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P. PALAZZI, L. PARODI, G. MURIALDO, A. FRONDONI

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P. PALAZZI, L. PARODI, G. MURIALDO, A. FRONDONI
ARCHEOLOGIA DI UN BORGO
DI FONDAZIONE SIGNORILE:
IL BURGUS FINARII (FINALBORGO, SV)
SCAVI 1997-2001
di
PAOLO PALAZZI, LOREDANA PARODI,
GIOVANNI MURIALDO, ALESSANDRA FRONDONI
Finalborgo, menzionato nelle fonti scritte medievali
come il Burgus Finarii, costituisce un abitato di fondazione
signorile, sorto nella piana alluvionale alla confluenza dei
torrenti Pora ed Aquila, nell’immediato entroterra del Finale. Per questo borgo nuovo appare evidente l’inserimento
in un preordinato progetto di pianificazione e riorganizzazione territoriale, attuato da Enrico II del Carretto tra la fine
del XII e gli inizi del XIII secolo. Questo processo si inquadra nel radicamento del controllo signorile su un territorio,
quale il Finale, caratterizzato da stretti sistemi vallivi attraversati da vie di comunicazione tra la costa e l’oltregiogo
liguro-piemontese. In queste aree si concentravano gli interessi patrimoniali dei marchesi di Savona, o Del Carretto,
dopo la perdita da parte di questo stipite di derivazione aleramica del controllo sui centri costieri di Savona e Noli,
che tra il 1191 ed il 1193 raggiunsero la completa emancipazione comunale (COLMUTO ZANELLA 1972, pp. 339-40;
MURIALDO 1988; 2000; PROVERO 1994).
Un atto notarile, rogato nell’ottobre 1213 in Burgo
Finarii, fornisce la prima attestazione documentaria dell’esistenza del nuovo abitato (IEA 1935, doc. LXII, pp. 834), posto alla falda dell’altura del Becchignolo, in un punto
strategico per il controllo delle strade, che univano il Finale
all’Alta Valbormida, dove nel 1206 Enrico II fondò il borgo
di Millesimo, in prossimità del ponte già esistente sul fiume Bormida (BALBIS 1981; 1988).
Peraltro, una visuale limitata alla sola prospettiva del
controllo di tragitti viari non appare esprimere completamente
un fenomeno complesso, quale quello connesso alla fondazione di ville e borghi nuovi comunali o signorili, registratosi in Piemonte e Liguria tra XII e XIII secolo (Nuove fondazioni 1988; COMBA 1991; Borghi nuovi 1993; PANERO 1996;
2000; 2000a). I reali connotati di questo processo, relativamente limitato nel tempo, possono essere meglio colti se esso
viene proiettato nell’ambito di una radicale riorganizzazione
degli assetti territoriali, quale presupposto del mantenimento
e rafforzamento dell’esercizio di poteri amministrativi, fiscali
e giudiziari, al culmine di quel processo di trasformazione e
riqualificazione del dominio sulle aree rurali, che vide il passaggio da una signoria di banno ad una di tipo territoriale
(PROVERO 1998; 2000).
La lacunosità delle fonti documentarie nel caso di Finalborgo e la mancanza di informazioni archeologiche non
consentono di definire in modo dettagliato le modalità e le
fasi di formazione di molti di questi borghi. I modelli urbanistici appaiono comunque riconducibili ad impianti impostati secondo assi ortogonali, con mura di cinta raccordate
a posizioni fortificate collocate su alture dominanti l’abitato, oppure su schiere allineate lungo assi viari, tradendo
l’adattamento a tracciati stradali, come nei casi di Millesimo e Zuccarello (MELAI 1988).
Tra il 1997 ed il 2001, una serie di indagini archeologiche è stata condotta all’interno dell’abitato di Finalborgo
dal Museo Archeologico del Finale e dalla locale sezione
dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri per conto della
Soprintendenza Archeologica della Liguria (Fig. 1). Esse
hanno consentito di acquisire nuove informazioni sull’occupazione della piana alluvionale anteriormente alla costituzione dell’abitato murato, sulle fasi più antiche del Burgus
Finarii e sulla sua successiva evoluzione urbanistica (Archeologia a Finalborgo 2001).
