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Ponte sullo Stretto e mucche da mungere - Contra

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Ponte sullo Stretto e mucche da mungere - Contra
Ponte sullo Stretto
e mucche da mungere
Grandi infrastrutture, servizi pubblici e
bolle speculative
A cura di Luigi Sturniolo
Realizzato in collaborazione con la Rete No Ponte
terrelibere.org
Giugno 2009
2
Copyright
Questo testo è stampato su licenza Creative Commons
2.5 Attribuzione - Non commerciale - Non opere
derivate 2.5 Italia (creativecommons.org/licenses/by-ncnd/2.5/it/)
Copertina
http://www.flickr.com/photos/project404/2699044100 (Elaborazione digitale)
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Tipografia A&G di Lucia Amara
Via Agira 41, 95123 Catania
Edizioni terrelibere.org
3
COLLANA
PRAÇA DA ALEGRIA
4
Luigi Sturniolo è da sempre attivista nei movimenti
sociali. Negli ultimi anni è stato impegnato nelle lotte
contro la costruzione del Ponte sullo Stretto. Lavora
come bibliotecario presso la Biblioteca Regionale di
Messina
Terrelibere.org è una rivista elettronica che produce e
raccoglie dal 1999 inchieste e ricerche sui rapporti tra
Nord e Sud del Mondo, la mafia, le migrazioni, le
questioni di genere, l’economia e la disuguaglianza. Tutti
i materiali sono diffusi liberamente su licenza Creative
Commons. Dal 2009 diventa casa editrice.
5
A Giulio
6
Più psicologico che fisico, più spettacolo che lotta,
e redditizio come mai prima
Naomi Klein, Shock Economy
7
Indice
Introduzione 12
PPP, infrastrutture, speculazione 14
Le infrastrutture: la nuova frontiera 18
I contractor 23
La prossima bolla speculativa 27
Il caso del Ponte sullo Stretto di Messina 30
Le infrastrutture di prossimità 34
La Calabria nelle mani della francese Veolia 37
Il grande business privato – pubblico dell’acqua 37
Rifiuti d’oro 44
Campania, la privatizzazione del ciclo dei rifiuti 49
Emergenza permanente 51
La tecnologia c’è ma non si usa 53
Thor rimane a guardare 54
8
Incenerire e lucrare 56
La guerra, una questione privata 60
L’Afghanistan ed il sugo di pollo 61
Un milione di ettari 64
Mission aziendale 66
Una diga in Lesotho, un cinque stelle in Sudan 71
Disastro ambientale 74
La palla di Gheddafi 75
Il contesto ed il “dettaglio” Ponte 80
Le scommesse 82
La mutazione in senso speculativo 86
L’affaire Ponte 90
Bibliografia 93
9
Sintesi
Fino a poco tempo fa era il peggiore dei mali.
L’intervento pubblico in economia oggi è centrale sia
nella socializzazione delle perdite che nelle Partnership
Pubblico Privato: “grandi opere”, servizi di pubblica
utilità come acqua, gestione dei rifiuti, trasporti,
persino l’economia dei disastri e delle guerre
dall’Africa all’Afghanistan. Sono le “mucche da
mungere”, costruite o gestite con denaro pubblico o
garantito dallo Stato, ma pensate per portare profitto
ai privati con operazioni ad alto rischio ed inutili per
il territorio. Il Ponte sullo Stretto – esempio estremo
di questa strategia - può diventare un crack
finanziario, una bolla speculativa pagata da tutti i
cittadini.
Cosa hanno in comune il Ponte sullo Stretto, una
diga in Lesotho, la gestione dell’acqua in Calabria, i
cumuli di rifiuti nel centro di Napoli, le razioni di
pollo per i soldati in Afghanistan ed un hotel
extralusso a Kartoum con vista sulle capanne di
fango inondate dal Nilo?
Sono tutti casi-esempio di una nuova strategia,
l’economia basata sulle partnership tra pubblico e privato
che “mungono” attività senza rischio. Al primo soggetto
spettano i costi, al secondo i benefici. E’ l’economia delle
infrastrutture inutili, addirittura non volute ed imposte al
territorio. E’ l’economia dei disastri e delle guerre.
10
Dopo i sistemi basati sul welfare e sulla presenza dello
Stato, dopo la lunga fase delle privatizzazioni e del
liberismo – quando l’intervento pubblico in economia
diventa un tabù, e neanche i partiti di sinistra osano
citare Keynes - inizia l’era delle PPP (Partnership Pubblico
Privato), capaci di controllare il settore pubblico da
detentrici del capitale di ciò che viene costruito o gestito.
Aumenta il differenziale sociale, ovvero l’eterno scarto
tra il ricco ed il povero. Le residue risorse pubbliche
sono spostate a favore di contractor privati. Si generano
debiti che verranno trasferiti sulle generazioni a venire.
I “movimenti di protesta territoriali”, etichettati come
egoisti e retrogradi, hanno avuto la “lucida follia” di
comprendere il “grande inganno” delle politiche di
privatizzazione dei servizi e dei beni pubblici, di
pubblicizzazione del costo, di distruzione ambientale e
sociale, della shock economy che trae profitti dalle guerre e
dai disastri naturali.
Questo libro prova a raccontare una storia diversa.
Scheda dopo scheda, paese dopo paese, esempio dopo
esempio capiremo che la questione, in realtà, è una sola.
11
Introduzione
Il ragioniere Ugo Fantozzi, stanco delle partitelle
scapoli-ammogliati e delle altre attività ricreative
organizzate dalla mega-ditta, decide di passare le sue
serate a lume di lampada elettrica leggendo libri
sovversivi, proibiti e rivelatori. “Ma allora mi hanno
sempre preso per il culo!”, sbotta infine, dando una
manata sul librone e sollevando un cumulo di polvere.
Questo agile libro vorrebbe sortire un analogo effetto,
ovvero evidenziare il “grande inganno” delle politiche di
privatizzazione dei servizi e dei beni pubblici e di
pubblicizzazione del costo, di distruzione ambientale e
sociale. Vorrebbe raccontare la nuova shock economy che
trae profitti dalle guerre e dai disastri naturali. Vorrebbe
spiegare che le “grandi opere” non sono occasioni di
progresso ma nuove invenzioni per aumentare il
“differenziale sociale”, ovvero l’eterno scarto tra il ricco
ed il povero. Quest’ultimo, anziché aderire alle ragioni
del padrone o subire la propaganda di quella scatola
magica pervasiva ed efficacissima che si chiama
televisione, deve prendersi una pausa ed iniziare a
ragionare. E, tra le altre cose, comprendere che i vari
“movimenti di protesta territoriali”, etichettati come
egoisti e retrogradi, hanno invece avuto la “lucida follia”
di comprendere il giochetto: dopo la fase del pubblico,
dopo la fase del privato, arrivano le famigerate “PPP”,
ovvero i partenariati pubblico-privato che lucrano sui
bisogni sociali, costruiscono cattedrali nel deserto contro
12
la volontà del popolo e “mungono” le mucche di attività
economiche senza rischio.
In questo modo non esiste primo e terzo mondo: il
Ponte sullo Stretto, i rifiuti in Campania, l’acqua in
Calabria e persino una infrastruttura inutile in Lesotho o
addirittura un “cinque stelle” nel poverissimo Sudan
sono in grado di generare straordinari profitti al pari di
interventi analoghi nelle zone ricche; anzi, forse di più. Il
Medio Oriente o l’Africa sono terreni ideali per
l’economia della guerra (armamenti, basi, logistica) e della
ricostruzione (appalti, sicurezza). Purtroppo per gli
esterofili italiani, non potremo risolvere brevemente la
questione piangendo la nostra anomalia e sospirare agli
esempi che arrivano da oltreconfine. Le multinazionali
che citiamo sono francesi, spagnole, inglesi, tedesche. I
mostri della ricostruzione in zona di guerra sono
statunitensi. I conflitti d’interesse sono la norma, così
come le pratiche di corruzione. I crimini contro
l’ambiente e l’umanità commessi dalla prima potenza
mondiale non saranno giudicati da alcuna Procura.
Parliamo quindi di un problema squisitamente politico,
che non può essere affrontato con sguaiati appelli a
sanare l’anomalia nazionale, all’intervento della
magistratura, ad un ricambio generazionale. Occorre
invece togliersi l’etichetta di “popolo del no” e lavorare,
molto banalmente, per un intervento pubblico rivolto
alle esigenze della collettività ed alla salvaguardia dei beni
comuni. Servizi pubblici ed infrastrutture di prossimità.
Forza ragionier Fantozzi. Ora che ha capito, esca da
quella stanza…
13
PPP, infrastrutture, speculazione
Luigi Sturniolo
La crisi, nella sua dimensione globale, sta mutando i
contorni del vivere sociale e gli abitanti di questo pianeta
stanno imparando a fare i conti con le incognite dentro
le quali sono sprofondati. La bolla speculativa è un
passaggio del piano inclinato “critico” a cui le élite
politico-economiche hanno risposto attraverso la
dottrina neoliberista e i giochi di prestigio della finanza
creativa1.
Ad un tendenziale rallentamento della crescita
economica, sfociata nell’attuale recessione, ha
corrisposto, infatti, un esplosivo aumento degli
investimenti finanziari internazionali in percentuale dei
rispettivi PIL. Si è passati, ad esempio, negli USA dal
5,9% del PIL degli anni 1975-1979 al 145,2% del 2000,
1 Per una lettura di lungo periodo su tasso di profitto e
accumulazione vedi: Minqi Li, Feng Xiao e Andong Zhu. Long
wawes, institutional changes, and historical trends: a study of the longterm movement of the profit rate in the capitalist world economy in
Journal of World-Systems Research, 2007, XIII, 1, p. 33-54.
http://www.countdownnet.info/archivio/analisi/world_econ
omy/572.pdf.
14
mentre in Giappone nello stesso periodo si è passati dal
2,8% al 192,1% ed in Europa dal 4,6% al 175,3 %2.
Nello stesso periodo, attraverso il pensiero unico del
neoliberismo, venivano imposte forti compressioni
salariali, riduzione del welfare e si avviava il processo di
mercificazione di ambiti che nel passato erano stati
mantenuti separati da una logica di mercato. Si pensi al
processo di privatizzazione dell’acqua o alla
aziendalizzazione-privatizzazione dei servizi pubblici.
Al volgere del tornante odierno, però, ciò che nella fase
precedente veniva definito come il peggiore dei mali
(l’intervento pubblico, la mano dello Stato
nell’economia) riacquista centralità. Si parla nuovamente
di processi di nazionalizzazione ed allo Stato compete il
ruolo di attore primario nella rimessa in moto
dell’economia.
In realtà, lungi dall’avviare una politica di
redistribuzione delle risorse, che avrebbe quantomeno il
significato di alleviare la condizione di precarietà, nella
quale via via sempre più ampi strati sociali vengono a
2 Giussani, Paolo. La crisi dell’economia. Milano, 2002,
http://www.countdownnet.info/archivio/analisi/world_econ
omy/arcanoglobale.pdf.
15
trovarsi, viene praticata la più grossa socializzazione delle
perdite private mai vista.
Esemplare, da questo punto di vista, è il salvataggio, da
parte del Tesoro americano, di Fannie Mae e Freddie
Mac, i due maggiori istituti finanziari specializzati nel
settore immobiliare, coinvolti nella bolla speculativa dei
mutui subprime. Stesso significato ha la necessità espressa
dal Fondo Monetario Internazionale di creare delle “Bad
Bank” su cui far confluire l'enorme massa di titoli tossici
ancora in circolazione.
“Gli Stati Uniti hanno 10 mila miliardi di dollari di
debito pubblico, mille dei quali cumulati nell’ultimo
anno. I pacchetti congiunturali previsti, che molti
osservatori definiscono insufficienti, valgono duemila
miliardi di dollari, metà di quello che è costato - a prezzi
odierni - l’intervento americano nella seconda guerra
mondiale”, afferma Romano Baer, responsabile gestione
patrimoniale e analisi finanziaria della Banca di Stato del
Canton Ticino3, in una intervista per Ticino Management.
Nell’articolo citato vengono segnalati i rischi di un
eccessivo ricorso all’emissione di bond di Stato che
determinerebbe un loro graduale deprezzamento ed un
forte aggravamento del debito pubblico (per gli Stati
Pattono, Alberto. 2010: fuga dai bond in Ticino Management,
XXI, 3, marzo 2009.
3
16
Uniti pari ad un aumento del 10%). Va, peraltro,
segnalato che secondo il FMI sarebbe di 4000 miliardi di
dollari l’ammontare dei titoli tossici posseduti dalle
banche4, dando ragione a chi, provocatoriamente,
sostiene che non basterebbe tutto il denaro del mondo a
sanare la crisi.
E’ da rilevare, ancora, nell’ambito delle valutazioni
sulla sostenibilità dei titoli obbligazionari, così centrali
per il finanziamento delle grandi infrastrutture, che il
piano di ristrutturazione di una parte del debito di
General Motors (pari a 27 miliardi di dollari) prevede la
conversione di bond in azioni5. La trasformazione dei
titoli di risparmio in capitale di rischio sarebbe la
condizione posta dalla società ai propri obbligazionisti
per evitare la bancarotta.
Dentro questo scenario le politiche di rilancio delle
grandi opere e delle infrastrutture, agite attraverso il
partenariato pubblico-privato, assurgono ad un ruolo
fondamentale in quanto cercano di bypassare la crisi
4 International Monetary Fund. Global Financial Stability
Report, Washington DC, aprile 2009.
http://www.imf.org/external/pubs/ft/gfsr/2009/01/pdf/tex
t.pdf.
Ferrari, Arianna. GM ristruttura 27 miliardi di debito, converte
bond in azioni, 27.04.2009 in www.milanofinanza.it.
5
17
attraverso il trasferimento di ingenti risorse dal pubblico
al privato e attraverso l’attivazione di nuovi meccanismi
finanziari che prospettano probabili future bolle
speculative.
Le infrastrutture: la nuova frontiera
Su “La Stampa” del 24 novembre 2008 Sandra Riccio6
condensava in un breve articolo un grande numero di
dati concernenti l’interesse dell’economia mondiale nei
confronti delle infrastrutture in tempo di crisi. Secondo
l’Ocse, 1,7 trilioni di dollari (il 2,5% del Pil mondiale)
verranno spesi annualmente per costruire e rinnovare
impianti ed opere pubbliche. L’investimento totale
dovrebbe arrivare a 53 trilioni di dollari entro il 2030. Tra
i soggetti privati, interessati a questo settore
d’investimento, l’articolo cita la Bank Julius Baer & Co e
il fondo Dws Invest Global Infrastructures che ha tra i
propri titoli la tedesca E.On, la spagnola Iberdrola e la
francese Vinci. A questi vanno aggiunti l’australiana
Macquarie Bank, seguita da Goldman Sachs, Ubs,
Deutsche Bank e Caisse de Dèpots. In Italia il primo ad
aver pensato ad un fondo per le infrastrutture è stato
Tommaso Padoa Schioppa, ministro dell’economia nel
Riccio, Sandra. Le infrastrutture diventano business in La
Stampa, 24.11.2008.
