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Leggi l`anteprima del libro in pdf
IL MIO SORRISO PIÙ BELLO
Di Jessica Zaccari
Sei quello che non si decide di avere.
Spontaneo, senza nemmeno accorgersene.
Sei il mio sorriso più bello.
<<Sai cos'è per me, l'amore?>>
Improvvisamente la sua voce mi distolse dalla mia concentrazione sul libro.
Alzai lo sguardo, trovandomi i suoi occhi dentro ai miei. Fui avvolta da quel meraviglioso
cioccolato di cui non potevo fare a meno.
Ero diventata dipendente dal suo sguardo, dal suo accenno di sorriso che mi dedicò in quel
momento.
Da lui.
Non ne potevo fare proprio a meno di lui.
<< Qualcosa di meravigliosamente bello..?>>, risposi alla sua domanda, stranita e allo stesso
tempo divertita.
Lui fece cenno di no, senza smettere di guardarmi.
Di sorridermi.
Non mi serviva altro se non lui.
<< Chiedimelo>>, disse poi, portando la sua grande mano ambrata dentro ai miei capelli
castano semplicemente sciolti.
Così grande, ma così leggera come una piuma, mentre s'intrecciava nei miei capelli.
<< Chiedimi, cos'è per me l'amore.>>, aggiunse poi, continuando a coccolarmi.
Non esisteva niente di più bello. Chiusi per un istante le palpebre, per abbandonarmi del tutto a
quella dolcezza che mi procurava quel suo modo di accarezzarmi.
Sospirai appena.
Sulle mie labbra si disegnò un sorriso sorpreso.
<<Okay. Allora dimmi, cos'è per te l'amore?>>, obbedii.
Sentii il suo viso abbassarsi, avvicinarsi al mio, appoggiato sul suo petto coperto dalla finissima
stoffa della sua camicia, accanto al bottone sbottonato, dove alcuni ciuffi marroni scuri
s'intravedevano.
Sentii il suo respiro dolce e profumato come l'estate, la mia stagione preferita, solleticarmi sulla
guancia che si colorò di rosso.
<< Sei tu.>>, mi sussurrò nell'orecchio, solleticandomi con la punta del naso.
Sentii il mio petto gonfiarsi e i battiti del cuore non darmi tregua.
Ritrovarmi lì, dopo tanto tempo, era come tornare indietro nel tempo. Rinascere di nuovo e
rivivere ogni mio attimo vissuto lì. In quella che era stata la mia vita.
La mia unica e sola vita in assoluto.
Mai mi sarei aspettata che in un giorno afoso, di metà agosto, avrei rimesso piede in quella che
era stata la mia casa.
Appartenuta a una famiglia povera, un padre pescatore e una madre serva, era l'unica ricchezza
che possedevo.
Istintivamente fissai la finestrina dai vetri cupi, sporchi a causa della polvere che si era
depositata in tutto quel tempo.
Affacciandosi sul mare, ci passavo gran parte del mio tempo a parlare, convinta che mio padre
mi stesse ascoltando.
I suoi baffi, buffi per me, erano l'unico particolare che non mi portava a dimenticare del tutto
quei pochi ricordi che avevo su di lui.
Riprendendomi, sbattei le palpebre e mi guardai intorno.
Era rimasto tutto uguale: dall'enorme camino annerito a causa del fumo per riscaldarci nelle
sere gelide d'inverno, a quel vecchio traballante tavolo di legno, in mezzo al piccolo salone.
La polvere e il chiuso avevano rovinato tutto, compreso il vecchio televisore che avevamo
comprato la mamma e io con i nostri risparmi.
La ruggine giaceva sulla semplice cucina a gas e il piccolo frigo che un tempo era bianco.
Invecchiata malamente, mi sentii l'unica responsabile, la colpevole di tutto.
Se era diventata così malconcia, con la muffa negli angoli e i muri anneriti, era solo colpa mia.
Ero stata io a ridurla in quello stato.
A ridurre così quella che era la mia vita e che non aveva mai smesso di esserlo in tutti questi
anni, in quelle condizioni.
Inutile spiegare di come mi sentivo in quel momento. Fu come morire.
Morire per l'ennesima volta.
A passi leggeri mi recai verso un piccolo arco, lì dove uno strettissimo corridoio portava nella
zona notte.
Mi recai davanti la porta di legno che a malapena chiudeva quella che era stata la mia stanza da
letto.
A me che era sempre sembrata così grande, in quel momento mi parve molto piccola.
Troppo.
A dominare tutto era l'enorme armadio di legno a due ante. Mia madre l'aveva ereditato da una
sua vecchia zia, come quel baule sotto ai piedi del mio letto.
Sopra di esso c'erano dei fogli, uno sopra all'altro, che formavano una fila tutta storta.
Sorrisi malinconicamente.
Quei fogli ingialliti dal tempo erano il mio patrimonio più raro. Quello più importante.
Niente era cambiato. Era come se il tempo si fosse fermato nell'istante stesso in cui me ne ero
andata. Tutto uguale, come l'avevo lasciata.
La mia ultima volta lì, dentro la mia stanza.
Come dimenticarmi di quel giorno.
Non avrei mai potuto farlo, nemmeno se lo avessi voluto.
Quel giorno di primavera, un giorno più caldo di quando ricordassi, avevo deciso di
andarmene.
Abbandonare tutto: quella casa, il mio quartiere… lei.
Avevo lasciato l'unica persona importante per me, che mi era rimasta al mondo.
Andandomene da lì, mi ero lasciata alle spalle quella che era tutta la mia vita.
Come in un film, davanti ai miei occhi verdi muschio, incorniciati dai segni della mia ormai
vecchiaia, rivissi quella scena.
<<Quella di andartene da qui, è l'unica soluzione rimasta, quindi?>> La sua bellissima voce mi
arrivò addosso.
Allora ero una sedicenne, poco più di una bambina, e lei mi dava le spalle. Stavo buttando in
modo per niente ordinato quei pochi vestiti che possedevo nella valigia marrone malconcia.
<< Sì.>>, risposi, cercando di non piangere inutilmente. << Non c'è nessun altra soluzione.>>,
aggiunsi.
Chiusi con un gesto violento la valigia.
<< E quindi hai deciso di abbandonarmi?>> Sentii la voce della mamma spezzarsi in un
sussurro.
<< No.>>, mi voltai verso lei.
Il suo viso da bambina era invecchiato un po' di più, come i suoi capelli voluminosi che le
incorniciavano il viso e si stavano colorando appena di grigio.
Vidi le sue finissime labbra tremare.
Forte come voleva far credere, non lo era affatto. Sapevo che ci stava male per quella mia
improvvisa decisione.
L'abbracciai tenendola più stretta a me.
Ispirai il suo profumo dolce di mamma, intrappolandolo dentro di me. Speravo tanto che
portandolo con me avrebbe colmato, per quel che era possibile, la sua mancanza.
<< Perchè dici questo? Non lo pensare nemmeno. Io non ti sto abbandonando.>>
Terminai l'abbraccio, prendendo le sue mani esili e fragili dentro le mie.
Lei accennò un debole sorriso tremante.
<< Ma se resto qui, non ce la faccio. Il suo ricordo…>>, fui interrotta dalle mie lacrime che mi
inondarono gli occhi, << …mi darà solo tormento e sai benissimo che non posso permetterlo.
Non adesso.>>
Il suo ricordo, in quel momento, fu come ricevere un pugno nello stomaco. Non riuscivo più a
respirare.
Restare lì, dove tutto mi ricordava di lui, rivivere ogni suo ricordo in ogni angolo del nostro
quartiere, era impossibile.
Non ce l'avrei mai fatta.
Essere cosciente che lui non ci fosse più e far finta di niente. Andare avanti in quella che era
diventata la mia vita senza di lui e dirmi che andava tutto bene, mentre mi ritrovavo a fissare la
sua casa.
Era impossibile passare vicino a quello che era il nostro posto e non perdermi in uno dei tanti
nostri ricordi. Essere cosciente che lui non ci fosse più non lo potevo accettare.
Farmi andare a genio di quella scelta del destino. Odiavo il destino. Non odiavo nessuno come
il destino. Ce l'avevo a morte con lui. Mi aveva portato via, fregandosene di quello che avrebbe
scatenato in me, la persona più bella e importante.
Mi aveva portato via l'amore della mia vita.
Bastardo, mi aveva fatto conoscere la mia dipendenza e poi, come niente, me l'aveva tolto,
strappandomelo violentemente di dosso.
Mi provocò un dolore immenso.
Era troppo per me.. non ero abbastanza forte da sopportare tutto questo.
Se fossi rimasta lì, avrei rischiato di finire a rotoli. Se all'inizio desideravo tanto rimanere
incollata al mio passato, alle pagine che mi raccontavano di lui, da sentirmelo sempre vicino,
ora dovevo far in modo che non succedesse.
Almeno non in quel momento.
Non ero più sola: avevo appena scoperto di avere un piccolo raggio di sole che illuminava quel
buio che era diventata la mia vita.
<< Ci sono io con te>>, fece la mamma. << Qui hai me, tua madre.. ti darò tutto l'aiuto che ti
serve. Sono qui per questo, tesoro. Sei una sedicenne, sei solo una bambina.>>.
Sorrisi appena.
<< Io vorrei rimanere. Non desidero altro, questa è sempre la mia vita. Tu lo sei, credimi.>>
Cercai di essere forte, di non farmi prendere dal pianto che mi stava graffiando gli occhi.
<< Ma se resto qui, mi farò solo del male. Non riuscirò a riprendermi del tutto. Devo prendere
in mano la mia vita, rialzarmi e scriverne un nuovo capitolo da sola. E sai benissimo che qui,
dove tutto mi ricorda lui, non posso farcela.>>
Con gli occhi accompagnai la mano della mamma, che si staccava dalla mia e si appoggiava
sulla mia guancia colma di lacrime.
Si portò il labbro inferiore fine dentro la sua bocca.
<< So perfettamente cosa stai provando. L'ho vissuta anche io, sulla mia pelle.>> Mi accarezzò
dolcemente.
Sapevo a chi si stava riferendo.
Al suo uomo. Al suo unico grande amore, di cui si era innamorata pazzamente. L'unico che
voleva amare… e che non avrebbe mai smesso di farlo, nonostante tutto.
Si stava riferendo a lui, a quello che era il mio grande e grosso principe azzurro, e che per me
non avrebbe mai smesso di interpretare quel ruolo.
Il primo uomo della mia vita.
Sentii il freddo del metallo del suo anello nuziale rinfrescarmi la pelle accaldata.
Istintivamente abbassai gli occhi verso di esso.
<< Lui sarebbe tanto orgoglioso di te, sappilo.>>
La sua voce tremò come una foglia a contatto del vento.
I suoi baffi buffissimi si disegnarono davanti ai miei occhi.
Non riuscii a trattenermi e nemmeno lo volevo.
Mi mancava molto e, anche se era ben evidente che non c'era più niente da fare, dentro la
bambina che era in me ancora sperava nel suo ritorno. Convinta che in un giorno qualunque
avrebbe varcato la soglia della nostra porta.
Vivo e vegeto, sarebbe ritornato da noi. E questa volta lo avrebbe fatto per sempre.
<< Mi ricordi tanto lui, sai. Non solo perchè gli assomigli come una goccia d'acqua. Sei come
lui: coraggiosa e che non si spaventa così facilmente. Ti rialzi dopo una caduta e, come niente,
ti riprendi quello che è tuo, la tua vita, non lasciandoti abbindolare da niente e nessuno >>, mi
dichiarò.
Mi specchiai nei suoi occhi grandi e scuri come la notte.
Nonostante avesse i suoi anni, rimaneva sempre la più bella di quel quartiere.
<< Sei la figlia che tutti vorrebbero. E io sono davvero felice che tu sia mia figlia.>>
Una lacrima le scivolò sulla sua guancia acqua e sapone.
Mi accarezzò nuovamente la guancia.
<< Promettimi che se avrai bisogno o se sei in difficoltà, non esitare a tornare>>, aggiunse poi.
<< Io sono qui. Mi troverai sempre qui, ricordatelo.>> La sua voce divenne come un soffio di
vento.
Confermai annuendo, tirando su con il naso.
<< Ora credo che dovremmo andare se non vuoi rischiare di perdere il treno>>, disse cercando
di essere forte, come lo era sempre stata davanti alle sfide che la vita le aveva messo davanti.
Asciugandomi le lacrime con il dorso della mano, mi ripresi.
<< Sì>>, feci, mentre recuperavo la valigia sul mio letto.
Accompagnai quel mio ricordo non staccando gli occhi dalla mamma, svanendo del tutto, sulla
soglia della porta.
I miei occhi muschio, si specchiarono in quelli meravigliosamente cioccolato che conoscevo fin
troppo bene.
Se me n'ero andata da lì, da quello che era tutto per me, quello che mi raccontava, era appunto
per lui.
Il mio raggio di sole.
Se avevo preso quella decisione, era appunto per lui.
L’avevo fatto solamente per lui.
Non ero più sola: in me avevo un piccolo ometto che stava crescendo e dovevo pensare
solamente a lui. Era diventato la mia unica priorità.
Quel poco più di un pargoletto, che giorno dopo giorno stava crescendo, era diventato un
bellissimo uomo di quarantatre anni.
I suoi occhi mi guardarono stranita.
Sapevo anche il motivo.
Lui non sapeva niente di tutto questo. Con un accordo, avevo acconsentito di mettere da parte
la mia vita.
A tenergliela nascosta. Mi sembrava la cosa giusta da fare. Almeno per lui.
L'unica cosa che m'importava era il bene del mio ometto. Dargli una vita migliore, farlo vivere
come ogni bambino, felice dentro a una famiglia, con due genitori che lo amavano.
Quell'accordo che avevo stipulato con mio marito, Dante Marchesini, insieme ai suoi genitori,
mi sembrò un inizio per il mio ometto.
Ma non per me.
Né quello e né altro, sarebbe stato per me un nuovo inizio.
Mi era completamente illusa.
Non avrei smesso di essere quella che ero.
Io ero quella semplice e povera casa, quel quartiere e quel mondo che di nobile e di ricco non
avevano proprio niente.
Io sarei sempre rimasta Alice Russi e non avrei mai voluto smettere di esserlo, anche se avevo
acconsentito a quell'accordo.
<< La ringrazio molto di aver accettato il nostro invito, avvocato Marchesini.>>
La voce maschile di un uomo sulla cinquantina mise fine al silenzio che si respirava in casa.
Si trattava di un uomo del comune di quel quartiere e di cui non ricordavo il nome, nonostante
si fosse presentato.
In quel momento ero impegnata a guardare la porta di legno che racchiudeva la mia casa, a
fissare il mio quartiere, uno dei tanti che Napoli custodiva gelosamente.
<< Sono io a ringraziarla per averci contattato>>, rispose Tommaso con il suo solito modo di
fare.
Guardai quell'uomo non molto alto e così magro a cui, sotto ai quei pantaloni neri ed una
camicia bianca sportiva, dava l'impressione di non avere niente.
Le sue braccia dalla pelle ambrata erano avvolte dai peli corvini, come i pochi capelli sparsi
che aveva sulla testa ovale. Aveva una barba molto folta, dalla quale spuntava qualche pelo
grigio. Tra le sue mani stringeva la sua ventiquattro ore nera, mentre nell'altra aveva una
cartellina rossa.
<< Ammetto che non è stata un impresa facile>>, fece lui appoggiando la ventiquattro ore sul
vecchio tavolo traballante, senza curarsi della polvere che si era depositata. <<O almeno per
vostra madre. Sono davvero pochi, quasi illeggibili, i documenti che affermano che la signorina
Alice Russi e la signora Alice Marchesini sono, in realtà, la stessa persona>>, aggiunse mentre
apriva la cartellina.
Notai gli occhi cioccolato di Tommaso specchiarsi dentro ai miei.
Erano straniti.
Quella era la prima volta che veniva a sapere di tutto.
Di quella casa, del mio vero cognome.
Con quell'accordo avevo messo da parte il mio cognome, prendendo definitivamente quello di
mio marito quando avevo accettato di sposarlo.
Per lui, ero stata solo la sua mamma Alice e basta.
Gli avevo tenuto nascosto quelle che erano le mie origini.
Le sue origini.
Lui era come me.
Non era un Marchesini.
Dentro alle sue vene non scorreva il sangue di quella famiglia milanese dell'alta società.
Tommaso non era l'erede, non almeno biologico, degli avvocati Marchesini, anche se aveva
preso le loro orme.
Le orme di suo padre, Dante Marchesini.
Era stato proprio lui a farlo appassionare, dandogli tutto il suo amore.
Amava quell'uomo più di ogni altra cosa: era stato un pilastro importante per lui, nonostante
non si fosse più da un paio di anni. La malattia lo aveva portato via troppo presto.
Perdere una persona cara, qualcuno di speciale, era sempre troppo presto.
Vidi Tommaso starci male, nel giorno della sua scomparsa. Appoggiato in un angolo del
maestoso salone della villa Marchesini, notai come ci soffrisse.
I suoi occhi erano fissi su di lui. Inermi, non si muovevano di un millimetro. Li conoscevo
benissimo: avevo già visto quel meraviglioso cioccolato immenso.
Quell'uomo, Dante Marchesini, era il suo papà.
Accompagnai con lo sguardo quel suo gesto di infilarsi le mani nelle tasche dei suoi jeans alla
moda ,che gli cadevano a pennello, dove in una di esse c’era il suo cellulare.
Mi sentivo dannatamente in colpa.
In passato ero stata sul punto di raccontargli tutto: delle sue vere origini, che lui veniva
semplicemente da quel quartiere come me.
Come me, non aveva niente di nobile.
Nelle sue vene non scorreva sangue blu. Nessuna traccia di borghese che gli antenati della
signora Annina Marchesini avevano avuto il privilegio di ricevere. Con il loro modo di
pensarla, avevano dato un cambiamento al paese.
Non era un Marchesini.. ma semplicemente uno Scapece.
Tommaso Scapece.
Lui non era altro che figlio di due giovani innamorati nemmeno maggiorenni. Frutto del loro
amore un po' eccessivo per qualsiasi altra coppia di adolescenti.
Figlio di una sedicenne che non poteva fare a meno di lui.
Di quei suoi meravigliosi occhi cioccolato, dei suoi baci, del suo b profumo, dei suoi abbracci
E quando il piccolo le sorrideva, lei si sentiva invadere dalla tenerezza.
Erano come droga per lei.
La mia di droga e non potevo farne più a meno.
Erano diventate la mia dipendenza.
Lui, era la mia dipendenza.
<< Se vi ho contattato, più che altro la signora Marchesini…>> Si fermò per controllare i fogli
che, in modo ordinato, erano deposti all'interno della cartellina. <<.. è per mettervi al corrente
della situazione di questa abitazione. Non essendoci nessun testamento e lei, risultando l'unica
Russi, ci è sembrato giusto informarla della situazione, se qualora ci fossero stati dei parenti o
eredi.>>, continuò, ignaro di quello che stava provocando in noi.
In Tommaso, che fino d'allora non sapeva niente di tutto ciò. Del mio vero cognome e di quella
vecchia e malconcia abitazione, che era la mia casa.
In me, ritrovandomi immersa dentro ai miei ricordi, il passato che raccontava la mia vita.
<< Come vedete, la situazione non è delle migliori. La struttura è pericolante, non sicura. Se vi
ho contattato è appunto per comunicarvi che dovremmo demolirla per la salvaguardia degli
abitanti.>>, terminò.
<< Come demolirla?>> Sgranai gli occhi.
Quella casa, era l'unica cosa che possedevo. Tutti i miei ricordi erano lì dentro. C'era tutta la
mia vita. Demolirla sarebbe stato come morire di nuovo.
<< Non può farlo, vero?>> Guardai Tommaso. Lui di queste cose ne capiva molto più di me.
<< Signora Marchesini, non voglio essere odiato o qualcosa del genere, ma come anche lei
vedrà, l'abitazione non dà sicurezza. È malridotta. Pericolante e molti abitanti di questo
quartiere, soprattutto bambini e ragazzini, ci passano vicino incuranti del pericolo. È
malconcia: l’intonaco, all'esterno come all'interno, ha incominciato a cedere.>>, fece notare
l’uomo.
<< Appunto che abbiamo voluto informare gli eredi o parenti se caso mai ce ne fossero stati, lo
stato della struttura, perché non è detto che dovete per forza demolirla. Signora, potete
ristrutturarla, farla diventare sicura. Ovviamente, una volta preso l'impegno dovete portarlo a
termine e la cosa importante è di non far passare molto tempo. Il nostro compito è quello di
salvaguardare i nostri abitanti e non vorremmo mai che succedesse qualcosa di grave.>>.
<< Certo che no.>> Dandogli un’occhiata, non potei non dargli ragione.
Come la mia vita, la mia casa era invecchiata malamente e abbandonata come una scarpa
vecchia.
L'avevo ridotta io così, scappando da lì, come uno sporco malvivente. Se solo fosssi rimasta,
ascoltato la mamma, tutto ciò non sarebbe mai successo.
Anche se poveri, saremmo stati lo stesso una famiglia.
Avevo sbagliato completamente.
<< Senta possiamo pensarci su?>>, intervenne Tommaso, guardando gli occhi piccoli come
bottoni dell'uomo colorati di pece.
<< Okay, ma non fate passare molto tempo.>> Chiuse la cartellina e recuperò la sua
ventiquattro ore sul tavolo. << Con o senza il vostro permesso, noi dovremmo intervenire al più
presto, spero che mi capiate>>, fece lui, portando lo sguardo su di me.
Evidentemente aveva capito l'interesse di quell’abitazione dentro ai miei occhi mentre
Tommaso, indifferente e stranito, mi fissò.
<< Certo.>>, rispose Tommaso gentilmente, con il suo modo di fare professionale.
<< Sa dove trovarmi.>>, gli porse la mano in gesto di saluto. << Signora Marchesini.>>, poi mi
guardò, facendomi un gesto di cortesia.
Uscì chiudendosi la porta alle sue spalle.
In quello stesso istante che l'uomo varcò la porta, cadde un profondo silenzio tra noi.
Con gli occhi accompagnai Tommaso, mentre si avvicinava al tavolo, passando il polpastrello
del suo indice sullo strato di polvere depositato.
Guardò il polpastrello sporco di polvere per un secondo esatto.
Aiutandosi con il dito medio, si liberò dalla polvere.
Alzò lo sguardo verso la finestrina.
La raggiunse.
Come quella stanza e non solo, aveva bisogno di una bella boccata d'aria.
Peccato che in estate era impossibile trovare dell’aria fresca, come quella che si respirava a
Milano o nel casale in campagna in Toscana dove, per la famiglia Marchesini, era tradizione
passare le feste natalizie e le vacanze estivi.
Con la malattia di Dante avevamo prolungato la nostra permanenza lì, vivendoci per tutto
l'inverno. L'aria di campagna era molto meglio per i suoi polmoni malati, rispetto allo smog che
si respirava a Milano.
<<Credo che devi spiegarmi un bel po' di cose.>>. La sua non era una domanda.
Sospirò appena, fissando il meraviglioso e intenso mare sotto di noi. Poi si voltò.
Il suo modo di cacciarsi le mani nelle tasche dei jeans mi riportava in mente lui.
Era come lui, non aveva preso quasi niente da me. Erano come due gocce d'acqua che si
appartenevano, anche se nessuno dei due sapeva dell'esistenza dell''uno e dell'altro.
Il suo modo di guardarmi mi fece tremare come una foglia. Non c'era niente di più bello per me
che essere guardata in quel modo. Avrei dato via l'anima per ritrovarmi addosso quel
meraviglioso cioccolato immenso.
Sospirai appena e mi recai verso a quello che era stato il mio posto.
Mi sedetti.
Si trovava accanto all'enorme camino.
Essendo stata sempre freddolosa e odiando praticamente l'inverno e tutto quello che lo
descriveva, me ne stavo accanto al camino acceso, con i piedini nudi, appoggiati sull'enorme
ripiano rivestito di mattonelle marroni, annerite a causa del fumo.
Mi sedetti senza curarmi della polvere.
<< Sì, tesoro.. ho tante cose da dirti.>>, sospirai appena. << Non so proprio da dove
iniziare.>>, aggiunsi poi.
Anche se non lo guardavo, lo sentii incamminarsi verso di me.
Si appoggiò sul bordo molto consumato del tavolo, accanto a me.
<< Perchè non dall'inizio.>>, mi guardò dall'alto.
<< Premetto che se non ti ho detto niente finora, è perchè ho acconsentito a tenerti all'oscuro di
tutto, firmando un accordo con Dante e i suoi genitori.>>, iniziai, dopo aver riempito i miei
polmoni d'aria.
<< Un accordo con papà e i nonni?>>, mi guardò stranito. <<Per tenermi nascosto cosa?>>, mi
domandò.
Prima di rispondergli, trattennei per un po' il respiro. << La mia vita, ecco cos'è servito
l'accordo.>>, dissi.
Intanto Tommaso si era allontanato da me.
<< Ma chi sei a tal punto, per tenermi nascosto la tua vita precedente?>>, si voltò verso la
finestrina spalancata, dandomi le spalle.
<< Una serva.>>, confessai. << Ecco cosa ero.>>, aggiunsi poi.
<< Cioè tu..>>, voltò il viso di profilo.
<< Sì, ho lavorato per conto della famiglia Marchesini. Mi occupavo delle faccende
domestiche, e avendo lavorato per un paio di anni, come baby sitter, mi prendevo cura della zia
Cecilia che allora aveva solo tre anni.
E' così che ho conosciuto Dante.>>, gli spiegai.
Voltandosi del tutto, mi guardò ancora stranito, più confuso di quanto già lo fosse.
<<Hai firmato un accordo con papà, solo per non dirmi che hai prestato servizio a casa
nostra?>>, s'indicò.
<< Tesoro, sai benissimo come la si pensava allora. Chi mai avrebbe acconsentito al
matrimonio con una semplice serva, che non ha niente di nobile.
La nonna Marchesini non è mai stata d'accordo alle mie nozze con il suo primogenito. In realtà
fin dall'inizio, quando andai per il lavoro, non mi vedeva di buon occhio.
Accettò solo a condizione di questo accordo che, nessuno, la gente del loro stesso ranco,
venissero a sapere delle mie vere origini. Io non ero una di loro, nelle mie vene non scorre il
loro stesso sangue.
Ero semplicemente questo.>>, indicai la mia casa povera e malconcia.
<< Ma non era solo per questo.>>, poi aggiunsi.
L'idea di dirglielo, mi fece tremare dalla paura.
Avevo il terrore di come la potesse prendere.
Di certo mi avrebbe odiato.
Gli stavo per dire qualcosa che gli avrebbe sconvolto del tutto.
Avrei sconvolto quella che era la sua vita.
Ma era giunta l'ora, non potevo continuare a mentirgli. Non in quel momento.
Continuare con quel segreto, oltre a farci del male, era inutile.
Era venuto a sapere di quella casa, che io in realtà non ero altro che una semplice e povera
serva, continuare a tenergli nascosto quel particolare che lo riguardava, non stava più in piedi.
Doveva saperlo, anche se mi sembrò troppo tardi, nel pensarci.
<< Cosa?>>, mi guardò impaziente che continuassi.
Conoscendolo sapevo che odiava le suspance e i giri di parole. Lo innervosiva del tutto, voleva
che si arrivasse dritto al punto. Lo predendeva da chiunque, come lui faceva con quelli che
erano i suoi clienti e non.
Chiusi le palpebre per ricacciare le lacrime indietro e racimolare tutto il coraggio che speravo
di avere. Lo sentii improvvisamente crescere dentro di me, da qualche parte.
Aprendo gli occhi, notai la fonte di quel mio coraggio.
Gli occhi meravigliosamente cioccolato.
Lui era lì con me.
Non mi aveva mai lasciato sola.
E non l'avrebbe fatto nemmeno in quel momento.
Era davanti a me, a sosternermi come era il suo solito fare nei miei confronti.
<< Tu non sei un Marchesini.>>, gli confessai tutto in un fiato.
<< In realtà come me, tu sei di qui. Di questo quartiere. Sei seemplicemente uno Scapece.>>,
aggiunsi poi.
Improvvisamente sentii quel peso premermi sul petto, sciogliersi e scomparire del tutto.
Provai di nuovo quella sensazione di leggerezza avvolgermi come piuma cn il rischio che
potessi prendere il volo.
<< Stai scherzando vero, mamma?>>, la sua voce divenne gelida.
Cercai inutilmente di non piangere. << Cazzo.>>, sussurrò appena, vedendomi non ribadire. <<
Cazzo.>>, si portò entrambe le mani nei suoi capelli marroni scuri gelatinati in un unico e
grande ciuffo, facendo un paio di girovolte su se stesso. << Cazzo!>>, alzando la voce, mi
venne incontro, sbattendo la mano sul tavolo, facendo alzare un po' la polvere.
Quel suo modo di fare, mi fece sobbalzare sul mio posto.
La mia mano strinse la stoffa leggera della mia gonna larga floreale.
Una lacrima scivolò dal mio occhio, facendosi strada sulla mia guancia solcata dalla vecchiaia.
<< Me lo dici ora, a quarantatre anni, adesso!>>, s'indicò.
<< Tesoro io..>>, non andai avanti.
Si voltò dandomi le spalle. << Volevo solo il meglio per te. Farti crescere in una bella famiglia.
Crescere come gli altri.. darti tutte le cose che desideravi. Non farti mai mancare niente.>>,
cercai di spiegarglielo, ma più parlavo e più sentivo che era tutto inutile.
<< Abbordando un ricco, andandoci a letto e fargli credere che il figlio che aspettavi era
suo?>>, mi buttò quelle sue parole gelide addosso.
<< No!>>, lo guardai sbalordito. << Mi fai capace di questo?>>, m'indicai.
<< Non so, dimmelo tu.>>, accanto al camino, il suo corpo s'irrigidii, come le sue braccia ben
avvolte dai muscoli color ambrato, che cacciò dentro alle tasche, lì dove sull'avambraccio, c'era
tatuato, in una semplice scrittura nera elegante, il giorno che raccontava la nascita del suo
amore, seguito da un cuoricino nero.
Era il giorno in cui era nata la sua unica bambina.
Jasmine, una bellissima ventenne, il mio secondo raggio di sole.
Vederlo così, dubbioso su di me..io che ero sempre stata la sua mamma che lo aveva amato più
di qualsiasi cosa, trovandomi quasi un estranea, fui avvolta da un dolore lento e atroce.
Era così doloroso.
Troppo.
<< Dante lo sapeva che ero incinta di un altro. Lo sapevano i nonni. Tutti. Ero quasi al quinto
mese, non potevo nasconderlo e nemmeno lo volevo. Era il motivo per cui la nonna Marchesini
non mi vedeva di buon occhio, ovviamente oltre ad essere una serva e una poveraccia. Per lei
ero una poco di buono, rimanendo incinta a sedici anni.
Nonostante sapeva benissimo che tu non eri davvero suo figlio, e la disapprovazione di sua
madre, Dante ha voluto lo stesso sposarmi e prendersi cura di te come suo figlio biologico,
andando contro a tutti. A sua madre.
Non gliene importò assolutamente se nelle tue vene, non scorre lo stesso suo sangue.
Ti ha amato più di ogni altra cosa.
Lui è e sarà sempre tuo padre.. il suo gnometto combinaguai.>>.
Notai che alzò la testa in alto, cercando di trattenersi, ma era più piagnucolone di me.
Su questo aspetto, potevo dire che il mio combinaguai, il mio raggio di sole, aveva preso da
me.
<< Adoravo quando mi chiamava così..>>, non andò avanti.
Abbassando la testa, guardando un punto qualsiasi del pavimento coperto di polvere.
Sul suo viso perfettamente barbuto, si disegnò un meraviglioso sorriso.
Il suo meraviglioso sorriso.
Era praticamente lui, la sua promessa in quella notte di autunno, mentre facevamo l'amore
senza fermarci un secondo.
Stava rivivendo uno dei suoi tanti ricordi di lui bambino che aveva passato insieme a suo padre.
Dante Marchesini, non avrebbe mai smesso di interpretare quel ruolo.
Per Tommaso, non avrebbe mai smesso di essere suo padre, nonostante non ci fosse più e
aveva appena scoperto che non era suo padre biologico. Per lui, sarebbe stato sempre l'uomo
più importante per lui.. l'amore della sua vita.
Il suo papà.
<< Chi è lui?>>, mi domandò poi, riprendendosi dai suoi ricordi.
Sapere che aveva voglia di conoscerlo, tramite ai miei ricordi, mi fece sorridere dalla felicità.
<< Ti racconto di lui.>>, dissi, accennando un semplice sorriso. << Sempre se tu lo vuoi.>>,
aggiunsi poi.
Avvolta da quel meraviglioso cioccolato intenso, dentro ai miei intimiditi, mi diede conferma.
Si era appena seduto davanti a me. Pulendo al meglio la sedia dalla polvere, mi stava a fissare
impaziente che iniziassi a raccontare la mia storia.
La nostra di storia.
<< E' iniziato tutto qui.>>, dissi. << Era appena finita la seconda guerra mondiale e si cercava
di andare avanti.
Armando Russi fu uno dei pochi soldati fortunati a ritornare con le proprie gambe a casa. Era di
questo quartiere.
Allora ventiquattrenne, l'unica cosa che desiderò fu quello di sposare la bella diciottenne Clara
Sepe.
Con pochi invitati, giusto i loro parenti, si dichiararono amore nella piccola chiesetta del
quartiere e lo festeggiarono con uno spoglio banchetto proprio qui, in questa che sarebbe
diventata la loro casa da sposati.
L'aveva ereditata da un suo vecchio prozio che non essendosi mai sposato e avuto figli, era
l'unico suo erede.
Non era come adesso, vivendoci fino alla fine un uomo, per altro povero, la situazione non era
delle migliori. Era un vecchio preponente che ce l'aveva con tutto e tutti e non gli andava
nessuno a genio.
La madre di Armando, con il prozio non aveva avuto per niente vita facile nell'assisterlo.
Praticamente non c'era quasi niente e quel poco, era malridotto, vecchio da buttare via. Ma
possedere a quei tempi, una casa propria, era una vera e propria ricchezza.
Quello che doveva essere il loro viaggio di nozze, lui la passò a cercare un lavoro, ma non era
così facile in quel momento particolare.
A quasi un anno dal loro matrimonio, Clara scoprì di essere incinta e nove mesi dopo, sul loro
letto, diede alla luce la loro primogenita.
Una bambina.
Entrambi, fradici d'amore di quel visetto tondo e rosso che non faceva altro che urlare, e già da
lì, si capiva che sarebbe diventata una piccola peste, la chiamarono Alice Russi.
Quella mattina di metà estate, quei due giovani sposi innamorati, diventarono i miei
genitori.>>, raccontai.
Tommaso mi stava ad ascoltare attentamente, come ad una lezione di scuola.
Continuai raccontargli di mio padre che trovò come lavoro di pescatore, portandolo dei mesi,
ma anche anni, fuori casa. Era l'unica cosa, dalla paga buona, che trovò.
A casa oltre una moglie che non lavorava, aveva una bambina che doveva pur mangiare.
Non poteva rifiutarlo, in cerca di altro.
Le mie parole si trasformarono in scene, catapultandomi in prima persona, dentro ai miei
ricordi.
Tralasciando i primi anni della mia vita, anche perchè era impossibile ricordarmene, iniziai a
raccontare dai miei sei anni.
Era in piena estate, un giorno afoso e senza filo di vento. Un giorno normale per chi viveva al
sud.
<< E' lì che è andato papà?>>, dissi dopo che con le mie gambe piccole e cicciotte, mi ero
arrampicata su per il muro, per raggiungere la finestrina.
Non ero abbastanza alta per affacciarmi senza arrampicarmici.
<< Ali!>>, sentii la voce agitata della mamma, venirmi addosso, quando sentendomi, mi
rivolse la sua attenzione.
Lasciando incustodito per un po', la carne che cuoceva nell'olio dentro la padella, sopra alla
cucina a gas comprata a rate, corse immediatamente verso di me. << Mi vuoi far prendere un
colpo, santo cielo!>>, con il suo braccio esile, avvolse la mia piccola vita, mentre con l'altra
socchiudeva la finestrina spalancata.
<< E' quello papà?>>, indicai uno di quei migliaia di omini sparsi ovunque, in mare.
Era in piena estate e molti avevano scelto il mare di Napoli per rilassarsi e riprendersi del tutto
dal freddo inverno e dal proprio lavoro.
<< No, tesoro mio.>>, mi disse.
La guardai.
Ero troppo piccola per capire di quanto fosse bella la mamma.
Era esile, dalle forme abbondanti ambrati nei punti giusti.
I suoi capelli ricci corvini molto voluminosi, le incorniciavano il suo viso da bambina acqua e
sapone.
Specchiandomi nei suoi grandi occhi scuri come la notte, notai le sue finissime labbra
distendersi, formando una sottilissima linea.
Non mi sembrava affatto un sorriso.
<< E dov'è?>>, le domandai.
Ignara di quello che stava provando la mamma in quel momento, con gli occhietti color
muschio vispi e curiosi, saltai da un punto all'altro sul mare.
Ero una bambina curiosa di tutto, che faceva mille domande e a volte la mamma s'inventava le
risposte.
<< E' molto lontano da qui.>>, mi rispose, sospirando appena con lo sguardo ancora fisso sul
mare.
Di lui avevo davvero pochi ricordi, l'ultima volta che l'avevo visto, avevo appena compiuto
cinque anni. Avevamo festeggiato il mio compleanno al mare.
Era stata una delle mie giornate più belle, abbastanza grande da ricordarmene. Avevamo
passato tutta la giornata in mare, io e papà a sguazzare nell'acqua, mentre la mamma, si
lasciava accarezzare dai raggi del sole.
Nonostante fossi abbastanza grande da ricordarmi le cose, poco riuscivo a ricordarmi di
com'era fatto il suo viso, se non per i suoi baffi castano come i miei e i suoi capelli che, trovavo
così buffi.
Era l'unico particolare che non mi portava a dimenticarmi del tutto di lui.
Dall'allora era passato quasi un anno. La settimana seguente, il giorno del mio compleanno.
Ero così emozionata, non solo perchè avrei compiuto sei anni e stavo divendando grande,
senza che il mio migliore amico e vicino, che già lì aveva compiuti da un paio di mesi, si
divertiva a prendermi in giro per essere ancora piccola, sarebbe ritornato il mio papà.
Come l'anno precedente, avremmo festeggiato il mio compleanno al mare e non vedevo l'ora.
Ero così emozionata, piena di adrenalina in corpo che non riuscivo a stare ferma nemmeno un
secondo.
Avrei di nuovo abbracciato il mio grande e grosso papà, dalle spalle enormi senza
importarmene di quel forte odore di pesce e salsetine che odoravano i suoi vestiti.
Avrei di nuovo riso come una matta quando, riempiendomi di baci sulla guancia, i suoi baffi
buffi, mi solleticavano la mia pelle roesea.
Avrei cercato di resistere ancora di più sott'acqua senza respirare per vedere meglio quello che
c'era, mentre le grandissime mani di papà mi tenevano ben stretta per i miei piccoli fianchi a
ripetermi di sbattere le gambe come un pesciolino.
<< Ma torna?>>, le domandai, anche se ero convinta, volevo che anche la mamma me lo
confermasse.
Lei mi guardò per un istante.
Mi sorrise.
Era così bella quando sorrideva.. metteva di buon umore chiunque.
Era impossibile non innamorarsi pazzamente di lei.
Dentro a quel vestitino floreale, attilato sopra mettendogli in risalto il suo seno abbondante e un
po' largo sotto, era la donna più bella che esistesse.
Con un po' di trucco, anche se senza era ancora più bella, sarebbe stata più bella di quelle
modelle, attrici e showgirl, che si vedevano nel piccolo televisore bianco in nero, che aveva
comprato papà con i soldi che aveva guadagnato nei pochi giorni che era rimasto con noi,
prima di solcare di nuovo il mare.
Era più bella di quelle donne disegnate sulle copertine su alcuni giornali.
<< Certo che torna.>>, mi confermò. << E non vede l'ora di abbracciarti e riempirti di baci.>>,
mentre lo diceva, prendendomi in braccio, lo fece lei.
Aggrappandomi come una scimmietta, buttando le mie piccole braccia intorno al suo collo,
intrecciandomi dentro ai suoi capelli, risi divertiva dai quei baci che mi solleticavano.
<<Ti va di fare un bel disegno a papà, mentre io finisco di cucinare?>>, mi propose ancora in
braccio, mentre mi dava piccoli morsi sulla punta del mio nasino.
<< Sì!>>, urlai emozionata, scalciando nel tentativo di scendere.
Una volta a terra, corsi verso la mia cameretta, recuperai un pezzo di foglio bianco un po'
stroppicciata e la mia matita, pronta per disegnare una volta seduta a quello che era il mio
posto.
Avevo deciso di disegnare il giorno del mio compleanno, al mare.
Con una linea, disegnai la fine del mare e un altro per dividerlo dalla spiaggia. Era così che lo
avevo sempre visto, come un istante fa dalla finestra.
Disegnai tre persone, la mamma dentro al suo costume di due pezzi, sdraiata sul telo bianco a
farsi coccolare dai raggi del sole, mentre io ero sotto l'acqua e papà, con i baffi buffissimi, a
tenermi.
Cercai di disegnare ogni minimo particolare del mio ricordo, senza ometterne nessun
particolare, perfino la gente che c'erano quel giorno.
Se un giorno avrei per caso dimenticato quel ricordo, bastava guardare quel mio disegno per
ricordarmelo di nuovo.
Era uno dei miei ricordi che volevo portarmelo sempre dentro di me, indelebile come un
tatuaggio.
<< Hai finito, amore?>>, mi domandò la mamma, nello stesso tempo in cui scrivevo il mio
nome in fondo alla pagina.
<< Sì.>>, risposi.
A insegnarmi a scrivere il mio nome e non solo, come risolvere le addizioni, era stata la
maestra Silvani della mia scuola.
Era così gentile e sorrideva sempre, anche se sbagliavo i miei compitini.
L'adoravo, era così dolce che mi portò ad amare tutto quello che ci insegnava. Adoravo
risolvere le addizioni, mi proponevo sempre io a leggere in classe e non avevo paura di
rispondere alle sue domande, anche se sbagliavo. La maestra Silvani mi diceva la risposta
giusta e io, finalmente imparavo.
Alla mamma le comunicò che anche se facevo un po' fatica, ero molto curiosa nel sapere le
cose e questo era un buon modo per imparare.
<< Guarda.. ti piace?>>, sventolai il foglio in aria, verso la mamma.
<< Wow!>>, esclamò lei, prendendo il foglio per guardarlo meglio. << E' stupendo amore,
questa sono io?>>, guardò la sua figura esile e bella, distesa sulla sabbia. << Ma sono
bellissima.. come te, d'altronde. Sono convinta che a papà gli piacerà da morire, quando lo
vedrà. Mettilo in un posto dove non si rovina e lavati le manine, il pranzo è pronto.>>, poi me
lo porse di nuovo.
Obbedii, afferrandolo.
Portai il mio foglio in camera mia.
Lo appoggiai sul baule sotto ai piedi del mio letto.
Lo sistemai sotto ai libri della scuola e gli altri disegni che la maestra Silvani ci aveva fatto
disegnare a scuola nell'ora di disegno.
Mi recai nel piccolo bagnetto per lavarmi le mani.
<< Fatto!>>, esclamai una volta in cucina, sventolando le mani in aria, per farle vedere che
avevo tolto i segni neri rimasti sulla mia pelle.
<< Che brava che sei.>>, mi strizzò l'occhio.
Sedendomi allo stesso posto, il mio stomaco inziò a brontolare dalla fame, quando sentii il
pomodoro profumato di basilico, che colorava il giallo della pasta.
Dopo la nostra preghierina, mi buttai letteralmente sul piatto.
<< Non sporcarti tesoro, almeno non con il sugo. E' molto più difficile toglierlo a differenza
della terra, quando giochi con il tuo amichetto.>>, mi disse.
Sorrisi divertita.
<< Che dici? Oggi pomeriggio, porterò entrambi al mare, ti va l'idea?>>, mi propose poi.
Portai le mie labbra sporche di sugo da una guancia all'altra dalla felicità.
Non bisognava dire altro, quel sorriso a trentadue denti, diceva che non vedevo l'ora di andare
al mare.
<< Ma ci andremo anche sabato al mio compleanno, perchè c'è papà.>>, aggiunsi poi.
<< Ci andremmo anche sabato.>>, confermò lei, preparando un altro boccone.
Dopo pranzo, aiutai la mamma a resettare la cucina e nonostante mi ripeteva che era meglio
farmi un piccolo sonnellino, ma ero troppo emozionata e elettricizzata per dormire.
Mi giravo e rigiravo nel mio enorme letto, ma non presi sonno.
Quando la mamma mi chiamò, mi alzai di scatto, senza fare storie, come quelle volte che
volevo rimanere a dormire.
<< Oh niente storie.>>, notò la mamma mentre piegava il telo mare, in un perfetto quadrato.
Sotto a una camicia enorme blu che apparteneva papà, aveva indossato il suo solito costume a
due pezzi.. lasciando le sue lunghe e finissime gambe nude.