Sebbene l’aspetto attuale del Borgo rifletta soprattutto
le trasformazioni sette- ed ottocentesche (BALLARÒ, GROSSI 2001), l’impianto ad assi ortogonali dei nuclei centrali
esprime chiaramente una pianificazione urbanistica preordinata, da ricondurre alle sue fasi medievali.
Non è attualmente nota l’esatta data di fondazione del
Burgus Finarii, per il quale l’atto del 1213 costituisce una attestazione relativamente tardiva. Le indagini archeologiche, rese
possibili in alcuni slarghi della maglia edilizia attualmente liberi da edifici, da un lato hanno dimostrato come, contrariamente a quanto in precedenza ritenuto, il Burgus Finarii non
sorse in un’area completamente libera da insediamenti preesistenti. Dall’altro, esse hanno apportato alcuni elementi che inducono a ritenere come non necessariamente la planimetria
originale dell’abitato coincidesse con quella attuale.
PIAZZA DEL TRIBUNALE (Area 4000)
Lo scavo archeologico ha interessato una porzione di
piazza direttamente antistante al palazzo marchionale, o del
Tribunale, dove è stata indagata un’area di circa 100 m2
fino a -2 m dal piano stradale attuale, con una profondità
massima di -5 m, raggiunta su una superficie di circa 40 m2.
Periodo I – Alla quota più bassa, interessata dalla presenza
della falda freatica, sono stati rinvenuti i resti di alcune strutture riferibili al più antico nucleo insediativo raggiunto dallo
scavo. Essi sono costituiti da strutture di delimitazione in ciottoli fluviali a secco e da un piano in cocciopesto, circondato
sui lati ovest e nord da un cordolo di malta, che conservava
l’impronta di alcuni elementi litici allineati. Purtroppo, l’affioramento della falda freatica e la notevole profondità raggiunta dallo scavo non hanno consentito una più ampia indagine delle stratigrafie connesse, caratterizzate unicamente
dalla presenza di ceramica priva di rivestimento, di frammenti di contenitori in pietra ollare talcoscistica a pareti
ispessite e di un frammento di tegola ad alette.
Periodo II – Su queste strutture si sovrappose un possente
edificio, di cui sono stati messi in luce parte del lato meridionale e di quello orientale, eccezionalmente conservati in alzato per oltre 3 m a causa della sopraelevazione dei suoli
d’uso anteriormente alla costruzione del palazzo del Tribunale. Le murature di questo originario edificio sono caratterizzate dall’utilizzo di elementi litici squadrati, disposti in
filari regolari (Fig. 2). Esso presentava una porta eccentrica
rispetto all’asse della facciata, con stipiti in “Pietra di Finale” accuratamente lavorati e soglia monolitica. In particolare
l’angolo sud-est presenta cantonali di maggiori dimensioni,
sempre in “Pietra di Finale”. Un’analisi mediante C14, eseguita sui resti carboniosi pertinenti ad un piccolo focolare
addossato alla risega di fondazione dell’edificio, ha indicato
una datazione al X secolo, con date medie calibrate corrispondenti al 970 d.C. Una seconda datazione assoluta al C14,
eseguita su carboni rinvenuti in prossimità della soglia d’ingresso nei livelli corrispondenti alla fase di fondazione e di
uso iniziale dell’edificio, ha fornito una data media calibrata
al 1010 d.C. Essa conferma il precoce utilizzo di quest’area a
scopo insediativo, di molto anteriore rispetto alla supposta
data di fondazione del Burgus Finarii.
Un ulteriore elemento di datazione al X secolo per questi
livelli stratigrafici, caratterizzati unicamente da pochi frammenti di ceramica priva di rivestimento e pietra ollare, è costituito da un gettone in lega, recante un uccello stilizzato,
riconducibile al permanere in uso di motivi iconografici pertinenti alla monetazione sassone e franca altomedioevale.
