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Le lezioni di coach Peterson

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Le lezioni di coach Peterson
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Le lezioni
di coach
Peterson
Ma all'epoca ero molto giovane, 26 anni, e anche propenso alle esagerazioni. Per far capire a Jim che non poteva continuare, testardamente, a palleggiare e perdere
la palla, gli dissi: "Ok, Morby, nuova regola! Regola Peterson: se Morby palleggia, Peterson toglie Morby dalla
partita". Mi guardò con gli occhi stralunati. Poi, in allenamento, stessa cosa. Alla fine, l'allenamento è servito.
Se lui palleggiava, dicevo: "In partita, saresti già in panchina". Dopo un po', lui iniziò a capire, e smise di palleggiare. Quindi aggiunsi: "Ok, nuova regola Peterson: ti è
permesso un palleggio".
Il palleggio "a granchio". Lo schizzo a sinistra mostra
il pivot in palleggio. Da notare la tecnica. Sta scivolando
alla sua sinistra. Si chiama movimento "a granchio" perché si muove appunto come un granchio. Notare dove
palleggia: fra i piedi. Non con il braccio esteso in avanti.
Questo, no. Invece, si nota che la palla è totalmente protetta! Cioè, il suo difensore non può rubarla da dietro perché il pivot la protegge con sedere, corpo, gambe, ginocchio. E i piccoli non possono rubare da davanti perché
protegge la palla fra i piedi. Insomma, la palla è blindata.
Per la verità, si può palleggiare anche 2-3 volte con questa tecnica, perché è sicura. Ma è meglio non esagerare.
Infatti i più grandi centri in attacco di ogni tempo, parlo
di George Mikan (anni 50), Wilt Chamberlain (60), Willis Reed e Bob Lanier (70), Kareem Abdul-Jabbar (80),
non esageravano mai con il palleggio. Li ho visti giocare
un'infinità di volte e non mi ricordo una loro palla persa
rubata durante il palleggio. Mai. Usavano la tecnica del
palleggio a granchio. Usavano il principio di non fare mai
più di un palleggio. Erano una vera scuola di basket per
tecnica e buon senso.
Il gatto e il topo. Ecco l'esercizio che ogni coach conosce: "Topo e Gatto", oppure, "Gatto e Topo". Facilissimo.
Due giocatori sono dentro uno dei cerchi del campo. Cia- ◂
Il pivot: il palleggio (parte #1)
SE c'è una cosa che fa disperare ogni allenatore di basket, è il pivot che perde la palla mentre palleggia. Peggio,
si fa rubare palla dai piccoli avversari, che non aspettano
altro che il pivot palleggi. Anzi, gli allenatori dicono: "Non
raddoppiate e non tentate subito la rubata. Aspettate l'istante in cui la palla esce dalle sue mani, poi cercate immediatamente il pallone, perché non saprà proteggere il
proprio palleggio. Anche meglio, vi farà vedere la palla!"
So che questa è la dinamica esatta perché insegnavo io proprio quella tecnica difensiva. Infatti, rubare la palla al pivot
mentre palleggia è una tecnica specifica.
Ho avuto, io come ogni allenatore, il medesimo problema. Quando allenavo la JV, Junior Varsity, a McKendree
College, un piccolo college NAIA, nel 1962-63, avevo un
pivot della mia città, reclutato da me, Jim Morby,
2.05, grande atleta, molto
veloce, ottime mani, discreto tiro. Ma, quando
Jim andava uno-controuno, lo faceva sempre con
5-10-15 palleggi. Immancabilmente dopo il terzo palleggio, un piccolo avversario, ghiotto sul boccone,
gli rubava la palla proprio
dal palleggio. Da lì mi
venne l'idea dell'esercizio
di uno-contro-uno senza
palleggi, già visto. Fu disegnato proprio per Jim
Morby.
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scuno ha una palla, sia il triangolo nero che il cerchio
nero. L'idea è di rubare il pallone all'altro durante il palleggio. Se perdi il palleggio o esci dal cerchio, perdi. Così
i giocatori imparano a conoscere i loro limiti, a proteggere la palla, ad usare il corpo come scudo. Ovvio, così imparano anche ad usare il palleggio a granchio. Anzi, è la
tecnica basilare per avere successo in questo esercizio.
Forse qualcuno pensa che questo esercizio sia più
adatto per i play, le
guardie, i piccoli. Al
contrario, si usa con i
pivot, contrapposti a
un giocatore più piccolo, più coordinato,
miglior palleggiatore.