<< Stai divendando grande.>>, lo disse con un tono divertito e una punta di malinconia.
Chi madre, vorrebbe che i propri figli, crescessero e diventassero grandi.
Annuii.
<< Ho messo anche il costume da sola.>>, poi dissi orgogliosa.
Da un paio di mesi, ero in grado di vestirmi da sola, senza l'aiuto della mamma.
Avevo indossato il mio costume rosso tutto di un pezzo. Lo avevo da un anno, ma ancora mi
andava bene. Era un peccato buttarlo via.
Sentimmo bussare.
Istintivamente corsi verso la porta.
La spalancai.
I miei occhi furono avvolti da un meraviglioso cioccolato intenso.
Sorrisi.
Non potevo fare a meno.
Mi ritrovai davanti, un bambino più alto di me e mingherlino.
Il suo dorso avvolto dalla pelle ambrata era nudo, mettendo ancora di più in risalto il suo
aspetto mingherlino.
Sopra alla sua testa, erano appoggiati come un morbido cespuglio dei ciuffi di capelli marroni,
perfettamente disordinati.
Non era molto amante del pettine.
Indossava dei semplici pantaloncini rossi, lo stesso colore del mio costume. Era stato un regalo
che sua nonna Matilde e di coseguenza anche la mia, ci aveva fatto.
Adoravo stare con lei e ascoltare le sue storie, accanto al camino. A causa della sua vecchiaia,
non camminava più e la sua vista giorno dopo giorno, stava calando. Era costretta a passare le
sue giornate seduta sul divanetto e quasi delle volte era da sola.
Era bello farle compagnia e non solo per non farla sentire del tutto sola e abbandonata.
Adoravo le sue storie, erano belle da sentire e anche se ero troppo piccola per capire alcune
cose, mi piaceva ascoltarla.
Non m'importava sapere se fossero vere o frutto della sua immaginazione, me ne stavo lì
emozionata e con la mia curiosità di sapere, ad ascoltarla. Non mi sarei mai stancata delle sue
storie.
Notai che sotto al suo braccio esile, teneva ben stretto una palla bianca.
Sorrisi emozionata.
Era l'effetto che mi faceva quel mio vicino e compagno di scuola.
Era il mio migliore amico, l'unico che avevo.
<< Russi.>>, fece lui, vedendomi. << O dovrei dire piccolina.>>, aggiunse poi.
I miei occhi innocenti divennero minacciosi.
Odiavo praticamente quando mi definiva così.
Non ero piccola.
Come lui, anche io ero grande.
Avevamo gli stessi anni, anche se mancava esattamente una settimana al giorno del mio
compleanno.
<<Se non ti dispiace io inzio ad andare.>>, dalla sua espressione di timore, aveva capito che
non l'avevo presa bene.
In realtà lo sapeva fin troppo bene, non facevo altro che ripertergli fino a nausearmi che mi
dava completamente fastidio che mi definisse "piccolina."
Non lo ero affatto.
Ma lui si divertiva a farmi innervosire e non aveva assolutamente intenzione di smettere.
<< Corri pure, tanto non mi scappi!>>, gli gridai addosso, dandogli un po' di vantaggio.
C'era più gusto, visto che se sarei partita immediatamente, lo avrei raggiunto facendo solo due
passi da gigante.
Ero molto più brava di lui, in tutti i nostri giochi, a palla o a chi si arrampicava più in alto sulla
quercia, impiantata nel nostro posto, ero sempre io a vincere.
Intanto la mamma stava chiudendo a chiave la porta di casa, una volta che aveva fatto i suoi
soliti controlli.
<< Sai che è tutto inutile. Ti raggiungerò lo stesso. Sei solo un fifone, Tommaso Scapece!>>,
gli corsi dietro, pronta a raggiungerlo.
La mamma a un paio di passi più indietro a noi, senza perderci d'occhio, sorrideva divertita
mentre tutte e tre, raggiungevamo la spiaggia.
<< Tommaso Scapece.>>, ripetè lui, riportandomi nella realtà.
Lo fissai.
Non era poi così difficile da capire.
In fondo gli stavo raccontando di lui, di quel ragazzo che aveva fatto in modo che venisse al
mondo.
I suoi stessi occhi di un meraviglioso cioccolato intenso, fissarono i miei, provocandomi un
leggero rossore sulle mie guancie solcate dai segni del tempo.
Era l'effetto che mi procuravano quegli occhi.
<< Sono Tommaso Scapece.>>, disse, con addosso quel cognome.
Lo trovò strano che non gli raccontava niente.
<< Praticamente, sì.>>, confermai con un sospiro. << Nelle tue vene, scorre il sangue di quel
bambino.>>, aggiunsi poi.
<< Siete cresciuti insieme.>>, non era una domanda. << Eravate amici.>>.
Mi alzai dal mio posto.
Le mie vecchie e fragili ossa, avevano bisogno di sgranchirsi un po'.
<< Sì. Passavamo tutto il tempo a nostra disposizione insieme, si poteva dire che eravamo
come fratelli. Stavamo sempre insieme. Ci divertivamo come matti a giocare. Adoravo stare
con lui.>>, mi affacciai verso la finestrina.
Portai lo sguardo verso il mare.
Era semplicemente magnifico.
Calmo, con i raggi del sole a renderlo ancora più bello. Cristallizzato, come se fosse stato
tempestato da diamanti. << Adoravo i nostri giochi, è stato lui a insegnarmeli. Era un ottimo
maestro. Una buona parte di cose, me l'ha insegnato lui.>>, chiusi un attimo gli occhi.
Il suo ricordo in quel momento, si faceva sempre più isistente.
La voglia di lui, si fece più rovente.
Come un tossico, era dura farne a meno di lui.
Impossibile da vivere, come non riuscire più a respirare e l'idea di esserne cosciente, di sapere
che era giunta la fine, era ancora più atroce.
Ma per fortuna ero riuscita a riprendermi. Qualcuno mi aveva dato un grande aiuto, anche se
era praticamente ignaro.
Mi voltai.
Fissai il profilo del mio raggio di sole, con lo sguardo sul tavolo.
Sorrisi appena. << A giocare a palla e arrampicandoci come delle scimmiette sulla quercia del
parco. Ero diventata molto brava. Riuscivo sempre a sorprenderlo, vincere ogni volta, e questo
non gli andava per niente giù.>>, accennai un sorriso divertito, rivivendo la sua espressione
quando vincevo alle sfide che mi proponeva. << S'infastidiva in un batter d'occhio e anche se
non lo dava a vedere, odiava quando perdeva.>>, ripresi a raccontare dopo la mia breve pausa.
Mi ero appoggiata di schiena sulla finestra, afferrando con le mani, il bordo di cemento
annerrito.
Mi ritrovai la tonaca sbriciolata dentro la mia mano.
La fissai per un istante.
Quel particolare non mi mise di buon umore.
Sospirai appena mentre la buttai, atterrando a terra, accanto ai miei piedi.
Tommaso aveva assistito a quella mia scena, accompagnando la tonaca sbriciolata e
soffermandosi per un po' su di essa, una volta a terra.
Aveva portato indietro le gambe e incrociando nello stesso tempo, le sue braccia per niente
esili, sul suo petto, ricoperto dalla sua semplice maglia grigia opaca.
<< Ora so da chi ho preso.>>, mi fissò con quel suo modo di sorridermi.
Il mio sorriso più bello. << Eri una piccola peste, come me.>>, aggiunse con tono divertito.
Sorrisi.
<< Colpita e affondata.>>, dovetti ammettere. << Ma guarda che in confronto alle tue
marachelle, le mie non erano niente.>>, aggiunsi poi, ritrovandomi davanti ai miei occhi, come
dei flash back, alcuni momenti di quando ne combinavo una delle mie.
Di me che mi ero arrampicata sull'enorme quercia, ritrovandomi quasi in cima, mentre di sotto,
fifone come solo lui lo era,Tommaso gridarmi di scendere.
L'ambrato della sua pelle, gli era diventato bianco come un cencio.
Mi ritrovai il mare davanti e non potei non sorridere.
<<Papà!>>, gridai aprendo le braccia. <<Sono qui! Mi vedi?>>, urlai nella convinzione che mi
stesse ad ascoltare.
Perchè era così e anche se ora, ero ormai abbastanza grande, un po' troppo per sapere la vita, la
bambina che giageva in me, di quella convinzione ancora ci credeva e non gliene importava se
sembrasse una pazza.
Era piccola per sapere cosa significasse quella parola.
Sorrisi malinconicamente.
Da quel giorno, quella quercia e di conseguenza quel tratto di parco, la parte più nascosta dove
gli altri bambini giocavano, divenne il nostro posto, dove ci passavamo la maggiorparte del
tempo.
<< Perchè invece non ci credo?>>, la domanda di Tommaso, mi distolse da quel ricordo.
Sorrisi divertita.
E in effetti non aveva tutti torti.
Io non avrei mai smesso di essere un maschiaccio, anche se per un periodo mi ero allontanata
da quel mio modo di essere.
Da lui e da quelli che erano i nostri giochi.
C'era stato un periodo che ci eravamo allontanati. Con la mia nuova amicizia che adoravo,
avevo fatto lo sbaglio più grande. Avevo messo in secondo piano, la mia prima amicizia. Ma
lui sarebbe stato sempre il mio amico.
Non poteva mai smettere di esserlo per me.
Era stato il mio primo e unico migliore amico.
Confermai facendo spallucce.
<< Prima di continuare, avrei bisogno di bere un po'.>>, dissi poi.
Avevo la gola completamente secca.
Nonostante ci fossi nata e vissuta, non ero più abiuata a quel clima.
L'idea non mi fece un bell'effetto.
Io amavo quel clima.
L'estate che si respirava dentro al mio quartiere. A ogni lungo inverno, che per me era una
tortura, non aspettavo altro che l'estate. La primavera.. il sole cocente e l'aria completamente
afosa.
Adoravo spogliarmi di quei vestiti più pesanti di me e starmene sotto ai raggi del sole. Quella
stagione mi raccontava uno dei miei pochi ricordi più belli che avevo vissuto. Impossibile da
non amarla.
<< Raggiungo il primo supermercato che trovo.>>, disse alzandosi dal suo posto. << Ci metto
un attimo.>>, aggiunse mentre si accertò che avesse con sè il portafoglio.
Uscì chiudendosi la porta alle sue spalle.
Improvvisamente cadde un silenzio profondo, assordandomi del tutto.
Ogni parte che guardavo, per me era un ricordo.
Portando lo sguardo verso la piccola cucina a gas, la vidi.
Mi ritrovai davanti le sue esili spalle, uguale alle mie, coperte dai suoi voluminosi capelli.
Era impegnata a cucinare qualcosa che io da quella prospettiva non riuscivo a vedere.
<< Mamma.>>, sussurrai appena.
Il mio respiro divenne affannoso. Stavo cercando di trattenermi dalle lacrime.
Lei non si voltò.
Feci un paio di passi verso di lei, sperando che mi avrebbe sentito.
Improvvisamente si girò.
Mi bloccai al mio posto.
La fissai.
Sul volto aveva la tipica espressione di spavento. Gli occhi diladarsi, rendendoli ancora più
grandi di quanto lo fossero già e la sua pelle ambrata, sbiancarsi come un cencio.
Mi spaventai.
<< Mamma.>>, usai del tono preoccupato.
Conobbi quella scena.
Lo avevo appena raccontato a mio figlio un istante fa, ma vedere quel ricordo che in realtà non
lo era affatto, almeno per me, mi fece star male.
Morire di una morte lenta e atroce.
Ignara allora, essendo solo una bambina e impegnata a guardare verso il mare, mia madre si
sentii morire quando mi vide sulla finestrina. Quando mi vide che ero in pericolo, rischiare che
mi potessi fare del male, lei non sopportava l'idea.
Vivere senza di me, era come morire.
E io non l'avevo capito.
Lei come me, era stata forte solo grazie a me, alla sua bambina. Se era andata avanti,
cambiando pagina, era per me e io non l'avevo capito.
Almeno non subito.
Appena in tempo, prima che..
<< Mamma.>>, la voce di Tommaso cancellò quella scena.
Cancellò lei.
Quello che non era un ricordo, almeno non il mio.
<< Mamma.>>, la chiamai come una bambina che aveva bisogno di lei, voltandomi verso la
finestrina.
Ma non c'era niente.. lei non era lì.
Se n'era andata.
<< Cazzo.>>, sentii la voce di Tommaso preoccuparsi, mentre appoggiava la busta della spesa
sul tavolo.
Mi venne incontro. << Mamma, stai bene? Ti senti male?>>, il suo dolce profumo mi solleticò
il naso. << Cos'hai?>>.
Appoggiò le sue grandi e ambrate mani sulle mie esili e vecchie spalle, scuotendomi.
Impiantata al mio posto, avevo lo sguardo perso verso la finestrina senza muovermi di un
millimetro.
<< Mamma rispondimi, cazzo!>>, la sua voce divenne tremante, mentre mi scuoteva. <<
Dimmi cos'hai.. chiamo l'ambulanza.>>, staccando una mano su di me, la portò dentro la tasca
del jeans, lì dove giaceva il suo cellulare, pronto ad afferrarlo.
<< Sto bene, tesoro.>>, ritornai in me.
Chiusi e premetti per un istante, le mie palpebre.
Stavo cercando di ricordarmi ogni piccolo particolare di quello strano episodio. << Non ho
bisogno assolutamente dell'ambulanza.>>, con la mano, frettolosamente mi asciugai una
lacrima sfuggita sotto al mio controllo.
Aprii gli occhi.
<< Sicura?>>, mi trovai i suoi occhi preoccupati addosso. << Esco un attimo e ti ritrovo
immobile come una statua, con lo sguardo perso e.. cazzo! Mi sono spaventato.>>, mi
abbracciò.
Anche se ero io la mamma, quello che lo doveva proteggere, mi sentii io la protetta, dentro a
quell'abbraccio caldo e forte.
Mi sentii come dentro al suo abbraccio.
La dipendenza di lui, stava nuovamente crescendo in me.
<< Scusami è che qui..>>, mi staccai da lui.
Diedi uno sguardo veloce alla mia casa. << .. ovunque guardo, mi racconta una parte della mia
vita.>>, aggiunsi poi, sospirando.
<< Se per te è difficile, fa male a raccontarmi non farlo, okay. Non raccontarla, non voglio che
tu ci soffra.>>, fece lui.
<< No.>>, feci un paio di passi avanti, lasciandolo dietro di me.
Lo sentii voltarsi verso di me. << Non posso, tesoro.>>, mi portai le mani su i mei fianchi.<<
L'ho tenuta dentro troppo, un peso che mi dava solo tormendo. Non sai quanto sia stato difficile
per me tenermi tutto dentro e non dirti niente. Ti guardavo dormire e mi sentivo in colpa di
tutto, in pratica ti ho tenuto nascosto una parte della tua vita.
Ti ho fatto crescere in una menzogna.>>, cercai inutilmente di non piangere ma non potevo.
Non ero un attrice, non riuscivo a soffocare tutto quello che sentivo dentro.
Sentii le braccia di lui, avvolgermi delicatamente le mie spalle, trovandomi a fissare le sue
mani, sotto al mio mento.
A contatto con la mia pelle, la sentii quasi bruciare.
<<Non ho vissuto in una menzogna.>>, sentii la guancia ruvida su i miei capelli grigi, che
avevo legati in un semplice chignon. << Ho vissuto in una bellissima vita che la mia mamma
Alice e non m'importa quale sia il suo cognome, mi ha donato, ovviamente insieme a papà
Dante, anche se non abbiamo lo stesso sangue. >>, mi disse.
Sorrisi appena alle sue parole. << E saresti stata sempre la mia mamma Alice, anche se non
avessi conosciuto papà e fossimo stati da un'altra parte.>>, aggiunse poi.
Portando la mano sopra al suo dorso, gli feci una carezza.
Erano così calda e morbida. << Grazie, tesoro mio.>>, dissi. << Sei il mio raggio di sole.>>,
aggiunsi.
Sentii le sue labbra distendersi.
<< Ne avevo proprio bisogno.>>, dissi, una volta che avevo bevuto l'acqua a temperatura
ambiente.
Oltre all'acqua, vidi che aveva comprato qualche snack da mangiucchiare.
Entrambi, ci eravamo seduti nei nostri rispettivi posti.
Vidi Tommaso confermare con un accenno di sorriso, mentre dava tormendo l'angolo della
busta che conteneva un mix di salati.
In quello stesso istante, la suoneria del suo cellulare, insieme al vibrato, squillò dentro alla
tasca dei suoi jeans.
Lo cacciò e dopo aver guardato per un minuto e qualcosa lo schermo, lo appoggiò sul tavolo,
senza staccargli gli occhi d'addosso.
<< E' lei?>>, gli domandai.
Intanto aveva smesso di suonare.
Senza guardarmi, anche perchè era fisso sullo schermo, lo confermò con un cenno di testa.
<< Perchè non lei ha risposto? Non mi è sembrato carino.>>, dissi poi.
Lui alzò lo sguardo verso di me.
Aveva preso tutto da lui, perfino come si muoveva, i suoi stessi gesti.
Era lui in persona.
La sua promessa.
<<Non me la sento.>>, fece, abbandonandosi allo schienale.
Si portò le mani nelle tasche dei jeans, mentre allungava le gambe sotto il tavolo.
Si trattava di Samira, ovvero sua moglie. Origini indiane, si erano conosciuti in uno dei suoi
viaggi di ventenni che aveva fatto insieme ai suoi amici.
S'innamorarono senza nemmeno accorgersene e dopo un anno di alti e bassi, vivendo in due
mondi differenti, divennero marito e moglie, mettendo al mondo una bellissima bambina che
ora non era altro che una stupenda signorina di venti anni.
La mia piccola Jasmine, il secondo raggio di sole che m'illuminava.
Da un paio di mesi, le cose con Samira non andavano bene.
Mi bastò solamente guardarlo negli occhi, in quell'immenso cioccolato per capirlo.
Per me, era come un libro non solo aperto, ma letto e riletto.
<< Samira sta davvero male. Per te, ha lasciato il suo mondo, la sua cultura e i suoi genitori.>>,
gli dissi. << Lei ti ama follemente e tu lo sai.>>, aggiunsi quanto non ebbi una sua risposta.
<< Sì, mi ama follemente da andare a letto con un altro.>>, spostò lo sguardo verso la
finestrina.
<< Ha sbagliato.. chi non lo fa? Guarda me.>>, m'indicai anche se non avevo la sua attenzione.
Aveva abbassato lo sguardo. << Ho sbagliato. E' una cosa normale. E' umano.>>.
<< Sì..>>, fece lui. << Ma io non so se riuscirò a fidarmi ancora di lei. Quando starò a lavoro
impazzirò all'idea di sapere dov'è e se è con qualcun'altro.>>, l'idea lo fece rabbrividire.
Era pazzo di quella bella indiana, l'amava molto e non era un caso se era diventata sua moglie e
madre della sua bambina. Bruciava d'amore e di passione per lei. E l'idea di perderla, era come
morire.
<< Solo perchè è successo una volta, non vorrà dire che si ripeterà di nuovo. >>, ribadii. <<
Conosco Samira, so quanto ti ama e io le credo quando dice che se n'è pentita. E dovresti
crederla anche tu, è tua moglie.>>.
<< Che è andata a letto con un altro, ci ha fatto l'amore, perchè è stato così.. e non è un piccolo
particolare, mamma.>>, dal suo modo di muovere le gambe sotto al tavolo, capii che aveva
perso la sua pazienza.
Quel particolare lo frenava, mettendo da parte tutto l'amore e la voglia per sua moglie.
Da un paio di mesi, dormiva in una camera d'albergo.
<< Ma non puoi addossarle tutte a lei le colpe, c'entri anche tu.>>, aggiunsi. << Eri sempre
fuori per lavoro, ai tuoi convegni, stavi mesi fuori e sentivi le ragazze solo a telefono.>>.
<< E quindi è colpa mia se mia moglie che mi ama alla follia, mi ha tradito. Sono stato
praticamente io spingerla nel letto di un altro. >>, si portò le labbra nella sua bocca.
Si stava innervosendo.
Per me non era una novità. << Beh, scusami se cerco di dare il meglio a mia moglie e un futuro
alla bambina.>>, con una mano, si sistemò frettolosamente i ciuffi dei suoi capelli, portandoli
dietro, lasciando la sua spaziosa fronte libera.
<< Entrambi avete sbagliato.. cinquanta e cinquanta.>>, risposi semplicemente.
Trattenne per un po' l'aria nei polmoni, causando un leggero gonfiore del suo petto.
Lo ributtò fuori.
<< E cosa dovrei fare?>>, mi fissò.
<< Beh, prima di tutto rispondere alle sue chiamate. Non puoi evitarla, solo perchè è stata lei ad
avere un cedimento. Se fosse successo a te, lei ti avrebbe ascoltato, dato una possibilità di
spiegarti, dopo che aveva sbollito la rabbia.>>, dissi. << Sono pienamente convinta che se
fosse successo a te, non la smettevi di tartassarla di chiamate e cercavi in tutti i modi possibili e
immaginabili, nel parlarne. >>.
lo distogliere lo sguardo di lui, me ne diede la conferma. << Devi mettere da parte il tuo
orgoglio di maschio tradito e parlarne. Devi darle la possibilità, faccia a faccia. Non siete dei
tredicenni, non puoi continuare ad evitarla.. avete una figlia insieme. Lo dovete fare, appunto
per lei.>>.
<< Jasm.>>, sospirò il suo nome.
Il suo amore più grande. << Lei ne soffrirà. Odierà Samira quanto verrà a sapere del suo
tradimento e io non voglio che questo succeda. È la sua mamma.>>.
Sorrisi.
<< Appunto per questo che dovrete parlare, chiarirvi come due persone adulte e qualunque sia
la soluzione, parlarne alla bambina insieme.>>, marcai sull'ultima parola.
Lui annuii.
<< Perchè non la chiami?>>, gli indicai il suo cellulare.
Lui lo fissò.
Prese il cellulare tra le mani ma non digitò il suo numero.
Picchiettò sullo schermo, il tipico gesto di chi sta scrivendo un messaggio.
<< Le ho scritto un messaggio, dove le dicevo che parleremo.>>, buttò di nuovo il cellulare
nella tasca. << Ma ora ho un'altra questione che devo risolvere.>>, mi fissò.
Approvai la sua decisone.
Non potevo fare altro, era adulto e prendeva da solo le sue decisioni.
Ripresi a raccontare quel giorno al mare insieme a Tommaso, mentre la mamma come solito a
fare, con un occhio sempre addosso a noi, si godeva i raggi di sole.
Bella come il sole, sdraiata sul telo, si lasciava accarezzare da quell'aria afosa, mentre io e
Tommaso, in riva al mare, ci divertivamo a tirarci la palla a calci.
<< Questa piccola, non la prenderai mai!>>, mi gridò dall'altra parte, quando con i suoi piedi
nudi, aveva bloccato il mio lancio.
Dovevo ammettere che era migliorato, era riuscito a fermare il mio lancio molto forte.
<< Io non ne sarei così sicuro!>>, sul mio viso da bambina, si disegnò la tipica espressione di
chi avrebbe vinto, come sempre.
Mi rivolse un espressione patetica.
<< Prendi questa se ci riesci!>>, disse, mentre si preparava al lancio.
I miei occhi accompagnarono la palla girare molto violenta, con il rischio di prendere fuoco,
arrivarmi addosso.
Mi passò sopra alla mia testa, sfiorandomi appena i capelli che la mamma mi aveva legato in
due semplici treccine ai lati, impossibile da prenderla, andandosi a schiantare contro un castello
di sappia.
La bambina scoppiò a piangere.
Conoscevo benissimo quella bambina.
Si chiamava Lisa e aveva i miei stessi anni. Frequentavamo la stessa classe. Lei, come le altre
bambine, non mi aveva mai rivolto la parola.
Mi sentii improvvisamente avvolta da una sensazione di colpevolezza.
<< Sei un furfante!>>, urlai dietro a Tommaso, quando lo vidi scappare via.
In realtà non sapevo che cosa significasse quella parola, ma lo avevo sentito dire dalla signora
Scapece, urlarlo addosso ai suoi due figli maschi che come stava facendo il secondogenito
Tommaso, stavano scappando da lei.
Restando sola, sentii che in qualche modo dovevo rimediare a quel disastro. In fondo c'entravo
anche io.
Con tutto il mio coraggio, mi diressi verso di lei, che ancora stava piangendo come una fontana.
<< Che vuoi?>>, mi buttò addosso quando mi ritrovai davanti a lei.
I miei occhi erano rivolti sulla palla bianca che giaceva sopra al mucchio di sabbia che un
istante prima, era il castello. << La palla, immagino.>>, notò poi.
Non dissi niente.
Avevo paura di parlare, nè lei e tantomeno le altre bambine della mia classe che erano tutte
amiche tra loro, mi rivolgevano la parola.
Mi escludevano da quei che erano i loro giochi con le bambole o fare braccialetti e cose del
genere. Anche se le trovavo noiosi, per niente adrenalitiche come quello di arrampicarmi sugli
alberi o a tirare calci a una palla, un po' mi sentivo esclusa.
<< Dovevo immaginarmelo che eri tu e quel tuo stupido amico maschio.>>, aveva smesso di
piangere.
La sua voce gelida, mi provocò qualcosa allo stomaco, come se mi avessero appena dato un
pugno.
Faceva molto male.
<< Vattene, non ti voglio vedere! Mi hai rovinato il mio castello, sei cattiva!>>, mi gridò
addosso.
M'inginocchiai e prendendo in prestito il suo secchiello e paletta, mi misi all'opera, dopo aver
tolto la palla e appoggiandola dietro di me.
<< Che fai?>>, mi domandò.
Senza dirle niente, riempii di sabbia il secchiello, ricordando ogni passaggio, quando papà me
l'aveva insegnato.
Lisa mi accompagnava con gli occhi, ogni mio gesto.
<< Beh, spero che vada bene.>>, dissi dopo aver finito. << Non assomiglia come a quello tuo,
ma mi è sembrato giusto rimediare al disastro che ho combinato.>>, aggiunsi.
Anche se era stata colpa di Tommaso, lanciando la palla un po' troppo in là, mi presi del tutto la
colpa. Non potevo tirarmi indietro, come un certo mio migliore amico.
Alzandomi notai che ai lati era un po' schiacciato, non era uno dei migliori.
<< Tu non sai fare i castelli di sabbia?>>, mi domandò, fissandomi dall'alto.
Era molto diversa da me.
Non sembrava affatto una del sud.
La sua pelle era troppo chiara, sul biancastro che metteva di più in risalto i suoi capelli
biondissimi e gli occhi verde mare.
Aveva origini nordiche.
Sua madre veniva dal Trentino, e si strasferì al sud quando sposò suo marito, il padre di Lisa.
Era esile, dentro a quel due pezzi viola a balze molto carino, mettendo in risalto le sue gambine
per niente cicciotte come le mie e le sue treccie, erano più lunghe delle mie, arrivando fino a
metà schiena.
Gli occhi erano grandi, più dei miei, mettendo ancora più in risalto le sue iridi. Sembravano
essere colorati dall'acqua del mare.
Sulle guancie paffute aveva due ghiazze rosse e sopra al naso dalla punta all'insù, aveva
qualche neo sparso disordinatamente.
<< Credo di sì.>>, feci spallucce.
<< Tua mamma e tuo papà, non te l'hanno insegnato?>>, recuperando la sua paletta, iniziò a
sistemare gli angoli schiacciati.
<< Sì, una volta, me l'ha insegnato papà.. ma lui non torna sempre a casa.>>, risposi.
<< E dov'è?>>, mi domandò con la stessa curiosità di noi bambini.
<< In mare.>>, risposi. << E' lì che sta.>>, aggiunsi.
<< E cosa fa?>>.
<< Il pescatore, così mi ha detto la mamma.>>, rispondendola, la guardavo mentre risistemava
il mio castello.
Stava diventando molto bello.
<< E cos'è?>>, continuò con le sue domande.
Feci spallucce.
Nemmeno io lo sapevo benissimo.
<< La mamma dice che è un lavoro, serve per guadagnare dei soldini.>>, dissi le stesse parole
che usò la mamma, quando glielo domandai.
<< Ah, ho capito!>>, esclamò lei, sorridendo.
Aveva un bellissimo sorriso, mettendo in risalto i suoi bianchissimi denti.
Istintivamente sorrisi anche io. << Ti va se te lo insegno io come si fanno i castelli di
sabbia?>>, mi domandò poi.
Quella sua proposta mi provocò un enorme emozione dentro di me, che mi portò a sorridere.
Era la prima bambina che non solo mi aveva rivolto la parola, ma voleva anche insegnarmi
qualcosa.
Annuii, inginocchiandomi cercando di non piangere, anche se sentivo la necessità, ma cercai di
essere forte.
Non volevo sembrare una piagnucolona.
Dovevo fare pur bella figura con lei. Avevo avuto una possibilità, non potevo assolutamente
rovinarla.
<< In fondo devi avere molta pazienza nell'aggiustarlo.. il segreto è tutto qui.>>, disse mentre
l'accompagnavo con occhi, per imparare, ogni suo gesto.
<< Posso dirti una cosa?>>, improvvisamente mi disse.
Annuii senza darci peso, ero così concentrata a memorizzare ogni suo gesto per imparare.
Almeno così sabato, il giorno del mio compleanno, quando papà sarebbe tornato, gli avrei fatto
vedere com'ero diventata brava a fare i castelli di sabbia.
<< Sei simpatica, in fondo non sei come loro, intendo i maschi.>>, aggiunse poi.
Quelle due ultime parole mi catturò l'attenzione.
La fissai interrogativa.
<< Come sono i maschi?>>, le domandai.
Lisa scoppiò in una fragorosa risata.
<< Come, non lo sai?>>, mi fissò. << E ci giochi anche. Sono terribili, amano torturare le
bambine.. tirare i capelli, mio fratello minore lo fa e non sai quant'è antipatico.>>.
Trovai divertente quella scena.
<< Io non amo torturare le bambine o tirargli i capelli, mi piace solo giocare con Tommaso. Mi
piacciono i nostri giochi.>>.
La notai diladare i suoi occhi, mettendoli ancora più in risalto.
<< Ma come fai a trovarli divertenti.>>, lo trovò strano.
Io non riuscivo a capirne il perchè. Erano divertenti e non si faceva altro che ridere. I giochi
servivano a questo.
<< Sono così lurici, nemmeno i maialini sono come i maschi.>>, sul suo viso, si disegnò del
disgusto. << E poi Tommaso.>>, notai che non gli faceva un bell'effetto. << E' così antipatico,
ma come fai a frequentarlo.>>, aggiunse poi.
Mi sentii offesa a quelle parole.
Tommaso non era antipatico, era semplicemente meraviglioso.
Era il mio migliore amico.
<< Lui non è antipatico.>>, dissi offesa.
Lisa lo notò.
<< Va bene, se lo dici tu.>>, capì che un po' aveva esagerato.<< Le altre bambine ti evitano per
questo, sai.>>, cambiò argomento.
Non dissi niente.
Abbassai lo sguardo sul castello ormai finito. Divenni triste e non potè non notarlo. Non ero
molto brava a nascondere quello che sentivo dentro.
Non capivo perchè le bambine della mia classe mi escludevano solo perchè giocavo con i
maschi.
Con Tommaso.
Cosa c'era di così strano?
Non riusciuvo proprio a capirlo.
Anche se trovavo un po' noioso giocare con le bambole, parlare o altro, un po' mi dispiaceva
che mi escludevano e non mi facevano partecipe del loro gruppo.
Non ci trovavo niente di male o strano giocare con i maschi, almeno credevo.
Per fortuna c'era Tommaso che mi stava sempre vicino, era l'unico che non gli importava se ero
una bambina. Ci divertivamo molto insieme e mi sentivo davvero bene con lui. Per lui, e anche
per me, non era strano essere migliori amici.
L'unica cosa che importava a noi era quello di divertirci e nient'altro.
<< Ma sai una cosa..>>.
La fissai.
<< Io voglio non solo giocare con te, ma anche diventare la tua amica.>>, mi comunicò.
Sorrisi a trentadue denti e questa volta non riuscii a non trattenermi dalle lacrime. Non erano
quelli tristi, ma quelli di gioia. Era bello piangere di felicità.
Mi pulii con il dorso della mano.
<< E le altre?>>, domandai. << Cosa diranno?>>, aggiunsi.
<< Non m'importa.>>, fece lei. << Mi sei simpatica, sei stata molto carina e gentile con me. E
poi sono io a decidere chi voglio frequentare.>>, mi sorrise.
Ricambiai.
Ero così emozionata da quell'evento.
La sera insieme alla mamma, mentre tornavamo a casa non facevo altro che saltellare e
sorridere di gioia.
Raccontai tutto alla mamma, felice per me.
Finalmente anche io, avevo un amica femmina. Era bello avere un amica femmina.
<< Piccola.>>, sentii una voce maschile arrivarmi dietro le spalle, mentre aspettavo la mamma
che aprisse la porta.
Sul mio volto si disegnò un espressione di rabbia.
Ero arrabbiata con il mio migliore amico per avermi lasciato sola in quella situazione. Ma non
più di tanto, in fondo non era finita male.
Avevo trovato un amica femmina.
Senza dirgli niente, gli ridieti la sua palla che avevo recuperato.
La mamma aprii la porta e io ero in proncinto di entrare, senza dargli soddisfazione. Anche se
entrambi sapevamo benissimo, che non sarei stata imbronciata più di tanto con lui, non gli
volevo dare la soddisfazione.
Gli volevo dare una piccola lezione. Gli avrebbe fatto certamente bene.
<< Ci vediamo domani.>>, non era una domanda, ma una conferma.
Con il mio accenno di sorriso, confermai.
Non potevo arrabbiarmi con lui.
Era impossibile, anche se lo avrei voluto. Ma la verità è che non lo volevo. Non volevo stare
arrabbiata con lui.
Era tutto per me.
Era il mio migliore amico.
Mi strizzò l'occhio, regalandomi uno dei suoi meravigliosi sorrisi.
Chiusi la porta davanti a me.
Mi presi una pausa dal racconto. Avevo bisogno di alimentare i miei vecchi polmoni con
dell'aria.
Guardai verso la finestrina spalancata, la palla enorme di fuoco era calato quasi del tutto.
Era scesa la sera.
Non me n'ero accorta, il tempo era passato come un soffio di vento
Mi guardai intorno, dovevamo pur cenare e riposare. Non saremmo rincasati per Milano, quel
giorno.
<< Dovremmo sistemarci per la notte, tesoro.>>, sospirai dando un occhiata veloce. << E pur
cenare.>>, dissi poi.
Feci mentalmente una lista su cosa fare e sulle cose da acquistare, per dare una ripulita.
Volevo passare la notte a casa mia, non in una stanza d'albergo, ma non potevo nemmeno
lasciare tutto così. Dovevo ripulire, mettere un po' a posto. Non lo facevo da tanto, a Milano
c'erano le domestiche che si preoccupavano di tutto, ma ero sempre una serva, avevo prestato
servizio proprio lì.. sapevo quello che dovevo fare.
<< Troverò un albergo qui vicino.>>, fece Tommaso in procinto di afferrare il suo cellulare.
<< Io voglio rimanere qui.>>, feci.<< Passare la notte qui.>>, aggiunsi.
<< Ma è inabitabile.. piena di polvere e non solo.>>, rispose, dando un occhiata intorno.
<< Vorrei dargli una pulita, in fondo è stato il mio mestiere.>>, lo fissai.
Lui confermò con un sospiro.
<< Passerò al negozio, prenderò tutto quello che ci serve per passare la notte a qui.>>.
Lo fissai un po' stranito mischiato con una punta di felicità.
<< Non sei obbligato.. se vuoi andare in albergo, per me va bene.>>.
<<Ma non sono obbligato.>>, si alzò.
Rientrò con la macchina piena di cose che ci servivano.
Aveva preso un paio di stracci per la polvere, scopa, detersivi, e delle lenzuola pulite.
Mi mettei all'opera, iniziando prima con la polvere.
Notai Tommaso mettersi all'opera in cerca di sistemare la cucina a gas, dopo averla pulita fino
in fondo.
Vedendolo così concentrato, sorrisi amorevolmente.
<< Credo che in fondo, mi sarebbe piaciuto vivere qui.>>, disse improvvisamente Tommaso,
interropendo il silezio che si era creato.
Alzando lo sguardo, notai che aveva allacciato il gas e lo aveva acceso.
Fissò la fiamma che bruciava, fiero del lavoro ben fatto.
Accennai un sorriso, mentre portavo tutta la polvere che avevo raccolto con la scopa, in un
unico punto, formando un mucchietto.
<< Non ti avrei potuto dare tutto quello di cui avevi bisogno.>>, dissi mentre recuperavo la
paletta color verde.
Tommaso mi guardò.
<< Non c' è una vita migliore dell'altra.. nonostante siano diverse tra loro, più problematiche
delle altre, dobbiamo pur sempre rispettarle. Perchè la vita siamo noi e il rispetto è l'unica cosa
che ci rende davvero importanti e non le condizioni economiche.>>, disse.
Conoscevo benissimo quelle parole che mi recitò.
Gliele comunicai io quando da ragazzino, un paio di ragazzi più grandi di lui della sua stessa
scuola, avevano preso di bersaglio un ragazzino che come me e come lui, non aveva niente di
nobile.
Veniva da una scuola pubblica e si divertivano a prenderlo in giro, quando lo vedevano passare
da lì.
Fu spettatore di quella scena.. vedendo come i ragazzi, lo avevano accerchiato, spaventandolo e
insultandolo.
Quel pomeriggio, quando ritornò da scuola, mi raccontò tutto, cercando di capire il perchè quei
ragazzi più grandi, si erano comportati così e io gli dissi solamente quelle parole che lui, per
quanto fosse sveglio e curioso, capì.
<< Io non disprezzerò mai la vita di nessun altro.. grazie mamma.>>, disse sorridendomi e si
buttò letteralmente sulla sua merenda.
Iniziò a frequentare quel ragazzino e divennero migliori amici e ancora lo erano tutt'ora.
Ero così orgogliosa del mio piccolo raggio di sole.
Continuai le mie pulizie, mentre lui si cimentò in cucina. Prima d'ora non si era messo
all'opera, ma dalle uova a occhio di bue, della pancetta e la frittata con le cipolle che cucinò,
aveva fatto un buon lavoro. Dal profumo e dall'aspetto sembravano ottime e anche buonissime,
quando le assaggiai.
<< Evidentemente ho preso da te.>>, fece, portando in aria un pezzo di frittata intrappolata
nella forchetta di plastica.
Sorrisi.
<< Non è detto che una come me, deve essere per forza brava in cucina.>>, dissi dopo aver
buttato il boccone della frittata giù, accompagnandolo con un sorso d'acqua.
<< Ma tu sai cucinare.>>, confermò la sua convizione.
<< Okay.>>, feci volteggiare la forchetta in aria. << Sì, ammetto che ho imparato guardando la
mamma. Mi piace cucinare dolci più che altro, di cui ne vado ghiotta. Niente che abbia a che
fare con il cibo moderno di oggi.>>, preparai un altro boccone.
Sentii la bellissima risata di Tommaso riempire tutta la casa.
<< Cibo moderno.>>, ripetè. << Questa è davvero buona.>>, m'indicò con la forchetta.
Feci spallucce, sorridendo divertita.
<<Raccontami il giorno del tuo compleanno.. l'hai passato al mare con il nonno.>>, ritornò
sull'argomento, mentre buttavano i piatti di plastica che avevamo utilizzato, dentro alla busta
nera.
Sospirai pesantamente.
Lui lo notò.
<< No.>>, feci, guardando all'interno del lavabo di ceramica.
Prima di poterci permettere una lavatrice, la utilizzavamo anche per lavare i nostri indumenti in
quel lavabo dalla bocca grande e profonda.
Controllai, avevo fatto davvero un buon lavoro.. l'avevo pulita fino in fondo, togliendo ogni
traccia di nero, polvere ed altro che si era depositato durante tutto quel tempo.
In realtà era un eternità e l'idea non mi sollevò affatto.
Sentii Tommaso, appoggiarsi sulla cucina a gas, di schiena, accanto a me.
<< Quel giorno non tornò. Era un bellissimo sabato di estate. La notte precedente difficilmente
avevo chiuso occhio.. aspettavo emozionata il ritorno di papà. Ci speravo così tanto.
Avevo il cuore a mille, ogni volta che sentivo dei passi o il abbaiare dei cani. Ma non rientrò nè
quella sera e nemmeno la mattina del mio compleanno.>>, la mia voce divenne flebile.
<< Che cosa è successo?>>, mi domandò.
Dentro di me, rivivevo quel giorno che non era come l'avevo desiderato.
La mamma aveva intenzione di portarmi lo stesso al mare insieme a Tommaso e Lisa, ma non
accettai.
Non volevo andare se prima non avrei visto mio padre entrare dalla soglia della porta. Non
avevo minima intenzione di interrompere quello che era la nostra tradizione.
Restai tutta la mattina, a fissare la porta con il cuore sempre a mille, quando sentivo dei passi
ad avvicinarsi.
Ogni volta ero convinta che fossi lui, ma non fu così.
In serata la mamma aveva organizzato una piccola cenetta insieme a Tommaso che non esitò
nemmeno un secondo a starmi vicino.
Lui, più di qualsiasi altra persona, sapeva quanto ci stessi male per quel non ritorno.
<< Perchè non torna?>>, domandai a Tommaso, accanto me, mentre si rimpezziva di ciambelle
ripiene di cioccolato, una specialità della mamma.
Non riuscì a trattenersi da quella bontà,
Erano le mie preferite, le amavo più di qualsiasi altra cosa e ogni volta che mamma le
preparava, non riuscivo a non smettere di mangiarle.
Ma quel momento seppur buone, dall'odore che stuzzicava qualsiasi appetito, non le assaggiai
nemmeno una.
Non avevo proprio nessuna voglia.
<< Avrà avuto da fare.>>, mi rispose Tommaso, pulendosi la bocca dal cioccolato.
Notai anche la mamma, alquanto preoccupata per quel non ritorno, anche se non lo dava a
vedere. Come me, la vedevo rivolgere lo sguardo verso la porta ad ogni minimo rumore,
speranzosa che fosse lui.
<< Mi dispiace, piccola.>>, mi ritrovai il braccio esile di Tommaso intorno al mio collo,
appoggiando la mano sulla mia spalla.
Sentii la mia pelle rosea bruciare a contatto con la sua color ambrata.
Fissai la sua mano.
Mi sentii stranamente bene, protetta da quella specie di abbraccio.
Sorrisi appena.
<< Avrei tanto voluto anche io che il tuo papà tornasse.. era quello che desideravi.>>, mi disse.
Lo guardai.
Trovai così divertente quel suo musetto ancora sporco di cioccolato come i suoi occhi.
<< Sono buone?>>, cambiai argomento.
L'appetito in me, pian piano si stava accendendo.
Lui confermò con un sorriso.
Ne presi uno e ne diedi un morso, catturando l'attenzione della mamma.
Vedendomi toccare per la prima volta il cibo, da quella mattina, si rilassò un pochino. Ma non
del tutto.
Prima di partire, papà ci aveva comunicato che avrebbe solcato il mare per sei mesi, al
massimo un anno se dovevano recarsi verso la Grecia o nei dintorni.
In passato non aveva mai sgarrato, fatto passare nemmeno un giorno in più.
Era sempre stato puntuale.
Preoccuparsi era il minimo.
<< Verrà, piccola.>>, mi sentii dire da Tommaso mentre premeva le sue labbra dolci e
cioccolatosi sulla mia guancia.
Quell'improvviso gesto di lui, mi fece arrossire.
Tra noi, non c'era mai stato un bacio in passato.
Lì trovavamo schifosi e non adatti per noi che eravamo migliori amici.
Lui lì trovava schifosi, anche se a baciarlo erano i suoi parenti, la nonna Matilde o sua madre,
lui si puliva con la mano subito dopo, dall'espressione disgustata.
Non si era mai azzardato, almeno finora, di darmene uno.
Nè a me, tantomeno ad altre bambine.
Non ci pensava minimamente.
Quel nostro primo bacio, perchè era così, mi fece sentire una strana cosa dentro, come un
solletico nello stomaco.
<< Ne sono convinto.>>, disse dopo avermi dato quell'accenno di bacio che mi lasciò una
puntina di cioccolato sulla guancia.
Con il dito, lo pulii.
Ancora arrossita, continuai a mangiare senza dirgli niente, la mia ciambella strapiena di
cioccolato.
Quel suo bacio, lo trovai un gesto bellissimo che mi fece sorridere dentro di me.
Ero davvero fortunata ad averlo accanto a me.
<< Sei il mio migliore amico.>>, dissi prendendo tutto il mio coraggio.
<< Lo so.>>, mi strizzò l'occhio con determinazione.
Sapevo a cosa si stesse riferendo.
Non gli era andato per niente giù, che avevo inziato a frequentare anche Lisa.
Tra i due non scorreva buon sangue.
Entrambi non si sopportavano.
