Rimasi molto amareggiato; non sapevo cosa fare. Alla fine gli dissi che io non volevo
infierire sui prigionieri tedeschi e gli offrii la mia arma proponendogli che se voleva
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vendicarsi lo facesse lui stesso. A quel punto gli mancò coraggio e si allontanò
singhiozzando disperatamente.
Sempre quel pomeriggio ci fu detto che non molto lontano di lì si era verificato un
episodio simile: i tedeschi avevano sparato ad un uomo che per fortuna era rimasto
solo ferito.
Intanto il drappello proseguiva lentamente verso Monselice. Il capitano mi fece capire
che se avesse saputo che noi avevamo intenzione di farli arrivare a Monselice
avrebbe dato ordine ai suoi uomini di combattere fino all’ultimo e che lui, poi, si
sarebbe sparato. Tentarono di scappare, ma non ci riuscirono. Finalmente, verso le
11 di sera, raggiungemmo Monselice e una volta giunti nella piazza consegnammo il
gruppo di militari tedeschi al Comando del Comitato di Liberazione.
Per questa impresa ricevetti una bella ricompensa: un pacchetto di sigarette!
Con quel trofeo, tenuto orgogliosamente in mano, mi avviai verso casa.
La guerra era finalmente finita.
Bruno Mardegan
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A vent’anni
sul Monte Lungo
Vittorio Rebeschini
Classe 1922, s. Tenente dei bersaglieri
Via F.lli Cervi, 8E Monselice
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Sono Vittorio Rebeschini, medico pediatra, nato a Monselice, classe 1922. Lasciato in
congedo illimitato provvisorio nel 1941, venni chiamato alle armi nel 1943 e, dopo
essermi presentato al deposito del 57° Reggimento Fanteria, l'8 febbraio venni
assegnato a Marostica per frequentare il V corso preparatorio di addestramento nel
Corpo dei Bersaglieri; l'assegnazione venne decisa su mia richiesta.
Nell'aprile '43 superai gli esami di Caporale. La selezione iniziale dei partecipanti al
corso fu drastica e l'impegno dei rimasti, specie sotto l'aspetto atletico, era molto
pesante, accompagnato dall'insegnamento teorico. Facevo parte della 2a Compagnia
e il nostro Comandante era il Capitano Aldo Visco, divenuto poi Generale. Ufficiale
brillante, aveva sempre un atteggiamento ordinato ed elegante, accompagnato da
una espressività tipicamente napoletana ma contenuta (era originario della città di
Caserta). Gli Allievi della 2a Compagnia lo apprezzavano molto, seguiva con
attenzione lo svolgersi delle attività quotidiane, intervenendo con decisione quando
era necessario. Proveniva dal 9° Reggimento Bersaglieri impegnato in Africa
Settentrionale, dove era stato ferito e per questo rimpatriato. Il nostro "consocio"
nonché compaesano, il Capitano Renato Polato, deceduto nel 2004, era stato con lui
nella sfortunata campagna africana. Tutta la Compagnia era entusiasta del suo
Capitano.
Quando ci furono le gare di Battaglione, tutti i prescelti della 2a dettero il massimo
per raggiungere la vittoria nelle gare. lo partecipai alla gara di marcia: ventisette
chilometri in tre ore circa, con il moschetto a tracolla e in divisa al completo. Ricordo
che quando arrivammo, a passo di corsa, al traguardo presso il campo sportivo,
sprizzava soddisfazione ed entusiasmo da tutti i pori.
I rapporti con la popolazione di Marostica sono sempre stati ottimi: avevamo una
sala a disposizione nel Castello Inferiore, dove trovavamo sempre qualcuno che ci
seguiva per eventuali necessità postali o di lettura. Ci sentivamo confortati e ci
aiutavano a superare i momenti di crisi che l'intensa vita quotidiana determinava.
Rare volte andavo in permesso per poche ore a Monselice, in compagnia di Gino
Tambalo che era di Legnago: ma non era facile né tranquillo perché era vietato
oltrepassare Padova, allora ci fermavamo ad una osteria di amici, che dandoci la
possibilità di metterci dei vestiti borghesi ci consentivano di girare più liberamente.
Il primo periodo di addestramento veniva effettuato a Marostica mentre il secondo
periodo si concludeva a Pola con la nomina a Sottotenente. In un giorno di maggio
venne organizzato un incontro sul Monte Grappa con gli Allievi di Pola: sia noi che
loro in bicicletta (chi la conosce sa cosa vuol dire). Fu molto dura ma sotto certi
aspetti entusiasmante.
Alla fine di giugno, in conseguenza del peggioramento della situazione militare, nel
timore di sbarchi aerei Alleati sul territorio italiano in quanto il 10 luglio gli angloamericani erano sbarcati in Sicilia, il Battaglione venne mobilitato e trasferito in
Puglia a protezione dell'aeroporto di Palese (Bari).
Eravamo sistemati in tende sotto i mandorli e quando soffiava il vento, la gavetta con
il rancio aveva sul fondo uno strato di polvere rossa proveniente dalla terra del
campo. Alternavamo i bagni in mare, l'istruzione militare e gli esami di Caporal
Maggiore alla fine di agosto, subendo di tanto in tanto i bombardamenti degli aerei
Alleati, che prendevano di mira il campo di aviazione militare di Palese, sia di giorno
che di notte: si era in attesa del peggio.
Alla sera del 25 luglio arrivò la notizia della caduta di Mussolini: la tensione andò
aumentando.
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Successivamente ci trasferimmo in una scuola elementare di Bitonto, dove, l'8
settembre arrivò la comunicazione radiofonica del Generale Badoglio che annunciava
la cessazione delle ostilità contro gli Alleati e l'ordine di reagire a qualsiasi attacco.
Inizialmente i commenti furono improntati ad una malcelata soddisfazione, convinti
che questo comportasse la fine della guerra e il ritorno a casa. Fu un'illusione di
breve durata. Prima però di continuare a parlare di quei miei faticosi e nel contempo
esaltanti giorni, ritengo opportuno un breve accenno alla situazione politico militare
scaturita dall’armistizio. Al proposito riporto alcune righe scritte nella rivista militare
“Fiamma Cremisi” dallo storico Girolamo Garonna. “Le drammatiche e confuse
circostanze che si accompagnano alla pubblicazione dell’armistizio determinano,
certamente, sconvolgimenti, disorientamenti, disordini, scoramenti. All’improvvisa
euforia per la guerra finita, segue, immediata e agghiacciante, la consapevolezza che
l’Italia è diventata teatro di scontri feroci tra due eserciti a confronto. Di essi uno, il
tedesco, è determinato a punire atrocemente il presunto tradimento italiano e l’altro,
l’angloamericano, intende sfruttare il successo strategico e politico della
frantumazione dell’Asse. Improvvisa incombe sul popolo, solo e smarrito, la
mostruosa realtà del crollo delle Istituzioni. In quel momento, sull’orlo del baratro,
quando la sovranità e l’indipendenza della Patria appaiono perdute, affiorano e si
esprimono le prime manifestazioni della volontà di reagire alla disfatta con energia
morale, ancor prima che operativa. Da un armistizio scaturito da trattative
pessimamente avviate e condotte da parte italiana e mal gestito e peggio eseguito
dagli Alleati, sgorga la determinazione, prima individuale e poi collettiva, di ribellarsi
contro le violenze, gli abusi e le offese. [...]
I combattimenti di Porta San Paolo, a Roma, gli scontri di Bari, di Barletta e di
Taranto, tanto per citarne alcuni, l’eroico sacrificio delle Divisioni dislocate a
Cefalonia, a Corfù, in Dalmazia, in Albania, l’intervento sicuro e determinato delle
Unità di Sardegna e di Corsica, costituiscono tasselli emblematici e fondamentali della
verità, così come emerge dalla sedimentazione storica.”
Riprendendo il mio discorso, il giorno successivo, 9 settembre, nelle prime ore del
pomeriggio, il Comando della 209a Divisione Costiera di Bari chiese l'intervento
urgente del nostro Battaglione, perché circa trecento paracadutisti tedeschi della
Divisione "Hermann Goering" avevano occupato il porto e si accingevano a
distruggere le attrezzature.
Il Generale Bellomo e il Capitano Achille Tarsia Incuria, alla testa di un gruppo di
militari con l'aggiunta di alcuni civili, cercarono di contrastare gli aggressori: nello
scontro vi furono morti e feriti.
Circondammo i soldati tedeschi e, dopo una trattativa condotta da un nostro Ufficiale
- il Ten. Giuseppe Moiso che in Africa Settentrionale aveva ricevuto una onorificenza
tedesca - venne concordata la resa dei Tedeschi e la sospensione della iniziata
demolizione.
Il Comando Territoriale di Corpo d'Armata dette il suo assenso perché ai Tedeschi
fosse consentito di partire con il proprio armamento leggero, mettendo a disposizione
una tradotta ferroviaria.
Ci avviammo sul lungo mare, loro al centro sugli automezzi stracolmi di materiali e
noi ai lati sui nostri automezzi. Si viaggiava lentamente, fra due ali di folla urlante e
insultante. Ad un certo punto pensai ad una possibile reazione da parte dei militari
tedeschi, ma tutto si svolse regolarmente fino al parco ferroviario nord.
Durante la sosta, in attesa che la tradotta per il trasferimento a nord fosse pronta,
alcuni soldati tedeschi erano scesi dagli automezzi e si erano avvicinati a noi,
chiedendo se avevamo fatto la Campagna d'Africa o in altri fronti, cercando
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evidentemente un colloquio che spiegasse la nuova situazione che si era creata,
sperando di rompere il ghiaccio in un rapporto ormai compromesso dagli avvenimenti
successi e dagli ordini ricevuti. Non accettammo il tentativo colloquiale, mantenendo
un netto atteggiamento di rifiuto: erano diventati nemici e lo scontro era
incominciato.
È da rilevare che in queste evenienze, il L I Battaglione è rimasto unito e ha agito
secondo gli ordini ricevuti, svolgendo il suo compito militare con determinazione e
con pieno risultato, come del resto il Battaglione continuò poi a fare.
Successivamente ci trasferimmo da Bitonto a Bari, prendendo alloggio in una scuola
del centro. Nelle settimane seguenti difendemmo la città con posti di blocco,
impedendo alle truppe tedesche di avvicinarsi alla città. Nelle settimane seguenti
uscivamo ogni notte, la mia Compagnia (la 1a Squadra del 3° Plotone della 2a
Compagnia del L I Battaglione). Con gli automezzi, la 3a Compagnia con le
motociclette e la 1a di rincalzo con le biciclette: presidiavamo le città contermini,
difendendole dalle infiltrazioni tedesche in ritirata dal sud. Era una tensione continua,
nell'attesa dello scontro possibile. Ricordo una notte passata all'aperto a protezione
di una polveriera a S. Michele di Bari.
Un altro giorno truppe tedesche provenienti da Trani, iniziarono un attacco: le nostre
artiglierie aprirono il fuoco di sbarramento e alcuni colpi caddero a pochi metri della
mia mitragliatrice, costringendomi ad un rapido arretramento: fortunatamente i colpi
caddero sulla terra smossa del campo. Altri scontri si verificarono ad Altamura, a
Cassano delle Murge e a Gioia del Colle, alcuni Allievi Ufficiali rimasero feriti. La città
di Bari, a ricordo di queste operazioni, ha dedicato al L I un monumento nel centro
cittadino e ogni anno, il 9 settembre, viene commemorato l'avvenimento in forma
solenne, con la presenza delle autorità civili e militari.
Alla fine di settembre del 1943 le trattative con gli alleati si perfezionarono con
l'accettazione della partecipazione di truppe italiane alla guerra contro i Tedeschi e
nell'ottobre venne costituito il 1° Raggruppamento Motorizzato con la partecipazione
del L I AUC (Allievi Ufficiali di Complemento) Bersaglieri. Fu la prima unità del
ricostituito Esercito Italiano dopo gli avvenimenti drammatici dell' 8 settembre. Il 1°
Raggruppamento Motorizzato consentì la collaborazione con le truppe Alleate e la
partecipazione alla Guerra di Liberazione del 1943-1945, perché il nostro
Raggruppamento fu inquadrato nella 36a Divisione Texas, facente parte della V
Armata americana.
Il primo incontro con le truppe Alleate avvenne sulla litoranea Trani-Bari, quando
assistemmo impressionati al passaggio delle loro colonne militari: un fluire continuo,
interminabile, di cannoni, automezzi e di carri armati. I confronti furono inevitabili e
per noi deprimenti.
Mentre eravamo sistemati nella caserma di Avellino, venne a passarci in rivista il
Gen. Mark Wayne Clark Comandante della V Armata. La sua figura mi colpì in modo
particolare, con il suo sguardo fiero e penetrante, lo ricordo perfettamente.
Successivamente il Raggruppamento venne trasferito nella zona tra S. Pietro
Vernotico e Cellino S. Marco in provincia di Brindisi, per perfezionare l'organizzazione
e la preparazione prima di affrontare i combattenti. Il vettovagliamento era scarso e
la fame imperversava.
Nell'ottobre a Cellino S. Marco ci passò in rivista il Re Vittorio Emanuele III. Quando
mi passò davanti sentii che chiedeva al suo Aiutante notizia sulla nuova divisa di tela
con la quale dovevamo affrontare la battaglia sui monti di Mignano e Cassino, in
dicembre. Poi ci trasferimmo a S. Agata dei Goti in provincia di Benevento per un
breve periodo (15 giorni circa) prima di andare al fronte.
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Fu un periodo tranquillo, sereno: la sussistenza era migliorata mercè l'aiuto Alleato,
posso definirlo come la quiete prima della tempesta. Una commissione Alleata volle
assistere ad una nostra esercitazione in montagna, durata un giorno e mezzo e che si
svolse sotto una pioggia battente e continua, senza nessun riparo e molto freddo.
Dovevamo dimostrare agli Alleati la nostra capacità bellica, una specie di esame.
C'era in noi la volontà di dimostrare la nostra determinazione a risorgere.
Il banco di prova di questa nostra volontà e capacità lo avemmo nelle battaglie di
Monte Lungo dell' 8 e 16 dicembre 1943.