6
18
governo Prodi. L’articolo segnala, inoltre, gli Etf (fondi
che replicano il rendimento di un indice di mercato)
relativi alle più importanti società mondiali operanti nel
settore delle infrastrutture. Esempi di questi indici sono
gli Nmx30 Infrastructure Global (costituito dalle 30
maggiori società, a livello mondiale, nel campo del gas,
del petrolio, delle autostrade, dell’acqua) e Nmx
Infrastructure Europe (costituito dalle 16 società più
rappresentative dell’Europa centrale nel campo delle
autostrade, dell’acqua, delle reti energetiche e degli
aeroporti). Altri indici di riferimento sono il World Water
Index (che comprende 20 società operanti nel settore
dell’acqua) e il Macquarie Global Infrastructure 100 che
riunisce le cento azioni a maggiore capitalizzazione di
società attive nel comparto infrastrutture su scala globale.
A questo settore, cita ancora l’articolo7, manifesta
interesse Calpers, il più grosso fondo pensione
americano, che ha deciso di impegnarsi nel settore per il
3% del proprio patrimonio totale. A questo proposito il
3 aprile 2009 veniva annunciata l’intenzione di investire
nove miliardi di dollari nell’azienda di Stato del porto
della Virginia8.
7
Riccio, Sandra. Cit.
8 Christie, Jim. Calpers unit steams into U.S. port with $9 bln offer,
04.03.2009.
http://www.forbes.com/feeds/afx/2009/04/03/afx6254333.
html.
19
Il 20 marzo 2008 i governatori di New York,
Pennsylvania e California, Michael Bloomberg, Ed
Rendell e Arnold Schwarzenegger, leaders della lobby
creata dalla Rockefeller Foundation per stimolare gli
investimenti in infrastrutture, incontrano il nuovo
presidente degli Stati Uniti Barak Obama9.
Obiettivo dell’incontro è manifestare la necessità di
investimenti in opere pubbliche per 2,2 trilioni di dollari.
Il campo d’azione previsto è la costruzione e
l’adeguamento di strade, porti e aeroporti, l’energia, le
telecomunicazioni. Da notare come nella lettera al
Congresso, inviata da questa nuova coalizione, si tenga a
sottolineare che a parità d’investimento la capacità di
creazione di posti di lavoro è superiore per il
riammodernamento delle infrastrutture che per i nuovi
progetti, prevedendo questi impegni superiori in
progettazione ed espropri.
Il Build America Bonds Act of 2007 aveva già previsto il
finanziamento di strade, porti, ponti ecc. per 50 miliardi
di dollari. Il 3 aprile 2009 il “U.S. Treasury Department
office of public affaire” annuncia che sulla base
9 Building America’s Future meets with President Obama, 20 marzo
2009.
http://investininfrastructure.org/Websites/investininfrastruct
ure/Images/Newsroom/Press%20Releases/3%2020%2009%
20obama%20ICYMI.pdf.
20
dell’American Recovery and Reinvestment Act of 2009 ogni
Stato o amministrazione locale potrà emettere
obbligazioni per il finanziamento di opere pubbliche con
la garanzia che il governo federale coprirà gli interessi per
il 35%10. Il 22 aprile 2009 lo Stato di California emette
Build America Bonds per 6,9 miliardi di dollari11.
In Italia, il primo gennaio 2008 nasce BIIS (Banca
Infrastrutture Innovazione e Sviluppo), del Gruppo
Intesa Sanpaolo, specializzata in public finance. Si tratta
dell’integrazione di Banca Intesa Infrastrutture e
Sviluppo (nata nel 2006) e Banca Opi (attiva dal 2000).
La BIIS è la prima banca in Italia e una delle prime in
Europa ad occuparsi esclusivamente di opere pubbliche
e infrastrutture realizzate in partenariato pubblicoprivato. La nuova BIIS ha un patrimonio di un miliardo
di euro e, oltre ad erogare finanziamenti, in alcuni casi
partecipa al capitale di rischio acquistando quote
azionarie che rivende non appena vengono aperti i
10 U.S. Treasury Department, Office of public Affairs. Build
America Bonds and school bonds, 03.04.2009.
http://www.treas.gov/press/releases/docs/BuildAmericaand
SchoolConstructionBondsFactsheetFinal.pdf.
Cooke, Jeremy R. California Sells Record $6.9 Billion in Build
America Bond Deal, 22.04.2009.
http://www.sott.net/articles/show/182571-California-SellsRecord-6-9-Billion-in-Build-America-Bond-Deal.
11
21
cantieri. Tra i suoi interventi sono da citare l’autostrada
Brebemi12, la cartolarizzazione di crediti verso Asl,
l’emissione di obbligazioni per enti e imprese locali, il
finanziamento del termovalorizzatore di Parona Lo
Melina, ecc.13 La BIIS realizza nel 2008 un utile di 47
milioni di euro con un forte incremento dell’attività
rispetto a quello del 200714.
Tra gli impegni recenti di BIIS è da segnalare quello
relativo alla Pedemontana Lombarda, l'autostrada che
collegherà le province di Bergamo e Varese, della quale
ha acquisito il 26% del capitale e per la quale si occuperà
“dell’arranging del debito”, che arriva a circa 3 miliardi di
euro su un costo complessiva dell'opera di 4,7 miliardi15.
12
Milano – Bergamo – Brescia.
Battistuzzi, Andrea. Intesa fa il Biis sulle opere in Italia Oggi,
24.01.2008.
13
14 Intesa Sanpaolo: BIIS chiude 2008 con utile netto di 47 mln,
01.04.2009.
http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=20
0904011214051116&chkAgenzie=PMFNW.
15 Pedemontana, BIIS (Intesa Sanpaolo) arranger debito per 3 mld,
03.04.2009.
http://uk.reuters.com/article/motoringAutoNews/idUKL394
133120090403.
22
I contractor
Dentro il meccanismo di crisi globale del sistema
economico, il settore delle PPP (Partnership Public Private) ha avuto un buon incremento. I contractor
operanti nel settore che si occupa, appunto, della
costruzione di strade, ponti, ma anche basi militari,
dighe, progetti di ricostruzione in zone di guerra, hanno
la capacità di intervenire in diverse aree del pianeta e di
legarsi in cordate variamente modulate (solo per fare
degli esempi legati alle società interessate alla costruzione
del Ponte sullo Stretto: Impregilo16, che è il primo general
contractor italiano nel settore delle grandi opere, agisce nel
campo della costruzione di autostrade, ponti, dighe,
ospedali e nell’installazione di inceneritori, mentre
CMC17, oltre al settore delle costruzioni civili, è
interessata all’allargamento della base militare Dal Molin
16 Mangano, Antonello. Ponte, autostrada, inceneritori,
l’imbarazzante curriculum di Impregilo, 2008.
http://www.terrelibere.org/terrediconfine/3621-ponteautostrada-inceneritori-limbarazzante-curriculum-di-impregilo.
17 Mazzeo, Antonio. Quella cooperativa “rossa” che lega Sigonella al
Ponte e alla Tav, 2006.
http://www.terrelibere.org/terrediconfine/index.php?x=com
pleta&riga=01857.
23
a Vicenza ed opera da anni presso la base militare Usa di
Sigonella).
Aspetto fondamentale dell’attività di queste società è
nutrirsi dei flussi finanziari pubblici, attivati
contemporaneamente al taglio dei servizi di welfare
secondo uno schema che prevede, come giustificazione,
l’utilizzo di qualsiasi occasione di stress sociale, politico,
economico.
Da questo punto di vista è esplicativa la lettura della
transizione neo-liberista svolta da Naomi Klein.
Attraverso l’esempio dei processi di privatizzazione
effettuati in occasione dell’uragano Katrina possono
essere decodificati i provvedimenti presi in favore dei
grossi contractor globali nel corso delle mille emergenze
di cui si nutre l’attuale “shock economy” (l’emergenza
terrorismo, l’emergenza rifiuti, l’emergenza lavoro,
l’emergenza terremoto, ecc.)18. Secondo la Klein, questo
Dal punto di vista dell’emergenza terrorismo l’utilizzo
dell’11 settembre ai fini delle imprese belliche e delle
politiche securitarie assume un valore paradigmatico. Per
quanto concerne la critica alla tesi ufficiale sull’attentato alle
torri gemelle esiste ormai una pubblicistica molto estesa. Da
segnalare i film Inganno globale di Massimo Mazzucco e Zero,
regia di Franco Fracassi, basato su un’inchiesta di Giulietto
Chiesa, autore anche, con Gore Vidal et al. di Zero, perché la
versione ufficiale dell’11/9 è un falso, Casale Monferrato, Piemme,
2007. Per quanto riguarda i processi di privatizzazione
nell’ambito del Complesso Militare Industriale americano
18
24
processo ha portato ad una progressiva identificazione
tra interessi politici e aziendali, dando vita ad un sistema
a carattere corporativo, le cui caratteristiche principali
sono, appunto, gli enormi trasferimenti di beni pubblici
ai privati, accompagnati dall’esplosione del debito
pubblico e da una ulteriore divaricazione della forbice
ricchi-poveri19.
I dati a disposizione, relativi al 2007, ci dicono che i 225
global contractor più importanti hanno fatto affari per quasi
830 miliardi di dollari, con un incremento riguardo
all’anno precedente del 27,1%. Tra le società più
importanti figurano le italiane Impregilo (61°), Maire
Tecnimont (79°), Astaldi (110°) e CMC (175°)20.
Le quattro società italiane citate nel rapporto di ENR
(Engineering news-record) rilevano, poi, anche nei bilanci
2008 forti incrementi di attività. In particolare Maire
Tecnimont chiude con un utile netto di 117 milioni di
vedi: Pagliarone, Antonio. Contractors, Milano, Sedizioni,
2007.
19
Klein, Naomi. Shock economy, Milano, Rizzoli, 2007.
Reina, Peter e Tulacz, Gary. The top 225 international
contractors in ENR (Engineering new- record), 18.08.2008.
http://www.cmc.coop/img/articoli/504/p225internationalco
ntractors.pdf.
20
25
euro (con un incremento del 60% rispetto al 200721),
Impregilo con un utile di 167,6 milioni di euro (da 40,8
del 200722), la CMC dichiara, invece, un fatturato di 694
milioni di euro (con un incremento di 43,5 milioni
rispetto al 200723) e Astaldi un utile netto di 42,1 milioni
di euro (con un incremento del 10,5%24).
Maire Tecnimont. L’assemblea degli azionisti approva il bilancio
d’esercizio al 31 dicembre 2008, Roma, 27.04.2009.
http://www.mairetecnimont.it/pressrelease/comunicatistampa-2009/comunicato-stampa-n.09-27-04-2009l2019assemblea.
21
22 Impregilo. L’assemblea degli azionisti approva il bilancio al 31
dicembre 2008, Sesto San Giovanni, 29.04.2009.
http://www.impregilo.it/Impregiloist/index.cfm.
23 CMC Ravenna. Approvati il budget 2009 ed il piano 20092011, Ravenna, 02.03.2009.
http://www.cmc.coop/index.php?id_articolo=518&id_lingua
=1.
24 Astaldi. L’assemblea degli azionisti ha approvato il bilancio
dell’esercizio 2008, Roma, 24.04.2009.
http://www.astaldi.com/uploads/files/pdf_comunicati_stam
pa/2009/2009_04_24_assemblea_degli_azionisti.pdf.
26
La prossima bolla speculativa
Il 17 febbraio 2008 appare sul sito www.rense.com un
articolo di Bruce Marshall sul futuro presidente degli
Stati Uniti Barak Obama e sulla sua strategia di sviluppo
economico basata sulle infrastrutture25. Si tratta di un
documento che da quel momento comincerà a
rimbalzare a lungo sul web in quanto descrive il
meccanismo che a suo dire riprodurrà, attraverso il
finanziamento delle infrastrutture, quei meccanismi
speculativi che adesso sono di consapevolezza
relativamente diffusa e che hanno dato vita alla crisi
finanziaria in corso.
Ecco lo schema proposto da Marshall: attraverso una
banca dedicata al finanziamento delle opere pubbliche
verrebbero emesse obbligazioni che, acquistate sul libero
mercato per essere soggette ad operazioni speculative,
sarebbero “titolarizzate come derivati, scambiate ed in
definitiva utilizzate come garanzia collaterale per le
infrastrutture recentemente costruite. Assisteremmo così
all’emergere di una bolla speculativa sulle infrastrutture,
che andrebbe a sostituire la bolla speculativa sui mutui,
25 Marshall, Bruce. Soros, Brzezinski, Rohjatyn, Rudman Running
Obama, Barak Obama Fronts Wall Street's infrastructure swindle What Change Really Means, 17.02.2008.
http://www.rense.com/general80/sor.htm.
27
sostenuta all’inizio dalla spesa pubblica verso le
infrastrutture”. Attraverso questo tipo di operazione
verrebbe spalancata la porta della privatizzazione dei
beni pubblici e l’imposizione di tariffe “capestro” per gli
utenti dei servizi. Vettore di questo modello sono le PPP,
capaci a questo punto di controllare il settore pubblico in
quanto detentrici del capitale di ciò che viene costruito.
Marshall cita, inoltre, nel corso dell’articolo, un discorso
tenuto dal senatore Barak Obama nel quale il futuro
presidente degli Stati Uniti dichiarava che la “propria”
banca avrebbe trasformato 60 miliardi di investimenti in
trilioni di dollari. Evidentemente, aggiunge l’autore
dell’articolo, ciò può accadere solo per mezzo del
“perverso potere magico di Wall Street”.
L’intervista rilasciata da Franco Bassanini, ex ministro
del centrosinistra, oggi presidente della Cassa Depositi e
Prestiti, al Sole 24 ore del 12 aprile 2009 sembra
confermare le analisi di Marshall sui meccanismi di
finanziamento delle grandi infrastrutture26. Bassanini
dichiara che per far fronte alla carenza di risorse europee
la Cassa si farà promotrice della creazione dei fondi
Marguerite e InfraMed per stimolare investimenti in
un’ottica europea fino a 50 miliardi di euro. Il fondo
Marguerite emetterà, in particolare, obbligazioni
destinate al finanziamento delle infrastrutture. Con una
Busacchi, Isabella. Ue, due fondi Cdp contro il deficit
infrastrutturale in Il Sole 24 Ore, 12.04.2009.