Periodo III – Agli inizi del XII secolo l’edificio fu interessato da una prima fase di ristrutturazione con la creazione
al suo interno di un nuovo piano di calpestio, mediante sopraelevazione del terreno, caratterizzato dalla presenza di
ceramica invetriata verde d’importazione.
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Fig. 1 – Finalborgo (SV): planimetria dell’abitato con indicazione
delle aree di scavo.
Nel corso del XII secolo all’angolo sud-est dell’edificio fu addossata una seconda struttura muraria, leggermente aggettante rispetto al perimetrale sud dell’edificio, ma
allineata con esso.
Questa seconda muratura, che evidenzia una tecnica
costruttiva molto meno accurata rispetto alle precedenti,
presentava una deposizione in filari più irregolari degli elementi litici, di più piccole dimensioni e solo sbozzati nella
faccia a vista. Anche i cantonali presentavano una minore
accuratezza di esecuzione ed il legante era costituito da malta
povera e facilmente disgregabile.
A questa muratura si legava un terzo muro, con andamento nord-sud, di analoga tessitura e caratterizzazione degli elementi litici. Esso costituì la base di fondazione della facciata
delle case a schiera medievali prospettanti sulla prosecuzione
dell’attuale Via Torcelli, anteriormente all’apertura della Piazza del Tribunale avvenuta nel tardo XVIII secolo.
In questa fase l’area scavata all’esterno del grande edificio risulta quindi delimitata, almeno su due lati, da murature che definiscono uno spazio chiuso in cui venne realizzata una massicciata in pietre, coperte da un sottile strato di
cocciopesto rosato.
Periodo IV – A questo primo piano pavimentale vennero sovrapposti riporti di terreno ghiaioso, prelevato dai letti dei vicini torrenti Pora ed Aquila, rimarcati da elementi carboniosi
sulle superfici. Nella prima metà del XIII secolo questo spazio
venne diviso in due ambienti affiancati, dove furono realizzati
alcuni grandi focolari su riquadri in mattoni disposti di piatto e
separati da un tramezzo ligneo su cordolo in pietra.
Periodo V – Tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, la
costruzione del Palazzo del Tribunale, la domus Capituli o
il palatium ubi ius redditur come riportato nelle fonti documentarie, comportò la rasatura delle murature preesistenti
ed il riassetto dello spazio antistante l’edificio pubblico, occupato fino al tardo Settecento dalla prosecuzione delle case
a schiera, allineate secondo assi paralleli, come è chiaramente visibile nella planimetria di Finalborgo redatta nel 1715 da
Gio. Gherardo de Langlade (COLMUTO ZANELLA 1982, pp. 4649; BALLARÒ, GROSSI 2001, pp. 111-5).
Periodo VI – Sui precedenti impianti delle case medievali
furono realizzati gli edifici del XVI secolo, che presentano
una tecnica muraria completamente differente e caratterizzata da un abbondante reimpiego di materiali.
Lo scavo ha interessato una di queste abitazioni, denominata la “Casa del Cancelliere” e raffigurata in un disegno
settecentesco, conservato presso l’Archivio di Stato di Genova. Essa era separata dal Palazzo del Tribunale da uno
stretto passaggio voltato, che consentiva al piano rialzato la
comunicazione diretta tra i due edifici. Al piano terra sono
stati parzialmente scavati quattro vani: uno adibito verosimilmente ad atrio, con pavimento in lastre di ardesia; due a
cantina, con suolo in battuto di terra; nel quarto era presente un sistema di raccolta delle acque con tubature in laterizio e condutture di deflusso.
Periodo VII – Alla fine del XVIII secolo, quando il governatore genovese Benedetto Andrea Centurione, menzionato nel fregio in facciata, promosse l’ampliamento del Palazzo del Tribunale ed il rifacimento del fronte principale,
la “Casa del Cancelliere”, in precario stato di conservazione, venne demolita assieme alle abitazioni adiacenti per fare
spazio all’ampia piazza attualmente visibile.
