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Alieni sulla propria terra

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Alieni sulla propria terra
Impronte – Anno XXX - N.9 – Dicembre 2013 - Iscr. Trib. Roma 50/84 – Reg. Naz. Stampa 40/86/1993 – Roc 2263 – Periodico associato all’Unione Stampa Periodica Italiana – Direttore resp. Maria Falvo
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ALIENI SULLA PROPRIA TERRA
Le specie non native:
responsabilità e soluzioni
di Massimo Vitturi e Barbara Bacci
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GLI AUTORI
Barbara Bacci
Traduttrice, ma da sempre appassionata di fauna selvatica, ha realizzato un percorso che, attraverso il volontariato sul campo e
lo studio della gestione della fauna selvatica, l’ha portata a collaborare con la LAV su questo Rapporto.
Massimo Vitturi
Responsabile per la LAV del Settore Caccia e Fauna selvatica, dal 2009 è membro del Consiglio Direttivo Nazionale della stessa
associazione. Tiene frequentemente conferenze sulla gestione della fauna selvatica con metodi incruenti. A tale proposito
collabora con veterinari e biologi, sia italiani sia stranieri, per affinare e sviluppare nuove metodologie di controllo faunistico che
rispettino il benessere degli animali e gli interessi degli stakeholders coinvolti.
Impronte N.9 – Dicembre 2013
AUT. TRIB. ROMA 50/84 - dell’11.2.1984
ISCR. REG. NAZ. STAMPA 4086 - dell’1.3.1993
ISCR. ROC 2263 - anno 2001
Periodico associato all’Unione
Stampa Periodica Italiana (USPI)
DIRETTORE RESPONSABILE
Maria Falvo
DIREZIONE E REDAZIONE
Sede Nazionale LAV
Viale Regina Margherita 177 – 00198 Roma
Tel. 064461325 – fax 064461326 www.lav.it
GRAFICA Fabiola Corsale
COPERTINA Foto Dreamstime
STAMPA
Arti Grafiche “La Moderna” - Via di Tor Cervara 171 - Roma
CHIUSO IN TIPOGRAFIA: dicembre 2013
La LAV ringrazia la Fondazione Cariplo per la diffusione di questo Dossier
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Sommario
Premessa
4
1. Gli invasori
6
2. Il processo di invasione
9
3. “Specie aliene” residenti
12
4. Eradicazione e controllo
15
5. Verso una gestione non crudele delle specie alloctone
20
6. Le “specie aliene” in Italia
25
7. Implicazioni sociali ed economiche
34
Conclusioni
35
Bibliografia
36
© COPYRIGHT LAV
VIALE REGINA MARGHERITA 177 - 00198 ROMA
RIPRODUZIONE CONSENTITA CITANDO, ANCHE PER LE SINGOLE PARTI, LA FONTE: LAV 2013
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4
"Conoscere significa seguire
un sentiero che abbia un cuore"
Detto sciamanico messicano
PREMESSA
La questione delle specie non native non è certo un fenomeno
recente, è profondamente legata alla comparsa delle prime specie animali e vegetali. E a ben guardare una delle specie che più
di tutte ha prima occupato e poi colonizzato zone e luoghi in
ogni parte del Pianeta, è proprio quella a cui noi tutti, lettori di
questo dossier, apparteniamo.
L’uomo, fin da quando era un inquilino delle caverne, ha sempre
avuto la necessità di spostarsi, di recarsi in nuovi territori non
ancora colonizzati. Principalmente allo scopo di trovare nuove e
maggiori risorse, ha sempre affrontato i rischi dell’ignoto, spinto
dalla necessità fisiologica della sopravvivenza. Certo, almeno
all’inizio della nostra storia, tali spostamenti erano molto limitati nello spazio, legati com’erano all’assenza di mezzi di trasporto. Ma con il passare del tempo, con le conquiste derivate
dall’inventiva di Homo sapiens, il fenomeno degli spostamenti
ha ricevuto nuovo e grande impulso. La colonizzazione ha interessato aree sempre più estese, la nostra specie è diventata sempre più “invasiva” andando ad occupare nuovi territori ed
alterando, finanche stravolgendo, la biodiversità fino a quel momento inalterata. Fino a giungere alla storia più recente, un periodo caratterizzato dalla migrazione di masse imponenti di
esseri umani da un luogo ad un altro del Pianeta, che hanno
contribuito così ad alterare equilibri mai intaccati prima. Pensiamo ad esempio al fenomeno dello schiavismo. Un numero imprecisato di esseri umani è stato “sradicato” dal territorio natio
per poi essere spostato in zone del tutto sconosciute, andando
ad intaccare non solo la biodiversità ambientale, ma la stessa
“purezza” di Homo sapiens che lì dimorava. Si sono così mescolati i DNA, dando luogo a nuovi, fin poco prima, impensati incroci. Sono scomparse civiltà ma altre si sono affermate in un
continuo scambio di inquilini di un ambiente che, nonostante i
ripetuti attacchi, è comunque riuscito ad arrivare fino ai giorni
nostri.
Spostamenti che con modalità e per finalità del tutto diverse,
avvengono ancora oggi. Basti pensare ai continui sbarchi di migranti che lasciano le coste dell’Africa del nord per entrare in Europa attraverso l’Italia. Sbarchi dettati, ancora oggi come ieri
quando abitavamo le caverne, dalla necessità di trovare nuove risorse o di sfuggire ad un ambiente divenuto oramai ostile.
Ma le traslocazioni non hanno interessato solamente gli umani.
Pensiamo ad esempio a vegetali quali patate, pomodori, mais, fagioli che mai avremmo conosciuto se non fossero stati importati
dal “nuovo mondo”. Eppure oggi sono specie perfettamente integrate anche nel nostro ambiente. Probabilmente la loro e quindi
nostra fortuna è stata l’essere importate quando ancora non si
parlava di specie “invasive aliene” o non native, come oggi ven-
gono identificati animali e vegetali che, dalla zona di origine,
vengono traslocati o diffusi in aree a loro sconosciute.
Il commercio e il conseguente movimento di merci al quale è
strettamente legato, ha certamente contribuito a diffondere specie animali e vegetali in zone altrimenti non interessate dalla loro presenza. In tutte le ere. Ma è soprattutto in epoca moderna
che gli animali sono divenuti essi stessi oggetto di florido commercio. La visione antropocentrica degli esseri umani ha contribuito in larga misura a non considerarli soggetti, ancor meno
soggetti di diritto, consentendone quindi il loro utilizzo a fini
meramente economici, commercializzati come una qualsiasi merce. Questo concetto, unito al notevole sviluppo dei mezzi di trasporto e quindi di commercio, ha consentito traslocazioni di
grandi quantità di animali in ogni angolo del Pianeta.
A titolo di esempio vale la pena ricordare che le nutrie sono state
importate dal Sud-America, allo scopo di impiantare floridi allevamenti in Italia per la successiva trasformazione in pellicce.
Quando poi, nel corso degli anni ‘80, tale capo di abbigliamento
ha conosciuto una profonda crisi commerciale, ecco che gli allevatori di nutrie non avendo più sbocchi di mercato hanno pensato bene di disfarsi degli animali in loro possesso liberandoli
nell’ambiente, in quanto lo smaltimento a norma di legge avrebbe rappresentato un costo. È così che i primi nuclei di nutrie, ritrovandosi in un ambiente praticamente privo di competitori e di
predatori, si sono poi riprodotti senza difficoltà. Ma anche lo
scoiattolo grigio, additato oggi come una vera e propria gravissima minaccia alla sopravvivenza di altre specie, scoiattolo rosso in
particolare, è presente sul nostro territorio in ossequio a politiche commerciali che ne hanno determinato l’importazione in
grandi quantità e la conseguente liberazione - voluta o accidentale - nel nostro Paese, con la conseguenza che oggi è considerato un vero e proprio flagello. Analoga situazione quella
ascrivibile alle tartarughe dalle guance rosse, mentre il gambero
rosso della Louisiana pare sia riuscito a fuggire autonomamente
dagli allevamenti.
Il presente dossier rappresenta una approfondita ricerca di tutti i
principali casi di invasione di specie non native che sono stati
scientificamente documentati. Vengono analizzati i motivi ed i
meccanismi che hanno determinato le invasioni, ma soprattutto
viene dato ampio spazio ai metodi utilizzati per contrastarle ed
ai risultati ottenuti. Sarà così possibile verificare che nella maggior parte dei casi il controllo numerico delle specie si è concretizzato nell’eliminazione fisica dei soggetti. Veleni, trappole,
fucili sono alcuni dei mezzi utilizzati che in concreto hanno dimostrato tutta la loro fallacia. Ma anche l’introduzione di specie
competitrici che hanno determinato danni maggiori di quelli che
avrebbero dovuto ridurre. Solo in pochi casi sono stati utilizzati
metodi non cruenti di controllo. Accettati dai cittadini perché ri-
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spettosi della vita e del benessere delle specie target, si sono dimostrati come il metodo più efficace e meno costoso nel lungo
periodo.
Non c’è dubbio che in alcuni casi le specie animali, traslocate in
luoghi privi di competitori naturali e con grandi risorse trofiche a
disposizione, possano determinare interazioni con le attività
umane, in particolare l’agricoltura, che vengono percepite come
“danni”. È anche innegabile, d’altro canto, che la risposta della
comunità umana è sempre stata limitata dall’approccio venatorio
che da sempre caratterizza l’interazione con gli animali selvatici.
L’eliminazione fisica degli animali causa enormi sofferenze,
stress, paura ed angoscia anche alle specie cosiddette no-target
ed è invisa ad un numero sempre maggiore di cittadini sensibili
alle sofferenze di qualsiasi animale, sia esso umano o non umano.
Eppure le politiche di accoglienza caratterizzano da tempo l’approccio al problema dei migranti (esseri umani non-nativi) costretti a lasciare le loro terre alla ricerca di nuove opportunità o
per sfuggire a guerre e persecuzioni. Ebbene riteniamo che i
tempi siano maturi per ampliare il “cerchio di considerazione etica” fino ad includere anche le specie animali non-native. Per garantire la definizione di un percorso che punti ad instaurare
nuove politiche di accoglienza anche per quegli animali che, non
per loro scelta, si trovano ad essere considerati alla stregua di
merci da eliminare perché divenute oramai ingombrati.
Il controllo numerico, termine edulcorato per indicare l’eliminazione fisica di soggetti animali, ha dimostrato ampiamente la sua
inefficacia soprattutto nel medio-lungo periodo, i tempi sono
oramai maturi per sperimentare un nuovo approccio, rispettoso
della vita e della sofferenza degli animali. Questo dossier, realizzato in particolare a beneficio di coloro che determineranno le
future politiche da applicare al fenomeno delle specie non-native, vuole essere uno strumento di rapida consultazione utile a
focalizzare in termini chiari e immediati nuove pratiche di approccio al problema, che finalmente considerino gli animali nonnativi esseri senzienti, non più merce a nostra disposizione.
Foto Dreamstime
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1. GLI INVASORI
“Stiamo assistendo a una delle più
grandi complicazioni nel mondo
della flora e della fauna”
Charles Elton, 1958
Quando parliamo di “specie aliene invasive” (IAS) generalmente
facciamo riferimento ad animali e piante introdotti intenzionalmente o non intenzionalmente in un ambiente naturale. La Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), nella sua Conferenza
delle Parti (COP) VI/23, definisce “specie aliena” una specie, sottospecie, o entità tassonomica inferiore, sia animale che vegetale, introdotta al di fuori della sua distribuzione naturale passata
o presente. Richardson et al. (2010) le descrive come “Quelle specie la cui presenza in una regione è attribuibile all’azione umana
che ha consentito loro di superare delle barriere biogeografiche
fondamentali”. Altri ricercatori propongono una prospettiva diversa sulle specie esotiche. Ned Hettinger (2001), professore di filosofia al College di Charleston, nella Carolina del Sud, propone
un’interpretazione più flessibile e ampia del termine, definendole
come: “qualsiasi specie significativamente estranea ad un insieme ecologico indipendentemente dal fatto che la specie causi o
meno danno, sia introdotta dall’uomo o giunga da un’altra località geografica”.
È opinione comune che quando le “specie aliene invasive” cominciano a diffondersi possono diventare una minaccia per le specie
locali e danneggiare interi ecosistemi, distruggendone la biodiversità e causando l’estinzione di specie locali. Le “specie aliene”
possono essere dannose per le specie autoctone in diversi modi:
entrando in competizione rispetto a risorse come luce, cibo, acqua, spazio, predandole, soppiantandole, parassitandole, o introducendo nuovi elementi patogeni e parassiti a cui le specie
indigene non sono adattate; infine, possono anche ibridarsi con le
specie locali causando una omogeneizzazione globale1. Le “specie
aliene” hanno delle conseguenze socio-economiche importanti
per la società. Per valutare in termini probabilistici le possibilità
che una specie aliena diventi invasiva si applica la regola del dieci. Secondo questa regola, il 10% delle specie importate diviene
casuale, ovvero riesce a riprodursi ma non costituisce popolazioni
stabili, il 10% di queste si naturalizza e il 10% delle specie naturalizzate ha un impatto negativo2. Quindi, in realtà solo una parte
molto piccola delle specie introdotte alla fine si stabilisce sul territorio e ha un impatto negativo sul suo nuovo ambiente.
1
2
McKinney e Lockwood, 1999
Williamson & Fitter, 1996
Tutte le “specie aliene invasive” (IAS) condividono delle caratteristiche che facilitano la colonizzazione di nuovi habitat da parte
loro, come una riproduzione rapida e un alto tasso di crescita,
un’alta capacità di diffusione, la plasticità fenotipica – vale a dire, la capacità di adattarsi fisiologicamente a nuove condizioni -,
nonché la capacità di sopravvivere con una dieta variata e in
condizioni ambientali diverse. Queste caratteristiche, associate
alla vulnerabilità di alcuni ecosistemi, rendono più rapido il processo invasivo.
Attualmente, c’è un consenso praticamente globale sul fatto che
le “specie aliene invasive” rappresentano un pericolo. Alla Convenzione sulla Diversità Biologica tenutasi a Nagoya, in Giappone, nell’ottobre del 2010, la COP 10 adottò un nuovo piano
strategico. Anche altri enti internazionali, come la International
Plant Protection Convention (IPPC), la World Organization for
Animal Health (OIE), e la International Maritime Organization
(IMO), hanno affrontato il problema delle specie aliene.
Nell’Unione Europea, tuttavia, non esiste alcun ampio strumento
legislativo sulla questione delle specie aliene invasive (IAS), e gli
Stati Membri affrontano questo problema in modi diversi. Esistono diversi strumenti legislativi per affrontare la questione: la legislazione UE per esempio, il Regolamento del Consiglio 338/97
(Regolamento sul commercio delle specie selvatiche), Direttiva
2000/29/CE (Direttiva sulla salute delle piante), Legislazione Veterinaria, Regolamento del Consiglio 708/2007 (relativo all’uso di
specie aliene e localmente assenti nell’acquacoltura), Direttive
sulla Natura (Direttiva Habitat 92/43 CEE e Direttiva Uccelli e
Habitat, 79/409/CEE), Direttiva quadro Europea sulle acque
(2000/60/CE) e la Direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente
marino (2008/56/CE).
