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Ruth alla guida della Comunità

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Ruth alla guida della Comunità
N° 7 - LUGLIO 2015 - TAMMUZ 5775 • ANNO XLVIII - CONTIENE I.P. E I.R. - Una copia € 6,00 Poste Italiane S.p.A. Spedizione in A.P. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1 comma 1 Roma
MONDO
USA
ISRAELE
BDS, TUTTI
CONTRO ISRAELE
QUANDO LA RELIGIONE
È BUSINESS
LUOGHI POCO
CONOSCIUTI
‫בס’’ד‬
SHALOM‫שלום‬
EBRAISMO INFORMAZIONE CULTURA
Ruth alla guida
della Comunità
Dureghello è il nuovo presidente
Germania e Israele: 50 anni di amicizia
FOCUS
V
ENDITE E AFFITTI
IN ISRAELE
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EDITORIALE
L
a campagna elettorale dello
scorso maggio, per il rinnovo
del Consiglio della Comunità,
era stata segnata da molta polemica e in alcuni casi
persino da veleno
versato a più mani,
sui concorrenti e
sulle idee delle altre
liste. Era quindi legittimo pensare che
quei fatidici 30 giorni di campagna,
avessero ulteriormente allargato lo
spazio tra le diverse
anime della Comunità, che la necessaria
collaborazione alla
gestione dell'interesse comune, fosse
ancora più difficile
da perseguire. Insomma che gli eccessi di una polemica elettorale avessero scavato ulteriormente il fossato tra il
vertice comunitario e la base elettorale.
Così invece non è stato.
Innanzitutto è cresciuta la
partecipazione al voto, segno di una
cresciuta maturità del corpo elettorale
che non intende delegare a pochi la
scelta delle persone chiamate a
rappresentare tutti.
Nel corso della prima riunione di
Consiglio, l'elezione unanime di Ruth
Dureghello alla guida della Comunità, è
stata poi il segno di una importante e
significativa assunzione di
responsabilità da parte di tutti i
Consiglieri, in particolare dei
rappresentanti delle altre tre liste.
Nessun tatticismo, nessuna trattativa
sottobanco, nessun candidato pilotato o
di facciata, ma il riconoscimento del
successo personale di Ruth che ora ha
l'onere di guidare le politiche
comunitarie e di rendere ancora più
efficienti i servizi.
È evidente che la larghissima
maggioranza che ha votato per il nuovo
presidente costituisce la logica
premessa per attendersi che il governo
della Comunità, ovvero la Giunta, sarà
costituita da tutte le quattro liste (‘Per
Israele’, Menorah’, Binah’ e ‘Noi Siamo
Israele’), con una gestione condivisa e
concordata che non si vedeva da molti
anni. Davanti ai risultati elettorali la
risposta che ne hanno dato tutti i
Consiglieri eletti è stata quindi di
grande responsabilità e serietà, molto
lontana dalla soluzione (guiridicamente
pazzesca) che è stata invece assunta
dalla Comunità
ebraica di Milano
che per rompere il
rompicapo dei
risultati elettorali
svoltisi un mese
prima, hanno deciso
di avere due
presidenti, due
assessori al bilancio,
insomma una
perfetta
duplicazione di
cariche che non si
era mai vista prima.
Chi decida in una
Comunità bicefala
non è chiaro.
A Roma è invece
chiarissima che la
strada da percorrere
sarà quella di un
'governo' unitario che non deve impedire
il confronto delle idee e il dibattito sulle
scelte da adottare, ma certamente
garantirà soluzioni ragionate e condivise
rispetto alle tante piccole o grandi
emergenze con le quali bisognerà
confrontarsi già a partire dalle prossime
settimane: l'emergenza sociale, il
potenziamento delle scuole ebraiche, la
sana gestione economio-patrimoniale
con il conteniemto dei costi, la ricerca di
fonti di finanziamento alternative ai
tributi, la crescita dell'offerta culturale, il
mantenimento degli alti livelli di
sorveglianza e sicurezza, la gestione
positiva del mercato della kascherut. A
questi temi che attengono alla specifica
vita comunitaria, si aggiungono le sfide
che verranno dal mondo esterno:
proseguire nel cammino della
conservazione della Memoria, difendere
la legittimità dello Stato di Israele,
rispondere alle minacce e alla protervia
dei tradizionali antisemiti ma anche dei
nuovi antisemiti che vanno sotto il nome
di antisionisti. Insomma il lavoro che
attende il nuovo Consiglio sarà
certamente lungo ed impegnativo.
A tutti gli auguri di buon lavoro.
SHALOM‫שלום‬
MEDIO ORIENTE
PARLARE, PARLARE
PER NON DECIDERE NULLA
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6
FIAMMA NIRENSTEIN
è dal 2002 che l’Iran
prende in giro il mondo
DANIELE TOSCANO
MONDO
Il caos islamico che
sta cambiando il mondo
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UGO VOLLI
Bds, ovvero i nuovi
odiatori di Israele
ANGELO PEZZANA
Il governo israeliano
affronta (male) la sfida
del boicottaggio
ARIEL DAVID
FOCUS
Israele-Germania:
50 anni di un’amicizia
“impossibile”
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DANIEL MOSSERI
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QUELLE RELAZIONI MOLTO SPECIALI
CHE NON SARANNO MAI ‘NORMALI’
DANIELE TOSCANO
I risarcimenti tedeschi:
un questione che lacerò
la società israeliana
JONATAN DELLA ROCCA
Forse è Made in Germany
la garanzia definitiva
PIERO DI NEPI
PENSIERO
Quello che (solo) gli ebrei
possono fare per evitare
il prossimo Olocausto
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MICHAEL LAITMAN
Cosa c’è dopo le elezioni
comunitarie? La risposta
è una: LA crescita condivisa
CLELIA PIPERNO
Per conoscere meglio
Israele e il Medio Oriente
DAVID MEGHNAGI
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
La responsabilità
del nuovo Consiglio
3
Parlare, parlare per non decidere nulla
Ancora va in scena la tragica-commedia
delle trattative sul nucleare iraniano
T
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
rattare, non trattare, accordo, non accordo, nucleare,
non nucleare, sanzioni, non sanzioni.... mentre scriviamo gli americani e gli europei, i rappresentanti del 5 +
1 stanno ancora sfogliando la margherita appassita
dell’accordo con l’Iran. Sono decenni ormai che va in scena la
medesima commedia, e di certo l’aspetto più saliente della trattativa è stata l’offerta sempre crescente da parte dell’Occidente
di soldi, di cancellazione rapida delle sanzioni, di più uranio da
conservare nella cassaforte di casa, più centrifughe ad ogni
incontro, anche di quelle che ad uno schioccare di dita possono
diventare velocissimi motori per l’arricchimento nucleare, più
missili sul campo senza che nessuno abbia da obiettare, meno
intrusioni delle ispezioni internazionali.
Obama ha deciso che l’accordo con l’Iran deve essere il retaggio
principale della sua politica estera, Khamenei se ne è ben reso
conto e la conseguenza è un tirammolla senza costrutto, di cui il
mondo intero dovrebbe aver colto il significato preciso per la
parte persiana. Ed esso è: questa trattativa è una farsa, è un
modo di guadagnare tempo, tanto tempo per fare quello che ci
serve. Col tempo e i sorrisi diplomatici si ammorbidiscono le
sanzioni e il capitale internazionale si accomoda in tutte le pieghe di una trattativa aperta, mentre cresce all’aria aperta il
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potente sistema balistico degli ayatollah, si allarga senza remore la politica egemonica più volte strombazzata dall’Iran e molto
evidente sul campo, e si guadagna tempo, tempo, un mare di
tempo mentre si arricchisce l’uranio. Manco a dirlo che nel contempo si rafforza con mille proclami non solo la determinazione
a distruggere Israele, ripetuta mille volte mentre le trattative
venivano condite da un numero altrettanto notevole di sorrisi e
cerimonie, ma anche da dichiarazioni d’odio nei confronti degli
Stati Uniti stessi.
Anche il record dei diritti umani violati seguita a essere drammatico, l’Isis non è molto peggiore dell’Iran se si pensa che il
Paese degli Ayatollah giustizia in media una persona ogni due
ore, che le sue persecuzioni di persone che la pensano in maniera autonoma, o sono per religione o per etnia diverse dal ceppo
farsi-sciita sono micidiali; che le donne sono le prime vittime dal
regime, controllate nell’abbigliamento, nel comportamento, nel
lavoro. La libertà di opinione, sessuale, di movimento non esistono. Recentemente un avvocato è stato trattenuto in cella per tre
giorni perché aveva stretto la mano alla sua difesa.
Mentre gli americani danno prova continua di volere raggiungere l’accordo a tutti i costi, la delegazione guidata da Jayad Zarif
si allarga continuamente, adesso è l’ONU a essere tempestato di
bloccare l’arricchimento
a uso bellico del plutonio e dell’uranio. L’Iran
aveva già messo in piedi le centrali di Natanz e
Arak in segreto, e non
ha mai saputo spiegare
perchè ha fatto tutto in
silenzio, se la sua intenzione era, come sostenne, pacifica. Il primo
tentativo gestito da
Inghilterra, Francia, e
Germania andò davvero
maluccio, e la prova ce
l’ha data Rowhani raccontando le trattaive:
“Mentre negoziavamo
con gli europei, a Teheran si installavano le
strutture a Ishfahan.
Siamo riusciti così a
provvedere il tempo
necessario per completare i lavori e così (una
voltà completati) il mondo è stato costretto a
prendere in considerazione un dato di fatto
che avrebbe cambiato
tutta la situazione”. E di
fatto Rowhani lasciò il
suo posto avendo portato il numero delle centrifughe da 164 a circa
1500. Il numero di centrifughe per produrre
una bomba l’anno è di
3000, quelle che resterebbero ora in mano
all’Iran sono 6000.
Non c’è accordo che
possa funzionare senza
volontà politica se l’interlocutore viene messo
in condizioni di perseguire i suoi sogni più selvaggi. Anche se per un momento si fermasse, presto si assisterebbe al suo risveglio. E qui purtroppo
un fraintendimento di fondo rischia di metterci tutti nel peggiori
guai: Obama pensa che l’aspirazione di Rouhani o del distinto
Jayad Zarif sia simile a quella dei suoi amici di Chicago: una vita
all’insegna del benessere, del futuro sicuro, della pace. E’ vero
tutto il contrario. La spinta ideologica degli iraniani è religiosa e
ideologica, tutta permeata delle indicazioni della rivoluzione del
‘79, quella in cui Khomeini tornò dall’esilio deciso a creare un
regime shariatico shiita che avrebbe sgominato tutti i suoi nemici, e che avrebbe distrutto il “cancro sionista” e dato una lezione al “Satana americano”. E per favore, ascoltiamo con attenzione il continuo reiterarsi di queste minacce: per tutti questi anni
di dialogo la prospettiva del nucleare iraniano è diventata sempre più forte, gli strumenti per renderlo operativo si sono consolidati, la presenza del terrorismo iraniano nel mondo è un grande dato di fatto, l’egemonia in Medio Oriente molto vasta e
armata. L’odio per Israele e per gli USA, il motore che propelle
l’egemonismo iraniano.
FIAMMA NIRENSTEIN
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
richieste perchè siano
tolte le sanzioni anche
dal sistema missilistico,
gli iraniani spiegano
che non c’è nesso (ma
che strano, si sarebbe
detto tutto il contrario)
fra nucleare e sistema
balistico e che l’embargo deve cadere. Intanto
l’Iran annuncia che pianifica di volere passare
all’esportazione di 2,3
milioni di barili al giorno dall’1,2 e fa progetti
molto in grande.
Mentre Obama suda per
dargli l’accordo storico,
sembra appropriato il
commento del presidente repubblicano della
Commissione
degli
Affari Esteri del Congresso, Ed Royce, che
nota come togliere le
sanzioni all’Iran e il conseguente balzo della
sua economia darà agli
ayatollah nuovi fondi
per finanziare gli alleati
militari nel Medio Oriente: “Le decine di milioni
di dollari che l’Iran intravede all’orizzonte del
dopo sanzioni servirano
a servire la volontà iraniana di armare i terroristi Hezbollah, assistere
Assad in Siria, e aiutare
gli Houty in Yemen”.
Insomma, il popolo iraniano vedrà ben poco
del denaro che deriverà
eventualmente dall’accordo che dovrebbe
restitutire l’Iran agli
onori del mondo. Di nuovo saranno le Guardie della Rivoluzione a
goderne per reprimere gli impulsi alla libertà del nobile popolo iraniano che già nel 2009 ha cercato di ribellarsi al regime, e soprattutto ne trarrà nuovo impulso più o meno nascostamene, al disegno iraniano di dominare il mondo a partire dal Medio Oriente.
Non bisogna dimenticarsi mai, per capire la raltà odierna, che Ciro
il Grande e Cambise (poi sconfitto da Alessandro Magno) e più
tardi il secondo impero persiano si sono estesi in territori immensi fino al Pakistan, all’Afghanistan, all’Armeria passando per l’Iraq
e la Siria e il Golfo Persico, e nel 570 anche lo Yemen cadde nelle
sue mani. l’Islam sciita che sogna l’avvento del Mahdi e quindi
avvolge di messianicità il futuro del mondo riconquistato all’Islam,
sente insieme la sua missione religiosa e la sua memoria storica
imperiale. E dunque mai e poi mai potrebbe rinunciare a combattere innanzitutto i traditori della fede musulmana vera, ovvero i
sunniti (l’Arabia Saudita è il suo grande nemico), e i corrotti infedeli che impediscono con la prepotenza l’estensione del vero
Islam, quello sciita.
E’ dal 2002 che un gruppo di dissidenti iraniani ha reso noto i dettagli del programma nucleare iraniano, e da allora che si cerca di
5
MEDIO ORIENTE
È dal 2002 che l’Iran prende
in giro il mondo
Quasi quindici anni di trattative inutili.
Così Teheran può andare avanti
con la costruzione della bomba atomica
D
al 30 giugno al 7 luglio, poi ancora al 10 luglio. I termini della scadenza del negoziato sul nucleare iraniano
sono stati spostati più volte negli ultimi mesi. Ma si
tratta di un processo partito tanti mesi fa e le cui radici
affondano addirittura nei primi decenni del dopoguerra.
Questi ultimi atti sono il frutto dell’accordo preliminare del 24 novembre 2013; il 2 aprile scorso l’Iran e i Paesi del 5+1 (Stati Uniti,
Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) avevano raggiunto un’intesa preliminare per supervisionare le attività nucleari dell’Iran per almeno dieci anni. Tuttavia, già nel 1957 lo Scià
aveva inaugurato un proprio programma per sviluppare energia
nucleare civile. L’obiettivo era quello di realizzare un progresso economico e scientifico e di ottenere un’egemonia regionale:
l’Occidente non interferiva nei piani di un Paese amico, ma dall’inizio degli anni ’70 iniziarono i primi sospetti dell’intelligence
statunitense di secondi fini. Con la rivoluzione islamica nel 1979,
gli aiuti occidentali si bloccarono, ma il programma nucleare proseguì clandestinamente. Dopo un’inevitabile arresto durante la
guerra con l’Iraq, negli anni ’90 Teheran ottenne l’appoggio russo, non senza contributi da Pakistan, Cina, Nord Corea. Nell’agosto 2002, il progetto uscì alla luce del sole: un gruppo in esilio
dell’opposizione al regime degli Ayatollah, il “Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana”, denunciò l’esistenza di siti nucleari clandestini per l’arricchimento dell’uranio a Natanz e una
centrale nucleare ad acqua pesante ad Arak. A questa accusa,
seguì, circa un anno dopo, quella dell’Agenzia Onu per l’Energia
Atomica (AIEA), che affermava in un rapporto che l’Iran stesse
violando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), ratificato da Teheran nel 1970. A seguito di queste polemiche, nell’ottobre 2003, l’Iran firmò il protocollo aggiuntivo al TNP che permetteva ispezioni non annunciate dell’AIEA: passo tutt’altro che
risolutivo, visto che nel giugno 2004 il Consiglio dei governatori
dell’AIEA dichiarava “incompleta ed episodica” la cooperazione
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LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
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dell’Iran, che riprese così la produzione di centrifughe.
Passato un altro anno, nel giugno 2005, il conservatore Mahmoud
Ahmadinejad vinse le elezioni e diventò Presidente: il nucleare
divenne così obiettivo esplicito del regime iraniano. Il dossier
dell’AIEA passò dunque al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’unico organismo autorizzato a imporre sanzioni. Iniziò il lavoro di
mediazione del Gruppo dei 5+1, basato sul duplice approccio fatto di minacce a Teheran di misure coercitive e offerte di incentivi
per la cooperazione economica qualora l’Iran avesse rispettato
le norme di non proliferazione nucleare. L’atteggiamento ostile
di Teheran condusse alle prime sanzioni a fine 2006, seguite da
altre risoluzioni (marzo 2007, marzo 2008, giugno 2010) che ne
sancirono un inasprimento; ad essere colpito era soprattutto il
settore petrolifero. L’Iran non si fece intimorire e, nel 2007, arrivò l’annuncio dell’inizio della “fase industriale” di produzione
di combustibile nucleare. La svolta avvenne solo nel 2013: da
un anno il peso delle sanzioni penalizzava notevolmente l’economia iraniana; l’elezione alla presidenza del moderato Hassan
Rohuani (già capo negoziatore del nucleare e firmatario nel 2003
del protocollo con l’AIEA per la sospensione delle attività di arricchimento di uranio) presentava un interlocutore più flessibile.
Il cuore del negoziato si è svolto nei contatti tra Iran e USA, i primi dopo il 1979. Il primo risultato è stato ottenuto il 24 novembre
2013, quando a Ginevra è stato raggiunto l’accordo preliminare
in otto punti, riassumibili in uno scambio basato sulla riduzione
dell’arricchimento dell’uranio (il cui diritto è stato però riconosciuto) in cambio di un’attenuazione delle sanzioni internazionali. La durata di questa prima intesa era semestrale, ma ha poi
subito una serie di proroghe fino alle ultime di questa estate. In
questo anno e mezzo si sono svolte serrate le trattative per un
accordo definitivo; da parte israeliana (ma non solo, si pensi ad
esempio ai Repubblicani in seno al Congresso o alle posizioni di
alcuni stati come l’Arabia Saudita) sono venute forti critiche, visto che non si impedisce a Teheran di ottenere il nucleare, generando un’escalation di tensioni in tutta la regione. Emblematico a
questo proposito il discorso del premier Netanyahu al Congresso
americano nel marzo scorso, dopo che già all’indomani dell’accordo di novembre aveva parlato di “errore storico”.
Anche l’ambasciatore d’Israele a Roma Naor Gilon ha affermato
in un’intervista di fine giugno che un accordo faciliterà la costruzione della bomba e aumenterà il rischio di proliferazione nucleare, con una corsa al riarmo degli Stati sunniti che potrà generare
instabilità in tutta l’area.
Nel frattempo, numerose compagnie petrolifere del mondo occidentale, tra cui le italiane ENI e SHELL, hanno ripreso ad accreditarsi in vista della possibile riapertura del mercato iraniano:
le riserve iraniane di petrolio e gas sono le terze al mondo dopo
Russia e Venezuela, con buona parte che devono ancora essere
prodotte.
DANIELE TOSCANO
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29 ottobre
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3 novembre
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Vi abbiamo sempre soddisfatti
a ottobre Vi stupiremo
missione 2015: da giovedì 29 ottobre a martedì 3 novembre
Il solo modo per conoscere quello che cambia in Israele è visitarlo con le missioni del Keren Hayesod.
Non solo vediamo i luoghi, incontriamo la gente, e coloro che decidono.
E quando li incontriamo siamo membri della più importante associazione ebraica del mondo.
Quindi segnate le vostre curiosità pronti a meravigliarvi in un viaggio ogni volta unico nel paese dei miracoli.
PROGRAMMA MISSIONE
29.10 Giovedì
- Arrivo a Ben gurion
- Visita a Euronautics: leader mondiale
aerei senza pilota, a Yavneh
- Ashdod/Palmahim: visita centro
di potabilizzazione di acqua salata
- Visita al progetto [email protected]
- Viaggio a Tel Aviv:
Check point: leader mondiale di siber
e sicurezza on net
- Cena a Hertzelya:
incontro con Yossi Vardi: com’e
nata la start up nation
30.10 venerdì
- Ytzhak Teshuba, propritario Delek
ricerche gas, la rivoluzione del gas
e l’economia Israeliana.
- A Raanana: incontro con il ministro
del’educazione Naftali Bennet
- Viaggio a Gerusalemme
- Pranzo al mercato Mahhane Yehuda
- Visita al mercato
- Cena Shabbat al albergo con ospite
1.11 domenica
- Viaggio a Beer Sheva
- Incontro con Rubik Danilovitz sindaco
- Visita base aeronautica di Hatzerim
(scuola aeronautica)
- Visita al ospedale Soroka, Beer Sheva
- Visita centro accoglienza Olim,
Beer Sheva Sulamot, progetto
Keren Hayesod
- Notte a Ashkelon o Beer Sheva
31.10 Sabato
- Shabbat al tempio Italiano
- Visita citta vecchia
- Havdala al Kotel
- Cena al museo di Davide
2.11 Lunedì
- Viaggio a Kibbuz Nirim, sul confine
- Incontro ragazzi kibbutz
- Incontro con il sindaco, Gadi Yarkoni,
ferito gravamente a agosto 2014
- Agricultura sul confine
- Incontro con col. Capo della divisione
del sud, Idf
- Incontro con la famiglia Tragherman,
kibbutz Nahal Oz
- Cena al albergo con Benny Gantz,
ex capo dello stato maggiore
3.11 martedì
- Visita a Intel Kiryat Gat:
come sarà il mondo fra 10 anni
- Chiusura del viaggio con Greg Mazel,
direttore generale KH
- Partenza
KereN HaYesod appeLLo uNifiCato per israeLe
Ufficio Centrale. Corso Vercelli, 9 – 20144 Milano. Tel. 02 48021691 – 02 48021027. Fax 02 48193376.
E-mail: [email protected]
C.so Vittorio Emanuele II, 173 00186 Roma. Tel 06 6868564 - 06 68805365. Fax 06 6875833. E-mail: [email protected]
MONDO
Il caos islamico che sta cambiando il mondo
Una trasformazione radicale piena di pericoli ed incognite
che l’Occidente non riesce a percepire
C
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
he la situazione in Medio Oriente sia difficile e confusa,
lo sanno anche i più distratti lettori di giornali. Con la
sua accettazione dell’islamismo “moderato” nel discorso del Cairo del giugno 2009 e soprattutto con le politiche di appoggio ai ribelli conseguenti a quella posizione, Obama
ha tirato fuori dalla bottiglia uno spirito rivoluzionario e pugnace
che giaceva represso da decenni. C’è stato un massiccio tentativo
degli islamisti di prendere il potere dove prima regnavano delle
classi politiche laiche, militari, molto corrotte ma anche molto
realiste, che erano progressivamente venute a patti con l’Occidente. Così è accaduto, con diversi
esiti in Tunisia e Libia, Egitto e
Yemen e Siria, con forti riflessi
anche sugli altri paesi arabi.
Salvo che in Egitto, dove i militari
hanno ripreso il potere, dopo il
tentativo dell’Alleanza Musulmana di forzare con un colpo di stato
bianco, la costituzione di un regime islamista totalitario, e salvo la
Tunisia, dove sembra reggere
una democrazia non (troppo) confessionale, questo tentativo ha
provocato sei anni di turbolenze
violentissime, con centinaia di
migliaia di morti. Si sono scontrati islamisti e militari, sciiti e sunniti, rivoluzionari e conservatori,
diverse osservanze di islamismo militante. Sono saltati i confini e
le unità nazionali. Stati che erano stati istituiti dopo la sconfitta
della Turchia un secolo fa sono crollati all’interno e hanno perso
anche i loro confini. Libia, Siria, Iraq, Yemen non sono più in alcun
modo entità statali; altri sono minacciati come il Libano (che non
riesce a eleggere il presidente della repubblica da un anno), gli
stati del Golfo insidiati dall’Iran, la Giordania che potrebbe essere
8
il prossimo obiettivo dello Stato Islamico. L’Iran, forte dell’appoggio di Obama è all’attacco in tutto il Medio Oriente: egemone in
Iraq, Siria, Libano, Yemen, con forti influenze in tutto il mondo
arabo. E’ la prima volta da mille anni e passa che la minoranza
sciita, relativamente piccola, e l’etnia farsi, anch’essa molto minoritaria, sembra in grado di prevalere su sunniti e arabi. La divisione fra Siria e Iraq, che era stata stabilita da Francia e Gran Bretagna per dividersi le risorse lasciate libere dalla fine del colonialismo turco, è ormai inesistente.
Tutta questa situazione comporta evidentemente gravi rischi e
disagi immensi per le popolazioni, stragi e distruzioni immani.
L’opinione pubblica occidentale
se ne accorge in maniera molto
parziale e deviata: “vede” il
rischio di distruzione di uno straordinario monumento storico-artistico come Palmira, “vede”
anche le crudeltà dello Stato Islamico; ma “vede” molto meno i
200 mila morti della Siria, i fuggitivi sparsi negli stati confinanti, i
rischi geopolitici. Tende a negare
l’evidenza, cioè la continuità e la
generalità dei comportamenti
dello Stato Islamico, il loro fondamento nella pratica millenaria dei
regimi arabi e nelle fonti islamiche; non capisce che la spinta a rompere le frontiere degli stati e
a combattere contro i persiani sciiti all’attacco è massicciamente
sostenuta nel mondo arabo, così come la reislamizzazione e la
retribalizzazione della società. Un recente sondaggio, per quel che
valgono queste inchieste in società così confuse e turbolente
come quella araba attuale, dava l’appoggio allo Stato Islamico nel
pubblico arabo intorno all’ottanta per cento.
Israele si trova a vivere in mezzo
a questa grande burrasca storico-sociale. Nel territorio che
controlla ce ne sono tracce, nel
rinnovarsi del terrorismo spicciolo che si ispira a un Islam
combattente e ancor di più nella
presenza di forze organicamente legate a quelle più grandi in
gioco: Hamas parte della fratellanza islamica sconfitta e indotto dunque a cercare una tregua con Israele (forse) ma soprattutto
a rifugiarsi di nuovo sotto la protezione dell’Iran; Hezbollah massicciamente armato e sostenuto dallo stesso Iran, ma usato come
una forza mercenaria in Siria e Iraq; i salafiti e le forze per ora
piccole direttamente legate allo Stato Islamico. Ma è certamente
in grado di reggere alla guerriglia a bassa intensità che queste
forze usano per logorarlo; la sua superiorità tecnologica è tale da
indurlo ad affrontare con fiducia
anche una guerra vera e propria
con Hezbollah e l’Iran che lo
appoggia - anche si in questo
caso le vittime sarebbero molte,
non solo da parte dei nemici ma
anche dei cittadini di Israele.
Per ora comunque lo stato ebraico è un’isola di tranquillità in
mezzo ai grandi sconvolgimenti
del territorio che lo circonda.
Reggere in mezzo a questo
sconvolgimento è un compito
estremamente difficile, che richiede esperienza, spregiudicatezza, capacità di valutare freddamente rischi e opportunità. Anche perché il mondo occidentale, di cui Israele fa parte per il suo
funzionamento sociale, economico e politico sembra aver deciso di
fare tutto ciò che può per indebolire il suo solo naturale alleato in
Medio Oriente, la sola democrazia, il solo Stato che con la tecnologia avanzata, l’agricoltura innovativa, l’esperienza in settori critici
come la gestione dell’acqua e dell’energia, contribuisce utilmente
all’economia mondiale, ben al di là del suo peso demografico e
territoriale. Di tutte le stragi, le ingiustizie, le violenze del Medio
Sar
tor
ia
Oriente all’Unione Europea e
all’America di Obama sembra
non importare nulla; solo la costituzione di un ventitreesimo
Stato arabo a spese dell’unico
ebraico che c’è al mondo, la fondazione di un ennesimo Stato
canaglia sembra costituire per
loro un obiettivo importante.
