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Migliaia di lavoratori delle quattro banche fallite, tra cui

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Migliaia di lavoratori delle quattro banche fallite, tra cui
Anno I n. 1
Roma, 9 febbraio 2016
Migliaia di lavoratori delle quattro banche
fallite, tra cui Banca Etruria, rischiano di
essere licenziati
"Siamo contrari alla vendita in blocco" a
unico acquirente delle 4 good bank – nate
dalle ceneri di Banca Etruria, Banca Marche,
Carife, Carichieti – perché "dai dai nostri
conti c'è la possibilità di altre migliaia di
esuberi". E' l'allarme che lancia Massimo
Masi, segretario generale Uilca, in audizione
davanti alle commissioni Lavoro e Finanze
della Camera, ricordando che già prima del
salvataggio i 4 istituti avevano affrontato forti
riduzioni del personale. Nel documento
consegnato alle commissioni si stimano i
potenziali esuberi in 3500 unità.
Nel salvataggio delle 4 banche il tema della tutela dei risparmiatori "andava affrontato in modo più deciso, ciò
che non si può realizzare è contrapposizione tra lavoro e risparmio". Lo ha detto il segretario generale della
Fisac-Cgil Agostino Megale, sottolineando che invece "lavoratori e risparmiatori dovrebbero essere uniti contro
le malefatte dei manager che hanno portato le banche al fallimento".
Dello stesso parere gli altri sindacati bancari, sentiti in audizione alle Camera (tra cui Uilca, Ugl, Sinfub, Unisin).
Giulio Romani, segretario generale First Cisl, ha ricordato che i dipendenti "sono a loro volta acquirenti dei
prodotti che hanno venduto" e che non ha senso andare alla ricerca delle responsabilità "caso per caso del
singolo funzionario come se non si trattasse di un problema di sistema. Per il segretario nazionale della Fabi
Giuseppe Milazzo "il danno reputazionale è enorme" e ora occorrere che "tutti gli stakeholder trovino regole
comuni per le politiche commerciali. Si fanno i disciplinari sul vino doc o sui formaggi e non si riesce a farlo sui
prodotti finanziari".
"Ci auguriamo che dopo l'incontro di oggi con la Commissione Lavoro e Finanza della Camera si passi dal
semplice ascolto ai fatti. La politica deve farsi carico dei problemi causati dalla mala gestione delle quattro
banche, Banca Marche, banca Etruria, Cariferrara e Carichieti, impegnandosi a garantire sia rimborsi in toto a
tutti ai risparmiatori, sia la tutela dei posti di lavoro". È quanto dichiara Lando Maria Sileoni, Segretario generale
della Fabi, sindacato di maggioranza dei bancari, a margine dell'audizione in Commissione Lavoro e Finanze
della Camera. "Contrasteremo eventuali esuberi ed esternalizzazioni o deroghe al contratto nazionale.
Chiediamo, in definitiva, alla politica e ai partiti di prendere serie iniziative in difesa dei territori, dei lavoratori e
dei risparmiatori colpiti dalla mala gestione delle quattro banche".
Roberto Nicastro: "Chiesti 480 milioni
di euro agli ex manager delle quattro
banche"
Repubblica
Pubblicato: 06/02/2016
"Abbiamo chiesto 480 milioni di euro a 76 soggetti presunti responsabili, tra organi di gestione e di controllo,
manager e società di revisione". Così il presidente delle 4 'nuove ' Carichieti, Cariferrara, Banca Etruria e
Banca Marche fa il punto in un intervista a La Repubblica sulle azioni contro gli ex vertici degli istituti e
"auspica che i proventi delle azioni di responsabilità possano andare a beneficio dei risparmiatori" che si
sono visti azzerati il valore delle obbligazioni.
