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Stigma interiorizzato e vergogna
Il processo di stigmatizzazione provoca conseguenze sui soggetti discriminati: vari
studi hanno evidenziato il danno psicologico da esso provocato. Il concetto di stigma
interiorizzato esprime la risposta del soggetto allo stigma, che può essere condiviso
dallo stesso soggetto; in altri casi invece vi sono un rifiuto ed una protesta nei confronti dell’atteggiamento sociale di esclusione. Certamente la vergogna, affetto spesso trascurato, costituisce l’elemento più importante nel determinare la presenza patologica dello stigma interiorizzato.
Parole chiave: vergogna, stigma interiorizzato, psicopatologia.
3/4:2005; 233-243
RIASSUNTO
NÓOς
Dipartimento di Medicina Clinica, Sezione di Psichiatria,
Università degli Studi dell’Insubria, Varese-Como
LA STIGMATIZZAZIONE.
DAL PREGIUDIZIO ALLA CURA
DELLA MALATTIA MENTALE
SIMONE VENDER
SUMMARY
The social stigma is the cause of inner psychological harm for people with mental
illnesses and many studies demonstrate it. The concept of internalized stigma is central to both academic and mental health care consumer explanations of the harm. But
it is a paradox, because some individual may experience diminished self-esteem,
other righteous anger or relative indifference depending on the parameters of the situation. Of course the shame, neglected emotion, is very important in the construction of the internalized stigma, that is devaluation, secrery and withdrawal triggered
by applying negative stereotypes to oneself.
Key words: shame, internalized stigma, psychopatology.
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Indirizzo per la corrispondenza: Simone Vender, Dipartimento di Medicina Clinica, Psichiatria,
Università dell’Insubria, Via O. Rossi 9 - 21100 Varese, e-mail: [email protected]
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STIGMA INTERIORIZZATO E VERGOGNA
S. VENDER
NÓOς
È sufficiente pensare al modo in cui, nel linguaggio quotidiano, è indicato
qualcuno che soffre di una malattia mentale (matto, squilibrato, folle, non ha
tutte le rotelle a posto, gli manca qualcosa, ecc.) per comprendere come sia
svalutato ed umiliato agli occhi di tutti. Gli stessi nomi dei luoghi dove erano
trattati/rinchiusi i pazienti (manicomi, neurodeliri, ecc.) aggiungevano
un’immagine di discriminazione rispetto a qualsiasi altro malato. Se sono
caduti, al giorno d’oggi, gli strumenti giuridici che sancivano l’allontanamento dei malati psichiatrici dalla società, permangono stereotipi sociali che
non invogliano la persona sofferente a richiedere cure adatte. Molte persone,
infatti, hanno paura di essere ridicolizzate da amici, conoscenti o persino dai
propri familiari, e perciò tendono a mantenere nascosta la propria sofferenza,
a mettere un tappo alle fantasie e ai pensieri disturbanti, fino a quando non vi
è lo scoppio patologico oppure una lenta distruzione della propria vita.
STIGMA E VERGOGNA
Stigma e vergogna costituiscono ormai un binomio che si ripresenta continuamente, da alcuni anni, non solo nell’ambito delle pubblicazioni scientifiche ma anche sui siti Internet curati da associazioni, comprese quelle dei
familiari che hanno avuto il coraggio di sfondare il muro della vergogna, che
rinchiudeva oltre al malato la stessa famiglia. Queste mura non avevano solo
valenze psicologiche ma erano tragicamente concrete, come quelle che recintavano e recintano, in alcuni paesi, i luoghi del trattamento/allontanamento.