PIAZZA S. CATERINA (Area 3000)
Lo scavo archeologico ha interessato la parte di Piazza
S. Caterina retrostante l’abside gotica dell’omonima chiesa
conventuale domenicana, sorta in una zona marginale all’interno del Borgo addossata alle mura occidentali (ROSSINI 1981;
S. Caterina 1982; MURIALDO 1983). In quest’area, durante i
lavori di rifacimento della pavimentazione, erano emersi i
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Fig. 2 – Finalborgo, piazza del Tribunale: rilievo dell’apparato murario esterno dell’edificio datato al X secolo (rilievo di P. Palazzi e L.
Parodi).
Fig. 3 – Finalborgo, piazza S. Caterina: rilievo delle murature esterne del lato settentrionale della “casa dei focolari” con la porta
tamponata (rilievo di L. Parodi e M. Panizza).
resti delle strutture murarie pertinenti al coro aggettante tardo-cinquecentesco ed a un vano contiguo.
Periodo I – La stratigrafia più antica, raggiunta dallo scavo a
circa -4,5 m di profondità solo su una superficie ridotta a causa
dell’affioramento della falda freatica, era pertinente a strutture
costituite da due muretti in grossi ciottoli fluviali legati da argilla gialla. Queste semplici strutture, associate ad alcuni focolari variamente strutturati sono databili ad un momento anteriore alla fondazione del Burgus Finarii, nell’ambito dell’XI
secolo. Un ulteriore saggio in profondità ha indicato la sottostante presenza di sabbie ed argille sterili, che sembrano concludere la dinamica insediativa in quest’area.
Periodo II – Alle strutture pertinenti all’iniziale fase occupazionale si sovrapposero due murature perpendicolari, in
pietre legate da malta, riferibili ai perimetrali di un edificio
ad uso civile. Una di esse, pur risultando tagliata dalla fossa
di fondazione della chiesa gotica, si è conservata per circa
due metri di altezza e presenta un’apertura delimitata da
stipiti in grossi conci squadrati di “Pietra di Finale” (Fig.
3). Questa porta, che consentiva l’accesso dall’esterno, dopo
una prima fase di utilizzo, aveva subito una sopraelevazione della soglia con un ampliamento degli stipiti e infine una
definitiva obliterazione mediante tamponamento in muratura. Non venne, comunque, a mancare la destinazione abitativa dell’edificio, che fu utilizzato fino al momento della
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Periodi II-III-IV – Questi vani abitativi vennero demoliti
alla fine del XV secolo, nell’ambito dell’ampliamento degli spazi conventuali con la costruzione del chiostro, e successivamente intaccati dalle fosse di fondazione dei corpi
di fabbrica aggiunti nell’Ottocento e da impianti produttivi
relativi al periodo di utilizzo a carcere del complesso conventuale.
CONCLUSIONI
Fig. 4 – Finalborgo, piazza S. Caterina: “reposadero de tinaja”
islamico in ceramica invetriata (fine XII-prima metà XIII sec.) (disegno L. Parodi).
costruzione dell’edificio ecclesiastico. A conferma del rapido ed imponente sollevamento dei piani d’uso dell’abitato registratosi a Finalborgo tra XII e XV secolo, all’interno
della casa è stata scavata una successione di livelli di calpestio, alternati a riporti artificiali di terreno ghiaioso, ai quali
era associata una fitta sequenza di undici focolari sovrapposti e variamente articolati, costituiti da piani in mattoni
di reimpiego, con o senza delimitazioni in pietra, in lastre
di pietra scistosa, in ciottoli fluviali oppure, talvolta, in semplice piano di argilla concotta.
Periodo III – Poco dopo la metà del Trecento, l’edificazione
della chiesa di S. Caterina, per la quale è nota la bolla di fondazione del 1359, comportò la demolizione di parte delle strutture pertinenti all’edificio denominato dagli scavatori la “Casa
dei focolari”. Venne scavata l’imponente fossa di fondazione
della chiesa conventuale affiancata da riempimenti e livelli di
cantiere sui quali fu successivamente stesa una pavimentazione in malta, probabilmente da ricondurre a quella platea Sancte
Catherine menzionata dai documenti medievali.