Il Consiglio dell’Unione Europea, riunitosi il 19 dicembre 2011, ha
discusso il problema delle IAS nelle sue conclusioni sulla messa in
atto della strategia sulla biodiversità UE 2020. Nel documento, il
Parlamento Europeo auspica la preparazione di un apposito strumento legislativo entro il 2012, e l’inclusione delle questioni relative all’impatto delle “specie aliene invasive” (IAS) sulla
biodiversità nei programmi europei sulla salute degli animali e
delle piante. Inoltre, gli Stati Membri dovranno ratificare la Convenzione sull’acqua di zavorra (l’acqua utilizzata dalle navi per
bilanciare la distribuzione dei carichi a bordo) per minimizzare la
diffusione di specie aliene attraverso il trasporto di acque marittime e acque interne. Questo strumento legislativo specifico dovrà coprire, secondo le intenzioni al momento conosciute, tutti
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gli aspetti relativi alle specie alloctone, inclusa la loro identificazione e organizzazione in base alla priorità, il loro controllo ed
eradicazione, la gestione dei canali d’entrata in base ad un approccio basato sull’analisi del rischio in un modo proporzionato
ed efficiente da un punto di vista dei costi economici.
Le valutazioni dei rischi (Risk Assessments - RA) sono usate dai
diversi Stati Membri per stabilire se un organismo è una specie
aliena invasiva e quale tipo di azione si debba intraprendere: prevenzione, controllo o eradicazione. Non c’è alcuna procedura di
valutazione del rischio codificato nella UE e ciascuno Stato
Membro definisce le proprie in base a due criteri: l’obbligo a procedere a delle valutazioni di rischio per le IAS in determinate circostanze e l’esistenza di una metodologia standardizzata per
effettuare tali valutazioni.
Esistono dei Progetti di ricerca che studiano il fenomeno delle
specie invasive. Essi sono DAISIE (Delivering Alien Invasive
Species Inventories for Europe), ALARM (Assessing Large-scale
Risks for biodiversity with tested Methods), ISEFOR (Increasing
sustainability of European forests: Modeling for security against
invasive pests and pathogens under climate change) e VECTORS
(Vectors of Change in Oceans and Seas Marine Life, Impact on
Economic Sectors).
La prevenzione, l’identificazione precoce e una rapida risposta
sono il modo migliore per minimizzare l’impatto delle specie invasive. La prevenzione può essere messa in atto attraverso l’adozione di regolamenti più restrittivi sulle importazioni, e di
maggiori misure sulla biosicurezza, come le quarantene, per le
specie che sono state introdotte.
Questo studio raccoglie documenti e informazioni al fine di presentare quanto finora è stato fatto e quanto invece si dovrebbe
fare per prevenire e combattere efficacemente un fenomeno che
fa male agli animali e all’ambiente.
GLOSSARIO
Eradicazione: la rimozione di tutti gli individui di una popolazione o dei propaguli di una specie invasiva.
Introduzione: il movimento di una specie, sottospecie o un taxon
inferiore, introdotta al di fuori del suo ambiente naturale presente o passato e fuori dall’areale naturale di dispersione; include
ogni elemento, gameti, semi, uova, propaguli di specie che riescono a sopravvivere e riprodursi. Tale trasferimento operato
dall’uomo può essere intenzionale o non intenzionale e può avvenire all’interno dello stesso paese o tra paesi diversi.
Invasioni biologiche (sinonimo bioinvasioni): gli eventi e i processi attraverso i quali le specie, introdotte dall’uomo attraverso
diversi canali di introduzione in un nuovo areale, si adattano e
cominciano ad espandersi in una regione. Include tutte le fasi
dell’adattamento: come le specie si stabilizzano, si riproducono,
si disperdono, si espandono, proliferano, interagiscono con le
specie residenti e hanno un impatto sul loro nuovo ecosistema.
Specie aliena invasiva (IAS): una specie alloctona che si è riprodotta e diffusa nel suo nuovo ambiente di introduzione e che
rappresenta una minaccia alla sua biodiversità e/o per le attività
umane, per l’agricoltura, e ha un impatto negativo sulla salute
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umana e gravi conseguenze socio-economiche. Le specie invasive
tendono a riprodursi in grande numero e a disperdersi rapidamente occupando rapidamente nuovi areali.
Specie alloctona (sinonimi aliena, straniera, esotica, introdotta,
non-indigena, non-nativa): una specie, sottospecie o un taxon
inferiore, introdotta al di fuori del suo ambiente naturale presente o passato e fuori dall’aerale naturale di dispersione; include
ogni elemento, gameti, semi, uova, propaguli di specie che riescono a sopravvivere e riprodursi.
Specie autoctona (sinonimi indigena, nativa): una specie, sottospecie o taxon inferiore presente nel suo areale naturale (passato
o presente), inclusi gli ambienti che può raggiungere e occupare
autonomamente e quindi senza interevento dell’uomo, anche se
la vi si trova di rado3.
Specie alloctona casuale (sinonimi acclimatata, stabilizzata):
una specie alloctona che si riproduce occasionalmente in un
nuovo ambiente, ma che eventualmente scompare perché non dà
origine a popolazioni in grado di auto-sostenersi e che dipende
da ripetute introduzioni.
3
4
Specie naturalizzata (sinonimo stabilizzate, riferito alle piante):
una specie alloctona capace di formare popolazioni selvatiche in
grado di auto-sostenersi senza il sostegno dell’uomo e indipendenti da esso4.
Specie nociva (conosciuta in inglese, come “pest species”): secondo Pyšek (2009) è un termine culturale usato per animali
(non necessariamente alloctoni) che occupano aree dove non sono voluti e che hanno un impatto ambientale e/o economico determinabile.
Specie para-autoctona: in Italia, questo termine si riferisce a
una specie, animale o vegetale che, pur non essendo originaria di
un certo areale, è stata naturalizzata in un periodo storico anteriore al 1500 DC. Ai sensi del DPR 120/03, tali specie possono essere considerate autoctone.
Tempo di residenza: è il tempo trascorso dal momento in cui
una specie è stata introdotta in una regione; dato che generalmente non si conosce con precisione il momento esatto dell’introduzione, Rejmánek (2000) ha introdotto il termine “tempo
minimo di residenza” (MRT).
CBD; 2000
IUCN, 2000, 2002; Richardson et al. 2000: Occhipinti-Ambrogi e Galil, 2004; Pyšek et al. 2004
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2. IL PROCESSO DI INVASIONE
“Mi sembra assurdo che delle persone di stirpe europea accusino
altri organismi di essere esotici e
invasivi, e di soppiantare le specie
native”
J. L. Hudson 1997,
venditore di sementi americano
Le specie aliene sono alla base della nostra produzione alimentare e del modo in cui viviamo. Abitiamo tutte le zone del mondo e
portiamo diverse specie con noi dovunque andiamo; per nutrirci
– riso, granturco, polli, mucche, pecore, eccetera -, per usarle a
scopi di forestazione e ornamentali, o come controllo biologico,
per lo sport o come animali da compagnia. Possiamo recarci
ovunque in aereo nel giro di 24 ore portando con noi piante e
animali, patogeni e parassiti, che possono così facilmente superare le barriere naturali che ne limitano la dispersione. Come già
indicava Elton nel suo lavoro pioneristico sulle invasioni biologiche nel 1958, le specie invasive che hanno più successo sono
quelle che attraversano le barriere più importanti grazie al loro
rapporto con l’uomo. Non solo siamo la causa del fenomeno delle
specie aliene invasive, ma il numero delle specie aliene aumenterà in proporzione con l’aumento della navigazione, del trasporto
aereo e del commercio di prodotti diversi5, così come la progressiva tendenza verso l’eliminazione di misure protettive a favore
del libero commercio. Al tempo stesso, la crescita della popolazione umana e dello sviluppo continuerà ad essere la causa primaria della perdita di biodiversità, a causa della perdita e della
frammentazione dell’habitat6 che, a sua volta, continuerà a favorire le invasioni biologiche7. Si stima che solo il 10% di tutte le
diverse specie animali e vegetali introdotte in una nuova aerea
riesca a stabilirsi sul territorio a tal punto da diffondersi e diventare una pest8. Pur trattandosi di una piccola percentuale, alcuni
autori considerano le IAS una delle maggiori cause di perdita della biodiversità, seconda soltanto alla distruzione dell’habitat9. Gli
habitat disturbati sono più vulnerabili alle invasioni biologiche
ma, al tempo stesso, le specie invasive alterano il regime naturale
di disturbo nei sistemi naturali, esacerbando gli effetti della
frammentazione del disturbo10. Altri fattori che favoriscono gli
invasori sono la mancanza di predatori, una grande abbondanza
di risorse di spazio e di cibo11, la presenza di canali d’entrata consolidati. Questo tipo di sinergismo provoca un ciclo invasivo, la
perdita di habitat e, di conseguenza, una maggiore invasione.
Altri fattori possono svolgere un ruolo determinante sia nell’indurre che nell’amplificare il fenomeno delle specie aliene. I cambiamenti climatici che stanno interessando estese zone del
pianeta, facilitano la diffusione di specie aliene mettendole in
condizione di sopravvivere in zone precedentemente inospitali. Il
declino globale degli anfibi è stato attribuito in parte alla chitridiomicosi, una malattia infettiva degli anfibi causata dal fungo
chitidre Bactrachochytrium dendrobatidis. L’emergere della ma-
5
Bright, 1998; Mack et al., 2000
Wilson, 1992
7 Hobbs e Huenneke, 1992
8 Williamson e Fitter, 1996
9 Wilcove et al., 1998; Wilson, 1992
10 Mack e D’Antonio, 1998
11 Orians, 1986; Shigesada e Kawasaki, 1997
12 Pounds et al., 2006
13 Massei e Toso, 1993
6
lattia è dovuto tanto al trasporto umano di rane infette, quanto
alla diffusione del fungo, favorito dal riscaldamento globale12.
Anche in passato le specie allargavano il proprio areale e colonizzavano nuovi habitat, a volte per cause dovute ad eventi naturali. Il 14 novembre del 1963 iniziò un’eruzione a sud-ovest di
Meimaey, in Islanda. Nel 1967 si formarono le isole di Surtsey e
Jóinir. Poco dopo la formazione dell’isola di Surtsey, piante ed
animali cominciarono a colonizzarla: i semi raggiunsero l’isola
attraverso il mare o dispersi dal vento o dagli uccelli. Alcune settimane dopo la fine delle eruzioni, una piccola brassicacea, la
Cakile edentula, vi stava già sbocciando. Durante i suoi primi anni di vita, gli scienziati contarono 170 diverse specie di insetti.
Dal 1967, sono state osservate sull’isola o intorno ad essa, più di
90 specie ornitologiche e almeno sei di esse vi nidificano. La foca
grigia, Halichoerus grypus, si riproduce sull’isola dal 1983. La
fauna marina è varia e fiorente. Vermeji (1991) osserva che la
rottura delle barriere naturali – fisiche e biologiche, come il movimento di masse terrestri, l‘attività vulcanica e il cambiamento
delle condizioni ambientali – che separano gli ecosistemi consente alle specie di muoversi liberamente e di invadere nuove
aree. Mentre in passato queste eventualità erano limitate, l’azione dell’uomo sta eliminando queste barriere naturali ad un ritmo
senza precedenti. La costruzione del Canale di Suez, ad esempio,
ha consentito a centinaia di specie marine di riversarsi dal Mar
Rosso al Mar Mediterraneo.
Le specie aliene possono colonizzare tutti gli habitat, ma sono
particolarmente problematiche quando riescono a stabilirsi sulle
isole. Le isole posseggono specie uniche ed endemiche, sono isolate geograficamente, prive di predatori e di forti avversari, e
quindi offrono la disponibilità di nicchie non colonizzate. Questi
fattori, di grande valore di un punto di vista biologico, le rendono più vulnerabili alle invasioni biologiche.
Un tempo, le specie esotiche erano considerate in un modo molto diverso da oggi. Nel 1854, venne creata a Parigi la Societé
Zoologique d’Acclimatation che aveva l’obiettivo di promuovere
l’acclimatazione, la domesticazione e la riproduzione delle specie
esotiche considerate utili o ornamentali. Presto furono fondate
altre società. L’American Acclimatization Society fu inaugurata a
New York nel 1871 con il proposito di importare nel Nord America flora e fauna europee. Le società per l’acclimatazione si diffusero nei paesi europei, in Australia e in Nuova Zelanda.
L’introduzione e la diffusione di specie non native desiderabili fu
attivamente incoraggiata.
Molte specie introdotte a fini venatori sono diventate una seria
minaccia nei loro nuovi ambienti. In Europa, diverse specie di
cervidi, come il daino, Dama dama, nativo del Medio Oriente e
introdotto nell’area del Mediterraneo ai tempi dei romani, sono
oggi considerate specie invasive da eradicare.
Nell’800, e anche durante gran parte del ‘900, il cinghiale in Italia occupava un areale più limitato di quello odierno13, anche
dopo una massiccia reintroduzione. Dagli anni ’50 del ‘900 in poi,
vennero introdotte a fini di caccia popolazioni di cinghiale selvatico orientale provenienti da paesi come l’Ungheria, la Polonia e
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la Cecoslovacchia14. Il cinghiale orientale è più grande della sottospecie originale, ed è capace di riprodursi anche tre volte al-
l’anno e con una prole più numerosa. Nonostante i cinghiali
selvatici causino oggi dei danni alle coltivazioni locali e alle riserve naturali, non sempre viene presa in considerazione una politica di controllo o di eradicazione di questa popolazione perché
è difesa dalle lobby dei cacciatori15.
Il coniglio europeo, Oryctolagus cuniculus, venne introdotto dai
coloni inglesi in Australia nel 1788 e più tardi in Nuova Zelanda.
I conigli si riprodussero con successo ed ebbero un effetto devastante sull’ecologia locale, distruggendo la vegetazione a tal
punto da indurre fenomeni di erosione del terreno, attaccando le
coltivazioni e causando danni per milioni di dollari. Sono stati
usati con scarso successo vari
metodi di eradicazione. Sordi a
questa lezione, quando le popolazioni native di conigli presenti
nell’Europa meridionale furono
decimate dal virus della Myxomatosis, i cacciatori introdussero la
Sylvilagus floridanus, una minilepre proveniente dall’America
occidentale. Nel 1966 venne
introdotta a Pinerolo, in Piemonte. Da allora ha colonizzato pianure e zone collinari, occupando
le nicchie ecologiche tipiche della
lepre europea, Lepus europaeus, che ha registrato un importante
calo demografico. Oltre a rappresentare una minaccia per la lepre europea, il silvilago provoca ingenti danni alle coltivazioni
agricole. Inoltre, si è dimostrato che è portatrice del fungo dermatofito trasmissibile all’uomo (M. canis, M. mentagrophytes e
M. gypseum). Pertanto è una possibile fonte di infezione per
guardacaccia, cacciatori e veterinari16.
La ripetuta introduzione di nuovi pesci da parte dei pescatori, e
l’introduzione di nuove specie aliene invasive nonché di parassiti
in molti siti di pesca, ha causato l’ibridazione e il declino delle
specie locali e la distruzione dell’habitat. Il pesce siluro, origina-
rio dell’Europa centrorientale e dell’Asia Minore fu introdotto negli anni Settanta in alcuni laghetti di pesca sportiva, ma ha ormai colonizzato quasi tutti gli ecosistemi acquatici dell’Italia
settentrionale. Formidabile predatore, sta riducendo drasticamente la biodiversità delle acque in cui vive. Un censimento realizzato nel 1996 ha rivelato la presenza di 19 specie esotiche nel
Tevere, il 57,6% del totale delle specie presenti nel fiume.
Pesce siluro
Molte specie animali o piante ornamentali sono state introdotte
in ambienti a loro estranei, come nel caso dello scoiattolo grigio
americano, Sciurus carolinensis, in Italia, o del gobbo della Giamaica, Oxyura jamaicensis. Il gobbo della Giamaica venne introdotto in Inghilterra nel 1949 da Sir Peter Scott, un ornitologo
britannico. Da allora, il gobbo della Giamaica si è diffuso nella
maggior parte del Paleartico Occidentale, mettendo ulteriormente in pericolo il già vulnerabile gobbo rugginoso, Oxyura leucocephala, con il quale spesso si ibrida. Di conseguenza, la
Commissione Europea ha stabilito un piano di eradicazione continuativo in tutta la regione.
