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Tani-Lezioni del 26 e 27/09/2012 - Dipartimento di Comunicazione

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Tani-Lezioni del 26 e 27/09/2012 - Dipartimento di Comunicazione
Teoria e analisi del discorso giornalistico
2012-13




M. Loporcaro, Cattive notizie, Feltrinelli, 2004
A.M. Lorusso e P. Violi, Semiotica del testo giornalistico,
Roma-Bari, Laterza, 2004
E. Calaresu, Testuali parole. La dimensione pragmatica e
testuale del discorso riportato, FrancoAngeli, Milano 2004
(fino a p. 123)
M. Sbisà, Detto non detto, Roma-Bari, Laterza,
2007 (Introduzione, capp. 2 e 4)

P. Cantù, E qui casca l’asino, Torino, Bollati Boringhieri, 2011

Solo per i non frequentanti: U. Cardinale, Manuale di scrittura
giornalistica, Utet, 2011
Campo specifico delle
scienze linguistiche
Interrogarsi
non su cosa viene detto ma su come viene
detto
Sulle forme del dire più che sul detto
Ad esempio
forme
del nominare (come viene nominato qualcuno, non
chi viene nominato)
Forme di citazione della parola altrui (non cosa qualcuno
ha detto, ma come viene riportata la sua parola)
Analisi linguistica del
discorso


Attenzione rivolta al funzionamento e al
ruolo delle marche linguistiche nella
produzione e nella interpretazione del
discorso e più in generale delle pratiche
semiotico-sociali dei media.
Cioè ai dettagli linguistici,che non sono
semplici riflessi del sociale ma lo
costituiscono.
Obiettivo

Migliorare il grado di consapevolezza della
pratica del discorso e perciò la qualità
della produzione discorsiva (e testuale).
I mestieri della parola e le
scienze del linguaggio
Stretto rapporto storico tra giornalismo e vicende della
lingua italiana
Difficile incontro tra la linguistica e la dimensione
sociale e comunicativa del linguaggio
Sapere e conoscere

Sapere = capacità
pratica, saper fare

Conoscenza = sapere
esplicito e proposizionale

Non implica
necessariamente
conoscenze formalizzabili

Implica la formalizzazione
dei saperi
Quine (1970): la scienza è «senso comune
autoconsapevole»

Continuità tra i processi del ragionamento scientifico e quelli
utilizzati nella vita di tutti i giorni.

I primi sono rallentati e pubblici (cioè analitici e articolati), i
secondi sono per lo più rapidi e taciti.

Fare scienza significa portare allo scoperto l’attività di
giustificazione del senso comune, sottoporre a
ingrandimento i nostri percorsi quotidiani di pensiero e
conoscenza
Gorz, L’immateriale, Boringhieri, 2003

Il rapporto tra le conoscenze e i saperi, tra le scienze e
le pratiche influisce in modo decisivo sulla vitalità della
società e della cultura, che dipende dalle possibilità di
integrare le conoscenze nei saperi. Al contrario una
mancata integrazione tra scienze e cultura comune
determina il progressivo deperimento di quest’ultima.

Il pericolo riguarda
linguaggio.
a maggior ragione la sfera del

Sensibilità ecologica:



Resistenza al divorzio tra conoscenze e saperi vissuti
Sul piano linguistico: opposizione alla alienazione
linguistica (ripetizione irriflessa di schemi linguistici
altrui, stereotipi linguistici)
Terapia: pensare nella lingua e pensare la lingua, le
sue strutture, i suoi usi e le sue variazioni
Epilinguistico e Metalinguistico
Sapere epilinguistico
Coscienza
epilinguistica
Conoscenza
metalinguistica
Sapere linguistico pratico
Sapere riflessivo-pratico
Sapere riflessivo-teorico
• conoscenza implicita ed
interna all’individuo
•rapporto cosciente con
• conoscenza esplicitamente
certi contenuti del sapere rappresentata ed esterna
epilinguistico
all’individuo
•Usi linguistici ordinari
•Arti della parola
•Scienze del linguaggio
Arti della parola
Ars o Téchne: indica originariamente una forma di
conoscenza finalizzata alla produzione di fenomeni
empirici.