La grande confusione comporta
però anche alcune opportunità.
Alcuni dei più importanti eserciti nemici che minacciavano Israele
(come quello siriano e gli Hezbollah) sono più o meno tutti in uno
stato di prostrazione e disorganizzazione dovuti alle guerre civili
che affrontano; altri (come l’Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita) hanno capito che gli avversari che devono affrontare (il terrorismo islamista e soprattutto l’Iran, sul piano politico l’amministrazione Obama che lo appoggia) sono più o meno gli stessi da cui
deve difendersi Israele. Dunque
sul terreno sono nate se non
proprio alleanze, coordinamenti
politici e militari, che potrebbero svilupparsi. Infine dalla dissoluzione dei vecchi stati sono
emerse minoranze importanti,
minacciate dagli stessi nemici
di Israele, con cui potrebbe realizzarsi un “asse delle minoranze” molto significativo: i curdi,
innanzitutto, ma anche i drusi, e
magari in futuro, se saranno
abbandonati dall’Iran e dovranno difendersi dallo Stato Islamico, anche gli alawiti, che erano già alleati di fatto al movimento
sionista nei primi decenni del secolo scorso e poi hanno scelto
invece la strada del nazionalismo arabo.
Insomma, i pericoli sono molti e però non mancano le opportunità.
Israele è attrezzato militarmente economicamente e intellettualmente per affrontare una turbolenza che senza dubbio durerà a
lungo. E probabilmente anche di rafforzarsi e di superare anche le
politiche antisemite che stanno emergendo in Europa.
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MONDO
Bds, ovvero i nuovi
odiatori di Israele
Sotto la maschera di questi antisionisti
si nascondono pulsioni e idee antisemite
S
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e un solo merito ha avuto il BDS
(boicottaggio, disinvestimento,
sanzioni) nei confronti di Israele,
ebbene concediamoglielo: ha fatto
tornare con i piedi per terra tutti coloro che
- in buona fede - avevano creduto che fosse sufficiente far conoscere, mostrare al
mondo intero ciò che lo Stato ebraico era
riuscito a realizzare, prima in Palestina e
poi nel rinato Israele.
A chi si occupava di informazione veniva
chiesto di cancellare la parola ‘hasbarà’,
perché ricordava troppo ‘propaganda’,
mentre Israele non ne aveva più bisogno,
era Israel hayafà - la bella Israele - quella
che bisognava mostrare. Non che non fosse giusto, era sempre valso prima e a maggior ragione continuava ad essere uno degli strumenti più importanti, il ‘brand’- come si dice - che faceva rimanere con gli
occhi spalancati tutti quelli che avevano
scelto di tenerli aperti. Guardavano, rimanevano incantati e applaudivano. Ma accanto a queste persone, sicuramente tante, in ogni caso più di quante pensiamo,
aumentava la moltitudine degli odiatori,
incurabili, perché l’odio è una malattia
difficilmente curabile, la si può diagnosticare ma la sua natura irrazionale non contempla guarigioni. E l’odio ha partorito alla fine quella sigla BDS, indovinata, va ammesso, perché facile da capire ed essere ricordata - che riunisce in sé tutti gli attacchi di quella guerra
asimmetrica contro Israele che sta avendo
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una straordinaria popolarità, in quanto
fornisce indicazioni facili da seguire e applicare perché maschera con abilità l’anti-semitismo sostituendolo con uno spendibile anti-sionismo. In ultimo, ma non
meno importante, i fruitori sono in gran
parte intellettuali, accademici, giornalisti,
studiosi, scienziati, ai quali non par vero di
avere finalmente le spalle coperte da organizzazioni internazionali particolarmente
potenti. Sindacati, università, chiese, gior-
nali, tutti - anche se in diversa misura - diventati negli ultimi anni destinatari di
enormi investimenti di provenienza arabo-musulmana.
Di mezzo non c’è l’Iran - o almeno non c’è
ancora, anche se è il primo nome che viene
in mente - ci sono invece i suoi nemici,
Arabia Saudita, Qatar, Emirati del Golfo, i
quali finanziando ogni genere di iniziativa,
dall’aspetto culturale, sono riusciti ad addomesticare istituzioni che oggi agiscono
quasi apertamente quali agenti il cui compito è la diffusione dell’islam, primo passo
indispensabile per porre poi le fondamenta di una civiltà in grado di sostituire quelle precedenti. I metodi non sono quelli criminali dello Stato Islamico, le tecniche sono raffinate, le menti pensanti che guidano
il BDS vivono in Occidente, conoscono bene quali sono i punti deboli delle democrazie e li sfruttano senza incontrare ostilità.
Per ora il nemico numero uno è Israele, ma
dovremmo dire gli ebrei, visto il successo
che il BDS ottiene emarginandoli nelle università, in Europa e in Usa.
Non da meno è il disinvestimento, che vede uniti sindacati e chiese, che spostano
da Israele i capitali che avevano investito,
senza curarsi se magari le nuove scelte
renderanno meno, ciò che conta è danneggiare l’economia israeliana. UE e Onu
danno man forte, soggiogate come sono da
una visione politica che vede nello Stato
degli ebrei il responsabile di tutti i mali di
questo mondo. Israele ha un esercito le cui
leggi democratiche sono infinitamente superiori - imparagonabili - a quelle degli altri stati democratici. Eppure viene portata
sul banco degli accusati per ‘crimini di
guerra’. In Israele il rispetto verso tutte le
religioni è totale, mentre nei paesi islamici
si rischia la vita per apostasia se non si
crede in Maometto. Eppure, anche in questo campo, ad essere diffamato è Israele,
mentre quel che avviene nei paesi arabo-musulmani sembra non destare alcun
interesse. In Israele i cristiani aumentano
costantemente di numero, ma il Vaticano
lo ignora platealmente, mescolando le persecuzioni e le stragi di cristiani che avvengono in tutto il Medio Oriente sotto il cappello ‘Terra Santa’, che per antonomasia
significa poi Israele. I diritti civili sono rispettati più e meglio che in gran parte
delle democrazie occidentali, ne è esempio
ancora una volta l’esercito. La leva è obbligatoria per tre anni, dopo di che c’è annualmente un mese di addestramento, il
miluim . Ebbene, i componenti di una famiglia omogenitoriale non vengono mai richiamati contemporaneamente per il miluim. Questo permette che uno dei due padri
possa sempre essere al fianco dei figli
senza che gli obblighi militari lo impediscano. Il provvedimento vale anche in caso
di guerra, per assicurare ai bambini la
presenza di una figura genitoriale. Succede in qualche altro paese occidentale? Eppure una parte rilevante dei movimenti
LGBT, non ha ancora capito - per ignoranza o ostilità (chiamiamola così) - quanto
avanzata sia la società israeliana. Non
facciamo ovviamente paragoni con gli stati
islamici, la cui attitudine criminale nei confronti dei diritti umani è ben nota.
Sono solo alcuni esempi, ma molti altri
possono essere citati, se solo chi non sa
volesse incominciare a sapere. La battaglia sarà lunga, ma sarà Israele a vincerla,
la libertà e la giustizia, prima o poi, sconfiggeranno tutte quelle ideologie, laiche o
religiose, che oggi possono apparire minacciosamente incombenti. E la guerra
contro la disinformazione è fondamentale
per raggiungere l’obiettivo.
ANGELO PEZZANA
La campagna internazionale per delegittimare
l’esistenza d’Israele prende forza, mentre i ministri
di Netanyahu involontariamente fanno il gioco
di chi vuole isolare lo Stato ebraico
C
ome un cancro che inesorabilmente si espande fino a minacciare l’intero organismo, come
una crepa in una diga che si allarga fino a far crollare tutta la struttura, il
movimento internazionale per il boicottaggio d’Israele è ormai uscito dalle assemblee studentesche, dai giornali di nicchia e
dalle manifestazioni di piazza per entrare
nelle aule dei parlamenti, nei consigli di
amministrazione e nel “mainstream” dei
media.
Il movimento per il BDS, sigla che in inglese sta per “Boycott, Divestment and Sanctions”, punta a isolare e punire Israele
per la sua presenza nei territori palestinesi
e la continua espansione degli insediamenti in Cisgiordania. La sua crescita
preoccupa lo Stato ebraico, che lo considera non solo dannoso per il raggiungimento
della pace, ma vi identifica anche una
preponderante corrente contraria all’esistenza stessa d’Israele, alimentata da temi
e ideologie di stampo antisemita. Con la
sua campagna per il boicottaggio politico,
economico e culturale d’Israele, il movimento BDS prende di mira esclusivamente
Israele, ignorando non solo numerose altre
crisi internazionali, ma anche le responsabilità della leadership palestinese, che
tuttora rifiuta di riprendere il negoziato
con Gerusalemme, per l’allontanarsi di
ogni possibile soluzione al conflitto.
Malgrado ciò, il movimento continua a
raccogliere consensi, trasformando ogni
consesso internazionale, ogni decisione
commerciale e politica che coinvolga Israele in un campo di battaglia. Per un soffio,
il paese è riuscito a evitare l’espulsione
dalla FIFA richiesta dai palestinesi per le
limitazioni imposte ai loro giocatori dagli
“occupanti” israeliani. La minaccia di un
cartellino rosso da parte dell’organo supremo del calcio internazionale ha tenuto per
giorni Israele col fiato sospeso, così come
ha fatto la vicenda di Stephane Richard,
amministratore delegato di Orange, il gigante della telefonia mobile francese, che
ha annunciato durante una visita al Cairo
l’intenzione di porre fine alla sua partnership in Israele con un operatore locale. Richard è stato poi travolto dalle critiche e
costretto a fare marcia indietro durante
un’umiliante visita a Gerusalemme, ma su
altri fronti il governo israeliano ha avuto
assai meno successo nel fermare gli attac-
chi che rischiano di isolare lo Stato ebraico.
Il Tribunale penale internazionale sta proseguendo le indagini che potrebbero portare ad accuse di crimini di guerra contro
politici e membri dell’esercito israeliano a
seguito del conflitto a Gaza dello scorso
anno.
Nei prossimi mesi, dovrebbe essere approvata una disposizione dell’Unione Europea
che imporrà un’etichetta speciale per tutti
i prodotti israeliani provenienti dai territori
palestinesi e dalle alture del Golan. E poi
non passa quasi giorno senza che si abbia
notizia di un’altra iniziativa per isolare
economicamente e culturalmente Israele:
dagli Stati Uniti al Sud Africa diverse catene di supermercati boicottano i prodotti
israeliani; in Francia, il Museo del Louvre
ha rifiutato di organizzare una visita guidata per un gruppo di studenti dell’Università di Tel Aviv; il fondo assicurativo e
pensionistico norvegese KLP ha addirittura annunciato un boicottaggio “per procura”, svendendo i suoi investimenti anche
in società non israeliane che però fanno
affari con gli insediamenti.
A tutto questo, il nuovo governo del Premier Benjamin Netanyahu ha reagito con
un misto di panico e irrazionalità.
Il neo ministro della Giustizia Ayelet Shaked ha promesso di fare causa agli attivisti
del BDS, in qualunque paese si trovino,
aprendo un fronte giudiziario globale costoso e dall’esito incerto, che però non
mancherà di portare ulteriore pubblicità al
movimento. Netanyahu, per parte sua, ha
invece creato un ministero per la “diplomazia pubblica” incaricato di combattere il
boicottaggio. Il premier, dimenticando forse che presso il ministero degli Esteri esi-
steva già un dipartimento con la stessa
funzione, ha così aggiunto un’altra poltrona ad un esecutivo già talmente sovradimensionato che era stato necessario far
modificare dal Parlamento la legge che limita il numero massimo di dicasteri. Oltre
allo sperpero di denaro pubblico, questo
tipo di reazioni rischia di sortire un effetto
boomerang. Creare ministeri speciali, lanciare una campagna giudiziaria internazionale, non fa che dare ulteriore importanza
e dignità al movimento per il boicottaggio,
aiutandolo a dipingersi come vittima di un
“Golia” israeliano arrogante, ricco, potente e persecutore dei deboli.
Dopotutto non sarebbe questo il primo
autogol segnato da Netanyahu a favore
delle ragioni del boicottaggio.
Quale migliore arma di propaganda si può
consegnare a chi parla d’Israele come di
un regime di apartheid del piano voluto
dal ministro della Difesa israeliano Moshe
Ya’alon (bocciato poi dal governo) di istituire linee di autobus
separate per ebrei e
palestinesi nella West
Bank? Quale altra
conferma alle accuse
di razzismo si poteva
dare oltre alle dichiarazioni di un premier
che ha vinto le elezioni anche grazie ad un
appello dell’ultimo
momento in cui invitava i suoi elettori a
votare perché “gli
arabi si stanno recando in massa alle urne”? E in che altro modo si potevano
smentire i sinceri sostenitori d’Israele, che
cercano di convincere il mondo che lo Stato
ebraico vuole la pace con i palestinesi, se
non con la promessa dello stesso Netanyahu che in campagna elettorale ha
giurato che finché ci sarà lui al governo
non sorgerà uno stato palestinese e proseguirà l’espansione degli insediamenti? E
come si poteva contribuire al clima di isolamento internazionale se non danneggiando i rapporti tra Gerusalemme e il suo
alleato più importante, gli Stati Uniti, come
continua a fare l’esecutivo Netanyahu con
la sua aperta ostilità nei confronti del presidente americano Barack Obama?
Invece di distribuire incarichi altisonanti e
fare proclami rumorosi, il governo israeliano dovrebbe correggere il tiro e fare marcia indietro su quelle politiche e quelle dichiarazioni che lo hanno involontariamente trasformato nel migliore alleato di chi
vuole isolare e, in ultima analisi distruggere, lo Stato d’Israele.
ARIEL DAVID
Nella foto: Stephane Richard,
amministratore delegato di Orange
con Netanyahu
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Il governo israeliano affronta
(male) la sfida del boicottaggio
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FOCUS
Israele-Germania:
50 anni di un’amicizia “impossibile”
A colloquio con Yakov Hadas-Handelsman,
ambasciatore israeliano a Berlino
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B
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ERLINO – “Quando parliamo di
sicurezza d’Israele, non abbiamo
bisogno che la Germania
combatta per noi. Quello di cui
potremmo avere bisogno, però, è il
sostegno della Germania”. È un
ambasciatore, ma a differenza di altri suoi
colleghi sa parlare fuor di metafora. Yakov
Hadas-Handelsman (classe 1957) è il
rappresentante di
Israele presso la
Repubblica federale
tedesca. Sono
settimane frenetiche
per il diplomatico, in
servizio a Berlino dal
2012. Lo scorso 12
maggio Germania e
Israele hanno
celebrato il 50esimo
anniversario
dell’allacciamento
delle relazioni
diplomatiche. Per
commemorare
l’evento, il presidente Reuven Rivlin ha
compiuto in quei giorni una visita di Stato
nella capitale tedesca, ma le celebrazioni
per il “giubileo” vanno avanti ormai
dall’inizio dell’anno. E non sono ancora
finite. Commercio, tecnologia, arte,
cultura, università: ogni settore è coperto
da visite bilaterali e incontri fra esperti.
Due esempi: lo scorso 23 giugno una
commissione mista israelo-tedesca ha
presentato al ministero degli Esteri a
Berlino l’analisi comparata dei libri di
testo per capire quale impressione gli
scolari tedeschi ricevano di Israele e
viceversa; cinque giorni dopo il
vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel ha
inaugurato a Tel Aviv una mostra sui
prodotti “Made in Germany”, un evento
che da solo spiega benissimo il
superamento da parte degli israeliani dei
tabù legati alla memoria del Terzo Reich.
Relazioni normali? “Mai”
Questo significa che il peso della Shoah è
superato e che i rapporti GermaniaIsraele sono del tutto normali? “No”,
risponde l’ambasciatore, “le nostre
relazioni bilaterali si reggono su due
pilastri. Il primo è il passato, ed è una
cosa a sé. L’altro sono gli scambi in corso:
commercio, cultura, politica, arte,
medicina, turismo, programmi per i
giovani. Questo è il pilastro di una
crescita florida, ma le nostre relazioni si
reggono su entrambi e, a causa del
passato, non potranno mai essere definite
‘normali’”. Quando parla di floridità nel
rapporto bilaterale, Hadas-Handelsman
non usa parole di circostanza: la
Germania è il terzo partner commerciale
di Israele dopo Usa e Cina. Dai tedeschi
gli israeliani comprano autovetture,
componenti industriali e prodotti chimici.
I tedeschi invece acquistano elettronica,
soluzioni software e tante idee che
“coltivano” sul posto, attraverso
l’apertura in Israele di centri di Ricerca e
Sviluppo come hanno fatto fra gli altri
Siemens, Bosch e il gigante energetico
Rwe. Dalla fine della Seconda guerra
mondiale, le relazioni israelo-tedesche
hanno fatto passi da gigante.
l’incontro a New York nel 1960 fra il primo
ministro David Ben Gurion e il cancelliere
Konrad Adenauer. È difficile ricostruire
chi dette avvio all’avvicinamento fra i due
Paesi – spiega l’ambasciatore – proprio
perché fu una serie di eventi a portare a
piene relazioni diplomatiche. Senza ombra
di dubbio, entrambi gli Stati avevano un
interesse strategico in quella direzione:
noi dovevamo costruire un Paese dopo
una guerra e assorbire milioni di ebrei, la
Germania aveva bisogno di una
legittimazione per tornare nella famiglia
delle nazioni”.
L’Europa ama Israele. A parole
Sebbene il rapporto sia solido, nel corso
dell’ultimo mezzo secolo anche le
relazioni israelo-tedesche hanno
conosciuto alti e bassi. Al pari di altri
Paesi europei, anche la Germania è
rimasta incantata dalle sirene del filoarabismo. Nel corso di un evento pubblico
a Berlino nel 2013, l’allora ministro degli
Esteri tedesco Guido Westerwelle osò
ricordare che la sicurezza di Israele è da
sempre la stella polare della politica
estera tedesca. Pronta la schiettissima
risposta di Hadas-Handelsman: “Nel 1973
Qual è stato il percorso dalla liberazione
dei campi di sterminio fino allo scambio
degli ambasciatori? “L’avvio ufficiale delle
relazioni nel 1965 è stato preceduto da
una serie di eventi: dapprima l’Accordo di
Lussemburgo del 1952 (con il quale la
Repubblica Federale si è assunta la
responsabilità per il genocidio degli ebrei
d’Europa a opera dei nazisti, ndr), poi
(guerra del Kippur) se non fosse stato per
gli Stati Uniti che organizzarono un ponte
aereo passando per le Azzorre, saremmo
ancora in attesa di aiuti militari
dell’Occidente”.
Israele sa comunque apprezzare le parole
di amicizia: “Rivolta alla Knesset nel 2008
– ricorda il diplomatico – la cancelliera
Angela Merkel ha ribadito che il diritto di
Germania i giornali non sono soliti
attaccare Israele con la stessa intensità di
quelli italiani, francesi o inglesi.
Cionondimeno anche sui media tedeschi
Israele è sempre visto attraverso il prisma
della guerra.
Gli israeliani a Berlino
A differenza però di quanto avviene in
Francia, da dove gli ebrei se ve vanno a
migliaia in fuga dall’antisemitismo, la
Repubblica federale tedesca continua ad
attirare nuovi ebrei. E se negli anni ’90 ne
ha accolti circa 150 mila in arrivo dall’ex
Urss – tanto che oggi l’85% degli iscritti
alle comunità tedesche è russofono –, da
una decina d’anni Berlino è diventata la
meta preferita per alcune migliaia di
giovani israeliani. Fra i primi neoimmigrati moltissimi artisti, musicisti, dj e
una manciata di accademici. In anni più
recenti, però, sotto la Porta di
Brandeburgo si sono trasferite anche
molte famiglie con bambini: tant’è che in
alcuni asili legati alla comunità, l’ebraico
è diventato la seconda lingua ufficiale. A
Berlino oggi gli israeliani sono anche
imprenditori, agenti immobiliari,
specialisti dell’hi-tech, ristoratori. Nella
capitale tedesca gli hummus-bar israeliani
non si contano più e solo da maggio ne
sono stati inaugurati altri due: “Gordon”
e “Der Kibuz”. Per gli israeliani immigrare
è relativamente facile: molti hanno in
tasca anche un passaporto europeo.
Quelli senza, regolarmente registrati con
un visto, sono solo 4 mila su una
popolazione complessiva stimata di circa
12 mila anime. I media locali sono andati
a nozze con il fenomeno dell’immigrazione
israeliana: i tedeschi lo amplificano
perché ci leggono il segnale che Israele
ha superato il trauma della Shoah. Sui
giornali e nelle trasmissioni tv tedesche,
Diplomatico di grande esperienza,
prima di prendere servizio a Berlino,
Hadas-Handelsman è stato
ambasciatore presso la Nato
a Bruxelles, capo del Dipartimento
Medio Oriente del ministero degli
Esteri a Gerusalemme e prima ancora
ambasciatore ad Amman, in Giordania.
Nella sua carriera ha lavorato anche da
Vienna, Doha (Qatar) e da Ankara.
Oltre all’ebraico Hadas-Handelsman
parla inglese, tedesco, arabo e turco.
gli israeliani a Berlino sono onnipresenti.
Chi con rabbia, chi con nostalgia, tutti
concordano di aver trovato un clima più
freddo ma una città più libera, più
organizzata e più economica della caotica
Tel Aviv. Vista da Gerusalemme, invece,
l’emigrazione verso Berlino non è poi così
“cool”. Israele favorisce l’immigrazione
degli ebrei non certo la loro fuga. “Come
tanti altri che sono attirati dall’atmosfera
di Berlino, anche i giovani israeliani
arrivano qua per esplorare una città che
ha molto da offrire. Il rapporto è reciproco
– conclude l’ambasciatore – perché ci
sono anche molti tedeschi che visitano e
che si trasferiscono in Israele”.
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Israele a esistere in sicurezza fa parte
della ragion di Stato della Germania e
ogni incontro bilaterale è il segno della
forza delle relazioni fra i nostri due
Paesi”. Oggi la leader cristianodemocratica è in prima fila contro
antisemitismo e antisionismo, tanto da
essersi fatta promotrice lo scorso
settembre di una manifestazione alla
Porta di Brandeburgo contro l’odio
antiebraico. “La nostra relazione con la
Germania – riprende l’ambasciatore – è
unica e non è paragonabile ad altre. Il
nostro passato e il nostro destino sono
segnati per sempre dalle immaginabili
atrocità commesse dal nazismo. In 70
anni, però, siamo passati da un rapporto
vittima-carnefice a una relazione fra
eguali. Visto il passato, l’amicizia odierna
sembra quasi un miracolo. Abbiamo reso
possibile l’impossibile”. Certo, neppure la
Germania odierna è immune
dall’antisemitismo: “Che l’odio per gli
ebrei esista ancora è una vergogna per
l’Europa – riflette Hadas-Handelsman –
ed è una vergogna ancor più grande per
la Germania, rispetto a 70 anni fa, oggi
però c’è una differenza: se un ebreo non
si sente sicuro qua, sarà sempre
benvenuto in Israele”. Un appello che il
diplomatico senza peli sulla lingua ha
lanciato anche un anno fa, quando nel
pieno dell’ultimo conflitto Israele-Hamas,
gli arabi di Germania sono scesi in piazza
lanciando minacce di morte agli ebrei con
il pretesto di solidarizzare con i
palestinesi. A turbare invece il recente
clima festivo del giubileo diplomatico, una
serie di sondaggi nei due Paesi ha
rivelato che se il 68% degli israeliani vede
positivamente la Germania e Frau Merkel,
lo stesso non si può dire dei tedeschi: 62
su 100 non vedono Israele con favore. In
13
FOCUS
Germania e Israele: quelle relazioni molto speciali
che non saranno mai ‘normali’
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
L
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Pesa nei rapporti tra i due Paesi l’inevitabile ricordo delle responsabilità
tedesche per il genocidio degli ebrei d’Europa
o scorso mese di maggio Israele e
Germania hanno celebrato i primi
50 anni delle loro relazioni. Era
infatti il 12 maggio 1965 quando il
Cancelliere della Repubblica Federale
Tedesca Ludwig Erhard e il Primo Ministro
dello Stato di Israele Levi Eshkol
firmavano a Bonn l’accordo con cui
avviavano rapporti diplomatici tra i due
Paesi. Questo trattato si inseriva in un
processo più ampio, visto che già nel 1952
con l’Accordo di
Lussemburgo sulle
riparazioni la
Germania Ovest si
impegnava a pagare
a Israele i danni di
guerra e la fornitura
di beni e servizi per
un valore totale di
3,5 miliardi di marchi
tedeschi e si
assumeva la
responsabilità per i
crimini commessi
durante il nazismo.
Un risultato
importante anche per
lo Stato tedesco, che
siglava così uno dei suoi primi trattati
bilaterali e avviava la normalizzazione
della sua posizione nel contesto
internazionale. Negli anni del dopoguerra,
la Repubblica Federale contribuì anche
alla costruzione di infrastrutture nello
Stato ebraico; nel 1960, poi, l’incontro a
New York tra il Cancelliere Konrad
Adenauer e il Primo Ministro David Ben
Gurion fu un momento particolarmente
intenso e toccante.
Nonostante queste importanti premesse,
non si poteva dare per scontato l’avvio di
relazioni diplomatiche tra Israele e
Germania appena vent’anni dopo la fine
della Seconda Guerra Mondiale. Per
questo sono state riservate le dovute
celebrazioni all’anniversario, con il
Presidente Rivlin ricevuto a Berlino dal
suo omologo Joachim Gauck, oltreché
dalla Cancelliera Angela Merkel e dal
Ministro degli Esteri Frank-Walter
Steinmeier: una cerimonia speciale si è
svolta per l’occasione. “Noi crediamo che
la Germania debba fornire un particolare
supporto a Israele” ha dichiarato la
Merkel. “Oggi guardiamo il mondo che ci
circonda e vediamo di nuovo l’aumento
dell’antisemitismo e del razzismo” ha
affermato Rivlin. “E’ nostro dovere come
israeliani, come tedeschi, come
democrazie, resistere a questi mali
terribili”. Parallelamente, al termine della
visita ufficiale del Ministro degli Esteri
Steinmeier a Gerusalemme il 31 maggio,
Netanyahu ha ribadito che i due Paesi
sono legati da “50 anni di amicizia e
cooperazione seguite al periodo più buio
della nostra storia, [50 anni] che
rappresentano una ragione di speranza e
di ottimismo, in quanto, in questo mezzo
secolo, la Germania ha mostrato un serio
impegno nella difesa della sicurezza di
Israele”.
Non mera retorica: migliaia di giovani
israeliani visitano la Germania ogni anno,
mentre sono in circa 200mila ad avere la
doppia cittadinanza. Inoltre, a differenza di
altri Paesi europei, gli ebrei tedeschi non
stanno emigrando, ma, anzi, negli ultimi
20 anni le comunità ebraiche tedesche
hanno raddoppiato le loro dimensioni. In
questi anni Israele ha potuto contare molto
sul sostegno della Germania, anche nei
consessi internazionali, dove, ad esempio,
è stata uno dei 14 Paesi che, nell’ottobre
2011, ha votato contro l’ammissione della
Palestina all’UNESCO. Ma un passo
significativo è giunto proprio l’11 maggio
scorso, quando i due governi hanno
firmato una accordo
con cui la Germania
si impegna a vendere
allo Stato ebraico
navi da guerra per
proteggere le sue
piattaforme con cui
estrae le risorse nel
Mediterraneo
orientale in cambio
di 430 milioni di
euro; non una novità,
visto che Israele ha
acquistato navi e
sottomarini dalla
Germania anche
negli anni passati. La
Germania si
conferma così il primo partner
commerciale di Israele in Europa. Le
autorità tedesche si sono anche opposte al
movimento di boicottaggio dei prodotti
israeliani BDS, con solo 97 dei 751 Membri
del Parlamento tedesco che si sono
espressi in favore di simili azioni.
