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Tawfik: «Io iracheno in Italia ho conosciuto la libertà
INCONTRI - Scrittori di frontiera
Tawfik: «Io iracheno in Italia
ho conosciuto la libertà»
«Questo terrorismo figlio di un Islam malato. Ma la
violenza non è una prerogativa del mondo musulmano. Non sono pronto per un ritorno in Iraq».
di Emilio Vinciguerra
1. Una grande passione per Dante e per la Commedia
Dapprima è stato l’interesse profondo per Dante e la Divina Commedia, poi si è aggiunto il bisogno, più ancora del desiderio, di vivere in una società libera al riparo da controlli e minacce. Così, da
ormai trent’anni, Younis Tawfik – scrittore, poeta e docente universitario 1 – vive a Torino come “esule volontario”. È arrivato in
Italia il 13 agosto del 1979, da studente munito di regolare permesso, con un volo di linea Baghdad-Roma. Nel suo viaggio verso
l’Occidente nessun rischio, nulla di simile agli “sbarchi” drammatici dei “clandestini” che i Tg ci raccontano quasi ogni sera. Per
altro, in Italia Tawfik aveva anche un punto di riferimento preciso, uno zio che lo aveva preceduto qualche anno prima per studiare arti visive a Firenze. A spingerlo verso il nostro Paese, dunque, l’amore per il poema dantesco: davvero, «galeotto fu il libro
e chi lo scrisse». La passione per Dante gliela aveva iniettata giorno dopo giorno, negli anni del liceo, l’insegnante di lettere che era
di religione cattolica ed attento conoscitore della letteratura italiana. Il primo tramite con la Commedia fu una traduzione in lingua araba opera di uno studioso egiziano; un lavoro, però, che evidentemente non rendeva giustizia al poema («tutto qui Dante?»):
ecco, di conseguenza, la decisione di venire a studiare l’italiano per
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Emilio Vinciguerra
poter finalmente leggere e apprezzare le “tre cantiche” nella versione originale. Una scelta culturale, divenuta ben presto anche una
scelta di vita, un tornante nella storia personale ed esistenziale di
Younis Tawfik che allora aveva 22 anni. Era nato, infatti, nel 1957 a
Mosul, «l’antica Ninive», come mi farà osservare con una sottile
espressione di compiacimento durante il nostro incontro.
Un mese prima di quel volo Baghdad-Roma, il 14 luglio 1979,
in Iraq era salito al potere Saddam Hussein, che aveva subito rivelato il suo volto di dittatore deciso e spietato. Così la “scelta dell’esilio” fu un esito quasi scontato per il giovane appassionato di
Dante e già poeta egli stesso (un anno prima aveva vinto il «Premio nazionale di poesia»), che in Italia stava respirando quell’aria
di libertà che il regime negava agli iracheni. Da allora Younis Tawfik (a proposito, il nome Younis in italiano corrisponde al biblico
Giona) ogni volta che ha lasciato l’Italia per un viaggio, qualunque ne fossero la motivazione e la destinazione, ha sempre avuto
in tasca il biglietto di «andata e ritorno». Nel 1983 tornò a Mosul
per la morte del padre; fu l’ultima volta che mise piede nella terra
d’origine. Nel 1992 una nuova puntata verso Oriente, in Giordania, per un incontro a metà strada con la madre e gli altri familiari rimasti in patria (quattro sorelle e tre fratelli). Poi più nessun
contatto diretto, vis à vis, con i parenti, tranne i periodici incontri
con il fratello Amis, anch’egli immigrato in Europa (da undici anni vive in Olanda).
2. «Michelangelo mi ha riconciliato con il cristianesimo»
Quel 13 agosto del 1979, appena sbarcato a Roma, allo zio appassionato di belle arti, che lo accoglie all’aeroporto, Tawfik esprime
come primo desiderio quello di una visita alla Cappella Sistina:
«L’impatto con gli affreschi di Michelangelo, quel Dio creatore
che si affaccia dal cielo in forma umana per dare ad Adamo vita e
conoscenza, mi ha riconciliato con il cristianesimo. È stata la mia
prima scoperta dell’Occidente, dell’Occidente illuminato, dell’arte, della cultura, della libertà e della religione cristiana. Conoscevo del cristianesimo solo l’interpretazione che se ne dà nel mondo
islamico; allargare l’orizzonte, toccarlo dal vero a Roma e in Italia
mi ha consentito di completarne la conoscenza e di apprezzarlo
nella sua profondità». Sceglie come sede universitaria Torino per
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frequentare i corsi di Letteratura comparata tenuti da Angelo Jacomuzzi e da Carlo Ossola. Al centro degli studi il legame tra la
Divina Commedia, la «Scala» di Maometto 2 e la letteratura sull’ascensione islamica (il «viaggio verso l’aldilà»). Da Ossola riceve
l’incarico di tradurre un testo che è centrale nello studio della letteratura comparata e cioè Dante e l’Islam. L’escatologia islamica
nella Divina Commedia di Miguel Asin Palacios 3. È stato il primo
tassello di un ricco catalogo di traduzioni che hanno consentito a
Tawfik di impossessarsi via via dell’italiano, fino a padroneggiarlo
come una seconda lingua materna.
3. Agli immigrati è negata la normalità
L’esordio letterario di Younis Tawfik è datato 1999. L’editore Bompiani gli pubblica La straniera 4, che incontra subito un bel successo. Il romanzo vince numerosi premi tra i quali il «Grinzane» e il
«Comisso». Al centro del racconto, ambientato a Torino, due personaggi: una ragazza marocchina, Amina, che ha attraversato il Mediterraneo insieme al marito per inseguire vanamente «il sogno europeo», e un giovane architetto mediorientale che sembra avercela
fatta perché ha una casa, un lavoro gratificante, una moglie italiana.
Tra i due, che si incontrano proprio quando le loro vite sono a uno
snodo cruciale (lei abbandonata dal marito e costretta alla prostituzione, lui lasciato dalla moglie e in preda alla solitudine), nasce un
legame profondo e al tempo stesso impossibile. Nel dialogo intenso
e mai banale che si sviluppa tra i due, di volta in volta l’autore ci
mette a contatto con i gravi problemi e le attese deluse degli immigrati, con i giudizi e i pregiudizi che si portano dentro («l’Italia è
bella [...] dicono che la mafia è la padrona di tutto»), con le vicende contraddittorie e drammatiche dei loro paesi di origine, con la
denuncia della condizione femminile nel mondo islamico, con quel
sentimento di attrazione-repulsione che caratterizza il rapporto di
molti islamici con la civiltà occidentale 5. La conclusione è amara: i
due protagonisti chiudono in maniera drammatica i loro giorni: agli
immigrati, sradicati dalla loro terra, quale che sia il percorso della
loro vita, la normalità in terra straniera sembra negata.
Il Marocco con i mille colori e i mille suoni di Tangeri, Fès, Marrakech, del bazar e della medina, con «le spiagge dorate» di Essaouira e con le atmosfere sfumate e però avvolgenti del deserto è lo sce-
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nario nel quale si inserisce la storia raccontata nel secondo romanzo
di Tawfik, La città di Iram 6, un luogo circondato dal mistero e che
forse non è mai esistito: ma «è davvero indispensabile sapere se questa città sia veramente esistita? [...] Si dice che la città, dopo secoli di
pace e prosperità sia stata sopraffatta dalla lussuria e dal peccato. Per
tale motivo venne distrutta dalla furia divina». Il Marocco, dunque,
con la sua aura incantata, è la meta di Isabella, giovane torinese che
attraversa il Mediterraneo («l’altra riva della nostra anima») per ritrovare la sua serenità, messa fuori gioco dalla fine brusca di un amore vissuto intensamente. I suoi compagni in questo viaggio alla ricerca di sé stessa saranno una giovane marocchina fiera dei costumi castigati e della cultura della sua terra e un solitario e saggio pittore,
che aveva vissuto e studiato in Italia e che dell’Italia si era innamorato («una nazione che mi conquistava ad ogni passo, provocandomi
ogni giorno stupore e ammirazione»). Anche qui, come nel precedente romanzo, tra i protagonisti si sviluppa un dialogo intenso, nel
quale di volta in volta emergono e vengono messi a fuoco tutti i temi
che scandiscono il rapporto Occidente-Islam: la libertà religiosa, il
terrorismo con l’attacco alle Torri di New York, il conflitto tra israeliani e palestinesi, il diritto di ogni popolo a costruirsi un futuro nel
rispetto delle proprie tradizioni culturali e religiose («non può essere la società occidentale a decidere quello che è moderno»). Gradualmente aspirazioni, interpretazioni, giudizi dei tre personaggi si
affinano e si avvicinano: «Ho capito che guardiamo alla vita con gli
stessi occhi». Europa cristiana e mondo islamico non sembrano poi
all’autore così inconciliabili. Un esito simile a quello cui – per altre
vie e altri contesti storici e ambientali – sembra giungere un altro
scrittore di origine islamica, il turco Orhan Pamuk (Nobel per la letteratura nel 2006), ne Il castello bianco.
