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viaggio in italia - Liceo Salesiano Valsalice

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viaggio in italia - Liceo Salesiano Valsalice
VIAGGIO IN ITALIA
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Testi
J. W. Goethe
Mignon
Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni,
gli aranci dorati rilucono fra le foglie scure,
una mite brezza spira dal cielo azzurro,
il mirto immoto resta e alto si erge l’alloro,
La conosci tu, forse?
Laggiù, laggiù
Con te, amore mio, io vorrei andare.
Conosci tu la casa? Il tetto riposa su alte colonne,
risplende la sala, la stanza riluce,
e si ergono statue di marmo che mi guardano:
Che cosa ti hanno fatto, povera bambina?
La conosci tu forse?
Laggiù, laggiù
Con te, mio difensore, io vorrei andare.
Conosci tu la montagna e il suo sentiero fra le nuvole?
Il mulo cerca il suo cammino nella nebbia;
Nelle grotte vive la stirpe antica dei draghi;
Si sgretola la rupe e su di essa si chiudono i flutti,
La conosci tu, forse?
Laggiù, laggiù
E’ il nostro cammino; andiamo, padre mio!
J. W. Goethe
da Epigrammi veneziani
Somiglia questa gondola alla culla che piano ci addormenta
E il felze che la copre somiglia ad un'ampia bara.
Proprio così! Tra culla e bara leggeri oscillando
Sul Canal Grande passiamo senza pensarci la vita.
J. W. Goethe
da Reise nach Italien
Venezia, 28 settembre 1786
Dunque era scritto sul libro del destino che il 28 settembre 1786, avrei visto Venezia per la prima volta, alla cinque di sera, entrando
dal Brenta nella laguna, e cominciando subito dopo a toccare e visitare questa meravigliosa città insulare, questa Repubblica di
castori. A Dio piacendo, Venezia non è più per me solo una parola, a me nemico giurato delle vacue sonorità, non è più fonte di
angoscia.
Allorché la prima gondola si avvicinò alla nave (lo fanno per traghettare a Venezia i passeggeri che hanno più fretta) mi è tornato alla
memoria un giocattolo della mia infanzia al quale non pensavo da vent'anni almeno. Mio padre aveva riportato dall'Italia una bella
gondola in miniatura cui teneva molto, e quando mi consentiva di giocarci, era per me un grande privilegio. Cosicché tutto, mi ha
salutato come un vecchio amico, dai rostri di metallo lucido ai felze neri, e mi ha dato una gratificante sensazione di giovinezza,
come non provavo da tempo. Sono ben alloggiato, non lontano da piazza S. Marco, alla «regina d'Inghilterra», e il grande vantaggio
della mia sistemazione è proprio questo; le mie finestre danno su uno stretto canale sormontato da alte case; subito sotto di me c'è un
ponte ad arco, e di fronte una calle stretta e animata. Questa è la mia residenza, e ci resterò un bel pezzo, fino a quando sarà pronto il
mio pacchetto per la Germania e finché non mi sentirò sazio dell'immagine di questa città.
Di Venezia si è già tanto detto e stampato, che non voglio indugiare nelle descrizioni; racconterò solo ciò che mi viene sott'occhio.
Quello che soprattutto mi colpisce è però sempre e di nuovo il popolo: una grande massa, un'esistenza obbligata, involontaria.