Un rapporto inimmaginabile, almeno fino a
50 anni fa. Eppure oggi i rapporti politici,
economici e culturali sono ottimi: per
questo importante anniversario, è stato
anche creato un sito ufficiale (https://www.
de50il.org/en) destinato ad accompagnare
la ricorrenza, offrendo informazioni su
passato e presente, notizie sulle relazioni
bilaterali e un calendario con elenca tutti
gli eventi che si stanno realizzando di
comune accordo in questo 2015.
DANIELE TOSCANO
“N
I risarcimenti tedeschi: un questione
che lacerò la società israeliana
ella sua maggioranza il
popolo tedesco ha
condannato i crimini
contro gli ebrei e non
vi ha partecipato. Contro di essi furono
commesse azioni indicibili in nome del
popolo tedesco. Le riparazioni morali e
materiali sono un dovere … Ci
proponiamo di arrivare alla soluzione del
problema delle riparazioni materiali agli
ebrei per mezzo di negoziati con i
rappresentanti del governo di Israele che
ha assorbito un gran numero di rifugiati
ebrei.” Così si espresse il cancelliere
della Germania federale, Konrad
Adenauer nel 1951 con una dichiarazione
che sgombrava il campo da ogni
equivoco, e rispondeva affermativamente
alle richieste israeliane di qualche mese
prima, espresse tramite il ministro degli
Esteri dello stato ebraico, Moshe Sharett
in cui, attraverso una nota diplomatica
presentata alle quattro potenze che
occupavano il territorio tedesco (Stati
Uniti, Unione Sovietica, Francia e Gran
Bretagna) veniva richiesta alla Germania,
a titolo di riparazione per gli eccidi
nazisti, i lavori forzati e i costi sostenuti
per l’assorbimento dei sopravvissuti, un
miliardo e mezzo di dollari. A cui si
aggiungevano mezzo miliardo di marchi
per gli ebrei residenti fuori dallo Stato,
grazie al lavoro infaticabile dell’allora
presidente del Congresso mondiale
ebraico, Nahum Goldmann. Si arrivò cosi
al dibattito della Knesset, il 7 gennaio
1952 in cui il governo Ben Gurion, nel
mezzo di gravi incidenti e tumulti, dentro
e fuori il Parlamento, con 61 voti
favorevoli e 50 contrari portò a casa una
vittoria dell’esecutivo, garantendo al
Paese, da poco nato, un’entrata annua di
80 milioni di dollari per dieci anni. A
capo dell’opposizione del pagamento
c’erano l’allora leader della destra
Menahem Begin che guidò una tenace
lotta contraria alle riparazioni ritenute
“sacrileghe” e i vertici delle sinistre del
Mapam che dichiararono "Il governo sta
proponendo la distruzione della nostra
indipendenza spirituale, vuole far
seguire alla vendita delle nostre anime la
vendita dei nostri corpi”. Fu un dibattito
che lacerò le coscienze di uno Stato
diviso tra il dolore del crimine immenso
da poco subito e la consapevolezza che
andavano ricercati nel mondo capitali
economici per sostenere la crescita e lo
sviluppo della Medinà.
Grazie alla realpolitik di David Ben
Gurion, pragmatico da sempre, come
aveva già dimostrato durante gli anni
della fondazione, si apri il negoziato a
Wasner, in Olanda, nel marzo seguente,
che portò alla firma dell’accordo che
entrò in vigore nel marzo del 1953 con il
nome di Heskem Hashillumim.
Il denaro ricevuto fu investito in
infrastrutture ed ebbe un peso
significativo nella crescita del Paese.
La scelta dello statista israeliano
convergeva con gli interessi americani
che premevano sulla Germania per una
riconciliazione con il mondo ebraico, per
dare un nuovo assetto all’ordine
mondiale e alle relazioni occidentali sotto
l’egida di Washington, in un quadro di
guerra fredda e contrapposizione al
blocco filosovietico che si andava
delineando in quel periodo.
JONATAN DELLA ROCCA
C’
è probabilmente
qualcosa che “non
potete neppure
immaginare” nel
sorriso triste e nello sguardo
malinconico di Angela Merkel.
Sulla Cancelliera è caduto tutto
il peso della storia. Geografia,
demografia, tecnologia e
organizzazione condannano 82,
forse 85 milioni di tedeschi,
immigrati inclusi, alla leadership
continentale. Le guerre delle
Borse e della finanza si
combattono senza esclusione di
colpi, ma risultano comunque
più accettabili di quelle dei
calibro 380 e dei bombardieri in
picchiata. Nessuno, da Berlino o da
Francoforte, andrà sulle spiagge di
Normandia per difendere la Festung
Europa (Fortezza Europa) blindata dai
generali della Wehrmacht. I tedeschi,
come tutti, preferiranno le vacanze in
Grecia e nelle sue tremila isole a IVA
ridotta.
Ma non si sfugge al peso della propria
storia. La storia presenta il conto, e i
governi di Roma sostengono che sia
destinato ai clienti del tavolo accanto.
Con la Germania le cose vanno un po’
diversamente, e per affermarlo non c’è
bisogno di esprimere ammirazione.
Nella politica internazionale serietà e
credibilità costituiscono un obbligo.
Tra le ex-potenze dell’Asse
definitivamente sconfitte nel 1945 dai
vincitori (Stati Uniti, Unione Sovietica,
Regno Unito, Francia, Cina) soltanto la
Repubblica Federale Tedesca trova
posto al tavolo dei grandi negoziati
internazionali. La diplomazia europea è
in questo momento a guida italiana, ma
il caso della non rimpianta Baronessa
Ashton ne dimostra lo scarsissimo peso
operativo.
La Merkel ha pazientemente insistito
perché i 5 fossero affiancati dal +1
tedesco nella trattativa con
gli ayatollah. Il tempo fa
giustizia di tutto, e se
qualcuno si domanderà quale
possa essere il vero
significato della presenza
assidua e silenziosa dei
delegati della Cancelliera
durante ogni fase dei
negoziati atomici con l’Iran,
la risposta non la troverà
scritta da nessuna parte. Ma
forse è intuitiva, e la
controprova consiste nel fatto
che Netanyahu tuona contro
Obama, tuona contro
l’Europa, ma non rinfaccia
nulla ai tedeschi, e vende al contempo
buona tecnologia militare a Pechino.
Il governo israeliano sta assumendo un
profilo più basso. Sicuramente affila le
armi, però è molto probabile che abbia
ricevuto garanzie decisive contro coloro
che predicano la distruzione dei
“sionisti”.
Sessanta anni dopo la normalizzazione
dei rapporti diplomatici questa garanzia,
per essere considerata affidabile, deve
necessariamente provenire dalla nuova
Germania. Dai nipoti di coloro che
furono responsabili della Shoah.
PIERO DI NEPI
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
Forse è Made in Germany la garanzia definitiva
15
PENSIERO
Quello che (solo) gli ebrei possono fare
per evitare il prossimo Olocausto
Siamo chiamati a rappresentare davanti al mondo
il comandamento divino “Ama il prossimo tuo come te stesso”
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
C
16
i sono molti modi di esaminare la
storia ebraica, a seconda del contesto e del messaggio che teniamo a sottolineare. Se si osserva
la storia dell’odio verso gli ebrei dalla prospettiva di chi odia piuttosto che da quella
degli ebrei, emerge un nuovo concetto. Da
questa prospettiva, non solo l’antisemitismo è il risultato del comportamento degli
ebrei, ma l'attenuazione del fenomeno e
addirittura il suo sradicamento è totalmente nelle loro mani. Per capire come sia
possibile, dobbiamo tornare indietro nel
tempo, ai primi giorni dell'ebraismo così
come lo conosciamo oggi.
Dopo la distruzione del Tempio, gli ebrei
esiliati cominciarono a disperdesi in tutto il
mondo. Nella maggior parte dei paesi che li
ospitarono, si svolse uno scenario simile:
prima furono benvoluti, poi odiati ed infine
espulsi o uccisi. Lo storico greco Flavio
Giuseppe scrisse che "la nazione ebraica è
ampiamente dispersa in tutto il mondo
abitabile (la Siria ed il vicino Medio Oriente) dove i sovrani, dopo Antioco, gli avevano concesso asilo nella più assoluta tranquillità".
Più tardi, furono espulsi da lì e fuggirono in
Europa. In particolar modo in Spagna gli
ebrei furono trattati con così tanto affetto
che per descrivere la loro relazione con i
cristiani veniva utilizzato un termine speciale: convivencia (che all'incirca significa
"vivere insieme in affinità"). Eppure, nonostante secoli di affetto reciproco, nel 1492 fu
emesso il verdetto di espellere gli ebrei o di
ucciderli se non si fossero convertiti al Cristianesimo.
Situazioni simili si manifestarono in tutta
Europa ma la più cruda testimonianza di
questo processo è certamente il crollo della
"convivencia" in Germania tra i tedeschi e gli
ebrei tedeschi, che si è concluso con lo sterminio di tutto il popolo ebraico europeo.
Gli ebrei, da quella volta, sono tornati in
Europa, ma chiaramente, gli europei li tollerano a malapena, e non esiste più convivencia. Se guardiamo quello che sta accadendo
oggi in Europa Occidentale, è chiaro che
l’antisemitismo sta riemergendo di nuovo e
non c’è alcuna ragione logica di credere che
finirà in maniera diversa dalle passate
manifestazioni di esasperazione dell'odio
verso gli ebrei.
I due "paradisi" che gli ebrei europei potrebbero cercare sono gli Stati Uniti e Israele,
ma oggigiorno, nessuno dei due è sicuro.
Negli Stati Uniti, le somiglianze tra la condizione degli ebrei tedeschi prima della
Seconda Guerra Mondiale e quella degli
ebrei americani di oggi sono così evidenti
che è quasi impossibile ignorarle mantenendo la calma, e in tempi di antisemitismo
la calma non è un buon consiglio.
Per quanto riguarda Israele, se l’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite dovesse votare oggi per la fondazione dello stato d’Israele, non ci sono dubbi che il risultato sarebbe
molto diverso da quello del voto nel 1947 e
non sarebbe a favore di Israele. Quando
Israele fu fondata era considerata svantaggiata, una vittima che stava combattendo
per la sua sopravvivenza contro sei eserciti
e tutto il mondo si rallegrò della vittoria di
Israele. A partire dal 1967 tutto questo è
cambiato, e oggi la maggior parte degli stati
membri dell’ONU preferirebbe che lo stato
di Israele non esistesse.
La somiglianza tra la condizione degli ebrei
tedeschi prima della guerra e degli ebrei
americani di oggi però non implica necessariamente lo stesso destino. Allo stesso
modo la curva di gradimento verso Israele
rispetto alle relazioni internazionali, non
implica che lo stato di Israele avrà lo stesso
destino degli ebrei tedeschi. Il fattore decisivo non è l’aumento dell’antisemitismo in
sé, ma la causa principale che lo risveglia e
lo alimenta.
Tanto per cominciare dobbiamo capire la
ragione per cui esiste l’antisemitismo, poiché nonostante le numerose spiegazioni,
non siamo riusciti a capire il motivo per cui
sia durato per così tanti secoli, assumendo
sempre nuove vesti e soprattutto, cosa si
può fare per sradicarlo definitivamente.
Prima di tutto, a rischio di essere etichettati
come clan, credo che dobbiamo riconoscere
un fatto: gli ebrei non sono come le altre
nazioni. Una prova di questo è la sconcer-
tante sproporzione tra la minuscola percentuale di popolazione che rappresentano nel
mondo e il loro immenso contributo alle arti,
alla cultura, alla scienza, all'economia per
non parlare dell’etica e della religione. L'altra prova è l’attenzione che le nazioni del
mondo danno agli Ebrei e ad Israele dalle
celebrità ai generali di eserciti, fino all’ONU.
In tutta la storia nessun’altra fede ha mai
avuto così tanta attenzione, in gran parte
negativa. Nessun’altra fede è stata accusata
di così tante colpe, da così tanti popoli e
nazioni, per così tanti secoli.
Io quindi propongo di smettere per un
momento di giustificarci e riflettere sulla
situazione da un'angolatura diversa: quella
degli accusatori. Chiaramente, tutti i contributi menzionati sopra non hanno alcun
effetto sul mondo, non riceviamo ad esempio degli apprezzamenti per il nostro contributo all’economia, sentiamo invece ampie
accuse agli ebrei che stanno utilizzando le
loro capacità finanziarie per manipolare e
sfruttare le altre nazioni. Non riceviamo
plauso per il nostro contributo alla tecnologia, ma piuttosto riceviamo un costante
rimprovero per l'uso che ne facciamo nel
migliorare le capacità militari di Israele.
C’è comunque una cosa che abbiamo dato
al mondo e che al mondo serve disperatamente: "Ama il prossimo come te stesso". Ci
siamo dimenticati per lungo tempo di questo principio, siamo diventati ironici a
riguardo, ma è l'unica cosa ideata da noi che
il mondo intero vorrebbe avere.
Quello che voglio dire è che tutti sono d’accordo sul fatto che amare gli altri sia una
buona idea, ma nessuna nazione o religione
può realizzarla. Ne deriva che abbiamo dato
al mondo un dono che potrebbe rendere le
persone felici, ma che non possono utilizzare. Se foste dei malati terminali e qualcuno
vi desse una scatola chiusa contenente la
cura che salverebbe la vostra vita, ma
nascondesse la chiave, cosa sentireste nei
confronti di quella persona? Questo è ciò
che le nazioni del mondo sentono verso di
noi. Inconsciamente, sentono che abbiamo
la chiave per risolvere i problemi del mondo,
per questo quando ci stabiliamo nei loro
paesi inizialmente ci accolgono, ma dal
momento che involontariamente stiamo
impedendo che arrivi a loro, finiscono con
l’odiarci e si rivoltano contro di noi. È qui
che cominciano ad accusarci di provocare
tutti i loro problemi, perché se si ha la soluzione ad un problema ma la si rende inaccessibile a tutti, allora si è colpevoli dell’esistenza e della persistenza di quel problema.
La nazione ebraica è stata fondata sul principio del profondo amore fraterno. Non
siamo diventati una nazione finché non
abbiamo promesso di unirci "Come un solo
uomo con un solo cuore". Seguendo quella
promessa, siamo riusciti a mantenere una
società fiorente attraverso tante difficoltà,
aggrappandoci al motto di "Ama il prossimo
come te stesso".
Mentre noi stavamo coltivando l'amore
fraterno, il resto del mondo stava imparando il modo in cui celebrare e glorificare
l'"io" e anche noi alla fine ci siamo arresi a
quell’idea e siamo caduti nell’odio infondato che ora chiamiamo egoismo. Dato
che abbiamo perso la nostra unione,
abbiamo perso anche la capacità di mantenere la nostra sovranità e siamo stati
esiliati, disperdendoci.
Il mondo da allora è diventato sempre più
egocentrico. L’egocentrismo dei giorni
nostri è così intenso che si sta trasformando in narcisismo, fascismo ed estremismo
religioso. Oggi sta crollando perfino la
struttura fondamentale della società
umana, l’istituto della famiglia. La maggior
parte delle famiglie nei paesi occidentali
sono composte da un genitore solo o da
famiglie in cui i figli sono biologicamente o
solo della madre o del padre, perché i genitori si sono risposati. Inoltre, sempre più
adulti scelgono di non avere figli.
L'estremismo che si intensifica e la diffusione della disoccupazione rendono ogni anno
più difficile il mantenimento dell’ordine
sociale, la necessità di consolidare la società
sta diventando sempre più urgente. E più le
nazioni ed i governi diventano frustrati, più
rivolgeranno la loro rabbia contro gli ebrei.
E questo non accadrà perché gli ebrei sono
il capro espiratorio, ma perché gli ebrei
hanno veramente la chiave, anche se non ne
sono consapevoli. Ad un certo momento, la
curva di gradimento tenderà totalmente al
non gradimento verso gli ebrei fino al punto
di non ritorno. Questo si verificherà quando
probabilmente ci sarà un'altra distruzione.
La nostra unica speranza per evitare un
altro calvario è quindi ristabilire quell’unione che tutti cercano che una volta avevamo,
mostrando loro come si fa, diventandone un
esempio. Il divario tra gli ebrei non dovreb-
be fermarci perché si tratta soltanto di un
burrone in attesa di un ponte, non dobbiamo nascondere le nostre dispute, ma
mostrare come possiamo superarle attraverso l’amore fraterno.
Forse in questo momento potremmo non
sentire questo amore tra di noi, ma non
appena inizieremo a nutrirlo, l'opinione del
mondo sugli ebrei in generale e sullo stato
ebraico in particolare cambierà, e riceveremo ogni tipo di incoraggiamento per riuscirci. Se ricorderemo che non lo stiamo facendo
per noi stessi ma per il mondo, in modo che
la nostra società globalizzata possa fiorire e
prosperare, riceveremo il sostegno internazionale e l’acclamazione mondiale.
Quella qualità di unione è latente nei "geni"
della nostra nazione. Il nostro compito è
riattivarli e aprire la strada verso l’unione
per il bene di tutta l’umanità.
MICHAEL LAITMAN
FONDO CLAIMS CONFERENCE PER I MINORI SOPRAVVISSUTI
I negoziati di Claims Conference con il governo tedesco hanno condotto alla creazione di un fondo destinato a quei sopravvissuti dell’Olocausto che erano minori all’epoca delle
persecuzioni. Il Child Survivor Fund corrisponderà pagamenti una tantum del valore di € 2.500 agli aventi diritto che si iscrivono al programma.
L’idoneità è per tutti coloro che sono nati non prima del 1° gennaio 1928 E che sono stati perseguitati perché Ebrei nelle seguenti circostanze:
(i) in un campo di concentramento;
(ii) in un ghetto (o analogo luogo di incarcerazione riconosciuto come tale dal governo tedesco);
(iii) vivendo o nascondendosi sotto una falsa identità o illegalmente per un periodo di almeno 6 mesi nel territorio occupato dai nazisti o nei territori dell’Asse.
A quei sopravvissuti che hanno già ricevuto in precedenza pagamenti di risarcimento per altri programmi, verranno inviati moduli di richiesta personalizzati. Se avete ricevuto un
modulo di richiesta personalizzato a mezzo posta, compilatelo e rispeditelo alla Claims Conference.
Se ritenete di soddisfare i requisiti di idoneità del Child Survivor Fund ma non avete ricevuto la richiesta a mezzo posta, potete richiederla sul sito www.claimscon.de e rispedirla
compilata alla Claims Conference. Le informazioni sul programma si trovano anche sul sito web.
Se avete inoltrato una richiesta e avete ricevuto la conferma di ricezione da parte di Claims Conference, non dovete fare altro. Se invece avete inoltrato la richiesta ma non
avete ricevuto la conferma di ricezione nel giro di 8 settimane dall’invio, contattate la Claims Conference.
Hardship Fund
Il governo tedesco ha recentemente ribadito che le vittime ebree naziste non hanno diritto a ricevere il pagamento dell’Hardship Fund se hanno fatto parte di un’evacuazione
organizzata. I governo tedesco ha tuttavia chiarito che questa limitazione è valida esclusivamente per i richiedenti che sono stati personalmente oggetto di un’evacuazione
organizzata. Per ulteriori informazioni contattare la Claims Conference.
L’iscrizione al programma Claims Conference non comporta alcun costo.
Per informazioni contattare:
Claims Conference Fonds
Sophienstr. 44
D 60487 Frankfurt am Main, Germania
Tel: +49-69-713-748-30 Fax: +49-69-721-104
E-mail: [email protected] www.claimscon.de
Claims Conference si avvale di un proprio Difensore civico designato. Per contattare l’ufficio del Difensore civico, è possibile inviare un’e-mail all’indirizzo
[email protected] o scrivere a Claims Conference Ombudsman, Postfach 90 02 08, 60442 Frankfurt, Germania.
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
Le richieste devono essere inoltrate dai sopravvissuti. Se un sopravvissuto idoneo fa richiesta e in seguito viene a mancare, la coniuge sopravvissuta ha diritto al pagamento.
Se non vi sono coniugi sopravvissuti, i figli del minore sopravvissuto idoneo hanno diritto al pagamento.
17
PENSIERO
Cosa c’è dopo le elezioni comunitarie?
La risposta è una: la crescita condivisa
F
inita la campagna elettorale, ci
possiamo concentrare anche su
altri temi, che comunque interferiscono e intersecano la vita di questa Keillà. E’ stata una campagna in cui si è
molto parlato di sviluppo e poco di progresso; si sono sentiti molti “vogliamo” e pochi
“vorremmo”, “vogliamo lo sviluppo…”, frase declinata in una pluralità di definizioni
ultimative, “vorremmo che questa piccola
comunità progredisse, che il suo tessuto
sociale migliorasse”, è una frase incontrata
meno, e pressoché assente in molti programmi elettorali.
Nel progresso si immagina si sogna, nello
sviluppo si determina sulla base di contabilizzazione, anche numeriche, definite, ma
oramai, mai, definitive, il punto cui si può
arrivare.
Il progresso non si prefigge mete, ma solidi
obiettivi, raggiunti passo dopo passo. Il
progresso è un patrimonio condiviso, lo
sviluppo, troppo spesso è patrimonio di
pochi, non condiviso, né condivisibile.
Il progresso non è un obiettivo, né in sé né
relativamente, ma un modo di immaginare
il futuro in modalità dinamica, che non prevede né curve né grafici, perché al suo interno sono immaginabili variabili non quantificabili, l’incidentalità del genio, del talento, la virtuosità dei comportamenti: proviamo a pensare cosa succederebbe se smettessimo di immagazzinare cibo che non riusciamo a mangiare nelle nostre dispense e
nei nostri frigoriferi, il risultato sarebbe un
progresso impressionante per tanti indicatori di sviluppo.
Siamo arrivati al punto: il progresso ricomprende e tiene conto dello sviluppo, mentre
quest’ultimo non può contenerlo. L’uno è
parte l’altro è un valore.
Quanto danno può procurare ad un leader,
ad una leadership condivisa, non percepire
la differenza fra i due dati? La stessa che
divide chi corre da solo e chi ama la staffetta. Il senso di responsabilità verso l’altro.
Non sarà un caso che chi corre i cento metri, li corre da solo, ma si allena in squadra?
Cosa c’entra tutto questo con quello che ci
aspetta dopo queste elezioni?
Forse perché un percorso di progressi condivisi porta meno strappi e lacerazioni e
chissà magari anche una campagna elettorale meno divisiva e più pacata? Già sarebbero questi due traguardi importanti.
Forse una percezione del panorama complessivo farebbe valutare e valorizzare meglio le professionalità di chi si mette in
campo, ma anche scoprirne qualcuna fra
chi non ci si mette, per i più vari motivi. Non
è anche questo un modo per cercare di avvicinare quelli che con un termine veramente riduttivo, sono stati chiamati “gli ebrei
lontani”?
Che vuol dire lontani? Da dove? Da chi?
Dalle istituzioni comunitarie? Se si avvicinassero tutti non si riuscirebbe a contenerli, né fisicamente né in termini di rappresentanza - rappresentato, (basterebbe immaginare le file che si potrebbero creare ai
seggi elettorali se solo raddoppiasse la
percentuale dei votanti, oppure quanti luoghi occorrerebbe individuare per contenere
un pubblico raddoppiato alle diverse funzioni religiose, o agli eventi, di qualunque
natura) quindi non può essere questo l’obiettivo, almeno nell’immediato, sebbene
sarebbe auspicabile lo fosse in prospettiva.
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Un ebreo lontano è un ebreo non ortodosso,
un ebreo che ha fatto matrimonio misto?
Definizioni un po’ rigide e riduttive, e, senza offendere nessuno, temi così delicati e
attinenti alle sfere personali, si possono affrontare a colpi di programmi elettorali, in
cui per altro, oltre agli enunciati, è stato
difficile capire altro, oppure prendendo il
tempo che una riflessione necessita. Talora
arrivando a rimettere in discussione i propri
percorsi consolidati nel confronto con persone che hanno compiuto scelte difficili, e
quasi sempre accompagnate anche da momenti travagliati. Temi siffatti non possono
essere affrontati nel corso di una campagna
elettorale che vede esprimersi solo chi si
candida a ruoli laici e non la Rabbanut, che
pure su questi temi si esprime e con forza.
Fare ora lo sviluppo di un programma elettorale, dipanarlo in un programma politico,
dispiegarlo in una forma di progetto condiviso, questo sarebbe un progresso.
Prima di iniziare la rissa sugli assessorati e
sulle varie suddivisioni di ruolo, si condividerà un manifesto di valori comuni? Finita
la rissa sugli assessorati, ciascuno portatore di un singolo indice di sviluppo della comunità, resterà una traccia di tutto questo,
in qualche documento?
Questi sono i criteri fondamentali su cui si
costruisce un percorso progressivo, altra
declinazione del concetto di progresso, ma
forse ci vuole troppo tempo per pensare alle
conseguenze del proprio agire, ed è spesso
così faticoso e impegnativo, perché talora
comporta anche delle richieste di cambi di
percorso e revisioni strutturali del disegno
complessivo tracciato all’inizio, che si rinuncia prima di arrivarci.
Così ci si ferma all’agire, estemporaneo e si
va alla caccia… di ebrei lontani… vicini,
quanto, da che????? Domande accessorie.
CLELIA PIPERNO
Per conoscere meglio Israele e il Medio Oriente
el
gennaio
di
quest’anno, in occasione delle celebrazioni per la decima
edizione del Master in didattica
della Shoah, è stata avviata la
costituzione dell’International
Center for Modern Jewish Civilization and Israel Studies. Il centro istituito a Roma Tre si avvale
della collaborazione scientifica
di colleghi delle principali università europee, americane e
israeliane. Tra gli obiettivi primari del centro vi è lo sviluppo
della cooperazione accademica
in un’area di studi rilevante per
la storia europea e per la realtà del Mediterraneo.
L’iniziativa che ha ricevuto il plauso del Presidente Napolitano,
che ha inviato una medaglia di adesione per le celebrazioni della
decima edizione del Master. Tra le adesioni quella di Piero Fassino, attuale sindaco di Torino. Tra i docenti, hanno tra gli altri
aderito Steve Katz della Boston University; Menahem Hofnung,
Shalva Weil, Cyril Aslanov e Shlomo Avineri, della Hebrew University; Dina Porat, della Tel Aviv University; di Giacomo Marramao, di Roma Tre; Paolo Mieli e Piergaetano Marchetti della
Fondazione Corriere della Sera.
Il Centro si propone di costituire un gruppo di lavoro su importanti aree di studio sulla realtà di Israele e del Vicino Oriente nei
suoi molteplici aspetti culturali, filosofici, religiosi, politici e psicologici. Tra i prossimi incontri previsti: un seminario del prof.
Hofnung sulla protezione dei diritti civili e umani in situazioni di
guerra e di terrorismo, un seminario della prof. Weil su “femminicidio”, un seminario di Dina Porat sull’antisemitismo contem-
L’Agenzia Ebraica (Sochnut) porta a conoscenza del Pubblico
che è l’unico organo preposto al disbrigo delle pratiche di Alià.
Il rapporto tra Agenzia Ebraica ed il potenziale Olè è un rapporto strettamente personale che deve essere svolto dal potenziale
Olè di persona senza avvalersi dei servizi di alcun intermediario
anche se a titolo gratuito. Il questionario deve essere compilato personalmente dal potenziale Olè che ne risponde personalmente.
Le pratiche di Alià verranno evase dall’ Agenzia Ebraica solo
dopo che l’ apposito questionario compilato sia stato trasmesso
al Global Center (numero gratuito 00/800/47723528) e i documenti necessari siano stati spediti e si sia avuta conferma della
ricezione.
