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conosciamo l`adda - Provincia di Bergamo
COMITATO CENTRO ADDA Parco Adda Nord Consorzio per la gestione CONOSCIAMO L`ADDA la pesca, le specie ittiche ed i suoi problemi a cura di M. Barzaghi, M. Biolcati, A. Spini Progetto didattico per le Scuole Medie Superiori PROVINCIA DI BERGAMO Si ringraziano la Provincia di Milano, il Comune di Trezzo sull’Adda e la F.I.P.S.A.S. di Milano per il contributo concesso. SALUTI DEL PRESIDENTE DEL PARCO ADDA NORD Quando il Comitato Centro Adda mi ha sottoposto – per un contributo alla pubblicazione – la guida che tenete tra le mani, ho ritenuto opportuno fare in modo che anche il Parco Adda Nord sostenesse questa “impresa” editoriale di questi amici del territorio dellʼAdda. Lʼoccasione di una nuova, opportuna, pubblicazione relativa in questo caso alla fauna e allʼhabitat ittici dellʼAdda mi pareva unʼoccasione utile per diffondere ulteriormente – oltre a ciò che quotidianamente viene fatto dal Parco, dalle Associazioni e dagli altri Enti preposti – informazioni e notizie preziose per rendere sempre più consapevole ciascuno di noi dello straordinario patrimonio ambientale e naturale rappresentato dal nostro Fiume. Una pubblicazione che è rivolta in particolare a bambini e giovani che, anche attraverso questa guida, conosceranno magari per la prima volta un ambiente di straordinaria ricchezza ed assoluto fascino. Buona lettura. Agostino Agostinelli Presidente Parco Adda Nord 1 PREFAZIONE Questa piccola pubblicazione che il nostro Comitato ha realizzato non ha certo pretese tecnico–scientifiche, ma vuole solo far conoscere ai ragazzi che abitano nei territori compresi nel Parco Adda Nord, e non solo, cosa è la pesca sportiva e quali sono le problematiche legate al nostro fiume. Conoscere lʼAdda e le sue tradizioni è fondamentale soprattutto per i giovani poiché saranno loro ad ereditare la responsabilità di conservare questo patrimonio naturale che abbiamo la fortuna di possedere. Purtroppo utilizziamo e sfruttiamo il nostro fiume senza accorgerci che lo stiamo gradualmente distruggendo; gli scarichi inquinanti, la deframmentazione, i prelievi indiscriminati per la produzione di energia, lʼutilizzo in agricoltura e molti altri fattori dovrebbero più oculatamente considerare i parametri legati alla biodiversità e alla qualità delle nostre acque. Il fiume è una entità “vivente” e come tale dovrebbe essere considerato! Molte specie ittiche sono ormai scomparse e parecchie sono in via di estinzione, tutto ciò a causa del lento degrado che il fiume sta subendo negli ultimi decenni. I depuratori esistenti sono stati costruiti con forte ritardo e ormai sono diventati obsoleti. I controlli nei confronti delle aziende più inquinanti volti a verificare la qualità delle acque che gli scarichi immettono direttamente nel fiume sono stati per molti anni quasi inesistenti. Le sanzioni per chi provoca morie di pesci o gravi forme di inquinamento sono irrilevanti e questo ha diffuso la consapevolezza che pagando una piccola sanzione pecuniaria si possa continuare ad inquinare. È necessario che vengano cambiate le strategie, che si comincino ad applicare in modo più deciso le nuove leggi e le direttive europee riferite a piani di tutela delle acque. Le Province di Milano, Lecco e Bergamo, il Parco Adda Nord, le amministrazioni locali e la Federazione della Pesca appoggiano sensibilmente il nostro Comitato per cui riteniamo indispensabile che anche da parte di tutti i cittadini ci sia maggiore collaborazione verso questi Enti preposti alla gestione del territorio. Con questo nostro intervento vorremmo sviluppare negli studenti quella sensibilità ambientale e quella coscienza civile che permetterà loro un giorno di garantire un futuro sempre più lungo e roseo a questo territorio estremamente interessante dal punto di vista ambientale, ma anche fortemente antropizzato. Barzaghi Maurizio Presidente Comitato Centro Adda In collaborazione con: Biolcati Maurizio Presidente LBFI Spini Andrea Carp Fishing Italia 3 INDICE 1. 1.1 1.2 1.3 1.4 1.5 1.6 LʼADDA: CONOSCERLA PER APPREZZARLA Origine del nome Il suo percorso dalla sorgente alla foce e dati generali Origine e originalità del territorio Caratteristiche morfologiche Dati idrologici Un poʼ di storia pag. pag pag. pag pag pag pag 8 8 8 10 11 12 13 2. 2.1 2.2 2.3 2.4 LʼAMBIENTE ACQUATICO Gli ambienti acquatici e vocazioni ittiche Cenni di ecologia fluviale Parametri ambientali caratteristici di un corso dʼacqua ed influenzanti le comunità ittiche Analisi qualitativa delle acque pag. pag. pag. pag. pag. 17 17 19 20 22 3. 3.1 3.2 3.3 3.4 LʼUTILIZZO DELLE ACQUE I parchi, gli enti e le associazioni per la gestione La produzione di energia da fonte idrica nel Parco Adda Nord Derivazione delle acque per scopo irriguo Turismo e fruizione nel Parco Adda Nord pag. pag. pag. pag. pag. 25 25 25 27 29 4. LE SPECIE ITTICHE 4.1 Specie ittiche autoctone e naturalizzate 4.2 Specie ittiche alloctone 4.3 Elenco delle principali specie ittiche pag. pag. pag. pag. 30 31 33 33 5. LA PESCA NEL PASSATO E LA SUA EVOLUZIONE FINO AI GIORNI NOSTRI pag. 96 6. SVILUPPO TECNOLOGICO DEI MATERIALI E NUOVE TECNICHE DI PESCA pag. 101 7. 7.1 7.2 7.3 pag. pag. pag. pag. I PROBLEMI DEL FIUME Cause di alterazione delle comunità ittiche: alcuni esempi Gli uccelli ittiofagi Il siluro e le specie ittiche alloctone 103 103 111 119 8. CONCLUSIONI E RINGRAZIAMENTI pag. 121 9. GLOSSARIO pag. 122 10. BIBLIOGRAFIA pag. 124 5 IL PARCO ADDA NORD Il Parco Adda Nord è un parco fluviale e di cintura metropolitana esteso per circa 7.000Ha sul suolo di 34 comuni rivieraschi disposti lungo il tratto di Adda che attraversa lʼalta pianura, a valle del lago di Como. Negli anni ʼ70 le rapide trasformazioni territoriali, lʼinquinamento ambientale e le future previsioni di sviluppo urbanistico minacciavano la sopravvivenza delle aree verdi della pianura lombarda, e sempre più sentita era la necessità di tutelare le zone di elevata qualità ambientale e paesistico-culturale della valle dellʼAdda. Con questi propositi nel 1983 è stato costituito il Parco Adda Nord a cui spetta lʼimportante ruolo di tutela e mantenimento del territorio e degli elementi naturali attraverso la mediazione fra le esigenze di promozione e sviluppo delle attività economiche locali e la salvaguardia dellʼecosistema. La sede del Parco è ubicata presso Villa Gina a Trezzo SullʼAdda. Mappa dei 34 comuni che costituiscono il Parco Adda Nord 6 PRESENTAZIONE DEL COMITATO CENTRO ADDA E ATTIVITÀ SVOLTE Il Comitato Centro Adda è unʼassociazione costituita principalmente per tutelare la fauna ittica e salvaguardare lʼecosistema fluviale. Questa società è nata grazie allʼiniziativa di alcuni pescatori stanchi di assistere al costante degrado dei nostri fiumi che sta portando inevitabilmente ad una forte riduzione della fauna ittica. Eʼ stato quindi deciso di formare un Comitato indirizzato a vigilare sul fiume, a collaborare con gli organi competenti e a segnalare loro tempestivamente le problematiche più significative che stanno provocando questa situazione di sofferenza dei nostri ecosistemi. Per ora il Comitato Centro Adda si propone di operare nel bacino fluviale del tratto di Adda compreso tra Lecco e Truccazzano, che corrisponde allʼarea territoriale del Parco Adda Nord. Queste sono le principali attività svolte: 1) Segnalare eventuali inquinamenti e situazioni di degrado ambientale (morie di pesci, scarichi abusivi, scarichi di materiale, ecc.) 2) Segnalare episodi di bracconaggio o palese inosservanza dei regolamenti riferiti alla pesca sportiva 3) Verificare la corretta applicazione delle leggi regionali e provinciali nel rispetto del Piano di Tutela delle Acque e delle direttive comunitarie 4) Verificare il corretto funzionamento delle scale di risalta pesci che sono di proprietà degli enti che gestiscono le grandi derivazioni e far pressione sugli organi competenti ove queste strutture non siano previste 5) Segnalare e collaborare con gli enti preposti per la risoluzione dei problemi relativi ai danni provocati dagli uccelli ittiofagi (soprattutto cormorani) e le specie ittiche non autoctone (piani di contenimento) 6) Mantenersi aggiornati sullo stato di qualità e biodiversità del fiume e dei suoi affluenti nonché dei parametri che periodicamente vengono estrapolati e riguardano i descrittori chimico-fisici e idromorfologici riguardanti la qualità delle acque 7) Collaborare con la F.I.P.S.A.S. e le Province alle semine del materiale ittico 8) Realizzare e gestire iniziative atte a favorire lo sviluppo e la salvaguardia del novellame (ghiaieti, legnaie, alimentazione artificiale nelle aree di svernamento, ecc.) 9) Promuovere e partecipare ad iniziative per la pulizia delle sponde ed il contenimento della vegetazione invasiva 10) Svolgere attività didattica e ambientale (soprattutto nelle scuole) per illustrare le caratteristi che del nostro fiume, le specie ittiche presenti e i problemi connessi al degrado delle nostre acque illustrando i motivi principali riguardanti la scomparsa delle specie autoctone 11) Partecipare e organizzare convegni e riunioni specifiche legate alle nostre tematiche 12) Proporre a Province e F.I.P.S.A.S. eventuali modifiche da apportare a regolamenti riferiti alla gestione della pesca sportiva (misure, divieti, aree di protezione, ecc.) 7 1. LʼADDA: CONOSCERLA PER APPREZZARLA 1.1 Origine del nome Il nome “Adda” deriva dal termine “Abdua” che è di origine celtica e significa acqua corrente. Sin dalla preistoria la presenza di un corso dʼacqua in un territorio potenzialmente colonizzabile era il primo presupposto affinché lʼinsediamento di una popolazione potesse condurre ad una civiltà prospera. Il termine “Adda” può essere interpretato in entrambi i generi come se fosse sostantivo maschile o femminile. Un fatto curioso è che presso le popolazioni rivierasche che hanno instaurato un rapporto di lavoro o affettivo e quasi “umano” col fiume, dominati da una sensazione di possesso, si verifica la tendenza a personificare il fiume Adda donandogli unʼidentità femminile. 1.2 Il suo percorso dalla sorgente alla foce e dati generali Con i suoi 313 Km, lʼAdda occupa il quarto posto nella classifica per lunghezza dei fiumi italiani: la precedono solamente il Po (652 Km) di cui è il maggiore affluente per lunghezza ed il secondo per portata media alla foce (quasi 190 m3/sec), lʼAdige (410 Km) ed il Tevere (405 Km). Il corso principale dellʼAdda ricade interamente in Lombardia, mentre parte del bacino imbrifero (il sesto in Italia con unʼestensione di 7.979 Km2), è situato in territorio elvetico. I vari rami sorgentizi dellʼAdda nascono sulle Alpi Retiche dal giogo dello Stelvio e dal Gruppo dellʼOrtles, più precisamente a 2.237m s.l.m. sul versante meridionale del Monte del Ferro, nella Val Alpisella (Parco Nazionale dello Stelvio), una piccola valle alpina comunicante con la valle di Fraele dove si trovano i laghi artificiali di Cancano e San Giacomo. Dalla valle di Livigno lʼAdda inizia ad assumere lʼaspetto di un torrente e quindi entra nella conca di Bormio dove riceve il tributo del Braulio, del Bormina e del Frodolfo. Di qui il fiume percorre tutta la Valtellina per 125 Km - facendo da confine tra Alpi Retiche ed Orobie - arricchito dagli apporti del Roasco, del Poschiavino, del Mallero, del Masino e si immette nel lago di Como presso Colico, più precisamente a Gera Lario in località Fuentes. Lʼalto corso dellʼAdda ha carattere torrentizio con forte azione erosiva; la massa di detriti che il fiume convoglia ha colmato lʼantico delta lacustre, formando il Pian di Spagna e isolando così il lago di Novate Mezzola. Il fiume esce dal Lario (il terzo lago più grande dʼItalia con una superficie di 145 Km2) in fondo al ramo di Lecco presso lʼomonima città, riprende il suo corso solamente per poche centinaia di metri dove è attraversata dai 3 ponti cittadini e si allarga per riprendere le caratteristiche di lago formando i due bacini contigui di Garlate (4,47 Km2) e di Olginate (0,77 Km2). Lasciato questʼultimo specchio dʼacqua, scorre incassata fra due alte sponde di terreni prima morenici fino al suo sbocco in pianura presso Trezzo sullʼAdda e poi alluvionali fino alla foce. 8 Ricevuto da sinistra il Brembo a Canonica DʼAdda si getta nella pianura padana, attraversa la città di Lodi, serpeggia lenta e con ampi meandri ricevendo il Serio presso Gombito sinché sfocia nel Po in località Castelnuovo Bocca dʼAdda, circa 10 Km a Ovest di Cremona. LʼAdda è navigabile da Olginate fino a Robbiate e da Formigara alla foce; dallʼasta fluviale prendono origine diversi canali di varie dimensioni tra cui spiccano per importanza: • il Naviglio della Martesana: voluto da Filippo Maria Visconti nel 1443 e completato nel 1457, nasce in località Concesa a Trezzo SullʼAdda e porta le acque dellʼAdda sino a Milano (al fine di congiungersi col Ticino, rendeva possibile la navigazione ponendo in comunicazione il lago di Como con il lago Maggiore; durante il suo tragitto verso il capoluogo lombardo alimentava 16 ruote di mulini ed irrigava buona parte del territorio); • il canale della Muzza: le sue acque, tratte dal fiume a Cassano dʼAdda, irrigano parte della pianura milanese e tutto il Lodigiano per poi tornare nello stesso fiume sopra Castiglione dʼAdda; la sua costruzione risale al 1220; • il canale Vacchelli che ha inizio allo sbarramento di Bocchi a Comazzo (LO) serve per irrigare la pianura cremasca e parte di quella cremonese. LʼAdda in uscita dal lago di Lecco LʼAdda che attraversa Lecco Nascita del Naviglio Martesana in loc. Concesa a Trezzo Conca madre a Paderno 9 Ruota del Mulino di Groppello sul canale Martesana Chiusa su canale ENEL (Trezzo SullʼAdda) 1.3 Origine e originalità del territorio La grande varietà di paesaggi e di ambienti naturali incontrati dallʼAdda durante il suo corso (tra la montagna, il lago e la pianura) è dovuta allʼazione modellante dei ghiacciai nella parte più Settentrionale e a quella del fiume stesso nella parte Meridionale. Durante lʼultima glaciazione i ghiacciai, oggi limitati a pochi lembi residui in alta montagna, avevano unʼestensione ben maggiore, arrivando quasi alle porte di Milano (il limite è stato individuato a livello della collina di Montevecchia). Le grosse “lingue” glaciali che scendendo dalle Alpi invadevano la pianura, lasciarono come traccia del loro passaggio formidabili anfiteatri morenici, valli che si sarebbero trasformate nei grandi laghi prealpini ed enormi ammassi di detriti: le colline chiamate “morene”. Ritiratosi definitivamente il ghiacciaio, il fiume si è lentamente scavato il proprio letto trasportando con sé enormi quantità di detriti. I territori attraversati sono perciò costituiti sia da depositi fluvio-glaciali più antichi (argille rosso-giallastre, i cosiddetti “ferretti”) e localmente, soprattutto tra Paderno e Trezzo, da banchi conglomeratici caratteristici: si tratta del “ceppo dellʼAdda” una roccia di origine glaciale molto resistente utilizzata nel secolo scorso come pregiato materiale da costruzione (ne è un esempio illustre il basamento del duomo di Milano). Depositi invece di epoca più recente di origine sabbiosa e ghiaiosa risultano presenti soprattutto tra Cassano e Truccazzano. Un altro residuo dellʼera glaciale è il lago di Sartirana un bacino dalla superficie di 11. Ha di origine morenica dichiarato Riserva Naturale della Regione Lombardia molto ricco dal punto di vista della biodiversità a livello di avifauna. Altre tre zone umide di grande importanza per la fauna volatile sono state dichiarate S.I.C. (Sito di Interesse Comunitario): il lago di Olginate, la cosiddetta “Palude di Brivio”, una grande zona acquitrinosa formata dallʼisola della Torre e dallʼisolone del Serraglio e la riserva naturale “le Foppe”oasi WWF a Trezzo sullʼAdda. 10 I “tre corni” a Paderno DʼAdda La palude di Brivio (area S.I.C.) 1.4 Caratteristiche morfologiche Analizzando il corso del fiume Adda salta allʼocchio come sia possibile suddividere il fiume, dal punto di vista geografico, in due segmenti principali: • ADDA PRE-LACUALE (immagine a lato): dalle sorgenti e per tutta la Valtellina, fino allʼingresso nel lago di Como (unico immissario). • ADDA SUB-LACUALE (immagine sotto): dallʼuscita del lago di Como (unico emissario) attraversa la pianura padana fino alla foce. Ad eccezione della Valtellina, in cui il fiume scorre obbligatoriamente con direzione Est-Ovest, perché incassato tra il gruppo della Alpi Retiche e quello delle Orobie, per il resto del suo tragitto lʼAdda si muove da Nord verso Sud tagliando longitudinalmente la Lombardia ed attraversando la Pianura Padana dividendola idealmente in alta e la bassa pianura. Lʼalta pianura si sviluppa a ridosso delle colline ed è formata da detriti più pesanti come ciottoli e ghiaia tanto che lʼacqua piovana, invece di rimanere in superficie, penetra nel sottosuolo attraverso gli spazi esistenti fra i detriti e scende in profondità fino a quando trova uno strato impermeabile che blocca (in parte) il suo percorso, dando origine a grandi depositi dʼacqua: le falde acquifere. Lʼacqua presente nelle falde scorre verso il mare come un fiume sotterraneo, ma molto lentamente. Lo strato impermeabile costituito da quei detriti più fini e leggeri trasportati a maggior distanza dal fiume, come 11 argilla e sabbia, è tipico di alcuni strati della bassa pianura. Nel punto di incontro tra alta e bassa pianura si crea la fascia delle risorgive, cioè quella zona di territorio in cui una parte dellʼacqua sotterranea riemerge e continua il suo ciclo in superficie. Le acque di risorgiva hanno caratteristiche particolari: una temperatura di 9-12°C per tutti i mesi dellʼanno ed una portata costante durante le stagioni di circa 65 m3 al secondo; sono acque limpide e potabili e spesso ricche di sostanze minerali. I caratteri della vegetazione presente in queste zone, sono i più vari: dai prati asciutti, ai prati umidi (le marcite) ad una vegetazione di tipo palustre, alle piante sommerse o natanti. Il regime idrologico dellʼAdda è di tipo nivo-glaciale, caratterizzato cioè da un periodo di magra invernale tra dicembre e marzo e da un incremento di portate in primavera in coincidenza con lo scioglimento delle nevi e lʼaumento delle precipitazioni (la cosiddetta “acqua di neve”). Le portate massime vengono raggiunte generalmente durante lʼestate (giugno luglio), quando le temperature più elevate provocano il parziale scioglimento dei ghiacciai e quando le probabilità di forti temporali che ingrossano il fiume sono maggiori. Le portate dellʼAdda risultano regolate artificialmente lungo tutto il suo corso e la presenza di grandi invasi, a partire da poco dopo le sorgenti (dighe di Cancano e S. Giacomo), ne modificano sostanzialmente il regime idrologico. In relazione ai cicli di funzionamento degli impianti idroelettrici, le acque invasate sono turbinate e restituite al fiume con un andamento fortemente discontinuo, con variazioni consistenti fra il giorno e la notte, così come tra giorni feriali e fine settimana. Subito a valle delle prese i volumi dʼacqua sono invece ridotti al solo deflusso minimo vitale (per ora il 5% della portata media-annua). 1.5 Dati idrologici • Sorgente: falde del Pizzo del Ferro, circa a quota 2.237 m; • Confluenza: nel fiume Po, poco a monte di Cremona, circa a quota 35 m s.l.m.; • Provincie attraversate: Sondrio, Como, Lecco, Milano, Bergamo, Lodi e Cremona; • Sbarramento di Olginate allʼuscita dal lago di Garlate Sbarramento di Olginate allʼuscita dal lago di Garlate • Bacino tributario: 7.959 Km2; • Bacino imbrifero alla diga di Olginate: 4.552 Km2; • Portata media in ingresso nel Lario (loc. Fuentes, Gera Lario): 87 m3/s, con valori massimi di 177 m3 in giugno e minimi di 40 m3 in gennaio; • Portata media allʼuscita dal Lario (loc. Lavello, Olginate): 168 m3/s, con valori massimi di 282 m3 in giugno e minimi di 88 m3 in marzo; • Portata massima giornaliera media di afflusso al lago (18-7-1987): 1836 m3/s • Portata massima giornaliera media di deflusso dal lago (20-7-1987): 918 m3/s • Portata minima giornaliera media di deflusso dal lago (4-4-1953): 18 m3/s 12 1.6 Un poʼ di storia Da sempre lʼAdda ha avuto unʼimportante funzione strategica. Soprattutto il suo medio corso, tra Lecco e Cassano, ha rappresentato una vera e propria frontiera: via per chi calava da Nord come conquistatore, ostacolo per gli eserciti che si rincorrevano nella pianura padana. Non è un caso che dal 223 a.C. (data della battaglia tra Romani ed Insubri), gli scontri armati si siano svolti quasi sempre nelle vicinanze dei guadi di Cassano, Trezzo, Vaprio, Canonica e Cornate. Questi territori suscitarono interesse anche durante le invasioni barbariche: nella zona di Trezzo fino a Fara Gera dʼAdda vi si insediarono i Longobardi della regina Teodolinda: il re Autari costruì un palazzo ed una basilica di culto ariano e chiamò Fara Autarena. Immediatamente dopo il periodo medievale, con lʼItalia delle Signorie, lʼAdda diventò un confine di stato tra i più rigidi e stabili: quello tra il Ducato di Milano e la Repubblica della Serenissima che durò ben 400 anni. Sulle sponde del fiume si avvicendarono i domini dei Visconti, degli Sforza e dei francesi. A questi ultimi si sostituirono gli spagnoli durante la Guerra dei Trentʼanni, con i Lanzichenecchi che da Nord discendevano lungo il corso del fiume portando epidemie, distruzione e saccheggi. Agli spagnoli, pessimi amministratori, seguirono gli austriaci (interrotti solo dalla parentesi napoleonica a fine ʻ700) che portarono pace, sviluppo tecnologico ed economico. Durante il Rinascimento, il Ducato di Milano fu uno degli stati più tecnologicamente avanzati. Ciò era dovuto principalmente al complesso sistema di canali artificiali che fin dallʼepoca romana irrigava la pianura milanese rendendola uno dei territori più fertili dʼEuropa. Su questo fitto reticolo di navigli, canali e rogge si svilupparono lʼindustria ed i commerci. Lʼacqua forniva energia per mulini, filande, filatoi, fucine; ma era anche via di comunicazione e trasporto di merci e persone dalla Valtellina e dalla Svizzera verso Milano. Come abbiamo appena visto, lʼAdda non ha rivestito nel tempo solamente unʼimportanza geografica, paesaggistica, ambientale o naturalistica, ma ha accompagnato il cammino dellʼuomo sin dalle prime civiltà. Sono quindi molteplici le connessioni e numerosi i collegamenti con lʼarte, la letteratura, la storia e la vita degli uomini. Da Lecco a Cassano dʼAdda si sono create negli anni molteplici situazioni e si sono scoperti parecchi siti di interesse che pongono lʼAdda in primo piano in molti ambiti, ecco i più rappresentativi: - lʼimportanza dellʼAdda ne “I Promessi Sposi”: già allʼapertura del romanzo il Manzoni dà una descrizione particolareggiata dei luoghi intorno a Lecco dove si svolgono le vicende dei protagonisti. Inoltre nellʼ”addio ai monti” di Lucia che sta andando a vivere nel mona-stero a Monza, si nota quanto i poveri abitanti conoscessero a fondo ogni particolare e quanto fossero attaccati agli elementi naturali caratterizzanti il territorio che abitavano. Infine, il fiume Adda diventa “un amico, un fratello, un salvatore” per Renzo in fuga dai guai di Milano; varcare il fiume è sinonimo di salvezza e vita nuova. - il museo della seta di Garlate: dopo la rivoluzione industriale la Pianura Padana è diventata il fulcro territoriale per la bachicoltura. Il complesso serico di Garlate fu attivo fino agli anni Cinquanta. Nel 1953 venne realizzato il Museo della Seta, che costituì il primo museo di archeologia industriale in Italia e una preziosa testimonianza sulla lavorazione della seta 13 nel nostro territorio che fu, con la metallurgia del ferro, la principale risorsa economica della provincia di Lecco fino agli anni Trenta del Novecento. - Leonardo Da Vinci, il Rinascimento e lʼAdda: soggiornò a Milano per due lunghi periodi, dal 1482 al 1500 e ancora dal 1506 al 1512. Durante questi periodi lungo le rive dellʼAdda, Leonardo condusse studi ed esperimenti per il suo trattato “Delle Acque”. Dipinse i paesaggi del medio corso: il fiume tra Monastirolo e Trezzo, la Martesana e il promontorio di Concesa, tra Vaprio e Canonica, progettò il traghetto (foto) identico a quello tuttʼoggi funzionante ad Imbersago. Il traghetto di Leonardo a Imbersago Disegnò la pianta del castello di Trezzo. Visitò la forra dellʼAdda, un canyon profondo 80 m che si snoda tra i comuni di Paderno e Cornate in cui il fiume riprende le sue caratteristiche torrentizie diventando a tratti turbolento, a tratti lento e profondo. Qui, gli scenari straordinariamente originali e le formazioni rocciose tipiche come “i tre corni” hanno affascinato ed ispirato lʼartista tanto da indurlo a studiarli, misurarli, disegnarli nei codici e ritrarli sullo sfondo del dipinto “La Vergine delle Rocce”, “La Madonna e S. Anna” e, forse, anche in quello della Monna Lisa. Ma Leonardo fece molto altro: concepì e progettò migliorie ed aggiornamenti tecnologici per le chiuse idrauliche che ancora oggi vengono chiamate “conche vinciane” e progettò il Naviglio di Paderno superando il dislivello tra Brivio e Trezzo al fine di collegare il lago di Como con la città di Milano (Codice Atlantico). Questi progetti di ingegneria fluviale vennero poi realizzati nel Settecento. La Vergine delle Rocce - i castelli viscontei di Trezzo sullʼAdda e di Cassano: il primo si staglia imponente sopra una doppia ansa che forma il fiume. Inizialmente era una roccaforte longobarda, mentre il castello vero e proprio venne eretto nel 1300 per volere di Bernabò Visconti e poi più volte conteso tra Federico Barbarossa, la famiglia Torrazzi e quella Viscontea. Il secondo domina lʼargine del canale Muzza, fu costruito in data sconosciuta, ma già dalla fine dellʼ800 accolse gli arcivescovi di Milano, gli Sforza, gli spagnoli, i marchesi Castaldo, Bonelli e i DʼAdda. Castello visconteo a Trezzo SullʼAdda 14 - il ponte di Paderno: splendido esempio di archeologia industriale, è un manufatto in ferro del 1887-89 progettato dallʼingegnere svizzero Jules Röthlisberger e destinato ad uso ferroviario e stradale che, grazie ad unʼarcata parabolica di 350 m, supera il fiume collegando la sponda lecchese a quella bergamasca. Lungo 266 m, si eleva sopra il pelo libero dellʼacqua di 85 m. La rilevanza del ponte San Michele dal punto di vista storico è paragonabile a quella della costruzione della Tour Eiffel, eretta esattamente negli stessi anni e con le stesse tecnologie. Entrambe le strutture allʼepoca della costruzione divennero il simbolo del trionfo industriale per i rispettivi paesi. Ponte in ferro a Paderno dʼAdda - Il villaggio operaio di Crespi dʼAdda: dichiarato nel 1995 Patrimonio dellʼUmanità da parte dellʼUNESCO, è tra i più importanti esempi di villaggio operaio nel mondo e, per questo motivo, considerato un gioiello dellʼarcheologia industriale. Sfiorato dal lento scorrere dellʼAdda, proprio dove le acque del fiume sono deviate verso Milano dal Naviglio Martesana, Crespi dʼAdda è inserito in un contesto naturale di rara bellezza e suggestione. I villaggi operai furono realizzati in Italia sullʼesempio di precedenti esperienze europee a partire dal 1850. Erano agglomerati urbani pensati per poter ospitare tutti i lavoratori di una medesima fabbrica, dagli operai fino ai dirigenti; una classe imprenditoriale “illuminata” Villaggio operaio a Crespi dʼAdda vide in questa soluzione un modo per ovviare alle deplorevoli condizioni in cui versavano le classi lavoratrici dellʼindustria, ancora in fase iniziale di sviluppo, migliorando al contempo la produttività. La famiglia Crespi mirava alla creazione di una comunità ideale nella quale si fondessero armonicamente le necessità imprenditoriali e i bisogni della classe operaia. - Le centrali idroelettriche: rappresentano un altro maestoso esempio di architettura fluviale; accompagnano lʼAdda da Robbiate a Trezzo fondendosi armonicamente con lʼambiente. Troviamo in successione le centrali Semenza, Bertini, Esterle e la Taccani. Questa parte di territorio fino a Cassano dʼAdda fu quello che nellʼOttocento subì la prima industrializzazione e, oltre agli esempi sopracitati, si può annoverare anche il Linificio-Canapificio Nazionale di Fara Gera dʼAdda ed altri numerosi filatoi. Ciò che impressiona è quanto già allʼepoca fosse radicata una sensibilità dal punto di vista ambientale e civile, infatti, per ogni impresa (di qualsiasi tipo: linifici, filatoi, attività molitoria, ecc) che avesse a che fare con il fiume era prevista la derivazione di un canale per la costituzione di un impianto destinato alla 15 Centrale Semenza e naviglio di Paderno dʼAdda Villa Gina, sede del Parco Adda Nord produzione di energia elettrica in modo da essere totalmente autosufficienti dal punto di vista energetico e non pesare sulle disponibilità pubbliche. - i palazzi e le ville “di delizia”: nei paesi che costeggiano il fiume lungo il suo cammino numerosi sono gli esempi che testimoniano quanto questi ambienti fossero graditi e ricercati dalle più importanti e prestigiose famiglie di quei tempi. A testimonianza di tutto ciò ci rimangono oggi numerose ville ed abitazioni di lusso costruite in epoche diverse e secondo stili architettonici differenti, ma tutte accomunate da eleganza, location mozzafiato e giardini favolosi. Ecco alcuni esempi: villa Melzi dove soggiornoʼ Leonardo e villa Castelbarco a Vaprio dʼAdda. A Cassano dʼAdda troviamo Villa Borromeo, capolavoro del neoclassicismo lombardo. A Trezzo sullʼAdda troviamo ancora villa Gina, oggi sede del Parco Adda Villa Melzi, Vaprio dʼAdda Nord, villa Gardenghi in stile tardo rinascimentale e poi ancora villa Cavenago e Casa Bassi. - lʼimpronta di Cluny: dopo il medioevo, la rinascita spirituale, culturale ed economica fu guidata non da nuovi feudatari, ma dai monaci benedettini legati alla regola di Cluny, il monastero francese da cui lʼordine cluniacense si diffuse in tutta Europa. I territori dellʼAdda non fecero eccezione. Nel 1076 fu fondato il monastero di Pontida e divenne ben presto Priorato cluniacense. Ancora oggi molte chiese romaniche ci parlano del diffondersi di piccoli monasteri benedettini lungo tutto il corso del fiume, come S. Benedetto in Portesana (Trezzo sullʼAdda), S. Michele deʼ Verghi (Calusco dʼAdda), SS. Colombano e Gottardo (Arlate) ed altri numerosi esempi sparsi nelle zone dellʼisola bergamasca (es. San Tomé ad Almenno S. Bartolomeo). Altri luoghi che testimoniano la profonda spiritualità radicatasi in questi territori sono il Santuario della Madonna del Bosco a Imbersago, il Santuario della Divina Maternità a Concesa e il Santuario della Rocchetta. 