Monte Lungo è così chiamato per la sua forma allungata (posizione Sud-Nord) in
sistema con le alture laterali. Separa la depressione di Mignano, Provincia di Caserta,
dalla piana di Cassino, provincia di Frosinone. A cavaliere della rotabile e della
ferrovia Napoli-Cassino-Roma che lo percorrono sui due lati, a sud-est la strada e a
sud-ovest la ferrovia, con un'altitudine di 351 metri sul livello del medio mare, con un
fondo roccioso, fessurato, carsico. È un lungo schienale le cui ondulazioni, sempre
crescenti man mano che si procede da Mignano a Cassino, davano al difensore la
possibilità di schierarsi in profondità, oltre ad approfittare del tipo di terreno.
Dominato dai massicci laterali, costituiva una unità tattico-topografica il cui possesso
da parte Alleata era di indiscutibile valore per permettere l'impiego delle forze
corazzate nella piana di Cassino. Questa naturale linea di difesa tra il fiume Volturno
e il paese di Garigliano-Rapido costrinse gli Alleati a segnare un tempo di arresto
nella loro avanzata verso nord. L'inattesa fermata, che costrinse le truppe americane
ad una sosta forzata di quasi due mesi, obbligò il Comando Alleato ad immettere
nuove forze nella lotta: quelle del Corpo d'Armata francese e quelle italiane del 1°
Raggruppamento Motorizzato.
Giungemmo in linea soltanto 24 ore prima dell'azione, così decise il Comando
americano per conservare l'assoluto segreto circa l'entrata in azione delle truppe
italiane; ci mancò il tempo indispensabile per l'orientamento dei Comandanti, il
controllo delle notizie e la conoscenza delle posizioni nemiche.
Durante la notte del 7 avevo passato con la mia squadra il Peccia, un piccolo fiume
che scorre sul lato sud-ovest di Monte Lungo, sostituendo una squadra della Fanteria.
Nell'alba incerta dell'8 dicembre una formidabile preparazione dell'artiglieria
americana svolta con pezzi a tiro teso, non adatti per la guerra di montagna,
percosse le posizioni nemiche.
A Monte Lungo sono le 06.20, la Fanteria parte all'attacco, sulla sua sinistra attacca
la 2a Compagnia, la mia. Alla pendici di Monte Lungo è schierato il 3° Battaglione del
15° Reggimento Panzer Granadier, rinforzato da due compagnie della Divisione
"Hermann Goering", tra le pendici ovest di Q.343 e Colle S. Giacomo. La
sproporzione numerica delle forze in campo, in quanto posizione da conquistare, era
marcata: "il velo di truppe", come lo definivano gli americani, era di oltre 1000
uomini.
Qualche colpo di vento soffia sulle rocce. La nebbia, che dalla notte sovrasta il
terreno, comincia a diradarsi. I bersaglieri si trovano all'improvviso, mentre ancora
muovono in fase di accostamento, sotto un fuoco ravvicinato di grande intensità: le
armi automatiche tedesche sparano da ogni parte investendo tutto il fronte d'attacco,
dalle rocce di Monte Maggiore, da imbocchi di grotte e dalle buche occultate. La
sorpresa è grande. Il fianco sinistro non risulta in possesso degli Americani su Monte
Maggiore, come ci era stato assicurato, lasciandoci così allo scoperto; ci venne a
mancare anche l'attacco su S. Pietro in Fine, alla destra del nostro dispositivo
d'attacco. Per circa un'ora noi bersaglieri tentiamo di resistere, sotto i tiri micidiali dei
tedeschi ma le perdite si fanno pesanti.
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Il Monte Lungo, con le indicazioni delle quote oggetto delle battaglie
Planimetria delle battaglie dell’8 dicembre e del 15-16 dicembre 1943
Sacrario militare sul Monte Lungo
Foto di gruppo della I squadra mitraglieri, III plotone della II compagnia, comandata da
Vittorio Rebeschini
A sinistra, monumento di Bari al LI Btg. Bersaglieri. A destra, celebrazione nel cimitero di
Mignano Monte Lungo, presente il Presidente Ciampi, 8.12.2003
Alla fine dello scontro risultano 29 morti, 42 feriti e 12 dispersi. Vengono a mancare
4 su 6 Ufficiali e 5 dei 7 allievi del Collegio Navale di Brindisi che avevano
abbandonato gli studi chiedendo e ottenendo di portare anch'essi le piume.
Quel giorno vidi il mio amico Gino Tambalo giacere vicino alla mitragliatrice colpito
alla testa. Ci eravamo salutati poche ore prima.
Ho sentito il lamento dei feriti, le invocazioni di aiuto e dovetti rispondere a Oneglio
Supplizi che mi chiedeva notizie dei compagni: "Non ci sono più!".
Ricordo il Ta...Ta...Ta... delle nostre mitragliatrici ed il rabbioso, sconcertante, rapido
Erri... Erri... dell'automatica tedesca. In fianco a me il mio porta arma Giuseppe
Perotti ebbe la mano destra sfracellata da una raffica e dietro di me il porta munizioni
Franco Frappoli fu colpito gravemente e morirà poco dopo.
Le raffiche nemiche sibilavano da tutti i lati, i colpi si infilavano come lo sfilare di un
rosario davanti ai miei occhi, mentre acquattato cercavo riparo, senza trovarlo, dietro
un piccolo tronco d'albero nel boschetto dove mi trovavo con la squadra. Aiutai
qualche ferito a ritirarsi, Tarli si reggeva a stento ferito al polmone, Scamuzzi aveva il
viso ricoperto di sangue. Uno sfilare di immagini sofferenti. La nebbia, che gravava
sul terreno, dando alla situazione qualcosa di irreale e togliendo l'esatta percezione
degli spazi, delle distanze e della esatta situazione del nemico, si stava diradando,
rendendo più penosa la situazione.
Avevo appena superato il fiume Peccia passando, in un equilibrio molto instabile, su
una trave che fungeva da ponte, quando il Cap. Visco, arma in pugno, mi comandò di
ritornare indietro e ripassare il fiume con una cassa contenente la radio da campo
sulle spalle. Furono momenti drammatici, con la paura di cadere nelle acque
tumultuose del fiume, colpito da qualche pallottola, mentre raffiche sibilanti
arrivavano da tutte la parti e s'infilavano nell'acqua. A risentire quei sibili avverto
ancor oggi un brivido di emozione.
Ma non era ancora finita, quando finalmente raggiunsi la riva opposta dovevo risalire
l'argine, reso fangoso dalle intense piogge cadute in quei giorni e non ce la facevo a
risalire trascinando la cassa. Le raffiche di pallottole continuavano e mi ricordo che
affondai le dita nel fango dell'argine, come artigli, spinto dalla disperazione, fino a
che riuscii a superare il colmo dell'argine. Dopo una breve difesa a ridosso di un
muricciolo con alcuni compagni e il Cap. Visco, ci ritirammo.
Sulla strada mi venne incontro un amico di Monselice, Sottotenente del Genio, Sergio
Volpe. Eravamo amici d'infanzia. Aveva saputo dell'attacco non riuscito e dell'esito
sfavorevole e drammatico, e chiedeva di me ai soldati in ritirata. Vederlo ed
abbracciarlo fu come rivedere le stelle di dantesca memoria.
Ero ridotto in condizioni pietose: la divisa di tela ridotta ad uno straccio, con il cavallo
dei pantaloni completamente scucito ed ero infangato dall'elmetto ai piedi. Mi
condusse nella sua tenda mettendomi a disposizione il suo attendente.
La battaglia non ci fu favorevole e Monte Lungo rimase in mano tedesca, malgrado
l'impegno dei combattenti e il sacrificio di tante vite, con episodi di grande valore.
Il Generale Clark riconobbe successivamente lo "strenuo ma sfortunato valore degli
Italiani; le cause dell'insuccesso sono in gran parte da attribuire agli Americani; le
forze tedesche schierate a Monte Lungo erano molto superiori a quelle segnalate dai
servizi di informazioni americani... ". Il Generale Fred L. Walker, Comandante della
36a Divisione americana, scrisse al Gen. Dapino, Comandante del 1°
Raggruppamento Motorizzato: "Ho udito da parecchie fonti del magnifico
comportamento delle vostre truppe quando si lanciarono all'attacco delle posizioni di
Monte Lungo".
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Nei giorni seguenti prestammo attività ridotta, sistemati in una casa colonica per
metà distrutta dai bombardamenti. Lo spazio era ridottissimo per cui decisi di
abbandonare la casa e con altri due compagni mi sistemai in una buca ricavata dagli
Americani a metà dell'argine della ferrovia Napoli — Cassino che passava li vicino. La
buca era coperta da un telo tenda e per entrarci bisognava strisciare carponi
attraverso una piccolissima apertura. Eravamo in tre, distesi, ai piedi tenevamo una
cassa contenente le razioni alimentari americane in pacchetti di cartone incerato. I
tedeschi, intanto, continuavano il loro regolare bombardamento con i mortai.
La mattina del 13 dicembre venne a trovarci un compagno e grande amico Sergio
Corvino che si sedette sulla cassa sistemata ai nostri piedi. Poco dopo un colpo di
mortaio arrivò nelle vicinanze, sentimmo lo spostamento d'aria provocato dal colpo e
contemporaneamente una scheggia entrò attraverso la piccola apertura colpendo
all'addome l'amico Sergio, che si piegò in avanti cadendo su di me. Subito mi sentii
bagnato del suo sangue. Lo trasportammo nella casa colonica dove erano sistemati
gli altri e subito dopo lo visitò il Ten. Medico Della Beffa che gli scoprì l'addome:
aveva le anse intestinali fuoriuscite. Lo caricammo nell'ambulanza accorsa poco
dopo: durante il viaggio, notevolmente tormentato per la strada dissestata dai
bombardamenti, il povero Sergio continuò a lamentarsi ripetendo: "Mamma non
voglio morire!". Quando arrivammo all'ospedale da campo era morto. Imprecai e
piansi.
Come si può ben capire i giorni successivi all'8 dicembre furono molto tristi, nel
ricordo dei compagni caduti, del come questo fosse accaduto e da molti era
affermato come fosse impossibile fare la guerra armati e vestiti come nel 1918,
comunque tutti erano consapevoli che si doveva reagire.
Questa reazione si concretizzò il 16 dicembre.
L'azione prevedeva che la 36° Divisione del Gen. Walker, rinforzata, avrebbe
attaccato per conquistare Monte Lungo, S. Pietro, S. Vittore e le altre alture a nord,
spezzando in questo modo la "Linea Reinhardt". Alla destra ed alla sinistra dello
schieramento avrebbero operato il 141° ed il 142° Reggimento della fanteria
americana, al centro il 1° Raggruppamento italiano, un battaglione chimico
americano avrebbe provveduto ad annebbiare le pendici.
Sono le 07.30 del 16 dicembre, gli americani muovono per primi all'attacco sulle
posizioni ai fianchi di Monte Lungo, alle 09.15 partono gli italiani, la resistenza
tedesca è travolta.
Una pattuglia di bersaglieri della 1a Compagnia, a mezzogiorno, raggiunge per prima
la cima di Q.343, obbiettivo principale dell'attacco: in quella azione vennero fatti
prigionieri un Maresciallo e alcuni soldati tedeschi. Nelle ore seguenti tutto il Monte
Lungo venne conquistato e tenuto saldamente tutta la notte, con il cielo solcato dai
traccianti, con il bombardare dei mortai e delle artiglierie, acquattati tra i sassi
cercando riparo.
Quando avevo passato il Peccia, ancora una volta, era buio, ero scivolato con i piedi
in acqua: non avevo le calze ma della paglia dentro le scarpe. Rimasi con i piedi
bagnati tutta la notte e buona parte della mattina finché la conquista fu definitiva e
potemmo tornare ai punti di partenza. Quelle ore passate all'addiaccio con i piedi che
sembravano congelati, furono ore di grande sofferenza, soffrii più per i piedi che per
la battaglia incombente.
Nel gennaio ‘44 lo Stato Maggiore ridefinì i reparti costituenti il 1° Raggruppamento
Motorizzato, il L I Battaglione venne praticamente smembrato, malgrado le promesse
disattese di mantenerlo unito. Una parte di Allievi ed Ufficiali venne distribuita nel 4°
Reggimento Bersaglieri mentre l'altra parte, me compreso, venne trasferita a Latiano
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in provincia di Lecce a costituire il Deposito del 1° Raggruppamento con l'incarico di
preparare nuove reclute per i reparti di bersaglieri, nel settembre il definitivo
scioglimento. Intanto nell'aprile gli Alleati avevano autorizzato il Raggruppamento,
che nel frattempo era diventato una grande unità, ad assumere la denominazione di
"Corpo italiano di liberazione".
A giugno del '44 ebbi la licenza illimitata senza assegni da Deposito di Latiano. Da
parte mia, dopo lo scioglimento del Battaglione, ero più interessato a riprendere gli
studi universitari interrotti all'inizio del '43 che ad altro. Ebbi il congedo illimitato nel
luglio del '46.
La battaglia di Monte Lungo non può certamente definirsi importante sotto l'aspetto
strategico delle operazioni in corso, tuttavia "per il suo valore ideale non appartiene
alla cronaca, ma alla storia d'Italia, poiché essa permise che si diffondesse nel mondo
la notizia che, per la prima volta nella seconda guerra mondiale, soldati italiani del
ricostituito Esercito Italiano dopo l'infausto 8 settembre, si battevano a fianco dei
soldati Alleati con impeto e determinazione". Una collaborazione che, vincendo la
comprensibile ritrosia Alleata, avrebbe portato alla creazione del Corpo italiano di
liberazione e alla formazione dei gruppi di combattimento: Legnano, Folgore, Friuli,
Cremona, Mantova. Truppe italiane che dal 1943 al 1945 risalirono la penisola,
collaborando in modo determinante alla liberazione della Nazione dal nazi-fascismo e
alla identificazione storica di un secondo Risorgimento.
Gli ideali che hanno spinto i giovani bersaglieri del L I a combattere e a morire,
possono essere riassunti nel messaggio del Gen. Clark: "Questa azione dimostra la
determinazione dei soldati italiani di liberare il loro paese dalla dominazione tedesca,
determinazione che può ben servire d'esempio a tutti i popoli oppressi d'Europa".