4. Una vera e propria epopea irachena
«Caro figlio, il destino ci ha inflitto una disgrazia dopo l’altra e la
nostra povera patria non ha mai vissuto un momento di pace.
Sembra che il diavolo ci abbia sputato sopra, che l’ira di Dio vi si
sia riversata come la tormenta in pieno inverno e che la morte le
scorra dentro le viscere come la lava» 7. La tragedia infinita dell’Iraq è il motivo conduttore de Il profugo 8, il terzo romanzo di Tawfik, che può essere definito un vero e proprio romanzo nazionale.
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Ripercorrendo le vicende di una famiglia (la sua), l’autore ripercorre la storia irachena degli ultimi decenni contrassegnati da tre
guerre devastanti (quella con Iran e le due guerre del Golfo). Al
centro del racconto la lunga dittatura di Saddam Hussein. Il tiranno, con la sua megalomania e con le dissennate scelte politiche,
economiche, sociali, passa come un autentico flagello sulla società
irachena seminando miseria, terrore e odio, trasformando amici
inseparabili in nemici implacabili, spazzando via l’armonia dalle
case e dalle famiglie: «Non siamo più esseri umani, ma macerie».
Nel romanzo trovano posto anche altri temi: i condizionamenti
imposti ai giovani dalla cultura e dalla mentalità islamiche («amare era visto come un oltraggio ai buoni costumi»), la presenza e il
ruolo della comunità cristiana in Iraq (i cristiani, «il popolo che
avevano abitato la nostra città ancor prima della conquista araba
[...] abbiamo bisogno della loro conoscenza e solo loro possono
aiutarci»), il terrorismo folle e cieco che semina morte tra la gente
irachena («il dilemma più grosso sono quei bastardi chiamati kamikaze. Si fanno esplodere all’improvviso e in ogni dove»). E, ancora e di nuovo, il conflitto israelo-palestinese, che da molti è visto come un alibi utilizzato dal dittatore per giustificare inadempienze e violenze del regime (è sempre «opera del nemico sionista»). Il romanzo, che prende le mosse dal matrimonio del fratello emigrato in Olanda, si chiude con il rientro (momentaneo?)
nell’alveo familiare dello stesso fratello, tornato a casa per abbracciare la madre giunta ormai al termine della sua stagione terrena.
La famiglia e il ritorno nella terra d’origine: sono i due «nervi scoperti» dell’autore, che non esita, ogni volta che il dipanarsi del
racconto gliene offre l’occasione, a riversare sulla pagina un sentimento di orgoglio per la patria lontana («la terra tra i due fiumi,
la culla della civiltà») e la nostalgia per la casa paterna. Due sentimenti forti, due note dominanti anche nei versi che Tawfik ha raccolto nel volumetto Nelle mani la luna: «Tawfik – rileva Tahar Ben
Jelloun nella prefazione – fa appello alla poesia per non disperare
totalmente, per continuare a vivere come se il paese fosse a portata di mano o almeno a portata di cuore» 9.
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Tawfik è molto impegnato nella promozione del dialogo tra mondo islamico e Occidente e poiché per parlarsi e per confrontarsi
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in modo costruttivo è necessario conoscersi, accanto a quella narrativa il nostro autore ha sviluppato anche una interessante produzione divulgativa della storia, della cultura, delle tradizioni dell’Islam. In un agile volumetto, L’Iraq di Saddam, troviamo in forma sintetica ma esauriente la storia dell’Iraq. Dedicato alla civiltà
islamica nel suo complesso (storia, religione, arte, tradizioni) è il
volume Islam, dai califfi all’integralismo, mentre la conoscenza
della lingua araba è affidata al testo As-SÇlamu ‘ala¥kum – Corso
di arabo moderno 10.
5. Il desiderio insopprimibile, ma inappagato, del ritorno
Il mio incontro con Tawfik è avvenuto in uno degli ultimi giorni di
settembre nel centro culturale italo-arabo Dar al Hikma (Casa della sapienza) che ha sede in una palazzina di stile moresco a due
passi da Piazza della Repubblica, uno dei punti più animati e frequentati di Torino. Alla maniera araba, il centro ospita tutti i servizi che offre normalmente un hammam, e cioè un bagno pubblico ricalcato sul modello delle thermae romane. Dar al Hikma,
quindi, è luogo di incontro, di relax, di cura del fisico, ma anche
di preghiera e di lettura. Infine, è luogo di confronto tra culture
diverse. Tawfik ne è il principale animatore.
– In una sua poesia, «L’emigrante», si parla di un esule che «[...]
coltiva la preghiera del ritorno, / [...] / erra cercando il sole e l’agognata patria. / Un uomo tra di noi / va cercando l’amore / la sua identità,
la sua memoria». In un altro componimento, intitolato «La patria», si
legge: «Oh uomo diviso dalla Patria, / che impregna ogni tuo respiro,
/ e ti apre negli occhi un cielo di cristallo» 11. Si potrebbe continuare a
lungo con altre citazioni sullo stesso tema. Non credo sia una forzatura vedere dietro e dentro i sentimenti di questo «emigrante» e di questo esule «diviso dalla Patria» i sentimenti e le tensioni dell’esule Younis Tawfik. La patria sempre nei pensieri e conficcato nel cuore il desiderio insopprimibile del ritorno. Eppure in un’altra sua pagina, più
precisamente nel romanzo Il profugo, si legge: «Penso che questa (l’Iraq, ndr) non sia più la mia patria e che il momento del ritorno non sia
ancora giunto». Il realismo della prosa sembra prevalere sugli slanci
della poesia. In definitiva, il ritorno alla terra natale probabilmente
non è ancora nei suoi programmi.
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– Purtroppo, il mio ritorno definitivo nella terra dove sono nato mi appare sempre più lontano. La mia patria è tradita, ferita. Direi che essa stessa ha tradito i suoi figli. Posso senz’altro definirmi
un esule volontario; infatti, quando me ne andai via dall’Iraq lo feci
liberamente e per un motivo ben preciso, che era quello di venire a
studiare in Italia. Già allora, però, avvertivo il pericolo che si stava
addensando sul mio Paese con la salita al potere di Saddam Hussein. Al liceo persi molti amici, alcuni arrestati, altri uccisi, erano
soprattutto aderenti al partito comunista che era stato messo al
bando. Venni in Italia, ma già dentro di me avvertivo che l’Iraq che
si stava costruendo non mi piaceva, perché era l’Iraq della dittatura, della repressione. Tutto il peggio del regime, tuttavia, cominciai
a metterlo bene a fuoco soprattutto dopo il mio arrivo in Occidente. In effetti, quando dentro la dittatura ci vivi, non sempre riesci a
renderti conto fino in fondo di quali siano i limiti e le ristrettezze
che essa ti impone. Con il trascorrere dei giorni molte cose finiscono per sembrarti quasi normali e naturali. È quando la dittatura la
guardi dal di fuori, quasi da una finestra, che ti rendi conto di tutta
la sua pericolosità, del suo peso insopportabile. È quando sei libero
che puoi misurarne fino in fondo la gravità e al tempo stesso scoprire quanto ti dà la democrazia, assaporare la serenità che ti deriva, ad esempio, dal poter andare tranquillamente a dormire la sera
senza temere che durante la notte vengano a bussarti alla porta,
sbatterti giù dal letto e portarti via per un semplice sospetto, magari per qualche parola detta da un compagno di scuola o da un collega geloso di te o che ti odia per qualche suo recondito motivo. Col
passare degli anni qui in Italia ho apprezzato sempre di più la libertà, che per lo scrittore è importante e necessaria come l’aria e come il cibo. La libertà qui mi è garantita, in Iraq no ed è per questo
che il mio viaggio in Italia, cominciato per seguire le orme di Dante, si è via via trasformato in un autoesilio.