16 2. LʼAMBIENTE ACQUATICO 2.1 Gli Ambienti acquatici e vocazioni ittiche I criteri per la definizione della vocazione ittica vengono determinati in base alle caratteristiche chimico-fisiche e biologiche, attuali e potenziali. Per quanto riguarda gli ambienti lotici i criteri di valutazione maggiormente riconosciuti e seguiti sono quelli che mettono in relazione la tipologia del popolamento ittico presente con le caratteristiche morfometriche, geologiche e idrobiologiche dei corpi dʼacqua e vanno adeguatamente interpretati ed integrati in funzione della maggiore o minore incidenza dei fattori di alterazione ambientale. Sulla base di queste considerazioni si è giunti a suddividere i corsi dʼacqua in 5 categorie che, generalmente ma non tassativamente in successione da monte a valle, sono riconducibili a: 1. “acque a salmonidi” 2. “acque a salmonidi e/o timallidi” 3. “acque a ciprinidi reofili” 4. “acque a ciprinidi limnofili” 5. “acque non vocazionali” Le “acque a salmonidi” corrispondono ai tratti montani dei corsi dʼacqua caratterizzati da notevole pendenza dellʼalveo, da elevata velocità di corrente, da basse temperature ed elevato contenuto di ossigeno. La comunità ittica è costituita prevalentemente da trote e solo in minima parte da specie minori quali lo scazzone, la sanguinerola e il vairone. Nella sequenza si possono rinvenire le “acque a salmonidi e/o timallidi”. Pur mantenendo una buona qualità ecologica complessiva con una significativa velocità di corrente, questi tratti fluviali ospitano, oltre alle specie individuate nella zona precedente e ai barbi, anche la trota marmorata e La zona “del temolo” il temolo (specie caratterizzanti). Nelle “acque a ciprinidi reofili” possono essere ancora presenti trote e temoli, ma gradualmente le specie caratterizzanti e predominanti diventano il barbo, il vairone, il cavedano, la savetta e la lasca, ovvero specie appartenenti alla famiglia dei Ciprinidi che prediligono fondali ghiaiosi, pendenze e velocità di corrente moderate. Le “acque a ciprinidi limnofili” si identificano normalmente nel tratto terminale del corso 17 dʼacqua, dove pendenza e velocità di corrente sono ormai molto ridotte. Il popolamento ittico manifesta una netta predominanza di Ciprinidi quali il triotto, la scardola, la tinca e la carpa associati a rappresentanti di altre famiglie quali Percidi, Esocidi, Ictaluridi, Centrarchidi, ecc. Unʼultima categoria di acque definite “non vocazionali” corrisponde a quei corsi dʼacqua che non sono in grado di ospitare un popolamento ittico stabile a causa di diversi fattori di turbativa ambientale, quali le asciutte stagionali e la grave alterazione qualitativa delle acque. Nella rappresentazione delle situazioni di incerta attribuzione (contemporanea o alternata presenza di specie appartenenti a categorie differenti, progressivo e lento mutamento delle vocazionalità) si adotta la forma della “doppia vocazionalità” o “interclasse”. La zona “da barbo” Per quanto riguarda gli ambienti lentici si adottano gli stessi criteri generali di valutazione descritti per le acque correnti, integrando con unʼindicazione di carattere quantitativo. Si possono così identificare alcune associazioni di specie che, unitamente ad un giudizio quantitativo sullʼentità della predisposizione allo sviluppo delle diverse comunità ittiche, permettano di individuare con sufficiente chiarezza il popolamento ittico presente e la vocazionalità di questi ambienti. Le associazioni ravvisate sono riconducibili alle seguenti tre tipologie: “salmonidi”, “esocidicentrarchidi-percidi” e “ciprinidi”. Ogni categoria è rappresentata da unʼindicazione quantitativa che varia da “nulla”, a “scarsa”, a “discreta”, ad “abbondante”. La prima tipologia è predominante nei bacini lacustri in cui la regione pelagica nettamente prevalente in termini dimensionali, assicura temperature basse anche durante le stagioni più calde e ospita un numero modesto di specie appartenenti per lo più alla famiglia dei Salmonidi. Quando le componenti litorale e sublitorale acquistano una certa estensione, lʼampia varietà dei regimi alimentari rende più eterogenea la composizione del popolamento ittico. Esso comprende allora specie ittiche appartenenti per lo più allʼampia famiglia dei ciprinidi e specie predatrici quali il luccio, il persico trota e il pesce persico. 18 2.2 Cenni di morfologia fluviale La morfologia di un tratto fluviale è schematizzabile in pochi e ben distinguibili mesohabitat: • RASCHI: qui è favorito il processo di ossigenazione delle acque. Essi sono ricchi di forme di vita, soprattutto macroinvertebrati che rappresentano la principale fonte alimentare per i pesci. I fattori che influenzano la produzione di invertebrati sono essenzialmente la velocità di corrente, i substrati e la profondità dellʼacqua. • LAME: sono le zone di transizione tra pozze e raschi, rappresentano i punti ideali per la deposizione delle uova da parte dei pesci litofili in quanto assolvono in maniera ottimale lʼesigenza di un elevato tenore di ossigeno per i processi metabolici. In condizioni di naturalità i raschi si susseguono ad una distanza pari a circa 5-7 volte la larghezza dellʼalveo bagnato. • POZZE: solitamente associate ai raschi, permettono il deposito e lʼaccumulo degli elementi energetici organici e costituiscono aree di rifugio per i pesci. • MEANDRI: le anse dei meandri favoriscono la diversità idromorfologica e di conseguenza la creazione di habitat diversi: essi rappresentano nei tratti medio bassi di un corso dʼacqua le aree ideali per il rifugio della fauna ittica e, quando colonizzati da piante acquatiche, divengono aree di deposizione delle uova per le specie fitofile e di svezzamento degli avannotti; lʼintero meandro (compreso tra due curve con uguale concavità) occupa una lunghezza pari a 10-14 volte la larghezza. • LANCHE E MORTE: costituiscono ambienti laterali ai fiumi, ad essi adiacenti, ma con caratteristiche ambientali differenti. Le lanche risultano ancora collegate al corso principale del fiume, le morte sono staccate e si congiungono ad esso solo durante le piene. Le dimensioni sono variabili, alcune risultano lunghe poche decine di metri, altre (ad esempio la lanca di Cà del Conte, Soltarico e Cavenago dʼAdda nel lodigiano) possono raggiungere alcuni chilometri di lunghezza. La temperatura dellʼacqua subisce notevoli variazioni durante lʼanno, così come la profondità è variabile da 2 a 6 -7 m nei punti più profondi; tuttavia tendenza naturale allʼinterramento che coinvolge gli ambienti con acqua stagnante determina una graduale riduzione, nel tempo, dei valori di profondità. Lʼacqua è ferma e il substrato è costituito da sabbia, fango e ghiaia. In funzione della trasparenza dellʼacqua si verifica un proliferare di vegetazione acquatica più o meno abbondante. La comunità ittica può essere variabile a seconda della qualità dellʼacqua e di eventuali fenomeni di risorgenza. 19 2.3 Parametri ambientali caratteristici di un corso dʼacqua ed influenzanti le comunità ittiche Lo stato delle comunità ittiche è strettamente legato agli ambienti acquatici in cui esse vivono. Risulta fondamentale prima di osservare la vita dei pesci, raccogliere informazioni circa lʼambiente che li ospita. TEMPERATURA DELLʼACQUA È un parametro molto importante in quanto influenza la formazione delle comunità ittiche. La temperatura dellʼacqua è determinata da fattori naturali e antropici quali altitudine, latitudine, clima locale, portata, interscambio con le falde, morfologia e natura geologica dellʼalveo, vegetazione riparia, presenza di scarichi termici e dighe (Damiani, 2005) ed interventi di cementificazione delle sponde. Nelle acque di pianura lodigiane ad esempio, lʼinterscambio tra acque superficiali e di falda è il fattore che consente, nel fiume Adda e nella fascia di corsi a carattere sorgivo (i fontanili), il mantenimento di acque relativamente fresche anche nei mesi estivi. La capacità termica dellʼacqua è in funzione del suo volume, cioè la quantità dʼacqua che scorre in un corso dʼacqua nellʼunità di tempo (portata). Se in un fiume o in un canale lʼacqua è poca, essa tenderà a scaldarsi o a raffreddarsi più velocemente. La presenza di scarichi di tipo termico come, ad esempio, quelli veicolanti acqua proveniente dal raffreddamento delle turbine delle centrali termoelettriche può determinare un innaturale innalzamento della temperatura dellʼacqua; anche gli scarichi fognari o di acque superficiali come le tombinature hanno temperature più elevate rispetto a quelle dei corpi idrici recettori. Analogamente la presenza di dighe può causare indirettamente una modifica (di solito un aumento) dei valori di temperatura di un corpo idrico. In corsi dʼacqua di dimensioni medio piccole la presenza di vegetazione arborea e la conseguente ombreggiatura riducono il surriscaldamento dovuto ad insolazione. I valori di temperatura influenzano lʼecologia e in particolar modo la biologia riproduttiva delle specie ittiche (insieme ad altri fattori quali lʼintensità luminosa). Ambienti con acque estive relativamente fresche possono ospitare specie ittiche sensibili quali i salmonidi. Viceversa in corsi con acque calde albergano prevalentemente ciprinidi. Inoltre, la solubilità dellʼossigeno nellʼacqua è inversamente proporzionale allʼaumento della temperatura, ad esempio, la trota non tollera temperature dellʼacqua superiori ai 18 gradi poiché a questa temperatura la concentrazione di ossigeno scende al di sotto del 60% e non è sufficiente alla sopravvivenza della trota. VELOCITAʼ DELLA CORRENTE Il tipo di flusso è, unitamente ad altri fattori, in grado di influenzare direttamente la vita dei pesci. In corsi dʼacqua con tratti a flusso veloce e turbolento si osserverà la formazione di comunità ittiche amanti della corrente (trota marmorata, temolo, barbo comune, vairone, sanguinerola, ecc.). Viceversa, con acque lente predomineranno altre specie (carpa, carassio, triotto, scardola, ecc.). La presenza di acqua corrente favorisce lʼossigenazione delle acque, la loro depurazione e la pulizia dei ciottoli sul fondo risultando determinante al fine della corretta deposizione delle uova da parte delle specie ittiche reofile. 20 I danni maggiori vengono, però, causati dalle variazioni di velocità, quanto più sono repentine, tanto più i danni sono maggiori. Questa situazione è molto frequente in corpi idrici che subiscono derivazioni come il fiume Adda. TIPOLOGIA DEL SUBSTRATO La composizione del fondo dei corsi dʼacqua è, congiuntamente alla velocità di corrente e alla temperatura dellʼacqua, il parametro che più di tutti influenza la formazione delle comunità ittiche. Su substrati ciottolosi e ghiaiosi depongono specie quali trota marmorata, temolo, barbo comune, vairone, savetta, lasca, pigo, ecc. Viceversa la deposizione su sabbia e limo è rara e le specie ittiche presenti in ambienti sabbiosi o limacciosi depongono generalmente sulla vegetazione acquatica come luccio, carpa, tinca, triotto. La presenza di una determinata composizione del fondo è di solito un fattore naturale, ma può essere modificata da interventi antropici che alterano i processi di sedimentazione. Per esempio, la presenza di uno sbarramento determina, nei tratti a monte, un accumulo di sedimenti, per cui un tratto originariamente ciottoloso potrebbe diventare, a seguito della costruzione di tale opera, sabbioso o limaccioso. Tale alterazione comporterebbe anche la modificazione della comunità ittica con vantaggio per le specie fitofile e svantaggio per quelle litofile. TORBIDITAʼ La torbidità dellʼacqua può essere legata ad eventi naturali (piene, scioglimento delle nevi, maggiore concentrazione di fitoplancton, ecc.) ma più spesso è da imputarsi a cause antropiche. Lʼacqua utilizzata per irrigare i campi che cola nuovamente nei corsi dʼacqua determina un aumento del materiale in sospensione e, di conseguenza, della torbidità. Analogamente lʼassenza di vegetazione lungo le rive favorisce, durante le piogge, lʼintorbidamento delle acque a seguito dellʼacqua sporca che percola dal terreno. Anche la presenza di scarichi determina un aumento della torbidità. Nei corpi idrici con acqua ferma (lanche, stagni) la torbidità dellʼacqua può essere imputabile ad un eccessivo sviluppo delle alghe. Anche la tipologia del substrato influenza notevolmente la torbidità. Corsi dʼacqua ciottolosi sono generalmente più trasparenti rispetto ad alvei con fondale limaccioso o sabbioso. Lʼacqua torbida causa molti problemi ai pesci in quanto può determinare il soffocamento delle uova deposte e danni a livello branchiale. Può anche alterare i processi di produzione dellʼossigeno da parte delle piante acquatiche a causa della diminuzione dellʼintensità luminosa filtrante attraverso lʼacqua. Un ambiente con acqua torbida non potrà ospitare specie sensibili alla qualità dellʼacqua; pertanto, in tali ambienti, è elevata la probabilità di rinvenire quasi esclusivamente specie ittiche tolleranti. ABBONDANZA DI RIFUGI Si tratta di un parametro che può influenzare, a parità di altre condizioni, il numero dei pesci presenti in un tratto. Un corso ricco di rifugi può ospitare un numero maggiore di pesci rispetto ad uno che ne è privo. 21 RUOLO DELLA VEGETAZIONE RIPARIA La presenza di alberi lungo le sponde dei corsi dʼacqua è di fondamentale importanza al fine di migliorare la qualità degli ecosistemi acquatici. Le piante sono in grado di “filtrare” lʼinquinamento da nutrienti (sali di fosforo e azoto) presenti nei terreni a causa degli apporti di fertilizzanti alle colture agricole, anche se in questi casi la vegetazione di sponda non è utile allo scopo. Determinano inoltre un aumento dellʼombreggiatura e di conseguenza impediscono il surriscaldamento delle acque. Le radici delle piante arboree, oltre ad aumentare la stabilità delle rive, costituiscono inoltre importanti rifugi per la fauna ittica, soprattutto lungo le rogge ed i fossi allʼinterno dei quali, per esigenze irrigue, la porzione centrale dellʼalveo è tenuta costantemente pulita e quindi priva di ripari. Non va poi dimenticato che la maggior parte dellʼalimento per i pesci è legato alla presenza della vegetazione di sponda; si pensi agli insetti e soprattutto alle loro larve acquatiche. La presenza di alberi ed arbusti lungo le rive, in sintesi, favorisce la presenza di comunità ittiche stabili e diversificate. TERRITORIO CIRCOSTANTE AL CORSO DʼACQUA Il territorio circostante un corso dʼacqua ne influenza, direttamente o indirettamente, lo stato qualitativo. La presenza di aree boschive con scarsa urbanizzazione protegge naturalmente il corpo idrico dagli apporti inquinanti; viceversa, se la matrice in cui il corso scorre è caratterizzata da un paesaggio fortemente antropizzato, ricco di abitati, attività produttive e agricole, i rischi di alterazione saranno notevolmente superiori ed occorrerà adottare specifiche misure di tutela al fine di proteggere lo stesso dal degrado. QUALITAʼ DELLʼACQUA La qualità dellʼacqua ha, unitamente alle variabili sopra esposte, un ruolo fondamentale nella formazione delle comunità ittiche. Le specie di pesci più sensibili allʼaumento della concentrazione di inquinanti, in genere ben rappresentate in corsi dʼacqua non depauperati, tendono a scomparire lasciando spazio a quelle tolleranti che, se in grado di sopravvivere, possono soppiantare le specie originarie e divenire infestanti. 2.4 Analisi qualitativa delle acque Lʼanalisi delle acque è un metodo che, utilizzando diversi criteri di analisi (effettuate prima in riva al fiume e poi in laboratorio), consente di disporre di diversi indici e parametri per poter esprimere un giudizio di merito e, in funzione di questo, comprendere quale tipo di comunità ittica può essere presente in un determinato corso dʼacqua oltre che dare indicazioni sullo stato di salute di questo. La direttiva europea stabilisce tre comparti qualitativi per la definizione dello stato ecologico di un fiume. Suddivisi in queste tre aree sono compresi tutti i criteri di giudizio che servono per fornire un quadro completo della situazione sulla qualità delle acque superficiali: 22 QUALITÀ IDROMORFOLOGICA a) Regime idrologico b) Continuità fluviale c) Condizioni morfologiche (IFF) 2) QUALITÀ BIOLOGICA a) Ittiofauna b) Fitoplancton c) Macrofite d) Macroinvertebrati (IBE) 3) QUALITÀ FISICO - CHIMICA a) Condizioni generali (LIM + parametri chimici) b) Inquinanti sintetici (inorganici) c) Inquinanti non sintetici (organici) Indice di Funzionalità Fluviale (IFF): valuta lo stato complessivo dellʼambiente fluviale e la sua funzionalità attraverso la descrizione di parametri morfologici strutturali e biotici dellʼecosistema. La scheda I.F.F. si compone di 14 domande che riguardano le principali caratteristiche ecologiche di un corso dʼacqua: le condizioni vegetative delle rive e del territorio circostante al corso dʼacqua, lʼampiezza relativa dellʼalveo bagnato, la struttura fisica e morfologica delle rive, la struttura dellʼalveo e varie caratteristiche biologiche. Per ogni domanda è possibile esprimere una sola delle quattro risposte predefinite. Indice Biotico Esteso (IBE): consente di valutare la qualità biologica di un corso dʼacqua mediante lo studio delle popolazioni di macroinvertebrati presenti nelle acque correnti. Livello di Inquinamento da Macrodescrittori (LIM): fornisce una misura diretta del grado di inquinamento di un corpo idrico. Oggetto di indagine dellʼindice è il livello di inquinamento di natura chimica, chimico-fisica e microbiologica dellʼacqua. Il metodo prevede lʼesecuzione periodica di analisi volte a misurare: lʼOssigeno Disciolto (OD), la Domanda Biologica di Ossigeno (BOD), la Domanda Chimica di Ossigeno (COD), lʼazoto ammoniacale (NH4+), lʼazoto nitrico (NO3-), il fosforo totale e lʼEscherichia coli su campioni dʼacqua. Il valore dellʼindice viene determinato sulla base dei dati derivanti dalle analisi eseguite su campioni dʼacqua raccolti periodicamente dal corso dʼacqua oggetto di indagine. La somma dei punteggi determina lo “Score” al quale è associata una “classe di qualità”. A questo indice si aggiungono le analisi dei classici parametri chimico – fisici relativi ai corpi idrici ovvero: portata, temperatura, pH, conducibilità elettrica a 20°C, durezza, azoto totale, ortofosfato, cloruri, solfati e solidi sospesi. 23 Inquinanti chimici ed organici: si effettuano dei campionamenti e le relative analisi di laboratorio, ognuna atta ad individuare il singolo agente inquinante. Tra i primi si possono annoverare essenzialmente i metalli pesanti (Ni, Cd, Hg, Pb, Cr, Zn), mentre nei secondi si trovano tutti quei composti di sintesi utilizzati in agricoltura (DDT, atrazine, aldrin, ecc.) o in ambito industriale (tricloroetano, cloroformio, triclorobenzene, ecc.). Questi indici concorrono a dare un giudizio globale espresso dallʼindice SECA: Stato Ecologico dei Corsi dʼAcqua (SECA): Giudizio sullo stato ecologico Classe SECA Ambiente non inquinato 1 Ambiente con moderati sintomi di inquinamento 2 Ambiente inquinato 3 Ambiente molto inquinato 4 Ambiente fortemente inquinato 5 Definisce, attraverso cinque classi di qualità, la complessità ecologica degli ecosistemi acquatici e della natura fisica e chimica delle acque e dei sedimenti, delle caratteristiche del flusso idrico e della struttura fisica del corpo idrico, considerando comunque prioritario lo stato degli elementi biotici dellʼecosistema. Il SECA si ottiene incrociando due indici che valutano la qualità chimica (indice LIM – livello di inquinamento dei macrodescrittori) e la qualità biologica (indice IBE – indice biotico esteso) e scegliendo il peggior risultato tra i due. Lʼindice SEL (Stato Ecologico dei laghi) è analogo al SECA quando riferito ai bacini lacustri. Per quanto riguarda il tratto di fiume Adda che ricade nei territori del Parco Adda Nord la valutazione sintetica dellʼindice SECA riporta: Situazione: buona per il fiume Adda e per il lago di Garlate, critica o molto critica per i suoi affluenti Qualità del dato: migliorabile (non esistono dati su alcuni affluenti: Sonna, Greghentino) Evoluzione: parziale miglioramento Commento: buono stato ecologico per il fiume Adda e critico per gli affluenti 24 3. LʼUTILIZZO DELLE ACQUE 3.1 I parchi, gli enti e le associazioni per la gestione Il fiume Adda attraversa da Nord a Sud la Lombardia, una delle regioni da sempre più densamente abitate non solo in Italia, ma anche in Europa. Il continuo contatto tra lʼuomo e questo fiume ha fatto sì che si instaurasse un rapporto dal quale le popolazioni rivierasche hanno sempre tratto giovamento in diversi ambiti. Se fino a pochi decenni fa lʼAdda era soprattutto fonte di sostentamento tramite la pesca ed altre attività strettamente connesse, ora rappresenta anche un ambiente di svago e rigenerazione dallo stress quotidiano(dove praticare sport, passeggiare ed ammirare le bellezze naturali, architettoniche, storiche e artistiche) che ci consente di migliorare la qualità della vita. Il fiume viene utilizzato anche a livello produttivo per irrigare i campi coltivati e per produrre energia idroelettrica. Con lo scopo di regolamentare queste attività, salvaguardando lʼambiente e lo stato di salute del fiume, sono sorti diversi Enti, Parchi e organismi formati da soggetti con caratteristiche proprie e obiettivi differenti, ma tutti accomunati dal collettivo interesse di tutelare lʼAdda ed il territorio circostante. I dati che ora seguiranno sono relativi alla porzione di Adda facente parte del Parco Adda Nord in quanto unʼanalisi globale relativa allʼintero corso del fiume sarebbe eccessiva e troppo dispersiva rispetto agli obiettivi del corso didattico che ci siamo proposti di realizzare. 3.2 La produzione di energia da fonte idrica nel Parco Adda Nord La gestione razionale delle risorse è uno dei principi fondamentali dello sviluppo sostenibile e, per questo, il tema dellʼenergia e della sostenibilità energetica assume particolare rilevanza per lo sviluppo di un territorio e per le esigenze di tutela dellʼecosistema. La Lombardia è una delle aree più energivore dʼEuropa; la produzione ed il consumo di energia generano numerose pressioni ambientali che possono avere La centrale Esterle in unʼantica raffigurazione ricadute in termini di emissione di gas serra e sostanze acidificanti. Il fiume Adda è una risorsa idrica sulla quale storicamente si è sviluppata unʼimportante parte dellʼeconomia lombarda che ha saputo sfruttare la presenza di salti dʼacqua per la produzione di energia idroelettrica. Sul fiume Adda sono infatti sorte le prime centrali idroelettriche della Lombardia che ancora costituiscono le maggiori fonti di approvvigionamento energetico regionale. 25 Nel territorio del Parco Adda Nord esistono attualmente diversi impianti per la produzione energia da fonte idrica, alcuni dei quali attivi da molto tempo, altri più recenti; ecco un elenco in successione da Nord verso Sud: • Centrale Semenza di Robbiate, attiva dal 1920; • Centrale Bertini di Cornate dʼAdda, attiva dal 1898, fu la prima centrale idroelettrica costruita sul fiume Adda e per prima sperimentò il trasporto dellʼenergia elettrica a distanza, nella fattispecie per consentire il funzionamento della rete tramviaria a Milano; • Centrale Esterle sempre a Cornate dʼAdda, attiva dal 1914; • Centrale Taccani a Trezzo sullʼAdda, attiva dal 1906; Altre opere di dimensioni minori sono sorte presso opifici ed industrie tessili per sfruttare le acque dellʼAdda al fine di produrre forza motrice ed energia elettrica destinata allʼattività produttiva come ad esempio: • lʼimpianto Leglertex di Crespi dʼAdda; • lʼimpianto Italgen di Vaprio dʼAdda; • la centrale del Linificio Canapificio nazionale di Fara Gera dʼAdda; • la centrale Rusca di Cassano dʼAdda; Alcuni di questi impianti, ridotta o cessata lʼattività produttiva, sono attualmente in disuso o trasferiscono lʼenergia prodotta alla rete elettrica nazionale. Lʼinsieme delle centrali idroelettriche in funzione attualmente nel Parco fornisce una potenza installata totale pari a 93 MW ed ha una producibilità media annua di 468 GWh, equivalenti ad un risparmio di energia da fonti non rinnovabili di 117 ktep annui (chilotonnellate equivalenti di petrolio). Potenza Potenza Nom. Potenza media Installata [kw] media annua [kW] annua [GWh] Impianto GESTORE Centrale Semenza Edison S.p.A. 3600 3569 18 Centrale Bertini Edison S.p.A. 11320 9243 56 Centrale Esterle Edison S.p.A. 30600 27395 175 13000 9176 62 Centrale Taccani Enel Prod. S.p.A. Centrale Vaprio Italgen S.p.A. 20000 14730 100 Centrale Fara Adda Energi 1174 988 4 Centrale Rusca Agri 10600 7158 60 Allʼinterno del Parco Adda Nord, lʼunica modalità di produzione dellʼenergia è da fonte idroelettrica e non sono diffusi altri sistemi per la produzione di energia da fonti rinnovabili a parte alcune iniziative e proposte di installazione di pannelli fotovoltaici. 26 Lʼenergia elettrica prodotta nel Parco Adda Nord viene utilizzata in parte dagli stessi produttori e per il 78% viene ceduta alla rete di trasmissione nazionale 3.3 Derivazione delle acque per scopo irriguo Diversi paesi che ricadono allʼinterno del Parco Adda Nord, soprattutto nella zona Meridionale di questo come Cassano dʼAdda o Truccazzano e tutti quelli che accompagnano il resto del corso dellʼAdda attraverso le province di Lodi e Cremona fino allo sbocco in Po, sono caratterizzati da unʼintensa attività agricola come risorsa economica principale. La zootecnia di altissimo livello che ci consente di primeggiare a livello mondiale con prodotti agroalimentari di eccellenza (Prosciutto Crudo o il Grana Padano), non può prescindere da unʼagricoltura intensiva ed altamente meccanizzata le cui richieste di acqua per le colture agrarie ammontano a molte centinaia di metri cubi al secondo sottratti al fiume. Per la coltivazione del mais, coltura che sta alla base dellʼalimentazione di bovini e suini, i fabbisogni irrigui si manifestano a partire dalla tarda primavera fino a metà/fine estate ed è proprio in questo periodo che la derivazione di acqua dallʼasse fluviale diventa gravosa per lʼecosistema acquatico. Per avere unʼidea della situazione si pensi che nellʼanno 2008, in Lombardia, sono stati coltivati a mais ben 260.000 Ha. Poiché ogni ettaro coltivato a mais necessita di circa 5.000 m3 di acqua, per irrigare la superficie coltivata a mais della sola Regione Lombardia ci sono voluti circa 1 miliardo di metri cubi dʼacqua! Il fiume Adda è interessato da 15 opere di derivazione, di cui 7 finalizzate alla produzione di energia idroelettrica, 7 utilizzate per scopi irrigui ed il Naviglio di Paderno (foto a lato). Le derivazioni operate ai fini idroelettrici costituiscono una parte rilevante del quantitativo totale di acqua prelevata (circa il 75%) ma lʼaspetto fondamentale è che lʼacqua captata viene comunque restituita al fiume più a valle, mentre per quanto riguarda le derivazioni irrigue, che rappresentano in media il 25% del Conca Madre a Paderno DʼAdda totale di acqua prelevata, il problema è maggiormente accentuato poiché allontanano definitivamente lʼacqua dal fiume. I dati relativi alle portate medie e massime derivate evidenziano le maggior disponibilità di prelievo concessa alle due tipologie di utenze in condizioni di maggior disponibilità idrica del fiume. Nei mesi estivi, il complesso delle utenze irrigue assorbe 230 m3/sec, alimentando un comprensorio irriguo di 131.400 Ha. 27 Le due tipologie di derivazione possono creare situazioni di deficit idrico diverse: situazioni locali di carenza, anche rilevanti, nel tratto compreso tra lʼopera di captazione e quella di restituzione degli impianti idroelettrici, oppure situazioni di deficit idrico stagionale e lungo diversi tratti del fiume per quanto riguarda le derivazioni irrigue. NOME DERIVAZIONE Tipologia Portata media annua Portata mass. di di captazione di concessione [m3/sec] concessione [m3/sec] 40,0 70,0 CENTRALE BERTINI (Edison) Idroelettrica 32,5 51,0 CENTRALE ESTERLE (Edison) Idroelettrica 72,0 80,0 CENTRALE TACCANI (Enel) Idroelettrica 132,0 180,0 ITALGEN VAPRIO DʼADDA Idroelettrica 87,7 130,0 CENTRALE RUSCA (Agri) Idroelettrica 95,0 140,0 CENTRALE FARA (Energi) Idroelettrica 38,0 65,0 CANALE BERGAMASCO Irrigua 6 (solo estate) 10 NAVIGLIO MARTESANA Irrigua 15 32,0 ROGGIA VAILATA Irrigua 3 9,5 CANALE RETORTO Irrigua 9 21,0 ROGGIA RIVOLTANA Irrigua 4 7,0 CANALE MUZZA Irrigua 62 112,0 CANALE VACCHELLI Irrigua 18 38,5 [mc/sec] CENTRALE SEMENZA (Edison) Idroelettrica 28 3.4 Turismo e fruizione nel Parco Adda Nord La valle dellʼAdda presenta una spiccata vocazione turistica. Essa è infatti meta di molti visitatori durante il corso dellʼanno che scelgono il Parco per dedicarsi ad attività sportive, ad interessi naturalistici, allo svago - tra cui ovviamente ricordiamo la pesca sportiva - e alla scoperta dei beni culturali. Molti scelgono di usufruire di un servizio di accompagnamento con visite guidate che viene messo a disposizione dal Parco assieme ad associazioni culturali del territorio. La fruizione dellʼarea protetta è rivolta anche alle scolaresche che frequentano il Parco alla scoperta del territorio e dellʼambiente che molto spesso dista pochi chilometri dalle loro case, ma che risulta a loro poco o parzialmente conosciuto. Lʼindice di fruizione dellʼambiente fluviale che considera lʼutilizzo attuale, gli aspetti paesaggistici e la presenza di patrimonio disponibile, rivela come la maggior intensità dʼuso turistico avvenga nei tratti compresi tra Imbersago e Trezzo (Area Leonardesca) e tra Trezzo e Crespi DʼAdda (villaggio operaio), mentre è minore a Sud di Fara Gera DʼAdda. Tra le attività sportive, oltre alla pesca, si annoverano quelle a stretto contatto dellʼacqua come la canoa ed il kayak (esempio di attività agonistica presso la Canottieri Tritium a Trezzo sullʼAdda) e quelle praticate nellʼintorno fluviale come il running, la mountain bike lungo i sentieri e nei boschi che costeggiano le rive. Unʼulteriore possibilità per trascorrere delle ore a stretto contatto con lʼambiente acquatico è stata messa in atto dal Parco Adda Nord ed è rappresentata dallʼimbarcazione “Addarella”, un natante spinto da motore elettrico che consente di navigare lungo lʼasse fluviale, per ora da Brivio a Imbersago, permettendo di osservare bellissimi scorci di paesaggi e navigando direttamente sulle acque dellʼAdda in modo completamente eco-compatibile. Addarella, imbarcazione turistica eco-compatibile Canottieri sullʼAdda a Trezzo 29 4. LE SPECIE ITTICHE Salmerino alpino (Salvelinus alpinus) Cheppia (Alosa fallax) Seguirà ora un piccolo prontuario alieutico riguardante le più importanti specie ittiche autoctone ed alloctone che popolano il tratto di fiume Adda compreso nellʼarea del Parco Adda Nord. Le specie che troviamo in tabella (non tutte sono poi descritte in modo dettagliato) ben rappresentano la comunità ittica globale dellʼintero fiume Adda, con alcune eccezioni date da quei pesci che vivono solamente ad alta quota nei torrenti e laghi montani (salmerino), oppure da quelle specie tipiche degli ecosistemi lacuali (agone, coregone, trota di lago) difficilmente censiti in acqua corrente. Dalla foce dellʼAdda (Castelnuovo Bocca dʼAdda) risalendo dal Po, folte colonie di pesce alloctono (Abramide, Aspio ecc.) stanno colonizzando sempre di più il tratto terminale e medio del fiume sino a Lodi. Le specie anadrome autoctone sono in continua diminuzione (Cheppia). Nella descrizione delle specie viene fatto riferimento al loro “status attuale” attribuendo alla predazione del cormorano e allʼinvadenza del siluro i principali motivi della “sofferenza” del patrimonio ittico. Abramide (Abramis brama) 30 Aspio (Aspius aspius) È utile precisare che non solo queste sono le due uniche cause di deperimento dellʼittiofauna, ma anche altri fattori hanno contribuito a creare questa situazione di degrado del nostro fiume. La qualità delle acque, la deframmentazione, gli scarichi, la carenza di plancton ed il forte grado di inquinamento degli affluenti che conferiscono le loro acque allʼAdda sono fattori importanti che, unitamente a siluro e cormorano, stanno determinando lʼimpoverimento delle specie più sensibili a questi problemi. Questo nostro vademecum ittico non vuole in alcun modo contrapporsi agli studi svolti dai biologi con i quali il Comitato collabora attivamente, ma semplicemente dimostrare che anche un gruppo di persone appassionate alla pesca dilettantistica può contribuire alla salvaguardia del fiume che più identifica la nostra regione, unʼarteria preziosa di linfa vitale che in un certo senso unisce tutti noi… lʼAdda. 