L'8 dicembre di ogni anno, da sessant'anni, l'Associazione Reduci L I Battaglione
Bersaglieri AUC "Monte Lungo" '43, formatasi alla fine delle ostilità, si ritrova presso il
sacrario militare di Mignano Monte Lungo per ricordare i nostri compagni caduti e lì
sepolti.
Ogni anno qualcuno manca all'appuntamento, ma finché potremo ci saremo: se Dio
vorrà.
Questa nostra associazione, per ricordare gli amici caduti, ha istituito premi di studio,
intitolati al L I Bersaglieri, a favore delle scuole di Mignano-Monte Lungo e di
Marostica.
Vittorio Rebeschini
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Aprile 1945
Giuseppe Trevisan
Classe 1918, Sergente fanteria
Via Mandiferro, 1 Monselice
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Sono stato chiamato alle armi e inviato al 75° Reggimento Fanteria di stanza a
Siracusa dopo la sospensione, in data 11.11.1941, del beneficio del rinvio degli
obblighi militari, riservato agli studenti universitari. Rimasi quasi sempre in Sicilia in
varie località dell’isola. Seguii corsi di addestramento al combattimento e all’uso di
mortai e mitragliatrici pesanti.
Con lo sbarco degli Alleati in Sicilia il mio reggimento si sfasciò, perché la stragrande
maggioranza dei soldati era siciliana e così, all’inizio dell’agosto 1943, fui inviato a
Caserta nel 101° Reggimento di Marcia e poi trasferito al 61° Reggimento Fanteria a
Trento, dove arrivai la sera del 31 agosto 1943. Qui fui fatto prigioniero nelle prime
ore del 9 settembre.
Prigioniero e lavoratore coatto
Fui tra i primi ad arrivare in Germania, divenendo così uno dei 650.000 soldati italiani
internati. Il 12 settembre, dopo due interminabili giorni chiuso nei vagoni bestiame,
arrivai al campo base di Kaisersteinbruk nell’Austria orientale. Era un grandissimo
campo di concentramento delimitato da cavalli di frisia, messi in mezzo a due alte
barriere di filo spinato e custodito da molte torrette per le guardie armate. Entrai con
altri seicento italiani nella baracca 27; fui fotografato in tre pose, quella frontale con
un numero sul petto, e fui immatricolato. Ero diventato il Kriegsgefangenen Giuseppe
Trevisan, gefangenennummer 140298 M. - Stammlager XVII A - Deutschland. Dopo
40 giorni mi mandarono a lavorare con altri duecento italiani, così il mio indirizzo
acquistò altre sigle: Arb. Ko. 851 AG W. In pratica ero un operaio coatto, assieme ad
altri tremila stranieri, nella MetallWarenfabrik Arthur Krupp A. G. di BerndorfNiederdonau e avevo il dormitorio nell’Arbeitlager di Grillenberg che si trovava nella
periferia opposta a quella della fabbrica.
Il nostro lager di solo otto piccole baracche era cintato da filo spinato e custodito da
un drappello di anziani soldati tedeschi armati. Di notte le baracche erano chiuse
dall’esterno, mentre un soldato era costantemente di guardia, aiutato nelle
perlustrazioni da quattro fari rotanti posti su alti pennoni. Le nostre squadre, che
andavano e tornavano dal lavoro lontano circa due chilometri, erano sempre
sorvegliate da due soldati: uno posto davanti e l’altro dietro il drappello.
Nella prima metà del settembre 1944, dopo averci chiesto ancora una volta se
volevamo optare per la repubblica sociale di Mussolini e aver avuto da noi il solito
secco no come risposta, inaspettatamente, dal nostro campo furono tolti i soldati
armati e passammo sotto la giurisdizione della gendarmeria locale. Noi italiani
comunque restammo lavoratori coatti, senza alcuna retribuzione, con le solite razioni
di cibo e rimanemmo nelle stesse baracche. Avevamo solamente un po’ di libertà
fuori dal lavoro, mentre in fabbrica c’erano sempre i soliti controlli della Gestapo
nazista e dei suoi collaboratori. Così potemmo visitare Berndorf. Era una cittadina
sita in una valle, attraversata da un torrente e circondata da montagne con radure e
boschi, dove era praticato l’allevamento del bestiame, tanto che in paese vi era una
fabbrica di carne in scatola nella quale però lavoravano solo poche persone.
Prodromi dell’arrivo dei soldati russi
Nell’ultima settimana del marzo 1945, i tedeschi chiusero gradualmente le due
fabbriche e usarono i lavoratori stranieri per trasferire in treno verso ovest i
macchinari di tecnologia più avanzata, quelli che venivano adoperati per costruire
parti delle famose bombe V1 e V2, e le scorte di magazzino.
Noi italiani fummo requisiti per lo sgombero dei depositi di carne in scatola: così
avemmo l’occasione di farci una bella scorta di cibo.
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Nel contempo dei lavoratori, sotto il controllo della gendarmeria e dei soldati della
Volksturm, crearono appostamenti difensivi scavando un po’ ovunque, specie lungo i
cigli stradali, buche anticarro adatte ai lanci delle panzerfaust e delle granate a
manico. Io me ne stetti nel lager, come aveva ordinato la gendarmeria locale a chi
non lavorava. Non volevo dare nessun aiuto ai signori della guerra nazista.
Eravamo tutti eccitati e speranzosi che la guerra finisse presto, anche perché in
quella settimana, sulla strada davanti al nostro lager, cominciarono a passare
carriaggi e file di soldati ungheresi disarmati che andavano verso est, e gruppetti di
stranieri pieni di zaini e fagotti che andavano invece verso ovest, perché avevano
abbandonato i loro lager sotto l’incalzare dell’armata russa. Io approfittai del
passaggio degli ungheresi per barattare sigarette con scatolame che ritenni
contenesse pura carne suina. Venerdì 30 marzo si sentirono sordi brontolii di
artiglierie; sabato 31 marzo cominciammo a vedere anche dei bagliori lontani.
Primo aprile
Era la domenica di Pasqua e con altri commilitoni andai a messa nel duomo di
Berndorf. Fra quei compagni c’era l’amico inseparabile Giuseppe Vodicer, arrivato nel
nostro lager la vigila della festa di san Giuseppe 1944. Era un sergente di fanteria
come me, classe 1909, commesso di farmacia a Gorizia, sua città natale, e, abilità
che si sarebbe presto rivelata particolarmente utile, conosceva abbastanza bene lo
sloveno. Con lui trascorsi i mesi più difficili della mia vita in Germania, come fu
soprattutto l’aprile 1945. Condividevamo le stesse idee politiche, religiose e
comportamentali e ci demmo sempre aiuti vicendevoli.
La chiesa di Berndorf era semivuota e ovunque c’era un silenzio profondo, disturbato
solamente dai sordi brontolii lontani delle artiglierie dei due schieramenti. All’uscita
dalla chiesa sentimmo un forte rumore cadenzato che noi, subito eccitati,
scambiammo per lo sferragliamento dei cingoli di mezzi corazzati leggeri, forse anche
russi. Da un angolo vedemmo invece avanzare e poi sfilare davanti a noi un nutrito
gruppo di soldati tedeschi. Erano tutti anziani, ben allineati e impettiti come sanno
fare solo i tedeschi, che marciavano con i fucili lunghi della prima guerra mondiale a
spallarm, battendo imperterriti, con una cadenza formidabile all’unisono, i loro
scarponi chiodati sul selciato. Era la Volksturm, ultima difesa del Terzo Reich. Li
guardai, ne riconobbi alcuni che lavoravano in fabbrica, mi fecero solo pena. Era una
accolta di padri e nonni, molti forse già provati da lutti familiari per causa della
guerra, con armi ormai assolutamente inadatte anche per una scaramuccia qualsiasi.
Mi sono rivisto soldato in Italia, armato solamente di un fucilone con baionetta simile
a quelli, mentre la retorica fascista del duce blaterava che otto milioni di baionette
come quelle avrebbero vinto la guerra. Certamente nelle intenzioni dei nazisti quella
sfilata voleva essere una dimostrazione di compattezza per infondere coraggio e
speranza ai concittadini e far paura agli stranieri. Noi militari invece la giudicammo il
segno evidente della disfatta finale di Hitler. Infatti dopo poche ore iniziarono gli
sfollamenti: per primi i tedeschi, erano donne, bambini e vecchi (pensai così che tutti
quelli che avevano sfilato al mattino avessero deposto subito armi e divise) e poi,
all’indomani, tutti gli stranieri.
Nei boschi
Nella prima mattinata del lunedì dell’Angelo trovammo l’ordine di evacuare in treno
verso Linz, ma tutti invece ci sparpagliammo nei boschi del lato ovest della cittadina.
Nessuno partì in treno, perché tutti sapevamo che ogni treno veniva bombardato e
poi pensammo che i russi non avrebbero mai bombardato indiscriminatamente un
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bosco, dove, con gli aerei ricognitori, potevano vedere famiglie intere e stranieri in
quantità. Avevamo visto giusto, però non avevamo messo in conto i soldati delle SS
tedesche.
Noi italiani fuggiaschi avevamo buone scorte di cibo. Io avevo nello zaino il contenuto
dell’ultimo pacco ricevuto: pane biscotto e sigarette (queste più ricercate della
moneta sonante), poi avevo le scatole barattate con gli ungheresi. Tanti altri avevano
carne in scatola, quella famosa della fabbrica, poi c’era un terzetto che aveva per le
mani un sacco di fior di farina che io, figlio di mugnaio, stimai del peso di un quintale.
Arrivati in massa ai bordi del bosco ci dividemmo in gruppi e gruppetti e ci
inoltrammo fra gli alberi. Io mi trovai ovviamente con Vodicer ed altri otto
commilitoni, tra questi i tre del sacco di farina ed altri con grandi quantità di carne in
scatola e uno con una bella marmitta per cuocere i cibi. Era il bidone che nella
camerata, pieno di sabbia, serviva da estintore. Trovammo una grotta sufficiente alle
nostre momentanee necessità. Ci installammo costruendo prima di tutto una lettiera
di bruscoli secchi, per evitare il più possibile l’umidità della pietra e del terriccio. Vi
rimanemmo solamente due giorni, poi arrivarono i soldati tedeschi e iniziò il nostro
calvario; ma quei due giorni furono memorabili per le grandi abbuffate di zuppe
dense e sostanziose di carne e farina, condite con sale e lardo ungherese. Il bidone
messo al caldo era sempre pieno di buona zuppa per noi e per tutti coloro che
passavano di là.
A questo punto sento la necessità di illustrare un antefatto che riguarda anche il
sacco di farina, per mostrare come i tedeschi fossero sempre e comunque ligi agli
ordini, anche se ragioni di buon senso indicavano l’utilità di comportamenti diversi.
Sabato 31 marzo 1945, vigilia di Pasqua, nel tardo pomeriggio io e Vodicer eravamo
entrati nel negozio di alimentari più vicino al nostro lager per comperare pane e
farina bianca senza ticket, disposti a pagare qualsiasi cifra. La proprietaria, che noi
già conoscevamo bene, ci rispose che senza tagliandi non poteva venderci niente,
perché lei doveva compilare i registri giustificando la vendita degli alimentari con i
ticket. Insistemmo col farle notare che ormai i russi erano vicini e che era arrivato il
momento di scappare abbandonando tutto. Fu irremovibile. La domenica vedemmo il
fabbricato chiuso, il lunedì mattina il negozio saccheggiato: il sacco di farina era stato
portato via da quel negozio. Allora mi sono chiesto: ma perché quella signora non ha
preventivamente distribuito le derrate giacenti almeno fra i suoi concittadini? Misteri
di una logica fuori da ogni buon senso.
La cuccagna finì con l’arrivo di un grosso carro armato tedesco che si piazzò di
mattina presto vicino a noi. Subito cominciammo a organizzare la nostra partenza:
distribuimmo a chi passava la farina, sotterrammo una cinquantina di scatole di
carne, che poi recuperammo in modo azzardoso a fine guerra, e ce ne andammo
distanti da quell’imponente panzer. Così cominciò il nostro fuggifuggi continuo e
pieno di imprevisti.
Presto Radio Scarpa ci informò che nei boschi erano arrivati reparti di soldati e
drappelli di SS, i fedelissimi nazisti duri, inflessibili e spietati. I loro compiti erano
diversi: i soldati approntavano le difese usando forzatamente ogni persona valida che
incontravano, le SS riorganizzavano gli sbandati sparpagliati nei boschi dopo le
ultime battaglie. Fu così che noi stranieri fummo costretti a spostarci continuamente
sia per sfuggire alle truppe tedesche, sia alla ricerca di validi rifugi per ogni
evenienza. Io e Vodicer cambiammo sovente compagni di fuga per motivi pratici o
per scelte non dipendenti da noi e rimanemmo nei boschi più di due settimane.
Ogni giorno era uno scenario diverso e Radio Scarpa dava notizie sempre più
pessimistiche soprattutto riguardo alle SS.
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Costoro, incattiviti per le continue sconfitte, usavano violenza contro tutti, perfino
con le famiglie tedesche e uccidevano coloro che si ribellavano ai loro soprusi. Per
questo tutti fuggivano e nessuno voleva assecondare le loro richieste di aiuti
materiali, di viveri, di acqua e nacque spontaneamente un alfabeto di gesti per
indicarci vicendevolmente - famiglie tedesche comprese - dove erano le postazioni e
gli accampamenti delle SS e dei soldati tedeschi in genere. Tra me e Vodicer si era
instaurata fin dalla vita in fabbrica una tacita divisione di compiti: lui organizzava, io
andavo alla ricerca di informazioni. L’amico, più anziano di me di nove anni,
conosceva bene la vita pratica, per cui sapeva prevedere e sviluppare in modo
organico le scelte in qualsiasi momento.
Io avevo imparato dai giovani francesi, coi quali ho lavorato a lungo, certi
comportamenti che mi sono stati utili nei frangenti della prigionia e della successiva
vita civile. Fra questi giovani c’era un diacono cattolico che mi diede in prestito libri
scritti da un aumônier (cappellano) che riscontrai utili a capire tante situazioni di
quella nostra vita comunitaria e che per di più mi aprirono orizzonti di vita familiare e
sociale futura. Oltre a questa per così dire preparazione culturale, possedevo poi
come passe-partout una merce allora tanto rara quanto nel contempo desiderata.
