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Dal libro : “CARO INSEGNANTE” di VITTORINO ANDREOLI (terzo

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Dal libro : “CARO INSEGNANTE” di VITTORINO ANDREOLI (terzo
Dal libro : “CARO INSEGNANTE” di VITTORINO ANDREOLI
(terzo stralcio)
……………………. Voglio solo formulare alcune domande che la famiglia dovrebbe porsi sostituendole
a quelle sulla matematica o sulla storia.
Dovrebbe chiedersi quali sono i desideri di quel figliolo,
quale rapporto ha stabilito con i compagni e, in particolare,
come egli viva la relazione dentro il gruppo dei pari età. Dovrebbe ancora domandarsi come egli
percepisca i propri genitori, se all'interno di un rapporto affettivo o se non siano ridotti a cerberi
con cui doversi confrontare attraverso menzogne. Chiedersi se egli non sia giunto ad applicare la
strategia del doppio binario o della doppia vita, per cui ogni cosa ha una versione a casa, una diversa
fuori di casa e magari una terza a scuola. Uno sdoppiamento o una triplicazione di comportamenti per
adeguarsi alle situazioni differenti.
Tutto questo viene ignorato mentre padre e madre diventano una succursale della scuola e i
temi familiari sono sostituiti dalle guerre puniche o dal secondo principio della termodinamica che
pone in serio pericolo la promozione in fisica.
Credimi, non se ne può più di giudizi scolastici che passano poi dentro la famiglia e la fanno
sentire a sua volta giudicata dalla scuola, come se il problema la riguardasse direttamente, e così
tutto gira attorno alla scuola del giudizio, dell'invasione.
Voglio essere chiaro: niente giudizio, niente compiti a casa. E non deve sembrarti una presa
di posizione utopica e magari rivoluzionaria, semplicemente è coerente con un passaggio di
prospettiva dal singolo alla classe come centro del tuo lavoro e dal limitarsi a inculcare la tua materia
all'insegnare invece a vivere attraverso gli strumenti propri della scuola in cooperazione con altri
istituti, la famiglia in primis.
Adesso però per simmetria devo accennare alle interferenze che la famiglia esercita sulla scuola
e sono altrettanto pedanti e guidate dal successo parziale o mancato del proprio figlio, in quella
scuola, dentro quella classe. Se ottiene un giudizio eccellente, la famiglia non cercherà alcun contatto
con la scuola: si limiterà a recitare ovunque il merito del figlio che è anche merito della famiglia che
trasmette l 'amore della cultura e il senso del dovere. Se invece il giudizio è negativo o insoddisfacente,
allora il legame famiglia-scuola si attiva e gli incontri tra gli insegnanti e i familiari mostrano il dissenso
per come è valutato il ragazzo: seguendo strategie diverse.
La strategia di attacco è di solito messa in atto dalle famiglie borghesi, con buon livello
economico: gli insegnanti sono visti come persecutori dei figli.
La strategia del lamento è propria di famiglie economicamente emergenti che vedono
nella scuola la pedana per il riscatto sociale del figlio: riconoscono che non ha reso, ma che è
necessario considerare la sua salute fragile, a cui si aggiunge sullo sfondo il soffio al cuore del padre o
una nonna moribonda. Fanno promesse di recupero e si sostituiscono al figlio come se fosse lui ad
avere deciso di vivere da trappista da quell'incontro in poi.
La terza strategia è quella della famiglia che non è attenta alla scuola e che anzi considera il
periodo dell’insegnamento dell'obbligo come una disgrazia poiché impedisce di utilizzare il figlio per
raggranellare in qualsiasi modo qualche euro migliorando così il basso tenore di vita. Una famiglia in
cui il figlio è ridotto a possibile forza di guadagno e, anche se è poco, è sempre molto rispetto al nulla
e alla perdita di tempo a scuola.