<< E lo è anche Lisa.>>, confermandolo, rovinai il suo buon umore.
<< E se lo è, perchè non è qui, a festeggiare il tuo compleanno?>>, mi domandò.
<< Perchè abita lontano e la sua mamma non l'ha potuta accompagnare, deve assistere alla
vecchia nonna malata.>>, rispose.
Fece un sonoro di disapprovazione e continuò a mangiare.
Sorrisi divertita.
Ero determinata a rimanere sveglia, se nel caso papà fosse rientrato nella notte, mi avrebbe
trovato lì ad aspettarmi, ma crollai dopo le dieci di sera.
Oltre le dieci, non riuscivo a stare sveglia, come per magia, le mie palpebre si chiudevano,
incollandosi del tutto senza nessuna intenzione
di riaprirsi.
La mamma con un leggerissimo tocco sul braccio, mi svegliò. Sbattei un paio di volte le
palpebre per cancellare la pesantezza che sentivo, mettei a fuoco.
Guardando verso la finestrina, notai che era notte fonda. Il cielo era chiaro, con piccoli puntini
gialli sparsi ovunque, incorniciando la grande palla della luna.
<< Tommaso?>>, domandai alla mamma, non vedendolo accanto a me.
<< E' mezzanotte e mezzo, è a casa sua a dormire.>>, mi rispose, mentre mi accarezzava
delicatamente i miei capelli.
Aveva sciolto le mie treccine, districandomi i piccoli nodi tra i miei ciuffi.
Mi guardai intorno, sperando che mentre dormivo, fosse rientrato.
<< Papà?>>, poi dissi.
Da come mi guardò, mi confermò che non era tornato.
Mi venne da piangere.
Abbracciai la mamma.
<< Tesoro mio.>>, mi strinse a lei, mentre mi riempivo la faccia dai suoi capelli profumati alla
vaniglia.
La sentii tremare.
<< Dov'è?>>, le domandai.
<< Non lo so.>>, mi rispose.<<Non lo so, amore mio.>>, mi abbandonai a lei,
addormentandomi nuovamente.
Non tornò il giorno seguente e nemmeno l'altro.
Erano passati esattamente due settimane dal mio compleanno, senza un suo ritorno o notizie.
Continuavo quella che era la mia vita di una bambina che aveva sei anni, speranzosa dell'arrivo
di mio padre.
Sarebbe tornato, su questo non ci pioveva, dovevo solo avere molta pazienza nell'aspettarlo.
Passavo i giorni, alternandomi tra Tommaso e Lisa, passandola al mare o al parco.
Per quanto cercassi di farli andare d'accordo, era un impressione impossibile.
Non c'era proprio verso, non stavano più di un secondo senza puzzecchiarsi. Ma io ero
determinata, volevo entrambi come i miei migliori amici e cocciuta com'ero, non mi sarei data
per vinta.
Amavo vincere e dalle mie vittorie, ero convinta che prima o poi, sarei stata in grado di fargli
andare d'accordo.
<< Non dirai sul serio?>>, sentii la voce di Lisa, arrivarmi addosso.
Aveva gli occhi diladati, quando notò piccole pozzanghere di terra e fango, nel parco sparsi un
po' ovunque.
La notte precedente era scoppiato un temporale fuori stagione. Tuoni, lampi e saette, mi
avevano messo così tanto spavento che non avevo chiuso praticamente occhio.
Spaventata, mi buttai letteralmente nel lettone della mamma, nascondendomi il più possibile
sotto di lei, mentre la pioggia violenta, si divertiva a picchiettare sul tetto, creando un fastidioso
rumore.
La mattina seguente, nonostante fosse uscito di nuovo il sole, il bel tempo e l'aria afosa, non era
possibile andare al mare insieme a Lisa.
Decisi di portarla al parco.
A quello che era diventato il mio posto e quello di Tommaso dove passavamo il nostro tempo a
giocare.
<< Cosa?>>, la guardai divertita dalla sua espressione.
<< Vuoi davvero stare qui?>>, indicò un punto qualunque di quel posto.
Feci spallucce.
<< Ma è disgustoso!>>, si lamentò. << E' pieno di pozzanghere.. ci sporgheremo.>>.
Per quando cercassi di convincerla, almeno un po', a fare i giochi di maschi, era così cocciuta
che non c'era verso di convincerla.
Ero convinta che se avesse provato, almeno un po', li avrebbe trovati divertenti.
Ma dovetti ammettere che in quanto provare i giochi di maschi, l'anedralina nell'arrampicarsi
sulla quercia e di quanto era divertente a tirare a calci la palla, e andare d'accordo con
Tommaso, Lisa diventava più cocciuta di me.
Puntando i piedi a terra, non c'era verso di smuoverla.
Era davvero una bambina capricciosa, più di quanto lo fosse io. Ma non ero una che si
arrendeva subito.
Convinsi Lisa a passare il nostro il tempo lì, ai piedi della quercia.
Ovviamente non prima di aver recuperato qualcosa che proteggeva il suo bel vestitino dalla
gonna a pois, dai fili d'erba e stando attenta alle pozzanghere.
<<Scusami se non sono potuta venire alla tua festa di compleanno.>>, mi disse. << Avrei tanto
voluto venire a casa tua, almeno ti sarei stata accanto.>>.
Sapeva di mio padre. Del suo non ritorno, come sapeva che ancora lo stavo aspettando. Le
raccontavo tutto. Sentivo che con lei, mi potevo fidare ciecamente, come lei con me.
<< Non c'è bisogno che ti scusi.>>, le dissi sorridendo. << Lo stai facendo adesso, quello di
starmi accanto e poi so che verrà.. devo solo aspettare.>>, portai lo sguardo sul suo enorme
pacco rettangolare ricoperto da una carta regalo color verde acqua marina, con un fiocchetto dal
nastro rosa.
<< Questo è per te.>>, disse quando notò il mio sguardo curioso su quel pacco.
La guardai sbalordita.
<< Per me?>>, m'indicai sorridendo.
In realtà era più forte di me, non riuscivo a smettere.
<< Il mio regalo di compleanno.>>, aggiunse porgendomelo.
<< Cos'è?>>, domandai prendendolo in mano.
Sentii la felicità trasformarmi in adrenalina, come quando mi arrampicavo sulla quercia.
Il mio cuore non smetteva di battere forte.
<< Aprilo.>>, fece lei, felice quanto me. << Spero solo che ti piaccia.>>.
Togliendo più frettolosamente la carta regalo, mi trovai dentro a una confezione, una semplice
bambola di pezza, dai riccioli d'oro.
<< E'..>>, dissi non andando avanti.
Fissai quegli due occhi grandi blu, disegnati sul viso rosa, quasi pallido.
<< Una bambola.>>, Lisa finì la frase. << Finalmente anche tu possiedi una bambola. Era
ora.>>, esclamò con il tono di chi avesse salvato il mondo da una catastrofe.
Scoppiai a ridere.
<< E' bellissima.. dico sul serio.>>, l'abbracciai. << Grazie.>>, aggiunsi poi.
Vedendo Lisa seduta ai piedi della quercia, quella che era la nostra quercia, il nostro posto,
Tommaso divenne rosso di rabbia.
Fu spettatore di come io e Lisa ci divertivamo a parlare mentre pettinavamo la mia prima
bambola. Notai che in fondo non era così noioso, come credevo quando le vedevo giocare a
scuola.
Era divertente giocare a mamma e vestirla di quelli che erano i suoi vestitini, usciti insieme a
lei e fingere di darle del latte.
Come due vere mamme, insieme avevamo anche scelto il suo nome.
La chiamammo Lisalice, un nome strano, inesistente e mai nessuna mamma avrebbe messo
quel nome alla propria bambina, ma la nostra era una bambola e ci piaceva quel nome.
Erano i nostri nomi, messi insieme.
Era un altro modo, per dire che eravamo migliori amiche.
Se ne andò senza nemmeno farsi accorgersene della sua presenza.
Quel giorno passò in fretta, era ora di rincasare.
Il sole era tramontato e stava ormai scendendo la sera.
Corsi più forte che potevo, prima che il buio prendesse il suo dominio.
Mi metteva molto spavento stare fuori di notte.
<< Eccomi, mamma.>>, mi fermai di scatto sulla soglia, quando mi ritrovai due uomini per me
sconosciuti davanti.
In grembo abbracciavo la scatola dove conteneva la mia bambola.
Sentendomi, entrambi gli uomini, voltarono i loro visi verso di me.
Erano invecchiati male, dalla pelle brucciacchiata tipico di chi passava la maggiorparte del
tempo, sotto ai raggi cocenti del sole.
Non erano molto alti, supergiù la stessa altezza. Uno era più esile, mingherlino mentre l'altro
era così grosso da una pancia enorme che la camicia chiaro impregnata dal un forte odore di
pesce, non riusciva a contenerla del tutto.
Vedendoli, sentii la necessità di preoccuparmi.
<< Mamma, chi sono?>>, le domandai, senza staccargli gli occhi d'addosso su i loro,
alternandomi.
La mamma non rispose, era accovacciata accanto al camino, con i suoi capelli che
nascondevano il suo viso.
Sentii uno degli sconsciuti, quello grasso sospirare tristemente.
Insieme a quello mingherlino, mi vennero incontro, alle mie estremità, per raggiungere la porta
alle mie spalle che avevo lasciato spalancata.
Lo sconosciuto grasso mi appoggiò la mano sulla mia esile spalla, coprendomela del tutto.
Sentii la pressione provocarmi un po' di dolore.
<< Mi dispiace, bambina.>>, mi disse soltanto e entrambi si recarono verso la porta.
<< Arrivederci.>>, una volta che salutarono, togliendosi il loro capello, come gentiluomini, se
ne andarono.
L'ultimo che uscii e non sapevo chi fosse stato, non essendomi voltata, chiuse la porta alle mie
spalle.
Fissai la mamma.
La sentii piangere, tenendosi aggrappata con la mano sopra al camino spento, mentre fissava al
suo interno.
<< Mamma.>>, feci un passo verso di lei.
Dentro sentii la voglia di piangere crescermi.
Non sapevo benissimo il motivo, ma sentivo che dovevo piangere anche io.
Le mie mani, anche se non avevano ottenuto il mio permesso, fecero cadere la scatola
contenendo la mia bambola a terra.
<< Chi erano quelli? Cosa volevano?>>, le domandai, ritrovandomi a un centimetro da lei.
Come la mamma, ero in lacrime.
<< Cosa ti hanno fatto?>>, cercavo che mi spiegasse chi fossero quei sconosciuti e perchè la
mamma stava piangendo.
<< Non tornerà mai più.>>, mi trovai il suo viso acqua e sapone, bella come il sole, innodata di
lacrime, a fissarmi.
Guardandola così, mi venne ancora di più da piangere.
Sapevo a chi si stava riferendo. Non era poi così difficile capirlo.
<< Non tornerà.>>, mi abbracciò, stringendomi a lei.
Entrambe, eravamo in lacrime.
<< Quei due sconosciuti non erano altro che due pescatori, uno dei tanti che lavoravano con
mio padre.>>, terminai il racconto.
Tommaso sospirò appena, portando lo sguardo sulla tovaglia di carta che avevamo utilizzato
per coprirci il tavolo.
Era di un colore rosso con delle margherite bianche e gialle, come abbellimento.
<< Immagino che non ero venuti lì, per comunicarvi buone notizie.>>, mi fissò poi.
Con un accenno di testa, confermai.
Feci un passo davanti, staccandomi dal bordo del lavabo.
Davanti ai miei occhi, si disegnarono i suoi buffissimi baffi, sotto al suo sorriso che mi
rivolgeva.
<<A causa di quel temporale fuori stagione della notte precedente, la barca dov'era mio padre e
gli altri, ancora in mare, erano stati trascinati dalla forte corrente. Si trovavano nel mare della
Grecia e dovevano rientrare in Italia. Lì avrà trascinati da chissà quale parte, o inghiottiti del
tutto, perdendo del tutto le loro traccie.>>, spiegai. << Il fatto è che non hanno trovato niente,
nemmeno un pezzo della loro barca, per non parlare dei corpi.>>.
<< Potevano anche salvarsi in qualche modo, succede no?>>, fece lui.
Lo fissai.
<< Poteva.>>, confermai. << E io più che sperare, n'ero convinta. A differenza della mamma,
non mi ero abbattuta. Perso le speranze e ogni volta, me ne stavo affacciata a quella finestrina
parlandogli, raccontandogli tutto quello che mi succedeva. Ero convinta che mi stesse
ascoltando e magari, con la mia voce avessero che so, trovato la traettoria giusta e sarebbe
tornato a casa.>>.
Ero convinta che in un giorno assolato, un pomeriggio ventato o in una notte gelida, avrebbe
varcato la soglia della nostra porta per tornare da noi.
Avrei fatto il modo che, non ne se sarebbe mai andato. Ci avrei messo d'impegno per non farlo
solcare di nuovo il mare.
<< Ma non fu così.>>, continuai. << Anche se non capivo la mamma, il perchè non ci credeva
a un suo ritorno, lo sapeva benissimo che non c'era più niente da fare, fin da quanto gli uomini
erano venuti a comunicarci della situazione.
Loro si erano messi a disposizione nel fare qualche ricerca, e se mai ci fossero stati delle
novità, ce l'avrebbero comunicato. Ma in fondo una donna innamorata, se le sente di queste
cose.>>, feci. << L'ho capito vivendo la sua stessa cosa. Non era sola, aveva me, la sua
bambina e doveva pensare al suo bene.. ha voltato pagina, prendendo le redini della sua vita,
solo per me. E quando io, me ne sono andata, lasciandola sola, non l'è rimasta più niente a cui
poteva aggrapparsi.
L'ho abbandonata a se stessa e lei, non ha retto.
Sono stata una perfetta idiota, egoista che non ho capito, almeno non subito, che se era forte,
era solo per me e andandomene da qui, non aveva nessun motivo per cui esserlo.>>.
Rivissi quella scena.
Era il giorno del suo funerale. Seduta dietro la macchina del mio autista, senza dare nell'occhio,
stavo assistendo alla funzione che si teneva al cimitero. Ovviamente non era così che volevo,
avrei tanto voluto salutarla come si doveva. Ma non potevo rischiare di farmi vedere.
Avevo pur acconsentito a quell'accordo e finire in un butiferio, scovolgendo la vita del mio
bambino che stava diventando un bel ragazzino, non avevo minima voglia.
Finire nel mirino dei giornalisti e non trovare pace per quei sguardi e parlatine, avrei creato
solo un enorme casino.
Non volevo che Gastone, l'autista, l'uomo che gli dovevo tutto, che acconsentì ad
accompagnarmi, finisse nei casini per causa mia.
Stava rischiando di perdere il lavoro e non se lo poteva permettere. Il suo lavoro come autista
gli permetteva di curare sua moglie malata da tempo.
Avevo assistito la sua sepoltura in lontananza, innondata dalle lacrime.
Per la terza volta, mi sentii morire.
Tramite a una chiamata anonima, feci in modo che venisse seppellita accanto a quella che era la
tomba di papà, accanto a suo marito, l'amore della sua vita.
Anche se non si era trovato il suo corpo, allora la mamma decise comunque di fare un luogo di
sepoltura.
Oltre a dargli un po' di pace, era un modo per sentirselo vicino.
Ogni domenica, andavamo a trovarlo, portandolo dei fiori anche se io ero convinta che era vivo
e un giorno, sarebbe tornato finalmente da noi.
Era l'unica cosa che potevo fare.. il minimo.
Era un modo per tenerli finalmente insieme, come si erano promessi al loro matrimonio.
Dando un occhiata intorno, notai che c'erano tutti.
Quelli che erano stati i miei vicini.
Notai di come i miei amici di scuola, erano cresciuti.
Diventando dei uomini e donne, alcuni, come me, erano diventati genitori.
Perfino Ciro era cambiato.
Era più grande di noi, che avevo frequentato come amico, oltre a venderci il latte della sua
mucca, per racimolare qualche spicciolo.
Potevo dire che ero cresciuta con il latte della mucca Bella che trovavo così carina e gentile.
Ogni volta che la mamma o io, aprivamo la porta, lei ci dava il suo solito saluto.
Notai che era diventato alto, quasi quando una montagna e lo trovai così diverso senza i suoi
capelli corvini.
Un punto luce, d'argento, s'illuminò a contatto di un raggio di sole, sfuggito dalle nubi grigi e
minacciose.
Era autunno, un giorno così triste, malinconico.
Il giorno perfetto per descrivere come mi sentivo in quel momento.
Male da morire.
Un vortice atroce, mi premò dentro al mio petto.
A mia sorpresa c'erano anche le bambine, diventate donne, quelle che avevano frequentato la
mia stessa scuola.
Le stesse che all'inizio non mi rivolgevano la parola, solo perchè adoravo i giochi dei maschi.
Perfino Lisa, nonostante eravamo lontane, mi mandò un messaggio di cordoglio, quando lo
venne a sapere.
Come me, lo venne a sapere leggendolo sul giornale. Un modo così brutto, che non augurei
proprio a nessuno. Nemmeno al mio peggior nemico.
Era una solita mattina d'autunno, fredda come le altre.
Avevo appena accompagnato Tommaso a scuola e prima di rientrare, come il mio solito andavo
alla mia edicola di fiducia per le riviste che amavo leggere.
Dando uno sguardo veloce, mentre l'edicolante che ormai mi conosceva del tutto, essendo la
sua cliente più frequente, stava recuperando le riviste, mi ritrovai a leggere quelle parole dalla
forma nera e grossa, su uno dei tanti giornali di cronaca.
Sentii il cuore fermarsi all'improvviso, rompendosi in mille pezzi.
Ogni pezzo, dalla punta affilata, mi graffiò dentro di me, facendomi sanguinare, quando lessi il
nome e cognome di quella donna che durante la notte, si era buttata in mare.
Mi sentii morire.
Per la terza volta.
Scappai immediatamente a casa, nello stesso tempo che il ragazzo mi porse le mie solite riviste.
Una volta in camera, con il fiato corto, accesi la tivù, mettendo sul telegiornale.
Un inviato era sulla riva del mare, il punto in cui la donna si era buttata.
Riconobbi quel punto.
Era lo stesso dove, quando andavamo al mare, lei adorava prendersi il sole.
Conobbi la riva, dove l'inviato gli dava le spalle.
Mi sembrò di vedere Tommaso bambino, dietro di lui, tirare un violento calcio alla palla,
mentre sul suo viso, si disegnò un sorriso di chi l'avrebbe certamente avuta vinta.
<<Prendi questa, se ci riesci, piccola!>>, mi sembrò di sentire la sua voce mentre pian piano,
scompariva dallo schermo.. dai miei occhi.
Con la mano mi strinsi la stoffa della mia camicia di lino sul mio petto, dove sentivo un vortice
di dolore che aumentava ogni volta che l'inviato ripeteva il nome di Clara Sepe in Russi,
trovata senza vita.
Mi accasciai a terra, perdendo completamente i sensi.
A trovarmi fu proprio Gastone che passò di lì, per puro caso del destino.
Mi rianimò e dovetti raccontargli tutto.
Della mia unica vita, dell'accordo che avevo firmato con Dante, di Tommaso e che quella
donna che si era buttata nel mare, era la mia mamma.
Come Lisa, anche Gastone venne a sapere tutto. Di come le cose stavano. Di Alice Russi e la
mia vita prima di diventare un Marchesini.
Lui, come promesso, restò fedele a me, tenendosi quel mio segreto fino alla sua scomparsa.
Quando vidi lei improvvisamente, le lacrime di dolore si trasformarono in rabbia.
Lei non c'entrava proprio un cazzo. Non doveva essere lì. Come se non fosse successo niente,
insieme a sua figlia, piangevano di quella perdita.
Era così patetica.
La figlia, quella che credevo fosse una delle mie migliori amiche, una sorella che non ho mai
avuto, era patetica.
Entrambe, dovevano andarsene da lì. Non le volevo lì.. non erano ben accette.
Le loro lacrime non servivano a niente. Nè io e nè la mamma, avevamo bisogno delle loro
patetiche lacrime, per giunta finte da parte della signora Scapece.
Fissandola, notai che era diventata così vecchia, un paio di ciuffi sfuggiti sotto al fazzoletto
nero, erano diventati del tutto bianchi.
La sua pelle era solcata dal tempo.
La sua schiena si era incurvata e a sostenerla, nella mano sinistra, aveva un semplice bastone di
legno.
Lo riconobbi.
Era quello appartenuta alla nonna Matilde, l'unica persona in quella famiglia che avevo voluto
tanto bene e mi mancava tanto, oltre al mio Tommaso.
Erano gli unici che non avevano niente a che fare, con quelle due donne.
Presa dalla rabbia, rivivendo quel giorno da incubo per me, ero in proncito di andarle incontro.
Di sbatterle addosso tutta la mia rabbia. Di urlarle addosso che le sue lacrime non servivano
affatto.
Urlarle di andarsene da lì, che non aveva nessun diritto di stare lì.
Non volevo assolutamente che fosse lì, dallo stesso momento che dalla sua bocca uscirono le
esatte parole..
"Quel bastardo che aspetti, non sarà mai mio nipote.".
Il bambino che portavo in grembo, quello che era suo nipote, lo disgustò come se fosse una
brutta malattia.
Gridandomi addosso che ero una puttana, prima di cacciarmi da casa sua, in malomodo,
insieme alla mamma.
Come sua figlia, non era degna di assistere al funerale.
Non erano ben accette, non dopo che avevano rifiutato me, il bambino e la mamma, come se
fossimo della peste.
Uscii dalla macchina, con tutta la rabbia che mi bruciava in corpo. Vogliosa di cacciarle via,
come avevano fatto loro con noi tre.
Ripagarle con la stessa moneta, ma Gastone mi fermò giusto in tempo.
Assicurandosi che nessuno ci avesse visto, mi riportò di nuovo in macchina e una volta in sella,
ce ne andammo.
Sbollita la rabbia, mi lasciai andare abbandonandomi del tutto, al sedile mentre
c'incamminavamo verso Milano.
<< Praticamente è come se l'avessi spinta io a quel gesto atroce.>>, cercai di non piangere.. ma
non ero abbastanza forte.
<<Cosa ha fatto.>>, mi sussurrò, quasi spaventato di sapere la risposta. << Si è buttata in mare.
>>, spiegai. << Sì è tolta la vita, lasciandosi andare dalla corrente del mare.>>.
Sentii Tommaso sospirare tristemente, chiudendo un istante le palpebre.
<< La colpa è mia. Solamente mia.>>, la mia voce non riuscii a reggere, diventando un
sussurro. << Se sarei rimasta qui.. se avrei accettato il suo aiuto, non avrei causato tutto questo
casino e così lei, non sarebbe..>>, un nodo in gola, mi bloccò le parole in gola.
<< Non puoi dire una cosa del genere.>>, sentii il tono gelido di Tommaso, avvolgermi.
Gli rivolsi un espressione interrogativo.
<< Chi te lo dice..>>, fece lui, appoggiando entrambe le mani sul tavolo. << .. chi ti dice che
non avrebbe ceduto lo stesso.. non puoi darti la colpa per questo brutto episodio.>>.
<< Lo so, perchè c'ero io..c'eri tu, non sarebbe rimasta sola. Se c'eravamo noi..>>, indicai prima
me e poi lui. << ..avremmo colmato la sua sofferenza, la solitudine che io le ho creato,
andandomene da qui e sarebbe riuscita ad andare avanti. Capisci!>>, mi portai la mano sul mio
petto.
Strinsi la stoffa del mio vestito, mentre mi lasciavo andare. << E' stata mia la colpa.. l'ho spinta
io a quel tragico gesto.>>.
Tommaso mi venne incontro, inginocchiandosi davanti a me.
Posò le sue mani sulle mie ginocchia, come lo faceva da piccolo, quando aveva incominciato
da poco a camminare ed ancora non prendeva del tutto il suo equilibrio.
<< Certamente mi avrà odiata per averla spinta a quel gesto.. se n'è andata con un brutto
ricordo di me, quella di averla abbandonata.>>, cercai di non sembrare patetica. << Le lettere
che le mandavo, dicendole tutto.. di te e ogni tua marachella, o gli ottimi voti che prendevi a
scuola, non erano abbastanza per non sentirsi sola e abbandonata.>>, portai il gomito sopra allo
schienale della mia sedia, appoggiando la mia mano chiusa a pugno, sulle mie labbra tremanti.
Cercavo inutilmente di non piangere.
<< Sai quando ti proponevo di farci delle foto e poi tu mi dicevi se le avessimo appiccicati in
un album insieme e io ti rispondevo che quelle foto erano destinati ad un posto speciale..>>.
<< Le spedivi qui, alla nonna.>>, terminò la mia frase.
Fissandolo, notai i suoi occhi riempirsi di lacrime.
Annuii, lasciando che una lacrima prendesse il suo cammino sulla mia guancia. La stessa che
un istante dopo, lasciò una leggera scia sulla guancia di Tommaso.
<< Sono convinto che non sia così. >>, disse poi, riprendendosi da quella lacrima. <<Lei non
se ne andata odiandoti. Non ha lasciato questo mondo, con un brutto ricordo di te. Sono
convinto, anche se non l'ho potuta conoscere, che lei ti ha amato più di qualsiasi cosa. Eri e
resterai sempre la sua bambina.. il frutto dell'amore con suo marito. Se se ne andata, spinta a
quel gesto atroce, era appunto perchè desiderava raggiungere il suo amore. Voleva accanto
l'amore della sua vita e anche se c'eravamo noi, non credo che l'avremmo potuta salvarla,
almeno non sempre.>>, mi comunicò.
Tirai su con il naso, mentre portai la mano nei capelli morbidi del mio piccoletto.
Vederlo uomo non mi spaventava.. per me sarebbe stato sempre il mio piccolo raggio di sole.
Intrecciai la mano dentro ai suoi ciuffi gelatinati scompigliandoli, come mi divertivo a fare
quant'era diventato un bel diciasettenne e così via, lamentandosi di non toccargli i capelli.
Era così geloso e mi divertivo a vederlo infastidirsi.
<< Spero che sia così, tesoro.>>, cercai di convincermi.
L'idea che aveva fatto quel gesto, per raggiugere papà e stargli finalmente accanto, era meno
atroce, nel darmi tutta la colpa.
Ma anche se speravo così, non avrei mai smesso di darmi le colpe. Ero ben consapevole che
c'entravo anche io, non potevo lavarmi di tutte le colpe.
L'avevo abbandonata.. scappando da lei come uno sporco malvivente.. non potevo non avere le
mie colpe.
<< E' così, credimi, mamma.>>, mi baciò il dorso dell'altra mano.
<< Certo, amore mio.>>, sorrisi appena. << Ti credo.>>, aggiunsi poi.
Alzando lo sguardo verso la finestrina, notai che era scesa la notte.
Proposi a Tommaso di andare a dormire.
Mi aiutò a risistemare il mio, anche il suo di letto, con le nuove lenzuola che aveva comprato.
Mi ritrovai da sola nella mia stanza.
Vestita dal mio pigiama, un elegante maglia e pantalone, color perla che mi aveva comprato
Tommaso, mi ritrovai ai piedi del baule.
Sfiorai appena quella torre del tutto storta di fogli ingialliti, avevo paura che afferrandoli, si
sarebbero disintegrati a causa del loro invecchiamento.
Nel toccarlo, mi sembrò di sentire il suo profumo.
Quello del mare.
I suoi baffi buffissimi, di disegnarono dentro ai miei occhi.
La maggiorparte dei miei disegni, erano dedicati a lui.
Non facevo altro che disegnare il mare, come lui, era diventata anche la mia di vita. E come
non poteva diventarlo, il mare si era preso una parte, quella più importante della mia vita.
Mi sdraiai dentro al mio letto, trovandolo troppo piccolo, sgricchiolando sotto al mio peso.
Sospirando appena, mi addormentai.
Mi ritrovai improssivamente, davanti ai miei occhi, lei.
Avvolta da una luce fioca, illuminò quella che era l'oscurità che avevo davanti.
Bella come il sole, mi stava a fissare.
Cercai di chiamarla, o raggiungerla, ma non riuscivo a farlo. Ero bloccata, come se qualcuno
mi avesse bloccato.. non avevo più comandi sui movimenti del mio corpo.
Faticosamente cercai di alzare un braccio, verso di lei, in cerca della sua mano.. ma fu inutile.
Se ne stava lì a fissarmi inerme.
Avevo bisogno di dirle qualcosa, abbracciarla. Che lei lo facesse.. di chiederle scusa.
Improvvisamente a passi leggeri, eleganti, quasi volando, splendida come solo lei lo era, si
avvicinò a me.
I miei occhi furono abbagliati, costringendomi a chiuderli.
Ma resistetti.
Non volevo smettere di guardarla.
Di fissare la mia mamma.
<<Alice.>>.
Sentii la sua voce, fare l'eco.
Era un sentimento troppo grande per non provare niente nel sentire nuovamente la sua voce.
Era la sua voce.
Era lei.
Volevo dirle qualcosa, che mi dispiaceva di tutto e che era tutta colpa mia. Ma non riuscii a
spiccicare una parola.
<<Sono qui.. sono la tua mamma. Orgogliosa della mia bambina.>>.
La sentii addosso a me, prima di svanire completamente.
<< Mamma!>>, dissi, svegliandomi di scatto.
Mi portai a sedere sul mio letto.
Avevo il respiro corto e avvolta completamente dal mio sudore.
Avevo lo sguardo fisso davanti a me.
Alla piccola finestra che a malapena illuminava la stanza.
Alzando lo sguardo, notai che il cielo pian piano si stava schiarendo e i primi rumori della
mattina, stavano incominciando.
Una volta che mi ero ripresa, mi vestii in fretta.
Passando davanti alla porta della camera dei miei, notai che Tommaso si era già svegliato.
Raggiungendo la cucina, infatti lo trovai a scartocciare un guantiera che conteneva paste e
dolci.
Emanavano un ottimo profumo, da far venire l'acquolina in bocca. Specialmente a una come
me, che ne andava completamente ghiotta.
<< Giorno, mami.>>, mi diede un bacio sulla guancia, quando gli fui accanto.
Il suo dolce profumo, mi avvolse del tutto, coccolandomi.
<<Mhm.>>, mormorai. << Dal profumo e il loro aspetto, devono essere ottimi.>>, aggiunsi,
scartocciando la carta d'alluminio sul bicchierino di plastica del caffè fumante.
<<Andando al bar, ho notato una piccola pasticceria, dall' aspetto e il profumo, sembrano
buone, pensavo di provarli.>>, rispose lui, prendendone il primo che le sue mani afferrarono e
lo ficcò del tutto in bocca.
<< Mhm.>>, dalla sua espressione, doveva essere davvero buono.
Ne presi uno.
Dandone un morso, la crema canthilly mi stuzzicò la passione mia per i dolci.
<< Mhm.>>, dovevo ammettere che era davvero una bontà.
Incrociai gli occhi di Tommaso che mi stavano confermando la stessa cosa, mentre continuava
a masticare.
Frettolosamente, accompagnandomi con il caffè, finii di mangiare il mio dolce.
Tommaso lo notò.
<< Scusami tesoro, continuerò a raccontarti dopo il mio ritorno.>>, feci, mentre mi pulivo la
bocca con il tovagliolo che portava il logo del caffè.
Avevo una cosa urgente da fare.
<< Dove vai?>>, mi domandò. << Dammi un secondo, ti accompagno.>>, mi propose.
<< No, tesoro.>>, lo fissai. << E' una cosa che devo fare da sola. Tranquillo, non ci metterò
molto. Tu finisci di fare colazione in tutta tranquillità.>>, dissi e prima che potesse aprire
bocca, chiusi la porta alle mie spalle.
Dandomi uno sguardo intorno, fu come ritornare indietro nel tempo.
Anche se era a passo con i tempi, modernizzandosi, il quartiere non era poi così cambiato
dall'allora.
Notai le piccole case di quelli che erano stati i miei vicini, ristrutturati e colorate, mentre
alcune, quelli che non erano riusciti a sopportare il terremoto dell' 80, erano state abbattute o
semplicemente chiuse con il sigillo.
Alcune case erano state semplicemente abbandonate.
M'incamminai verso la mia meta, quando mi ritrovai accanto alla sua casa.
Come le altre, anche la sua era cambiata.
Non era più di solo pietre come in passato, era stata rivestita da un bel color intaco e lì, dove
c'erano semplicemente due scalette di cemento, erano state aggiunte del semplice marmo
bianco e due passamani color oro.
La porta di legno, era stata cambiata con un altra color verde scuro e ci avevano aggiunto la
seconda porta, di vetro, dai bordi neri massicci, come i secondi infissi.
Intorno la casa, l'erba era così curata, dove un cane dal pelo bianco che dormiva beatamente
nella sua cuccia, non dava per niente l'aspetto di essere stata abbandonata.
Trattenni per un po' l'aria dentro ai miei vecchi polmoni.
Davanti ai miei occhi si disegnò lui.
In sella alla sua moto, davanti a quello che era il garage, mi rivolse il suo meraviglioso sorriso,
dopo essersi tolto il casco.
<< Tom.. amore.>>, sussurrai appena ansimando.
<<Cocco!>>, improvvisamente sentii una voce famigliare.
Alzai istintivamente lo sguardo, distogliendomi da quel mio ricordo che svanì.
Dalla porta uscì una signora con i suoi anni. Aveva il viso solcato dal tempo e i capelli
ingrigirsi pian piano.
Dalla schiena curva, notai che era invecchiata malamente, tremava mentre teneva in mano una
ciotola piena di croccantini.
Si aiutava faticosamente con il bastone.
Il bastone che conobbi immediatamente.
Aveva fatto il giro di tre generazioni e ancora non dava segni di invecchiamento come quella
signora.
<< Cocco, c'è la pappa!>>, scese un gradino.
Il cagnolino scodizzolando, le andò incontro. << Hai fame, lo so che hai fame.>>, aggiunse poi
fissandolo.
Riconobbi quella donna
Non ci potevo credere.
Non poteva essere lei.
Era impossibile.
I suoi occhi smeraldi, non mi sembravano così grandi come in passato, quando alzando lo
sguardo, si specchiò in me.
Non poteva essere quella che credevo fosse. Era impossibile. Era un po' troppo vecchia per
essere lei.
Restammo per un po' a guardarci.
Dalla sua espressione capii che in fondo non ero così irriconoscibile. Prima che potessi pensare,
mi ritrovai a camminare verso il mio cammino.
Arrivai alla mia destinazione, dopo che passai dal primo fioraio che trovai dentro al mio
cammino.
Presi due mazzi di rose rosse, con una sfumatura di un colore più scuro ai bordi.
Mi recai tra loro.
Dai miei genitori.
Erano vicini, lontani nemmeno un centimetro.
Il mio desiderio più grande fu mettere la foto più bella della mamma.
Non ne possedevamo molto, quelle del suo matrimonio e qualcuna che quella che credevo la
mia migliore amica, ci scattava di sorpresa.
Scelsi quella che adoravo, la foto che aveva catturato quel suo meraviglioso sorriso che amavo.
Era stata scattata nel giorno del mio quindicesimo compleanno. Aveva tagliato i suoi capelli
voluminosi, incorniciando il suo viso che nonostante fosse invecchiato un po', rimaneva sempre
la bambina che era stata.
Bella come il sole.
Chiamata da me, il flash della macchina le catturò quel momento.
Quel sorriso che ogni volta, mi rivolgeva. Sempre.
Dentro a quel tondo, dai bordi massicci d'oro, in quella foto bianco e nero, raccontava quando
fosse bella la mia mamma.
Fissai prima lei e poi mio padre.
A scegliere la sua foto, era stata la mamma.
Era una delle sue rare foto scattata da adoloscenti, quando erano fidanzati, prima di partire per
la guerra.
Era così giovane, bello quasi irriconoscibile senza baffi. Quasi uno sconosciuto ai miei occhi.
Non volevo toglierla, l'aveva scelto la mamma.
Era la sua preferita.
<< Ciao.>>, lì salutai, cercando di non piangere. << Pensavo che dei fiori, vi avrebbero fatto
piacere.>>, parlai ad entrambi, mentre buttavo a terra, accanto ai miei piedi, i gambi risecchiti
ormai. << Spero che vi piacciano, erano gli unici carini che la fioraia aveva.>>, una volta nel
vaso, lì sistemai sul marmo, allo stesso posto.
Fissai di nuovo i loro occhi, i sorrisi che emanavano in quel momento.
Erano così belli.
Avevo due genitori così belli.
<< Mamma.>>, sospirai appena. << So cosa hai voluto dirmi stanotte. Ti amo, non amerò mai
nessuno come ho fatto con te, con papà e con i miei due Tommasi. Non amerò mai nessuno
come voi. Voi sarete sempre la mia famiglia.>>, mi presi una pausa, rianimando i miei
polmoni dall'aria. << So di avere sbagliato. Mi sento in colpa ad averti lasciata sola. Scusami se
non mi sono fidata di te. Scusami di essermi comportata da perfetta egoista.. e che pensavo solo
al bene di Tommy, del mio bambino che non pensato a come ti sei sentita tu.
Se Tommaso mi lasciasse, non so se lo sopporterei. Ho già dovuto perdere tre parti importanti
della mia vita.. un' altra perdita, non la sopporterei.>>, fissai anche papà. <<.. morirei. Solo
adesso capisco di come ti sei sentita. Ti ho praticamente abbandonata ma non era il mio
obiettivo. Io non volevo lasciarti sola e solo che ho accettato quell'accordo. Mi è sembrato
giusto. Dante lo era per Tommaso, ho pensato a lui. Volevo che stesse bene, chiunque mamma
lo avrebbe voluto per il proprio bimbo.
Ma non mi sono accorta che ti ho lasciata fuori dalla mia vita.
Non dovevo accettare, almeno non con te vicino a me. A Tommaso. Anche se ti scrivevo, so
che non era la stessa cosa.
Scusami.. spero che tu possa perdonarmi.>>, con il mio indice, accarezzai il vetro che
proteggeva la foto.
Dedicai un altro minuto ai miei genitori, pregando, quando sentii qualcuno avvicinarsi.
Alzai il capo di scatto.
Un uomo anziano, senza capelli, e dal viso ovale, s'inginocchiò per raccogliere i fiori appassiti
che avevo messo a terra, a fianco al mio piede.
<< Scusami signora, non volevo farle prendere uno spavento.>>, disse non rivolgendomi lo
sguardo.
Era impegnato a raccogliere i gambi delle piante, accompagnato dal mio sguardo.
Notai sull'indice un anello nuziale, luccicare. Doveva sicuramente trattarsi del guardiano.
<< I signori Russi.>>, poi disse, fissando le loro foto.
Conosceva i miei genitori?
Ma chi era?
Lo conoscevo?
La curiosità di sapere chi fosse, se lo conoscevo e tantomeno se fosse del mio stesso quartiere,
mi crebbe nel ventre come un bambino.
<< Lì conoscevi?>>, gli domandai.
Sospirò.
<< Sì.>>, fece, senza spostare lo sguardo. << Il signor Russi non ho avuto l'occasione di
conoscerlo.. purtroppo ha perso la vita in mare in giovane età.
Conoscevo la signora Russi e sua figlia.. vivevamo nello stesso quartiere.>>, mi comunicò.
Nel mio stesso quartiere?
Lui mi conosceva e di conseguenza dovevo conoscerlo anche io.
Conoscevo ogni mio vicino, quelli che viveva nel mio stesso quartiere eppure quell'uomo
anziano, non mi diceva niente.
Mi guardò.
<< Gli vendevo il latte della mia mucca ogni mattina per racimolare qualche soldo, e ho
frequentato per un po', anche la stessa compagnia della figlia.>>, aggiunse poi.
Ciro?
Diladai gli occhi.
Lui era Ciro?
La mente si riempii di quel nome, e ogni volta non credeva che fosse lui.
Quell'anziano più arzillo di quando lo fosse da ragazzino, mentre gli rubavo come niente, la
palla, facendo scatenare la rabbia di Tommaso, era quel Ciro?
Soffocai una risata.
Era una cosa impossibile.. lo trovai così strano.
Così emozionata.
Rincontrare vecchi amici e vicini, era molto bello.
Gli volevo chiedere tante di quelle cose ma non dissi nulla, perchè non sapevo da dove iniziare.
Avrei fatto solo una grande confusione.
Si alzò una volta che recuperò tutto.
<< Le chiedo scusa se vi ho disturbato.>>, disse e voltandosi, a passi leggeri s'incamminò verso
la sua strada.
Io ancora incredula, lo stavo a guardare.
<<Ah!>>, si voltò di scatto.
Dovevo essere grata di non soffrire di cuore, con il suo modo, mi avrebbe fatto venire
certamente un infarto. <<Sei invecchiata tanto, Alice Russi.>>.
Mi aveva riconosciuta.
Sentii una sensazione di sollievo, avvolgermi. Essere riconosciuta, almeno in quel momento,
non mi metteva tanta preoccupazione.
Non dovevo più nascondermi.
E non c'era niente di più bello.
Scoppiai a ridere.
<< Non quanto te.>>, confermai.
Lui fece spllucce.
<< E' bello riaverti di nuovo a casa.>>, tornò serio.
Sorrisi dolcemente, mentre voltandosi se ne andò.
<< Già.>>, sussurrai appena, accompagnandolo con lo sguardo, il suo cammino.
Avevo perso completamente la cognizione del tempo. Con me non avevo l'orologio e avevo
lasciato il mio cellulare a casa. Ma dall'aria afosa e il sole cocente che mi picchiettava in testa,
dovevano essere le undici o mezzogiorno.
Salutai i miei genitori, ero pronta per tornare a casa.
Sapevo benissimo che Tommaso si stava preoccupando per quella mia lunga assenza.
Alzandomi, ero in procinto di percorrere la stessa strada, dove mi portava all'uscita.
Improvvisamente dietro di me, mi sentii avvolgermi da una strana luce.
Era come se fossi stata avvolta da un fascio di luce abbagliante.
Un calore caldo e immenso mi avvolse. Il cuore iniziò a battere forte. Dopo tanto tempo che
aveva smesso, i suoi battiti mi fecero rinascere nuovamente.
Le mie guancie divennero rosse e diladai gli occhi, quando sentii qualcosa di
meravigliosamente famigliare.
Quel profumo.
Il suo buonissimo profumo.
Come potevo sbagliarmi, era stato anche il mio di profumo. La mia pelle era profumata di quel
profumo.. di lui.
<< Amore.>>, mi voltai di scatto.
Notai qualcosa, come un ombra svoltare l'angolo. << Tommaso.. amore.>>, senza pensarci
seguii quell'ombra.
Sentivo che era lui.
Sì, era lui.
I battiti del mio cuore, me lo stavano appunto confermando.
<< Tommaso, dove sei?>>, svoltai l'angolo in cerca di lui.
Catturai l'attenzione di una signora insieme al suo figlioletto. << Sono..qui.>>, mi resi conto
che lui non c'era.
Avevo preso un grosso abbaglio.
Mi sentii quasi ridicola quando vidi quel bambino che m'indicava vedendomi parlare da sola.
Sua madre, lo tirò più vicino a lei, cercando di non dare nell'occhio.
Fissai quei due passarmi accanto e scomparire alla prima svolta.
Sospirai pesamente.
La mia mente mi dettò di andare e tornare a casa.
Era davvero tardi, Tommaso era sul punto di preoccuparsi senza motivo.
Intenta a voltarmi indietro, per ritrovarmi di nuovo dai miei genitori e di coseguenza
raggiungere l'uscita, i miei occhi si soffermarono su una scritta.
Era alla mia destra, a un paio di passi da me.
"Famiglia Scapece- Amato."
La mia vista, nonostante la vecchiaia, ancora era buona.
A lettere cubitali, colorati di nero, erano stati posizionati sopra alla porta di vetro dai bordi neri
massicci.
A passi veloci, raggiunsi la porta.
Mi trovai davanti ad essa.
Portai istintivamente la mano sul pomello rotondo nero, ma era chiusa a chiave.
Mi appiccicai sul vetro per vedere.
Lui era lì.. sentii il suo profumo ancora più forte.
Era stato lui a portarmici lì.
Non avevo mai saputo dov'era.
Sua madre, cacciandomi via, mi aveva tenuto lontana ad assistere alla funzione e il momento
della sepoltura.
Non avevo nemmeno avuto il coraggio di cercarlo, sapevo che non avrei retto. Avrei finito solo
per farmi ancora più male. Vederlo lì, senza poterlo toccare, vedere i suoi occhi fissarmi, il suo
meraviglioso sorriso addosso e le sue braccia a proteggermi, era come ricevere un pugno nello
stomaco.
Smettere di respirare ed esserne del tutto cosciente.
Non sopportavo l'idea che lui non ci fosse più. Era ingiusto. Odiavo la vita, quella moto, la
causa del suo incidente.
Ce l'avevo con tutti e tutto.. odiavo il mondo intero, non volevo vedere nessuno se non lui.
Volevo solo lui e rinchiudermi in me, dentro ai nostri ricordi.
Era un modo per tenerlo vicino.
Essere vicino all'unica persona che volevo, che non avrei mi smesso di volere.
Di amarlo.
Era tutto per me.. la mia vita, non potevo più farne a meno.
