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Il riso leopardiano

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Il riso leopardiano
Relazione lab. Operette morali
Lorenzo Panzeri,
matricola 764504
Il riso leopardiano
Abstract:
Il riso in Leopardi assume una duplice importanza, da una lato il comico viene utilizzato come
registro stilistico, dall’altro viene riconosciuto come forma di ammaestramento morale. Il fine che
Leopardi si propone di ottenere con le “armi del ridicolo” è quello di scuotere gli animi e rinvigorire le
conoscenze. Le Operette morali racchiudono le diverse sfaccettature di registri stilistici ironici
(comico, satira, parodia) e l’intento elevatore, la volontà di far riflettere il lettore.
Il riso in Leopardi è sempre un riso amaro, che svela le illusioni e mette dinnanzi alla disperazione
della vita. Chi ha il coraggio di ridere ha il coraggio di morire. Ciò che in fondo si scopre è che non c’è
niente da ridere.
Dicono i poeti che la disperazione ha
sempre nella bocca un sorriso.
Dialogo di Timandro e di Eleandro
Il comico all’interno delle riflessioni di Giacomo Leopardi (29 giugno 1798 – 14 giugno 1837)
assume una rilevanza altamente peculiare, dovuta al fatto che il poeta recanatese attribuisce ad esso una
duplice valenza:
da un lato il comico viene utilizzato come mero registro stilistico, col fine di suscitare nel
lettore un riso, per lo più amaro;
dall’altro è grazie al comico che è possibile l’elevazione, in quanto il comico è anche forma
di ammaestramento morale.
Senza dubbio all’interno dello Zibaldone si ritrovano innumerevoli riferimenti al tema del riso,
nelle sue diverse sfaccettature di comico, satira e parodia, ma ciò su cui Leopardi insiste in maniera
particolare è che affinché l’arte comica, ovvero il ridicolo, giovi e non annoi è necessario che
l’obiettivo della sua polemica sia qualcosa di serio e di importante.
Nel suo diario di appunti ritroviamo l’intenzione di utilizzare le “armi del ridicolo” con l’obiettivo
di scuotere gli animi e rinvigorire le conoscenze; in una nota allo Zibaldone, infatti, leggiamo:
«Così, a scuotere la mia povera patria e secolo, io mi troverò avere
impiegato le armi dell’affetto e dell’entusiasmo e dell’eloquenza e
dell’immaginazione nella lirica, e in quelle prose letterarie ch’io potrò
scrivere; le armi della ragione, della logica e della filosofia ne’ Trattati
filosofici ch’io dispongo; e le armi del ridicolo ne’ dialoghi e novelle Lucianee
ch’io vo preparando».
I dialoghi e novelle di ispirazione luciana a cui Leopardi fa riferimento sono le Operette morali,
prose di argomento filosofico, quasi tutte composte nel 18241, di ritorno da Roma, dopo la delusione
subita nel suo primo contatto con la realtà esterna al borgo di Recanati, fino allora unica sua dimora.
Le Operette, tuttavia, non sono dei saggi filosofici, degli essais; sono un ouvrage e, come tutti i
capolavori non nacquero all’improvviso, per una folgorazione subitanea. Al contrario da una parte
presuppongono la grande poesia d’eloquenza delle prime canzoni e la vena fantastico-immaginativa
della prima poesia idillica e dall’altra animeranno quasi tutti i canti posteriori al 1828.
Per la visione intensamente drammatica del giovane Leopardi il mondo contemporaneo si
presentava come la patria da salvare con la propria azione intellettuale e che egli sentiva di aver già
contribuito a salvare, o per lo meno tentato, con la propria poesia, con i propri scritti giovanili di indole
filosofica e polemica (come Storia dell’astronomia e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi)
ed eventualmente con i vari “trattati” sull’uomo e sulla società di cui restano abbozzi e progetti2.
Ora questa “nobile” azione di salvataggio della patria viene affidata alle Operette morali e alle
“armi del ridicolo” di cui sono intessute. «Ciò che ora spinge Leopardi a brandire le armi del ridicolo»
scrive Ugo Dotti riflettendo sull’ironia leopardiana «è la convinzione della totale vanità del tutto e,
conseguentemente, della suprema infelicità dell’uomo, protagonista del deserto»3.