Negli ultimi decenni vi è stato un grande e rivoluzionario cambiamento culturale nel modo di considerare le malattie mentali, cambiamento che ha trovato anche un fattore favorevole nella scoperta di alcuni aspetti biologici del
disturbo psichico, consentendo così l’utilizzo di nuove terapie farmacologiche: ciò ha permesso di avvicinare la malattia mentale alle altre (ed anche
dal punto di vista dell’organizzazione sanitaria, in Italia, non vi è più alcuna
distinzione dal momento della promulgazione della legge 180 del 1978,
essendo tutte curate dal Servizio Sanitario Nazionale). Permangono inevitabili differenze fra disturbi psichici e somatici e potrebbe essere rischioso per
i pazienti stessi un’eccessiva sovrapposizione e confusione, perché si correrebbe il rischio di eliminare la polarità soggettiva della malattia mentale: tuttavia l’effetto positivo principale dell’avvicinamento è stato quello di sollevare pazienti e famiglie dalla responsabilità della malattia psichica. Rimane
purtroppo la tendenza sociale, come ha ben evidenziato Chiesa in questo
stesso numero, a considerare una persona responsabile della sua malattia,
soprattutto per i disturbi di personalità, e non possiamo dimenticare come
per decenni la schizofrenia sia stata attribuita a relazioni patogene familiari,
in particolare con la madre. Se un tumore oppure una malattia metabolica,
come il diabete, fossero attribuite in modo categorico al paziente, si coprirebbe di ridicolo chi fa una simile affermazione e non certo il malato, come
invece accade per il paziente psichiatrico.
Volendo utilizzare l’opposizione messa ben in evidenza da Margaret Mead1
fra “società della vergogna” e “società della colpa”, va riconosciuto che le
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DAL PREGIUDIZIO ALLA CURA
DELLA MALATTIA MENTALE
prime sono tipicamente orientali, mentre per le seconde dobbiamo riferirci al
mondo occidentale. Apparteniamo all’ampio contesto della cultura occidentale e della tradizione giudaico-cristiana caratterizzata dalla colpa e dal senso
del peccato, anche se essa si era costituita sull’esperienza della vergogna;
infatti nella Genesi la vergogna è la punizione divina per aver trasgredito il
divieto di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza: “allora si aprirono
gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi, intrecciarono foglie di
fico e se ne fecero cinture”. La nostra società, nel suo momento fondante, ha
liquidato oppure ha teso a trasformare immediatamente la vergogna in colpa,
offrendo così la possibilità di aggirare e superare la vergogna, che ha un
carattere transitivo e transpersonale, con un possibile atto riparativo individuale. Incolpare qualcuno di un comportamento patologico è insensato, ma
sicuramente è peggiore l’esperienza soggettiva della vergogna che ingloba
l’immagine totale del soggetto e di chi gli sta vicino2. La stessa psicoanalisi
l’ha collocata in una posizione marginale, ma nonostante ciò “a patto che ci
si faccia attenzione, la vergogna costituisce per molti una sorta di rumore di
fondo, magari basso ma sempre presente” ed è di grandissima importanza
“nelle varie condizioni di disturbo e di sofferenza mentale, centrale soprattutto nella nostra epoca che non a caso è stata definita l’età del narcisismo”3.
Gran parte delle condizioni di disagio psichico è percorsa da questo affetto,
costituendo anche così la specificità della malattia mentale: non dobbiamo
mai trascurare le reazioni suscitate nell’interlocutore, sia esso un individuo,
un gruppo o l’intera società, dalla presenza di disturbo mentale, reazioni che
provocano sovente un circolo che si autoalimenta mediante una forte stigmatizzazione, a sua volta foriera di gravi conseguenze sulla vita del soggetto.
Già negli anni ’60 del secolo scorso molti indirizzi culturali e scientifici avevano descritto e condannato le discriminazioni alle quali erano sottoposti i
malati psichiatrici, essendo state paragonate all’esclusione dei “diversi” e dei
“devianti” (omosessuali, negri, delinquenti, ecc.) perché i loro comportamenti non rientravano nelle norme sociali codificate4.