Retorica
Dialettica
Grammatica
Il sapere riflessivo nasce dalle pratiche linguistiche, la cui
elaborazione non può essere disgiunta da una qualche
forma
di
speculazione:
la
tecnica
procede
congiuntamente alla scienza
Rastier, Arti e scienze del testo, Meltemi, 2003
Le arti sono discipline pratiche o comunque empiriche:
possono essere comprese solo nell ’ orizzonte della
prassi e hanno bisogno di un’etica.
Mestieri della parola

Narrazione / poesia (accento sulla funzione espressiva)

Attività giuridica / politica (accento sulla funzione
argomentativa)

Ricerca e narrazione storica / giornalismo (accento sulla
funzione rappresentativa/informativa)
Lavoro del linguista



Sottoporre alla riflessione metalinguistica
(filosofica e scientifica) le potenzialità e le
modalità linguistiche
espressive (studio dei rapporti del parlante con la
lingua)
informative (studio della capacità semantica e
referenziale)
argomentative (analisi dei modi in cui
linguisticamente riusciamo ad agire sugli altri e,
mediatamente, sul mondo).
Linguistica e giornalismo

Critiche ricorrenti sullo stato della lingua nel
giornalismo.

Eco, in Gli italiani e la lingua, a cura di Lo Piparo e
Ruffino, Sellerio, 2005
“Perché se esiste la critica televisiva e cinematografica non può
esistere la critica dello stile e del linguaggio giornalistico?
Bisogna lasciare che la gente parli come vuole ma non
permettere questo lusso ai giornali e alla radiotelevisione, a cui
bisognerà imporre attraverso un controllo serrato che parlino
come si mangia, ovvero usando coltello e forchetta”.

Tranfaglia, La lingua dei giornali oggi, nello
stesso volume:
“..la cosa preoccupante è che della formazione linguistica nessuno
si occupa per cui noi avremo dei giornalisti che, usciti dall’università,
spesso conosceranno quello che io insegno, la storia
contemporanea, ma non sapranno esprimersi in italiano”.
“mi sembra che proprio questi mezzi di comunicazione in generale
tendano a portare a una lingua più povera, a una lingua semplificata
e più povera anche di quella che si parla, oltre che di quella che si
scrive, e questo ha una serie di effetti, soprattutto se poi viene
mescolata al linguaggio pubblicitario”.
Che cos’è il linguaggio
giornalistico?
Esiste una specificità della comunicazione verbale giornalistica, un
codice linguistico a cui in qualche modo i giornalisti fanno riferimento
quando scrivono i loro articoli? (Marrone, Corpi sociali, 2001)
De Mauro, Giornalismo e storia linguistica dell’Italia unita, in Castronovo
e Tranfaglia (a cura di), La stampa italiana del neocapitalismo, 1976,
pp. 457-510 : Non si può parlare del linguaggio giornalistico come di
una lingua speciale: il giornale è un coacervo di lingue speciali
(finalizzati a raggiungere una tipologia eterogena di lettori e a trattare
diversi argomenti nelle diverse sezioni).
Beccaria, I linguaggi settoriali in Italia, 1973, p. 64 sg.: Più che un
linguaggio settoriale, quello giornalistico è lo specchio di molteplici
linguaggi settoriali che sono presenti nella società, la cui risultante è
ovviamente la lingua come codice più o meno condiviso.
Anche dal punto di vista dell’analisi del discorso (vedi
oltre) non è possibile pensare a un genere discorsivo
compatto ma è opportuno pensare a una costellazione di
generi (o sottogeneri) che comprendono forme e
soprattutto situazioni molto diverse in cui si esplica
l’attività giornalistica in senso lato.
Possibili percorsi di analisi
linguistica
La prospettiva sociolinguistica, fondamentale, può mettere in luce soprattutto
questioni di stile, differenti da epoca a epoca ma anche da giornale a
giornale.
Ad esempio, sono stati evidenziati nei giornali degli anni Settanta fenomeni
apparentemente eterogenei come la contemporanea presenza di
forestierismi, regionalismi, gerghi giovanili, forme colloquiali, neologismi,
eufemismi, formule burocratiche, forme letterarie desuete e ampollose,
tendenza alla economia linguistica (nominalizzazioni, abbreviazioni, ellissi,
parole macedonia, ecc.).
Queste ricerche sono alla base di una delle direttrici dello studio linguistico dei
giornali: rapporto che il linguaggio giornalistico intrattiene con la lingua
comune.