Nello scrivere le Operette Leopardi intende dedicarsi in maniera esclusiva all’indagine
investigativa intorno all’arido vero. Lamenta la fine delle giovanili illusioni, lo sprofondare in uno stato
d’animo di aridità e di gelo, che impedisce ogni moto dell’immaginazione e del sentimento.
In esse Leopardi espone le sue riflessioni filosofiche attingendo al vasto materiale accumulato
nello Zibaldone; ma non si tratta di un’esposizione sistematica basata su una prosa dottrinale, bensì il
lettore si trova davanti una serie di invenzioni fantastiche, miti, allegorie, paradossi, apologhi, veri e
propri canti lirici in prosa.
Molte delle operette sono dialoghi, i cui interlocutori sono creature immaginose, personificazioni,
personaggi mitici o favolosi (Ercole e Atlante, un folletto e uno gnomo, il mago Malambruno e il
diavolo Farfarello, la Natura ed un’anima, la Terra e la Luna, la Moda e la Morte, la Natura e un
Islandese); in altri casi si tratta di personaggi storici (Colombo e Gutierrez, Plotino e Porfirio), oppure
di personaggi storici mescolati con essere bizzarri o fantastici (Torquato Tasso e il suo Genio familiare,
Federico Ruysch e le sue mummie).
In alcune operette l’interlocutore principale risulta essere proiezione dell’autore stesso (Timandro,
Tristano, il venditore d’almanacchi), altre invece hanno forma narrativa, come la Storia del genere
umano, sorta di favola o apologo mitico, o come La scommessa di Prometeo, una specie di conte
philosophique settecentesco alla Voltaire. Si hanno inoltre prose liriche (l’Elogio degli uccelli, il
Cantico del gallo silvestre), raccolte di aforismi paradossali (Detti memorabili di Filippo Ottonieri) e
discorsi che si rifanno alla trattatistica classica ( Il Parini, ovvero della gloria).
1
Alle operette scritte nel 1824 si aggiungeranno poi nel 1825 il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, nel 1827 il
Copernico e il Dialogo di Plotino e Porfirio, infine nel 1832 il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere e
il Dialogo di Tristano e di un amico.
2
Cfr. Ugo Dotti, Riflessioni sul comico e sull’ironia leopardiana, in Il riso leopardiano – comico, satira, parodia, Atti del
IX convegno internazionale di studi leopardiani, Leo S. Olschki Editore, Firenze 1995, p. 2.
3
Ugo Dotti, op. cit., p. 2.
Da questa rassegna risulta la varietà dell’invenzione fantastica di Leopardi, ma è da riscontrare
come anche le invenzioni più aeree si concentrino intorno all’infelicità inevitabile dell’uomo,
all’impossibilità del piacere e alla noia, temi tra i più cari all’autore.
Con tutto questo e nonostante la definizione di pessimismo che la critica continua ad attribuire al
pensiero leopardiano, leggendo le Operette non si ha un’impressione di cupezza, di tetraggine ossessiva
ed opprimente; ciò grazie allo sguardo fermo e lucido, all’assoluto dominio intellettuale e soprattutto al
distacco ironico con cui Leopardi contempla il vero, o meglio l’arido vero.
Ciò che Ugo Dotti nota nel suo saggio è come per Leopardi il comico non sia nient’altro (e niente
di meno) che il risvolto della disperazione lirica e, proprio per questo, ad esso deve essere riconosciuto
il medesimo valore che si attribuisce alle liriche leopardiane ed anche il medesimo scopo di
ammaestramento morale.
Forza della satira e pathos lirico sono dunque da vedere come i due lati di una medaglia,
essenzialmente uniti e inscindibili. Dotti nelle sue Riflessioni sul comico e sull’ironia leopardiana
scrive:
«La forza del riso, o per dir meglio, dello scherno e dell’aggressione
satirica – una forza che, indubitabilmente, sta all’origine delle Operette – non
è affatto, paradossalmente, una forza opposta, o che contraddica l’esperienza
del pathos lirico. Essa rappresenta piuttosto l’altro aspetto del volto
leopardiano. Mutano le forme epperò, ciò che non muta, è il quadro disperato
della società umana e dell’umana condizione»4.