La quarta strategia non esiste, mentre dovrebbe essere la sola accettabile. Mi riferisco alla
famiglia che incontra gli insegnanti per parlare con loro del piano educativo, per ipotizzare una
collaborazione su alcuni temi in cui la famiglia fatica a ottenere dei risultati, mentre forse con
l'ausilio della scuola le cose potrebbero andare meglio. Un incontro per valutare la percezione che il
figlio ha dell'autorità; per considerare la sua introversione o l'eccessivo bisogno di protagonismo;
per individuare quei punti in cui sarebbe bene coordinare l'azione educativa, poiché i limiti che un
insegnante può intravedere riguardano gli affetti su cui la famiglia ha strumenti più efficaci,
mentre la scuola può facilitare la soluzione di difficoltà che si manifestano a casa.
L'insegnante deve svolgere il proprio impegno dentro la scuola, il padre e la madre
dentro la famiglia, e tutti si devono incontrare per mettere a punto strategie e piccoli interventi
che aiutino il processo globale dell'educazione.
Credo che siano utili i Consigli di classe dei docenti, perché si possono raccogliere e scambiare
osservazioni da punti di vista differenti e si possono fare paragoni tra il comportamento del singolo e
della classe nei confronti di questo o quell'insegnante.
Una collaborazione aperta permetterebbe di coordinare gli interventi che sono sempre diretti
a insegnare a vivere, il che prevede il rispetto delle regole, la percezione del gruppo come unità e
come solo elemento sottoposto a giudizio.
Ma ora voglio rientrare dentro la classe per esprimere il mio parere sui tuoi alunni, o meglio su
alcune caratteristiche che li evidenziano rispetto agli alunni che magari avevi solo qualche anno fa.
LA FRAGILITA'
Mai come in questo momento storico i tradimenti sono una condizione vissuta da tutti.
Si sono moltiplicati: il tradimento dell'amicizia, dell'amore, del segreto.
Si è presi dalla paura di essere stati giocati, sottovalutati, e allora ci si chiude in se stessi, si avverte
la propria incapacità a vivere, ci si sente soli e nella solitudine appare la morte,...
La percezione del futuro che ti permette di pensare a una vita diversa da come ti appare
adesso, mentre sei in preda al panico e alla delusione per un legame che si è frantumato e non
sembra ricomponibile.
Risulta impossibile far capire che persino una delusione che provoca dolore si allontana e si
trasforma poi in un nodo che tiene ancora più uniti.
La fragilità è il vero personaggio che tu, insegnante, incontri ogni giorno dentro i
tuoi allievi, certo in maniera più o meno intensa e con manifestazioni che sono variamente
mascherate, ma sostanzialmente le stesse.
E questa fragilità riguarda i legami dentro la classe ma anche quelli al di fuori, che sono molti e
complicati e per questo la classe risente del mondo esterno che vi entra dentro, mentre dalla
classe si portano a casa le difficoltà a vivere i sentimenti tra alunni e con gli insegnanti.
La frammentazione: è una caratteristica molto diffusa e riguarda la ragione.
Una mente frammentata procede a pezzetti, come se il tempo fosse fatto di tanti attimi separati
e in una successione qualsiasi, senza legami stretti, magari semplici associazioni, per assonanza, per
strane relazioni simboliche, ma anche del tutto casuali.
È morta la consecutio temporum, il rapporto di causa ed effetto, di ragione
sufficiente: leggi del pensiero che fanno parte della archeologia della mente. Ora domina il
frammento e del resto tutto lo richiama. La comunicazione per Sms è frammentata, le storie alla
televisione sono ritmate sulla pubblicità, tutto viene interrotto dagli spot e gli spot sono pillole
di sapere che durano venti-trenta secondi.
Un frammento contiene un suggerimento senza darne alcuna giustificazione,
domina la suggestione che è una delle regole della manipolazione comunicativa. Uno spot ordina di
fare una cosa senza dare una prova della validità di quel consiglio, ma semplicemente
affascinando, colpendo l'emotività fino a diventare un'ossessione, un ritorno automatico nella
mente.