Si sottolinea che i servizi forniti dall’Agenzia Ebraica sono completamenti gratuiti. L’unico onere che deve sostenere il potenziale Olè è la tassa di
apertura del fascicolo pari a € 50 per il singolo Olè o € 100 per
nucleo famigliare.
L’Agenzia Ebraica ha due uffici in Italia:
poraneo; un seminario del prof.
Meloni sulla teologia cattolica
intorno alla Shoah; un seminario
del prof. Yaron Harel della Bar
Ilan sulla figura e sul pensiero
del Rabbino Hazan, vissuto a
Tripoli di Libia, nell’Ottocento.
Tra i progetti per i prossimi due
anni: un convegno sulla figura
di Itzhaq Rabin, di cui ricorre a
novembre il ventesimo anniversario dell’assassinio; un convegno internazionale sull’opera di
Enzo Bonaventura. Docente di
psicologia all’Università di
Firenze, leader dei movimenti
giovanili ebraici, Bonaventura fu
uno dei grandi pionieri della psicoanalisi italiana. Dopo le leggi
razziste del 1938 si trasferì a Gerusalemme dove ha ideato e
diretto per dieci anni il Dipartimento di psicologia della Hebrew
University. Bonaventura morì tragicamente nel corso della guerra di distruzione scatenata dagli eserciti della Lega araba per
impedire la nascita di Israele. Era tra i membri del convoglio dei
medici e del personale della Hebrew University; un convegno
sull’esodo silenzioso degli ebrei dal mondo arabo; un convegno
internazionale sui pericoli di una nuova deriva dell’antisemitismo. Infine un seminario internazionale sull’innovazione tecnologica in Israele.
DAVID MEGHNAGI
(Direttore dell’International Center for Modern Jewish
Civilization and Israel Studies. Direttore del Master
internazionale in didattica della Shoah; prof. di psicologia clinica
presso l’Università Roma Tre)
ROMA: Corso Vittorio Emanuele II 173, 00186 Roma
tel. 06.6880-5290 - mail: [email protected]
Gli orari di apertura:
lunedì 14- 19 - martedì, mercoledì e giovedì: 10-15
MILANO: Via Sally Mayer 4, Milano
tel. 02.48311-0209 - mail: [email protected]
Gli orari di apertura:
lunedì, martedì e giovedì 8.30-13.30
Qui di seguito la lista della documentazione necessaria per l’apertura della pratica di Alià:
1. Documento di appartenenza alla religione ebraica rilasciato
dall’ufficio rabbinico della Comunità Ebraica di appartenenza
in ebraico o in inglese.
2. Estratto di nascita plurilingue con i nomi dei genitori con
appostile apposte in prefettura. Il Documento plurilingue
viene rilasciato dall’Anagrafe. I tempi di attesa sono di almeno 10 giorni. Ogni membro della famiglia deve avere un certificato.
3. Estratto di matrimonio/divorzio plurilingue, con appostile
apposte in Prefettura. Il documento plurilingue” viene rilasciato dall’Anagrafe.
4. Estratto di atto di morte plurilingue per vedovo/a, con appostile apposte in Prefettura. Il documento plurilingue viene
rilasciato dall’Anagrafe.
5. 2 foto tessera per ogni membro della famiglia.
6. Passaporto valido per almeno un anno
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
N
Nasce a Roma l’International Center
for Modern Jewish Civilazion and Israel Studies
19
USA
Usa: quando la religione
fa spettacolo ma soprattutto soldi
A Orlando in Florida, c’è Holy Land:
un parco dei divertimenti a tema religioso.
Si incontrano Gesù, gli Apostoli
e il Sommo sacerdote di Gerusalemme
H
oly Land è un parco a tema religioso che si trova ad
Orlando in Florida, a due passi da Disneyworld e che
riproduce l’architettura e l’atmosfera dell’antica città
di Gerusalemme. L’idea del parco nacque nel 1989
quando Marvin Rosenthal acquistò il terreno dove poi costruì
l’Holy Land Experience e il Zion’s Hope. Il parco venne aperto
nel febbraio 2001 e proprio il
giorno dell’inaugurazione, la
Jewish Defence Legue protestò
accusando Rosenthal di voler
convertire gli ebrei al cristianesimo.
Nell’agosto 2002, a Holy Land
venne inaugurato lo Scriptorum
Museum, contenente la Van
Kampen Collection: una mostra
di manufatti biblici tra cui antiche pergamene e prime edizioni
e stampa della bibbia offerte da
Robert Van Kampen.
Nel 2007, sotto la nuova gestione del Trinity Broadcasting
Network che acquistò Holy
Land per 37 milioni di dollari,
sono state aperte nuove attrazioni che hanno consentito il boom
di visite: il parco viene dotato di una sala proiezioni per trasmettere film religiosi e di un teatro per rappresentare scene di cristianità, e fornire sezioni di studi e funzioni.
Il Tempio di Erode, la Via Dolorosa, il pozzo della Samaritana,
tutto è ricostruito in cartapesta, come sul set di un film storico,
con attori e figuranti vestiti da Gran Sacerdoti, soldati romani,
ebrei religiosi; numerose sono le attrattive del parco che riguardano la vita cristiana come il Sepolcro e la riproduzione vivente
dell’Ultima Cena, ma anche quella ebraica come: il Jerusalem
Street Market, un mercato orientale in cui i venditori interagiscono con gli ospiti; il Wilderness Tabernacle dove il Coen Gadol racconta l’antico sacerdozio
in Israele fino alla costruzione
del Tabernacolo, contenente le
Tavole della Legge, per poi arrivare al Dead Sea Qumran Caves, la replica delle grotte in cui
sono stati scoperti i rotoli del
Mar Morto.
Non mancano le ricostruzioni
dei primi momenti della vita
ebraica sulla terra: si passa infatti dal Gan Eden all’Arca di
Noè, per poi incontrare Jonah
nel ventre della balena e rifocillarsi all’Esther’s Banquet Hall
come fosse il banchetto di Purim.
Ma la maggiore attrattiva del
parco è sicuramente il Jerusalem Model 66 AD: una ricostruzione al coperto della città di Gerusalemme in cui vengono illustrati
i luoghi più importanti della città e la vita dei cittadini. Insomma
l’atmosfera di Holy Land fa si che i turisti si ritrovino catapultati
in un viaggio nel tempo nella Gerusalemme del I secolo.
GIORGIA CALÒ
Scientology, una ‘religione’ che fa paura
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
G
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razie alla forte tutela che l’ordinamento legale americano fornisce agli enti religiosi, negli Stati Uniti si sono
diffuse numerose sette e culti dai tratti particolari. Tra
queste ha avuto un discreto successo Scientology,
un’organizzazione che diffonde dal 1954 le idee e le credenze
dello scrittore di romanzi di fantascienza Ron Hubbard. Nato nel
1911 in Nebraska, nel 1950 pubblica “Dianetics”, un libro contenente i risultati dei suoi studi sulla mente umana che venne
pesantemente criticato dalla comunità scientifica per la mancanza di prove empiriche a sostegno delle ipotesi formulate. Sulla
base di "Dianetics" Hubbard fonda la Chiesa di Scientology, un
movimento che proponeva soluzioni e pratiche concrete per risolvere problemi sociali come droga e mancanza di istruzione.
Dopo circa quindici anni in giro per il mondo a diffondere il suo
credo, Hubbard incontra i primi problemi quando nel 1975 l’Australia toglie a Scientology lo status di organizzazione religiosa e
la Francia lo condanna per frode. Questi provvedimenti nascono
a causa delle controversie presenti nell’ideologia di Scientology
come, ad esempio, la credenza che tutte le malattie umane siano
di natura psicosomatica e guaribili con la forza del pensiero. Un
altro aspetto molto contestato di Scientology è il concetto di Thetan, una sorta di reincarnazione di cui l'uomo conserva in piccola
parte la memoria e che risale a settantacinque milioni di anni fa
quando un fantomatico tiranno spaziale di nome Xenu avrebbe
costretto i Thetan a vivere nel nostro corpo. Per liberare il Thetan
gli adepti utilizzano la tecnica dell'auditing, delle sessioni a pagamento in cui vengono collegati a un macchinario per certi versi
simile a una macchina della verità e sottoposti a domande che
variano a seconda del livello di studio della dottrina.
Oltre alle riflessioni che sono state fatte in merito all'opportunità
di chiedere denaro in cambio di educazione "religiosa", il gruppo si
è attirato l'antipatia dell'opinione pubblica a causa dei continui
inviti a troncare i rapporti tra i membri e le persone ostili al movimento, in molti casi genitori preoccupati per i comportamenti dei
propri figli. Alcuni sono arrivati addirittura ad accusare l'organizzazione di compiere un vero e proprio lavaggio del cervello nei
confronti di chi aderisce alla setta per estorcergli più denaro possibile. Il successo di Scientology deriva in larga parte dalla pubblicità che gli hanno fatto alcuni divi di Hollywod: John Travolta,
Jason Lee, Tom Cruise e Nicole Kidman hanno tutti contribuito
alla diffusione della setta nel mondo. Curiosamente però Scientology è stata la causa di tutte e tre le separazioni vissute da Tom
Cruise, in particolare l'ultima relazione con Katie Holmes, secondo
i più importanti siti di gossip, sarebbe naufragata in seguito a
divergenze sull'educazione religiosa da dare alla figlia Suri.
MARIO DEL MONTE
S
e il gay pride di Tel Aviv è al centro delle cronache ogni
anno, esistono delle realtà meno note ma più continuative
e altrettanto consolidate. È il caso della Congregation Beit
Simchat Torah (CBST) di New York, che si trova nei pressi
del Greenwich Village: “una voce progressiva nell’ebraismo”
secondo la definizione che ne dà il sito ufficiale. La CBST attrae e
accoglie gay, lesbiche, bisessuali, transgender, oltreché individui
e famiglie che ne condividono i valori; l’obiettivo non è quello di
dare un’impronta diversa all’ebraismo, ma di “gioire nella diversità, denunciare l’ingiustizia sociale e sforzarsi per i diritti umani di
tutte le persone”. Un approccio per certi versi provocatorio, ma
che non vuole allontanarsi dalle principali tradizioni dell’ebraismo, ribadendo anche il proprio sostegno a Israele.
La CBST è stata fondata nel 1973 da Jacob Gubbay, un ebreo
omosessuale indiano che viveva a New York. L’idea di una sinagoga per omosessuali gli venne durante il Seder di Pesach, quando durante la lettura dell’Haggadah fu ispirato dalla storia della
liberazione degli ebrei dall’Egitto: circa un anno dopo, veniva
annunciato il primo Shabbat di una comunità gay nel Village: si
raggiungevano a malapena le dieci persone per il minian, mentre
candele, vino, bicchiere del kiddush e challot erano portate dai
presenti o comunque molto arrangiate. Nel 1975, ogni Shabbat si
contavano circa un centinaio di persone, che raddoppiavano in
occasione delle festività più importanti. Da quel momento la
comunità cambiò sede, incrementando ogni anno gli iscritti, le
attività e la visibilità. Quando negli anni ’80 scoppiò l’epidemia
di AIDS, la comunità non rimase indifferente: nel 1982 organizzò
un Simposio a cui parteciparono oltre 350 persone. Tuttavia,
proprio il diffondersi del virus dell’HIV costò la vita a molti iscritti, tanto che nel 1992 la CBST sentì il bisogno di una nuova leadership, che fu individuata in Rabbi Sharon Kleinbaum, una
donna omosessuale: era una scelta impegnativa, che apriva una
pagina nuova anche per la CBTS in un momento particolarmente
delicato per l’esigenza di una leadership spiritualmente forte. I
risultati ottenuti con questa scelta si possono dire positivi, dato
che Sharon Kleinbaum è stata più volte classificata dalla rivista
Newsweek tra i 50 rabbini più influenti d’America.
Negli anni ’90 e 2000 questa comunità è cresciuta ulteriormente:
ad oggi, ogni anno ci sono circa 3600 persone ogni anno a Kippur, mentre sono aumentati i collegamenti con altre comunità e
gruppi vari.
DANIELE TOSCANO
Ma quanti sono gli ebrei
neri d’America?
È un fenomeno religioso in crescita,
difficile però da quantificare
L
e stime sul numero degli ebrei neri negli Stati Uniti sono
molteplici: si va dai 40mila de L’Enciclopedia dei Neri
d’America ai 500mila dichiarati nella storia degli ebrei
neri pubblicata nella rivista Ascent; tuttavia, raramente
queste fonti chiariscono le modalità con cui hanno ricostruito i
loro dati. Il problema di fare riferimento a cifre attendibili è legato
anche a chi è un “Black Jew”, visto che ci sono numerosi gruppi,
con alcuni che hanno appena delle affinità con le norme bibliche
e, pur seguendo solo genericamente alcuni usi e costumi, si definiscono ebrei; per contro, un regolare approccio basato sull’halackhah riduce drasticamente la categoria, viste anche le numerose conversioni.
La Commandment Keepers Congregation (Congregazione dei
Custodi dei Comandamenti), ad esempio, fu fondata ad Harlem, a
New York, nel 1919 dal Rabbino Wentworth Arthur Matthew,
ebreo di origine africana. L’ebraismo si diffuse nella prima metà
del ‘900 presso la comunità afro-americana in virtù di diversi fattori: molti neri infatti si richiamavano a tradizioni appartenenti
alle precedenti generazioni, come il rispetto dello Shabbat o di
alcune norme di kasherut. Il presupposto da cui partiva Rav Matthew era che molti degli ebrei più antichi erano neri, o quantomeno non europei, quindi l’ebraismo era inevitabilmente una componente del loro patrimonio culturale e religioso: le loro origini
risalivano al Re Salomone e alla Regina di Saba, la quale era etiope. Nei loro cuori e nelle loro menti non era neppure necessaria
una conversione, in quanto questo processo era una mera riappropriazione di una loro eredità. Ciò non implicava una delegittimazione degli “ebrei bianchi”, coloro che avevano conservato e
difeso l’ebraismo nel corso dei secoli, tanto che dalle comunità
ortodosse già esistenti Matthew prese usanze e metodi per le
preghiere, l’insegnamento rabbinico e la celebrazione delle ricorrenze. Contestava alcune “contaminazioni europee”, rivendicando il diritto di introdurre elementi africani, americani e caraibici
nella sua comunità. Tuttavia, il dialogo tra gli ebrei di Harlem e le
comunità ortodosse bianche non è mai decollato e, anzi, talvolta
si sono verificate delle tensioni.
Nel 1937 gli ebrei neri di Harlem erano circa 600, ma sono sempre
stati un gruppo ristretto e indigente; talvolta ne è stata anche
messa in dubbio la natura ebraica. Dopo la morte di Rav Matthew
nel 1973, è stata smarrita la guida principale e con essa la necessaria coesione. Oggi la comunità è assai ridotta: come racconta un
articolo di The Jewish Week del 2007, ha vissuto anche numerose
vicissitudini, come quando il Consiglio della Sinagoga ha citato in
giudizio presso la Corte Suprema di Manhattan il rabbino David
Matthew Doré, nipote del fondatore, il quale rivendicava il ruolo
di leader spirituale. Nonostante la vittoria del Consiglio, si è aperto subito dopo un nuovo caso legale, che ha penalizzato ulteriormente questa comunità. Restano comunque attive due sinagoghe,
sebbene non condividano le stesse usanze.
DANIELE TOSCANO
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
Tutto è possibile a New York, anche
una sinagoga per soli omosessuali
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ISRAELE
Alla scoperta di Israele
Viaggio a puntate tra località
non sempre conosciute
B
envenuti viaggiatori! In questo mese andiamo al Hagalil
Haelion, in Alta Galilea, nel nord di Israele. Questo è uno
dei posti preferiti dagli israeliani durante l’estate: pieno
di verde, con molti posti dove fare campeggio e l’aria è
fresca. Sono tanti i sentieri che attraversano le montagne e le valli.
Allora, iniziamo il nostro viaggio e non dimenticate la bottiglia
d’acqua e il cappello.
lungo il fiume Hasbani. Se siete coraggiosi potete avventurarvi in
quello di 6.5 chilometri. In entrambi i casi passerete sotto gli alberi
di eucalipto, sbirciando il volo degli uccelli con la vista di un
panorama bellissimo, percorrendo acque fresche e pulite. Potete
“assaggiare” questa indimenticabile esperienza sul sito: http://
www.kayak.co.il/
Sulla strada 99, direzione Kiriat Shmona, nella valle di Hula, esiste
una delle più belle riserve naturali in Israele, un percorso
semplice, con la vista del Monte Hermon di fronte a voi e una
cascata bellissima. Nel fiume Banias l’acqua fluisce anche durante
l’estate, formando cascate e sorgenti sotto alberi enormi. Inoltre si
possono visitare anche tanti resti archeologici del periodo romani
e di quello delle Crociate.
Sempre là vicino, a 11 chilometri dall’incrocio Metzudot, troviamo il
Shmurat Tel Dan, la riserva Tel Dan vicino al Kibbutz Dan. E’ il
luogo da cui inizia il “sentiero Israele”. Qui, nella riserva, l’acqua
arriva da tante sorgenti che confluiscono formando un solo fiume, il
Dan, che a sua volta, con altri due fiumi, dà origine al fiume
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
Siete pronti ad entrare in acqua? Bene, iniziamo con la riserva del
fiume Hasbani (fiume Snir), un panorama meraviglioso e percorsi
che vi faranno scoprire anche grotte stupende. Ci sono anche
piccole piscine naturali, cascate e piante bellissime. L’itinerario
preferito è quello di un paio di chilometri che dura due ore e
comprende anche una parte di cammino nell’acqua. Per arrivarci
occorre viaggiare per cinque chilometri, dall’incrocio “Metzudot”
a Kiryat Shmona, direzione est strada 99, fino a Kibbutz Hagoshrim
e da là continuiamo a seguire la segnaletica. Il punto di inizio è il
parcheggio del parco nazionale che è segnato dai colori arancione,
22
blu e bianco. Già all’inizio ci sono delle piccole piscine naturali
sulle quali vi consiglio di soffermare la vostra attenzione perché
sono molto divertenti. Continuiamo per una via disseminata di
diversi alberi, vari tipi di fico e platani, ma anche di animali
diversi, ad esempio uccelli e curiosi insetti come gli zigopteri e
molti tipi di pesci nel fiume.
Una meravigliosa esperienza per quelli di voi che sono avventurosi
è fare il percorso in kayak di 5 chilometri, in “Kayakei Hagoshrim”,
Giordano, il più abbondante del Medio Oriente. Il tour dura due ore.
Vi segnalo poi un altro posto assolutamente da visitare. Tra le due
località che sono state fondate all’inizio del secolo scorso, Kfar
Ghiladi e Kibbutz Tel Hai, troviamo la statua del leone che
ruggisce e le rocce di Manara. Il viaggio inizia con la visita del
Museo Hashomer Vehaslik, la guardia e il nascondiglio delle armi,
a Kfar Ghiladi, dove possiamo ascoltare la storia degli eroi di
Hashomer Hatzair, che hanno fondato il posto e della statua del
leone che è stata creata in memoria degli otto combattenti caduti
durante la battaglia del Tel Hai nel 1920. Là vicino c’è una
montagna su cui è possibile salire e godere di un panorama tra i
più belli del nord di Israele: a est vediamo numerose gole che
nella parte inferiore costituiscono l’Emek Hula, la valle di Hula,
mentre a ovest scorgiamo il Monte Hermon. Al centro, le rocce di
Manara dove c’è la funicolare più lunga di Israele, alta 742 metri
e lunga 1940 metri. Un’occasione imperdibile per il paesaggio e i
colori. C’è anche la possibilità di fare viaggi in bicicletta, andare a
cavallo o per i più spericolati fare sport estremi. Gli interessati
possono visitare questo sito: http://www.cliff.co.il/
Vi auguro buone vacanze e ci vediamo al prossimo viaggio!
YAARIT RACHAMIM
Un’originale opera, del giovane artista
Simon Davide Brunori, esposta
per la prima volta al Museo
della Diaspora di Tel Aviv
D
opo i numerosi successi, nell’ambito delle Start Up, del
liceo ebraico Renzo Levi, arriva un nuovo traguardo
molto importante per la scuola media Angelo Sacerdoti
a Roma. Questa volta, però, non in ambito imprenditoriale
bensì artistico e culturale.
Simon Davide Brunori è il primo ragazzo italiano che ha donato
il proprio contributo al Museo della Diaspora di Tel Aviv. Questo
giovane adolescente ha creato un’opera d’arte nello spirito dello
street art, per poi trasformarlo in una pop art. L’unico albero posizionato
all’interno della creazione è posizionato in
modo da donare un
effetto multidimensionale.
La sua passione
per la street art si è rivelata
proprio con quest’opera che è stata
realizzata grazie a spray e penne colorate: lui
poi disegna e infine pubblica la foto su Instagram. Questo capolavoro rappresenta l’albero genealogico del ragazzo e di suo bisnonno Elia Benamozegh che è stato Capo Rabbino di Livorno.
Le radici dell’albero genealogico sono nella Torah, che funziona
da impronta per tutti gli ebrei attraverso tante generazioni.
Accanto all’albero, il giovane artista, ha installato dei manufatti
ebraici colmi di un significato che lega tutti gli ebrei del mondo:
un bicchiere del kiddush, una menorah, la bandiera di Israele e
due placche di bronzo in ricordo dei suoi due zii morti nei campi
di sterminio. Non importa la lingua con cui quest’opera viene
presentata. Basterà guardare tutte quelle piccole “simbologie”
per capire a chi è rivolto e, soprattutto, chi lo ha fatto.
È molto significativo il fatto che un ragazzo così giovane sia
riuscito a realizzare un’opera che rimanda alle origini della nostra
vita ebraica e, infine, ma non meno importante, familiare. È molto
importante che sia riuscito ad arrivare al Museo della Diaspora di
Tel Aviv, partendo da una piccola scuola ebraica come quella di
Roma. Simon Davide Brunori è un esempio che non dovrà
rimanere un caso isolato. Bravo!
MIRIAM SPIZZICHINO
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
La street art con il cuore ebraico
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ISRAELE
F
I fiori e l’Alyah:
la storia di Emilia
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
are l’Alyah non è semplice. Ritrovarsi in un posto a noi
così vicino, ma pur sempre diverso. Lo sa bene Emilia
Astrologo, Zarfati da sposata, che il 4 luglio 2013 ha fatto
il grande passo insieme a marito e tre figli. Nonostante i
problemi iniziali, ora, a 40 anni, è un’organizzatrice di eventi ed
è riuscita a riscoprire se stessa. “La mia Alyah non è stata fatta
per scelta. Non amavo, né conoscevo Israele e non ero sionista.
Lavoravo come maestra al Gan Rivka e la mia vita italiana mi piaceva molto. Allora perché sono partita? In
primis era il sogno di mio marito che vedeva Eretz come l’unica patria di ogni ebreo
nel mondo e poi per far avere ai miei figli
quel futuro radioso che tanto sognavo per
loro e che, a causa della crisi, in Italia non
era possibile dargli. Ogni giorno per via
di questa crisi economica il lavoro di mio
marito calava mentre le spese aumentavano.” Così si è fatta coraggio ed è salita su
quell’aereo. “Ricordo i pianti nel distacco
con gli amici più cari, il dolore nel lasciare
la mia casa pagata con 15 anni di sudore,
il trauma dell’aeroporto con le valige in
eccesso e la gente che urlava, la fatica e
le mie lacrime nascoste sotto gli occhiali”.
Emilia ricorda tutto, anche l’arrivo al
centro di accoglienza per immigrati dove
hanno vissuto per sette mesi in cinque
persone dentro due piccole stanze. “La
mia anima si è frantumata in milioni di
pezzi, non ero più nessuno, non avevo una
casa, ero un’analfabeta, non ero in grado di comprare neanche il
pane… Ero imprigionata in un enorme torre di Babele dove tutti
parlavano, ma nessuno mi capiva. Ero frustrata!”.
Fu così che passò quasi un anno a piangere, ha perso nove chili…
Era impazzita dalla rabbia. Si svegliava la mattina con un groppo
in gola che l’accompagnava in qualsiasi cosa facesse. Piano piano, studiando all’Ulpan, si rese conto che la lingua migliorava e
che cominciava a capire qualcosa, sentendosi però ancora sola.
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CHALAV ISRAEL
Dopo questi nove mesi è tornata una settimana a Roma, ma al ritorno in Israele tornò più depressa di prima. “Solo quando tocchi
il fondo poi trovi la forza di risalire e H. ci manda il suo aiuto nei
modi più strani. Ero al telefono con una mia cara amica di Roma e
piangevo disperata, mi mancava l’aria. Lei mi disse di calmarmi,
uscire e andare a comprare un mazzo di fiori da mettere sulla
tavola di Shabbat per sentirmi meglio. Comprai un bruttissimo
mazzo di fiori da campo, lo misi in un vaso e apparecchiai la tavola. Mio marito, rientrando dal lavoro, mi ringraziò per la bella
tavola e mi chiese di farla ogni venerdì. Inizia così la mia storia,
Shabbat dopo Shabbat. Erano sempre più belle.”
Dopo l’Ulpan Alef, suo marito le propose di cercare un corso che
l’aiutasse a sviluppare questa piccola passione. All’inizio rifiutò
pensando di avere un ebraico limitato
e che non poteva andare a fare un corso
professionale lì, in quella lingua, era fuori discussione! Il corso, inoltre, durava 7
mesi ed era a Tel Aviv dalle 17 alle 22. Ciò
significava rientrare ad Ashdod, dove lei
viveva, a mezzanotte. “Un giorno arrivò
una frase che mi colpì e a pronunciarla fu
mio marito dopo l’ennesima nottata passata a piangere. Mi disse che io avevo una
grande opportunità, quella di ricominciare
da capo la mia vita come un foglio bianco
su cui scrivere ciò che più mi piaceva. Così
iniziò il corso e scoprì di avere capacità e
risorse che non credevo di avere.”
Non è stato tutto rose e fiori. Emilia ha faticato il triplo degli altri e molte volte non
riusciva a stare al passo con la classe, ma
imparò a chiedere aiuto quando serviva e
ha iniziato a vedere le cose in un’ottica più
ottimistica. Il corso prevedeva due stage
di 16 ore in aziende che si occupavano di
realizzare eventi e, per caso, capitò a Iaroch Al Amaim. “Il Menaelet Irua mi propose un lavoro dopo il primo giorno di stage.
Mi pagava una miseria, ma mi avrebbe insegnato un lavoro piuttosto che stare a casa! I primi giorni furono duri. Mi facevano
lavare e pulire centinaia di vasi e pavimenti. Lavoravo 8 ore sotto
il sole cocente di agosto per meno di 25 euro al giorno, ma ero
felice, conoscevo tante persone e la mia lingua migliorava.”
Dopo 15 giorni la misero a fare i fiori, il suo Menael aveva capito
che quello era il suo talento. Ogni giorno riusciva a creare cose
sempre più belle e fu così che diventò l’addetta ai fiori per la
Cuppà, poi ai centri tavola ed infine la spedirono a fare un corso
professionale da fiorista “dove ho conosciuto persone stupende
che hanno arricchito la mia anima!”. Dopo il primo corso arrivò
il secondo, la tecnica migliorava e le cose imparate erano sempre di più. In concomitanza con l’ingresso nel mondo del lavoro,
Emilia ha iniziato a vedere le cose in modo diverso e a rinascere, ritrovando se stessa. “A quel punto ho capito di aver trovato
la mia strada ed ho cercato di imparare ogni giorno di più dai
professionisti che lavoravano con me fino a quando è arrivata
l’opportunità di fare un matrimonio tutta da sola. Non solo i fiori,
ma tutta la sua organizzazione! Avevo mille dubbi e paure, ma
tirando fuori tutto quello che ho imparato, impegnandomi, è stato
un grande successo e proprio quella sera mi è stato commissionato un altro matrimonio.”