Foto Dreamstime
14
Pedrotti et al., Banca dati ungulati, http://digilander.libero.it/urcalomb/Banca%20dati%20ungulati.htm
http://www.giornale.sm/pesaro-i-cinghiali-sono-sempre-piu-un-problema-per-lagricoltura-ma-la-caccia-spietata-e-lunico-rimedio-possibile71691/; Paolilli, Il problema del cinghiale, cause e possibili soluzioni
16 Gallo et al., 2005
15
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11
Un gran numero di specie di invertebrati è stato introdotto e
continua tuttora ad essere introdotto in tutto il mondo per motivi di controllo biologico. Tuttavia, secondo gli studi del dottor
Roques, dell’Institut National de la Recherche Agronomique (INRA), questi rappresentano soltanto il 10% degli invertebrati alieni presenti in Europa. Il restante 90% è arrivato come
contaminante a bordo di aerei o altri mezzi di trasporto, oppure
sulle piante importate. L’esempio più conosciuto è quello della
zanzara tigre, Aedes albopictus, originaria del Sudest asiatico,
che ha viaggiato all’interno di copertoni usati. Questa zanzara è
vettore di diverse malattie, tra cui la febbre dengue, la chikungunya e il virus del Nilo occidentale17.
Animali esotici da compagnia, normalmente detenuti in cattività,
vengono continuamente rilasciati in libertà, volontariamente o
involontariamente. Le specie antropofiliche sono quelle che vivono a contatto con gli umani, come quelle che alleviamo per motivi alimentari o come animali da compagnia, oppure quelle
specie che dipendono dal nostro stile di vita per poter sopravvivere, quali i roditori commensali e i loro parassiti ospite-specifici.
Quando alcuni esemplari di queste specie riescono a disperdersi
sul territorio hanno elevate probabilità di sopravvivenza nel loro
nuovo ambiente e possono comportarsi come specie invasive. Il
parrocchetto dal collare, Psittacula krameri, e il parrocchetto
monaco, Myiopsitta monachus, ad esempio, hanno stabilito delle
colonie di riproduzione nelle aree urbane di Nord America, Europa, Africa e Asia18 e sono ormai diventate comuni in molte delle
principali città del mondo. La tartaruga dalle orecchie rosse, Trachemys scripta elegans, definita come una delle 100 peggiori
specie invasive del mondo19, è un animale da compagnia esotico
ripetutamente rilasciato nelle acque europee. Oggi compete per
le risorse con la tartaruga palustre europea, Emys orbicularis,
classificata come nuova specie in stato di minaccia nella Lista
no e delle attrezzature correlate. Si tratta di piccoli organismi,
generalmente insetti, alcuni dei quali oggi si possono trovare a
livello globale20, come il ragno cacciatore bruno o il granchio gigante, Heteropoda venatoria21.
Gli allevamenti di animali da pelliccia rappresentano un altro
importante canale di introduzione di specie alloctone. Alcuni
animali fuggono regolarmente da questi allevamenti, oppure
vengono messi in libertà e danno origine a popolazioni selvatiche. Gli esempi più noti sono quelli della nutria sudamericana,
Myocastor coypus, presente in Europa ed America, e del cane
procione asiatico, Nyctereutes procyonides, che si sta diffondendo in tutta l’Europa. Molti procioni europei sono infettati
dall’ascaride Baylisascaris procyonis che provoca l’encefalite in
una serie di uccelli e di mammiferi, compreso l’uomo. La nutria
Foto Dreamstime
Rossa dell’IUCN (International Union for Conservation of Nature).
Altre specie, come la zanzara tigre, di cui abbiamo parlato in precedenza, non vengono introdotte intenzionalmente ma viaggiano come passeggeri indesiderati con le merci, come biofouling
(deposito di organismi viventi all’interno di strutture ospite),
nell’acqua di zavorra, all’interno dei materiali vegetali, del terre-
17
sudamericana è scappata o è stata intenzionalmente rilasciata
dagli allevamenti da pelliccia di America, Europa e Asia. Attualmente, è distribuita a livello mondiale e, per la sua caratteristica
di prediligere le zone umide, è accusata di danneggiare gli argini
dei fiumi, e le strutture irrigue, oltre che la vegetazione nelle
aeree dove si stabilisce. Considerata una delle 100 specie più invasive del mondo, la sua presenza viene contrastata con diversi
metodi.
Infine, i giardini zoologici, gli acquari e gli ocenari rappresentano
un ulteriore corridoio di introduzione di specie aliene. Gli animali
possono fuggire da aperture nei recinti, o attraverso i sistemi fognari o altre per via d’acqua, o per un danneggiamento alle
strutture causato da temporali, allagamenti o incendi; possono
essere rilasciati non intenzionalmente, o anche essere comprati e
poi rilasciati22. Delle 140 specie di uccelli non nativi presenti in
Europa, 27 sono scappati da giardini zoologici23; più generalmente, le fughe dagli zoo rappresentano il 6% delle cause conosciute di introduzione di specie aliene 24 . Tra i molteplici casi
documentati, Fitter, nel suo libro The Ark in our Midst, indica la
presenza nel Derbyshire, in Gran Bretagna, dello scoiattolo grigio
fonte http://cordis.europa.eu/fetch?CALLER=NEWSLINK_IT_C&RCN=29063&ACTION=D
Lever, 1987
19 ISSG 2006
20 Nentwig, W. 2007
21 Platnick, 2006
22 Hulme et al., 2008; Padilla and Williams, 2004, Fábregas et al., 2010
23 Kark et al., 2009
24 Genovesi et al., 2009
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americano Sciurus carolinensis, e del wallaby dal collo rosso,
Macropus rufogriseus, entrambi rilasciati intenzionalmente da
uno zoo.
Anche le specie native possono diventare invasive, a causa dei
cambiamenti che avvengono nell’ambiente che le ospita25, come
il degrado dell’habitat.
Nuovi canali di accesso delle invasioni biologiche vengono anche
dal nostro bisogno di energie rinnovabili. Le piante scelte per la
produzione di biocarburante, come la colza, Brassica napus, condividono diverse caratteristiche tipiche delle specie altamente invasive: sono generaliste, adattabili, hanno un alto tasso di
crescita relativa, un’elevata produzione e capacità di dispersione
di propaguli e una grande moltiplicazione vegetativa. Al fine di
limitare l’impatto di queste piante, le coltivazioni vengono circoscritte ad habitat disturbati e terreni marginali26, ma il rischio
che si trasformino comunque in specie invasive rimane elevato.
Inoltre, le specie vegetali introdotte e l’industria dei biocarburanti fungono da corridoio per l’introduzioni di specie indigene animali. La palma da olio, Elaeis guineensis, è usata per produrre il
secondo olio di origine vegetale più commercializzato al mondo
dopo l’olio di soia. Le piantagioni di palma da olio sono una delle
principali cause della distruzione delle foreste tropicali, e hanno
anche un effetto negativo sulla produzione di alimenti e scarsi
vantaggi in termini di emissioni di carbonio. Questa specie è già
diventata invasiva nella foresta atlantica del Brasile27.
È chiaro che il fenomeno delle specie invasive esotiche è indissolubilmente legato al modo in cui viviamo, alla nostra agricoltura,
al commercio, ai viaggi. Per ogni specie che cerchiamo di eradicare, molte altre vengono introdotte. La risposta è nella prevenzione.
3. SPECIE ALIENE RESIDENTI
“La storia mostra come sia difficile, oltre che insensato e crudele,
definire chi sia straniero”
Claudio Magris, Danubio
Nessuno mette in discussione il fatto che le specie esotiche possano provocare, a volte, dei gravi danni al loro nuovo ambiente,
ma l’idea di “specie aliena” è un concetto oggettivo, scientifico,
oppure si tratta invece di un giudizio tendenzioso?
Negli Stati Uniti continua a infuriare la discussione sui cigni reali, Cygnus color, e i cigni trombettieri, C. buccinatur. Originario
dell’Europa e introdotto nel Nord America a metà del XIX secolo,
il cigno reale è considerato un animale nocivo. Inserito a scopo
ornamentale nei parchi cittadini e nelle ville, oggi è da molti ritenuto una minaccia per le persone, di cui ha poco timore e che
a quanto sembra a volte attacca. È anche accusato di mettere in
pericolo la sopravvivenza dei cigni trombettieri nativi e di distruggere le zone umide dove vivono entrambe le specie. Una
volta comune nell’America del Nord, il cigno trombettiere ha rischiato l’estinzione per il commercio che si è fatto della sua carne e delle sue piume. Reintrodotto in ambiente selvatico nel XX
secolo, si sta ora ristabilendo in zone paludose ripristinate. I due
cigni condividono gli stessi habitat, si nutrono di vegetali e di
piccoli invertebrati e sono quasi identici, al punto che i cacciatori, che dovrebbero tenere sotto controllo la popolazione dei cigni
25
Howard and Chege 2007
Rajagopal 2008, Gopalakrishnan et al,. 2008
27 Howard e Ziller, 2008
28 Chanin & Linn, 1980; Smal, 1988
26
reali, spesso sparano ai cigni trombettieri (fenomeno del look-like). Ai cigni reali purtroppo si può sparare, si possono distruggere
le loro uova o perfino coprirle di petrolio. Nell’aprile del 2012 lo
stato del Michigan ha deciso di eliminare 13.500 cigni reali per
ridurre la loro popolazione, che si stima sia composta da 15.000
uccelli. Si destinano notevoli risorse economiche a programmi
per la reintroduzione del trombettiere nativo e si spendono un
mucchio di soldi per eliminare i cigni reali.
Negli anni Novanta del 900, la nascita di una nuova disciplina,
“la biologia delle invasioni”, introdusse una terminologia in parte
derivata dal diritto consuetudinario e in parte dal gergo militare.
In qualche modo, questa nuova disciplina comparava le specie
non-indigene introdotte ad un nemico naturale. Le specie native
diventarono così sinonimo di puro e naturale, mentre quelle aliene erano ritenute dannose, aggressive, capaci di riprodursi rapidamente e soppiantare le specie indigene più gradite. Lo scenario
era pronto. Nel 1998, l’Agenzia Europea per l’Ambiente definì le
“specie aliene” una delle maggiori minacce per la biodiversità in
Europa. Da allora, la dicotomia nativo contro alieno è stata accettata dall’opinione pubblica e dal mondo scientifico e politico,
con tutti i pregiudizi che essa comporta. Mentre il termine “nativo” sembra evocare sentimenti di protezione e di nazionalismo e
viene sostenuto in quanto desiderabile, “alieno” viene percepito
come l’estraneo, l’inquinatore, l’indesiderabile. La rappresentazione di specie invasive da parte della stampa, o dei biologi, tende
sempre a scatenare un senso di repulsione, a distanziare le persone dal destino di quelle creature. Esse vengono descritte come
una “minaccia”, capaci di vivere in condizioni povere e squallide,
aggressive, in grado di soppiantare le specie native o di essere la
causa del degrado ambientale, altamente feconde e via dicendo.
Eppure, non tutte le specie introdotte hanno un impatto negativo; alcune popolazioni, infatti, hanno trovato un punto di equilibrio con le comunità indigene 28 , o riescono a tenere sotto
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controllo altre specie aliene29. Alcune specie si evolvono e si naturalizzano. Purtroppo, succede che una specie può essere classificata come dannosa solo a causa delle proprie origini, piuttosto
che per i danni che arreca al suo nuovo ambiente30.
Nel caso di alcune specie previamente considerate autoctone e
desiderabili, come le capre selvatiche e il muflone, è stato dimostrato che sono state introdotte dall’uomo nel Neolitico. Masseti
(2009) sostiene che queste specie di antica origine antropocora
(che da sempre accompagnano l’uomo nel suo processo evolutivo) sono un’“eredità culturale”. Per questa ragione, non dovrebbero essere eradicate bensì protette e studiate come documenti
storici che possono insegnarci molto su come sono sopravvissute
e si sono adattate all’ambiente, e sulla storia dell’uomo che ha
usato questi animali nel suo processo di colonizzazione.
Alcune specie hanno una cattiva reputazione che non sempre è
fondata. I ratti, pur essendo considerati tra le specie di mammiferi invasivi più dannosi in Europa, causano in realtà meno danni
di quanto non si pensi. La presenza e l’abbondanza di uccelli marini sulle isole del Mediterraneo, per la gran parte invase dai ratti,
dipendono in maggior grado dalla conformazione fisica delle isole che dalla presenza dei roditori. Gli uccelli marini, come per
esempio le berte, scelgono dei luoghi inaccessibili ai ratti, come
per esempio profonde cave calcaree, per riprodursi e allevare i
piccoli. Sembra che i roditori possano influire soprattutto sugli
Hydrobatidi, come l’uccello delle tempeste, i più vulnerabili tra i
procellariformi alla presenza di questi roditori31.
Nel XIX secolo, negli Stati Uniti vennero introdotte come piante
ornamentali alcune specie di Tamarix (piante originarie di zone
sabbiose e salmastre) originarie dell’Eurasia e dell’Africa. Negli
anni Trenta, durante un periodo di siccità che colpì l’Arizona
orientale, il Messico centrale e il Texas occidentale, si pensò che
questi arbusti usassero le preziose risorse di acqua rimaste. Durante la Seconda Guerra Mondiale vennero definite “invasori
alieni” e gli Stati Uniti gli dichiararono guerra. Per settant’anni
cercarono di eradicarle, usando bulldozer ed erbicidi. I tentativi
di eradicazione non ebbero successo e ora questi arbusti sono diventati il luogo preferito di nidificazione di una specie a rischio
dell’America sud-occidentale, il pigliamosche di Traille, Empidonaz traillii extimus. Grazie alla loro capacità di sopravvivere alla
siccità, ad un’alta salinità e all’erosione del terreno, queste piante
sono ora note per il beneficio che apportano nel mantenimento
dell’ambiente degli argini fluviali modificati dall’uso e dalla presenza dell’uomo32.
Quando le specie si spostano di loro spontanea volontà, descriviamo il loro movimento come colonizzazione naturale, e non
come invasione biologica, e pertanto non sono percepite come
una minaccia. Fino a poco tempo fa era possibile trovare gli aironi guardabuoi, Bubulcus ibis, solo in Africa e nel sud della penisola Iberica. Verso la fine del XIX secolo, avevano esteso la loro
presenza all’Africa meridionale. Nel 1880, furono segnalati sul
fiume Corantyne, nel Suriname occidentale. Negli anni Trenta
erano presenti tanto nel Suriname (allora Guyana olandese) che
nella Guyana francese. Nel 1953 si stavano riproducendo in Florida. Presto arrivarono in Argentina e in Canada. Oggi, sono presenti tanto in Nuova Zelanda che in Europa, dove a nord si
spingono fino all’Inghilterra e all’Irlanda. È facile vederli nei pascoli di tutto il mondo, dal Texas all’Italia. Per il loro alto tasso di
espansione e di successo nell’adattarsi a nuovi ambienti, sono
descritti come specie invasiva nella banca dati delle specie alie-
ne invasive (GISD) dell’Unione Mondiale per la Conservazione
della Natura (IUCN). Alla voce “impatti generali”, si dice che data
la loro capacità di riprodursi in aree densamente popolate da altre specie di uccelli, potrebbero eventualmente entrare in competizione rispetto ai luoghi di nidificazione. Vi si dichiara,
inoltre, che un certo numero di articoli indica che gli aironi
guardabuoi non sembrano avere alcun impatto sulle specie ornitologiche native. Inoltre, gli aironi guardabuoi trascorrono le loro giornate nei pascoli dove si cibano di coleotteri e di cavallette
e, di tanto in tanto, delle zecche e delle mosche che tolgono
dalle mucche. A sera tornano sui luoghi di nidificazione, luoghi
che condividono con altri aironi che si cibano di pesci e di invertebrati acquatici.
