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Alessandro Manzoni Il coro dell`atto quarto CD163

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Alessandro Manzoni Il coro dell`atto quarto CD163
PARTE DECIMA
CAPITOLO III
CD163
[Adelchi, atto IV]
La Restaurazione e le lotte d’indipendenza: il Romanticismo (1815-1861)
Alessandro Manzoni, § 7
1
Alessandro Manzoni
Il coro dell’atto quarto
Il coro segue la scena del delirio di Ermengarda, riparatasi a Monza in convento (cfr. T4, Il delirio di Ermengarda). Vi si compiange la sorte terrena della principessa, divisa fra abbandono religioso alla pace
cristiana e l’«empia» forza risorgente dell’amore e dei ricordi terreni; ma anche se ne annuncia la salvezza eterna: il suo sacrificio, che la fa morire vinta e oppressa, è anche un mezzo attraverso cui la «provida
sventura» la riscatta dal destino che spetta invece al popolo di oppressori a cui ella appartiene. Dopo due
strofe iniziali che rappresentano la morte del personaggio attraverso una voce narrante oggettiva, a parlare è un soggetto indeterminato (forse le suore, forse l’io lirico dell’autore) che si rivolge alla donna invitandola a sgombrare la mente dai «terrestri ardori» dell’amore e ad abbandonarsi a Dio. Nella prima
parte, sino al v. 60, predomina il tema dei ricordi (Ermengarda evoca i giorni felici dell’amore); nella seconda prevale il motivo religioso della «provida sventura».
CORO
da A. Manzoni, Opere, a cura di L.
Caretti, Mursia, Milano 1985 [1974].
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metrica Strofe di sei settenari, sdruccioli il primo, il terzo e
il quinto; piani il secondo e il quarto; tronco l’ultimo. Schema delle rime: abcbde, fghgie.
1-6 Con le trecce morbide sparse sul petto ansante, con le
mani (palme) abbandonate (lenta) e con il volto pallido
(il bianco aspetto) imperlato del sudore della morte (rorida di morte), giace la pia [: Ermengarda] cercando il cielo con lo sguardo tremante (tremulo). Sparsa…lenta…ro-
Sparsa le trecce morbide
sull’affannoso petto,
lenta le palme, e rorida
di morte il bianco aspetto,
giace la pia, col tremolo
sguardo cercando il ciel.
Cessa il compianto: unanime
s’innalza una preghiera:
calata in su la gelida
fronte,una man leggiera
sulla pupilla cerula
stende l’estremo vel.
Sgombra, o gentil, dall’ansia
mente i terrestri ardori;
leva all’Eterno un candido
pensier d’offerta, e muori:
fuor della vita è il termine
del lungo tuo martir.
Tal della mesta, immobile
era quaggiuso il fato:
sempre un obblio di chiedere
che le saria negato;
e al Dio de’santi ascendere,
santa del suo patir.
rida: sono tre *accusativi di relazione o alla greca.
7-12 Cessa il pianto [delle suore]: si innalza una preghiera collettiva (unanime): una mano leggera [: quella di una delle
suore], scesa (calata) sulla fronte gelida, stende l’ultimo
(estremo) velo sugli occhi azzurri (sulla pupilla cerula).
13-18 O nobile (gentil) [Ermengarda], libera (sgombra) il
tuo animo tormentato (ansia mente) dalle passioni terrene (terrestri ardori)! Innalza a Dio un puro pensiero
di dedizione (un candido pensier d’offerta) [: offrigli
Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese Manuale di letteratura
tutta te stessa] e muori: la meta (il termine) del tuo
lungo martirio è fuori della vita!
19-24 Questo (tal) era il destino (fato) immodificabile (immobile) dell’infelice (mesta) [Ermengarda], quaggiù
[sulla terra]: chiedere sempre [di dimenticare] (un obblio) [: l’amore per Carlo], cosa che le sarebbe stata
(che le saria) negata; e salire (ascendere) al Dio dei
santi, fatta santa anch’essa dal suo stesso dolore (santa del suo patir).
[G. B. PALUMBO EDITORE]
PARTE DECIMA
CAPITOLO III
La Restaurazione e le lotte d’indipendenza: il Romanticismo (1815-1861)
Alessandro Manzoni, § 7
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25-30 Oh, i giorni [felici] che ella s’impediva di rievocare
(gl’irrevocati dì) nelle notti (tenebre) insonni o tra i
chiostri (claustri) solitari o tra i canti delle suore o dinanzi agli altari cui rivolgeva le sue preghiere (ai supplicati altari) ritornavano sempre alla memoria (pensier). L’agg. irrevocati, riferito ai giorni lieti trascorsi con
Carlo, indica la volontà di Ermengarda di reprimere le
pulsioni inconsce, i terrestri ardori del v. 14.