6. «Pochi giorni fa hanno assassinato mio fratello»
– Nel romanzo Il profugo lei descrive un dialogo nel quale sua
madre dice a suo fratello Anis – il protagonista del racconto che emigra in Olanda – di fare ritorno in Iraq solo quando le condizioni del
Paese lo avessero consentito e, in definitiva, quando si fosse sentito
pronto. Cosa vuol dire «essere pronti» per il ritorno a casa?
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– Innanzitutto, è necessario mettere bene a fuoco la vicenda di
mio fratello. Anis ha lasciato l’Iraq una decina di anni fa ed è arrivato in Olanda dopo un viaggio drammatico, durante il quale più volte ha rischiato di morire. Ha sfidato ogni difficoltà per raggiungere
la libertà e per sfuggire alla persecuzione cui era fatto oggetto in patria. Dopo la caduta di Saddam Hussein ha deciso di fare ritorno a
casa per rivedere la mamma. Aveva in programma di restare un mese ma ha dovuto accorciare la visita perché nel giro di un paio di settimane ha subito ben tre tentativi di omicidio. Così, non appena
rientrato in Europa, mi ha invitato a non rimettere piede in Iraq, almeno per un bel po’ di tempo. A questo punto posso spiegare cosa
vuol dire «essere pronto». Io ho una immagine del mio Paese che è
quella di trent’anni fa, quando me ne andai via. Oggi quel mondo
non esiste più. La casa nella quale sono nato ed ho vissuto per una
ventina d’anni è stata buttata giù e al suo posto ora c’è un albergo.
Non esiste più neppure la scuola dove ho frequentato le elementari
e le medie. Molti miei amici non ci sono più. Allora cosa vado a rivedere? Ho paura dell’impatto con le persone che non sono più le
stesse degli anni della mia giovinezza. Le guerre, i bombardamenti,
le distruzioni e le ricostruzioni hanno cambiato radicalmente l’Iraq e
gli iracheni. Inoltre, come mio fratello Anis, potrei diventare il facile
bersaglio di gruppi di estremisti, come, purtroppo, è accaduto solo
poche settimane fa a un altro mio fratello, Walid, assassinato mentre
era in giardino ad innaffiare i fiori. Un’automobile con a bordo due
uomini incappucciati si è fermata davanti al cancello, uno dei due è
sceso, lo ha raggiunto alle spalle e gli ha sparato un colpo alla nuca.
Walid era un avvocato civilista di successo. Sì, era stato un sostenitore del regime di Saddam, ma non aveva mai fatto del male a nessuno ed era stimato e benvoluto perché sia come persona sia come
legale era sempre disponibile con tutti...
– Chi sono questi killer, estremisti ed integralisti islamici magari aderenti o simpatizzanti di al Qaeda? Quali i motivi che li spingono ad uccidere in maniera così spietata?
– Walid è stato solo una delle tante vittime di una vera e propria strage di cui poco si parla qui in Occidente, ma che nelle città
irachene si consuma giorno per giorno e che è stata pianificata da
chi, evidentemente, vuole svuotare il paese dei suoi cervelli migliori. Nella lista nera ci sono docenti universitari, medici, giudici,
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avvocati, magistrati, giornalisti. Insomma l’élite intellettuale, quella che è in grado di orientare l’opinione pubblica soprattutto nella direzione di una politica improntata ad una sana laicità.
– Parla di laicità: cosa vuol dire essere laico in un contesto islamico?
– La laicità in una terra come la mia esprime una realtà diversa da quella che si intende qui in Occidente, dove spesso il laico
viene confuso con l’ateo, il miscredente, l’anticlericale. Io mi definisco laico ma credo in Dio, credo nelle «tre rivelazioni» 12, nel
messaggio dei profeti e ritengo che non ci sia alternativa valida alla fede in Dio almeno fino a quando qualcuno non scoprirà e non
ci rivelerà il segreto dell’anima e della vita. Ho fede, ma non sono
un fanatico, non faccio la preghiera rituale né sono stato in pellegrinaggio alla Mecca. Invece, rispetto il ramadan, anche se probabilmente più per ragioni culturali e di continuità con una tradizione vissuta in famiglia che per vero spirito religioso.
– C’è stato un cambiamento, un salto nel modo di sentirsi musulmano tra il Tawfik «iracheno» e il Tawfik «italiano»?
– Direi proprio di no. Non c’è stato un cambiamento nel mio
rapporto con la religione, che era e resta molto libero. La famiglia mi
ha lasciato sempre ampio margine di libertà ed anche il regime di
Saddam, almeno da questo punto di vista, non creava problemi, insomma nessuno veniva ad importi di andare o no in moschea.
7. La scelta di essere italiano
– Come scrittore Lei ha scelto di essere di fatto un italiano. Scrive regolarmente nella nostra lingua ed ha anche affermato di «pensare in italiano». Cambiare la lingua non significa solo un modo
nuovo di esprimersi, comporta un diverso abito mentale, un diverso
modo di impostare il ragionamento. È un po’ come cambiare personalità, strapparsi dal petto l’anima per acquisirne una nuova. Ci sono scrittori che cambiando lingua hanno anche cambiato stile, interessi, temi e si sono tuffati in realtà che prima non avevano mai toccato. È un processo faticoso, doloroso? Quanto può costare?
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– No, per me il passaggio è stato progressivo e direi indolore
perché prima di cominciare a scrivere i miei testi in italiano ho
svolto un lungo e intenso lavoro di traduzione dall’arabo. Le due
lingue, pertanto, a lungo hanno convissuto in me, consentendomi
un passaggio graduale da quella materna a quella acquisita. La
scelta definitiva di cominciare a scrivere direttamente in italiano
l’ho presa a metà degli anni Novanta. In qualche modo è stato lo
scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun a spingermi in questa avventura. C’era stata la prima guerra del Golfo e Ben Jelloun mi fece osservare che, nonostante tutto, ben poco qui in Italia si sapeva non solo dell’Iraq ma anche del mondo islamico in generale, e
che era giunta l’ora che qualcuno cominciasse a parlarne in italiano per gli italiani. Ho provato così a scrivere direttamente in italiano. Certo, all’inizio ho incontrato grandi difficoltà perché pensare e scrivere in una lingua diversa da quella materna, come ha
osservato anche Lei, non comporta solo un cambio di parole e di
sintassi, ma anche un diverso modo di ragionare e di osservare le
cose. Ora, invece, tutto va bene ed anzi per certi versi mi trovo
più a mio agio con l’italiano che con l’arabo, perché l’italiano offre possibilità espressive e sintetiche che l’arabo non consente.
– Il poeta palestinese Mahmoud Darwish afferma: «Non voglio
tornare a nessuno, non voglio tornare a nessun Paese dopo questa
lunga assenza, voglio soltanto tornare alla mia lingua. Morto il panarabismo di Nasser e rifiutato da molti – perché laici o cristiani – il
fattore unificante dell’Islam, la lingua resta il nostro unico elemento comune, tutto il resto è andato distrutto. Da qui dobbiamo partire per ricostruire il futuro» 13. Con la scelta dell’italiano, invece, Lei
sembra muoversi in una direzione opposta.
– La stupisco se le dico che dopo l’esperienza con la lingua
italiana sento il bisogno anche di un ritorno alla lingua araba?