Così il lungo si abitua
al piccolo che cerca di
portargli via la palla.
Ovvio, qui si usa più
di un solo palleggio.
Anzi, forse si palleggia
per 30 secondi consecutivi. Non importa.
Stiamo moltiplicando
il numero di volte in
cui i giocatori devono proteggere la palla. Se si fa questo
solo un minuto ogni giorno, il pivot diventa più bravo nel
palleggiare e anche nel proteggere la palla con l'uso del
proprio corpo.
Ho avuto due grandi maestri di questa tecnica in Italia: Terry Driscoll alla Virtus Bologna, 1975-78; Dino
Meneghin con l'Olimpia Milano, 1981-87. Loro due non
esageravano mai nel palleggio. Entrambi letteralmente
difendevano la palla. Poi, erano due killer. Se un piccolo avversario si azzardava ad avvicinarsi per rubare dal
palleggio, rischiava di finire steso per terra. Anche questa
è tecnica. Vuol dire avere conoscenza di tutto ciò ti che
succede attorno, anticipare i problemi, avere pronta una
soluzione. Questione di mestiere.
Kresimir Cosic e Arvydas Sabonis di vari decenni. Anzi,
giocava la "Princeton Offense" prima che la Princeton
Offense esistesse. Lui cambiava la geometria del gioco,
aprendo spazio sotto canestro per i tagli dietro, il back
door.
Esercizio Clock. Più
avanti, quando sono
andato a Michigan
State, 1963-65, come
vice-allenatore, ho imparato questo esercizio
dal nostro grande capo
allenatore,
Forrest
"Forddy" Anderson: si
chiama "Clock". Per la
verità, Anderson lo faceva con quattro esterni fermi, poi io ho introdotto una modifica
per mettere gli esterni
in movimento sincronizzato, con il famoso gioco Clock, Orologio, contro le
zone e le difese combinate. E' semplice, come si vede dal
disegno qui sopra: il play (1) passa al post (5), che si trova in alto, sulla linea di tiro libero. Poi i quatto esterni
ruotano, tutti in senso orario (ma si può anche fare antiorario).
Da notare una linea rossa che spezza il campo in due:
lato sinistro, lato destro. Se il post riceve dal lato sinistro,
deve passare ad un ricevitore sul lato destro, e viceversa. I taglianti si muovono a seconda della direzione di chi
passa dietro al post. Così, il post impara a vedere i due
lati del campo e a passare con la tecnica giusta: mano destra verso lato destro; mano sinistra verso lato sinistro.
Così si migliora anche la visione periferica. Come detto,
i taglianti possono cambiare direzione ed è il passatore
che indica in quale direzione andranno. Il post impara
così anche a leggere questi movimenti.
Il primo grande passatore dal pivot che ho visto fu il
leggendario George Mikan, che giocava in pivot basso
per i Minneapolis Lakers, inizio anni 50. La sua squadra,
i Lakers, appoggiava la palla a Mikan quasi a ogni azione, per due motivi: lui segnava sempre, una media di 30
punti a partita negli anni 50; oppure passava la palla in
maniera perfetta e loro
usavano il gioco "Split"
con grande frequenza:
un semplice incrocio,
e Mikan dava la palla
o al tagliante o al bloccante, in taglio dopo
il suo blocco. Mai un
passaggio deviato, intercettato, sbagliato.
Post: esercizio split.
Negli anni '50 molte
squadre, NBA come
NCAA, usavano questo
esercizio come riscal◂
Il pivot: il passaggio (parte #2)
Il pivot, per la verità, ha due varianti: post (in alto)
e pivot (in basso). In entrambe queste posizioni di partenza, lui deve saper fare lo "smistatore" della palla: il
"playmaker interno". In altre parole, il pivot deve essere
un punto di riferimento per la squadra, capace cioè di
ricevere la palla, proteggerla e fare la cosa giusta subito
dopo: tirare, giocare uno-contro-uno, palleggiare per migliorare la sua posizione, o passare la palla bene. Il pivot
è, quindi, una valvola di sicurezza, uno che può ricevere
sotto pressione, nel traffico, e dare la palla all'uomo giusto nel momento giusto.
Il primo grande passatore dal post che ho visto era
Johnny Kerr dell'Università dell'Illinois, inizio anni 50.
Non ero abituato a vedere un lungo con quei centimetri
giocare così in alto, sulla linea di tiro libero. Ok, forse a
livello scolastico, con un non-pivot. Ma Kerr era alto 2.05.