4.1 Specie ittiche autoctone e naturalizzate Con il termine autoctone si intendono le specie che abitano da sempre le acque dellʼAdda e si sono evolute pari passo insieme al resto dellʼecosistema acquatico. In questo raggruppamento vi sono anche quelle specie introdotte in epoche passate e che storicamente ne fanno parte tanto da essersi ormai integrate nellʼambiente fluviale. Esse vengono definite “specie naturalizzate” (es. la carpa che ha origine est europea e asiatica e fu introdotta in Italia dai romani). Queste specie non rappresentano alcun pericolo di alterazione degli equilibri trofici. Scendendo ancor più nello specifico ed andando oltre alla specie come categoria sistematica, si trovano i vari ceppi, ecotipi, razze, ecc. ovvero quelle particolari specie che si sono talmente perfezionate e adattate a vivere in un determinato habitat che ormai risultano caratteristiche di quellʼambiente e possono presentare ulteriori caratteri di classificazione tali da distinguerle anche allʼinterno della specie (es. luccio ecotipo Est europeo e italiano o marmorata trentina, slovena e dellʼAdda). Diverse tra le specie autoctone elencate si trovano in serio pericolo di estinzione (es. lasca) tanto che per alcune di queste sono in atto programmi di tutela finalizzati alla salvaguardia e al ripopolamento: è il caso dei progetti “salviamo lo storione” e “marmoadda” ai quali il Comitato Centro Adda collabora attivamente. 31 FAMIGLIA NOME COMUNE Acipenseridi Salmonidi Timallidi Clupeidi Percidi Centrarchidi Esocidi Ciprinidi Anguillidi Ictaluridi Gadidi Blennidi Cottidi Gobidi Cobitidi Storione cobice Storione comune Storione ladano Trota marmorata Trota fario Trota lacustre Temolo Agone Cheppia Pesce persico Persico sole* Persico trota* Luccio Alborella Barbo comune Barbo canino Carpa* Cavedano Gobione Lasca Pigo Sanguinerola Savetta Scardola Tinca Triotto Vairone Anguilla Pesce gatto* Bottatrice Cagnetta Scazzone Ghiozzo padano Cobite * = Specie naturalizzate 32 NOME SCIENTIFICO Acipenser naccarii Acipenser sturio Huso huso Salmo trutta marmoratus Salmo trutta Salmo trutta lacustris Thymallus thymallus Alosa fallax lacustris Alosa fallax Perca fluviatilis Lepomis gibbosus Micropterus salmoides Esox lucius Alburnus alburnus Barbus barbus plebejus Barbus meridionalis Cyprinus carpio Leuciscus cephalus Gobio gobio Chondrostoma genei Rutilus pigus Phoxinus phoxinus Chondrostoma soetta Scardinius erythrophtalmus Tinca tinca Rutilus erythrophtalmus Leuciscus souffia muticellus Anguilla anguilla Ictalurus melas Lota lota Blennius fluviatilis Cottus gobio Padagobius martensi Cobitis taenia STATO DELLA SPECIE Scadente Estinta Estinta Pessimo Sufficiente Pessimo Pessimo Buono Scadente Sufficiente Scadente Scadente Scadente Scadente Scadente Scadente Buona Buono Scadente Pessimo Scadente Sufficiente Pessimo Buono Buona Scadente Sufficiente Pessimo Scadente Sufficiente Buono Sufficiente Buono Sufficiente 4.2 Specie ittiche alloctone Queste specie non originarie del fiume Adda generalmente provengono dal Po e da centri di pesca privati, oppure sono state introdotte involontariamente attraverso ripopolamenti o intenzionalmente (commettendo unʼinfrazione della legge). Alcune di esse, per caratteristiche specifiche, si sono integrate alterando gli equilibri ma senza comportare particolari stravolgimenti nellʼecosistema fluviale (es. persico trota e carpa); hanno causato e provocano tuttʼora grossi danni allʼittiofauna indigena tanto da metterne a repentaglio la sopravvivenza. È il caso del siluro, del barbo dʼoltralpe, dellʼabramide e del carassio che si sono sostituiti a certi pesci autoctoni occupandone la nicchia ecologica in quanto maggiormente competitivi sul piano alimentare ed efficienti su quello riproduttivo. FAMIGLIA NOME COMUNE Ciprinidi Percidi Siluridi Pecilidi Abramide Aspio Barbo europeo Carassio Gardon Pseudorasbora Rodeo amaro Lucioperca Acerina Siluro Gambusia NOME SCIENTIFICO Abramis brama Aspius aspius Barbus barbus Carassius carassius Rutilius rutilius Pseudorasbora parva Rhodeus sericeus Sander lucioperca Gymnocephalus cernuus Silurus glanis mbusia holbrooki STATO DELLA SPECIE In espansione In espansione In rapida espansione In espansione In espansione In rapida espansione In rapida espansione In espansione Stabile Rapida espansione Stabile Lʼelenco sistematico e i dati relativi alla diffusione sono riferiti alla situazione della fauna ittica del tratto di fiume Adda compreso nei territori del Parco nel quinquennio 2005-2009. 4.3 Elenco delle principali specie ittiche Veniamo ora allʼelenco delle specie di pesci più importanti dal punto di vista alieutico o che risultano maggiormente in pericolo o più dannose presenti nel fiume Adda. Premessa: Tutte le catture che vi mostriamo, dopo essere state fotografate per la documentazione del prontuario, sono state prontamente ed accuratamente rilasciate. 33 SPECIE ITTICHE AUTOCTONE O NATURALIZZATE LO STORIONE Lo storione appartiene alla famiglia degli Acipenseridi che comprende attualmente 23 specie suddivise tra quattro generi. Il genere Acipenser era presente in Italia con tre specie autoctone divise in due generi: 1. Genere Acipenser: bocca piccola, preceduta da quattro barbi gli che, se allungati, non raggiungono la bocca stessa; membrane branchiosteghe separate. A questo genere appartengono le specie Sturio e Naccarii. 2. Genere Huso: bocca grande, arcuata, preceduta da quattro barbigli nastriformi che, se allungati, raggiungono la bocca; membrane branchiosteghe unite. A questo genere appartiene lʼunica specie Huso huso. Tutte e tre le specie migravano lungo il Po ed i suoi affluenti fra i quali il fiume Adda. Ora sono protette poiché risultano in grave pericolo di estinzione. Apparato boccale del genere Gli storioni sono grandi pesci dal corpo massiccio e allungato Acipenser che si assottiglia progressivamente fino al peduncolo caudale, lo scheletro è in gran parte cartilagineo (caratteristica tipica dei pesci più primitivi). La pelle è priva di squame; si osservano soltanto piccoli raggruppamenti di dentelli a forma di tubercoli. Su di essa sono disposte cinque serie longitudinali di grandi scudi ossei. Queste formazioni dermoscheletriche sono particolarmente evidenti ed acuminate nei soggetti giovani, mentre con lʼetà tendono a smussarsi. In talune specie finiscono col venire riassorbite e scomparire (Huso huso). Il capo mostra un muso proteso con quattro barbigli sul lato inferiore disposti in serie trasversalmente che precedono la bocca, tubiforme, protrattile, posta in posizione ventrale, provvista di labbra carnose e priva di denti. I barbigli servono come organi tattili utili principalmente per la ricerca del cibo, cambiano forma e posizione secondo le specie. Lʼetà, nelle specie più grandi, può superare il secolo. In età giovanile si nutrono di molluschi, anellidi, crostacei che sono aspirati dal fondo con la caratteristica bocca “a soffietto”; anche i pesci di dimensioni proporzionali alla stazza dello storione rientrano nella loro dieta. Quasi tutte le specie compiono migrazioni anadrome, riproducendosi in fiume e svolgendo le fasi trofiche in mare; solo pochissime specie o singole popolazioni possono completare il loro ciclo vitale in acqua dolce. Sono pesci prolifici, le femmine depongono numerosissime uova che aderiscono al substrato ghiaioso, ma il degrado ambientale e la mancanza di adeguate misure di protezione, nonché il sommarsi di pesanti alterazioni ambientali penalizzano in forma particolarmente grave o irreversibile questi animali, caratterizzati da un accrescimento lento e da una maturazione sessuale molto tardiva. 35 NOTA: Lo sbarramento di Isola Serafini sul Po è sprovvisto di scala di risalita, pertanto lo storione non può raggiungere la parte di fiume Po a monte così come tutti i suoi affluenti quali Ticino e Sesia, ecc. nei quali un tempo era diffuso. Il fiume Adda si immette a valle di Isola Serafini e potrebbe essere sfruttato dalle varie specie di Storioni se non vi fossero altre dighe analogamente invalicabili. Sono pesci molto importanti da un punto di vista alimentare ed economico. Sin dallʼantichità gli storioni erano predati dallʼuomo per la loro carne molto pregiata ed inoltre con le loro uova, opportunamente salate, si produce il famoso caviale. LO STORIONE COMUNE (Acipenser sturio) Acipenser sturio è una specie monotipica, anadroma. Nel Mare Mediterraneo è diffuso ovunque, frequente nellʼAdriatico. Risale tutti i maggiori fiumi ma, a causa delle interruzioni alla continuità fluviale imposti da dighe e sbarramenti, la risalita si svolge per tratti sempre più brevi. La cattura di grossi esemplari è sempre più rara. Nel Po è relativamente presente, ad oggi risale sino a Casale Monferrato o alla confluenza dellʼAgogna. Storione comune (Acipenser sturio) Gli storioni Comuni sono pesci di grandi dimensioni e crescita rapida, con esemplari che possono superare la lunghezza totale di cinque metri e il peso di molti quintali; nellʼareale italiano le taglie restano al di sotto di questi valori, superando raramente la lunghezza di 2 m e il peso di 200 Kg. Per le popolazioni italiane sono scarse le informazioni sullʼaccrescimento, la durata del periodo vitale e la biologia riproduttiva. Lo storione è assai longevo, potendo superare 40 anni di vita, anche se la maggior parte degli individui non oltrepassa i 25. Status della specie: Praticamente estinto nellʼarea del Parco Adda Nord. 36 LO STORIONE COBICE (Acipenser naccarii) In Italia la specie è autoctona. Lo storione cobice attualmente è noto con sicurezza soltanto nel Mare Adriatico dal golfo di Trieste allʼisola di Corfù. Lo storione cobice è una specie di grande taglia, anche se minore rispetto ad altri acipenseridi e normalmente raggiunge la lunghezza massima di un metro mezzo ed il peso di 30 Kg. Storione cobice (Acipenser naccarii) Diffusione Status della specie Come tutti gli acipenseridi europei anche lo storione cobice ha subìto una forte rarefazione. Sia nellʼAdda che in altri corsi dʼacqua ove è presente, questa specie è progressivamente diminuita per gli sbarramenti che, soprattutto nel Po, impediscono quasi del tutto il raggiungimento delle zone più adatte alla riproduzione e per la degradazione qualitativa delle acque, indotta principalmente dagli scarichi organici. Si tratta di uno storione raro che va salvaguardato. Acipenser naccarii, è tra le specie che la Direttiva 92/43 CEE colloca tra le più bisognose di protezione e prevede azioni di sostegno alla sua salvaguardia. Negli ultimi anni mediante la riproduzione artificiale sono stati ottenuti risultati incoraggianti (un ottimo esempio è rappresentato dellʼavanotteria di Abbiategrasso). La Regione Lombardia nellʼambito del progetto LIFE NATURA ha sviluppato in collaborazione con altri enti unʼimportante iniziativa per riportare in tutti i fiumi del Nord Italia lo storione cobice: inizialmente sono stati seminati 30.000 storioni adulti di cui 14.000 muniti di microchip per consentire lo studio approfondito di tutti i parametri necessari. Attualmente continuano le semine e gli esiti sembrano positivi; nellʼarea del Parco Adda Nord abbiamo riscontrato catture di esemplari superiori ai 10 kg. Si tratta di un successo particolarmente importante in quanto potrebbe costituire il punto dʼinizio per il recupero di questo interessantissimo endemismo delle acque italiane. Resta comunque il fatto che se si vuole tutelare la specie è indispensabile assicurare agli individui anche il completamento del ciclo vitale che, purtroppo, è reso impossibile a causa della deframmentazione fluviale. 37 LO STORIONE ATTILO O LADANO O BELUGA (Huso huso) Protezione Lo storione Attilo è incluso nellʼelenco delle specie gravemente minacciate di estinzione che figurano nella direttiva 92/43 CEE. Sul territorio della Repubblica Italiana ne è vietata la pesca, anche se a livello nazionale non sono intraprese azioni per lʼincremento della specie. Storione ladano (Huso huso) Status della specie Questo storione, sebbene non sia mai stato molto frequente, ha subìto un indubbio decremento nelle acque del fiume Adda dove, al giorno dʼoggi, non esistono nemmeno dati sulla sua presenza. Oggi si ritiene che lo storione Attilo sia seriamente minacciato di estinzione in Adriatico e, di conseguenza, nei bacini che in esso confluiscono. Causa del calo numerico della specie, oltre allʼinquinamento delle acque, sono le troppe alterazioni dellʼalveo dei fiumi che rendono impossibile la risalita agli esemplari adulti al momento della riproduzione. Lo storione Attilo è il gigante della famiglia. La lunghezza degli adulti raggiunge i 7,5 m e il peso supera il quintale. Lʼaccrescimento è molto veloce: dopo un anno gli avannotti toccano la lunghezza di 40-50 cm ed il peso di 250-500 g; a cinque anni si raggiungono lunghezze di un metro ed oltre, a dieci anni il Ladano varia tra 140 e 170 cm, fino a raggiungere a venti anni taglie comprese tra i 2 e i 3 m. Gli esemplari di questa specie vivono almeno sino a 75 anni ma spesso arrivano ad essere centenari. Nei fiumi della pianura padana hanno taglie molto inferiori rispetto agli esemplari delle zone di origine della specie (mar Caspio), certamente per motivi legati allʼintensa perturbazione antropica del loro habitat. 38 LA TROTA MARMORATA (Salmo trutta marmoratus) Descrizione Corpo fusiforme, slanciato, a sezione trasversale ovale e compressa in senso laterale. Testa relativamente tozza. Bocca ampia in posizione mediana. Denti di medie dimensioni, robusti ed acuminati. Pinne ben sviluppate. Pinne ventrali con inserzione posteriore rispetto alla corrispondenza con lʼorigine della pinna dorsale. Pinna caudale con bordo posteriore diritto o debolmente incavato. Durante il periodo di frega nei maschi intervengono notevoli modificazioni morfologiche. La livrea ha colore di fondo grigio, bruno o bruno verdastro sul dorso, con fianchi progressivamente più chiari fino a raggiungere il ventre, bianco con sfumature giallastre più o meno marcate. Sul dorso sono presenti vermicolature sinuose scure, grigiastre o nerastre, estese sui fianchi e sulla testa. Su entrambi i lati del corpo la colorazione ha riflessi argentei più o meno marcati. Le pinne hanno tinta grigiastra o grigio giallastra e la pinna dorsale è punteggiata di nero. Habitat e abitudini La trota marmorata vive di preferenza nel tratto medio superiore dei fiumi di maggiore portata, caratterizzati da acque con temperature non superiori ai 16 - 18°C, ben ossigenate, con corrente da sostenuta a moderata e substrato misto, formato da roccia, massi e ghiaia, ricco di anfratti e intervallato da buche profonde. In età giovanile la marmorata è di indole gregaria mentre gli esemplari di taglia maggiore sono piuttosto stanziali e territoriali. Si stabiliscono in un tratto di fiume ben definito dove restano al riparo dalle asperità del Trota marmorata (Salmo trutta marmoratus) fondale compiendo piccoli spostamenti per attaccare le prede e per scacciare i potenziali competitori. Le uniche migrazioni di una certa rilevanza vengono effettuate per raggiungere i settori di frega. La porzione di fiume caratteristica per la vita della trota marmorata comprende anche lʼhabitat del temolo, dello scazzone, della trota fario e di diverse specie di ciprinidi reofili. Alimentazione Nei primi anni di vita segue una dieta molto simile a quella della trota fario. Si nutre soprattutto di larve e adulti dʼinsetti acquatici e terrestri, mentre con lʼaumento della taglia la dieta si orienta nettamente verso lʼittiofagia (scazzoni, sanguinerole e vaironi). Anche ogni altro pesce di dimensioni compatibili presente nel suo habitat è soggetto ad essere attaccato. I grandi esemplari mostrano spesso tendenza al cannibalismo, in particolare in tratti di torrente o di fiume dove immissioni sovradimensionate di trote abbiano determinato la scomparsa delle altre specie di pesci. 39 Status della specie La trota marmorata è da sempre una specie ittica di alto pregio, anche se oggi il suo areale in Adda risulta essersi ridotto notevolmente rispetto al passato. È minacciata da numerose attività antropiche: modificazioni pesanti degli alvei fluviali come cementificazioni e rettifiche, inquinamento delle acque; prelievi di ghiaia che distruggono le aree di frega, eccessive captazioni idriche, variazioni di portata dei fiumi conseguenti alla produzione di energia elettrica che - quando si verificano durante il periodo riproduttivo - distruggono uova e avannotti. La minaccia più consistente per questo salmonide è però rappresentata dalle frequenti ibridazioni con le trote fario introdotte mediante ripopolamenti, spesso effettuati in modo massiccio per incentivare la pesca sportiva, in particolar modo nei tributari dellʼAdda. Ne consegue un “inquinamento genetico”, una maggior competizione alimentare e la diffusione di patologie. Il fenomeno dellʼinquinamento genetico è presente in quasi tutte le popolazioni e gli ibridi sono spesso identificabili dal semplice esame della livrea. Tutte queste cause ne hanno provocato lʼestinzione in varie parti dellʼareale del fiume Adda, sia per il progressivo depauperamento delle popolazioni sia attraverso la perdita delle caratteristiche genotipiche e fenotipiche della specie in seguito allʼibridazione. Per la sua sopravvivenza è importante la tutela dei tratti di corsi dʼacqua caratterizzati da habitat idonei con particolare attenzione per le zone dove non sono compromessi gli elementi morfologici e fisici necessari alla riproduzione. Necessaria, inoltre, in tali ambienti la riduzione della pressione di pesca mediante opportune limitazioni e divieti. La trota marmorata, anche se in numero ridotto, è presente nel Parco Adda Nord. Il progetto “marmoadda”, unʼiniziativa supportata dal Comitato Centro Adda che prevede il salvataggio dei nidi di questa specie e la sua progressiva reintroduzione sta portando ai risultati attesi per anni, infatti, in molte zone tra cui il canale “Martesana” sono stati catturati diversi esemplari di ceppo originario Trota marmorata catturata in loc. Canonica dʼAdda 40 Diffusione LA TROTA FARIO (Salmo trutta fario) Descrizione Corpo fusiforme, slanciato, a sezione trasversale ovale e compressa in senso laterale. Testa relativamente tozza. Bocca ampia, in posizione mediana. Denti di medie dimensioni, robusti ed acuminati. Pinne normalmente sviluppate. Pinne ventrali con inserzione posteriore rispetto alla corrispondenza con lʼorigine della pinna dorsale. Pinna caudale con bordo posteriore diritto o debolmente incavato. Durante il periodo di frega, nei maschi, intervengono notevoli modificazioni morfologiche. Il colore della livrea varia secondo le condizioni ambientali e lo stato fisiologico del pesce. La tinta del dorso, generalmente verde bruno scuro con tonalità grigiastre, può variare fino a bruno violaceo, bruno scuro, con sfumature giallastre. I fianchi sono progressivamente più chiari, fino a raggiungere il ventre bianco, con sfumature giallastre più o meno marcate. La parte superiore del corpo ed i fianchi presentano numerose macchie nere. I fianchi sono punteggiati da piccole macchie rosse e nere, le rosse talvolta sono circondate da un alone giallo o biancastro. La colorazione della livrea viene impiegata spesso per distinguere le trote in vari stock; tra i più comuni annoveriamo il “ceppo atlantico”, caratterizzato da aloni bianchi marcati attorno alle macchie nere e da macchie nettamente ovali e il “ceppo mediterraneo” con macchie rosse. Le caratteristiche genetiche delle trote selvatiche sono generalmente compromesse da più di un secolo di introduzioni di materiale di allevamento, spesso ottenuto mediante incroci tra fonti di varia provenienza. Tale contaminazione genetica ha ridotto notevolmente le trote endemiche dellʼAdda. La trota fario è tipica di acque fresche e limpide e molto ossigenate con temperature non superiori ai 18 - 20°C. Di indole stanziale e territoriale, si stabilisce in un tratto di fiume o di torrente ben definito dove si nasconde ponendosi in agguato, col muso rivolto alla corrente, in attesa di cibo. La sua sorprendente velocità di scatto intorno ai 40 Km/h le consente di catturare anche prede veloci sul filo della corrente. Le migrazioni riproduttive e gli spostamenti di una certa importanza si svolgono per lo più durante le ore crepuscolari e notturne. Alimentazione La dieta della trota è strettamente carnivora. Prede più frequenti sono insetti, crostacei, anellidi, gasteropodi, ecc. Gli esemplari di maggiore taglia cacciano scazzoni, sanguinerole e vaironi. I grandi esemplari, territoriali e solitari spesso mostrano tendenza al cannibalismo, soprattutto in tratti di fiume dove immissioni sovradimensionate di trote abbiano determinato la scomparsa delle altre specie di pesci. Un mito da sfatare La famosa trota salmonata in natura non esiste. Nei corsi dʼacqua dove la dieta è composta in misura importante da crostacei o se in allevamento viene alimentata con mangimi ricchi di chitina e carotenoidi, le carni della trota assumono una colorazione rosea o arancione tanto da essere erroneamente definite “salmonate”. 41 Riproduzione La maturità sessuale viene raggiunta a circa 2 - 3 anni. Il periodo riproduttivo si estende da ottobre a febbraio e talvolta giunge fino a marzo. Gli esemplari maturi possono compiere piccole migrazioni per raggiungere le aree più adatte alla frega. Le zone riproduttive sono rappresentate da acque pure, di scarsa profondità, correnti e bene ossigenate, con substrato misto a ciottoli, ghiaia e sabbia. Accrescimento Le dimensioni massime sono condizionate dallʼambiente, nei ruscelli e nei torrenti di rado raggiunge i 40 cm; nei fiumi con portata maggiore sfiora i 90 cm di lunghezza, con pesi oscillanti da 400 g fino a 7 Kg. Status della specie Le popolazioni selvatiche di ceppo puro sono rarissime e in via dʼestinzione. Ripopolamenti eseguiti con materiale proveniente da allevamenti che incrociano riproduttori di stock diversi o utilizzano ceppi selezionati artificialmente assicurano la presenza della specie, ma ne determinano un livellamento genetico. Protezione In tutta Europa, la pesca della trota è soggetta a regolamentazione con periodi di divieto e misura minima. La specie, considerando le popolazioni geneticamente “pure”, è inclusa nella Lista Rossa IUCN (International Union for Conservation of Nature and Natural Resources), come a basso rischio (LR/lc). Trota fario (Salmo trutta fario) 42 LA TROTA DI LAGO (Salmo trutta lacustris) Descrizione Corpo tozzo e robusto se confrontato con le altre trote, a sezione trasversale ovale e compressa in senso laterale. Testa relativamente tozza. Bocca ampia, in posizione mediana. Denti di medie dimensioni, robusti ed acuminati. Squame cicloidi di piccole dimensioni. Pinne normalmente sviluppate. Pinne ventrali con inserzione posteriore rispetto alla corrispondenza con lʼorigine della pinna dorsale. Pinna caudale ampia e massiccia con forma nettamente biloba. La livrea appare da grigio a grigio azzurro o bruno bluastro sul dorso, più chiara sui fianchi o bianco giallastra sul ventre. Macchie o punteggiature nere a forma di “x” sono sparse sul dorso, sui fianchi e sulle pinne. Le pinne sono translucide con sfumature grigiastre, quella dorsale è annerita alla base. Durante il periodo di frega i colori diventano più intensi. La trota di lago viene considerata da molti un ecotipo della trota Marmorata, infatti raggiunge le sue stesse dimensioni mentre la fario al massimo arriva a 7 – 8 Kg. Inoltre, con la scomparsa o quasi della marmorata anche questa trota si è praticamente estinta.Non è un caso che nel Lario siano almeno 20 anni che non si catturi una trota dal peso superiore ai 7 Kg (limite della fario). La confusione nasce dal fatto che immettendo una trota fario, ma anche una marmorata, in un ambiente lacustre, questa in breve tempo assume la livrea argentea con chiazze a forma di X tipica della lacustre.La differenza la fanno il peso e gli accrescimenti. Habitat e abitudini I bacini che forma lʼAdda dove vivono queste trote sono abbastanza profondi da consentire ai pesci di poter disporre di acque fresche e ben ossigenate anche durante il periodo estivo, presentano fondali ricchi di ghiaia ed acque a bassa torbidità non soggette a forti apporti di limo e fanghi durante i fenomeni di piena. Gli spostamenti delle trote di lago seguono cicli stagionali in funzione del termoclino. Durante la buona stagione vivono negli strati di media ed alta profondità in prossimità di punte rocciose o ghiaiose. Durante la notte o nelle ore più fresche del giorno guadagnano le rive per cacciare piccoli pesci (alborelle, triotti, vaironi, ecc.), o si spostano in superficie a caccia di insetti. Sono maggiormente attive nei giorni di cielo coperto e nelle ore crepuscolari e notturne, mentre nei momenti di massima insolazione restano al riparo. Le trote di lago sono più numerose in zone molto ombreggiate e frequentano le foci degli immissari nellʼepoca riproduttiva per cercare di risalirli; altro problema è che ad oggi tutti gli immissari al Lario (Adda compreso) hanno una briglia invalicabile in prossimità della foce. Alimentazione I soggetti più piccoli seguono una dieta molto simile a quella delle trote di torrente. Le prede più frequenti sono gli stadi larvali e adulti di insetti, anellidi e gasteropodi. Con lʼaumento della taglia le trote di lago sviluppano una spiccata tendenza allʼittiofagia. Quando era presente nel Lario si nutriva di alborelle e gli esemplari di grandi dimensioni vivevano lontano dalla riva e si nutrivano di agoni e coregoni. 