31-36 [I giorni] in cui (quando) [ella], ancora amata (cara)
[: da Carlo] e ignara (improvida) del futuro (avvenir) infelice (mal fido=infido) respirò inebriata (ebbra) [di
gioia] l’aria piena di vitalità (le vivide aure) della terra
(lido) di Francia e apparve (uscì), invidiata [: perché
Ahi! nelle insonni tenebre,
pei claustri solitari,
tra il canto delle vergini,
ai supplicati altari,
sempre al pensier tornavano
gl’irrevocati dì;
quando ancor cara, improvida
d’un avvenir mal fido,
ebbra spirò le vivide
aure del Franco lido,
e tra le nuore Saliche
invidiata uscì:
quando da un poggio aereo,
il biondo crin gemmata,
vedea nel pian discorrere
la caccia affaccendata,
e sulle sciolte redini
chino il chiomato sir;
e dietro a lui la furia
de’corridor fumanti;
e lo sbandarsi, e il rapido
redir dei veltri ansanti;
e dai tentati triboli
l’irto cinghiale uscir;
e la battuta polvere
rigar di sangue,colto
dal regio stral: la tenera
alle donzelle il volto
volgea repente, pallida
d’amabile terror.
Oh Mosa errante! oh tepidi
lavacri d’Aquisgrano!
Ove,deposta l’orrida
maglia, il guerrier sovrano
scendea del campo a tergere
il nobile sudor!
moglie dell’imperatore], tra le spose (nuore: le spose
dei figli) dei Franchi (Saliche = appartenenti alla tribù
franca dei Salii).
37-54 [I giorni] in cui da un poggio elevato (aereo), con i biondi capelli adorni di gioielli (il biondo crin gemmata; *accusativo alla greca), vedeva cani e cacciatori (la caccia;
astratto per il concreto) correre (discorrere) affaccendati e il sovrano dai lunghi capelli (il chiomato sir) [: Carlo Magno] chinato sulle redini sciolte [: del cavallo spinto al galoppo]; e dietro di lui [vedeva] la veemenza (la
furia) dei cavalli (corridor) fumanti [: di sudore]; e i cani da caccia (veltri) ansimanti cambiare direzione (sbandar) e poi rapidamente ritornare sui loro passi (il rapido
Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese Manuale di letteratura
redir); e il cinghiale irsuto (irto) uscire dai cespugli di
spine (triboli) frugati (tentati) [dai cani]; e [vedeva il cinghiale] rigare di sangue la polvere battuta, colpito (colto) dalla freccia (stral) del re: la tenera [: Ermengarda],
pallida per la paura che la rendeva ancor più bella (pallida d’amabile terror), rivolgeva rapidamente (volgea repente) il volto verso le dame di corte (alle donzelle).
55-60 Oh Mosa dal corso tortuoso (errante)! Oh tiepidi bagni (tepidi lavacri: acque termali) di Aquisgrana! Dove
il re guerriero, tolta la spaventosa (orrida) armatura
(maglia), si immergeva (scendea) per lavare (tergere)
il nobile sudore. La Mosa è un fiume presso Aquisgrana, dove Carlo Magno aveva stabilito la propria reggia.
[G. B. PALUMBO EDITORE]
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61-72 Come la fresca rugiada [posatasi] su un cespuglio
(cespite) di erba inaridita fa affluire nuovamente la vita negli steli rinsecchiti (arsi calami), che rinascono (risorgono) di nuovo (ancora) verdi nell’alba temperata
[: prima della calura del giorno]; così (tale) il fresco
conforto (refrigerio) delle parole amiche [delle suore]
scende sul pensiero che (cui; ogg. di virtù) la spietata
(empia) forza (virtù) dell’amore affatica (fatica) e rivolge (diverte) il cuore verso la gioia rasserenatrice (i
placidi gaudii) di un altro amore [: quello per Dio]. È
questa la prima parte di un’ampia *similitudine che oc-
Come rugiada al cespite
dell’erba inaridita,
fresca negli arsi calami
fa rifluir la vita,
che verdi ancor risorgono
nel temperato albor;
tale al pensier,cui l’empia
virtù d’amor fatica,
discende il refrigerio
d’una parola amica,
e il cor diverte ai placidi
gaudii d’un altro amor.