Lui ha preceduto i vari Bill Walton, Kareem Abdul-Jabbar,
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damento pre-partita, con file in ala sinistra, ala destra,
guardia sinistra e guardia destra, con un pivot fisso,
che operava su un lato, poi l'altro, alternandosi. Ho preso questo esercizio "Split", incrocio, da Harry Combes
dell'Università dell'Illinois, sempre negli anni 50, quando ero studente lì, 1954-55. Per la verità lo usava anche
la mia università, Northwestern, sotto Waldo Fisher. Nel
disegno, però, si vedono solo cinque giocatori coinvolti.
L'ala grande (4) passa al pivot basso (5). Poi (4) piazza
un blocco al gomito sinistro (come si deve fare in un gioco) per la guardia (2), che sfrutta il blocco per fare uno
split, un incrocio. Sull'altro lato, l'ala piccola (3) piazza
un blocco cieco per il play (1) ed entrambi si scambiano
la posizione. Il pivot ha quattro possibili passaggi: a (2)
sullo split; a (4) dopo il suo blocco; a (1) in taglio verso
canestro sfruttando il blocco cieco; a (3) che si libera
dopo il suo blocco. Di nuovo, il pivot deve vedere i due
lati del campo, sapere dov'è ogni possibile ricevitore.
Un ultimo commento: la tecnica del passaggio consegnato a (2) dev'essere perfetta. Il pivot protegge la palla
con l'avambraccio sinistro e consegna la palla, mano a
mano. Importante: il pivot non alza la palla verso l'alto,
causando confusione. Lui mette la palla nelle mani del
compagno. Insomma in maniera semplice, e non facendo il fenomeno. Poi, ogni passaggio viene preceduto da
una finta di passaggio. Ecco come un bravo pivot-postpassatore evita la palla deviata: con una semplice finta di
passaggio, o anche due, prima di effettuare il passaggio.
attaccare uno-contro-uno nell'area dei tre secondi. Bastava la minima spinta e perdevano l'equilibrio. Un disastro. Che fare?
U n o - c o n t r o - u n o
senza palleggi. E' l'esercizio più semplice,
più banale nella storia
del basket. Il coach (C)
passa la palla al pivotoffensivo (cerchio blu)
nell'area dei tre secondi, dove sarà marcato
da un difensore (X5).
Il pivot deve andare
a concludere senza
palleggiare. All'inizio
pensano di non potersi muovere, poi invece
imparano ad usare piede perno, passo lungo e terzo tempo, giro frontale e tiro,
giro frontale, finta di tiro, passo d'incrocio, terzo tempo.
Esiste una vasta gamma di soluzioni che si possono usare
senza dover palleggiare.
In questo primo esercizio, il pivot impara a resistere al
contatto con l'avversario. Sopra ogni cosa, non subisce
più la ginocchiata, l'ancata, la gomitata o altro contatto
che gli impedisca di muoversi. Impara a tenere l'equilibrio con i piedi aperti, con una base larga, con un passo d'incrocio forte (pure superando il ginocchio dell'avversario). Più che proteggere la palla, il pivot acquisisce
fiducia nei suoi mezzi tecnico-fisici, nella sua abilità di
mantenere la calma se c'è contatto, di poter usare diverse
soluzioni nell'uno-contro-uno senza dover palleggiare.
Uno contro uno
senza palleggio con
Raid. Ora il prossimo
passo. Qui abbiamo
cambiato il gioco e
l'abbiamo reso molto
più difficile, molto più
complicato. Ora si vede
che ci sono altri due
difensori, X2 e X3. Loro
faranno i "raid" sul
pivot. Si fa così: nell'istante in cui il coach
passa al pivot, gli altri
due difensori possono
raddoppiarlo. Quindi,
il pivot è marcato da tre giocatori. Perciò impara ad andare a concludere velocemente. Impara a muovere la palla.
Poi, se non può concludere, ha l'opzione di ripassare la
palla fuori all'allenatore e si ricomincia da capo.
Il coach può essere diabolico qui. Può variare la posizione di partenza dei due uomini-raid. Quindi può riprodurre ciò che il pivot affronterà in partita: il raid dal lato
cieco e il raid da dietro. I due che fanno il raid devono
cercare di strappare la palla dalle mani del pivot, anche
con qualche schiaffo sulla mano, sulla palla, sull'avam- ◂
Il pivot: proteggere la palla (parte #3)
Il pivot deve trasmettere fiducia ai suoi compagni. In
due sensi. Primo, deve dimostrare che è capace di ricevere la palla quando loro lo cercano, e abbiamo già visto
come lavorare su questo aspetto nella lezione precedente. Secondo, deve dimostrare di saper proteggere la palla.