Non per capriccio questa popolazione si rifugiò su queste isole, né per libera scelta altri vennero a unirsi ai primi: fu la necessità che
insegnò loro a cercar sicurezza in una posizione così sfavorita, la quale si mutò poi in vantaggio e li rese ingegnosi, quando tutto il
mondo a settentrione era ancora prigioniero delle tenebre; e che si moltiplicassero e si arricchissero ne fu logica conseguenza. Le
abitazioni andarono addensandosi sempre più fitte, sostituendosi le rocce alle sabbie e alle paludi; le case cercavano l'aria come
piante prigioniere e dovevano sforzarsi di guadagnare in alto ciò che mancava loro in largo. Avari di ogni palmo di terreno, fin dal
principio pigiati in stretti spazi, essi non lasciarono alle vie maggior larghezza di quanta ne fosse necessaria per dividere una fila di
case da quella di fronte e per consentire al cittadino un passaggio appena sufficiente. Per loro, d'altronde, era l'acqua che fungeva da
strada, da piazza e da luogo di passeggiata. Il veneziano dovette diventare un essere di nuova specie, così come Venezia non può
esser paragonata che a se stessa. Il Canal Grande, con le sue svolte serpentine, non la cede in bellezza ad alcuna strada del mondo, né
vi è spazio che regga il confronto con quello antistante piazza S. Marco: alludo al grande specchio acqueo che è quasi abbracciato in
forma di mezzaluna dalla città vera e propria. Sul filo dell'acqua si scorge a sinistra l'isola di S. Giorgio Maggiore, un po' piú lontano
a destra la Giudecca col suo canale, ancora più a destra la Dogana e l'imbocco del Canal Grande, dove subito, di fronte a noi,
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III Classico A – a.s. 2012/13
rifulgono alcuni giganteschi templi marmorei. Questi sono, descritti in pochi tratti, gli oggetti principali che colpiscono i nostri
sguardi allorché passiamo fra le due colonne della piazza. Tutte le vedute e i panorami sono già stati tante volte incisi su rame, che gli
amici possono farsene facilmente una chiara idea.
Dopo pranzo mi affrettai a procurarmi una prima impressione dell'insieme, e senza accompagnatore, badando solo ai punti cardinali,
mi gettai nel labirinto della città, che, tutta solcata com'è da canali grandi e piccoli, è però ricongiunta da una fitta ret e di ponti e di
ponticelli. L'angustia, la strettezza del tutto non può immaginarla chi non l'abbia veduta. Allargando le braccia si può quasi sempre
misurare, tutta o in parte, la larghezza delle strade; in quelle più strette chi punta le mani sui fianchi urta già del gomito; ce ne sono
bensì di più larghe, qua e là c'è anche una piccola piazza, ma su scala generale non è altro che una strettoia. Non mi fu difficile
trovare il Canal Grande e il principale ponte di Rialto, che consiste di un unico arco di marmo bianco. Dall'alto la vista è grandiosa: il
canale è pieno di navi che trasportano dalla terraferma tutto il necessario e qui perlopiù approdano e scaricano; in mezzo a esse è un
solo brulicare di gondole. Oggi poi, giorno di san Michele, lo spettacolo offerto era meravigliosamente animato; ma per poterne dare
una qualche idea debbo rifarmi un po' più da lontano.