Ma come il sol che reduce
l’erta infocata ascende,
e con la vampa assidua
l’immobil aura incende,
risorti appena i gracili
steli riarde al suol;
ratto così dal tenue
obblio torna immortale
l’amor sopito,e l’anima
impaurita assale,
e le sviate immagini
richiama al noto duol.
Sgombra,o gentil, dall’ansia
mente i terrestri ardori;
leva all’Eterno un candido
pensier d’offerta, e muori:
nel suol che dee la tenera
tua spoglia ricoprir,
altre infelici dormono,
che il duol consunse; orbate
spose dal brando, e vergini
indarno fidanzate;
madri che i nati videro
trafitti impallidir.
cupa quattro strofe, stendendosi anche nelle due successive.
73-84 Ma, come il sole che al suo ritorno (reduce) [: terminata la notte] risale la volta celeste (l’erta) infuocata
e incendia l’aria senza vento (immobile) con la sua vampa insistente (assidua) e brucia (riarde) i gracili steli
appena rinati [che si piegano] al suolo, così, con la stessa rapidità (ratto) l’amore acquietato (sopito) ritorna,
invincibile (immortale), dopo il breve periodo in cui era
stato dimenticato (dal tenue obblio), e assale l’animo
impaurito e richiama le immagini che erano state allon-
Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese Manuale di letteratura
tanate (sviate) al dolore [ben] noto. In dal tenue obblio, l’agg. tenue esprime anche la debolezza della volontà di reprimere la passione.
85-88 Cfr. vv. 13-16.
89-96 Altre infelici [: le donne latine], che il dolore ha consumato (che il duol consunse), sono sepolte (dormono) nella terra che deve (dee) ricoprire la tua tenera
spoglia; spose rese vedove (orbate = private dei mariti) dalla guerra (brando = spada) e fanciulle (vergini)
inutilmente (indarno) fidanzate; madri che videro impallidire i loro figli (nati) trafitti [a morte].
[G. B. PALUMBO EDITORE]
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97-108 La provvidenziale (provida) sventura ti ha collocato
tra gli oppressi, tu che sei discesa dalla stirpe (progenie)
colpevole (rea) degli oppressori [: i Longobardi], la cui
[unica] prodezza fu l’essere numerosi (il numero), la cui
[unica] legittimazione (ragion) fu la violenza (l’offesa) e
[l’unica] forma di diritto lo spargimento di sangue (e dritto il sangue), e la cui [sola] gloria [fu] il non avere pietà:
muori compianta [dalle monache] e serena (placida);
scendi a riposare con essi [: con gli oppressi]: nessuno
Te dalla rea progenie
degli oppressor discesa,
cui fu prodezza il numero,
cui fu ragion l’offesa,
e dritto il sangue,e gloria
il non aver pietà,
te collocò la provida
sventura in fra gli oppressi:
muori compianta e placida;
scendi a dormir con essi:
alle incolpate ceneri
nessuno insulterà.
Muori; e la faccia esanime
si ricomponga in pace;
com’era allor che improvida
d’un avvenir fallace,
lievi pensier virginei
solo pingea. Così
dalle squarciate nuvole
si svolge il sol cadente,
e,dietro il monte, imporpora
il trepido occidente:
al pio colono augurio
di più sereno dì.
oserà insultare le tue ceneri incolpevoli (incolpate).
109-120 Muori, e la tua faccia senza vita (esanime) si ricomponga in pace; com’era quando esprimeva (pingea
= dipingeva) soltanto puri (lievi) pensieri di vergine, ignara (improvida; cfr. v. 31) del [suo] destino ingannevole
(d’un avvenir fallace). Allo stesso modo (così) il sole al
tramonto si libera (si svolge) dalle nuvole squarciandole e, da dietro la montagna, tinge di rosso (imporpora)
l’occidente che vibra (trepido) [di luce]: buon augurio
per il contadino (colono) fiducioso (pio; ma s’intenda
anche in senso religioso). Così…dì: è la seconda parte
della *similitudine. L’immagine del tramonto allude a un
ciclo di morte e resurrezione. La morte di Ermengarda
ha almeno due connotazioni di tipo positivo, che sono
appunto suggerite dall’immagine finale: da una parte è
la cessazione delle sue sofferenze terrene; dall’altra simboleggia l’espiazione delle colpe di un intero popolo (e
la sua redenzione) da parte dell’innocente Ermengarda.
E
guida alla lettura
Collocazione del testo
È il secondo coro dell’Adelchi. È collocato dopo il quarto atto, interamente occupato dalla vicenda di Ermengarda, la quale, ripudiata dal
marito Carlo Magno, si è rifugiata nel convento di San Salvatore presso la sorella Ansberga. Dopo che quest’ultima le ha rivelato che Carlo Magno si è sposato con Ildegarda, Ermengarda è caduta in un delirio che la condurrà alla morte. La scena finale dell’atto lascia il personaggio nella lacerazione fra la spinta dell’eros e il modello cristiano.