Erano alcuni pacchetti di sigarette che io usai generosamente. Non andavo in giro nei
boschi per rischiare, anzi ero sempre sul chi vive perché volevo portare a tutti i costi
la ghirba a baita; era solo per capire il continuo evolversi degli avvenimenti e per
trarne poi le opportune decisioni.
Gli incontri
Nei boschi ho incontrato persone di tutte le età, di molte nazionalità e delle più
disparate posizioni sociali. Era un miscuglio eterogeneo tenuto unito dalla paura,
dalla tensione, dalla indecisione delle scelte. Quei luoghi erano un grande
palcoscenico dove gli attori sparivano continuamente e dove il dramma di quel vivere
sviluppava scenari sempre diversi, ma per lo più tragici.
Là ho vissuto tanti atti di quella follia umana che è la guerra. Per primo ricordo
l’incontro occasionale con due cecoslovacchi che più tardi mi procurò grossi guai. Di
seguito ricorderò le persone che più mi impressionarono e che, per un verso o per
l’altro, hanno lasciato in me un segno profondo.
L’ufficiale dell’esercito tedesco
Subito dopo aver visto il carro armato tedesco vicino alle nostre cucce andammo alla
ricerca di un nascondiglio. Due commilitoni della Carnia, pratici di montagne e boschi,
trovarono un rifugio sicuro formato da un andito di entrata a gomito lungo circa otto
metri che bisognava percorrere carponi e che finiva in un’ampia caverna. In dieci ci
organizzammo per passarvi alcune notti tranquille. Era ormai sera quando, riuniti con
i nostri zaini, cominciammo a entrare portandoci le nostre cose. Prima entrarono i
due scopritori con dei lumini per rischiarare, ovviamente fatti là per là con stoppini,
grasso e contenitori di fortuna. Io fui il quarto. Ero entrato di qualche metro quando
sentii degli ordini imperiosi in tedesco. Mi affrettai a superare il gomito e raggiungere
gli altri tre: non arrivò più nessuno. Noi quattro restammo in silenzio, poi proferimmo
sottovoce vicendevoli domande. Sentendo un silenzio assoluto, uno di noi si inoltrò
nell’andito oltre il gomito, non vide nessuno né udì parole. I compagni erano stati
condotti altrove. Fu una notte di continui dormiveglia e incubi. Ai primi albori
cautamente uscimmo. Vedemmo gli zaini ma non gli amici. Fortunatamente poco
dopo sentimmo un fruscio di passi e vedemmo i nostri sei compagni.
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In alto. Cedola per ricevere posta dalla famiglia
In basso. Cedola per la spedizione di pacchi viveri da parte della famiglia
In alto. Dichiarazione di rilascio dall’internamento, emessa l’11 settembre 1944 dal
comandante dello Stammlager XVIIA
In basso. Tesserino ricevuto il 22 novembre 1944 dalla Berndorfer Metallwarenfabrik
Arthur Krupp A. G., Berndorf - Niederdonau
Vodicer ci spiegò che l’ufficiale tedesco, assieme a qualche soldato, durante la
nottata li aveva costretti a trasportare cassette di munizioni tra un deposito sito in
una radura e una grande trincea dove c’erano dei soldati. Questa era poco lontana
dalla nostra grotta. Uno dei lavoratori notturni poi completò il discorso dicendo che
l’ufficiale tedesco aveva chiesto se dentro la grotta c’erano altre persone e Vodicer
aveva risposto di no, dimostrando nobiltà d’animo, padronanza e coraggio perché
correva un bel rischio: infatti, sarebbe bastato che l’ufficiale avesse mandato un
soldato a controllare per finire forse fucilato sul posto.
Il soldato tedesco
Una mattina ci furono continui scambi di colpi tra cannoni tedeschi e katiusce russe,
poi al pomeriggio inspiegabilmente vi fu una prolungata calma. Io, visto che il nostro
gruppetto di cinque derelitti era senza acqua, pensai di andare a procurarne
approfittando di quella quiete. Fu così che presi tutte le borracce vuote e mi avviai
con circospezione verso una piccola radura dove giorni prima avevo visto delle erbe
rigogliose, segno di acqua. Stavo in ginocchio per riempire le borracce quando, sentiti
dei fruscii, mi alzai. Poco lontano da me stava un soldato tedesco con una
mitraglietta spianata. Alzai le mani e scrutai il soldato: era giovane, non era una SS,
aveva la divisa stazzonata, mani e faccia sporche.
Taceva, capii che aveva paura e non sapeva cosa fare. Intavolai il discorso, gli dissi
che ero un lavoratore italiano e stavo attingendo acqua per i miei camaraden
nascosti nel bosco. Il soldato accettò il dialogo, mi disse che combatteva da parecchi
giorni retrocedendo dall’Ungheria e che aveva perso i contatti con la sua squadra
nell’ultimo combattimento.
Terminò con il dirmi che cercava altri soldati tedeschi per unirsi a loro. Gli spiegai che
nel bosco c’erano anche parecchi soldati tedeschi, oltre alle SS, trincerati su un
pianoro sopra la parete scoscesa che si intravedeva tra le alte erbe e glieli indicai.
Mentre si svolgeva il discorso il soldato rinfrancato abbassò l’arma e così feci io delle
mie mani. Gli offersi una borraccia d’acqua e una sigaretta. Bevve, ma non accettò la
sigaretta, poi con un mesto Auf Wiedersehen - arrivederci -, si diresse guardingo
verso il luogo che gli avevo indicato. Al ritorno raccontai l’avventura e continuammo
subito il nostro cammino verso ovest.
Un drappello di SS
Un pomeriggio, mentre in una decina di italiani stavamo spostandoci sempre più
lontano da Berndorf, camminando cautamente sparpagliati in una zona con alberi e
arbusti radi, saltò fuori improvvisamente da un intrico di fronde un caporale delle SS
con le armi in pugno. Ci squadrò, noi ci fermammo e alzammo le mani. Pronunciò
una parola e subito uscirono dai nascondigli dove erano ben mimetizzati sei o sette
soldati con le mitragliette spianate. Il primo, che aveva capito che eravamo italiani, ci
parlò in francese chiedendoci dei vestiti borghesi. Ci disse che loro erano tutti
lorenesi, noi fummo felici di accontentarli. Ricevuti i vestiti, sparirono in un batter
d’occhio. Certamente volevano disertare e mimetizzarsi fra gli stranieri, ma stavano
rischiando molto perché bastava una spiata per essere immediatamente fucilati come
disertori. Anche noi partimmo in silenzio e di gran carriera per evitare altri incontri
compromettenti.
Il pope
In un’altra occasione incontrai un uomo anziano, seduto su un sasso. Aveva una
fluente barba bianca e fissava silenzioso il vuoto. Colpito da quella figura dignitosa,
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ma evidentemente fuori dall’ordinario, mi fermai, guardai in giro e vidi nascosta
dietro un albero una giovane donna. Intuii che fra i due doveva esserci una relazione
perché vidi che erano entrambi russi: l’uomo aveva il classico berretto russo con il
frontino nero, lei tratti somatici inequivocabili. Chiesi alla donna se quell’uomo aveva
bisogno di aiuto come cibo o acqua. Mi rispose che non aveva alcun bisogno e che
quello era suo padre, ormai senza più memoria. Volli saperne di più e stetti là a
parlare. Mi raccontò che il padre, prima della rivoluzione russa, era un pope
ortodosso. Poi, al tempo di Lenin e Stalin, dovette fare il contadino per mantenere
moglie e figli. Infine, i tedeschi li portarono entrambi in Germania sfasciando la loro
famiglia.
Lei fu sempre vicina al padre, che via via si ammalò fino a perdere totalmente la
memoria. Io, che allora non conoscevo niente della religione ortodossa, chiesi
qualche notizia al riguardo. Candidamente mi disse che non sapeva niente della sua
stessa religione, perché suo padre non gliene aveva mai parlato. Precisò che da
adulta aveva capito perché il padre si era comportato in quel modo. Vi erano stati dei
casi, continuò, in cui i figli piccoli degli ex pope avevano inconsapevolmente parlato
di religione, e i commissari comunisti, venuti a conoscenza del fatto, avevano spedito
in Siberia i padri, allontanandoli così dalla famiglia. Questa realtà espressa con dolce
amore filiale mi colpì, poi mi fece riflettere non solo sulle implicazioni politiche, ma
soprattutto su quelle di coscienza di certe forme di governo.
La polacca
Un altro pomeriggio, dopo essere andato in giro per ascoltare Radio Scarpa, stavo
tornando dagli amici, quando percepii un fruscio di foglie.
Sempre all’erta, mi fermai per osservare attentamente.
Alcune donne uscirono da una siepe di folti arbusti. Vedendomele davanti male in
arnese, capii che erano straniere come me. Mi rivolsi subito a loro dicendo che ero un
lavoratore italiano e che stavo ritornando dai miei amici. Mi rispose prontamente una
biondina sui quarant’anni, tutta pelle e ossa, spiegando in un fluente tedesco che loro
erano polacche e che si erano nascoste per paura dei soldati. Poi continuò dicendomi
che era una insegnante elementare, che un suo avo era italiano e che lei era una
diretta discendente del ramo maschile e portava un cognome italiano che mi disse
subito ma che non ricordo più. So che accostò il cognome al fiume Basento della
Basilicata e ad Alarico, re dei Visigoti, che la tradizione vuole sepolto nell’alveo di
quel fiume. È probabile che fosse proprio Basento o un toponimo lungo quel fiume o
di quella regione. Il suo avo era stato un soldato dell’armata italiana quando
Napoleone invase la Russia. Nella ritirata quel soldato fu salvato da una giovane
polacca che egli poi sposò, stabilendosi in Polonia.
Io le detti corda, così parlammo di storia e geografia italiana: sapeva tante cose
dell’Italia ma conosceva solo qualche parola della nostra lingua.
Parlava infervorandosi ed esprimeva costantemente l’orgoglio di quella sua origine, di
avere cioè un avo che apparteneva alla terra di Roma. Improvvisamente mi venne in
mente che nello zaino avevo una grammatica scolastica di tedesco, ricevuta in un
pacco, scritta in italiano. Decisi di regalargliela convinto che lei, buona conoscitrice
della lingua tedesca, poteva usarla per conoscere tante regole e molte parole della
nostra lingua. Le chiesi di attendermi e corsi a prendere la grammatica. Ritornai e le
consegnai il libro. Mi ringraziò oltre ogni dire, senza finire di dirmi danke.
Il fatto mi riscaldò il cuore per la soddisfazione di aver fatto contenta una persona
che viveva come me in una tragica situazione. È stata forse l’unica volta che, durante
la prigionia, ho visto risplendere di gioia un volto non perché veniva appagato un
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bisogno materiale, ma solo un desiderio tenuto nascosto dentro per tanti anni. Forse
fu anche perché in quel momento si era acceso in me un brivido di orgoglio per
appartenere a questa nostra Italia che per tanti mesi avevo dimenticato e talvolta
vituperato.
Addio boschi
Andando per i boschi verso ovest, incontrammo sempre meno italiani e quindi
sentimmo raramente notizie da Radio Scarpa. Fu così che per qualche giorno non
apprendemmo novità. Eravamo rimasti in quattro e le cibarie stavano per finire. Alla
sera arrivammo in un valloncello dove c’erano pochi alberi, ma che ritenemmo
comunque luogo sicuro perché era profondo e con fianchi ripidi.
Là trovammo degli stranieri, segno che il posto era ritenuto sicuro anche da altri.
Avevamo fame, io tirai fuori una scatola che avevo barattata con gli ungheresi e che
pensavo contenesse carne di maiale. Invece vi trovai lardo di maiale tritato. La misi a
disposizione anche degli altri che però preferirono quello che avevano nei loro zaini.
Trovai molto gustoso il lardo e così lo spalmai generosamente sul pane biscotto che
avevo avanzato. Quella notte prima lo stomaco, poi il mio intestino si ribellarono e
tra forti dolori dovetti correre spesso negli improvvisati servizi lontano dagli altri che
dormivano tranquilli all’addiaccio. Dopo una notte insonne, alla mattina bevvi la solita
brodaglia nera, detta tè, che avevano preparato gli amici.
A una cert’ora della notte avevamo sentito gridare in tedesco: “Roosevelt caput”; era
morto il presidente degli Stati Uniti. Il pomeriggio, un po’ ristabilito, tornai indietro
alla ricerca di notizie. Finalmente sentii Radio Scarpa. Roosevelt era morto alcuni
giorni prima. Appresi anche con piacere che a Berndorf c’erano i russi.
Ritornai verso sera con le notizie: decidemmo di consegnarci ai russi per trovare cibo
e tranquillità. L’indomani andammo a chiedere notizie sull’itinerario da seguire senza
trovare soldati tedeschi. Alcuni stranieri ci dissero che un passaggio sicuro erano i
boschi posti a nord-ovest della posizione in cui ci trovavamo.
L’esercito russo
Alla mattina, mentre albeggiava, partimmo per quella che ritenevamo l’ultima
avventura. Forse era il 18 aprile 1945. Andammo per boschi orientandoci col sole,
quando lo si vedeva, o guardando il muschio dei tronchi quando gli alberi erano così
fitti che le fronde non lasciavano passare altro che un piccolo chiarore, tanto che la
terra era senza un filo d’erba e vi erano ancora varie strisce di neve.
Di tanto in tanto ci fermavamo per ascoltare e consultarci vicendevolmente. Verso
mezzogiorno dopo oltre cinque ore di cammino - ricordo l’orario perché avevo un
piccolo orologio d’oro che più avanti sarebbe diventato motivo di una mia
disavventura - sentimmo fievoli sventagliate di mitraglietta.
Continuammo ad avanzare finché intravedemmo un’ampia radura. Con circospezione
uscimmo allo scoperto, non vedemmo soldati, ma scorgemmo le sagome lontane
delle nostre baracche: eravamo finalmente arrivati, o meglio ritornati, nella periferia
di Berndorf.