Qual è il processo evolutivo che consente alle specie alloctone
di naturalizzarsi?
Secondo Peretti (1998), “non è chiaro di quanto tempo abbia bisogno una specie per stabilirsi in un luogo prima di essere considerata nativa. Una specie si “naturalizza” in 100 anni, in 1.000
anni o in 10.000 anni? Le distinzioni sono arbitrarie e non scientifiche”. Ancora oggi non c’è un accordo nel mondo scientifico.
L’idea del tempo minimo di residenza fu suggerito per la prima
volta da Rejmánek (2000), ma si riferisce soprattutto alle piante
e c’è poca intesa fra i ricercatori riguardo alle specie animali. Genovesi (2007) suggerisce che debbano passare 500 anni perché
una specie si naturalizzi. In Italia, a questo proposito si usa il termine para-autoctono, riferito a taxa introdotti e naturalizzati
prima del 1500. Tuttavia, come abbiamo visto in precedenza, i
ratti non sono considerati naturalizzati benché siano stati introdotti nelle isole del Mediterraneo almeno 2000 anni fa e in altre
isole, come le isole neozelandesi, circa 1700 anni fa, con i primi
navigatori che le raggiunsero. Carthey e Banks (2012) sostengono che sia lo stesso ecosistema a segnalare quando è trascorso il
tempo necessario perché una specie possa considerarsi naturalizzata. A dimostrazione della loro teoria, hanno studiato se i bandicoot australiani, Perameles nasuta, fossero consapevoli del
pericolo rappresentato dai cani. In Australia i dingo, Canis lupus
dingo, con i quali i cani sono strettamente imparentati, sono stati introdotti circa 4.000 anni fa, mentre i gatti sono stati immessi
solo circa 150 anni fa. Ne segue che l’esposizione ai dingo, molto
più prolungata di quella ai gatti, dovrebbe indurre i bandicoot ad
evitare i cani, ma non i gatti o altri animali domestici. La stessa
teoria evoluzionistica sostiene che la preda deve imparare a riconoscere e adattarsi alle minacce per poter sopravvivere. Lo studio
Bandicoot Australiano
Nogales & Medina, 1996
Hone, 1994
31 Ruffino et al., 2009
32 Davis, 2011
29
30
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14
ha stabilito che i bandicoot evitano i giardini dove potrebbero
trovarsi dei cani, anche quando questi cani sono in casa, dimostrando così che li riconoscono come potenziali predatori e rendendo plausibile l’idea di adattamento all’ambiente.
Anche se non c’è un accordo generale su quanti anni siano necessari perché avvenga la naturalizzazione di una specie, la sua
capacità di riprodursi e diffondersi è spesso un indicatore rilevante. Una piccola popolazione di becchi a cono gola cenerina,
Paradoxornis alphonsianus, fu individuata per la prima volta in
Italia nell’aprile del 1995, nella Riserva naturale della Palude
Brabbia vicino a Varese. La presenza del piccolo passeraceo, nativo della Cina sud-occidentale e del Vietnam settentrionale, fu
attribuita a fughe accidentali dai locali di un commerciante locale di uccelli e altri animali. Nel 1999 i becchi a cono vennero
considerati naturalizzati data la loro capacità di riprodursi e di
sostenersi autonomamente, di aumentare di numero e di espandersi al di fuori della riserva33. Attualmente, una seconda specie
alloctona, strettamente imparentata con la prima, il Paradoxornis webbianus, è presente e naturalizzato nella riserva, e si ibrida
con il primo34. Anche il P. webbianus proviene dalle stesse zone
del becco a cono ed è anch’esso il risultato di fughe accidentali
dallo stesso commerciante.
L’adattamento è un processo che, una volta avviato, non conosce
interruzioni, fino al suo naturale completamento. Stabilire quanto l’organismo immigrante si sia dovuto modificare per adattarsi
al nuovo ambiente abiotico non è una cosa semplice. Gli ecosistemi variano considerevolmente e così anche il processo di
adattamento necessario per sopravvivervi. Un’area suburbana
degradata dalla presenza dell’uomo può essere abitata prevalentemente da specie esotiche, questo perché gli ecosistemi disturbati sono più “vulnerabili” o “favorevoli” - a seconda di come la
vogliamo vedere - alle invasioni biologiche. Questo, ovviamente,
non significa che le specie esotiche causino deterioramento, ma
semplicemente che l’elemento del disturbo favorisce la colonizzazione.
È possibile riportare gli ecosistemi allo “stato di equilibrio” di
cui godevano prima di un’invasione biologica?
L’idea dell’equilibrio e la visione di una natura armoniosa, che è
alla base di una teologia naturale, scaturì dalle osservazioni di
Erodoto (484-425 a.C.) su preda e predatori, e sulla posizione di
una specie animale nella catena alimentare. Questa visione resistette finché Darwin non la mandò a rotoli con la sua intuizione
sull’evoluzione, ma per molto tempo gli scienziati continuarono
a credere all’equilibrio, alla purezza delle specie e all’idea che le
specie vivano in comunità integrate. Gli ecologisti hanno abbandonato l’idea che gli ecosistemi siano omeostatici e la natura un sistema con un equilibrio stabile. Al contrario, gli
ecosistemi sono dinamici e in evoluzione costante, occupati sia
dalle specie native (i residenti a lungo termine), che dalle nuove
introduzioni (i residenti “alieni”). In realtà, non c’è alcun equilibrio che le specie esotiche possano sconvolgere. Dei nuovi ecosistemi, chiamati in inglese novel ecosystems, le cui
caratteristiche sono per lo più ignote, emergono costantemente.
Riportare un ecosistema alle condizioni precedenti esistenti in
un dato momento storico, quando si ritiene che l’equilibrio della
33
Boto et al.
Galimberti et al., 2009
35 Hannah et al., 1993
36 Seabloom, van der Valk, 2003
37 Chase, 1987
38 Soulé, 1990
34
natura fosse corretto, non è possibile. Quello che possiamo fare
è evitare ulteriori danni.
Gli ecosistemi, con tutti i loro componenti, hanno sempre subíto
dei cambiamenti, e diverse specie si sono sempre estinte, ma il
tasso al quale questi fenomeni avvengono oggi è allarmante. Nel
1993, Wilson stimò che il tasso di estinzione delle specie dovuto
alla distruzione dell’habitat fosse di circa 30.000 all’anno. L’aumentata movimentazione di piante, animali e malattie tra i continenti, la riduzione dell’ozono, il riscaldamento globale, la
ossificazione, la caduta di radionuclidi causata dai test nucleari,
l’eliminazione dei superpredatori e il degrado generale della natura dovuto a una serie di fattori antropogenici stanno aumentando pericolosamente il tasso di cambiamento degli ecosistemi.
Le città, le dighe, e il prelievo delle acque alterano l’idrologia, a
volte in modo irreversibile. Il nostro pianeta sta subendo delle alterazioni senza precedenti. La metà circa della superficie della
terra è disturbata in modo significativo dalla presenza dell’uomo
mentre l’altra metà è dominata dagli uomini35. Come definire
quale sia lo stato originario di natura che deve essere ripristinato? Indubbiamente, le specie invasive e altri disturbi degradano e
inquinano gli ecosistemi, ma come ripristinarli, o ricreare un sistema simile a quello precedente?
I tentativi di ripristino della vegetazione si stanno rivelando un
compito difficile. Le paludi ripristinate, ad esempio, hanno una
minore diversità di specie vegetali e minori tassi di colonizzazione36 di quelle naturali. Questi habitat impoveriti potranno sostenere le stesse specie animali che vi abitavano in passato o
aiutarle a riprendersi? Nelle Americhe, dove per tradizione i coloni europei sono accusati del degrado dell’ecologia locale, si pensa
che i nativi americani vivessero in armonia con la natura. Per
questo motivo, alcuni direttori di parchi naturali credono che gli
ecosistemi andrebbero ricreati così come i primi europei li trovarono. Questo punto di vista è in contrasto con il fatto che antropologi e archeologi ritengono che i nativi americani causarono
l’estinzione della maggior parte della megafauna del Pleistocene37. Leoni, cammelli, elefanti, e il Tremarctos ornatus sono solo
alcune delle 57 specie di grandi mammiferi che si estinsero nell’America del Nord alcune migliaia di anni fa. Molte delle piante
di cui si nutrivano sono ancora presenti e probabilmente potrebbero riadattarsi alle attuali condizioni ambientali38. Se quegli
animali venissero reintrodotti, sarebbero certamente considerati
esotici, “alieni” invasori.
Indubbiamente, dal momento della sua apparizione, l’uomo ha
avuto un impatto dirompente sulla terra e ha provocato l’estinzione di specie ovunque sia migrato. J. Diamond (1989) fa notare
che un quarto di tutte le specie ornitologiche presenti nel nuovo
mondo si estinse poco prima o poco dopo essere entrati in contatto con gli europei. I grandi mammiferi e gli uccelli non volatori si estinsero quando l’uomo arrivò in Nord America,
Madagascar, Nuova Zelanda e Australia. L’uomo ha trasportato
specie diverse sui cinque continenti per migliaia di anni. Heywood (1989) afferma che perfino nella foresta pluviale amazzonica
è possibile osservare l’impatto dell’uomo.
I fragili sistemi del Mediterraneo sono stati modificati dall’intervento dell’uomo per oltre 10.000 anni. I ritrovamenti archeologici indicano che i primi mammiferi non indigeni sono stati portati
a Cipro già nell’VIII secolo a.C. A quel tempo, i marinai esperti
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Foto Dreamstime
4. ERADICAZIONE E CONTROLLO
“Non ci piace considerare nostri
eguali gli animali che abbiamo reso nostri schiavi”
Charles Darwin, Lettere
I punti fondamentali della strategia per combattere la minaccia
delle “specie invasive” sono:
• prevenzione
• individuazione precoce e monitoraggio costante
• mitigazione, eradicazione e controllo
trasportavano a bordo delle loro imbarcazioni specie domestiche
e selvatiche. È in questo modo che diversi mammiferi predatori,
insettivori, micromammiferi e ungulati hanno raggiunto molte
isole del Mediterraneo39.
Tutte queste considerazioni suggeriscono una prospettiva diversa
e opposta alla politica del puro sterminio. Le specie selvatiche
che causerebbero considerevoli danni, come i maiali selvatici, o i
ratti, dovrebbero certamente essere tenuti sotto controllo e le loro popolazioni mantenute entro quantità ridotte. Ma non c’è bisogno di farlo con metodi crudeli di eradicazione, basterebbe
ricorrere a tecniche umane. Nel 1990, il biologo conservazionista
Michael Soulé auspicò la nascita di una nuova disciplina, di una
“ecologia ricombinante” o “mixecologia” il cui compito fosse studiare “le interazioni tra questi nuovi assemblaggi biogeograficamente complessi”. L’ecologia ricombinante non considera le
specie aliene negative di per sé, al contrario, esamina perché alcune specie si mescolino meglio di altre.
Le isole del Canale di California forniscono un esempio interessante della dinamicità degli ecosistemi e delle sottili interazioni
tra le popolazioni, ma anche delle difficoltà nello scegliere quale
equilibrio ristabilire. Su queste isole, l’introduzione dei cinghiali,
Sus scrofa, avvenuta nel decennio del 1850, ha facilitato la colonizzazione dell’aquila reale, Aquila chrysaetos. Le aquile reali
predano sia i piccoli di cinghiale che le specie endemiche di volpe, come l’Urocyon littoralis, con il risultato che ora tre sottospecie di volpe sono minacciate dall’iperpredazione dell’aquila
reale. Il calo della popolazione di volpi ha causato un aumento
della popolazione di un suo competitore naturale, una moffetta
selvatica, Spilogale gracilis amphiala40 . Le volpi, che abitano
sull’isola da 20.000 anni, sono ora minacciate dalle aquile reali
che prima dell’introduzione dei maiali selvatici erano solo transitorie sull’isola, mentre ora possono sostenere una grande colonia
riproduttiva proprio perché possono predare i maiali. La questione della conservazione, tuttavia, è ulteriormente complicata dal
fatto che l’aquila reale stessa, minacciata in altri luoghi, deve essere protetta.
39
40
Masseti, 2009
Roemer et al., 2002
Foto Dreamstime
La prevenzione si basa sull’attuazione di misure preventive efficaci per minimizzare il rischio delle invasioni. Queste misure vanno dal divieto di commercio e dal monitoraggio dei corridoi
invasivi, al ripristino degli habitat per renderli meno vulnerabili
alle invasioni.
Individuare una nuova “specie invasiva”, ed essere in grado di valutare se rappresenti una minaccia consente di scegliere il miglior
metodo possibile per gestire questa popolazione.
La mitigazione consiste nel ridurre una popolazione, o nel creare
un nuovo habitat per una specie minacciata da una specie alie-
Il gatto, che l’uomo ha portato con sé, diffondendolo in tutto
il mondo, in alcuni Paesi è considerato una delle 100 specie
più nocive e combattuto spietatamente con metodi molto
cruenti.
na. L’eradicazione è più drastica e può essere condotta uccidendo
o trasferendo gli animali indesiderati. J.H. Meyes (2000) la definisce come “la rimozione completa di tutti gli individui della popolazione, fino all’ultimo individuo capace di riprodursi, o la
riduzione della loro densità al di sotto del livello di sostenibilità”.
Come si è visto in precedenza, questa tecnica per la rimozione
può essere usata solo nelle fasi precoci del processo di invasione
o su isole piccole e accessibili. Inoltre, è costosa, sia da un punto
di vista logistico che finanziario. Una volta che la specie invasiva
si è stabilita l’unica opzione che rimane è quella del controllo.
L’eradicazione per uccisione si è rivelata fallimentare o impossibile, oltre che violenta per gli animali.
Le specie non desiderate possono essere eradicate e controllate
con diversi metodi, impiegandone a volte più di uno al tempo
stesso.
Le barriere impediscono l’accesso ad animali indesiderati. Le recinzioni sono utili per gli animali più grandi, come gli ungulati,
ma anche per impedire l’accesso ad altri più piccoli, come volpi,
gatti, opossum, conigli, mustelidi, ratti e topi. Un esempio in cui
le recinzioni sono state usate con successo è quello dell’isola di
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Amsterdam, nell’Oceano Indiano, dove le mucche selvatiche sono
state escluse dalle zone popolate dagli uccelli nidificanti come
l’albatro di Amsterdam, Diomedea amsterdamensis41. Le reti si
usano per animali più piccoli come uccelli o granchi, ma ce ne
sono anche per le nutrie e i conigli, mentre le schermature possono essere sufficienti per il controllo degli insetti.