Rilevanza in questo contesto degli studi di De Mauro,
Giornalismo e storia linguistica dell’Italia unita, cit.
Complicato intreccio tra vicende della società italiana e vicende
linguistiche, tra conformazione della realtà linguistica italiana e modo di
scrivere i giornali;
Contributo della scrittura giornalistica alla trasformazione della lingua
nazionale.
Evidentemente questa varietà in diafasia, si interseca con le varietà diamesiche
disponibili (ovvero con le numerose variazioni mediali entro cui il discorso
giornalistico può avvenire, che polarizzano verso il basso o verso l’alto, a
seconda dei casi, il registro di formalità) (vedi Cortelazzo e Paccagnella
1981).
De Mauro, 1976: “ L ’ attenzione sempre più diffusa agli aspetti
linguistici della comunicazione di massa deve tradursi nel
riconoscimento analitico della grande varietà di tendenze di stile e
usi della lingua nel vario mondo della stampa italiana”.
Contributi della stampa alla lingua
italiana

Allargamento del lessico attraverso l’adozione di parole
straniere nella forma di esotismi, adattamenti o calchi
De Mauro registrava nel 1976:
Boom, gap, sputnik, coupè, golpe, kibbutz, fellah



Sveltimento della sintassi (diffusione della frase nominale)
(ma anche tendenza all ’ appesantimento: se -> nella
misura in cui; su -> relativo a
Tecnicismi (ma anche inutili pseudotecnicismi):
fare una scelta -> operare una scelta; rimandare ->
dilazionare; politico -> politicizzato
In questo contesto si collocano due linee di
ricerca:
1. L’indagine storica intorno a quella parte del linguaggio giornalistico che coincide
con la storia della lingua italiana (Bonomi, L'italiano giornalistico: dall'inizio
del '900 ai quotidiani on line, Firenze, Cesati, 2002; Gualdo, L’italiano dei
giornali, Carocci, 2007).
2. Una seconda linea di ricerca riguarda la comprensibilità del linguaggio
giornalistico (Eco, De Mauro), a fronte di livelli di alfabetizzazione e
scolarizzazione che tradizionalmente, nel caso italiano, sono stati tra i più bassi
dell’Occidente. In questo caso lo spunto è stato dato da alcune pioneristiche
indagini del Servizio Opinioni della Rai intorno alla reale comprensione, da
parte di campioni di cittadini di svariata provenienza socio-culturale, di parole
elementari dell’uso politico ed economico (dove compare la mitica casalinga di
Voghera). Denuncia dell’oscurità del linguaggio giornalistico e interventi di
semplificazione (es. Manuale di stile, 1997).
La questione della
semplificazione

È uno dei grandi temi dell’analisi linguistica: il problema del giornalese.

Nel 1971 Eco si chiedeva perché il giornale italiano fosse difficile da
leggere: si trattava di una radicale incompetenza linguistica del pubblico o di
una mancata attenzione delle redazioni alle esigenze dei loro lettori?
Risposta di Eco: l’oscurità ha una funzione strategico-comunicativa molto
precisa con esito ideologico-politico regressivo: “Il giornale è il bollettino di
un gruppo di potere che fa un discorso ad altri gruppi di potere. E molte
volte questo discorso deve passare sopra la testa del pubblico. Cioè il
grosso pubblico non deve sapere quale sia il discorso che un quotidiano fa
al governo o alla Fiat, o all’Iri, perché questo discorso lo turberebbe”(Eco,
Guida all’interpretazione del linguaggio giornalistico, cit. in Marrone, Corpi
sociali, 2001: 69)

In tal modo la funzione informativa viene sostituita con una funzione fatica
Dalla oscurità alla
semplificazione

Oggi l’oscurità della lingua dei giornali è stata sostituita
da “un linguaggio alla portata di quella entità magmatica
che si chiama ‘la gente’” (Eco, Cinque scritti morali,
Bompiani, 1997, p. 54).