Per Nicastro "stiamo verificando con i magistrati l'opportunità di azioni cautelari a tutela e conservazione dei
patrimoni" di alcuni degli ex vertici, "altri ci stanno inoltrando proposte di transazione. Valuteremo di
costituirci parte civile nei procedimenti penali". Il presidente parla poi dell'operazione di cessione delle 4
'nuove': "siamo soddisfatti delle manifestazioni arrivate" e "manteniamo l'obiettivo di chiudere le vendite entro
l'estate. Tanto che in queste ore stiamo spedendo ai gruppi che hanno risposto al bando gli inviti a visionare
i dati riservati". Sul decreto che fisserà i parametri degli indennizzi, Nicastro spiega "aspettiamo il testo sono
un migliaio i casi più esposti ma sarà fondamentale l'esame caso per caso perchè c'è molta etereogenità fra
quei bond".
IN PRIMO PIANO
I conti del credito: un baluardo di solidità per un sistema sotto attacco
di Alessandro Graziani
Con un utile di 3 miliardi, dividendi per 2,4 miliardi e un
coefficiente di capitale primario Cet 1 del 13,1% (al top in
Europa e ben superiore alle richieste della vigilanza Bce),
Intesa Sanpaolo si erge a baluardo del sistema bancario
italiano, da settimane finito nel mirino della speculazione
internazionale. I conti di Intesa superiori alle attese del
mercato arrivano alla vigilia di una settimana di appuntamenti
che potrebbe rivelarsi decisiva per ribaltare, con i fatti, le
«diaboliche» scommesse ribassiste avviate a inizio anno da
alcuni hedge fund contro le banche italiane.
I segnali di solidità che dai conti Intesa Sanpaolo interessano
tutto il sistema bancario sono molteplici. I più importanti: i 41
miliardi di nuovi crediti concessi all'economia reale e il calo
dello stock dei crediti deteriorati, accompagnato dal dato più
basso di nuovi impeghi a rischio dal 2007. È il segnale, forte,
che per la prima banca italiana la timida ripresa dell'economia
italiana comincia a farsi vedere nei conti. E che il tema delle
sofferenze, da risolvere con gradualità per l'intero sistema
bancario, inizia a essere circoscritto entro i limiti noti e quindi
non ad aumentare ulteriormente.
Un segnale che la prossima settimana dovrà essere
confermato dai conti 2015 di tutte le altre banche italiane, a
partire da UniCredit che martedì svelerà la consistenza
dell'utile di bilancio e soprattutto i primi risultati tangibili del
piano industriale. Se dai numeri delle maggiori banche
emergerà, come sembra,un sistema bancario profittevole
(ancorchè debilitato dalla lunga crisi), sarà il segno di una
prima risposta concreta alle speculazioni.
In settimana, altri segnali di svolta definitiva sono possibili.
Forse mercoledì il Governo varerà la riforma delle Bcc e il
piano di «cura» dei crediti, che si basa su una garanzia di
Stato per la cessione delle sofferenze e su una riforma del
diritto fallimentare. E giovedì il Tar del Lazio si pronuncerà in
via definitiva sui ricorsi contro la riforma delle banche popolari.
Nel prossimo fine settimana, inoltre, potrebbero concludersi le
trattative tra Bpm e Banco Popolare con l'annuncio della prima
fusione tra due grandi banche popolari. Provvedimenti e
decisioni che miglioreranno l'efficienza del sistema e che
certamente dissiperanno le troppe incertezze che è il
principale alimento della speculazione.
6 FEBBRAOP 2016
Mps, un partner per le sofferenze
Luca Davi
Banca Monte dei Paschi spinge sulla cessione dei crediti in sofferenza. E cerca un partner che la dovrà aiutare
in questo processo di lungo termine.