43 Riproduzione La maturità sessuale viene raggiunta dai maschi tra i 4 e i 5 anni, mentre per le femmine tra i 4 e i 7. Il periodo di frega va da ottobre sino alle prime settimane di gennaio. I riproduttori si portano alla foce degli immissari, risalendoli (dove possono) anche per lunghi tratti alla ricerca di fondali adatti alla frega. Le zone riproduttive sono situate in acque pure, di scarsa profondità, correnti e bene ossigenate, con substrato misto a ciottoli, ghiaia e sabbia. La temperatura ottimale dellʼacqua è compresa tra circa 5 e 10°C. La deposizione avviene generalmente di notte o nelle ore del crepuscolo. Non esistono cure parentali. Le uova, di colore giallo-aranciato, con diametro variabile dai 3,5 ai 5 mm, sono deposte in numero di circa 1.000 - 1.500 per ogni chilogrammo di peso della femmina. Il periodo di incubazione richiede un tempo relativamente lungo, secondo la temperatura dellʼacqua. Normalmente è di circa 40 - 80 giorni a temperature comprese tra i 6 e gli 8°C. Gli avannotti restano coperti dalla ghiaia fino al riassorbimento del sacco vitellino, quindi emergono e cominciano a cibarsi in modo autonomo. Accrescimento La crescita viene fortemente influenzata dalle caratteristiche trofiche dellʼambiente. Si tratta di un pesce di grande taglia: lunghezza massima osservata 140 cm con peso massimo 30 Kg . Status della specie Le popolazioni selvatiche di ceppo puro sono rarissime e in via dʼestinzione. La maggioranza delle trote definite “di lago” Trota di lago (Salmo trutta lacustris) sono trote marmorate che hanno assunto livrea simile a quella delle vere lacustri. La pratica di effettuare immissioni a scopo di ripopolamento con materiale proveniente da allevamenti che incrociano riproduttori di stock diversi o utilizzano ceppi selezionati artificialmente da decenni garantisce la presenza della specie ma ne determina un livellamento genetico. Per quanto riguarda gli stock genetici “puri”, una volta identificati devono essere previste misure per la protezione e per la produzione di avannotti destinati alle reintroduzione. Sono state segnalate poche presenze nella zona di Olginate. Protezione In tutta Europa la pesca della trota di lago è soggetta a regolamentazione, con periodi di divieto e misura minima. La trota di lago non è inclusa nella Lista Rossa IUCN (International Union for Conservation of Nature and Natural Resources), perché considerata parte del gruppo Salmo trutta. 44 IL TEMOLO (Thymallus thymallus) Etimologia Latino: thymum = timo, pianta erbacea aromatica il cui profumo ricorda quello delle carni di questo pesce. Descrizione Corpo affusolato a sezione trasversale ovale e compresso lateralmente. Squame cicloidi grandi disposte in file orizzontali ben evidenti. Testa piccola, bocca relativamente piccola. Caratteristica è la pinna dorsale molto sviluppata, alta e fornita di raggi molli molto flessibili. Pinna adiposa (importante carattere sistematico dei salmonidi). Pinna caudale biloba. Pinne ventrali con origine nei pressi della corrispondenza con il centro della base della pinna dorsale. Livrea grigio-verde sul dorso ed argentea o dorata sui fianchi, ventre bianco. Negli individui adulti la pinna dorsale mostra spesso strisce giallo-verdi ed è punteggiata da macchie chiare. Pinne pettorali, ventrali ed anale translucide, con riflessi bruno giallastri. Le popolazioni dellʼEuropa centrale ed orientale hanno pinna caudale rossastra, mentre le popolazioni indigene del versante italiano della catena alpina presentano la pinna caudale con riflessi bluastri, più o meno marcati. Habitat e abitudini Il temolo vive in acque fresche, ben ossigenate, con substrato misto a pietra, sabbia e ghiaia a corrente moderata tanto che lʼarea fluviale corrispondente al suo habitat viene definita “zona da temolo”. Non tollera acque inquinate e con temperatura superiore ai 18°C. Di tendenza gregaria, forma branchi composti anche da molti individui. A differenza delle trote, i temoli non hanno tendenza a nascondersi in anfratti del fondo o tra la vegetazione di sponda, ma si spostano nei tratti aperti o si trattengono in vicinanza di ostacoli sommersi, seguendo il flusso della corrente che trasporta gli insetti di cui si nutrono. Diffusione Alimentazione Si ciba principalmente di micro e macroinvertebrati bentonici ed insetti, piccoli crostacei, gasteropodi e oligocheti. Gli individui più grandi tendono a predare anche avannotti e piccoli pesci bentonici. Riproduzione La maturità sessuale viene raggiunta a circa 3 anni. La frega avviene generalmente in primavera, da marzo a maggio, il periodo viene comunque condizionato dalle condizioni ambientali e dalla temperatura dellʼacqua. La deposizione ha luogo in acque di scarsa profondità, correnti, ben ossigenate, con substrato misto a ghiaia, piccoli ciottoli e sabbia. 45 Non esistono cure parentali. A seconda delle dimensioni ogni femmina emette da 2.000 a 8.000 uova giallastre, di media grandezza, con diametro compreso tra 2 e 3 mm. Accrescimento Al primo anno di vita i temoli raggiungono lunghezze totali comprese tra i 9 e gli 11 cm, con un peso di circa 10 g; al secondo anno misurano da 19 a 22 cm e pesano da 70 a 100 g e alla fine del terzo anno di vita toccano i 33 - 35 cm pesando dai 350 ai 400 g. A 8 - 9 anni i temoli raggiungono lunghezze totali di circa 45 cm. Si tratta di pesci di taglia media, la taglia massima segnalata è di 60 cm. Età massima riportata: 14 anni. Status della specie Le popolazioni stanno subendo un calo generalizzato a causa delle modificazioni antropiche sugli habitat. La specie è molto sensibile ai fenomeni dʼinquinamento. Le maggiori cause di rarefazione del temolo sono però rappresentate dalle alterazioni effettuate agli alvei dei fiumi, in particolare risulta particolarmente grave la costruzione di dighe ed altri sbarramenti (sprovvisti delle opportune scale di risalita) che interrompono la continuità fluviale impedendo ai riproduttori di raggiungere le zone di frega. Oltre alle modificazioni ambientali fisiche, anche le alterazioni conseguenti alle immissioni di specie alloctone e ripopolamenti incauti hanno danneggiato la consistenza numerica delle popolazioni autoctone. La specie danubiana è presente nel Parco, mentre quella endemica (temolo pinna blu) sta lentamente scomparendo. Protezione La specie è protetta da leggi comunitarie e nazionali che istituiscono misure minime e periodi di divieto. Il temolo è incluso nella Lista Rossa IUCN (International Union for Conservation of Nature and Natural Resources) come specie a basso rischio. Temolo pinna blu (Thymallus thymallus), autoctono 46 Temolo Danubiano specie alloctona IL PERSICO REALE (Perca fluviatilis) Descrizione Corpo ovaliforme, slanciato, con altezza dellʼarea pre-dorsale marcata. La gibbosità dorsale tende ad accentuarsi con lʼetà conferendo aspetto tozzo agli esemplari più grandi. Squame ctenoidi (dotate di piccole punte che le rendono ruvide al tatto) profondamente inserite nel derma. Testa grande con muso breve e leggermente affusolato. Bocca molto ampia, occhio di grandi dimensioni con pupilla bordata di giallo. Denti piccoli e numerosi. Due pinne dorsali, la prima prominente e dentellata con apici acuminati, la seconda più piccola e raggiata. Pinna caudale biloba con apici evidenti. Livrea variabile a seconda dellʼambiente. Colore di fondo verde oliva, verde brunastro o grigio verdastro, più scura sul dorso, progressivamente più chiara sui fianchi che possono assumere sfumature giallastre fino a diventare biancastre sul ventre. Sui fianchi sono presenti da 5 a 7 strisce scure trasversali, più marcate sul dorso divengono sempre meno distinte e più “appuntite” procedendo verso il ventre. Tutte le pinne sono semitrasparenti e variamente colorate. Le pinne pettorali sono di colore giallo scuro mentre le ventrali e la pinna anale sono rosso arancio. Le pinne dorsali sono grigiastre come la caudale. Habitat e abitudini Specie moderatamente eurialina, di preferenza popola bacini con acque moderatamente fredde, a corrente moderata, ben ossigenate e provviste dʼabbondante vegetazione sommersa. Il persico reale staziona di norma a qualche metro di profondità; soltanto nella stagione invernale si sposta a profondità maggiori dove la temperatura stabile gli consente di non rallentare la propria attività. Predilige i fondali rocciosi, ma si incontra anche su substrato sabbioso o fangoso. Ama aree ricche di ostacoli sommersi, come tronchi e rami sommersi e di vegetazione. Di indole gregaria, nei primi anni di vita forma branchi di centinaia dʼindividui, mentre gli esemplari più anziani tendono a condurre vita solitaria. La specie non ha abitudini stanziali, spesso i persici compiono lunghi spostamenti alla ricerca di aree favorevoli allʼalimentazione e alla riproduzione. Specie predatrice che caccia a vista, trascorre le ore dʼoscurità in quasi totale stasi restando immobile sul fondo. Alimentazione Prettamente carnivoro ed ittiofago, queste tendenze si manifestano velocemente; già da piccoli iniziano ad insidiare piccoli pesci ed avannotti presenti nei sottoriva. Gli adulti predano sia invertebrati che piccoli pesci come giovani cavedani, triotti e soprattutto alborelle. Queste ultime vengono spesso cacciate in gruppo. Il persico reale preda spesso crostacei, questa sua caratteristica lo configura come buon candidato per la lotta biologica alla specie alloctona gambero rosso della Louisiana (crostaceo alloctono infestante). 47 Riproduzione Il persico reale raggiunge la maturità sessuale allʼetà di due anni. La frega si svolge da marzo sino a giugno-luglio. La deposizione avviene in prossimità della riva con modalità collettive, ogni femmina viene seguita da numerosi maschi. Le femmine, a secondo della loro taglia, emettono migliaia di uova del diametro di circa 2 mm, raccolte in cordoni che aderiscono al substrato. Dopo circa 15 - 20 giorni nascono le larve, di 4 o 5 mm. Essenziale per il buon fine della stagione riproduttiva è la presenza di vegetazione sommersa a cui possano aderire le uova, in particolare dei canneti. Dove questi habitat vengono distrutti si assiste anche ad un calo della presenza di persico reale, ed allora ecco che per ricreare gli habitat adatti alla riproduzione del persico vengono introdotte artificialmente le cosiddette “legnaie”, ovvero fascine di legno appesantite in modo da stabilizzarsi sul fondale ed assicurare ai persici dei supporti sui quali poter deporre le uova. Accrescimento In ambienti particolarmente favorevoli il persico reale raggiunge la lunghezza massima di circa 40 cm ed il peso di 1,5 - 2 Kg. Status della specie La specie non sembra essere particolarmente minacciata. Il persico viene predato da molte specie di uccelli ittiofagi e di pesci, come lucci, siluri e salmonidi. In alcune zone del Parco dove lʼaumento delle popolazioni di cormorani è in continuo aumento, si denota spesso un calo della specie. Persico reale (Perca fluviatilis) 48 IL PERSICO SOLE (Lepomis gibbosus) Descrizione Il persico sole ha corpo di forma ovale, fortemente compresso ai lati, coperto di squame ctenoidi non molto grandi. Il muso è breve con bocca in posizione terminale, piccola ed obliqua verso lʼalto. La pinna dorsale inizia allʼaltezza del lobo opercolare e termina alla base del peduncolo caudale. La pinna caudale, biloba, è debolmente incisa. La livrea del persico sole ha colore di fondo bruno verdastro sul dorso, i fianchi sono più chiari mentre il ventre può assumere tinte da giallastro ad arancio . Entrambi i lati del capo mostrano strisce azzurre o celesti. Sul lobo opercolare si nota una grande macchia nera, bordata di chiaro, con una macchia rossa allʼapice. Il dorso e i fianchi sono coperti di macchie scure ed iridescenti. Lʼocchio ha lʼiride rossa. Le femmine hanno una livrea meno vistosa dei maschi. Habitat e abitudini Il persico sole è un pesce molto adattabile e in grado di sopportare notevoli sbalzi di temperatura. La specie è stanziale e territoriale, allo stadio giovanile ha abitudini gregarie e tende a formare piccoli branchi di alcune decine dʼindividui. Si adatta a vivere in una moltitudine di ambienti, ma in Adda tende a localizzarsi nelle anse riparate, fuori dal flusso principale della corrente. Il persico sole risulta strettamente legato allʼhabitat dei sottoriva dove svolge la sua attività alimentare e riproduttiva. La specie è particolarmente attiva durante la stagione estiva, nei mesi invernali si sposta invece a maggiore profondità dove resta in stato quasi inattivo. Alimentazione Anche se questo pesce può cibarsi di detriti organici, la specie rimane spiccatamente carnivora. La dieta del persico sole comprende una grande quantità dʼinvertebrati acquatici ricercati prevalentemente sul fondo così come piante acquatiche, detriti organici e piccoli pesci. Gli individui di maggior mole si nutrono in prevalenza di pesci, spesso catturando i più grandi con azioni condotte da più individui. In questi casi un persico sole guida lʼattacco iniziando a strappare le pinne della vittima presto imitato da altri soggetti che continuano ad attaccare la preda fino a causarne la morte. Riproduzione La maturità sessuale è raggiunta a 2 - 3 anni per quanto riguarda le femmine, mentre a 4 anni dai maschi. La riproduzione ha inizio a partire dalla tarda primavera quando la temperatura dellʼacqua si aggira attorno ai 20 - 26°C. Il maschio è molto territoriale e difende da tutti i potenziali rivali unʼarea utilizzata come nido. La zona destinata alla riproduzione è realizzata dal maschio scavando una depressione sul fondo nellʼimmediato sottoriva. Il maschio corteggia ogni femmina che si addentri nel suo territorio spingendola ad entrare nella tana per deporre le uova. Ogni femmina depone circa da 600 a 3.000 uova del diametro 1 mm circa, color ambra, che aderiscono al substrato. 49 Il maschio sorveglia le uova fino alla loro schiusa che si verifica dopo 5 giorni a 28°C oppure dopo 10 giorni se si hanno 16°C. Le cure parentali del maschio si estendono per alcuni giorni anche agli avannotti. La lunghezza media degli individui si aggira tra gli 8 ed i 25 cm, il peso è di poco superiore ai 25 grammi. Status della specie La specie presente nel Parco non sembra essere particolarmente minacciata. Persico sole (Lepomis gibbosus) 50 IL LUCCIO (Esox lucius) In biologia il luccio appartiene ad unʼunica specie ma, in seguito a continue immissioni di lucci provenienti dallʼEst Europa, in breve tempo nel nostro Paese sono emersi due ceppi ben differenti, per lo meno per quanto riguarda la livrea: il luccio autoctono, definito “di ceppo italico”, presenta sul dorso e sui fianchi evidenti zebrature o marezzature bianco argentate o dorate; il luccio alloctono o “Est europeo” possiede una livrea più chiara con il dorso ed i fianchi caratterizzati da macchie semicircolari di colore biancastro. In entrambi i casi le pinne possono assumere colorazione da rossa a grigiastra e sono ornate da macchie scure. Notevole esemplare di Luccio (Esox lucius) Le due specie possono ibridarsi. Descrizione Corpo allungato e compresso. Muso appiattito e affusolato simile al becco di unʼanatra. Bocca molto ampia con mandibola prominente. Denti robusti ed acuminati, presenti su mascella, mandibola, palato e lingua. Guance coperte di squame. Pinna dorsale inserita nella parte posteriore del corpo sopra la corrispondenza con la pinna anale. Pinne pettorali e ventrali relativamente piccole. Squame piccole e cicloidi. Linea laterale in posizione mediana. Livrea di fondo a tinta variabile, a seconda dellʼambiente, delle stagioni, dellʼetà degli esemplari e, non ultimo, del ceppo genetico a cui appartiene. Apparato boccale di luccio Habitat e abitudini Gli habitat prediletti sono le acque di pianura, ferme o a corrente moderata, con fondale sabbioso o fangoso e ricche di vegetazione. Tende ad evitare acque eccessivamente torbide. In alcuni grandi fiumi il luccio si spinge in acqua corrente. Il luccio è sedentario e territoriale, solamente durante la stagione di frega si sposta per cercare i luoghi adatti alla riproduzione. Questo pesce conduce vita solitaria; è un predatore attivissimo, eclettico e veloce. Resta immobile, mimetizzato tra la vegetazione o al riparo di qualche ostacolo sommerso, aspettando che la preda sia nel suo raggio dʼazione per aggredirla con scatto fulmineo. Alimentazione Carnivoro e ittiofago, tale tendenza si manifesta precocemente. A 4 - 5 cm di lunghezza iniziano a cacciare altri avannotti, compresi quelli della propria specie. La dieta del luccio adulto è costituita principalmente da pesci, crostacei e da altri invertebrati. 51 Gli esemplari di maggiori dimensioni predano spesso anfibi, serpenti dʼacqua, piccoli mammiferi ed uccelli acquatici. Riproduzione Mediamente i maschi raggiungono la maturità sessuale a 2 - 3 anni, mentre le femmine a 3 - 4. La frega si svolge da gennaio a maggio su fondali bassi e ricchi di vegetazione. Le uova, giallo ambrate, del diametro di 2,5 - 3 mm e in numero da 15.000 a 20.000 per ogni chilogrammo di peso della femmina aderiscono alle piante acquatiche. Le larve schiudono dopo 3 - 15 giorni e sono lunghe 6,5 - 9 mm. Accrescimento Pesce di grande taglia, la lunghezza massima dei maschi è di circa 90 cm, mentre le femmine raggiungono i 150 cm e 27 Kg di peso. Nel tratto fluviale del Parco non si ricordano catture superiori ai 15 Kg. Status della specie Si registra una contrazione del numero dʼindividui che deve essere messa in relazione alla scomparsa di aree ricche di vegetazione (canneti, erbai, campi inondati) a causa di opere di bonifica e canalizzazione, alla cementificazione delle rive e allʼeliminazione delle lanche. In mancanza di tali habitat i lucci sono impossibilitati a riprodursi. Anche lʼinquinamento derivante da materiale organico e pesticidi contribuisce al calo numerico della specie. Nel Parco è presente con esemplari di ceppo Est europeo, mentre il luccio di ceppo italico è in preoccupante diminuzione. Livrea di luccio autoctono 52 Livrea di luccio alloctono LʼALBORELLA (Alburnus alburnus alborella) Descrizione Corpo allungato, snello, a sezione trasversale ovale e compressa lateralmente. Testa relativamente piccola con bocca in posizione terminale, nettamente inclinata verso lʼalto e mandibola prominente. Squame cicloidi relativamente piccole e fragilmente inserite nel derma (si staccano facilmente dal corpo). Pinne ventrali con origine anteriore alla corrispondenza della pinna dorsale. Pinna anale, pinna dorsale, pinna caudale biloba, con margine profondamente incavato ed apici dei lobi appuntiti. Livrea del dorso grigio verdastra o bruno verdastra. Fianchi più chiari con squame argentee. Ventre bianco argenteo. Presenza di una fascia longitudinale grigiastra o verdastra sui fianchi, negli esemplari adulti appare scura e molto marcata. Pinne translucide, giallastre o giallo grigiastre, con tonalità rosate o aranciate allʼepoca della riproduzione, soprattutto nei maschi. In entrambi i sessi durante il periodo della frega compaiono piccoli tubercoli nuziali sulle pinne, sul dorso e sui fianchi. Habitat e abitudini In Italia è specie autoctona. Questo ciprinide mostra una discreta adattabilità potendo popolare diversi tipi di ambienti acquatici di pianura sufficientemente trasparenti e ricchi dʼossigeno. Nei fiumi preferisce acque di media profondità con corso lento e fondale limaccioso dove si trattiene nelle aree a corrente più debole. Di indole gregaria, forma branchi anche molto numerosi. Tra le specie ittiche con cui più frequentemente si trova associata vi sono sia specie limnofile, come il triotto e la scardola, che specie moderatamente reofile, come la lasca (ormai quasi estinta in Adda), il barbo, ed il cavedano. Le alborelle si alimentano durante tutto il corso dellʼanno rallentando lʼattività solo nei periodi più freddi. La ricerca del cibo si protrae per tutta la giornata durante la quale i branchi seguono gli spostamenti giornalieri del plancton. La specie sverna in branco a profondità maggiori di quelle preferite da altri ciprinidi presenti nello stesso habitat. Alimentazione La dieta comprende microrganismi planctonici, alghe, detrito organico, insetti acquatici, vermi e crostacei di larve di insetti. Riproduzione In entrambi i sessi la maturità sessuale è raggiunta tra il primo ed il secondo anno dʼetà. In genere la loro riproduzione è osservabile da giugno fino a luglio compreso. La riproduzione ha luogo con temperature dellʼacqua superiori a 15°C. Ogni femmina depone circa 1500 uova di colore giallastro e del diametro di 1,5 mm circa. A causa delle ridotte dimensioni le uova non maturano contemporaneamente ma a stadi, perciò ogni femmina depone più volte nellʼarco del periodo riproduttivo. Questo è uno dei motivi per cui lʼalborella 53 si riproduce da maggio a luglio. La schiusa, in genere, richiede meno di una settimana. Molto frequentemente sui laghi e lungo il corso dellʼAdda immediatamente sub-lacuale vengono artificialmente costituiti dei letti di frega deponendo in acqua lungo le sponde grossi quantitativi di ghiaia sulla quale lʼalborella depone le uova. Anche qui il Comitato Centro Adda è presente nellʼorganizzazione nella attuazione e nella gestione di tali opere. Status della specie Nel fiume Adda e non solo, si è verificato un forte calo a partire dagli anni ʼ90 a causa dellʼinquinamento (e della pesca professionale smisurata per quanto concerne il Lario); attualmente viene segnalato un modesto incremento grazie alla messa in opera dei letti di frega e ad una pesante normativa che ne regola la pesca. Le principali cause di sofferenza per questa specie sono la predazione da parte degli uccelli ittiofagi e la forte carenza di plancton, elemento essenziale per il loro accrescimento. Tuttavia presso i biologi competenti il problema della determinazione delle cause che hanno provocato questa forte diminuzione numerica delle popolazioni di alborella resta un tema molto dibattuto. Alborella (Alburnus alburnus alborella) 54 IL BARBO ITALICO (Barbus barbus plebejus) Descrizione Corpo slanciato e robusto, fusiforme. La testa è allungata con muso appuntito; occhio piccolo. Bocca infera, protrattile, circondata da spesse labbra. Sono presenti due paia di barbigli, il paio più corto situato lateralmente alla porzione anteriore del labbro superiore, mentre quello più lungo agli angoli della bocca. Squame cicloidi relativamente piccole, solidamente impiantate nel derma e quasi impercettibili al tatto. Pinna dorsale allineata o leggermente spostata in avanti rispetto alla corrispondenza con le pinne ventrali. La pinna anale, piegata allʼindietro, non arriva alla base della caudale. Colorazione del dorso bruno scuro o bruno verdastro. Fianchi giallastri o dello stesso colore del dorso progressivamente più chiari verso il ventre. Superficie ventrale bianca o bianco giallastra. Pinne translucide di colore grigio verdastre, bruno giallastre o bruno verdastre con sfumature aranciate o rosse particolarmente marcate nel periodo di frega. Pinne dorsale e caudale con punteggiatura nerastra più o meno intensa. In alcuni individui si fanno particolarmente accentuate le tonalità dorate. Habitat e abitudini Ciprinide reofilo legato ad acque limpide, ossigenate, a corrente vivace e fondo ghiaioso o sabbioso. Lʼhabitat di questa specie è talmente tipico da essere comunemente indicato come “zona del barbo”. La specie ha comunque una discreta flessibilità di adattamento. Nei fiumi più grandi può spingersi notevolmente a monte, fino a sconfinare nella “zona dei salmonidi” e “del temolo”, mentre a valle si rinviene anche in acque moderatamente torbide, purché ben ossigenate. Il barbo italico si raggruppa in branchi ed ama condividere il proprio habitat con altri ciprinidi reofili quali soprattutto la lasca (in tutto il corso dellʼAdda quasi estinta), il cavedano, lʼalborella, la savetta e il vairone. La specie ha abitudini fotofobe e tende ad essere più attiva nelle ore crepuscolari e notturne. Grazie al ricco corredo di terminazioni sensoriali poste nelle labbra e nei barbigli è perfettamente in grado di ricercare il cibo anche di notte. Si trattiene volentieri al di sotto dei salti dʼacqua che, specie, nel periodo della frega, è capace di risalire con grandi guizzi. Ama le pescaie, i tratti rocciosi dei fiumi ed i sottoriva accidentati e presso i piloni dei ponti si raduna in branchi numericamente consistenti. Alimentazione Specie dallʼampio spettro alimentare, si nutre in prevalenza di invertebrati bentonici che ricerca grufolando sul fondo sollevando i sedimenti con il muso. Gli individui più grandi, che hanno abitudini solitarie, possono divenire ittiofagi. Riproduzione La maturità sessuale è raggiunta dopo 3 o 4 anni. La femmina fissa le uova sulle pietre del fondo, quasi sempre dove lʼacqua è più profonda e dove le correnti sono forti. Ogni femmina produce circa 8.000 - 9.000 uova per chilo di peso. Le uova sono giallastre ed adesive, dal 55 diametro di 2,5 - 3 mm. A 16°C la schiusa avviene in circa 8 giorni. Circa 10 - 20 giorni dopo la nascita le giovani larve iniziano a condurre vita libera muovendosi nella colonna dʼacqua e formando spesso sciami misti con altri avannotti di ciprinidi reofili. Dopo pochi mesi i giovani barbi iniziano a condurre vita prevalentemente bentonica. Le uova del barbo sono tossiche per lʼuomo. Accrescimento Le femmine presentano un accrescimento leggermente superiore a quello dei maschi. Gli esemplari di maggiori dimensioni raggiungono i 75 cm di lunghezza per 4 kg di peso con unʼetà massima di 8 anni. Status della specie Pesce resistente e di discreta valenza ecologica. Pur risultando in diminuzione un poʼ ovunque può considerarsi ancora relativamente abbondante in molti corsi dʼacqua tra i quali lʼAdda. Risente negativamente degli interventi antropici che modificano il fondale come i prelievi di ghiaia e i lavaggi di sabbia che alterano i substrati riproduttivi; ciò ha determinato la contrazione di numerose popolazioni. In più, la fortissima proliferazione di Barbus barbus e la presenza del siluro stanno mettendo in pericolo la sopravvivenza della specie autoctona. Il barbo europeo è il diretto competitore alimentare vincente nei confronti della specie italica. Inoltre, fenomeni di ibridazione minacciano la purezza dei ceppi genetici. Protezione In tutto il territorio italiano esistono misure minime, zone di protezione e periodi di divieto. Nella Lista Rossa IUCN (International Union for Conservation of Nature and Natural Resources) la specie è classificata a preoccupazione minima. Barbo italico (Barbus barbus plebejus) 56 Diffusione LA CARPA (Cyprinus carpio) Descrizione della forma selvatica Corpo robusto, piuttosto allungato, sino a formare talvolta una gibbosità dorsale. Testa conica con muso relativamente corto. Bocca terminale, piuttosto piccola, protrattile, con labbra spesse e carnose. Presenza di due paia di barbigli. Lʼocchio ha medie dimensioni. I denti faringei sono disposti su ciascun lato in tre serie e presentano leggere solcature. Corpo interamente ricoperto da squame cicloidi. La linea laterale ha andamento quasi rettilineo e si incurva appena verso lʼalto nella porzione anteriore. La pinna dorsale e quella anale hanno base lunga e bordo concavo, lʼultimo raggio semplice è robusto e dentellato posteriormente. La pinna caudale appare distintamente bilobata, con gli apici dei lobi arrotondati. Dorso e fianchi bruno olivastri, con riflessi bronzeo dorati, particolarmente evidenti sui fianchi. Il ventre è giallastro o bianco giallastro. Le pinne sono verdastre o grigio verdastre, talora volgenti al rossiccio. Razze di Cyprinus carpio La Carpa è polimorfa. Nel tratto di Adda da noi considerato sostanzialmente ne vivono due varietà: la carpa regina, con squame fitte e normali che formano un completo rivestimento e la carpa a specchi, dotata di pelle nuda con poche e grandi squame, situate soprattutto lungo la base della pinna dorsale e lungo la linea laterale. Carpa a specchi (Cyprinus carpio var. specularis) Habitat e abitudini In Italia è specie naturalizzata. Lʼhabitat tipico di questo ciprinide in Adda è quello delle acque a lento corso, nelle sue rientranze e nelle morte. Preferisce i fondali profondi, melmosi, con vegetazione sommersa o cosparsi di detriti ingombranti quali tronchi dʼalberi depositati sul fondo. Pur potendo vivere anche in acque relativamente fredde, preferisce le acque calde (temperatura ottimale compresa tra 15 e 25°C). Si adatta facilmente ad acque a basso tenore di ossigeno. È una specie gregaria, soprattutto in età giovanile, che si muove solitamente in piccoli branchi. Man mano che la carpa cresce tende ad isolarsi e a condurre vita solitaria. Lʼhabitat normale della carpa è sempre un ambiente silenzioso e distante dai disturbi causati dalla presenza di abitazioni. Questo pesce si trattiene volentieri anche presso i piloni dei vecchi ponti sfruttando le buche esistenti nella parte più profonda. La carpa non è un pesce nomade, ma ha abitudini stanziali e non ama allontanarsi troppo dal luogo che ha scelto per ricovero e che le offre tutte le condizioni alimentari e ambientali di cui ha bisogno. Tanto più la stagione e lʼacqua saranno fredde e tanto meno la carpa si muoverà. Da ottobre a febbraio la sua attività motoria e alimentare si riduce al minimo; da febbraio ad aprile essa comincia a muoversi maggiormente. Da maggio ad agosto, ricorrendo il periodo della frega, la carpa si muove e si sposta sempre di più alla ricerca delle opportune zone di 57 deposizione. È attiva soprattutto di notte, mentre di giorno si limita a “pascolare” con lenti movimenti, grufolando con i barbigli tra il limo in cerca di prede. Alimentazione Specie onnivora che ricerca il cibo alla superficie e nella compagine dei sedimenti di fondo. Nella dieta della carpa, contrariamente a quanto sostenuto da molti, lʼimportanza alimentare dei vegetali è secondaria. La specie si alimenta aspirando tutto quello che ha a raggio di bocca e selezionando direttamente dentro la cavità boccale ciò che tratterrà per nutrirsi. Gli elementi scartati saranno poi espulsi con un “soffio”. La dieta preferita è costituta da larve di insetti, molluschi, gasteropodi e bivalvi, crostacei e vermi che vengono raggiunti nella melma a profondità superiore anche ai 10 cm. Lʼattività alimentare è legata alla temperatura dellʼacqua e cessa quando lʼacqua scende sotto i 6°C. Riproduzione La maturità sessuale è raggiunta a 2 - 4 anni dʼetà. I maschi solitamente maturano un anno prima delle femmine. La riproduzione inizia a metà maggio e può protrarsi sino al mese di luglio. Quando la temperatura dellʼacqua raggiunge i 18 - 20°C durante il giorno e non scende sotto i 14 - 15°C di notte, i maschi e le femmine si portano in acque poco profonde e provvedono alla deposizione delle uova che vengono attaccate ai tappeti di vegetazione. La frega delle carpe è molto rumorosa: i maschi, molto eccitati, si abbandonano a violente evoluzioni compiendo numerosi salti fuori dallʼacqua. La femmina depone circa 100.000 - 200.000 uova per kg di peso che misurano circa 1,5 mm di diametro. La schiusa avviene Carpa regina (Cyprinus carpio) dopo 5 - 6 giorni. Lʼaccrescimento degli avannotti è rapido; a un anno di età la lunghezza è di 15 cm e il peso di 200 g. A tre anni di età una carpa è già pronta per la riproduzione ed ha già acquistato rispettabili dimensioni. Gli adulti arrivano sino ai 130 cm di lunghezza con un peso massimo che si aggira sui 40 Kg, ma 20 - 25 Kg sono già eccezionali. Status della specie Presente in tutta lʼarea del Parco. 