Venezia è divisa dal Canal Grande in due parti principali, unite fra loro dal solo ponte di Rialto; si è però provveduto anche ad altri
modi di comunicazione, assicurati da barche aperte in punti di traghetto prestabiliti. Talché oggi era molto bello vedere come le
donne, ben vestite ma con un velo nero in capo, si facevano trasportare a folti gruppi fino alla chiesa dell'arcangelo festeggiato. Scesi
dal ponte e mi diressi verso uno di quei traghetti, per poter osservare da vicino quelli che sbarcavano. Ho trovato parecchi bei volti e
belle figure. Poi, sentendomi stanco, abbandonai le strette viuzze per sedermi in una gondola, e desideroso di concedermi uno
spettacolo del tutto opposto, passando per la parte settentrionale del Canal Grande e girando intorno all'isola di S. Chiara, mi feci
portare fino alla laguna, poi, percorrendo il canale della Giudecca, fin quasi a piazza S. Marco; e già mi sentivo di colpo padrone
anch'io del mare Adriatico, come si sente ogni veneziano quando sale sulla sua gondola. Pensavo intanto al mio povero e caro padre,
che non si stancava mai di raccontare queste cose. Non accadrà lo stesso anche a me? Tutto ciò che mi circonda è pieno di nobiltà, è
l'opera grande e rispettabile d'una forza umana concorde, il monumento magnifico non già d'un sovrano, ma d'un popolo. E pur se
queste lagune si colmano via via, e dalle paludi salgono perfidi miasmi, se il commercio langue e la potenza della Repubblica
declina, nondimeno la sua struttura grandiosa e il suo carattere non cesseranno un istante di apparire all'osservatore degni di
venerazione. Come tutto ciò ch'è provvisto di esistenza sensibile, anch'essa soggiace al tempo
A Teatro, 4 ottobre 1786
Ieri fui alla commedia del teatro S. Luca, che mi ha molto divertito; ho veduto una recita estemporanea di maschere, piena di
spontaneità, d'energia e di bravura. Certo non valgono tutti allo stesso modo: il Pantalone è bravissimo, una delle donne, forte e ben
messa, non è niente di straordinario come attrice, ma ha una dizione eccellente e sa stare in scena. Soggetto stravagante, simile a
quello che si dà da noi col titolo Der Verschlag (Lo sgabuzzino). Ce n'è per tre ore di divertimento, tra i voltafaccia più incredibili.
Ma anche qui, una volta di più, il popolo è la base su cui poggia ogni cosa; il pubblico partecipa allo spettacolo e la folla si fonde in
un sol tutto con la rappresentazione. Per l'intero giorno, sulle piazze e sulle rive, nelle gondole e nel palazzo, compratori e venditori,
mendicanti, barcaioli, comari, avvocati e loro avversari, ognuno non fa che muoversi, trafficare, armeggiare: parlano e spergiurano,
gridano e offrono merci, cantano e suonano, imprecano e fanno chiasso; e la sera vanno a teatro e ascoltano la loro vita del giorno,
artificialmente ricostruita, riprodotta in veste più seducente, arricchita d'invenzioni, straniata dal vero per mezzo delle maschere,
simile al vero negli usi e nei costumi; e nei costumi; e ne godono infantilmente, gridano di rimando, applaudono e schiamazzano. Dal
giorno alla notte, anzi da una mezzanotte all'altra, è sempre lo stesso. Debbo aggiungere che raramente ho visto recitare con maggior
naturalezza di quelle maschere; a tanto si può arrivare solo con un temperamento eccezionalmente felice, unito a un lungo esercizio.
Mentre sto scrivendo, fanno un baccano indiavolato sul canale sotto la mia finestra, e mezzanotte è già passata. Ci sia o non ci sia
motivo, hanno sempre di che questionare.
J.-J. de Lalande
da Voyage d'un Français en Italie, fait dans les années 1765 et 1766
Vittorio Amedeo II ha maggiormente contribuito a questa grande regolarità, che fa di Torino una delle più belle città d’Italia. […] La
strada di Dora Grossa è lunga più di 500 tese e l’hanno resa ancora più bella, dritta e regolare, in occasione del matrimonio di
Monsieur il Principe di Piemonte. Sono state abbattute tutte le case che non avevano l’altezza e la dignità di quelle costruite sotto
Carlo Emanuele, in modo che ci sono poche strade in Europa che esserle possono paragonate; è possibile constatarlo dal tracciato,
dalla regolarità della città e dal piacere che ne deriva; sotto questo aspetto, Torino è la più bella città che si possa vedere.
La via del Po è una delle più belle strade che ci sia al mondo: è diritta, ampia, uniforme, di un’architettura semplice e nobile, ornata
da 2 file di portici coperti, cosa estremamente utile per il commercio, gli affari, la salute, la passeggiata, il diletto. L’unico
inconveniente è che attraversa obliquamente tutte le vie del quartiere, che peraltro sono regolari e parallele fra di loro. Con grande
piacere ho ritrovato a Bologna e a Padova dei portici simili e vorrei che fossero adottati da noi; ma non ne esistono affatto di così
adorni e di così belli come quelli di Torino.