Tu sai quanto sia difficile oggi spiegare la storia, oppure fare discorsi che procedano
con un periodare complesso. Tutto è diventato breve. Frammenti slegati, senza una relazione, a
meno di non inventare tutto e quindi di formulare una interpretazione che risente del momento
e quindi di infinite possibilità. Il frammento del periodare. Il frammento nel racconto, la
incapacità a gioire di una storia complicata, ricca di personaggi e di eventi. Impossibile raccontarla,
si deve semmai esser aiutati dalle immagini, da scene che si presentano senza simboli verbali e
senza struttura linguistica.
Ma anche le immagini vengono rotte. Il frammento attiva le emozioni e quindi si riduce a uno
stimolo a cui si danno risposte automatiche come fa una macchinetta robotica. Si impone il sapere a
quiz, con una domanda e quattro opzioni di risposta, entro un gioco di probabilità in cui la capacità
diventa un esercizio che non impone di capire. …
Il sapere delle mani
La mente dei tuoi allievi è un frammento continuo e il suo funzionamento è quello di un
caleidoscopio in cui si intravedono figure dal significato indefinibile.
Il sapere delle mani, non del cervello; ha infatti del prodigioso vedere i tuoi allievi
davanti a un computer mentre premono tasti, riducendo tutto a una sola funzione mentale, al
cliccare sul sì oppure sul no. E in questo modo, azionando la «macchinetta», hanno l'impressione
non solo di sapere, ma di poter raggiungere tutto il sapere.
Ecco perché la scuola deve mostrare la propria diversità: il pensiero complesso e sequenziale, i
risultati della meditazione e non del premere un bottone in una meccanica dove pensare
significa schiacciare velocemente un tasto.
L'ho già detto, io non demonizzo questi strumenti, sono spaventato quando sono portati
a modello del sapere, come sostituti del cervello ….
Avrai notato che nei tuoi allievi le frasi si accorciano sempre più. Le più complete hanno soggetto,
verbo e complemento oggetto...
Mi sono occupato a lungo del linguaggio schizofrenico e tu sai che appartiene a quella malattia che
si accentra sulla dissociazione, dunque sulla perdita della propria identità che sovente si sdoppia e,
come conseguenza, lo schizofrenico perde la possibilità di stabilire un rapporto coerente con la realtà.
L'emissione di suoni è legata da assonanze che non hanno nulla a che vedere con la semantica né
con la sintassi, ma costituiscono una specie di «insalata di parole». Ricorda molto il comportamento
verbale dei ragazzi d'oggi. Un linguaggio emotivo, spesso ritmico, che rimanda a molti generi della
musica contemporanea, piena di fascino.
Il rap
Il rap è la rappresentazione artistica della schizofrenia. Non pensare che mi erga a
giudice del mondo,semmai mi limito con un po' di sorpresa a descriverlo e a mostrarlo a te che fai
scuola e devi insegnare a vivere, e certo non ti basta un frammento d'uomo, e non puoi usare il
linguaggio rap che attiva emozioni, ma non serve alla comprensione logica e senza la ragione, molte
funzioni sociali sarebbero pure illusioni.
l'Estetica
Gli estetismi: i tuoi allievi sono prima di tutto degli oggetti estetici che vedono il
mondo bello o brutto, carino o irritante, simpatico o antipatico, grazioso o orribile.
Una estetica priva di qualsiasi contenuto e ridotta a pure sensazioni, piacevoli o sgradevoli.
Segue le regole della pubblicità che devono indicare il bello di ciò che si vende e il brutto di ciò che
non bisogna comperare.
Una persona è bella, ha un bel seno, gambe stupende, addominali da atleta: tutto entra
in questa estetica del frammento, vuota poiché non ammette alcuna giustificazione se non il « mi
piace». Un soggettivismo mascherato poiché si predilige come bello ciò che è stato decretato bello da
un potere che mercanteggia oggetti...