È nel coro che questa contraddizione viene ricomposta per mano dell’autore, che proietta le sofferenze di Ermengarda nella prospettiva
della «provida sventura». Per questo motivo la lettura e la comprensione del coro sono inscindibili da quelle della scena precedente (cfr.
T4, Il delirio di Ermengarda). A questo coro segue un atto dedicato, invece, alla sorte di Adelchi, personaggio che ha un destino simile a
quello di Ermengarda.
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E guida alla lettura
La struttura metrica e retorica
Questo testo è composto da venti *strofe di sei *settenari. Il primo, il
terzo e il quinto verso di ciascuna strofa sono *sdruccioli. Il secondo
e il quarto sono *piani e in rima tra loro (è un caso di rima alternata).
Il sesto è *tronco e rima con l’ultimo della strofa successiva. Pertanto lo schema delle rime è abcbde fghgie. L’intero testo è costellato di
*enjambements, che sottolineano una sfasatura fra livello metrico-ritmico e livello sintattico. La maggior parte di essi interviene a distanziare un aggettivo dal sostantivo a cui si riferisce (o viceversa) e serve
per mettere in rilievo uno dei due elementi, solitamente quello del primo verso coinvolto. Per esempio, ai vv. 67-68 («l’empia / virtù d’amor») viene potenziata la caratterizzazione negativa dell’aggettivo «empia», così come ai vv. 103-104 («provida / sventura») viene valorizzata la positività di «provida». Nella parte finale gli enjambements si trovano anche al confine fra una strofa e l’altra (si noti quello tra le ultime due strofe: «Così // dalle squarciate nuvole»): la loro presenza
smentisce l’autonomia di ciascuna strofa e accelera il ritmo verso l’immagine finale, sublimazione della sofferenza di Ermengarda ed espressione dell’ideologia dell’autore. Tra le figure retoriche presenti nel testo, oltre alla *metonimia («brando», che sta per “guerra”, v. 93) e alla *sineddoche («palme», che sta per “mani”, v. 3), è notevole la fre-
quenza dei *chiasmi, coinvolgenti perlopiù coppie di sostantivo e aggettivo: per esempio, «gelida / fronte, una man leggiera» (vv. 9-10),
«nelle insonni tenebre / pei claustri solitari» (vv. 25-26). Sono particolarmente significative le *similitudini, perché per mezzo di esse viene
indicato il contrasto fra la forza dell’eros e quella della sublimazione religiosa. Una prima similitudine, divisa in due momenti, occupa i versi
61-66 e 73-78: da un lato, la rugiada che ristora l’erba inaridita come la «parola amica» della fede ristora Ermengarda; dall’altro, il sole
che torna ad ardere gli steli appena risorti come fa la forza «immortale» dell’eros con l’anima della donna. L’aggettivo «immortale» sembra
sottolineare un’energia più forte della vita stessa di Ermengarda, che
è invece “mortale”, e rinviare all’eternità degli istinti e della natura: di
qui il carattere tutto fisico e naturale delle immagini. Il sole sembra prevalere sulla rugiada. Ma l’immagine del sole torna una seconda volta
in una similitudine finale (vv. 114-120), quasi a voler cacciare o esorcizzare la precedente e la preoccupazione che questa suscita: il sole
che tramonta evoca il tramonto della vita e l’attesa di un diverso futuro ultraterreno, diventando così «al pio colono augurio / di più sereno
dì». Più forte della natura è la Provvidenza divina, che quella natura e
quegli istinti ha voluto.
La contestualizzazione: il concetto di «provida sventura» e la morte cristiana come soluzione del contrasto fra
eros e religione
L’interpretazione del coro è inseparabile da quella della scena del
delirio che immediatamente la precede. Anche qui il contrasto è
fra l’«empia / virtù d’amor» (vv. 67-68) e i «placidi / gaudii d’un altro amor» (vv. 71-72). Il primo elemento, che rinvia ai «terrestri ardori» (v. 14) della passione ed evoca i ricordi, s’impone con la forza della natura e delle pulsioni inconsce, tanto è vero che Manzoni usa, per definirlo, l’aggettivo «immortale» (v. 80). Questo aspetto inconscio e incontrollabile, che si afferma con la violenza oscura delle pulsioni naturali, affascina romanticamente l’autore; per
questo egli deve reprimerlo nel suo personaggio e far trionfare invece l’aspetto ideologico-religioso. L’essere umano ha in sé una
componente irrazionale che per Manzoni è pericolosa, sia da un
punto di vista sociale, sia da un punto di vista morale e religioso.