Oggi, Emilia ha aperto una sua azienda di organizzazione di
eventi, continuando a collaborare con Iaroch Al Amaim come
Shoseret. Anche se organizza i suoi matrimoni da sola, non lascerà mai il suo primo lavoro in quanto rappresenta la sua famiglia, la sua felicità e infine la sua vittoria. Tutto è bene quel che
finisce bene, anche Emilia ha avuto il suo lieto fine nella terra
promessa.
MIRIAM SPIZZICHINO
Nella base di Ashdod,
dove operano i primi
robot marini
Daniel, italiano ebreo, che difende
Israele sognando la pace
rileva, gli ebrei sono stati continuamente costretti a combattere
per la libertà e anche oggi i pericoli incombono da direzioni diverse su Israele.
Quando da Gaza sono lanciati razzi - spiega - ad Ashdod centinaia di migliaia di persone hanno una manciata di secondi per
raggiungere i rifugi. Il conflitto da queste parti
non è astratto, ma reale. Nella operazione ‘Margine difensivo’ contro Hamas a Gaza, nella
estate 2014, Daniel ha toccato con mano il prezzo delle proprie decisioni. Mentre a Roma i suoi
amici e coetanei si dedicavano ad attività ricreative, lui - ricorda - non sapeva affatto se sarebbe tornato dalle missioni: ‘’Mi pesava il pensiero che la mia famiglia vivesse nell’incertezza,
che i contatti fra di noi fossero interrotti’’.
Ammette che il servizio militare in Italia non
l’avrebbe fatto, ‘’forse - spiega - in una unità
speciale’’. Ma non ha dubbi sul fatto che sia
‘’piuttosto Israele a dover essere difeso’’.
Nel porto, i marinai scesi dalla Dvorà sono impegnati nella manutenzione dell’imbarcazione
e anche Daniel dovrà verificare l’efficienza del
cannoncino di bordo.
L’età media è di 20 anni, o poco più. Qui i giovani di Israele, maschi e femmine, stanno terminando le operazioni di rodaggio del robot-’Protector’: un’imbarcazione della
società ‘Rafael’ capace di navigare per giorni, anche in mare
agitato, ad una velocità massima di 30 nodi. Dotato di grande
manovrabilità, puo’ virare di 90 gradi senza ribaltarsi.
Fra otto mesi, Daniel si congederà. Il suo futuro privato prevede
un viaggio di distensione, poi studi accademici nel Centro inter-disciplinare di Herzlya.
In linea di massima pensa a scienze politiche e mass media.
E per il futuro di Israele? ‘’Sogno la pace. Sempre che non sia
un’utopia’’.
ALDO BAQUIS E MASSIMO LOMONACO (ANSA)
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
U
n turno di 80 ore in mare è appena terminato e la Dvorà
(la vedetta militare) attracca ad uno dei moli nel settore militare del porto di Ashdod, a sud di Tel Aviv, dove
sono ancorati due ‘Protector’, i modernissimi robot
marini messi a punto da Israele per difendere la costa e che sono
manovrati da terra anche per risparmiare vite
dei marinai. Dalla Dvorà scende un marinaio ed
in buon italiano si presenta: ‘’Piacere, mi chiamo Daniel’’. Ma alle sue spalle i compagni lo
salutano con calorosi ‘’Ciao, Mario’’. È un soprannome affibbiatogli da chi nella vedetta ha
forse trascorso l’adolescenza manovrando i
giochi Nintendo o apprezzando le prodezze
calcistiche di Balotelli.
Nato e cresciuto a Roma, da oltre due anni Daniel serve nella marina israeliana. La sua vita si
svolge interamente sulla Dvorà: sono una dozzina di militari che escono in mare, mangiano,
dormono, fanno manutenzione e, se necessario, combattono, assieme. Qui si legano amicizie che durano una vita. Qui ragazzi di 19-20
anni si assumono responsabilità (fra cui sventare possibili attentati) che i loro coetanei nei
Paesi ‘normali’ nemmeno si sognano.
‘’Da bambino - racconta Daniel - non immaginavo che un giorno
mi sarei trovato qui. Ma sono cresciuto in una famiglia ebraica,
mi è stata sempre spiegata l’importanza di essere ebreo. Solo
verso i 16 anni ho cominciato a pensare che forse avrei dovuto
trasferirmi in Israele.
Nel frattempo ero attivo nel movimento (giovanile religioso) dei
Bene’ Aqiva, ne sono stato un istruttore. Gradualmente ho compreso l’importanza di difendere Israele’’.
Da ragazzo, in Italia, dice di aver toccato con mano episodi di
antisemitismo, anche perché non nasconde la propria identità e
gira con la kippà, il copricapo rituale. Di pari passo ha maturato
una visione storica più ampia. Dalla schiavitù di Egitto in poi,
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LIBRI
EDITORIA PER RAGAZZI
Eroi dello sport, eroi della vita
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
N
26
ella letteratura e, a volte, anche nella
realtà, per bambini e ragazzi l’estate è
tempo di gioco e di crescita. In pausa
dagli impegni scolastici, sportivi e
quant’altro li impegna in sfibranti calendari densi
di appuntamenti, nei mesi estivi un poco di noia
potrebbe affacciarsi nel loro tempo e aprire finestre alla riflessione e alla lettura. Nei libri spesso
l’estate segna un punto di svolta, un condensarsi
di crescita, un punto di non ritorno dall’infanzia
all’approssimarsi dell’età adulta. E’ a loro che si
suggeriscono due titoli, uno recentissimo ed uno
uscito quasi venti anni fa ma che non ha perso
nulla della sua lingua bruciante. Libri che sembrano impegnativi solo alla trama ma che invece regalano ore e pensieri preziosi a chi non si sente più
bambino.
Il primo è “Reato di fuga” di Christophe Léon (Sinnos editore, 10.50 euro) attuale in questi tempi in
cui si parla del reato di omicidio stradale: il volume
racconta però di un’amicizia e lo scarto feroce che
si consuma quando un genitore perde la stima di
un figlio costretto a scegliere da solo, indipendentemente e contro suo padre. Due storie che si
incontrano sul bordo di una strada, di notte:
Sébastien ha quattordici anni e una sera suo padre
investe una persona, e non si ferma. Loic ne ha
diciassette e una macchina pirata investe sua
madre, e non si ferma. “Come te lo devo dire? urla a Sébastien suo padre - Non è successo niente! Mi senti? Niente! Oppure vorresti che andassi
in prigione, eh? E’ questo che vuoi?”. La madre di
Loic invece è sdraiata sul letto: “Non ha più la
fasciatura intorno alla testa che aveva i primi giorni. Le sono ricresciuti i capelli. Continua a tenere gli occhi chiusi
(...) Con la tua mano nella sua le racconti la tua giornata. Sette
giorni su sette”. Una sera di novembre diventa così il punto di
incontro, inaspettato, tra due vite e la nascita di una amicizia
improbabile, difficile, tenera eppure incredibilmente reale.
E’ invece un’estate bruciante di un’isola del Mediterraneo che
accoglie la crescita repentina del protagonista di “Tu, mio” di Erri
De Luca (Feltrinelli, 5.25 euro, disponibile anche in
e-book), non un volume destinato specificatamente
ai ragazzi, lo si suggerisce a buoni lettori affacciati
oltre il bordo dell’adolescenza. Il libro, uscito, lo si
è detto, vari anni fa, resta il libro di formazione di
un’estate, in cui le domande restano spesso in gola
e quando escono non trovano risposta: “mi disse
che cercare risposte dagli altri è come calzarsi al
piede una scarpa d’altri, che le risposte uno se le
deve dare da sé, su misura. Quelle degli altri sono
scarpe scomode”. Così un pescatore che ha fatto la
guerra, una ragazza giovane ma già quasi donna e
con un nome, Haia, leggermente aspirato che lo
rende inconsueto alla pronuncia, sono gli interlocutori di un’estate in cui il protagonista interroga il
passato recente, la guerra, la fame, le uccisioni una memoria che su Shalom trova spesso spazio e
riflessione - e se ne assume il carico e accende un
“fuoco che non poteva correggere il passato”.
Per lettori più giovani invece una grafic novel
tutta da godere per pensare d’estate alle passioni
dell’inverno: “Pesi massimi – storie di sport, razzismi e sfide” (anch’esso edito da Sinnos, 11 euro).
Strane storie vengono raccontate se, a bordo di un
campo di calcio, come accade solitamente nella
realtà a non solo nei libri, gli epiteti che corrono
dietro al pallone sono “negretti”, “tornatene a
giocare in Africa” o simili perle che dagli stadi
travasano fino ai cortili delle scuole o ai campetti
di parrocchie e periferie. Così il fantasma nero e
gigantesco di Muhammed Ali - “il pugile più forte
di tutti i tempi” - si prende la briga e il gusto di
raccontare storie di sport ad un campioncino:
“non sei stato bravo proprio per niente. Un vero
campione usa il cervello, almeno ogni tanto. Invece tu oggi te lo sei scordato a casa”. Il primo racconto - si consiglia ai ragazzi di cercarne gesta e
immagini anche su YouTube poiché alcune vittorie, accendono l’animo e aumentano la propria
forza con il passare del tempo e della consapevolezza - non può che essere dedicato a Jesse
Owens, nero dell’Alabama, nipote di schiavi, che
fa parte della rappresentanza nazionale statunitense di atletica alle olimpiadi di Berlino del 1936.
Vinse tutto, lui nero contro gli ariani di Hitler.
Storie di sport e di amicizia - per la prima volta
nella staffetta corse una squadra ‘mista’, due
bianchi e due neri - e fu Luz Long, il migliore saltatore della Germania, che nella gara di salto in
lungo, spiegò ad Owen la tecnica corretta per il
salto che lo condusse alla vittoria. Ma vi è anche
la storia di Gino Bartali, ciclista italiano, insignito di recente del
titolo di ‘Giusto tra le nazioni’ per l’aiuto prodigato durante la
Shoah a molti ebrei. Con loro altri sportivi, noti e meno noti, la
cui vicenda nelle competizioni internazionali ha segnato la storia
dello sport e della battaglia antirazzista.
Per insegnanti, educatori, allenatori e genitori che volessero una
bibliografia aggiornata ed una riflessione ricca di contributi
diversi sul valore e il senso dello sport per bambini e ragazzi c’è
invece “Sport - figure e parole dai libri per ragazzi”, edito dalla Paninieditore (quello delle figurine,
per intenderci) e dalla associazione culturale di
Bologna Giannino Stoppani (13 euro), pubblicato
con l’indicazione numero I/MMXIV. Il filo rosso
della riflessione è che “ la fascia d’età compresa
fra i sei e i quattordici anni è quella che comprende
la popolazione italiana degli sportivi e dei lettori”:
“Il gioco/sport e la lettura per bambini occupano
spazi contigui - scrive Roberto Farné - se rientrano
in campi d’esperienza basati su motivazioni positive”. E aggiunge “L’idea in base alla quale l’attività
sportiva sia antitetica a quella intellettuale fa
parte di quella stupidità pedagogica di cui la cultura pedagogica di tipo scolastico non si è ancora del
tutto liberata”.
LIA TAGLIACOZZO
Un'estate da leggere
Più forte della paura
Marc Levy
Rizzoli, p.302 €17
Questa volta Marc Levy ci conduce tra i meandri più oscuri dei palazzi del potere. Depistaggi,
agguati, spie, bugiardi, nulla viene risparmiato
ai due protagonisti di questo avvincente giallo
da manuale. Lei, Suzie Baker, con l’ossessione
di riabilitare il nome della nonna accusata di
alto tradimento durante il delicato periodo della
Guerra Fredda insieme a suo marito, senatore
democratico degli Stati Uniti. Lui, Andrew Stilman, reporter d’assalto in crisi esistenziale in
cerca di riscatto. Da Manhattan al Polo Nord,
passando per i ghiacciai del Monte Bianco, senza mai tirare il fiato!
Il posto migliore del mondo
Ayelet Tsabari
Nuova Editrice Berti, p.224 € 18
Segnaliamo questa opera prima di Ayelet Tsabari, israeliana di origini yemenite, menzionata
tra i più promettenti scrittori canadesi nel 2013
e vincitrice di numerosi premi. Il libro, caratterizzato da una scrittura potente e immediata,
racconta l’anima tormentata e vibrante di Israele: l’autrice allunga il suo sguardo su Tel Aviv,
Gerusalemme, spingendosi anche oltreoceano,
in un crocevia di nazionalità, religioni, esperienze. Tutti i personaggi descritti affrontano come
possono le contraddizioni del posto migliore del
mondo e sono quotidianamente messi alla prova, in un processo inarrestabile di trasformazione e perdita.
La tentazione del rabbino Fix
Jacquot Grunewald
La Giuntina, p. 200 €15
Cosa succede quando un rabbino parigino
esperto di Talmud indossa gli abiti di scaltro detective? Accorso dal nipotino ferito in un attentato a Gerusalemme, il rabbino Fix si ritrova alla
prese con un vero giallo sul quale gli inquirenti,
troppo affezionati alla “versione ufficiale”, non
sono intenzionati ad indagare. Ma non si può im-
pedire ad una mente acuta di ragionare, soprattutto quando la mente in questione è quella del
testardo e caparbio rabbino Fix, provvidenziale
per il disvelamento del giallo, salvare una vita e
vedere la giustizia trionfare. Davvero originale!
Soli e perduti
Eshkol Nevo
Neri Pozza – Bloom, p. 272 €17.50
Ultimo lavoro di Eshkol Nevo, “Soli e perduti”
è ambientato nell’immaginaria Città dei Giusti,
in cui il vedovo inconsolabile Geremia Mendelshtorm si trasferisce per finanziare la costruzione di un nuovo mikveh da dedicare alla memoria dell’amata. La realizzazione viene affidata a
Moshe Ben Zuk, solerte funzionario comunale,
anche lui approdato in città con l’intento di diventare un uomo retto, affrancato dalle passioni
umane. Il risultato inspiegabilmente si rivelerà
tutt’altro che ortodosso. Un’irresistibile commedia degli equivoci a sottolineare l’imprevedibilità della vita, soprattutto in Israele.
La Dama rossa
Giada Trebeschi
Mondadori, p.225 € 16.50
Un libro avvincente, quello di Giada Trebeschi, che si svolge nel 1938 durante le leggi
razziali. Durante il restauro di un palazzo nobiliare vicino Roma Letizia Cantarini e altri due
colleghi scoprono una stanza segreta dove
giacciono i resti di una donna murata viva circa cinquecento anni prima. E’ la Dama rossa
vissuta alla corte di Alessandro VI Borgia. Sul
pavimento si trovano alcuni fogli: sono le memorie della Dama e un enigma. Questo ritrovamento porterà i tre amici a una fuga dalle
milizie fasciste fino in Spagna, all’Alhambra,
sulle tracce della Dama rossa e di un inimmaginabile tesoro. I protagonisti, separati dagli
eventi - uno dei tre è ebreo e dovrà nascondersi dal furore fascista-, rischieranno la vita per
scoprire e proteggere lo straordinario segreto.
Il caso Caravaggio
Daniel Silva
Neri Pozza, p.460 € 15
Dopo il successo de La ragazza inglese, Daniel
Silva torna con le incredibili indagini dell’ex
agente segreto Gabriel Allon. Questa volta il nostro è alle prese con un caso molto particolare:
un omicidio legato alla scomparsa di un famoso
quadro di Caravaggio “la Natività con i santi
Lorenzo e Francesco d’Assisi”. Chiamato dalla
polizia italiana, l’investigatore arriva sul lago di
Como, dove è avvenuto l’efferato omicidio per
incontrare il suo amico e mercante d’arte Julian
Isherwood accusato del delitto. Le indagini lo
porteranno ad una minuscola banca privata in
Austria sorvegliata dagli scagnozzi di uno dei
dittatori più spietati del mondo. A voi il finale.
A CURA DI JACQUELINE SERMONETA
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
La collina
Assaf Gavron
La Giuntina, p.528 € 19.50
In quest’ottavo romanzo di Assaf Gavron la
componente corale del racconto è quella più
caratterizzante. Ogni elemento presenta un
aspetto “plurale”, una visione della vita e del
suo stesso contrario; una costante ricerca di
equilibrio tra senso del dovere collettivo e realizzazione personale. Un’occasione per i protagonisti e per lo stesso lettore di confrontarsi con
l’infinita ambivalenza dell’esistenza, tra l’alto
ed il basso, il sacro ed il profano, in una terra
unica in cui “paradossalmente” per continuare
a vivere talvolta è preferibile non esistere…”una piccola collina in mezzo al nulla, in mezzo al
tutto.”
27
LIBRI
In un grande saggio, Riccardo Calimani
ripercorre la storia degli ebrei italiani
nel Novecento
D
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
avvero un grande libro, questa
“Storia degli ebrei italiani”,
volume terzo (dedicato a Otto e
Novecento), di Riccardo Calimani, studioso già autore di parecchi
saggi di storia e cultura ebraica, Premio
europeo per la cultura 1997. Un libro che
- sempre con precisi riferimenti documentari - focalizza gli ultimi duecento anni di
storia dell’ebraismo italiano (chiudendo
una trilogia iniziata nel 2013).
Storia che, ai primi dell’Ottocento, s’apre
con una ventata di almeno apparente
libertà, con l’eliminazione napoleonica di
molte delle antiche restrizioni volute
soprattutto dalla Chiesa. La Restaurazione, tuttavia, segna, almeno in alcuni Stati
italiani (Stato della Chiesa e Regno di
Sardegna), il ritorno al vecchio regime di
discriminazioni cui i primi, significativi
colpi saranno inferti, col nuovo clima del
Risorgimento, solo nel 1848 con le “Lettere patenti” di Carlo Alberto sull’emancipazione di ebrei e valdesi, e l’abbattimento di mura e porte del Ghetto romano
deciso da un Pio IX “prima maniera”,
favorevole a riforme liberali.
L’Ottocento, così, per gli ebrei italiani
(come, del resto, per quasi tutti i loro fratelli europei), è un secolo altalenante, con
grandi passi avanti sulla strada dei diritti
civili e politici, ma anche gravi battute
d’arresto. A favore dell’emancipazione
ebraica, scrivono Mazzini e Cattaneo,
Cavour, Gioberti e Tommaseo; ma a fune-
28
stare la vita quotidiana di tante comunità
israelite tornano le vecchie accuse di
“omicidio rituale”, e l’indegna pratica dei
battesimi forzati di bambini (vedi gli
amari casi Mortara a Bologna, e Coen a
Roma). Proprio a Roma nel 1907 viene
eletto sindaco l’ebreo, d’origini inglesi,
Ernesto Nathan, mazziniano, anticlericale, massone la cui Giunta, sino al 1913,
passerà alla storia forse come l’unica davvero efficiente e lungimirante che l’Urbe
abbia mai avuto.
“Grande guerra” e avvento del fascismo
(che, inizialmente, terrà buoni rapporti
con le comunità ebraiche, riorganizzandole nel 1930 con la celebre “Legge Falco”)
sono in Italia le tappe principali d’un
primo Novecento che, nato all’insegna
dell’ottimismo umanitario e positivista,
genererà invece in tutta Europa mostri da
“Sonno della ragione” goyesco. Sulla
“vexata quaestio” se la politica antisemita iniziata con le leggi razziali del ‘38 sia
stata o meno un logico, inevitabile prodotto del fascismo, Calimani (che ha ben
presente il De Felice della celebre “Storia
degli ebrei italiani sotto il fascismo”),
propende per una tesi - per far il paragone
con le analoghe discussioni sul nazismo - di “funzionalismo intenzionale”. E’ vero
che molti ebrei aderirono sin dall’inizio a
un movimento fascista che non era di per
sé antisemita; ma è anche vero che, in
esso, furono sempre attive anche forti
correnti antiebraiche (catalizzate da per-
sonaggi come Farinacci, Giovanni Preziosi, Telesio Interlandi), che presero il
sopravvento con la deriva filonazista del
regime soprattutto dal 1939.
Molto dipese, poi, dalle note oscillazioni
personali di Mussolini, portato a vistose
giravolte sia per calcolo politico che per
fattori caratteriali. L’Autore evidenzia lo
scontro sull’antisemitismo - larvato ma
comunque evidente - tra il regime e la
Chiesa cattolica che però nei suoi vertici,
soprattutto con Pio XII, non riuscirà ad
uscire da una linea complessivamente
ambigua, destinata a mutare veramente
solo molto tempo dopo, col Concilio Vaticano II.
Poi, il difficile ritorno alla vita, nell’Italia
del 1945 “e dintorni”. Calimani non
manca di ricordare le brillanti, italiche
carriere che, incredibilmente, fecero, nel
dopoguerra, molti degli scienziati firmatari dell’indegno “Manifesto” razzista del
1938; e persino Gaetano Azzariti, già
presidente, dal ‘38 al ‘43, del “Tribunale
della razza”, divenuto poi presidente
della Corte Costituzionale (1957-’61).
Mentre evidenzia le incredibili lungaggini
burocratiche dei processi di reintegrazione nei diritti, risarcimenti e restituzione
di beni mobili e immobili (comunque mai
avvenuta d’ufficio, ma solo su diretta
richiesta degli interessati) che si è protratta, in complesso, sino agli anni ‘90 con
l’approvazione della “legge Bersani” del
‘97, parzialmente risolutiva.
Un libro che non può mancare, per chi ha
dentro di sé il senso del rapporto col proprio passato, individuale e di comunità.
FABRIZO FEDERICI
Riccardo Calimani
“Storia degli ebrei italiani- Nel XIX e nel
XX secolo”,
Milano, Mondadori, 2015,
pp. 837,€. 35,00.
uesta è la storia di un padre
raccontata dal figlio”, l’esordio
è di grandissima tenerezza, e
le righe che seguono ne rivelano, forse, la ragione: “Io non sapevo nulla della
storia della famiglia di mio padre. Un giorno, da
adolescente, riuscii a farmela raccontare (…) Ho
atteso tanti anni, ma infine è giunto il tempo di
raccontare la storia della mia famiglia, di mio
padre, delle traversie e delle umiliazioni da lui
subite e del grande coraggio con cui affrontò le
difficoltà, la solitudine e il dolore per la perdita
dei famigliari nei campi di sterminio”. E’ con
questo viatico che Umberto Abenaim guida il
lettore nelle vicende del padre Carlo e della sua
famiglia, del fratello Ettore e della sorella Vanda,
moglie del rabbino di Genova, Riccardo Pacifici
e dei nipotini Raffaele e Emanuele, in “Abenaim - Una famiglia ebrea e le leggi razziali”,
edizioni “Scritture” : storie di sommersi e salvati - come scriveva
Primo Levi - raccontate con rigore e con grazia, con affetto e rimpianto.
Nel volume si snoda la storia di una famiglia ebraica di Pisa, benestante e serena, rispettosa delle tradizioni ebraiche, che viene travolta dalle Leggi razziali fasciste e che attraversa il periodo della
Repubblica Sociale, gli anni della persecuzioni delle vite, alla ricerca
spasmodica di un rifugio, di una salvezza quando, come spiega
Liliana Picciotto nella introduzione, “nella primavera del 1942 iniziano gli stermini di massa di ebrei nel campo di sterminio di
Auschwitz, nella Polonia occupata. Questi tragici fatti sembrano
lontani dall’Italia, le comunicazioni sono difficilissime e nessuno
immagina che occupazione tedesca significhi estensione all’Italia
della politica di sterminio”. Alla fine della guerra il conto per gli
Abenaim sarà tragico: come per tante altre famiglie si contano i
lutti delle deportazioni, la morte della madre di crepacuore alla fine
della guerra, le umiliazioni, la paura e le fughe di un intero nucleo
familiare la cui vicenda attraversa mezza Italia e, inizia, prima ancora, ad Alessandria d’Egitto per poi spostarsi a Pisa, Firenze, Genova, Piacenza e Torino, dalle città alle campagne: luogo di rifugio e
accoglienza, dove alla sopravvivenza fisica si accompagna il conforto di un incontro tra uomini e donne capaci di offrire umanità e
salvezza. Ad arricchire il volume le riproduzioni di lettere, pagine di
diario, piccoli acquarelli che accompagnavano gli auguri, fotografie
- bellissime - che restituiscono al lettore la normalità delle vite. Nel
testo invece, al racconto partecipato di Umberto, si alternano pagine di taccuini, testi di lettere e di poesie d’occasione.
Carlo si laureò in Ingegneria civile, chiamato alle armi nel 1929
frequentò il corso allievi ufficiali. Una volta nominato sottotenente
“probabilmente fu la grande depressione americana del 1929 - scrive Umberto ipotizzando le ragioni delle scelte paterne - con quel
devastante effetto domino che travolse tutti i paesi industrializzati,
che convinse mio padre a proseguire la carriera militare non ancora
osteggiata da alcuna legge razziale fascista”. Divenuto Tenente di
artiglieria Carlo partecipa alla guerra d’Africa, ma è una vita intera
che si racconta nelle pagine di Abenaim: le leggi razziali, la guerra,
il faticoso recupero di una normalità, il matrimonio con Wanda
Boselli, amica conosciuta a Torino che con la famiglia e i lavoranti
della campagna offre a Carlo rifugio e salvezza.
Pagine particolarmente intense sono quelle dedicate al ricordo del
cugino Emanuele Pacifici, animatore instancabile di tante iniziative
della Comunità ebraica di Roma, mancato pochi anni fa, un rapporto fatto di stima e di affetto, di condivisione - Umberto è il cugino
che tenne per molti anni il catalogo informatico
della grande biblioteca che Emanuele aveva
raccolto - e ne ricostruisce la vita e le vicende
dell’infanzia e della adolescenza, drammatica,
durante la guerra.
Si intuisce nella lettura del volume che la ricostruzione della memoria famigliare è anche un
percorso alla ricerca dell’identità ebraica, di una
sua possibile definizione tra storia, cultura e
eredità famigliare. Un percorso che non si ferma
con la fine della guerra - ed è questo uno dei
pregi del libro - a corredare il volume infatti,
anche un “Epilogo. Il dopoguerra e la vita di
Carlo Abenaim”, che restituisce il ‘dopo’: la
ripresa della vita, il lavoro, la famiglia, gli affetti,
la stima dei colleghi e sottoposti. Carlo infatti
riprenderà già nel 1945 la carriera militare. Non
stupisce quindi il contributo dell’Istituto storico
della Resistenza e dell’Età Contemporanea di
Piacenza nell’Introduzione della direttrice Carla Antonini perché il
libro racconta una vicenda e un lessico famigliare tutto interno alla
vicenda ebraica italiana. Ebraica e italiana: qualcosa di più di due
aggettivi.
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ROMA EBRAICA
Radiografia dei risultati elettorali
A
Cresce di quasi il 4% la partecipazione al voto
d un mese dalle elezioni per il rinnovo del Consiglio e
della Consulta, possiamo azzardare un’analisi dei risultati emersi dalle urne.
Innanzitutto il dato sulla partecipazione al voto segna un
importante risultato in crescita, forse effetto della prolungata ed
accesa campagna elettorale svoltasi soprattutto su Facebook, ma
anche forse di un clima da 'ultima spiaggia' che si percepiva nelle
ultime ore: su 10.885 aventi diritto, hanno votato in 3.931 (il 36,1%),
in dieci seggi dislocati in tutta la città. Quattro anni fa la percentuale era stata del 32,3% (avevano votato in 3.548). Le schede nulle
sono state 90, quelle bianche 32.
La lista 1 ‘Per Israele’ ha ottenuto complessivamente 1.679 preferenze; la 4 ‘Noi Siamo Israele’ 874 preferenze; la lista 2 ‘Menorah’
814 preferenze e la lista’ Binah’ 442 voti.
La maggiore affluenza di voto si è avuta al seggio di via Pozzo Pantaleo, la minore ad Ostia.