Il controllo biologico fa uso del parassitismo, dell’immunocontraccezione, della predazione o della competizione per diminuire
la sopravvivenza delle specie indesiderate. L’introduzione di predatori per ridurre la densità della popolazione delle specie esotiche ha quasi sempre determinato un fallimento. I predatori
diventano a loro volta invasivi, o ignorano la preda designata e
cacciano specie locali, oppure hanno impatti imprevisti sull’ambiente. Quando le manguste indiane, Herpestes auropunctatus,
furono introdotte nelle Indie occidentali per controllare i ratti,
questi divennero arborei per sfuggire al nuovo predatore terrestre. Il risultato fu che i ratti predarono di più i nidi degli uccelli
sugli alberi, mentre le manguste cominciarono a predare gli uccelli a terra42. La presenza di una preda alternativa è oggi un fattore ben noto: nell’isola di Macquarie, l’introduzione dei conigli,
che ebbe luogo quando i gatti erano già presenti, ebbe un impatto negativo sulla popolazione degli uccelli. Il numero degli
uccelli presenti, infatti, era in grado di nutrire solo una piccola
popolazione di gatti, ma l’arrivo dei conigli fornì una preda alternativa, di cui potevano cibarsi durante l’inverno, consentendo
alla popolazione felina di espandersi. Dieci anni dopo l’introduzione dei conigli, l’iperpredazione felina degli uccelli causò
l’estinzione di tre diverse specie ornitiche (Taylor, 1979a). Le spe-
Micol & Jouventin, 1995
Seaman, 1952
43 Bailey, 1993
41
42
cie introdotte spesso si diffondono in modo incontrollato, ed è
ciò che è avvenuto con la maina comune, Acridotheres tristis,
introdotta nelle Hawaii per il controllo degli insetti della Spodoptera frugiperda, o a Melbourne dove avrebbero dovuto tenere sotto controllo gli insetti nocivi negli orti. Per renderci conto
di quanto l’introduzione di un predatore possa rivelarsi un boomerang, prendiamo in esame ciò che è accaduto in Giamaica. Nel
tentativo di controllare i ratti che danneggiavano i loro raccolti
di canna da zucchero, gli agricoltori hanno introdotto una specie
di formica, la Formica omnivora. Il numero dei ratti non si è ridotto mentre le formiche si sono enormemente diffuse. Quindi
gli agricoltori hanno introdotto il rospo delle canne, Bufo marinus, per controllare i ratti. Ancora una volta, i rospi sono diventati un problema e a quel punto sono state introdotte le
manguste indiane per controllare sia i rospi che i ratti, ma queste
invece hanno predato gli uccelli nativi portandoli a rischio di
estinzione.
La competizione si ottiene introducendo un competitore superiore per ridurre la popolazione della specie indesiderata. Le volpi
artiche, Alopex lagopus, furono introdotte sulle isole Aleutine
all’inizio del XIX secolo, per l’industria delle pellicce. A causa del
loro impatto devastante sugli uccelli marini, si decise di eradicarle introducendo delle volpi rosse, Vulpes vulpes. Alcune volpi rosse sterilizzate furono rilasciate in due delle isole più piccole – le
isole più grandi avrebbero richiesto troppi individui per rendere
la tecnica fattibile – quando non era presente nessuna colonia
nidificante di uccelli marini. Le volpi artiche scomparvero dall’isola, ma le volpi rosse predarono anch’esse gli uccelli locali43.
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Un diverso tipo di controllo biologico si ottiene utilizzando dei
patogeni (virus e batteri) come agenti letali per controllare le
popolazioni. Alcuni esempi sono la Salmonella spp. usata per il
controllo dei roditori, il virus del Myxoma e l’RHD contro i conigli, e il virus della Panleucopenia felina contro i gatti. Si sa che
l’introduzione di predatori o di patogeni44 non può eradicare totalmente una specie, rendendo necessario l’uso di altre misure.
Gli insetticidi microbici sono un altro metodo di controllo biologico.
L’immunocontraccezione è una tecnica di controllo biologico che
utilizza un vaccino che porta il sistema immunitario ad attaccare
le proprie cellule riproduttive, rendendo sterile l’individuo. Considerata il più etico fra i metodi di controllo, verrà esplorata più a
fondo nel capitolo seguente.
I biocidi includono gli insetticidi, gli erbicidi, i rodenticidi e i veleni. Gli anticoagulanti rodenticidi, utilizzati ampliamente nel
controllo dei ratti, dei gatti e dei conigli, funzionano alterando il
normale processo di coagulazione del sangue. Gli anticoagulanti
sono stati usati contro i ratti in tutto il mondo, e la resistenza
che essi hanno sviluppato contro queste sostanze fu notata per
la prima volta in Europa negli anni Sessanta e negli Stati Uniti
negli anni Settanta45. Da allora, sono state sviluppate nuove serie
di anticoagulanti, chiamati di “seconda generazione”, e di “terza
generazione”. I veleni di seconda generazione sono molto più
tossici dei primi, generalmente risultano letali dopo una sola ingestione, hanno tempi di eliminazione molto lenti, e sono efficaci contro i roditori resistenti alla warfarina. Tra questi veleni
troviamo il difenacoum, il brodifacoum, e il bromadiolone. Gli
anticoagulanti sono pericolosi per numerose specie animali: si
accumulano nello stomaco e nel fegato dei carnivori selvatici,
causandone la morte. I mustelidi, i barbagianni e i nibbi reali sono tra le specie più colpite da fenomeni di avvelenamento secondario, indotto cioè dall’ingestione dei resti di prede morte per
avvelenamento 46 . L’avvelenamento secondario ha causato la
morte di volpi rosse, gufi e civette, diverse specie appartenenti al
genere Buteo, nibbi e corvi47, e anche cani e gatti.
Esistono anche veleni ad effetto non anticoagulante, come i
composti di alfacloralosio, un tranquillante che agisce ritardando
i processi metabolici. Si utilizza per uccidere topi e altri piccoli
roditori, in cui provoca la morte per ipotermia. Il calciferolo si
usa in sovradosaggio con i ratti e causa la morte per insufficienza renale da 3 a 6 giorni dopo l’ingestione48. Il diossido di carbonio è utilizzato per uccidere gli animali da tana, causandone
l’asfissia. Tra gli altri veleni utilizzati ci sono l’Alpha-naphthyl
thiourea, l’arseniato, la brometalina, il solfuro di carbonio, la crimidina, la fluoroacetamide (composto 1081), la formaldeide, il
gophacide, un organofosfato, l’acido idrocianico, il lindano, il
bromometano, il normobide, la fosfina, le piretrine, il vacor, la
reserpina, lo scilliroside, il sodio monofluoroacetato, la stricnina,
il tetracloroetano, il solfato di tallio, il fosfuro di zinco. La lunghezza della lista parla da sola.
La gestione dell’habitat comprende la modifica dell’ambiente
utile a creare condizioni meno favorevoli all’insediamento di specie invasive. In agricoltura, un aumento della biodiversità sotto
forma di piante cresciute insieme al raccolto, può fornire cibi alternativi, nettare o rifugi. Un’altra possibilità è data dall’uso di
strutture artificiali. Fornire nidi e scatole per la nidificazione e il
rifugio degli uccelli – sia di uccelli canori che gufi e civette – e di
pipistrelli aiuta ad aumentarne la densità fornendo una forma di
44
controllo naturale dei roditori e degli insetti, al tempo stesso
permettendo di diminuire l’uso di pesticidi.
Trappole. Vengono usate per roditori, gatti, mustelidi, manguste,
conigli, volpi, opossum e altri animali. Tendono ad essere più efficaci con i carnivori. Esistono diversi tipi di trappole, che comprendono versioni letali e non letali. Nonostante ne siano state
sviluppate nuove tipologie, le leg-hold, trappole a scatto che si
stringono intorno all’arto dell’animale, oppure le trappole al laccio, sono entrambe usate estensivamente, anche se causano peraltro moltissime vittime accidentali. Gli animali che rimangono
intrappolati spesso muoiono di morte lenta, dopo grandi sofferenze. Per ridurre le catture accidentali, si utilizzano trappole
considerate meno dannose che permettono di liberare gli animali, come le trappole al laccio metallico che si stringono attorno
alla zampa, trappole a strozzo non letali, trappole imbottite che
scattano intorno all’arto. In realtà, queste trappole, pur essendo
conformi agli standard dell’Agreement on International Humane
Trapping Standard, possono causare ferite gravi e comunque la
sofferenza causata dallo stress di rimanere intrappolati, magari
per giorni, è sempre alta. Le trappole a gabbia sono meno cruente e possiedono un sistema che permette all’animale di entrare
ma non di uscire. In molti casi gli uccelli possono essere catturati
senza far loro del male utilizzando le reti mist-nets.
Caccia con armi da fuoco. Praticato come metodo per eradicare
mandrie di grandi ungulati, è stato usato contro diverse specie di
uccelli e mammiferi. Spesso, per aumentarne l’efficacia, vengono
utilizzati diversi strumenti a supporto, quali elicotteri, cani e ani-
mali esca. Quest’ultimo sistema si utilizza contro vertebrati con
un sistema sociale sviluppato e di grandi dimensioni. Per localizzare la mandria viene fissato un collare radio ad un singolo animale. Una volta individuato il gruppo di animali, questi vengono
uccisi sparandogli dagli elicotteri, o da terra, oppure possono essere catturati e traslocati altrove.
Altri metodi lesivi utilizzati per controllare gli animali selvatici
sono la caccia con l’arco o con i cani, gli esplosivi, l’elettrocuzione, l’affogamento, la distruzione delle tane, iniezioni e gas letali,
Bell, 1995
Meehan, 1984; Jackson, Ashton et al., 1985
46 Newton et al., 1990; Shore et al., 1996; Gillies & Pierce, 1999; Carter & Burn, 2000; Carter & Grice, 2000
47 Newton et al., 1990; Proctor, 1994; Berny et al. 1997; Shore et al., 1999; Stephenson et al., 1999
48 Meehan, 1984
45
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18
l’impedimento della lattazione per uccidere i piccoli in età di allattamento49.
L’eradicazione è un metodo efficace?
La rimozione di una specie da un ecosistema, che si tratti di una
specie “aliena” stabilizzata o di una nativa, avrà delle conseguenze, alcune delle quali non sono desiderabili nemmeno da chi li
attua. Studi approfonditi realizzati prima dell’attuazione del progetto contribuiranno a prevedere alcune di queste conseguenze,
ma ogni tentativo di eradicazione è come un nuovo esperimento
che potrebbe dare dei risultati inaspettati, non estrapolabili dai
programmi precedenti, nemmeno da quelli che hanno avuto più
successo. Nel pianificare le eradicazioni è importante non sopravvalutare la capacità di manipolare con successo popolazioni
e sistemi complessi50. Gli ecosistemi sono dinamici e i rapporti tra
le popolazioni delle diverse specie cambiano nel tempo. Inoltre, si
deve ricordare che le popolazioni animali sono soggette a fluttuazioni periodiche e che l’impatto delle specie invasive può variare con le condizioni stagionali o ambientali o con la densità
della popolazione. Le interazioni tra le specie native e quelle non
native creano complessi legami che dipendono dall’uso delle risorse disponibili, dalla competizione e dalla predazione. In molti
casi, la rimozione delle specie invasive ha causato ciò che è noto
come un effetto trofico a cascata piuttosto che il ripristino dell’ecosistema51. La rimozione di una singola specie, erbivora o predatrice, spesso provoca l’espansione ecologica di una seconda
specie, pianta o preda, precedentemente controllata dalle specie
rimosse52.
A volte, il successo di un’operazione di eradicazione viene definito esclusivamente in termini di assenza delle specie aliene oggetto dell’intervento e non prende in considerazione la risposta
dell’ecosistema invaso. “L’eradicazione di una specie non è il contrario della invasione di quella specie”: Towns (2008) nello studiare l’eradicazione dei ratti del Pacifico, Rattus exulans, dalle
isole che circondano la Nuova Zelanda, scoprì che il ripristino
dell’ecosistema era lento e scarso perché limitato dal ridotto numero delle specie native rimaste. In questo caso, la reintroduzione degli uccelli marini è necessaria per ripristinare le interazioni
trofiche degli uccelli marini. Gli effetti secondari dell’eradicazione comprendono la “cascata trofica”, l’espansione dei mesopredatori e “l’effetto di Sisifo”. Vediamoli più dettagliatamente.
Le cascate trofiche hanno luogo quando cambiamenti nella distribuzione dei predatori influiscono sull’abbondanza di altre
specie ai vari livelli della catena alimentare. Il dingo, considerato
una specie invasiva in Australia, è un predatore situato in cima
alla catena alimentare, pur essendo una specie aliena. Rimuoverlo ha indirettamente contribuito ad incrementare l’attività degli
erbivori come i canguri e l’espansione della volpe rossa, Vulpes
vulpes, anch’esso un mesopredatore esotico, che hanno provocato rispettivamente la perdita del manto erboso e una maggiore
predazione di piccoli mammiferi nativi53. Reintrodurre e mantenere a livello costante una popolazione di dingo andrebbe a tutto vantaggio delle popolazioni locali di mammiferi54, indicando
Littin & Mellor, 2005
Jamieson, 1995
51 Zavaleta et al., 2001
52 Zavaleta, 2002
53 Letnic et al., 2009
54 Letnic et al., 2009
55 Crooks & Soulé, 1999
56 Feare, 1999
57 Bergstrom et al., 2009
49
50
che una specie aliena può assumere un ruolo funzionale come
predatore-chiave.
Una teoria simile è l’ipotesi dell’espansione dei mesopredatori,
secondo la quale una riduzione nell’abbondanza dei superpredatori causa un aumento nell’abbondanza o nell’attività dei predatori più piccoli (i mesopredatori) con impatti negativi sulla
vegetazione e sulle prede dei piccoli predatori55. L’eradicazione
dei gatti dalle isole, per esempio, dovrebbe essere contestuale
agli interventi di rimozione delle loro prede introdotte, che siano erbivori, onnivori, o carnivori. Questo, comunque, non è una
garanzia di successo: l’eradicazione del ratto dall’isola di Bird,
nelle Seychelles, ha causato la diffusione della formica pazza
gialla, Anoplolepis sechellensis, che è diventata una minaccia
per la sterna fuligginosa, Onychoprion fuscatus, e per lo scinco
delle Seychelles, Mabuya sechellensis56. Il programma di eradicazione portato a termine sulle isole Macquarie, a cui si è accennato prima, è un altro esempio di come l’eradicazione di un
predatore, il gatto sia andata a detrimento della fauna locale.
Nel 1878 furono introdotti sull’isola i conigli, ma la loro espansione fu tenuta sotto controllo dai gatti, introdotti sessanta anni prima. Entrambe le specie furono nocive per l’ambiente
dell’isola, i conigli per l’estensione delle zone brucate e i gatti
per l’iperpredazione, che comportò l’estinzione di due specie ornitiche inabili al volo. Nel tentativo di eradicare i conigli, fu introdotto annualmente il Myxoma virus. Quando la popolazione
dei conigli diminuì fu subito chiaro che i gatti stavano cambiando l’oggetto della loro predazione sugli uccelli marini. Nel 1985,
si avviò un programma di eradicazione dei gatti e l’ultimo gatto
fu ucciso a fucilate nel 2000. La popolazione dei conigli esplose
e complesse comunità vegetali furono trasformate in prati tosati o in terreni nudi57.
Sisifo era un personaggio della mitologia greca che fu condannato dagli dei al vano compito di spingere eternamente un macigno su per una montagna, solo per vederlo rotolare nuovamente
a valle. In ecologia, l’effetto di Sisifo si ha quando la rimozione
di una specie aliena ha per risultato l’imprevista diffusione di
un’altra specie aliena. L’eradicazione delle capre e dei maiali dall’isola di Sarigan, una delle isole delle Marianne, provocò la diffusione dell’Operculina ventricosa, un convolvolo esotico che nel
giro di pochi anni cominciò a soffocare la vegetazione che si stava riprendendo.
Nonostante questi punti a suo sfavore, ogni qualvolta sia possibile, l’eradicazione rimane il metodo più scelto in ecologia ed è
preferito al contenimento, che ha come obiettivo limitare un’ulteriore diffusione di specie non desiderate, o al controllo, il cui
obiettivo è ridurre la presenza delle specie invasive.
Anche se un certo numero di tentativi di eradicazione in piccole
e ben delimitate aree ha avuto successo, migliorando l’equilibrio
ambientale, la maggior parte dei programmi di eradicazione, specialmente quando sono rivolti contro specie ben stabilizzate, ha
avuto un’alta percentuale di fallimento. Inoltre, questi programmi sono costosi, richiedono molte risorse e mano d’opera, e possono essere pericolosi per l’ambiente e per le specie che non sono
oggetto dell’eliminazione.
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L’eradicazione è eticamente accettabile?