Per fornire un esempio dell’influenza dell’atteggiamento sociale sull’individuo, ricordo che nel corso di una ricerca sulla catamnesi di pazienti schizofrenici ricoverati in ospedale psichiatrico, avevo avuto alcuni netti rifiuti, verbali o
per iscritto, da parte di ex-ricoverati alla proposta di un colloquio per raccogliere dati. Il rifiuto era stato categorico solo da parte di quelle persone o dei
loro familiari che avevano avuto un solo ricovero e che, da pochissime informazioni, sembravano avere una vita adattata5. Il recupero dello stato di benessere era avvenuto secondo lo stile definito da McGlashan, Levy e Carpenter
come sealing over6, prossimo al diniego della malattia accaduta, perché i sintomi erano vissuti come vergognosi e pertanto percepiti come disprezzati e stigmatizzati dalla società. Si potrebbe addirittura ritenere che l’evoluzione fosse
stata “favorevole” proprio perché il paziente condivideva la condanna sociale
della malattia promossa attraverso la stigmatizzazione, che lo costringeva a
comportarsi come i normali: lo stigma interiorizzato avrebbe funzionato allora
in modo utile, pur costringendolo a vivere un po’ di nascosto.
Dal punto di vista soggettivo, l’essere stigmatizzato ha degli aspetti paradossali. Come affermano Corrigan e Watson7, alcuni possono essere indotti a
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reagire in modo molto forte contro l’ingiustizia della stigmatizzazione, mentre altri si sentono feriti ed altri ancora indifferenti: le varie risposte sono il
risultato di una relazione fra l’ambiente sociale, che si esprime attraverso le
rappresentazioni collettive della malattia mentale, e il mondo interno del soggetto, che interagisce con i processi d’identificazione che riguardano, sinteticamente, i normali (compresi i familiari) e gli altri malati. Questa interazione
assume pregnanza nella relazione terapeutica, perché i curanti, nonostante
tutto, sono portatori di valori e di giudizi, che si possono esprimere anche
solo con la mimica nel rapporto con il malato ed i suoi familiari. Proprio a
questo proposito l’esempio clinico riportato da Sassolas8 è illuminante, avendo una rilevanza universale: quando un paziente o i suoi familiari ci fanno
una richiesta di certificazione per una domanda d’invalidità, un’inquietudine
ci pervade perché non possiamo mai sapere con certezza se l’etichetta d’invalido gli porterà un vantaggio oppure uno stigma e l’inquietudine traspare,
si trasmette anche senza volerlo (il più delle volte ci esprimiamo apertamente
pro o contro). Dilemmi di questo tipo, se ci accade di accompagnare un
paziente grave nel suo percorso esistenziale, sono tutt’altro che infrequenti:
l’invalidità, ci chiediamo, funzionerà come supporto oppure come definitiva
condanna? Il certificato per l’invalidità sancirà l’ineluttabilità della presenza
dei sintomi, che avremmo voluto eliminare come fossero tanti parassiti,
oppure il nostro rispetto cinico delle cosiddette difese erette dal malato come
un rifugio per la sua vulnerabilità? Questi sono i dilemmi che sorgono in noi
curanti: lo psicotico è impegnato, per la verità, in ben altri interrogativi, ossia
quelli del tragico destino umano, della finitezza dell’uomo, della caducità
della vita, della precarietà dell’identità. A noi dovrebbe interessare non lo
status del malato in sé, “quanto la sua modulazione – come scrive Sassolas –
nel contesto di cura e nell’ambiente sociale che di questo status fa uno stigma (se il paziente è effettivamente preso in carico come un oggetto amorfo di
cui ci si accontenta di calmare i sintomi) oppure uno strumento (se il paziente è preso in carico come un soggetto in una rete relazionale capace di sostenerlo e di aiutarlo ad elaborare il suo vissuto psichico)”.