Cominciammo a camminare veloci, allo scoperto, per superare i duecento metri di
prato e arrivare alla strada che ben conoscevamo. Dopo una decina di metri
vedemmo fra le erbe una scia di carte e indumenti che finiva in uno zaino italiano
vuoto. Raccolsi delle carte, erano corrispondenza di un nostro compagno di lager.
Ci restammo male, tutti pensammo che quel soldato fosse stato ucciso.
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Poco dopo vedemmo lontano sulla strada un soldato russo in bicicletta che pedalava
velocemente verso di noi. Siccome aveva la mitraglietta a tracolla, affrettando anche
noi il passo per incontrarlo, gridammo nel contempo: “Taliaschi, taliaschi”.
Ci fermammo al bordo della strada; il soldato ci apostrofò con una parola ripetuta più
volte. Vodicer tradusse: “Orologi, vuole degli orologi”. Mostrammo i polsi sprovvisti di
orologi, allora il russo senza proferire parola riprese la sua corsa.
Entrammo in paese; il primo impatto fu tremendo: dovunque morti e rovine che ci
scossero e al tempo stesso ci impaurirono. Quelle scene superarono ogni nostra
immaginazione, anche se ormai eravamo abituati a guardare e sentire le tremende
sciagure della guerra. Vedemmo subito cadaveri di stranieri stesi da chissà quanti
giorni su un cumulo di rovine. Uno era un greco che lavorava nella nostra fabbrica:
aveva le gambe divaricate, le braccia aperte, la testa ricciuta con la faccia rivolta al
cielo e gli occhi spalancati; sembrava mostrasse grande meraviglia. Secondo me le
ultime sue parole di sorpresa furono: “Proprio a me sparate?”
Era una scena straziante che ancora oggi, a distanza di tanti anni, ho nitida davanti
agli occhi con raccapriccio.
Nessuno di noi ebbe il coraggio di muovere un dito, perché dappertutto c’erano
soldati russi armati i quali, anche se a noi non chiesero nulla, tuttavia controllavano
le nostre mosse. Forse si erano già abituati a vedere tanti straccioni stranieri. Le
strade e quasi tutte le case erano poi in una situazione irreale, peggiore di ogni più
pessimistica previsione, tanto che per un attimo mi chiesi se ero sveglio.
Le case avevano porte e finestre rotte o divelte, escluse alcune che subito capii
essere state requisite dai comandi per alloggi uffici e cucine, prima che i soldati si
gettassero in un totale, vandalico saccheggio. Ai bordi delle strette corsie carrabili vi
erano mucchi continui delle robe più disparate. Erano grovigli di masserizie gettate
all’esterno, di materiali bellici fuori uso, di biciclette senza copertoni e camere d’aria,
di bossoli, di armi d’ogni tipo, di indumenti, di calcinacci. In pratica tutto ciò che era
rimasto sul terreno dopo i combattimenti e, in particolare, tutto quello che fu
scaraventato fuori dalle case durante il sacco della cittadina.
Nel mezzo di uno slargo della strada c’era un mastodontico carro armato bruciato,
che ipotizzammo russo perché là vicino c’erano alcune buche che servivano ai
tedeschi per nascondersi e lanciare le loro micidiali granate contro i carri armati
nemici.
Attorno si erano formate due corsie carrabili. Ritenemmo che, dopo la sfuriata delle
razzie e placati gli animi, i soldati russi avessero ammucchiato sui bordi ciò che prima
era sparso ovunque per permettere il passaggio dei loro automezzi, senza però
riuscire a spostare il carro bruciato. Non vedemmo cadaveri di soldati né russi né
tedeschi, vedemmo però delle buche anticarro chiuse con terra e trasformate in
tumuli. Su alcuni c’erano elmetti tedeschi, su altri cippi costruiti con assi di legno
sormontati da una stella e pezzi di carta con parole in alfabeto cirillico fissati in
qualche modo al legno.
Il soldato siberiano
Intanto sentimmo una grande fame. Non mangiavamo dalla sera precedente e non
avevamo scorte di cibo. Camminando lentamente guardavamo dentro le finestre e gli
usci, tentando di scorgere contenitori di cibo. Niente.
Poi via via prendemmo coraggio ed entrammo fin nelle cucine degli appartamenti.
Finalmente in una cucinetta, su un tavolo di marmo, trovammo quello che per noi era
ogni ben di Dio: cartocci di caramelle, farina, uova e diverse fette di pane. Facemmo
esclamazione di gioia, subito interrotte dalla canna di un fucile che spuntava dalla
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porta. In silenzio alzammo le mani. Sul vano della porta si stagliò un soldato russo
col fucile puntato. Aveva i baffi spioventi e i lineamenti mongoli. Ci guardò con occhi
chiaramente interrogativi.
Vodicer allora prese la parola, spiegando con il suo linguaggio sloveno-russo che
eravamo italiani scappati dai tedeschi per venire dai russi e che cercavamo da
mangiare perché avevamo fame. Il soldato ascoltava e continuamente annuiva con la
testa. Io colsi un attimo di silenzio per dire a Vodicer di chiedergli del pane; lo fece
subito. Il soldato annuì, prendemmo le fette di pane. Vodicer si profuse in
ringraziamenti e chiese se ci lasciava andare, il soldato ancora una volta annuì e
partimmo. Spesso mi sono chiesto come me la sarai cavata se non vi fosse stato
Vodicer con il suo sloveno-russo a convincere il soldato della nostra buona fede.
Visite alle case già saccheggiate dai russi
Camminando mangiammo il pane, ma rimanemmo con fame. Allora prendemmo
coraggio ed entrammo nelle case cercando dappertutto. Trovammo zucchero, bustine
di budini Bacher, sale e cibi vari che mangiammo continuando a camminare.
Su un argine ci fermammo per riposare un po’. Io allora suggerii che dopo il pranzo ci
voleva il dolce. Tutti d’accordo. Là vicino trovammo una grande teglia.
Mentre io la lavavo e facevo il miscuglio di zucchero, acqua e 30 bustine Bacher
secondo le dosi scritte, un commilitone accese un focherello. Così io feci il portentoso
budino: osservai tutte le prescrizioni stampate sugli involucri, suddivisi le razioni: che
schifo, il budino era immangiabile. Nella fretta degli approvvigionamenti avevamo
mescolato zucchero e sale. Buttammo via il budino e quanto restava del miscuglio di
zucchero e sale. Riprendemmo le ricerche e subito trovammo altro zucchero e ancora
bustine di Bacher in abbondanza e ci consolammo.
Vivemmo per qualche giorno in quel marasma senza particolare difficoltà alla ricerca
di cibo, souvenir, vestiti e biancheria di ricambio.
Amici ritrovati
Fu in quei giorni che per caso incontrammo l’amico che credevamo morto per via
delle lettere perse nella radura. Ci spiegò il fatto.
Alcuni giorni prima del nostro passaggio egli, con altri amici, era arrivato giusto sulla
radura dove eravamo usciti anche noi, sennonché quando furono allo scoperto li
prese di mira un soldato russo o uno sbandato tedesco che cominciò a sparare.
Corsero a perdifiato, ma egli restò ultimo e così il cecchino cominciò a sparare su di
lui. Per correre più veloce, allargò le braccia facendo sfilare lo zaino; nel contempo
sentì un forte colpo e, così dicendo, ci mostrò un tacco della scarpa dove c’era il buco
di un proiettile di fucile. L’aveva scampata per miracolo. Si rifece le scorte andando
alla ricerca nelle case disastrate. Ci informò poi che due italiani del nostro lager, che
si erano rifugiati nella miniera di lignite vicina al nostro campo anziché nei boschi
come avevamo fatto noi, erano stati uccisi dalle SS tedesche. Aveva visto i loro
cadaveri un po’ prima del suo passaggio dai tedeschi ai russi.
Molto impressionati, iniziammo una discussione per vedere se era possibile reperire
qualche loro documento e poi magari seppellirli nel vicino piccolo cimitero di
Grillemberg.
Finimmo col decidere di non fare niente, per evitare atti inconsulti o equivoci tra noi,
dediti a un’opera di misericordia, e i soldati russi o i civili tedeschi. Troppa debolezza
dettata dalla paura?
Dopo quell’incontro noi quattro decidemmo di partire per arrivare in qualche luogo
dove si potessero sentire notizie e non vi fossero devastazioni così imponenti.
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Si va verso Sud
Partimmo verso sud subito dopo aver mangiato a mezzogiorno. Dopo qualche
chilometro trovammo sulla destra un lager abbandonato. Lo ispezionammo prima di
decidere se ci si poteva fermare là. Da quanto trovammo nella guardiola dell’entrata,
capimmo che il lager era stato ispezionato o abitato dall’esercito russo. Io e Vodicer
cominciammo a controllarlo, guardando dalle finestre e dalle porte. Nell’ultima
baracca vedemmo il cadavere di una donna riversa sul letto basso di un castello.
Dalla posizione del cadavere e dalle vesti stracciate capimmo che era stata violentata
e uccisa perché aveva opposto resistenza. Ritornammo nella guardiola per informare
gli altri due che bisognava svignarsela al più presto per evitare possibili
coinvolgimenti.
Appena in cammino, Vodicer e io capimmo che gli altri due avevano deciso in modo
autonomo di andare con la maggiore lena possibile verso l’Italia. Intanto poco dopo,
a sinistra della strada, trovammo un altro lager abbandonato che, dalle carte trovate,
riscontrammo essere stato abitato solo da uomini.
Così noi proponemmo di fermarci. Gli altri due invece manifestarono l’intenzione di
continuare a camminare fino a sera inoltrata per arrivare a casa il più presto
possibile, anche se in Italia ci fossero stati ancora i soldati tedeschi. Noi
rispondemmo che volevamo tornare solamente quando l’Italia fosse stata
interamente liberata e ci fermammo.
Il motivo di questo nostro intendimento ce l’eravamo confidato nei boschi: Vodicer di
Gorizia temeva i titini, io invece - chissà perché? - ero come suggestionato dall’idea
che mio fratello Canzio, della classe 1923 e lui pure prigioniero nei lager nazisti, non
sarebbe più tornato se io fossi arrivato a casa per primo. Per questi motivi non
avevamo fretta.
Sosta in un lager abbandonato
Dopo una rapida ispezione al lager, pregai l’amico di usare l’ufficio del LagerFührer
per fare i letti su tutte quelle carte che c’erano. Vodicer accettò sapendo della mia
fobia per gli insetti parassiti, specialmente le cimici annidate in tutti i letti a castello
di tutte le baracche di tutti i lager tedeschi.
Durante i diciannove mesi che dormii in quelle baracche e in quei castelli, io avevo
scatenato una guerra personale contro quegli insetti, per cui ogni settimana
smontavo il mio castello, bruciavo della carta e passavo la fiamma su tutti gli
interstizi che trovavo, ma nonostante ciò ogni mattina mi svegliavo con fastidiosi
eritemi. Dormii invece senza parassiti le notti che rimasi in quel posto.
Ritorno a Berndorf
Alla mattina decidemmo di ritornare a Berndorf per completare i rifornimenti di vesti,
cibi e souvenir. Svuotammo gli zaini, nascondemmo quello che c’era dentro, poche
cose ad onor del vero, e partimmo. Facemmo la prima sosta in un negozio di generi
alimentari che ben conoscevamo, perché gestito da una signora che negli ultimi mesi
ci aveva aiutati e qualche volta anche informato con notizie sicure. Volevamo
salutare lei e il figlio. Trovammo il luogo saccheggiato come tutto il resto, ma non la
vedemmo. Poco prima di noi era arrivato un tenente dell’esercito russo che stava
rovistando di qua e di là. Non badò a noi, così prendemmo coraggio e ci mettemmo
alla ricerca di qualcosa che ci poteva essere utile.
A un certo punto l’ufficiale e io ci trovammo in cantina per una perlustrazione e qui
mi capitò un caso direi buffo. Cercando palmo a palmo in quella confusione di robe
buttate alla rinfusa, trovai un bidone di marmellata di ciliegie che stimai a occhio di
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20 – 25 chilogrammi. Mi affrettai a nasconderlo, ma l’ufficiale con la coda dell’occhio
mi osservava continuamente e si accorse del mio ritrovamento. Subito me lo chiese
mentre stava legando il rotolo di un piumone da letto.
Come al solito presi a parlare. Spiegai che io e l’amico eravamo italiani ex prigionieri
dei nazisti e che avevamo fame. Cercai di solleticare il suo nazionalismo dicendo che i
russi erano stati fortunatamente i vincitori, che con il loro coraggio avevano
schiacciato i nazisti e che certamente la grande armata russa aveva cibi in grande
quantità.
Il tenente sorridendo e parlando in un buon tedesco, calmo calmo, mi rispose
dicendo che i soldati vincitori mangiavano con più appetito il pane se era spalmato di
marmellata, che i soldati erano tanti, mentre noi eravamo solo due. Finita la
spiegazione si prese il bidone, però volle ricompensarmi per forza e mi mise fra le
braccia il rotolo del piumone. Come potevo ribattere? Gli risposi con un sorriso.
Partito l’ufficiale abbandonai il piumone e con Vodicer andai a fare ricerche in altre
case. Ritornammo ben forniti. Il giorno dopo scegliemmo le cose migliori che ci
dividemmo e il rimanente lo mettemmo in una baracca lontana per soddisfare altri
eventuali ricercatori.
Purtroppo prendemmo gusto ad avere vestiti sempre migliori, ricordi e cibi vari. Così
decidemmo che l’indomani Vodicer sarebbe andato da solo a Berndorf per il suo
esclusivo rifornimento, il giorno dopo io avrei fatto altrettanto; chi rimaneva nel lager
custodiva gli zaini.
Rimasto solo nella stube pensai di raggruppare i miei tesori in un pacco. Confezionai
quindi una borsa di tela e dentro vi cucii gli appunti della mia prigionia, la
corrispondenza dei genitori e della morosa, tutti i ricordi raggranellati qua e là e cioè
album di cartoline, tante buste piene di francobolli e alcune statuine.
In tasca tenni solamente i documenti che ritenni utili per il mio riconoscimento e
l’orologio d’oro come ultima eventuale riserva di scambio, perché le sigarette le
avevo già dispensate tutte.