26
28
dotazione di 1-1,5 miliardi, attraverso l’effetto-leva esso
potrà mobilitare decine di miliardi di euro. I Margueritebond saranno, così, un’alternativa all’emissione di titoli
di debito sovrano europeo, così come pensati da Delors,
prima, Prodi, successivamente, Tremonti, in ultimo.
Insomma, lo scenario descritto ci rimanda come ad un
ulteriore passaggio del processo di acquisizione della
ricchezza sociale da parte delle grosse corporation e delle
banche.
La lettura delle politiche neoliberiste proposte da
Naomi Klein nel libro sulla “Shock Economy”27 trova
qui, a mio avviso, una ulteriore conferma.
Alla crisi degli anni Settanta le élite politico-economiche
rispondono attraverso processi di privatizzazione e di
riduzione del welfare (utilizzando a tal fine qualsiasi
occasione di crisi) che consentono di mantenere i loro
standard di ricchezza, polarizzando ulteriormente il
differenziale sociale. In seguito, attraverso meccanismi
speculativi, vengono rastrellati i risparmi. Con le
politiche sulle infrastrutture si trasferiscono le residue
risorse pubbliche a favore di contractor privati e si
generano debiti che verranno trasferiti sulle generazioni
future.
27
Klein, Naomi. Cit.
29
Il caso del Ponte sullo Stretto di
Messina
Il recente libro di Giuseppe Cipriani, “Questo Ponte
s’ha da fare”28, e qualche presa di posizione dell’ultim’ora
di politici ed intellettuali pro Ponte definiscono la mutata
giustificazione ideologica della grande infrastruttura dello
Stretto di Messina. Assodato che il ponte non ha alcun
valore dal punto di vista trasportistico e che è
assolutamente anti-economico, la grande opera
acquisisce valore in sé, in quanto elemento simbolico per
il quale non è necessario “fare calcoli col pallottoliere”.
E’ quanto sostenuto dal prof. Bruno Sergi, docente di
economia internazionale presso la facoltà di Scienze
Cipriani, Giuseppe. Questo ponte s’ha da fare. Milano,
Rizzoli, 2009. Giuseppe Cipriani, giornalista prima per Radio
radicale, successivamente per altre testate, tra le quali Il foglio,
conduce una trasmissione dal titolo La zanzara a Radio 24 ed
ha avuto una certa notorietà per aver partecipato a parecchi
salotti televisivi per il fatto che il suo libro è andato nelle
librerie poco prima che venisse rilanciata l’operazione Ponte
sullo Stretto. Il libro, a dire il vero, non aggiunge molto al già
detto sulla grande opera. Le poche novità sono immerse in una
sequenza interminabile di dichiarazioni di personaggi politici:
di quelli favorevoli, di quelli contrari, di quelli prima favorevoli
ora contrari…
28
30
politiche dell’Università di Messina. La tesi di fondo in
realtà è “Costruiamo il Ponte, da solo… un’opera da mettere in
bella mostra …vedreste che comunque avremmo grandi ritorni
economici nel nostro territorio”. Insomma, una specie di atto
di fede, qualcosa che ha a che fare più con la metafisica
che con gli investimenti, con lo sventramento del
territorio, con il lavoro, la disoccupazione, la crisi29.
La spiegazione di tutto verrebbe data dall’incipit del
libro di Cipriani. Non si tratterebbe di chiedersi perché
fare il Ponte, ma perché non farlo30. Assistiamo, in
sostanza, ad un mutamento nelle argomentazioni a
sostegno della mega-infrastruttura. Cambia anche il
linguaggio utilizzato e si assiste ad una sorta di
“inversione degli stili”. Gli oppositori al Ponte hanno
prodotto, nel corso degli anni, documentazione a
carattere scientifico, suffragata da una base empirica
(calcoli
costi/benefici,
valutazioni
sull’impatto
L’intervista di Peppe Caridi al prof. Bruno Sergi è stata
pubblicata sul quotidiano on line di Messina Tempostretto il 26
marzo 2009. Ciò che sorprende nell’intervista, considerato
che l’intervistato è un economista, è la quasi totale assenza di
dati empirici a sostegno della tesi sostenuta.
http://www.tempostretto.it/8/index.php?location=articolo
&id_articolo=15040.
29
Si tratta di una vera inversione della tradizione del pensiero
razionale e scientifico, non sappiamo quanto consapevole.
30
31
ambientale, previsioni dei volumi di traffico…). Al
contrario, la parte avversa, specialmente negli ultimi
tempi, sembra privilegiare battute e slogan, oppure
semplificazioni del tutto estranee alla stessa tradizione
“istituzionale”.
Fino ad un certo punto, la tesi sostenuta era che i tassi
di crescita economica attesi per il Meridione avrebbero
determinato un aumento dei trasporti nello Stretto tale
che il ritorno economico in termini di pedaggi avrebbe
reso profittevole il Ponte e quindi, attraverso la finanza
di progetto, sarebbe stato possibile attrarre investimenti
privati.
Nel 2000 l’advisor tecnico-finanziario Price Waterhouse,
associato nell’impresa a Certet dell’Università Bocconi, a
Sic e Sintra, ingaggiato dal Governo su richiesta del
CIPE dopo l’approvazione del Progetto di massima della
Stretto di Messina Spa da parte del Consiglio Superiore
dei Lavori Pubblici, descrive degli scenari riguardanti gli
attraversamenti dello Stretto in relazione ai tassi di
crescita del PIL attesi31.
Price Waterhouse Coopers Italia, Price Waterhouse
Coopers U.K., Certet Università Bocconi, Sintra s.r.l., Net
Engineering. Collegamento Sicilia – continente, rapporto finale
dell’Advisor, 2001.
31
32
In realtà, già nel 2003 uno studio del prof. Marco
Brambrilla del Politecnico di Milano dimostrava che solo
lo scenario più avanzato proposto dagli advisor
(incremento di 3,8% del Pil per il meridione), un
allungamento della concessione a 50 anni e una riduzione
dell’offerta di trasporto per nave avrebbero reso
economicamente interessante l’opera32.
Il corso dell’economia di questi ultimi anni ha
comunque tolto ogni dubbio, infatti dal 2001 al 2005
l’incremento del Pil per il meridione non ha raggiunto lo
0.5%, nel 2006 ha di poco superato l’1%, nel 2007 si è
attestata sullo 0.5% e dal 2008 siamo entrati nel segno
meno33. Per il 2009 il valore previsto è -1,5%. Il futuro è,
poi, un’assoluta incognita.
A dimostrazione di tutto questo, negli ultimi anni i
transiti attraverso lo Stretto sono diminuiti piuttosto che
aumentare. I dati previsti, secondo gli studi degli advisor,
prevedevano, infatti, incrementi tra il 10 ed il 39% fino
al 2012 con una tendenza in crescita per gli anni
successivi. I dati reali degli ultimi otto anni, ben
Brambrilla, Marco. Analisi costi-benefici del progetto del Ponte
sullo Stretto di Messina, Milano, 2003. http://www.astridonline.it/--le-infra/Studi--ric/BRAMBILLA-Legge-Obiettcosti-ponte.pdf.
32
33
Banca d’Italia. Relazione annuale sul 2007, Roma, 2008.
33
ricostruiti da una recente inchiesta della trasmissione
televisiva “Exit”, danno invece evidenze ben diverse. I
transiti dei camion sono in calo del 7%, quelli dei
passeggeri del 20%, quelli delle auto del 30%. Uguale il
risultato per il traffico ferroviario: treni passeggeri –33%,
treni merci –11% solo negli ultimi due anni34.
Le infrastrutture di prossimità
Sembra a volte di rasentare l’ingenuità quando vengono
contrapposte le argomentazioni degli attivisti contro le
devastazioni ambientali e la privatizzazione del bene
comune ai sostenitori di costosi impianti infrastrutturali e
degli insediamenti inquinanti. L’inutilità e l’inefficacia del
Ponte sullo Stretto sono paradigmatiche, ma le stesse
critiche utilizzate nei confronti di questa mega
infrastruttura sono spendibili per molti altri casi
34 I dati sono stati presentati nel corso della trasmissione
televisiva Exit sul Canale La7 il 12.03.2009. Da segnalare, nel
corso della trasmissione, la singolare dichiarazione di Pietro
Ciucci, amministratore delegato della Stretto di Messina s.p.a. a
proposito della forte flessione dei transiti nello Stretto: “E’ un
esercizio faticoso dover ogni volta rifare i conti”. Cfr.
http://www.la7.it/blog/post_dettaglio.asp?idblog=ILARIA_
DAMICO_-_Exit_15&id=3270.
34
(inceneritori, rigassificatori, privatizzazione dell’acqua,
nucleare).
In realtà sono i flussi di denaro a giustificare questi
insediamenti e queste scelte politiche e non viceversa.
Eppure tocca battersi contrapponendo progetto a
progetto. Al piano delle grandi opere è possibile contrapporre una
proposta di realizzazione di infrastrutture di prossimità. Oggi,
che il tabù della spesa pubblica è stato abbattuto dagli
stessi sostenitori del “tutto mercato”, perché oggi quelle
risorse sono necessarie per salvare banche e imprese, è
possibile aprire una vertenzialità territoriale che ponga
come prioritaria la spesa pubblica al servizio degli
abitanti dei territori.
Le infrastrutture prossime ai cittadini sono anche più
produttive sul piano occupazionale e generano una
mobilitazione imprenditoriale meno permeabile ai grandi
contractor delle opere pubbliche e alle operazioni
speculative. Alla costruzione del Ponte sullo Stretto è
possibile opporre, ad esempio, una piattaforma sociale
basata sulla messa in sicurezza del territorio dal rischio
sismico ed idrogeologico, un grande piano di edilizia
scolastica ed una rinnovata politica di welfare che assicuri
una difesa dalla crisi economica.
La pratica di questa piattaforma sociale si configura,
inoltre, come espressione di democrazia radicale in
quanto agita da soggetti (i movimenti territoriali) che
sfuggono alla tradizionale strutturazione della
soggettività politica. La crisi del meccanismo della
35
rappresentanza genera, in sostanza, il sorgere di
espressioni politiche e sociali che sperimentano, con
caratteristiche diverse nei vari territori, nuove forme di
aggregazione e nuovi meccanismi di presa delle decisioni
più inclini alla realizzazione di un agire dal basso che
offra risposte ai bisogni degli abitanti.
36
La Calabria nelle mani della
francese Veolia
Peppe Marra35
Il grande business privato – pubblico
dell’acqua
Negli ultimi anni la difesa dell’ambiente, la produzione
di energia da fonti rinnovabili, la tutela e la gestione
dell’acqua non sono più argomenti di pertinenza
esclusiva degli ecologisti, ma sono entrati a far parte del
patrimonio lessicale delle grandi società multinazionali.
Proprio dal business dell’oro blu e dei “certificati verdi”,
i colossi del capitalismo “ambientalista” ricavano infatti i
maggiori introiti, incuranti naturalmente della
salvaguardia del patrimonio naturale e del territorio. È
questo il caso della Veolia Environnement, colosso parigino
da 36 miliardi di fatturato e 320 mila dipendenti, che
fornisce acqua a più di 80 milioni di persone e raccoglie e
35 Peppe Marra è attivista del C.S.O.A. “Angelina Cartella” di
Gallico, Reggio Calabria, e di TerritoRioT, realtà impegnate a
contrastare un modello di “sviluppo” fatto di grandi opere
inutili e devastanti come il Ponte sullo Stretto, i rigassificatori,
le centrali e gli inceneritori, di privatizzazioni selvagge di beni e
servizi.
37
tratta oltre 66 milioni di tonnellate di rifiuti36. Attraverso
l’acquisizione dei pacchetti azionari di maggioranza di
società di servizi e giovandosi dell’appoggio del governo
Sarkozy37, la Veolia oggi è presente in tutto il mondo. In
Italia il suo nome comincia a diventare ben noto anche al
di fuori del mondo finanziario, ma non certo per le sue
qualità gestionali. Per i settemila cittadini del “Comitato
Acqua Pubblica” di Aprilia è famosissima: da quando la
36 I dati sono tratti dalla Relazione Annuale del 2008.
http://www.veolia.com/media/Veolia_RADD-2008.pdf.
37 Tornato recentemente da un viaggio diplomatico in Africa,
dove ha ottenuto anche degli accordi per l'ingresso di Veolia e
Suez (altra grande multinazionale francese) nella gestione delle
acque, il presidente Nicolas Sarkozy ha dichiarato di nutrire
una profonda amicizia nei confronti del presidente di Veolia
Henri Proglio. Un’amicizia di lunga data, visto che nel
dicembre del 2008 il governo francese aveva creato il Fondo
Strategico di Investimento (FSI): dieci miliardi di euro in
favore di imprese tra cui sempre Veolia e Suez. Un articolo
ventilava addirittura l’ipotesi che il mancato incontro tra lo
stesso Sarkozy ed il Dalai Lama, in visita in quel periodo in
Francia, fosse dovuto alla volontà di non incrinare i rapporti
con la Cina, individuata dalla Veolia come principale area di
crescita per il proprio business. Cfr. Malnati, Roberto, Mercati
Asiatici: Ragion di Stato, 08.08.2008.
http://www.bluerating.com/mercati/43-borse/942-mercatiasiatici--ragion-di-stato.html.
38
società francese ha iniziato a gestire il locale servizio
idrico, gli apriliani hanno avuto un aumento sulle bollette
del 300%. È conosciuta a Brindisi ed a Pietrasanta
(Lucca), città in cui le locali procure hanno sequestrato
gli inceneritori gestiti da Veolia a causa delle emissioni
nocive. Diventa popolare anche in Calabria dove è
entrata prepotentemente sia nella gestione delle acque
che in quella dei rifiuti, combinando e trasformando due
settori così importanti e vitali in un unico grande
business, quello dei servizi pubblici locali, sempre meno
pubblici e soprattutto sempre meno servizi.