Muovendo dalla constatazione del fatto che il riso risulta una sorta di privilegio per l’uomo, l’unico
tra gli animali a poter ridere, tanto da poter essere definito come un animale “risibile”, Leopardi
sottolinea argutamente il fatto singolare che quanto più si è consapevoli della propria infelicità e
miseria, tanto più si è inclini a riderne.
Nel diario di appunti del poeta troviamo la definizione del riso come una specie di pazzia non
durabile, un vaneggiamento, quasi un delirio. Ciò che più sta a cuore a Leopardi è, però, l’effetto che si
ottiene: il riso è indicibilmente consolatorio, è in grado di distrarre dalla spietata verità delle cose e
risarcisce dell’inutilità della vita.
Possiamo così capire, una volta entrati in questa sua ottica, come il riso nella contemporaneità di
Leopardi venga a supplire alle parti esercitate in tempi antichi dalla virtù, dalla giustizia, dall’onore,
ecc. Al riso viene dunque attribuito il compito morale di monito, cioè di frenare gli uomini dal
compiere “male opere”, spaventandoli. Donde nel 78° dei Pensieri: «Chi ha coraggio di ridere, è
padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire».
Nell’operetta composta tra il 14 e il 24 giugno del 1824 il volto sarcastico di Eleandro (colui che
ha compassione dell’uomo) fa rispondere a Timandro (colui che invece onora l’uomo):
«Ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto; e procuro di recarne
altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure per fermo
che il ridere dei nostri mali sia l’unico profitto che se ne possa cavare, e
l’unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la disperazione ha sempre
4
Ugo Dotti, op. cit., p. 4.
nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca
all’infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con nessuna forza, nessuna
arte, nessuna industria, nessun patto; stimo assai più degno dell’uomo, e di
una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni; che il mettermene a
sospirare, lagrimare e stridere insieme cogli altri, o incitandoli a fare
altrettanto»5.
Il riso viene così fissato nella sua duplice funzione:
- di consolazione e di autodominio;
- di dissacrazione doverosa degli errori che si perpetuano nella società.
Leopardi vede lo stretto rapporto che unisce il riso alla franchezza dello spirito e, dopo aver
rinnegato la virtù – suprema illusione degli antichi –, si sentiva libero di fondare la sua nuova
concezione del mondo, la quale dà al riso una valenza positiva, di rigenerazione, senza comunque
nasconderne l’illusorietà. Nel riso era infatti implicita la virtù di smascherare i tanti e millenari
pregiudizi e quello della stessa morale che su quei pregiudizi si fonda6.
Si tratta di un riso quanto mai consapevole, che trova ragion d’essere solo dopo il pianto; già nello
Zibaldone Leopardi riconosce che il ridere è una facoltà tarda, una facoltà che presuppone un pianto
che l’ha preceduta e pertanto la virtù moderna di una società più incivilita poteva rinascere sotto la
forma del riso. Il 12 maggio 1825, infatti, scrive:
«Quanto più l’uomo cresce (massime di esperienze e di senno, perché
molti sono bambini) e crescendo si fa più incapace di felicità, tanto egli si fa
più proclive e domestico al riso, e più straniero al pianto»7.
Al fondo rimane costantemente l’accento sul tema dell’infelicità umana, della sua disperazione,
dell’insensatezza e della vanità del tutto. La visione ironica nel poeta recanatese nasce dal paradossale
confronto con la realtà, qui infatti l’assurdità del riso trova ragione nel nulla.
Tempo e spazio nelle pagine dello Zibaldone vengono considerati nient’altro che idee, anzi nomi,
ovvero modalità di intendere il nulla. Sono quindi astrazioni dell’intelletto sia tempo e spazio, sia lo
stesso nulla. Lucio Felici sulla base di queste considerazione, nel saggio Il nulla e il riso, scrive:
«parrebbe infranta […] l’equazione nulla-materia. Ma così non è»8.