La maggior parte delle tecniche e dei metodi di eradicazione impiegati sono estremamente crudeli e causano sofferenza sia agli
animali contro cui vengono rivolte sia ad altri animali in quanto
vittime accidentali. Dato che spesso è necessario fare uso di una
combinazione di tecniche per lunghi periodi di tempo, la sofferenza causata viene moltiplicata.
La trappola a tagliola provoca stress e paura; quando la morsa si
chiude intorno alla zampa, la può ferire, tagliando i tendini ed i
legamenti e spezzando le ossa. Spesso gli animali che rimangono
intrappolati cercano di strapparsi la zampa a morsi e anche
quando non lo fanno, lottano per liberarsi ferendosi ancora più
gravemente. Muoiono dopo diversi giorni, per disidratazione,
emorragia, ipotermia, o perché vengono predati da altri animali.
Sono vittime coscienti, spaventate, sofferenti e angosciate. Seconda Iossa (2007) la gran parte delle trappole utilizzate per uccidere non soddisfa, neppure lontanamente, gli standard minimi
del benessere animale. Sia le trappole utilizzate per uccidere sia
quelle utilizzate per catturare gli animali sono efficaci quando
vengono sottoposte a dei test sperimentali, ma non nelle operazioni sul campo. Quando vengono testate le trappole, gli animali
utilizzati sono anestetizzati e le loro reazioni sono quindi diverse
da quelle degli animali catturati in natura.
Nel loro studio sulla crudeltà dei metodi impiegati nel controllo
dei ratti, Mason e Littin definiscono un metodo “non crudele”
quando provoca il minor numero possibile di sintomi prima di
causare la perdita di conoscenza e la morte, e se non ha effetti
deleteri duraturi sugli animali che sopravvivono. I metodi più
cruenti causano un dolore o un’angoscia acuti e prolungati, e
rendono malati o disabili gli animali che sopravvivono. Non sorprende che i risultati del loro studio indichino che la maggior
parte dei metodi utilizzati nel controllo dei roditori siano cruenti
e che vengano applicati senza considerare il benessere degli animali. Sempre ad avviso di Mason e Littin, bisognerebbe usare, invece, metodi meno crudeli, come le trappole a molla,
l’elettrocuzione, il gas cianuro, l’alfa-clorato, ma anche l‘esclusione e l’eliminazione delle risorse di cibo e di luoghi dove rifugiarsi e nidificare.
Gli anticoagulanti, come il brodifacoum, uno dei rodenticidi più
utilizzati, provocano una morte lenta dopo una lunga agonia. La
morte può sopraggiungere entro la giornata58, ma può anche
tardare dai 4 agli 8 giorni. Inoltre, negli avvelenamenti subletali
gli individui rimangono malati per un lungo periodo di tempo.
La definizione di Fraser (1996) della “fucilazione non cruenta” richiede che si spari alla testa dell’animale, a bruciapelo. Alla maggior parte degli animali, però, non si spara in un modo così
preciso, né muoiono di una morte immediata. Gli animali feriti,
inoltre, possono subire danni gravi e cronici per le ferite infette,
e malesseri dissociativi e/o ansiosi. Inoltre, gli animali feriti non
possono restare con il loro gruppo, né nutrirsi, bere o sottrarsi a
situazioni pericolose.
Anche se l’eradicazione ottenesse dei risultati positivi, i suoi costi in termini di sofferenza per gli animali e la crescente ostilità
dell’opinione pubblica nei confronti di queste tecniche, rendono
prioritaria la ricerca di metodi nuovi e più etici. L’eradicazione
completa dei gatti selvatici dall’isola di Marion, nell’Oceano Indiano meridionale, è stata considerata da alcuni un successo, da
altri un programma odiosamente crudele. La rimozione completa di tutti i gatti da un’isola che misura 290 metri quadrati, abitata da non più di 2.300 gatti59, ha richiesto ai biologi 19 anni
58
59
Gill et al., 1994, PSD, 1997; Littin et al., 2000
van Aarde, 1980
di lavoro e l’applicazione di diversi metodi di eradicazione. Il
progetto, iniziato nel 1974 e finito nel 1993, fu diviso in 7 fasi
diverse. Dopo uno studio preliminare, il gruppo di lavoro creato
ad hoc per lo sterminio dei gatti e dei topi sull’isola di Marion,
scelse di usare il controllo biologico per mezzo del virus della
panleucopenia felina. Vennero catturati alcuni gatti e tenuti in
gabbia sull’isola per poterli usare come futuri portatori della
malattia. Nel 1977, la malattia, che doveva essere soltanto una
misura di controllo primaria, fu diffusa con un’irrorazione aerea.
Dopo un calo iniziale nel numero di gatti presenti, la popolazione si riprese rapidamente e nel 1981 venne messo in atto un
programma di caccia con armi da fuoco della durata di tre anni.
La caccia con armi da fuoco e con i cani venne utilizzata in
combinazione con le gin traps, trappole a scatto considerate tra
le più crudeli e dannose. Diverse specie non oggetto di eradicazione rimasero vittima delle trappole, tra questi i prioni di salvin, Pachyptila salvini, gli stercorari antartici, Catharacta
Antarctica, i chioni minori, Chionis minor, gli eudipte crestati,
Eudyptes chrysocome, e tanti altri ancora. Infine, un programma di avvelenamento con l’uso del sodio monofluoroacetato,
composto 1080 – che era stato scartato in precedenza per via
dell’impatto sugli uccelli - permise di sterminare la popolazione
felina. Gli ultimi individui furono intrappolati nel luglio del
1991.
Tanta crudeltà non è necessaria, nemmeno per eradicare una
specie che molti biologi considerano essere una delle specie introdotte più dannose, specialmente sulle isole. I gatti sono stati
rimossi dall’isola di San Nicolas, in California, senza causare sofferenze non necessarie e con la collaborazione della Humane Society of the United States, la società statunitense per la
protezione degli animali. Lo studio, che ebbe inizio a giugno del
2009, si concluse nel febbraio del 2010, e cercò di utilizzare soltanto metodi non letali: trappole a scatto imbottite e cani addestrati nella ricerca di felini. Per catturare il maggior numero di
gatti vivi, la caccia notturna con le torce venne utilizzata solo in
quelle zone dove le trappole non funzionavano. Furono catturati
57 gatti, poi trasferiti in una colonia felina in California.
Intervista a Pedro Luís Geraldes
Pedro Luís Geraldes lavora ad un progetto LIFE chiamato Safe Island for Seabirds (“Isola sicura per gli uccelli marini”) organizzato
dalla RSPB (Royal Society for the Protection of Birds) il cui obiettivo è l’eradicazione di ratti e gatti dall’isola di Corvo, nelle Azzorre, ma anche ripristinare la vegetazione reintroducendo specie
endemiche. Il progetto è finanziato dalla Comunità Europea e
che ha come partner, il municipio e la SPEA, partner portoghese
di BirdLife.
Corvo è l’isola più piccola dell’arcipelago volcanico delle Azzorre.
Ha una superficie di 17,13 chilometri quadrati e ha circa 500
abitanti. L’isola è raggiungibile in aereo o in traghetto. Il 17,5%
della superficie dell’isola è utilizzato per l’agricoltura. Il Parco
Naturale di Corvo comprende la zona protetta di Caldera di Corvo e l’area protetta della costa.
Come tante altre isole, anche a Corvo l’uomo ha introdotto delle
“specie invasive”: diverse specie di piante, roditori, gatti, cani, pecore e capre. La popolazione di uccelli marini che si riproducono
sull’isola è diminuita, probabilmente a causa della predazione da
parte di gatti e di ratti.
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Può raccontarci in che cosa consiste il progetto di eradicazione
che state mettendo a punto per l’isola di Corvo?
Al momento attuale c’è una ricerca preliminare in corso. Entro la
fine del 2013 consegneremo un rapporto che dovrà stabilire la
praticabilità dell’eradicazione delle specie considerate nocive, lo
status degli uccelli marini e quali sono le soluzioni possibili al
problema della predazione da parte di ratti, topi e gatti.
L’intera popolazione è concentrata in un solo centro urbano, Vila do Corvo, mentre il resto dell’isola è utilizzato per l’agricoltura e l’allevamento. Diverse specie di uccelli marini si riproducono
sull’isola: berte maggiori, berte minori fosche e altre specie di
procellaridi, tra cui l’uccello delle tempeste. Le colonie, che si
trovano su scogliere verticali di 500 m. di altezza, sono inaccessibili e gli uccelli vengono studiati tramite telecamere, sensori di
movimento, eccetera. Molti di questi uccelli si riproducono in
zone che i gatti e i ratti non riescono a raggiungere, ma non
tutti, e questi sono esposti a predazione.
Stiamo lavorando per migliorare la consapevolezza del pubblico,
insegnando loro l’importanza delle colonie di uccelli marini, del
riciclaggio di materiali, della sterilizzazione dei gatti e del tenerli
sotto controllo. Abbiamo realizzato una campagna di sterilizzazione che è durata 3-4 mesi, durante i quali abbiamo sterilizzato il 90% dei gatti presenti sull’isola e li abbiamo microchippati.
Abbiamo chiesto alle autorità locali di finire il lavoro, e pensiamo che ci siano ancora circa 200 gatti liberi.
Per quanto riguarda i roditori, in passato abbiamo usato delle
barriere come quelle che si usano in Nuova Zelanda per creare
una piccola riserva priva di predatori dove si trovano le colonie
riproduttive di uccelli. Per diversi mesi non sono entrati né topi,
né ratti, ma poi abbiamo scoperto un passaggio. Stiamo studiando la densità dei roditori, le fluttuazioni nella popolazione,
le interazioni con l’habitat, qual è l’impatto che hanno sugli uccelli, quanti uccelli vengono uccisi ogni anno, in che modo i ratti
– ma anche i gatti – influiscono sulla riproduzione degli uccelli.
Il progetto ebbe inizio nel 2009 e i risultati di quell’anno indicavano che i ratti fungono da preda alternativa agli uccelli per i
gatti. In assenza dei ratti, i gatti predano più pulcini di berte
maggiori. Siamo aperti ad utilizzare metodi di controllo non tradizionali, come il controllo della fertilità. Dobbiamo mettere a
confronto i costi e la manodopera necessaria per ogni metodo.
E, se è possibile, capire come può venire fatto e paragonare questa possibilità ad altre soluzioni.
A Corvo non è possibile utilizzare veleni perché è abitata e l’uso
di veleni anche in zone ristrette potrebbe causare avvelenamenti
di secondo grado in persone e animali domestici. Dobbiamo stabilire se è possibile eradicare i ratti, quali sono i costi e la manodopera richiesti. E, se è possibile, come deve essere fatto.
SOMMARIO
• I metodi di eradicazione sono altamente controversi
• Sono per lo più cruenti e causano sofferenze non necessarie,
sia agli animali che alle persone che si preoccupano del loro
benessere
• Spesso sono controproducenti (effetti secondari, impatti negativi sull’ambiente)
• Possono risultare ugualmente o più costosi dei danni finanziari causati dalle specie che si propongono di rimuovere
• Sono raramente efficaci o definitivi come invece vogliono
promettere
60
Litton et Mellor, 2005
Thiriet, 2007; McEwen 2008; Warburton and Norton 2009
62 Littin & Mellor, 2005; Schmidt, R.H. 1989; de Boo, J., Knight, A., 2005
61
5. VERSO UNA GESTIONE NON CRUDELE DELLE SPECIE
ALLOCTONE
“Il compito più alto di un uomo è
sottrarre gli animali alla crudeltà”
Emile Zola
Implicazioni etiche
Nonostante la grande quantità di studi scientifici realizzati su
come combattere le specie aliene, la questione del loro benessere, e della sofferenza inflitta dai metodi di eradicazione e di
controllo, è stata poco studiata. Questo approccio riflette una
tendenza più generale. In Europa, la Convenzione di Berna, nelle
sue raccomandazioni sui vertebrati terresti alloctoni, afferma
che i metodi di eradicazione dovrebbero essere selettivi, etici,
non crudeli e in linea con l’obiettivo di eliminare in modo permanente le specie invasive. Allo stesso tempo, però, consente
delle eccezioni ai fini della conservazione e della gestione degli
ecosistemi. La verità è che la fauna selvatica, una volta etichettata come “dannosa”, non ha di fatto alcuna protezione legale e
il suo benessere non viene preso in considerazione. Negli ultimi
anni, alcuni dei metodi più cruenti utilizzati per sterminare gli
animali selvatici sono stati oggetto di indagine. In Europa, questo ha portato al divieto di utilizzare le trappole a scatto che si
chiudono sugli arti e di alcuni veleni, come l’arsenico e la stricnina60. In alcuni casi, le proteste della pubblica opinione hanno
portato benefici sia alle specie bersaglio sia alla ricerca scientifica. In Nuova Zelanda, gli opossum, Trichosurus vulpecula, introdotti nel 1837 per l’industria delle pellicce, rappresentavano una
delle più grandi minacce per le foreste e la fauna native, e contribuivano alla diffusione della “tubercolosi bovina”. Nel 1940, la
Nuova Zelanda cominciò ad eradicare gli opossum utilizzando
diversi veleni, tra cui il sodio monofluoroacetato, composto
1080, e le trappole a scatto. La preoccupazione suscitata da
questi metodi, considerati inutilmente cruenti, promosse la ricerca di nuove tecniche meno crudeli che a sua volta ha portato
alla redazione di standard internazionali sull’efficienza delle
trappole e sull’assenza di crudeltà delle metodologie impiegate.
Attualmente, i responsabili del controllo della fauna selvatica
utilizzano trappole diverse e meno lesive. La Nuova Zelanda non
ha soltanto redatto nuovi standard che prendono in considerazione il benessere degli opossum, ma il World Conservation
Union ha proposto la creazione di un solo standard internazionale per le trappole.
I programmi di eradicazione di mammiferi e di uccelli stanno catalizzando sempre più attenzione in tutto il mondo, per via del
forte impatto che i metodi utilizzati hanno sul benessere delle
specie61. Gli animali, sia che si tratti di animali considerati “dannosi” o di animali da compagnia, provano dolore allo stesso modo; l’interesse del pubblico per gli “animali dannosi” in quanto
esseri senzienti, sta crescendo in tutto il mondo. Il fenomeno va
di pari passo con l’aumento dell’interesse e del coinvolgimento
da parte delle organizzazioni per la difesa degli animali62. Il pubblico dovrebbe essere pienamente informato sui programmi di
eradicazione, i cui costi e benefici, etici e non, così come gli
obiettivi, dovrebbero essere chiaramente delineati. I metodi scelti
dovrebbero essere i meno crudeli che esistono. Gli animali-bersaglio non dovrebbero essere rappresentati negativamente al solo
scopo di ottenere l’appoggio del pubblico. Evitare di causare sofferenze agli animali da eradicare e alle potenziali vittime deve
essere una priorità.
IMPRONTE DICEMBRE 2013 - SPECIE ALIENE 2_Layout 1 05/02/14 09:11 Pagina 21
21
Secondo l’utilitarismo filosofico di Peter Singer (1990), i benefici
di un’operazione di eradicazione devono superare i costi etici. I
costi etici in termini di imprevedibilità dei risultati di tali programmi, dei loro effetti secondari e delle vittime accidentali non
giustificano la sofferenza imposta. I casi di fallimento sono abbastanza comuni, al punto da costituire una preoccupazione
concreta. In tutti questi casi, i costi sono stati enormi, sia in termini finanziari sia in quantità di sofferenza causata agli animali
uccisi, senza peraltro ottenere benefici. Osservando diversi studi
realizzati in Nuova Zelanda, vediamo che 159 programmi sono
stati considerati riusciti, mentre altri 15 (l’8%) sono falliti; per i
topi i dati sono 30 programmi di successo con il 19% di fallimento (7 casi), per le capre, 120 successi e l’8% di fallimenti (10
casi); per i gatti forastici abbiamo 79 successi con il 18% di fallimenti (17 casi)63. Ma tutto questo, senza sapere veramente quali
sono le condizioni post-eradicazione delle isole e se il termine
“successo” si riferisce soltanto alla rimozione totale degli animali
o alla ripresa dell’ecosistema, riportato alle sue condizioni preinvasione.