Il 10 novembre 2006, durante il Consiglio Regionale
della Calabria, si parla di decentramento e trasferimento
di deleghe agli enti locali. Interviene l’on. Abramo, ex
sindaco di Catanzaro ed ex candidato del centro-destra
per ricoprire il ruolo di governatore, che calorosamente
si rivolge ai suoi colleghi: «Vi garantisco che i comuni (inseriti
nel) con il piano industriale previsto dalla Sorical, che oggi fanno
pagare ai propri concittadini l'acqua al costo di 280 di vecchie lire
al metro cubo (€ 0,14, NdA), non sopporteranno dal punto di
vista economico le 2.400 lire (€ 1,24, NdA) previste nel piano
Sorical. Se non discuteremo di queste problematiche, potremmo
avere un territorio, e soprattutto comuni, che rischiano il dissesto
finanziario. Ovvero tutti i 409 comuni della Calabria».
Sarà un facile profeta, visto che oggi sono 106 i comuni
calabresi che rischiano il dissesto finanziario a causa dei
debiti contratti negli anni, con la Regione Calabria prima,
con la Sorical poi, e che non riescono a pagare neanche
39
grazie alla rateizzazione concessa. Ma cosa è la Sorical e
come mai ha tutto questo potere?
La So.Ri.Cal S.p.A. è una società mista pubblico-privata
che gestirà fino al 2034 il complesso acquedottistico
calabrese, l’approvvigionamento idrico e la fornitura
all'ingrosso di acqua potabile ai comuni ed altri enti. Il
53,5% del suo capitale sociale è pubblico mentre il
rimanente 46,5% è detenuto dalla Acque di Calabria
S.p.A.
Originariamente Acque di Calabria S.p.A., che era
costituita da Enel Ydro e dall'Acquedotto Pugliese, entra
in Sorical con il 49% azionario, ma non sborsa un solo
euro, tanto pagherà man mano che le saranno corrisposti
i compensi38. In seguito l’Acquedotto Pugliese ha
venduto le sue quote a Enel Ydro che è rimasto quindi
unico socio, e ancora dopo è la Veolia ad acquistare il
100% del capitale di Enel Ydro, arrivando così di fatto a
controllare l’acqua calabrese.
Privatizzazione significa soprattutto aumento delle
tariffe, anche se il contratto con la Sorical ne prevedeva il
blocco fino al 2008, permettendone l’aumento nel caso si
realizzasse un evidente miglioramento della qualità del
servizio. Eppure le tariffe sono aumentate annualmente
Petrasso, Pablo. Acqua e rifiuti calabresi. Monopolio alla francese
in Calabria Ora, 10.05.2008.
38
40
mentre del “reale miglioramento” del servizio non si è
vista traccia. Nel settembre del 2008, dopo essersi
dimesso dall’incarico di direttore generale del
Dipartimento dei Lavori
Pubblici
adducendo
motivazioni personali, l’ingegnere Pierantonio Isola
consegna al suo successore ed all’assessore regionale al
ramo, l’on. Luigi Incarnato, una relazione che, oltre a
smascherare le varie inadempienze della Sorical, denuncia
gli scarsi controlli sulle tariffe39. La tariffa di partenza era
stata fissata in base a quella adottata dalla Regione
Calabria nel 2004, l’ultimo anno della sua gestione
diretta; questa comprendeva anche le spese per la
manutenzione straordinaria che Sorical ha considerato in
seguito “investimenti”, e quindi fuori tariffa. Questo
interessante giochetto, affiancato alla forte riduzione di
importanti operazioni di manutenzione ordinaria che la
Regione svolgeva con regolarità, si è tradotto in una
notevole diminuzione dei costi, a fronte però di un
aumento delle tariffe per i comuni calabresi del 30%.
Acque ingiustamente costose quindi, ma anche torbide!
Il P.M. Luigi De Magistris, prima di essere costretto ad
abbandonare la Calabria, ha coinvolto in un’inchiesta i
responsabili della Sorical, insieme a imprenditori e
Pollichieni, Paolo. Com’è salata l’acqua Sorical in Calabria
Ora, 01.10.2008.
39
41
dirigenti regionali40. Truffa aggravata per il
conseguimento di erogazioni pubbliche, turbata libertà
degli incanti, abuso di ufficio, il tutto consumato nel
settore delle acque: questi sono i reati ipotizzati: la gran
parte degli appalti affidati direttamente dalla Sorical,
sarebbero andati ad un gruppo di società, sempre le
stesse, ricollegabili tra loro e che “avevano interesse
anche con persone preposte a uffici pubblici”. Tra le
persone raggiunte da avvisi di garanzia figura pure
Raimondo Luigi Besson, ex amministratore delegato
della Sorical coinvolto anche nell’inchiesta che ha
interessato Acqualatina41, la società di gestione del
servizio idrico di Latina di cui era vicepresidente ed il cui
49% è sempre in mano alla Veolia. Raimondo Besson era
un importante dirigente dell’ufficio regionale del Lazio
che, all’epoca della giunta Badaloni, si occupò del
disegno degli ambiti idrici e della legge regionale che
regolamenta l’acqua laziale: prima ha curato per la
regione la privatizzazione del servizio idrico, poi lo ha
amministrato per conto della Veolia. Mentre i consiglieri
40 Papaleo, Stefania. Sorical nella bufera. Imprenditori e dirigenti
indagati in Il Quotidiano della Calabria, 14.05.2008.
41 Raimondo Besson era stato arrestato insieme ai vertici di
Acqualatina, accusati di associazione per delinquere, abuso
d'ufficio, frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico e
truffa aggravata. Le ordinanze di custodia cautelare sono state
in seguito annullate dal Tribunale del Riesame di Roma per
“mancanza di gravi indizi di reato”.
42
d’amministrazione passano da una società all’altra, le
diverse imprese controllate scambiano consulenze e
sistemi gestionali: tanto per fare un esempio la stessa
Acqualatina ha venduto nel 2005 consulenze alla Sorical
per 514 mila euro42. Come dire Veolia vende a Veolia.
Ma chi paga? Quando entra nelle gestioni miste, Veolia
promette di apportare le competenze: e spesso vince le
gare grazie a questa promessa. Peccato che i costi di
queste consulenze e dei gettoni di presenza dei
consiglieri che girano l’Italia, portino ad aumenti e a
“squilibri finanziari” che i comuni saranno costretti a
ripianare. Sono stati proprio questi appalti “particolari”,
considerati truffa aggravata per il conseguimento di
erogazioni pubbliche, a far partire l’inchiesta della
Procura di Latina.
Non tenendo per nulla conto di tutto ciò ma
prendendo invece a pretesto la crisi ambientale
provocata dalle ultime devastanti alluvioni, la giunta
regionale calabrese è intenzionata a proporre una riforma
legislativa per andare a costituire un solo soggetto
gestore dell’intero ciclo integrato delle acque,
dall’adduzione alla bollettazione:
“Un soggetto unico che si assuma una gestione
imprenditoriale, con un rapporto diverso con il
Palladino, Andrea. Privatizzazioni: l’acqua va ai francesi, i
cittadini non pagano in Il Manifesto, 28.01.2007.
42
43
cittadino, evitando
sofferenza”.
che
i
Comuni
vadano
in
Ma se oggi il 25% dei comuni non riesce a pagare i
debiti con la società di gestione, dopo questa riforma
saranno le famiglie calabresi a ritrovarsi in questa
situazione?
Rifiuti d’oro
La storia dell’ingresso del colosso francese nel business
dei rifiuti in Calabria è per certi versi analoga. Il 31
maggio 2007, gli organi di informazione finanziaria
salutarono con entusiasmo la notizia dell’acquisto da
parte di Veolia del 75% dell’azienda spezzina di gestione
rifiuti TM.T., di proprietà di Termomeccanica. Ciò ha
comportato che quasi il 90% della Tec S.p.A. passasse di
mano, arrivando in quelle dei nostri amici transalpini. La
Tec è la società che gestisce il ciclo dei rifiuti per Calabria
Sud – uno dei due “sistemi” impiantistici previsti dal
piano regionale rifiuti per la Calabria – che comprende,
tra gli altri impianti, l’inceneritore di Gioia Tauro.
L’operazione è stata sicuramente un grosso affare, ma
ha procurato anche qualche fastidioso grattacapo ai
dirigenti della Veolia. Tutto inizia nel febbraio del 2008,
quando l’inceneritore di Pietrasanta registra uno
44
sforamento delle diossine quattro volte superiore ai limiti
previsti dalla legge43. La procura lucchese apre
un’inchiesta dove si ipotizza che la Termomeccanica
avesse realizzato un apposito software per tenere
sempre, e quindi falsamente, nella norma i parametri di
monossido di carbonio e di diossina. A questo punto la
Veolia, che si ritiene parte lesa, fa un giro delle procure
italiane, nelle città dove era subentrata a
Termomeccanica, per esporre alcune “anomalie”
riscontate nella gestione precedente; questo porta
all’apertura di analoghe inchieste a Vercelli prima44 ed a
Brindisi poi45.
Ma tutto questo non scalfisce minimamente le attività
dell’inceneritore calabrese che continua a bruciare rifiuti
in una regione in “emergenza” proprio come la
Campania. Undici anni di emergenza e di
commissariamento che hanno significato lo sfruttamento
di una enormità di fondi pubblici gestiti attraverso
Fontani, Giuliano. Truccati per anni i dati sulla diossina in Il
Tirreno, 3.09.2008.
43
De Maria, Enrico – Pozzo, Gloria. Inchiesta a Vercelli.
L’azienda avrebbe diminuito la percentuale di monossido di carbonio in
La Stampa - sezione Vercelli e Biella, 12.09.2008.
44
Ambiente, sequestrati impianti monitoraggio emissioni «Veolia» in
www.lagazzettadelmezzogiorno.it, 4.09.2009.
45
45
strumenti straordinari, l’aggiramento di leggi e trafile,
appalti dati a trattativa privata “in violazione della
normativa comunitaria”, commesse milionarie distribuite
a piacimento, gare vinte con forti ribassi subito
compensati da perizie di variante. Una vera manna per
politici e imprenditori, una cuccagna denunciata
nell’esplosiva relazione in cui il prefetto Antonio
Ruggiero, ex commissario delegato, sintetizzava la sua
esperienza: 41 dipendenti che nessuno aveva mai visto,
entrate ed uscite annotate su foglietti volanti, oltre 223
milioni di euro di debiti a fronte di un saldo di cassa
dichiarato di 45 milioni46. Sarebbe dovuto bastare questo
rapporto a porre fine ad una situazione così vergognosa,
ma né questa relazione – una tra le più fotocopiate in
Parlamento – né tanto meno la ormai famosissima
inchiesta Poseidone del P.M. De Magistris, sono riuscite
a “normalizzare” la gestione dei rifiuti in Calabria. Invece
si continua a prorogare il commissariamento e a leggere
sui giornali di nuove necessarie discariche o dell’ipotetica
nuova sede per il secondo inceneritore che in Calabria
nessuno vuole. E le amministrazioni calabresi, di ogni
colore, sono pronte ad accettare di tutto, sia per le velate
minacce di fallimento dovute agli 85 milioni di euro che
Petrasso, Pablo. Il sacco dell’ambiente, le verità di Ruggiero in I
Quaderni di Calabria Ora, 6.08.2007.
46
46
la Tec deve riscuotere dalla Regione Calabria47, sia per la
paura di rivedersi sommersi dalla spazzatura.
Già, perché ogni volta che la Tec ha problemi e blocca
l’inceneritore, in alcune città l’immondizia non viene
raccolta. Ufficialmente questo succede perché non esiste
alcuna alternativa per il conferimento di quei rifiuti,
anche se a pensar male si finisce sempre con il ritenere
responsabile di tutto ciò il conflitto di interessi esistente
tra la Tec e alcune società miste preposte alla raccolta.
Queste infatti presentano una forte partecipazione, in
quota privata, di Termomeccanica, padrona ancora del
25% di TM.T. e con tutto l’interesse a incrementare gli
utili dell’inceneritore pianigiano.
Le “buone intenzioni” della Veolia si sono evidenziate
a Napoli, dove nel dicembre del 2007 si era prima ritirata
dalla gara d’appalto per la gestione dei rifiuti campani e
per la costruzione di tre nuovi inceneritori, per poi
rientrare in grande stile. Motivo di questo colpo di scena?
Il bravo Prodi, prima di farsi da parte, aveva lasciato
l’ultimo regalino: la firma sul decreto per sbloccare i
contributi alla costruzione degli inceneritori, quei Cip6
che i cittadini pagano per le energie rinnovabili e che
l’Italia, oggetto per questo di procedure di infrazione da
parte dell’Unione Europea, usa per finanziare anche gli
Cordova, Claudio. Rifiuti: la Calabria rischia grosso. Ma a
qualcuno l'emergenza conviene in www.strill.it, 29.04.2009.
47
47
inceneritori. Se non ci fossero questi finanziamenti - il
7% delle nostre bollette Enel - i “termovalorizzatori”
non sarebbero appetibili per gli investitori privati: sono i
Cip6 che valorizzano i rifiuti per questi (im)prenditori,
che ci guadagnano 55 euro per ogni tonnellata
incenerita48.
Un’altra riprova che l’incenerimento dei rifiuti è solo un
grande business, l’ennesima mucca da mungere.
Zanotelli, Alex. Il ritorno dei Cip6: politica da inquinamento,
appello al popolo campano del febbraio 2008.
48
48
Campania, la privatizzazione del
ciclo dei rifiuti
Antonello Mangano49
Toni ha una collana d’oro massiccio al collo, barba
incolta, canottiera in vista, petto villoso, occhiali da sole e
scudetto tricolore sulla maglia azzurra. Entra tre volte nel
centro commerciale: corteggia da tamarro la commessa,
rubacchia sul prezzo fregando pure un amico, infine dice
“noi gli arbitri li compriamo”, scherzando
grossolanamente sul prezzo dei televisori.
Sono gli spot che la catena MediaMarkt (presente in
Italia col marchio MediaWorld) mandava in onda alla
vigilia dei campionati europei del 2008. Molti italiani si
sentirono offesi, tranne quello che ne avrebbe avuto tutti
i diritti, perché ne avevano usato il nome, ovvero il
popolarissimo centravanti del Bayern Monaco che invece
la prese a ridere. Per il resto, dalle proposte di
boicottaggio alle prese di posizione dei politici, è stato
tutto un coro di indignazione. Si è scomodato pure
l’ambasciatore a Berlino, che ha ottenuto il ritiro dello
49 Antonello Mangano si occupa di ricerche su immigrazione,
mafie, Sud del mondo. E’ autore dei libri “Un posto civile, sette
ottime ragioni per riconvertire la base USA di Sigonella” e “Gli africani
salveranno Rosarno, e, probabilmente, anche l’Italia”.
49
spot più pesante, quello che richiamava i furti di
“calciopoli”, ed una pagina di scuse della catena che
ricordava il genio italico e le tante invenzioni ad esso
ascrivibili50.