Leopardi infatti non ha mai rinnegato la materialità intrinseca della ragione, tanto da ritenere che
«la ragione [sia] la facoltà più materiale che sussista in noi»9. Questo fa sì che il nulla correlato alle
idee di tempo e spazio non si smaterializzi, restando del tutto estraneo alle categorie kantiane.
Dal nulla e dall’arcano in esso racchiuso sorge impellente il bisogno disperato delle illusioni,
anch’esse vissute nella piena corporeità, dunque piaceri vani per natura ma in Leopardi quanto mai
solidi:
5
Giacomo Leopardi, Dialogo di Timandro e di Eleandro, in Operette morali, Biblioteca Universali Rizzoli, Milano 1984, p.
255.
6
Cfr. Ugo Dotti, op. cit., pp. 6-7.
7
Giacomo Leopardi, Zib., 4138, 12 maggio 1825.
8
Lucio Felici, Il nulla e il riso, in Il riso leopardiano – comico, satira, parodia, Atti del IX convegno internazionale di studi
leopardiani, cit., p. 16.
9
Giacomo Leopardi, Zib., 107, 15 aprile 1820.
«Il più solido piacere di questa vita è il piacere delle illusioni. Io
considero le illusioni come cosa in certo modo reale stante ch’elle sono
ingredienti essenziali del sistema della natura umana, […] propri veramente
dell’uomo e voluti dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più
misera e barbara cosa ec. Onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel
composto ed ordine delle cose»10.
«Pare un assurdo, e pure è esattamente vero che tutto il reale essendo un
nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni»11.
Leopardi nel suo diario di appunti attribuisce spesso corpo alle illusioni ed in generale è proprio
alle idee che comunemente si ritengono più vaghe e astratte (nulla, piacere, sogno, illusioni, inganni)
che egli riserva l’aggettivazione più concreta: solido, stabile, durevole, corputo e simili.
Il paradosso nulla-materia genera a catena altri paradossi e possiamo dunque dire con Lucio Felici
che è proprio questa paradossalità a contenere in sé «i germi di una potenziale visione ironica della
realtà. Il riso leopardiano […] è in rapporto con l’idea del nulla e con l’enigma che il nulla contiene»12.
Nelle poesie e nelle prose al riso degli uomini viene spesso associato il canto degli uccelli,
espressione sì del mondo animale, ma così simile alla risata umana.
È da qui che prende spunto la lunga digressione sul riso contenuta nell’operetta scritta dal 29
ottobre al 1° novembre 1824, Elogio degli uccelli, titolo di ascendenza classico-sofistica ma che ricalca
anche “elogi” voltairriani.
Ancora ragazzo, Leopardi dedicò un’assidua osservazione alla vita degli uccelli; in quei piccoli
esseri vi vedeva soprattutto una grande vitalità, il potere di vincere la noia con il volo ed il canto.
Significative, in tal senso, le note dello Zibaldone del 7 e 8 luglio 1820:
«Il canto umano fa effetto grande nell’uomo. Al contrario quello degli
uccelli non molto. Grandissimo però deve essere il diletto che cagiona negli
uccelli, giacché si vede che questi cantano per diletto e che la loro voce non è
diretta ad altro fine come quella degli animali (eccetto le cicale, i grilli, ed altri
tali che nel continuo uso della loro voce non par che possano avere altro fine
che il diletto). Ed io sono persuaso che il canto degli uccelli li diletti non solo
come canto, ma come contenente bellezza, cioè armonia, che noi non
possiamo sentire non avendo la stessa idea della convenienza de’ suoni»13.
«Osservate ancora un finissimo magistero della natura. Gli uccelli ha
voluto che fossero per natura loro i cantori della terra, e come ha posto i fiori
per diletto dell’odorato, così gli uccelli per diletto dell’udito. Or perché la loro
10
Giacomo Leopardi, Zib., 51, 1819.
Ivi, 99, 1819.
12
Lucio Felici, op. cit., p. 17.
13
Giacomo Leopardi, Zib., 158, 8 luglio 1820.