Ovvero non buttarla, non farsela rubare dai piccoli, non
palleggiare nel traffico ed evitare una palla deviata o intercettata. Il lavoro dell'allenatore qui è di moltiplicare il
numero di volte che il pivot affronta situazioni di questo
genere in allenamento, con un esercizio specifico.
L'idea per questo esercizio mi è venuta perché, come
ogni allenatore, diventavo matto quando il mio pivot perdeva la palla. Vado indietro negli anni: ero alla US Naval
Academy ad Annapolis, Maryland, nel 1965-66. Allenavo
le matricole, quelli del primo terribile anno ad Annapolis, i Plebes. Un anno di inferno per loro. La Marina
aveva, ai tempi, un limite di altezza: nessuno oltre 1.93
poteva entrare. Certo, se entravi e crescevi dopo, nessun
problema. Questa regola è stata modificata dopo molto
tempo e David Robinson, 2.13, è la dimostrazione di questo progresso. Ma io ero lì decenni prima di Robinson. I
miei due pivot erano Tom Smith (1.95) e Doug Wilcox
(1.98), entrambi cresciuti dopo essere stati accettati dalla USNA. Due ragazzi eccezionali ma con il vizio - tutti e
due - di perdere il pallone come niente fosse. Sopra ogni
cosa, palleggiavano nel traffico e uno dei piccoli - Steve
Kaplan, Chuck Provini, Rich Doyle - rubava la palla in
palleggio come se nulla fosse. Per di più non sapevano
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braccio. Sono cose che succedono in partita. Sia chiaro,
in tutto questo il pivot deve cercare di segnare, pure unocontro-tre, ma senza palleggiare. Lui impara così che il
palleggio non è necessario. Poi, più avanti, lo userà con
parsimonia.
Come sono andati a finire Tom Smith e Doug Wilcox alla
USNA? Tom ha lasciato Navy dopo quell'anno, avendo
capito che una carriera nella Marina non faceva per lui,
ed è tornato a un piccolo college nel suo stato del New
Jersey. Wilcox invece entrò nella prima squadra a Navy.
Hanno fatto progressi con questo esercizio? Sì, senza
dubbio. Poi l'ho usato a Delaware, con Kenn Barnett e Ed
Roth, in Cile con Raimundo Schmidt e Manuel Torres, a
Bologna con Gigi Serafini, a Milano con Toio Ferracini.
Funziona con chiunque, anche nazionali come Torres,
Schmidt, Serafini e Ferracini. stato sempre una forza, in parte anche perché gli lasciavano fare sia sfondamento che passi in attacco. Comunque, cosa deve saper fare un vero pivot?
Smarcarsi in movimento. Come si vede
nel disegno, ci sono due
coach (C), due difensori
(x4 e x5) e un pivot (5
blu). E' un esercizio in
continuità. In questo
senso: prima, 5 cerca
di smarcarsi in movimento sul lato sinistro
e riceve dal coach di
quel lato e poi ripassa
la palla a quell'allenatore. Scatta subito verso
il lato destro e fa la stessa cosa. Bastano 8-10-12
ricezioni ogni giorno,
una questione che porta via forse due minuti di tempo.
Poi, si può variare la posizione degli allenatori, con uno
in lunetta, alimentando il pivot mentre attraversa l'area
in movimento.
Con questo, il pivot impara a leggere la posizione del
difensore. Se il difensore ha la testa girata verso la sua
spalla sinistra, allora il pivot legge questo dettaglio e
scatta per ricevere sul lato cieco del difensore. Ovvio, se
c'è un terzo coach, e il pivot attraversa l'area, allora tutti e
due i difensori lo dovranno marcare, il pivot impara così
a ricevere (a) in movimento e (b) nel traffico. Altrettanto
chiaro, si può variare questo esercizio in diversi modi per
raggiungere diversi scopi. L'importante è che il pivot impari a muoversi bene e a ricevere in movimento, in taglio,
il che raddoppia le sue possibilità offensive.
Smarcarsi da fermo.
Ora si gioca su un lato
solo. Come si vede nel
disegno, il pivot (5 blu)
è sul lato sinistro; il suo
difensore (x5) è al suo
fianco in posizione di
anticipo; il coach (C)
nella posizione di ala,
per alimentare il pivot.