Era impossibile andare avanti, cambiare pagina come niente fosse. Non potevo assolutamente
fare finta di niente.
Farmi andare a genio l'idea che lui non c'era più.
Come potevo farlo, era l'amore della mia vita.
Il mio migliore amico, il mio amore. Ladro del mio primo bacio. Complice di quel momento
più bello e importante per una ragazzina. Era stato il mio tutto.. come potevo abituarmi all'idea
che lui non ci fosse più.
Non volevo abbandonare l'unico mio amore, come d'altronde lui non lo aveva fatto, nonostante
tutto.
<< Amore mio.>>, sussurrai con la fronte appoggiata sul vetro. << Amore.>>.
Sapevo che lui era lì con me.
Lo immaginai con il suo solito modo di fare, cacciarsi le mani nelle tasche nei suoi pantaloni
neri eleganti, con il suo sorriso stampato sul suo viso diventato uomo, barbato, nonostante fosse
solo un ragazzino.
Lo sentivo accanto a me a fissarmi.
Il suo profumo dolce che non avevo dimenticato, lo stesso profumo della mia pelle, mi avvolse.
I battiti del cuore, mi dicevano che lui era lì accanto a me.
Non smise di battere, nonostante non fosse più abituato e come me, era invecchiato.
<< So che sei qui, ti sento.>>, continuai. << Sento il tuo profumo, impossibile da dimenticarlo.
Non l'ho mai dimenticato, l'ho portato sempre con me.>>.
Premetti forte le palpebre, per ricacciare indietro le mie lacrime.
Quando lì aprii, mi trovai innondata dai suoi meravigliosi occhi cioccolato.
Sorrisi istintivamente.<< Mi sei mancato da morire. Non sai quanto.>>, alzai il mio braccio
davanti a me, nella speranza di toccarlo.
Sentire sotto alle mie mani, la sua pelle. Di sentire le sue mani sulle mie, ma la voce di una
signora, mi riportò nella realtà.
Cancellò quel momento.
<< Tutto bene, signora?>>, mi domandò.
<< Sì.>>, le risposi, ancora con lo sguardo fisso davanti a me.
<< Se ha bisogno di aiuto, deve solamente chiedermelo.>>, fece.
Portando le mie labbra all'interno della mia bocca, rivolsi il mio sguardo alla signora.
Notai che era molto alta, snella dentro a quei pantaloni bianchi. Le poche forme, erano
accarezzati dolcemente dalla camicetta smanicata dai piccoli fiorellini azzurri.
Mi specchiai dentro ai suoi occhi chiari, che non erano risaltati dalla pelle biancastra, quasi sul
pallido e i capelli sul mogano spento.
<< Grazie mille, sto bene. Non ho bisogno di aiuto.>>, aggiunsi poi.
La signora mi sorrise gentilmente e s'incamminò verso la sua meta.
Guardai di nuovo alla mia sinistra, nella speranza di rivedere i suoi occhi.. lui.
Ma non fu così.
Spostai poi lo sguardo all'interno della porta.
Sentii il mio respiro spezzarsi.
Appiccicai la mano sul vetro, piegando le mie dita, come se volessero togliere quel vetro, in
modo da raggiungerlo.
Di sfiorare quella che era diventata la sua nuova casa.
Toccare quel marmo freddo che proteggeva dal suo riposo.
Rimasi a fissarlo per un istante. Ancora non mi capacitavo che fosse lì dentro.
Spostai lo sguardo poi sulla foto che avevano scelto.
Era una foto che non avevo mai visto e nemmeno sapevo della sua esistenza.
Il suo viso raccontava ancora la paffutezza del bambino e non raccontava i suoi sedici anni, ma
un paio di anni più giovane.
Ma il suo sorriso era sempre lo stesso. Uguale a quello che non potevo farne a meno.
Al mio sorriso più bello.
Quando rincasai erano mezzogiorno e qualcosa.
<< Oh grazie a Dio!>>, esclamò Tommaso quando mi vide sulla soglia della porta.
Come avevo previsto, si era preoccupato della mia lunga assenza. << Ma dove sei stata? Mi
sono preoccupato.>>, aggiunse poi.
<< Avrò anche i miei anni, ma non sono così decrepita.>>, risposi un po' offesa.<< So
camminare anche senza l'aiuto di qualcuno, e sono in pieno delle mie facoltà mentali.>>,
aggiunsi poi.
<<Hai detto che venivi subito e ti presenti a mezzzogiorno, avrò pur il diritto di
preoccuparmi?>>, mi fissò, portando i palmi alle estremità del suo viso. << Lo so, ma
sapendoti sola, senza Lella, con tutto quello che succede fuori, non mi mette molta
tranquillità.>>.
<< Non c'è n'è bisogno, tesoro.>>, mi riempii il bicchiere d'acqua.<< Conosco benissimo il mio
quartiere.>>, dissi dopo ver bevuto un sorso. << Credevo che avrei fatto presto.>>. << Com'è
stato dormire nel letto dei nonni?>>, cambiai poi argomento.
<< Un po' strano.>>, rispose. << Ma ho dormito bene.>>, mi accennò un sorriso.
Voltai lo sguardo verso la finestrina.
Notai che Tommaso l'aveva spalancata.
<< E invece tu?>>, mi catturò l'attenzione. << Com'è stato dormire di nuovo nel tuo letto da
ragazzina?>>, aggiunse poi.
Le mie labbra si distesero in un sorriso.
<< Come essere a casa.>>, risposi.
Lo sentii sorridere. Il tipico sorriso di chi si aspettasse quella risposta.
Mi sedetti al mio posto.
Dopo quella lunga camminata rigiovanendomi di un paio di anni, cercando di riprendermi da
l'episodio che avevo vissuto appena un istante fa, ero pronta a continuare il mio racconto.
<< Che c'è?>>, notò Tommaso la mia espressione persa.
Avevo la mente da tutt'altra parte.
Su quella cappella, sul quella porta chiusa. Di quella signora che avevo visto uscire dalla sua
casa. Avevo desiderio, la necessità di aprire quella porta, ma non avevo coraggio di andare da
lei.
Coraggio di rivolgerle la parola.. avevo timore che come nel giorno del mio incubo peggiore,
mi avrebbe cacciato di nuovo, come aveva fatto sua madre.
Non avevo voglia di sentirmi addosso di andarmene o di sparire, non l'avrei sopportato.
Ero troppo vecchia per queste cose.
In fondo le volevo bene, nel periodo del liceo in cui ci eravamo frequentate, le volevo bene.
Era diventata mia sorella.
Mai avrei immaginato che si sarebbe comportata in quel modo.
Mi aveva aiutato molto, avevamo passato bei momenti insieme. Quante uscite avevamo fatte e
anche se non lo volevo ammettere, adoravo fare shopping con lei.
In quanto di moda e trucchi, ne capiva molto più di me. Io non ci capivo proprio niente.
Era lei a consigliarmi quali vestiti erano giusti per me, e sempre lei, era stata a buttarmi via
quelli che erano i miei vestiti.
Non erano adatti per il mio corpo esile e dalle forme piccole. Con il mio modo di cammuffarmi,
mi nascondevo del tutto, invece di risaltarlo. E sempre e soltanto lei, mi aveva truccato per la
prima volta.
Dipinto le mie labbra di colore rosso e un filo nero, che finiva a punta sopra alle mie palpebre.
Specchiandomi mi trovai così strana.
Con tutto quel fard adosso, non sembravo nemmeno io.
Ma non potevo nemmeno essere come una di quelle attrici e modelle, che si vedevano in tv o
sulle riviste della moda.
Non pensavo possibile, che potessi essere come loro.
Con lei mi confidavo, le dicevo praticamente tutto.. non avevo segreti lei e mai potevo
immanginarmi una cosa del genere.
Quello di restarsene in silenzio, con lo sguardo a terra, mentre sua madre mi sputtanava.
Ci ero rimasta così male e mi ero ripromessa che non avrei mai voluto avere più a che fare con
lei.
Mi aveva tradita.. fatto del male.
Mi aveva dato una pugnalata dritto al cuore, come se non stessi soffrendo già.
Non potevo perdonarla, non dopo quel suo comportamento.
Eppure mi sentivo dannatamente in colpa.
<< Niente.>>, risposi, cercando di non dare nell'occhio.
<< Non me l'ha dai a bere, ti conosco. Cosa è successo?>>, disse poi.
<< Ero solamente in sovrapensiero.>>, fu la mia risposta.
Ripresi il mio racconto.
Al giorno seguente che gli uomini pescatori vennero a casa per comunicarci di quella
situazione.
Quella mattina, un altro giorno afoso di metà estate, non volevo assolutamente uscire di casa.
Dalla mia camera.
Sentii un paio di volte la mamma bussare alla mia porta.
Non risposi.
Me ne stavo dentro al mio letto, sotto al lenzuolo che mi prudeva a causa del caldo, con la
guancia appoggiata sulle mie mani, affondate nel cuscino.
Avevo lo sguardo fisso sul muro spoglio accanto a me, senza muovermi di un millimetro.
Non avevo assolutamente voglia di muovermi da lì.
<< Tesoro.>>, sentii la voce della mamma, venirmi dietro la mia schiena.
Era appena entrata.
Istintivamente chiusi gli occhi.
<< Amore.. sei sveglia?>>, s'inginocchiò accanto al mio letto.
<< Sì.>>, aprii gli occhi.
Non riuscivo a mentirle e nemmeno lo desideravo.
<< Perchè non ti prepari, andiamo al mare.>>, sentii la sua mano accarezzarmi dolcemente i
capelli. << Sai, è una bellissima giornata per passarla in mare con gli amici, non trovi?>>.
<< No.>>, mi alzai mettendomi a sedere.
Il lenzuolo mi scivolò su per il corpo, scoprendo la mia canotta bianca che utilizzavo per
dormirci in estate.
<< Non voglio andare da nessuna parte, tantomeno al mare.>>, aggiunsi.
La fissai con le lacrime agli occhi.
Sentii la mamma sospirare.
<< Amore mio.>>, sussurrò, mentre continuava ad accarezzarmi i capelli. << So perfettamente
come ti senti. E' qualcosa di brutto, che fa male.. ma c'è la mamma qui con te, che non ti lascerà
mai. Ti proteggerò sempre, sappilo.>>.
Mi prese il viso tra le mani.
<< E insieme ce la faremo.>>, aggiunse poi.
<< Papà tornerà.>>, dissi con tono convinto.
Notai gli occhi della mamma fissarmi.
Da quell'espressione, capii che non ci credeva tanto. << Perchè lui, tornerà.. è solo questione di
tempo, vero?>>, cercavo che me lo comuniccasse anche lei.
Sentire che anche lei n'era convinta.
<< Tesoro io non credo che succederà.>>, abbassò lo sguardo a terra.
<< No!>>, gli gridai addosso.
Scesi dal letto, raggiungendo la porta. << Tornerà e tu sei cattiva!>>, me ne andai.
<< Tesoro.>>, la mamma mi venne incontro. << Amore, aspetta.>>, mi raggiunse in cucina.
Spalancai la porta, con l'intenzione di uscire.
Volevo andare nell'unico posto, dove mi sentivo davvero bene.
Mi ritrovai Tommaso davanti.
Sotto alla suo esile braccio, teneva ben stretto la palla.
Sorridendomi, come se non fosse successo niente, mi salutò.
<< Rivincita?>>, mi strizzò l'occhio. << Che dici, piccola?>>, aggiunse poi.
Mi arrabbiai.
<< Non sono piccola!>>, urlai spingendolo via.<< Non voglio giocare con te.. sei cattivo!>>,
iniziai a correre per raggiungere la mia meta.
<< Piccola, ma cosa ti prende!>>, la sua voce mi arrivò a stento, mentre aumentavo la mia
corsa.
Mi ritrovai nell'unico posto dove in quel momento volevo stare.
Seduta al ramo più alto, mi abbandonai con la schiena sul tronco della quercia.
I miei occhi pieni di lacrime, erano fissi verso il mare.
Sentivo che lui era ancora lì, vivo e vegeto e stava cercando un modo per tornare.
<< Io ti aspetterò, non smetterò mai di farlo.. so che un giorno tornerai da me. Ne sono
convinta.>>, dissi, con la convinzione che lui mi stesse ad ascoltare.
<< Piccola.>>, sentii la voce di Tommaso, arrivarmi sotto ai piedi della quercia.
Mi pulii le lacrime con il dorso della mano.
Non avevo intenzione di rispondergli
<< Ehi!>>, improvvisamente, spaventandomi un po', me lo trovai accanto.
Per quando fosse fifone e non era mai arrivato fino a lì, cercò di essere forte. Strinse più forte
che poteva, le sue mani diventando quasi bianche, sul ramo nel tentativo di non cadere.
Lo trovai quasi divertente.
Mi trattenni dal ridere.
Dal suo portarsi un angolo della bocca all'interno, capii che avevo ceduto.
Appoggiò la schiena sul tronco, sistemandosi accanto a me.
Si stava davvero sforzando e lo stava facendo per me. Come potevo essere arrabbiato con lui.
Era impossibile.
<< Scusami, non volevo urlarti addosso.>>, mentre lo dicevo, guardai davanti a me.
Le mie guancie mi andarono letteralmente a fuoco.
<< Non preoccuparti.>>, fece lui. << So che stai male. Perdere un padre in quel modo è
qualcosa di brutto..>>, <<.. lui è vivo. Lo so, e se tu pensi il contrario, allora vuol dire che non
sei il mio migliore amico.>>, lo fissai.
<< Io sarò sempre il tuo amico, anche se frequenti quella Lisa.>>, a pronuciare il suo nome, lo
fece disgustosamente.
<< Dai.>>, gli diede una pacca sulla spalla.
Sorrisi.
Mi fissò per un minuto serio.
Mi sentii stranita da quel suo guardarmi serio, quasi spaventoso.
<< E' così che ti voglio, sempre sorridente.>>, mi diede un veloce un bacio sulla guancia.
Lo fissai con le guancie bruciarmi dal rossore.
Mi sorrise come niente, spostando lo sguardo davanti a lui.
<< Ho visto la bambola che ti ha regolato, insomma sai chi.>>, cambiò argomento poi.
<< Lisa.>>, aggiunsi.
<< Sì, insomma.. lei.>>, lo vidi muovere la sua testa. << Davvero ti piace giocare con quella
cosa? Sbaglio o non lo trovavi terribilmente noioso per essere un gioco?>>, mi fissò.
<< Sì, lo pensavo.>>, ricambiai il suo sguardo. << Ma giocandoci e tutt'altra cosa. È bello.>>,
abbassai lo sguardo.
Notai la sua mano diventare lattea nel stringere il ramo.
Era un fifone cronico.
<< Ti piace stare con lei.>>, non era una domanda.
<< Sì.>>, feci.
Sentii il suo corpo irrigidirsi.
Non era difficile capire che si era un tantino infastidito.
<< Come mi piace stare con te, Tom.>>, poi dissi.
Era la verità.
Mi piaceva stare con entrambi, giocarci insieme non avevo minimente voglia di perderli. Erano
i miei due migliori amici.
<< Mi prometti una cosa?>>, domandai poi, portandomi lo sguardo davanti a me.
Fisso nel mare cristallino.
Anche se non rispose, ebbi la sua attenzione.
<< Potete andare d'accordo, per me? Almeno provateci.. ho bisogno di tutte e due..non voglio
perdervi.>>, dissi. << E' così brutto.>>, fissai il mare.
<< Tranquilla, piccola.>>, mi disse.
Abbassai lo sguardo sulla sua mano calda che aveva appoggiato sulla mia.
Quel tocco mi portò a sorridere. <<Te lo prometto.>>, aggiunse poi.
Guardando sempre la sua mano, sopra la mia, sorrisi.
Mi riaccompagnò a casa verso il tramonto.
Prima di rientare però, feci un salto dalla nonna Matilde, che giorno dopo giorno, stava
diventando sempre più vecchia.
Gli anni l'avevano portata a non vedere più il che la costringevano a stare sempre seduta sulla
poltrona, accanto al camino spento.
<< Nonna!>>, felice le andai incontro, inciampando sul suo bastone semplicemente di legno,
che aveva appoggiato sulle sue gambe finissime.
<< Alice.>>, mi posò la sua mano tremante sopra ai capelli, per poi scendere e disegnare i
lineamenti del mio viso, fino a sentirla, sotto il mento.
Sorrise, mostrando i pochi denti che possedeva, sul giallino.
<< Sono io.>>, sapevo della sua ciccità e mi rattristava molto.
Non vedere niente più, con la possibilità di dimenticare come sono fatte le cose, il sole, il mare
e le persone a cui non ne puoi fare a meno, era una cosa orribile.
Quando mi comunicarono che non vedeva altro che buio, incuriosita cercai di provare le stesse
cose, chiudendo gli occhi.
Era semplicemente brutto, io odiavo il buio, non vedere niente mi spaventava e l'idea che non
c'era più niente da fare, per recuperare la vista, mi metteva tanta tristezza. << Sono venuta a
salutarti e sapere come stavi.>>, mi lasciai accarezzare dalla sua mano ruvida e fredda.
<< Che brava bambina.>>, mi disse. << Mi fai ancora emozionare alla mia età, bambina.>>,
raggiunse la mia mano, per racchiuderla quel che riusciva, dentro la sua.
<< Che vuol dire emozionare?>>, le domandai curiosa di sapere.
Sorrise appena.
<< Che mi rendi felice, ecco cosa significa.>>, mi rispose. << Sono persone come te che, mi
danno ancora la forza di andare avanti. Sono persone come te, bambina che non mi fanno
pensare del tutto alla morte.>>, mi disse.
Sentii dalla loro minuscola cucina, insaccata dietro a un semplice arco di pietre, un schiarirsi di
voce.
Subito dopo sentii la nonna sospirare tristemente.
A farlo, era stata la mamma di Tommaso.
<< Buonasera Alice.>>, una donna enorme, dalle spalle enormi, si materializzò davanti a me.
Anche se non mi aveva fatto niente, ero spaventata da quella donna. Sembrava una montagna,
così minacciosi i suoi piccoli occhi cioccolato, gli stessi che aveva ereditato Tommaso, il suo
secondo genito.
Sussurrai quello che era un saluto, distogliendo lo sguardo.
<< Tommaso.>>, poi chiamò suo figlio che si era disteso sul divano a tirare la palla su e giù.
<< Quante volte ti ho detto che non voglio che porti quel coso dentro.>>, usò del tono gelido.
Mi dava l'espressione gelida.. distante e per niente amorevole, come lo era mia madre.
Lei non smetteva mai di baciarmi, abbracciarmi e preoccuparsi di me, e anche se facevo
capricci e ne facevo tanti, non era così gelida come sentivo in quella donna.
Tommaso sospirando appena, smise di giocare a palla, appoggiandola sul divano.
<< Ho preparato il latte per Lea, dalla da mangiare, ho da fare alcune commissioni per la
cena.>>, disse poi. << E' nel suo letto.>>, aggiunse poi.
<< Certo, mamma.>>, si alzò, andandole incontro.
Prese quello che era il suo biberon di latte caldo e s'incamminò verso il corridoio che portava
nella zona notte.
Lea era la terzogenita dei Scapece, l'unica femmina prima dei due maschi.
Era rimasta incinta della piccola Lea, a pochi giorni del suo quarantesimo anno di età.
Era stata una gravidanza inaspettata, un po' fuori luogo, ma fu contenta che tra i due maschi
Riccardo e Tommaso, fosse nata una bella femminuccia.
Mi ricordo il giorno della sua nascita, era a febbraio, in un pomeriggio di pioggia, che la
piccola Lea venne al mondo sul letto dei propri genitori.
Ero insieme a Tommaso non tanto curioso di come lo ero io, mentre sentivamo le grida della
signora Scapece, torturarci le orecchie.
Ero lì, anche perchè la mamma si era proposta nel dare una mano andando avanti e indietro con
bacinelle d'acqua calda e tovaglie pulite.
Non sapevo esattamente cosa stesse succedendo lì e il perchè la signora Scapece urlasse di
dolore, in quella maniera.. ma ero così emozionata.
Per me che ero figlia unica, avere un fratellino o una sorellina, mi rendeva felice.
Era bello prendersene cura, come con Lisalice.. solo che l'unica differenza la piccola Lea non
era una bambola.
Ero così curiosa di vederla, com'era fatta e se assomigliasse a Tommaso e questo voleva dire
alla signora Scapece o a Riccardo, una fotocopia perfetta del padre.
Ad entrare per primo, fui io saltellando, seguita da Tommaso mentre Riccardo undicenne era
andato ad avvisare della nascita a suo padre che stava lavorando e ancora non rincasava.
La vidi.
Era così paffuta, dalle guancie rosse, avvolta dentro la copertina dove dormiva beatamente.
Non assomigliava affatto alla signora Scapece, almeno così mi sembrava in quel momento.
Era così bella.
L'idea di avere anche io una sorellina, mi impossessò e per mesi, chiedevo alla mamma se
poteva regalrmene una.
Una vera, come Lea e non come Lisalice che in quel momento l'avevo messa a dormire nel mio
letto.
Lei mi guardava semplicemente e sorridendomi, si limitava ad accarezzarmi dolcemente i
capelli.
Tornai a casa e quando aprii la porta mi trovai improvvisamente in braccio alla mamma, senza
nemmeno accorgermene.
<< Amore, sei qui.>>, mi strinse più forte. << Mi sono spaventata, sai.. non farlo mai più. Non
tornare a casa dopo le cinque di pomeriggio. E' pericoloso fuori.>>, mi mise sul fianco, e con la
mano libera, mi sfiorò la punta del naso. << Stavo per venirti a cercare.. ho ancora il cuore che
mi batte forte per lo spavento.>>, aggiunse poi.
<< Scusami mamma, non lo faccio più.>>, l'abbracciai, appoggiando la testa sulla sua spalla,
facendomi solleticare dai suoi capelli.
<< Dovrei essere io quella a scusarmi, bambina mia.>>, mi diede un bacio sul collo. <<
Prometto che non ti farò mai più arrabbiare. Sei tutto per me, la mia vita.>>.
Sorrisi appena, mentre mi facevo coccolare dal suo buonissimo profumo di mamma.
Buttando le mani intorno al suo collo, la strinsi per quel che riuscivo più forte a me.
Improvvisamente il brontolio del mio stomaco, fece sorridere la mamma.
<< Che dici, prepariamo la cena?>>, mi fissò negli occhi, dopo che mi staccai da lei,
abbastanza da vederla in viso.
Annuii sorridendo.
<< Voglio le patatine fritte!>>, buttai le mani in aria.
<< Va bene.>>, mi mise a terra. << A patto che mi aiuti. Sei una signorina ormai, dovrai pur
imparare a cucinare.>>.
<< Cosa significa essere signorina?>>, la guardai.
<< Che sei grande.>>, mi spiegò.
Sì ero grande.
Annuii.
La seguii e guardandola, imparai a sbucciare le patate controllandomi che non mi tagliassi.
L'inizio fu difficoltoso, ma con la mia voglia di impare, come a scuola, non ci avrei messo
molto, a diventare brava come la mamma.
Restai solo a guardare, perchè non ero ancora pronta, le patate tagliate, bollire nell'olio bollente
e quando furono pronte, ci mettemmo finalmente a tavola.
Ero così orgogliosa per aver dato il mio primo contributo in cucina e non smettevo di sorridere.
<< E con questo non mi hai dato altro che la conferma che sei un ottima cuoca.>>, m'interrose
Tommaso, portandomi alla realtà.
Confermai facendo spallucce.
Intanto aveva cacciato il suo cellulare e picchiettò sullo schermo.
Lo accompagnai con gli occhi.
<< E a proposito di mangiare, ho ordinato alla rostecceria. È a pochi metri da qui, spero che
non faccia schifo.>>.
Era giunta l'ora di pranzo.
Notai che il tempo lì era tiranno.
<< Qui, il cibo è uno dei patrimoni più importanti.. ci si tiene quasi come i santi.>>, sorrisi
appena.
Spostai al di là, verso la cucina a gas, lo sguardo.
Davanti ai miei occhi, si disegnò la figura esile della mamma impegnata a fare i suoi
manicaretti, mentre io curiosa, cercavo di imparare passo per passo.
Un giorno avrei cucinato per papà, quando sarebbe tornato. Sarebbe stato orgoglioso della sua
bambina che stava diventando grande.
<< Saremmo stati felici noi tre, se solo io fossi stata abbastanza forte da sopportare tutto. >>,
sospirai appena. << Se solo sarei stata così coraggiosa.. non dovevo andarmene da qui.>>.
Notai gli occhi meravigliosi di Tommaso, fissarmi.
<< Perchè te ne sei andata da qui?.>>, mi domandò.
Lo guardai per un istante.
Pe te.
Se me n'ero andata, l'ho fatto solamente per te.
<< Perchè ero costretta a farlo, qui non avrei retto. Dovevo pensare solo a te, e restando qui,
non ne sarei stata in grado. La sua presenza, il suo ricordo, era troppo per fare finta di niente.
Mi avresti solamente odiato.>>.
<< E chi te l'ha detto.>>, fece lui. << Ti avrei aiutata. Ci saremmo dati una mano a
vincenda.>>.
Ero emozionata da quelle sue parole piene d'amore. Non c'era niente di più bello al mondo, di
quella sua dichiarazione.
<< Eri un bambino e dovevi essere come tale.>>, risposi. << Non volevo assolutamente che per
colpa mia, dovevi crescere presto. Restare a casa, invece di giocare con i tuoi amichetti.>>.
<< Dimmi..>>, prese per un secondo pausa. << Perchè te ne sei dovuta andare da qui? Per
colpa sua? E' stato lui a mandarti via da qui? Ti ha costretto lui?>>, i suoi occhi divennero di
rabbia.
La cosa non mi piacque.
Non doveva azzardare a parlargli in quel modo, nè lui che era suo figlio, nè nessun altro.
<<Quando gli hai detto di me, che aspettavi suo figlio, ti ha lasciata?>>, aggiunse poi.
<< Non lo avrebbe mai fatto.>>, si accorse del mio tono gelido. <<Lui non voleva lasciarmi.
Tantomeno lo avrebbe fatto con te. Sei suo figlio, non si sarebbe mai azzardato a farlo. Lui non
ci avrebbe mai lasciato.. era la sua promessa.>>.
<< E allora dov'è?>>, la sua rabbia crebbe, forse gli dava fastidio che lo difendevo, nonostante
ci avesse lasciato completamente soli. << Non mi sembra che sia rimasto con noi? Se davvero
te l'aveva promesso, perchè non è rimasto con te.. con noi?>>, s'indicò.
Le sue labbra s'irrigidirono dalla rabbia.
<< Perchè non ha potuto.>>, risposi. << Non ha potuto, ecco perchè.>>, aggiunsi in preda dal
dolore di quel momento e rabbia per quelle parole.
<< Non ha potuto.>>, aprii le braccia, fingendosi sorpreso.
Conoscendolo, sapevo che aveva già dato la sua sentenza. << E come mai?>>, mi fissò gelido.
Gelido per sembrare così patetica, ancora innamorata e illusa di quell'amore, come una
ragazzina tredicenne alle prime armi. << Cosa doveva fare di così importante da non poter stare
con noi.. cosa mai gli sarà successo?>>, quel suo tono non mi dava completamente fastidio.
Mi provocò un vortice di rabbia, accendersi dentro al mio stomaco.
<< Tu mi credi così patetica.>>, non era una domanda.
<< Io voglio solo che capisci come stanno le cose, tutto qui.>>, continuò lui.
<< E come stanno le cose, dimmi?>>, avevo gli occhi pieni di rabbia e lacrime.
<< Che ti ha mollata.>>, fece lui. << Non ci ha voluto. Non voleva questa di famiglia, sei stata
solo un avventura.. parole dette così, solo per il suo scopo e quando ha saputo che eri incinta, se
ne sbattuto. Cazzo, aveva solo sedici anni, era un ragazzino.>>, appoggiò le mani sul tavolo.
<< Chiunque a sedici anni, scapperebbe a una notizia del genere. Mamma, ti voglio bene e non
sai quanto. Ti ammiro, sei la mamma più coraggiosa che esista, con le palle, crescendo a soli
sedici anni me, ma non puoi morire ancora d'amore per quello che è il mio vero padre. È andata
così, lui ci ha abbandonato. Non ci voleva.>>, la sua voce divenne sempre più flebile, finendo
quasi in un sussurro, cercando di non essere troppo brutale, sbattendomi la realtà in faccia.
<< Ti stai sbagliando di grosso. Le cose non stanno così. Lui sarebbe rimasto con noi, se solo
avesse potuto.>>.
Notai il suo corpo irrigidirsi.
<< Ne sei proprio sicura.>>, accompagnò con un gesto di testa. << E allora dimmi, perchè non
ha potuto? Come mai non ha potuto, cosa gli è successo da non poter rimanere?>>, disse con
tono più calmo, ma sempre un po' gelido.
<< Perchè è morto.>>, lo buttai fuori tutto in un fiato.
Lo vidi guardarmi fisso, senza muoversi di un millimetro. << Ecco per non ha potuto.>>,
aggiunsi, lasciandomi andare.
Mi ripresi dalle mie lacrime, soffiando il naso, una volta che recuperai il mio fazzoletto bianco,
che portavo sempre dentro la mia tasca.
Cercai di smettere di piangere, non volevo sembrare così patetica e fragile, sotto agli occhi di
mio figlio.
Infine mi pulii le lacrime agli occhi.
Per fortuna avevo smesso di truccarmi.
In realtà non lo facevo quasi mai, solo nelle occasioni più importanti, facendomi ovviamente
aiutare da quella che era la mia estetista di fiducia.
Nel giornaliero, mi bastava semplicemente la mia crema, del kajal, due goccie del mio
profumo e nient'altro.
<< Scusami, non voglio che mi vedi in questo stato.>>, dissi, nello stesso momento che mi
riempii il bicchiere d'acqua per riprendermi.<< Sembro così patetica.>>.
Sorseggiai un goccio d'acqua.
<< Piangere non ha età.>>, fece lui, muovendosi appena dentro al suo posto. << Non c'è niente
di male, anzi serve molto farlo.>>, spostò lo sguardo su di me.
Accennai un debole sorriso, dopo aver buttato giù altri sorsi dell'acqua.
<< Dovrei essere io a dirti scusa, invece.>>, distolse lo sguardo, pentito per quelle parole di
poco fa. << Non dovevo azzardarmi a dire quelle parole, non prima di conoscere come stanno
le cose. Mi conosci, sai come sono fatto.. perdo facilmente la pazienza.>>.
Chiusi per un istante gli occhi. << Lo so. E non solo perchè ti ho cresciuto, ma perchè sei
uguale a tuo padre. Come goccie d'acqua, in tutti i sensi. Ti ho già vissuto.. praticamente.>>.
Notai Tommaso sorridere appena.
<< Com'è successo?>>, mi domandò.
<< In un incidente, con la sua moto.>>, spiegai. << Se ne innamorò immediatamente, quando a
quindici anni, il vecchio padrone aveva deciso di rottamarla. Lavorando in officina meccanica,
comprò quell'ammasso di ferraglia e l'aggiustò fino a renderla nuova.
Divenne la sua passione, e con il giubbino di pelle, in sella alla moto, faceva impazzire
chiunque ragazza.
Era il tipico James Dean mediterraneo, si poteva dire.
Era famoso tra le ragazze del nostro liceo.. erano tutte innamorate di lui e non gli facevano altro
che ronzargli addosso.
Io ho sempre odiato quella moto, mi spaventava. Era un coso infernale e non avevo intenzione
di salirci, quando lui me lo proponeva.
Ogni volta che sentivo il rumore del motore o sgassare, perchè amava la velocità, mi faceva
tanta paura. Mi metteva terrore lui, in sella a quella moto.. gli ripetevo sempre di andare piano
o gli proponevo di camminare a piedi, come a me piaceva, ma con nessun risultato.>>,
terminai.
<<Piccola, stai tranquilla.. non preoccuparti inutilmente.>>.
Ricordai le sue parole che mi disse, sotto ai piedi della quercia, quando mi raggiunse con la sua
moto.
Si sedette accanto a me, mentre stavo finendo il tema che la professoressa di Italiano ci aveva
assegnato.
Era un giorno assolato per essere autunno, con un soffio di vento che non guastava, passando
tra una foglia all'altra ingiallita, facendola tremare o addirittura cadere.
Intorno a me, era tutto così bello.. un aspetto magnifico.
Le foglie colorate di giallo e marroni, intorno a me, rendevano il parco, il nostro posto, così
spettacolare.
Un quadro dipinto da un bravissimo pittore.
Procurava tante belle sensazioni, come quella di benessere e aiutava molto alla mia
concentrazione.
Era un tema su Dante, descrivere le sue opere, e su come la pensava e altro.
Di concentrazione me ne serviva e anche tanto.
Sentii il suo viso, avvicinarsi a me lentamente al mio.
Le mie guancie si accesero di rosse.
Era quel periodo che mi ero scoperta innamorata pazza del mio migliore amico, ma lui non
n'era a conoscenza.
Lui era già impegnato con un'altra ragazza e a vederlo di come sorrideva e senza smettere di
sbacciucchiarsi, era davvero pazzo di lei.
Questo ovviamente non mi metteva di buon umore, anzi sentivo la mia rabbia ribollire ogni
volta che lo vedevo così perso per lei.
Era più forte di me.
Non avevo deciso io di innamorarmi di lui, non sapevo nemmeno come fosse successo, quando
e sopratutto come, ma lo amavo.
Per me più che bello, magnifico come me lo aveva descritto Lisa, raccontandomi della sua
storia d'amore, era una tortura.
Faceva male, mi graffiava nello stomaco e non c'era niente di bello, nel vederlo innamorato di
un'altra.
Non mi faceva un bell'effetto, sapere innamorato di un altra invece che di me. Faceva male,
soffrire per quei sentimenti che provavo e non potevo dirgli niente.
Avrei solo rovinato la nostra amicizia e io, non avrei sopportato questo. Non dopo che Lisa, per
motivi famigliari, si era dovuta trasferire definitivamente nel Trentino.
Avrei perso l'unico migliore amico che mi era rimasto.
Quel suo modo di avvinarsi a me, mi fece accendere del tutto, come fuoco a contatto con la
benzina.
Sentii improvvisamente il sudore avvolgermi a causa del cuore che stava emanando così tanti
battiti, come se avessi corso tutta Napoli, non tralasciando nemmeno un suo quartiere.
<<Sennò ti vengono le rughe.>>.
Scherzò.
Lo fulminai con lo sguardo, mentre se la rideva con la sua bellissima risata.
Guardandolo, bello come il sole, sentii dentro la voglia di baciarlo.
Di assaggiare il sapore delle sue labbra.. dovevano essere così buone, dolci da succhiarli fino a
consumarli.
Mi strizzò l'occhio e si alzò, recandosi verso la sua moto.
Recuperò il casco e lo indossò.
Sentii un improvviso vortice di vento, gelarmi del tutto e non dipendeva dalla sera che stava
calando, ma dal suo andare via da me.
<<Dove vai?>>.
Domandai.
<<Ho una cosa da fare.>>.
Si mise in sella alla moto e una volta tolto il cavaletto, l'accesse in un sol colpo.
<<Dovresti andare anche tu.>>, spostò lo sguardo verso il tramonto. Il sole era calato del tutto,
all'orizzonte del mare.
<<E' tardi.. fra poco scende la notte.>>, mi strizzò l'occhio.
Annuii e lui se ne andò.
Lo accompagnai con gli occhi, sospirando appena.
Sapevo benissimo cosa avesse da fare. Doveva vedersi con lei.
Ritornando in realtà, Tommaso stava fissando un punto sul pavimento con le braccia
incornicciate sul suo petto.
Stava per dire qualcosa, ma il bussare della porta, catturò la sua attenzione.
<< Deve essere il pranzo.>>, si alzò e andò immediatamente ad aprire.
Pagò il fattorino e aiutandosi con il piede, chiuse la porta e appoggiò l'enorme busta bianca di
plastica sul tavolo.
Tirò fuori tutto, disponendoli sul tavolo, aveva preso altre due bottiglie di acqua.
Presi un primo boccone di pasta al forno.. era davvero ottima, calda al punto giusto.
Finito di mangiare, resettai tutto, mentre Tommaso era uscito un attimo. Qualcuno del suo
lavoro, un cliente da come avevo intuito, lo aveva chiamato.
Era a telefono da un quarto d'ora ormai e nell'attesa, regandomi sul vecchio divano, accanto alla
tv, dove ci passavo un po' del mio tempo, per non pensare a Tommaso e i sentimenti che
provavo per lui, cercando di tenere la mente più occupata possibile.
Appoggiando la mano sulla mia guancia, chiusi per un istante le palpebre.
Era un bel pomeriggio d'estate, afoso e caldo per stare chiusi in casa.
Fuori c'era un casino, bambini, ragazzi che si divertivano a giocare, mentre gli adulti si
rilassavano dopo il pranzo, facendosi accarezzare dai raggi del sole.
Era davvero bello, ritornare alla mia quotidianità.
Sentii la porta aprirsi e poi richiudersi.
Aprendo gli occhi, vidi Tommaso mentre picchiettava sul cellulare.
Il touch.. quello che era stato capace di fare la modernità.
Io di quei aggeggi non ne capivo niente, ero fedele al mio vecchio cellulare con lo sportello e
sopratutto i tasti.
<< Problemi?>>, gli domandai.
Lui senza alzare lo sguardo, si sedette accanto a me, continuando a picchiettare lo schermo del
suo cellulare.
<< Dovresti dargli tregua..credo.>>, aggiunsi divertita.
<< Sto salvando alcune novità che l'agente segreto mi ha appena comunicato.>>, mi rispose,
accennando un sorriso.
<< Agente segreto?>>, lo guardai sbalordita. << Da quando siamo finiti in un film d'azione?>>,
dissi. << Non me ne sono resa conto.>>.
Lo trovò divertente.
<< La signora Sabatini, la ex moglie del mio cliente..>>, cacciò nuovamente il cellulare nei
jeans.<<.. ha agganciato questo agente per spiare il suo ex marito. Trova un pretesto per
renderlo colpevole per la fine del loro matrimonio, accusandolo di tradirla.>>, sospirò poi.
<< E cos'ha scoperto?>>, dissi.
<< Un bel niente.>>, incurvando con la schiena, appoggiò i gomiti sulle sue ginocchia, unendo
le mani.
Il suo viso si disegnò nello schermo del vecchio televiosore andato del tutto.
<< Il mio cliente è pulito. Non ha mai tradito sua moglie nell'arco del matrimonio. È stato
fedele.>>, mi spiegò.
<< Uno dei pochi uomini, che ci sono in circolazione.>>, feci con una punta di ironia.
<< Già.>>, sussurrò, iniziando a muovere il piede.
Vidi il suo sguardo diventare triste e pensieroso.
Sapevo che stava pensando al suo matrimonio. Al tradimento di Samira.
<< Se pensi che Samira è una traditrice come molti egoisti, che pensano solo al loro di
benessere, ti sbagli di grosso.>>, gli comunicai.
Tommaso si abbandonò del tutto allo schienale.
Non spostò di un millimetro lo sguardo fisso davanti a sè.
<< Penso che sia finito.>>, fece. << il nostro matrimonio, intendo.>>, mi guardò.
Diladai gli occhi.
<< Ma che dici!>>, esclamai. << Tu sei pazzo di quella donna. Non ne puoi farne a meno, l'ami
da morire.>>, aggiunsi poi.
<< Non ce la farei.>>, disse poi.
<< A cosa?>>, domandai quando intuii che non avrebbe continuato.
Intanto aveva portato di nuovo lo sguardo in avanti.
<< Al fatto che mi ha tradito.>>, fece. << Sai benissimo come sono fatto, riporterei sempre in
galla quel particolare.. combinerei solo dei casini.>>.
<< Tu ce la devi fare. Ce la farai.>>, dissi. << Insieme ce la farete. Voi due siete innamorati. Il
vostro amore è così forte che riuscirete non a dimenticarlo, ma a renderlo così insignficante, un
piccolo puntino che non vi darà nessun fastidio.>>.
Mi fissò serio per un minuto.
<< Ne sei sicura.>>, non era una domanda. << Perchè io meno ci penso e più mi rendo conto
che non faccio altro.
Pensare a mia moglie in un letto che non è il nostro. Sotto le lenzuola che non sono le nostre.
Muoversi su un corpo che non sono io, farsi toccare dalle mani che non sono le mie...>>, portò
la testa all'indietro, appoggiandola sul bordo dello schienale, mettendo in risalto il suo collo.
<< .. quella sera avevo capito che non era più mia.. aveva un altro odore. La sua pelle non
profumava più di me.>>.
Vidi nell'angolo dell'occhio, una lacrima farsi strada.
<< Appunto per questo che dovete parlare. Risolvere questa situazione al più presto, per capire
come stanno le cose.>>.
Tommaso scosse un paio di volte la testa, come da bambino quando inziava a fare i capricci e
non mi ascolatava.
<< Ho paura. Non posso. L'idea che è finito mi fa star male.. l'idea che non sarà più mia mi
fa..>>, non andò avanti.
Non aveva parole giuste per spiegare cose gli procurava quel particolare.
<< Allora combatti, tesoro.>>, lo rianimai. << Tu l'ami e su questo non ci piove, combatti..
riprenditi quello che è tuo, come un guerriero.. non fare come me, che sono stata debole da
scappare via da qui.>>.
<< E' diverso, mamma.>>, fece lui, fissandomi. << Hai dovuto scappare per il tuo bene, per
riprenderti da quella brutta perdita.. ti capisco se sei dovuta scappare via da qui.>>.
<< Io non volevo scappare, almeno non all'inizio.>>, quella frase catturò l'attenzione di mio
figlio. << Io volevo stare qui. Morire nella mia stanza, dove lo stesso giorno del suo incidente,
avevamo passato tutta la giornata, marinando la scuola a letto insieme.. io volevo morire
lentamente dentro ai miei ricordi.. era un modo per tenerlo vicino. Io non volevo assolutamente
scappare da lui. Volevo stare con lui.. non cercavo altro.
Se ho preso la decisone di andarmene, non è stato per tuo padre, ma per te tesoro.>>, feci.
<< Cosa?>>, mentre lo disse, si alzò con la schiena.
I suoi occhi meravigliosamente cioccolato, mi invasero interrogativo.
<< Se ho preso in mano la mia vita, rinata e cambiato pagina, è stato solo per te.
Sentii il dottore dire alla mamma, dopo avermi visitata, che se continuavo così, potevo rischiare
di perderti.
Mi è bastato solo quelle parole per farmi ritornare in me. Svegliarmi da quello che era diventato
il mio coma.
Capii che restando qui, non sarei riuscita a prendermi cura di te. Sarei finita solo a farti del
male, so che sembra una schiocchezza o una cosa da pazzoidi, ma da ogni parte lo vedevo.
Lo vedevo dappertutto.. scene di noi che ci baciavamo. Il suo sorriso che mi regalava... l'idea
che lui non ci fosse più, mi distruggeva. Mi portava a morire lentamente.
Non potevo restare qui, non da quando c'eri tu.
Eri il mio raggio di sole che mi illuminavi quel buio che era diventata la mia vita.
Sei il nostro amore.
Tu, sei la promessa che mi aveva fatto quando io e tuo padre avevamo fatto l'amore per la
prima volta.
Non potevo non andarmene da qui. Eri tu, il mio unico obiettivo. Io non esistevo più.. c'eri solo
tu. E dovevo prendermi cura di te.>>, gli dichiarai.
Le labbra di Tommaso inziarono a tremare. Chiuse un attimo le palpebre, spostando la testa a
tre quarti.
<< Così mi sono ritrovata a Milano, in cerca di un lavoro e di una sistemazione. E sono finita a
lavorare per conto dei Marchersini.>>, terminai poi.
<< Non hai mai amato papà?>>, mi domandò.
Sapevo che si stava riferendo a Dante Marchersini.
Il mio sospiro, confermò un no.
Scosse la testa.
<< Dante sapeva del tuo vero padre. Gli avevo raccontato di lui. Era stata la prima cosa che ho
fatto, quando mi ha chiesto se volevo diventare sua moglie.>>.
<< Però hai accettato.>>, notò lui.
<< Ho ceduto, devo ammetterlo.>>, feci. << All'inizio non volevo accettare. Era ingiusto.. non
ricambiavo se non stima, nient'altro. Devo ammettere che è stato il primo e l'unico a farmi stare
bene. A farmi sorridere di nuovo, dopo tanto tempo e devo ammettere che le sue barzellette,
non erano poi così male.>>.
Notai Tommaso sorridere.
<< Beh, ma neanche una cima.>>, aggiunse lui.
<< Neanche.>>, confermai.
Abbassai lo sguardo sulle mie gambe.
<< Ho accettato di sposarlo per come si comportava con te. Non ti conosceva nemmeno e già ti
amava come un suo figlio. Ti leggeva le favole dentro alla mia pancia, delle sue giornate e di
quanto sua madre era così antipatica.
Lei non mi aveva mai visto di buon occhio.. e andò su tutte le furie, quando notò l'interesse di
suo figlio per me. Per te.
Cercò di allontanarlo, facendogli presentare belle e sopratutto ricche, ragazze. In confronto, io
ero una bambina e anche incinta.>>.