Rispetto a quattro anni fa, la lista ‘Per Israele’ (guidata da Ruth
Dureghello) ottiene il 44,08% dei voti, ma non riesce a raggiungere
il premio di maggioranza, e pertanto risultano eletti 12 candidati
(nel 2011 aveva ottenuto il 47% dei consensi con 15 consiglieri eletti). Due fattori - però ampiamente preventivati - hanno penalizzato
Ruth Dureghello. Il primo, l'assenza di Riccardo Pacifici che, pur
partecipando alla campagna elettorale, non avrebbe mai potuto
portare in dote i 'suoi' oltre 1.600 voti. Il secondo, la novità della
Totale
scesa in campo di Fiamma Nirenstein che, per vicinanza di programmi e di linea politica, avrebbe certamente sottratto una parte
di elettori.
Ed infatti la lista 'Noi Siamo Israele' (capolista Fiamma Nirenstein)
si è affermata come seconda forza con il 22,95% di preferenze e con
6 eletti (di questi, quattro erano nella lista Efshar presenti nel Consiglio scorso). Il consenso ottenuto dalla lista di Fiamma Nirenestein coincide in termini di numerici con quel 21,9% con cui, quattro
anni fa, proprio la lista Efshar portò in Consiglio 5 suoi rappresentanti. Viene da chiedersi: se Fiamma non si fosse candidata e stante la decisione di Efshar di non presentare una sua lista, il consenso
dove sarebbe andato? Avrebbe premiato la lista di Ruth o le due
liste di opposizione di Maurizio Tagliacozzo e Claudia Fellus?
Pesantemente penalizzata dal voto la lista ‘Menorah’ che, nonostante abbia raccolto nuove forze ed anche ereditato parte del
consenso della lista Hazak di quattro anni fa, raggiunge solo il
21,37% (6 consiglieri), lontano dal 30,8% di Hazak di quattro anni fa
(che aveva 8 consiglieri).
Il nuovo sistema di voto per liste contrapposte, che premia la rappresentatività, ha consentito alla lista che ha preso meno preferenze - Binah, con l'11,6% - di essere comunque presente in Consiglio,
riuscendo a far eleggere con poco più di 200 voti, tre proprie rappresentanti (per contro, ad esempio, nella lista 1 'Per Israele', il primo
dei non eletti ha ottenuto 369 voti).
TempioPamphili BalboAsiliLiceo Riposo Riposo BethelOstiaTripolitania
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
RUTH
DUREGHELLO
PIERO
BONFIGLIOLI
707 831523390
90651223013 29
GIORDANA
MOSCATI
590 761153556
9448 744816 28
EUGENIOCALÒ
516 529316
59
7549100
416 25
MARCO GADIEL
TACHE' GAJ
495
64
101
29
58
61
45
60
39
8
30
RUBEN
DELLA ROCCA 489 661272663
6733 4430 7 26
MICOL
FINZI
483 571043148
6541 7234 9 22
ANTONIO
SPIZZICHINO
469 641001850
8442 4933 9 20
DANIEL
FUNARO
463 62 80 2054
6733 654215 25
DANIELA
DEBACH
453 68 82 3647
4926 2573 8 39
GIACOMO
MOSCATI VP
421 75 76 1733
7141 562015 17
GIOVANNI
ASCARELLI
406 55 91 3161
5121 5322 4 17
LELLO
MIELI
369 35 57 636
5643 9720 3 16
EDOARDO
AMATI
363 56 76 1531
4824 3548 5 25
CLAUDIO
MOSCATI
343 411021235
4026 1742 7 21
ALAIN JONATHAN
GELIBTER
339 36 69 2836
4938 3525 5 18
DONATELLA PAJALICH
331 48 73 1034
4228 591410 13
ISACCO
LUZON
324 35 58 1928
4421 2162 3 33
ROBERTO
DI PORTO
316
26
57
9
30
52
37
86
9
2
8
ANGELO
SED
314 26 55 721
3247 9414 8 10
ROBERTO
GUETTA (ROBY) 241 641915
11
1211 9772 21
SERENA
DI NEPI
231 31 65 1026
3117 2115 4 11
STEFANIA
ASTROLOGO
222 25 72 935
3113 1316 2 6
BRUNO
DI GIOACCHINO 202 233513
28
3423208 4 14
CHERIE DYANA
FADLUN
183 2016267
175 7640 21
EDITH
ARBIB ANAV
162 16 20 1713
1311 1736 1 18
ELIO
RACCAH
126 899
4
363
65
019
30
MAURIZIO TAGLIACOZZO
GUIDO
COEN
464 81 57 6348
3846 1758 5 51
ROBERTO
COEN
322 44 51 5030
3032 1334 5 33
MASSIMO
GAI
261 462644
33
1721 8331 32
CESARE ROGER
HANNUNA
247 483931
29
1523 8263 25
ARIEL
ARBIB
242 361954
19
2214 6297 36
AMOS
TESCIUBA
240 462822
17
1016 8516 36
DAVID
MEGHNAGI
239 412341
31
2420 2252 30
SERENA
TERRACINA
215 462831
31
1915 2222 19
MASSIMO
BASSAN
212 472238
24
912 1290 30
BARDA
ILAN DAVID
182 371726
26
1212 9216 16
TESCIUBA
SARA TIKVA'
175 28 9 23
18
714 4336 33
EMILIO
NACAMULLI
172 292829
23
1511 2151 19
DI VEROLI
ALESSANDRO
171 352522
15
1113 5176 22
DALIA
SESTIERI
162 352328
22
1310 4105 12
RUBEN
BENIGNO
157 193815
17
1612 9136 12
RUBEN
SPIZZICHINO
132 2721 921
159 9112 8
FABRIZIO
MANASSE
123 1621249
127 1164 13
SANDRO
SERMONETA
102 111811
10
919 2101 11
ALESSANDRA PIPERNO
90 23141194 4 2101 12
DEBORAH
GUETTA
86 23 5 57
126 0160 12
WALTER
BEDUSSA
78 13 6 6 65 3 6 18 1 14
Il nuovo Consiglio:
dall'alto verso il basso,
da sinistra verso destra
Ruth Dureghello
Piero Bonfiglioli
Giordana Moscati
Eugenio Calò
Marco Gadiel Tachè Gaj
Ruben Della Rocca
Micol Finzi
Antonio (Toni) Spizzichino
Daniel Funaro
Daniela Debach
Giacomo Moscati
Giovanni (Gianni) Ascarelli
Fiamma Nirensteijn
Marco Sed (Yotvata)
Giorgia Calo’
Questi risultati - insieme con il divieto di ricandidarsi dopo tre mandati - cambiano profondamente il nuovo consiglio che viene rinnovato per quasi due terzi: su 27 consiglieri, i volti nuovi sono 17. Cresciuta anche la presenza femminile, passata da 5 a 9 (dal 20 al 33%).
Per quanto riguarda le singole preferenze, da segnalare nella lista
'Per Israele' gli ottimi risultati personali di tre 'new entry': l'ex presidente della Deputazione, Piero Bonfiglioli con 707 voti, Gadiel Gaj
Taché con 495 voti e Micol Finzi con 483 voti; oltre alla riconferma
DEBORAH
FABRIZIO
DORIS
ASTROLOGO
FIANO
ARBIB
Totale
Alberto Ouazana
Marco Sed (Avvocato)
Alberto Piazza O Sed
Maurizio Tagliacozzo
Guido Coen
Roberto Coen
Massimo Gai
Roger Hannuna
Ariel Arbib
Claudia Fellus
Sabrina Coen
Loredana Spagnoletto
popolare di Giordana Moscati (590), Eugenio Calò (516) e Ruben
Della Rocca (489). In crescita le preferenze, nella lista ‘Noi Siamo
Israele’, per Marco Sed ‘Yotvata’ (406) e Marco Sed ‘Avvocato’ (287)
e il successo di due volti nuovi Giorgia Calò (304) e Alberto Ouazana (294). Nella lista 'Menorah' i più votati sono stati Guido Coen
(464) e Roberto Coen (322). Per 'Binah' successo personale per Sabrina Coen (228 voti).
G.K.
TempioPamphili BalboAsiliLiceo Riposo Riposo BethelOstiaTripolitania
71 7107
10
10
16440 3
71 14714
8
55 190 8
69 14612
10
17 271 9
FIAMMA
NIRENSZTEJN MARCO SED
406 37 49 1650
7836 9821 4 17
GIORGIACALÒ
304 32 43 645
5226 6021 0 19
ALBERTO
OUAZANA
294 23 40 1126
4929 8317 4 12
MARCO SED
287 36 43 1128
6427 5211 2 13
ALBERTO
PIAZZA O SED
247
29
31
11
33
51
19
52
6
96
RAFFAELE
PACE
221 142510
27
5621504 5 9
FABIO
MIELI
175 15 26 715
2814 4515 2 8
ROBERT
HASSAN
166 11 25 8 2036 9 22 20 2 13
ALDO
ASTROLOGO
145 142811
12
3016212 1 10
PACIFICO DI NEPI
131
20
15
5
24
28
10
21
3
2
3
SANDRACALÒ
131 1117 615
365 267 2 6
GIORGIO
ISRAEL
129 152116
13
2010156 0 13
ALBERTO
SPIZZICHINO
127 2211 326
249 243 5 0
FABIO
CRISTOFARI
122 41119
18
185522 2
BARBARA
VIVANTI
121 12 15 517
1610 1223 1 10
MASSIMILIANOCALÒ
115 1328 710
268 144 0 5
GIANCARLO
DI CASTRO
114
12
20
4
13
24
14
15
4
1
7
EMANUELE DI SEGNI
109
14
4
3
8
18
12
36
6
1
7
DAVIDE
SPAGNOLETTO 106 7 12 318
226 283 1 6
FELICE
GUETTA
104 8 10 5 81710 1320 0 13
DANIEL DI PORTO
103
6
13
1
14
19
21
17
8
2
2
ROBY
DAGAN
101 10 10 3 119 9 16 20 0 13
TIZIANA
DELLA ROCCA 83 51548
881792 7
MARCO DELLA ROCCA
67
5
14
2
5
15
7
9
5
2
3
ROBERTO
PERUGIA
43 6 3 28
73 650 3
YACOV LEONARDO
NAIM
39 322
5
456
10
0 2
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
CLAUDIA
FELLUS
SABRINA
COEN 226 335318
34
2725 8112 15
LOREDANA SPAGNOLETTO 200 263218
30
2923 813120
SIMONA
NACAMULLI
192 273612
28
2625 9131 15
CINTHIA SPIZZICHINO
186 194914
22
3022 7101 12
SILVIA
MOSSERI
169 184314
22
2713 9120 11
ALESSANDRA SPIZZICHINO
156 163412
18
2618 8 9 2 13
FABIANA
DI PORTO
152 14 35 825
2218 1011 0 9
LORELLA
ASCOLI
149 19 33 1115
2014 1310 0 14
EVA RUTH
PALMIERI
147 172612
19
2420 5130 11
ANNA
PIPERNO
140 20 25 8 1613 20 7 15 4 12
FIORELLA
CASTELNUOVO 137 173611
19
1714 4 6 4 9
SILVIA
LUPERINI
135 123314
14
2016 2 8 2 14
BRUNELLA
DI CASTRO 100
12
14
4
15
20
11
5
8
1
10
ARIELA
MASSAREK
93
12 24 4 2213 4 3 7 0
4
STELLA SERMONETA
76 71278
11
13640 8
VALERIACALÒ
71 71888
145 300 8
LAURA
PERUGIA
45 6 7 48
84 320 3
31
ROMA EBRAICA
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
T
32
Elezioni e consiglio,
la quiete dopo la tempesta
anto tuonò, che non piovve. Anzi,
il tardo pomeriggio di un giorno
qualsiasi, ma sicuramente molto
atteso al Centro Ebraico Pitigliani,
e con il barometro che indicava tempesta
imminente, ha segnato un momento storico
per la nostra Comunità. C’è sempre una
prima volta, e per la prima volta il più antico
insediamento ebraico d’Occidente vede
una donna occupare il seggio più prestigioso nel Consiglio, che sarà guidato - appunto
- da Ruth Dureghello.
Le settimane che avevano preceduto il
turno elettorale del 14 giugno non erano
state tra quelle da ricordare per serenità e
compostezza nel dibattito. Vanno ascritte
sicuramente a merito per i quattro capilista
candidati alla Presidenza la capacità e la
volontà di condurre un confronto serio,
pacato, civile nei toni, attento alle questioni
essenziali. Gli incontri pubblici non avevano infatti registrato cadute di stile, né deragliamenti. Ma non è misteriosa per nessuno
la realtà delle campagne elettorali di questo
primo scorcio del secolo XXI, secondo
dell’era mediatica, che si combattono sui
social a colpi di tweet. Quali che siano: per
il Comune, per la Regione, per Montecitorio, per la Casa Bianca… E come è noto i
leader incontrano qualche difficoltà a moderare la foga dei gregari più accesi.
Aperte le urne e contate le schede la sera
del 15 giugno, nei giorni successivi la “narrativa” prevalente risultava quella di trattative difficoltose, di scarsa o inesistente
volontà di compromesso attribuita a quanti
avrebbero dovuto allearsi con la lista prevalente “Per Israele”, di mancata presa d’atto
di una vittoria indiscutibile da parte dei
possibili o probabili oppositori.
E invece, appena arrivati nel salone del
Pitigliani destinato ai grandi eventi, i duecento ospiti - no, forse alla fine almeno trecento - che non intendevano mancare alla
prima seduta pubblica del Consiglio eletto,
convocata per le ore 18.30 del 23 giugno
2015, hanno percepito e visto immediatamente la quiete dopo la tempesta. Il gossip
dei pessimisti non trovava riscontro. Alle
18.45 il Consigliere anziano Gianni Ascarelli assume la Presidenza provvisoria e dà la
parola al Rabbino Capo Rav Riccardo Di
Segni. Si ringrazia il Consiglio uscente per
lo straordinario lavoro svolto.
Il Rabbino Capo propone un breve commento alla Parashà della settimana appena
trascorsa. La ribellione guidata da Corach
contro Mosè viene punita da un intervento
divino esplicito ed immediato. La tradizione
ebraica incoraggia il dibattito, anche la protesta, non nega il dissenso, ma non è accomodante con i personalismi, con la dilatazione incontrollata dell’ego. Nelle “Massi-
me dei Padri” (Pirkè Avòt) si insegna che
resteranno solo le divergenze motivate da
finalità superiori. La capacità di ascoltare
gli altri è essenziale.
All’Ordine del Giorno c’è un punto soltanto,
la nomina del Presidente. Ascarelli conferma la proposta della lista più votata. Il
momento è difficile e complesso, per il
Paese e tanto più per gli ebrei. C’è bisogno
di una guida salda, politica ma non “partitica”. Il coordinamento della seduta passa a
Guido Coen. Piero Bonfiglioli prende la
parola e sgombra il terreno: le voci che lo
volevano candidato sono prive di fondamento. Propone Ruth Dureghello per l’incarico di Presidente. Claudia Fellus, per la
lista Binah, si associa e sostiene caldamente la proposta di una Giunta unitaria nella
quale tutti siano e si sentano rappresentati.
Le competenze certo non mancano, bisogna valorizzarle. Fiamma Nirenstein (“Israele siamo noi”) ricorda a tutti le minacce
che incombono sugli ebrei d’Europa, ancora
una volta, e sull’esistenza stessa dello Stato
di Israele. Ogni Comunità è chiamata in
prima linea per la difesa di Israele. Ha avuto
la possibilità - spiega - di conoscere da vicino la realtà romana, difficoltà, sofferenze.
Non farà mancare l’appoggio suo personale
e di quanti sono stati eletti insieme con lei.
I consiglieri eletti nella lista Menorà, guidati da Maurizio Tagliacozzo, esprimono serenità, collaborazione, spirito costruttivo.
Tagliacozzo afferma che il suo sarà sostegno leale, per una presidenza che comunque dovrà “voltare pagina”. Ariel Arbib e
Roberto Coen invitano alla pacificazione, al
rispetto reciproco secondo la migliore tradizione dell’etica ebraica. Ruben Della Rocca
prende la parola a nome della maggioranza,
e con soddisfazione verifica una grande
unità di intenti, forse insperata: “Se non
riusciremo a lavorare e produrre risultati,
mandateci a casa”.
Si passa alla votazione, sotto la chiama del
Segretario Emanuele Di Porto. La tensione
iniziale si è stemperata, non si temono sorprese. Daniel Funaro, Consigliere giovane,
legge le schede. I votanti sono 26. Ruth
Dureghello è eletta Presidente della Comunità Ebraica di Roma con 24 voti favorevoli
e 2 schede bianche. Il discorso di accettazione si può leggere qui accanto. Ruth è
commossa, commossa “che più non si
potrebbe”, e lo dice proprio lei. Ma la voce
è ferma. La sala e i corridoi sono stracolmi.
Le parole che ricorderemo sono queste,
soprattutto: “Dobbiamo fare in modo che
proprio noi non siamo i peggiori nemici di
noi stessi.”. Alle 20.15 la riunione si chiude
e passa alla storia. Quella vera.
PIERO DI NEPI
“Ciascun ebreo
è importante per
questa Comunità”
Il discorso
di insediamento della
Presidente Dureghello
C
ari amici,
con il permesso del Rav e con il
vostro permesso. Non vi nego
una forte emozione nel presentarmi di fronte al Consiglio che rappresenta l'intera Comunità Ebraica di Roma.
Ciascuno di noi è un piccolo tassello di
una storia antichissima in cui abbiamo
combattuto con dignità ed orgoglio per
essere ebrei. Rappresentiamo ventidue
secoli di storia. Abbiamo combattuto contro tanti nemici. Dai romani fino ai nazisti.
Roma è la città dell'attentato alla sinagoga in cui morì un nostro piccolo bambino:
Stefano Gaj Taché. Ma ce l'abbiamo fatta:
i nostri nemici li abbiamo sconfitti tutti.
Per questo lasciamo che non sia il Sinat
Chinam (odio gratuito) a prendere il
sopravvento e a minacciare la nostra
Comunità. La campagna elettorale ha prodotto liti e divisioni, ma ora è arrivato il
momento di voltare pagina. È arrivato il
momento di mettere da parte ogni rivalità
e lavorare insieme per il futuro di questa
Comunità. Per questo ringrazio Maurizio
Tagliacozzo, Fiamma Nirenstein e Claudia Fellus che hanno scelto di votarmi
come Presidente della Comunità Ebraica
di Roma. È un atto coraggioso che apprezzo e che testimonia come si possa e si
debba lavorare insieme per il bene della
collettività.
Vorrei che la mia presidenza nascesse con
questo spirito, con l'idea che e che abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti. Mentre noi
siamo qui, tante famiglie ebree soffrono
per la paura della perdita del lavoro, i
giovani hanno perso la speranza di trovarne uno, il mondo dell'ambulantato rischia
di scomparire e le notizie degli ultimi
giorni sui giornali non ci lasciano ben
sperare. Cresce l'antisemitismo in Europa
e l'odio verso Israel ed il BDS ne è un chiaro esempio. Abbiamo il dovere di pensare
alla Giunta di questa Comunità, mi impegnerò al massimo come ho fatto finora per
realizzare un progetto che soddisfi tutti,
ma a voi, cari amici, rivolgo un appello:
quando sarà il momento di decidere quali
responsabilità assumerci e quali incarichi
prendere, oltre a pensare a ciò che vorremmo, proviamo a renderci conto di ciò
che abbiamo intorno. Della sofferenza,
delle difficoltà che molte persone hanno.
Facciamo sì che questa sofferenza sia la
Consulta: porte aperte ai giovani
bussola che ci indica verso quale strada
dobbiamo percorrere. Una Comunità
unita, capace di affrontare le enormi sfide
che ci aspettano e che solo uniti possiamo
vincere.
Concludo con un ringraziamento ad un
amico: Riccardo Pacifici che ha guidato
per sette anni questa Comunità con dedizione e passione, trascurando la famiglia,
mettendo a repentaglio la sua incolumità.
Riccardo più di ogni altro mi ha insegnato
ad amare questa Comunità e merita la
riconoscenza e il ringraziamento da parte
di tutti noi. Ringrazio i miei amici, la mia
famiglia, mio marito ed i miei figli che mi
hanno sempre sostenuta. Ma soprattutto i
miei genitori che mi hanno insegnato i
valori del rispetto dell'educazione e la
capacità di saper ascoltare per arricchire
la conoscenza. Consapevoli che nella dialettica si può e si deve crescere. Il compito
che mi è stato affidato non è certo facile,
ma la mia promessa è quella di tenere
unità questa Comunità alla quale ognuno
di noi tiene anche se in modo differente.
Rendiamo questa diversità un valore e un
punto di partenza per cui iniziare il lavoro
dei prossimi quattro anni. Behatzlahà e
buon lavoro a tutti noi.
RUTH DUREGHELLO
Edoardo Terracina, Per Israele: "Mi sono
candidato alla consulta per sostenere l'idea
che ha Ruth Dureghello della nostra Comunità. E' il mio primo impegno di questo
genere e spero di capire come funziona
questo organo importantissimo per gli
ebrei romani. L'ho fatto perché sento il
bisogno di provare a dare una mano per
migliorare il sistema. Negli anni ho provato
a dare il mio contributo lavorando come
volontario, ora voglio fare di più per i miei
fratelli e sorelle di Roma. Non ho ancora
deciso su quale tema specifico lavorerò,
per ora mi interessa solo mettere a disposizione della collettività il mio tempo e le
conoscenze che ho appreso studiando
Marketing e Impresa Gestionale."
Sharon Zarfati, Menorah: “I motivi che mi
hanno spinto a presentare la mia candidatura sono molto semplici: sono cresciuta
da sempre in questa comunità, e da sempre tramite la scuola e l’Hashomer Hatzair,
di cui faccio parte da molti anni, sono stata
abituata a non aspettare alla finestra che le
cose cambiassero, ma ho capito che dobbiamo essere attivi e metterci in gioco. La
lista Menorah mi ha offerto questa occasio-
ne e condividendone gli ideali appieno ho
deciso di candidarmi. Mi piacerebbe che
venisse metto in atto il valore dell’accoglienza nel rispetto della morale ebraica. Il
mio obiettivo è quello di una comunità
plurale, che sia la voce di tutti e non solo
dei “più forti”. Se anche solo una famiglia
si priverà di cibo kosher per difficoltà economiche, se anche solo un ragazzo non
verrà iscritto alle nostre scuole perché non
crede nella nostra modalità di istruzione, o
anche solo un Israel non verrà ascoltato,
avremo fallito, e non si tratta del fallimento
di una lista piuttosto che un’altra, avremo
fallito tutti. Dovremo quindi impegnarci
per trovare soluzioni, se necessario anche
sbagliando per poi trovare una soluzione
migliore, perché ne abbiamo bisogno e
perché dobbiamo essere uniti".
Daniel Tesciuba (Doddo), Israele siamo
noi: “Sono in un momento della mia vita in
cui sto affrontando diverse sfide, tra cui
quella di candidarmi alle elezioni della
Comunità; all'inizio mi era stato proposto
di candidarmi come consigliere, ma non mi
sentivo pronto per un impegno così grande, quindi ho optato per la Consulta per
avere l'opportunità di crescere e di conoscere il sistema comunitario per poter poi
impegnarmi e dare il mio contributo al
benessere della Comunità."
Carla Di Veroli, Binah: Tra i candidati eletti di Binah invece non ci sono giovani sotto
i 30 anni. La lista della candidata Claudia
Fellus però ha molte idee per quanto
riguarda il mondo giovanile, ce lo spiega
Carla Di Veroli che rappresenterà Binah
nella Consulta della CER: "Ci impegneremo per creare una rappresentanza dei
giovani permanente in seno alla Consulta,
dando loro la possibilità di presentare proposte e fornire un contributo fattivo alla
vita comunitaria, e favorire una nuova leadership consapevole. Proporremo a fianco
di ogni assessore un giovane per cominciare sul terreno la formazione dei leader di
domani, per ridare voce, appoggio e riconoscimento ai movimenti giovanili, anche
quelli autogestiti che si rivolgono ai ragazzi da 18 anni in su, per supportare e finanziare iniziative per l'auto- imprenditoria e
per lo start up d'imprese giovanili, mettendo a loro disposizione, anche tramite la
Banca del Tempo, azioni di orientamento
universitario e le esperienze più significative. Ci piacerebbe, in sinergia con la Scuola e l'Ufficio Giovani, realizzare iniziative
educative e promuovere la creazione di
nuovi spazi a loro dedicati (moadon).”
A CURA DI GIORGIA CALÒ
E MARIO DEL MONTE
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
L
e recenti elezioni comunitarie
hanno portato una serie di novità:
non solo è terminato il mandato di
Riccardo Pacifici, che ha governato con impegno e dedizione la Comunità
per ben dodici anni, ma insieme ai quattro
candidati presidenti sono scesi in campo
ragazzi dai 19 anni in su, presentandosi
alla Consulta per dare il loro contributo al
benessere comunitario.
Abbiamo posto due domande a quattro tra
i giovani consultori eletti: “Come giovane
eletto/a alla Consulta della Comunità
Ebraica romana, quali sono i motivi che ti
hanno spinto a candidarti? E che tipo di
contributo ti piacerebbe dare per il
benessere della collettività?"
33
ROMA EBRAICA
I risultati delle elezioni per la Consulta
BINAH
JACQUELINEFELLUS
241
STEFANO
NACAMULLI212
NOEMI
DI SEGNI
207
CARLA
DI VEROLI
181
DANIEL FEDERICO COEN
164
MIRIAM
DELL'ARICCIA133
ESTHERLIVDI 130
DANIELA
PAVONCELLO119
DAVIDE
JONA FALCO
116
GIOIA
SPIZZICHINO114
CARLO
VALABREGA110
VITTORIO
PAVONCELLO108
SERGIO
TAGLIACOZZO105
SIMONE
BELLUCCI83
EVER
DI PORTO
73
FABIO CALO'70
AMEDEO
TAGLIACOZZO67
MARGHERITAPERUGIA
66
PAOLA
PERUGIA54
ALESSANDRO
DI CASTRO
44
NICOLE
SERMONETA41
MENORAH
LIVIO
ANTICOLI225
ALESSANDROGAI
222
SHARON AVIVA
ZARFATI
193
GIULIA
CALDERONI183
PIERO
PIPERNO183
TAMARA
TAGLIACOZZO174
CLAUDIO
DELLA SETA
155
GIULIO
SESTIERI153
JONATHANARBIB
134
DANIEL
COLASANTI129
AVIRAMLEVI 127
ALBERTO PAVONCELLO
123
CESARE
GATTEGNA117
ROBERTO
DELL'ARICCIA115
JOEL
TERRACINA112
SARA
SERMONETA108
DAVIDE
BERNABUCCI107
ALAN DAVID
BAUMAN
93
MARCO
FIORENTINO93
ALLEGRASEGRE' 93
MICOL
FUNARO92
ALDO AMATI86
FEDERICA TEDESCHI84
BENEDETTO
DI SEGNI
80
DANIELE
SPIZZICHINO79
DANIEL (gondolino) SPIZZICHINO
78
GRAZIANO
DI NEPI
75
STEFANOCAGLI 74
CHELSEA
SERMONETA44
SHIRLEY ROSE
EVERSFIELD
36
GIOVANI PER ISRAELE
ALEX
ZARFATI251
GIANLUCA
PONTECORVO249
MICOL
ANTICOLI232
ARIELA
PIATTELLI175
RAFFAELLA
SPIZZICHINO170
FABIO
PERUGIA165
EDOARDO
TERRACINA164
RUBEN
DELL'ARICCIA160
GIORGIACALO' 156
RAFFAELLONAIM
154
DILETTA FUNARO149
BEN BENEDETTO
KAHLUN
143
AMIT
DABUSH122
SIMONE EFRATI105
DAVID
MORESCO102
LEONARDOSABBAN 99
GIADA
PIPERNO92
RUBEN
MOSCATI87
MARIO
DEL MONTE
78
ANDREA
DI VEROLI
78
DANIEL
PERUGIA50
MONIA
SONNINO50
LUCA
SPIZZICHINO48
GINEVRA CAVIGLIA46
GAVRIEL PIPERNO43
DONATO MOSCATI35
ANDREA DAVID
MIELI
28
PER ISRAELE
ANGELOSED 208
EMANUEL
DUREGHELLO176
ALDO ANAV167
GIORDANA CAVIGLIA159
MARIO MIELI157
CLAUDIO
SPIZZICHINO155
GINO MOSCATI
151
AMBRA CITONI137
LIVIA
SONNINO133
DANIELA ANTICOLI125
MARIO
SERMONETA108
DANIELA
DI CONSIGLIO
104
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
Bando borse di studio
“Raffaele Cantoni”
34
La Fondazione per la Gioventù Ebraica “Raffaele Cantoni” e l`
U.C.E.I hanno deciso di distribuire per l’anno accademico 20152016 alcune borse di studio di N.I.S. 5.000 ognuna a studenti provenienti dall’Italia.