Come nel linguaggio politico, anche in quello
giornalistico si può parlare di approdo al “ gentese ”
(Gualdo, La faconda repubblica, 2004): abuso di frasi
fatte e luoghi comuni che non informano su nulla.

Vedi anche Loporcaro, Cattive notizie, Feltrinelli 2005
per la critica alla semplificazione del linguaggio
giornalistico
Questione delle formule e dei
luoghi comuni

La formula è una frase breve, efficace, facile da ricordare, la
cui funzione è condensare un pensiero complesso dandogli
maggiore forza a partire da tale condensazione. Figura della
chiusura.

La parola non serve a fornire serie valutazioni dei fatti ma a
riproporre proverbi e detti popolari (forza conservatrice,
punto di vista dell’uomo qualunque)

Es. (primi decenni del ‘900): Bastone nodoso,
questione annosa, sentiero tortuoso

Criticati da Mussolini giornalista, poi “insaziato violentatore
semantico” (De Mauro, 1976):
 Figura maschia, sagoma romana, forgiato nel bronzo,
dura vigilia, immancabili mete, democrazie agnostiche e
imbecilli, invocazione incontenibile, grido oceanico

Le formule più ricorrenti oggi






Tirare per la giacchetta
Mettere le mani nelle tasche del consumatore
Anche le formiche nel loro piccolo..
La prima gallina a cantare ha fatto l’uovo
Cantar vittoria
Vedi anche le funzioni retoriche della ripetizione
Dalla lingua al discorso

Qualsiasi considerazione sulla lingua dei giornali deve prendere le
mosse dalla loro forma testuale

La notizia ha sempre un riferimento al contesto di enunciazione,
dunque è un discorso.
Che cos’è il discorso?
Il problema del contesto

Contesto interno
Per Aristotele (Retorica 1358a 37-b 1) il discorso è l’insieme di tre
fattori: colui che parla, ciò di cui si parla, colui a cui si parla. I parlantiascoltatori sono dentro e non fuori il discorso, sono suoi elementi
costitutivi e non utenti esterni (contesto interno) (Piazza, L ’ arte
retorica: antenata o sorella della pragmatica?, Esercizi filosofici, n. 6).

Contesto esterno
Il discorso, diversamente dal testo, comprende non solo il contesto
interno ma anche le condizioni extralinguistiche della sua produzione
(il contesto esterno) (Adam 1999).
Maingueneau (1976) individua sei
significati del termine discorso:






1. discorso come parole (linguistica strutturale): uso della lingua soggettivamente
caratterizzato
2. discorso come enunciato, unità linguistica di dimensione superiore alla frase
(dimensione transfrastica)
3. insieme di meccanismi di incatenamento della frase (simile al 2; utilizzato in
particolare da Harris)
4. condizioni di produzione di un enunciato: riferimento alla ideologia e all’essere
sociale di chi lo produce
5.discorso come enunciazione. L’enunciazione opera la conversione della lingua in
discorso, attraverso questa conversione scatta l’interazione tra chi parla e chi
ascolta. Ovviamente è di massimo rilievo l’intenzione del destinatore di fare del
suo discorso uno strumento di influenza sul destinatario. Da questo punto di vista la
teoria della enunciazione confina con quella degli atti linguistici (Benveniste)
6. discorso come luogo della creatività linguistica, che conferisce al testo un effetto
contestuale inprevedibile.
Analisi del discorso

A partire dagli anni Ottanta si assiste a una
proliferazione del termine discorso nelle scienze del
linguaggio, tanto al singolare (dominio del discorso,
analisi del discorso) quanto al plurale (i discorsi), a
seconda che ci si riferisca alla attività verbale in generale
oppure a particolari eventi discorsivi.