STIGMA INTERIORIZZATO
L’innegabile interazione individuo/ambiente non esclude tuttavia lo studio
più approfondito dell’esperienza interna, perché vi è certamente un danno
psicologico causato dallo stigma9: il concetto di stigma interiorizzato (internalized stigma) è utilizzato da Ritsher et al.10 in analogia a quelli di razzismo
o di omofobia interiorizzata, per valutare i danni psicologici causati dai fenomeni sociali. Esso è definibile come la svalutazione, la vergogna, la segretezza e la rinuncia innescata dall’applicazione di stereotipi negativi a sé stessi. È
stata da loro elaborata una scala (ISMI) costituita da un questionario nel
quale gli item sono raggruppati intorno a cinque temi: alienazione, adesione
allo stereotipo, esperienza di discriminazione, ritiro sociale, resistenza allo
stigma. Gli autori hanno cercato di descrivere in modo completo la dinamica
interna al soggetto tra la spinta all’appartenenza al gruppo dei “normali” e la
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resistenza all’annientamento delle esperienze individuali, seguendo una prospettiva storica, che tiene conto del passato e della speranza per il futuro. Ritsher, Otilingam e Grajales hanno applicato questa loro nuova proposta a 127
outpatient con disturbi psichici, correlando i dati raccolti con altre scale, che
valutavano i sintomi depressivi, l’autostima, la tendenza alla guarigione, ecc.
I risultati hanno dimostrato come un alto stigma interiorizzato è connesso a
sintomi depressivi e condizioni stigmatizzanti ed è combattuto dall’autostima, dall’empowerment e dalla fiducia nella guarigione. L’aspetto più interessante del lavoro è il riscontro che lo stigma interiorizzato appare come un
fattore di rischio nel prolungamento della malattia o nell’avviare un decorso
infausto.
Se tutto ciò è vero, è evidente come questo dato abbia un valore anche in una
prospettiva psicopatologica e clinica, fornendo indicazioni sia dal punto di
vista terapeutico individuale sia nell’organizzazione dei servizi (differenze
sono state riscontrate secondo il tipo di disturbo psichico o secondo variabili
socio-demografiche, come l’etnia). In una valutazione catamnestica11 è stato
constatato come il punteggio alla scala ISMI predica un aumento dei sintomi
depressivi.
Il costrutto interno individuato è composto da molte sfaccettature, essendo
costituito da differenti elementi che interagiscono tra loro, ed i risultati convergono tutti a distinguerlo dalla depressione, che può essere o meno, semmai,
una conseguenza temporale alla sua presenza. Tale distinzione è fondamentale
perché affonda le sue radici nella differenza fra vergogna e depressione, due
sentimenti che sono stati trattati in modo diseguale dalla psichiatria12, essendo
stato il primo ampiamente trascurato rispetto al secondo (sia esso considerato
come sentimento, sintomo, sindrome o malattia).
La stigmatizzazione può e deve essere correlata alla vergogna, che considero
come il nucleo principale dello stigma interiorizzato, attorno al quale poi si
animano tutti i precedenti aspetti evidenziati, da intendersi come una sorta di
atomi che gravitano intorno ad esso, nucleo centrale, anche per contrapporsi
alla sua energia entropica (l’ambiente a sua volta entrerà in una dinamica
sinergica con l’uno o con l’altro degli aspetti interni, come il grado di autostima, la fiducia nella guarigione, l’ideale dell’io, ecc., favorendo o riducendo la vergogna). Questo processo di interiorizzazione, di cui è un’espressione lo stigma interiorizzato, è avvenuto nell’Occidente mediante la psicologizzazione dei vissuti inerenti la malattia in generale, che ha trasformato il
marchio somatico in una disgrazia, in una vicenda interna angosciosa o vergognosa: non va dimenticato però che nella malattia mentale lo stesso corpo
può essere visibilmente marchiato dai sintomi e dagli effetti collaterali di farmaci antipsicotici che robotizzano il paziente (non a caso gli antipsicotici atipici sono meglio tollerati da pazienti, migliorando così la loro compliance e
quindi la prognosi). Kleinman13 ha ben evidenziato come lo stigma della
malattia (l’autore tratta però di alcuni casi di malattie somatiche) non procede solo attraverso la reazione sociale nei confronti della persona, ma anche
attraverso la sua accettazione di un’identità stigmatizzata, portando esempi
nei quali “pazienti provano vergogna, non per il significato culturale della
malattia, ma piuttosto in risposta alle reazioni della famiglia e specialmente
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degli operatori sanitari. I pazienti possono provare vergogna in ogni malattia
che comporta un’interazione continua con care giver”, vale a dire soprattutto
in quelle patologie caratterizzate da un’evoluzione cronica.