Proprio in questo periodo sto riscrivendo in arabo il romanzo La
straniera che verrà pubblicato in Egitto. Questo, tuttavia, non significa da parte mia l’abbandono dell’italiano come lingua letteraria. Il mio obiettivo è quello di una conciliazione tra le due lingue, un bilinguismo quasi perfetto. Forse arriverò a scrivere un libro metà in italiano e metà in arabo e del resto già oggi mi capita
di frequente, non solo in famiglia ma anche con gli amici, di parlare un po’ nell’una e un po’ nell’altra lingua.
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– Nei suoi romanzi spesso e volentieri Lei fa ricorso alla poesia.
Nella prefazione alla sua raccolta di versi Nelle mani la luna, Ben
Jelloun scrive che «nel mondo arabo la poesia è il genere letterario
più diffuso». Le chiedo, perciò: Lei ricorre alla poesia perché è un genere assai diffuso e in qualche modo il suo è un omaggio alla tradizione letteraria del suo mondo islamico, oppure Lei ricorre ai versi
perché con essi riesce ad esprimere meglio certi sentimenti e certe atmosfere? Le poesie, infatti, nei suoi romanzi arrivano in momenti
particolari, quando il racconto sfocia nel sentimento, nel ricordo,
nella pulsione degli affetti...
– Sì, in quei momenti la mia prosa esplode in versi perché è
con i versi che riesco a definire meglio certe situazioni. Del resto
ho cominciato a scrivere poesie all’età di quattordici anni e da allora non ho più smesso. Anche all’inizio del mio primo romanzo,
La straniera, ho sentito il bisogno di inserire una poesia. Spesso
faccio ricorso ai versi come ponte per passare dal presente al passato, per poi tornare al presente. Insomma le poesie sono come
dei flash back.
8. Il deserto, la luna, i colori e i profumi
– Ci sono delle parole – e quindi delle situazioni e dei luoghi –
che ricorrono più frequentemente di altre nelle sue pagine: il deserto, la luna, gli odori e i profumi del tè, del cardamomo, del gelsomino. E poi i colori: Lei si diverte moltissimo a “colorare” le sue pagine, gli ambienti che descrive. Credo che questo sia un tratto caratteristico della sensibilità islamica. Ricordo una scena del film Ritorno
a Kandahar 14, un gruppo di donne nei loro burqa coloratissimi, rosso, verde, nero, arancio, blu, che vengono in primo piano emergendo dal giallo sfocato del deserto: una fotografia straordinaria. Che significato e che valore hanno, allora, per Lei – e più in generale per
la sensibilità araba – il deserto, la luna, i colori, i profumi?
– Il deserto rappresenta la meditazione, la solitudine. È il luogo dell’espansione dello spirito, non a caso i profeti per combattere le passioni, le tentazioni di Satana si sono sempre rifugiati nel
deserto. Il deserto, poi, cambia continuamente aspetto a causa del
vento che sposta le dune, e in questo modo diventa metafora del
fluire incessante dell’anima. La luna, invece, è l’immaginario, la
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Emilio Vinciguerra
fantasia, le notti passate sul terrazzo di casa a Mosul a rimirarla o
a leggere al suo chiarore. La luna ha sempre alimentato la mia fantasia. Ho passato ore interminabili cercando di immaginare cosa
nascondesse: forse un volto sospeso nel cielo oppure un mondo
misterioso tutto da scoprire. Quanto ai colori e ai profumi, sono
parte integrante della nostra cultura, del nostro mondo; a casa c’erano vasi e fiori dappertutto: il gelso, il gelsomino d’Arabia, la
menta, il timo. Le porte, poi, erano verdi e i mobili tutti coloratissimi, uno diverso dall’altro. Non è come qui in Italia e in Europa, dove nell’arredo degli appartamenti si cerca una uniformità di
stile e un equilibrio cromatico. Lo stesso avviene con i profumi,
che hanno un ruolo centrale nella giornata araba. Ricordo che al
mattino, quando ci si alzava per andare a scuola, la casa era già
inondata dai profumi del té al cardamomo e del pane fresco che la
mamma tirava fuori dal forno per la colazione. Colori e profumi
poi a me scrittore danno la possibilità di stimolare l’immaginario
del lettore, che è quasi costretto a dipingere mentalmente dei quadri per delineare la scena nella quale inserisco l’azione.
– Un lettore un po’ distratto e che poco conosce la letteratura araba, come chi le parla, è portato a pensare a quella letteratura e al mondo culturale e religioso che la sottende come a un tutt’uno. Così mette insieme, nello stesso paniere, il marocchino Tahar Ben Jelloun, l’egiziano Naghib Mafuz, il turco Orhan Pamuk, l’italo-iracheno Younis
Tawfik, l’anglo-pachistano Hanif Kureishi, ecc. Non so se gli stessi
scrittori si sentano in qualche modo partecipi di una unica realtà culturale; ma l’impressione, forse superficiale, che se ne ricava è questa.
Allora, è corretto vedere il mondo islamico come una realtà uniforme, con identici problemi e interrogativi, come siamo portati a pensare da questa parte del Mediterraneo, oppure all’interno di quel mondo esistono, ben distinte, una sensibilità marocchina, una algerina,
una irachena, una egiziana, ecc.? Chiedo lumi non solo allo scrittore
ma anche al professore di letteratura araba.
– Capisco che si possa avere la visione di un mondo islamico
uniforme e che le diverse città nelle quali sono ambientati i vari
romanzi degli scrittori citati – Londra, Parigi, Il Cairo, Istanbul,
Torino ecc. – possano sembrare solo le quinte variegate di una
stessa storia. Nei fatti, però, non è così. La realtà del Pakistan, che
magari può avere qualche punto di contatto con quella dell’Af-
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ghanistan, non è la stessa dell’Egitto, dell’Iran o del Marocco. Un
conto è il modo di sentire e di esprimersi di un algerino, un conto
è il modo di sentire ed esprimersi di un saudita. Così, quando si
legge Ben Jelloun nelle sue pagine c’è il sapore del Marocco e
quando si legge Mafuz c’è lo sfondo egiziano. Proviamo a sfogliare le pagine di Verga, di Pavese o di Calvino ecc.: tutti sono italiani e scrivono in italiano, ma ognuno di loro esprime e riflette la
sensibilità della sua terra di origine, che è quella siciliana, piemontese ecc.
– Esistono, dunque, le diverse letterature nazionali, ognuna con i
suoi riflessi e le sue peculiarità. Restiamo a quella irachena. Ci sono
scrittori che meriterebbero di essere conosciuti in Italia e che, invece,
noi ignoriamo completamente, anche perché non vengono tradotti?
– I nomi sono parecchi. Innanzitutto, Fouad Takarli, che è stato magistrato prima di dedicarsi alla scrittura, autore tra l’altro de
Il ritorno lontano. E poi Abdul Rahman, Magid Al Rubaey, Abdul
Razzaq, Abdul Wahid. Sono scrittori di prim’ordine, autori che
hanno rinnovato la narrativa irachena a partire dagli anni Quaranta-Cinquanta del Novecento, anche travasando nell’antico alveo
islamico orientale elementi tratti dalla letteratura occidentale.
9. Dare voce agli esuli e agli immigrati che non hanno voce
– Negli ultimi mesi su qualche giornale si è sviluppato un dibattito piuttosto acceso sul ruolo e sull’impegno o disimpegno politico e
sociale degli scrittori. Tesi quest’ultima – e cioè gli scrittori devono limitarsi a fare gli scrittori – che trova autorevoli sostenitori, tra gli altri, in Vargas Llosa e Orhan Pamuk. Lei che è uno scrittore e un insegnante impegnato a promuovere il dialogo tra la cultura islamica e
quella occidentale non dovrebbe avere dubbi tra le due tesi.