La diffusione di questo termine è il sintomo di una
modificazione nel modo di concepire il linguaggio.
Parlando di discorso si prende posizione a favore di una
particolare concezione del linguaggio e della semantica,
che dipende dalla influenza di diverse correnti
pragmatiche che hanno sottolineato un certo numero di
idee forza.








Il discorso assume una organizzazione transfrastica: mobilita
strutture che appartengono a un ordine diverso da quello della frase.
Il discorso è orientato, si costruisce in funzione di un fine: Ducrot
radicalizza questa idea, iscrivendo un orientamento o una funzione
argomentativa nelle unità stesse della lingua.
Il discorso è una forma di azione (Austin). Ad un livello superiore gli
atti linguistici si integrano nelle attività linguistiche di un genere
determinato anche in relazione ad attività non verbali
Il discorso è interattivo
È contestualizzato
È preso in carico: esiste solo se riferito a una istanza che al tempo
stesso si pone come riferimento personale, temporale, spaziale e
modalizzante: la riflessione sulle forme di soggettività che
sottendono il discorso è uno dei grandi assi dell’analisi del discorso
È regolato da norme
È sempre preso in un interdiscorso.
Discorso come enunciazione

Autori di riferimento sono Benveniste, Greimas (ma anche Austin e Searle).

Per Benveniste l’enunciazione è la “messa in funzione della lingua per mezzo
di un atto individuale di utilizzazione”, “l’atto stesso di produrre un enunciato,
e non il testo dell’enunciato” (L’apparato formale dell’enunciazione (1970),
trad. it. in Benveniste, Essere di parola, 2009, p. 120).
L’enunciazione “presuppone un parlante e un ascoltatore, e l’intenzione del
primo di inflluenzare in qualche modo il secondo” (Le relazioni di tempo nel
verbo francese”).
L’enunciazione porta un messaggio e al tempo stesso è strumento di azione
(Note sulla funzione del linguaggio nella scoperta freudiana, 1956).

Per Bally l’enunciazione è interpretabile come la distanza più o meno grande, al
limite nulla, tra il locutore e il suo enunciato (Bally, Linguistique générale e
linguistique francaise, Paris, 1932):.
Distanza/vicinanza

Tratto comune a tutti i significati di enunciazione è il rapporto di
coinvolgimento che nel testo si stabilisce tra il locutore e ciò che dice.

Può essere più o meno individuale, perché l’enunciatore può coinvolgersi
con maggiore o minore intensità nelle proposizioni dell ’ enunciato
(affermazioni, negazioni, descrizioni), può conferire ad esse una marca
soggettiva e produrre un discorso in senso proprio, o più o meno oggettiva,
fino alla completa oggettività del racconto o recit.

Cfr. con quanto afferma J. B. Thompson (1995), The Media and
Modernity: A social theory of the media, Cambridge, Polity Press: la
distanza spazio-temporale tra emittente e ricevente è condizione
preliminare nella definizione di notizia (news)
Teoria dell’enunciazione
vs analisi sociologica

Diversamente dall ’ analisi sociologica, che si rivolge ai soggetti
empirici, la teoria della enunciazione si occupa di come si
costruiscono i soggetti nel discorso.

Distinzione tra piano dell ’ enunciato
dell’enunciazione (struttura comunicativa)
(contenuti)
e
piano
Matrice filosofica
Foucault (1926-1984)
L’archeologia del sapere (1969)
L’ordine del discorso (1971: 39)
“Quale civiltà ha avuto più della nostra rispetto per il discorso? Dove lo si
è meglio e più onorato? Dove lo si è, pare, più radicalmente liberato
dalle sue costrizioni e più universalizzato? Ora mi sembra che dietro
questa apparente venerazione del discorso, dietro questa apparente
logofilia, si celi una sorta di timore […]. C’è sicuramente nella nostra
società, e immagino in tutte le altre, per quanto con un profilo e
scansioni diverse, una profonda logofobia, una sorta di sordo timore
contro questi eventi, contro questa massa di cose dette, contro il
sorgere di tutti questi enunciati, contro tutto ciò che ci può essere, in
questo, di violento, di discontinuo, di battagliero, di disordinato e di
periglioso, contro questo brusio incessante e confuso del discorso.”