Il Cda dell’istituto senese, come annunciato ieri dal Ceo Fabrizio Viola, vuole fare di più rispetto agli obiettivi
prefissati. Il target della banca è arrivare al 2018 con minor sofferenze per 5,5 miliardi. Di questi, già 2 miliardi
sono stati ceduti. Ne rimangono 3,5 da riversare sul mercato. Dunque, il management di Mps, consapevole
dell’urgenza del problema (sono circa 9,7 i crediti netti in sofferenza), conta da una parte di affidarsi al supporto
di un partner specializzato; dall’altra, intende sfruttare la spinta della garanzia statale sulla cessione delle
sofferenze appena varata dal Governo per ridurre il gap tra domanda e offerta sui prezzi degli Npl. «Oggi per
noi è stata una giornata importante perchè il cda ha deciso di mettere a punto una nuova iniziativa per
accelerare la cessione dei crediti in sofferenza superiore al piano», ha spiegato Viola. In particolare è stato
avviata la ricerca per una «partnership con un operatore specializzato», «con l’obiettivo di fissare un contratto
di collaborazione per gestire crediti in sofferenza». I tempi non saranno brevi. Ci vorrà «qualche mese» per
arrivare a definire il soggetto che potrà aiutare a gestire il fardello delle sofferenze in un «progetto di lungo
termine» e, con tutta, probabilità «in esclusiva». Di sicuro, l’intenzione del manager è di evitare che la cessione
delle sofferenze, e quindi le eventuali perdite da iscrivere a bilancio, vadano a intaccare eccessivamente il
patrimonio. L’intera operazione, ha garantito Viola, avverrà «nei limiti dei nostri requisiti patrimoniali», senza
quindi dover procedere ad un aumento di capitale.
L’urgenza della banca è di ridurre la massa di sofferenze, pari a 9,7 miliardi, che oggi pesa sui conti. Viola ha
messo in evidenza come il 66% di questi crediti (pari a 6,4 miliardi) siano garantiti da immobili che valgono
circa il 160% dei prestiti netti concessi. Così come altri 1,8 miliardi di bad loans netti sono coperti da garanzie
personali, il cui valore risulta pari al 300% dei crediti netti.
Un propellente rilevante per la vendita dei crediti non performanti potrebbe arrivare poi dalla garanzia pubblica
sulle sofferenze (Gacs), di cui «aspettiamo di leggere il decreto del Governo» previsto la prossima settimana.
Analogamente, anche «le nuove norme sul fallimento potrebbero avere un impatto sul prezzo delle
sofferenze», favorendo così l’intero «processo di cessione dei crediti deteriorati».
La conference call con gli analisti è stata anche l’occasione per presentare i conti del 2015, che sono apparsi
in linea con quelli anticipati al mercato a fine gennaio. Confermato dunque l’utile di 388 milioni di euro, che
però include l’effetto della contabilizzazione 'a saldi chiusi' dell’operazione Alexandria, effettuata su richiesta
Consob. Al netto della riclassificazione del derivato, l'esercizio si chiuderebbe con una perdita di 112 milioni di
euro, anche a causa del contributo straordinario di 88 milioni al fondo di risoluzione del sistema bancario.
L’obiettivo per il 2016 di Mps «è di generare un utile netto organico», ha detto Viola, è «un impegno che
abbiamo preso e crediamo che questo obiettivo sia assolutamente raggiungibile».
Altro tema di rilievo è quello del recente deflusso di depositi che ha colpito l’istituto, complice la fase di forte
volatilità dei listini. Nel dettaglio, a dicembre la banca ha registrato un calo della raccolta del 2,4% sul trimestre
precedente (in particolare da clientela corporate e wholesale, e invece meno da retail), raccolta che d’altra
parte è salita del 2,3% sull’anno precedente. L’impatto insomma c’è stato ma «con la nostra posizione di
liquidità siamo riusciti ad assorbire la flessione della raccolta diretta legata all’andamento dei mercati», ha
aggiunto il manager. La situazione peraltro è andata a stabilizzarsi «dopo la pubblicazione dei risultati del
2015», per cui «sono abbastanza positivo sul fatto che riusciremo a vedere un miglioramento della raccolta
diretta sulla base dei fondamentali che abbiamo pubblicato e comunicato ai nostri clienti».
Il gruppo del resto conta su una liquidità ampiamente positiva pari a circa 24 miliardi con una crescita di 8
miliardi su fine 2014, «ai massimi livelli degli ultimi 4 anni e adeguata ad assorbire la flessione della raccolta
diretta», si legge in una nota del gruppo.