– Infatti, non ho dubbi e sono decisamente a favore dell’impegno, non solo con la mia scrittura ma anche con la vita che vivo
tutti i giorni. Il centro Dar al Hikma che ci ospita per questa conversazione, ad esempio, l’ho messo su proprio io per dare una casa agli immigrati; è una casa della cultura per gli immigrati, un
tentativo di creare uno spazio per il dialogo. La scorsa primavera,
quando c’è stata quella gran polemica intorno alla Fiera del libro
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Emilio Vinciguerra
di Torino a causa del boicottaggio proposto da alcuni intellettuali
e gruppi politici di sinistra 15 per la presenza di Israele come ospite d’onore, sono stato tra coloro che si sono opposti al boicottaggio ed ho organizzato in questi locali un incontro tra i responsabili della Fiera, alcuni politici e rappresentanti della comunità araba
torinese proprio per discutere e confrontarsi sull’argomento. Il
mio impegno, anche quello letterario, è di dare voce agli esuli, agli
immigrati che non hanno voce, di promuovere il dialogo per la pace contro il terrorismo e l’integralismo religioso.
– Lo scrittore israeliano Amos Oz dice: «Il romanzo è un ponte
tra due civiltà. Leggere un romanzo straniero è un invito a visitare
la casa di altre persone e i luoghi privati di un’altra realtà. [...] Sarete invitati a condividere le loro tristezze segrete, i momenti di gioia
in famiglia, i loro sogni [...]. Leggete i romanzi, cari amici, vi insegneranno molte cose» 16. In Europa, e in Italia in particolare, c’è
grande interesse per gli scrittori provenienti dal mondo islamico.
Molti autori, oltre a quelli citati poc’anzi, vengono tradotti con notevole successo di lettori, pensiamo solo ai best seller di Khaled Hosseini 17. Si verifica un fenomeno analogo nel mondo islamico?
– Certamente. In Marocco, in Algeria, in Egitto ho visto nelle librerie le traduzioni di Eco, Calvino, Pavese, Montale, soprattutto
Moravia. Addirittura una raccolta di racconti di scrittrici italiane. Sì,
anche nel mio mondo c’è interesse per le letterature occidentali.
10. La shari’ah e la civiltà moderna
– In Europa e negli Stati Uniti è in corso ormai da alcuni decenni un intenso dibattito sui rapporti dell’Islam con la modernità e
della sua conciliabilità o meno con la civiltà occidentale. Sono molti coloro i quali affermano, forse con toni troppo perentori, che il
muro che divide il mondo musulmano da quello occidentale è invalicabile. Qualunque sia il convincimento che ognuno si può fare, ci
sono, però, indubbiamente, degli aspetti della cultura islamica sui
quali un chiarimento appare necessario pena il rischio di una incomprensione irrisolvibile, destinata a perpetuare quello che è stato
definito – più o meno opportunamente – uno «scontro di civiltà» 18.
Prendo a paradigma dell’Occidente in generale e dell’Europa in par-
Tawfik: «Io iracheno in Italia ho conosciuto la libertà»
907
ticolare, l’Italia, il mio e, penso di poterlo dire, anche il Suo Paese.
Ebbene, nella nostra Carta costituzionale si affermano i principi della sovranità popolare, si garantiscono la pari dignità ed uguaglianza
di tutti i cittadini, la libertà religiosa ecc. Sono principi della Costituzione italiana che sono alla base anche delle legislazioni di tutti gli
altri Paesi occidentali. Sono, in sintesi, i principi dello Stato moderno. Come pensa si possa conciliare tutto ciò con i convincimenti di
chi definisce «infedeli» i non islamici e con la shari’ah, che è una
legge immutabile data una volta e per sempre direttamente da Allah? Le cito un ammonimento dello storico marocchino Ahmed al
Nasiri 19, anche se va notato che si tratta di uno studioso di fine Ottocento: «La libertà di cui parlano gli europei è senza dubbio alcuno
una invenzione degli atei perché è contraria ai diritti di Dio, della
famiglia e dell’uomo stesso». Insomma, dal seno stesso dell’Islam è
stata teorizzata la sua inconciliabilità con la modernità.
– Innanzitutto è bene osservare che in realtà la shari’ah islamica ormai viene applicata soltanto in pochi Paesi: Iran, Arabia Saudita, qualche altra regione. La grande maggioranza dei Paesi musulmani non la applica più in maniera integrale proprio a motivo
della sua inconciliabilità con i tempi moderni. Del resto è ormai
evidente che solo uno Stato libero e democratico può garantire la libertà a tutti, credenti, non credenti, fedeli di religioni diverse. Dal
mio punto di vista è la democrazia che può garantire la libertà alla
religione e non viceversa. In ogni caso, l’Islam è una religione elastica che può offrire tutte le possibilità di evoluzione e di adeguamento di una società ai tempi moderni. È chiaro che non sono più
accettabili, ad esempio, norme come quella che prevede la lapidazione per la donna accusata di adulterio. In Paesi come l’Egitto o il
Marocco la legislazione ha preso certamente spunto da alcuni dettami della shari’ah, ma poi il codice civile è andato avanti per la sua
strada, così che, ad esempio, non è più ammessa la poligamia, sono
state introdotte norme a tutela della donna, ecc.
11. «Il terrorismo non è una esclusiva del mondo islamico»
– Non vale la pena minimizzare: quando si parla di rapporti tra
Islam e Occidente si finisce spesso e volentieri a parlare di terrorismo. Più di qualche studioso – cito per esemplificare i nomi dell’ita-
908
Emilio Vinciguerra
liano Luciano Pellicani e dello statunitense Daniel Pipes – si è anche cimentato a fare dei conti e a dividere l’Islam in diversi comparti. Così ci sarebbe un nucleo terroristico vero e proprio formato da
alcune decine di migliaia di adepti, quindi un’area di simpatizzanti
– tra i quali arruolare nuovi combattenti – di centocinquanta milioni di persone; poi cinquecento milioni di non attivisti non militanti
ma comunque antioccidentali e antiamericani; infine, cinquecento
milioni di moderati contrari alla reislamizzazione dei loro Paesi e
sostanzialmente filooccidentali e filoamericani 20. Non so su quali
basi si facciano queste stime né quale possa essere la loro attendibilità. Resta, però, il problema del terrorismo: gli attentati alle Torri gemelle di New York, alla metropolitana di Londra, alla stazione
Atocha di Madrid sono stati purtroppo una tragica realtà.
– Pensare che l’Islam sia strettamente legato al terrorismo è una
forzatura che non ha fondamento. Evidentemente in Occidente
qualcuno, dopo la caduta del Muro di Berlino, ha sentito il bisogno
di trovare un nuovo nemico e lo ha identificato nell’Islam. Il terrorismo, purtroppo, è esistito ed esiste in tutto il mondo. Ci sono state le Brigate Rosse in Italia, la banda Baader-Meinhof in Germania,
l’Eta in Spagna, ecc. Terrorismi rossi e neri sono diffusi ovunque.
Naturalmente c’è anche il terrorismo islamico, ma si tratta del frutto di un Islam malato, piegato agli interessi di una fazione ideologizzata che vuole utilizzare l’Islam per fini politici. Si vuol far passare l’idea che il terrorismo islamico sia rivolto esclusivamente contro l’Occidente, ma vorrei ricordare che le prime vittime degli attentati sono proprio i musulmani. È così in Pakistan, in Algeria, in
Egitto, a Baghdad. C’è stato di recente un attentato contro un albergo di Islamabad: le vittime non erano forse tutte musulmane? Le
migliaia di persone che vengono sistematicamente sgozzate in Algeria non sono forse musulmane? 21
– Lei ha citato anche Baghdad, per restare all’Iraq aggiungerei
Mosul, Tikrit, Kerbala e tante altre città e le chiedo come è possibile che un vero musulmano faccia attentati dentro e intorno a moschee piene di fedeli.