<< Ma lui si era innamorato di te.>>, confermò Tommaso.
Annuii.
<< Ho sbagliato a sposarmi con lui, lo ammetto.>>, portai lo sguardo in avanti. << Sapevo che
non sarebbe stato giusto.. avrei creato solo casini.>>.
<< Quali casini?>>, mi domandò.
<< Il nostro non era un matrimonio come tutti gli altri. Io e Dante non abbiamo mai fatto
l'amore.
Per quanto lo desiderasse, era cosciente che non mi avrebbe avuta del tutto. Non come lui
desiderava. Per lui, era come costringermi.
So che può sembrare strano, ma io avevo smesso di amare dopo la sua scomparsa.
So che non sono la sola che succede questo tipo di cose, che la vita è imprevedibile, si va avanti
e ci s'innamora nuovamente, e sono contenta.
Non c'è niente di più bello, ma non per me.
Io di Tommaso Scapece, non ne potevo fare a meno. Non posso tutt'ora.
Ero sua.. e non desideravo altro.
Se ho sposato Dante, è perchè si era innamorato di te.. eri suo figlio, pensavo che sarebbe stato
bello darti un papà.
Io l'avevo perso da piccola, sapevo quello che si provava.. era doloroso. Non volevo che ti
mancasse un pezzo importante della tua vita.
Dante Marchesini, era quello giusto.>>, spiegai.
Notai Tommaso portarsi i capelli all'indietro. << Sembra una cosa sciocca, ma per te Dante è
stato molto importante. Ti amato più di ogni altra cosa.
Sei sempre stato suo figlio.
Pensavo che fosse l'unica soluzione giusta.>>.
<< Credo di sì.>>, quella sua frase, mi spiazzò. << Ma dovevate dirmi che non ero il figlio
biologico. Tu.. >>, mi guardò. <<.. dovevi dirmi tutta la verità. Io non ti avrei mai potuto
odiare, beh mi sarei incazzato.. era pur normale, ma sarei tornato da te. Da papà, siete sempre i
miei genitori. Dante lo sarà sempre e nonostante tutto, non avrebbe mai smesso.>>.
<< Lo so.>>, sussurrai appena, accarezzandolo il braccio. << Mi dispiace, tesoro.>>, aggiunsi
poi.
Portò lo sguardo sul pavimento.
<< Raccontami ancora di lui. Di com'è nata la vostra storia d'amore.>>, disse poi.
Con un sorriso confermai.
Prima di arrivare al giorno in cui mi scoprii innamorata di Tommaso, dovevo raccontargli
ancora un'altra cosa.
Il trasferimento di Lisa.
Stavamo frequentando l'ultimo anno delle medie.
Non eravamo più delle semplici bambine. Eravamo cresciute.
Io lo ero, anche se non di tanto.
Non mi ero allungata molto, ma in compenso le mie gambe cicciotte si erano snellite, come le
mie braccia.
La mia pelle era sempre più rosea e gli occhi muschio si erano un po' allungati agli angoli, ma
non esageratamente.
I capelli con il tempo erano cresciuti, scurendosi un po'.
Ero abbastanza grande per portare i capelli legati in due semplici treccine e quasi sempre,
preferivo portarli sciolti.
Le punte finivano fin sopra alla mia spalla, accompagnando in un modo sinuoso, quelli che
erano i miei capelli.
Lisa a differenza di me, era molto alta e snella. Il suo corpo raccontava le sue forme che a
differenza delle mie, erano ben formose, sotto la camicetta bianca.
Portava i capelli biondi lunghi con una bella frangia che risaltava i lineamenti del suo viso.
Era la ragazza più bella della classe, ma anche della scuola.
Molti ragazzi, escludendo Tommaso, erano pazzi di lei.
Il rapporto tra i due, ovviamente non era migliorato.
Anche se in quel periodo non me n'ero accorta, Tommaso si era allontanato da me.
Erano pochi, quasi rari i giorni che non passavamo del tempo insieme.
Nel nostro posto, da soli.
Ormai stavo sempre con Lisa a controllare i compiti mentre parlavamo di ragazzi.
Era un argomento nuovo per me, ma aveva il suo fascino.
Ero troppo cresciuta per accorgermene del nostro allontanamento. Con Lisa stavo così bene,
entrambe ragazze, avevamo molte cose in comune e crescendo, la bambina che era in me, il
maschiaccio, si era fatto da parte, lasciando posto alla signorina che ero diventata.
Era metà maggio, in aria si iniziava a sentire l'aria di estate.. la mia stagione preferita.
Ogni volta che veniva, ero felice.. come rinascere tutte le volte.
Adoravo l'aria calda, accarezzarmi la pelle. I raggi del sole che mi coccolavano. Non c'era,
almeno per me, un modo per rilassarmi del tutto.
Avevo finito in fretta la mia colazione, appunto per abbandonarmi alle carezze dei raggi del
sole.
Mancavano cinque minuti all'inzio delle lezioni, non volevo sprecare nemmeno un minuto,
prima di chiudermi in classe.
<< Cavolo!>>, sentii improvvisamente la voce di Lisa avvolgermi.
Si sedette sul secondo scalino, appoggiando i suoi piedi accanto a me.
Le giornate erano calde, per iniziare a indossare vestiti leggeri. Una camicia smanicata dalla
stoffa leggerissima, le disegnava appieno il suo seno abbondante.
Guardandola, mi sentii quasi un estranea, fuori luogo per il mio di seno che non aveva
intenzione di crescere, sotto alla mia di camicetta.
Aprii gli occhi, alzando la testa verso di lei, per fissarla nei grandissimi occhi.
Il trucco leggero, lì rendevano più belli di quando lo fossero già.
Gli rivolsi lo sguardo interrogativo.
<< Mi sono sporcata la gonna.>>, mi rispose, anche se non mi rivolse lo sguardo.
Era imbrocciata dal fatto che aveva sporcato la gonna, quella che era la nostra divisa della
scuola media.
Il solo pensiero di indossare una cosa macchiata, la faceva terribilmente impazzire.
Portai lo sguardo verso la gonna.
Al suo fianco, spuntava un piccolo puntino verde che non risaltava all'occhio.
<< Dici sul serio?>>, la guardai. << Per quel coso piccolo, non si vede nemmeno.. stai
tranquilla, Lisa.>>, mi portai di nuovo la testa in alto, a farmi coccolare dai raggi del sole.
<< Ma so che c'è.>>, la sua voce divenne fastidiosa. << Uffa, odio sporcarmi.. voglio andare a
casa per cambiarmi.>>, con la mano, strofinava il tessuto, in cerca di togliere la macchia.
La presi sul ridere.
<< Piccola.>>, la voce di Tommaso mi chiamò.
Sentii Lisa fare un sonoro di disapprovazione quando lo notò.
Per quando avessi cercato di farli andare d'accordo in passato, non c'era stato niente da fare. In
realtà le cose erano cambiate, ma ovviamente in peggio.
<< Tom.>>, portai la testa in avanti, restando seduta.
Stavo così bene e mancava davvero poco al suono della campana.
Mi ritrovai avvolta dentro ai suoi occhi meravigliosamente cioccolato. Non era più il ragazzino,
quel bambino mingherlino con cui giocavo.
Era cresciuto.
Alto più di me e dalle spalle enormi e quel po' di carne che non guastava, aveva preso un bel
po' di chili.
Più cresceva e più assomigliava a sua madre.
Sopra alla sua camicia bianca, portata disordinatamente con un lembo nei jeans e un altro fuori,
nonostante facesse così caldo, non si sbarazzava mai del suo giubbotto di pelle.
Il suo mito era James Dean, e come ogni fan, lo imitava.
Già dall'allora, faceva impazzire le ragazzine. In qualche modo cercavano di stargli sempre
vicino, gironzolandogli intorno come api sul miele, e non facevano altro che sospirare e
sorridere come delle idiote.
Io non capivo il perchè si comportavano così, mi davano un sentimento di patetiche, quando mi
ritrovavo in quella massa di ragazze, intorno a lui a sorridere o parlarli.
Una strana sensazione di fastidio, ogni volta mi graffiava nello stomaco.. per quei abbracci, il
loro saltargli addosso e quando lo baciavano sulla guancia, un po' troppo vicino alla sua bocca,
lasciandogli del rossetto rosso.
Fissandolo, istintivamente mi portò a sorridere.
In quel momento, captai che oltre a salutarci e scambiarci, qualche volta, una parola, magari
cercando la risposta giusta quando il professore lo interrogava, non ci frequentavamo quasi più.
Mi sentii un po' in colpa.
Era un periodo che frequentavo di più Lisa.
<<Uh, guarda un po' chi c'è!>>, fece Lisa, facendosi sentire da lui.
Quando Tommaso sentì la sua voce, sul suo viso si disegnò un espressione di fastidio.
<< Ci mancava solo lui e siamo apposto.>>, aggiunse poi con una punta di ironia.
Tommaso le rivolse uno sguardo minaccioso.
Lei ricambiò.
<< Lisa, dai.>>, le diede una piccola gomitata. << Smettila.>>, aggiunsi poi.
Lei confermò, rivolgendomi i palmi delle sue mani bianche, in gesto di arresa.
<< Tommi, perchè non ti siedi, stai un po' con noi.>>, mi rivolsi poi a lui.
<< Ora non posso.>>, mi rispose, ritrovandomi i suoi occhi addosso. << Magari la prossima
volta.>>, guardò di nuovo, dando uno sguardo fugace a Lisa. << Ciao.>>, mi salutò poi,
accompagnandosi con la mano.
Se ne andò, prima che potessi dirgli qualcosa.
Lo accompagnai, sendendo uno strano nodo in gola, mentre fu fermato da un gruppetto di
ragazzine che non gli davano tregua.
<< Non so proprio come fanno quelle.>>, lo accompagnò anche Lisa con lo sguardo.
Aveva di nuovo un espressione di disgusto. << Come fanno a piacergli un tipo come quello.
Non riesco a concepire una cosa del genere. Può essere anche il ragazzo più bello del pianeta,
ma è così insopportabile e antipatico.>>, portò lo sguardo verso di me.
Notò il mio sguardo fisso su di lui, alle sue spalle, mentre si lasciava toccare dalle ragazze e
sorridere come se avesse appena ascoltato una storia divertente.
<< Che c'è?>>, mi domandò.
La guardai interrogativa, non capendo pienamente alla sua domanda.
<< Non dirmi che anche tu..>>, non andò avanti.
<< Io cosa?>>, distolsi lo sguardo.
<< Dimmi che non ti sei innamorata di lui, no.. ti prego.>>, mi informò.
Io innamorata di Tommaso Scapece?
Ma che le saltava in mente.
<< No!>>, esclamai sbattendo un paio di volte le palpebre. << Ma che ti salta in mente! Tom, è
il mio migliore amico.. un fratello, ma che vai a pensare!>>, aggiunsi sbalordita.
<< Ne sei proprio sicura?>>, mi scrutò lei.
Quel suo modo di guardarmi, mi spaventò.
<< Certo.>>, ero convinta.
Non potevo mai innamorarmi di lui.
Era e sarebbe rimasto solo il mio migliore amico.
<< Perchè sai una cosa..>>, mi catturò l'attenzione. << .. è da un paio di anni, da quando
abbiamo iniziato a frequentare le medie che non vi vedo più insieme.>>, mi fece notare.
<< Al massimo vi salutate quando capita e non vi ho più visti insieme al vostro posto. Dovremo
battezzarlo come il nostro posto, visto che ci andiamo solo noi due.>>.
<< E questo che vuol dire?>>, le domandai.
<< Che in fondo non siete migliori amici..>>, si alzò nello stesso momento che suonò la
campanella. << .. non più.>>, salendo le scale, entrò in classe.
Fissai, anche se non c'era più, dove si era seduta un attimo fa.
Intanto gli altri studenti, stavano entrando senza darmi attenzione.
Stavo pensando su quello che Lisa mi aveva detto.
Mi sentii avvolta da una sensazione brutta, di colpevolezza.
Mi sentivo in colpa, perchè era la verità.
Quello che mi aveva detto Lisa, che io e Tommaso non ci frequentavamo praticamente quasi
più, mi sentii la colpevole di tutto.
Quella che aveva allontanato il suo migliore amico.
Con la nuova amicizia, aveva trascurato del tutto l'altra.
Mi sentii male.
Non passavo più del tempo insieme a lui, nel nostro posto o ad arrampicarci. Anche se eravamo
un po' grandi, ma non abbastanza per arrampicarci o a tirare calci alla palla.
La voglia di vincere era ancora tanto.
Riprendendomi, mi alzai.
Mi trovai davanti Tommaso. Vedendomi, si era fermato davanti al primo gradino.
Ci guardammo per un istante.. non parlammo, anche perchè la vecchia bidella dal camice blu e
grossa come una mongolfiera, con la sua grande voce, ci obbligò ad entrare.
C'incamminammo verso la classe, seguendo i nostri passi. Avevo la testa abbassata.
<< E' successo qualcosa, piccola.>>, mi disse, interrompendo il nostro silenzio.
<< No.>>, risposi, senza alzarmi con lo sguardo.
<< Dimmi che cos'hai.>>, non se l'era bevuta.
Lo guardai di profilo, a pochi passi dalla nostra classe.
La professoressa di inglese, notando la nostra assenza, ci venne incontro.
Con un gesto ci comunicò di entrare in classe.
Era appena iniziata l'ultima lezione della giornata, prima di tornare a casa.
La professoressa di inglese, ci stava insegnando il verbo avere al passato, quando sentimmo
bussare alla porta.
La bidella comunicò che la madre di Lisa, era venuta a prenderla per un emergenza.
Guardai interrogativa, alquanto preoccupata tanto quanto lei, per quella strana comunicazione
che mi deconcentrò dalla lezione.
<< Ci vediamo domani.>>, mi salutò Lisa, dopo aver buttato tutta la sua roba nello zaino e
buttandolo sulla spalla, lasciò la lezione.
Tommaso che era seduto dietro, all'ultima fila, dando le spalle all'enorme finestra, l'unica della
classe, mi fissò interrogativo.
Mi fece capire cosa fosse successo, quando incrociai il suo sguardo.
Feci spallucce.
Finito la scuola, fui l'ultima ad uscire dalla classe.
In realtà non fui l'ultima, Tommaso aspettò che tutti avessero lasciato la classe, prima di alzarsi
dal suo posto.
Me lo ritrovai davanti, facendomi avvolgere dal suo dolce profumo.
Dovevo ammettere che era davvero buono.
<< Cosa l' è successo?>>, si riferì a Lisa.
<< Non lo sa.>>, risposi, fissando il suo banco vuoto accanto al mio. << Era preoccupata e
stranita, da quell'improvvisa emergenza.>>, feci poi.
Accompagnai con lo sguardo mentre si cacciava le mani nelle tasche dei suoi jeans.
Il suo modo di fare, lo trovai così strano.. sexy.
A quel pensiero un po' peccaminoso, mi si accesero di fuoco le guancie.
<< Okay.>>, fece lui soltando, spostando lo sguardo su di me. << Allora, andiamo a casa.>>,
mi propose.
Sorrisi emozionata.
Sembrava come ritornare ai vecchi tempi.
Ripensandoci, non mi ero accorta del nostro allontanamento, finchè Lisa non me lo aveva fatto
notare.
Come in passato, quel giorno caldo, stavamo di nuovo ritornando a casa insieme.
<< Scusami, Tommaso.>>, dissi dopo aver accumulato tutto il coraggio che possedevo.
Sentii il suo sguardo addosso a me.
Doveva abbassarsi un po' con la testa. Un po' mi faceva invidia che era così alto.
Mi faceva sentire ancora più piccola di quando lo fossi già. Un perfetto bersaglio per
Tommaso.
<< Di cosa, piccola?>>, mi chiese, ignaro.
La parola "piccola", non mi dava più fastidio. Con il passare del tempo, rinunciando all'idea di
farlo smettere, mi ero abituata a quel nomigliolo.
Era come se fosse diventato il mio nome. Crescendo, dovetti ammettere che almeno su una
cosa, avevo perso. In realtà su due cose, ripensando a Lisa.
Avevo completamente fallito.
Ma dovetti ammettere che poi non era così male perdere qualche volta. Aveva anche i suoi
vantaggi.
<< Beh, del nostro allontanamento.>>, avevo lo sguardo fisso davanti a me. << Senza
rendermene conto, mi sono allontanata da te.>>, aggiunsi poi.
<< Ti sbagli.>>, quella frase mi catturò.
Lo guardai interrogativo. << Non sei stata tu ad allontanarti.. ma io.>>.
Lo guardai sbalordito.
<<Ho visto che con lei ci stai bene. Avete tante cose in comune e entrambe siete delle ragazze
e appunto per questo, mi sono allontanato.>>.
<< Anche con te ci sto bene. Tu sei il mio primo migliore amico e su questo non ci piove.>>.
Mi posò dolcemente il suo sguardo su di me.
Sentii i battiti del cuore accellerarsi.
<< Lo so.>>, mi sorrise.
Per la prima volta trovai bellissimo il suo sorriso.
Capii il motivo perchè le altre ragazze lo sorridevano quel modo. Come non potevano, con un
sorriso del genere, ti veniva naturale.. senza volerlo.
<< Non ho mai smesso di pensarlo.>>, poi mi disse, buttando il suo braccio sulle mie spalle.
<< Anche se non capisco cosa ti piace in quella. E' così antipatica.. da farti venire i capelli
bianchi, dal nervoso.>>, aggiunse poi.
Scoppiai a ridere, avvicinandomi a lui, sfiorandolo appena, mentre con la mano gli prendevo la
sua che penzolava sulla mia spalla.
<< Strano che voi due non andate d'accordo.>>, feci. << La pensate uguale.>>, aggiunsi.
Lui sorrise.
Una volta a casa, mi preparai qualcosa da mangiare.
Ero sola, la mamma lavorava già da un po' come domestica in una casa di ricconi.
Venivano dal texas, un imprenditore molto famoso e ricco, insieme alla sua famiglia, avevano
deciso di ampliare il loro già maestoso patrimonio, anche in Italia.
Per puro caso del destino, si trasferirono a Napoli per fortuna della mamma, che potè ottenere il
lavoro come domestica.
Dopo la faccenda di papà, anche se erano passati anni e non c'era nessuna novità, io ancora ero
speranzosa sul suo ritorno, la mamma dovette rimboccarsi le maniche. Rimasta da sola, con una
bambina, aveva bisogno di lavorare. E quel lavoro, dalla paga più che buona, fu un miracolo.
Nel piccolo frigo che avevamo comprato da poco, presi alcuni avanzi della sera precedente e
mettendomi ai fornelli, diventando brava quasi come la mamma, mi preparai il mio pranzo.
Tra un boccone e l'altro, facevo i miei compiti.
Per l'indomani avevo solo inglese e matematica, niente di così difficile per me.
Una volta finito, sistemai in fretta e in furia per non far tardi al mio lavoro.
Mancavano cinque minuti alle quattro di pomeriggio e questo voleva dire che i gemelli
Gregoretti, sarebbero usciti dalla scuola elementare.
Erano i bambini di cui mi prendevo cura, due piccoli pesti che ne combinavano di tutti i colori.
Prestavo servizio solo un paio d'ore, aspettando il rientro di sua madre al lavoro, dalla paga
ottima da poter dare una mano alla mamma con le spese di case e metterli da parte.
Lasciando i miei libri di scuola sul tavolo, mi recai a lavoro.
<< Ciao, mamma.>>, esclamai, quando rincasai.
Erano appena le sette e mezza di sera e la sera non aveva ancora intenzione di scendere.
Quel pomeriggio fu proprio terribile per me, i gemelli mi avevano del tutto sfinita. Dovevo
stare sempre in guardia e mai distrarmi un secondo, se non volevo che combinassero dei guai.
In confronto, io da bambina ero una santa.
Notai la mamma che stava cucinando la cena.
Dell'ottimo profumo, mi fece brontolare lo stomaco.
<< Cos'è?>>, le domandai, avvicinandomi alla cucina.
Le fui accanto. << Ha un odore ottimo.>>, vidi nella padella.
<< Sì.. è una specialità texsana.>>, mi spiegò la mamma. << La signora Flynn me l'ha
insegnato. E' davvero una bontà, credimi.>>.
<< Dall'odore che emana, deve essere così.>>, sorrisi appena.
<< Com'è andata oggi?>>, mi domandò, come ogni sera.
Ci raccontavamo tutto.. non avevamo nessun segreto.
<< Sono preoccupata un po' per Lisa.>>, sospirai appena, guardando la mamma girare
quell'intruglio di sugo, faggioli ed altri ingredienti che non sapevo cosa fossero.
In cucina ne sapevo qualcosa, solo però con i prodotti della nostra Italia, i piatti stranieri, non
sapevo nemmeno della loro esistenza.
<< Oggi, all'inizio dell'ultima ora a scuola, sua madre l'ha prelevata per un emergenza. Sono
preoccupata, non vorrei che fosse successo qualcosa.>>.
<< Speriamo di no. So quanto ci tieni a lei.>>, mi strizzò l'occhio.
<< E' come una sorella. Ci vogliamo un mondo di bene.>>, dissi. << Intanto che tu finisci,
preparo la tavola.>>, poi cambiai argomento.
<< Sì, tesoro.>>.
Desideravo tanto che quella notte passasse in fretta e venisse immediatamente l'indomani
mattina.
Volevo vedere Lisa, sapere il motivo per quell'emergenza e sperare che tutto fosse apposto.
Corsi, come se dovessi vincere una gara, per raggiungere al più presto la scuola. Non
vedendola in giardino, mi recai in classe.
La trovai lì, mentre recuperava dentro al suo banco, tutte le sue cose.
<< Che fai?>>, le domandai sulla soglia della porta.
Dal suo sobbalzare, capii che non si era accorta di me.
<< Ali, cazzo!>>, sussurrò sperando che qualcuno dei professori che passavano di lì, non
l'avessero sentita. << Mi hai spaventata.. da quando sei lì a fissarmi?>>, continuò a buttare,
fogli, matite, penne e altro nella sua borsa.
<< Perchè svuoti il banco?>>, le domandai, non rispondendo alla sua di domanda.
<< Ali.>>.
La sentii sospirare.
Sul suo volto, capii che qualcosa era successo e che dovevo preoccuparmi.
<<Io me ne vado.>>, mi fissò. << Mi trasferisco per sempre in Trentino.. i miei nonni hanno
bisogno di un aiuto nella piccola azienda agricola e i miei hanno accettato. Mio padre ha
dovuto farlo, è da un anno che non lavora.. ha bisogno di questo lavoro.>>.
A quelle parole mi sentii male.
Come se il mondo, mi fosse crollato addosso.
I miei occhi improvvisamente si riempirono di lacrime.
<< Ali.. mi dispiace.>>.
Senza dirle niente, corsi verso il corridoio non sapendo in realtà quale fosse la mia meta. Una
volta fuori, strattonai alcuni ragazzi per farmi strada e ovviamente si lamentarono.
<< Ali.. aspettami!>>, venni seguita da lei. << Scusami io non volevo.. ci sto male anche io.
Ma non posso fare altro. Io ti voglio bene, ti prego non odiarmi.>>, mi disse.
Mi fermai di scatto, come se avessi appena evitato un camion in pieno.
<< Anche io ti voglio bene, Lisa.>>, mi voltai verso di lei.
Entrambi eravamo due fontane.
<<Non voglio che te ne vada. Non puoi lasciarmi sola, ho bisogno di te.. cosa faccio senza di
te.>>, mi asciugai le lacrime.
<< Nemmeno io lo vorrei, mi piace stare qui. Con te.. ma non posso.>>, mi rispose. << Sappi
che tu non sei sola.. hai me, anche se saremo lontane. Ci spediremo tante di quelle lettere che la
lontananza non ci farà proprio un baffo.>>, mi appoggiò le mani sulle mie spalle. << E poi,
odio ammetterlo, ma non ti lascio sola.. ti lascio in buone mani.>>, aggiunse poi.
Sorrisi divertita.
Per la prima volta, aveva dichiarato parole che non fossero di odio nei confronti di Tommaso.
<< Anche se per me rimarrà il più antipatico e odioso, lui ti vuole bene. Ci tiene a te.. e non ti
lascerà mai sola.>>.
Annuii con la testa.
<< Promettimi che non ci dimenticheremo, che continueremo a sentirci e ad essere migliori
amiche.>>.
Lei confermò con un sorriso.
<< Promesso. Amiche per sempre.>>, mi porse la mano.
<< Amiche per sempre.>>, confermai.
<< Ai primi tempi dopo la sua partenza è stato davvero brutto. Non facevo altro che piangere e
le lettere non colmavano per niente, la nostra lontananza..>>, le scene si trasformarono nelle
mie parole. << Mi mancava un casino, la scuola non era più la stessa senza Lisa. Mi sembrava
diversa, come se mi avessero messa in un'altra classe.
Ma per fortuna c'era Tommaso con me. Il giorno seguente, senza nemmeno farselo dire, si
sedette vicino a me, divendando un bersaglio perfetto di quelli che erano i suoi amici,
prendendolo in giro.. definendolo un secchione e l'invida delle ragazze, da parte mia per essere
la sua compagna di banco e migliore amica.
Non puoi immaginarti quella mattina quanti sguardi fulminei, di ghiaccio e minacciosi, avevo
ricevuto.>>, la presi sul ridere.
<< Immagino che non ti sarai per niente spaventata di loro.>>, fece lui, ridendo.
<< Non ce n'era motivo di farlo.>>, lo fissai.<< Le reputavo divertenti.. non erano minacciose.
Bastava solo che tuo padre le guardasse, le facesse l'occhiolino e le sorridesse che si
dimenticavano di me, praticamente.>>.
Vidi Tommaso portare la testa davanti a sè, specchiandosi nello schermo del televisore.
<< Tu non eri gelosa?>>, mi domandò.
<< Allora no, perchè per me era solo il mio migliore amico e poi, sapevo che lui non faceva sul
serio. Ancora non era arrivato il momento giusto, la ragazza che gli fece sbizzarrire gli
ormoni.>>.
<< Tu.>>, disse convinto.
<< No.. non sono stata io.>>, ammisi tristemente. << Non si è infautato di me.. a renderlo
pazzo d'amore era stata un'altra ragazza. Fanny.. la sua prima ragazza.>>, spiegai.
Lo vidi sbalordito.
<< E allora, vedendolo così innamorato pazzo di lei, che mi scoprii innamorata del mio
migliore amico. Non è stato semplice, anche perchè all'inizio non volevo accettare i miei
sentimenti che provavo per tuo padre.. non volevo rovinare la nostra amicizia.
Lo conoscevo, sapevo benissimo di quando fosse cotto di Fanny.. se mai gli avrei dichiarato il
mio amore, lo avrei perso.
Specialmente come migliore amico e io non avevo minimamente intenzione.>>.
<< E cosa hai fatto?>>, mi domandò.
<< Niente.>>, sospirai. << Ho continuato a far finta di niente. A ripetermi che non ero
innamorata del mio migliore amico e che un giorno all'altro, avrei smesso di provare quei
sentimenti.>>.
<< Ma non è andata così.>>, terminò lui.
<< Ovviamente.>>, confermai. << Per quanto cercarsi di smettere, mi innamoravo sempre di
più. Non desideravo altro se non lui e l'idea che lui era preso dalla sua ragazza, mi faceva molto
male. Così tanto che, iniziavo a odiare quei sentimenti, Lisa che quando le scrissi quello che
stavo provando quel momento, mi confermò quello che aveva sospettato il giorno precedente
della sua partenza.
Forse se non le dicevo niente, lei non mi confermava quello che io non volevo ammettere, non
avrei sentito quel dolore atroce quando vedevo il mio migliore amico che amavo alla follia,
appiccicato a un'altra ragazza che non ero io, baciava le labbra che non fossero mie e regalare
quel meraviglioso sorriso di cui non ne potevo farne a meno a lei invece che a me.>>.
<< Era così innamorato di questa Fanny?>>, mi domandò lui.
<< Era stata la prima ragazza che gli ha fatto scoprire i sentimenti, ma non era quella giusta.>>.
Gli rivolsi un accenno di sorriso dolce.
Lui ricambiò.
<< Come vi siete dichiarati?>>, aggiunse poi.
<< Litigando. Io in quel tempo avevo conosciuto un ragazzo. Tommaso mi dimostrò gelosia,
quindi io ne approffittai. Giocai quella carta per vendicarmi, ma in realtà era un modo per
averlo vicino.
Fu una sera di autunno, che mi dichiarai a lui.>>.
Ripresi il mio racconto.
Mi soffermai sull'estate che avevo passato interamente con Tommaso.
Quell'estate prima di incominciare una nuova avventura scolastica, l'avevamo passata insieme
alternandoci tra il mare e il nostro posto.
Da quando Lisa era andata via, ritornò ad essere il nostro posto.
In realtà non aveva mai smesso di esserlo.
Fu una bellissima estate, fatta di ricordi solamente belli.. quelli che ti rendono la vecchiaia
meno brutta, di quando lo fosse. Quei ricordi che ti facevano pensare che in fondo la vita non
faceva poi così schifo.. non del tutto.
Non se accanto avevi un amico come Tommaso.
Da un anno esatto, aveva iniziato a lavorare in un officina meccanica, e da poco aveva appena
finito di aggiustare la sua moto.
Fissandolo, notai i suoi occhi a cuoricino, quando ammirava la sua opera.
L'aveva aggiustata lui, facendo in modo che quell'ammasso di ferraglia che era diventata,
essendo stata abbandonata dal vecchio proprietario, diventasse com'era in principio.
Più bella, di prima.. come lui non smetteva mai di ripeterlo.
Non sapevo cosa ci trovasse in quel coso infernale a due ruote.. con la carrozzeria nera lucida.
A me metteva molto spavento.
In sella a quel coso, non mi metteva a mio agio, ogni qualvolta che vedevo Tommaso sopra,
divertirsi a sgassare, mi venivano i brividi.
In sella alla sua moto e diventando sempre più uomo, aveva creato molto più fascino tra le
ragazze.
Non ce n'era una, che non fosse pazza per Tommaso Scapece.
<< Non hai paura?>>, domandai a lui, mentre ci godevamo seduti sotto ai piedi della quercia,
gli ultimi raggi prima di scendere la sera.
Quel giorno di fine estate, lo avevamo passato interamente nel nostro posto a rilassarci.
Al mare era quasi spoglio, molti dei turisti erano tornati a casa, pronti per un nuovo inverno.
Ripensandoci, mi venivano i brividi.
Odiavo il freddo.. la pioggia, i tuoni, saette e lampi. Mi raccontavano solo cose brutte. Il non
ritorno di mio padre, anche se la bambina in me, nonostante il tempo, non si abbatteva e quel
giorno che la nonna Matilde ci aveva lasciato.
Era stato il giorno seguente dal compleanno di Tommaso.
Quella sera ero andata a casa sua, oltre a festeggiarlo a scuola con i nostri compagni e i
professori.
Invitò anche se fece uno grande sforzo Lisa insieme a Ciro.
Era un paio di anni più grande, frequentava già la seconda media.. in realtà doveva fare il terzo
quell'anno, ma non essendo una cima, era stato bocciato.
Da bambini avevamo giocato un paio di volte a palla, quando organizzavamo delle gare..
nemmeno a palla era uno bravo, faceva impazzire letteralmente a Tommaso, quando gliela
rubavo come niente.
Per me era un bersaglio facile, beh lo erano tutti, in realtà.
Era molto alto, e da quando la sua mucca Bella era passata a miglior vita, aveva smesso con il
venderci il latte.
Aveva trovato un lavoretto pomeridiano, in alternativa.
Era molto mingherlino, con il rischio di spezzarsi in due, per quando fosse magrolino.
Portava i capelli corvini pochi, ben pettinati, in un unico ciuffo, alla destra della spaziosa fronte
e la punta, finiva sopra al folto sopracciglio.
Gli occhi non erano abbastanza grandi per quel viso, ma nemmeno piccoli.
Con un paio di chili, come quelli che d'improvviso aveva preso Tommaso, sarebbe stato un bel
ragazzo.
<< Posso spegnerle io?>>, una voce di bambina, arrivò dritto alle orecchie di Tommaso,
intendo a spegnere le undici candeline sparse sulla torta ricoperta di panna.
Quella bambina di sette anni, non era altro che Lea, l'ultima nata della famiglia Scapece.
Nonostante era piccola, era alta.. si vedeva che sarebbe diventata come il primogenito
Riccardo.
Come sua madre, era un gigante ma per fortuna, non aveva preso il fisico tozzo da lei.
Come suo padre, di altezza uguale a Tommaso, aveva preso il suo fisico.
Era normale.. nè grosso, nè mingherlino come Ciro.
Aveva due gambe lunghissime, come se non avessero fine, dentro ai quei jeans che aveva
abbinato con una semeplice maglietta smanicata.
Come suo padre, aveva i capelli corvini e dei bellissimi occhi smeraldi.
Lea aveva preso proprio da lui.
Era la sua fotocopia al femminile.
Gli stessi capelli corvini che la signora Scapece aveva legato in due semplici codine ai lati,
lasciando il suo viso paffuto e roseo, scoperto.
Mettendo ancora più in risalto, i suoi meravigliosi occhi smerlardi, con un piccolo puntino, di
cioccolato, dentro l'iride.. era un modo per dire che anche Tommaso, era il suo fratello
maggiore.
<< Piccoletta.>>, sorrise prendendola in braccio.
Con quei chili in più, per Tommaso era come prendere una piuma in braccio.
Una volta cercai di prenderla anche io, ma pensava quanto me.
Era un impresa impossibile.
La mise sul suo fianco.
<< Al mio tre.>>, le disse poi.
Lei sorridendo annuii.
Con la mano libera contò fino a tre, e tutte e due, all'unisono spensero le candeline.
Scoppiò un applauso e tutti insieme, intonammo la canzoncina di buon compleanno.
Era stata davvero una bellissima serata, divertente.
Io e Lisa non facemmo altro che ingozzarci, perfino Tommaso insieme a noi, non fu infastidito
dalla presenza di lei.
Lì vidi perfino ridere, una novità per me.
Le cose tra loro stavano finalmente avendo una svolta in senso buono?
Non desideravo altro.
Perfino la nonna Matilde era felice, non faceva altro che sorridere in quel casino che facevamo,
che Lea pestifera più dei due fratelli maggiori, creava.
Non sembrava affatto che stesse male, che la mattina seguente ci avrebbe lasciato.
Dentro a un temporale, mi sentii male.
Era la cosa più brutta che potesse esistere.
Tommaso per tutto il tempo non mi lasciò la mano.
Me la tenne anche quando mi accompagnò a casa. Ero in lacrime, non riuscivo a smettere.
Era la cosa più brutta che non volevo mai che succedesse.
<< E' la vita, piccola.>>, mi ritrovai nel suo abbraccio.
Il suo dolce profumo mi coccolò e mi provocò una sensazione di benessere.
Lo stesso effetto, dentro a un abbraccio di un padre.
<< Non ci possiamo fare niente. Dobbiamo solo abituarci. Per lei non c'era più niente da fare,
anche se non sembrava soffriva, aveva bisogno che tutto il suo dolore terminasse. Era arrivata
allo estremo.. la nonna è felice, perchè ora sta bene e non desiderava altro.>>, mi consolò.
<< Finalmente è guarita.. e ha iniziato a vedere di nuovo.>>, mi tenne ancora stretta al suo
petto.
Con quei chili in più, sotto alla maglietta bianca, era così duro e nello stesso tempo morbido e
profumato.
<< Sul serio?>>, allontanandomi da lui, lo fissai negli occhi.
I miei occhi tristi pieni di lacrime, divennero felici.
Ero felice che la nonna Matilde poteva vedere di nuovo. Non ho mai desiderato altro. Era il
regalo più grande che avrei tanto voluto per lei, ma sapevo che non era possibile.
Non c'era nessuna cura per la sua ciccità.
<< Sì e sai una cosa, da lassù, non farà altro che guardarci.>>, portò lo sguardo sul cielo cupo.
Aveva smesso di piovere, ma le nuvole erano ancora cupe e in lontananza tuoni e saette,
minacciavano ancora tutto il paese.
Lo imitai anche io.
Sentii una goccia, arrivarmi sul naso.
Ero convinta che fosse la nonna Matilde che confermava tutto quello che Tommaso, suo nipote
mi stava dicendo.
<< Ci terrà d'occhio.. non abbiamo più via di scampo.>>, mi sussurrò avvicinandosi al mio
orecchio, nel tentativo di non farsi sentire dalla nonna Matilde.
Scoppiai a ridere.
<< Sst.>>, aggiunse poi, appoggiando l'indice sulle sue labbra.. strizzandomi l'occhio.
Gesticolando, mi disse che ci saremmo visti l'indomani a scuola e lo accompagnai con lo
sguardo verso casa sua.
Mordendomi con i denti il labbro inferiore, entrai a casa.
<< Di cosa, piccola?>>, ritornai a quegli ultimi giorni di fine estate, prima che settembre e di
conseguenza l'autunno prendesse il suo possesso.
Mi ritrovai specchiata detro ai suoi occhi meravigliosamente cioccolatosi.
Il suo viso era diventato più uomo, nonostante avesse solamente quattordici anni. Come me,
diventando una donna ogni mese, anche lui era diventato uomo.
La sua voce da bambino era del tutto scomparso, prendendo un tono più alto, più uomo, ma
come da bambino, era rimasto la dolcezza. Quella che a me piaceva tanto, ero felice che nel
crescere, non l'avesse perso.
Non aveva rasato quei pochi peli marroni sul viso, che incorniciava i lineamenti del viso, il
mento e la sua bellissima bocca carnosa color rosa scuro.
Aveva iniziato a portare i capelli gelatinati come il suo mito Dean, con il ciuffo, mettendo in
risalto la sua spaziosa fronte. E nonostante faceva così caldo, non si staccava dal suo giubbotto
di pelle, anche se gli andava un po' stretto, specialmente quando era in sella a quella moto,
parcheggiata accanto a noi.
Fissandola, mi metteva così tanto spavento.
Non so cosa ci fosse di tanto divertente e eccitante, andare su quel coso.
Per quando Tommaso, cercasse di farmici salire, io mi rifiutavo.
Non avevo minimanente intenzione di salirci, neanche se fosse l'unica cosa a salvarci dalla fine
del mondo.
<<Del liceo.>>, feci, appoggiando la testa sulla sua spalla.
Abbassai lo sguardo mentre con le mani, mi torturavo la mia gonna bianca molto larga a
coprirmi quasi del tutto, le mie gambe.
La mia testa si alzò nello stesso momento che lui fece spallucce.
<< Perchè dovrei aver paura.. è una scuola come tutti le altre.>>, mi rispose. << Una rottura
come le medie.>>, abbassò lo sguardo su di me.
Le mie labbra si distesero appena, in un sorriso.
Sospirai appena.
<< Tu hai paura?>>, mi domandò.
<< No..>>, risposi. << Beh un po' sì.. impareremo cose nuove, più difficili.. ho paura che non
riuscirò a imparare niente.>>.
<< Ma se sei una secchiona.>>, fece lui. << Sei stata in grado di risolvere quelle somme
algebriche in un secondo, sarai in grado di imparare anche le cose difficili.>>, terminò poi.
Lo fissai.
Notai che mi stava guardando sorridendo.
Il suo sorriso.
Mi faceva stare così bene.
Protetta.
<<Dici?>>, cercai una sua conferma.
<< Sì.>>, mi confermò. << E poi dovrai imparare, sennò chi mi aiuta! Mi boccieranno come
Ciro e credimi, non potrei tornare più a casa.>>.
<< Che scemo che sei!>>, gli tirai una gomitata al suo fianco.
<< Ahi!>>, si lamentò sorridendo.
Incrociando le braccia, mi finsi offesa, spostando lo sguardo in avanti.
<< Sto scherzando, piccola.>>, mi avvolse dentro al suo abbraccio.
Mi abbandonai, ispirando appieno il suo profumo.
Un vortice dentro al cuore, che non aveva niente di fastidioso o doloroso, mi avvolse
completamente.
<< Non del tutto.>>, aggiunse poi.
Sorrisi e mi abbandonai a quell'abbraccio.
Era ora di tornare a casa, la sera era ormai scesa. Come il suo solito di fare, recuperò il casco
pronto per salire in sella alla sua moto.
<< Dai salta su.>>, mi propose, anche se era ben cosciente quale fosse la mia risposta. << Dai..
non è così male, è eccitante.>>, mi fissò una volta sulla moto, togliendolo dal cavaletto.
<< Te lo ripeterò fino all'infinito, su quel coso infernale, non ci salirò nemmeno se ne fossi
obbligata.>>.
Sorridendo divertito, accese la moto, con un semplice gesto con il piede, dopo aver girato la
chiave infilata, sotto ai suoi occhi.
Una volta accesa, sgasò un paio di volte.
Quel rumore mi metteva così tanta paura addosso.
Paura per Tommaso, ma sapevo che lui in fondo era responsabile e non si azzardava a fare cose
pericolose.
Alzai la mano in gesto di saluto, e avevo fatto già un paio di passi verso il cancello che portava
all'uscita dal parco, quando mi trovai accanto Tommaso con la sua moto.
<< E adesso dimmi chi è il fifione tra noi due?>>, mi strizzò l'occhio.
Prima che potessi rispondere, sgassando come solo lui sapeva fare, se ne andò.
Gli feci una linguaccia, anche se aveva lo sguardo in avanti, sapeva benissimo di quella mia
espressione.
Una volta uscito dal cancello che, ci entrava il giusto, rallentò per dare precedenza ai pedoni e
alle macchine.. senza voltarsi alzando la mano mi salutò e subito dopo si mise in carreggiata.
Lo accompagnai con un accenno di sorriso.
Quei pochi giorni d'estate, passarono in un soffio. Avevo iniziato a lavorare. Ritornando dalla
crociera insieme ai loro parenti e genitori, i gemelli Gregoretti, erano tornati a casa.
Anche Tommaso aveva iniziato il suo lavoro in officina.
Una volta che entrambi, avevamo finito di lavorare, lui mi raggiungeva a lavoro per salutarci.
Quella settimana fu piena di novità. La mia datrice di lavoro, mi comunicò che aveva ricevuto
finalmente un ottima notizia. Da sempre appassionata della scrittura, scrivendo il suo primo
libro, stava avendo i suoi primi risultati.
Molti avevano letto il suo libro e dai risultati, piacque molto quella storia d'amore di quei due
giovani innamorati. Un inizio da favola che poi si trasformò in un romanzo d'amore che
appassionò molto.
Appassionò anche a me.
Fui la prima lettrice in assoluto di quel romanzo. Sapevo di quanto ci tenesse.. come sapevo di
tutta la passione che ci aveva messo.
Scrivere un romanzo, era sempre stato un suo sogno da ragazzina.
Una volta finito, la signora Gregoretti, mi aveva proposto di leggero e dirle cosa ne pensavo.
Lessi quei duecento e qualcosa pagine, in due giorni. A ogni parola, mi appassionavo sempre di
più e volevo continuare finchè non arrivavo alla fine.
Inziava come nelle favole che si raccontano ai bambini per farli addormentare.
Principi, fate, sorellastre, una madrigna cattiva che si divertiva a torturare la bambina nata fuori
matrimonio tra il re e una sua serviente e infine un principe.
C'era il solito ballo, per far in modo che i due s'incontrassero e poi, la favola finiva e si
trasformava in un bellissimo romanzo d' amore, facendo appassionare chiunque.
Arrossire a quei baci così passionali, le loro lingue toccarsi, a quei tocchi sul suo corpo, da
sentirsi addosso le stesse sensazioni che la protagonista provava in quel momento. Tremare,
avvolta dai brividi quando facevano l'amore.
Era così dettagliato, niente di così volgare.. ma così passionale da rendere tutto così bello,
magico.
Ammetto che prima non avevo mai azzardato a pensare una cosa del genere. Al mio primo
bacio.. a fare l'amore.
In realtà non ci pensavo.
Era peccaminoso, almeno come diceva il nostro parroco quando aveva la lezione di religione
in classe.
La mamma mi aveva detto qualcosina, su come nascono i bambini. Che non era in realtà la
cicogna, che portava il bambino, destinato a quella determinata famiglia.
In realtà dovette dirmelo perchè quando vidi la pancia della signora Scapece incinta di Lea,
crescere, non reggeva più quella scusa.
La mia curiosità, mi portò a chiederle come ci fosse finita la bambina lì dentro.
La spaventosa donna Scapece, si era mangiata la bambina?
Lei scoppiò a ridere divertita.. e poi mi spiegò fare l'amore.
Era quello il modo di fare un bambino, servivano due innamorati pazzi l'una dell'altro, l'unica
cosa più bella che esisteva, per fare un bambino.
Beh, in realtà non ci avevo capito niente. Ero una bambina non poteva essere troppo esplicita.
Crescendo poi, spiegandocelo a scuola, capì qualcosina.
Lo trovai così disgustoso.. guardarsi nudi, specialmente i maschi.. erano così.. al solo pensarci
mi accendevo dall'imbarazzo.