La NKVD
All’indomani partii di mattina presto con il sole che faceva capolino nell’azzurro
primaverile del cielo. Stimo fosse il 24 o il 25 aprile.
Camminavo tutto solo nella strada silenziosa ed ero arrivato alla periferia di Berndorf,
quando a un tratto un soldato russo sbucato all’improvviso da una casa mi si parò
davanti col fucile spianato. Istintivamente alzai le mani, come del resto avevo
sempre fatto in precedenza, e rimasi in attesa. Il soldato chiamò. Subito si presentò
una persona in borghese che mi apostrofò in uno stentato tedesco dicendomi che
dovevo essere interrogato da ufficiali dell’armata russa su come noi italiani eravamo
stati trattati dai nazisti. Dall’accento capii che era un polacco che fungeva da
interprete. Mi condussero in un caseggiato vicino, alla porta e all’interno del quale
c’erano vari soldati armati.
Vi fu un parlottio fra i russi. Fui condotto in una sala ove si trovavano altri soldati
armati assieme a un ufficiale con varie medaglie appuntate sulla casacca, il quale
calcava il berretto d’ordinanza. A quella vista il mio cuore cominciò ad accelerare i
battiti.
Avevo capito che davanti a me c’era un tenente della polizia segreta russa, la NKVD,
perché nei giorni precedenti avevo imparato a distinguere gradi e mansioni dei
soldati russi e quell’ufficiale aveva le spalline con due stellette e la foderina del suo
berretto era verde.
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Primo interrogatorio
L’ufficiale diede un ordine e due soldati si avvicinarono, mi perquisirono e posero
tutto quello che trovarono sul tavolo davanti all’ufficiale. Il tenente controllò il
tesserino della fabbrica, quello della gendarmeria, le postkarten di corrispondenza
con i familiari. Soffermò la sua attenzione su delle carte scritte in tedesco e
sull’orologio d’oro. Dopo una lunga pausa, durante la quale il tenente scrisse,
cominciò l’interrogatorio. L’ufficiale partì da lontano, scandagliò il mio ambiente
italiano, quello della mia vita militare e infine quello della prigionia. Il botta e risposta
si snodò in modo abbastanza piano, ma con grande fatica perché, se io sapevo poco
di tedesco, il polacco sapeva poco sia di tedesco sia di russo. Vi furono parecchie
domande simili fatte in modo insistente, probabilmente perché l’inquirente voleva
capire bene la mia formazione culturale e le mie idee politico-sociali.
Capii che era un professionista preparato, così nelle risposte fui del tutto veritiero ma
stringato, senza scendere in particolari e sempre vigile per evitare contraddizioni,
perché quel tenente era abile nel tendermi trabocchetti. Terminai col precisare che
l’unico amico col quale ero in quel momento si trovava lontano circa un chilometro e
che si chiamava Giuseppe Vodicer.
Man mano che le domande aumentavano di numero, cresceva in me una forte
preoccupazione, perché non riuscivo a capire la ragione di tutte quelle spiegazioni
che dovevo dare, anche perché mi era stato detto che dovevo parlare del
trattamento dei nazisti nei confronti dei prigionieri italiani. Finite le domande,
l’ufficiale in silenzio scrisse il verbale, poi iniziò l’atto accusatorio nei miei confronti.
L’accusa
Fu una lunga e articolata requisitoria basata su parole e fatti ricavati
dall’interrogatorio concluso poco prima e integrata da deduzioni e considerazioni fatte
dall’inquirente.
Questi mi accusò di essere un collaborazionista dei nazisti e come tale punibile dalla
legge russa di guerra con lunghe pene detentive, ma che potevano arrivare fino alla
fucilazione immediata. Rimasi di stucco. La mia paura diventò parossistica. Il castello
accusatorio era supportato da un fatto accaduto alcuni giorni prima, da alcune carte
scritte in tedesco che avevo in tasca e infine dall’orologio d’oro.
Le coincidenze
Il fatto era l’incontro che Vodicer e io avevamo fatto per strada con due
cecoslovacchi, quando costoro stavano parlando col soldato russo che poi mi arrestò.
Erano due cecoslovacchi che casualmente avevamo conosciuto nei boschi e che
altrettanto casualmente avevamo trovato e salutato per strada. Certamente quei due
dovevano essere incappati, dopo il nostro ultimo incontro, nelle grinfie di quel
tenente della NKVD perché egli mi disse che quei cechi erano stati processati,
riconosciuti collaborazionisti della Gestapo tedesca e subito fucilati. Discorso che
ritenni veritiero perché tutti sapevano che fra noi lavoratori coatti vi erano dei
collaborazionisti dei nazisti e che in prevalenza erano cecoslovacchi.
Congiuntamente, a mio danno, si verificò anche un’altra straordinaria coincidenza.
Le carte che avevo in tasca, scritte in tedesco, erano relative a elenchi giornalieri
numerici di stranieri, tra cui costantemente risultavano due cecoslovacchi. Riunendo
queste casualità nacque nell’inquirente la quasi certezza che io fossi addirittura un
piccolo kapò, detentore di un registro di collaboratori dei nazisti.
I capi d’accusa erano rafforzati da altri aspetti casuali che per il tenente erano
deduzioni logiche. Io mi trovavo in buona salute e non mostravo segni di patimento,
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in fabbrica poi avevo un lavoro leggero e di fiducia, conoscevo i capisquadra nazisti e
l’ufficiale delle SS responsabile di tutto il reparto laminatoi, non avevo avuto bisogno
di vendere l’orologio d’oro: tutti questi dati ricavati dall’interrogatorio erano la
dimostrazione che io godevo di privilegi e che i nazisti mi proteggevano perché ero
un loro confidente. C’erano poi altri fatti che aggravavano la mia posizione, sempre
emersi dall’interrogatorio. Sapevo leggere le carte topografiche, conoscevo l’uso delle
varie armi, conoscevo tanti francesi perché sapevo abbastanza bene la loro lingua:
avevo detto di aver fatto l’interprete del medico francese dello Stammlager XVII A.
Il tenente concluse dicendo che io avevo usato la mia esperienza culturale e le mie
conoscenze per accaparrarmi la fiducia dei compagni, carpirne le segrete volontà di
sabotaggio e di rivolta e passare poi le notizie ai nazisti. Ero in definitiva un
collaborazionista da punire anche con la fucilazione se avessero scoperto che avevo
provocato danni ai compagni di lavoro. A quel punto mi allarmai oltre ogni dire, sia
per le dure conclusioni, sia perché il quadro delle accuse mi pareva avesse una certa
logica. Mi sentii smarrito, naufrago. Fortunatamente nacquero in me una gran rabbia
e una forte volontà di reazione, trovai in me la voglia di lottare e la forza di
combattere. Mi dissi: non sono forse assolutamente innocente? Allora avanti.
La difesa
Cominciai a difendermi con lucida decisione. Parlai per parecchio tempo e alla fine
dichiarai la mia disponibilità a un confronto con qualsiasi persona italiana, francese,
tedesca, insomma con qualsiasi straniero. Cominciai subito con la questione dei due
cecoslovacchi e precisai le casualità. Nel bosco tutti noi fuggiaschi ci davamo una
mano per reperire cibo e acqua e per sfuggire ai rastrellamenti dei drappelli delle SS
che cercavano aiuti per costruire ricoveri e trincee e per trasportare munizioni. Citai il
fatto di quei compagni che furono obbligati a trasportare cassette di munizioni e che
io non fui della partita perché per caso ero dentro il budello che menava alla caverna.
Ecco, l’incontro con i due cechi fu in quel contesto di fuggifuggi giornaliero e di
cambio continuo di luoghi e di persone.
Spiegai che le carte scritte in tedesco ove comparivano “cecoslovacchi due” le avevo
raccolte per usarle come carta igienica, proprio dove io e l’amico Vodicer avevamo
fatto il nostro giaciglio per dormire. Mi dilungai sulla mia formazione scolastica e sui
corsi militari per essere prima caporale e poi sergente, ecco perché sapevo la lingua
francese, conoscevo le armi in dotazione alla fanteria italiana, sapevo leggere le carte
topografiche. Precisai che non avevo mai goduto di privilegi particolari e che avevo
lavorato fino al gennaio 1945, assieme a tanti italiani e russi, nel grande capannone
dei laminatoi metalli leggeri producendo lastre di alluminio per le carlinghe degli
aerei. Dissi che fu in quel luogo che ebbi occasione di conoscere i responsabili nazisti,
come l’ufficiale delle SS che girava continuamente in divisa per incutere a noi
lavoratori coatti paura e rispetto e farci capire che la Gestapo era dappertutto, e i
vari capi chiaramente iscritti al partito nazista perché portavano al braccio una fascia
rossa con la croce uncinata.
Parlai ancora di quei dirigenti che mi punirono per la mia scarsa applicazione al
lavoro, tanto che mi fecero lavorare anche di domenica alla fonderia metalli pesanti e
mi costrinsero, sempre di domenica, a fare due turni di lavoro consecutivi: altro che
lavoro privilegiato. Solamente negli ultimi due mesi, febbraio e marzo 1945, fui
spostato in un vecchio deposito di pezzi di risulta di macchinari obsoleti perché
l’addetto, che era polacco, era fuggito quando apprese da Radio Scarpa che l’armata
russa aveva occupato buona parte della Polonia: era scappato per fare il partigiano.
Ricordo che allora feci questa considerazione: ma che razza di posto privilegiato
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poteva essere quello che mi avevano affibbiato se l’addetto, appena aveva potuto, se
l’era svignata? Non sarebbe stato molto più facile per lui godersi i privilegi, attendere
i russi per poi scappare e non correre subito via per mettersi in gravi pericoli con una
fuga quasi impossibile fra le truppe combattenti tedesche? Quello era un posto come
tutti gli altri, solo richiedeva uno che potesse dialogare alla meno peggio con persone
di vari idiomi. Parlai anche dell’orologio d’oro. Lo avevo conservato come ultima
risorsa per un eventuale estremo bisogno; ma, dato che me l’ero sempre cavata,
prima col baratto di quello che avevo portato dall’Italia poi con le ruberie di patate
infine con circa una decina di pacchi, non l’avevo venduto.
I pacchi postali
Insistetti su questi pacchi perché furono importantissimi per la mia sopravvivenza.
Contenevano cibarie e sigarette. Queste ultime erano una preziosa e ricercata merce
di scambio con pane, patate e i marchi necessari per acquistare i ticket alimentari.
Nel gennaio del 1944 distribuirono a ciascuno di noi, per tre volte consecutive, delle
Postkarten, una specie di cartoline postali formate da più parti staccabili, ognuna
delle quali aveva una funzione diversa. In tutte le cedole bisognava mettere
l’indirizzo di noi prigionieri. Una parte era la nostra missiva, un’altra serviva ai
congiunti per rispondere e due venivano usate per il pacco viveri. Io mi affrettai a
inviare a casa la prima Postkarte ricevuta e dopo circa un mese ricevetti un pacco
dalla famiglia.
Nell’attesa di ricevere dai tedeschi la seconda Postkarte mi ero accorto che dei miei
commilitoni meridionali non l’avevano adoperata, perché dicevano che la loro
corrispondenza doveva fare un giro molto lungo, essendo la loro terra occupata dagli
anglo-americani e che perciò non avevano la certezza che arrivasse a casa. Fu così
che appena ricevuto il primo pacco e avuta la disponibilità di sigarette, le barattai in
cambio di varie Postkarten che usai a scadenze mensili, tanto che ricevetti l’ultimo
pacco nel febbraio del 1945. Ecco, dissi, come io ho potuto integrare le scarse razioni
tedesche.
Terminai col ripetere che il mio amico Vodicer avrebbe sicuramente confermato ogni
mia parola. Mentre io parlavo in modo discorsivo senza abbandonarmi a eccessi o
piagnistei, il tenente scriveva senza mai interrompermi.
Saranno state le due del pomeriggio quando finii la mia arringa di difesa, allora il
tenente si alzò e se ne andò in silenzio assieme all’interprete. Rimasi là seduto a
rodermi nei miei tristi pensieri, guardato a vista da un soldato armato; non sentivo
né fame né sete, non riuscivo a darmi alcuna risposta rassicurante, ero in apnea.
Piano piano però, riandando a certe espressioni del tenente, capii compiutamente
perché i russi si preoccupavano di individuare e punire i collaborazionisti dei nazisti.
Volevano trovare e punire quelle persone, per evitare che fra le maglie delle
connivenze precostituite sgusciassero impuniti coloro che prima avevano
tiranneggiato, spesso in modo cruento, le popolazioni che le armate tedesche
avevano soggiogato, sparpagliandole poi nei numerosi lager e sfruttandole col lavoro
coatto a bassissimo costo.
I collaborazionisti
Ritengo opportuno soffermarmi su questo argomento perché la taccia di collaboratore
dei nazisti proprio non la potevo tollerare. La consideravo un titolo infamante: ma
come, io collaboratore dei nazifascisti! Io che ho fatto di tutto per non finire in Italia
la scuola allievi ufficiali e che in prigionia ho fatto del mio meglio per buggerare il più
possibile i nazisti e i loro accoliti? Nei primi giorni in fabbrica i francesi ci avvisarono
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che fra i lavoratori coatti c’erano parecchi spioni e che stessimo molto attenti
soprattutto coi cecoslovacchi. Così, piano piano, mi formai una opinione severa su
quelli che per piccole migliorie di cibo o di lavoro aiutavano la Gestapo tedesca a
controllare la grande massa di stranieri che lavoravano in Germania.
Capii bene però l’ingranaggio e la portata nefasta di quella collaborazione durante
l’interrogatorio appena subito. Mi resi conto appieno che i collaboratori avevano due
mansioni: c’era chi controllava i propri compagni di lavoro e chi faceva il mercato
nero per rastrellare i marchi degli operai coatti.
Di tanto in tanto qualche lavoratore spariva e di lui non si sapeva più nulla, forse
erano soluzioni radicali usate come deterrente per incutere paura. Al contrario se uno
scappava dai lager Radio Scarpa ne segnalava la fuga e anche il ritrovamento.