– Ma questa è la conferma che si tratta di fanatici che utilizzano l’Islam a fini politici. È la stessa logica che, nel mio Paese, porta
ad uccidere professori, magistrati, avvocati, medici e intellettuali in
genere. Si cerca ogni motivo per fomentare l’odio e lo scontro al fi-
Tawfik: «Io iracheno in Italia ho conosciuto la libertà»
909
ne di arrivare alla guerra civile. E questo è nell’interesse di chi ha
obiettivi politici propri e ben determinati. Purtroppo, c’è da rilevare che anche nel mondo islamico c’è un vuoto spirituale sempre più
marcato che sconcerta molti, i quali cercano poi rifugio in quell’integralismo che si trasforma spesso in entità assassina. Gli occidentali si chiedono perché molti musulmani provino un forte odio per
l’Occidente. Bisogna partire dal problema palestinese, innanzitutto, che il mondo islamico considera come un affronto ed una ferita
sempre aperta. Gli israeliani dovrebbero fare la loro parte. Non
possono tenere tutto e chiedere la pace. Innanzitutto, riconoscano i
diritti degli altri, cioè dei palestinesi. Poi, restituiscano le alture del
Golan alla Siria così come fecero con il Sinai all’Egitto. Bene o male la pace tra Egitto ed Israele regge da una ventina d’anni. Dunque,
va risolto questo conflitto. Poi c’è il problema dell’Afghanistan, è
un Paese che va risollevato, restituito a nuova vita, non ci si può limitare solo a mandare nuove truppe o a bombardare a destra e a sinistra per colpire i talebani, ci vuole anche qualcosa di più costruttivo delle bombe. Così in Iraq: da quando è caduto Saddam cosa è
cambiato? In tante persone c’è rancore, c’è odio perché hanno subito, hanno visto le loro case distrutte dalle bombe occidentali, i loro figli, i loro genitori, i loro parenti ed amici uccisi, e a chi è nel lutto e nella disperazione non basta dire che si è trattato di errori di valutazione o di mira. Così cresce la rabbia, e al solito c’è chi ne approfitta per fomentare terrorismo e terrore.
12. Due parole “magiche”: dialogo e integrazione
– La logica del rancore e dell’odio non può che generare altro
rancore ed altro odio. Lei è impegnato con tutte le sue forze a favorire il dialogo, la conoscenza tra culture e sensibilità differenti. È
stato così in occasione della Fiera del libro di Torino, è così con questo centro culturale che ci ospita. Lei è per il dialogo, ma cos’è questo dialogo e da dove deve cominciare?
– Dalla base, dalle persone qualsiasi. Ci deve essere un lavoro continuo, un progetto duraturo di piccole conferenze, di dibattiti, di incontri anche a cena, di riconciliazione tra moschee,
chiese e sinagoghe. Non è necessario puntare subito ad un incontro del Papa con i muftì de Il Cairo o di Gerusalemme. Dobbiamo
910
Emilio Vinciguerra
cominciare noi dalla base con gesti di buona volontà, è per questo
che in occasione della Fiera del libro sono stato contro il boicottaggio e, invece, ho invitato ad incontrare gli scrittori israeliani per
sentire la loro voce, le loro ragioni. Finché ci sarà il rifiuto dell’altro, finché si alzerà il muro dell’ignoranza e dell’indifferenza non
arriveremo mai ad una soluzione. È dalla base che si deve partire.
Del resto, due governi, ad esempio quello israeliano e quello palestinese, possono anche stilare e sottoscrivere degli accordi formali di pace e di rispetto reciproco, ma se i semplici cittadini non sono disposti ad accettarli e a condividerli quegli accordi sono destinati a restare sulla carta.
– C’è un’altra parola chiave che viene evocata ogni volta che si
parla di rapporti tra occidentali e musulmani ed è “integrazione”.
C’è tra gli occidentali chi ha teorizzato il pericolo della nascita della
cosiddetta Eurabia 22 e cioè di una progressiva islamizzazione dell’Europa; d’altra parte, nel campo musulmano, c’è chi cerca in ogni
modo di ostacolare ogni incontro costruttivo tra Islam e Occidente.
Dopo i disordini di qualche tempo fa nelle periferie parigine, una
giovane scrittrice franco-algerina, Faiza Guène, autrice del romanzo
Du rêve pour les oufs, proprio a proposito della mancata integrazione dei giovani provenienti dai paesi magrebini ha affermato polemicamente: «Perché io dovrei fare più sforzi di Romain o di Marie
dal momento che abbiamo la stessa carta di identità?» 23. Insomma,
perché un islamico dovrebbe adattarsi all’Europa e non viceversa? Il
filosofo tedesco Jürgen Habermas 24 parla di due possibili vie: a)
un’assimilazione di tipo politico-istituzionale con l’immigrato che,
restando se stesso, si limita ad accettare le regole che orientano la vita di una comunità; b) un’assimilazione di tipo sociale e culturale,
con la quale l’immigrato entra nella mentalità della popolazione, ne
condivide cultura, usi, costumi, ecc. In definitiva, nel primo caso
l’immigrato riesce a vivere liberamente nel Paese che lo ospita ma
resta sostanzialmente un corpo estraneo al contesto sociale, anche se
non necessariamente in atteggiamento di contrapposizione frontale; nel secondo caso si inserisce gradatamente nella nuova realtà fino a perdere la sua specificità per diventare qualcos’altro da sé, anche se non necessariamente qualcosa di completamente diverso.
– Per me integrazione significa che tutti debbono poter vivere liberamente all’interno di una stessa società: il musulmano de-
Tawfik: «Io iracheno in Italia ho conosciuto la libertà»
911
ve poter vivere seguendo i dettami della sua religione, così l’ebreo,
così il cristiano, così il buddista. Tutti dobbiamo fare parte di
questo mosaico multiculturale, multietnico, multireligioso; tutti
dobbiamo sentirci cittadini di una stessa patria e responsabili di
questa nostra cittadinanza. Ciò che ci deve unire è il senso di responsabilità e di fedeltà al sistema. In questo senso integrazione
non significa che io debbo rinunciare alla mia identità e trasformarmi ad immagine e somiglianza di chi mi ospita. Invece, debbo
avere tutta la libertà di frequentare la mia moschea, di praticare o
non praticare il ramadan, e così via. Insomma, resto musulmano
ma sono anche italiano, vivo un mio Islam italiano così come c’è
chi vive l’Ebraismo italiano, il Cristianesimo italiano, ecc.
– Resta il problema, cui s’è fatto cenno in precedenza, e cioè la
sostanziale inconciliabilità della shari’ah con le regole dei Paesi europei.
– Se io vivo in Italia ed ho la cittadinanza di questo Paese,
debbo essere fedele e sottomesso alle leggi italiane. Debbo anche
avere ben chiaro che se decido di vivere in Italia posso seguire la
mia fede, rispettare le mie tradizioni, uscire in strada vestito con la
jellaba 25 e nessuno mi creerà ostacoli; al tempo stesso, però, debbo accettare di essere soggetto alla legge italiana esattamente come tutti gli altri cittadini italiani.
13. La condizione della donna e uno scontro tutto interno all’Islam
– «[...] Ognuna di noi donne – cito da La straniera – subisce
violenza due volte nella vita. Una quando nasce in una società come
la nostra e l’altra quando comprende sé stessa e la sua situazione
femminile. [...] Nella nostra società, la donna passa dalla schiavitù
dei genitori a quella del marito. Non ha il diritto di vivere nel mezzo una vita tutta sua». La situazione della donna nel mondo musulmano è uno dei temi che più richiamano l’attenzione degli occidentali, con giudizio decisamente negativo. Maometto rispettava molto
le donne, tra l’altro ebbe quattro figlie, eppure nel mondo musulmano la donna continua a vivere in una condizione di palese inferiorità. Per altro ho sempre avuto – non sono il solo, naturalmente
– il convincimento che se si vogliono fare cambiamenti profondi e
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duraturi in una società non si può prescindere dalle donne, che spesso danno per prime il via alle novità. Cito alcuni nomi di donne che,
a mio parere, hanno svolto e stanno svolgendo con coraggio un ruolo molto importante nel contesto musulmano. Innanzitutto, l’afghana Malalai Kakar, capitano della polizia di Kandahar, uccisa all’inizio di settembre da un commando talebano non solo per il suo impegno nelle forze dell’ordine ma anche per la sua azione a difesa delle donne; poi l’iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel
2003; ancora, la giovane scrittrice turca Elif Shafak, che ha richiamato su di sé le attenzioni della polizia di Ankara per le sue prese di
posizione controcorrente (condivise, per altro, anche da Orhan Pamuk) sulla questione del “genocidio degli armeni”. E, ancora, la somala Ayan Irsi Ali, collaboratrice del regista olandese Theo Van Gogh assassinato da un estremista islamico 26, costretta a fuggire dall’Olanda perché a sua volta minacciata di morte proprio a causa della denuncia della condizione delle donne musulmane. Tutte donne
impegnate socialmente e tutte prese di mira non solo dagli integralisti ma spesso anche dalle stesse autorità governative e di polizia dei
loro rispettivi Paesi.