Effettivamente, siamo al solito luogo comune
dell’italiano buzzurro e truffatore. Un’immagine trita e
ritrita, che però aveva assunto nuova linfa dalla
contemporanea vicenda della spazzatura campana. Le
immagini dei cumuli di rifiuti dati alle fiamme ed
accumulati per le strade di Napoli sembravano fornire
l’ennesima prova di un popolo che si compiace della sua
furbizia ma è sostanzialmente insipiente fino
all’autodistruzione. Ma è davvero così semplice?
Dobbiamo utilizzare soltanto una chiave interpretativa di
tipo “antropologico”?51
Mangano, Antonello. Da Napoli alla Sassonia: riciclaggio a valle
e nuove tecnologie, 01.06.2008. http://www.terrelibere.org/danapoli-alla-sassonia-riciclaggio-a-valle-e-nuove-tecnologie.
50
51 I principali giornali tedeschi intervennero con numerosi
commenti sulla vicenda, specie quando furono spediti in
Germania i rifiuti campani. Ad esempio, nell’editoriale di
prima pagina della Frankfurter Allgemeine Zeitung, dal titolo
“Bancarotta delle istituzioni”, si punta soprattutto sull’aspetto
etnico-culturale alla base del disastro ecologico del napoletano.
La colpa è “delle tipiche caratteristiche napoletane, con
l’abitudine a situazioni caotiche che da generazioni rafforza il
convincimento che in qualche modo è sempre possibile
50
Emergenza permanente
In Campania il “sistema” ha inventato l’emergenza
permanente per creare un metodo di arricchimento
efficace e duraturo. Una shock economy52 basata sulla
complicità tra la camorra specializzata in ecomafie, la
politica e l’imprenditoria del centro-nord Italia, dove la
popolazione “stressata” dai cumuli di rifiuti in fiamme
cede più facilmente alle soluzioni a base di inceneritori e
discariche.
Un intreccio che ha portato la Campania ad essere la
pattumiera d’Italia, ruolo sgradevole solitamente
assegnato a paesi come la Somalia. La totale distruzione
del territorio, la compromissione di attività come
l’agricoltura, l’allevamento ed in parte lo stesso turismo
ha portato all’esasperazione la popolazione, contraria
all’apertura di nuove discariche nella regione. In quel
momento, i tedeschi possono vantarsi a buon diritto:
cavarsela con la furbizia […] E se le cose vanno storte,
arriverà sempre qualcuno dal cuore tenero per dare una
mano”. Anche la progressista “Berliner Zeitung” critica quello
che considera il tipico laissez faire italiano e spiega che dietro i
problemi dei rifiuti di Napoli “c’è anche l'indifferenza nei
confronti del bene comune e della cosa pubblica, assai spiccata
in Italia, ma tanto più forte quanto più si va verso sud”.
52
Klein, Naomi. Cit.
51
parte dei rifiuti che lo Stato italiano invia oltreconfine
vengono riciclati e rivendute come materie prime
secondarie53. Ciò che per gli italiani sembra un problema
irrisolvibile per gli altri diventa un’opportunità
economica54.
53 I due milioni di tonnellate di materie prime importate
dall'Italia già nel 2006, secondo i dati raccolti dall'ente federale
tedesco per l'ambiente, comprendono 1,8 milioni di tonnellate
di rifiuti e rottami, e tra questi 1,3 milioni di tonnellate di
rottami di ferro e acciaio, 160.000 di rottami di alluminio,
90.000 di vetro da riusare, 70.000 di carta da riciclare, 82.000 di
resti da legno non trattato, 45.000 di rame da riutilizzare e
26.000 di tessuti usati. Cfr. “Rifiuti: la Germania ha scoperto come
tramutarli in oro” in ANSA, 20.02.2008.
I rifiuti trasportati con i convogli provenienti dalla
Campania sono finiti nella discarica di Croebern, alle porte di
Lipsia, dove già nel 2005 entrò in servizio il più grande
impianto tedesco per il riciclaggio biomeccanico delle
immondizie. Cfr. Platzende Ballen in Der Spiegel, 31.03.2008;
Braun, Michael. Neapels Dreck-Geschäfte mit Deutschland in Der
Spiegel, 11.01.2008; Romano, Beda. Il sindaco tedesco: più ricchi
con la vostra spazzatura in Il Sole 24 ore, 05.01.2008.
54
52
La tecnologia c’è ma non si usa
L’Italia, oltre a fornire ai tedeschi l’immondizia a
proprie spese55, risultava al terzo posto, con 2,01 milioni
di tonnellate, nella graduatoria degli acquirenti di materie
prime secondarie. Una parte della spazzatura trasportata
a nord, quindi, è presumibilmente stata riacquistata.
La linea politica del governo italiano, tuttavia,
proseguiva testardamente sul binomio discaricheinceneritori, ipotizzando persino leggi speciali e presidi
dell’esercito. Gli inceneritori sono una tecnologia di
molti decenni anni fa. Chi li ha riduce il danno
(economico e ambientale) mentre grandi città come
Sidney, Tel Aviv, San Francisco ne fanno ampiamente a
meno (e anche San Francisco, ad esempio, non fa la
differenziata porta a porta, ma differenzia a valle).
Infatti:
1) la differenziazione si può fare benissimo anche a
valle della raccolta56, senza neppure una linea di
55 Secondo Der Spiegel il trasporto della spazzatura campana
in Germania costava ogni giorno allo Stato italiano circa 200
mila euro. Cfr. Braun, Michael. Cit.
56 “Riciclaggio a valle e nuove tecnologie” in The Economist,
17.02.08, trad. in www.terrelibere.org.
53
separazione a monte ’secco-umido’, che pure sarebbe
utile. Basta avere l’impiantistica giusta;
2) il residuo viene trattato con metodo ‘a freddo’,
meccanico-biologico, la cui tecnologia è molto semplice
e non particolarmente costosa;
3) solo il residuo ulteriore viene talvolta venduto a ditte
che lo inceneriscono. Ma questo non perché sia
indispensabile, bensì per una (ambientalmente opinabile)
scelta economica. Infatti il secco pulito che viene da un
ciclo del genere potrebbe essere usato per fare le strade o
per produrre altre merci.
Thor rimane a guardare
Mentre infuriava il dibattito sull’egoismo dei napoletani,
sulle discariche protette dall’esercito, sul decisionismo da
marketing pubblicitario del presidente del Consiglio
Berlusconi, nessuno citava una tecnologia leggera ed
interamente italiana pronta all’uso. Si tratta di un sistema
per il riciclaggio a valle.
http://www.terrelibere.org/terrediconfine/riciclaggio-a-vallee-nuove-tecnologie.
54
Thor (Total house waste recycling - riciclaggio completo dei
rifiuti domestici) è un sistema sviluppato dal Consiglio
Nazionale delle Ricerche (CNR) che permette di
recuperare e raffinare tutti i rifiuti e trasformarli in
materiali da riutilizzare e in combustibile dall’elevato
potere calorico, senza passare per i cassonetti separati
della raccolta differenziata. Si tratta di una tecnologia
ideata e sviluppata interamente in Italia, basata su un
processo di raffinazione meccanica (meccanoraffinazione) dei materiali di scarto, i quali vengono
trattati in modo da separare tutte le componenti utili
dalle sostanze dannose o inservibili. Come un ‘mulino’ di
nuova generazione, l’impianto Thor riduce i rifiuti a
dimensioni microscopiche, inferiori a dieci millesimi di
millimetro. Il risultato dell’intero processo è una materia
omogenea, purificata dalle parti dannose e dal contenuto
calorifico, utilizzabile come combustibile e paragonabile
ad un carbone di buona qualità.
“Un combustibile utilizzabile con qualunque tipo di
sistema termico”, aggiunge Paolo Plescia, ricercatore
dell’Ismn-Cnr e inventore di Thor, “compresi i motori
funzionanti a biodiesel, le caldaie a vapore, i sistemi di
riscaldamento centralizzati”57. Il primo impianto Thor,
attualmente in funzione in Sicilia (a Torrenova, in
provincia di Messina), riesce a trattare fino a otto
tonnellate l’ora e non ha bisogno di un’area di stoccaggio
57
CNR News, 07.01.2008.
55
in attesa del trattamento; è completamente meccanico,
non termico e quindi non è necessario tenerlo sempre in
funzione, anzi può essere acceso solo quando serve,
limitando o eliminando così lo stoccaggio dei rifiuti e i
conseguenti odori. Un impianto da 4 tonnellate/ora
occupa un massimo di 300 metri quadrati e ha un costo
medio di 2 milioni di euro58.
Incenerire e lucrare
Riassumendo: le tecnologie che per semplicità
chiameremo “verdi” garantiscono una economia diffusa,
risparmio di denaro pubblico, la compatibilità ambientale
e la risoluzione definitiva del problema rifiuti. Il sistema
basato sugli inceneritori, invece, garantisce profitti
garantiti dallo Stato a pochissimi soggetti privati. E’
proprio il decisore pubblico l’ago della bilancia. I Cip6 59
garantiscono infatti 55 euro di finanziamento pubblico
per ogni tonnellata incenerita (soltanto i 6-7 milioni di
tonnellate di eco-balle che sono stoccate a metà 2008
valgono già oltre 300 milioni di euro di finanziamento
pubblico).
58
CNR News, cit.
59
Cfr. il par. “Rifiuti d’oro”.
56
Fino alla metà degli anni ’90, la città di Napoli e la sua
sterminata provincia producono il 60% dei rifiuti solidi
urbani regionali. La raccolta in strada è un settore
selvaggiamente privatizzato e da sempre affidato alle
ditte subappaltatrici controllate dai clan della camorra,
che spesso coincidono con quelli che controllano le
discariche e il “movimento terra”. Le emergenze
igienico-sanitarie si susseguono fin dal dopoguerra.
Nonostante l'epidemia di colera del 1973 la situazione
rimane immutata fin verso la metà degli anni '90, quando
sull’onda delle inchieste di “tangentopoli”, vengono
chiuse molte megadiscariche formalmente legali ma
improvvisate, oppure non a norma, vicine ai centri abitati
ed alle aree agricole, stracolme di percolato e rifiuti
tossici.
Nel 1993 si apre l’era del “Commissariato straordinario
di governo all'emergenza rifiuti”, quale camera (non
elettiva) di compensazione tra le vecchie e le nuovi lobby
affaristico-criminali dei rifiuti. A Napoli siamo all'inizio
dell’“era d’oro” dell’ex-comunista Antonio Bassolino che
si presenta inizialmente come “il sindaco di tutti i
napoletani onesti” e teorizza la smobilitazione
dell'industria statale e il potenziamento del terziario e del
turismo. Il governatore regionale di AN Antonio
Rastrelli diviene Commissario straordinario per
l’emergenza rifiuti.
Nel 1997, Rastrelli, sulla base di un progetto dell'Enea e
per conto del ministro dell'Ambiente del primo governo
Prodi Edo Ronchi, ministro dell’Interno il napoletano
57
dei DS Giorgio Napolitano, redige il nuovo “piano
regionale per i rifiuti solidi urbani”, che prevede la
privatizzazione in blocco del ciclo di smaltimento degli
Rsu. Un piano che porterà, grazie ai suoi successori, al
dominio monopolistico dell’Impregilo60 della famiglia
Romiti sul trasporto, il trattamento e lo smaltimento dei
rifiuti di tutta la Campania attraverso le controllate Fibe
s.p.a e Fibe Campania s.p.a. L’idea portante è quella di
spremere energia dall’incenerimento delle eco-balle, il
cosiddetto Cdr (Combustibile derivato dai rifiuti). Alle
imprese che si aggiudicano gli appalti infatti il governo
garantisce il pagamento a peso d'oro di ogni tonnellata di
immondizia bruciata e la possibilità di vendere l'energia
ad un prezzo triplo di quello di mercato.
Si tratta dei già citati Cip6, introdotti addirittura nel
1992 dal Comitato interministeriale prezzi. Tutti i
governi che si succedono alla guida del Paese, dirottano
questo denaro pubblico verso gli impianti che utilizzano
le cosiddette fonti “assimiliate”, ossia per l’appunto
60 Impregilo vanta circa 20.000 dipendenti del mondo, ma la
tendenza è quella a tagliare il personale. Spiega Ivan Cicconi,
tra i massimi esperti in materia: “Mentre un rapporto medio
tra dipendenti tecnici ed operai, in gruppi come il francese
Bouygues o il tedesco Strabag è di 1 a 6, per Impregilo è di 1 a
0.5. E’ ormai una compagnia di avvocati e finanzieri, con una
forte capacità di pressione politica”. Cfr. Staglianò, Riccardo.
Dall’Aquila alla Tav al Ponte scava scava spunta sempre Impregilo in Il
Venerdì di Repubblica, 01.05.2009.
58
rifiuti, ma anche petrolio, carbone, etc. Una grande truffa
che è causa di un numero ancora non quantificato di
disastri ambientali in tutta la penisola.
59
La guerra, una questione privata
Antonello Mangano e Stephanie Westbrook61
“Quando Rumsfeld entrò nel governo di George W.
Bush, nel 2001, fu con la missione personale di
reinventare la guerra per il ventunesimo secolo:
trasformarla in qualcosa di più psicologico che fisico, più
spettacolo che lotta, e redditizia come mai prima
d’allora”62.
Nasce dunque l’esigenza di portare al cuore dell’esercito
americano la rivoluzione del branding e dell’outsourcing già
sperimentate nell’universo aziendale. Halliburton e
Blackwater si aggiudicano gli “appalti” per le situazioni
estreme, come la guida di veicoli in situazioni di alto
rischio o gli interrogatori in carcere, ma anche la
logistica, l’approvvigionamento ed i servizi medici. Le
prime decisioni di Rumsfeld riguardano la burocrazia del
61 Stephanie Westbrook è co-fondatrice di “U.S. Citizens for
Peace and Justice - Rome” (Cittadini Statunitensi per la pace e
la giustizia – Roma ), che fa parte di un movimento che in
America e nel mondo si oppone alla guerra e sostiene il ruolo
della politica e della diplomazia internazionale nella
prevenzione e soluzione dei conflitti.
62
60
Klein, Naomi. Cit., p.324.