Nel corso della presentazione con gli analisti, il manager ha poi voluto mettere in evidenza i risultati del turnaround aziendale messo in atto nel corso degli ultimi quattro anni. Una revisione integrale della banca, che è
passata dal riduzione degli attivi a bilancio (in calo di 72 miliardi dal 2011), all’incremento degli accantonamenti
sui non performing loans dal 41% al 48,5% e sulle sofferenze dal 55% al 63,4%. Negli anni sono state chiuse
660 filiali, e ridotti i costi operativi di circa 800 milioni.
Varati (e bruciati) due aumenti di capitale da 5 miliardi (2014) e 3 miliardi (2015) di euro, il titolo continua
tuttavia a soffrire in Borsa, dove ha perso circa il 65% nel giro di un anno. A pesare è anche l’assenza di una
prospettiva dell’arrivo a breve di un possibile cavaliere bianco, per quanto si vociferi di un possibile
interessamento di Ubi, che però rimane fredda sul dossier. «Noi continuiamo con la strategia stand alone e
nello stesso tempo siamo aperti a qualsiasi opzione di acquisizione e fusione che si possa presentare in
futuro», ha detto Viola. Nel frattempo, «continuiamo a lavorare per migliorare i fondamentali della banca».
7 FEB 2016
I BIGLIETTONI DA 500 EURO? CARTA STRACCIA - LA BCE
VUOLE METTERE FUORI CORSO LE BANCONOTE DI GROSSO
TAGLIO PER CONTRASTARE RICICLAGGIO, EVASIONE E
TERRORISMO. MA L'OPERAZIONE POTREBBE PROVOCARE UN
CALO DELLA LIQUIDITÀ PER 150 MILIARDI - In Norvegia dove solo il 6% dei cittadini usa il cash, la
seconda banca del Paese ha vietato l'uso del contante In Italia, al contrario, la possibilità di spesa della carta
moneta è stata innalzata a 3mila euro. Vedremo quale
delle due visioni prevarrà...
Mentre in Italia, dopo una sentenza della Cassazione, si
riapre una breve finestra per riconvertire per l' ultima
volta lire contro euro, presto in Europa potrebbero
diventare carta straccia le banconote da 500. Se ne parla
da tempo, ma solo ora la Bce pensa di metterle fuori
corso accogliendo le pressioni targate Commissione Ue
e, indietro negli anni, provenienti da altre Banche
Centrali, Autorità di vigilanza, Dea e pure Bankitalia.
Il motivo è per tutti lo stesso: i biglietti viola verrebbero usati soprattutto dai trafficanti e dai terroristi per movimentare
ingenti quantità di denaro. Non sono disdegnati nemmeno dagli evasori visto che 10 milioni di euro in pezzi da 500 stanno
in una cassetta da 45 centimetri.
Inoltre, delle attuali 620 milioni di banconote circolanti (il 4% del totale) per un controvalore superiore ai 300 miliardi (circa
il 30% del totale) più o meno l' 80 percento si troverebbe al di fuori della Ue. A dimostrazione che non si tratta certo di
pezzi di carta utili all' economia reale. Almeno quella lecita. Nonostante questo, la Bce resta la penultima banca centrale
occidentale a stampare pezzi così grossi. Peggio di noi solo la Svizzera che ancora oggi benedice il biglietto da mille
franchi.
Fin dal 2009 in Gran Bretagna la Serious Organized Crime Agency ha convinto la BoE a proibire la vendita e il cambio di
biglietti da 500 euro in banca e presso i cambiavalute. In Canada negli ultimi anni sono stati ritirati e distrutti i biglietti di
mille dollari. E Russell Benson, ex direttore dalla Drug Enforcement Adiministration Usa, si è detto certo che i trafficanti di
droga in America Latina cerchino di procurarsi biglietti da 500 euro proprio perché facili da nascondere e trasportare.
Già Banca d' Italia nel provvedimento dell' aprile 2013 affermava che «lo svolgimento di transazioni con banconote di
grosso taglio è, quindi, individuata quale elemento di attenzione in sé in quanto rappresentativo di un maggior rischio di
riciclaggio o finanziamento al terrorismo poiché agevola il trasferimento di importi elevati di contante rispetto alle banconote
di taglio minore, favorendo le transazioni finanziari non tracciabili».