58 IL CAVEDANO (Leuciscus cephalus) Descrizione Corpo allungato a sezione trasversale ovale, poco compresso lateralmente. Testa relativamente grande. Bocca in posizione terminale, con labbra spesse e mascella superiore leggermente più lunga di quella inferiore. Lʼapertura orale raggiunge allʼindietro il margine anteriore dellʼocchio. Denti faringei molto ravvicinati con bordo uncinato e seghettato. Squame cicloidi. Pinna dorsale con origine di poco posteriore alla corrispondenza con la base delle pinne ventrali. Pinna anale a bordo esterno convesso. Pinna caudale falcata. Livrea variabile a seconda delle condizioni ambientali e fisiologiche. La tinta di base del dorso è generalmente grigio verde con riflessi brunastri o bluastri. Fianchi argentei o tendenti al dorato, dello stesso colore di fondo del dorso, gradatamente più chiari procedendo verso il ventre. Ventre e parte inferiore del capo di colore bianco perlaceo o bianco giallastro. Pinne ialine, traslucide e semitrasparenti. Pinna dorsale e pinna caudale più scure e spesse. Le pinne pettorali sono di colore giallo o arancio rossastro, le pinne ventrali e pinna anale di colore arancio o rosso. Habitat e abitudini Specie ancora molto diffusa, preferisce fondali duri misti a ghiaia, sabbia e pietrisco, ma si incontra normalmente anche in zone con acque lente, fondale fangoso e ricco di vegetazione sommersa. In acqua corrente risulta più abbondante nella “zona del barbo”. Poco sensibile allʼinquinamento, spesso vive in prossimità di scarichi fognari per cibarsi dei rifiuti presenti tra i liquami (comunemente chiamato “spazzino dʼacqua dolce”). Di indole gregaria, forma branchi anche molto numerosi e composti generalmente da Cavedano catturato a Trezzo sullʼAdda individui della stessa taglia ed età. Gli esemplari di più grossi tendono ad isolarsi o a spostarsi in piccoli gruppi formati da due a poco più di una decina di esemplari. Durante la bella stagione la maggiore attività si osserva nelle ore crepuscolari, mentre nelle ore centrali della giornata i branchi stazionano quasi immobili vicino alla superficie. Dallʼinizio dei primi freddi fino a primavera si trattengono in profondità, entrando in attività durante le ore centrali della giornata. 59 Alimentazione Specie onnivora ed opportunista, le componenti della dieta variano a secondo della stagione e della capacità trofica dellʼhabitat. Lʼalimentazione comprende sostanze animali, vegetali, detrito organico e rifiuti. Tra le componenti di origine animale predominano insetti acquatici e loro larve, molluschi, vermi, crostacei, uova ed avannotti. Gli esemplari di taglia più grande sono attivi predatori di altre specie ittiche e di piccoli anfibi come immaturi di rana, girini e tritoni. In estate la componente vegetale è maggiore ed oltre ad alghe filamentose e macrofite acquatiche comprende anche frutta e semi caduti in acqua. Nella loro dieta hanno un peso notevole anche sostanze di origine antropica. Lʼalimentazione viene spesso integrata da rifiuti urbani e dalle pasture gettate in acqua dai pescatori. Riproduzione La frega ha luogo da aprile a luglio, con temperature dellʼacqua non inferiori ai 12°C e si svolge in modo collettivo, in piccoli gruppi in cui prevalgono numericamente i maschi. La deposizione avviene in più di un ciclo, di solito durante la notte, prevalentemente su fondali ghiaiosi, in acque basse, correnti e ben ossigenate. Per ogni stagione la femmina può produrre fino a circa 50.000 uova per chilogrammo di peso. Le uova sono adesive ed hanno diametro di 1,5 - 2 mm. Dopo la fecondazione le uova aderiscono al substrato fino alla schiusa. Lo sviluppo embrionale richiede circa 10 - 12 giorni. Alla schiusa le larve misurano circa 4 mm. Status della specie Nel Parco Adda Nord sono presenti in numerose colonie, ma lʼingente numero di cormorani svernanti nel Parco e il veloce insediamento del siluro stanno già portando questa specie ad una rapida diminuzione. È un pesce molto resistente allʼinquinamento risultando presente persino in acque rese eutrofiche da scarichi industriali o in siti a bassa concentrazione di ossigeno. Cavedano (Leuciscus cephalus) 60 IL GOBIONE (Gobio gobio) Descrizione Si tratta di un pesce dal corpo allungato e fusiforme, sub cilindrico nella parte anteriore e compresso in quella caudale. La testa è relativamente grossa e corta, appiattita dorsalmente e con muso allungato. La bocca è situata in posizione ventrale; in corrispondenza della connessura labiale presenta due barbigli tattili. Gli occhi sono situati piuttosto in alto. Il corpo è coperto da squame cicloidi, grosse e saldamente impiantate. La linea laterale ha andamento quasi orizzontale. Pinna dorsale a base corta, ha origine un poco più avanti della corrispondenza con le pinne ventrali. La pinna caudale mostra unʼincisura molto marcata sul margine. Il dorso del gobione è grigio verdastro o brunastro, più chiaro e con riflessi argentei sui fianchi. Il ventre è grigio argenteo. Nella regione dorso-laterale sono presenti numerose piccole macchie nere distribuite in modo irregolare e generalmente bordate di grigio. Lungo i fianchi si possono notare una serie di 5 - 10 grandi macchie scure, più marcate negli esemplari giovani; una macchia scura è presente anche sullʼopercolo. La pinna dorsale e la caudale sono dello stesso colore del dorso mentre le altre possono uniformarsi a tale colorazione oppure essere biancastre o giallo biancastre; tutte le pinne sfoggiano numerose macchiette bruno nerastre o nere, presenti soprattutto sulla pinna dorsale caudale. Habitat e abitudini Ciprinide tipicamente reofilo, il gobione vive in acque correnti e fresche a fondo ghiaioso o sabbioso. Ama le acque limpide e non troppo fredde, meglio se con vegetazione acquatica. La specie è gregaria, a volte forma gruppi costituiti da numerosi soggetti ma, generalmente, gli individui tendono a distribuirsi uniformemente sul fondale del corso dʼacqua. Si trova spesso associato al barbo, allʼalborella, al cavedano e alla lasca (ormai assente in Adda). In estate i branchi si trattengono in acque basse o poco profonde mentre in inverno si portano a profondità maggiori. Date le sue piccole dimensioni e abitudini di vita, il gobione è una specie che tende a sfuggire allʼattenzione e alla cattura, pertanto la consistenza delle sue popolazioni può essere talora notevolmente sottostimata. Alimentazione Il gobione è essenzialmente carnivoro e, come tutte le specie bentoniche, ricerca il proprio cibo sul fondo. La dieta comprende larve di insetti, crostacei e anellidi; gli individui di maggiori dimensioni si nutrono anche di molluschi e talora di altri piccoli pesci. Riproduzione La maturità sessuale viene in genere raggiunta al 2° anno dʼetà. Il periodo riproduttivo risulta in genere da aprile a giugno. Il gobione è un pesce che vive in branchi; nel periodo della riproduzione tali branchi si fanno via via più numerosi e si portano nelle aree di frega. Le uova vengono deposte dalle femmine in porzioni separate (a intervalli di più giorni) e successivamente fecondate dai maschi in acque basse (talvolta profonde solo pochi centimetri), su pietre o piante. Le uova hanno un colore azzurro, più o meno intenso e misurano circa 61 1,5 - 1,9 mm di diametro. Contrariamente a quanto avviene di solito, un solo maschio può fecondare più uova di diverse femmine. La schiusa richiede 7-8 giorni a temperatura di 17°C. Accrescimento Lʼetà massima varia da 4 a 5 anni a seconda delle popolazioni. La lunghezza massima tocca i 20 cm (media di 15-16 cm). Status della specie Nel Parco la specie è messa in pericolo dalla costruzione di sbarramenti artificiali invalicabili e da alterazioni della qualità dellʼacqua. Quasi estinto, attualmente è ricomparso nei territori del Parco. Il gobione è una specie sensibile allʼinquinamento e allʼalterazione dei fondali (escavazioni). È per questo considerato un valido bioindicatore poiché la sua presenza indica generalmente condizioni ambientali inalterate. Viene spesso confuso con il barbo dal quale si distingue per avere un solo paio di barbigli. Gobione (Gobio gobio) 62 Particolare della testa IL PIGO (Rutilus pigus) Descrizione Corpo alto ed allungato, compresso in senso laterale, con profilo dorsale molto arcuato negli esemplari di taglia maggiore. Testa robusta, muso conico e bocca in posizione inferiore. Squame relativamente grandi di tipo cicloide. Pinna dorsale ed anale a bordo libero concavo. Pinna caudale biloba con incisura moderatamente profonda. Livrea del dorso variabile da verde oliva a bruno verdastro. Fianchi dello stesso colore di fondo del dorso, gradatamente più chiari procedendo verso il basso. Squame dei fianchi argentee negli immaturi con sfumature bronzee o dorate negli adulti. Ventre di colore biancastro con riflessi argentei o dorati. Pinne ialine con sfumature grigie o verdastre. Pinne dorsale e caudale più scure e spesse delle altre. Solo durante il periodo di frega, i maschi assumono una livrea dai toni più brillanti e sviluppano su ogni lato del capo e sopra lʼocchio due file orizzonPigo (Rutilus pigus) maschio pronto per la riproduzione tali di tubercoli nuziali distinti e separati. (notare i tubercoli nuziali che rivestono il suo corpo) Tali tubercoli sono grandi, appuntiti, ed occupano circa il 50% della parte esposta delle squame. Habitat e abitudini Predilige le zone profonde a corrente lenta, ricche di vegetazione sommersa, con substrato a prevalenza di sabbia e ghiaia. Specie gregaria e stanziale, forma branchi numerosi; quelli composti da individui adulti sono costituiti da esemplari di varia taglia ed età, mentre i giovani tendono ad associarsi anche con altri ciprinidi. Nei fiumi si trattengono su alti fondali dove la corrente è più moderata e svernano in acque profonde, al riparo di grandi massi o tra gli anfratti del fondale. Alimentazione Specie onnivora. Lʼalimentazione comprende sostanze animali tra cui predominano insetti acquatici, vermi, molluschi e crostacei, mentre tra i vegetali si ciba di alghe filamentose e detrito organico. In estate la componente vegetale diventa prevalente. Riproduzione La riproduzione si svolge da aprile a giugno, con temperatura non inferiori ai 14°C e può esser anticipata o posticipata secondo le condizioni climatiche e la portata dei corsi dʼacqua. La deposizione si svolge in acque basse, correnti e ben ossigenate, con fondali sabbiosi e 63 ghiaiosi. La fecondità è elevata, per stagione ciascuna femmina può produrre diverse migliaia di uova adesive di circa 2 mm di diametro. Dopo la fecondazione le uova aderiscono al substrato fino alla schiusa. La durata della vita del pigo è di 9 - 15 anni. Status della specie Specie endemica, il pigo è tra i pesci più rappresentativi dei grandi fiumi dellʼItalia settentrionale. In Italia e Svizzera Rutilus pigus risulta in declino in tutta la sua area originaria di diffusione per via dellʼormai compromessa qualità delle acque e a causa della costruzione di dighe e sbarramenti invalicabili che impediscono ai pesci di raggiungere aree di riproduzione adatte. Il pigo sta progressivamente scomparendo da molti corsi dʼacqua a seguito dellʼintroduzione di specie ittiche alloctone congeneri (Rutilus rutilus) la cui presenza minaccia lʼintegrità genetica delle popolazioni. Il pigo, anche se in diminuzione, è presente nel Parco. Protezione In Italia e in Svizzera la specie è protetta da misure minime e periodi di divieto di pesca. Recentemente è stato avviato un programma di allevamento in cattività e reintroduzione in natura. La specie Rutilius pigus viene citata come minacciata nellʼallegato III della convenzione di Berna (fauna protetta) ed è segnalata tra le specie a rischio nella Direttiva Europea “Habitat” (92/43 CEE) Pigo catturato in localitaʼ Fara Gera dʼAdda 64 Diffusione LA SAVETTA (Chondrostoma soetta) Descrizione Corpo massiccio, allungato, a sezione trasversale ovale e leggermente compresso. Testa relativamente piccola, a forma conica, con muso appuntito ad apice arrotondato. Bocca in posizione ventrale con apertura orale diritta. Il labbro superiore è prominente. Labbro inferiore provvisto di uno spesso margine corneo. Denti faringei lunghi e a forma di coltello. Occhio di dimensioni medie. Squame cicloidi relativamente piccole. Pinne dorsale e anale con bordo posteriore concavo. Pinna caudale con lobi appuntiti e margine esterno ad incisura marcata. Pinne ventrali inserite a livello della corrispondenza con la base della pinna dorsale. Colorazione del dorso variabile da grigio cenerina a grigio verdastra o grigio brunastra. Fianchi argentei con macchie scure sul bordo a costituire linee parallele fra loro. Ventre di Savetta: particolari del capo colore bianco argentato. Pinne dorsale e caudale scura, con sfumature grigio verdastre. Pinna anale con leggere sfumature rosee. Pinne pari translucide, con sfumature giallastre, rossicce o color arancio più o meno marcate. Caratteristica particolare è che la cavità interna ha un epitelio nero. Habitat e abitudini Specie reofila diffusa in laghi e fiumi di portata medio elevata con substrato duro misto a sabbia, ghiaia, pietrisco e provviste di abbondante vegetazione sommersa. Frequenta prevalentemente corsi dʼacqua di pianura. Relativamente stanziale, bentonica e gregaria, forma branchi di taglia ed età eterogenee anche molto numerosi, spesso in associazione con altri ciprinidi reofili. Durante lʼestate la savetta staziona frequentemente al riparo di grossi massi o della vegetazione sommersa, quasi sempre in prossimità di acque medio veloci. In inverno si sposta in acque profonde, nascondendosi in anfratti o sotto grandi massi protetta da forti correnti dove resta in stato latente o svolge attività ridotta. Effettua notevoli spostamenti tanto in ambiente fluviale che lacustre, specialmente durante la stagione di frega. Alimentazione Specie onnivora. Nella dieta ha ruolo fondamentale la componente vegetale, in particolare alghe e diatomee. Nel regime alimentare rientrano discrete quantità di detrito organico e, in misura minore, invertebrati bentonici come insetti acquatici, molluschi, vermi e crostacei. Gli avannotti e gli immaturi più giovani si cibano di microinvertebrati e di plancton; con la crescita la componente vegetale aumenta progressivamente fino a divenire nettamente dominante. In tempi passati la savetta era considerata pesce dannoso alla fauna ittica autoctona a causa del fatto che si ciba anche di uova di altri pesci. 65 Riproduzione La frega avviene da marzo a giugno a seconda delle condizioni climatiche dellʼanno in corso, ma con temperature dellʼacqua non inferiori ai 15°C. Nei fiumi i branchi di riproduttori compiono migrazioni per portarsi in acque a corrente rapida, ben ossigenata e con substrato ghiaioso o sassoso. La deposizione si svolge generalmente di notte. La fertilità è relativamente elevata; per stagione ogni femmina produce fino a circa 100.000 uova. Le uova sono adesive, di colore verdastro, del diametro di 1,5 mm e dopo la deposizione aderiscono al substrato fino alla schiusa. Lʼaccrescimento non è particolarmente veloce; le savette misurano 13 - 15 cm al 3° anno e 22 - 26 cm (per 100-200 g di peso) al 5° anno. Può raggiungere le dimensioni di 45 cm con un peso di quasi 2 Kg. Età massima 9 anni. Status della specie La savetta è una delle specie che ha maggiormente risentito dellʼinquinamento e della costruzione di dighe e sbarramenti privi di scale di risalita, impedendo gli spostamenti verso le aree adatte alla deposizione delle uova, riducendone sia lʼareale che la consistenza delle popolazioni. Lʼavvento del siluro e il sempre più cospicuo numero di cormorani allʼinterno del Parco hanno inflitto a questa specie un colpo mortale, scomparendo di fatto dal tratto di Adda del Parco Adda Nord. Solo grazie al lavoro del Comitato Centro Adda coadiuvato da F.I.P.S.A.S., Province e Parco Adda Nord, dopo anni di accurate semine stanno timidamente ricomparendo a macchia di leopardo, soprattutto nella provincia di Lecco, Bergamo, Milano. Protezione Trattandosi di un endemismo delle acque italiane, la savetta in Adda è protetta. La specie è inserita nellʼannesso III della Convenzione di Berna, sulla conservazione della fauna selvatica europea e degli habitat naturali, come specie minacciata. Nella Lista Rossa IUCN (International Union for Conservation of Nature and Natural Resources) la specie è classificata in pericolo. Savetta (Chondrostoma soetta) 66 Diffusione LA SCARDOLA (Scardinius erythrophthalmus) Descrizione Corpo robusto, alto e allungato, a sezione trasversale ovale e lateralmente compressa. Gli esemplari di taglia maggiore mostrano una gibbosità pronunciata. Testa con profilo dorsale diritto o leggermente convesso. Muso appuntito nella zona anteriore con apice allʼaltezza del centro dellʼocchio o di poco più in basso. Bocca in posizione terminale, leggermente inclinata verso lʼalto. Livrea del dorso variabile da verde oliva a verde bluastro. Fianchi dello stesso colore di fondo del dorso, con squame argentee, più chiari procedendo verso il basso. Ventre di colore bianco, talvolta con sfumature giallastre. Iride di colore dorato punteggiata da melanofori scuri. Pinne pari e pinna anale semitrasparenti, di colore grigiastro negli esemplari adulti. Particolari anatomici della scardola: squame cicloidi Pinne dorsale e caudale più scure e spesse. Habitat e abitudini Si tratta di una specie limnofila diffusa in acque a corso medio lento, ricche di vegetazione sommersa e di sponda e con substrato prevalentemente fangoso. Non sopravvive in acque che si mantengano a temperature inferiori a 12 - 15°C per la maggior parte dellʼanno. Grazie ad unʼelevata tolleranza a bassi livelli di ossigeno disciolto e ad una relativa capacità di sopravvivere in acque moderatamente inquinate o leggermente salmastre, la sua presenza cala sensibilmente solo in quei bacini dove entra in competizione alimentare o viene predata da specie ittiche alloctone. Di indole stanziale e gregaria forma branchi numerosi composti da esemplari di varia taglia ed età. Resta generalmente attiva anche in inverno mentre la ricerca del cibo rallenta fino a fermarsi completamente soltanto se la temperatura dellʼacqua raggiunge valori prossimi ai 4°C. Alimentazione Specie onnivora, prevalentemente fitofaga. La dieta degli adulti si basa prevalentemente su sostanze vegetali come alghe filamentose e macrofite acquatiche; in misura minore comprende anche insetti, vermi, crostacei, molluschi, uova ed avannotti di altre specie. Riproduzione La frega si svolge da aprile a luglio, con temperatura dellʼacqua non inferiore a 15°C, anticipata o posticipata secondo le condizioni climatiche annuali. I riproduttori si radunano in branchi numerosi e la deposizione si svolge con modalità collettiva in acque poco profonde, ricche di vegetazione sommersa come canneti o aree di esondazione dove lʼacqua ha coperto 67 prati e pascoli. La fecondità è relativamente elevata: le femmine più grandi possono produrre fino a 100.000 piccole uova rossastre, adesive e del diametro di circa 1 - 1.5 mm. Dopo la fecondazione le uova aderiscono al substrato fino alla schiusa. Accrescimento La maturità sessuale viene raggiunta a 2 anni nei maschi e a 3 anni dalle femmine. Specie di taglia medio piccola, in media gli esemplari misurano dai 15 ai 25 cm e pesano da 200 a 300 g. La taglia massima è di circa 40 cm e circa 1 - 2 Kg di peso. Status della specie Ancora ben presente in alcuni tratti del Parco, in particolare quelli adiacenti ai centri abitati dove i cormorani sono relativamente disincentivati a predare. In altre zone isolate la specie è gravemente in pericolo in quanto in modo massiccio è predata da essi. Scardola (Scardinius erythrophthalmus) 68 LA TINCA (Tinca tinca) Descrizione Corpo ovale, tozzo e spesso, a sezione trasversale ovale poco compressa lateralmente. Squame cicloidi piccole, saldamente inserite nel derma e protette da abbondante muco. Bocca protrattile con labbra spesse e carnose. Presenza di un paio di barbigli mascellari. Occhio relativamente piccolo. Pinna dorsale relativamente alta, altre pinne normalmente sviluppate con apici arrotondati. Livrea variabile a seconda dellʼhabitat. Dorso generalmente bruno nerastro o verdastro, fianchi dello stesso colore di fondo del dorso con riflessi dorati e gradatamente più chiari verso la zona ventrale. Ventre giallo con possibili riflessi arancio o rossastri. Pinne bruno nerastre, bruno verdastre, con riflessi rosei o arancio. Tinca (Tinca tinca): particolari anatomici della regione caudale e del capo Habitat e abitudini Specie fitofila obbligata, in Adda vive nei tratti di fiume a corso lento o nelle rientranze e nelle morte. Predilige in ogni caso zone ricche di vegetazione sommersa con substrato molle ed esposte a temperature estive relativamente elevate. Anche se la temperatura dellʼacqua ottimale per la specie è compresa tra i 15 ed i 24° C, per brevi periodi resiste a temperature di poco superiori ai 37°C. Sopporta acque leggermente acide, bassi livelli dʼossigeno disciolto e sopravvive a lungo allʼasciutto (in presenza di umidità elevata), popolando ambienti proibitivi per altre specie. Moderatamente fotofoba, mostra maggiore attività durante le ore crepuscolari e notturne. Di indole gregaria e stanziale forma branchi composti da esemplari di varia taglia ed età che durante la bella stagione stazionano in acque basse, lungo le sponde, ai margini dei canneti o in aree ricche di vegetazione sommersa. Nei mesi più rigidi la tinca entra in latenza e sverna affossata nel limo del fondo. Lʼabitudine ad immergersi nel limo del fondale si manifesta talvolta in estate quando le temperature o la carenza di ossigeno non consentono alla specie la possibilità di svolgere la normale attività alimentare. 69 Alimentazione Specie onnivora, la sua dieta varia a seconda della stagione. In età adulta la tinca diventa principalmente carnivora (attenzione, non ittiofaga!), ripiega su sostanze vegetali quando non sono disponibili fonti di cibo di origine animale. Generalmente la sua dieta comprende insetti, crostacei, molluschi, vermi e, in caso di necessità, macrofite acquatiche e detrito organico. Riproduzione In Italia la frega generalmente inizia a maggio quando la temperatura dellʼacqua raggiunge i 19°C, con un optimum termico compreso tra i 22 ed i 24°C e si protrae sino a luglio. La riproduNotevole esemplare di 3,5 Kg zione della tinca si svolge in più riprese (da 1 a 9 volte per anno), con intervalli di 11 - 15 giorni ed ha luogo in acque basse e ricche di vegetazione sommersa, come canneti o erbai. Ogni volta la femmina depone le uova in piccoli gruppi, mentre uno o più maschi la seguono fecondando le uova ad ogni emissione. La fecondità è elevata: femmine del peso di un paio di chilogrammi possono produrre per stagione fino a 300.000 uova verdastre del diametro di 0,8 - 1,5 mm. La schiusa si verifica in 4 - 8 giorni. Forti escursioni termiche durante lʼincubazione innalzano il tasso di mortalità. Le larve appena nate restano attaccate alla vegetazione acquatica per circa 10 giorni fino al riassorbimento del sacco vitellino. Durante i primi mesi di vita si trattengono a mezzʼacqua e solo in seguito acquisiscono lʼabitudine di vivere sul fondo. La maturità sessuale viene raggiunta tra i 2 ed i 6 anni. Solitamente i maschi maturano un anno prima delle femmine. La tinca raggiunge una lunghezza massima di 70 cm con un peso di 5 Kg, ma la media degli esemplari è di circa 20 – 40 cm, con un peso tra 600 g e 2 Kg. In Adda si sono effettuate catture di esemplari superiori ai 4 Kg con misure di oltre 50 cm. Status della specie Nel Parco Adda Nord la specie, seppur presente in folte colonie, attualmente sta subendo una notevole flessione per la preoccupante azione predatoria del cormorano e del siluro. 70 IL TRIOTTO (Rutilus erythrophthalmus) Descrizione Corpo allungato e leggermente compresso in senso laterale. Profilo dorsale più o meno arcuato. I soggetti che vivono in acque lente o ferme hanno corpo di altezza maggiore. Testa relativamente piccola, muso arrotondato e bocca terminale. Linea laterale situata sotto la linea mediana del corpo, incurvata verso lʼalto nella parte anteriore. Peduncolo caudale relativamente sottile. Pinna caudale biloba e nettamente incisa. Livrea del dorso più o meno scura, variabile da verde oliva a bruno verdastro. Fianchi dello stesso colore di fondo del dorso, con riflessi argentei e gradatamente più chiari in senso dorso-ventrale. Striscia scura laterale molto marcata, estesa dallʼocchio alla fine del peduncolo caudale. Iride di colore rossastro, con bordi dorati e radi piccoli melanofori scuri. Pinne ialine, con sfumature grigie o verdastre. Pinne dorsale e caudale più scure e spesse delle altre. Le pinne pari e la pinna anale possono assumere sfumature arancio, giallastre o di colore rosso, tinte che divengono più marcate durante la stagione della riproduzione. Habitat e abitudini Specie fitofila, tipica di acque ricche di vegetazione a corso lento o moderato, può essere presente anche in corsi dʼacqua con corrente più veloce e su substrato a prevalente ghiaia e pietrisco. Ha abitudini gregarie e tende a formare gruppi anche molto numerosi, spesso in associazione con altri ciprinidi come la scardola, la tinca, lʼalborella ed il carassio. Durante i mesi più caldi si trattiene in acque poco profonde. Nei fiumi sverna in profondità. Alimentazione Specie onnivora a bassa specializzazione alimentare che varia secondo lʼetà e le stagioni. Comprende sostanze animali tra cui predominano insetti acquatici, molluschi, crostacei e vegetali come alghe filamentose, macrofite acquatiche e detrito organico. In estate la componente vegetale è maggiore. Lʼalimentazione viene spesso integrata con pasture gettate in acqua dai pescatori sportivi. Riproduzione La frega generalmente si svolge da maggio a giugno, ma può essere anticipata o posticipata a seconda delle condizioni climatiche. La deposizione avviene in più riprese, a brevi intervalli, 71 su substrati ricchi di vegetazione sommersa. Rispetto alle ridotte dimensioni, la specie è molto prolifica; per stagione, ogni femmina produce alcune migliaia di piccole uova adesive. Dopo la fecondazione le uova aderiscono alla vegetazione acquatica o ad altri elementi del substrato fino alla schiusa. La durata dello sviluppo embrionale è breve. La schiusa si verifica dopo pochi giorni dalla fecondazione. Accrescimento Specie di piccola taglia ha unʼaccrescimento è relativamente veloce. Dimensione massima segnalata 20 cm. Età massima riportata 7 anni. Nel Nord Italia la specie è endemica. Allʼinterno del Parco Adda Nord è presente ancora in buon numero, anche, se negli ultimi anni, ha subìto un calo numerico per lʼincessante incremento della presenza di colonie di cormorani svernanti nel Parco e a causa del degrado della qualità delle acque. Triotto (Rutilus erythrophthalmus) 72 IL VAIRONE (Leuciscus souffia muticellus) Descrizione Corpo allungato, snello, fusiforme, leggermente compresso e coperto di squame piuttosto grandi. Il muso è piccolo. La bocca ha labbra piccole e termina al di sotto della narice anteriore. Pinna dorsale corta che nasce posteriormente a livello dellʼinserzione delle pinne ventrali. Pinna anale corta. Pinna caudale biloba con margine nettamente incavato. La colorazione è blu metallica scura o nero verdastra dorsalmente, argentea sui fianchi con una banda longitudinale nera estesa dallʼocchio alla coda. Lʼocchio è di colore argenteo. La pinna dorsale è grigia così come quella caudale; le pinne pettorali ventrali hanno una macchia arancione alla loro base. Habitat Specie amante di acque correnti, limpide e ricche di ossigeno, il vairone è tipico del tratto pedemontano dei corsi dʼacqua e lo si rinviene abbondante soprattutto in quelli di minori dimensioni. Vive di preferenza nei raschi delle acque correnti limpide a fondo ghiaioso. Alimentazione e abitudini Il vairone ha abitudini gregarie, forma branchi che solo in casi eccezionali arrivano a contare più di un centinaio dʼindividui. In alcuni ambienti la sua distribuzione si sovrappone in parte con quella della trota (di cui è la principale fonte di alimentazione), ma solitamente si trova associato ad altri ciprinidi. La sua attività si svolge di preferenza in vicinanza del fondo o a mezzʼacqua. Nelle giornate molto fredde, durante le ore di sole, si può trovare in acque profonde, nelle cosiddette “buche” sotto le cascate. Durante la primavera e lʼestate sʼincontra con maggior facilità nelle prime ore del mattino o dopo il tramonto. Si tratta di un pesce onnivoro molto agile, aggredisce il cibo con grande velocità mediante piccoli scatti fulminei. La dieta, date le piccole dimensioni, è costituita prevalentemente da piccoli invertebrati di fondo planctonici e da insetti alati che caccia a pelo dʼacqua. Riproduzione La maturità sessuale viene raggiunta a 2 o 3 anni a seconda dellʼambiente. Il vairone si riproduce tra la fine di aprile e quella di agosto, in funzione della temperatura dellʼacqua e delle altre condizioni climatiche. Come altre specie ittiche tende a riunirsi in branchi che stazionano a lungo nel luogo scelto per la deposizione e la fecondazione delle uova. Lo si trova, in genere, in acque basse a fondo sabbioso molto ben ossigenate dalla corrente. Come altri ciprinidi anche il vairone ha uova adesive. Dopo la deposizione aderiscono al substrato e vengono in seguito fecondate dai maschi. La schiusa avviene dopo circa 5 giorni. 