LA VERGOGNA: ASPETTI PSICOPATOLOGICI
Se la vergogna è sovente sinonimo d’esposizione sessuale e degli organi sessuali, non va dimenticato quanto quest’affetto complesso sia collegato a fallimenti, difetti della propria immagine fisica o sociale, appartenenza a famiglie
stigmatizzate, senza dimenticare la ricca produzione letteraria nella quale
viltà, tradimenti e congiure portano il protagonista a provare sentimenti di
vergogna. Le categorie fondamentali del deficit la cui esposizione produce
vergogna si collocano nelle esperienze di debolezza, della mancanza di controllo, della sporcizia reale o metaforica: tutte hanno come corollario ed effetto comune quello di provocare una perdita di valore e di dignità della propria
immagine e quindi della stima e dell’amore che ad essa sono connessi.
La vergogna, come esperienza, ha un carattere aleatorio, instabile ed accessuale, quindi più difficile da cogliere, anche perché tende a trasformarsi in tristezza, colpa o rabbia-furore14, ad avere una pregnanza visiva (il rossore), ad
essere ubiquitaria, facendo parte della natura umana e della storia di ciascuno,
ricca di imperfezioni e difetti ed esperienze traumatiche di impotenza.
È stato certamente Wurmser15 a studiare in modo approfondito quest’affetto
molto complesso che può presentarsi sotto forma di una reazione, molto articolata, di angoscia oppure di un atteggiamento comportamentale vergognoso,
anche se il nascondersi risulterà lo scopo finale comune in entrambi i casi. I sentimenti di vergogna sono più o meno sempre riferiti ad un giudice esterno (persona o gruppo che agiscono per far provare tale sentimento), ma esiste anche un
polo soggettivo, che sovente tende ad identificarsi con quello oggettivo o all’immagine che di esso si ha. Di fatto, polo oggettivo e soggettivo convergono nella
triade fondamentale ricorrente, costituita da debolezza, difettualità e sporcizia,
da cui è possibile far derivare molti elementi cognitivi della vergogna.
Se la stigmatizzazione è un processo sociale che ha il suo corrispettivo interno nella produzione della vergogna, dobbiamo immaginare che avvenga
un’interiorizzazione di istanze sociali, per cui alla derisione esterna subentra
quella interna, ben superiore e tremenda, che può essere descritta dalle parole di Sandler: “la vergogna può essere ricollegata all’atteggiamento ‘non
posso vedere me stesso come vorrei che gli altri mi vedessero’”16.
Questa autoriflessione può essere frutto di un processo che appartiene agli
aspetti critici e cognitivi nei confronti solo di alcuni comportamenti della
vita, oppure allargarsi a tutto quello che fa parte del campo esistenziale senza
discriminazione; ed ancora, la vergogna pur avendo importanti risvolti cognitivi, può esprimersi in manifestazioni emotive immediate di imbarazzo, rossore come se la persona si trovasse in una concreta situazione di esposizione,
di disonore, di infamia, che può contenere in sé un versante, già in nuce,
paranoicale17. Nel caso di una timidezza eccessiva, una persona perfezionista, in una situazione pubblica, si sente pietrificata se non riesce a seguire la
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conversazione e teme di dire sciocchezze, in preda ad un profondo senso di
stupidità. Se in questo caso il tentativo di evitare un’esposizione vergognosa
(si potrebbe qui intravedere un quadro clinico di fobia sociale, per questo si
rimanda a Perugi18), vi sono persone bizzarre, invece, che trasformano la
vergogna da un’esperienza passiva di umiliazione interna, in una realtà esterna di esibizione più o meno spaventosa, attraverso modalità controfobiche.