Ovvio, si può avere anche un secondo coach,
ad esempio in posizione di play, per variare
l'angolo di passaggio
e rendere la cosa più
difficile per il difensore
quanto per l'attaccante. L'esercizio è semplice: il pivot
usa la sua conoscenza del gioco di gambe per prendere
una posizione corretta e ricevere il passaggio in maniera
semplice.
Il pivot può usare diverse tecniche per smarcarsi: (a)
iniziare faccia-a-faccia contro il difensore, che disorienta
un po'; (b) usare la cosiddetta "sedia girevole" per cam-
Il pivot: smarcarsi (parte #4)
Il ruolo del pivot è cambiato tanto - forse troppo - in
questi anni. Come diceva Shaquille O'Neal, l'ultimo pivot
puro, pivot classico: pivot basso, spalle a canestro, palla
dentro, tiro o passaggio. Oggi, per diversi motivi, il pivot
gioca in alto, per effettuare il blocco sul gioco pick and
roll, oppure in angolo, se è un buon tiratore, come Dirk
Nowitzki o Andrea Bargnani. Anche in difesa è di moda il
pivot rapido, capace di difendere sul pick and roll, come
abbiamo visto fare a Kyle Hines (1.94) con l'Olympiakos
Atene vittorioso in Eurolega nel 2012 e nel 2013.
Due cambi di regolamento negli anni 70 e 80 hanno
causato il tutto. Nei primi anni 70, c'è stato un cambiamento per quanto riguarda il blocco. Prima il bloccante
doveva dare un metro (per la verità, il regolamento prevedeva un passo) di spazio fra il bloccante e il difensore
che subiva il blocco. Dopo, hanno permesso al bloccante
di andare addosso al difensore, rasente a lui. Con questo, il pick and roll assunse molta più importanza. Ne so
qualcosa io, perché il mio gioco L prevedeva il blocco di
Dino Meneghin proprio sulla pelle del difensore di Mike
D'Antoni.
Poi, ovvio, il secondo cambio riguardò l'introduzione
del tiro da tre punti, prima nell'NBA e poi nella FIBA, con
l'anno 1984-85. Da lì in avanti ecco Dirk Nowitzki, Andrea
Bargnani e altri lunghi capaci di tirare da tre. Quindi il
pivot non è più un pivot, bensì un'ala grande. Ovvio, un
pivot che tira da tre invita il suo uomo a uscire per marcarlo. Molto lunghi sono riluttanti a farlo, quindi il loro
coach mette un tipo di giocatore alla Kyle Hines (adesso
al CSKA Mosca) a giocare pivot, pur sacrificando qualcosa in attacco, perché lui è disposto ad uscire in angolo e a
marcare l'altro pivot-tiratore.
Prima o poi, però, qualcuno deve giocare vicino al canestro. Anche quelli che sono bravi a tirare da tre devono
saper giocare dentro. Anzi, chi non ha le due dimensioni
- dentro e fuori - oggi è in difficoltà. Infatti la carriera di
Shaquille O'Neal è andata in declino per diversi anni e
per diversi motivi: (a) non tirava da tre; (b) non usciva
per marcare un avversario che tirava da tre; (c) non era in
grado di difendere sul pick and roll. Dentro l'area? Lui è
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il braccio in avanti per ricevere con due mani, senza aver
problemi da Clifton, impalato lì, indietro. Qualche anno
dopo il coach di DePaul, il mitico Ray Meyer, colui che
ha creato Mikan, mi ha confermato che sì, questa era la
tecnica.
Disegno 1. Qui vediamo l'attaccante con una
buona posizione di base:
piedi larghi, buon equilibrio, il gomito sinistro
proprio sulla gola del
suo difensore (che non
si sposterà in avanti neanche un centimetro,
per paura di farsi male),
con la mano destra esposta come punto di riferimento. Quindi, la prima
parte è fatta: il difensore
è tagliato fuori. Attenzione a non dare una gomitata in gola al difensore.
E' fallo, ed è anche una
pessima tecnica. Basta
appoggiare il gomito
dolcemente sul pomo di Adamo, o nella parte alta del petto.
Così il pivot sa sempre dov'è il suo difensore.
Disegno 2. Qui si vede
solo l'attaccante. Lui
utilizza una tecnica specifica. Aspetta che la
palla sia quasi arrivata,
poi porta in avanti rapidamente la seconda
mano, la sinistra, quella
che era indietro nel fare
il tagliafuori. Così, riceve
con due mani. E' il tempismo che rende il tutto
efficace, la pazienza di
aspettare una frazione di
secondo in più per muovere la mano sinistra.