Le decisioni etiche che assumiamo, derivano dall’insieme di valori
di cui siamo portatori, che a sua volta è il prodotto della nostra
cultura, religione, di ciò in cui crediamo, delle nostre intuizioni,
delle esperienze che abbiamo avuto nell’infanzia e dell’educazione. La scienza non è libera da pregiudizi, sia i cittadini che gli
scienziati sono intrisi della loro cultura e di ciò in cui credono.
Mentre il benessere animale appartiene al campo della scienza, il
modo in cui ognuno di noi interpreta l’umanità e giustifica il
trattamento degli animali non umani è più personale e filosofico.
La questione della considerazione degli animali in quanto esseri
senzienti è un punto importante nella gestione delle cosiddette
specie “dannose”. Anche se il pubblico può reagire in modo diverso a seconda della specie combattuta, la tendenza verso una
maggiore protezione dei diritti degli animali non è un processo
reversibile e attraversa la società in modo verticale. I politici e i
difensori dei diritti degli animali devono trovare dei punti di
contatto per poter discutere e trovare una soluzione accettabile
per tutte le parti, anche perché solo così può essere vincente e
duratura.
I biologi della conservazione e i difensori dei diritti degli animali
si preoccupano entrambi degli animali, ma mentre i primi li con-
siderano dei beni, delle proprietà, i secondi li considerano esseri
senzienti, come afferma il Trattato dell’Unione Europea. I biologi
della conservazione vogliono proteggere, preservare, e ripristinare sia le specie che interi ecosistemi per mezzo di metodi, senza
tener conto del dolore e dello stress che queste tecniche causano
agli animali combattuti. Essi spesso accusano i difensori dei diritti degli animali di cinismo nei confronti delle specie native e di
preoccuparsi soltanto di quelle “invasive”, o di essere sentimentali nei confronti di gatti forastici, scoiattoli, volpi, e di altri
animali che suscitano tenerezza. Eppure, i programmi di eradicazione non colpiscono soltanto le specie bersaglio, ma anche le
altre64. Questi progetti possono durare anni durante i quali centinaia, o anche migliaia di animali vengono sterminati con grandi
sofferenze. TAVOLA 1.
Tavola 1. Le isole più grandi dove l’eradicazione è stata considerata un successo.
Nel caso delle mucche, sono state eradicate solo da una zona dell’isola di Amsterdam.
Mammiferi
Isola e paese
Volpe artica
Ratto comune
Tricosuro
volpino
Wallaby delle rocce
dalla coda a spazzola
Gatto
Attu, Alaska, USA
St Paul, Francia
Rangitoto-Motutapu,
Nuova Zelanda
Rangitoto-Motutapu,
Nuova Zelanda
Marion, Sub antartico
Mucche
Anitra
Topo
Ratto norvegese
Maiale
Ratto del Pacifico
Coniglio
Volpe
Pecora
Amsterdam, Oceano Indiano
San Clemente, California
Enderby, Nuova Zelanda
Langara, Canada
Santiago, Galapagos
Kapiti, Nuova Zelanda
Enderby, NZ
Dolphin, Australia
Campbell, Nuova Zelanda
Dimensioni
(km2)
905,8
8
38,5
Metodo
Caccia e trappole
Veleno
Caccia, trappole, cani
Stima
eradicazione
373
8-12000
21000
Durata intervento
(anni)
?
3
8
38,5
Veleno, trappole, cani
12500
8
190
Controllo biologico,
trappole, caccia, veleno
Caccia
Caccia, trappole
Veleno
Veleno
Caccia, cani
Veleno
Veleno
Veleno
Caccia
2790+ 1124
19
1059
30000
?
3000
19210
?
?
30
?
2
19
3
<1
27
<1
3
10
21
55
148
7,1
32,5
584,6
19,7
7,1
32,8
112,2
Adattata da Courchamp et al. (2003) Mammals invaders on islands
63
64
Nogales, 2004; Campbell e Donlan 2005; Clout e Russell, 2006; Howald et al. 2007
Cowan, 1992
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22
Per i sostenitori dei diritti degli animali, la crudeltà non è un’opzione, e i metodi generalmente impiegati dai biologi non sono
considerati etici. I difensori dei diritti degli animali condividono
il pensiero che Jeremy Bentham anticipò nel XVIII secolo, sostenendo che il problema degli animali non è “Possono ragionare?”,
né “Possono parlare?”, ma “Possono soffrire?”. I difensori dei diritti degli animali vogliono diminuire la sofferenza di questi.
Mentre la gran parte dei biologi sono interessati ai risultati
quantitativi, gli attivisti si preoccupano del destino degli animali.
Quali sono i metodi non cruenti per il controllo della fauna
selvatica?
I modelli attualmente utilizzati per l’eradicazione dei vertebrati
prendono in considerazione la sicurezza, i costi, la fattibilità, l’efficacia, la disponibilità, il periodo, le condizioni atmosferiche, e la
richiesta di mano d’opera. È necessario che il benessere animale
entri a far parte del modello decisionale, come in effetti, dovrebbe essere65. La crudeltà di un metodo di eradicazione dipende dal
dolore e dallo stress che causa, dalla durata della sofferenza e dal
numero di animali colpiti66. Come indica Litton (2004) dovremmo ridurre la sofferenza che causiamo agli animali ed è necessario realizzare ulteriori studi scientifici per sviluppare metodi
meno crudeli. Inoltre, la possibilità dell’eutanasia dovrebbe essere
normalmente presa in considerazione.
Fisher (1998) ha elencato alcuni pensieri di buon senso, che dovrebbero essere sempre tenuti presenti:
• “Gli animali sono esseri senzienti, e quindi per loro è importante il modo in cui vengono trattati;
• siamo responsabili degli animali che dipendono dalle nostre
decisioni;
• non bisognerebbe mai far soffrire gli animali, a meno che
non sia assolutamente necessario;
• nel trattare gli animali bisognerebbe usare quei modi che impongono loro meno sofferenze;
• alcune sofferenze imposte agli animali dovrebbero essere
proibite, indipendentemente dal beneficio che se ne può
trarre”.
In effetti, l’importanza sempre maggiore che si dà al benessere
animale, sta portando la ricerca scientifica verso metodi di controllo più umani, ma è assolutamente necessario che si stabilisca
una politica di benessere rispetto agli animali selvatici.
Le leggi esistenti sono tese a proteggere le persone e la biodiversità dall’impatto delle specie invasive, ma quali sono gli obblighi
legislativi, in Italia e nell’Unione Europea, volti a ridurre ed evitare metodi cruenti di controllo delle specie selvatiche, minimizzando la loro sofferenza?
Alternative non cruente per il controllo degli animali selvatici
Esistono metodi di controllo non letali delle specie aliene che
possono essere utilizzati con successo. Strumenti quali le barriere
Foto Dreamstime
65
66
Schmidt, 1989
Gregory et al., 1996
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23
fisiche, le barriere elettriche o quelle metalliche per impedire
l’accesso ai vertebrati o i repellenti chimici contro uccelli, roditori, insettivori e ungulati, sono certamente meno cruenti ed evitano danni all’agricoltura. Le trappole per la cattura in vivo e il
controllo della fertilità e della riproduzione dovrebbero essere
usati ogni volta che sia possibile. Tutti questi metodi possono essere usati in combinazione con altre misure. Nel 2005 è stato
portato a termine un progetto di eradicazione di gatti forastici
sull’isola d’Elba senza l’uso di metodi cruenti. I gatti furono catturati con l’aiuto di volontari e trasferiti sul continente, dove furono sterilizzati e rilasciati presso colonie feline locali. Nel 2000,
presso il Melbourne Royal Botanical Gardens, gli attivisti per i diritti degli animali bloccarono un tentativo di decimare una colonia di volpi volanti dalla testa grigia, Pteropus poliocephalus. Nel
2002, venne messo in atto un nuovo programma che si proponeva di trasferire una colonia di volpi volanti con l’aiuto di deterrenti acustici e il trasporto di un certo numero di individui nella
sede stabilita. La colonia non si trasferì nel luogo designato, ma
in altre zone e alla fine si stabilì nello Yarra Bend Park, a Kew, da
dove non fu più allontanata.
Forse il vero problema sta nel fatto che per i biologi della conservazione le considerazioni economiche sono più importanti di
quelle etiche e sociali. Un piano di eradicazione basato sull’uccisione per mezzo di armi da fuoco è meno costoso dello stesso
piano basato su trappole in vivo e trasferimenti ed è più probabile, quindi, che venga approvato dai politici. Allo stesso tempo, il
non prendere in considerazione il benessere degli animali in oggetto, scatenerà l’opposizione dell’opinione pubblica, mettendo a
rischio l’immagine pubblica dei politici che sostengono questi
progetti. Il fallimento del progetto di eradicazione dello scoiattolo grigio, Sciurus carolinensis, iniziato nell’aprile del 1997 in Piemonte, fu dovuto all’opposizione dell’opinione pubblica e delle
organizzazioni per i diritti degli animali. Solo con la collaborazione tra i biologi della conservazione e i sostenitori dei diritti degli
animali sarà possibile trovare una soluzione. Un piano basato su
metodi non crudeli godrà del sostegno da parte dell’opinione
pubblica e avrà più possibilità di avere successo a lungo termine
e sarà, tra l’altro, più conveniente da un punto di vista finanziario67.
Il controllo della fertilità
Il controllo della fertilità è forse il metodo più umano ed efficace
per la gestione delle popolazioni selvatiche. Questa tecnica offre
molti vantaggi rispetto ai metodi di rimozione più tradizionali. È
efficace perché consente di ottenere una riduzione costante della popolazione e, non facendo uso di veleni, ha un minor impatto
sull’ambiente. Inoltre, essendo pensato per non causare sofferenza, è eticamente accettabile, oltre che specie-specifico. L’immunocontraccezione, che usa un virus come vettore, si diffonde
autonomamente e può quindi essere usata per gestire grandi
aree ad un costo molto basso.
Il controllo della fertilità si può ottenere sia con tecniche meccaniche che chirurgiche: l’alterazione endocrina e l’immunocontraccezione. Le tecniche chirurgiche richiedono la cattura degli
animali, il che rende il metodo molto costoso e impossibile da
applicare nella maggior parte di specie selvatiche. L’alterazione
67
Perry, 2004
Kirkpatrick, 2011
69 Bradley, Hinds, & Bird, 1977
70 Tyndale-Biscoe, 1994
71 Nash et al., 2004
72 Tundale-Biscoe, 1994
68
endocrina richiede l’impianto di ormoni steroidei e non steroidei
per alterare il funzionamento ormonale. I vaccini immunocontraccettivi stimolano la risposta del sistema immunitario e immunizzano l’animale da una proteina, come la membrana
glicoproteica che avvolge l’uovo o le proteine dello sperma, o da
un ormone, come il GnRH, necessari per la riproduzione. Alcuni
di questi vaccini possono essere somministrati anche a distanza.
Questa tecnologia fa uso di un fucile ad aria compressa che spara un proiettile bio-assorbibile o una freccia contenente il vaccino. Sono stati studiati vettori microbici, batterici e virali per
somministrare i vaccini a diverse specie selvatiche. Facendo uso
di tali vettori, il PZP o il GnRH, che provocano l’inibizione della
fertilità, possono essere somministrati alle specie oggetto di controllo68. Quando un individuo viene infettato dall’immunocontraccezione veicolata da virus (VVIC), il suo sistema immunitario
attacca le sue stesse cellule riproduttive rendendo sterile l’animale. Gli individui sono infettati attraverso una proteina dei gameti che stimola la risposta immunitaria: gli anticorpi prodotti si
legano a queste proteine e bloccano la fertilizzazione69. L’VVIC
utilizza un virus specie-specifico per diffondere il vaccino tra la
popolazione, introducendo il gene che racchiude (encode) la proteina riproduttiva nel genoma del virus70. Queste tecniche sono
state utilizzate con diverso successo sugli scoiattoli di terra,
Spermophilus beecheyi71, cani e gatti forastici, cavalli selvatici,
Equus caballus, elefanti africani, Loxodonta africana, tra le altre
specie. Kirkpatrick (2011) indica che al momento attuale sono 76
le specie esotiche e 6 le specie selvatiche in libertà che vengono
controllate con l’uso dell’immunocontraccezione PZP. L’VVIC è
considerata adatta a specie che vivono in aree grandi ed inaccessibili. I vettori dei microorganismi ricombinanti potrebbero essere
disseminati tramite trasmissione sessuale, contagio, oralmente o
per mezzo di un artropode portatore72. Il controllo della fertilità
per mezzo dei vaccini è oggi una realtà.
In Australia, nonostante gli intensi sforzi per eradicarli, gli opossum continuano ad essere considerati una delle più grandi minacce per i raccolti locali. Le popolazioni di opposum ridotte
dalle esche cariche di composto 1080, si riprendono grazie alla
colonizzazione e ad una maggiore riproduzione, e una continua
gestione, con queste modalità, diventa molto onerosa. Inoltre, gli
opossum imparano ad evitare il veleno non consumando le esche
avvelenate. Alcuni scienziati hanno manipolato geneticamente
delle carote, un cibo molto apprezzato da questi animali, perché
possano esprimere la zona pellucida. Iniettata negli animali, ha
creato un calo massimo della fertilità del 75%.
Courchamp e Cornell (2000) propongono di utilizzare l’immunocontraccezione come alternativa all’uso di anticoagulanti, del virus della panleucopenia felina, della caccia, del trappolaggio e
dell’uccisione con armi da fuoco nel controllo dei gatti forastici.
Nella loro simulazione matematica, analizzano l’VVIC. Miller et
al. (2004) hanno dimostrato che un vaccino GnRH ha avuto dei
risultati promettenti nei gatti maschi. Più recentemente, Levy
(2001) ha pubblicato uno studio sulla fertilità a lungo termine
delle gatte, che indica che l’immunocontraccezione per mezzo
del GnRH è efficace anche nel gatto.
I roditori sono per lo più specie r-strateghe: esse raggiungono la
maturità sessuale presto, portano a termine diverse gravidanze
l’anno dopo una gestazione breve, hanno un alto tasso di disper-
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sione dei giovani e una breve aspettativa di vita. Il topo domestico, Mus domesticus, ha un’aspettativa di vita in libertà che va
dai quattro ai sei mesi; le femmine possono partorire ogni 21
giorni e una coppia di topi può dare vita a centinaia di piccoli
nel corso della loro vita. Queste specie vengono controllate più
efficacemente limitando il loro potenziale riproduttivo piuttosto
che aumentando la mortalità, che è ciò che fanno i veleni. Nel
1997, Miller et al. paragonarono l’efficacia di due vaccini contraccettivi sul ratto norgevese, Rattus novergicus: la zona pellucida estratta dal topo (mouse zona pellucida peptide) e l’ormone
GnRH. Scoprirono che il GnRH provoca un’infertilità del 100% sia
nei maschi che nelle femmine e potrebbe essere usato per controllare l’espansione dei ratti in natura.
Ci sono anche contraccettivi aviari in fase di studio. Il Diazacon è
un farmaco che venne sviluppato per controllare il livello di colesterolo nell’essere umano. Inibisce la conversione di desmosterolo in colesterolo, bloccando indirettamente la produzione di
ormoni che dipendono dal colesterolo per la produzione di sperma e di uova. Può essere somministrato nel cibo ed è stato studiato su diverse specie aviarie 7 3 . La Nicarbazina viene
comunemente utilizzata per prevenire la coccidiosi nei polli da
allevamento. È usata come antifecondativo con diverse specie
aviarie poiché distrugge la membrana del tuorlo nell’uovo e può
essere somministrata nel cibo (piccioni, anseriformi).