Anche tu, insegnante, sei bello o brutto, elegante o trasandato, un oggetto piacevole o
semplicemente orrendo. E se sei grasso, allora sei un caso patologico e non puoi che essere un nulla,
un obbrobrio. Sto parlando di componenti mentali che dunque prevedono variazioni di quantità, di
modo, ma che sono, questa è la mia convinzione, parametri propri del tempo presente e dunque anche
dei tuoi allievi...
Questa dimensione è influenzata dalla televisione, fatta per vendere spettatori alle aziende che
pubblicizzano prodotti.
E mentre si continua a discutere se la violenza rappresentata faccia male o serva a liberare la
violenza dentro di noi, si seguita a rappresentare, in modo colorato e con regie di gran successo, la
stupidità. Gli operatori televisivi sono operatori della stupidità e i più pericolosi sono coloro che credono
di fare cultura, cicisbei del potere becero.
La scuola non può ignorare questo strumento che domina nelle case, che ha preso il ruolo del
capo famiglia, l'unico in grado di far star zitti tutti.
Gli insegnanti devono correggere un costume dominante, che ha un grande effetto
proprio per la ricchezza comunicativa del mezzo, a confronto di quanto accade in un'aula scolastica
tra mura scrostate e bianche, senza alcun abbellimento se non un crocefisso che richiama sempre il
venerdì santo.
EROI DEL NULLA
L'eroe è un debole che tenta di essere qualcuno e suscita tanta tristezza
perché non permette che tutti diventino dei piccoli protagonisti
Eroi del nulla: l'eroe è un personaggio che si impone compiendo gesta viste o riconosciute da
chi ne attesta l'eroicità.
Tutti hanno paura di condurre una vita ordinaria, di non emergere, di non aver
nulla di interessante da dire o da esibire, e allora lo ricercano nell'azione eclatante, nell'evento.
Sovente, mancando del coraggio dell'azione singola, si mettono dentro un piccolo gruppo di
arditi che si fa anonimo sul piano della responsabilità.
L'eroe del nulla, a differenza dell'eroe greco, non compie un gesto che vinca un nemico comune
oppure salvi la vita di qualcuno. È un eroe-narciso che agisce per mostrarsi, senza che
l'azione abbia alcun senso se non di accendere su di sé un po' di luci dopo tanto
buio. Talora il teatro del gesto è la classe o la scuola e allora si può compiere l'azione che magari altri
hanno immaginato, ma solo lui ha avuto il coraggio di realizzare, e così brucia il registro del
professore di lettere, oppure fa scherzi di cattivo gusto a un compagno, magari quello celebrato dalle
classifiche del profitto. ...
Carissimo, sono i tuoi allievi. Sono quelli che vivono in classe da frustrati, i frustrati del
giudizio, e che poi diventano primi nella corsa a far l'eroe e magari primi anche a morire di
stupidità.
Non dimenticare questa caratteristica, e parla loro degli eroi, racconta che l'eroe è un
debole che tenta di essere qualcuno e finisce per diventare un nessuno che suscita
tristezza.
Forse è bene che tu insegni loro quanto Brecht pensava: una società di eroi è debole
perché non permette che tutti siano piccoli protagonisti, e allora educali a diventare
protagonisti nella società e a continuare a farlo nella classe dove ci si afferma essendo parte
attiva dentro un gruppo e per il gruppo, controllando narcisismo, voglia di sedurre, di
primeggiare e di farlo in maniera fuori norma.
Anche le ragazze sovente diventano eroine, mostrando di essere più grandi di quanto l'età
non attesti e compiendo cose che dimostrano una triste immaturità e persino un grande
infantilismo. Eroine che buttano via il proprio corpo, non solo prostituendolo senza saperlo,
ma anche attaccandovi ogni cosa, distruggendolo pensando di abbellirlo per poi, più avanti nel
tempo, non trovare più niente, solo macerie.
Bisogna insegnare ai tuoi allievi che la grandezza non sta nell'eroismo ma nel senso della
propria esistenza e quindi in ciò che si vuol progettare, ed ecco di nuovo il futuro, poiché
senza questa dimensione non c'è spazio per i progetti.