Pentagono, indicata in uno stupefacente discorso
pubblico come “il primo avversario”63. L’obiettivo è
trasferire al privato quanto più possibile, dall’assistenza
medica agli alloggi per le famiglie dei soldati. Questo
processo arriverà ad estremi grotteschi durante la
presidenza Bush, ma era stato avviato molto tempo
prima. “Nei Balcani, dove Clinton aveva stanziato 19.000
soldati, le basi Usa spuntarono come mini-città
Halliburton: sobborghi recintati e ordinati, costruiti e
gestiti interamente dall’azienda”64. A quell’epoca il
presidente della Halliburton si chiama Dick Cheney,
pochi anni dopo sarà il vicepresidente di Bush. Roba da
far impallidire il conflitto d’interesse “senza pari in
Occidente” del satellite di Retequattro.
L’Afghanistan ed il sugo di pollo
Il modello di business è cost plus, ovvero il profitto è
calcolato come percentuale dei costi: più i costi sono alti
più si guadagna. Il rischio non esiste, ed il modello
somiglia terribilmente all’economia corrotta che in Italia
regola spesso gli appalti pubblici e produce cantieri
Klein, Naomi. Cit., p.328. Il discorso fu pronunciato il 10
settembre 2001, dunque poche ore prima dell’attacco non
metaforico contro il Pentagono.
63
64
Klein, Naomi. Cit., p.333.
61
eterni, con la differenza che si fa alla luce del sole. Ed in
Medio Oriente, ha già prodotto paradossi come il lusso
bellico della “zona verde” di Baghdad. L’Iraq e
l’Afghanistan sono stati i terreni privilegiati della
sperimentazione di questa nuova economia.
“I cavatelli al sugo di pollo sono usciti da una busta di
plastica marrone appoggiata sul parabrezza della Toyota
del mercenario”, racconta un reporter dal confine
afghano. “Siamo parcheggiati in mezzo al niente, ad
aspettare in un’immensa distesa di terra secca e sassi
l’arrivo di un vecchio elicottero russo con un pilota tajiko
in ciabatte. L’americano è il supervisore del gruppo, un
ex militare assoldato dalla Blackwater. Questa specie di
armata privata è in grado di procurare uomini addestrati
per qualsiasi missione: paracadutisti, cecchini, carristi….
Tra Iraq e Afghanistan, fornisce migliaia di uomini di
supporto alle truppe americane sul campo. Con più di un
vantaggio: gli uomini della Blackwater sono civili, non
hanno le limitazioni dei militari in forze, non rientrano
nelle statistiche dei caduti dell’esercito, si armano
autonomamente, bypassano le gerarchie, possono essere
esposti a situazioni inaccettabili per l’esercito regolare, e
non rispondono alle medesime regole d’ingaggio.
Ma, soprattutto, rappresentano un business enorme,
almeno quanto le buste di razioni di cavatelli che mi
vengono offerte per pranzo. Sono prodotti da un’azienda
privata, pagata per le migliaia di uomini schierati qui, e
sono messe in conto dalla Blackwater per ognuno dei
contractor in campo (usare la parola “mercenario” con
62
un mercenario non sta bene, meglio dire “contrattista a
termine”) (…).
In mezzo al deserto osservo la mia busta di cavatelli
con curiosità. E’ il primo prodotto della shock economy che
mi capita tra le mani. Ad etichettarlo come tale è Naomi
Klein, secondo cui un evento catastrofico fornisce
straordinarie opportunità di sviluppo economico in una
logica di privatizzazione della necessità impellente.
La mia shock economy bag contiene un pranzo completo,
include uno stuzzicadenti, una bottiglietta mignon di
tabasco, caffé liofilizzato e un chewing-gum per la pulizia
dei denti. Tutto meravigliosamente asettico e disidratato.
L’unica cosa che deve essere aggiunta è l’acqua: un
reagente chimico nella busta farà scaldare i cavatelli. Sulla
busta sono riportati il menù, la data di produzione e
quella di scadenza: i miei cavatelli sono stati cucinati
esattamente otto anni fa. Cerco di immaginare dove ero
quando qualche operaio della Halliburton in Texas li
scolava e li condiva…”65
Scotti, Alessandro. Narcotica, Milano, ISBN Edizioni, 2007,
P.160,
65
63
Un milione di ettari
Sul territorio statunitense, secondo il sito Global Security,
ci sono circa 6000 installazioni militari. Il quadro
generale sullo stato delle basi negli Stati Uniti, sia attive
che dismesse, è ben descritto in un discorso di Robert F.
Kennedy Jr. del 2003:
“Il governo federale è il più grande inquinatore degli
Stati Uniti e il Dipartimento della Difesa è il peggiore
del governo. Secondo l’EPA (Agenzia per la protezione
dell’ambiente), rifiuti di ordigni inesplosi si trovano in
16.000 poligoni militari negli USA e si stima che la metà
contenga armi chimiche o biologiche. In tutto, il
Pentagono è responsabile per più di 21.000 siti
potenzialmente contaminati, e sempre secondo l’EPA,
avrebbe contaminato fino a 16 milioni di ettari, ossia
un’area poco più grande della Florida”.
Nel sud est dello stato di Colorado, c’è la Piñon
Canyon Maneuver Site, un poligono di oltre 95.000 ettari
che dipende dalla base di Fort Carson. È stato creato
negli anni ottanta su terreni privati espropriati, la metà
contro la volontà dei proprietari, ed è utilizzato solo due
volte all’anno per un periodo di un mese.
Nel febbraio del 2007, l’esercito ha annunciato
ufficialmente di voler triplicare le dimensioni del
poligono, acquisendo, sempre tramite esproprio, altri
170.000 ettari per un totale di 265.000. Da altri
64
documenti e mappe ufficiali, pare che l’esercito miri ad
occupare oltre un milione di ettari, un’area pari quasi a
metà Toscana. Con l’annuncio, si è creata una coalizione
trasversale per opporsi alla espansione del poligono. La
coalizione è composta da proprietari, la maggior parte
allevatori di cavalli e mucche, archeologi e paleontologi,
interessati a questa zona ricca di tracce di dinosauri e arte
rupestre, ambientalisti, pacifisti, nativi americani; tutti
insieme per opporsi a quello che viene definito il più
grande land grab, cioè esproprio, nella storia statunitense.
Il Colorado non è Berkeley. È una zona nota per essere
politicamente molto conservatrice, e secondo
dichiarazioni fatte da ufficiali di Fort Carson, è stata
scelta anche per questo, con l’idea che la gente avrebbe
accettato di tutto pur di “sostenere le truppe”.
Nonostante questo orientamento politico, anche qui la
gente parla di un complesso militare-industriale66 fuori
66 Boeing, Carlyle Group, General Atomics, General Electric,
Lockheed-Martin, and Northrop Grumman Corporation sono
le imprese maggiori dell’industria militare nordamericana. A
queste occorre aggiungere KBR, Fluor Corporation, DynCorp
International, Triple Canopy, Halliburton e Blackwater come
specialiste nelle ricostruzione e nella sicurezza privata in zone
di guerra. La definizione military-industrial complex fu
pronunciata per la prima volta dal presidente Dwight D.
Eisenhower nel Discorso di addio alla nazione, 17 gennaio 1961.
Cfr. “Farewell Address” in The Annals of America, Vol. 18. 19611968: The Burdens of World Power, 1-5. Chicago: Encyclopaedia
Britannica, 1968.
65
controllo. Parla di una volontà da parte dell’esercito di
acquisire, utilizzare, inquinare e abbandonare per poi
acquisire sempre nuovi spazi. E per la gente, questo
comportamento dell’esercito non ha nessun legame con
la sicurezza nazionale.
Il ricordo degli espropri degli anni Ottanta è ancora
vivo. Come è vivo il ricordo delle tante promesse fatte
allora e non mantenute, come la promessa di non fare
esercitazioni live fire, cioè con vere munizioni di guerra,
che invece dal 2004 è permesso, come la promessa di
compensazioni economiche, mai pagate, come la promessa di
un boom economico per la zona, mai realizzato, e come
la promessa di non espandersi ulteriormente. Tutte
queste promesse non mantenute sono state giustificate
da Fort Carson con una frase, “things change”, le cose
cambiano.
Mission aziendale
Negli Stati Uniti, non sono solo le Forze Armate a
costruire delle basi. Ci sono anche gli eserciti privati,
come la famigerata Blackwater, la più grande società di
mercenari del mondo. Hanno strettissimi legami con il
Partito Republicano e con la destra religiosa. Creata nel
1997, oggi la Blackwater ha un miliardo di dollari in
contratti con il governo statunitense, corrispondente al
90% del suo business, e due terzi di questi contratti sono
stati assegnati senza gara. La sede si trova in North
Carolina, ed è la più grande base militare privata nel
66
mondo. Estesa per 3000 ettari, comprende vari poligoni
chiusi ed all’aperto, riproduzioni di centri urbani per
l’addestramento, un lago artificiale per atterraggi anfibi,
diverse piste, ed una flotta di 20 aerei.
Nell’ottobre 2006, hanno presentato al piccolo comune
di Potrero, 850 abitanti in una zona rurale vicino a San
Diego, California, una proposta per una nuova base,
Blackwater West. Il progetto era per una base di 330 ettari,
inclusi diversi poligoni di tiro, un eliporto, vari campi di
addestramento e un arsenale di 1700 metri quadrati. I
residenti di Potrero, come spesso capita, erano stati
tenuti all’oscuro del progetto. Però, man mano che si
spargeva la voce, la gente si è organizzata per opporsi alla
nuova base privata. L’opposizione era all’inizio frutto di
preoccupazioni per il rumore e per il traffico in una zona
rurale molto tranquilla. La gente di Potrero sapeva poco
o niente sulla Blackwater. Però la voce della nuova base
ha cominciato a girare fuori dal piccolo centro e sono
stati appoggiati da altri gruppi con più esperienza. Si è
formata quindi una coalizione di ambientalisti, veterani
per la pace e del movimento contro la guerra.
Con le campagne di informazione, inclusi incontri con
il giornalista e massimo esperto sulla Blackwater, Jeremy
Scahill, l’opposizione è diventata anche contro questa
società in quanto mercenari di guerra. Al movimento si
sono aggiunti anche associazioni per i diritti degli
immigrati. Tanti pensano che la scelta di Potrero, a solo
3 chilometri dal confine con il Messico, è una indicazione
67
che la Blackwater vuole aggiudicarsi importanti contratti
nella privatizzazione del confine.
La Blackwater, sin dall’inizio, ha cercato di conquistare
“i cuori e le menti” della gente con una campagna di
relazioni pubbliche. Il vice presidente, Bob Bonfiglio, si è
trasferito a San Diego per seguire il progetto a tempo
pieno. La Blackwater ha ancorato il suo yacht aziendale
sulla costa sventolando una enorme bandiera della
società. Hanno donato tende e provviste alla persone
evacuate durante gli incendi dell’ottobre del 2007.
Durante gli spettacoli dell’intervallo di una partita di
football all’Università di San Diego nel dicembre 2007,
paracadutisti della Blackwater si sono lanciati da aerei
sopra lo stadio con paracadute con il logo della società e
scendevano in mezzo del campo con una gigantesca
bandiera a stelle e strisce.
Però non è bastato a far cambiare idea alla gente. Il
movimento Stop Blackwater di Potrero ha deciso di agire
nei confronti del consiglio comunale. Ha raccolto firme
per una recall election, vale a dire una votazione in cui gli
elettori si esprimono sulla rimozione o no di un pubblico
ufficiale già eletto e sul candidato per sostituirlo.
Servivano 133 firme sui 425 elettori di Potrero, e hanno
firmato in 300. Quindi si è tenuta la recall election nel
dicembre del 2007. Gli elettori si sono espressi, con voti
dal 60 al 70%, per sostituire tutti i membri del consiglio
con i candidati contro il progetto della Blackwater. La
recall ha finito quindi per essere un referendum sulla
nuova base ma anche sulla politica poco trasparente che
68
non dialoga con la gente. Nel marzo del 2008, a sorpresa
di tutti, la Blackwater ha ritirato la sua proposta.
Purtroppo, mentre la campagna contro la Blackwater
procedeva a Potrero, nel settembre del 2007 due società,
la Raven Development e la Southwest Law Enforcement, hanno
presentato domanda per una “scuola professionale” nella
vicina San Diego. Ma quello che nessuno sapeva fino ad
aprile 2008 è che queste due società non sono altro che
“prestanomi” che fanno capo alla Blackwater e questa
“scuola professionale” è un centro di addestramento
dotato di un simulatore navale – c’è la base navale a San
Diego – e un poligono di tiro all’interno di un palazzo
esistente di 6000 metri quadrati ubicato a solo centinaia
di metri dal confine con il Messico.
La coalizione Stop Blackwater è ora mobilitata sul caso
di San Diego continuando le campagne di informazione.
Il primo risultato, agli inizi di maggio 2008, è stato che il
sindaco di San Diego ha annunciato delle indagini per
verificare se la Blackwater non avesse intenzionalmente
cercato di nascondere la sua identità quando ha fatto la
domanda per l’autorizzazione della “scuola”.
Il movimento lavora localmente, ma tutti sono
d’accordo che il miglior modo per far chiudere la
Blackwater a San Diego è di invertire la tendenza alla
privatizzazione delle forze armate e delle forze
dell’ordine. Il movimento sostiene quindi una campagna
per una legge presentata al Congresso per vietare l’uso
dei contractor privati. Spesso si comincia con un
69
movimento NIMBY (not in my backyard, cioè non nel mio
giardino) che poi man mano si trasforma in un
movimento contro il complesso militare industriale67.
67 Westbrook, Stephanie. Movimenti contro le basi militari negli
USA, 2008.
http://www.terrelibere.it/terrediconfine/movimenti-controle-basi-militari-negli-usa.
70
Una diga in Lesotho, un cinque
stelle in Sudan
Antonello Mangano
Tangenti per due milioni di dollari, le maggiori
multinazionali del settore costruzioni sotto accusa,
trentamila persone cacciate dalle loro case. Lo scenario è
il Lesotho, piccola enclave in territorio sudafricano ed ex
colonia britannica, poco più di 30 mila chilometri
quadrati, per la maggior parte altipiani e montagne: una
piccola Svizzera dell’Africa meridionale. Il Lesotho è
però un paese povero, che vive di agricoltura ed
allevamento e dipende in gran parte dagli aiuti finanziari
del vicino Sudafrica, dove molti dei suoi abitanti
emigrano per lavorare nelle miniere. La risorsa principale
è l’acqua: un bene destinato a diventare sempre più
prezioso68.
La storia del Lesotho Highlands Water Project inizia nel
1986, con la stipula di un trattato con il Sudafrica
dell’apartheid. Il progetto, secondo al mondo per
imponenza solo a quello delle Tre Gole in Cina, è
pensato per creare un sistema di dighe e tunnel per
Battistini, Tommaso. Le dighe del Lesotho, corruzione
multinazionale e Banca Mondiale in Liberazione, 20.03.2003.