Periodi IV-V-VI – Alla fine del XVI secolo, alla chiesa fu
aggiunta un’abside semicircolare, che interessò in profondità la stratigrafia all’esterno dell’edificio medievale. Del
vano absidale tardo-cinquecentesco è risultato completamente assente il piano pavimentale, probabilmente asportato durante la sua demolizione, effettuata nel 1826, nell’ambito dei lavori di trasformazione del complesso conventuale in casa di detenzione (MURIALDO 1982).
SECONDO CHIOSTRO DI S. CATERINA (Area 2000)
E GIARDINO DELLE MURA (Area 5000)
Durante i recenti restauri del complesso conventuale di
S. Caterina, sono stati condotti due saggi stratigrafici nell’ala settentrionale del piccolo chiostro tardo-quattrocentesco e nel retrostante spazio aperto, posto alle falde del
Becchignolo.
Periodo I – Nell’area 2000, a circa -2 m di profondità dal
suolo attuale, è stata scavata una fitta serie di suoli argillosi
con focolari in mattoni, pertinenti ad un vano abitativo databile al XIII secolo, del quale sono stati intercettati parzialmente due muri perimetrali paralleli. In adiacenza alla
muratura ovest è stata ritrovata l’impronta sul terreno di un
armadio o cassettone con pietre di zeppatura agli angoli,
che conteneva un paio di forbici in ferro ed una grande ciotola in graffita arcaica tirrenica.
Alla medesima schiera di case, poste in un’area periferica dell’abitato, in prossimità del torrente Pora, sono riconducibili alcune strutture murarie emerse alla stessa quota nella retrostante area 5000.
Le indagini archeologiche condotte tra il 1997 ed il 2001
a Finalborgo hanno fornito importanti informazioni sulle
dinamiche insediative in questo centro abitato cruciale nel
quadro dei domini dei Del Carretto e sulle connotazioni urbanistiche del Burgus Finarii. Da un lato, si è confermata la
possibile fondazione del nuovo abitato nell’ambito della
seconda metà del XII secolo, momento al quale sembrano
riconducibili la casa rinvenuta in Piazza S. Caterina e la
ristrutturazione dello spazio adiacente all’iniziale edificio
di Piazza del Tribunale, rimasto in uso per un certo periodo
dopo quella data. Contrariamente a quanto ritenuto in precedenza, il borgo signorile fu fondato in un’area già occupata almeno da un grande edificio, datato su basi archeometriche ad un momento anteriore all’ultimo trentennio del
X secolo e costruito da maestranze in grado di adottare avanzate tecniche edilizie. Le sue funzioni rimangono incerte.
Esso, peraltro, sorgeva ai piedi dell’altura del Becchignolo,
in possibile relazione col punto in cui iniziava l’ascesa della strada di collegamento tra il fondovalle del Pora e Perti,
diretta verso l’Alta Val Bormida ed il Piemonte meridionale.
Sia l’edificio in muratura individuato in Piazza del Tribunale che quello di Piazza S. Caterina si sovrapposero a
strutture abitative più o meno articolate con muretti in pietre a secco o legate da terra, cui si associavano focolari ed
un tratto di pavimentazione in cocciopesto, databili tra VIII
e X secolo nel primo caso, o all’XI secolo per il secondo.
Esse costituiscono le più antiche fasi occupazionali della
piana alla confluenza tra l’Aquila ed il Pora finora note.
L’innesto nel tessuto urbano del Borgo del Palazzo del
Tribunale e, nel 1359, dell’insediamento conventuale di
S. Caterina, seguito nel 1372-75 dal trasferimento entro le
mura della parrocchiale di S. Biagio (MURIALDO 1988, p. 61),
comportò la demolizione di edifici preesistenti, i cui resti si
conservarono in alzato per la rapida crescita dei suoli verificatasi tra XII e XV secolo all’interno dell’abitato.