Con tutte queste pressioni in molti si chiedono perché il taglio grosso non sia finito fuori corso da tempo. La risposta è
semplice e paradossale al tempo stesso. Se metà del valore sparisse nel nulla per non incappare nei controlli antiriciclaggio
l' economia europea si troverebbe con 150 miliardi di euro in meno di liquidità. L' M1, uno dei pilastri della politica valutaria
dovrebbe essere riequilibrato per un 15% circa e in questo momento di crisi sarebbe un problema, sebbene gestibile dalla
Bce. L' iter di eliminazione dei 500 euro dovrebbe infatti seguire step ben determinati.
Primo, individuare un lasso di tempo idoneo affinchè chiunque abbia il tempo di andare in banca e cambiare con pezzi da
100 o 50. Secondo, il ritiro delle banconote potrebbe avvenire in modo analogo al changeover dell' euro.
Solo che stavolta dovrebbero essere cambiate solo ed esclusivamente presso istituti bancari europei. Terzo, le persone
fisiche residenti in Europa dovrebbero sostituire le banconote solo presso banche del proprio Paese di residenza. In modo
da evitare l' uso di prestanome.
A quel punto in caso di importi superiori ai 10mila euro bisognerebbe tracciare la provenienza. E così si chiuderebbe il
cerchio.
Da un altro punto di vista, non si può non notare che siamo di fronte a un tassello (in questo caso sacrosanto) in più della
lotta al contante.
Lo scorso anno il capo economista della BoE ha avvertito che in caso di forte ribasso dei tassi (e ci stiamo avvicinando)
sarebbe opportuno sospendere la circolazione del contante in modo da evitare la fuga dei biglietti fisici dagli sportelli. Il
numero due di Citigroup recentemente si è detto d' accordo su questa linea. In Norvegia dove solo il 6% dei cittadini usa
il cash, la seconda banca del Paese ha vietato l' uso del contante.
Belpietro: "Ecco chi sta con
la Merkel". I politici che
votano contro i risparmiatori
Matteo Renzi si è fatto spesso vanto del fatto che il Pd sia il
partito più votato d' Europa. Come è noto, alle elezioni del 2014
a nessun altro - nemmeno alla Cdu di Angela Merkel - è riuscito
il colpo di conquistare il 40 per cento dei voti e dunque di spedire
una nutrita pattuglia di onorevoli a Bruxelles. Ma stanti così i
fatti, sarà bene che il presidente del Consiglio informi i suoi
eurodeputati che non sono stati mandati in Europa per turismo,
ma per occuparsi degli interessi di questo Paese.
E per evitare che altri varino norme capestro nei confronti dell'
Italia. Purtroppo abbiamo già visto che cos' è accaduto con il
bail in, ovvero con la direttiva in cui si scaricano sui clienti i crac
bancari. Varata dalla Commissione, la direttiva è stata votata
senza batter ciglio da tutta una serie di parlamentari, con il
risultato che al fondo salva banche italiano è stato impedito il
salvataggio di quattro istituti di credito sull' orlo del fallimento
(Etruria, Marche, Ferrara e Chieti) e i risparmiatori hanno visto
andare in fumo i loro investimenti in azioni e obbligazioni
subordinate. Ora la storia rischia di ripetersi, e anche in peggio.
In pratica a Bruxelles è stata votata una mozione che, dietro alle
parole fumose, vuol dire una sola cosa: se una banca ha in
portafoglio un certo numero di titoli di Stato non può essere
considerata esente da rischi. Tradotto, significa che quei soldi
non sono da considerare patrimonio, ma debito e, per mettersi
in regola con le norme internazionali, gli istituti di credito devono
accantonare denaro per far fronte al rischio di eventuali perdite.
Se si vuole essere ancora più chiari, basta leggere ciò che una
commissione di saggi ha preparato a Bruxelles. Si tratta di un
piano in cui, in sostanza, si sostiene che i titoli di uno Stato siccome quest' ultimo rischia di fallire come una qualunque
società e di non pagare Bot, Cct e così via - non sono a rischio
zero.