73 Status della specie Il vairone è una specie indigena dellʼItalia settentrionale. Nel Parco la popolazione è in netto calo, non solo perché si tratta di una specie molto predata dalle colonie stanziali di cormorani, ma anche a causa della progressiva scomparsa degli habitat che predilige. Solo ultimamente e grazie anche allʼentrata in vigore della legge che assicura il Deflusso Minimo Vitale sembra che a valle di alcuni sbarramenti in via di ristrutturazione possano crearsi degli ambienti idonei ad un nuovo insediamento del vairone. Ciò comporterebbe con ogni probabilità anche la presenza della trota marmorata che ripone in questo piccolo ciprinide la sua principale fonte di alimentazione. Vairone (Leuciscus souffia muticellus) 74 LʼANGUILLA (Anguilla anguilla) Descrizione Corpo serpentiforme, subcilindrico nella parte anteriore che si comprime in senso laterale nella parte posteriore. Capo subconico, in alcuni individui più largo e appiattito. Muso alquanto appiattito nella parte distale con mandibola più lunga della mascella superiore. Bocca di medie dimensioni, in posizione terminale, con mandibola più o meno prominente. Due paia di narici, quelle anteriori sono tubuliformi e poste in posizione molto avanzata. Occhi piccoli in posizione arretrata rispetto allʼapertura della bocca ed al di sopra della stessa fessura branchiale, stretta e posta immediatamente avanti allʼinserzione delle pinne pettorali. Tutte le pinne sono costituite da raggi molli. La lunga pinna dorsale ha origine a circa metà della distanza tra lʼapice delle pettorali e lʼano; pinna anale lunga con origine posta davanti alla metà della lunghezza del corpo; entrambe confluiscono formando una pinna caudale diflocerca. Pinne ventrali assenti. Pinne pettorali normalmente sviluppate. Scaglie cicloidi molto piccole, di forma ellittica. Pelle viscida per abbondante secrezione di muco grazie alle ghiandole mucipare di cui è ricca la pelle. Colorazione variabile in rapporto allʼhabitat, alla taglia ed allo stadio di sviluppo dei soggetti: da bruno verdastra a bruno scura sul dorso, gradualmente più chiaro sui fianchi, con ventre bianco o giallastro. Lʼaspetto degli occhi e la colorazione variano quando lʼanguilla raggiunge la maturità sessuale. Stadi larvali: prima di assumere lʼaspetto sopra descritto le anguille attraversano una lunga fase di sviluppo larvale, nella quale la specie ha un aspetto assai diverso ed una successiva fase post larvale, in cui la piccola anguilla è ancora depigmentata. Il “leptocefalo” è la forma larvale marina tipica degli Anguilliformi. Il leptocefalo dellʼanguilla presenta forma a foglia di salice, ha testa molto piccola, è fortemente compresso in senso laterale ed è completamente trasparente. Si sviluppa dalla larva dopo la schiusa dellʼuovo, nellʼarea riproduttiva del Mar dei Sargassi. Nellʼarco di un periodo lungo 3-4 anni viene trasportato passivamente dalle correnti superficiali marine fino alle coste europee, compreso il Mar Anguilla adulta “argentina” e anguilla “gialla” sub-adulta Mediterraneo. I leptocefali trascinati attraverso lo Stretto di Gibilterra subiscono una metamorfosi graduale. In questa fase il corpo si riduce notevolmente in altezza e si accorcia in lunghezza e acquista una forma sub cilindrica. Lʼano e lʼorigine della pinna dorsale si spostano in avanti ed il muso si arrotonda. Nella successiva fase, nota come “cieca”, la piccola anguilla è già simile allʼadulto, ma resta depigmentata e trasparente. Le cieche, di lunghezza variabile da 65 a 80 mm, iniziano la migrazione in acque interne. Insediatesi nel nuovo ambiente, le stesse pigmentano e subiscono una nuova metamorfosi verso lo stadio di anguille “gialle”. Si completa la formazione delle 75 scaglie, gli occhi si riducono, la testa si allarga, la colorazione diventa bruna sul dorso e giallo limone sui lati. Tali trasformazioni rendono gli animali più adatti alle acque continentali. Tuttavia non si è ancora raggiunta la maturità sessuale. Le anguille gialle sono quindi da considerarsi sub-adulte e raggiungeranno gradualmente lʼaspetto definitivo. In questa fase viene denominata “argentina”. Habitat Da adulto abita indifferentemente le acque salate, salmastre e dolci, spingendosi fino a 1000 metri sopra il livello del mare. Molti autori considerano lʼanguilla un pesce dʼacqua dolce, anfibiotico nel periodo precedente e seguente la riproduzione che passa dalle acque dolci al mare per riprodursi. In mare preferisce i fondali melmosi e sabbio-melmosi e la si può trovare nelle praterie di poseidonia costiere, presso porti o porticcioli che possono offrire un riparo durante le mareggiate, nelle lagune salmastre, alle foci dei fiumi, in qualunque corso dʼacqua, sia esso fiume, canale, fosso o addirittura fogna cittadina, nei laghi, negli stagni, nelle paludi e perfino nei pozzi. Anche se sullʼargomento sussistono incertezze e disparità di vedute sembra che siano i soggetti di sesso femminile ad addentrarsi maggiormente nel reticolo idrografico delle terre emerse, mentre i maschi tenderebbero più frequentemente ad arrestarsi nel tratto inferiore dei corsi dʼacqua e in acque lagunari, se non addirittura nelle acque marine costiere. Rispetto alle caratteristiche fisiche dellʼacqua, lʼanguilla è un pesce eurialino, euritermo ed euribate, ovvero tollera agevolmente variazioni di salinità, temperatura e pressione. Sopporta abbastanza bene le basse concentrazioni di ossigeno. In condizioni estreme può uscire dallʼacqua e sopravvivere a lungo in ambienti sufficientemente umidi sfruttando le sue possibilità di svolgere una respirazione cutanea resa possibile da unʼampia vascolarizzazione della pelle. Alimentazione e abitudini Lʼanguilla mostra ampia adattabilità a diverse condizioni ecologiche distribuendosi durante la fase trofica nelle acque interne dalle zone salmastre fino ai torrenti di montagna e colonizzando ogni tipo di ecosistema acquatico. Durante la risalita riesce spesso a superare gli eventuali ostacoli, entro certi limiti, a volte uscendo dallʼacqua e aggirandoli. È un pesce di fondo pertanto anche nel tratto di Adda del Parco preferisce substrati molli nei quali infossarsi durante i periodi freddi, ma si adatta anche a fondi duri nei quali siano presenti anfratti e nascondigli in assenza dei quali lʼanguilla si scava caratteristiche buche per ripararsi. Dotata di un organo olfattivo notevolmente sviluppato, lʼanguilla ha abitudini lucifughe, si muove in cerca di cibo specialmente al calar del sole fino alle prime ore del mattino e resta infossata nel fango durante le ore più calde del giorno. In situazioni di acqua torbida dovute a piccole piene del fiume si muove anche di giorno. Dʼinverno si nutre pochissimo preferendo restare infossata nel fondo in apparente stato di anabiosi. La sua attività è massima nelle fasi di alta marea. Sia in mare che in acque interne non ama la trasparenza e lʼeccessiva luminosità. 76 La permanenza nelle acque interne è di circa 8 - 15 anni per i maschi e di 10 - 18 anni per le femmine. Oltre certe dimensioni si sviluppano tendenze ittiofaghe anche nei confronti di individui della stessa specie. Lʼanguilla si nutre preferibilmente di uova e di avannotti di pesci, ma attacca anche i pesci adulti. In pratica mangia di tutto: anellidi, molluschi, crostacei, larve di insetti, pesci. Riproduzione La specie è migratrice catadroma e quindi - fra lʼautunno e lʼinizio dellʼinverno, ma talvolta anche in primavera - le anguille adulte o “argentine”, (“maretiche” se femmine, “capitoni” se maschi) scendono in mare e percorrendo probabilmente dai 15 ai 40 Km al giorno, migrano fino al Mare dei Sargassi, zona della loro riproduzione. Il Mar dei Sargassi ed il lungo viaggio che compiono le cieche per giungere nel Mediterraneo (nellʼAtlantico centrale, fra i 50 - 65° di longitudine Ovest e fra i 20 - 30° di latitudine Nord, ad una distanza di circa 4000 - 7000 Km dalle regioni europee e nord - africane nelle quali la specie si sviluppa) Si pensa che ogni femmina possa emettere, in acque relativamente calde e fino alla profondità di 1000 m, da 1 a 6 milioni di uova del diametro di 1-3 mm che schiudono solo se la temperatura è superiore ai 20°C. Dopo la frega gli adulti muoiono e le larve cominciano a spostarsi gradualmente verso Oriente grazie allʼaiuto della Corrente del Golfo e di quella NordAtlantica sino a raggiungere, dopo circa 3 anni, le coste europee e africane. Le scoperte che hanno consentito di inquadrare il problema della riproduzione dellʼanguilla rappresentano uno dei più interessanti capitoli dellʼittiologia, anche perché ancora non tutti gli aspetti sono stati chiariti. Il piccolo e strano pesce trasparente a forma di foglia di salice, (a lato) classificato come specie con il nome di Leptocephalus brevirostris, non è altro che la larva dellʼanguilla europea, scoperta di Grassi e Stadio giovanile (cieca) Calandruccio. Dopo numerosi anni di ricerche è dimostrato che lʼanguilla europea si riproduce nel Mare dei Sargassi. La distanza tra le aree trofiche e lʼarea riproduttiva, fino a oltre 6000 km, porta a mettere in dubbio che le anguille europee possano svolgere una migrazione così lunga e a sostenere lʼipotesi che il reclutamento nelle acque europee avvenga da parte di individui nati 77 dalla riproduzione di anguille americane, che pure si riproducono nel Mare dei Sargassi dopo avere compiuto una migrazione notevolmente meno lunga. Le due specie, quella europea (A. anguilla) e quella americana (A. rostrata), pur avendo aree riproduttive contigue, sembrano però essere geneticamente isolate. Negli ultimi anni numerose ricerche hanno cercato di chiarire i diversi aspetti della migrazione in mare delle anguille argentine, prendendo in considerazione diversi meccanismi di orientamento che potrebbero essere utilizzati per raggiungere lʼarea riproduttiva. Accrescimento Le diverse abitudini alimentari e le condizioni termiche delle acque determinano una notevole variabilità nei tassi di crescita dellʼanguilla. I maschi possono raggiungere una lunghezza di 50 cm, mentre le femmine possono raggiungere i 150 cm e pesare fino a 6 Kg. Status della specie La specie è diminuita in questi ultimi 40 anni a causa di sbarramenti, assenza di scale di risalita, deviazioni e inquinamenti di vario genere. Il problema più serio che minaccia la specie è rappresentato dalla migrazione verso il mare, infatti percorrendo lʼAdda verso il Po, le anguille transitano nei canali che portano acqua alle centrali idroelettriche e passando facilmente dalle griglie vengono poi turbinate, ovvero uccise dallʼimpatto con le pale delle turbine in movimento. Nel periodo autunnale è frequente trovare anguille morte a valle delle centrali idroelettriche. Se invece i canali sono irrigui, si pensi al canale Muzza, le anguille finiscono disperse nei piccoli canali di pianura. Quindi, in ogni caso, non riescono a raggiungere il mare per riprodursi. Protezione La specie viene protetta con misura minima in molti paesi, inclusa lʼItalia. Status della specie Anche se in costante calo, la specie è ancora presente nel Parco. Diffusione In Italia è specie autoctona e comunemente presente nelle acque dolci di tutta la penisola e delle isole maggiori, dal livello del mare fino ad una quota di circa 1.500 m, nonché nelle acque marine che bagnano il nostro Paese. 78 Anguilla “argentina” (Anguilla anguilla) LA BOTTARICE (Lota lota) Descrizione La Bottatrice ha il corpo allungato a sezione cilindrica nella porzione anteriore e compresso nella regione caudale. La pinna dorsale è doppia, con la prima sezione corta e la seconda molto lunga. La testa è fornita di piccoli occhi, appiattita e la sua bocca è di media grandezza con la mascella superiore piuʼ lunga di quella inferiore e dotata di piccoli denti uncinati. La pinna caudale è di forma ovale ed è piuttosto piccola, le pinne pettorali e le ventrali sono inserite presso la gola ed hanno dimensioni relativamente modeste. La sua pelle appare liscia e ricca di muco; sul dorso la colorazione della livrea è bruno-verdastra, marezzata da macchie chiare e scure; chiazze intensamente colorate sono presenti anche sulle pinne. Habitat e abitudini Solitamente predilige grandi profondità (fino a 200m) e acque fredde e pulite. Non ama le acque correnti, il suo habitat ideale è rappresentato da grandi e medi laghi. È comunque presente in esigue colonie nel Parco Adda Nord, soprattutto in alcuni punti del fiume caratterizzati da notevoli profonditaʼe fondali prevalentemente a substrato roccioso. Alimentazione Eʼcarnivora e si ciba principalmente di crostacei bentonici, molluschi, larve di insetti e pesci. Gli esemplari più grandi si nutrono quasi esclusivamente di pesci e di grossi crostacei. Riproduzione La Bottatrice raggiunge la maturità sessuale a 2 - 3 anni . La frega si svolge in inverno (da dicembre a marzo), con una temperatura dellʼacqua assai bassa, in acque profonde e su fondo ghiaioso o sabbioso. Le sue uova hanno piccole dimensioni (circa 1 mm), sono deposte in gran numero, centinaia di migliaia per femmina e schiudono dopo un mese. Alla nascita le larve misurano circa 3 mm. Accrescimento Lʼaccrescimento in lunghezza è relativamente veloce: 14 - 17 cm al termine del primo anno, 30 - 40 cm al terzo. Si tratta di un pesce di taglia media, generalmente misura 40-50 cm ma può arrivare anche a 80 -100 cm. e può raggiungere i 10 - 15 anni dʼetà. Status della specie È lʼunico pesce che risiede in acque dolci appartenente alla stessa famiglia del merluzzo. La specie in Adda è in notevole sofferenza a causa dellʼ inquinamento e dellʼ alterazione degli habitat (esempio la costruzione di sbarramenti impedisce le migrazioni riproduttive). 79 Protezione In quasi tutti i paesi europei esistono norme di protezione sottoforma di misure minime e periodi di divieto. Coppia di bottatrici (Lota lota); la mandibola inferiore è dotata di un lungo barbiglio 80 LA CAGNETTA (Blennius fluviatilis) Descrizione Pesce di piccola taglia dal corpo allungato, lievemente compresso ai lati e posteriormente sottile. Il capo è arrotondato e robusto con profilo anteriore obliquo. Bocca piccola, terminale, con labbra ben sviluppate. Sopra entrambi gli occhi sono presenti due brevi tentacoli sopraorbitali. La pinna dorsale, molto lunga, raggiunge il peduncolo caudale e può presentare un lieve abbassamento centrale. Pinna anale lunga, estesa dallʼapertura anale al peduncolo caudale. Pinna caudale con profilo nettamente convesso. Pinne pettorali ben sviluppate e composte da soli raggi molli. Pinne ventrali piccole e collocate anteriormente alle pinne pettorali. Colore di fondo della livrea verdastro con sfumature gialle o grigie sul dorso. Fianchi più chiari e ventre biancastro o bianco sporco tendente al giallo. I fianchi sono ornati da macchie irregolari scure, presenti anche sulle pinne. Pinna anale con margine bianco, spesso orlato da punti o piccole macchie nere. Lʼestremità anteriore della pinna dorsale dei giovani può presentare una macchia scura. Habitat e abitudini Specie eurialina, diffusa sia in acque dolci che in acque salmastre. È presente allʼinterno del Parco. Prospera in acque limpide con bassi fondali formati da ciottoli piatti e da rocce ricche di anfratti. La cagnetta è moderatamente fotofoba e la sua attività si svolge in prevalenza durante le ore crepuscolari e notturne. I giovani hanno abitudini gregarie mentre gli adulti sono sedentari e territoriali. Sia i maschi che le femmine cercano di conquistare un territorio individuale. Il territorio fa capo ad un anfratto che viene sorvegliato e tenuto pulito con il movimento delle pinne e del corpo. Spesso la cagnetta giunge a trasportare fuori dalla tana ciottoli e frammenti di vegetali usando la bocca. Questo pesce è in grado di utilizzare le pinne pettorali in modo da creare una corrente dʼacqua diretta ad estromettere le proprie feci dalla tana. Alimentazione La dieta è principalmente composta da invertebrati di fondo come anellidi, crostacei, molluschi, insetti e loro larve. Occasionalmente i soggetti più grandi possono predare avannotti di altre specie. Riproduzione La maturità sessuale viene solitamente raggiunta a circa 3 anni. La frega si svolge da aprile a luglio. Il maschio è territoriale, corteggia la femmina e la spinge ad entrare nella propria tana dove avviene la deposizione e la fecondazione delle uova. La frega si svolge varie volte ed ogni femmina può emettere da 200 a 300 uova per volta. Ciascun uovo è provvisto di filamenti adesivi con i quali si ancora sotto le pietre della tana. Il maschio sorveglia la covata per tutta la durata dellʼincubazione. Le uova hanno diametro di circa 1 mm e a 20°C schiudono in circa due settimane. Alla nascita le larve sono lunghe circa 3 mm. 81 Status della specie Si tratta di un pesce di difficile cattura ed osservazione, per questo è piuttosto arduo valutare correttamente lo stato di salute delle singole popolazioni. Le principali cause di rarefazione della specie sono rappresentate da inquinamento, distruzione dellʼhabitat ed introduzione di specie ittiche alloctone. Estrazione di ghiaia, creazione di dighe, canalizzazione dei fiumi ne frammentano lʼareale. Lʼeccessivo prelievo idrico nei mesi di magra e le operazioni di drenaggio compromettono spesso lʼesito delle stagioni riproduttive. Protezione La specie è citata nellʼAppendice III della Convenzione di Berna sulla fauna protetta. La specie è iscritta nella Lista Rossa IUCN come specie a basso rischio. Cagnetta (Blennius fluviatilis) 82 LO SCAZZONE (Cottus gobio) Descrizione Pesce di piccola taglia con corpo fusiforme, assottigliato progressivamente fino allʼesile peduncolo caudale. Pelle quasi totalmente priva di squame, soltanto in corrispondenza della linea laterale sono osservabili alcune scaglie. Testa grande ed appiattita, con occhi ravvicinati, situati in posizione dorsale. Bocca grande con labbra carnose. Denti piccoli uniseriati, disposti su entrambe le mascelle. Due pinne dorsali contigue. La prima dorsale più corta e più bassa della seconda. Pinna anale contrapposta alla seconda dorsale. Pinna caudale con margine posteriore convesso. Pinne pettorali molto sviluppate. Colore di fondo della livrea verdastro, bruno-grigio o grigio-giallo sul dorso e sfumato gradatamente fino al ventre biancastro. Sul dorso e sui fianchi sono presenti marmoreggiature. Macchie scure sono disposte in serie trasversali sulle pinne. Durante il periodo di frega la livrea presenta tonalità più intense. Habitat e abitudini Specie tipica dei torrenti montani e dei laghetti dʼalta quota dove sʼincontra fino ad oltre 2.000 m. Nelle zone più settentrionali del suo areale, vive anche in acque di pianura a condizione che siano limpide, fresche e ben ossigenate, con temperature non superiori a 14 - 16°C. Esistono popolazioni eurialine presenti alle foci dei fiumi e nei mari a bassa salinità. C. gobio ha abitudini stanziali e moderatamente gregarie. Fotofobo, risulta particolarmente attivo durante le ore crepuscolari e notturne. Nelle ore di maggiore insolazione resta rintanato tra gli anfratti del fondo. C. gobio risulta molto sensibile a qualsiasi forma dʼinquinamento idrico. Alimentazione È specie esclusivamente carnivora. Si nutre principalmente dʼinvertebrati di fondo, di piccoli pesci e di avannotti e uova di altre specie. Le componenti dellʼalimentazione dipendono dalle caratteristiche del corso dʼacqua in cui vive e dallʼabbondanza relativa di determinati gruppi dʼinvertebrati. Normalmente lo scazzone mangia crostacei, larve di insetti (ditteri, tricotteri, efemerotteri e plecotteri), anellidi come sanguisughe, lombrichi, molluschi. Riproduzione La maturità sessuale viene raggiunta tra il secondo ed il terzo anno dʼetà, a seconda delle caratteristiche trofiche dellʼambiente. Il periodo riproduttivo inizia verso la fine di febbraio e può prolungarsi fino alla metà di maggio. I maschi preparano una tana da adibire a nido sfruttando una cavità sotto a un sasso o ad altri oggetti sommersi adatti allo scopo. Sono territoriali e respingono ogni potenziale rivale. La riproduzione è preceduta da un rituale di corteggiamento diretto ad indurre la femmina ad entrare nel nido. I maschi corteggiano ogni femmina che entra nel territorio. Nel nido, possono essere presenti uova deposte anche da dieci femmine diverse. La deposizione è seguita dalla fecondazione da parte del maschio. Ogni femmina depone soltanto poche centinaia di uova, dal diametro variabile da 2.2 a 3.0 mm e di colore giallo, arancio o ambra, riunite a formare unʼunica massa. 83 Il maschio sorveglia la covata sino alla schiusa che si verifica generalmente dopo 3 - 4 settimane. Alla nascita le larve misurano circa 6 - 7.5 mm. Come altre specie che vivono in acque fredde hanno un grande sacco vitellino in grado di alimentarle fino al momento in cui iniziano a cibarsi autonomamente. Accrescimento Generalmente la crescita è più veloce nelle femmine rispetto ai maschi. A partire dal secondo anno dʼetà la mortalità nei maschi è superiore rispetto alle femmine, probabilmente in relazione allo stress delle cure parentali. Specie di piccole dimensioni, lunghezza massima circa 18 cm. Ciclo vitale: circa 4 - 5 anni. Status della specie Pur essendo ancora abbondantemente diffuso in molte località, C. gobio ha subito una notevole contrazione nella consistenza e nel numero delle sue popolazioni. Uno dei principali fattori di rarefazione della specie è sicuramente lʼaumento di immissione di salmonidi in acque libere a causa di semine spesso effettuate in maniera disarmonica e sovradimensionata. La specie inoltre è minacciata da alterazioni di origine antropica. Cagnetta (Blennius fluviatilis) 84 SPECIE ITTICHE ALLOCTONE IL BARBO EUROPEO (Barbus barbus) In Italia si tende a confondere il Barbus barbus con il Barbus plebejus e a denominare entrambe le specie col nome generico di “barbo”. Inoltre molti pescatori erroneamente lo classificano come “barbo portoghese”. Descrizione Corpo slanciato a sezione trasversale ovale moderatamente compressa lateralmente. Bocca ventrale con quattro barbigli sul labbro superiore. Labbro inferiore spesso, con lobo mediano rigonfio. Profilo ventrale quasi rettilineo, dorso appena arcuato. Pinna dorsale con bordo posteriore concavo. Squame cicloidi relativamente piccole, saldamente inserite nel derma. Colorazione del dorso variabile da bruno verde a verde nerastro più o meno scuro. Fianchi di colore progressivamente più chiaro fino al ventre che è bianco o bianco giallastro. Sulle parti superiori ed i fianchi sono diffuse delle piccole macchie scure (mentre nel barbo nostrano si tratta di una fitta puntinatura). Pinne ialine, giallastre o grigio verdastre che possono presentare alcune macchie scure. Tranne la dorsale, tutte le pinne presentano sfumature di tonalità rossastra. Habitat e abitudini Corso medio ed inferiore di fiumi a grande e media portata con acque limpide e corrente veloce (zona del barbo). Specie gregaria e bentonica legata a substrati duri, misti a ghiaie grossolane, pietre e sabbia. Forma branchi più o meno numerosi costituiti da esemplari di varia taglia ed età a cui spesso si associano altri ciprinidi. Di tendenze moderatamente fotofobe, B. barbus ha una bassa tolleranza per acque molto fredde. Gli esemplari di questa specie trascorrono i mesi più rigidi in stato latente, riuniti in gruppi che si raccolgono nei tratti più profondi dei fiumi, nelle buche che si aprono nelle rive o sotto massi,ecc. Durante il periodo di riproduzione, gli adulti si riuniscono in grandi branchi che compiono migrazioni anche per distanze considerevoli al fine di raggiungere luoghi adatti alla frega. Gli avannotti frequentano acque basse e si trattengono spesso lungo le sponde dei corsi dʼacqua dove restano in attività durante tutta la giornata. Alimentazione La dieta si compone principalmente di invertebrati, come insetti e loro larve, vermi, molluschi e crostacei. In misura minore viengono assunti detriti organici, vegetali, uova ed avannotti di pesce. Gli adulti di taglia maggiore hanno abitudini notevolmente aggressive e tendono a diventare ittiofagi predando attivamente piccoli pesci bentonici come ghiozzi, cobiti e scazzoni. Riproduzione La frega ha luogo da maggio a luglio, quando la temperatura dellʼacqua raggiunge i 15°C. Le femmine vengono singolarmente corteggiate da gruppi di maschi e depongono a più riprese, con intervalli di circa 10 - 15 giorni in una stessa stagione. La deposizione ha luogo su fondali 86 ghiaiosi, in zone di bassa profondità, in acque molto ossigenate a corrente sostenuta. Ogni femmina depone da 3.000 a 6.000 uova di colore giallastro, dal diametro di circa 2 mm e provviste di filamenti adesivi. La durata dello sviluppo embrionale è relativamente breve e richiede da 10 a 15 giorni. Accrescimento A seconda della popolazione la maturità sessuale viene raggiunta dai maschi tra il secondo ed il quinto anno di vita, mentre le femmine maturano circa uno o due anni più tardi. Dimensione massima segnalata (ma non documentata) nel tratto alto Adda è di 85 cm per un peso 6 kg. La durata della vita di B. barbus è stimata di poco superiore ai 15 anni. Status della specie Allʼinterno della sua area di diffusione originaria la specie appare ancora relativamente comune ed abbondante. In Adda B. barbus può essere minacciato da alterazioni antropiche di vario genere tra cui predomina lʼinquinamento e la regimazione dei corsi dʼacqua. Allʼinterno del Parco il B. barbus è stato spesso introdotto (illegalmente o incoscientemente) in aree estranee alla sua distribuzione naturale, spesso determinando il declino o la scomparsa di specie ittiche autoctone quali Barbus plebejus, temolo e marmorata. Protezione Nelle zone dove la specie è autoctona è protetta. Nella Lista Rossa IUCN (International Union for Conservation of Nature and Natural Resources) la specie è classificata a preoccupazione minima (LC, Least Concern). Barbo europeo (Barbus barbus) di circa 2 Kg Barbo europeo di 4 Kg dalla livrea dorata 87 IL CARASSIO (Carassius carassius) Descrizione Corpo robusto decisamente tozzo, a sezione trasversale ellittica, compressa lateralmente, con gibbosità evidente specialmente negli esemplari più vecchi. Bocca in posizione terminale relativamente piccola. Non sono presenti barbigli e questo è il principale carattere che lo distingue dalla carpa. Pinna dorsale lunga sul cui bordo posteriore si nota una marcata dentellatura. Pinna anale corta. Colorazione verde oliva o bronzeo rossastra, più scura sul dorso, progressivamente più chiara sui fianchi che presentano spesso riflessi dorati. Ventre biancastro o giallastro. Negli individui giovani è spesso presente una macchia circolare scura alla base della coda. Le pinne sono grigie, bronzee o dorate. Habitat e abitudini Il carassio popola acque ferme o a lento corso e si incontra in buon numero nei tratti pianeggianti dei grandi fiumi. È un pesce poco esigente che tollera bene acque a basso tenore di ossigeno (meno di 1 mg/l), torbide e talvolta sensibilmente inquinate, sopportando meglio degli altri ciprinidi forti escursioni di temperatura (da circa 0°C ad oltre 30°C). La sua rusticità lo rende in grado di colonizzare acque di qualità scadente. Alimentazione Specie onnivora. La dieta comprende invertebrati acquatici come insetti e loro larve, molluschi, crostacei e vermi, elementi dello zooplancton e fitoplancton, e una notevole quantità di piante acquatiche e detrito organico. Riproduzione Il carassio va in frega da maggio fino a giugno. Occasionalmente il periodo della riproduzione può protrarsi fino a luglio inoltrato. La riproduzione ha luogo a temperature dellʼacqua non inferiori a 18°C. Ogni femmina depone sulla vegetazione acquatica parecchie migliaia di uova. Queste sono dorate e misurano da 1,4 a 1,7 mm di diametro. Sono adesive ed aderiscono al substrato. La schiusa avviene dopo 5 - 10 giorni. Accrescimento La maturità sessuale è raggiunta a 3 - 4 anni. La crescita del carassio è fortemente influenzata dalle condizioni dellʼhabitat. Gli esemplari di questa specie possono raggiungere i 50 cm di lunghezza e i 2 Kg di peso. La durata della vita supera i dieci anni. Status della specie Specie alloctona e infestante in Italia. Le notizie sulla sua distribuzione sono molto frammentarie. La sua presenza nel Parco è certa e discrete colonie sono state riscontrate presso Fara Gera dʼAdda. 