Le diverse aree indagate hanno restituito una notevole
quantità di reperti, che costituiscono al momento la più cospicua fonte d’informazione fornita dall’archeologia medievale e post-medievale per il Finale. I reperti ceramici ed
i vetri testimoniano l’elevato tenore di vita del borgo medievale con materiali importati tra XI/XII e XV secolo dai
principali mercati mediterranei (Nordafrica e Spagna islamica, Mediterraneo orientale, Italia meridionale), pur predominando ceramiche da mensa prodotte nella vicina Savona (ingobbiate monocrome, graffite arcaiche tirreniche,
maiolica arcaica) ed in altri centri liguri o toscani. Dati preliminari su alcune classi ceramiche sono stati presentati in
altre sedi (FRONDONI et al. 2000; 2001; 2002; GARCÌA PORRAS
2001; Archeologia a Finalborgo 2001).
Nelle fasi anteriori alla fondazione del Borgo, accanto a frammenti di olle e boccali in ceramica priva di rivestimento, probabilmente di produzione locale, si riscontra una buona attestazione di recipienti in pietra ollare talcoscistica, proveniente dalle
Alpi centrali, per la quale si nota una tecnica di lavorazione a
pareti ispessite, che sembra caratterizzare le produzioni anteriori al XII secolo. Successivamente, essa risulta completamente abbandonata per l’affermazione di recipienti di grandi
dimensioni, a pareti sottili e fondo concavo.
Nei livelli di XII-XIII secolo compaiono ceramiche d’importazione, per lo più riconducibili ai tipi invetriati verdi, diffusi nel mondo islamico ed attestati anche in altri scavi ligu-
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ri. In particolare, alcuni frammenti trovano confronti con la
produzione andalusa anteriore al periodo almohade (11471269). Sono presenti anche ceramiche smaltate islamiche con
decoro a cobalto e manganese, di produzione nordafricana,
tra cui un piede ad anello con tipico motivo a graticcio entro
ovale ed un fondo, decorato in verde e bruno sotto vetrina,
che trova confronti con un bacino della chiesa di S. Paragorio a Noli, datato all’XI secolo.
Enigmatica e di particolare interesse è risultata la presenza nella “Casa dei focolari” di Finalborgo dell’unico
esemplare finora rinvenuto in Italia di “reposadero de tinaja”,
un oggetto in ceramica invetriata peculiare del mondo islamico (Fig. 4). Esso costituiva la base di sostegno della
“tinaja”, grande contenitore di forma globulare destinato
alla conservazione e refrigerazione dell’acqua, abitualmente
collocato in punti nevralgici della casa ispano-musulmana
del periodo tardo-almohade (fine XII-prima metà XIII secolo), quali il patio o la sala principale. La complessa decorazione con motivi simbolici o epigrafici islamici evidenzia, più che una dimensione utilitaria, una chiara funzione estetica ed ornamentale con precise valenze simboliche, che rendono problematica l’interpretazione del suo rinvenimento in questo contesto (FRONDONI et al. 2000, pp. 1801).
Sempre dall’area iberica provengono esempi di ceramica smaltata, databili tra XIII e XV secolo. Alle ceramiche “nazarì” in “loza dorada”, prodotte nel regno di Granada, seguono le più tardive produzioni valenzane, con il “tipo
Pula”, la “loza azul” di Paterna e quelle del “gruppo classico”, con motivi decorativi gotici in blu e lustro metallico,
databili al XV secolo (GARCÌA PORRAS 2001).
Alcuni tipi ceramici, sebbene costituiti da singoli esemplari, risultano comunque importanti per la definizione qualitativa degli arredi delle case privilegiate di Finalborgo.
Dall’Italia meridionale proviene un frammento di ciotola
con piede ad anello in protomaiolica pugliese del gruppo I
brindisino, con decoro di tipo vegetale, databile intorno alla
metà del XIII secolo (FRONDONI et al. 2002). Un fondo di
ciotola carenata del tipo a “spirale-cerchio” appare invece
riconducibile alla produzione veneta della seconda metà del
XIII secolo (FRONDONI et al. 2000, pp. 179-80).