Dunque, se l' Italia non garantisce un bel niente, per dare
garanzia di essere solidi gli istituti di credito devono mettere da
parte un capitale pari a circa il 70 per cento del portafoglio
investito in titoli di Stato.
Se il presidente della Bce Mario Draghi per riportare alla
normalità le quotazioni del sistema bancario nelle scorse
settimane ha usato il cannone, l' Europa a trazione tedesca si
appresta quindi a sganciare una bomba atomica, che rischia
però di sterminare il nostro sistema bancario e non solo. È
risaputo infatti che gli istituti di credito sono acquirenti abituali
dei titoli di Stato italiani e una recente indagine stima che
abbiano in carico almeno 400 miliardi, ossia una cifra molto
vicina al 20 per cento del totale del nostro debito pubblico.
Avete idea di quanti soldi servirebbero, in aumenti di capitale,
per mettere da parte il 70 per cento del denaro investito in Bot
e Btp? Duecentottanta miliardi, cioè circa il 13 per cento del
nostro debito pubblico. Per le banche sarebbe una sventola da
capogiro, ma anche per lo Stato, che vedrebbe salire lo spread
come un palloncino pieno di elio, e pure per i risparmiatori.
Dietro alla mozione dell' Europarlamento votata anche dai
deputati italiani e dietro lo studio dei saggi, ci sarebbe secondo
il Corriere della Sera lo zampino di Wolfgang Schaeuble, ossia
del ministro delle Finanze tedesco, il falco della Germania, colui
che avrebbe voluto mandare al fallimento la Grecia e che non
ha mollato un attimo la presa su Alexis Tsipras fino a che questi
non ha alzato bandiera bianca. L' operazione in pratica vorrebbe
dire che, se si riconosce la possibilità che uno Stato fallisca, le
banche non possono detenere titoli ad alto rischio. Non solo:
così facendo si estende il criterio del bail in dalle banche agli
Stati, prevedendo che siano i risparmiatori e gli investitori a
pagare il debito, con effetti devastanti sugli istituti di credito e
sulla clientela. L' Italia è nel mirino: dato che non vuole decidersi
a ridurre il debito pubblico con misure draconiane (tipo una
patrimoniale e una robusta spending review) la si mette con le
spalle al muro con la minaccia di tagliare il legame tra banche e
debito pubblico.
Insomma, mentre Matteo Renzi litiga con l' Europa chiedendo
maggiore flessibilità, Schaeuble e le sturmtruppen si preparano
a regalarci maggior rigore. E i nostri europarlamentari che
fanno? Dormono. Anzi no, peggio, votano una mozione in cui si
vincola la Ue a separare Stati e banche, costringendo queste
ultime a ridurre l' esposizione nei confronti del debito sovrano,
ossia
dell'
Italia.
Perfetto. Dei geni. Anzi: dei nemici in casa.
Maurizio Belpietro
COSÌ LA «BAD BANK» PUÒ DIVENTARE «GOOD BANK»
L'attuale formula non va. Serve una svolta per far arrivare il credito a
imprese e famiglie
di MARCELLO MINENNA
I 26 gennaio il ministro Pier Carlo Padoan ha «strappato» all'Europa l'ok alle bad bank. Per ottenere il denaro necessario a rilevare le sofferenze le
bad bank emetteranno titoli Asset backed securities (Abs): dai più rischiosi (tranche junior) a quelli meno rischiosi (tranche senior).
La garanzia statale potrà essere concessa solo sui senior a date condizioni: un rating (cioè una valutazione indipendente del rischio) che sia
sostanzialmente in linea con quello dello Stato italiano (che è BBB). Per arrivare però a questo risultato è necessario che la junior abbia una dimensione
tale da assorbire le perdite delle sofferenze che la banca non ha ancora «spesato» a bilancio e quindi viene da chiedersi chi si comprerà questa
tranche. Se, infatti, fosse la stessa banca che ha ceduto i crediti questa non otterrebbe alcun vantaggio patrimoniale: ma allora che senso avrebbe
l'operazione a prescindere dal risultato raggiunto da una garanzia che non è «aiuto di Stato»?