11
voce fosse bene intesa, che cosa ha fatto? Gli ha resi volatili; accioché il loro
canto, venendo dall’alto, si spargesse molto in largo. Questa combinazione
del volo e del canto non è certamente accidentale»14.
Il canto ed il volo appaiono al poeta intimamente congiunti, la natura non ha operato a caso questa
unione e nell’Elogio degli uccelli Leopardi scrive: «gli uccelli partecipano del privilegio che ha l’uomo
di ridere»15.
Qui Leopardi sembrerebbe non solo paragonare il canto degli uccelli al riso umano, ma definire
quest’ultimo come un privilegio esclusivo dell’uomo, unico animale “risibile”, dunque come un aspetto
del tutto positivo. Bisogna tuttavia tener sempre presente il tono ironico che caratterizza le Operette e
non lasciarsi ingannare; infatti il riso è sì una facoltà di per sé positiva, come il canto per gli uccelli, ma
nell’uomo assume un carattere ambivalente: è consolatorio e al tempo stesso inquietante, perché
emerge dall’“infinità vanità del tutto”.
Il paradosso sta poi nel fatto che è la creatura più infelice e misera ad avere questo privilegio, che
si trasforma quasi in una beffa che la natura ha voluto fare all’uomo:
«Cosa certamente mirabile è questa, che nell’uomo, il quale infra tutte le
creature è la più travagliata e misera, si trovi la facoltà del riso, aliena da ogni
altro animale. Mirabile ancora si è l’uso che noi facciamo di questa facoltà:
poiché si veggono molti in qualche fierissimo accidente, altri in grande
tristezza d’animo, altri che quasi non serbano alcuno amore alla vita,
certissimi della vanità di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia,
e privi di ogni speranza; nondimeno ridere. Anzi, quanto conoscono meglio
la vanità dei predetti beni, e l’infelicità della vita; e quanto meno sperano, e
meno eziandio sono atti a godere; tanto maggiormente sogliono i particolari
uomini essere inclini al riso»16.
Nel mondo leopardiano, civilizzato dalla ragione, non può che trionfare il riso del disinganno,
perché ormai gli uomini hanno scoperto il vero e il male.
Il riso che nasce come reazione alla propria infelicità non è altro che un riso vendicativo e
sprezzante; se è riso naturale, autentico e non costruito ad arte per fini utilitari, si identifica invece con
la follia o con l’ubriachezza. Scrive Leopardi nell’Elogio degli uccelli: «il riso è specie di pazzia non
durabile, o pure di vaneggiamento e delirio»17.
In Leopardi il ridere e il folleggiare sono messi in rapporto diretto con le belle illusioni, in quanto
uniche a sottrarsi alla “infinta vanità del tutto”:
14
Giacomo Leopardi, Zib., 159, 8 luglio 1820.
Giacomo Leopardi, Elogio degli uccelli, in Operette morali, cit., p. 232.
16
Ibidem.
17
Ivi, p. 233.
15
«Tutto è follia in questo mondo fuorché il folleggiare. Tutto è degno di
riso fuorché il ridersi di tutto. Tutto è vanità fuorché le belle illusioni e le
dilettevoli frivolezze»18.
Il folleggiare viene qui presentato come estrema forma di saggezza: si può vedere il ricordo di
Democrito, il filosofo che rideva dei mali del mondo, contrapposto ad Eraclito, che piangeva sulle
disgrazie degli uomini. Ridere intorno agli uomini e alle loro disgrazie non deriva né dalla speranza né
dal dolore, bensì dalla noncuranza. L’unica speranza che Leopardi vede per sé e per gli uomini è la
speranza della morte.
Il 23 settembre 1821 nello Zibaldone troviamo scritto:
«Il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o
circostanti senza eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il
coraggio di ridere è padrone degli altri, come chi ha coraggio di morire»19.
Il riso in questa nota dello Zibaldone è mostrato nel suo essere segno di superiorità; assume la
valenza di arma che permette di imporsi nella società. L’animale non partecipa affatto del riso, perché
non si sente superiore agli altri della sua specie, come, invece, accade tra gli uomini.