Tali borse di studio verranno conferite a giudizio insindacabile
del Comitato Direttivo della Fondazione in Israele e dell’ U.CE.I e
verranno consegnate a Gerusalemme.
Le borse di studio si divideranno in due categorie. Possono concorrere a tali borse:
1) Studenti in possesso di Diploma di Maturità che intendano
iscriversi ad una delle Università, scuole Talmudiche o altri Istituti di Studio superiore in Israele. Giovani già laureati che si
iscrivano ad uno degli Istituti di cui sopra per corsi di perfezionamento o di ricerca.
2) Studenti italiani che intendano trascorrere un periodo di studio di almeno 2 mesi in Israele al fine di formazione linguistica,
professionale, culturale o di hadrahà. Sarà data priorità a coloro
che intendano perseguire un percorso di formazione per l’atti-
GIOVANNI
TERRACINA 101
MIRIAM
DI CASTRO
100
SABRINAMIELI 95
RENATO
SCIUNNACH94
EMANUELE CALO'
84
DAVID
DI CONSIGLIO
84
LEONE VARON84
CLAUDIA
SERMONETA79
ALBERTO
TERRACINA 71
SIMONETTAMOSCATI 70
GIORGIO
MOSCATO70
ROSSELLA
DI TIVOLI
67
ALESSIA SONNINO66
MICHELE MARIO
ASTROLOGO
62
EZIO SUFIR
62
UMBERTO
DI VEROLI
57
PIERO
DEL MONTE
54
TIZIANA
DI VEROLI
54
FABRIZIO SONNINO53
FABIO
MOSCATO51
LUCIANA
DEL MONTE
50
CLAUDIO
DI SEGNI
50
LEONE
DI VEROLI
50
ALESSANDRO SPIZZICHINO46
ISRAELE SIAMO NOI
ALBERTO MIELI 161
SAMUEL
OUAZANA123
GIORGIA
PAVONCELLO121
DANIEL
TESCIUBA120
PAMELA
DI SEGNI
113
MANUEL
DI CASTRO
104
MARCO
DI CONSIGLIO
103
AVNER
ZARFATI101
GIOVANNIZARFATI99
ROSSELLA
DI SEGNI
98
MARCO DEL MONTE
88
SETTIMIO
PAVONCELLO80
MARIO
DI PORTO
79
ATTILIO
DI VEROLI
71
SARA
SPIZZICHINO69
ANGELO VIVANTI69
ATTILIO
PIAZZA O SED
66
MAGDA
BONOMO60
ANGELOEFRATI60
DANIEL EFRATI60
ANGELINO FINEBERG
57
FABIO SONNINO
54
GABRIELE LISCIA
45
vità, anche temporanea, di madrich da svolgersi, al ritorno in
Italia, presso le strutture educative dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane. In tal caso, il DEC (Dipartimento Educazione
e Cultura dell’UCEI) provvederà ai contatti e all’inserimento del
candidato nelle istituzioni di formazione in Israele.
I moduli per le domande per l’anno accademico 2015-2016 potranno essere richiesti via e-mail al seguente indirizzo: [email protected] e dovranno essere inviati alla Fondazione per
la Gioventù Ebraica “Raffale Cantoni” – P.O.Box 4672 – Gerusalemme 91046 con copia all`U.C.E.I., Dipartimento educazione e
cultura, Lungotevere Sanzio 9, 00153 Roma.
Le domande dovranno pervenire entro e non oltre il 15 ottobre
2015.
Per presentare la candidatura è necessario compilare l’apposito
modulo allegando i seguenti documenti:
1. Documenti titoli di studio già ottenuti o da ottenere prima della partenza per Israele e fotocopia degli ultimi esami sostenuti.
2. Copia del documento di accettazione relativo all’Università od
Istituto al quale lo studente si e’ iscritto o intende iscriversi in
Israele.
3. Copia teudat zeut o teudat olè (solo per gli studenti che hanno
già fatto l’Alyà).
BNL gruppo Bnp Paribas
presenta “mutuo BNL unico”
La Banca ha dedicato un’offerta alla Comunità Ebraica che prevede
una gamma di prodotti, servizi e soluzioni pensate per le diverse
esigenze di persone, famiglie, professionisti e imprenditori.
BNL Gruppo BNP Paribas ha lanciato il nuovo prestito per la casa
“Mutuo BNL Unico”. Si tratta di una soluzione che consente al
cliente di beneficiare dell’attuale fase di mercato con tassi ai minimi storici, senza rinunciare alla sostenibilità del finanziamento e
alla certezza della rata nel lungo periodo.
«La Banca, attraverso questa offerta – ha dichiarato Luca Bonansea, Responsabile Retail Banking BNL - conferma la propria capacità di ideare soluzioni innovative in grado di rendere realizzabili
i progetti di vita delle persone come l’acquisto della prima casa o
la ristrutturazione di un immobile».
Nel dettaglio “Mutuo BNL Unico” - che permette di superare il
tipico dilemma relativo alla scelta tra i diversi tipo di tasso - prevede per i primi cinque anni un tasso variabile con tetto massimo
(spread 1,90 + Euribor 1M con cap al 2,40%) e, dopo il quinto, si
passa ad un fisso con condizioni determinate al momento della
stipula in modo da conoscere l’importo della rata sin da subito.
In un’ipotesi di finanziamento da 100mila euro, durata 15 anni e
rimborso mensile, la prima rata all’attuale tasso variabile (spread
1,90 + Euribor 1M rilevato per valuta il 30/04/2015) sarà di 623 €
mentre dalla 61^ rata l’importo sarà di 688 € (TAN 3,20%; TAEG
dell’operazione 2,74%). Le condizioni descritte sono valide per i
mutui richiesti entro il 31 luglio e le stipule entro il 30 settembre
del 2015. Il nuovo prodotto andrà a far parte in maniera stabile del
portafoglio mutui BNL.
I dettagli relativi a questa offerta sono disponibili su mutuobnlunico.bnl.it dove è possibile trovare, fra le altre informazioni, un
simulatore che permetterà di effettuare le diverse ipotesi di finanziamento, individuando la soluzione che più risponde alle necessità personali.
Conferita la cittadinanza onoraria agli ebrei
che lasciarono la cittadina abruzzese
A
seguito dell’espulsione dal Regno di Napoli, intorno al
1515, la piccola, ma operosa Comunità ebraica di
Tagliacozzo trova accoglienza a Roma, dove continua a
svolgere, per lo più, le attività nelle quali era già impegnata in Abruzzo, assumendo come “cognome” il toponimico
Tagliacozzo.
A cinquecento anni da quella espulsione, gli eredi della Comunità
ebraica sono tornati a Tagliacozzo per invito dell’Amministrazione
comunale e della Pro Loco, con la collaborazione del Centro di
cultura ebraica di Roma, della Comunità ebraica di Roma e dell’Unione delle Comunità ebraiche d’Italia.
Per l’occasione, dopo i saluti di Maurizio Di Marco Testa, Sindaco
di Tagliacozzo e del vice presidente della Cer Giacomo Moscati, il
Consiglio Comunale ha deliberato il conferimento della cittadinanza onoraria collettiva ai Tagliacozzo.
Inaugurato l’orto della Casa di Riposo
artedì 23 Giugno in occasione della festa degli Orti
Urbani, The Italian Council for a Beautiful Israel ha
inaugurato un orto presso la Casa di Riposo Ebraica di
Roma (ormai ufficialmente Residenza Sanitaria Assistita). L'evento è stato presieduto,
oltre che dagli ospiti della residenza, da alcune personalità simbolo della nostra comunità e del
panorama politico israeliano e
romano, come l'ambasciatore d'Israele, Naor Gilon, l'Onorevole
Maurizio Veloccia, il Rabbino
Capo di Roma, Riccardo di Segni,
l'Onorevole Michele Anzaldi,
Carla di Veroli e il Presidente della
casa di riposo David Hannuna. L'ebraismo in ogni sua scrittura, racconto o
ricorrenza, ha un rapporto solido e di
interdipendenza con la natura. Si racconta di un anziano, nel Talmud, che
stava piantando un albero per i cui frutti
avrebbe dovuto aspettare settant'anni,
ma che con gioia continuò a prendersene cura, perché "io godo oggi dei frutti
degli alberi che hanno piantato per me i
miei genitori ed i miei nonni". Religiosamente è, dunque, un'iniziativa straordinaria, ma non si devono tralasciare due ulteriori implicazioni, come il rafforzamento della
coscienza civica fondata sulla tutela dell'ambiente, e i benefici alla
salute che tale orto può portare nelle vite degli anziani della comunità. Si parla di benefici cognitivi, di una continua stimolazione dei
sensi quando si entra a contatto con le piante, di un miglioramento
della capacità di concentrazione, dei benefici psicologici che derivano dalle reazioni di queste piante
alla cura e alla negligenza, di un
sicuro aumento dell'autostima,
che stimola un sentimento di
responsabilità sociale, e molto
altro ancora. Anche il fisico degli
ospiti ne trarrà beneficio, sia per
l'attività in sé che per un'ulteriore
valenza riabilitativa. La Residenza Sanitaria Assistita, o anche
Casa di Riposo, dispone di giardini meravigliosi e che rendono l'ambiente
sereno e allegro, e questo piccolo orto
renderà il tutto ancora più colorato, fresco e giovanile. Si ringrazino Massimo
Sonnino, Alberto Sonnino, Emilio Nacamulli, Fiammetta Segre, l'Azienda "Chopin" e un ancor più grande ringraziamento a Dario Coen, presidente dell'Italian Council for a Beautiful Israel, il ramo
italiano della nota associazione ambientalista israeliana, al dottor Massimo
Finzi e al dottor Walter Verrusio, fermo sostenitore della Green
Therapy.
REBECCA MIELI
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
M
Da Tagliacozzo a Tagliacozzo
35
ROMA EBRAICA
Una professoressa
campionessa olimpica
Deborah Pavoncello è giunta seconda,
su tremila concorrenti, alle Olimpiadi
della Matematica
D
eborah Pavoncello, insegnante di Lingua e Cultura
ebraica per la scuola media Angelo Sacerdoti, si è classificata seconda nell'ultima edizione delle Olimpiadi
della Matematica, svoltesi a Milano in occasione
dell'Expo. La passione per la matematica di Deborah nasce quando ancora frequentava le scuole medie dove alcune insegnati che
avevano intuito le sue potenzialità iniziarono a stimolarla sull'argomento. La sua prima partecipazione alle Olimpiadi della Matematica risale al Terzo Liceo, in quell'occasione si classificò fra i
primi dieci partecipanti. Sebbene per lei la matematica sia solo un
passatempo ha ottenuto dei buoni risultati sia a livello nazionale
che internazionale.
Quest'anno hanno partecipato alla competizione più di tremila
persone provenienti da tutto il mondo. Fra questi i primi cento
classificati dell'edizione precedente che sono stati ammessi direttamente senza la lettera di presentazione richiesta per gli altri
iscritti. I primi dieci classificati riceveranno in premio una somma
in denaro proporzionale al loro piazzamento, per i migliori tre è
prevista anche una cerimonia ufficiale di consegna del premio. Il
test, composto da cento quesiti a risposta multipla, ha una durata
di cento minuti e la sua maggiore difficoltà consiste nel fatto che
per ogni soluzione errata vengono detratti due punti dal punteggio
DOMENICA
6
SETTEMBRE
2015
GIORNATA EUROPEA
DELLA CULTURA EBRAICA
DA PONTE A PONTE
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
PASSEGGIANDO TRA STORIA
E LEGGENDA
36
Da Ponte Rotto a Ponte Garibaldi
con partenza dal Pitigliani alle ore 11
Via Arco de’ Tolomei, 1 – Roma
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finale. I controlli sono molto rigidi e tutto il materiale utile, come
ad esempio la calcolatrice, viene
fornito direttamente dall'organizzazione per evitare che qualcuno provi a fare il furbo. Gli
esercizi sono prevalentemente
incentrati sull'analisi matematica e sulla logica ma alcuni per
essere risolti positivamente
necessitano di alcune conoscenze base di fisica e chimica.
Curiosamente tra i partecipanti
ogni anno c'è un'alta percentuale
di anziani: Deborah ci racconta
divertita che uno di questi lo
scorso anno interruppe il test per rimediare un biglietto dell'autobus per poter tornare a casa.
"L'insegnamento che ho tratto da questa esperienza è che spesso
bisogna buttarsi, sfidare le difficoltà. Sempre con la capacità di
saper perdere con onore ma senza dimenticare la soddisfazione
che deriva dalla vittoria. Ancor più di tutto però ho capito che le
passioni vanno coltivate e portate avanti con amore", è stato il
commento di Deborah riguardo al suo risultato. Ora Deborah potrà
tornare a concentrarsi sul suo ruolo di insegnante e sul progetto,
portato avanti insieme ad altre colleghe, "aiutami che io ti aiuto",
un corso pomeridiano dove i ragazzi della scuola hanno l'opportunità di essere seguiti nel fare i compiti, di recuperare eventuali
lacune e, soprattutto, di mettere a punto un metodo di studio che
li aiuterà nella loro carriera scolastica.
MARIO DEL MONTE
L’uomo dà, la donna riceve
‘Il Giardino della pace’, un testo
di Rav Shalom Arush sull’armonia familiare
C
ome il sole che emana la luce e
la luna riflette, come un uomo
di fronte ad uno specchio che
gli restituisce l’immagine. E’
attraverso questo concetto che Rav Shalom Arush mostra a tutti gli uomini la
strada per il conseguimento della shalom
bait, l’armonia coniugale, per la quale
passa necessariamente la finalità di questo mondo, la conoscenza di Hashem: è
solo entrando nei legami di matrimonio,
con le conseguenti prove che lo accompagnano, e sforzandosi di conquistare la
serenità della propria famiglia, che l’uomo
“compie” la Torah, mettendo in pratica effettivamente la virtù
dell’emunà (la fede). L’autore prosegue la sua serie di “Giardini”
dopo il famoso “Il Giardino della Fede - una guida pratica alla vita”,
con un altro testo chiaro ed immediato, così pregno di biografia
personale e allo stesso tempo capace di un profondo significato
rivelatore che scuote le fondamenta della vita di ciascuno.
Una “mappa” che ci accompagna per mano verso quello che sembra essere un viaggio lungo e tortuoso e che si rivela invece solo
un tuffo nella nostra anima e nei nostri pensieri: senza nemmeno
rendersene conto ci si sente alla fine cambiati, migliori.
Un risveglio per tutti quelli che praticano “la politica dello struzzo” e
credono di sfuggire così facendo alle proprie mancanze: è solo infatti
lavorando su noi stessi e non cercando di correggere nostra moglie,
che riusciremmo a vivere in un autentico “Giardino della Pace”.
YURI DI CASTRO
Alla scoperta dei segreti del roseto di Roma
Vi sorgeva un tempio dedicato alla dea Flora, poi zona di orti e vigneti;
infine cimitero ebraico dal ‘500 fino al 1894
Portese sorgeva il Campus Judeorum,
luogo destinato alle sepolture degli ebrei
almeno sino a quando con un decreto
Papa Urbano VIII fece costruire un muro
che rese di fatto inutilizzabile il cimitero.
Nel 1645 Papa Innocenzo X concesse alla
Compagnia Ebraica della Carità e della
Morte di acquistare un nuovo terreno che
sorgeva nei pressi di Circo Massimo, da
dedicare alla sepoltura dei membri della
Comunità Israelitica. Qui sorse il cimitero
ebraico che fu utilizzato sino al 1894 quando fu aperta la sezione ebraica al Cimitero
del Verano.
L’Ortaccio degli ebrei’ (così come i romani
indicavano in senso dispregiativo il cimitero ebraico - da hortum, giardino) fu
demolito negli anni Trenta per consentire
la costruzione di Via del Circo Massimo e
rimase incolto sino agli anni Cinquanta.
La travagliata storia di questo angolo
romano si intreccia con un romantico
capriccio di una contessa originaria della
Pennsylvania, Mary Gayley Senni, un’appassionata collezionista di rose che coltivava nella sua proprietà di Grottaferrata.
La contessa nel 1924 aveva donato le rose
al comune che le concesse un piccolo spazio al Pincio, tuttavia, non soddisfatta
della sistemazione, la contessa decise di
riprendersi le rose per poi convincere il
principe Boncompagni Ludovisi ad aprire,
all’inizio degli anni Trenta, il primo Roseto
Comunale di Roma sul Colle Oppio dove
furono piantate circa trecento rose.
Nel 1933 fu istituito il Premio Roma per le
nuove varietà di rose e la contessa entrò a
far parte della giuria che le avrebbe premiato. Durante la seconda guerra mondiale il roseto fu distrutto e solo nel 1950 il
Comune di Roma in accordo con la Comunità Ebraica decise di ricreare il roseto
nell’area dove sorgeva il Cimitero Ebraico
all’Aventino. Oggi nel roseto si possono
contare 1.100 specie diverse di rose che
pochi giorni all’anno durante la primavera
possono essere ammirate dai curiosi. In
ricordo del cimitero ebraico, ai due ingressi del giardino romano è stata posta una
stele raffigurante le Tavole della legge e
all’architetto Angelo Di Castro (progettatore della Sinagoga di Livorno) è stato
affidato il progetto di ricreare con i viali
del giardino sul lato destro di via di Valle
Murcia una grande Menorah.
Ed è così che a pochi passi dall’odierna
zona dell’ex-Ghetto in un luogo colorato e
profumato da centinaia di rari esemplari
di rose è nascosta una piccola e al tempo
stesso importantissima parte della
ultra-millenaria storia della Comunità
Ebraica Romana.
SARAH TAGLIACOZZO
ASSOCIAZIONE
D.A.N.I.E.L.A
DI CASTRO
AMICI MUSEO EBRAICO DI ROMA
L’“Associazione Daniela Di Castro
Amici del Museo Ebraico di Roma”
è nata per aiutare il Museo Ebraico
di Roma nella tutela, conservazione,
promozione, diffusione e sviluppo
della ricchezza del suo patrimonio.
PER INFORMAZIONI E PER ISCRIZIONI:
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Tel. 334 8265285
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
A
poca distanza dal Ghetto, nel
quartiere Aventino, c’è un piccolo angolo di Roma ebraica a
molti sconosciuto, ma straordinariamente emozionante e singolare. Dal
lato opposto alla Domus Aurea neroniana
e al Circo Massimo si trova infatti quello
che a prima vista sembra un bellissimo
giardino gremito di rose dai colori più
diversi. Ma avvicinandosi si può notare
che ai due ingressi,
separati da Via di
Valle Murcia, è stata
posta una stele con le
Tavole della Legge.
La peculiarità di questo luogo non si ferma
qui. Osservando l’area sinistra del giardino dall’alto, si possono notare un insieme
di vialetti che formano una Menorah.
In quest’area l’Imperatore Tiberio consacrò un tempio dedicato alla dea Flora. La
dea, secondo Marco Varrone, sarebbe
stata introdotta a Roma da uno dei re, Tito
Tazio, insieme ad altre divinità sabine ed
Ovidio, il celebre poeta romano noto per
la sua Ars Amatoria, aveva ipotizzato l’identificazione di Flora con la ninfa greca
Cloride. Secondo la leggenda, il dio del
vento Zefiro avrebbe visto Cloride ed
innamoratosene la rapì e la sposò. Zefiro
le donò la facoltà di regnare su tutti i fiori
ed il miele, venne identificato come il
dono di Cloride agli uomini. In onore di
Flora furono introdotti nel III sec. a.C i
Floralia, giochi celebrati fra la fine di aprile e l’inizio di maggio caratterizzati da
rappresentazioni teatrali che si concludevano al Circo Massimo con la caccia ad
animali quali lepri e capre.
Con il passare dei secoli, il luogo dove
sorgeva il tempio dedicato alla dea Flora,
fu abbandonato e divenne una zona di orti
e vigneti. Nel frattempo, nel 1555, gli ebrei
romani erano stati rinchiusi nel ghetto e
fra le numerose limitazioni di diritti, vi era
il divieto di possedere proprietà. Un’eccezione era stata fatta alla Compagnia
Ebraica della Carità e della Morte a cui era
affidato il compito di provvedere alla
sepoltura dei membri della Comunità
Ebraica che non potevano essere sepolti
nelle aree cristiane. La Compagnia possedeva alcuni terreni nei pressi della Chiesa
di San Francesco a Ripa a Trastevere. Fra
il XIII ed il XVII secolo nei pressi di Porta
37
ROMA EBRAICA
Berto l’edicolante
E
Il Piave
mormorò
ra un prefestivo di inizio estate. Sulla città svuotata,
aleggiava un’atmosfera sonnolenta e le porte dei negozi
sembravano sbadigliare al cospetto del deprimente
abbandono dei marciapiedi, disertati dai transfughi del
turismo mordi e fuggi.
Berto gettò lontano il mozzicone della sigaretta e rientrò annoiato
nella sua garitta. La chiamava così l’edicola, quando la monotonia
della giornata lo costringeva a montare inutilmente la guardia,
come fosse un soldatino di Buzzati.
Beh, i Tartari non sarebbero di certo arrivati ma quello che avanzava lo riconobbe da lontano. Il professore di storia del liceo del
quartiere. Muzio Scevola lo chiamavano i ragazzi, un po’ per quelle dita immolate ai botti di un capodanno lontano, un po’ per la
sua natura decisa e testarda, avulsa dai ripensamenti e poco
incline ad accogliere le opinioni altrui.
Berto gli porse il Messaggero prima ancora che glie lo chiedesse
ma quello si fermò ad occhieggiare il banco delle riviste e ne
estrasse qualcuna con fare distratto.
“Cerca qualcosa, professore?”
“La Grande Guerra. Sto preparando una lezione per i ragazzi… Sai
le celebrazioni del Centenario… Non voglio che ci arrivino impreparati.”
Berto annuì e senza dover troppo rovistare gli mise davanti le
dispense di diversi quotidiani e settimanali.
“Prendo queste” disse quello deciso, scartando tutte quelle legate
alla stampa di sinistra.
Berto trattenne a malapena una smorfia.
“Prepara una lezione patriottica?” chiese con malcelata malizia.
“No, preparo solo una lezione” rispose il professore già sulla
difensiva. “Senza aggettivi. Patriottica fu solo la Grande Guerra.
Una guerra di popolo e di emancipazione…”
Berto rimase a fissarlo mentre si allontanava a piccoli passi, leggiucchiando i titoli del Messaggero.
Una guerra di popolo, rimuginò fra sé e sé, risistemando riviste e
dispense. Certo! Nel senso che politici corrotti e incapaci mandarono il popolo a morire in una carneficina senza senso. E si avval-
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
Dott. ELISABETTA PEROSINO
38
Dermatologia
Oncologia Dermatologica
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Dermatologia Plastica
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sero poi della retorica patriottica per celare il catastrofico fallimento della diplomazia.
Aprì a caso una delle riviste e fece scorrere lo sguardo su foto,
titoli e articoli.
La memoria della Grande Guerra era sempre stata presente in
casa sua.
Tre anni in trincea aveva fatto suo nonno. Tre anni al fronte. Freddo, fame, pidocchi. E ovunque morte, sangue, sofferenza. Niente
di patriottico, niente di esaltante. Uccidere per non morire. E
piangere ogni volta gli amici, celando il sollievo di essere ancora
vivi.
Questo avrebbe dovuto raccontare il professore ai suoi ragazzi.
Senza fanfare. Senza retorica.
Il 24 maggio segnava l’inizio di una guerra e non c’era niente da
celebrare se non la memoria dei caduti, delle vedove, degli orfani.
Niente da celebrare se non la speranza tradita che quello fosse
l’ultimo dei conflitti. La guerra che avrebbe posto fine a tutte le
guerre.
Berto non lo aveva conosciuto suo nonno. Quando lo avevano
deportato, lui non era ancora nato ma ricordava bene i racconti
che ne faceva suo padre. Lui la Grande Guerra l’aveva vissuta in
presa diretta, nelle parole del papà e nel diario dei suoi giorni in
trincea.
Quante volte lui, Berto, aveva riascoltato quei racconti! Ufficiali e
commilitoni, cialtroni ed amici, eroi e pusillanimi. Tutti tenuti
insieme dal magma tragico del conflitto.
Cosa avrebbe dato per poter rileggere lui stesso quel diario!
Ma suo nonno lo aveva distrutto. Fatto a pezzi e bruciato il giorno
stesso in cui le Leggi Razziali gli avevano strappato via la licenza
da venditore ambulante e cacciato dalle scuole i suoi tre figli.
Se l’Italia non mi vuole, aveva detto, io non voglio l’Italia. E mi
vergogno di essere saltato fuori dalle trincee gridando Savoia!
Berto gettò da una parte la rivista e uscì dall’edicola per accendersi una sigaretta.
Celebrare la Grande Guerra, continuava a pensare. Raduni di
Alpini e Bersaglieri. Reparti che sfilano con le divise del 15-18.
Pellegrinaggi a base di salamelle presi in ostaggio dalla retorica di
politici ignoranti. Uno scempio della memoria. Un oltraggio alle
sofferenze di quei figli di mamma mandati a morire senza ragione.
E poi un pensiero.
L’interventismo di Mussolini aveva dato un esiziale contributo
all’entrata in guerra dell’Italia.
Ma sangue sofferenze e seicentomila morti non avevano quietato
il delirio di onnipotenza di quel cialtrone. Non avevano frenato la
sua retorica guerresca.
No! Quella carneficina non era stata una lezione sufficiente.
Non gli aveva impedito di affacciarsi al balcone di Palazzo Venezia
il 10 Giugno del ’40.
MARIO PACIFICI
[email protected]
La proposta semi-seria di un elettore ‘fantasma’
che nessuno ha mai cercato o invitato
N
on ho mai capito perché nessuno mi ha mai invitato ad
una cena elettorale. Nemmeno un aperitivo, una merenda elettorale, una challà elettorale… niente! Qualcuno
dirà magari sei andato a qualche evento, qualche serata di discussione? No! Non sono inserito in alcuna lista, quindi
nessuno mi chiama. Sarei proprio curioso sapere di cosa parlano,
o meglio di chi sparlano, ma non ho mai
avuto il piacere di essere invitato. Me ne
muoio, ma se dovessi andare a qualche serata, qualcuno penserebbe che io sia un infiltrato. No! Non è vero, è solo che sono curioso
di sapere cosa dicono.
Poi, peggio ancora, nessuno mi ha mai chiesto di candidarmi in qualche lista. Tutti
insieme, centro, destra e sinistra, nessuno
mi ha mai chiamato.
Ma allora dirà qualcuno: ti hanno mai chiesto di presentare qualche lista? No! Nemmeno quello. Sono trasparente totalmente.
Alla fine, preso dalla rabbia di sottostima,
con la fantasia, ho immaginato di candidarmi con la mia lista.