88 Carassio (Carassius carassius) catturato in località Fara Gera dʼAdda 89 IL GARDON (Rutilus rutilus) Descrizione Corpo allungato, a sezione traversale ellittica, leggermente compresso in senso laterale. Testa robusta con muso appuntito. Bocca relativamente piccola in posizione terminale. Livrea del dorso variabile da verde oliva a bruno verdastro. Fianchi dello stesso colore di fondo del dorso con squame argentee, gradatamente più chiari in senso dorso-ventrale. Assenza di striscia scura laterale. Se si osserva lʼesemplare da una certa angolazione, tra dorso e parte superiore dei fianchi, si nota una striscia longitudinale iridescente dorata. Ventre di colore bianco, talvolta con sfumature giallastre. Negli adulti lʼiride è tipicamente di colore rosso con riflessi dorati; nei giovani è dorata. Pinna dorsale e caudale semitrasparenti dello stesso colore del dorso, con sfumature grigie o verdastre. Le pinne pari e la pinna anale sono di colore rosso, di tonalità più intensa durante il periodo riproduttivo. Habitat e abitudini Specie ubiquitaria ad ampia valenza ecologica. In Adda è un pesce alloctono che ha colonizzato alcuni tratti. Mostra elevata resistenza ad agenti inquinanti e a basso livello di ossigeno disciolto, per questo risulta avvantaggiato in tutti gli ambienti soggetti a forte impatto antropico. Di indole gregaria, forma branchi anche numerosissimi composti da esemplari di taglia ed età eterogenee. I branchi non compiono grandi spostamenti e tendono a trattenersi dove è più facile la ricerca del cibo. Solo durante il periodo di frega i riproduttori si radunano per migrare alla ricerca di zone adatte alla riproduzione. Durante i mesi più caldi si trattengono in acque poco profonde, lungo i litorali lacustri e le sponde dei fiumi di portata maggiore. Nei fiumi i branchi svernano in acque profonde, sotto grandi massi o in anfratti del fondale, mentre nei laghi scendono sotto la linea del termoclino senza però interrompere del tutto lʼattività alimentare. Alimentazione Dieta onnivora a composizione variabile secondo lʼetà ed i cicli stagionali. Lʼalimentazione comprende insetti acquatici, vermi, molluschi, crostacei, plancton, alghe filamentose e detrito organico. In estate la componente vegetale può divenire predominante. Riproduzione La frega generalmente si svolge da aprile a giugno, quando la temperatura dellʼacqua supera i 12°C, con optimum compreso tra i 16 ed i 17°C; a seconda delle condizioni climatiche dellʼannata può essere anticipata o posticipata. Gli accoppiamenti si svolgono collettivamente e si concludono nellʼarco di 5 - 10 giorni. La frega avviene in acque profonde, ben ossigenate, con fondali a prevalenza di sabbia e ghiaia. Specie molto prolifica, le femmine più grandi possono produrre fino a centomila uova per stagione. Le uova sono adesive e di colore giallastro. 90 Accrescimento Raggiungono la maturità sessuale tra il secondo ed il terzo anno di vita, le femmine solitamente un anno più tardi. La velocità di crescita e la dimensione massima sono condizionate dalla capacità trofica dellʼambiente. Età massima riportata: 14 anni. Status della specie Questa specie alloctona è presente nel Parco, dati non ufficiali riferiscono di discrete colonie di gardon in localitaʼ Fara Gera dʼAdda e a Canonica dʼAdda. Lʼareale originario della specie è molto vasto. In Italia è stato introdotto, volontariamente o accidentalmente, insieme a materiale da ripopolamento di provenienza estera o per scelta deliberata. Gardon (Rutilus rutilus) Gardon catturato in loc. Fara Gera DʼAdda di 47cm per 1,150 Kg di peso 91 IL RODEO AMARO (Rhodeus sericeus) Descrizione Il R. sericeus è molto simile a R. amarus, del quale è stato a lungo considerato conspecifico. Corpo alto e compresso, con dorso dotato di gibbosità più o meno accentuata. Squame relativamente grandi, disposte a formare un disegno reticolare. Linea laterale incompleta ed è limitata a poche squame. Si distingue da R. amarus per pochi caratteri morfologici legati alla forma della testa, alla linea laterale ed al numero di raggi indivisi nelle pinne. Livrea molto variabile, a seconda delle condizioni ambientali e fisiologiche, complessivamente simile a R. amarus. Habitat e abitudini Lʼambiente tipico è rappresentato da corsi dʼacqua a flusso lento, piccoli laghi e stagni dove vive a stretto contatto con le rive e fra la vegetazione. Questa specie preferisce acque a corrente lenta dove i fondali sono composti da sabbia fine o da uno strato sottile di fango; solo raramente si incontra in acque più correnti. Questo genere di habitat coincide con quello dei mitili (Anodonta cygnea) ed altri bivalvi, necessari per il ciclo riproduttivo della specie. Alimentazione La dieta è identica a quella di R. amarus: composta in prevalenza di alghe filamentose, diatomee, piccoli crostacei, vermi, larve di insetti, ecc. Sembra che la componente vegetale della dieta sia predominante. Riproduzione La specie presenta evidente dimorfismo sessuale nel periodo di frega come in R. amarus. I maschi sviluppano tubercoli nuziali sulla testa, da ogni lato del muso e sopra gli occhi. La femmina emette un ovipositore vicino allʼapertura genitale che può essere più lungo del corpo. Nei maschi la colorazione diventa molto accesa. La taglia dei maschi è generalmente maggiore di quella delle femmine. La frega si svolge con le stesse modalità di R. amarus. Avviene da aprile a maggio, a seconda delle condizioni climatiche e delle portate dei corsi dʼacqua. Le femmine utilizzano lʼovopositore per introdurre le uova nella camera branchiale di molluschi bivalvi lamellibranchi attraverso il loro sifone respiratorio. Il maschio depone lo sperma sopra il mollusco che ne filtra una parte insieme allʼacqua introdotta per la respirazione. In questo modo le uova vengono fecondate. Il procedimento viene ripetuto più volte. Durante tutto il periodo di frega, il maschio difende energicamente il bivalve dagli altri maschi. Le uova rimangono protette dentro il mollusco fino al momento della schiusa che si verifica 2 o 3 settimane più tardi. Gli avannotti lasciano il loro rifugio circa due giorni dopo, quando il sacco vitellino è stato riassorbito. I bivalvi utilizzati per la riproduzione appartengono generalmente ai generi Anodonta ed Unio, possono essere anche scelti altri molluschi dei generi Pseudanodonta, Cristaria, Margaritifera e Dahurinaia (Smith et al., 2004). 92 Status della specie R. sericeus è ancora generalmente considerato come forma orientale di R. amarus. Questo ascriverebbe tutte le popolazioni native in Europa alla specie R. amarus. Gli esemplari di R. sericeus dovrebbero essere considerati come specie alloctona probabilmente sfuggita da allevamenti ornamentali od immessa con materiale ittico proveniente dallʼestremo Oriente siberiano. Attualmente la reale diffusione di questa specie resta molto difficile da stabilire, principalmente per la difficoltà di attribuire gli esemplari catturati a questo o quel gruppo. Rodeo amaro (Rhodeus sericeus) 93 IL SILURO DʼEUROPA (Silurus glanis) Descrizione Corpo robusto, a sezione cilindrica nella parte anteriore e lateralmente molto compresso in quella posteriore. Testa grande, larga e depressa. Bocca ampia, in posizione infera. Denti disposti in una sola larga fila. Tre paia di barbigli; quelli mascellari se piegati allʼindietro raggiungono il bordo posteriore delle pinne pettorali. Mascella inferiore più lunga di quella superiore. Occhi piccoli. Assenza di squame, pelle nuda rivestita da abbondante muco. Pinna dorsale molto piccola. Pinna anale molto lunga e confluente con la caudale. Pinna caudale piccola con bordo posteriore arrotondato. Pinne pettorali provviste di un robusto raggio spinoso. Colore di fondo della livrea nero bluastro sul dorso e sulla testa, gradatamente sfumato verso il ventre bianco giallastro. Lungo i fianchi sono presenti marezzature scure. Lʼiride è giallastra. Pinne translucide, scure, con sfumature di colore simile a quello del dorso. Habitat e abitudini Specie bentonica, predilige acque ferme o a lento corso, ma può vivere bene anche in fiumi a corrente relativamente veloce. S. glanis ha grande capacità di adattamento vivendo sia in acque fredde, ossigenate e profonde che in acquitrini melmosi a basso tenore dʼossigeno. Resiste bene allʼinquinamento ed al degrado dellʼhabitat. Pesce fotofobo con picco di massima attività coincidente con le ore crepuscolari e notturne, durante le quali si aggira sul fondo cercando il cibo con i barbigli tattili. Si può mantenere in attività anche durante il giorno, specialmente in condizioni di tempo coperto e di torbidità delle acque. Gli adulti sono territoriali e solitari, mentre i giovani tendono a vivere in branchi. Alimentazione Nella dieta di avannotti e degli immaturi prevalgono invertebrati, alghe e macrofite. Negli esemplari adulti la componente vegetale scompare lasciando il posto a una dieta composita costituita di pesci di ogni genere e dimensione, anfibi, uccelli acquatici, mammiferi roditori, crostacei, anellidi e larve dʼinsetti. NellʼEuropa meridionale, dove il siluro è stato accidentalmente introdotto, la tendenza ittiofaga della specie causa seri problemi alla sopravvivenza delle popolazioni ittiche autoctone stravolgendo gli equilibri rimasti inalterati fino al suo arrivo. Riproduzione Il siluro dʼEuropa raggiunge la maturità sessuale dai 3 ai 5 anni dʼetà a seconda della disponibilità di cibo e dellʼambiente in cui vive. Il periodo riproduttivo va dalla tarda primavera allʼestate, quando la temperatura dellʼacqua raggiunge circa i 20°C. Il maschio, territoriale, ripulisce dai detriti il fondale e scava una depressione dove la femmina depone le uova. La specie è molto prolifica e la femmina depone diverse migliaia di uova per ogni chilo di peso. Il maschio sorveglia le uova fino alla schiusa che, con la temperatura dellʼacqua superiore ai 20 - 24°C, avviene di solito dopo tre o quattro giorni. 94 Accrescimento Non attraversando fasi di inattività invernale e continuando ad alimentarsi durante tutto il corso dellʼanno, gli individui immessi nei nostri fiumi, aumentando velocemente di taglia, mostrano un accrescimento più veloce che nelle zone di origine. Il siluro dʼEuropa può raggiungere la lunghezza di 5 m ed il peso di 400 Kg. In Italia la media oscilla tra gli 80 e i 220 cm di lunghezza per un peso corrispondente compreso tra i 10 ed i 110 kg. Età massima rilevata: 30 anni. Status della specie In molte zone dellʼarea di distribuzione originaria, la specie è considerata rara e vulnerabile a causa dellʼantropizzazione di larga parte dellʼhabitat naturale e della forte pressione di pesca. Alcune popolazioni si sono estinte mentre altre sono quasi scomparse. Al contrario, nelle zone dove questa specie è stata introdotta si assiste invece ad un suo sviluppo infestante e deleterio per le specie autoctone. Il siluro è presente in quasi tutta lʼarea del Parco Adda Nord con una densità di popolazione in costante aumento ed è anchʼesso causa di danni per il mantenimento dellʼequilibrio delle comunità ittiche autoctone. Siluro catturato nelle acque dellʼAdda Grosso esemplare di siluro (Silurus glanis) La specie è originaria dei grandi fiumi dellʼEuropa centrale e dellʼAsia Nord Occidentale ed è stata introdotta per scopi alieutici in molti paesi europei. In Italia è specie alloctona. Introdotto nel 1956, oggi il Siluro è diffuso nel Po e nei suoi affluenti ed ha fatto la sua comparsa nel corso medio inferiore del fiume Arno. NellʼAdda allʼinterno dei territori del Parco è stato censito a valle dello sbarramento di Olginate fino a Trezzo sullʼAdda, Fara Gera dʼAdda e Rivolta dʼAdda. La sua presenza è in costante aumento. Il Comitato Centro Adda si prodiga costantemente affinché vengano attuati piani di contenimento soprattutto in quei settori del fiume non ancora pesantemente colonizzati da questa specie. 95 5. LA PESCA NEL PASSATO E LA SUA EVOLUZIONE FINO AI GIORNI NOSTRI Prima degli anni ʻ60 la quasi totalità dei pescatori, allora non molti, catturava il pesce perché era fonte di sostentamento per le proprie famiglie o per commerciarlo, prevalentemente con le popolazioni rivierasche. Solo dopo gli anni ʻ60 si è gradualmente diffuso il concetto di pesca sportiva, per divertimento e per un sano impiego del tempo libero. Il numero dei pescatori stava fortemente incrementando e una buona percentuale di questi ha iniziato a rilasciare le prede subito dopo la cattura. Nel passato si pescava quasi esclusivamente con le reti e con le fiocine; ancora non esistevano il filo di nylon né tantomeno le canne in fibra di vetro. Questi tipi di attrezzature hanno fatto la loro prima comparsa solo dopo gli anni ʻ50. Al posto del filo si usava il crine intrecciato della coda di cavallo e la canna da pesca non era altro che una canna di bambù opportunamente lavorata. Gli ami erano ricavati dagli aghi che le donne utilizzavano per cucire, venivano riscaldati e piegati a mano. In quel periodo si utilizzavano anche le nasse che erano costruite a mano e venivano deposte sul fondo del fiume; erano prodotte con il canneto intrecciato in modo tale che il pesce quando entrava non riuscisse più a riguadagnare la libertà. La pesca con la fiocina veniva praticata prevalentemente di notte con lʼausilio di lampade alimentate a carburo e con il supporto della barca, allora costruita a mano con legno di rovere. La fiocina era innestata su un palo lungo fino a cinque metri. Lampada a carburo, inizi ʻ900 96 Fiocina forgiata a mano, fine ʻ800 I diritti esclusivi di pesca appartenevano ad alcuni proprietari i quali affidavano la possibilità di pescare in certi tratti di fiume solo a pochi pescatori che esercitavano questo mestiere per professione. Nel primo dopoguerra nasce la Federazione Italiana Pesca Sportiva che inizia ad acquistare questi diritti in modo tale che il crescente numero di pescatori dilettanti possa liberamente recarsi in tutte le acque rilevate dalla Federazione. Questʼultima le gestisce anche sotto lʼaspetto della vigilanza e delle semine da effettuare, in accordo con le rispettive Province. (obblighi ittiogenici). Siamo arrivati così verso gli anni ʻ70, si moltiplicano le iniziative supportate dal volontariato Foto scattata presso una sagra del pesce e quasi in ogni paese rivierasco si svolgono sagre e manifestazioni che vedono il diffondersi di piatti tipici come lʼalborella fritta o in carpione, la polenta con anguilla, la tinca ripiena, il risotto con pesce persico, ecc. In tutti i paesi nascono società di pesca sportiva, in prevalenza associate alla Federazione, e a queste società aderiscono centinaia di pescatori che promuovono diversi tipi di attività collaterali. Si organizzano gare di pesca (a volte fino a 600 concorrenti), si svolge attività didattica verso il settore giovanile e si inizia così a diffondere in modo corretto il principio che la pesca deve rispettare il fiume, la sua biodiversità e la salvaguardia delle specie ittiche presenti. A questo proposito vorremmo ricordare che proprio nel 1980, la società Tritium di Trezzo sullʼAdda ha effettuato in Italia la prima gara (95 concorrenti) mantenendo il pesce “in vivo” in apposite nasse e rilasciandolo subito al termine della manifestazione Gara di pesca (Trezzo sullʼAdda) Gara di pesca per settore giovanile (Trezzo sullʼAdda) 97 Pescatori al lavoro per creare i letti di frega artificiali Ghiaieto artificiale (Trezzo) Legnaie artificiali per favorire la deposizione delle uova da parte di alcune specie ittiche 98 In pochi anni questo esempio si è diffuso ed è diventato una regola comune permettendo di salvare tutto il pesce catturato nelle migliaia di manifestazioni che venivano e vengono tuttora disputate su tutto il territorio nazionale. Vi è unʼevoluzione anche a livello governativo: la Regione Lombardia emana leggi e regolamenti riferiti alla pesca sportiva e demanda alle Province la gestione delle acque e la possibilità di modificarne parte dei regolamenti. Nascono le prime consulte provinciali che portano alla messa a punto della “carta delle vocazioni ittiche” e di piani ittici dettagliati per ogni provincia. Vengono stabiliti i periodi di cattura e le misure minime per ogni singola specie che, naturalmente, variano in rapporto alle caratteristiche del fiume e alla densità della popolazione ittica presente. Si riservano aree ben determinate di fiumi e laghi destinate alla tutela e al ripopolamento del patrimonio ittico in cui la pesca viene vietata; altre la consentono ma con lʼobbligo di rilasciare immediatamente il pescato (zone no kill) o con particolari restrizioni circa lʼazione di pesca (divieto di utilizzo della larva di mosca carnaria, limitazioni in merito alle quantità consentite di esche e pastura per ogni singolo Zona “No Kill”: qui il pesce si rilascia immediatamente! pescatore). Le Province, col supporto della F.I.P.S.A.S. e del volontariato, realizzano impianti per la riproduzione del pesce (avanotterie) privilegiando le scelte verso le specie in maggior “sofferenza”. Alcuni impianti si specializzano maggiormente nella riproduzione di ciprinidi sia di lago che di fiume, altri rivolgono la loro attenzione esclusivamente verso salmonidi (temoli, trote e salmerini) o altre specie quali lucci e storioni. Per arrivare a produrre con successo questo materiale ittico si affrontano fasi delicate della vita dei pesci e dei rispettivi avannotti (ad es. fasi di fecondazione, spremitura, incubazione). Serve quindi tanta passione e perfetta conoscenza della biologia e del ciclo riproduttivo specifico dei soggetti allevati. Il risultato finale: la semina nelle acque del fiume di materiale geneticamente puro riprodotto nellʼavannotteria di Abbiategrasso (MI) 99 Le principali fasi di lavorazione si possono così riassumere: 1) cattura dei riproduttori (o utilizzo di quelli presenti in avanotteria) 2) spremitura e fecondazione delle uova (che si può eseguire direttamente al momento della cattura) 3) posizionamento delle uova in apposite vasche di stabulazione fino alla nascita degli avannotti e il loro parziale sviluppo 4) trasferimento del novellame in apposite vasche per favorire il loro accrescimento fino alla misura necessaria per essere immessi nei fiumi o nei laghi. La qualità dei riproduttori è indispensabile per garantire la continuità della purezza e lʼintegrità genetica della specie (Avannotteria di Abbiategrasso, MI) 100 6. SVILUPPO TECNOLOGICO DEI MATERIALI E NUOVE TECNICHE DI PESCA Dopo gli anni ʻ70 inizia unʼevoluzione tecnica, che continua tuttʼora, riguardante i materiali e le attrezzature utilizzate dalla grande massa dei pescatori sportivi; anche le tecniche di pesca si evolvono rapidamente ed alcune metodologie, utilizzate in Francia e in Inghilterra, cominciano a prendere piede anche da noi. Sul mercato compaiono i primi mulinelli, le prime canne fisse telescopiche realizzate in fibra di vetro, i fili di nylon molto sottili e resistenti e tutte le attrezzature che fanno da corredo e comodità al pescatore. Verso gli anni ʻ80 arrivano sul mercato le prime canne in struttura di carbonio che offrono al pescatore il vantaggio della leggerezza e unʼ ottima resistenza ai carichi di rottura. Si cominciano a vedere canne fisse che misurano oltre i 10 metri ed altre canne Uno dei primi mulinelli apparsi sul mercato denominate Roubiasienne che, formate da pezzi innestati, raggiungono la lunghezza di 14,30 metri permettendo così di pescare con una sola canna e con la massima precisione sulla lunghezza desiderata. Con lʼavvento del carbonio e di nuove tecnologie vengono in seguito realizzate canne più corte, ma molto potenti che permetteranno di sviluppare nuove tecniche di pesca sia nei laghi che nei fiumi. Queste nuove tecniche possiamo così riassumerle: pesca allʼinglese, pesca alla bolognese, pesca a roubiasienne, pesca a spinning, pesca a mosca, pesca a ledgering, carp-fishing ed altre tecniche minori. Una notevole percentuale di pescatori frequenta i laghetti privati dove è possibile effettuare quasi tutte le tecniche descritte in precedenza e cimentarsi in manifestazioni sportive organizzate per pescare sia il pesce bianco che la trota. Ormai anche a livello mediatico la pesca rappresenta un grosso business: si possono trovare in quasi tutte le edicole riviste specializzate che trattano ogni argomento, dallʼagonismo alla vita dei pesci passando per tutte le varie tecniche di pesca. Prendono piede anche alcune trasmissioni televisive a puntate interamente dedicate a questa disciplina. 101 Tecnica di pesca a ledgering Tecnica di pesca a passata con canna bolognese Tecnica di pesca a carp fishing Tecnica di pesca con canna a roubasienne 102 7. I PROBLEMI DEL FIUME 7.1 Cause di alterazione delle comunità ittiche: alcuni esempi Variazione artificiale dei livelli idrici Le variazioni artificiali dei livelli idrici rappresentano uno dei problemi principali a carico delle comunità ittiche. La fluttuazione dei livelli di portata, per apertura o chiusura di paratie, è un fattore critico che può compromettere seriamente il successo riproduttivo di molte specie. Un esempio è dato dai nidi di trota marmorata, creati dal pesce quando il livello dellʼacqua era elevato e successivamente rinvenuti in condizioni di asciutta. Situazioni come questa, perpetuate nel corso degli anni, possono portare alla graduale riduzione della specie per carenza di esemplari giovani. Nidi di trota marmorata rimasti allʼasciutto Il discorso è valido non solo per la trota marmorata, ma anche per altre specie che depongono sui ciottoli e sulla ghiaia quali il temolo ed i ciprinidi reofili (alborella, savetta, lasca, barbo comune, cavedano, vairone, ecc.). Il danno derivante dalla riduzione delle portate è accentuato nel periodo estivo perché favorisce il surriscaldamento delle acque. Tra le variazioni artificiali dei livelli idrici la situazione estrema è rappresentata dallʼasciutta totale, soprattutto dei navigli, operata solitamente per esigenze di manutenzione idraulica che determina la morte dellʼintera comunità ittica presente nel fiume a meno che non vengano disposti interventi straordinari (logisticamente impegnativi e onerosi) atti al recupero delle specie presenti. Anche gli aumenti di portata causati da manovre idrauliche causano seri danni poiché la corrente può rivoltare i ciottoli ai quali sono attaccate le uova oppure trascinare i giovani quando essi non sono ancora in grado di opporsi alle correnti. Infine, seppure non siano elementi dominabili, ma solo prevedibili, anche i fenomeni atmosferici e i relativi cambiamenti climatici dellʼultimo decennio (ad esempio siccità anno 2003), caratterizzati da lunghi periodi con alte temperature oppure da precipitazioni intense e 103 non distribuite lungo lʼarco delle stagioni, hanno accentuato queste problematiche di carenza dei volumi di acqua e forte oscillazione delle portate idriche con evidenti disagi per il mantenimento di tutti gli equilibri negli ecosistemi fluviali. Uova di pesce ormai compromesse rimaste in secca a causa di improvvise captazioni Alterazioni della morfologia fluviale: dighe, sbarramenti, briglie e microderivazioni La presenza di una diga (con conseguente sbarramento totale o parziale che interessi lʼasse fluviale) determina una profonda alterazione degli habitat originari. Il tratto a monte perde il carattere torrentizio ed assume un aspetto simil-lacustre, mentre il tratto a valle, se è presente una derivazione, è solitamente povero di acqua, a volte per alcuni chilometri. Le comunità ittiche risultano pertanto molto alterate (si passa da un ambiente per pesci dʼacqua corrente ad uno per specie dʼacqua ferma). La presenza di molti sbarramenti (la cosiddetta deframmentazione fluviale) accentua il problema compromettendo le naturali caratteristiche del fiume per lunghi tratti. Briglia sullʼAdda nei pressi di Maleo (CR) Le dighe e le briglie inoltre impediscono la migrazione dei pesci a scopo sia riproduttivo che alimentare. Le specie che hanno maggiormente risentito del problema sono quelle bisognose di spostarsi lungo il corso del fiume per trovare i luoghi adatti alla deposizione delle uova. Una soluzione al problema della migrazione dei pesci è rappresentata dalle scale di risalita. Purtroppo questi impianti, realizzati nel periodo di costruzione degli sbarramenti, cioè nei primi decenni del secolo scorso, risul104 tano inadeguati alle esigenze del giorno dʼoggi. Per quanto riguarda il tratto di Adda sub-lacuale, la situazione delle scale di risalita è completamente da rivedere anche se negli ultimi anni grazie al Parco Adda Nord e alle Province si è iniziato ad intervenire cercando di imporre ai gestori la nuova costruzione o il ripristino della funzionalità delle scale esistenti (come previsto dalla legge regionale in occasione del rinnovo dei disciplinari che in alcuni casi scadono nel 2023!). Questa tematica è da valutare attentamente anche perché il deflusso minimo vitale (D.M.V.) è probabile che generi un falso “richiamo” per la risalita dei pesci pregiudicandone la funzionalità. Quindi affinché una scala di risalita sia efficace è fondamentale che: • sia quanto più possibile vicino allo sbarramento; • sia vicina al punto di rilascio del deflusso minimo vitale; • abbia pendenza idonea affinché tutti gli individui, di tutte le specie, possano risalirla; • sia dimensionata sulla grandezza degli individui (si pensi ad un riproduttore di storione). Si ricordi poi che la specie che risale, in genere ridiscende, perciò è importante che sia assicurata la discesa evitando che i pesci finiscano nei canali di derivazione, siano essi per scopi idroelettrici o irrigui. Tra le varie cause di alterazione vanno citate anche le microderivazioni: lo sfruttamento dei piccoli corsi dʼacqua o dei torrenti montani per la produzione a fini idroelettrici comporta una continua frammentazione causando la riduzione parziale o totale della portata dʼacqua con conseguenti effetti deleteri sulle comunità ittiche esistenti (soprattutto per i salmonidi). Alterazione della morfologia fluviale: escavazioni, rettificazioni, difese spondali, navigazione Gli habitat fluviali possono essere alterati anche da escavazioni in alveo, rettificazioni del percorso fluviale e dalla costruzione di difese spondali. Lʼescavazione determina danni diretti allʼittiofauna (mortalità dovuta allo schiacciamento, distruzione di eventuali uova deposte o di avannotti, ecc), inoltre comporta anche una modifica della morfologia fluviale e lʼabbassamento dellʼalveo che favorisce di conseguenza i fenomeni di erosione delle sponde. Solitamente le opere di escavazione sono accompagnate da deviazioni temporanee e quindi dalla messa in asciutta di alcune porzioni del letto fluviale. In alcuni casi le escavazioni sono però indispensabili per ripristinare il danno creato dallʼuomo o da eventi naturali eccezionali. Se a valle di una diga si forma un accumulo di materiali che impediscono lʼaccesso verso le scale di risalita oppure forti piene alterano il flusso delle acque creando situazioni di esondazione diventa necessario intervenire. La costruzione di difese riparie con massi ciclopici e/o con cemento determina unʼalterazione degli habitat acquatici nei pressi delle rive. Le massicciate si accompagnano spesso ad opere di rettificazione fluviale che determinano una modificazione dei processi di sedimentazione, un aumento della velocità di corrente ed una perdita degli habitat di riva, essenziali per i primi stadi di vita dei pesci. 105 Anche la navigazione, se effettuata indiscriminatamente (con natanti sovradimensionati dallʼelevato pescaggio) e su tratti non idonei (zone con alvei sabbiosi e/o ghiaiosi caratterizzate da bassa profondità) può causare pesanti alterazioni del letto del fiume, erosioni e modificazione delle sponde con conseguenze negative per la sopravvivenza dei pesci in seguito allʼazione modellante da parte di grossi volumi dʼacqua creata dal moto ondoso. Inquinamento delle acque Lʼinquinamento delle acque può determinare unʼalterazione anche profonda delle comunità ittiche; in particolare occorre distinguere: • Inquinamento da sostanze nutrienti (composti del fosforo e dellʼazoto) e/o a carattere prevalentemente organico: tipico degli scarichi civili, può portare ad una proliferazione di microrganismi e alghe determinando come conseguenza diretta la diminuzione del contenuto di ossigeno disciolto ed il possibile sviluppo di patogeni. In presenza di questa tipologia di scarichi si possono osservare danni elevati a carico delle uova deposte, mentre i pesci adulti in genere sembrano più tolleranti. • Inquinamento di tipo tossico: da composti inorganici (metalli pesanti, pesticidi, idrocarburi ed altri prodotti chimici). Può determinare morie generalizzate, riduzione di fertilità, mancanza delle disponibilità alimentari, ecc. Possono rientrare in questa categoria gli scarichi degli allevamenti zootecnici che, seppur costituiti prevalentemente da sostanze organiche, per lʼelevata quantità di inquinanti immessi determinano morie generalizzate di pesce a valle dei punti di scarico. Analogamente anche gli scarichi derivanti da attività industriali risultano molto pericolosi. Nelle foto: uno degli scarichi censiti dal Comitato Centro Adda Come se non bastasse, anche gli impianti di depurazione - che dovrebbero assicurare un continuo e corretto risanamento delle acque nere domestiche e industriali - molto spesso sono mal funzionanti e insufficienti di fronte alle reali necessità. Nonostante la continua crescita demografica che ha interessato il territorio, resta il dubbio che per questi impianti siano stati effettuati solo pochi e sottodimensionati ammodernamenti tecnologici. 