Ridere franco e forte fa ottenere attenzione e rispetto, ma questo potere che si ottiene sugli altri
viene anche paragonato al domino sulla morte, altro tema topico in Leopardi.
Osserva Lucio Felici:
«Cade la distinzione fra riso-artificio e riso autentico, fra riso utilitaristico
e riso-follia […]. L’un riso si fonde nell’altro, nel gorgo dell’unica verità che è
la morte, nella rivelazione di un nulla che cancella ogni discrimine tra le
azioni e le reazioni umane, lasciando ai mortali solo una scelta, la dignità del
coraggio senza alcun scopo»20.
È nel nulla che si estende in ogni confine che l’assurdità del riso trova ragione; ogni tipo e forma di
riso si spiega solo a partire dal nulla, in quanto il riso «è, nonostante ogni negazione di causa»21.
La vicinanza con Nietzsche è pregnante, tanto che Antimo Negri ne Il riso di Nietzsche e il riso di
Leopardi rilegge Leopardi alla luce dell’idea nietzscheana di “gaia scienza”.
Leopardi, come del resto Nietzsche, critica fortemente i sistemi delle cose che “accomodano” a sé
le cose; ritiene infatti che le cosiddette cause finali siano solamente un prestito che l’uomo fa alla
natura, che di per sé non contempla tali cause.
Significativo al riguardo un passaggio del Dialogo della Natura e di un Islandese, in cui Leopardi
fa parlare la Natura così:
18
Giacomo Leopardi, Zib., 3390, 17 dicembre 1823.
Ivi., 4391, 23 settembre 1821.
20
Lucio Felici, op. cit., p. 23.
21
Ivi, p. 24.
19
«Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Or sappi
che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime,
sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini a
all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia
mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente,
se io vi diletto o vi beneficio, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi,
quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E
finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non
me ne avvedrei»22.
I verbi immaginavi e come credete voi sottolineano in maniera decisa il fatto che per l’autore
l’introduzione delle cause finali nella natura sia soltanto un gesto dell’immaginazione umana, un
prodotto delle credenze che l’uomo si è costruito sulla base delle sue personali esperienze, che, invece,
nella natura non trova riscontro.
Il legame Leopardi-Nietzsche sta proprio qui: il riso per Nietzsche, come per Leopardi, scoppia in
maniera inevitabile ed improvvisa quando si scopre che la natura non va come secondo l’uomo deve
andare.
Il mondo disincantato, creato in maniera sistematica dalle scienze, determina la genesi del riso in
quanto non è congruente con il mondo reale, ma è solo un’illusione. Così come illusorio è il mondo
poetico creato da Leopardi; d’altro canto questo suo carattere d’illusorietà non implica necessariamente
che non sia ugualmente consolatorio.
È la distanza che si crea tra natura reale e natura immaginata o creduta, vista come autrice di azioni
orientate a provvedere alla felicità (o all’infelicità) dell’uomo, che, una volta avvertita e denunciata,
genera il riso23. E questo spiega un’altra costante della riflessione leopardiana: il riso non investe ciò
che è realmente ridicolo, al contrario ciò che in effetti ridicolo non lo è affatto.
Nei Pensieri leggiamo:
«Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere o essere ciò
che non sono. Il povero, l’ignorante, il rustico, il malato, il vecchio, non sono
mai ridicoli mentre si contentano di parer tali, e si tengono nei limiti voluti da
queste loro qualità, ma sì bene quando il vecchio vuol parer giovane, il
malato sano, il povero ricco, l’ignorante vuol far dell’istruito, il rustico del
cittadino. […] Chi osserverà bene, vedrà che i nostri difetti o svantaggi non
sono ridicoli essi, ma lo studio che noi ponghiamo per occultarli, e il voler
fare come se non gli avessimo»24.
Il ridicolo si genera dallo scarto tra l’essere e l’apparire, tra ciò che si è nella realtà e ciò che di sé
si esibisce.
22
Giacomo Leopardi, Dialogo della Natura e di un Islandese, in Operette morali, cit., pp. 156-157.