Non sapevo cosa ci trovassero di così bello, eppure leggendo quelle parole, sentii che non era
poi così disgustoso di come ce l'avessero spiegati. Forse perchè in quel libro, la protagonista di
quel libro, che non era altro la mia datrice di lavoro, aveva usato parole diverse.. belle,
passionali.. calde, che non aveva niente a che fare con quelle che avevano utilizzato i due
sessuologhi.
Erano così fredde che non raccontava niente di tutto quello che provai nel leggere quelle due
pagine.
Lo trovai bellissimo e dai risultati che ebbe, non fui la sola a pensarlo.
<< Sicuro che sia quattro, il risultato?>>, dissi dopo che controllai il quadernetto di Carletto.
Era quello più biondino, rispetto a Lele, il fratellino gemello.
Gli stavo controllando i copitini assegnati nell'estate, prima che l'indomani, come me
d'altronde, iniziasse un altro anno scolastico.
Carletto sbruffando riprese il quadernino e controllò le moltiplicazioni.
Con le dita con le sue manine fece di nuovo i conti, arrivando alla soluzione giusta.
Aggiustò il risultato confermandogli che era il risultato giusto.
<< Io lo sapevo.. non ho sbagliato come Carletto!>>, esclamò Lele, prendendolo in giro,
puntandoli il dito contro. << Sei un asinello.>>, poi disse.
<< Non è vero!>>, si offese. << Io sono bravo.. tu sei invece un asinello.>>, cercò di prenderlo
a schiaffi, ma lo fermai appena in tempo, appoggiando la mia mano al suo piccolo torace.
<< Bimbi!>>, m'intromisi tra i due.
Lele, per niente spaventato, era pronto per azzuffarsi come il loro modo di fare.
<< Nessuno dei due è un asinello.>>, feci. << Lele, dì scusa a tuo fratello.. sai che non è bello
offendere le persone. Tantomeno se è un fratello. Non c'è niente di più bello, avere un
fratello.>>.
<< Però ha sbagliato la moltiplicazione.>>, i suoi occhietti azzurrissimi, mi fissarono.
<< Sbagliando s'impara. E' così che s'imparano molte cose.>>, gli scompigliai i capelli biondi
scurissimi.
<< Quindi non sono un asinello?>>, intervenne Carletto, felice.
Sorrisi.
<< Non lo sei.>>, gli strizzai l'occhio.
<< Ti chiedo scusa, non volevo offenderti.>>, fece Lele, dispiaciuto.
<< E io non volevo darti uno schiaffo.>>, fece lui.
<< Pace fatta.>>, dissi io.
Entrambe annuirono.
Controllando l'ora, mi accorsi che era giunta l'ora di tornare a casa.
Salutai i gemellini con un bacio e prima di uscire, passai nello studio della loro madre per
informarla di tutto.
Quando uscii dalla porta secondaria, il rumore della moto famigliare per me, mi ronzò nelle
orecchie.
Ad aspettarmi dietro al piccolo cancello c'era Tommaso. Anche lui aveva finito di lavorare, la
sua faccia come le sue mani, nonostante le avesse lavate, avevano qualche segno nero.
Lo trovai così buffo e divertente.
I suoi occhi raccontavano stanchezza.
<< Com'è andata?>>, mi domandò quando gli fui accanto.
Senza rendermene conto, lo avevo salutato dandogli un bacio sulla guancia.
Quando ci pensai, mi resi conto che avevo un po' esagerato, ma da non dirmi niente, non gli
pesò più di tanto.
<< Ho fermato appena in tempo l'azzuffarsi di due piccole pesti. Non sai cosa abbiamo
scampato.>>, dissi ridendo.
Lo fece anche lui.
<< A te?>>, toccò a me, fargli la domanda.
<< Un casino.. c'è tante di quelle cose da fare, ma non mi posso lamentare.>>, mi rispose.
<< Domani è il grande giorno.>>, feci mentre camminavo a destinazione verso casa.
Lui, seppur in sella alla moto, camminava al mio passo.
<< Di già!>>, fece, spalancando gli occhi dietro al vetro del suo casco.
Gli rivolsi un espressioni divertita.
Portai lo sguardo in avanti.
<< Non ho proprio idea di cosa andremo incontro. Conosceremo nuovi professori, nuovi
studenti.. mi sentirò come un pesce fuor d'acqua.>>.
<< Sarà la stessa cosa delle medie, anche perchè ce l'abbiamo avuto sempre accanto.. non mi
sembra così spaventoso il liceo.>>.
Feci spallucce.
<< Guardarlo, e diverso da entrarci e mischiarsi a quei studenti più grandi di noi. Oltre a Carlo,
io non conosco quasi nessuno.
Beh sì, alcuni dei nostri vicini, ma non abbiamo quel rapporto di amicizia.>>.
<< Tu non preoccuparti. Per qualsiasi cosa, ci sono io con te.>>.
Lo sorrisi amorevolmente.
<< Devo riputarmi fortunata, allora.>>, lo dissi scherzando ma con una punta di verità.
Lo ero.
Ero fortunata ad avere accanto, come il mio migliore amico, Tommaso Scapece.
Mi strizzò l'occhio.
<<Quella notte passò in fretta.
Non avevo chiuso occhio. Ero così eletrizzata, ma allo stesso momento spaventata da quello
che andavo incontro.>>, dissi avvolta dalla concentrazione di mio figlio. << Avevo il battito
del cuore accelerato e quasi non riuscivo a respirare, per quando mi spaventava quel mio primo
giorno di liceo. Avevo studiato ogni minimo particolare, in anticipo. Il vestito che avrei
indossato, perfino la mia camminata.>>, terminai.
<< Sul serio?>>, Tommaso la prese sul ridere.
<< Lo so, sembra una sciocchezza.. anzi lo è, ma mi sentivo di fare così, in modo da non
rendermi ridicola. Sarei andata incontro a ragazzi più grandi, l'ansia fa proprio brutti
scherzi.>>.
<< Immagino che è andata di merda il primo giorno.>>, fece lui, portando la sua gamba
sull'altra.
<< Di più.>>, feci. << Se dovrei scrivertelo, non so che termine usare.. in realtà non esiste
quello giusto.>>.
Le sue folte sopracciglia, si abbassarono su i suoi occhi cioccolato.
<< Proprio quel giorno ha conosciuto Fanny.>>, spiegai.
Portai lo sguardo davanti.
Dentro ai miei occhi rivissi quel giorno.
Di come Tommaso si bloccò di scatto, sulla soglia della porta, quando la vide insieme a un
gruppetto di ragazze a ridere e parlare.
Mi ricordo di come la fissava, quando riprendomi dalla botta che avevo ricevuto, andandogli
addosso non accorgendomi che si era fermato.
Mi ero fatta male il naso.
Non rispondendolo alla mia domanda, lo imitai con lo sguardo. Così mi ritrovai a fissare, come
lui, quella ragazza.
Era così bella.
Il suo sorriso.. lo era.
Portava i capelli mogano corti, a carrè con una frangia senza un capello fuori posto. La sua
semplice maglietta descriveva il suo seno abbondante.
Il mio non aveva minimamente voglia di crescere, mi sentii a disagio.. come un mostro o un
alieno.
Per non parlare delle sue gambe, sotto a quel pantalone bianco, largo sotto.. erano lunghe,
infinite.
Il suo viso era esile, delicato ovale, ben truccato dove il rosso delle sue labbra, risaltava il
colore mogano dei suoi capelli, senza mettere in secondo piano gli occhi d'argento.
<<Quando notai i due specchiarsi negli occhi, quella che doveva essere la sua amica, le fece
notare di Tommaso che la stava fissando, capii tutto.>>, dissi.
<< Che ti eri innamorata di papà.>>, fece lui.
L'ultima parola, mi fece scoppiare di felicità.
Lo sorrisi.
<< Non del tutto, ma era stato la scintilla che accese il fuoco della gelosia.>>, aggiunsi poi. <<
Il loro frequentarsi è successo così troppo in fretta che non me resi conto. Da un giorno
all'altro, Fanny e Tommaso, erano una coppia.
Una delle più belle del liceo.. erano diventati famosi, il sogno d'amore che tutte le ragazze
volevano vivere.
Improvvisamente mi sentii completamente avvolta da una strana cosa dentro, di fastidio che mi
torturava, mentre lì vedevo baciarsi, abbracciarsi.. una cosa che non so come spiegarla.>>.
<< Uhm.. gelosia.>>, fece Tommaso.
Annuii, confermando.
<< Essendo rimasta completamente da sola e non sapendo esattamente cosa mi stesse
succedendo, decisi di scrivere a Lisa. Le raccontai tutto, ogni minimo particolare e lei mi
confermò quello che già prima del suo trasferimento, mi confermò.>>, portai lo sguardo, al di
là di Tommaso, sopra ai suoi capelli.
<< Mi ero innamorata del mio mio migliore amico.>>, terminai.
Era passata una settimana esatta quando Lisa mi confermò quello che io cercavo che non
succedesse mai.
Quando lessi..
"Cupido ha scagliato la sua freccia, ti sei innamorata di Tommaso Scapece. ".. mi venne
naturale gridare un grosso grido.
Per fortuna la mamma era al lavoro ed ero sola a casa, perchè non sapevo come spiegarle il
motivo per cui avevo cacciato quel grido assordante da far tremare i vetri della mia stanza.
Non era possibile.
Non potevo assolutamente innamorarmi di lui.
Non poteva succedere.
Era il mio migliore amico.. com'era potuto succedere una cosa del genere.
Lisa si stava sbagliando, doveva essere proprio così. Doveva essere così, si era confusa con i
suoi di sentimenti. Da quando si era fidanzata, non faceva altro che sbavare d'amore. Parlare
sdolcinato e del suo ragazzo.
Mi raccontò ogni minimo particolare, del suo bacio. Usò parole dettagliate, sembrava di
ritrovarmi in uno dei romanzi della signora Gregoretti.
Anche lei aveva provato il bacio con la lingua, non sapevo cosa significasse quel tipo di bacio,
la necessità di toccarsi con le proprie lingue, entrare nella rispettive bocche.. più che altro, lo
trovavo quasi disgustoso.
Mi raccontò anche dei suoi tocchi sul suo corpo, regalandole delle bellissime e nuovi
sensazioni. Lei toccarlo proprio lì. Lo trovò strano, almeno all'inizio ma poi era una cosa molto
eccintate.
"Dovresti provare, dico sul serio.. è qualcosa di straordinariamente bello. E' come toccarsi, con
l'anima. ".
Così me lo spiegò.
Non sapevo cosa pensare, anche perchè ero vergine in tutti i sensi.
Ripetendomi che non ero affatto innamorata del mio migliore amico, continuai quella che era la
mia vita.
La nuova settimana scolastica era iniziata e dovetti affrontare quei due. Non facevano altro che
guardarsi.
La cosa che mi fece più male, quando senza dirmi niente, Tommaso si sedette accanto a lei,
lasciandomi completamente da sola, dentro al mio posto.
Essendo un numero dispari, non avevo nessuno con cui sedermi accanto.
Perfino Gianpiero, il secchione di classe e quello preso di mira dai bulletti, e escluso, aveva un
compagno di banco.
Mi sentii sbattermi addosso del vento gelido che mi congelò del tutto.
Con tutta me stessa, cercai di fare l'indifferente e di non scoppiare a piangere come una
bambina.
Non volevo sembrare agli occhi di tutti, ma sopratutto a lei, una mocciossetta.
Durante le lenzioni, non facevano altro che guardarsi, ammiccarsi e cose così.
Erano così disgustosi.
Cercai di far finta di niente, anche se dentro ero un uragano di rabbia e gelosia.
A ricreazione, mi recai immediatamente verso l'uscita della scuola.
Nell'aria ancora profumava di estate, la mia stagione preferita.. avevo bisogno urgentemente di
allontanarmi da quei due.
Vederli, mi torturava.
Avevo bisogno di una pausa. Non ero abbastanza forte per supportare tutte le loro smancerie.
"Ma che mi succede!"
Mi ripetei nella mente, mentre mangiavo il mio panino.
"Alice, ma che ti prende.. sei per caso diventata pazza!"
morsi violentemente il mio panino.
<< Piccola.>>, sentii l'ultima voce che desideravo sentire, dietro di me.
"Cazzo!"
Esclamai, quando mi trovai in alto, il viso di Tommaso.
Mi sorrise.
Divenni per un attimo imbambolata a quella meraviglia di sorriso.
Una voglia di baciarlo, assaporare quelle sue labbra..
"Non lo dire neanche per scherzo!"
Ripresi la mia mente per essersi azzardata a pensare ad una cosa del genere.
Come sospettavo, era mano nella mano con Fanny.
Dandole uno sguardo, mi sorrise.
"Poco di buono."
Non riuscivo a tenere a freno la mia mente.
<< Come va?>>, mi domandò con quel modo da idiota, da quando stava insieme a quella.
Non riuscivo nemmeno a pronunciare il suo nome, senza che mi venissero a mente delle
cattiverie.
"Come dovrebbe andare? Un totale schifo.. e sai perchè, credo di essermi innamorata di te e
non ho intenzione di smettere, non ce la faccio. Secondo te, come va?".
<< Bene.. perchè?>>, mentii, mentre lo accompagnavo con lo sguardo scendere le scalette,
seguito da quella e fermarsi davanti a me, ai piedi del primo gradino.
<< Ti ho vista praticamente scappare via dalla classe.. mi sono preoccupato. >>, fece, cercando
di non ridere, mentre quella le torturava soffiando il suo lobo.
"Ma che razza di..".
Non andai avanti.
<< Sai che mi piace il caldo.. mi rilassa molto.>>, mentii.
In realtà ero scappata da quei due.. mi mettevano un nervoso addosso.
<< Dai, andiamo.>>, con la sua voce da oca, Fanny lo trascinò.
Lui la seguì, salutandomi.
Mi sforzai a sorriderlo che si trasformò poi in ghigno, accompagnandoli verso la sua moto, a
sbacciucchiarsi.
Verde di rabbia, me la presi con il panino.
<< Cosa ti ha fatto quel povero panino?>>, una voce femminile, mi arrivò improvvisamente
accanto a me.
Sobbalzai sul mio posto.
Mi voltai.
Accanto a me, si materializzò una ragazza. Era molto bella, dagli occhi smeraldi così grandi e
dei capelli corvini lunghissimi perfettamente ondulati, incorniciando il suo bel viso.
Dalle forme sotto al suo jeans e camicetta, stava diventando una bellissima donna.
<< Lea, ma che ci fai qui?>>, le dissi conoscendola.
Era la sorella minore di Tommaso.
Frequentava la prima media e nonostante fosse più piccola di me, sembrava il contrario.
Praticamente il mio corpo, non aveva intenzione di diventare donna.
Amava essere bambina.
<< Ero curiosa di come fosse il liceo..>>, si guardò intorno. <<.. in realtà per vedere come sono
i ragazzi più grandi.
Dicono che non sono male.>>, mi ammiccò sensualmente.
La presi sul ridere.
<< Tu sei strana, Lea.. fattelo dire.>>, feci poi.
<< Meno male, era pur ora che qualcuno se ne accorgesse.>>, non si offese.
<< Se tuo fratello ti sentisse.. diventerebbe verde di rabbia, sai.>>, la fissai.
Era davvero bella.
<< Beh non credo, da un po' è molto impegnato.>>.
Mi riportò in mente la dura realtà.
Portai lo sguardo verso il mio panino, rattristandomi.
<< Più verde di rabbia di quanto lo sia tu, adesso?>>, aggiunse poi.
Quella sua domanda mi catturò l'attenzione.
La guardai interrogativa.
<< Non fare la fintatonda.. non sai per niente recitare, lo so. Basta che ti guardi negli occhi.
Beh, in realtà lo capirebbero tutti, solo quel testone di mio fratello.>>, alzò lo sguardo verso di
lui, mentre con il corpo appiccicato e non solo a quello di Fanny, la baciava senza smettere di
un secondo. << Come fa a non piacerle, una così facile. Beh a chi non piacerebbe. Non sai che
sfacciata.. è venuta a casa, chiudendosi nella stanza con lui e non ci vuole una laurea a capire
cosa stessero facendo.>>.
Diladai più del dovuto i miei occhi.
<< Cosa? In camera sua.. hanno fatto..>>, non riuscivo a finire una frase.
<< Mi dispiace, piccola.>>, aveva preso lo stesso vizio del fratello maggiore.
Beh, crescendo insieme a noi era il minimo.
Portai lo sguardo sul mio panino.
Lo stomaco si bloccò del tutto.
"Hanno fatto l'amore. Tommaso, lo aveva fatto."
Guardandolo sorridere, capii che era stato come si leggevano nei romanzi, o come Lisa mi
aveva descritto la sua di prima volta.
Mi sentii svuotarmi di tutto e riempirmi di tristezza con la voglia di piangere.. ma mi trattenni.
<< Tu sei bella.>>, Lea mi portò a concentrami su di lei.<< Ovviamente da come ti vesti, non
sembrerebbe non ti offendere, ti serve una mano che io di darò e anche alla svelta, ma non ci
pensare a lui.
Non capisce niente di donne o dell'amore, come ogni maschio si fa trasportare dai suoi ormoni.
Perchè invece di morire di gelosia per uno che non se lo merita affatto, non mi accompagni
oggi pomeriggio a fare shopping.>>.
<< Cosa?>>, feci ancora stordita da quella bella badosta.
<< Sì, ci daremo alla pazza gioia, cosa c'è di più divertente comprare bei vestiti. E credimi, tu
nei hai proprio bisogno.>>.
Fissò la mia gonna larga impietrita.
<< Carlo!>>, sventolò la mano per catturare la sua attenzione quando lo vide.
Svoltando lo sguardo verso di noi, ci raggiunse.
<< Lea, ma che ci fai qui?>>, le domandò.
<< Oggi vi siete messi tutti d'accordo.. tutti con la stessa domanda.>>, sbruffò.
<< Ci serve un cavaliere che aiuti due giovane donzelle.. ti andrebbe di farci l'onore di
accompagnarci al centro commerciale, oggi pomeriggio?>>, lo prese un po' in giro.
<< Okay, ne sarei grato mi lady.>>, scherzò anche lui, inghinandosi.
Lea sorrise.
<< Oh cazzo!>>, notò l'avvicinarsi di suo fratello. << Allora alle quattro in punto, fatevi
trovare puntuali. Carlo, coprimi.>>, se ne andò.
In quello stesso istante la campanella suonò.
Fissai per un istante Tommaso.
Lea aveva proprio ragione.
Non gli dovevo dare retta.
Aveva scelto lei punto e basta.. e poi io non volevo assolutamente innamorarmi di lui.
Dovevo smettere di pensarci.. pensare lui, così avrei dimenticato i miei sentimenti per lui.
Ero quello che avevo sempre voluto fin dall'inzio, no?
Entrai a scuola, mescolandomi con gli altri.
Come previsto, alle quattro in punto Lea mi venne a prelevare a lavoro. Per fortuna la signora
Gregoretti, impegnata con un nuovo romanzo, mi lasciò il pomeriggio libero.
I gemelli erano impegnati a prepararsi con il bigliettino per il compleanno del loro amico, che
quella sera avrebbero festeggiato nella locanda che non avevo recepito quale fosse.
Da un po' di tempo, avevo la mente da tutt'altra parte.
Quella mattina, quando Lea mi aveva confessato quel particolare, non riuscivo a non smettere
ci pensarci.
Per quanto mi sforzai di non farlo, dentro di me, con quel po' che ne sapevo, vedevo i loro corpi
nudi, appiccicarsi e così via.
Immaginai gli occhi meravigliosamente cioccolato, illuminarsi.. diventare a forma di cuore,
mentre ammirava la nudità di lei.
Innamorarsi ancora di più di quelle sue bellissime forme, mentre le regalava tutto il suo amore.
<< La tua datrice è una vera forza della natura.>>, la voce di Lea, mentre c'incamminavamo
verso la nostra meta, mi sfiorò appena.
<< E tu non mi stai proprio ascoltando.>>, notò poi.
Sospirai pesantemente.
<< Scusami.>>, dissi.
<< Ci pensi ancora.>>, sapevo a che cosa si stesse riferendo.
In realtà a chi si stava riferendo.
Infastidendomi alzai lo sguardo.
Davanti alla piccola piazza, seduto al tavolino fuori del piccolo bar, Ciro ci stava aspettando.
Notai che non era solo, con lui c'era un altro ragazzo che non conoscevo.
Mi catturò l'attenzione.
Dovevo ammettere che era un bel ragazzo, dal fisico normale e un viso angelico, dalla pelle un
po' biancastra, che risaltava appieno il colore ramato dei suoi capelli.
Come ormai era di moda, non c'era ragazzo che non si gelatinasse i capelli, lasciando la fronte
non tanto spaziosa libera.
I suoi occhi miele, sembravano brillare come se fossero stati adornati da diamanti.
Nella sua mano aveva un bicchiere pieno di birra. Ne sorseggiò solo un paio di sorsi, prima di
appoggiarla sul tavolino semplicemente di ferro scuro.
<< Dovresti tenerti occupata.>>, fece, lei, quando notò che stavo fissando quello sconosciuto.
Anche se in quel momento non le davo per niente la mia attenzione, sapevo che stava
archittetando qualcosa. E la cosa strana, non mi metteva molta tranquillità.
<< Ragazze.>>, Ciro che aveva ordinato una semplice spremuta d'arancia, ci salutò quando ci
notò.
Improvvisamente sentii gli occhi di quello sconosciuto che non conoscevo affatto, tantomeno il
suo nome, addosso.
Sentii qualcosa di strano avvolgermi seppur non sapevo di cosa si trattasse. Qualcosa che non
mi metteva a mio agio, con addosso quello sguardo.
<< Ciro, non dirmi che sono loro le ragazze che stavi aspettando?>>, la sua voce melodiosa, ci
venne incontro.
Nonostante si riferisse ad entrambe, guardava solo me.
Mi sentivo totalmente imbarazzo.. cosa c'era da guardare.
Avevo qualcosa di divertente o fuori posto?
Mi controllai.
Tutto era a suo posto.. forse mi trovava ridicola vestita in quel modo.
Cercai di non pensarci.
Come un gentiluomo, si alzò e ci fece accomodare. Sorridendomi, mi fece gesto di sedermi
accanto a lui, mentre Lea dall'altra parte, si sedette accanto al nostro amico Ciro.
<< Loro sono Lea e Alice.>>, c'indicò mentre pronunciava i nostri nomi. << Lui, ragazze è un
mio vecchio amico d'infanzia Carlo.>>, poi ci presentò lo sconosciuto.
<< Non sono poi così tanto vecchio, in fondo.>>, rivolgendosi solo a me, mi strizzò l'occhio.
Mi sforzai a sorridergli, anche se non mi metteva molta tranquillità.
Lea ci stava osservando con un sorriso da una guancia all'altra.
La guardai furibonda, quando incrociai i suoi occhi.
Strizzandomi l''occhio, mi fece intendere che Carlo non era poi così male.
La fulimai senza dare nell'occhio, ma lei non gliene importò più di tanto.
<< La tua amica, Alice.. giusto, non parla?>>, m'indicò, rivolgendosi a Lea.
Ero un tantino distratta e insolitamente silenziosa. Non era da me.
Adoravo parlare, senza smettere un secondo.
<< Ha mille pensieri in testa.>>, rispose Lea. << Ha bisogno solo di distrarsi.. tutto qui.>>.
Minacciai con lo sguardo la mia tanto amata Lea, ma che trasformai in un sorriso, almeno
credevo, quando Carlo mi rivolse la sua attenzione.
Intanto il cameriere ci aveva portato due spremute d'arancia.
Ne bevvi un sorso, per distogliermi dal suo guardarmi.
<< Distrarsi, dici?>>, i suoi occhi si accesero maliziosamente.
Perchè sentivo la necessità di preoccuparmi?
<< So come far distrare una bella ragazza.>>, mi sorrise.
"Bella?".
Fui sbalordita da quel suo complimento.
<< Non ci fare caso Ali, è innocuo.. non fa paura a nessuno.>>, intervenne Ciro, fissandomi.
Fui felice che mi fissò, almeno così potevo distogliermi dallo sguardo che mi intimidiva del suo
amico.
<< Il mio amico.>>, lo abbracciò goffamente, scompigliandogli i capelli. << Ma lo voglio
bene, purtroppo.>>, scherzò.
Una volta finito, ci regammo nel negozio.
Era il preferito di Lea, c'erano molti vestiti un po' troppo aderenti per i mei gusti, ma dovevo
ammettere che erano carini.
Ma dandomi uno sguardo, non mi sembravano adatti per una come me. Con un corpo che di
donna non aveva niente.
Facendo tutto lei, Lea recuperò un mucchio di vestiti, jeans e maglie e altro, che andavano bene
per me e trascinandomi in vero senso della parola, mi portò nel camerino.
Intanto Ciro, insieme al suo amico che si era proposto di farci compagnia, si era messo
comodo, sedendosi su un piccolo puff.. sapendo che non sarebbe stata questione di poco tempo.
<< Provali tutti.>>, mi minacciò puntandomi il dito contro, prima che chiudesse la tenda color
petrolio che si sposava al nero delle pareti.
Mi ritrovai specchiata.
Guardandomi, dovetti ammettere che Lea non aveva tutti i torti.
In realtà aveva pienamente ragione sul fatto del mio modo di vestirmi. Notai la mia gonna
floreale scendermi un po' troppo larga, fin sotto alle ginocchia che non mi rendeva tanta
giustizia.
Con il mio modo di vestirmi, cammuffavo del tutto il mio corpo.
Spogliandomi, mi ritrovai intimo.
Il mio reggiseno nero, poco più di niente descriveva il mio seno.
I miei fianchi erano ben accentuati, senza sbilanciare la mia corporatura normale.
Indossai le prime cose che le mie mani afferrarono.
Era un pantalone bianco, non aderente ma nemmeno largo, coprendomi del tutto i miei piedi
nudi.
Notai di come mi disegnava i miei lineamenti, invece di nasconderli del tutto.
Indossai poi una camicetta immacolata, con l'estremità da legare in un nodo, facendo in modo
che il mio ventre piatto e l'ombelico, fossero scoperti.
Una volta finito, prima di tirare via la tenda, mi diede un occhiata per assicurarmi che tutto
fosse al suo posto.
<< Allora?>>, domandai.
Le mie guancie si accesero di rosso, quando notai i sei occhi addosso.
Quello che mi imbarazzò di più, fu il modo di guardarmi di Carlo.
Non mi stava guardando affatto come una semplice sconosciuta.
Sentivo i suoi occhi dappertutto, ogni centimetro del mio corpo, non tralasciando nemmeno un
centrimetro.
Mi sentii dannatamente a disagio e mentre Lea approvava quel outfit, mi ritrovai gli occhi di
Carlo dentro ai miei.
Mi guardava in uno strano modo.
I suoi occhi luccicavano così tanto.. e la sua finissima bocca, sfiorava appena il suo indice
biancastro.
Con una scusa trascinai Lea con me nel camerino, chiudendo la tenda.
<< Cos'è?>>, mi domandò una volta che fummo da sole.
<< Mi fa paura.>>, sussurrai per non rischiare che i ragazzi, più che altro il diretto interessato,
ci ascoltasse. << Quel Carlo.. mi mette i brividi. Hai visto come mi guarda, non mi toglie gli
occhi d'addosso.>>, indicai verso la tenda.
Lea scoppiò in una sonora risata.
<< Che ti faccio ridere? Sono così patetica?>>, mi offesi.
<< Piccola..>>, mi mise entrambe le sue mani, sulle mie spalle. << Guardati..>>, mi girò verso
lo specchio.
Mi fissai, anche se non capito che mi voleva comunicare. <<Sei bella.. ecco perchè ti guarda.
Gli piaci e credo che dovresti farci un pensierino.>>.
Alla sua ultima parola, i miei occhi balzarono dentro ai suoi, tramite allo specchio.
<< Cosa?>>, la guardai interrogativa.
<< Che Carlo è un ottimo modo per non pensare a tu sai chi.>>, mi sussurrò avvicinandosi al
mio orecchio.
Lo fece così lentamente, da renderlo così malizioso.
<< Ma se non lo conosco nemmeno e poi, mi fa paura.>>.
<< Sei solo paranoica.>>, fece. << E' bello conoscere nuova gente.. è più eccitante, credimi.
Ascoltami, il tipo non è male. Se non gli avessi fatto colpo, mi sarei buttata io, senza pensarci
di un secondo.
Sei fottutamente fortunata, piccola.>>.
Sorrisi appena.
Abbassai lo sguardo.
<< Io non so che fare, come comportarmi. Beh, insomma non ho mai frequentato nessuno.>>,
mentre lo dicevo torturavo il nodo della camicia ben saldo che avevo fatto.
<< Non devi fare assolutamente niente che non fai già. Stai andando bene.>>, sul suo viso si
disegnò un espressione eccitante. << Non c'è niente di male diventare amici, per ora..
chissà.>>, mi ammiccò, e subito dopo uscii dal camerino lasciandomi la mia intimità.
Un mucchio di vestiti, dentro l'altro camerino, la stavano aspettando.
Sciogliendomi un po', insieme ci divertimmo a sfilare come le modelle, con indosso i vestiti e
come spettatori Carlo e Ciro che non ci staccavano gli occhi d'addosso.
Carlo non lo fece.
Approvvò tutto quello che indossavo, finchè non rimase affascinato dal mio ultimo ouftit.
Era una semplice vestito a giallo e nero, a pois, a gonna con le balze, un po' troppo corta. Non
arrivava nemmeno fin sopra alle ginocchia.
Mi sentii addosso il suo sguardo.
Una strana sensazione mi avvolse, ma che fu messa a ko, con l'imbarazzo che provai in quel
momento.
Una volta finito, Lea mi fece comprare la maggiorparte di quei vestiti, compreso l'ultimo
vestito, aveva notato che era il preferito di Carlo.
<< Ti aiuto.>>, improvvisamente nell'intendo di recuperare le mie buste, il mio nuovo
guardaroba si poteva dire, fui raggiunta da Carlo.
Guardandolo, notai che era alto, ma non più di tanto.. aveva pochi centimetri di più rispetto a
me.
<< Grazie.>>, mi portai una ciocca dei capelli dietro l'orecchio, abbassando lo sguardo.
<< Non farlo.>>, quella sua frase mi catturò l'attenzione. << Non abbassare lo sguardo.. hai dei
bellissimi occhi. E' un peccato che lì nasconda.>>, mi accennò un sorriso.
Notai che in fondo non era così male.. così pauroso di come sentivo prima.
Era un semplice essere umano.
<< Grazie, di nuovo.>>, non sapevo cosa dirgli.
Se poi avrei detto qualcosa di sbagliato?
Mi sarei solo ridicolizzata.
<< So che sembra sfacciato, specialmente ora che siamo due perfetti sconosciuti, ma vorrei
tanto conoscerti se ti va.>>, mi disse, prendendo l'ultima mia busta.
<< Cioè..>>, non andai avanti.
<< Sì, insomma consocerci, frequentarci.. magari uscire, prenderci qualcosa al bar o andare a
un piccolo locale non tanto lontano da qui. Ci sono stato, è molto carino.. il tipico locale che si
vedono nelle serie tv, americane.. dove si balla il rock e roll.. ti piacerebbe.>>.
Sorrisi divertita.
<< Sì, a patto che non mi chiedi di ballare.>>, lo fissai. << Non ne sono proprio capace.>>,
ammisi.
Lo sentii avvicinarsi a me.
Un po' troppo vicino, da sentire il suo profumo.
Profumava di pulito.
<< Nemmeno io, ma non dirlo a nessuno.>>, mi sussurrò nell'orecchio.
Si allontanò fissandomi divertito.
Ricambiai il suo sorriso.
<< Allora?>>, divenne serio.
Aspettava una mia risposta.
Pensavo che in fondo non sarebbe stato un errore accettare. Non c'era niente di male, conoscere
nuova gente.
Era bello avere nuovi amici, allargare le nostre conoscenze e quant'altro.
Non mi sembrò affatto una cattiva idea, ora che non mi metteva così tanta agitazione.
Accettai.
Lui fu contento e insieme, c'incamminavamo verso casa.
Erano quasi le otto di sera, i locali stavano chiudendo. Stavano tornando a casa, dopo una
giornata di lavoro.
Io e Carlo avevamo inziato un discorso su cosa ci piacesse fare da grande, inseguiti da Lea e
Ciro che era un tantino impegnato con le buste della ragazzina. Erano un pochino tante, da non
riuscire a trattenerle tutte in entrambi le mani.
<< Dammi qui.>>, sentimmo Lea sorridere divertita, mentre toglieva un paio di buste, tra le
mani di Ciro.
Lui gli fece un espressione per niente divertito.
Arrivammo davanti casa di Lea.
Tommaso ancora in sella alla sua moto anche se era spenta, mi guardò atroce.
Mi spaventai.
"E' incazzato con me?".
Pensai, fissandolo.
Doveva essere venuto da poco, anche perchè ancora aveva in testa il casco.
<< Beh, io sono arrivata.>>, sospirò Lea. << Quella è la mia casa e quello in sella alla moto, è
mio fratello, purtroppo.>>, ammiccò verso Carlo che le rivolse un sorriso divertito.
Non avevo smesso di fissare Tommaso.
Nemmeno lui aveva smesso di farlo con me.
<< Dove abiti?>>, mi domandò Carlo.
Trovai strana quella domanda.
Perchè lo voleva sapere?
Staccai gli occhi da Tommaso per guardare stranito Carlo.
Lui mi fece notare le mie buste.
<< Giusto.>>, sussurrai appena, imbarazzata.
<< A due passi da qui, non ti preoccupare ce la faccio da sola. Non voglio scomodarti.>>.
Intanto Tommaso, togliendosi il casco, stava ascoltando la nostra conversazione.
<< Non mi scomodi per niente. Anzi mi fa piacere darti una mano.. quando serve, sono a tua
più completa disposizione.. per una bella ragazza come te, questo e altro.>>.
Risi.
Sentii ancora più addosso lo sguardo truce di Tommaso.
"Non era che..", pensai. "No, era impossibile. Lui è innamorato di quella."
<< E io ti ringrazio.>>, feci gentilissima. << Ma tranquillo, ce la faccio da sola.>>, presi le mie
buste che a confronto di Lea, erano poche.
<< Okay.>>, fece lui un po' dispiaciuto.
Gli avevo detto qualcosa che lo aveva offeso?
Salutandomi con un bacio dolce sulla guancia, prendendomi di sorpresa, insieme a Ciro se ne
andarono.
<< Ciao piccola.>>, Lea mi ammiccò riferendosi a quel bacio. << Fratellone.>>, salutò
Tommaso ed entrò.
Lui nemmeno la sentì.
Era impegnato a fissarmi.
Rimasi un minuto al mio posto, a fissare Tommaso mentre scendeva dalla sua moto.
<< Fatto compere.>>, mi disse, interrompendo il silenzio che si era momentaneamente creato
tra noi.
<< Sì.>>, portai lo sguardo sulle buste.<< Lea ha così insistito a farmeli comprare. >>, lo fissai.
<< So come è isistente la piccoletta.>>, mi venne incontro.
Senza chiedermi niente, mi prese le buste dalle mie mani.
Era pur sempre un gentiluomo, un particolare che le piaceva molto. In realtà non c'era niente
che quel ragazzo, non le piacesse.
<< Ce la faccio.. non sono poi così pensanti.>>, dissi.
Lui non rispose e s'incamminò verso la mia casa.
Con un passo da gigante lo raggiunsi. Con le gambe più lunghe delle mie, era quasi impossibile
stargli a passo.
<< Non farlo mai più, okay.>>, mi rivolse un espressione gelida.
Lo guardai stranita.
<< Mi sono preoccupato. Sono passato dalla signora Gregoretti, ad aspettarti come un coglione
e tu non c'eri.. cazzo!>>, si fermò a un paio di passi lontano da casa.
<< Mi ha dato il pomeriggio libero.>>, gli spiegai.
Sentivo felicità per il suo preoccuparsi di me. Ci teneva a me. Non potevo non sorridere
emozionata.
"Sì, ma come migliore amico.. niente di più.", come un disco rotto, la mia mente mi portò alla
realtà.
<< E quando cazzo avevi intenzione di dirmelo?>>, s'indicò.
Notai che si era infastidito.
<< E quando te lo dovevo dire, scusa?>>, la pazienza non era il mio forte.
In realtà ce la giocavamo sul fatto di chi perdesse la pazienza più facilmente.
<< Non so, stamattina.. a scuola?>>, allargò appena le sue braccia, con le mani impegnate dalle
buste.
<< Ma se non lo sapevo nemmeno io, è stato all'ultimo minuto e poi quando dovevo dirtelo, se
sei sempre appiccicato a quella poco di buono della tua ragazza.>>, avevo parlato più del
dovuto.
Mi gelò con lo sguardo.
<< Io non volevo..>>.
<< Fanculo.>>, violentemente mi diede di nuovo le buste << Fanculo, Alice.>>, se ne andò.
<< Tom.>>, cercai di chiamarlo per spiegargli che non volevo dirgli quello che avevo appena
detto, ma mi fermai.
Sarebbe stato tutto inutile, almeno in quel momento.
Non mi avrebbe dato ascolto. Lo conoscevo, sapevo che era arrabbiato.
<< Cazzo.>>, sussurrai, chiudendo gli occhi.
L'avevo proprio fatta grossa. Una volta entrata in casa, sbattei la porta, catturando l'attenzione
della mamma, e mi recai in camera.
Una volta dentro, buttai le buste a terra e come un sacco di patate, mi buttai in lacrime sul mio
letto.
La mamma mi venne incontro preoccupata.
<< Tesoro.>>, mi sussurrò, sfiorandomi appena il braccio, sedendosi al bordo del letto.
Sdraiata di fianco, le davo le spalle.
Avevo gli occhi pieni di lacrime che senza sosta, avevano preso il sopravvento, fino a
scomparire sotto al mio mento.
<< Dimmi che è successo.>>, mi accarezzò il braccio.
Mi voltai verso di lei, pulendomi con la mano le mie lacrime.
Con l'aiuto della mamma che mi alzò il cuscino, mi alzai con la schiena.
Iniziai a torturare le mani.
<< Niente..>>, dissi.
Non volevo preoccuparla per senza un motivo. Perchè in realtà non si trattava niente di grave,
erano solo sciocchezze di ragazzini, niente di preoccupante.
<< Tesoro mio, sai che di me ti puoi fidare ciecamente. Poi dirmi tutto, sono la tua mamma.>>,
mi tolse un ciuffo di capello che si era incollato sulla guancia rigata dalle mie lacrime.
<< Sono delle sciocchezze.. cose futili.>>.
<< Se sono cose futili, allora perchè piangi?>>, mi pulì una lacrima che mi fuoriuscii senza il
mio permesso.
Abbassai lo sguardo sulle mie mani.
Notai che le dita mi erano diventate rosse per il mio continuo torturarle.
La mamma mi accompagnò con lo sguardo.
<< Per cose futili non si piange in quel modo.>>, disse dopo avermi preso una mano dentro alla
sua esile mano calda e morbidaa come seta.
Era un modo per farmi smettere di torturarle.
<< Perchè come piango?>>, le domandai, guardandola negli occhi.
<< E' il tipico pianto di chi ci tiene moltissimo per la causa delle tue lacrime.>>, mi rispose.
Adoravo la mamma, capiva le cose a volo, senza nemmeno spiegarglielo. Non so come faceva,
io non n'ero capace di capire a volo le cose, ma desideravo tanto diventare come lei.
Era la mamma che desideravo.. potevo ritenermi fortunata ad averla con me.
Distesi appena le labbra, formandosi in un sorriso.
<< Tu come l'hai capito che ti eri innamorata?>>, le domandai.
Lei sorrise appena.
<< Mi sono semplicemente sentita bene insieme a lui. Ecco come l'ho capito.>>, mi fissò
dolcemente.
<< Lui, era papà.>>, dissi, specchiandomi lei.
Il suo sorriso, lo confermò.
<< Mi faceva stare bene, sorridere, protetta,, semplicemente specchiandomi dentro nei suoi
occhi. Non desideravo altro che stare con lui, passare ogni mio minuto insieme e quando non
c'era, non smettevo un secondo di pensarlo e ogni volta, non facevo altro che sorridere.>>,
aggiunse poi. << Mi aveva proprio stregato, il tuo papà.>>.
<< E' stato dura quand'è partito per la guerra?>>, le domandai.
<< Da morire.>>, avvolgendomi con il braccio sulla spalla, mi strinse più forte a lei. << E' stato
un periodo terribile per me.. non facevo altro che essere in pensiero per lui. Avevo timore.. non
desideravo altro che tornasse al più presto a casa, da me. Quanta felicità ho provato,
trovandomelo in un giorno gelido, all'alba, davanti alla porta della mia casa. Non so
spiegartelo, non smettevo più di piangere.. non volevo smetterlo di abbracciarlo. Con tutta la
mia forza, lo tenni a me, annusando il suo odore.
Quello che era anche il mio di odore, che mi era mancato un mondo. Quel giorno fu il mio
giorno più bello, non solo per il suo ritorno, ma anche perchè mi propose di diventare sua
moglie.
Non esitai nemmeno un secondo a dirgli di sì, quando mi disse se avevo voglia di sposarlo.>>.
<< E quindi per te, l'amore è stato bello. Non è così fastidioso, una vera propria tortura come
quello che sto provando io, adesso.>>.
<< Tesoro, ti sei innamorata.>>.
Notai che sorrideva ed era emozionata, quello che, di norma, dovevo provare anche io. Ma non
lo stavo provando, nemmeno l'un per cento.
Annuii goffamente.
<< Ma non è bello, come con te e papà.>>, ammisi. << Fa così schifo.. voglio che smetta tutta
questa cosa.. è insopportabile.>>.
<< Perchè dici questo?>>, corrugò la fronte. << L'amore è la cosa più bella che esiste al mondo
per ogni essere umano.>>.
<< Sì, ma non per me.>>, risposi.<< Non per chi non viene ricambiata.>>.
<< Oh tesoro mio.>>, mi abbracciò più forte. << Mi dispiace. Deve essere stato brutto, essere
stata rifiutata da qualcuno. Purtroppo l'amore, come le cose belle, hanno anche la parte
brutta.>>.
<< In realtà non mi sono dichiarata.>>, dissi. << Ma non succederà mai niente tra noi.>>.
<< Perchè dici questo?>>, la mamma mi buttò indietro i capelli. << Come fai ad esserne sicura
che tra di voi non possa succedere niente, se non hai la certezza dalle sue parole.>>.
<< Lo so perchè è fidanzato.>>, ammisi. << Ha una fidanzata e da come vedo, è molto preso da
lei.>>.
<< Tesoro mio.>>, mi diede un dolce bacio sulla fronte. << Lo conosco?>>, si allontanò per
guardarmi negli occhi.
Annuii nervosamente.
<< Tommaso Scapece.>>, confessai.
Sentii la mamma sorridere sorpresa.
<< Tommaso Scapece.>>, ripetè mentre ce ne stavamo nel mio letto, abbracciate.
<< Mi fa uno strano effetto saperti innamorata di lui.>>.
<< Non dirlo a me, mamma.>>, mi strinsi di più a lei, appoggiando la testa sulla sua spalla. <<
Pensa che prima era il mio migliore amico.>>, aggiunsi.
<< Proprio un bel casino.>>, sospirò lei.
<< Ora non mi parla nemmeno più. Si è arrabbiato con me. Gli ho detto una cosa per niente
carina rivolta alla sua fidanzata e puoi immaginarti come l'ha presa.>>, le comunicai. << Io non
volevo, beh.. non in quel modo. E che mi provoca tanta gelosia. Non ho mai voluto che
succedesse questo.. non sono stata io a decidere di innamorarmi di lui. A me bastava averlo
come amico.>>.
<< Cupidino ne crea di casini, tesoro bello.>>, rispose la mamma, con lo sguardo rivolto al
soffitto. << Doveva andare così, evidentemente.>>.
<< Perchè non può tornare il mio migliore amico.>>, più che una domanda, era una
supplicazione.
<< Perchè le cose cambiano con il tempo, tesoro e non si può tornare indietro.>>, la mamma
spostò lo sguardo su di me.
Feci la stessa cosa.
<< Ma io non gli avevo chiesto proprio niente.>>, fu la mia risposta.
La mamma sospirò.
<< Ora che farai? Dovrai pur dirglielo.. non puoi tenertelo dentro.. non risolverebbe proprio
niente.>>, mi disse poi.
<< Non credo che ne avrò il coraggio, mamma. L'idea di perderlo, perchè sono convinta che
succederà, mi lacera il cuore.
Lui è il mio migliore amico.. non posso perderlo.>>.
<< L'hai già perso, tesoro.>>, fece lei. << Da quanto ti sei innamorata di lui.>>, disse poi. <<
Devi trovare il coraggio, dirgli tutto ed essere forte a sopportare le delusioni.
Ma non puoi tenertelo dentro, è un peso troppo grande.>>. << Devi liberatene, fare in modo
che non ti renda la vita impossibile. Sei giovane, praticamente ancora una bambina.. hai tanto
da vivere. Questo è solo l'inzio, tesoro.. non puoi perdere alla prima delusione.>>.
Sospirai pesantemente.