A mia memoria tutti i fuggiaschi sono stati sempre presi perché alla caccia dell’evaso
non c’erano solo le SS, ma anche gli spioni collaboratori e tutta la popolazione
tedesca, che non tollerava disobbedienze e disprezzava tutti indistintamente gli
stranieri e in particolare noi italiani traditori. Parecchie persone dell’Est europeo
accettarono di collaborare, non solo per le migliorie ottenibili, ma anche perché
ricattati, essendo i familiari rimasti in patria alla mercè dell’onnipotente armata
hitleriana.
Ma quelli che praticarono il mercato nero erano già per conto loro ferocemente
egoisti e capaci di ogni delazione. Il fatto era che noi lavoratori coatti possedevamo,
pochi o tanti, dei marchi frutto di piccole mercedi, di vendite, di baratti o di infiniti
stratagemmi.
Le inventive degli italiani
Ho visto che noi italiani siamo stati sempre corretti e soprattutto i più estrosi
inventori di furbizie per accaparrarci qualche razione di cibo in più, senza però recare
danno agli altri lavoratori o diventare collaborazionisti. Sapevamo sfruttare al meglio
le occasioni che si presentavano di volta in volta. Eccone alcune.
Poco tempo dopo il nostro arrivo in fabbrica, alcuni compagni del nostro Arbeitlager si
inventarono il mestiere di cesellatori. Avevano trovato delle verghe di acciaio inox di
vari diametri, resti della lavorazione di posaterie praticata in quella fabbrica prima
che Hitler la destinasse alla produzione bellica. Con infinita pazienza e grande abilità
e usando i macchinari dei vari reparti, gli amici costruirono anelli sui quali incidevano
le iniziali delle giovani, soprattutto russe, alle quali li vendevano.
Dopo qualche mese che lavoravamo, durante l’inverno ‘43–‘44, parecchi italiani
entrarono in possesso di maglie e mutande invernali nuove che poi vendevano. Era
successo che costoro avevano assemblato degli stracci che servivano per pulire i
macchinari e li avevano presentati alla direzione dei reparti della fabbrica
spacciandoli come i resti della propria biancheria e lamentandosi per il freddo.
Avevano saputo infatti che la fabbrica dava cambi di vestiario nei casi più pietosi. La
cosa funzionò per qualche mese, finché la direzione s’accorse del trucco; finì così
anche quella fonte di reddito.
Ma la prova più sottile di furbizia fu data da un giovane carabiniere, sempre pieno di
fame, che riuscì ad avere gratis per sé e per tutti patate poste sotto il diretto
controllo dei tedeschi. Quando arrivammo al campo di lavoro due camionate di patate
furono ammassate in un grande seminterrato con tanto di inferriate sulle finestrelle e
di lucchetti sulla robusta porta. Ci era stato detto dall’interprete che dovevano servire
fino al nuovo raccolto del settembre 1944.
Di notte, il giovane carabiniere scassò un’inferriata della sua camerata, uscì dalla
baracca e scardinò un’inferriata del deposito di patate. Il tutto in modo così
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ingegnoso e perfetto che quando le ricomponeva nessuno poteva accorgersi dello
scasso perché, anche quando venivano battute coi bastoni dai soldati, suonavano
come tutte le altre.
Fu così che un rappresentante di ogni camerata andò a fare prelievi e per la mia
toccò a me. Ma all’inizio dell’estate i soldati si accorsero che le patate stavano
finendo. Vi fu una indagine con ispezioni, interrogatori e sganassoni col calcio del
fucile. La situazione rischiò di diventare incontrollabile, finché un grosso incidente nel
lager parve placare gli animi, anche perché la direzione della fabbrica, su soffiata
degli internati italiani, provvide a fare sistemare le inferriate e soprattutto fece una
nuova fornitura di patate. Io divenni commerciante di sigarette: vendevo quelle che
ricevevo con i pacchi perché non fumavo. Ricordo i prezzi: una Popolare, un marco;
una Nazionale, un marco e mezzo; una Serraglio, due marchi.
Così ho potuto spendere tante volte sette marchi per acquistare i famosi di ticket del
pane. Le due razioni giornaliere di sboba con due etti e mezzo di pane distribuiti a
tutti i lavoratori coatti erano stati calcolati dai dietisti tedeschi al limite minimo di
sussistenza, e infatti non riuscivano a soddisfare la nostra fame; così tutti cercavamo
di ricorrere al supplemento di pane che era in libera vendita a sessantacinque
pfenning (centesimo di marco) per ogni pagnotta da un chilo.
Proprio sul pane entrava in gioco il mercato nero dei tagliandi esercitato dai
collaboratori dei nazisti. I negozi vendevano a noi una pagnotta da chilo solo se
consegnavamo un piccolo ticket di colore rosso pompeiano, che potevamo acquistare
da alcuni compagni di lavoro stranieri al prezzo di sette marchi. Quindi ogni pagnotta
ai prigionieri di ogni nazionalità e condizione veniva a costare sette marchi e
sessantacinque centesimi, dodici volte meno cinque centesimi il prezzo del negozio.
Secondo Radio Scarpa l’approvvigionamento dei ticket avveniva nelle grosse città
come Vienna e Salisburgo e al mercante costavano all’ingrosso sei marchi l’uno. Una
cosa avevo notato, ma non capito subito: i grossisti lavoravano poche settimane in
un reparto, poi venivano trasferiti in altri luoghi perché non dovevano correre il
rischio di essere scoperti come collaboratori.
Considerando che nella Germania nazista non esisteva niente di occulto perché la
Gestapo sapeva tutto di tutti, e che il pane avrebbe dovuto essere venduto razionato
con tessere come tutti gli altri alimenti, sulle prime non sapevo spiegarmi la faccenda
dei ticket. Tanto più che quei tagliandini si acquistavano al mercato cosiddetto nero,
ma che nella realtà era libero e si svolgeva sotto gli occhi di tutti. Solamente
l’interrogatorio del tenente mi fece capire, troppo tardi purtroppo, la chiusura del
cerchio. Non esistevano sotterfugi contabili, né diabolici mercanti, tutto era
organizzato discretamente dai nazisti, servendosi di collaboratori, per ritirare dal
mercato quei marchi che in mano di stranieri avrebbero potuto servire per azioni
dannose allo stato hitleriano.
Secondo interrogatorio
Ero così immerso nella ricerca di parole che potessero convincere il tenente della mia
verità, sprofondando di tanto in tanto in un pozzo nero senza luce che mi confondeva
le idee e mi portava angoscia e sconforto, che non sentii aprire la porta. Solo il
ticchettio di numerosi passi mi richiamò alla realtà. Davanti a me erano arrivati un
giovane sottotenente della NKVD, il solito interprete e due soldati, mentre non vidi
più quello che mi aveva custodito nell’intervallo. Alla vista di un altro berretto con
foderina verde il mio istinto di conservazione subito si risvegliò; mi sentii pronto per
un’ulteriore difesa e mi avvidi presto infatti che ne avevo un gran bisogno. L’ufficiale
ordinò ai due soldati di perquisirmi nuovamente. Dovetti spogliarmi completamente,
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guardarono se il mio corpo avesse segni particolari, ruppero le mie scarpe e le vesti
per vedere se c’erano nascoste cose particolari: ovviamente non trovano nulla.
Durante questa minuziosissima perquisizione il sottotenente leggeva i verbali del
superiore. Poi incominciò il suo interrogatorio sulla falsariga del primo, scrivendo
anche lui il proprio verbale. Il tono fu subito aspro, perentorio, sprezzante,
intercalato da frasi intimidatorie. Varie volte disse: “Sei un collaboratore e noi ti
puniremo” oppure, quando si sentivano sventagliate di mitra: “Ecco come noi
puniamo i collaboratori dei nazisti”. Pronunciava quelle parole trincianti come
sciabolate sogghignando. Dopo un serrato susseguirsi di botta e risposta dal quale io,
stremato e disperato, capivo il tono altamente spregiativo dell’ufficiale nei miei
confronti, a un tratto pieno di rabbia repressa sentii i miei occhi riempirsi di lacrime.
L’ufficiale, subito accortosi, mi rise in faccia.
Quell’atto di disprezzo mi fece ingoiare subito l’affanno e mi rimisi a battagliare. Dopo
qualche ora, così almeno sembrò a me, vi fu una pausa e, mentre il sottotenente
scriveva e controllava i verbali, io distrutto e sfiduciato pensavo alla grande
ingiustizia che si stava consumando nei miei confronti.
Ma perché proprio a me? Ma perché non potevo tornare a casa, dopo tante
disavventure e patimenti? Ma perché proprio la taccia di collaboratore dei nazisti,
quando invece ero stato sempre contro il nazifascismo, tanto da aver scelto la
prigionia piuttosto che ritornare in Italia a fianco dei repubblichini? Ero con la testa
piena di questi interrogativi quando rientrò il tenente.
Terzo interrogatorio
Il tenente dialogò col suo subalterno abbastanza a lungo. Poi cominciò un’altra fase
di interrogatorio, diversa dalle prime due. Il tenente domandava, io rispondevo
sempre attento e vigile e il sottotenente scriveva un altro verbale. Era la terza volta
che mi chiedevano quasi sempre le stesse cose. Ogni tanto il sottotenente,
cambiando sistema, mi rivolgeva frasi persuasive come: “Noi non vogliamo ucciderti,
è utile per te e per noi che tu confessi, così tu sei salvo e noi smantelliamo le trame
dei nazisti”.
Quando capivano che io ero tutto teso a ribattere, mi gettavano improvvisamente sul
tavolo, e questo per quattro o cinque volte, delle foto di ufficiali delle SS chiedendomi
a bruciapelo chi erano. Risposi invariabilmente che non li avevo mai visti, ed era
vero. Poi fecero introdurre dai soldati, anche questo varie volte, alcune persone alle
quali chiedevano se mi conoscevano. Fortunatamente, anche se erano terribilmente
spaurite, tutte scossero la testa con un no energico. Speravano forse che in un
momento di smarrimento io capitolassi, ma seppi reagire anche perché dicevo la
verità, come del resto quelle persone spaurite.
I controlli
Visti inutili le molte domande e gli stratagemmi, il tenente decise di andare a
prelevare il mio amico Vodicer e ispezionare il luogo dove ci eravamo accampati.
Partimmo in drappello mentre il sole stava calando. Davanti il tenente col mitra a
tracolla affiancato dall’interprete, io dietro e dopo di me un soldato con il fucile
spianato pronto a sparare.
Percorremmo circa un chilometro, dando ai rari passanti uno spettacolo di forte
emozione e di compassione verso di me, come leggevo nei loro volti. Arrivati nella
stube dell’ufficio trasformato in dormitorio, trovai Vodicer che mi aspettava
impaziente da tempo, col rancio freddo. L’interprete gridò: “Ruhe”, silenzio!
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Nessuno fiatò, ma mentre Vodicer mi allungava la gavetta piena, gli sussurrai: “Dire
solo la verità”. Mi misi a ingollare la zuppa, il soldato si era posto di guardia alla
porta, il tenente controllava gli zaini e l’ambiente, Vodicer e l’interprete erano
silenziosi in piedi. A un tratto con la coda dell’occhio vidi che il tenente si metteva in
tasca delle carte raccolte dal mio giaciglio. Un lampo mi attraversò la testa, rimasi un
attimo stordito, poi mi chiesi se quelle carte erano simili alle mie.
Là non lo seppi, però cominciai a essere speranzoso. Si rifece il drappello come prima
con l’aggiunta di Vodicer davanti, fra l’ufficiale e l’interprete, per evitare ogni
possibile dialogo anche solo a gesti. Stesse impressioni sui passanti: smarrimento,
preoccupazione, compassione. Arrivammo che era già buio; io fui rinchiuso in un
oscuro bugigattolo serrato con una catena, Vodicer salì le scale con l’ufficiale e
l’interprete.
L’attesa
Fu una notte d’inferno; mi si era acceso un lumicino di speranza, ma ero pieno di
dubbi e mi chiedevo una montagna di cose: “Ma questi due ufficiali della NKVD
saranno davvero imparziali e impegnati a scoprire la verità? Oppure, pressati
dall’impegno di trovare dei collaboratori dei nazisti da mostrare ai loro superiori,
useranno le vie più brevi, cioè le proprie argomentazioni, per dichiarare colpevoli due
italiani sperduti nel marasma della guerra”? Quando poi udivo sventagliate di mitra
mi chiedevo: “E’ forse Vodicer che viene ucciso?” Fu un dormiveglia da incubo, mi
sentivo fisicamente distrutto. Finalmente vidi un tenue barlume di luce, ero però così
stordito che sulle prime non riuscii a rendermi conto che era mattina. Poi con
l’aumentare della luce sentii qualche passo lontano e a poco a poco capii che mi
trovavo, infreddolito, rinchiuso nella cantina di un caseggiato.
La mattina
Finalmente venne un soldato ad aprire il lucchetto e a prelevarmi. Mi menò su per le
scale in un corridoio e, mentre già temevo di tornare nella sala degli interrogatori,
svoltò invece a sinistra. Così entrai in una calda cucinetta dove vidi bollire sulla stufa
a legna una pignatta di caffé – si fa per dire – e sopra la credenza un piatto grande di
fette di pane. Mi guardai attorno quando arrivò un altro soldato che portò via quasi
tutto; lasciò alcune fette di pane spalmato di margarina e del caffé. Il soldato che mi
aveva condotto là, con semplicità, direi anche con gentilezza, mi porse del pane e del
caffé che accettai di buon grado ma sbalordito. Poi il soldato se ne andò lasciandomi
solo. Capii di esser almeno in semilibertà, ma subito mi chiesi: “ E l’amico Vodicer
dov’è? che l’abbiano ucciso stanotte”?