– Si tratta di donne coraggiose, ma ci sono – Tawfik qui si lascia sfuggire un sorriso – anche molti uomini coraggiosi tra i musulmani. In ogni caso, quando si parla di condizione femminile
nell’Islam si confonde spesso tra principi religiosi e atteggiamenti
maschilisti. Le regole che l’Islam impone alle donne non sono poi
così rigide come si è portati a credere, purtroppo anche a causa
dei comportamenti di tanti uomini. Esiste indubbiamente un maschilismo islamico, fondamentalmente malato, che cerca di tenere
sottomesse le donne facendosi scudo dietro la religione. È lo stesso processo che riscontriamo nel terrorismo: l’utilizzo dell’Islam
per finalità distorte. In realtà, le donne hanno svolto spesso un
ruolo importante nella società musulmana, a cominciare da Aisha 27, che dopo la morte di Maometto partecipò attivamente alla
vita sociale, politica ed anche religiosa. Molti detti del profeta sono stati tramandati proprio da Aisha e ancora oggi i musulmani li
seguono come summa. Donne come quelle da Lei citate ce ne sono già state tante altre in passato. A fine Ottocento, ad esempio,
Huda Shalaui, figlia di un noto personaggio egiziano, davanti alla
stazione de Il Cairo, in un’ora di punta, richiamò l’attenzione generale strappandosi il velo dal capo in segno di protesta proprio
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contro l’uso obbligatorio del velo. A ben vedere anche il Cristianesimo, se leggiamo San Paolo, prevedeva per la donna una condizione di subalternità. Poi, però, nella società occidentale ci sono
stati vari processi, dalla Rivoluzione francese fino alla Rivoluzione
industriale, che hanno portato cambiamenti profondi. La donna,
che è andata in fabbrica o in ufficio a lavorare gomito a gomito
con colleghi maschi, ha acquistato ruoli e diritti via via simili a
quelli dell’uomo. Tutto questo da noi finora è mancato. Oggi si
comincia a vivere un processo evolutivo sociale, politico e culturale che può aprire la strada ad una società di tipo nuovo. Contro
questo processo di modernizzazione, naturalmente, si è scatenata
una reazione uguale e contraria, che cerca di imporre una realtà
retrograda, oscurantista. In Occidente si parla e si teme uno scontro di civiltà. In realtà, lo scontro è tutto interno all’Islam. L’Occidente, è vero, in qualche modo ne paga le conseguenze, ma anche
perché è schierato dalla parte degli innovatori e così diventa a sua
volta bersaglio di chi non accetta l’idea che il mondo islamico possa cambiare.
Vorrei continuare a parlare con questo scrittore dai toni misurati e dai modi gentili, ma il colloquio si è già portato via gran parte del pomeriggio e penso di non poter più abusare della sua cortesia. Del resto, il telefono cellulare che fin qui ci ha concesso una
discreta tregua, comincia a farsi sentire a ritmi accelerati: chiamano dal Corriere della Sera per una dichiarazione, chiamano dalla Tv
araba Al Jazeera per gli ultimi accordi sull’intervista da registrare il
giorno seguente, fuori dalla porta si fa più intenso il brusio di alcuni collaboratori convocati per la definizione delle regole di un premio di poesia organizzato dal centro Dar al Hikma per giovani immigrati. Avrei ancora altre domande da fare, altri dubbi da sciogliere. Vorrei chiedere quali possono essere gli sbocchi della situazione irachena. E, ancora, conoscere il giudizio di Tawfik, uomo
sinceramente impegnato nel dialogo, sulla drammatica situazione
della comunità cristiana irachena che si va assottigliando sempre di
più, fino al rischio di scomparsa, a causa delle violente aggressioni
cui è fatta oggetto da parte di gruppi di fanatici integralisti. Ci sono già state decine di morti, tanto che il vescovo di Kirkuk, mons.
Louis Sako, non ha esitato a parlare di «vera e propria pulizia etnica» 28. Vorrei chiedere se tutto ciò non vada considerato, oltre che
un crimine contro l’umanità, anche un delitto insensato che rischia
di privare la stessa società irachena di una sua componente prezio-
914
Emilio Vinciguerra
sissima. Ma quasi certamente si sarebbe trattato di un quesito dalla risposta scontata. Infatti, il nostro autore non ha esitato, nei suoi
libri, a sottolineare l’importanza della comunità cristiana, la cui
presenza in Iraq, oltretutto, è storicamente più antica di quella islamica. Né va dimenticato che Tawfik ha avuto come insegnante –
peraltro decisivo nella sua formazione umana e letteraria – un sincero cattolico. Sono anche consapevole del fatto che continuare a
sollecitare il mio interlocutore con domande sulla sua terra d’origine non sarebbe altro che spargere altro sale su una ferita sempre
aperta. È davvero meglio salutarsi. Solo un’ultima domanda, la richiesta di una curiosità, di una anticipazione:
– Il suo primo romanzo, La straniera, descrive il tentativo di inserimento di alcuni personaggi provenienti dal mondo islamico nel
mondo occidentale ed è un tentativo che finisce in maniera drammatica. Il secondo romanzo, La città di Iram, delinea la possibilità
di un incontro positivo tra Occidente e Islam. Il terzo romanzo, Il
profugo è una denuncia lucida, spesso spietata, della situazione dell’Iraq durante il regime di Saddam Hussein. Di cosa parlerà il suo
quarto romanzo? Perché sono certo che lo scriverà.
– Sì, il quarto romanzo è già in cantiere. Non posso ancora anticipare molto, ma parlerà di integrazione, con casi dall’esito positivo ma anche con casi di fallimento, e di integralismo religioso
che sembra trovare proseliti anche in Europa, con il serio rischio
di scontri tra culture diverse. Ma, naturalmente, il mio impegno e
il mio auspicio rimangono tutti a favore del dialogo e della pace.
Non resta che ringraziare. Al bancone-bar posto nella sala
d’ingresso del centro Dar al Hikma il portiere mi offre un bicchiere di tè alla menta, caldo e profumato, come si conviene in una
ospitale casa araba. Fuori mi attende lo sferragliare del tram che
da Piazza della Repubblica mi riporterà in centro città.
Emilio Vinciguerra
NOTE
1 Younis Tawfik è docente di lingua e letteratura araba nell’Università di Genova.
Ha pubblicato finora tre romanzi (tutti con l’editore Bompiani: La straniera, 1999; La
città di Iram, 2002; Il profugo, 2006), un piccolo volume di poesie (Nelle mani la luna,
Tawfik: «Io iracheno in Italia ho conosciuto la libertà»
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Ananke, Torino 2001), una breve storia dell’Iraq (L’Iraq di Saddam, Bompiani, Milano
2003) e alcuni testi sulla lingua e la cultura arabe (tutti con l’editrice Ananke: La pietra
nera, 2001; As-SÇlamu ‘ala¥kum - Corso di arabo moderno, 2004; Islam. Dai califfi all’integralismo, 2004). Particolarmente intensa anche la sua attività di traduttore dall’arabo.
2
«Scala» sta per «scalata al cielo» del profeta dell’Islam. Nell’Europa cristiana le
varie narrazioni su questo tema vennero riassunte in una versione in lingua castigliana
nell’età di Alfonso X «il savio», re di Castiglia e Léon (1221-1284). Il notaio Bonaventura da Siena ne fece due versioni, una in latino ed una in volgare francese.