Suscitare disprezzo o disgusto negli altri, infatti, è meno terrorizzante che
subire quello interno, così come un altro modo per attutirlo è quello di umiliare gli altri e farli apparire ridicoli. La vergogna, dunque, riguarda quella
sfera che delimita e protegge l’individualità del soggetto, mettendolo però
anche in stretto contatto, in contiguità con il gruppo d’appartenenza, che
sostiene l’identità stessa.
Wurmser distingue l’angoscia di vergogna, rifacendosi a Levin19, intesa come
il segnale in senso freudiano di un pericolo imminente di un’esposizione, di
un’umiliazione, di un rifiuto oppure come la risposta ad un trauma già accaduto, dall’affetto di vergogna, che è lo sviluppo di un modello complesso di reazione affettiva e cognitiva, che comporta un’autoaccusa ed i tentativi finalizzati
ad espiare il disordine, cancellare l’offesa e prevenire una nuova umiliazione.
Un modello caratterologico, quale l’atteggiamento vergognoso (per la Jacobson20 una formazione reattiva contro desideri esibizionistici), costituisce una
terza forma della fenomenologia della vergogna.
Analizzando il contenuto dell’angoscia di vergogna, questo campanello d’allarme imbarazzante che risuona in tutto il corpo, migrando dalla pelle ad altri
organi sensoriali fino a tutto il corpo che assume atteggiamenti particolari, sia
essa indotta da sguardi, parole o intonazioni della voce, si nota come abbia a
che fare con un’esperienza d’isolamento, che porta con sé la paura del disprezzo che fa nascere il timore dell’abbandono21: l’angoscia segnala dunque la possibilità di un rifiuto sprezzante. “L’angoscia di vergogna ha tipicamente un
carattere congelante o, quasi un paradosso, bruciante (appassente) o intorpidente, e si accompagna ad un profondo senso di estraniazione da sé stessi e dal
mondo sia presente che passato. Gli occhi di tutti sembrano puntati sulla persona vergognosa e la trapassano come coltelli. Tutti sembrano volerla rimproverare e prendere in giro; e senz’altro, tutti conoscono perfettamente quanto sia
profondo il suo disonore. Questa tendenza dell’angoscia di vergogna a diffondersi da una situazione singola alla totalità delle situazioni la rende simile,
anche se non casualmente correlata, all’ideazione paranoide”15.
Come la paura si autoalimenta – la paura della paura –, così la vergogna è un
affetto molto diffusivo e straripante, assumendo un andamento circolare infinito – la vergogna della vergogna –, tendendo quindi ad autopotenziarsi:
questo stesso andamento lo abbiamo trovato nel processo di stigmatizzazione, che tende a diffondersi e ad inglobare tutto ciò che incontra. Tale processo di diffusione segnala sia la dinamicità della mente e la labilità dei confini
individuali (è giusto il caso di ricordare qui il fenomeno ampiamente conosciuto della suggestione ed anche dell’autosuggestione), sia la permeabilità
esistente tra psiche individuale e la vita mentale dei gruppi22-24. Se la permeabilità è una caratteristica essenziale dell’essere vivente, non vanno trascurate qualità, direzione e contenuto del processo, e la vergogna può essere
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il risultato finale di dinamiche esistenti tra Io, ideale dell’Io, immagine ideale
del Sé (questo indica bene il carattere visivo del sentimento), valori sociali,
aspetti giudicanti, punitivi ed aggressivi, in una continua interazione fra loro,
a seconda della collocazione spaziale, intesa come tensione continua tra polo
soggettivo ed oggettivo.
La scarsità della letteratura su quest’argomento denota la difficoltà a trattarlo
per la sua intrinseca complessità, connessa anche al fatto che trattasi di sentimento difficilmente elaborabile: essa, infatti, “consiste in una constatazione
dolorosa che riguarda il disvelamento di come si è. Se la colpa implica la
categoria della riparazione, la vergogna è un sentimento che appare senza via
d’uscita, che riguarda il come si è fatti e del quale si può essere soltanto testimoni”25. Si può anche ritenere che sia trascurato perché è avvertito come
ovvio e banale, essendo un’emozione comune, anche se ora culturalmente
svalutato, prevalendo l’opposto ossia la spudoratezza. È interessante invece
qui valutare come si possa trasformare in un vissuto chiaramente patologico,
trasversale a gran parte della psicopatologia.