<< Ci proverò.>>, dissi convinta. << Anche perchè non mi piace molto perdere.>>, sorrisi
divertita.
<< Appunto.>>, mi appoggiò la sua mano delicata, sulla mia guancia.
Rivolse poi lo sguardo sulle buste che avevo buttato accanto a letto.
<< Che dici, mi fai vedere i tuoi nuovi vestiti?>>, domandò lei, cambiando del tutto argomento.
<<Sì.>>, scattai in piedi, per prendere le buste, intanto la mamma, si mese a sedere sul mio
letto.
Non sembrava una mamma che aveva raggiunto i quaranta.. era ancora più giovane e bella,
come il sole.
<< Mi credi se ti dico che non me la serei tolta di dosso, se non l'avrei accontentata nel
comprare queste cose?>>, mi riferii ovviamente a Lea, e di quant'è brava nel convincere la
gente.
La mamma scoppiò a ridere.
<< Però devo ammettere che ha un buon gusto.. ti devono stare un amore.>>, posò una gonna
di jeans, sulle mie gambe incrociate.
<< Una bella signorina.>>, mi ammiccò.
Sorrisi appena.
<< Uh, che carina questa!>>, esclamò la mamma, quando si trovò tra le mani una camicetta
floreale a maniche lunghe.
In quel momento mi sembrava di sentire Lea, esclamare a ogni vestito che le piaceva e
praticamente sempre, visto che non c'era uno che gli faceva schifo.
<< Questa giuro, se mi va bene, te la frego.>>, mi disse.
<< Te la presto volentieri, ma la voglio indietro, intatta eh.>>, le puntai scherzosamente il dito
contro.
<< Può starne certa, signorina Alice Russi.>>, scherzò.
Quella sera la passammo a ridere e scherzare insieme a guardare un film giallo americano.
Una volta in camera, mi buttai letteralmente sul letto, come un sacco di patate.
Sprofondai nel sonno, anche se la mia mente era ben incasinata.
Anche se il cuore mi diceva di confessare i miei sentimenti a Tommaso, la mente mi frenava.
Aveva timore.. non voleva che succedesse un casino.
Che le cose cambiassero in un modo da sconvolgerle del tutto.
Non voleva perdere il suo migliore amico.. o semplicemente non voleva essere rifiutato da lui.
Voleva starsene dentro alla speranza che in fondo provasse qualcosa per me e aspettare quel
giorno in cui se ne sarebbe finalmente accorto.
Mi addormentai senza rendermene conto.
La mattina seguente avevo indossato uno dei miei vestiti che avevo comprato. Che Lea, mi
aveva fatto comprare.. beh era il minimo, visto che li avevo pagati.
Indossai un semplice jeans molto aderente, con un bellissimo fiore dai petali di fuscia e una
sfumatura nera ai bordi. Dovevo ammettere che era molto carina.
Sopra ci avevo abbinato semplicemente una camicetta bianca, che mi scopriva un po' i fianchi.
Con dei semplici stivaletti marroni, ero pronta per andare a scuola.
Arrivata a casa sua, speravo tanto che mi stesse aspettando. Ma non vedendo la sua moto, capii
che già se n'era andato.
Mi sentii completamente sola.
Abbabdonata come un sacco di immodizia sotto alla violenta pioggia.
Come se su tutto il mondo, ero l'unica essere vivente rimasta. Era la cosa più brutta che si
potesse provare. Atroce.
<< Wow!>>, la voce eccitata di Lea, mi spezzò da quei pensieri.
La fissai, dentro ai quella gonna scozzese, era davvero un amore.
Stupenda.
<< Adesso sì, che si ragiona.. sarai la star della scuola. Farai impazzire chiunque ragazzo.>>,
mi ammiccò, dopo avermi abbracciato così forte, da non respirare per un minuto.
<< Io non ci crederei tanto.>>, le comunicai mentre c'incamminavamo verso scuola.
<< Sei più pessimista di quel poeta di cui non mi ricordo nemmeno il nome. Non so cosa mi
inventerò se il prof se per caso mi interroga.>>.
<< Leopardi.>>, le comunicai.
<< Chi? È un nuovo alunno, dimmi è carino?>>, non aveva capito.
Lasciai perdere.
<< Lui è già uscito?>>, mi azzardai a domandarle.
<< Sì.>>, guardò davanti a lei.
Annuii con la testa, cercando di non dare nell'occhio di quando mi faceva male.
<< L'hai fatto proprio incazzare ieri sera.. non ha fatto altro che tirare pugni.. vedessi come ha
ridotto il muro della sua camera. Non voglio starci quando la mamma scoprirà quello che ha
combinato.>>.
<< Tanto?>>, mi preoccupai.
La sua espressione spaventata, me lo confermò.
Avevo fatto proprio un bel casino.
Che disastro.
Durante le lenzioni, tra sguardi che alcuni ragazzi mi emanavano, l'unico che non mi diede retta
era appunto Tommaso.
Abbracciato alla sua ragazza, si divertivano a scarabbocchiare sul foglio mentre io cercavo di
non scoppiare a piangere come una bambina.
<< Bei jeans.>>, i maschi e non solo, non facevano altro che ripertermi mentre me ne stavo in
piedi, in corridoio, dando le spalle alla finestra.
Fuori il cielo era grigio e non c'era traccia di un raggio di sole. Proprio come mi sentivo dentro.
<< Che bella che sei, Ali.>>, la voce di Carlo, improvvisamente mi fece sobbalzare.
Ero in cerca di Tommaso con lo sguardo, ma in corridoio, in mezzo ad altra gente, non c'era.
Chissà in quale angolo più nascosto, era andato a fare l'amore con la sua ragazza.
L'idea mi fulminò.
<< Cazzo!>>, me la presi con Carlo.
<< Non volevo spaventarti.. scusami.>>, era dispiaciuto.
<< No, scusami tu.>>, sospirai. << E' che oggi non è giornata.>>.
<< Problemi?>>, divenne curioso.
"Non immagini neanche."
<< No, semplicemente mi sono svegliata male. Niente di grave, mi passerà.>>, mi sforzai a
sorridere.
<< Mi dispiace.>>, senza il mio consenso, si buttò su di me, abbracciandomi a lui, nello stesso
momento che intravidi Tommaso in corridoio.
Mentre aspettava che la sua ragazza finisse di parlare con alcune ragazze, notò quel piccolo
particolare.
Con le mani dentro alle tasche dei jeans, i suoi occhi raccontavano rabbia per quell'abbraccio.
"E se in realtà fosse geloso? Questo vuol dire che era anche lui innamorato di me?".
L'idea mi fece sorridere.
<< Visto?>>, Carlo si allontanò. << Ti ho fatto sorridere.>>, aprì le braccia.
Ma non era stato lui, in realtà.
Sorrisi.
Si appoggiò accanto a me.
Notai che Tommaso ancora ci stava a guardare.
In realtà, con gli occhi di fuoco, fissava Carlo.
<< Strano prima che Ciro non ci presentasse, non mi sono mai accorta di te.>>, gli dissi.
<< Preferivo stare al piano di sopra, qui non avevo nessun interesse.. fin'ora.>>, quel suo
ammiccare mi spaventò un po'. << Che dici? Domani sera, usciamo... andiamo a quel locale
che ti ho parlato, ricordi?>>.
<< All'uscita vedremo cosa dirà Lea, ma so già che sarà un sì.>>.
<<Oh.>>, lo vidi sorpreso, quasi deluso.
<< Cosa c'è?>>, mi preoccupai. << Ho detto qualcosa che non va?>>, aggiunsi poi.
<< No.. niente.>>, mi sorrise. << Okay..io adesso vado.. ho una cosa da fare. A dopo, bella.>>,
mi diede un bacio sulla guancia e una volta raggiunto le scale, salì.
Mancando altri dieci minuti, decisi di rimanere ancora in corridoio.
<< Non dirmi che stai con quello?>>, mi ritrovai Tommaso davanti.
Non era bravo a ternermi il broncio, nemmeno un giorno era stato in grado di non parlarmi.
<< Quello chi?>>, feci la fintatonda.
In realtà dentro sentivo la necessità di allungare più il possibile la nostra conversazione.
Lo volevo vicino a me.
La voglia di baciarlo, mi prese in sopravvento.
Sentire il suo dolce profumo su di me.
<< Non fare la bambina, stai con quello?>>, mi guardò impassibile.
<< E a te che t'importa.>>, incrociai le braccia al petto.
Non parlò, mi fissò solamente.
<< Non fa per te. Stanne alla larga.>>, disse poi.
Ma chi si credeva di essere?
Mio padre?
Io di padre ne avevo uno e di certo non me ne serviva un altro.
Tantomeno lui.
Non lo volevo come padre, ma in un altro senso.
La presi sul ridere.
<< Ma chi cazzo sei?>>, divenni più gelida di lui.
Stavo giocando al suo stesso gioco.
<< Non sarai di certo tu a dirmi chi frequentare e chi no.>>.
Con un paio di passi me lo trovai davanti..
Un centimetro da mio corpo.
Il suo profumo, mischiato con quello di Fanny, era così nauseante.
Aveva rovinato il profumo più buono, quella vipera antipatica.
Abbassò la testa per fissarmi negli occhi.
<< Smetti di frequentarlo, okay.>>, lo disse come se lui avesse il totale comando su di me.
Ma chi si credeva di essere?
Perchè dovevo smettere di frequentarlo.
Cos'è era geloso?
L'idea i stuzzico.
<< Pensa mi ha invitato a uscire con lui...>>, mi avvicinai a un centimetro dalle sue perfette
labbra.
Le fissai.
La voglia di morderle mi stuzzicò e anche tanto, mi faceva davvero uno strano effetto quel mio
ormai ex migliore amico.
<<.. da soli.>>, sussurrai poi.
Lo sentii irrigidirsi.
<< Ti vuoi mettere con lui?>>, appoggiò la sua mano sul bordo del marmo della finestra.
Accanto a me, formando come una specie di barriera.
Guardai il suo braccio divertita.
<< No.>>, feci. << Io già sto con lui.>>, gli dissi e con una spinta mi liberai e con il suono
della campanella, mi recai in classe.
Anche se gli davo le spalle, sentii il suo sguadro addosso a me, mentre avevo quello di Fanny
dentro ai miei occhi.
La cosa non l'era piaciuta proprio.
Trovai quella scena divertente e nello stesso tempo, vendicativo.
Come avevo prevvisto, Lea accettò più che volentieri. Era così eccitatissima che non avevo
nemmeno finito di finire.
Nello stesso istante che Lea accettò, saltellando come una bambina, Tommaso si materializzò
davanti a noi.
Davanti a me.
Ci fissammo per un po'.
Non sapevo che tipo di espressione avessi, mi ero completamente persa in quel meraviglioso
cioccolato.
<< Allora a stasera.>>, confermò Lea.
Carlo annuii e poi si rivolse a me.
Notò il mio sguardo perso dentro agli occhi di Tommaso.
<< Tutto bene, bellissima?>>, la sua domanda mi riportò alla realtà.
<< Sì.>>, gli risposi, sbattendo un paio di volte le palpebre per riprendermi del tutto.
Intanto con il suo modo di fare, Fanny saltantellando come un idiota, gli andò incontro.
Buttandogli le braccia al collo, lo tempestò di baci, lasciandola fare, ma il suo sguardo era
rivolto su di me.
<< Allora a stasera.>>, rivolsi la mia attenzione a Carlo.
Istintivamente appoggiai la mano sul suo braccio.
Dal tatto, notai che non era del tutto mingherlino.. era ben avvolto dalla massa muscolare.
Dal suo accenno di sorriso, notò che gli piacque quel mio gesto su di lui. Ma io notai solo lo
sguardo fulmineo di Tommaso.
Evidentemente gli dava terribilmente fastidio che io conoscessi nuova gente.
In realtà che mi innamorarsi e frequentassi un ragazzo.
Era geloso di me?
Provava qualcosa per me?
O semplicemente mi voleva proteggere come si fa con una sorella.
Ovunque cosa fosse, dovevo smettere di pensarci. Se avrei continuato, sarei finita
nell'impazzire prima del tempo.
Prima o poi, dovevo abituarmici alla situazione. Lui stava con lei ecco come stavano realmente
le cose.
Non potevo fare altro che accettare, prima iniziavo e prima smettevo di soffrire.
Almeno ci speravo.. quel vortice atroce dentro al petto e il fastidio nello stomaco, mi stavano
solo torturando.
Volevo intensamente che smettessero, si cancellassero del tutto, lasciandomi una volta per
sempre.
Non desideravo altro.
Ripensando a quello che mi aveva detto Lea, avevo deciso di andare avanti.
Tenermi la mente occupata.
Istintivamente diedi un bacio sulla guancia di Carlo.
Per farlo dovetti mettermi sulle punte, tutti quelli che conoscevo, erano più alti di me.
Come una maledizione, ero circondata da giganti.
Sentii Carlo sospirare a quel mio gesto, un sfiorarlo semplicemente la sua pelle profumata di
bagnoschiuma.
Eppure non avevo sentito niente. Era un semplice bacio innocente che si danno agli amici o a
persone appena conosciute.
Imbarazzata, mi ritrassi indietro.
Aprendo gli occhi, mi ritrovai i suoi dentro ai miei.
Sorrise.
<< A stasera.>>, fece lui.
Annuìì con le testa.
<< Per essere alle prime armi, impari in fretta.>>, mi venne incontro Lea, ammiccandomi.
Iniziando a camminarci verso le nostre abitazioni, la guardai interrogativa.
<< Cosa ho fatto?>>, ero curiosa di sapere cosa avevo combinato.
<< Il bacio.>>, mi disse. << E' stata la mossa migliore.>>, aggiunse.
Non sapevo a che cosa si stesse riferendo.
In realtà quello che mi spaventava, era a cosa stesse pensando Tommaso, come aveva
interpretato quel semplice bacio che avevo dato a Carlo.
<< Io non ho fatto nessuna mossa.. l'ho solo salutato con un bacio.. niente di che.>>, mi portai
lo sguardo in avanti.
<< Okay.>>, fece lei, ma il tono diceva che non la pensava affatto come me.
Ritornai a casa.
Dopo aver preparato il mio pranzo, come il mio solito fare, feci anche i compiti. Dopo aver
finito le espressioni di primo grado, mi soffermai sul saggio di Italiano. Tra un boccone e
l'altro, lo terminai e dovetti portarmi il libro di esercizio di inglese, non finendo gli ultimi
esercizi.
Con il libro in mano, ero pronta ad andare a lavoro, quando spalancando la porta, mi trovai Lea.
In mano aveva uno astuccio e in viso, un sorriso che mi spaventava un tantino.
<< Che ci fai qui?>>, le domandai.
Sospirò pesantemente.
<< Cosa devo fare con te.>>, mi comunicò tristemente. << Dai, abbiamo poco tempo.. ci
dobbiamo preparare. Tu, ti devi preparare.>>, marcò sull'ultima frase.
<< Lo vorrei tanto, davvero.>>, ovviamente usai del sarcasmo. << Ma come ben saprai, io a
quest'ora vado a lavorare.. credo che non si fa niente, di quello che tu hai mente.>>.
<< Cazzo.>>, sussurrò dispiaciuta.
Poi le venne l'illuminazione. << Vengo con te, ci prepareremo lì.>>, senza nemmeno lasciarmi
aprire la bocca, mi trascinò con lei.
<< E stai ferma.>>, si lamentò Lea, mentre stava stendendo qualcosa sulla mia faccia.
I fili neri del suo pennello, mi solleticavano il viso.
Intanto i gemelli se la ridevano divertiti mentre finivano i loro compitini delle elementari.
<< Mi sta venendo il torcicollo e poi, ho da finire i compiti.. hai fatto?>>, m'impazientii.
<< Te lo chiedo per l'ultima volta, stai ferma o sarò costretta a legarti sulla sedia.>>,
prendendomi il viso tra le sue mani, mi bloccò.
Per essere esile, era un tantino forzuta.
I gemelli risero.
Lea lì ammiccò divertente.
<< Che dite? Mi dareste un mano?>>; poi gli domandò.
<< Sì!>>, esclamarono.
<< Non ci pensate nemmeno!>>, lì puntai il dito contro. << O vi potete scordare i
videogiochi.>>, aggiunsi.
All'unisono si inizittirono e continuarono a fare i compitini.
<< State tranquilli.>>, li assicurò Lea. << In realtà non dice sul serio.>>.
Lea continuò a piastricciarmi la faccia con il suo trucco e quando finì con il ferro, iniziò con i
miei capelli.
Prima che potessi specchiarmi, vedere quello che aveva combinato Lea su di me, mi costrinse a
indossare un suo vestitino.
Dentro al maestoso bagno della famiglia Gregoretti che per giunta era chiusa nel suo studio
impegnata con il suo secondo libro,diventando il suo lavoro, mi specchiai.
Dentro all'enorme specchio appeso sopra al lavabo di ceramica, mi ritrovai una faccia diversa.
Non mi vedevo in quel nuovo effetto che il trucco leggero mi creava. Notai che la finissima
linea di eyeliner nero all'attaccatura delle ciglia, dando un leggerissimo effetto di allungamento
ai miei occhi.
Le palpebre erano state colorate da un ombretto champagne con una sfumatura oro alla sua
fine, mettendo ancora più in risalto l'effetto allungante.
Molto mascara nero, aveva portato le punta delle mie ciglia all'insù, riempiendoli del tutto e per
finire, le mie labbra erano state colorate di rosse, rendendole ancora più intense.
Quel tipo di trucco, si sposava alla pettinatura. Come se fossero stati disegnati, delle
perfettissime onde larghe, morbide, cadevano delicatamente, incorniciando il mio viso pieno di
fard, fin sopra alle spalle.
Non davo l'effetto di pagliaccio, ma mi vedevo davvero strana.
Non vedendomi mai così, non mi sembrava possibile che quel viso, appartenesse a me. Non mi
riputavo così tanto bella, non avrei mai immaginato che in me giaceva tutta quella bellezza.
Dopo che capii come andasse, indossai il vestito. Una stoffa leggerissima e fresca, color panna,
sul champagne come l'ombretto, mi accarezzò la pelle.
Delicatamente mi disegnò quelli che erano i miei lineamenti. I miei fianchi erano così
accentuati.
Non mi erano mai sembrati così ben evidenti, ma non esageratamente.. giusto per il mio tipo di
corporatura.
Perfino il seno, era ben evidente dentro a quel fasciato ma con bracce lunghe, lasciandomi le
spalle libere. Beh eravamo pur in autunno, mancava un paio di settimane all'inizio dell'inverno.
La gonna semplice, aderente si fermò a un paio di centimetri dalle mie ginocchia che in quel
momento erano coperte dalle calze lunghe di lana.
Era un modo per riscaldarmi e non tremare dal freddo, essendo un tipo freddoloso.
Conoscendo Lea, me lì tolsi.. una ventata di aria fresca, rabbrividì la mia pelle.
<< Dimmi che hai delle calze.>>, uscii dal bagno.
Intanto la mia datrice di lavoro, aveva raggiunto i suoi gemelli che dopo finito i compiti, si
erano dedicati ai loro giochi.
<< Ali, ma sei magnifica!>>, esclamò, quando mi notò.
<< Grazie mille.>>, le mie guancie si accessero di rosso.
<< E il merito è tutto il mio.>>, s'intromise Lea, congratulandosi per il suo lavoro.
<< Ma la maggiorparte è stata tutto merito dei suoi genitori.>>, fece lei.
Lea le dovette dare ragione.
<< Vuole che faccia qualcosa, signora?>>, come una brava lavoratrice, le andai incontro. << I
bambini hanno fatto i loro compiti.. gli preparo qualcosa da mangiare.>>.
<< No, tesoro.>>, rispose. << Hanno già dato con i dolciumi. La cuoca è già all'opera con la
cena. Non c'è bisogno che fai altro, per stasera.>>, alzò lo sguardo su di me. << Ti lascio alla
tua serata, non vorrei essere la guastafeste.>>, disse ammiccandoci ad entrambe.
Io e Lea, ridemmo.
<< Allora a domani pomeriggio.>>, feci.
Lei annuii.
<< Ciao piccole pesti, vado a casa.>>.
<< Ciao.>>, entrambi mi saluatarono distrattamente e ci recammo verso l'uscita dopo aver
ricevuto del "Divertitevi", da parte della signora Gregoretti.
Una volta fuori sentii le mie gambe, per niente abituate a contatto diretto con il freddo, tremare
come foglie.
Per fortuna ai piedi avevo delle comodissime ballerine.. non c'era anche il rischio di cadere
come un frutto maturo e fare delle figuracce.
Ci recammo nel bar, dove i nostri due accompagnatori ci stavano aspettando.
Carlo vestiva di un semplice jeans nero e una camicia immacolata, molto elegante, dentro a una
giacca nera.
Era molto carino, dovetti ammettere.
Ciro invece indossava dei semplici pantaloni blu e una polo grigia. Anche lui aveva un suo
perchè, molto sportivo.
<< Dio!>>, sentii esclamare Carlo, quando mi vide. << Sei davvero uno schianto..>>, mi
guardò rimanendo a bocca aperta. <<..non ho proprio parole.>>, mi abbracciò.
Mi diede un bacio sul collo.
Mi fece uno strano effetto, ma non in senso buono.
<< Ovviamente è opera mia.>>, con il suo solito modo di fare, s'intromise Lea, aprendo le sue
braccia.
<< Ciao Ciro.. come siamo carini stasera.>>, lo salutò con un bacio.
<< Mai quanto te, piccoletta.>>, rispose lui.
Il suo vestitino nero, non dava tante immaginazioni.
Prima di recarsi al locale, i due ragazzi ci offrirono delle spremute d'arance, mentre loro si
ordinarono della birra.
Non avevo mai provato in vita mia e non pensavo nemmeno di provarla. Era alcolico e non
faceva un buon effetto, almeno da come vedevo tra quei pochi ubriaconi che c'erano nel
quartiere.
<< Ne vuoi un po'?>>, Carlo mi domandò dopo averne preso un sorso.
<< No.>>, mi aiutai anche con la mano.
<< Non ti piace?>>, il suo sguardo divenne investigatorio.
Intanto Lea e Ciro, erano impegnati in un loro discorso che non ho ascoltato di quale
argomento si trattasse.
<< Non lo mai provato.>>, non gli mentì.
Perchè dovevo poi. << Ma so gli effetti che provoca quella bevanda.>>, l'indicai.
Lui scoppiò a ridere, avvicinandosi di più a me.
Sentii il suo profumo di pulito, avvolgermi.
Non era poi così male.
<< Perchè non la provi?>>, prese in mano il bicchiere.
Lentamente lo alzò, portandola verso la mia bocca.
Istintivamente mi ritrassi indietro.
<< Un goccio.. non ti succederà niente.>>, aggiunse poi. << Se non ti piace, la puoi sputare a
terra.>>.
Sgranai gli occhi.
<< Non credi che sia un po' disgustoso?>>, lo dissi con una punta di divertimento.
<< Io non mi scandalizzo.>>, mi ammiccò, sorridendomi.
Sentii il vetro freddo del bicchiere, appoggiarsi sul mio labbro inferiore serrato.
Mi stava invitando a bere.. non ci ho pensato poi così tanto se acconsentire o no, che mi sono
trovato un goccio di birra bruciarmi in bocca.
Ingoiandola, le bolleccine mi solleticarono la gola.
Premetti per un po' le palpebre.
<< Allora?>>, aspettava un mio verdetto.
<< Beh..>>, lo guardai. << Un po' amara, ma non è poi così disgustosa.>>.
Sorrise.
Lea e Ciro si alzarono pronti per andare. Ci alzammo anche noi e tutti e quattro, ci regammo
verso la nostra meta.
Si trovava a un paio di metri dal bar, per mia fortuna. Con le gambe nude, era il gioco preferito
per il vento che si era alzato.
Era un locale che conoscevo. Ci passavo molto spesso lì, per raggiungerlo dovevamo passare
accanto al parco.
Quando mi ritrovai accanto al cancello chiuso, i miei occhi fissarono istintivamente al suo
interno.
Lì, in fondo, dove giaceva l'enorme quercia.
Mi sentii avvolgermi di una sensazione di tristezza e malinconia. E sapevo anche quale fosse il
motivo. E che io di Tommaso non ne potevo fare proprio a meno. I sentimenti che provavo per
lui, non sarebbero mai cambiati.
Cancellati, come speravo che mi succedesse.
Era tutto inutile.
Per quando mi sforzassi, non avrei mai smesso di amare il mio migliore amico. Avrei
continuato all'infinito e nessuno, tantomeno conoscendo nuova gente, la situazione non sarebbe
mai cambiata.
<< Ali, tutto bene?>>, la voce di Carlo mi fece notare che mi ero fermata accanto al cancello.
Avevo gli occhi persi dentro al mio caotico casino che avevo nella mia testa a fissare la
quercia.
La nostra quercia.
<< Sì.. perchè?>>, cercai di fare la fintatonda.
Speravo solo di non sembrare un idiota.
Alzando lo sguardo in avanti, sopra alla sua spalla, notai che Ciro e Lea, continuarono a
camminare ignari di tutto.
Tra loro notai che c'era una bella intesa.
<< Ti sei fermata all'improvviso.>>, insaccò le mani nelle tasche dei pantaloni. << A fissare..
non so cosa.>>, aggiunse poi, dopo aver guardando all'interno del parco del tutto vuoto.
<< Cosa c'è?>>, poi mi fissò.
"Lo vuoi sapere? Ho appena capito di quanto non posso farne a meno di Tommaso. Ne sono
innamorata.. troppo, non ci posso fare niente. Io lo amo da morire.. e non posso farne a meno."
<< Niente.>>, risposi. << Mi è sembrato di sentire un rumore, ma si trattava del vento.>>,
mentii.
Lo fissai.
Non sentivo niente che specchiandomi in quei occhi meravigliosi cioccolato, mi provocassero.
Gli occhi di Carlo, seppure carini, non mi accendevano come fuoco. Non si perdevano in loro,
non desideravano essere guardati da loro.
Non mi provocava niente che non fosse della semplice amicizia.
Niente di quello che mi provocava Tommaso.
Dentro la mia mente, pensai a lui.
Una tremenda voglia di lui, mi avvolse, di averlo vicino e passare del tempo con lui come ai
vecchi tempi, di camminare con lui, sorridere, parlare di qualsiasi cosa, mano nella mano, come
stava facendo in quel momento Carlo.
Entrammo nel locale.
Non era enorme, un semplice quadrato da un lungo corridoio e dei tavoli di legno, come le
banchine, una davanti all'altro, formando una fila di dieci tavolate da sei persone.
Sul bancone, come si vedevano nelle serie tivù americane, c'erano dei sgambelli con i piedi
d'acciaio lunghi, formavano altri posti dove i clienti potevano mangiare tranquillamente o bere
il proprio caffè o del cioccolato.
Quella sera era particolarmente affollata, ma riuscimmo lo stesso a trovare un posto al tavolo.
Era in fondo alla stanza, dietro al juxbox dove una canzone straniera, riempiva il locale, oltre
alla rumorosità dei clienti.
<< Devo ammettere che non è male qui.>>, fece Lea, guardandosi intorno mentre si spogliava
del suo soprabito.
Un fasciato nero, le disegnava appieno il suo abbondante seno.
<< Non ci sei mai stata qui?>>, le domandò Carlo, aspettando che qualche cameriere, ci
notasse e ci portasse del menu.
<< No..non ho avuto mai l'occasione.>>, fece lei, dando uno sguardo in mezzo alla stanza, lì,
dove un paio di scalette, un gruppo di ragazzi si davano alla pazza gioia nel ballare il rock e
roll.
<< E' come trovarsi nei film americani.. è eccitante.>>.
Intanto una cameriera sui trenta anni, ci portò quattro menu e ci lasciò del tempo per scegliere.
Aprendo il menu, mi soffermai sulle pizze. Tutte e quattro prendemmo una porzione di patatine
e una pizza a testa e della coca cola, come bevanda.
<< Non resisto.. amo questa canzone.>>, fece Lea, alzandosi. << Ho una voglia tremenda di
ballare. Chi vuole venire con me?>>, ci guardò.
<< Passo.>>, facemmo io e Ciro impegnato a giocare con le posate.
<< Che noiosi.. non mi potevano capitare due amici più noiosi e vecchi come voi due.>>,
c'indicò ad entrambi.
Ciro e io ci scambiammo uno sguardo d'intesa.
<< Va bene, vado da sola.>>, scese saltellando le scale e si mischiò nella mischia, perdendola
di vista.
La cameriera ci portò le bibite.. ne sorseggiai un po'. Era così giacciata, ottima e dissetante.
<< Ciro.>>, una voce maschile mi fece sgranare gli occhi.
Sentii il suo profumo sbattermi dietro la schiena. Iniziai a tramare.
"Tommaso? Ma che ci fa qui?"
sentendo poi la voce femminile di Fanny, capii che era lì con lei.
<< Tommaso, Fanny.. anche voi qui?>>, fece Ciro.
Intanto Carlo che era vicino a me, si voltò per guardarlo.. io non avevo minima intenzione.
Se l'avrei guardato, mi sarei solo fatta del male.
Avrei peggiorato le cose.. mi sarei ingelosita più di quanto non lo fossi già, solo sentendo la sua
voce.
<< E' un locale carino.>>, mi venne incontro, disegnandosi dentro ai miei occhi, quando si
sedette accanto a Ciro.
Vedendolo il mio respiro si bloccò del tutto.
Era dannatamente bello.
Non avevo mai visto qualcosa di bello prima d'ora.
Indossava dei semplici jeans e della camicia immacolata con entrambi i lambi sopra ai
pantaloni.
Gelatinati, aveva creato un enorme ciuffo sopra alla testa, dalla punta all'indietro, facendo in
modo che la sua spaziosa fronte, fosse libera dai suoi capelli.
Notai che la barba che incorniciava la sua bocca, era cresciuto un po' di più, rendendolo ancora
più uomo.
Più sexy.. da morire.
La voglia di abbracciarlo, baciarlo e averlo mio, mi soffocò completamente.
Mi fissò.
<< Ho pensato di farci un salto con la mia ragazza.>>, prendendola per mano, la fece sedere
sulle sue gambe.
Un ondata di odio e voglia di ucciderli, mi prese in soppiatto.
I miei occhi si accesero di rabbia che Tommaso, non staccandomi gli occhi d'addosso, anche lui
gelido, notò quel mio piccolo particolare.
Eravamo così impegnati a guardarci intensamente minacciosi che, non capii nemmeno cosa
avesse detto Fanny, dopo avergli dato un dolce bacio sulla barba.
"Troia".
Non potei non pensarlo.
La odiavo così tanto, mi metteva addosso così tanta rabbia, più di quanto ne avessi dentro.
Senza pensarci di un secondo, mi alzai di scatto e non m'importò se la gonna si era alzata un
po', anzi lo trovai perfetto, quando notai gli occhi di Tommaso guardare le mie gambe.
Notò che s'irrigidii appena.
Presi per il braccio Carlo e lo trascinai con me.
Senza dire una parola, ci ritrovammo in pista, immischiandoci tra la gente.
<< Sbaglio o avevi detto che non sapevi ballare?>>, mi sussurrò nell'orecchio Carlo.
<< Sì, ma si può sempre imparare, no?>>, gli dissi poi, dopo aver visto che quei due ci avevano
inseguito. Insieme alla sua ragazza, a un paio di metri da noi, Tommaso non mi lasciava mai
con lo sguardo.
Carlo sorrise e mi cinse le mani sui fianchi.
Trovai quel gesto così gelido da farmi tremare, ma non me ne curai.
Volevo ballare, avevo voglia di imparare e nessuno, tantomeno il mio ex migliore amico che
amavo più di qualsiasi cosa, me lo poteva impedire.
Dandogli degli sguardi, notai che ci sapeva fare con il rock, aveva dei movimenti perfetti, io
sembravo un idiota. Perfino un robot era più molleggiato di me.
Abbracciò la sua ragazza, stringendola a sè, al suo corpo.
Voleva la guerra e che guerra sia.
Non aveva la più pallida idea di chi avesse davanti. Anzi, l'aveva.. mi conosceva e sapeva
benissimo che non amavo perdere.
Prendendo un po' di coraggio, iniziai a muovermi di più. Rilassarmi e cercare di essere più
sexy.
Mi buttai i capelli che stavano diventando più sudaticci sul viso.. e con le mani sopra alle mie
cosce, portai ancora di più la gonna all'insù.
Notai gli occhi di Tommaso accendersi di fuoco, quando Carlo fissò le mie gambe nude
intensamente.
Lui cercò di farmi smettere, gelandomi con il sguardo. Facendomi capire che stavo esagerando.
Gli regalai un sorriso di chi stava per vincere. Come sempre.
Continuai.
Ormai ero così eccitata, piena di adrenalina e mi stavo divertendo che non avevo ben nessuna
voglia di smettere.
Ballare in fondo non era così male.
<< Sei bella.>>, sentii la voce ci Carlo, addosso quando cercò di baciarmi.
Mi scansai e mi ritrovai dentro ai capelli, la sua mano.
<< Mi fai impazzire.>>, mi alitò sul collo, pulendomi con la lingua una goccia di sudore.
Mi strinse di più i capelli.
Improvvisamente sentii la necessità di irrigidirmi.
Capii che stavo esagerando.. con il mio modo di fare, lo stavo illudendo.
Con la scusa di andare a bere, mi allontanai da lui.
Arrivata al tavolo, Ciro non c'era.. doveva essere andato certamente in bagno. Intanto i nostri
ordini erano arrivati.
<< Cazzo credi di fare, me lo dici?>>, con un gesto violento, Tommaso mi voltò verso di lui, in
modo che potessimo guardarci negli occhi.
Nei suoi meravigliosi occhi.
Erano così gelidi.. non l'avevo mai visto così.
Un po' mi spaventai.
<< Lasciami, mi fai male.>>, cercai di liberare il mio polso dalla sua presa.
Non me lo lasciò fare.
<< Cazzo fai? Non vedi che ti rendi solo ridicola, una puttanella da quattro soldi.>>, il suo
modo di guardarmi di rabbia e credo ammirazione, mi accese dentro.
Come se qualcuno mi avesse dato fuoco.
In quel momento esatto, avrei tanto voluto saltargli addosso, baciarlo anche se non lo avevo
mai fatto, senza darci tregua, fino a che i nostri respiri non morivano all'unisono e i nostri cuori,
emettavano di più i battiti, in cerca dell'aria.
<< Non azzardarti mai più!>>, con la mano libera gli diedi uno schiaffo violento.
Il suo viso si voltò dall'altra parte.
Rimase in quella posizione, con lo sguardo abbassato.<< Ti odio, non voglio più vederti.. mi
devi lasciare in pace. Vai dalla tua ragazza.. che è meglio!>>, me ne andai.
Durante il tragitto per raggiungere Carlo, non riuscii a non piangere.
Lui lo notò e mi propose di andarci a prendere una bella boccata d'aria.
Accettai ne avevo proprio bisogno.
Uscendo dalla porta del retro, ci trovammo in uno svincolo buio, illuminato solo da una
lanterna legata con un filo alle estremità dei due palazzi malconci.
Non dava un bel aspetto, anche perchè molti ubriachi non facevano altro che vomitare.. era così
nauseante.
Non si respirava un odore buono.
<< Vieni.>>, Carlo mi prese per mano e mi portò più in fondo, dove la luce non arrivava ad
illuminare.
Mi terrorizzai.
<< Tranquilla ci sono io con te.>>, mi accolse nel suo abbraccio, facendomi appoggiare di
schiena sul muro che chiudeva quel vicolo. << Puoi fidarti di me.>>, mi sussurrò
accarezzandomi delicatamente i capelli. << Dio quanto sei bella.. mi sei piaciuta dalla prima
volta che ti ho vista, sai.>>, la sua mano poi si appoggiò sulle mie labbra.
Sentii la necessità di preoccuparmi.
<< Stai tranquilla, piccola.>>, sul suo viso si disegnò uno strano sorriso che non mi metteva
nessuna tranquillità.
<< Non ti farò male.. te lo prometto.>>, sentii il suo corpo sul mio, mentre mi stringeva tra le
sue dita, la mia bocca.
Mi provocò del dolore, che emisi dal naso. Avevo la bocca momentaneamente occupata.
Con la mano cercai di liberarmi, ma con un movimento veloce, mi trovai entrambe le mani,
trattenute dal polso, alzate sopra alla mia testa.
<< Sarà bellissimo vedrai. Ti piacerà così tanto che come una troia, ti metterai in ginocchio a
pregarmi di farlo di nuovo.>>.
Con una spinta, la mia schiena andò a sbattere contro il muro rigido, graffiandomi la pelle.
Sentii del bruciore, mentre le lacrime mi presero in sopravvento.
<< Voglio che diventi la mia puttanella, ogni volta che lo desidero.>>, liberandomi la bocca,
mi toccò le gambe nude.
Ansimai di dolore, quando le sue dita, strinsero la mia pelle.
<< Cosa vuoi fare?>>, dissi con un fil di voce.
Stavo tremando dalla paura.
<< Adesso lo vedrai.>>, mi guardò in uno strano modo.
Il suo respiro, m'invase il mio viso, mentre saliva sempre di più con la mano.
<< Ti farò impazzire.>>, cercò le mie labbra, ma voltai il viso dall'altra parte.
Mi ritrovai le sue labbra che divennero disgustose sulla mia guancia.
<< Ti prego, non voglio.>>, dissi. << Non farlo.>>, lo fissai nel tentativo di farlo ragionare.
<< No, piccola.. non fare così. Sst>>, liberandomi le mani, mi accarezzò il viso.<< Un po' di
paura è normale.. ma con me puoi stare tranquilla, sarà bellissimo, credimi.>>.
Mi avvolse con la mano tutta la mia guancia, schiacciando le onde perfette dei miei capelli.
<< Perchè io?>>, i miei occhi erano innodati dalle lacrime che vedevo tutto velato.
<< Perchè sei stupenda. E' dalla prima volta che avevo voglia di te..ti avrei tanto voluto farti
mia in camerino, e toglierti quei vestiti d'addosso.
Non ho fatto altro che pensarti, sei diventata la mia ossessione.>>, mi sussurrò.
<< Ti prego, lasciami.>>, lo implorai. << Non farlo, tu sei sempre stato così gentile, bravo,
perchè vuoi rovinare tutto?>>, lo fissai.
<< Io non voglio rovinare niente, piccola. Ho solo voglia di te e non saranno certamente le tue
parole a fermarmi. Ti voglio mia e vedrai, ti piacerà un casino.>>.
In quel momento urlai.
Urlai il suo nome, sperando che mi avesse sentita. Lo speravo così tanto, non poteva finire così.
Non in quel modo crudele.
Lui mi tappò la bocca. Con le mani libere, cercai di togliermelo d'addosso.
Mi stava soffocando, mentre lui aveva raggiunto la mia meta.
Era così fastidiosamente brutto, i suoi tocchi erano una tortura. Violenti, non c'era niente che
mi potesse piacere.
Ma fu inutile, era così pensante.. una montagna impossibile da spostarla.
Le mie braccia esili stavano cedendo, sentivo nient'altro che dolore.
Mi faceva male.. tutto, i suoi tocchi lì.
"Tommaso!".
Gridai dentro di me, non avevo nessun'altro modo da urlare.
"Tommaso, aiutami! Tom, dove sei ho bisogno di te. Non mi abbandonare. Tommaso, ti prego,
aiutami! Ho bisogno di te.. dove sei.".
Mi ritrovai a terra, in ginocchio, con le mani a terra, mentre lui sopra di me, mi liberò il mio
seno, prendendolo dentro la sua mano schifosa.
Ansimai di dolore dentro la sua mano, iniziandomi a toccarmi che di bello, tutto quello che mi
aveva raccontato Lisa, non c'era proprio niente.
<< Sta ferma.>>, mi tenne con il suo corpo, ferma, bloccandomi, mentre continuava il suo
obiettivo.
"Tommaso.".
Ormai mi stavo ricredendo, abbandonando a quello che mi stava succedendo. Nessuno mi
sarebbe venuto a salvare, quelli che erano lì, erano tutti ubriachi per accorgersi della situazione.
Tommaso di sicuro se n'era andato con lei. Gli avevo appena gridato che l'odiavo, che doveva
lasciarmi in pace.
Lo avevo mandato via.. se mi meritavo quello che stava per succedermi, era colpa mia.
Avevo illuso Carlo, mi ero illusa su di lui.
Mi sembrava un bravo ragazzo, un amico perfetto e invece non era niente di tutto questo.
Non avevo creduto alle parole di Tommaso, l'unico che non si sarebbe mai azzardato a farmi
del male.
Avevo combinato un bel casino.
Mi ero allontanata, facendolo andare via, da l'unica persona che io volevo.
L'unica che desideravo.
Volevo Tommaso.. solo lui.
Nessun altro, anche se questo significava di passare la vita da sola. Senza di lui.
<< Brutto figlio di puttana!>>, improvvisamente sentii la voce famigliare.
"Tommaso?".
Sì, era lui e non lo stavo per niente immaginando sentendo improvvisamente del leggero
addosso a me, quando con un gesto violento, mi tolse Carlo su di me.
Tossii quando le mie labbre furono finalmente libere. Erano così dolorati, con la mano le toccai
cercando in qualche modo di alleviare il dolore.
<< Toccala di nuovo e giuro che ti mando all'altro mondo! Coglione!>>, caddi a terra, mentre
sentivo i pugni di Tommaso su Carlo mettendolo del tutto a ko.
Non ebbi il coraggio di guardare, anche perchè ero in preda a una crisi di lacrime, ma sentii che
Tommaso non si limitava solo a pugni, ma anche a calci.
<< Reputati fortunato che non voglio accollarmi un verme come te, o adesso saresti morto.>>,
gli sputò addosso inerme e dolorante con il sangue sul viso.
<< Ali, piccola.>>, mi venne incontro. << Mi dispiace piccola, è stata colpa mia.>>, mi prese il
viso tra le mani, costringendolo a guardarlo.
<< No, è stata colpa mia.>>, feci, tirando su con il naso. << Ti dovevo dare ascolto.>>,
aggiunsi poi.
<< Ci sono io adesso, non ti lascio sola.>>, fece lui.
<< Non farlo.>>, cercai di smettere di piangere. << Non lasciarmi mai più. Resta sempre con
me. Io non voglio altro che te.>>, prendendogli la mano sul mio viso, la portai sopra al mio
seno scoperto.
Lui si tirò indietro.
<< Toccami.. ti prego.>>, sussurrai appena. << Desidero tanto essere toccata da te. Non
desidero altro.>>, portai di nuovo la sua mano su di me.
Il suo tocco era così caldo.. così bello.
Il suo muoversi lentamente sul mio seno, mi piacque molto. Quello sì, che era un bel modo di
toccare una donna.
Il mio corpo si scaldò e pian piano smise di tremare.
Tommaso senza dirmi niente, fissando il mio seno, continuò e poi mi fissò.
<< Portami nel nostro posto e insegnami a fare l'amore.>>, ero quello che desideravo e non mi
sarei tirata indietro.
<< Voglio fare l'amore con te, non desidero altro.>>, aggiunsi poi.
Mano nella mano, in silenzio ma non si trattava di quello imbarazzante, ci ritrovammo nel
nostro posto.
Anche se era passato un po' di tempo, da quando non ci venivamo più da soli, per me era come
se fosse passato un eternità.
Istintivamente sorrisi.. era lì, che volevo essere.
Con l'unica persona che desideravo.
Con Tommaso.
Si fermò accanto alla quercia e di coseguenza, mi fermai anche io.
Istintivamente mi appoggiai di schiena sulla quercia. Con tutto il coraggio che non sapevo da
dove arrivasse, ma ero felice di averlo, lo fissai.
Avevo le guancie e non solo, letteralmente a fuoco, scaldandomi dal freddo.
Lui mi fissò.
Si fece avanti e me lo trovai a un centimetro da me. Non desideravo altro.
Appoggiai la mano sul suo petto, sopra alla camicia.
Lui mi accompagnò con lo sguardo e quanto ci scambiammo lo sguardo, mi accennò un sorriso.
Il suo meraviglioso sorriso.
Era bello rivederlo di nuovo.
Stringendo le mie dita, prendendo solo la stoffa della camicia, lo portai sul mio corpo.
Sentii il suo odore, solo il suo, addosso. Era una fraganza così buona. Come le ciambelle
ripiene di cioccolato, da mangiarselo fino a ingozzarsi.
<< Insegnami.>>, sussurrai appena, appoggiando le mie labbra intimide, mi lasciai insegnare
dalle sue.
Sentii di quando fossero dolci, così buoni come cioccolato, mentre mi insegnava a baciare.
Erano così gustosi, che non esitai a prendere il suo labbro inferiore e succhiarlo.
Dal suo sospiro, mi tirassi indietro.
Lui mi guardò stranito.
<< Perchè ti sei fermata?>>, mi domandò.
<< Pensavo che non ti piaceva.>>, gli risposi un po' imbarazzata.
<< Fallo di nuovo.>>, prendendomi delicatamente il viso, mi offrì il suo labbro inferiore.
Sorrisi appena e non me lo feci ripetere due volte. Prendendo di nuovo possesso del suo labbro,
continuai quella che era la mia dolce tortura.