106 Un importante lavoro effettuato dal Comitato Centro Adda e dal Parco Adda Nord ha visto la mappatura di tutti gli scarichi civili, industriali, pubblici e privati che - in modo più o meno lecito - riversano le loro acque nere lungo il corso dellʼAdda da Lecco fino a Truccazzano. Sono state censite ed opportunamente segnalate tramite apposita documentazione ben 228 situazioni critiche. Alcune in seguito a questa opera di denuncia sono state regolarizzate, altre no. Sarebbe utile e necessario proseguire questo lavoro (con lʼappoggio di Parchi, Province, Comuni e autorità competenti) effettuando un nuovo controllo per verificare quanti di questi scarichi siano ancora abusivi e per pianificare le opportune misure di intervento. A tal proposito vorremmo citare questo significativo esempio. A Trezzo sullʼAdda, nel tratto compreso tra la centrale Taccani e lo sbarramento Italgen situato a valle di questa, sono stati eliminati e convogliati al depuratore ben quattro scarichi che entravano nel fiume. In questi ultimi due anni, in questo tratto vi è stata una forte ripresa delle specie ittiche e sono ricomparse persino le alborelle che da anni non si vedevano più. Per cui togliere gli scarichi e far partire il D.M.V. ha prodotto subito un miglioramento della situazione! Ecco il tratto di Adda immediatamente a valle della centrale Taccani appena sopracitato 107 Un breve accenno merita ora il Deflusso Minimo Vitale (D.M.V.), il cui rilascio è stato reso obbligatorio dalla normativa regionale, a partire dal 1 gennaio 2009; in corrispondenza di ogni sbarramento deve infatti essere rilasciato il quantitativo minimo di acqua necessario per mantenere vitali le condizioni di funzionalità e di qualità degli ecosistemi, conservando la biodiversità caratteristica dellʼambiente fluviale. La normativa regionale ha previsto, in modo generico sullʼintero territorio lombardo, un rilascio minimo pari al 10% della portata media annua presente a monte della derivazione, con possibilità di vedere aumentata questa quota in base a caratteristiche ed esigenze locali specifiche o alla presenza di ambiti tutelati. Per consentire indagini di maggior dettaglio e verificare le reali necessità di rilascio nelle singole situazioni, la normativa prevede la possibilità di attivare delle sperimentazioni, condotte su base scientifica, valutate dagli enti competenti, approvate da Regione Lombardia e monitorate costantemente per tutta la loro durata. La sperimentazione, avviata nel 2009, avrà una durata compresa tra i 3 e i 6 anni e prevede di sperimentare nei diversi mesi dellʼanno, percentuali di rilascio variabili dal 5,5 al 10%, stabilite sulla base del tratto di fiume, della tipologia di prelievo idrico, se idroelettrico o irriguo, delle diverse necessità, naturalistiche, agricole o produttive, che si alternano nel fiume nel corso delle stagioni. Lʼobiettivo finale sarà quello di giungere a definire la quota di rilascio più idonea, nei diversi tratti di fiume e nelle diverse stagioni, che garantisca la salvaguardia dellʼecosistema fluviale, soddisfacendo nello stesso tempo le esigenze degli enti derivatori, che utilizzano lʼacqua come risorsa per produrre energia idroelettrica e per lʼirrigazione in agricoltura. Auspichiamo che al termine del programma di sperimentazione la quota di DMV possa attestarsi a valori più vicini al 10% che non al 5,5% così che possa realmente apportare quei benefici e vantaggi alla comunità fluviale, che la stessa normativa si prefigge di raggiungere. NOTA: Il D.M.V. comunque non deve solo assicurare la presenza di acqua a valle di una derivazione, ma anche la presenza di habitat idonei alla sopravvivenza, o meglio allo sviluppo delle comunità acquatiche. Questʼultimo aspetto risolverebbe il problema non solo nellʼimmediato, ma anche nel lungo periodo con grande benefici per tutte le comunità ittiche. 1 Gennaio 2009: data storica, finalmente parte la normativa che assicura il Deflusso Minimo Vitale! 108 Traslocazione di specie o popolazioni esotiche Per traslocazione si intende il trasferimento di unʼentità faunistica (specie o popolazione) da unʼarea allʼaltra. Con questa azione vanno ad essere stravolti i concetti ecologici di habitat, nicchia ed ecotipo. Le traslocazioni si possono suddividere in: Introduzione (di specie esotiche): immissione di una specie in unʼarea posta al di fuori dellʼareale di presenza storica. Le modalità con cui avvengono questi trasferimenti sono tra le più disparate: ripopolamenti con materiale non certificato, assenza di conoscenze di base da parte di personale e pescatori, laghetti privati comunicanti con corsi dʼacqua, immissioni accidentali o volontarie. Esempio: introduzione del siluro in Italia. Transfaunazione (di popolazioni esotiche): immissione di popolazioni appartenenti a bacini idrografici differenti. Esempio: immissione nelle acque italiane di lucci Est europei, immissione nel fiume Adda di trote marmorate provenienti da fiumi trentini o sloveni. Reintroduzione (di specie localmente estinte): immissione finalizzata a ristabilire una popolazione estinta di una certa specie in una parte dellʼareale nel quale la presenza naturale della specie era documentata in tempi storici. Esempio: reintroduzione del gambero dʼacqua dolce italiano e dello storione cobice in aree in cui era scomparso. Ripopolamento: rilascio di individui appartenenti ad una popolazione ancora presente nellʼarea oggetto di studio per incrementare numericamente la popolazione. Esempio: rilascio di avannotti di trota marmorata prodotti da uova raccolte in asciutta o dalla fecondazione artificiale di riproduttori selvatici del bacino del fiume Adda. Reintroduzione e ripopolamento sono le uniche due tipologie di traslocazione che possono essere considerate positive. Su questo tema alcuni biologi sono in disaccordo. Il problema dei ripopolamenti pone, infatti, notevoli rischi che possiamo così riassumere: • Probabilità di diffusione di specie alloctone • Introduzione di patologie che possono contagiare lʼittiofauna in tutto lʼambiente fluviale • Diffusione di materiale genetico di scarsa qualità È certo che sarebbe ideale agire a monte del problema ed in modo preventivo sulle cause che provocano il degrado delle nostre acque, cosa che renderebbe inutile effettuare i ripopolamenti con i rischi che essi comportano. Lʼintroduzione accidentale o volontaria di specie esotiche (perseguita a norma di legge), può determinare lʼalterazione delle comunità ittiche e la concentrazione o estinzione delle popolazioni locali (*) di alcune specie per effetto dei fenomeni di competizione, di predazione e/o inquinamento genetico (ibridazione di specie sistematicamente vicine, ad esempio ibrido tra trota marmorata e fario). 109 Il principale effetto della transfaunazione è lʼinquinamento genetico delle popolazioni locali, con conseguente perdita dei caratteri adattativi delle stesse che la rendevano perfettamente adattata a quel territorio e il relativo indebolimento della specie. (*) queste specie indigene si trovano in totale equilibrio con lʼambiente in cui vivono in quanto si sono coevolute con lʼambiente stesso. Questo equilibrio risulta unico ma anche molto delicato: è sufficiente un evento di disturbo, ad esempio un nuovo pesce “straniero” appena introdotto per stravolgere tutto; frequentemente il nuovo “inquilino” è vincente dal punto di vista della competizione alimentare e maggiormente prolifico. Uno dei pochi rimedi alla deframmentazione fluviale: la scala di risalita La scala di risalita voluta fortemente dal Comitato Centro Adda in loc. Concesa a Trezzo sullʼAdda 110 7.2 Gli uccelli ittiofagi LʼAIRONE CENERINO (Ardea cinerea) Morfologia Lʼairone cenerino è, insieme allʼairone bianco maggiore, il più grande tra tutti gli ardeidi presenti in Italia. Può arrivare ad unʼaltezza di circa 1 metro e ad unʼapertura alare di 175 cm. È facilmente riconoscibile sia per le grandi dimensioni che per la generale livrea color grigio cenere da cui ne deriva il nome. Vola alto a lente battute dʼala, con la testa arretrata tra le spalle, come a formare una “S”. Abitudini Lʼairone cenerino necessita di specchi dʼacqua aperti e poco profondi. Nel Parco lo si può osservare mentre cammina lentamente o rimane perfettamente immobile a ridosso dei canneti o nelle zone umide adiacenti al fiume oppure lungo i raschi nellʼattesa di ghermire la preda. La ricerca del cibo è possibile in acque profonde fino a 60 cm grazie alla lunghezza delle zampe. Nellʼepoca della riproduzione le uova vengono covate per 25 giorni e per i 50 giorni successivi alla schiusa i genitori vanno e vengono dal nido portando alla prole pesci e altri piccoli animali predigeriti. Airone cenerino (Ardea cinerea) 111 Distribuzione e habitat Giungono in gruppo sulle rive dei nostri fiumi e delle nostre lagune costiere in primavera, dopo aver trascorso lʼinverno nellʼAfrica tropicale. Allʼarrivo gli aironi tornano spesso a occupare la garzaia abbandonata lʼanno precedente, ovvero un gruppo di grandi nidi, tutti vicini, costruiti con rami secchi sulle cime degli alberi (la vita in colonia è necessaria per la difesa dai predatori, come i corvi). Dormitorio di airone cenerino Cibo ed alimentazione Si nutre di grossi insetti, piccoli roditori e uccelli di piccola mole, ma sostanzialmente la sua dieta è il pesce dalle dimensioni non superiori ai 30 cm. Come tutti gli uccelli, gli aironi hanno bisogno di molto cibo in rapporto al loro peso corporeo: fino a mezzo chilo di pesce al giorno. Il becco ad arpione associato al lungo collo e alla sua particolare muscolatura permette movimenti potenti e istantanei nellʼatto di cattura della preda. La tecnica di caccia solitamente adottata è particolarmente interessante: passi lenti nellʼacqua seguiti da immobilizzazioni. Una volta localizzato il pesce viene fiocinato con il possente becco e successivamente lanciato in aria afferrato ed inghiottito dal capo, evitando così lʼapertura delle scaglie. Relazione con lʼuomo e lʼambiente Lʼairone cenerino è presente e nidifica nel Parco Adda Nord. In Italia nidifica in colonie abbastanza concentrate nel Veneto e in Lombardia e può ormai essere considerata specie stanziale. Attualmente la sua presenza comporta pochi danni alle specie ittiche poiché la sua densità di popolazione è ancora bassa, ma in continuo aumento e ben distribuita in tutta lʼarea del Parco. Lʼairone cenerino cattura soprattutto i pesci vecchi o malati che sono quelli che più si avvicinano alla superficie, ma non disdegna di catturare i piccoli pesci che si avvicinano alla riva per la riproduzione. 112 LO SVASSO MAGGIORE (Podiceps cristatus) Morfologia È il più grosso degli svassi, facilmente riconoscibile per i ciuffi nerastri e per la presenza, in epoca di cova, di un evidente pennacchio castano e nero ai lati della testa. Ha il becco carnicino ed è diffuso praticamente in tutta Europa. È il più comune fra le cinque specie di svassi che vivono in Europa centrale. In primavera la livrea nuziale è caratterizzata in entrambi i sessi dalla presenza di ciuffi auricolari neri molto sviluppati, da pennacchi castano-rossicci ai lati della testa, con parti inferiori del collo e del corpo quasi bianche. In abito invernale la testa è quasi bianca e gli ornamenti del capo appaiono fortemente ridotti o solo appena accennati. Il dorso è di colore grigio bruno. Si tratta di uccelli molto ben adattati alla vita acquatica e, in particolare, alla pesca sotto la superficie dellʼacqua. Ha il corpo a forma di siluro, le zampe attaccate molto indietro come fossero dei remi, il becco sottile e appuntito e la coda estremamente corta. Considerati i tuffatori più abili tra gli uccelli che frequentano le acque continentali, raggiungono in media la profondità di 5 metri e possono rimanere immersi, nuotando esclusivamente con le zampe lobate, per oltre un minuto. Se disturbati, si allontanano nuotando sottʼacqua per tratti di oltre cento metri e possono regolare il loro livello di galleggiamento gonfiando o comprimendo il piumaggio; in caso di pericolo nuotano quasi sommersi. Si curano spargendo tra le penne lʼolio secreto dallʼapposita ghiandola posta alla base della coda; questo rito ha lʼobiettivo di mantenere idrorepellente il proprio piumaggio. Svasso maggiore (Podiceps cristatus) 113 Abitudini Il corteggiamento è composto da varie e complesse fasi. Per rafforzare il legame della coppia entrambi eseguono danze aiutandosi con le piume della testa e con il becco. Insieme i membri della coppia costruiscono il nido, una piattaforma di canne ancorata alla vegetazione ove la femmina depone 4-5 uova e i piccoli nasceranno dopo 4 settimane ricoperti da un peluria bianca. A sei settimane i genitori si dividono la nidiata ed ognuno ha il compito di nutrire la propria parte. Anche se lʼaspetto potrebbe farlo passare per un animale nobile, lo svasso maggiore è in realtà molto aggressivo e, non appena qualche animale si avvicina al nido, scatta subito lʼattacco; al contrario, fuori dalla stagione riproduttiva sono molto socievoli. Distribuzione e habitat Lʼhabitat ideale di questo animale è costituito da zone con bacini idrici o fiumi lenti, tranquilli e non inquinati. Negli anni ha iniziato a stabilirsi anche in bacini artificiali e durante la stagione riproduttiva migra verso estuari e coste. In Africa e Nuova Zelanda vive ad altitudini piuttosto elevate e sopporta anche condizioni in cui lʼacqua è gelata. Cibo ed alimentazione Come è intuibile il lungo collo e il becco sono molto adatti a catturare prede subacquee. Un singolo individuo di questa specie è in grado giornalmente di mangiare 150-200 g di pesce a cui si devono aggiungere invertebrati come gamberi e gamberetti. La caccia consiste nel tuffarsi in acqua fino a 30 secondi per circa 5 m individuare la preda, inseguirla e una volta raggiunta colpirla col becco. Relazioni con lʼuomo e con lʼambiente Attualmente la sua presenza non comporta problematiche alle specie ittiche salvo nei casi ove dimorano decine di coppie in zone ristrette. In queste zone, alimentandosi quotidianamente di centinaia di pesci di piccola taglia, possono impoverire la popolazione ittica presente nellʼarea circoscritta. 114 IL CORMORANO (Phalacrocorax carbo) Morfologia Il cormorano è un uccello di grandi dimensioni con corpo nero e becco ad uncino. Vi è comunque unʼampia variazione in termini di dimensioni nella vasta gamma di specie. Sono stati censiti cormorani dal peso di 1,5kg fino a 5,3 kg, ma il peso medio si aggira fra i 2,6 ed i 3,7 kg. La lunghezza può variare da 70 a 102 cm e lʼapertura alare da 121 a 160 cm. Ha un lungo collo fatto a “S” ed elastico che permettere di deglutire pesci di grossa taglia (fino ad 1Kg). Ben adattato sia allʼacqua dolce che salata, gode di una vista eccezionale. I cormorani hanno le piume permeabili e perciò passano molto tempo al sole ad asciugarsi le penne. Le zampe munite di grandi membrane conferiscono a questi uccelli una forte spinta sottʼacqua, potendo così arrivare fino ad una profondità superiore ai 6 metri. Volano molto bene grazie alle ampie ali e alla forma affusolata; invece, il decollo dallʼacqua è complicato a causa della posizione eretta delle zampe. Distribuzione e habitat Il cormorano può essere osservato in quasi tutti i continenti. In Italia esistono numerose nidificazioni sparse in ambienti con vicinanza dʼacqua, sia interni come laghi e fiumi, che sulla costa. La maggior parte dei cormorani migra allʼinizio della primavera per la riproduzione nellʼemisfero Sud. Anche se non ancora ufficialmente provato, alcune colonie di cormorani sembrerebbero divenute stanziali persino nei territori del Parco Adda Nord. Foto scattata nel parco Adda Sud il 20/08/2009, periodo in cui il cormorano non dovrebbe essere presente in Italia 115 Abitudini Il cormorano si riproduce e nidifica principalmente vicino alle zone costiere, ma anche nelle regioni più interne. Depone 3-4 uova in un nido composto da alghe o ramoscelli e solitamente si alimenta in acque poco profonde, portando la preda in superficie. È una delle poche specie di uccelli che possa ruotare i propri occhi; ciò li aiuta nella caccia. Cibo ed alimentazione Tutte le specie di cormorano sono carnivore e si nutrono principalmente di pesce. Il cormorano per sopravvivere mangia mediamente da un minimo di 400 g fino ad un massimo di 900 g di pesce al giorno. Cormorano (Phalacrocorax carbo) Relazioni con lʼuomo e ambiente Nel passato, molti pescatori professionisti vedevano nei confronti del cormorano un concorrente per la pesca e per questo è stato cacciato fin quasi allʼestinzione; in seguito è stato inserito nelle specie protette e il suo numero è esponenzialmente aumentato. Al momento esistono circa 450.000 uccelli nidificanti in Europa Occidentale e di conseguenza lʼaumento della popolazione ha posto ancora una volta il cormorano in conflitto con la pesca e con tutti gli impianti di allevamento del pesce. Nel Regno Unito ogni anno vengono rilasciate delle licenze che permettono di abbattere un numero predefinito di cormorani per contribuire a ridurre la predazione; è tuttavia ancora illegale uccidere un uccello senza tale licenza poiché risulta un animale protetto. 116 Nel territorio di competenza del Parco Adda Nord il cormorano arriva svernando ai primi di ottobre e ritorna nei luoghi di nidificazione (Europa Occidentale) a fine marzo. Attualmente la sua presenza è divenuta infestante e molte colonie formate da centinaia di esemplari depredano i nostri fiumi che risultano gravemente impoveriti e che difficilmente potranno sostenere a lungo tale pressione predatoria. Sul fiume Adda, lungo tutto il suo percorso, questi uccelli stanno radicalmente alterando la composizione della fauna ittica, contribuendo a portare alcune specie autoctone addirittura verso lʼestinzione totale (lasca, temolo, marmorata, savetta, pigo, alborella, ecc). Nellʼultimo censimento redatto dalla Polizia Provinciale, nei quattro dormitori ufficiali dislocati sul fiume Adda che da Olginate arrivano fino a Cassano (territori che interessano le provincie di Lecco, Bergamo e Milano) sono stati stimati circa 800 cormorani. Considerando le piccole colonie sparse a macchia di leopardo nel tratto sopracitato, il numero di cormorani effettivo potrebbe lievitare ad oltre 1000 esemplari. Vengono spesi ogni anno tanti soldi pubblici per gli incubatoi e per ripopolare il fiume e i laghi; i volontari costruiscono i ghiaieti e le legnaie per favorire la riproduzione dei ciDanno al pesce provocato dal cormorano prinidi e dei salmonidi; bisogna però chiedersi a cosa serve tutto ciò se poi non viene contrastata la caccia indiscriminata che questo predatore esercita nei confronti dellʼittiofauna. In più aree è stato riscontrato che a poco servono gli attuali strumenti di dissuasione non cruenti (petardi, reti di protezione, nastri colorati) per ridurre la sua azione predatoria per cui si rende necessario un piano ben ragionato e più vasto che coinvolga lʼintero territorio nazionale. Alcune Province (in base alla L.R. n° 31 - art. 139 - punto 7) hanno permesso piccoli piani di abbattimento che riguardano globalmente poche decine di capi, ma questo non è nulla rispetto alla grande quantità di volatili presenti per ben sei mesi nelle nostre acque. Non si capisce perché vengano concessi piani di abbattimento per cornacchie grigie, nutrie, piccioni, cinghiali, ecc. quando è certamente provato che anche il cormorano altera lʼequilibrio della fauna ittica e per questʼultimo non esiste alcuna possibilità di ridurre in modo significativo la sua azione predatoria. 117 È stata resa operante la normativa sul Deflusso Minimo Vitale (D.M.V.) chiamata anche “LEGGE SALVA FIUMI” proprio per salvaguardare il nostro patrimonio ittico, ma i benefici apportati non saranno tali se non verranno affrontate celermente e contestualmente tutte le forme di pressione e degrado finora descritte che minacciano i nostri fiumi e laghi. Posa in opera della rete anticormorano in conca a Trezzo da parte del C.C.A. 118 7.3 Specie ittiche ittiofaghe alloctone “Siluro si, siluro no?”. Oggi la domanda dovrebbe essere posta diversamente, ovvero: “Siluro, come?”. Come gestire un predatore alloctono? Come comportarci dove il siluro è diventato ormai una realtà che pesa notevolmente nella biomassa fluviale? La legge regionale stabilisce che i siluri catturati non debbano essere rilasciati in quanto considerate specie alloctone infestanti. A livello teorico la legge appare sensata, ma in termini pratici il grosso problema è determinato dallo smaltimento di questo pesce che raggiunge taglie ragguardevoli (per cui subentra un problema di tipo sanitario). Non solo, anche la cattura degli esemplari nel loro habitat comporta diverse difficoltà logistiche poiché lʼattività di questo pesce risulta prevalentemente notturna. Tuttavia sono auspicabili piani di contenimento ove questa specie raggiunga allarmanti livelli di densità di popolazione che possano pregiudicare il naturale sviluppo delle altre specie autoctone. In definitiva sarebbe lʼideale mettere a punto un piano di contenimento nelle aree dove il siluro non si sia ancora diffuso in modo preponderante perché è dimostrato che, successivamente allʼinsediamento in pianta stabile di questo pesce alloctono super predatore nel corso dʼacqua in questione, le altre specie autoctone tendono a diminuire in modo drastico. A conferma di ciò basti esaminare la situazione del Po e del Ticino per rendersi conto come in pochi anni il siluro abbia velocemente prevalso a discapito di tutte le altre specie. Grosso esemplare di siluro 119 8. CONCLUSIONI E RINGRAZIAMENTI Ora sappiamo qualcosa di più sulla pesca, sulle specie ittiche e sul meraviglioso territorio che ci circonda. Sono stati principalmente considerati i parametri del tratto di Adda sub-lacuale, ma gran parte dei problemi riferiti al degrado delle nostre acque riguarda quasi tutti i fiumi e i laghi italiani. Il nostro Comitato riunisce in sé oltre venti società di pescasportivi residenti nel nostro territorio e sta cercando in ogni modo di contrastare questa continua situazione di abbandono. Operiamo con le Province, le F.I.P.S.A.S., il Parco Adda Nord e le amministrazioni locali e assieme cerchiamo di ottenere qualche risultato soddisfacente che permetta di gestire il fiume salvaguardando la sua biodiversità. I problemi sono molti a partire dagli scarichi che riversano le loro acque direttamente nel fiume, la carenza dei depuratori, le scale di risalita mancanti o malfunzionanti, la qualità delle acque, il deflusso minimo vitale (realizzato, ma ancora a livello sperimentale), le asciutte dei canali e dei navigli, le specie alloctone invasive (siluro), ma soprattutto la predazione del cormorano sono soltanto alcuni dei principali problemi che riguardano il nostro fiume. Purtroppo i pesci non sono “visibili” e gran parte delle persone vede il fiume come appare esternamente, ignorando le forme di vita che esso contiene. Produrre energia o irrigare i campi sono attività di importanza primaria, ma riteniamo che sia fondamentale sviluppare ulteriormente una sensibilità ambientale volta a salvaguardare la biodiversità delle nostre acque. Questo dovrebbe diventare un punto fisso per le autorità competenti e un obiettivo primario per tutti noi partecipando attivamente alla tutela del nostro ambiente. Particolari ringraziamenti vanno al Parco Adda Nord, Provincia di Milano, F.I.P.S.A.S. Milano e Comune di Trezzo sullʼAdda per il contributo economico fondamentale alla realizzazione di questo opuscolo. Si ringrazia vivamente anche la Provincia di Lecco e Bergamo per lʼappoggio incondizionato offerto alla stesura di questa pubblicazione. 121 9. GLOSSARIO - BACINO IMBRIFERO: è lʼarea topografica (solitamente identificabile in una valle o una pianura) di raccolta delle acque che scorrono sulla superficie del suolo confluenti verso un determinato corpo idrico recettore che dà il nome al bacino stesso (es. “il bacino idrografico del Rio delle Amazzoni”). Ogni bacino idrografico è separato da quelli contigui dalla cosiddetta linea dello spartiacque; - SUBSTRATO: è il fondo dei corpi idrici; - PELAGICO: un organismo che nuota o viene trasportato dalla corrente e che svolge gran parte del suo ciclo vitale lontano dal fondo del mare o di un lago. Questo termine viene utilizzato in contrapposizione a bentonico. Gli organismi pelagici possono essere suddivisi nelle due categorie ecologiche di plancton e necton; - BENTONICO: tutti gli organismi acquatici che vivono a stretto contatto col fondo; - PLANCTON: è la categoria ecologica che comprende il complesso di organismi acquatici galleggianti che, non essendo in grado di dirigere attivamente il loro movimento (almeno in senso orizzontale), vengono trasportati passivamente dalle correnti e dal moto ondoso; si divide in fitoplancton e zooplancton a seconda che lʼorigine sia, rispettivamente, vegetale o animale; - NECTON: è la categoria ecologica che comprende gli organismi acquatici che nuotano attivamente; - REOFILO: organismo adattato a vivere in acque ad elevata velocità di corrente; - LIMNOFILO: organismo che vive nellʼambiente delle acque lacustri, stagnanti; - LITOFILO: organismo che depone le uova su substrati duri (ciottoli, ghiaia); - FITOFILO: organismo che depone le uova su vegetazione acquatica; - LOTICO: sinonimo di ambienti ad acqua corrente; - LENTICO: sinonimo di ambienti lacustri; - SPECIE AUTOCTONA o INDIGENA: specie che si è originata ed evoluta nel luogo in cui si trova. In particolare si definisce “endemica” una specie autoctona originariamente presente in via esclusiva in unʼarea geografica ristretta; - SPECIE ALLOCTONA o ESOTICA: specie estranea alla popolazione nativa e che si è originata ed evoluta in un luogo differente rispetto a quello in cui si trova. Accidentalmente o intenzionalmente immessa dallʼuomo in epoca storica; - SPECIE MACROFITE: Con il termine macrofite acquatiche ci si riferisce ad un cospicuo gruppo di specie vegetali che hanno in comune le dimensioni macroscopiche e lʼessere rinvenibili sia in prossimità sia allʼinterno di acque dolci superficiali e formanti aggregati macroscopicamente visibili. Le macrofite acquatiche possono essere ritenute degli ottimi indicatori grazie alla loro spiccata sensibilità nei confronti dellʼinquinamento di natura organica e da eccesso di nutrienti (eutrofizzazione), unitamente alla relativa facilità di identificazione e alla scarsa mobilità; - DIADROMA (specie): relative a pesci che regolarmente migrano tra acque dolci e marine 122 in un periodo ben definito dal ciclo vitale (es. anguilla); - ANADROMA (specie): specie che risale la corrente, relativa cioè a specie che vive abitualmente in mare e che si porta nei fiumi per la riproduzione; - EURIALINO: organismo acquatico che tollera le variazioni di salinità del mezzo in cui vive; - TROFICO (migrazione): molti pesci per la ricerca del cibo compiono migrazioni definite trofiche; - PARAMETRI BIOTICI: fattori biologici che costituiscono lʼecosistema; - FATTORI ANTROPICI: antropizzazione è il processo mediante il quale lʼuomo modifica lʼambiente naturale per renderlo più consono ai propri fini. 123 10. BIBLIOGRAFIA - Definizione dellʼimpatto degli svasi dei bacini artificiali sullʼittiofauna e valutazione di misure di protezione, Quaderni della ricerca – Regione Lombardia - Fauna ittica e ambienti acquatici della provincia di Lodi, a cura di Simone Rossi Provincia di Lodi - Ciclo guida e carta del canale della Muzza, testi, foto e disegni di Albano Marcarini Regione Lombardia, Consorzio Bonifica della Muzza Bassa Lodigiana - Visitare lʼAdda: catalogo turistico – distretto biculturale dellʼAdda – Parco Adda Nord - Da Capriate a Truccazzano – Parco Adda Nord - Guida per il riconoscimento dei pesci della provincia di Lecco, a cura di Marco Aldrigo e Roberto Facoetti – Provincia di Lecco - Relazione sullo stato dellʼambiente del Parco Adda Nord – a cura di Davide Fortini, Stefania Anghinelli e Elisabetta Rossi – Parco Adda Nord DAL WEB: - Valutazione della qualità delle acque superficiali della bassa bergamasca Istituto di Istruzione Secondaria di Stato “Don Lorenzo Milani” - Romano di Lombardia in collaborazione con il Parco del Serio - http://www.ittiofauna.org, sito ufficiale dellʼassociazione ICHTHYOS - http://www.ittiofauna.org/provinciarezzo/index.htm portale dellʼufficio pesca della provincia di Arezzo, a cura di Stefano Porcellotti - http://www.comune.dozza.bo.it/sellustra/mioweb2/Glossario.htm portale del sito del comune di Dozza (BO), progetto Sellustralife - http://www.addaconsorzio.it/ portale del consorzio dellʼAdda - Foto in formato digitale fornite dal Parco Adda Nord, sezione Ecomuseo e Cultura - Altre fonti web (motori di ricerca, Wikipedia) Gli Autori hanno cercato con ogni mezzo i titolari dei diritti di alcune immagini senza riuscire a reperirli; restano ovviamente a piena disposizione per lʼassolvimento di quanto occorra nei loro confronti. 124 UN PUNTINO NEL CIELO Un puntino. Un puntino lontano e alto nel cielo, in questo cielo azzurro e stupendo della mia Lombardia che già allʼalba di questo nuovo giorno mi distrae dalla pesca. Avanza da Sud come una creatura del vento, rapida e calma, incurante di altri uccelli che incrociano la sua rotta attraversando il fiume. Si avvicina: il sole mi è complice colorando un riflesso dʼargento sulle sue grandi ali grigie: è uno dei nostri aironi. E la mia mente lo raggiunge e vola alta insieme a lui. Dimmi dunque, cosa vedi da lassù? Questo lungo sentiero in basso è ancora e sempre azzurro? Quanta vita tradiscono i lampi di luce nei grandi erbai dellʼAdda simili a lunghi capelli verdi accarezzati da lieve corrente, è sempre del colore della perla la sabbia del fondo? Sino a dove sono arrivate le case, le cose e gli umori degli uomini lungo i suoi canneti? Il volo ti ha portato sopra gli ultimi boschi e le ultime querce un tempo rigogliose e piene di vita, ai cui piedi la violenza delle acque di piena ha lasciato il sudiciume umano che giace tra i fiori: tantissimo e immensamente rivoltante. Cosa vive ancora nei rivoli dʼacqua dei lunghi tratti di fiume spento, nelle sterminate pietraie sporche che hanno solo il colore della morte, dove un tempo esso donava la vita a te ed ai piccoli nel tuo nido? Vola airone, e non pensare. Ti ho visto lottare con furia tremenda contro il cormorano, esule affamato che la follia dellʼuomo ha scalzato dal proprio ambiente e che ora ti ruba il cibo, come un freddo e implacabile invasore, sfuggito alle leggi della natura contro il quale non esista rimedio. Sappi che in questa lotta io sono dalla tua parte. Dimmi airone: da lassù quali suoni ti porta il vento? Non dirmi che ancora ti sorprende il canto della curiosa cannaiola alla quale risponde lʼusignolo e il cannareccione, o il ticchettio del picchio o la risata del cuculo: quella freccia azzurra sul pelo dellʼacqua è martino col suo fischio beffardo, è lui il vero re della riva, il cigno lo è del fiume intero. O sono altri i frastuoni che salgono tanto in alto, ormai senza più controllo viluppati in una appiccicosa ed insulsa frenesia chiamata progresso, foriera di ignoti destini che dovranno fare i conti con lʼimportanza di una goccia dʼacqua e di un filo dʼerba. Continua il tuo volo amico airone, io riprendo distrattamente a pescare, ricorda soltanto che quelle strane, piccole creature che vedi, altri non sono che puntini, puntini umani. Un pescatore dellʼAdda Finito di stampare nel mese di Marzo 2010 da Azienda Grafica Modulimpianti s.n.c. - Capriate S. Gervasio (BG)