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Cellulare, teens in "libertà vigilata"

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Cellulare, teens in "libertà vigilata"
MILANO
Cellulare, teens in "libertà vigilata"
Secondo una ricerca del Cremit il telefono mobile è diventato un secondo cordone
ombelicale: lega e libera allo stesso tempo. Gli adolescenti e gli usi di uno strumento
sempre più oggetto sociale
[Pubblicato: 30/10/2008]
Sono nati con in tasca il cellulare che, mentre li emancipa, li lega anche ai genitori come un
secondo cordone ombelicale. Sono gli adolescenti di oggi, una generazione “nativa digitale”,
che non ha un “prima” e un “dopo” rispetto alla diffusione del telefono mobile. Fa parte del loro
ambiente mediale e sociale e più del 90% ne possiede uno personale. Al loro rapporto con il
telefono mobile il professor Pier Cesare Rivoltella (nella foto sotto), docente di Tecnologie
dell'istruzione e dell'apprendimento e direttore del Cremit, ha dedicato uno studio qualitativo
commissionato dall’Osservatorio sull’immagine dei minori. Dei ragazzi sottoposti a questionario
e a focus group, la maggioranza lo usa da 4 (23,4%), 5 (28%) e 6 anni (17,2%). L’utilizzo è
quotidiano per il 90% dei partecipanti alla rilevazione; la metà lasciano il cellulare acceso
sempre, anche di notte. Due terzi di loro dichiarano di averlo cambiato tre e più volte da
quando ne fanno uso. Lo utilizzano per inviare messaggi, scattare fotografie e telefonare,
sfruttando i vantaggi di tariffe economiche. Decisamente meno frequenti Mms, Internet e
video. In posizione intermedia le pratiche di gioco.
La ricerca dell’Università Cattolica mirava a vedere soprattutto i profili d’uso da parte dei
ragazzi. Il dato che salta subito all’occhio è che non esiste una differenza tra studenti dei licei e
dei professionali, se non per il grado di consapevolezza critica legato alla maggiore cultura. Per
tutti, però, il cellulare è “utile e invasivo” allo stesso tempo, sempre meno “strumento” e
sempre più “protesi di competenza sociale”. Il telefono mobile diventa un oggetto sociale, vero
nodo di allacciamento delle reti di cui i ragazzi sono parte. «È come se i ragazzi avessero fatto
un bilancio tra i vantaggi e gli svantaggi dell’uso del cellulare – afferma il professor Rivoltella analizzandone pregi e difetti proprio in chiave sociale. Sono le reti e le relazioni, cui gli
adolescenti dimostrano di tenere moltissimo, la posta in gioco. L’invasività è forse il prezzo da
pagare». Gli adolescenti accettano così un duplice compromesso legato al cellulare: di essere
sempre connessi, pur di non perdere le occasioni di socialità che questo strumento consente.
Dall’altro di essere sempre reperibili da parte dei genitori, pur di potere guadagnarsi maggiore
libertà di uscire.
«Quest’ultimo fenomeno, definito da alcuni come telemothering, permette di riconcettualizzare
il cellulare come spazio di negoziazione e di collaborazione tra adulti e ragazzi piuttosto che
come strumento di allontanamento, perché permette di istituire complicità, di pattuire accordi,
di esercitare il controllo o di vivere la libertà», spiega il direttore del Cremit. I ragazzi
sembrano vivere il telefonino come il dono “spartiacque” che testimonia il guadagno di una
certa condizione di emancipazione dalla famiglia: tecnologia di libertà, il cellulare libera dalla
preoccupazione di trovare un telefono per comunicare con i genitori, soprattutto consente di
lasciarli tranquilli e proprio per questo garantisce un maggior spazio di azione. D’altro lato per
il genitore il cellulare è vissuto come il mezzo essenziale che serve a contingentare la sua
ansia; tecnologia di controllo, il cellulare (pur non consentendo di sapere “dove” esattamente il
figlio si trovi) permette un aggiornamento in tempo reale sullo stato di salute del figlio, le sue
intenzioni, e costituisce la certezza che in caso di difficoltà potrà sempre mettersi in contatto
con la famiglia.
Al di là dei possibili rischi, il cellulare è visto sia dai genitori che dai figli come uno strumento
utile e gli usi che se ne fanno tendono a convergere, come se questo strumento generasse la
possibilità di una intermediazione intergenerazionale e intrafamiliare. «Ci sono sempre più
genitori e adulti che “messaggiano”, ma anche sempre più adolescenti che usano il telefono
per programmare la propria agenda, proprio come gli adulti», spiega Rivoltella. «E poi ci sono
anche forme di controllo alla rovescia, con i ragazzi che dichiarano di controllare con chi
scambiano messaggi i genitori».
Ciò a cui si assiste complessivamente è un fenomeno di “normalizzazione” del cellulare: «È
talmente integrato nel vissuto - sostiene il direttore del Cremit - che non ha senso ed è
anacronistica una prospettiva espulsiva dagli ambiti della vita dei ragazzi». Anche da contesti
formativi come la scuola, dove i ragazzi rivelano una presenza capillare del mezzo nonostante
sia vietato. Per il professor Rivoltella è molto meglio responsabilizzare o addirittura integrare la
tecnologia per finalità formative. Ma la ricerca doveva fermarsi a capire come i ragazzi usano il
cellulare. Da qui in poi si apre, per tutti, la responsabilità degli interventi educativi.
Paolo Ferrari
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