Cfr. Antimo Negri, Il riso di Nietzsche e il riso di Leopardi, in Il riso leopardiano – comico, satira, parodia, Atti del IX
convegno internazionale di studi leopardiani, cit., pp. 68-69.
24
Giacomo Leopardi, Pens., IC.
23
Nella riflessione sul ridicolo c’è uno spostamento dalla cosa al soggetto; nei Detti memorabili di
Filippo Ottonieri Leopardi, che in Ottonieri si immedesima, ne definisce il movimento:
«D’infinite cose che nella vita comune, o negli uomini particolari, sono
ridicole veramente, è rarissimo che si rida; e se pure alcuno vi si prova, non
gli venendo fatto di comunicare il suo riso agli altri, presto se ne rimane.
All’incontro, di mille cose o gravissime o convenientissime, tutto giorno si
ride, e con facilità grande se ne muovono le risa negli altri. Anzi le più delle
cose delle quali si ride ordinariamente, sono tutt’altro che ridicole in effetto; e
di moltissime si ride per questa cagione stessa, che elle non sono degne di riso
o in parte alcuna o tanto che basti»25.
Il riso di Ottonieri-Leopardi è «il riso della filosofia che ha già riso del mondo e non le resta che
ridere di se stessa»26. È un’ironia “riposata e dolce”, non distruttiva solo in apparenza, perché di fatto
svuota il pensiero della sua stessa ragion d’essere.
Leopardi non ha la forza di ridere francamente, la sua è in fondo un’ironia retorica che trae origine
dalla discrepanza tra parere ed essere, tra presunzione e sostanza.
Egli si comporta da filosofo morale: non attacca direttamente il mondo, ma lo descrive e, con le
“armi del ridicolo”, lo smaschera. Scrive Sebastian Neumeister ne Le due categorie del ridicolo nei
“Pensieri” di Giacomo Leopardi: «i centoundici pensieri, ad eccezione del pensiero XX […],
costituiscono il taccuino di un moralista»27.
Il ridicolo nei Pensieri non è il prodotto di una costruzione artistica, esso esiste già nel mondo; ciò
che Leopardi fa è scoprirlo e renderne visibile la genesi, senza intento polemico, soltanto osservando e
pensando lucidamente.
La funzione del ridicolo è quella di essere segno di una disperazione umana già matura; il ridicolo
prova che il mondo è crudele, ingiusto e falso. Neumeister nota: «La maggioranza dei ridenti distrugge
la forza vitale dell’individuo e lo fa disperare – salvo che se ne rida: col riso della disperazione»28.
Per concludere è possibile affermare che il ridicolo in Leopardi abbia la caratteristica pressoché
unica di essere un qualcosa di quanto mai serio. Scavando e riflettendo sul riso si scopre che in fondo
non c’è niente da ridere: il riso o è un prodotto della stoltezza umana o un’arma che la stessa stoltezza
usa per difendersi contro tutto ciò che le è superiore.
Ecco spiegato perché il filosofo solitario Amelio, l’alter ego leopardiano nell’Elogio degli uccelli,
non scriverà mai la storia del riso, come si era invece ripromesso di fare.
«Amelio torna ad ascoltare il canto degli uccelli, poi riapre il libro che era
richiuso : non scriverà mai la storia del riso. Perché questa storia sono i
25
Giacomo Leopardi, Detti memorabili di Filippo Ottonieri, in Operette morali, cit. p. 216.
Antonio Prete, La «storia del riso» di Amelio filosofo solitario, in Il riso leopardiano – comico, satira, parodia, Atti del
IX convegno internazionale di studi leopardiani, cit., p 379.
27
Sebastian Neumeister, Le due categorie del ridicolo nei “Pensieri” di Giacomo Leopardi, in Il riso leopardiano – comico,
satira, parodia, Atti del IX convegno internazionale di studi leopardiani, cit., p 525.
28
Ivi, p. 524.
26
pensieri stessi, i versi stessi del poeta di cui egli, solitario filosofo, è un’ombra.
O un leggero sorriso»29.
29
Antonio Prete, op. cit., p. 383.
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