La piazza san Carlo, o piazza d’armi, è molto vicina a quella di Carignano e divide al centro la Contrada Nuova che è di fronte al
Palazzo (Reale); questa piazza, senza escludere quella del castello, è la più bella di Torino e forse la più bella che ci sia in Europa per
le dimensioni, per la grandiosità e per l’uguaglianza delle costruzioni. […]
A Torino ci sono 4 belle porte, situate verso le 4 regioni del mondo: porta palazzo, porta di Po, porta Nuova, porta Susina. Le prime
3, soprattutto la porta del Po che è la più rilevante di tutte, sono decorate da facciate in marmo, con colonne, ornamenti, iscrizioni.
Il Teatro (Regio) di Torino, costruito nel 1740, è il più importante che ci sia in Italia, ad eccezione del Gran Teatro di Parma, che da
molto tempo non funziona. Quello di Torino, al contrario, è il teatro abituale delle grandi opere della corte ed è vicino al palazzo del
re, da dove vi si arriva a piedi da una lunga galleria che merita di essere visitata. [...] Questo teatro è il più studiato, il meglio
composto, il più completo che c’è in Italia; è il più riccamente e nobilmente decorato fra quelli moderni ed è servito da modello per il
teatro di Napoli e per diversi altri che si sono costruiti successivamente. […]
Gli abitanti di Torino hanno un po’ della gaiezza francese e sono più gioviali di quelli del resto d’Italia. Scaligero testimoniava a loro
favore, terra ferax, gens laeta hilaris. I Piemontesi sono laboriosi ed industriosi; non li ho trovati affatto, sebbene ne parli Monsieur
Rolland, sospettosi, violenti, vendicativi e pericolosi. Ma gli avevano assicurato che c’erano anni in cui, negli Stati del R e di
Sardegna, venivano uccise a coltellate anche otto o novecento persone. Nel 1760 Milord Malbourough, durante gli otto mesi che
trascorse a Torino, perse ottomila luigi al faraone (gioco d’azzardo) e si dice che si lasciava abbindolare da uno dei giuocatori. Forse
a episodi simili si riferisce Monsieur l’abate Richard, quando racconta che il re consigliava a un ambasciatore appassionato di gioco
di non fidarsi dei Piemontesi perché erano molto astuti. [...] Talvolta gli Inglesi si lamentano del Piemonte perché è qui che,
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giungendo in Italia, fanno il loro apprendistato. È però impossibile che delle persone così ricche, e che passano per esserlo ancora di
più, non siano abbindolate in un paese dove arrivano la prima volta. [...] Del resto i Piemontesi passano, anche in Italia, p er essere
acuti e scaltri; ma non sono né più interessati, né più ingannatori degli altri. […]
Non c’è affatto tanto lusso a Torino né depravazione di costumi quanto nelle altre città italiane. Il re vi veglia come un padre nella sua
famiglia: la casa reale dà l’esempio e non si vede nessuno intrattenere le attrici e dare pessimi esempi di comportamento; il re va a
spasso a piedi con la più grande semplicità. D’altro canto, la nobiltà, almeno in generale, non è ricca; [...] così non vi si può trovare
quell’estrema disuguaglianza che comporta notevoli disordini. […]
La lingua francese e quella italiana sono quasi ugualmente note alla corte di Torino e nella buona società. Nel popolo non si sente
quasi né l’una né l’altra: il piemontese è un dialetto della lingua italiana, ma completamente imbastardito e del quale ci si burla
persino a Torino; tuttavia uno straniero fa molta fatica a evitarlo: mi è capitato di pregare, senza riuscirvi, delle persone del popolo di
parlarmi in italiano. […]
La Farmacia Pubblica, sistemata anch’essa in questo palazzo (ovvero Palazzo Civico), è una delle istituzioni che meritano di essere