Durante quel bacio, accendendoci come fuoco, invasa dalla sua lingua, sentii qualcosa di bello
brividi di piacere avvolgermi del tutto e accumularsi in un unico punto.
Sentii le sue mani su di me, accarezzarmi i lineamenti che il vestito mi disegnava, finchè in un
modo sempre delicato, lo abbassò scoprendomi entrambi i seni.
Riprese di nuovo toccarmi.. aumentando sempre di più, stringendomi ma non era doloroso
come quei tocchi gelidi e violenti di Carlo.
Quei tocchi, non avevano niente di tutto ciò con quelli che Tommaso mi stava regalando.
Cominciai ad ansimare di piacere, sentendo la mia pelle bruciare sotto alla sua mano cocente.
Il respiro divenne più ansimante, il mio corpo ancora più voglioso, mentre mi lasciavo invadere
dalla sua lingua.
Era così calda che si divertiva a giocherellare con la mia. Non mi sembrò per niente disgustoso
quel modo di baciarci. Era molto piacevole.. eccitante.
Presi comando della situazione, sbottonandogli la camicia.
Terminò il bacio.
Il mio primo bacio in assoluto.
Il nostro primo bacio.
Sentii la necessità di lamentarmi.
<< Baciami.>>, mi sussurrò. << Qui.>>, mi offrì il suo collo.
Obbedii, trovando la cosa così divertente.
Gli diedi un bacio dolce sul collo.
<< Continua.. baciami ogni centimetro della mia pelle.>>, mi disse sussurrando. << Riempimi
di baci.>>, aggiunse poi ansimando.
Presi alla lettera le sue parole.
Delicatamente gli riempii di baci tutto il collo e poi passai al suo petto, fino a scendere giù.
Inginocchiandomi, mi trovavi a fissare i suoi pantaloni.
Notai quel piccolo particolare, quel gonfiore sui suoi jeans.
<< E' normale, piccola.>>, rispose alla mia non domanda.
Alzai lo guardo per fissarlo.
Mi accennò un sorriso.
<< Slacciami i pantaloni.>>, poi mi disse.
Lo feci, tirando giù la zip sentendomi quel gonfiore sopra al dorso della mano.
Era una bella situazione. Senza che me lo dicesse, tirai fuori quello che era il suo gentil sesso.
Guardandolo, rimasi per un bel po' imbarazzata. Non avevo mai visto niente di tutto ciò, era
pur sempre un qualcosa di peccaminoso stando sul pensiero religioso.
Non avevo mai azzardato a pensarlo, sapevo tramite alla mamma che femmine e maschi erano
differenti, in quello aspetto, ma non mi è mai venuta la curiosità di sapere come fossero in
realtà.
Fino ad allora, ovviamente.
Dovetti ammettere che era un po' strano, non assomigliava affatto come il mio.
Era diverso.. così turgido, avvolgendolo nella mia mano.
Così caldo.
<< Bacialo.>>, mi sussurrò intrecciando con la mano, dentro ai miei capelli.
Lo sentii sul mio labbro inferiore e istintivamente lo portai su e poi giù, delicatamente come
una piuma.
Sentii Tommaso mormorare di piacere.
Lo feci di nuovo, finchè non si insiduò dentro la mia bocca.
La sua mano mi accompagnò avanti e indietro, mentre la mia bocca veniva riempita dal suo
sapore.
Era così buono.. come cioccolato.
Poco dopo, continuando per un po', mi fece adagiare a terra, sopra ai fili d'erba, soffocati dalle
foglie della quercia e non solo, sparse ovunque.
Non si appoggiò sopra di me, tenendosi con il braccio accanto a me, mi tirò su la gonna del
vestito, scoprendomi del tutto.
Inerme aspettavo con molta foga, quello che stava per farmi.
Sentii i suoi baci sulle mie gambe e salendo sempre di più.
<< Sei bella.>>, mi sussurrò ancora con le labbra incollate sulla mia pelle.
Sentii il mio intimo scendermi tra le gambe, togliendomeli del tutto.
<< Troppo.>>, mi fissò. << Adoro questo vestito addosso a te.. quando te l'ho visto addosso..
sono letteralmente impazzito.>>.
Avevo le guancie di fuoco, chiunque mi toccasse, prendeva completamente fuoco.
<< Mhm. Tom.>>, sussurrai inarcando la schiena, quando sentii le sue labbra lì.
Dal piacere invano che provavo, non riuscivo a stare ferma e a tenere gli occhi aperti.
Continuò così finchè non sentii del bagnato lì, istinviamente lo tirai indietro aiutandomi con la
mano sopra ai suoi capelli.
<< Anche questo è normale.>>, venendomi incontro, mi stampò un bacio sulle labbra. << E' il
tuo sapore.. ti piace?>>, mi sussurrò, portandomi le labbra sulle mie.
Annuii gustandomi quel sapore.
Mi sorrise.
<< A te?>>, domandai poi molto imbarazzante.
<< Da morire.>>, mi tempestò i baci sul collo, solleticandomi come piuma.
Sorrisi sul divertita, mentre si posizionò su di me.
Sentii il peso del suo corpo, sul mio ma non era così insopportabile. Era bello, averlo sopra.
Lo sentii incamminarsi tra le mie cosce, finchè non sentii la punta invadermi.
M'irrigidii.
<< So che a l'inzio fa male, ma devi fare in modo di non pensarci.>>, mi sussurrò appoggiando
la sua fronte sulla mia.
Entrambe erano sudaticce.
<< Devi rilassarti, pensare a tutto, tranne che fa male.>>, premette le palpebre. << Te lo dico,
perchè non riesco a tratternermi più di tanto, mi capisci.>>, mi fissò dolcemente.
Sentire che lui aveva voglia di me, era come toccare il cielo con un dito. Era la cosa più bella
che mi potesse mai capitare. Il ragazzo che io amavo alla follia, mi desiderava. Aveva bisogno
di me.
Mi desiderava e non c'era dolore più bello che io potessi provare.
<< Sono pronta.>>, mi offrii del tutto a lui, aprendo ancora di più le mie gambe.
<< Sicura, piccola.>>, mi premette le labbre sulla guancia.<< Ce la posso ancora fare, resistere
ancora un po'.>>.
<< Ti prego.>>, lo abbracciai forte dandogli la conferma di proseguire.
Desideravo che proseguisse.
Lo fece.
Soffocai il grido di dolore, tra le sue labbra che mi premevano forte sulle mie inziando a
muoversi.
Dei movimenti così pieni, passionali che aumentavano sempre di più. Era un qualcosa di bello,
meraviglioso.
I nostri corpi che si sfioravano, che si toccavano, era qualcosa di eccitante. Guardarci negli
occhi, lo erano. I suoi baci dolci sulle mie labbra lo erano. Il suo modo di fare così romantico,
mescolato con il passionale lo era.
Per tutto il tempo non facemmo altro che guardarci, toccarci, baciarsi mentre lui m'insegnava a
fare l'amore.
Ora sì che capivo cosa fosse veramente l'amore. Potevo dire, affermare che non faceva poi così
schifo come sentivo prima.
L'amore era molto bello.
Capivo molte cose, quello che Lisa avendolo già fatto, mi raccontò ogni minimo particolare di
come fosse.
Iniziavo a capire quello che mi raccontò, di come si era sentita. Delle sue sensazioni e di
quando fosse bello, profumare dello stesso odore del ragazzo che amavi alla follia.
Non c'era niente di più bello, vedere due corpi che si volevano.. di unirsi cercando di diventare
un unica cosa. Di diventare un unico corpo.
Non c'era niente di più bello, sentire quel piacere accumularsi e poi, scoppiare in mille pezzi,
assaporando insieme ogni suo pezzo.
Una volta ripreso le sue forze, Tommaso, ancora con indosso la camicia aperta, si sedette
accanto a me.
Lo feci anche io, mentre mi riprendevo da quella nuova sensazione che avevo appena
assaportato.
Tra noi ci fu del silenzio, per riprenderci con i nostri respiri e battiti del cuore a mille come un
martello pneumatico.
<< Stai bene, piccola?>>, mi domandò Tommaso gentile, portandomi il viso sul suo petto
nudo, accanto ai ciuffi di peli marroni.
Annuii.
Stavo meravigliosamente bene.
<< Ti sono piaciuta?>>, azzardai a dirgli.
Lui abbassò lo sguardo su di me, mentre mi accarezzava i capelli sudaticci delicatamente.
<< Perchè me lo dici?>>, si avvicinò al mio viso.
Lo aspettai impaziente.
Sentii la punta del suo naso, sulla mia guancia. << Ti ho dato l'impressione di non essermi
piaciuta?>>, mi domandò poi.
Lo guardai facendo cenno di no.
Mi sorrise, baciandomi di nuovo, delicatamente.
<< Mi sei piaciuta da morire. Da quando ti ho vista ballare con indosso questo vestito.>>, mi
alitò sulle labbra.
Il mio cuore scoppiò di gioia, dentro al mio petto, con la voglia di uscire.
<< Voglio stare con te. Sempre.>>, lo abbracciai. << Mi sono innamorata di te e non ho
nessuna voglia di smettere.>>, gli lasciai un bacio sul collo.
<< Promettimi una cosa?>>, mi staccai da lui, abbastanza da guardarlo.
<< Dimmi?>>, aspettò paziente.
<< Non mi lasciare mai.. è stato un incubo, come smettere di respirare, quando non mi hai
parlato più. Quando non eri con me. Non voglio che succeda mai più. Morirei. Ti prego,
promettimelo.>>.
Mi abbracciò.
<< Non ti lascerò mai, te lo prometto.>>, mi promise. << Sei la mia piccolina.>>, mi tenne
dentro al suo abbraccio.
<< Sono tua.>>, senza staccarmi dal suo abbraccio che mi piaceva da morire, mi misi sopra alle
sue gambe.
<< Dimmi che sono tua.>>, gli dissi tra un bacio e un altro.
<< Sei mia.>>, mi obbedì, come io avevo fatto con lui un istante fa, lasciandosi andare ai miei
baci.
<< Dimmelo ancora.>>, continuai a baciarlo con la voglia ancora di lui crescermi dentro.
<< Sei mia.. sei mia. Sei mia. Sei mia.>>, mi ripetè tra un bacio all'altro afferrandomi con la
mano per i capelli. << Sei mia. Mia. Solo mia.>>, continuò.
<< Voglio farlo ancora con te.>>, prendendo in mano la situazione, ero pronta alla seconda mia
volta. << Lo voglio fare sempre. Non voglio mai smettere. Ogni secondo, minuto, ore, giorni,
mesi e anni solo con te.>>, dissi tra un gemito all'altro, mentre aveva preso a muoversi dentro
di me, amandoci un'altra volta, senza stancarci di dirci che eravamo pazzi l'uno dell'altro e
baciandoci senza una fine.
L'indomani ero la ragazza più felice che potesse esistere sulla terra. Quella notte non ero
riuscita a chiudere gli occhi. Ero così eccitata felice e uno strano solletico nello stomaco, che
non mi lasciò dormire.
Oltre al mio cuore che batteva così forte, quasi da uscire dal mio petto.
L'idomani fui la prima ad alzarmi, spiazzando del tutto la mamma.
<< Tesoro.>>, fece la mamma, spaventandosi vedendomi d'improvviso in cucina.
Avevo appena preparato della colazione, il caffè stava uscendo proprio in quel momento.
<< Giorno mamma.>>, la salutai con un sorriso enorme, da guancia a guancia. << Il caffè è
quasi pronto, intanto puoi mangiare la marmellata.>>.
<< Ti vedo strana.. felice, che ti è successo?>>, mi buttò addosso lo sguardo investigatorio.
<< Mi sono semplicemente alzata di buon umore.>>, morsi una fetta biscottata, mentre
pensavo alla sera precedente.
Io e Tommaso che ci dichiaravamo il nostro amore.
<< Sono felice.>>, dissi soltanto.
<< Sono contenta per te, tesoro.>>, fece lei, recandosi verso la cucina.
Spense il caffè appena uscito e ne riempii due tazze.
<< Se c'è qualcosa, me lo diresti?>>, mi disse poi, sorseggiando il suo caffè, dopo aver messo
due cucchiai di zucchero.
<< Certo, mamma.>>, finii in fretta il caffè, non curandomi che fosse un tantino cocente. <<
Cosa dovrebbe succedere, scusa?>>.
Beh qualcosa di bello era successo, ma non volevo dirglielo. Almeno non in quel
momento,dovevo trovare il momento giusto. Sapevo benissimo che la mamma mi avrebbe
capito, appoggiato, ma era pur sempre la mia mamma. Non potevo darle una notizia del genere,
come se non fosse niente.
Dovevo solo trovare il momento giusto, anche se dentro quella mia cosa che avevo finalmente
vissuto, scalpitava dalla voglia di uscire.
Non vedevo l'ora di confidarmi con lei, dirle quando fosse stato bello.
Di quando fossi innamorata del mio migliore amico.
Di quanto ero pazza d'amore e che in fondo l'amore non faceva poi così schifo.
Tutt'altro.
<< Stanotte non ti ho sentita rientrare.>>, mi domandò.
<< Sì, dormivi quando sono rientrata.. non volevo svegliarti.>>, fu la mia risposta.
<< Tutto apposto, ti sei divertita?>>.
Beh pensando che potevo finire nelle griffie di Carlo non c'era niente di tutto apposto, ma da
com'era finito, non era andata poi così male.
Per quel po', dovevo ringraziare Carlo, perchè dovevo ammettere che se era successo, e' stato
inizialmente grazie a lui.
Ma ovviamente non l'avrei ringraziato, non volevo assolutamente averci niente a che fare.
Non doveva azzardarsi a parlarmi. Nemmeno a rivolgermi uno sguardo.
Era bandito.
<< Sì.>>, feci soltanto.
Finito la colazione, ero pronta per una nuova giornata scolastica, anche se non avevo chiuso gli
occhi e stavo iniziando a sentire la stanchezza.
Raggiungendo la sua casa, me lo trovai come il suo solito, in sella alla sua moto ad aspettarmi.
Era bello come il sole.
Vederlo, il mio cuore iniziò a battere forte.
Gli andai incontro.
Mi baciò dolcemente sulle labbra.
<< Nemmeno adesso ti convicerò a salire sulla moto?>>, mi disse a un centimetro dalla mia
bocca.
<< Uhm.>>, feci finta di pensarci. << No.>>, gli diedi un altro bacio.
<< Non c'è verso di convincerti.>>, fece lui, portando un angolo della bocca all'insù.
<< Nessun verso.>>.
Intanto Lea uscii di casa, vedendoci in quella situazione romantica.
La notai.
<< Ci vediamo a scuola? Io vengo con Lea.>>, poi dissi.
Tommaso guardò sua sorella e poi me.
<< Va bene.. fai presto però.>>, mi diede un altro bacio.
<< E tu fai piano.>>, dissi quando sgasò con quel coso.
Lui mi ammiccò e se ne andò.
<< No, non dirmi che è successo.>>, Lea mi venne incontro. << Tu e Tommaso.. state
insieme?>>, mi domandò.
<< Sì.>>, confermai.
<< Oh mio Dio!>>, esclamò. << Quant'è successo?>>.
<< Ieri sera.>>, feci. << Dopo avermi salvata, gli ho dichiarato tutto il mio amore.>>.
<< Salvata da cosa?>>, lei non sapeva niente.
<< Carlo.>>, feci. << Lui aveva intenzione di approffitarsi di me, anche senza il mio consenso.
È stato una fortuna che Tommaso si trovasse proprio lì, in quel locale per caso.>>.
<< Beh, non direi per caso.>>, portò lo sguardo in avanti.
Quella frase mi catturò l'attenzione.
<< Mi ha detto se sapevo della vostra uscita e praticamente gli ho dovuto dire tutto, dopo
avercene dette di tutti i colori.>>.
Sapere che Tommaso era venuto lì per me, mi fece innamorare ancora di più.
Il mio migliore amico.. come non potevo non amarlo.
<< E tu? Dove sei stata?>>, le domandai poi.
<< Ho conosciuto uno.. si chiama Gianni.>>, mi ammiccò. << E' un tipo interessante.. abbiamo
passato un po' di tempo insieme.>>.
<< Ti piace?>>, le domandai.
Mi guardò sorridendo.
<< Andiamo dai.>>, avvolgendomi il braccio intorno al collo, ci recammo verso la scuola.
Una volta lì, notai la moto di Tommaso parcheggiata, ma di lui non c'era traccia. Decisi quindi
di entrare in classe,non vedendolo, sperando di trovarlo lì.
E in effetti lo trovai, ma non era assolutamente solo. Con lui, c'era Fanny e si stavano baciando
in bocca, giocherellando con le loro lingue.
Sgranai subito gli occhi.
Tommaso tirò indietro Fanny, quando mi vide.
<< Ali, piccola.>>, mi disse. << Non è come pensi tu, davvero.>>.
"Ah no? E' come sarebbe?"
Senza dire niente, con le lacrime agli occhi, me ne andai da lì. Non volevo avere a che fare con
loro.
Con lui. Non volevo assolutamente ascoltarlo.
M'incamminai decisa verso il corridoio, mancavano ancora cinque minuti all'inizio della
scuola.
<< Piccola, aspetta.>>, mi raggiunse prendendomi per mano.
Ero quasi all'uscita della scuola.
<< Lasciami.>>, senza voltarmi, cercai di liberarmi. << Non voglio vederti mai più.>>, dissi
piena di rabbia.
<< Adesso?>>, sentii la sua voce incastrarsi dentro ai miei capelli. <<Ora che mi sono
perdutamente innamorato di te, mi butti come una scarpa vecchia.>>, aggiunse poi.
Era innamorato di me.. non volevo altro se non lui.
<< E allora perchè hai baciato Fanny?>>, mi voltai verso di lui.
Non ero arrabbiata.
Come potevo esserlo.
<< E' stata lei a baciarmi.. ancora non gli ho detto niente di noi.>>, mi lasciò il braccio.
<< E quando lo farai?>>, gli domandai.
<< Avevo intenzione di farlo proprio in quel momento, ma lei mi ha baciato, poi sei arrivata tu
e..>>.
<< Mi dite che cazzo state combinando voi due?>>, la voce di Fanny, dietro di lui, ci fece quasi
sobbalzare sul posto.
La guardammo.
Aveva un espressione gelida, con le braccia incrociate.
<< Voi due cosa?>>, mi minacciò con lo sguardo.
<< Fanny, mi dispiace ma io mi sono innamorato di lei.>>, le confidò.
<< Cosa?>>, lo guardò gelido. << Il giorno prima mi dici che ti faccio impazzire e quello
seguente smetti di amarmi?>>, s'indicò.
<< Mi hai preso solo in giro, quindi.>>, era impassibile.
<< Non è così, non ti ho preso in giro e solo che..>>, mi guardò. <<.. ho capito che io senza di
lei, non sono niente. Che è una parte, quella più importante per me. L'ho capito solo quando mi
sono reso conto di perderla.>>, quelle parole mi fecero sorridere come una bambina felice.
Una lacrima di felicità, mi lasciò una scia sopra alla guancia. << E' successo, non so spiegartelo
come. Lei è la persona più importante per me, è sempre stata la mia piccola. Da sempre.>>,
guardò Fanny.
<< Okay.>>, fece lei, per niente felice.
Come poteva esserlo. << Se è lei quella che vuoi.. per me va bene.>>, aggiunse poi.<<
Complimenti. Vi faccio i miei sentiti auguri.>>, se ne andò.
<< Fanny..>>, fece lui, cercando di spiegarle meglio.
<< Lasciala un po' di tempo.. deve sbollire la rabbia.>>, feci io.
Lui annuii sospirando pesamente.
<< Non volevo farla soffrire, ho combinato solo un casino.>>.
Gli presi il viso tra le mie mani.
<< Non hai combinato nessun casino, amore mio.>>, gli dissi. << Ha solo bisogno di tempo, è
normale che ha reagito così.. chiunque lo avrebbe fatto. Ma se ne farà una ragione, capirà che
tra voi non era amore, non come questo nostro. Sono convinta che poi incontrerà anche lei,
quello giusto e non avrà più rancore.
Ti prego amore, non sentirti triste.. non voglio vederti stare male.>>.
Accennò un sorriso.
<< Non lo farò.>>, mi baciò.
Dopo al scuola, Tommaso insieme alla sua moto mi aspettò davanti casa mia.
Quando lo vidi, lo raggiunsi in fretta, facendo passi da giganti.
Entrammo in casa.
Ci chiudemmo in camera mia ad amarci come avevamo promesso dalla nostra prima volta.
Lo avevamo fatto un paio di volte, finchè presa dalla stanchezza, mi addormentai.
<< Uhm.>>, mi lamentai.
Avevo il viso sul cuscino.
Voltandomi, notai che Tommaso si stava abbottonando la sua camicia.
<< Te l'ho detto che sei bello.>>, la mia voce risultò un rauca.
<< Piccola.>>, lo presi di sorpresa. << Non ti ho mica svegliata?>>, mi fissò, abbottonandosi
l'ultimo bottone.
<< No.>>, feci, tirandomi su con la schiena. << Che ore sono?>>, domandai, togliendomi i
capelli incollati sulla faccia.
<< Sono quasi le quattro.>>.
Sgranai gli occhi.
<< Cazzo!>>, mi alzai di scatto, recuperando i miei vestiti.
Tommaso mi guardò divertito, mentre cercavo frettolosamente di vestirmi.
Ci salutammo con un bacio sulla soglia della porta e mi recai verso il mio lavoro, ignara che
quello sarebbe stata l'ultima volta che lo vedevo.
L'ultimo nostro bacio che ci scambiavamo.
Me ne andai sorridendolo, ignara che quello fosse il nostro ultimo incontro, mentre mi
ammiccò in sella alla sua moto.
<< Poche ore dopo, è accaduto il suo incidente.>>, mi catapultai nel mio presente.
Mi ero nuovamente seduta sul divano, mentre Tommaso che stava ascoltando, si era appoggiato
verso la finestrina spalancata.
Era pomeriggio, ma il sole ancora bruciava nel cielo sereno.
<< Lo venni a sapere da Ciro. Mi raggiunse a lavoro. Aveva un espressione triste, frastornato.
Mi preoccupai. Pensavo che gli fosse successo qualcosa.
Quando me lo comunicò, mi sentii morire. Il mondo cadermi giù. Non volevo crederci.
Non ci credevo affatto, mi ero incazzata con lui, dicendogli che era solo uno sporco bugiardo.
Che era solo uno scherzo per niente divertente e che lui in realtà era vivo e vegeto.>>, cercai
inutilmente di non piangere.
Dentro ai miei ricordi, rivissi quella sera quando lo aspettai invano con la sua moto a
raggiungermi al lavoro per il suo solito saluto.
Aspettai fino alle otto di sera, ma di lui non c'era traccia. Ciro era rimasto con me, in silenzio,
mentre con tutta la determinazione gridavo che non era così.
Che non era morto.
<< Credendo che fosse solo uno brutto scherzo, lo aspettai all'uscita al lavoro come era il
nostro solito fare. Ma non venne.. ad ogni minuto che passava, mi sentivo male.
Morire.
Corsi a casa sua, sperando di trovarlo lì e lo trovai, ma non come avevo immaginato.>>, le
lacrime mi spezzarono la voce. << Quando lo vidi lì dentro, dentro a quel vestito elegante, era
così dolce.. sembrava che stesse dormendo. Sembrava un agelo.
Mi sentii letteramente morire. Una parte di me lo fece, nello stesso tempo che svenni.
Mi ritrovai nella stanza da letto di Lea, il medico mi aveva appena visitato e comunicò alla
mamma che ero incinta.>>.
Anche se non lo stavo guardando, sentii gli occhi di Tommaso, addosso.
<< Lo sentii perchè anche se avevo gli occhi chiusi, ero sveglia in realtà. Quella notizia,
sapendo che ero incinta di lui, mi fece sorridere. Amai quel piccoletto, immediatamente.>>.
Sorrisi, quando mi vidi accanto Tommaso.
Si sedette accanto a me.
Mi prese la mano chiudendola nelle sue.
Lo fissai.
<< Quando recuperai un po' di forza, la mia mente mi riportò in mente quello che era successo,
che tutto quello non era solo un brutto sogno, ma la realtà, corsi nuovamente da lui.
Gli andai incontro, incitandolo ad aprire gli occhi, di ritornare da me. Non mi poteva lasciare
sola, non in quel momento. Me l'aveva promesso e doveva sapere che aspettavo suo figlio.
Saremmo stati la famiglia più bella.. prendendolo per il viso, cercai di scuoterlo, ma venni
fermata da sua madre.>>, presi una pausa. << Lei non ti ha accettato.>>, dicendoglielo, mi fece
molto più male di quando me lo comunicò lei.
I suoi occhi meravigliosamente cioccolato, fissarono i miei tristi.
Non era bello essere rifiutati da qualsiasi persona, specialmente se si trattasse di un famigliare.
Di una nonna.
<< Lei non ci ha accettato, mi ha solo insultata, definendomi una poco di buono e che quello
che aspettavo, non era suo nipote.
La cosa che mi fece più male e che Lea, quella che credevo la mia amica, una sorella che non
avevo mai avuto, non fece niente per diffendermi.
Seduta insieme a Riccardo, il fratello maggiore, non mi rivolse nemmeno uno sguardo.
Era fisso a terra, mentre io e la mamma venimmo cacciate in malomodo fuori dalla loro
casa.>>, terminai.
Tommaso portò lo sguardo davanti, fissando le sue dita intrecciarsi sulle sue ginocchia.
<< Non ha voluto nemmeno che assistesse al suo funerale.. beh in realtà non avrei mai retto.
L'idea che lui.. non ci voglio nemmeno pensare.>>, feci. << Mi rinchiusi dentro la mia camera,
era l'unico posto dove volevo stare. Lì c'era il ricordo di lui.. c'eri tu e volevo stare insieme a
voi due.
Non desideravo nient'altro.
Non volevo vedere nessun altro.
Volevo perdermi in lui, in quei ricordi, era un modo per non soffrire.
Un modo per tenerlo accanto.. e non desideravo altro. Stare tutti e tre insieme, come una
famiglia.
Ma poi ho sentito il medico comunicare a mia madre che se continuavo così, potevo mettere in
repentaglio la vita del mio bambino e così, come una molla, mi sono rialzata dal mio coma e
l'unico obiettivo eri tu.
Sono partita da qui e così, sono arrivata a Milano.
Adesso conosci la storia.>>, terminai.
Tommaso annuì, sospirando pesantemente.
Eravamo arrivati alla fine della storia.
Lo sentii sospirare pesantemente, mentre una lacrima si lasciò andare silenziosamente sulla sua
guancia.
<< Ecco come sono andate le cose.>>, aggiunsi, asciugandoli la sua lacrima.
Lui guardandomi mi rivolse il suo meraviglioso sorriso.
Poi si guardò intorno.
<< Dovremmo avvisare all'ente comunale, credo che non possiamo rimandare.>>, cambiò
argomento. << In fondo una sistematina, ce la possiamo permettere.>>, mi fissò poi.
Spalancai gli occhi.
<< Non vuoi demolirla?>>, feci. << E' un tantino malconcia.. ci vorrebbe un bel po' di
lavoro.>>.
<< Non importa..>>, fece. << Questa è la tua casa, è tutta la tua vita. E la mia casa, qui giace
una parte della mia vita.. non voglio demolirla, non adesso che l'ho conosciuta.>>, mi
comunicò.
<< Tesoro mio.>>, lo abbracciai. << Sei il mio amore, non te lo scordare mai.>>.
<< Non lo farò mai. Come non lo farò mai come questa di vita.. come l'altra, farà sempre parte
di me.>>.
Ci fissammo con le lacrime agli occhi.
<< In quanto piagnone, posso dire che hai preso da me.>>, dissi scherzando.
Lui rise divertito, confermandolo.
Il bussare della porta, ci catturò completamente l'attenzione.
<< Chi è?>>, mi fissò poi, asciugandosi le lacrime.
<< Non lo so.>>, feci spallucce. <<Non ne ho proprio idea.>>, mi alzai e mi recai verso la
porta.
Spalancandola, mi trovai davanti due occhi smeraldi, dentro ai miei.
Sgranai gli occhi.
Non sembrava affatto lei. Come l'avevo vista nell'altro giorno, non si portava bene i suoi anni.
Sembrava più vecchia di me, nonostante fosse più giovane.
Insieme al bastone che conoscevo più che bene, con il mio gesto di entrare, andò a sedersi sulla
sedia a capotavola.
Si diede un occhiata intorno.
<< Me la aspettavo molto peggio, in realtà.>>, nemmeno la sua voce era come allora. Era più
rauca e acciaccata.
Mi fissò.
Mi sedetti al mio posto.
La fissai.
<< Io e Tommaso gli abbiamo dato una pulita.>>, risposi.
Allora lei lo fissò.
I suoi occhi s'illuminarono, velandosi di lacrime.
Venendomi incontro, appoggiò la mano sullo schienale della mia sedia.
<< E' uguale a lui.. una fotocopia.>>, non smise di fissarlo, facendolo arrossire un po'.
<< Peccato che tua madre non possa vederlo, forse così si sarebbe convinta che era suo
nipote.>>.
<< Lea Scapece.>>, Tommaso capì.
Davanti aveva la zia paterna.
<< Sì, tesoro.. lei è proprio Lea Scapece, o dovrei dire tua zia. Quella che credevo fosse una
sorella per me, ma evidentemente mi sono sbagliata.>>.
Notai Lea sospirare.
<< Non sai quanto mi sono sentita male, per quel giorno. Avrei voluto fare di tutto, aiutarti, ma
dovevi capirmi che in quella situazione non potevo.
Avevo appena perso un fratello.. avresti dovuto capirmi. Stavo male.>>.
<< Perchè io non no?>>, le dissi. << Avevo perso la mia ragione di vita, il mio amore.. può
sembrare una sciocchezza ma io lo amavo.>>.
<< Non potevo, a parte che mia madre, non me l'avrebbe permesso. Mi avrebbe inzittita e
cacciata fuori. Ero minorenne, quella era pur sempre la mia famiglia.>>.
<< Anche io ero minorenne, ma hai ragione tu. Non avevi nessun diritto di proteggermi,
nemmeno se avevi appena scoperto che aspettavo tuo nipote.>>.
Lea lo guardò di nuovo, mentre in silenzio, stava ascoltando attentamente.
<< Sembra Tommaso, spiccicato a lui.>>, lo sorrise appena.
Lui ricambiò. << Ha fatto in modo di mantenere la sua promessa. Cocciuto com'era, non si
sarebbe dato pace, se non aveva ottenuto il suo obiettivo.>>.
Sgranai gli occhi.
<< Quale promessa, scusa?>>, la guardai interrogativa.
<< Quella che ti ha fatto mentre avete fatto l'amore per la prima volta.>>, mi fissò.
Come lo sapeva?
Non glielo avevo mai detto, non quel particolare.
<< Se quella sera ti sono sembrata strana, è perchè sono stata io a trovarlo su luogo
dell'incidente.>>, ci comunicò.
Tommaso e io eravamo attenti.
<< Sono stata proprio io trovarlo.. ero uscita con Gianni, non so se te lo ricordi.. avevamo
passato la serata insieme e stavo rincasando quando sono passata lì.
Ho conosciuto la sua moto schiantata e completamente distrutta.
Sono andata completamente in panico, iniziai a urlare il suo nome.
Lo sentii lamentare, il violento impatto con la macchina che veniva da sinistra, lo aveva
sobbalzato a un paio di metri dalla moto.
Gli andai incontro, era disteso.. aveva il casco del tutto spaccato.
E' stato così terribile.
Lui, a differenza del conducente della macchina, era ancora vivo, agonizzante.. e respirava
affannosamente, avvolto dal suo sangue.
Non si muoveva.. aveva tutto rotto, non c'era parte, dove non usciva del sangue.
L'unica cosa che volevo fare era chiamare aiuto, ma lui mi fermò.
Mi comunicò che era orgoglioso di avere una sorella come me. Nonostante litigavamo un
giorno sì e anche l'altro, mi voleva bene da morire. Ero sempre la sua piccolina combinaguai.
Mi ha detto di te. Di starti accanto, di non lasciare la sua piccola e dovevo chiederti scusa da
parte sua per non essere stato in grado di mantenere la sua promessa che ti aveva fatto mentre
t'insegnava a fare l'amore.>>, mi spiegò.
Premetti forte le palpebre cercando di non piangere, ma fu inutile, portandomi la mano sulla
bocca.
Sentii la mano di Tommaso sulla mia spalla, nel tentativo di consolarmi.
Non avevo mai saputo realmente come fosse successo lo scontro, sapevo solo che io senza di
lui, non potevo vivere.
<< Nonostante era in quelle condizioni, si è preoccupato di me.>>, mi pulii le lacrime.
Come non potevo non amarlo.
Smettere di essere sua.
<< Ma oltre a questo mi ha detto anche un'altra cosa.>>, fece poi con tono cauto e serio.
Quel suo modo, mi preoccupò.
Non era mai stata in vita sua, così seria.
<< Mi comunicò che non è stato un incidente.. ma un omicidio.>>.
<< Cosa?>>, sussurrai.
Sgranai gli occhi.
Tommaso la guardò interrogativo.
<< Mi confessò che erano stati tagliati i freni alla moto. Se ne accorse quando era già troppo
tardi, quando con l'intenzione di fermarsi allo stop per dare appunto la precedenza, cercò di
frenare. Era troppo tardi, non poteva fare più niente.>>.
<< Tagliare i freni, ma chi poteva mai.. Fanny.>>, il suo modo di guardami, me lo confermò.
<< E' stata lei?>>, sussurrai appena.
Lei annuii.
Sentii la rabbia colpirmi da tutte le parti, con l'intenzione di uscire dentro di me.
<< E perchè non hai fatto niente?>>, alzai il tono di voce.
<< Non avevo prove, e l'unico testimone aveva perso la vita.. come potevo accusarla, per
giunta ero anche minorenne, non mi avrebbero creduta.>>, mi rispose.
<< Come faceva ad esserne sicuro?>>, domandò Tommaso.
Lea lo fissò.
Non c'era niente che non fosso Tommaso, in quel giovane uomo che portava il suo stesso
nome.
<< Per il modo di come l'aveva lasciato per tua madre.>>, fu la sua risposta. << E poi tanti anni
dopo, da chissà quale parte del mondo, Fanny mi ha spedito una lettera, dove confessava
tutto.>>.
<< Vuoi dirmi che ha confessato, quando? E non hai fatto niente?>>.
<< E' stato un paio di anni fa. Scrisse che non aveva preso bene la rottura con Tommaso. L'idea
che era stata lasciata per mettersi con un'altra, la fece impazzire letteralmente. Perdere
completamente la ragione.
L'avrebbe dovuta pagare, nessun ragazzo doveva permettersi di farle una cosa del genere. E
quando ha visto la sua moto incustodita, senza nemmeno pensarci, ha tagliato i freni. Quando
aveva capito quello che aveva appena fatto, scappò.
Cosa dovevo fare era troppo tardi e poi, cosa sarebbe cambiato.>>.
<< Avremmo dato giustizia a Tommaso, non credi che se lo merita.>>, fu la mia risposta.
<< Sarebbe stato solo una perdita di tempo, non so dov'è.. è sparita improvisamente quando è
successo l'incidente e non ho mai saputo niente di lei, finchè non ho ricevuto la sua
confessione.
Può anche non essere più in vita.>>.
<< Non dirmi che l'hai perdonata.. non puoi farlo.>>, mi alzai di scatto.
Questo particolare di cui non n'ero a conoscenza, mi faceva così rabbia. Fanny mi provocava
rabbia. Non era stato il destino a portarmelo via, ma lei.
Si era permessa di portarle via l'amore della sua vita. Il suo grande amore.
Ora che lo sapevo, non potevo fare finta di niente.
Come potevo. Mi aveva portato via una parte di me. L'idea che in tutti questi anni, non aveva
passato niente, pagato per il crimine, l'idea mi uccideva di rabbia.
<< Sono ormai vecchia per queste cose. La vita mi ha dato tante batoste che l'odio per lei, per
avermi portato via il mio fratellone è all'ultimo posto.
Ho così tanti problemi che l'unica cosa che mi importa è stare insieme a mio marito.
Ciro è la mia salvezza come tuo figlio lo è stato con te.>>.
<< Ciro? pensavo che ti piacesse Gianni.>>, le chiesi.
<< Conoscerlo è stato l'inzio del mio incubo.
Ero incinta di lui nemmeno a diciassette anni, mia madre ci ha voluto far sposare. Io in realtà lo
volevo, era stato così carino.. ma mi ero letteralmente sbagliata.
Era un sadico, non faceva altro che picchiarmi, ho perso il mio bambino, facendomi abortire a
furia di botte.
Con lui ho visto la morte, mi aveva completamente segregata in casa e non faceva altro che
possedermi. Lo voleva ogni qualvolta dopo avermi dato una dose di schiaffi e calci.
A causa sua ho avuto problemi, il mio fisico non è di una cinquantenne.. sembro più vecchia di
te.. i miei polmoni e tutto il resto, sono malridotti e grazie a lui, non ho più avuto la possibilità
di procreare.
Mi ha completamente rovinato la vita e se non fosse stato per Ciro che mi ha salvata, avrei fatto
una brutta fine. Con lui è stato come respirare nuovamente.>>.
<< Mi dispiace tanto, tesoro.>>, l'andai incontro per abbracciarla forte. << Che bastardo, figlio
di puttana.>>.
<< Per fortuna ora è dove si merita.. in carcere.>>, si riprese dalle lacrime, accarezzandomi il
dorso della mia mano
Come una sorella maggiore, in fondo lo ero sempre stata, la consolai.
<< Evidentemente era il mio destino.>>, disse. << Sono qui anche per darti una cosa, ad
entrambi.. vi spetta.>>, cambiò argomento.
Dalla sua tasca, tirò fuori una semplice chiave d'acciaio.
Non fu tanto difficile capire di quale chiave si trattasse, quella del cimitero.
<< Dovrai solo sopportare la presenza della mamma.>>, poi aggiunse.<< Ma credo che non ti
darà problemi, ma non posso prometterlo.>>, aggiunse poi.
<< Grazie.>>, la sorrisi dolcemente.
<<Non sai quanto mi faccia male non aver mantenuto la promessa di mio fratello. Non sono
stata in grado.. Spero che tu mi perdoni.>>, guardò suo nipote. << Che tu lo faccia.>>, disse
poi.
Tommaso annuì, come lo feci anche io.
<< E' bello rivederti di nuovo, Alice Russi.>>, si alzò dal posto.
L'aiutai.
Stava messa davvero male. Vederla così, lei che era sempre stata amante della vita e felice,
faceva così male.
Anche se non conosceva di persona Gianni, l'artefice di quello schifo, provò un sentimento
d'odio.
<< Ci sei mancata molto.>>, mi diede un dolce bacio sulla guancia.
Mi lasciai andare a quel bacio.
<< Non c'è niente di più bello, ritornare a casa.>>, aggiunsi.
Lea se n'era appena andata, Tommaso aveva fatto un salto al comune per informare della
nostra intenzione sulla vecchia casa, mentre io mi recai da lui.
Non desideravo altro.
Una volta davanti alla porta, l'aprii senza pensarci di un secondo.
Avevo accelerato il passo, anche se non ero più una ragazzina.
Entrai.
Non m'importò di sua madre, di quell'espressione grave dentro alla sua foto a fissarmi, alla mia
sinistra.
Mi recai da lui, dando le spalle a sua madre.
Era al secondo piano, dovetti mettermi sulle punte per guardarlo negli occhi.
Le mie mani erano appiccicate su quel marmo bianco freddo per farmi sentire la mia presenza.
Che ero lì.. finalmente ero tornata a casa, da lui e non me ne sarei mai più andata.
<< Sono qui, da te.. finalmente.>>, fissai il suo meraviglioso sorriso. << Non me ne andrò più,
resterò qui con te. E' la mia di promessa, amore mio.>>.
Improvvisamente sentii l'aria si colorò di un profumo famigliare.
Il suo buonissimo profumo.
Mi coccolò e il cuore inziò a battere nuovamente.
Sgranai gli occhi pieni di lacrime, quando sentii la sua presenza.
Lui era lì, dietro di me....a un centimentro dal mio corpo che aveva iniziato a tremare.
Sentii il suo sospiro, solleticarmi.
Odorava di estate.
La mia stagione preferita.
<< Sono qui piccola.>>, sentii la sua voce.
La sua meravigliosa voce.
La mia droga preferita. << Sono venuto a mantenere la mia promessa.>>, aggiunse.
Voltandomi verso di lui, mi specchiai dentro a quel meraviglioso cioccolato immenso.
Essere avvolta da quella bontà, era la cosa più deliziosa che potesse esistere.
Era così bello.
Come l'avevo sempre ricordato.
Come l'ultima volta che lo avevo lasciato.
Non era cambiato di una virgola.
Un angelo.. il mio.
Dentro a quel vestito elegante, cacciò una mano dentro alla tasca, come era il solito fare e la
porse verso di me.
Accompagnai con gli occhi quel suo gesto, e alzando poi lo sguardo, mi sorrise.
Regalarmi il suo meraviglioso sorriso.
Senza pensaci un minuto, appoggiai la mia mano sulla sua.
Era lì, per stare con me. Ed io ero lì, per stare con lui.
Ci cercavamo.
Ci volevamo.. non desideravamo nient'altro.
Lo desideravo da sempre.
Mi lasciai guidare da lui, ritrovandomi dentro al suo abbraccio, dopo tanto tempo.
Era quello che desideravo da sempre.
Il mio viso da ragazzina si disegnò dentro ai suoi occhi.
Dentro a quel meraviglioso cioccolato e non avevo minimamente voglia di smettere di
specchiarmi in lui.
Fine.
Ciao mamma,
Volevo tanto raccontarti un paio di cose che sono successe da quando non ci sei più.
Vedessi com'è diventata carina la tua casa, la nostra casa.. non l'abbiamo stravolta più di
tanto, l'ho tenuta praticamente com'era. Era perfetta così, non aveva bisogno di ulteriori
cambiamenti.
Ci passiamo le vacanze estive, beh sì, io e Samira stiamo vivendo un bel periodo.. avevi
ragione, come sempre.
Tra un paio di mesi, dentro la nostra famiglia, arriverà un nuovo arrivo.
Un maschietto.
So che è inutile dirtelo, perchè sono convinto che lo sai benissimo di questo evento.
So che c'è il tuo zampino lassù, mamma..ti conosco. So perfettamente che non hai intenzione di
lasciarmi nemmeno un secondo.
So che sono dentro ai tuoi pensieri e che quando ho bisogno, non esiti ad aiutarmi nemmeno
da lassù.
Nemmeno ora che sei finalmente con lui. Non sai quanto sono felice per te. Era quello che
volevi e questo mi fa andare avanti, ad accettare la tua assenza.
Ti prego mamma, raccontagli di me. Digli che sono fiero che lui mi abbia generato. Sono felice
di essere uno Scapece. Non me ne vergogno affatto.
Digli tutto di me, le mie marachelle e di come gli assomiglio.
Della mia famiglia.. di quanto sono fiero di avere avuto te, come mia madre.
La mia mamma che amo alla follia.
Rigrazialo da parte mia, di essersi innamorato di te e insieme, avete avuto me.
Raccontagli di Jasmine, di quant'è diventata donna ed è bellissima. Della sua nipotina.
Non raccontargli del nuovo arrivo in casa, perchè sono pienamente convinto che lo avete
scelto voi.. l'avete dato una parte di voi, prima di spedirlo nella pancia di Samira.
E sai perchè ne sono convinto?
Il piccoletto scalcia più del dovuto, di sicuro gli avrai dato la parte pestifera di te, mamma.
E non potrei esserne più felice.
E' il regalo più grande che mi potevate fare tu e papà.
Ah, l'utima cosa vi chiedo. se potete tenere sott'occhio, il ragazzo di Jasm, ne sarei più che
volentieri. Ovviamente sto scherzando, anche perchè non gli tolgo gli occhi d'addosso
nemmeno un secondo.
Ora, mamma ti lascio vivere quello che era sempre stato il tuo sogno. Ti lascio con lui, l'amore
della tua vita.. il tuo principe azzurro. Quello che mio padre, una parte di lui che ha fatto il
modo di essere al mondo. Nonostante non ho potuto conoscerti, sarai sempre il mio papà.
Come lo sarà Dante Marchesini.. sono covinto che anche lui è felice per te. Desiderava vederti
felice anche insieme a lui. Ti prego, quando lo vedrai digli che sono orgoglioso di lui..
fortunato ad averlo avuto come mio padre.
E' stato una parte importante per me, fondamentale.
Digli che non lo dimenticherò mai. Lui è sempre mio padre.
Tommaso lo è, anche se non ho avuto la possibilità di conoscerlo.
Entrambi lo saranno.
Sarò sempre la promessa di Tommaso, mio padre che hai fatto alla mamma.
Sarò sempre il tuo raggio di sole, mamma.
Sarò sempre il gnometto combinaguai di mio padre Dante Marchesini.
Sarò sempre ...
Tommaso Marchesini Scapece.
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