La scuola ha bisogno di proiettarsi lontano poiché una scuola dell'attimo presente è solo uno
spot pubblicitario, magari diverso ma sempre menzognero...
La voglia dello strano, dello strepitoso, dell'inatteso mette in ombra quella normalità che è
anche costruzione di una identità, di una personalità fatta di coerenza e di principi rispettati e
anzi difesi talora«eroicamente» con quell'eroismo che non ammette l'ingiustizia.
Oggi tutto spinge verso la flessibilità, il cambiamento, non solo degli affetti ma anche delle idee. E
la coerenza sembra rigidità, incapacità di vivere in un mondo che muta rapidamente. Come se le
metamorfosi fossero necessarie a vivere e non servisse più un volto come filo conduttore
dell'esistenza. Meglio le maschere che hanno colori diversi e nuovi a seconda delle stagioni e degli
stimoli a cui ci si deve adeguare per non essere dei perdenti e degli esclusi.
Insegna ai tuoi allievi l'importanza della identità perché non si perdano, non
smarriscano ogni riferimento stabile e la capacità di giudicare eticamente i
comportamenti e le azioni. Non il carino, ma l'onesto.
L'ETICA DELLA CIRCOSTANZA
L'etica della circostanza: per vivere occorrono strumenti di bordo che sappiano
guidare tra le difficoltà che ciascuno incontra nel mondo.
I principi possono essere diversi, ma non possono mancare. Bisogna rispettare la
nozione per cui certe cose si devono fare sempre e altre mai, in modo che ci si possa fondare su
certezze e imperativi. Senza questa base si giunge all'etica della circostanza per cui tutto è
possibile, una scelta oppure il suo esatto contrario, dipende solo da quando e da come...
L'etica serve a vivere e, se esiste una serie di principi che guidano il singolo, ancora più
importanti appaiono oggi quelli che regolano il comportamento di una intera comunità. Anche
in questo caso i principi potranno essere diversi da gruppo a gruppo, ma non mancare.
Questi semplici richiami non sono inutili proprio perché a me pare che la
società attuale abbia rinunciato a dare delle regole, a guidare e preferisca, nel nome di
una libertà male intesa, lasciar fare e quindi non instillare dei principi comportamentali. E senza
strumenti di bordo si lascia spazio solo alla paura, al non sapere cosa fare, il che equivale a compiere
qualsiasi atto senza mai percepire l'errore e nemmeno la correttezza di una scelta.
Non è possibile educare senza regole e non è nemmeno pensabile farlo quando il riferimento,
l'oggetto da educare, è un gruppo che senza regole finirebbe per entrare in conflitto ed elidersi.
Ebbene, ritengo che nella nostra società il vero aggressore sia la mancanza di regole e la
mancata educazione al loro rispetto.
Come vedi, io non provo nemmeno a dire quali regole, quelle che io ritengo preferibili,
affermo semplicemente che servono per vivere e che non è possibile immaginare una famiglia e una
scuola guidate dal «Fay ce que vouldras», il principio che Rabelais applica per la sua abbazia a
Thélème.
LE REGOLE DELL' EDUCAZIONE
Per questo le regole della educazione, che servono a vivere durante la fase della
crescita, devono avere carattere di sacralità e fondarsi su un'autorità che sa mostrarne
l'applicazione.
1 - Per poterle impartire, occorre coerenza e un comportamento da educatore che offra le
medesime risposte alle stesse situazioni: la prima regola dell'educazione è la costanza, la
coerenza e non serve a nulla essere oggi severi e domani permissivi. Ieri non si era capita la severità e
oggi non si riesce a comprendere la gratificazione e così il ragazzo si convince che non ci sono
regole, ma semplicemente una distribuzione casuale delle decisioni, indipendentemente da
come di fatto ci si è comportati.
2 - Un altro elemento che rientra nella coerenza è l'esempio: mostrare di applicare il o i
principi che si pretende siano seguiti dall'altro.
Nella coerenza è possibile educare, senza, nessun principio verrà mai trasmesso e mai
diventerà comportamento.