Prospettiva post-strutturalista


Critica dell’idea denotativo-referenziale del linguaggio
Critica dell’idea del soggetto parlante

Il discorso è una costruzione della realtà (non è uno specchio di
ideologie e conoscenze)

Il linguaggio è l’insieme dei discorsi che vengono pronunciati e scritti
in un determinato momento storico

Legame tra discorso e potere: l’ordine del discorso, in quanto delimita
lo spazio del dicibile, non è solo espressione del potere ma generatore
di potere: “Come per la magia, le parole non hanno un senso, hanno
un potere; un potere che è inversamente proporzionale al loro senso”.
(Reboul, Langage et idéologie, 1980)

La questione alla quale l’analisi del discorso deve rispondere è la
seguente: in che modo, nelle società occidentali moderne, la
produzione di discorsi cui si è attribuito un valore di verità è legata ai
vari meccanismi e istituzioni di potere? (Foucault 1976, p. 8)
Discorso e potere
“Con potere non voglio dire il ‘Potere’, come insieme di istituzioni e di
apparati che garantiscono la sottomissione dei cittadini in uno Stato
determinato. Con potere non intendo nemmeno un tipo di
assoggettamento, che in opposizione alla violenza avrebbe la forma
della regola. […] Con il termine potere mi sembra si debba intendere
innanzitutto la molteplicità dei rapporti di forza immanenti al campo
in cui si esercitano e costitutivi della loro organizzazione; il gioco
che attraversa scontri e lotte incessanti li trasforma, li rafforza, li
inverte; gli appoggi che questi rapporti di forza trovano gli uni negli
altri […] le strategie infine in cui realizzano i loro effetti, ed il cui
disegno generale o la cui cristallizzazione istituzionale prendono
corpo negli apparati statali, nella formulazione della legge, nelle
egemonie sociali […] il potere è dappertutto; non perché inglobi tutto
ma perché viene da ogni dove” (Foucault, La volontà di sapere
(1976), Feltrinelli, 1996:81-82)
Esiti

La lingua (il discorso) appare come un dispositivo
coercitivo (Barthes: “la lingua è fascista”, è ciò in cui il
potere si inscrive) che però non dipende dalla decisione
individuale: la lingua è un prodotto sociale che “nasce
come apparato costrittivo proprio a causa del consenso
di tutti”.
L’analisi critica del discorso

Adotta il termine nell’accezione di uso del linguaggio in quanto parte della
vita sociale

Pone al centro della ricerca la relazione tra potere e discorso

Si occupa del discorso pubblico e in particolare dei media: testi non letterari
ma di rilevanza sociale

Studia come i media costruiscono le espressioni, le argomentazioni, la
gerarchia degli argomenti che vanno a costruire i giudizi diffusi sul mondo

Analizza i rapporti tra le pratiche linguistiche (in particolare di
categorizzazione) e le pratiche di esclusione all’opera nei Paesi occidentali:
distribuzione non equa fra i diversi gruppi sociali delle opportunità di dare
senso
Scuola di Londra
approccio socioculturale