68
71
deviare le acque locali verso il distretto industriale di
Johannesburg69, ricevendo in cambio energia elettrica.
L’opera, i cui costi totali ammontavano a più di quattro
miliardi di dollari, è stata finanziata da grandi banche
multilaterali di sviluppo come la Banca Mondiale e la
Banca Europea per gli Investimenti. Prevedeva il
coinvolgimento di numerose agenzie di credito
all’esportazione, tra cui anche l’italiana Sace, ed
importanti banche private come la Dresdner Bank e il
Crédit Lyonnais.
Il fornitore naturale dell’acqua è il fiume Senqu, che
nasce negli altipiani del Lesotho e prende più a sud il
nome di fiume Arancione, per sfociare infine nelle acque
dell’Atlantico al termine di un viaggio lungo 1500
chilometri. Le opere programmate sono a dir poco
imponenti: sei dighe, altrettanti tunnel e due stazioni di
pompaggio. Fine prevista dei lavori: 2027, quando 70
metri cubi d’acqua al secondo dovrebbero affluire verso
il fiume sudafricano Vaal.
Il Guateng è un’area ad alta densità industriale che
produce, insieme al distretto di Johannesburg, il 60% del PIL
dell'intera Africa australe.
69
72
Il progetto è diventato anche un grosso caso di
corruzione internazionale. Nel 2002 arriva la prima
condanna per l’ex direttore del progetto, Masupha Sole,
18 anni di reclusione per truffa e corruzione. Dopo
un’approfondita indagine, il giudice del Lesotho Brendan
Cullinan accerta che Sole si è messo in tasca ben due
milioni di dollari gentilmente offerti, con i più vari
stratagemmi, dalle multinazionali interessate agli appalti.
Nel 2006, la canadese Acres International e la tedesca
Lahmeyer sono condannate per aver pagato mazzette da
2 milioni e da 670 mila dollari. L’intermediario della
“vecchia” Impregilo è stato accusato di aver impedito
l’acquisizione di una serie di documenti sui pagamenti
illeciti degli anni ’90. Il tribunale locale ha imposto una
maxi-multa di 15 milioni di rand, ovvero circa 1,5 milioni
di euro70. Le tangenti elargite dall’Impregilo, che si è
sempre dichiarata innocente, ammonterebbero a ben 250
mila dollari. Impregilo ha guidato con una quota del 22%
la Highlands Water Venture, che ha costruito le due dighe
di Katse e di Mohale, le più grandi del progetto. Da un
lato, dunque, la Banca Mondiale e ricchissime
multinazionali, dall’altra una corte con pochi soldi ed un
gruppo di magistrati fatti venire dal Sudafrica e nominati
dal governo del Lesotho per avere un collegio giudicante
al di sopra delle parti.
70 Cfr. Campagna per la Riforma della Banca Mondiale.
http://www.crbm.org/modules.php?name=browse&mode=p
age&cntid=576.
73
La vita di 30 mila basotho – cacciati da montagne
abitate da tempo immemorabile - è stata sconvolta dal
progetto: le giuste compensazioni sono la richiesta
minima di questo popolo71. Il rapporto di Sekara Mafisa,
l’ombudsman nazionale, riconosce completamente le
ragioni delle comunità locali, ritenendo inadeguato il
piano per il reinsediamento e chiedendo alle autorità
competenti di agire di conseguenza.
Disastro ambientale
Duecento chilometri di strade costruiti negli altipiani
del Lesotho, migliaia di ettari di terra arabile invasi dalla
acque, crepe aperte nelle case dagli esplosivi, inadeguati
risarcimenti ai Basotho, l’erosione dei terreni ed i
trasferimenti forzati di migliaia di persone. “Impatto
ambientale” non è che un eufemismo. Altro effetto è il
dilagare di Aids, alcolismo e prostituzione: piaghe
esportate dai circa 20 mila lavoratori arrivati in Lesotho
per realizzare il progetto.
La manodopera locale ha manifestato più volte contro
le ingiuste condizioni di lavoro. La tensione è sfociata nel
71 Il modello delle “opere compensative” – sostanzialmente
denaro pubblico che dovrebbe ripagare i danni apportati al
territorio - è stato applicato più volte in Italia, in particolare
per la TAV ed il Ponte sullo Stretto.
74
1996 in una protesta pacifica per il pagamento di alcune
mensilità arretrate, quando la polizia ha reagito aprendo
il fuoco e uccidendo cinque persone. Nessun agente è
mai comparso davanti a un tribunale per rispondere di
quei fatti e i risultati della commissione d'inchiesta non
sono mai stati resi pubblici72.
Ricapitolando, in un paese africano piccolo come il
Lesotho ci sono giudici ed un ombudsman che si sono
adoperati per il rispetto delle leggi ed i diritti delle
persone73. Dall’altro lato, infrastrutture palesemente
inutili per il territorio (addirittura risorse locali spostate
in un’altra nazione), compensazioni fittizie ed un sistema
di corruzione che collega gli imprenditori ai decisori
pubblici. Stiamo parlando di Africa, ma anche di Italia.
La palla di Gheddafi
Dai suoi diciotto piani si gode un eccellente panorama
sul Nilo ma anche sulle case di fango spesso allagate
dallo straripamento del fiume. Duecentotrenta stanze
extralusso, numerosi ristoranti ed un design
avveniristico, nove anni di lavori costati 190 milioni di
72
Battistini, Tommaso. Cit.
Manes, Luca. C’è un giudice a Maseru … in Nigrizia,
06.09.2006.
73
75
dollari. Il Burj al-Fateh è un hotel cinque stelle che sorge
a Kartoum, a due passi dalla miseria del poverissimo
Sudan. Per la sua forma tondeggiante i locali lo chiamano
la “palla di Gheddafi”, riferendosi al finanziamento
stanziato dal governo libico74. L’hotel è diventato celebre
anche come sfondo dei servizi di Al-Jazeera dal Sudan.
La suite presidenziale costa 4000 dollari a notte, la
sistemazione più economica non meno di 250. Molti dei
materiali e delle forniture non si trovano in loco e
devono essere importati dall’estero. Al grill si possono
ordinare hamburger da 70 dollari fatti con carne
australiana. Al ristorante dell’ultimo piano, dove è stato
assunto un cuoco fatto arrivare appositamente dalla
Francia, ad agosto si può godere un panorama unico
sulle case inondate dal fango del Nilo e magari riflettere
sul 40% di sudanesi che vivono sotto la soglia di povertà.
La realizzazione è dell’italiana CMC, una delle imprese
nate come “coop rosse” – è stata fondata nel 1901 da 35
muratori di Ravenna - ed oggi bersaglio privilegiato dei
“No Global” dopo gli appalti vinti per le basi Usa di
Vicenza e Sigonella, per il TAV, per il Ponte sullo
Stretto.
74 L’hotel è stato finanziato dalla LAFICO (Libyan Arab
Foreign Investment), società del governo libico che ha posseduto
importanti quote della Fiat e della Juventus, è presente in
Tamoil e nel 2008 è intervenuta con un miliardo di euro nel
salvataggio di Unicredit.
76
Curiosamente, per la CMC, il mercato regionale italiano
di maggiore rilievo è diventato quello siciliano. Nell’isola,
le imprese emiliano-romagnole hanno lentamente ma
progressivamente scalzato le imprese autoctone. Nel
2009, CMC realizza alle porte di Catania il centro
commerciale Katané per Intercoop, curando tutti gli
aspetti dell’operazione, dall’acquisto del terreno a tutte le
procedure urbanistiche e commerciali, per arrivare alla
costruzione e vendita chiavi in mano dell’intero
complesso. Il valore complessivo è di 96,8 milioni di
euro e la costruzione, avviata nel febbraio 2007, è durata
due anni. Il rapporto tra Sicilia e CMC comincia negli
anni ’60, con la costruzione delle raffinerie del gruppo
Monti a Gela e Milazzo. Dal 2006, la cooperativa opera
nella base USA di Sigonella, sta costruendo il Mercato
Agro Alimentare (MAAS) di Catania e la statale 640 di
Porto Empedocle; fa inoltre parte del raggruppamento
che ha vinto con la capofila Impregilo l’appalto per il
Ponte sullo Stretto di Messina.
Torniamo in Africa. Il taglio del nastro durante
l’inaugurazione è del presidente Omar al-Beshir, colpito
dalle ipotesi di mandato di arresto internazionale per
genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra
nel Darfur75.
75 Magic Burj al-Fateh Hotel opens in Khartoum.
http://www.middle-eastonline.com/english/business/?id=27644
77
Per imprese come CMC ed Impregilo, dunque, l’Africa
è ben diversa dal “continente perduto” escluso
dall’economia-mondo e lontano dalla storia che molti
immaginano. Per loro, l’Africa può essere l’eldorado degli
appalti facili, del rischio d’impresa azzerato, del denaro
pubblico che scorre a fiumi grazie a regimi compiacenti
ed organismi internazionali. L’impatto socio-ambientale
dei progetti, o la loro utilità sul territorio, non
interessano ad alcuno. E persino la corruzione non è una
questione squisitamente etica ma il metodo relazionale
privilegiato che connette decisori pubblici e grandi
corporations.
Con l’Africa ci si può arricchire, e lo dimostra la storia
della CMC. A partire dagli anni ’80, la cooperativa
realizza un decisivo salto di qualità costruendo silos e
complessi molitori per cereali in Algeria, strade in
Somalia, Tanzania, Costa d’Avorio, Burkina Faso e dighe
in Botswana, Zimbabwe, Tanzania, Algeria. La ditta
ravennate è presente da quasi 30 anni in Mozambico
dove ha lavorato su infrastrutture e complessi
industriali76.
Una interessante teoria ipotizza un “modo di
produzione africano”77, per capire il quale occorre
76
Cfr. www.cmcafricaaustral.com.
Sciortino, Alberto. Il modo di produzione africano, 2003.
http://www.terrelibere.org/il-modo-di-produzione-africano.
77
78
rivedere il concetto stesso di conflitto: non scontro tra
stati per il controllo del territorio, ma scontro tra chi è
armato e la popolazione inerme. I conflitti diventano una
forma specifica della globalizzazione, per il controllo
delle risorse e la connessione ai mercati internazionali.
Un modello “economico” che espelle con le migrazioni
o distrugge con le guerre la parte “inutile” della
popolazione, ma garantisce straordinari profitti alle élite
locali ed alle grandi corporation. Ancora una volta guerre e
grandi opere sono facce della stessa medaglia.
79
Il contesto ed il “dettaglio” Ponte
Giuseppe Sottile78
Nel descrivere il ciclo della produzione capitalistica,
Marx osserva che “il processo di produzione appare
soltanto come un male necessario per far denaro. Tutte
le nazioni a produzione capitalistica vengono colte perciò
periodicamente da una vertigine, nella quale vogliono
fare denaro senza la mediazione del processo di
produzione”79.
Questo è quello che sembra in specie essere successo
negli ultimi trent’anni con l’emergere sul piano
quantitativo
di
un’accumulazione
di
“ricchezza” finanziaria, che sul piano qualitativo ha
condotto
ad
una
metamorfosi verso
una
dinamica speculativa del capitale. Tuttavia, adesso non si
tratta soltanto di “far denaro” giocando sulla differenza
dei valori nominali d’un titolo azionario, faccenda
78 Giuseppe Sottile insegna storia e filosofia nei licei. Cura il
sito www.countdownnet.info ed ha curato, insieme ad Antonio
Pagliarone, il volume Ma il capitalismo si espande ancora?, Trieste,
Asterios, 2008.
K. Marx, Il Capitale, Roma, Editori Riuniti, 1980, libro II p.
58-59.
79
80
antidiluviana, ma di far confluire una parte di reddito
monetario sempre maggiore (salari e profitti prodotti in
ambito industriale e commerciale e spesa pubblica) verso
investimenti di carattere puramente speculativo, che non
producono reddito monetario alcuno, ma lo assorbono
dalla cosiddetta “economia reale” e lo accrescono sotto
forma d’un indebitamento crescente.
Evidentemente, qualcosa deve aver cominciato a non
funzionare nel normale processo di accumulazione
allargata del capitale, se, a partire dagli anni ’70, inizia a
declinare il tasso di crescita economica caratterizzata da
investimenti produttivi, crescita salariale (relativa ed
assoluta), espansione sostenuta del welfare, che avevano
accompagnato il secondo dopoguerra in Occidente ed un
po’ dappertutto sul pianeta. La spiegazione più plausibile,
a mio parere, è che le condizioni di redditività del
capitale avessero raggiunto un punto tale per cui
cominciò a risultare più conveniente realizzare “profitti
speculativi”80 che hanno portato ad un progressivo
80 Come il capitale speculativo non è vero capitale, così
non lo sono i profitti speculativi. Gli ordinari profitti
rappresentano un potenziale incremento di ricchezza materiale
in forma capitalistica se investiti ai fini dell’accumulazione,
quelli di origine speculativa rappresentano soltanto una
sottrazione ai primi.
81
incremento
della
deregulation
finanziaria,
e
parallelamente una deregulation dei servizi pubblici e di
condizioni di lavoro favorevoli ai salariati sino a quel
momento, ottenute dopo decenni di lotte.
Tutto ciò ha consentito una ripresa della redditività del
capitale i cui guadagni hanno continuato a fomentare la
dinamica speculativa, garantita dall’incremento dei valori
azionari sul mercato secondario dei titoli e da
investimenti speculativi su altrettanti valori nominali di
cui l’ingegneria finanziaria oggi è stracolma.
Le scommesse
Rammento come tutto “ebbe inizio” con le scommesse
sull’andamento
dei
tassi
di
cambio
al
tramonto del regime
instaurato
dagli
accordi
di Bretton Woods. Le partnership pubblico-privato oggi
di moda ed in genere l’outsourcing di servizi un tempo
pubblici e per lo più pagati con l’incremento dei salari
lordi dei lavoratori (da cui l’incremento delle entrate
fiscali degli Stati che hanno consentito l’epoca del
welfare o dell’ “integrazione” dei lavoratori e precedente,
come ovvio, alla famigerata e ideologicamente
propagandata “crisi fiscale” dello Stato) hanno fatto
ormai epoca nella considerazione di un’abbondante
letteratura che ne mette in luce i guasti, dal lato delle
performance e delle condizioni di lavoro, nonché le
strategie atte ad accrescerne gli utili attraverso operazioni
finanziarie speculative ad esse collegate.