A partire dalla metà del XIII secolo il mercato locale
risulta largamente coperto dalle produzioni in ingobbiata
monocroma e graffita arcaica tirrenica della vicina Savona,
anche se alcuni impasti anomali, associati a forme e decorazioni in parte diverse da quelle tipicamente savonesi, hanno indotto ad ipotizzare l’esistenza nel Finalese di botteghe
locali, che imitavano il vasellame del principale centro di
produzione (FRONDONI et al. 2001, p. 54).
Il XIV ed il XV secolo risultano invece dominati da
forme aperte e chiuse in maiolica arcaica, sia pisana che
ligure, e da abbondante ceramica invetriata da fuoco, soprattutto di produzione locale ma anche provenzale.
Di particolare interesse sono risultati i vetri, sia destinati
all’uso su tavola (bicchieri apodi variamente decorati o lisci,
calici a coppa, bottiglie a corpo globulare, etc.) che all’illuminazione domestica (lucerne e lampade da sospensione o
da tavolo), con un ricco repertorio di forme, che intensificarono la loro presenza a partire dalla fine del XIII secolo. Per
due eccezionali lucerne in vetro opaco rosso e nero è stato
possibile stabilire una relazione con produzioni pugliesi nel
primo periodo angioino (fine XIII secolo) (FALCETTI, in Archeologia a Finalborgo 2001, pp. 25-7).
Si tratta comunque di un quadro archeologico che denota un elevato tenore di vita già nelle fasi più antiche del
borgo signorile, a conferma della residenza in esso di ceti
privilegiati, che abitavano case in pietra di un certo prestigio. Sotto questo profilo, la situazione sembra riflettere un
ambito di tipo nettamente urbano, che consente di affiancare il Burgus Finarii a quelle importanti città mercantili liguri, quali Genova e Savona, aperte sui principali centri commerciali mediterranei.
La vivacità ed eterogeneità dei rapporti economici del
Borgo finalese trovano ulteriori conferme nei reperti numismatici, con una prevalenza di coniazioni genovesi, cui si
affiancano monete di Asti e di zecche marchionali piemontesi (Chivasso, Cortemilia), di Bergamo, Pavia, Pisa. Sono
presenti, inoltre, monete francesi (marchesato di Provenza,
arcivescovato di Arles, monete coniate dagli Angiò nella
contea di Provenza tra il 1277 ed il 1337, regno di Francia),
nonché del regno di Castiglia e Léon. Non trascurabile appare la presenza di monete di XIV-XV secolo riconducibili
alle dominazioni angioine e aragonesi sul regno di Napoli e
sulla Sicilia (cfr.: MURIALDO, in questo volume).
Nel XVI secolo fu attuata una completa ricostruzione sulle fondazioni più antiche degli edifici civili venuti alla luce in
Piazza del Tribunale, dove è stato possibile cogliere la successione diacronica delle abitazioni tra il X ed il XVIII secolo e
delineare gli assetti urbanistici di questa parte di Finalborgo.
Le case in uso tra XVI e XVIII secolo furono realizzate ex
novo sui precedenti impianti medievali, come dimostrato dalle
differenti tecniche murarie, caratterizzate nelle fasi più recenti
da un abbondante reimpiego di materiali. Inoltre, nuove logiche urbanistiche sono riconoscibili per l’apertura di più ampi
spazi accanto ai palazzi pubblici, come si registra per la Piazza
del Tribunale, frutto di interventi collocabili intorno al 1781,
quando Benedetto Andrea Centurione promosse l’ampliamento
del Palazzo del Tribunale, ormai divenuto il palazzo del Governatore, ed il rifacimento della facciata.
Sebbene queste indagini, condotte in emergenza nell’ambito di più complessi interventi di recupero e valorizzazione
del patrimonio monumentale ed urbanistico, si siano limitate
allo scavo di aree relativamente ristrette rispetto all’estensione complessiva dell’abitato medievale, esse sottolineano l’importanza dei dati desumibili attraverso l’archeologia urbana
in centri per i quali le fonti documentarie forniscono solo
informazioni parziali circa le fasi più antiche.
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