N. Fairclough rinvia al modello di Foucault. Ogni evento discorsivo è
al tempo stesso testo (contenuto, struttura e significato), pratica
discorsiva (forma di interazione discorsiva) e pratica sociale
(contesto in cui l’evento discorsivo ha luogo). Le pratiche discorsive
sono forme specifiche di pratica sociale, che si legano ad altre forme
di attività sociali.
Fairclough, N., Critical Discourse Analysis, London, 1995
Fairclough, Language and Power, London, 2001
Fairclough, Language and Globalization, London 2006
Esercizio del potere attraverso il
discorso per Fairclough
Fairclough 2001 riprende la distinzione tra il potere che
agisce per via coercitiva (in maniera esplicita o subdola)
e il potere che opera attraverso il consenso, cioè
un ’ acquiescienza più o meno generalizzata.
Nell’esercizio del potere attraverso il consenso i discorsi
e il linguaggio sono determinanti
I meccanismi di esercizio del potere sono essenzialmente
tre:
 Adozione di pratiche e discorsi universalmente accettati
e seguiti perché nessuna alternativa sembra possibile
 Imposizione di pratiche attraverso un esercizio del
potere nascosto
 Adozione di pratiche veicolate attraverso un esercizio di
comunicazione razionale
Scuola di Amsterdam (Teo van Dijk)
approccio sociocognitivo
Il discorso giornalistico non è solo un testo ma anche un atto sociale dai risvolti
pragmatici, la cui analisi richiede sia una descrizione delle strutture testuali
della notizia, sia una descrizione dei processi di produzione e di selezione del
discorso in situazioni comunicative e in contesti sociali (Cardinale, Manuale di
scrittura giornalistica, 2011:150)
Le interazioni tra individui all’interno delle strutture sociali si presentano in forma
di testi-discorsi che ricevono una interpretazione da parte dei soggetti
attraverso un sistema cognitivo individuale
In ogni discorso si riflettono i modelli mentali dell’individuo (di qui la centralità
assegnata al concetto di intenzionalità e alla teoria degli atti linguistici) e le
rappresentazioni sociali (atteggiamenti e ideologie) del gruppo di riferimento.
Ogni discorso è compenetrato dalla ideologia, intesa come struttura dei valori e
degli interessi che danno forma alle nostre rappresentazioni della realtà.
(T. A. van Dijk, Ideologie. Discorso e costruzione sociale del pregiudizio, Carocci, 2004)
Forme di controllo nel discorso
giornalistico








Selezione delle notizie, scelta del topic
Titolazione: pertinentizzazione della rilevanza
Scelta degli intervistati (della voce)
Spazi assegnati
Posizione nel testo
Scelta del genere: scegliere di trattare un tema di interesse pubblico
in forma di spettacolo è già una decisione che limita la possibilità del
ricevente di avere una informazione non viziata; puntare sul lato
spettacolare o sulla vicenda umana di un evento è già un modo per
mettere sullo sfondo le responsabilità; è trattare il cittadino come
consumatore (Fairclough 1995, Loporcaro 2005)
Scelte lessicali (es. terrorista/combattente per la libertà;
uccisione/esecuzione)
Uso di impliciti e di figure retoriche
Scuola di Vienna (Ruth Wodak)
approccio storico-discorsivo
Sguardo illuminista sulle pratiche discorsive nelle società
contemporanee
Rifiuta esplicitamente “ le teorie foucaultiane e postmoderne del
discorso e del potere, in quanto reificano o personificano la lingua e
il discorso come attori autonomi, collusivi, che guidano i parlanti e
tengono le redini ” (2003: 262). Rifiuta anche l ’ impostazione
sociocognitivista di van Dijk, in quanto inconciliabile con
l’impostazione ermeneutica. Il riferimento teorico è alla teoria critica
della scuola di Francoforte e di Habermas. Altre matrici: tradizione
della linguistica sistemica funzionale di Halliday, retorica classica e
moderna, teoria dell’argomentazione (Toulmin e Perelman).
Orientamento etico-pratico finalizzato alla formulazione di proposte di
intervento concreto per il miglioramento della comunicazione
istituzionale e pubblica.
Presupposti epistemologici del modello
storico-discorsivo
a) Il linguaggio è il medium centrale della organizzazione democratica e
il libero scambio discorsivo pubblico di interessi, desideri e punti
di vista è vitale in una società democratica moderna a struttura
decentrata;
b) La qualità del potere legislativo e amministrativo è fortemente
condizionata dal tipo di processi discorsivi e comunicativi pubblici,
con cui si informa il cittadino e se ne creano o orientano le
opinioni e la volontà (Habermas, L’inclusione dell’altro. Studi di
teoria politica, Feltrinelli 1998 (ed.or.1996))
c) Rilevanza della teoria dell ’ argomentazione razionale e della
risoluzione discorsiva del conflitto (S. Benhabib), che si fonda sui
concetti di deliberazione e di discorso.
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