Unico candidato. Unico Presidente. Unico sostenitore. Ho perso
tempo a trovare il nome. Dovevo sbaragliare tutti, senza che nessuno avesse alcun dubbio.
Il nome che ho trovato era: “Sono sempre con Israele, tutti i giorni
dell’anno, fino all’infinito, senza esitazioni, nemmeno per un
secondo.” Con questo nome avrei sconfitto con un colpo solo tutte
le altre liste che sostengono Israele.
Il programma elettorale era semplice ma di effetto. Nel campo
dell’economia, avrei catturato i religiosi e i laici con questo slogan: “Dobbiamo vivere come a Sukkoth, nelle capanne, risparmiando su tutto!”.
Oppure ero indeciso su quest’altro: “Per il futuro, dobbiamo
costruire un’arca di Noè, per proteggerci dalle alluvioni che verranno!”.
Mi era venuta poi un’altra idea, tipo: “Dobbiamo seminare ora i
componenti dei Lulavim, per raccoglierli l’anno prossimo.” Qui
però ho avuto paura dei religiosi, sicuramente l’avrebbero presa a
male, quindi l’ho scartata.
Tasse comunitarie: l’Imu, la Tasi e la Tarsi sui posti al Tempio.
Israele: avrei garantito un ombrellone con due sedie a tutti, nello
stabilimento di Frishman a Tel Aviv.
Il problema però era che nessuno mi conosce, e quindi nessuno mi
avrebbe votato. Alla fine, su questo punto ho avuto un’altra brillante idea: un programma per acquisire i miei sostenitori!
Mi immaginavo all’aeroporto di Fiumicino, davanti all’arrivo di un
volo dell’El Al da Tel Aviv. Con un banchetto al gate, avrei offerto
gratuitamente a tutti gli israeliani in arrivo a Roma l’iscrizione alla
più antica Comunità Ebraica d’Europa. Una semplice firma e gratuita. Ogni aereo contiene 250 persone. Con sei voli avrei catturato 1.500 firme. Poi di corsa sarei andato in Comunità pagando la
quota minima obbligatoria di 20 euro cadauno, pari a 30.000 euro.
Me lo posso permettere, in cambio di una Presidenza. L’Ufficio
Contributi me li avrebbe iscritti tutti con grande piacere, dandomi
in cambio 1.500 certificati elettorali, pagati profumatamente.
Il gioco era fatto 1.500 voti, più i miei familiari ed io, siamo a 1.504
voti. I fratelli non mi avrebbero votato, lo so. Poi se non bastano,
visto che la concorrenza è forte, avrei sostenuto di voler raccogliere tutti i voti dei passeggeri che avrebbero volato El Al in direzione Spagna, o Usa che transitavano sui nostri cieli. Nessuno aveva
mai pensato ai viaggiatori. Io sì. Secondo me quelli che volavano
sul nostro spazio aereo avrebbero avuto il diritto di volare e quindi di votare. Per me naturalmente. Qualcuno mi avrebbe attaccato
sostenendo che non è previsto nei regolamenti della Giunta
Comunitaria, del Consiglio Comunitario, e della Consulta. Quindi
era da bocciare. Io avrei affermato che non era espressamente
previsto, ma nemmeno espressamente vietato.
Qualcuno, per il mio inaspettato successo, mi avrebbe convocato al
Tribunale Rabbinico. Io, contro tutte le liste di destra e sinistra e di
centro. Nel frattempo centinaia di persone, mi avrebbero urlato
contro ogni tipo di epiteto. In “Piazza” mi avrebbero messo dei
poster giganti con la mia immagine e scritto: “non votate gli sconosciuti”. Poi i giovani mi avrebbero attaccato sui social network
dicendo che ero uno scorretto a prendere i voti e soprattutto i voli
dei passeggeri, io avrei contrattaccato
postando sul facebook le risposte e sostenendo, con riferimento alle circolari dell’Agenzia
delle Entrate, che loro in quel momento erano
sul territorio nazionale e quindi momentaneamente residenti, pertanto avevano il dovere
di pagare le tasse e il diritto di votare.
Avrei impegnato tutti contro di me, idea
brillantissima. Di sicuro successo.
Poi un dubbio atroce: ma chi me lo fa fare di
litigare con tutti? Passare il tempo a postare
contro gli altri? Quanti amici mi sarei rovinato? Quante volte avrei dovuto difendermi
sostenendo che i passeggeri del voli El Al erano miei e non di
nessun altro? Poi, sicuro che mi avrebbero convocato di nuovo
davanti al Tribunale Rabbinico: la sigla che avevo scelto era un’infamia ed una presa in giro per Israele. Quindi non meritavo essere
degno di questa Comunità. Mi sarei difeso dicendo che l’amore
per Israele volevo dichiararlo senza se e senza ma, le altre liste
non erano chiare. La mia lo era di più.
Alla fine mi avrebbero preso da una parte, mi avrebbero sconsigliato di continuare la mia vita politica, qualcuno mi avrebbe proposto
di iscrivermi ad una lista con promessa di un assessorato.
Ma sai che ti dico: preferisco la pace interiore, meglio avere tutti,
da una parte e dall’altra, che ti rimangono amici, meglio non ingolfare il Tribunale Rabbinico con stupidaggini, meglio sorridere e
non avvelenarsi, meglio perdere tempo leggendo libri. Danno
molto di più. Credetemi.
CLAUDIO COEN
Prof. Silvestro Lucchese
Chirurgo specialista
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Casa di Cura “Sanatrix” - Via di Trasone, 61 - Tel. 06.86.32.19.81 (24h)
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URGENZE: 336.786113 / 347.2698480 / 06.86321981
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
Elezioni a Roma? Questa era la
mia lista … ma non l’ho presentata
39
DOVE E QUANDO
SETTEMBRE
03
SHABAT SHALOM
17.00 LE PALME
Nuove ricette per festeggiare Rosh ha Shanà
G I O V E D Ì Piccola esibizione culinaria fra i frequentatori
del Centro Le Palme
Isola Tiberina
Anteprima PKF 2015, in collaborazione
con l’Ambasciata d’Israele e L’Isola del Cinema:
Kicking Out Shoshana di Shay Kanot.
v.o. sottotitoli it. 100 minuti
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Il Pitigliani
Convegno di formazione: Le religioni come sistemi edu-
MERCOLEDÌ cativi. L’ebraismo ed i grandi educatori del ‘900. Evento
G I O V E D Ì in collaborazione con l’Istituto di Psicologia Interculturale
10
Onlus.
Per partecipare è necessario accreditarsi scrivendo a:
[email protected]
http://convegni.wix.com/religioni-educazione
Info: 3333288330 - 3405630918
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17.00 LE PALME
Rinnoviamoci rinnovando il nuovo anno:
G I O V E D Ì conversazione con Rav Roberto Di Veroli
su proposte, iniziative e progetti
Comunità
ebraica
di Roma
Borse di studio per la "John Cabot University"
Cari ragazzi,
La Comunità ebraica di Roma allo scopo di favorire la formazione
universitaria dei propri studenti, mette a disposizione alcune
Borse di Studio per i corsi di laurea presso la "John Cabot University" anche per l'anno accademico 2015-2016.
Le vostre domande, correlate di breve curriculum contenente i
dati personali ed il titolo di studio con la relativa votazione ed una
breve lettera di motivazione dovranno pervenire in busta chiusa
NOTES
CENTRO DI CULTURA EBRAICA
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
SAVE THE DATE: domenica 6 settembre si terrà la Giornata
Europea della Cultura Ebraica. Il tema di questa edizione sarà
PONTI. Collegati al nostro sito per conoscere il programma della
giornata! www.culturaebraica.roma.it
40
Parashà: Reè
Venerdì 17 LUGLIO
Venerdì 14 AGOSTO
Nerot Shabath: h. 20:25
Sabato 18 LUGLIO
21.30 Il Pitigliani
9/10
Parashà: Mattot-Masè
Partiranno ad ottobre i corsi di:
• ebraico moderno a vari livelli e in diverse fasce orarie con
Alumà Mieli , insegnante madrelingua
• ebraico biblico con lettura del testo attraverso le radici delle
parole con la Dott.ssa Hora Aboaf
Info: 065897589 - [email protected] – www.culturaebraica.roma.it
IL PITIGLIANI
I nostri corsi:
Ebraico moderno a vari livelli; ginnastica metodo Feldenkrais;
ginnastica posturale; laboratorio voce canto; storia dell’arte contemporanea.
Info: [email protected] o in sede (Micaela Vitale)
Mozè Shabath: h. 21:32
-------------------------------------Parashà: Devarim
Venerdì 24 LUGLIO
Nerot Shabath: h. 20.20
Sabato 25 LUGLIO
Mozè Shabath: h. 21.25
-------------------------------------Parashà: Vaetchanan
Venerdì 31 LUGLIO
Nerot Shabath: h. 20.13
Sabato 1 AGOSTO
Mozè Shabath: h. 21.17
-------------------------------------Parashà: Ekev
Venerdì 7 AGOSTO
Nerot Shabath: h. 20.04
Sabato 8 AGOSTO
Mozè Shabath: h. 21.07
--------------------------------------
Nerot Shabath: h. 19.55
Sabato 15 AGOSTO
Mozè Shabath: h. 20.57
-------------------------------------Parashà: Shofetim
Venerdì 21 AGOSTO
Nerot Shabath: h. 19.45
Sabato 22 AGOSTO
Mozè Shabath: h. 20.45
-------------------------------------Parashà: Ki Tetzè
Venerdì 28 AGOSTO
Nerot Shabath: h. 19.34
Sabato 29 AGOSTO
Mozè Shabath: h. 19.52
-------------------------------------Parashà: Ki Tavò
Venerdì 4 SETTEMBRE
Nerot Shabath: h. 19.22
Sabato 5 SETTEMBRE
Mozè Shabath: h. 20.21
--------------------------------------
entro e non oltre il 31 luglio 2015 presso Comunità Ebraica di
Roma – Largo Stefano Gaj Tachè - Tempio con l'indicazione
"Domanda di Borse di studio - John Cabot University".
Titolo necessario per l'ammissione all'Università è la maturità
italiana o la laurea americana equivalente. Requisito ulteriore
richiesto è una buona conoscenza della lingua inglese (per informazioni rivolgersi ad [email protected]).
Ogni ulteriore informazione circa la modalità di presentazione
delle domande potrà essere richiesto a [email protected] o allo
06-68400636.
Siamo certi risponderete numerosi a questa opportunità.
LA PRESIDENTE
Dott.ssa Ruth Dureghello
Domenica 6 settembre
Giornata Europea della Cultura Ebraica. Info: Micaela Vitale
Da domenica 20 settembre
Inizio corso Feuerstein PAS Standard I livello.
Iscrizioni entro venerdì 4 settembre. Info: [email protected]
Attività educative
Fino a mercoledì 29 luglio centri estivi: dal lunedì al venerdì dalle
8.30 alle 16.30 per tutti i bambini dai 3 ai 14 anni: piscina, calcio
e tennis, ebraico, laboratori. Divertimento assicurato! Possibilità
pulmino da/a piazza Bologna e Pitigliani.
Da martedì 1 settembre a lunedì 7 settembre dalle 9.00 alle 16.30
centri pre scuola per i bambini dai 3 ai 10 anni: compiti delle
vacanze, laboratori, pranzo e attività
Da martedì 1 settembre riapre AttivaLaMente… posti limitati!
Chiamaci per fissare un appuntamento! (Simona Zarfati)
Da Martedì 8 settembre riaprono le attività dei Progetti Educativi
pomeridiani del Pitigliani.
Tutti i pomeriggi dal lunedì al giovedì, dalle 13.00 alle 19.00 per
tutti i bambini e ragazzi dai 2 ai 16 anni.
Laboratori, sport compiti e servizi alle famiglie, yoga, teatro, percussioni, canto e tante altre novità! CRESCI CON NOI!
Info: Giorgia Di Veroli 065897756 [email protected]
BAR/BAT MITZVÀ
Jacob Josef Sonnino di Armando e Patrizia Spizzichino
NASCITE
Giorgia, Avigail Anticoli di Roberto, Vittorio e Enrica Pavoncello
Sara, Josephine Anticoli di Roberto, Vittorio e Enrica Pavoncello
Liam, Nathan Raphael Sabatello di Daniel e Carol Spizzichino
Isacco David Mattei di Margherita Fellah
MATRIMONI
Shirley Fellah di Raffaello e Sara Tesciuba
AUGURI
Alessandro Di Castro – Micol Pace
Simone Di Segni – Valentina Funaro
Amos Javier Elkin – Morel Naim
Gabriele, David Hassan – Karen Zuwaris
David Pavoncello – Perla, Carol Pavoncello
Gianluca , Nissim Pontecorvo – Sharon Piazza Sed
Federico Nessim Raccah – Micol Spizzichino
Le Palme
Nei mesi estivi, il Centro Le Palme offrirà agli anziani della
C.E.R. una piccola oasi di quiete e tranquillità nel suo giardino,
vastamente ombreggiato, esclusivo a Roma.
Continueranno incontri, conversazioni su temi di attualità,
feste di compleanno, anniversari e giochi di società.
Il Centro rimarrà aperto a tutti gli amici che desiderano frequentarlo, per godere di un ambiente familiare ed accogliente
facilmente raggiungibile da ogni quartiere di Roma.
I locali sono forniti di climatizzazione. È consentito l’ingresso
ed il parcheggio è gratuito per le automobili.
Aperto da domenica a giovedì dalle ore 15.30 alle 20.00.
Info & contatti: Gabriella & Marina - 06 55135523
LA TOP TEN DELLA LIBRERIA
KIRYAT SEFER
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I migliori auguri a David Pavoncello e a Perla Pavoncello per il
loro matrimonio.
Si sono sposati Gianluca Pontecorvo, da sempre attivo nella Comunità ebraica e Sharon Piazza Sed. Mazal tov agli sposi!
Sabato 27 giugno, parashà di Chuqqat, David Zarfati ha celebrato il suo Bar Mitzvà. Alla famiglia, e in particolare alla madre
Jacqueline Sermoneta, colonna portante e responsabile della
segreteria di Shalom da oltre due decenni, gli auguri della Direzione.
Mazal tov a Charly Di Consiglio e Alessia Spizzichino per il
loro matrimonio. Auguri a tutta la famiglia, in particolare al padre della sposa Gianni Spizzichino, fotografo di Shalom.
RINGRAZIAMENTI
Il Presidente della Deputazione Ebraica ed il Consiglio desiderano esprimere i loro più affettuosi auguri e sentiti ringraziamenti
a Bruno e Letizia Pontecorvo, a Giacomo e Roberta Della Torre
ed a Franco e Adriana Forti che in occasione rispettivamente
delle loro Nozze d’Oro e d’Argento hanno generosamente devoluto quanto destinato ai lori regali al sostegno delle famiglie in
grave difficoltà della nostra Comunità.
I più affettuosi auguri e sentiti ringraziamenti a Leo e Rosa
Terracina che in occasione delle loro Nozze d’Oro hanno generosamente devoluto quanto destinato ai lori regali al sostegno
delle famiglie in grave difficoltà della nostra Comunità.
Mazal Tov ci auguriamo di averVi sempre vicini e pronti a collaborare con noi per riuscire a portare un sorriso in tutte le case
della nostra Comunità.
(NON) SI PUO’ AVERE TUTTO
di G. Canarutto Nemni, ed. Mondadori
DENTRO E FUORI DAL GHETTO
di M. Ferrara, ed. Mondadori Università
IL MENDICANTE DI GERUSALEMME
di E.Wiesel, ed.Terra Santa
LA PECORA NERA
di I.J.Singer, ed. Adelphi
LA TORA ILLUSTRATA
di Rav A.Falk, ed.Morashà
IL POSTO MIGLIORE DEL MONDO, di A.Tsabari ed.Nuova Editrice Berti
LA COLLINA
di A. Gavron, ed Giuntina
UNA VERGINE SCIOCCA
di I.Simons ed. Rizzoli
LA FISARMONICA DI MENDEL
di H.S.Hyde, ed.Giuntina
STORIA ILLUSTRATA DEGLI EBREI DI ROMA,
di M.Camerini ed. Giuntina
ERRATA CORRIGE
Nello scorso numero di Shalom è stato pubblicato erroneamente
tra i decessi il nome di Bruna Sonnino ved. Sonnino. La Sig.ra
Sonnino (nata il 28/01/1942) ci fa sapere di essere “viva e vegeta”. Di questo siamo contenti e nello scusarci con lei, Le auguriamo tanti anni di benessere e felicità.
CI HANNO LASCIATO
Elisa Astrologo in Racalbuto 19/03/1924 – 15/06/2015
Roberto Italia 21/06/1943 – 12/06/2015
Lello Moresco 09/08/1926 – 29/05/2015
Benedetto Moscato 27/06/1955 – 07/06/2015
Ada, Mazal Sed in Di Consiglio 31/03/1941 – 30/05/2015
Marcella Sonnino ved. Teichner 07/04/1924 – 05/06/2015
Marco Veneziano 12/09/1934 – 06/06/2015
IFI
00153 ROMA - VIA ROMA LIBERA, 12 A
TEL. 06 58.10.000 FAX 06 58.36.38.55
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
Claudio Di Consiglio – Alessia Spizzichino
41
LETTERE AL DIRETTORE
vocedeilettori
La
Una serata indimenticabile nel ricordo di Ilan Halimi
Ho letto la lettera del Presidente dell’associazione Progetto Dreyfus, Alex Zarfati: bella e commovente, sia per il terribile tema che
tratta sia, dal lato opposto, per l’entusiasmo suo e dei suoi collaboratori che denota. Solo un piccolo appunto vorrei fare: il coordinatore della serata, il giornalista Porro, ha avuto un atteggiamento di intensa partecipazione ed ha avuto espressioni che denotavano un’attenzione ai nostri problemi di solito totalmente assente;
mi ha colpito soprattutto quando ha detto che si vuole far passare
come critica al governo israeliano quello che altro non è che
antisemitismo. Noi lo sappiamo fin troppo bene, ma il 95% della
popolazione mondiale lo ignora o finge di ignorarlo. Considerando
che non è che i nostri amici abbondino, penso che quando qualcuno ci dimostra simpatia e partecipazione sia giusto che ci ricordiamo anche di lui. Non ho scritto direttamente al presidente del
Progetto Dreyfus perché non avevo il suo indirizzo email. Concludo augurando a tutti i membri del Progetto di continuare ad avere
un grande, meritatissimo successo.
SILVIA CONTI SUPINO
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
In ricordo di un amico sincero
Vorrei approfittare delle pagine del suo giornale per ricordare un
caro amico venuto prematuramente a mancare qualche mese fa.
Alberto Di Segni z.l., conosciuto da tutti come ‘Trattolo’.
Ho preferito attendere qualche settimana prima di scrivere, per
evitare di fare una lettera sdolcinata e malinconica, cosa che Lui
non avrebbe gradito. Alberto aveva tanti difetti, anche se non lo ammetteva mai, non era
perfetto, ed anche questo gli risultava complicato da accettare,
senza dubbio era come si dice a Roma e come spesso ripeteva la
mamma Emma z.l., "lo spasso di strada ed il trivolo di casa" (sarcasticamente parlando, era ovviamente un padre ed un marito esemplare), probabilmente era in tante occasioni da 'calci in petto' per
quanto era testardo… ma…. oltre ad essere un uomo puro, buono,
bello (e sul bello non accettava confronti) un amico leale e sincero
ed un sionista convinto che amava Israele, il popolo ebraico e Piazza con tutto se stesso, possedeva a mio avviso una delle più belle
caratteristiche che una persona possa avere, faceva ridere.
Quando si riesce a far ridere qualcuno, quel qualcuno in quel
momento è sereno, i pensieri le preoccupazioni e le tristezze che
capita purtroppo a tutti di avere durante la nostra vita, in quei
secondi passano in secondo piano. Chiunque riesce in questa
42
[email protected]
impresa, con tempi e modi giusti senza diventare un pagliaccio da
circo, fa a mio avviso una grande mizvà. Lui senza troppo faticare
ci riusciva meglio di chiunque altro e di questo, come di tante altre
cose che mi ha donato nel tempo trascorso insieme, lo ringrazierò
a vita. Le chiedo cortesemente di non mettere il mio nome su
questa lettera. Quanto ho scritto, rappresenta sicuramente il pensiero di tante persone che gli volevano bene e che con lui sono
cresciute. Firmare queste righe sarebbe una mancanza di rispetto
nei loro confronti e nei confronti di chi oggi non c'è più.
Il dolore per la sua morte è fisso, ma il modo di vivere e di porsi
che ha avuto Alberto, mi porta a ricordarlo sempre con un sorriso,
un sorriso che mi auguro al più presto torni nei cuori di Sua
moglie, Suo fratello, e Suoi figli. Un cordiale Shalom
LETTERA FIRMATA
La filosofia e Auschwitz
Alla cortese attenzione della Redazione,
sono un insegnante di filosofia e antropologia filosofica, autore di
diversi testi specialistici sulla materia. Scrivo per segnalare alla
Vostra attenzione la pubblicazione di un mio libro dedicato ad
Auschwitz e alla memoria dello sterminio. L’intento principale del
libro è quello di indagare la solidità della memoria di Auschwitz e
la natura del compito che la filosofia deve svolgere. Da Leibniz a
Jonas, Levinas e Arendt, sono tanti i filosofi chiamati necessariamente in causa nel tentativo di dare risposta agli interrogativi che
la memoria dello sterminio inevitabilmente suscita.
Indico un link attraverso il quale si può entrare nel merito dei contenuti dell’opera: http://www.diogenemagazine.it/index.php?option=com_content&view=article&id=244:auschwitz-e-la-filosofia-il-migliore-dei-mondi-possibili&catid=157:letture&Itemid=557.
Cordiali saluti
GIUSEPPE PULINA
Errata corrige
Caro Direttore,
segnalo con mio grande dispiacere ed amarezza la permanente
censura dell’Ucei alle iniziative promosse per la Cer. Mi riferisco
in questo caso particolare all’articolo apparso sull’ultimo numero
di Shalom, n. 6 giugno 2015, firmato dalla collega Rebecca Mieli
“Insieme si superano i momenti di crisi” pag. 35, in cui proprio
all’ultimo capoverso si ringraziano i responsabili del progetto
dell’Istituto Superiore dei Sanità ed in special modo il Rav Carucci
e Ruth Dureghello, ma non si cita minimamente il ruolo dell’Ucei
che ha permesso la realizzazione del progetto dal quale è scaturito un protocollo di intesa né tantomeno il nominativo dell’Assessore al Bilancio Noemi Di Segni e della sottoscritta che hanno
seguito personalmente la piena riuscita dell’iniziativa. Purtroppo
non è la prima volta che riscontro queste inadempienze. Si chiede,
pertanto, gentilmente, per una corretta e chiara trasparenza delle
informazioni di inserire nel prossimo numero un errata corrige.
Cordialmente
DANIELA PAVONCELLO
Il ruolo del direttore
"Il giornalista è lo storico dell'istante". Con questo efficace aforisma, lo scrittore e filosofo francese Albert Camus, aveva ben
descritto il lavoro di una redazione: non quello di raccontare tutto
e di essere completi (ciò appartiene allo storico e all'enciclopedico), ma di descrivere il contingente, sapendo che tutto è transitorio e che la realtà quotidiana può essere raccontata necessariamente solo in modo limitato. Lo spiegava altrettanto bene uno
sceneggiatore americano dello scorso secolo, Ben Hecht, quando
diceva: "Pretendere di stabilire quello che accade nel mondo leggendo il giornale è come cercare di capire che ora è osservando le
lancette dei secondi di un orologio".
Insomma un giornale è si fatto di notizie, ma soprattutto di vuoti,
di cose non dette e di cui non sempre è possibile raccontare, per
limitatezza dei tempi, degli spazi, ma anche per le nostre limitatezze umane poiché il sapere è per sua stessa natura limitato.
Capita così che un lettore nello spazio delle lettere dello scorso
numero, abbia invece voluto 'bacchettarci' per una dimenticanza,
o meglio per una incompletezza.
Nell'occasione ho replicato al lettore, senza dare erroneamente la
possibilità al redattore dell'articolo, nella persona di Jonatan Della
Rocca, di poter replicare e di esprimere le sue ragioni. Sono intervenuto di persona quale garante dell'intero corpo redazionale,
condividendo in particolare quanto scritto da Jonatan, per tranquillizzare il lettore. Mi sono quindi fatto carico di ricevere io la
'bonaria tiratina di orecchie', credendo così di interpretare correttamente il ruolo di un direttore. Se ho sbagliato chiedo scusa, sia
ai lettori, sia ovviamente a Jonatan.
IL DIRETTORE
Smokéd / affumicato: un gioco di parole. Una sfida nel
segno di uno humor che non vuole offendere nessuno,
ma sorridere di tutto.
Un certo professorone sentenziò all’inizio dell’anno che il Liceo Classico è sorpassato dai tempi e non serve più. Ma invece… “Onestà di Aristide”, “Astuzia di Temistocle”, soprattutto
“Sfrontatezza di Alcibiade”. Davvero, questi greci fanno strane
sorprese. Sarebbe stato sufficiente aver letto Tucidide e Plutarco, sui banchi di scuola, servendosi di una buona traduzione.
Adesso è un po’ tardi, comunque c’è Wikipedia.
Smokéd
SHALOM‫שלום‬
EBRAISMO INFORMAZIONE CULTURA
Giacomo Kahn Direttore responsabile
Giorgia Calò
Fiamma Nirenstein
Ariel David
Mario Pacifici
Jonatan Della Rocca
Angelo Pezzana
Mario Del Monte
Clelia Piperno
Yuri Di Castro
Yaarit Rachamim
Claudio Coen
Jacqueline Sermoneta
Jacqueline
Segretaria diSermoneta
redazione
Piero Di Nepi
Miriam Spizzichino
Fabrizio Federici
Lia Tagliacozzo
Ghidon Fiano
Sarah Tagliacozzo
Michael Laitman
Francesca Tardella
David Meghnagi
Daniele Toscano
Rebecca Mieli
Ugo Volli
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Cell. 392.9395910
Daniel Mosseri
DIREZIONE, REDAZIONE
Lun­gotevere Sanzio, 14 - 00153 Roma
Tel. 06.87450205/6 - Fax 06.87450214
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Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i
detentori prima della pubblicazione. Qualora non
fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposto
a riconoscerne il giusto compenso.
AB­BO­NA­MEN­TI
I­ta­lia: an­nuo � 60,00 - E­ste­ro: an­nuo � 112,00
c/c po­sta­le n. 33547001 in­te­sta­to
a Co­mu­ni­tà E­brai­ca di Ro­ma
Un nu­me­ro � 6,00 (solo per l’I­ta­lia)
Sped. in ab­b. po­st. 45% comma 20/B
art. 2 - L. 662/96 Filiale RM
Autorizzazione Tribunale di Roma
n. 2857 del 1° settembre 1952
Progetto grafico: Ghidon Fiano
Composizione e stampa:
Nadir Media s.r.l.
Visto si stampi 8 luglio 2015
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Si informano i lettori che i loro dati personali sono stati archiviati e vengono utilizzati da ‘Shalom’ esclusivamente per consentire la spedizione postale del giornale. I dati non saranno ceduti, comunicati o diffusi a terzi, e i lettori potranno
richiederne in qualsiasi momento la modifica o
la cancellazione al responsabile del trattamento
Prof. Emanuele Di Porto scrivendo alla Segreteria della Comunità - Lungo­tevere Cenci - Tempio
00186 - Roma • Tel. 06/68400641.
LUGLIO 2015 • TAMMUZ 5775
PER LA VOSTRA PUBBLICITÀ
43
Qualcosa di nuovo
bolle in pentola...
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Roma - Via C. Pascarella, 24-26-28 Tel. +39 06/58.81.698
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