La libertà
Mentre, seduto accanto a una finestra a lato della stufa, fantasticavo e mi chiedevo
dell’amico, sentii dei grossi tonfi provenire dal sottostante cortile; guardai dalla
finestra. Era Vodicer che di gran lena stava spaccando dei ceppi. Mi prese uno
scoppio di infinita felicità, ma non osai aprire la finestra e chiamarlo temendo un
trabocchetto, né lui alzò gli occhi. A un certo punto lo vidi entrare nel caseggiato con
bracciate di legna pronta per la stufa. Dopo un breve silenzio Vodicer assieme
all’interprete mi si parò davanti. Ero così immerso nei miei pensieri tra speranza e
timori che non avevo sentito nessuno scalpiccio di passi, né aperture di porte. Ci
abbracciamo con felicità immensa. Finalmente. L’interprete ci spiegò che eravamo
liberi, ma che dovevamo attendere il tenente per il lasciapassare. Mai attesa fu così
tranquilla e piena di gioia. Sul mezzogiorno il tenente ci fece chiamare, ci condusse
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alla porta d’uscita sulla strada principale, parlottò con i soldati di guardia e a noi
disse un secco: “Siete liberi”, restituendoci nel contempo i nostri documenti e le
lettere delle nostre famiglie. A me non restituì l’orologio d’oro, né io non feci alcuna
obiezione: ero troppo contento di com’era andata a finire. Noi due ci avviammo in
tutta fretta verso il nostro rifugio, entrambi in camicia e con le scarpe tutte rotte, che
usammo come ciabatte; comunque molto felici.
Scambio di resoconti
Così ci mettemmo a parlare dei nostri rispettivi interrogatori. Prima spiegai le mie
vicissitudini, poi parlò l’amico. Egli fu interrogato contemporaneamente dai due
ufficiali che furono entrambi aspri, duri, sbrigativi; intercalando botte e risposte con
frasi pressoché simili a quelle dette a me: “Ti conviene confessare tutto perché ormai
non devi salvare nessuno, il tuo amico l’abbiamo trovato colpevole e l’abbiamo
fucilato”.
Vodicer, in fondo anche lui come era successo a me, ci credeva perché di tanto in
tanto si sentivano raffiche di mitra, proprio quelle che io temevo venissero sparate
per uccidere l’amico. Per di più anche a lui il castello accusatorio sembrava
abbastanza logico, benché percepisse che qualcosa non andava; infatti non era a
conoscenza delle carte scritte da un pignolo LagerFührer da me raccolte e intascate
come carta igienica.
Capii che anche Vodicer fu fermo, preciso, sicuro di sé e che poté farlo meglio di me
perché conosceva varie parole in lingua russa, tanto che, mi disse, spesso parlava
direttamente con gli inquirenti. A notte tarda lo misero al chiuso in una stanza da
dove alla mattina lo fecero uscire per spaccare la legna. Certamente i due ufficiali,
fatti i riscontri, si convinsero che noi due italiani eravamo totalmente estranei a ogni
collaborazione e che anzi condannavamo sia Mussolini che Hitler.
I pacchetti dei souvenir
Arrivati all’accampamento, trovammo un po’ di viveri, ma i nostri zaini erano vuoti.
Subito mi venne in mente che il giorno prima dei fatidici interrogatori avevo
consegnato a Vodicer un pacchetto ben pieno dei miei tesori perché lo custodisse
mentre me ne andavo a Berndorf a rifornirmi. Chiesi subito all’amico del pacchetto,
pensando l’avesse nascosto in qualche luogo recondito, giacché non l’avevo visto
durante la perquisizione fatta dal tenente.
Allora Vodicer mi spiegò che dopo la mia partenza aveva pure lui raccolte le sue
preziosità in un pacchetto che consegnò poi, insieme al mio, a un vecchietto che
abitava là vicino e di cui si fidava perché con lui aveva condiviso più volte il rancio
giornaliero.
Finita la spiegazione, partì a razzo per riprendersi i due pacchetti. Aspettai un bel po’,
mentre fra me e me ammiravo il mio amico che, nonostante la sua misera
condizione, era stato così generoso da aiutare un povero vecchietto bisognoso di cibo
e di amicizia, senza che io suo grande confidente sapessi qualcosa. Mi rammaricavo
di non aver saputo imitarlo, quando rientrò mogio mogio scuotendo la testa.
Quel vecchietto, vista la perquisizione dei russi armati e poi noi due loro prigionieri
portati chissà dove, temendo di essere coinvolto per causa dei due pacchetti, la sera
stessa li portò accanto ai nostri zaini nel nostro dormitorio. Evidentemente di notte o
nella prima mattinata erano passati di là altri sbandati, come noi, che presero tutto
per soddisfare i loro tanti bisogni. Per questo contrattempo ci rammaricammo molto.
Addio ricordi e souvenir.
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L’ultima coincidenza
Rimanemmo in quell’accampamento altri giorni per avere la possibilità di ritornare a
Berndorf alla ricerca di vesti scarpe e cibo perché ormai avevamo perso tutto, ci
restavano solo due zaini vuoti. Così ritornammo nella cittadina alcune volte. La prima
ci fece addirittura vivere la fine dell’avventura con la NKVD, perché la saga delle
coincidenze finalmente ci consolava anche di avere perso i pacchetti dei tesori. Per
spiegarmi meglio credo opportuno partire dall’antefatto. Quando a metà settembre
del 1944 i tedeschi tolsero dai nostri lager le guardie armate e ci passarono sotto il
controllo della gendarmeria locale, noi italiani fuori del lavoro godemmo di una certa
libertà. Fu così che io e Vodicer cominciammo a frequentare le messe nel duomo di
Berndorf dove conoscemmo il chierichetto Otto.
Con lui passammo a conoscere sua madre che gestiva un modesto negozio di
alimentari, di cui ho già parlato, mentre il padre era militare. In quel negozio poi
andammo sempre a spendere i ticket. Nacque una vicendevole fiduciosa confidenza
tanto che la signora ci invitò al pranzo di Natale del 1944. In quell’occasione lei ci
diede alcune notizie sull’andamento della guerra ascoltate di notte da radio Londra.
Ritornammo in quella bottega varie volte e quando non c’erano clienti parlavamo
delle nostre famiglie e anche della guerra. Ci precisò che suo marito prima faceva
l’autista nel sud della Francia e poi ritirandosi era arrivato in Baviera, quindi
abbastanza vicino all’Austria dove eravamo noi.
Conquistati dalla gentile umanità di quella signora così diversa da tutte le altre donne
tedesche, quando capimmo che la guerra stava per finire, le chiedemmo l’indirizzo
per poter ringraziare lei e il marito delle cortesie ricevute, quando fossimo arrivati a
casa. Lo unimmo ad altri e lo mettemmo, ognuno per proprio conto, nei famosi
pacchetti contenenti i nostri tesori. Per salutare la gentile signora, pensando fosse
rientrata dalla fuga nel bosco, andammo subito da lei, anche per richiederle l’indirizzo
perduto.
La trovammo che piangeva in modo irrefrenabile. Cercammo di consolarla in qualche
modo e di conoscere il motivo del pianto. Fra le lacrime ci spiegò che Otto stava
bene, che il marito era ritornato sano e salvo e che non piangeva per le distruzioni,
ma perché aveva appena avuto notizia che il marito della sorella, grande invalido
della guerra di Russia, era stato ucciso per una tragica fatalità.
Il cognato all’arrivo dell’armata russa aveva avuto l’idea di salutare i fanti
conquistatori vestendo la divisa militare con appuntate sul petto tutte le sue
decorazioni. Stava appoggiato con la mano sinistra a una sedia, perché era senza
una gamba, quando all’entrata del primo soldato russo volle riceverlo col saluto
militare. Il fante, vedendo il movimento della mano e temendo che stesse per
sparargli, reagì con una sventagliata di mitra che uccise all’istante l’infelice. La
lasciammo sfogare poi insistemmo per salutare sia il marito che il figlio. Di botto ci
rispose che il marito viveva nascosto nei boschi perché era un soldato delle SS e che
il figlio gli faceva da staffetta per il cibo e le informazioni. Rimanemmo sbalorditi. Per
un po’ restammo silenziosi, poi, abituati alle grosse emozioni, facemmo finta di nulla.
Rapidamente chiudemmo la conversazione, non richiedemmo l’indirizzo, la
salutammo e partimmo. Camminando per altre strade commentammo il fatto e
concludemmo che la perdita di quei pacchetti ci aveva evitato ulteriori guai. Se il
tenente li avesse trovati certamente avrebbe letto gli indirizzi e dato che due
riguardavano persone di Berndorf avrebbe fatto dei riscontri e trovato il riferimento a
una famiglia il cui il capo era una SS; come minimo saremmo stati sottoposti ad altri
interrogatori, ad altre grandi paure.
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Wiener Neustadt
Fatti, in due riprese, i nostri rifornimenti partimmo verso sud, sapendo già da Radio
Scarpa che i russi avevano allestito un campo raccolta per gli stranieri a una trentina
di chilometri da noi. Il trenta aprile arrivammo all’accampamento e fummo alloggiati
in una scuola. Là trovammo quiete e distrazioni perché i russi ci permisero di fare
riunioni per cori, teatro e giochi. Rilassati, io e Vodicer rileggemmo l’episodio con la
NKVD e tutte le relative coincidenze strane.
Abbiamo dato atto al tenente che diresse gli interrogatori e l’ispezione di essersi
comportato in modo corretto perché sarebbe stato più facile per lui, per esempio,
mandare dei soldati a prelevare Vodicer e poi redigere a tavolino una relazione
basata sul primo castello accusatorio, senza preoccuparsi di controllare di persona i
riscontri. Evidentemente quell’ufficiale era consapevole che il futuro di due
sconosciuti italiani, miserelli e senza difesa, era nelle sue mani. Nel contempo in tutti
e due nacque forte e chiara la convinzione contraria alla pena di morte, praticata
allora in molti Stati.
Sulla nostra pelle avevamo riscontrato come fosse relativamente facile distorcere la
verità usando coincidenze fortuite e costruirvi sopra un atto accusatorio con
deduzioni e argomentazioni che possono sembrare veritiere.
Sono rientrato dalla prigionia l’undici settembre 1945 perché i russi ci hanno
costretto a subire delle attese e degli spostamenti che solo oggi ritengo politicamente
giustificati dai delicati rapporti dei russi con gli alleati anglo-americani.
Giuseppe Trevisan
100
Appendice
Riteniamo doveroso esprimere nel presente memoriale un vivo ricordo ai molti nostri
concittadini, viventi o deceduti, che non hanno potuto attestare presso questa
Associazione la loro posizione di ex combattenti e di ex reduci militari.
Perché poi non si perda la memoria della “Resistenza dimenticata 1943-1945” dei nostri
soldati prigionieri nei lager nazisti, crediamo opportuno accludere una breve documentazione
che avvalori il loro sacrificio subito nei vari stammlager sparsi in terra tedesca.
Elenco soci ANCR, sezione di Monselice, nell’anno 2005:
Domenico Ambrosi, classe 1919; Giuseppe Barbirato, 1918; Natale Baù, 1919; Olivo
Belcaro, 1923; Antonio Belluco, 1911; Lino Belluco, 1923; Oreste Belluco 1921; Attilio
Bizzotto, 1922; Giona Boaretto, 1914; Fiorindo Boetto, 1920; Italo Bortolami, 1909;
Orazio Bovo, 1923; Aldo Cambrai, 1922; Giovanni Canola, 1919; Giuseppe Cervellin,
1919; Gianluigi Crivellaro, 1924; Bellino Gabellotto, 1920; Trifone Gargano, 1915;
Pietro Gattolin, 1924; Augusto Gemo, 1914; Ferdinando Giora, 1919; Duilio Gusella,
1924; Nazzareno Imbrunito, 1920; Alfredo Lo Turco, 1920; Giovanni Lovato, 1923;
Clemio Magagna, 1921; Bruno Mardegan, 1919; Cesare Mardegan, 1922; Pietro
Marangoni, 1918; Francesco Marin, 1912; Cesare Ortolani, 1919; Antonio Pulin, 1926;
Egidio Scalzotto, 1915; Bruno Scarparo, 1911; Ruggero Scudeller, 1921; Sebastiano
Simari, 1912; Giuseppe Spinello, 1924; Dante Spirello, 1923; Rino Spirello, 1921;
Domenico Tiengo, 1923; Paolo Tiozzo, 1908; Giuseppe Trevisan, 1918; Cesare
Varotto, 1923; Valentino Zanetti, 1915; Stelvio Ziron, 1927; Angelo Zuppa, 1923.
I soci ultranovantenni, nel corso di una recente manifestazione patriottica, hanno ricevuto
un attestato di “Fedeltà” per la loro continua e lunga militanza presso questa Associazione.
Essendo impossibile elencare tutti i combattenti e reduci di Monselice che sono
deceduti nei sessant’anni dal dopoguerra, pensiamo sia doveroso ricordare almeno
quei soci che sono trapassati in questi ultimi anni:
Gaetano Lunghi, classe 1914, deceduto il 9.11.2002
Marino Bazzi, classe 1913, deceduto il 17.1.2003
Umberto Brombin, classe 1918, deceduto il 27.1.2003
Antonio Coletti, classe 1917, deceduto il 18.2.2003
Alfredo Polato, classe 1916, deceduto il 16.7.2003
Augusto Signoretto, classe 1913, deceduto il 6.9.2003
Nereo Gialain, classe 1920, deceduto il 22.12.2003
Domenico Baraldo, classe 1923, deceduto il 29.3.2004
Angelo Luppi, classe 1920, deceduto il 30.7.2004
Francesco Marin, classe 1912, deceduto il 3.4.2005
Bellino Gabellotto, classe 1920, deceduto il 23.9.2005
Dopo questo impegno di rimembranza auspichiamo che coloro che hanno vissuto e
patito i duri anni dell’ultima guerra trovino il desiderio e la forza di raccontare le loro
personali vicissitudini. Tutto questo perché le giovani generazioni possano
comprendere sempre più e sempre meglio gli enormi sacrifici sopportati dai loro nonni.
Monselice, novembre 2005
La Presidenza della Associazione Combattenti e Reduci
Sezione di Monselice
101
102
103
Indice
Pagina
Prefazione
3
Introduzione
5
Bruno Bussolin
7
Giuseppe Barbirato
9
Pietro Gattolin
17
Clemio Magagna
31
Bruno Mardegan
43
Vittorio Rebeschini
67
Giuseppe Trevisan
77
Appendice
101
Stampato in proprio a cura della ANCR
Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, sezione di Monselice,
Via Dante 1, 35043 Monselice (PD)
CF 80078250588
Novembre 2005
105
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