Una delle ragioni del pessimismo manzoniano risiede appunto nella considerazione negativa della natura umana e della stessa forza
delle pulsioni. Ciò non significa che il tema non affascini l’autore.
Anzi, la sottolineatura costante, attraverso l’aggettivazione, della tenerezza e della fragilità di Ermengarda, l’indugio insistito sulle scene del passato (l’ingresso come sposa del re nel palazzo reale, la
caccia al cinghiale osservata dall’alto, i tiepidi bagni di Aquisgrana)
dimostrano la forza che il tema dell’eros ha nella fantasia e nella
psicologia di Manzoni. Ermengarda vive la contraddizione in modo
talmente drammatico che solo la morte può risolverla. In questo è
molto diversa da Lucia, che, restando estranea al momento passionale, riesce a fondere amore e fede vivendo l’uno e l’altra in termini etico-religiosi e perciò subordinando quello a questa. La contraddizione con cui invece Ermengarda vive l’uno e l’altra può essere risolta solo dalla prospettiva della morte e dell’abbandono a Dio.
Significativamente, è proprio la morte a far ritornare Ermengarda
pura e bambina: il suo volto esanime esprime la stessa pace che
aveva quando, «improvida / d’un avvenir fallace, / lievi pensier virginei / solo pingea» (vv. 111-114). È nel destino di sofferenza che
il male può essere riscattato: il male storico, di cui Ermengarda è
compartecipe in quanto discendente da un popolo di oppressori, e
il male naturale degli istinti. Ermengarda, morendo da vinta, giacerà nella stessa terra dove riposano «altre infelici» e in tal modo riscatterà il proprio destino equiparandosi a tutti gli altri oppressi
amati da Dio. In ciò consiste la «provida sventura».
L’attualizzazione del testo
In questo testo Manzoni tocca un tema legato alla condizione umana. Infatti, il contrasto fra spinta irrazionale ed esigenza razionale, fra
la forza dell’eros e la ricerca di forme di controllo si manifesta indipendentemente dall’epoca storica e dalla cultura in essa dominante. A variare sono le forme in cui questo conflitto di volta in volta si
incarna. La necessità di contenere la manifestazione delle pulsioni
naturali, incanalandola in determinati schemi comportamentali, le-
gati a un’ideologia o a un’esigenza sociale di convivenza comune, ha
accompagnato la storia della civiltà umana. Attraverso la rappresentazione problematica che dà del personaggio di Ermengarda e del
suo dramma interiore, Manzoni documenta l’abissale profondità di
questa contraddizione, la forza degli istinti naturali e la precarietà
di ogni forma di equilibrio fra le due istanze che preveda la repressione dell’eros.
Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese Manuale di letteratura
[G. B. PALUMBO EDITORE]
PARTE DECIMA
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Alessandro Manzoni, § 7
CD163
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Alessandro Manzoni ~ Il coro dell’atto quarto
esercizi
Comprendere
1
7
Quale giustificazione ne dà su un piano più vasto?
Riassumi il testo nelle sue parti essenziali.
Approfondire
Analizzare e interpretare
2
Passa in rassegna i diversi tempi e spazi che popolano il coro e illustra la funzione di ciascuno.
3
Spiega in particolare quale ruolo spetta al chiostro, a quali
spazi allegorici può alludere.
4
Spiega con parole tue il significato dell’espressione «irrevocati dì»; che informazioni ti dà sullo stato d’animo di Ermengarda?
5
La forza dell’amore è definita empia da Manzoni al v. 67; ti
sembra che l’autore sia coerente con questa visione nell’intero brano?
6
Quale soluzione esistenziale offre Manzoni al dolore e al delirio di Ermengarda?
8
Rifletti sull’uso e sul valore delle similitudini nella poesia
manzoniana analizzando, oltre al brano in questione, il Cinque maggio (cfr. T2) e la Pentecoste (cfr. T1); sottolinea analogie e differenze fra i vari contesti.
9
Il brano alterna momenti e registri espressivi diversi; individua alcuni degli strumenti che consentono all’autore di passare da un tono all’altro.
10 Rifletti sul consiglio offerto a Ermengarda (vv. 13-18) e sulle considerazioni che lo reggono; esprimi il tuo parere in proposito, e più in generale sulla visione che l’autore ha dei
meccanismi del cuore umano.
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