82
Un caso documentato è stato quello giocato
dalle Private Military Companies
(PMC)
nell’ultima
cosiddetta Guerra del Golfo: il valore complessivo dei
contratti stipulati dal solo Dipartimento alla Difesa
americano con la sussidiaria della Hulliburton, la KBR
(di cui Dick Cheney era Chief Exescutive Officer), passa da
427 milioni di dollari nel 2001 a 2170 nel 2003,
trovandosi in testa alle compagnie che hanno un
contratto con lo stesso Dipartimento nel biennio 20022004. Ma tutti i contratti con le PMC “decollano”.
E’ la dinamica dell’outsourcing. Come altri settori
pubblici, quello militare diviene solo fonte
d’accumulazione privata; molte attività vengono sempre
più appaltate ad imprese private, dalla produzione ai
servizi, sino alle attività di combattimento e queste
corporation in più, molto di più, lucrano sugli incrementi
del valore delle loro azioni e delle connesse attività
finanziarie consentite dagli appalti milionarî. Il punto è
che a farne le spese è la spesa sociale.
In questi ultimi decenni si è potuto assistere ad un
modificazione del regime economico-sociale capitalistico,
che ha fissato paletti e spartiacque: da una fase di lenta
ma continua acquisizione di performance positive in
termini di condizioni di vita per i salariati sino alla fine
degli anni ’70 del secondo dopoguerra (epoca
dell’integrazione dei lavoratori) ad una perdita altrettanto
continua di quelle acquisizioni (de-integrazione), in un
quadro, secondo alcuni, più che secolare di vera
“decrescita”, ossia di declino della redditività nella
83
creazione di ricchezza materiale dentro le condizioni del
capitalismo.
Per gli ultimi trent’anni, abbiamo assistito ad un
marcato declino caratterizzato da circa nove contrazioni
nette della crescita tra recessioni e debacle finanziarie,
con uno spartiacque significativo alla fine degli anni ’70,
quando la tendenza alla crescita della quota di redditi da
lavoro dipendente sul reddito nazionale si è invertita
rispetto a prima. Una serie di misure, quali il rapporto tra
crescita della produttività e dei salari reali nel settore
privato, la misura del peso e tipologia del carico fiscale –
una vera e propria metamorfosi a svantaggio del lavoro
dipendente -, il valore reale dei salari minimi, misure
alternative del tasso di disoccupazione, il tasso di
sindacalizzazione, misure di sostegno al welfare (come la
spesa per servizi sociali in percentuale del Pil), il grado di
precarietà occupazionale ed il tasso di povertà, indicano
in maniera evidente un peggioramento a tratti sostanziale
delle condizioni di vita dei salariati dentro il capitalismo,
ossia, in altri termini, indicano che il regime economico
nel quale viviamo non è più in grado di riprodursi ma
segue una tendenza di tipo asfittico.
Dall’altro, abbiamo assistito nel medesimo arco di
tempo all’emergere d’una dinamica economica, che ne
sembra il corrispondente speculare, di tipo speculativo.
Osserva ad esempio Murray E.G. Smith che “nei primi
anni ’80, il settore finanziario contava per solo circa il
10% dei profitti totali, mentre al 2007 si era passati al
40%. Tra gli anni ’50 e ’70, il rapporto asset finanziari 84
Pil era mediamente di 4 a 1, mentre per il 2007 si era
passati ad un rapporto di circa 10 a 1. Nel 1980,
gli asset finanziari mondiali (depositi presso le banche,
titoli e partecipazioni azionarie) contavano per il 119%
della produzione mondiale, mentre al 2007 si è passati al
356%”81.
Il debito sul mercato creditizio USA è salito da circa il
150% del Pil dei primi anni ’80 al 350% del 2007.
Per S&P 400, il rapporto prezzi delle azioni/utili delle
imprese è passato tra il 1980 e il 2003 da 8 a 40 ad 1. Il
servizio sul debito in relazione al reddito disponibile è
cresciuto di 4, 5 punti percentuali tra i primi anni ’90 ed
il 2007.
La conseguenza inevitabile per lo stesso arco di tempo
è stata una politica economica che ha progressivamente
rivitalizzato la redditività del settore privato al fine di
produrre e sostenere questa dinamica speculativa. Si è
assistito così ad una progressiva privatizzazione e
commercializzazione di settori produttivi e servizi
pubblici, liberalizzazione di ogni mercato, deregulation,
ristrutturazioni, acquisizioni e dismissioni, riduzione dei
“profit retained” e massimizzazione dei profitti speculativi,
81 Smith, Murray E.G. Causes and Consequences of the Global
Economic Crisis, 2008, p.8.
http://www.countdownnet.info/archivio/analisi/world_econ
omy/579.pdf.
85
ruolo determinante dei fondi pensione e di investimento
nel determinare le strategie delle imprese. In sostanza,
riduzione degli investimenti produttivi, dunque del tasso
d’accumulazione e trionfo di quello che è stato definito
lo shareholder value model.
Il monetarismo deflazionistico, da parte sua, tra la fine
degli anni ’70 ed i primi anni ’80 si è espresso nella forma
di un ridimensionamento della spesa pubblica ed in
particolare di quella relativa allo stato sociale per ridurre
il deficit ed il debito pubblici accumulati negli anni ’70
(riduzione che però non si è assolutamente realizzata) e di
politiche volte alla riduzione del sostegno all’occupazione
ed al salario sociale (che, invece, si sono avute).
La mutazione in senso speculativo
Insomma, il carico di questo declino della crescita
economica capitalistica ha prodotto da un lato una sorta
di mutazione del capitalismo in senso speculativo e
dall’altro un notevole peggioramento nelle condizioni di
riproduzione dei salariati del settore pubblico e privato.
La spettacolare performance ingegneristico-finanziaria
del capitalismo in questi ultimi trent’anni – di cui, ad
esempio, la speculazione originata sui mutui sub-prime è
solo un caso dei profitti speculativi originati tra banche
commerciali, di investimento ed infine fondi
pensione/investimento ed investitori stranieri, attraverso
costi per le commissioni, differenziali nei tassi di
86
interesse sui prestiti a breve e a lungo termine che i
mortgaged-based Securities procuravano82 – ha solo fatto
emergere un’economia basata sul debito che ha
incrementato il rapporto tra formazione del debito e
reddito nazionale o reddito monetario prodotto
dall’andamento della crescita dei salari e dei profitti, la
cui insostenibilità si sta manifestando in questa crisi.
Il debito cumulativo delle famiglie, del settore
finanziario e non finanziario e del Governo americano
nel suo complesso sono il triplo del Pil americano e il
doppio di quello registrato nel periodo successivo al
crollo del 1929. L’ultimo decennio, poi, ha visto
esplodere il mercato dei derivati, scommesse
su un’attività sottostante (underlying asset) che possono
essere di tipo finanziario (variazioni del tasso d’interesse,
del prezzo di uno strumento finanziario, del prezzo di
una merce, del tasso di cambio in valuta estera etc.) o di
tipo creditizio (merito o indici di credito) e che si sono
accumulati tra gli strumenti di investimento delle
istituzioni finanziarie, incrementando notevolmente
l’indebitamento del sistema economico83.
82 Si veda Moseley, F. US home mortgage crisis: how bad will it
be? Causes and solutions, 2008 in www.countdownnet.info.
83 Possiamo ricordare che Bear Stearns aveva circa 13 trilioni
di dollari in derivati e fallì nel marzo del
2008. Freddie Mac, Fannie Mae, Lehman Brothers e AIG sono
87
Recenti stime per i derivati Otc (Over The Counter, ossia
su
mercati
non
regolamentati) registrano
un
ammontare di 747 trilioni di dollari in valore nozionale,
circa 15 volte il PIL mondiale.
Il recente crash finanziario ha ed avrà delle invitabili
ricadute sugli standard di vita, producendo intanto una
sorta
di
“keynesismo finanziario” obbligato nel
tentativo di rimettere in moto il credito onde ridare fiato
alla speculazione finanziaria, con inevitabili spostamenti
di denaro pubblico in quella direzione, con la novità che
in questo frangente le Banche commerciali USA hanno
ottenuto un incremento dei depositi presso la Fed in
cambio di derivati come collaterali e “for the first time
(previously only Treasury bonds were
accepted)”,
come
rileva Moseley84.
Non v’è dubbio che i lavoratori si troveranno a dover
pagare questa montagna di finanziamenti statali, come
hanno fatto quelli americani con i tremila miliardi di
dollari spesi nella cosiddetta “guerra” in Iraq. La crisi
fiscale dello Stato, poi, ha giocoforza costretto le
amministrazioni pubbliche ed entrare nel gioco della
finanza “creativa”. Per quanto riguarda l’Italia, ad
crollati nel settembre dello stesso anno a causa
dell’insieme dei valori mobiliari e dalle esposizioni sui derivati.
84
88
Moseley, F. Cit., p. 21.
esempio, “a fine 2006 gli Enti Locali (Regioni, Province
e Comuni) avevano un’esposizione in derivati verso
banche italiane stimabile in circa 13 miliardi di euro di
nozionale, pari al 36% dell'indebitamento totale verso
intermediari residenti; il valore di mercato di queste
posizioni risultava negativo per circa un miliardo di
euro. Tuttavia, l’esposizione degli Enti Locali ai derivati è
probabilmente assai più ampia, poiché diverse fonti
indicano che molte posizioni in derivati detenute dagli
Enti Locali sono in contropartita con banche estere,
posizioni per le quali non sono ancora disponibili dati
statistici”85.
Sul versante delle attività industriali e commerciali, ossia
sull’altra faccia della medaglia, si è invece assistito ad una
debacle notevole negli ultimi mesi86.
Messina, Alessandro. Dati di rilievo sui derivati, 2007.
http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2007/10/datidi-rilievo-a_messina.pdf .
85
Sul sito www.telegraph.co.uk, un articolo del 2 marzo 2009
dal titolo “We need shock andawe policies to halt depression” riporta i
dati della produzione industriale dell’ultimo trimestre
rispetto all’anno precedente così elencati: Taiwan (43pc), Ukraine (-34pc), Japan (-30pc), Singapore (29pc), Hungary (-23pc), Sweden (-20pc), Korea (19pc), Turkey (-18pc), Russia (-16pc), Spain (-15pc), Poland (15pc), Brazil (-15pc), Italy (-14pc), Germany (-12pc), France (11pc), US (-10pc) and Britain (-9pc).
86
89
L’affaire Ponte
L’affaire Ponte sullo Stretto si può dire vada inserito in
questo quadro di cui le PPP sono un aspetto. Si potrebbe
sostenere che esse supportino comunque la crescita
economica, ma allora non si vede perché non favorire
progetti di sviluppo di più larga portata, sapendo poi che
le ricadute in termini di benefici diffusi per la costruzione
del Ponte sono praticamente inesistenti. Progetti
infrastrutturali come questo e quelli ventilati in giro per il
mondo nei prossimi anni sono caratterizzati da due
aspetti: maggiore sarà il ruolo degli attori istituzionali
privati (dato lo stato comatoso dei conti pubblici in ogni
nazione sviluppata) maggiore sarà il grado di
privatizzazione di servizi un tempo pubblici; maggiore
sarà il ruolo da questi giocato maggiori saranno gli scopi
puramente speculativi di tutta la faccenda, al punto che
l’effettiva
performance di infrastrutture
così
implementate non giocherà alcun ruolo. Si pensi al caso
degli ETF87. Con essi si punta sull’andamento di un
paniere di titoli di riferimento rappresentato dalle
imprese implicate nel settore delle infrastrutture, un
87 ETF è l’acronimo di Exchange Traded Fund, un termine con
il quale si identifica una particolare tipologia di fondo
d’investimento con due principali caratteristiche: è negoziato
in Borsa come un’azione; ha come unico obiettivo
d’investimento quello di replicare l’indice al quale si riferisce
(benchmark) attraverso una gestione totalmente passiva.
90
classico andamento speculativo che replica se stesso. In
realtà sembra che la spesa pubblica prevista per la
costruzione del Ponte rappresenti solo l’incipit per tutta la
faccenda.
Le obbligazioni emesse poi dai soggetti interessati
sarebbero acquistate sul mercato secondario degli
investimenti per essere soggette ad operazioni
speculative, verrebbero titolarizzate come derivati e
scambiate, utilizzate come garanzia collaterale per le
infrastrutture in essere e da costruire, poiché questo è lo
scopo principale di tutta la faccenda.
Il Ponte ed i pedaggi relativi alla tratta, ci sembra
costituiscano una sorta di “rumore di fondo” che come
quello del Big Bang potrebbe non esserci mai. Quello
che conta è costruirvi sopra una montagna di debito.
Ecco perché, ad esempio, nell’ultimo decennio il valore
d’un immobile e negli ultimi anni d’un barile di merdoso
petrolio hanno assunto un valore + n rispetto ad un anno
di riferimento, mentre l'immobile dal punto di vista reale
si sarebbe dovuto deprezzate come capitale fisso
residenziale ed il greggio, a parità di condizioni, non
mutare di prezzo o mutarlo di poco visto che Dio non ci
ha chiesto dall’oggi al domani una quantità infinita di
petrolio per curare le sue attività nell’intero universo.
Deve essere chiaro che l’investimento di tipo
speculativo
per
quanto,
come
sottolineato
precedentemente, sia il portato di un’assenza di
investimenti di tipo classico, finalizzati all’accrescimento
91
della capacità produttiva e della ricchezza materiale
sebbene in forma capitalistica, non possiede appunto le
suddette caratteristiche. Qui il reddito monetario entra
nella sfera speculativa la cui crescita si alimenta a
condizione che ne continui ad entrare.
Appena la catena di indebitamento così formatasi si
spezza ed il valore nominale degli strumenti finanziari
subisce un crash è come se venisse semplicemente
indicata l’origine del declino economico in corso. In un
certo senso questo non è più capitalismo, bensì un
capitalismo che nega se stesso, ma non per opera dei
salariati.
92
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www.wallstreetitalia.com
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Si invita a seguire l’evolversi del movimento “No
Ponte” sui siti:
www.retenoponte.it
www.noponte.it
noalponte.splinder.com
territoriot.noblogs.org
www.noponte.it
104
COLLANA PRAÇA DA ALEGRIA
1. A. Mangano, Un posto civile – Sette ottime ragioni per
riconvertire la base USA di Sigonella
2. A. Mangano (a cura di), Gli africani salveranno
Rosarno – E, probabilmente, anche l’Italia
3. L. Sturniolo (a cura di), Ponte sullo Stretto e mucche
da mungere - Grandi infrastrutture, servizi pubblici e
bolle speculative
www.terrelibere.org
www.terrelibere.org/libreria
[email protected]
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