L'educare insomma non si riduce al predicare, e inoltre si sostanzia nel «tirare fuori» dal
proprio allievo e non nel riempirlo.
Sono sempre stato contrario ai sistemi rigidi, guidati da principi ossessivi, persino fanatici. Non ne
condivido nulla, ma certo non posso non notare che nella nostra società c'è la paura di richiedere e
di imporre regole e che quindi i nostri giovani corrono il rischio di non ricevere alcuna educazione,
ridotti a barche senza strumenti di bordo in un mare agitato e talora tempestoso.
Io sono aperto a discutere su cosa debba diventare regola - ma non sono disposto a discutere
la soppressione dei principi e il laisser faire.
IL SENSO DI COLPA
C'è una modalità, e una soltanto, per verificare se in una società esiste un
sistema di regole condivise e impartite nei sistemi di educazione: il senso di colpa.
Ebbene, te lo voglio dire subito: questo sentimento è sparito dalla nostra società e i suoi residui
vagano tra i peccati più diversi e strani.
Lo affermo con molta decisione poiché faccio parte di una categoria di professionisti che ha
lottato per distruggere questo sentimento. Gli «psico-cosi» hanno ritenuto, dentro il delirio dell'Io,
che nella terapia si dovesse essere guidati solo dalla eliminazione delle frustrazioni e quindi
anche degli obblighi, dei principi che il singolo potesse faticare a seguire. Nella logica del bien d
étre, ha preso imperio il principio di fare ciò che piace: fai quello che ti aggrada ed evita le imposizioni che sono fonte della tua infelicità e prima o poi dei sintomi di qualche malattia psichica.
Così abbiamo ammazzato il senso di colpa e, lasciami giocare con le parole, io per questo mi sento in colpa.
Si è notato che un residuo senso di colpa oggi lo si avverte nei confronti della dieta, quando
non ne seguiamo gli imperativi suggeriti da qualche dietologo. Non lo avvertiamo più se rubiamo,
se siamo infedeli, se non rispettiamo i diritti degli altri e persino se ammazziamo: una sensazione
titanica, da dèi.
LA VERGOGNA
Alla colpa si è sostituita la vergogna.
Permettimi allora di richiamarti semplicemente la differenza:
la colpa è il senso di malessere che uno prova di fronte a una azione compiuta,
mentre avrebbe voluto comportarsi diversamente.
Il confronto avviene tra un Io attuale che ha agito e un Io ideale che corrisponde a un dover
essere e quindi a un come ci si sarebbe dovuti comportare. Il confronto, come vedi, è dentro
ciascuno, tra l'essere e il dover essere che dice di quanto si è usciti da ciò che si doveva fare, e se
si doveva, naturalmente si poteva...
Il senso della vergogna è invece quel malessere che si prova quando un
comportamento viene disapprovato dall'altro, da uno esterno a te, che in qualche modo
svela e non approva ciò che tu hai combinato. Senza quell'incontro, quello specchio, non si sarebbe
attivato nulla. Uno ruba in un supermercato e ritiene soggettivamente di essere perfino abile e ne
prova piacere, ma poi viene fermato e scoperto e davanti a tutti prova vergogna e per questo
arrossisce: una espressione interessante poiché la cute si pone proprio al confine tra te e l'altro.
Manca invece della interiorità della colpa, della verifica tra lo attuale e lo ideale.
Io faccio l'elogio del senso di colpa: senza questo meccanismo non c'è etica e la colpa è anche
la guida per mostrare come si svolge un processo educativo.
Il senso di colpa è proprio delle società etiche, quello di vergogna è
caratteristico delle società della furbizia, come la nostra, in cui i più scaltri dominano,
raggiungono il potere, e mantengono il potere. E una società di furbi non genera molti educatori.
L'EDUCATORE UMILE
Voglio subito dirti che non penso che l'educatore debba essere perfetto, è possibile
educare anche da imperfetti. Imperfetti che ammettano l'errore, che facciano sempre
vedere il dover essere e certo anche la difficoltà di affermarlo nell' hic et nunc.