Poi, chiaro, si va verso la
palla e la si afferra come
fosse un rimbalzo, con
una presa forte, sicura,
per avere controllo totale e per far capire al difensore: "Questa palla è mia".
Usando questa tecnica semplice ma efficace, il pivot riceve
senza problemi. In questo modo trasmette fiducia ai compagni, che saranno più disposti a dargli la palla. Prende fiducia
in sé stesso, perché sa che può fare una cosa bene. Sia chiaro,
altri pivot (e non solo pivot) hanno usato questa tecnica nelle
epoche successive a Mikan, che giocò negli anni 40 e 50. Bernard King dei New York Knicks fece una dimostrazione (su
mia richiesta) di questa tecnica al nostro NBA Camp di Salsomaggiore, nel 1982. Quindi, non c'è niente nuovo nel basket:
tecniche di 70 anni fa valgono benissimo ancora oggi. ◂
biare posizione senza dover cedere terreno; (c) andare
addosso al difensore, poi fare una virata veloce per prendere posizione. Ci sono anche altre tecniche. Ma è meglio
iniziare con queste tre, molto semplici. I più grandi pivot
di sempre (Walton, Abdul-Jabbar, Mikan, Chamberlain,
Russell) usavano queste e tutti sono nella Hall of Fame
oggi. Basta provare questi esercizi 1-2 minuti ogni giorno
per insegnare questa tecnica al pivot.
Il pivot: ricevere la palla (parte #5)
Uno dei grandi guai per un pivot - specie se giovane
- è imparare a ricevere la palla in maniera sicura. Generalmente il giovane prova a ricevere, spesso con scarso
successo, e perde la palla in una maniera o nell'altra.
L'effetto di questi insuccessi è totale: il pivot giovane perde fiducia in se stesso, i compagni perdono fiducia nel
giovane pivot. Il risultato di tutto ciò è che il pivot viene escluso dal gioco, e che diventa passivo in difesa, nei
rimbalzi, negli aiuti, negli schemi. In altre parole non fa
progressi. Quali sono i suoi problemi?
1. Se riceve con una mano sola, tagliando fuori il difensore con l'altra mano, non ha una ricezione sicura. Anzi,
è quasi impossibile afferrare la palla con una mano sola,
anche per un pivot dell'NBA. Però, il pivot pensa: "Devo
usare il mio gomito sinistro e mio avambraccio sinistro
per tenere il mio difensore lontano. Altrimenti, lui interviene". Infatti il difensore, tagliato fuori, non può fare
nulla. Ma il pivot che attacca non riesce a prendere la palla, che casca per terra, preda facile dei piccoli o del suo
difensore. Insomma, un disastro, nonché brutta figura.
2. Se riceve con due mani, il difensore, non tagliato fuori, devia il passaggio o addirittura lo intercetta. Ovvio,
aiuta il pivot attaccante se va verso la palla per ricevere,
come fosse un rimbalzo. Ma spesso, volendo tenere la
posizione, non fa questo, e il suo difensore diretto semplicemente gli gira intorno e devia o intercetta la palla.
Insomma, il pivot-attaccante sembra incapace di fare la
cosa più basilare della pallacanestro: prendere - ricevere
- la palla. Cosa può fare per ottenere le due cose contemporaneamente, ovvero tagliare fuori il difensore e ricevere il passaggio?
Ho imparato questa semplice tecnica dal più grande pivot di sempre: George Mikan. Lui giocò prima a DePaul
Univeristy di Chicago, ma io non l'ho visto lì. Poi con i
Chicago American Gears, nell'altra lega, non l'NBA. L'ho
visto a fine anni 40, con gli allora Minneapolis Lakers,
contro gli Harlem Globe Trotters, al Chicago Stadium. Mikan era il giocatore più fisico che io abbia mai visto. Un
killer di 2.08 per 110 kg di peso, enorme per i tempi. Era
uno che voleva la sua posizione in pivot basso. Sempre. A
qualsiasi costo.
Bene. George Mikan prendeva posizione anche contro
un giocatore fortissimo, Nat "Sweetwater" Clifton, degli
Harlem. Per di più, riusciva a ricevere la palla sempre,
come e dove voleva. La sua tecnica era talmente semplice
che quasi non sono riuscito a capirla: appoggiava un gomito in faccia a Clifton per tenerlo lontano, poi spostava
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