Green26 ha affermato che se Edipo è l’eroe della colpa, Aiace lo è della vergogna: infatti, Aiace Telamonio in un impeto di follia, credendo di uccidere i
greci che gli negavano le armi che erano state dell’acerrimo nemico Achille,
sterminò una mandria di buoi. Rientrato in sé e sentendosi coperto di ridicolo e
di disprezzo si gettò sulla propria spada uccidendosi (questa è una citazione da
Giannelli, che ricorda come tuttora vi siano esempi di suicidio per vergogna).
A mio parere, il danno estremo dello stigma interiorizzato, quindi della vergogna patologica, è espresso dai tragici casi di giovani che compiono l’atto estremo dell’autosoppressione per motivi scolastici (angoscia dell’esame, falsificazione dei voti o del libretto universitario, e così via). Delle vicende personali di
costoro ben poco sappiamo: dalle cronache dei giornali, emergono storie abbastanza simili fra loro, avendo in comune protagonisti che si caratterizzano per
un’assenza di manifestazioni psicopatologiche evidenti nella loro storia, per un
nascondimento di “vergognosi” comportamenti e per il mantenimento di
un’immagine sociale immacolata. Il disvelamento d’omissioni, di cose non
fatte, di trasgressioni, anche comprensibili, può portare al suicidio oppure, si
potrebbe dire, quest’atto stesso diventa occasione per svelare ciò che era occultato, provocando un atteggiamento del pubblico che mescola sorpresa, compassione, rimprovero e stigmatizzazione (“bugiardo!” “truffatore!”). Ma proprio la necessità di nascondere la triplice pecca, che comprende proprie debolezze, difetti e “sporcizie”, indica come essa sia vissuta in modo tragico e
come il nucleo della vergogna possa funzionare da starter di agiti patologici.
Questo è l’apice della vergogna patologica, che si avvicina all’accezione di
vergogna-onta di Straus27 contrapposta alla vergogna-pudore che ha invece
una funzione protettiva dell’intimità individuale: la vergogna, intesa in senso
lato, possiamo trovarla in molti quadri clinici, quali la dismorfofobia, la schizofrenia, la paranoia, i disturbi narcisistici e borderline, i disturbi alimentari,
la depressione, oltre alla fobia sociale prima indicata, ora volta a tutelare la
persona stessa nei suoi aspetti più intimi ora invece a costringerla ad un progressivo ritiro, evitamento e lenta distruzione di sé. Non va inoltre trascurata
l’importanza che può assumere la vergogna nell’indurre l’assunzione di
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Non esiste esperienza di vergogna che non abbia una sua rappresentazione
pubblica, segnalando la qualità del rapporto individuo/gruppo perché la vergogna è una sorta di prezzo che l’individuo paga per la sua individuazione:
da qui “la necessità ontologica della vergogna”, in quanto la sua assenza
indica in modo preciso la “caratteristica dell’uomo disumanizzato e depersonalizzato”, dell’uomo che obbedisce agli ordini senza pensare, senza provare
sentimenti, senza una sua identità, come risulta dalla rassegna di alcune biografie degli uomini del Terzo Reich28. La perpetuazione della stessa pratica
del Gudnisho, cioè dell’infibulazione, nel mondo islamico si basa sull’angoscia di vergogna che la bambina prova per essere denigrata, umiliata,
disprezzata socialmente perché diversa dalle altre se non si sottopone a tale
pratica29: trascurando questi aspetti basali del vivere sociale, ci possiamo
lanciare in moralistiche condanne di abissale superficialità, perché non tengono conto dell’esigenza vitale di non sentirsi esclusi e discriminati per poter
vivere. Rimanendo in questa dimensione gruppale, si può sostenere che l’esperienza di vergogna, anche quando avviene nel teatro interno di ciascuno
di noi, si realizza su un palcoscenico essendo, in questo caso, il pubblico
costituito da alcuni personaggi interni. Lo scivolamento verso una condizione patologica avviene quando questi personaggi, invece che aiutare il processo di individuazione, assumono una funzione terrorizzante e svergognante,
che secondo l’intensità delle emozioni in gioco costringe il soggetto a mettere in atto vari modi per arginarla: spesso quando la vergogna è pervasiva la
persona tenta di circoscriverla ad una propria caratteristica somatica o psicologica e “sarà di volta in volta l’omosessualità vera o presunta, una sessualità
considerata scarsa, una caratteristica fisica spiacevole, la scarsa prestanza
fisica, estetica”3 a delimitare e concretizzare il proprio sentimento di difettualità. Sovente gli stessi contenuti delle allucinazioni uditive assumono
caratteristiche umilianti e squalificanti più che non persecutorie, con una
proiezione all’esterno del personaggio che denigra e fa un processo pubblico.