3
Si tratta del saggio più noto del celebre arabista spagnolo (1871-1944). Il titolo
originale dell’opera è La escatología musulmana en la Divina Comedia (1919). L’autore
analizza i legami tra Dante e l’Islam, in particolare gli influssi sulla Commedia dei testi
di Ibn ‘Arab¥ che parlano del «viaggio mistico» (mi’rÇj) effettuato da Maometto attraverso i sette cieli.
4
Il romanzo La straniera è arrivato alla terza edizione nel 2007, edito sempre da
Bompiani.
5 Sulla presenza degli immigrati di cultura islamica in Italia si è sviluppata, ormai,
un’ampia bibliografia. Tra i numerosi volumi che analizzano i loro comportamenti e raccolgono le loro esperienze segnaliamo, tra gli altri, Islam. Storie italiane di buona convivenza di Luigi Accattoli (EDB, Bologna 2004) e L’Islam sotto casa. L’integrazione silenziosa di Francesca Paci (Marsilio, Venezia 2004).
6 Vedi note 1 e 3.
7 Il brano è tratto dal volume L’Iraq di Saddam.
8 Vedi nota 1.
9 Vedi nota 1.
10
Vedi nota 1.
11 I versi citati sono tratti dal volume Nelle mani la luna.
12 Per la religione islamica le «tre rivelazioni» sono: l’Ebraismo, il Cristianesimo e
l’Islam. L’ultima rivelazione, quella fatta a Maometto, e cioè l’Islam, è quella definitiva.
13 Corriere della Sera, 23 maggio 2006.
14 Il film, diretto da Mohsen Makhmalbaf, è uscito nel 2001. Questa in breve la trama: Nafas è una giovane donna afghana, fuggita dal suo paese durante la guerra civile
dei talebani e rifugiatasi in Canada, dove lavora come giornalista. In una lettera disperata, la sorella minore, rimasta in Afghanistan, le annuncia di volersi togliere la vita nel
giorno dell’eclisse di sole, l’ultima del secolo. Nafas decide di fare ritorno a Kandahar
per salvare a tutti i costi la sorella.
15 Tra i fautori del boicottaggio di Israele alcuni esponenti della sinistra radicale, il
filosofo Gianni Vattimo, il discusso intellettuale islamico Tariq Ramadan.
16 Corriere della Sera, 2 novembre 2007.
17 Il cacciatore di aquiloni (Piemme, 2004) e Mille splendidi soli (Piemme, 2007) sono in testa alle classifiche delle vendite sin dal momento della loro pubblicazione.
18
La bibliografia al riguardo è ormai sterminata e si alimenta, praticamente, giorno dopo giorno. Per un quadro chiaro ed esauriente sullo stato attuale delle cose risulta
sicuramente utile la lettura del saggio Islam e Occidente di Giuseppe De Rosa S. J. (ElleDiCi-La Civiltà Cattolica, 2004). De Rosa, autorevole scrittore della Civiltà Cattolica,
sostiene la necessità del dialogo, ma non si nasconde le difficoltà determinate, oltre che
dalle sostanziali differenze tra Islam e Cristianesimo, anche dal peso rilevante dell’integralismo che nella parte musulmana sfocia spesso nel terrorismo e, da parte occidentale, nella logica della “guerra preventiva” seguita dalla leadership “neo-conservatrice” degli Stati Uniti. Sulla difficoltà del dialogo Islam-Cristianesimo (ed Ebraismo) vedi anche
il saggio del teologo protestante Jacques Ellul (1912-94), Islam e Cristianesimo. Una parentela impossibile (Lindau) con la prefazione di Alain Besançon. I due studiosi francesi sottolineano le forti differenze esistenti tra le due religioni e affermano che se si vuole dialogare con l’Islam è meglio mettere da parte il piano religioso e incontrarsi, invece,
916
Emilio Vinciguerra
sul terreno della comune appartenenza al genere umano. Si tratta, in larga misura, della
stessa proposta avanzata da Benedetto XVI, il quale anche di recente (25 settembre
2008) – ricevendo i rappresentanti dell’Islam – ha invitato «a prendere atto con lealtà
delle differenze» religiose e a cercare di incontrarsi sul piano di un più realistico «dialogo fra le culture». Infine, vedi anche il saggio di P. Vanzan S. J. - M. Scatena, L’Islam
tra noi, da Regensburg alla Carta dei valori, in Studium, n. 5, settembre-ottobre 2006.
19
Ahmad ibn Khalid Çl-Nasiri (1834-1897) è considerato il più importante storico
marocchino dell’Ottocento. È autore, tra l’altro, di una monumentale (otto volumi) storia del Marocco dalla conquista araba fino al sec. XIX (KitÇb al-Istiqsa li-Akhbar
duwwal al-Maghrib al Aqsa).
20
G. Sartori, Se l’Occidente non ha confini, in la Repubblica del 3 novembre 2004.
Il prof. Sartori non ha mai nascosto dubbi e perplessità sulla possibilità di integrazione
degli islamici nella società europea. Daniel Pipes, docente universitario ed editorialista,
specializzato in politica internazionale (soprattutto per l’area mediorientale), è esponente del neoconservatorismo statunitense e molto vicino al presidente Bush. Luciano
Pellicani, docente di sociologia alla Luiss, ha trattato la questione islamica nel saggio I
nemici della modernità (2000).
21
Il 20 settembre scorso un kamikaze si è fatto esplodere davanti all’Hotel Marriott della capitale pakistana provocando la morte di 57 persone, quasi tutti cittadini
pakistani. In Algeria, invece, sono calcolate in più di centocinquantamila, ormai, le vittime della guerra civile strisciante dichiarata nel 1992 da numerose formazioni terroristiche dopo che i militari avevano scalzato dal governo gli integralisti del FIS (Fronte
islamico di salvezza nazionale) che avevano vinto le elezioni anticipate dell’anno precedente. Tra i gruppi terroristici più noti e spietati: il GIA (Gruppo islamico armato) e il
GSPC (Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento), ora divenuto al Qaeda
per il Maghreb.
22 Eurabia era il titolo di un bollettino pubblicato in Francia dal Comitato europeo
per la coordinazione delle associazioni di amicizia con il mondo arabo. Il termine è stato introdotto nel dibattito sulla presenza islamica in Europa e sui rapporti tra Europa e
Paesi arabi dalla scrittrice di origine ebraica Bat Ye’or con il saggio The Euro-Arab Axis
(L’asse euro-arabo), nel quale denuncia la politica filo-araba dei governi europei a scapito dei rapporti con gli Stati Uniti e con Israele. Bat Ye’or (pseudonimo di Giselle Littman) è nata a Il Cairo nel 1933; nel 1955 le venne ritirata la cittadinanza egiziana e dal
1959 è cittadina britannica. Il termine Eurabia è stato reso molto popolare in Italia in
tempi recenti soprattutto da Oriana Fallaci.
23
La Stampa, 12 settembre 2006.
24 J. Habermas - Ch. Taylor, Multiculturalismo, VI ed., Feltrinelli, Milano 2005.
25 È il lungo camice, generalmente di colore bianco, indossato normalmente dalla
maggioranza degli uomini nei Paesi islamici.
26 Theo Van Gogh, regista, attore, produttore televisivo e pubblicista olandese, discendente del celebre pittore, è stato assassinato ad Amsterdam il 2 novembre 2004. Un
estremista islamico, in pieno centro cittadino, gli sparò otto colpi di pistola e poi gli tagliò la gola per eseguire una fatwa emessa dopo la pubblicazione del cortometraggio
Submission, in cui Van Gogh denunciava la pesante condizione femminile nel mondo
islamico.
27 Fu la terza moglie di Maometto, quella preferita. Gli venne data in sposa quando aveva appena sei anni. Sopravvisse a lungo al profeta dell’Islam, del quale tramandò
molti detti e insegnamenti.
28 Avvenire, 12 ottobre 2008.
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