In alternativa per venderla ai «fondi avvoltoio» la junior dovrebbe offrire rendimenti a due cifre ed il problema in tal caso sarebbe: chi li paga?
Il 30 gennaio il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco al convegno Assiom-Forex ha chiesto un rinvio del bail-in per l'Italia. Eppure l'azzeramento
di azioni e obbligazioni subordinate in caso di salvataggio bancario non è un problema emerso in questi mesi ma risale infatti alla Comunicazione Ue
del settore bancario di agosto 2013.
Nonostante il ruolo chiave delle banche per la produzione industriale italiana, non si comprende quale sia stata sinora la strategia di governance fatta
salva l'esigenza di evitare ad ogni costo l'intervento diretto dello Stato; anche quando sarebbe stato naturale come per il Montedei Paschi, una volta
erogati i Monti Bond.
Ma evitare l'intervento dello Stato non vuole dire evitare un coinvolgimento del risparmio nazionale. Mps, ad esempio, ha effettuato aumenti di
capitale per 9 miliardi, che si sono ormai volatilizzati. Con il salvataggio delle 4 banche a novembre sono state azzerate azioni e obbligazioni
subordinate per circa
5 miliardi.
Si stimano 20 miliardi di obbligazioni subordinate in mano ai risparmiatori e in media oggi il nostro sistema bancario ha contabilizzato perdite sui suoi
350 miliardi di crediti dubbi solo per il 60% del loro valore. Ipotizzando che ci siano ancora 50 miliardi di perdite da «spesare»
a bilancio, questo significherà un minor introito per l'erario di 20 miliardi, perché contabilizzare le perdite genera per le banche un credito fiscale
futuro. Ci si potrebbe consolare pensando che questi crediti fiscali patrimonialivano le banche; attualmente rappresentano oltre il 10% del patrimonio
di vigilanza. È però una magra consolazione, se si pensa che su questo punto c'è un'indagine europea per presunti aiuti di stato. Se l'esito dell'indagine
sarà positivo, le banche avranno bisogno di altri 50 miliardi.
La decisione dì non intervenire direttamente nell'economia non protegge quindi il contribuente, mentre abdica alla possibilità di avere il controllo
diretto su quanto (e quando) il risparmio nazionale verrà coinvolto.
Sull'opportunità di un intervento (in)diretto dello Stato sulle banche, serve una riflessione.
Secondo me la bad bank va resa più efficace prevedendo la cessione di un mix di crediti buoni e cattivi. Così il rischio del portafoglio crediti ceduto
dalle
banche sarebbe mitigato e la bad bank più solida perché gli interessi attivi sui crediti buoni sosterrebbero gli interessi passivi da pagare sugli Abs.
Lo Stato potrebbe limitarsi a garantire (a condizioni di mercato) quella parte degli Abs che sta in mezzo tra i titoli senior e i junior (i titoli mezzanine).
Questo migliorerebbe ulteriormente la qualità del credito degli Abs e ridurrebbe tanto gli interessi da pagare quanto la dimensione della junior,
risolvendo i problemi di appetibilità di questa tranche. In sostanza la junior e la garanzia dello Stato qualificherebbero per la banca una sorta di
«rateizzazione» delle perdite non ancora contabilizzate sui crediti dubbi con indiscutibili benefici patrimoniali per la banca. Ovviamente, dimensione
della junior, costo della garanzia sulla mezzanine e rendimenti degli Abs
andrebbero calibrati in relazione alle caratteristiche del mix di crediti buoni e cattivi conferiti.
Inoltre, le mezzanine e senior sarebbero ammissibili per ii Quantitative easing della Bce secondo quanto previsto dalla
decisione n. 45 del 2014.
Questa strada potrebbe liberare con gradualità i bilanci perlomeno da 100 miliardi di vecchi crediti e fare spazio ai nuovi, avviando investimenti
rinsalderebbero il ruolo delle banche per il rilancio industriale del Paese.
Il treno non è perso: si tratta di usare spazi di manovra già deliberati dalle istituzioni europee.
Per salirci a bordo è necessario un cambio di strategia e un diverso approccio tecnico ai problemi.
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