proposte alle nazioni che non la conoscono; è stata fondata nel 1600. Ai poveri si offrono gratuitamente i medicinali di cui hanno
bisogno; 10 medici e 9 chirurghi sono stipendiati per visitare i malati e medicarli gratuitamente. Il Regio Spedale della Carità è un
ospedale situato nei pressi della porta del Po, ad oriente della città. [...] In questa casa i poveri mendicanti vengono nutriti, mantenuti
d impiegati nella lavorazione della lana. [...] Tutte le domeniche si fa una grande distribuzione di pane per povere famiglie di operai e
per altri indigenti; le ragazze che lasciano l’ospedale hanno anche una giusta dote. [...] Lo Spedale di Torino comprende anche una
particolare fondazione chiamata Opera Bogetta perché istituita da un banchiere torinese di nome Bogetto; è un ospedale per gli
incurabili. […]
Come tutte le città d’Italia Torino è provvista di acque e di abbondanti fontane. L’acquedotto, realizzato da Emanuele Filiberto nel
1573 e restaurato da Carlo Emanuele III, proviene dalla Dora che passa a una mezza lega da Torino; attraversa i fossi e i bastioni
della porta di Susa vicino alla quale c’è il punto di divisione; l’acqua si riversa in tutte le strade per pulirle, per servire in caso
d’incendio e per innaffiare i giardini. L’altro serbatoio di acqua, vicino alla porta di Susa a occidente della città, è utilizzato in modo
particolare per togliere la neve d’inverno: dapprima si trattengono le acque in forma di lago che si ingrossa gettandovi la neve;
quando è abbastanza grosso, lo si lascia andare per tutta la città; ognuno ha cura di spingere la neve nei rigagnoli e si forma un
torrente, le cui dimensioni vanno sempre aumentando e che si riversa nel Po: in 2 ore la città è completamente pulita. All’inizio del
1784 si sarebbe proprio desiderato di avere a Parigi una simile risorsa, per liberarsi della neve che ha riempito le strade per più di 40
giorni.
G. G. Byron
da Childe Harold's Pilgrimage
Canto IV
LXXVIII
Oh Rome! my country! city of the soul!
The orphans of the heart must turn to thee,
Lone mother of dead empires! and control
In their shut breasts their petty misery.
What are our woes and sufferance? Come and see
The cypress, hear the owl, and plod your way
O'er steps of broken thrones and temples, Ye!
Whose agonies are evils of day -A world is at our feet as fragile as our clay.
LXXIX
The Niobe of nations! there she stands,
Childless and crownless, in her voiceless woe;
An empty urn within her wither'd hands,
Whose holy dust was scatter'd long ago;
The Scipios' tomb contains no ashes now;
The very sepulchres lie tenantless
Of their heroic dwellers: dost thou flow,
Old Tiber! through a marble wilderness?
Rise, with thy yellow waves, and mantle her distress.
T. Jefferson
da Memorandums taken on a journey from Paris into the southern parts of France and Northern Italy, in the year 1787
19 April: Settimo. Chivasco. Ciliano. S. Germano. Vercelli.
The country continues plain and rich, the soil black. […]
20 April: Vercelli, Novara, Buffalora, Sedriano, and Milan (Albergo Reale).
From Vercelli to Novara the fields are all in rice, and now mostly under water. […]
23 April: Leaves Milan. Casino. Rozzano.
It is supposed [Parmesan cheese] was formerly made at Parma, and took its name thence, but none is made there now. It is made thro
all the country extending from Milan 150 miles. […] The ice-houses at Rozzano are dug about 15.f. deep, and 20.f. diameter and
poles are driven down all round. […]
Binasco. Pavia.
Near Cassino the rice ponds begin and continue to within 5 miles of Pavia, the whole ground being in rice, pasture, and willows. […]
They gave me green peas at Pavia.
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