È stato già più volte accennato al ritiro sociale ed all’attacco autodiretto per
arginare l’angoscia di vergogna, come pure alla creazione di situazioni sociali nelle quali l’imbarazzo provato viene immediatamente evacuato sulla fonte
dell’imbarazzo o su qualcun altro. Questo modo è stato messo in atto da un
mio paziente, che per essere stato sollecitato da una ragazza a parlare di sé in
modo generico ha immediatamente capovolto la situazione con un attacco
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MODI DI AFFRONTARE LA VERGOGNA
LA STIGMATIZZAZIONE.
DAL PREGIUDIZIO ALLA CURA
DELLA MALATTIA MENTALE
sostanze euforizzanti come antidoto ad essa (la tradizionale funzione socializzante del vino). Tutte le varie declinazioni dell’affetto possono essere osservate, in modo variamente camuffato, prestandosi bene la malattia, qualunque
essa sia, a dare il via alla triade citata. Per questo è assolutamente indispensabile che, dietro alle asettiche indicazioni per la tutela della privacy, gli operatori della salute mentale, ma non solo loro, intravedano la potenzialità gravemente patogena della vergogna, acquisendo una particolare sensibilità alla sua
interazione con lo stigma, come forma di svergognare in pubblico.
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pubblico alla stessa, durante una cena, mettendola alla berlina davanti agli
altri commensali: il modo vanaglorioso con cui mi ha raccontato questa sua
impresa faceva da contrappunto ad una serie di offese di cui sarebbe stato
oggetto durante una valutazione del suo livello di apprendimento di balli latino-americani da parte dell’insegnante.
Secondo il modello della mente (costituita dalla presenza di vari personaggi)
e delle sue trasformazioni possibili proposto da Ferro30, attraverso narrazioni, quindi con la costruzione di un intreccio di vicende e con la condivisione
empatica, è possibile passare da una condizione soggettiva tirannica, come
quella governata dalla vergogna, alla “democrazia degli affetti”, ovvero ad
un’autentica tolleranza, innanzitutto interna, della molteplicità delle emozioni, dei sentimenti, degli affetti. Se vogliamo addentrarci ancor più nella
modernità, si può dire con Callieri31 che “l’aprirsi a relazioni intersoggettive
che nascono e crescono” anche on-line, e non pochi pazienti psicotici sono
attivi in questa dimensione, può costituire un modo per far crescere trame
“dove le storie degli uni sono incastrate (il plotting) nelle storie degli altri,
incastrate e aggrovigliate ma aperte alle due estremità”. E questo è un modo
attuale per aggirare, ma anche superare la vergogna.
Certamente la sensibilità a questi aspetti psicodinamici e psicopatologici
della vergogna dovrebbe portare, ogni cittadino per la sua parte, ad un volonteroso aiuto a pazienti e familiari a portare il peso di un’esperienza di vita
fatta di sofferenza, sapendo quanto il clima dell’ambiente esterno possa
influire su vissuti certamente ubiquitari, come la vergogna, ma che possono
assumere potenzialità distruttive quando l’immagine sociale soppianta quella
individuale.
Bibliografia
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