L'educatore è colui che ha una forte tensione verso un lo ideale, uno che rispetta le regole e i
principi educativi ed è esattamente l'opposto di chi invece guarda solo ai risultati e non
a come si sono ottenuti: così l'imbroglio diventa virtù.
L'educatore soffre nel constatare di aver deviato dai principi, non copre la colpa tra feste e
gozzoviglie, ma ne fa ammenda.
L'educazione è un affare da persone mortali e comuni, nessuno pretende un mondo di
insegnanti perfetti. È persino possibile che un padre debole sia un buon educatore, se
manifesta fedeltà nei propri principi anche quando si rammarica di non averli seguiti in quella
data circostanza e nel dispiacere che prova, dà forza al principio.
Devo ora richiamare un concetto che credo sia stato, almeno nella mia fanciullezza, usato
eccessivamente: il peccato.
Il senso di colpa è riconoscere di aver mancato, di aver peccato per usare un termine démodé,
edèunpunto di partenza per chiedere perdono e, dunque, pagare una pena....
Io rispetto enormemente i credo religiosi, cerco un Dio e mi do da fare per incontrarlo, ciò
non toglie che nella mia visione terrena ritenga l'uomo protagonista del bene e del male del mondo,
almeno del male che mi pare evitabile e che non va giustificato, ma semplicemente evitato...
Lo hai capito, non penso che tu insegnante debba essere perfetto per insegnare ai tuoi allievi
a vivere, ma certo devi sentire che cosa è il male, l'andar fuori dalle regole.
LE ASSENZE SCOLASTICHE
In questo contesto si dovrebbero considerare le assenze scolastiche. Sono convinto che si
ponga poca attenzione a questo comportamento.
Si evita la scuola poiché non attrae, anzi è considerata noiosa e sgradevole: un rifiuto consapevole.
Ci sono però le assenze psicosomatiche, quando si sposta malessere e frustrazione su qualche
organo che finisce per dolere o per non funzionare. Su di un organo si esprime in maniera
mascherata il bisogno di fuga.
Ci sono poi le assenze diplomatiche che trovano giustificazione nella strategia di sopravvivenza,
per poter mantenere un vantaggio conseguito fortunatamente e che in quel giorno potrebbe
annullarsi: quindi meglio non andare.
Talora si marina la scuola semplicemente per far compagnia a un amico che non ha voglia di
stare chiuso in un'aula.
Lo sai bene, ci sono assenze di tanti tipi. E poi alcune sono di un giorno ma altre sono lunghe e
talvolta sono vere e proprie fughe e vanno poste tra le dispersioni. Le fughe dalla scuola sono
altrettanto drammatiche di quelle da casa.
La scuola per lo più non ne soffre ed è come se considerasse la dispersione una fatalità che
comunque non la riguarda.
Credo che le assenze dovrebbero non solo essere analizzate quando si ripetono, ma persino
considerate uno stimolo per approfondire la situazione attuale dell'allievo, per valutare l'adesione
della famiglia alla frequentazione della scuola da parte del proprio figlio, il vissuto che egli ha nei
confronti dell'apprendere. Capirne il motivo potrebbe aiutare a comprendere le difficoltà dello stare a
scuola, di continuarla, di dedicarvisi. Il perché ci si possa sentire estranei o estraniati.
L'assenza come comportamento può svelare una difficoltà che, se chiarita,
potrebbe evitarla, ma soprattutto facilitare inserimenti più attivi dentro il gruppoclasse che magari si è fatto emarginante.
Del resto tu stesso sai che talora a scuola non ti senti a tuo agio, avverti forte ansia, la voglia di
andartene, e talora fai assenze che potrebbero rientrare nella identica
classificazione usata per i tuoi allievi. E la scuola finisce per diventare oggetto fobico dove è
impossibile stare, come se l'incontro tra te e quella classe fosse impossibile, generasse una intolleranza
che si manifesta con una grave sensazione di panico.
(continuerà con il 4° stralcio)
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