Intervista con Jay Kirkpatrick
Jay Kirkpatrick è il direttore del Science and Conservation Center,
in Montana, negli Stati Uniti. Il centro, creato nel 1998, è un’organizzazione non-profit indipendente che si dedica al controllo
della fertilità delle specie selvatiche con metodi non cruenti. Kirkpatrick, forse il più grande esperto al mondo di immunocontraccezione, conduce ricerche in questo campo da oltre 40 anni.
Nel corso dei suoi studi, ha elaborato tecniche eticamente accettabili e non cruente per il controllo della fertilità e metodi di ricerca sulla riproduzione delle specie selvatiche che non fanno
ricorso alla cattura degli animali.
Come ha cominciato a lavorare sull’immunocontraccezione?
Nel 1971, il Congresso approvò la Wild Free-Roaming Horses and
Burros Act, una legge che garantiva la protezione completa dei
cavalli selvatici. A quel tempo, le mandrie di cavalli venivano tenute sotto controllo con l’abbattimento – i cavalli venivano catturati e mandati al macello, non esistevano gruppi di
monitoraggio, non c’era niente – ma questo sistema brutale
causò un’esplosione demografica della popolazione. Il Bureau of
Land Management e lo U.S. Forest Service vennero incaricati di
controllare il numero di cavalli selvatici presenti su terreni pubblici. Io stavo cominciando la mia carriera, e il Bureau of Land
Management ci contattò per chiederci aiuto nello sterilizzare i
cavalli selvatici.
Da allora, qui al Science and Conservation Center in Montana
abbiamo lavorato con successo su cinque gruppi diversi di animali. Abbiamo sterilizzato cavalli, equini in generale; cervi presenti nelle zone urbane, dove la caccia non è legale o non è
sicura; animali negli zoo in luoghi come l’Australia o Tel Aviv, in
Israele. Abbiamo lavorato con 85 specie di animali diversi tenuti
in cattività negli zoo. In Africa, abbiamo sterilizzato elefanti
africani in 14 o 15 parchi diversi. Abbiamo anche intrapreso
progetti più piccoli, come la sterilizzazione del wapiti, del buffalo indiano. L’immunocontraccezione è stata testata con successo non solo sugli ungulati, ma anche sugli elefanti, i pinnipedi,
gli orsi e persino i pipistrelli.
73
Yoder et al., 2005
Lavora nel campo dell’immunocontraccezione da circa 40 anni.
Quali sono gli ostacoli principali che ha trovato al momento di
utilizzare la tecnica sul campo? Problemi tecnici nella somministrazione del vaccino, conseguenze indesiderate o inaspettate, l’opposizione dei cacciatori, o altro ancora?
Ci sono diversi problemi, alcuni dei quali sono scientifici, ma i
veri ostacoli alla diffusione dell’immunocontraccezione sono sociali, politici, culturali ed economici. E anche biologici. Gli analoghi del GnRH saranno probabilmente la soluzione per i gatti e
per i cani, ma quando si tratta di animali molto sociali come i
cavalli, non si può interferire con il loro comportamento. Non si
può interferire con la complessità del comportamento del cavallo selvatico, o di quello degli elefanti.
Potrebbe riassumere brevemente i vantaggi e le diversità dei
vaccini PZP rispetto a quelli GnRH?
È stato dimostrato che i vaccini PZP sono sicuri e hanno diversi
vantaggi rispetto agli analoghi del GnRH: sono tessuto-specifici, non creano reattività crociata con altri tessuti e con gli ormoni delle proteine. Bloccano la fertilizzazione, ma non
interferiscono con il comportamento naturale, come la coesione
della mandria e le interazioni sociali. Quando vengono somministrati ad un animale gravido, non causano un aborto, come succede con gli anticontraccettivi GnRH in alcune specie. Non solo,
ma le femmine trattate sono in condizioni di salute migliori,
perché vengono risparmiati loro i costi della gravidanza e dell’allattamento. Sono stati individuati dei ricettori per il GnRH in
tutto il corpo, nel cuore, nel cerebello, nel fluido spinale. Non si
sa ancora se questo ha o non ha un significato a livello clinico
per gli animali selvatici. Il Lupron è un medicinale utilizzato per
curare il tumore alla prostata negli uomini. Come altri agonisti
GnRH diminuisce gli ormoni maschili e rallenta la crescita del
tumore oppure lo fa rimpiccolire. Gli uomini trattati con questo
medicinale hanno mostrato di essere a più alto rischio di infarto.
Ad ogni modo, se si desidera eliminare certi comportamenti, come nel caso degli animali domestici, ci sono strumenti, come i
vaccini e gli analoghi GnRH sono più efficaci della PZP.
So che specie diverse esibiscono un diverso grado di reversibilità dell’infertilità. Ci sono specie in cui l’infertilità diventa irreversibile?
Dipende dalla specie, ma anche dalla durata della somministrazione del contraccettivo. Per quanto riguarda i cavalli, abbiamo
molti più dati e sappiamo che si può somministrare il vaccino a
un cavallo per cinque anni consecutivi e tornerà comunque fertile dopo qualche anno. Un cavallo a cui viene somministrato il
vaccino per tre anni di seguito torna fertile dopo quattro o più
anni. La media è di quattro anni, il campo di variazione va da
uno a dieci anni. Nei cavalli trattati per sette anni consecutivi
l’infertilità diventa irreversibile.
Ogni specie è diversa per quanto riguarda la reversione dell’infertilità. Gli elefanti possono essere vaccinati per diversi anni
consecutivi, ma ritornano fertili dopo 18 mesi.
Ci sono anche degli effetti positivi: la salute migliora, la mortalità diminuisce e aumenta la longevità.
Quali sono i costi a breve e a lungo termine dell’applicazione
dell’immunocontraccezione rispetto ai metodi tradizionali di
abbattimento, come la caccia?
Se si è a favore della contraccezione, è possibile far scendere i
costi. Bisogna considerare il costo dell’addestramento. Il personale deve essere addestrato per somministrare il vaccino con i
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25
fucili ad aria compressa e per saper trattare con gli animali. Noi
offriamo un laboratorio di tre giorni, i cui costo è di $200 più le
spese di viaggio.
Poi, c’è il costo delle attrezzature. I fucili ad aria compressa vanno dai 900 a diverse migliaia di dollari; esistono diversi strumenti per la somministrazione del vaccino, dipende da quello
che si sceglie.
I veri costi sono quelli della mano d’opera. Il costo del vaccino è
molto contenuto, $24 a vaccino. Non si diventa ricchi con la
contraccezione della fauna selvatica! Il costo della mano d’opera può arrivare a 50,000 dollari all’anno. Una soluzione è addestrare dei volontari, o i guardiaparco. Il vantaggio quando si
coinvolge il pubblico nella gestione della fauna selvatica è che
riduce il conflitto. La relazione conflittuale tra chi gestisce gli
animali e l’opinione pubblica si riduce.
La somministrazione del vaccino a distanza è sicura? Ci sono
delle specie che sviluppano dei granulomi nel luogo dell’iniezione? Come si identificano dopo gli individui vaccinati?
Innanzi tutto, è necessario distinguere un ascesso da un granuloma. Il primo è un gonfiore che eventualmente si apre e poi si
asciuga. Si presenta raramente e non è niente di grave. I granulomi sono molto comuni, e non sono altro che un rigonfiamento
duro che si forma sotto la pelle e non ha conseguenze per la salute.
In alcuni parchi per la fauna selvatica ci sono persone addette
alla gestione degli animali che li controllano ogni giorno e quindi riconoscono ciascun individuo. Ad ogni modo, è possibile utilizzare una chiave di identificazione per riconoscere gli animali.
Per distinguere i cavalli selvatici si possono usare i colori diversi,
le macchie che hanno sul muso o sulle zampe (balzane alto calzato, piccola balzana, principio di balzana, quattro zampe diverse, ci sono oltre mille permutazioni possibili). Si possono
utilizzare anche altri metodi. A volte, non è necessario riconoscere ogni singolo individuo, ma basta il gruppo sociale. I daini
hanno delle macchie che sono come le impronte digitali, diverse
su ogni animale. Infine, se non ci sono altre opzioni, si utilizza
quello che chiamiamo “bombardamento a saturazione”. Questo
significa che si vaccina ogni daino che si incontra. Naturalmente, alcuni daini non verranno vaccinati il primo anno, ma ripetendo l’operazione l’anno seguente e poi ancora per 3-5 anni si
raggiunge l’obiettivo desiderato.
Qual è la percentuale della popolazione che è necessario vaccinare per ottenere un calo sostanziale della popolazione?
La risposta dipende dalla popolazione in questione. Dipende anche dal tasso di fertilità, dal tasso di mortalità, dalla percentuali
dei sessi… Volendo generalizzare, bisogna vaccinare tra il 60 e il
75% delle femmine. Ma dipende anche dall’obiettivo che ci si è
posti, che può essere far diminuire la mandria, oppure raggiungere una crescita zero.
Lei lavora con i grandi erbivori, ma crede che l’uso dell’immunocontraccezione possa espandersi anche ad animali più piccoli e ai carnivori?
Sì, naturalmente. Ci sono delle squadre di esperti in Australia
che stanno lavorando con i canguri, altre in Inghilterra che lavorano con gli scoiattoli grigi. Al momento si sta studiando
questo metodo con i cani selvatici, diverse specie di uccelli e
ogni genere di animale. L’immunocontraccezione è la risposta
quando i metodi tradizionali letali di controllo non sono più legali, né saggi, né sicuri o accettabili per il pubblico.
74
75
Lanza et al., 2007
Sindaco et al., 2006
6. LE “SPECIE ALIENE” IN ITALIA
“Noi dovremmo adottare un’altra concezione, più
saggia, e forse più intuitiva, degli animali. L’uomo
civilizzato, che conduce lontano dalla natura universale un’esistenza artificiale e complicata, li
osserva attraverso la lente delle proprie conoscenze, che gli restituisce un’immagine enormemente deformata. Noi trattiamo gli animali con
condiscendenza, come se fossero creature incomplete alle quali un tragico destino abbia imposto
delle forme molto inferiori alle nostre. E lì è il nostro errore. Perché non si devono misurare gli
animali col metro dell’uomo. In un mondo più antico e più completo del nostro, sono creature
complete e finite, dotate di un’estensione dei
sensi che noi abbiamo perso o non abbiamo mai
posseduto, e che agiscono in ottemperanza a voci che noi non udiremo mai. Non sono per noi dei
fratelli; non sono esseri inferiori. Sono altre nazioni, prese, insieme a noi, nella rete della vita e
del tempo, compagni di prigionia nello splendore
e nel travaglio di questa Terra”
Henry Beston, La casa alla fine del mondo, 1928
Secondo le stime del Progetto DAISIE (Delivering Alien Invasive
Species Inventories in Europe, Costituzione di inventari delle specie invasive aliene in Europa), in Italia ci sono 1516 specie alloctone, di cui 253 si trovano in Sicilia e 302 in Sardegna. Nel Mar
Mediterraneo sono presenti 120 specie alloctone, che hanno un
forte impatto sull’ecosistema e sull’economia.
Delle 40 specie di anfibi presenti in Italia, il 40% (18 specie) sono
endemiche e il 7% sono specie introdotte stabilizzate.
Tutte le specie introdotte appartengono all’ordine degli Anuri: la
rana toro, Lithobates catesbeinaus, fu introdotta tra il 1932 e il
1937 e ora si trova in tutto il centro-nord della penisola; la rana
dei Balcani, Pelophylax kurtmuelleri, introdotta nel 1941 si sta
espandendo rapidamente nel nord del Paese;la rana verde maggiore, Pelophylax ridibundus, e lo xenopo liscio, Xenopus laevis,
la più recente delle “specie aliene” introdotte, si trova soltanto in
Sicilia74. La rana toro venne introdotta intenzionalmente in diversi paesi a scopo alimentare, e ora è considerata una specie nociva ovunque. Essa entra in competizione con le specie di anfibi
locali, di cui è predatrice, inoltre ha un impatto deleterio su molte specie acquatiche, ed è probabilmente un vettore del B. dendrobatidis, un chitride che provoca un’infezione che sta
decimando popolazioni intere di anfibi in tutto il mondo.
In Italia, ci sono 57 specie di rettili75, di cui solo quattro sono endemiche. Esse rappresentano il 7% delle specie totali, mentre il
10% sono specie introdotte. La tartaruga dalle guance rosse, Trachemys scripta elegans, specie stabilizzata, è diffusa in tutta la
penisola; ampliamente commercializzata è stata poi ripetutamente rilasciata nell’ambiente. Altre specie di rettili acclimatate
in Italia sono le tartarughe acquatiche appartenenti al genere
Mauremys (M. leprosa e M. caspica, entrambe non stabilizzate),
la tartaruga greca, Testudo graeca, la tartaruga greca, Testudo
marginata, il camaleonte, Chamaleo chameleon, il geco di Kotschy, Mediodactylus kotschyi, stabilizzata, e l’Agama agama,
una specie di lucertola non stabilizzata. La tartaruga grega e la
marginata vennero introdotte nel paese in tempi storici e ora sono specie stabilizzate, mentre il camaleonte ha raggiunto la Sicilia e la Puglia - dove è stato ripetutamente osservato - a bordo
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delle imbarcazioni. La minaccia più grande è rappresentata dalla
tartaruga dalle guance rosse, che compete per le risorse con la
testuggine palustre europea, Emys orbicularis, una specie considerata a rischio.
SPECIE DI VERTEBRATI ITALIANI
Anfibi:
40 specie, di cui 18 endemiche e 4 introdotte.
Rettili:
57 specie, di cui 4 endemiche.
Uccelli:
529 specie.
Mammiferi:
Insettivori: 16 specie di cui 3 endemiche con 21 sottospecie.
Chirotteri: 29 specie, di cui soltanto Myotis bluthii
oxygnanthus è considerata endemica.
Lagomorfi: 6 specie, di cui 4 endemiche.
Carnivori: 17 specie, di cui molte in pericolo perché cacciate
in quanto considerate specie dannose fino a tempi
recenti.
Cetacei:
13 specie sono state osservate nelle acque italiane.
Artiodattili: 9 specie, di cui 5 sono sub-endemiche.
Mammiferi non indigeni
Due sottospecie di coniglio, O. cuniculus e O. huxleyi, specie stabilizzate. Native della Penisola Iberica, queste specie di conigli
vennero introdotte in Italia durante l’Impero Romano. Impatto:
overgrazing (sfruttamento troppo intenso del pascolo); funge da
serbatoio per il virus della mixomatosi.
Lepre sarda, Lepus capensis, specie stabilizzata. Introdotta in
tempi paleolitici, si pensa che possa competere con la lepre endemica italiana, Lepus corsicanus.
è presente. Impatto: preda diverse specie di invertebrati, danneggia i raccolti e, sulle isole, preda le uova e i pulcini degli uccelli
marini.
Ratto nero o dei tetti, Rattus rattus, specie stabilizzata. Fu introdotto in Italia in tempi paleolitici; i ritrovamenti archeologici dimostrano che era presente in Sardegna già 5.000 anni fa 76 .
Impatto: preda gli uccelli marini e terrestri, sia che nidifichino a
terra o sugli alberi; danneggia i raccolti e i frutteti. Agisce come
serbatoio di diverse malattie trasmissibili all’uomo e agli animali
domestici.
Ratto delle chiaviche, Rattus norvegicus, specie stabilizzata. In
Italia, è stato osservato sin dalla metà del XVIII secolo e ora è diffuso in tutto il territorio. Impatto: come per il ratto nero.
Nutria, Myocastor coypus, specie stabilizzata. Nativa dell’America del Sud, è stata allevata per la sua pelliccia in diverse zone del
mondo. Venne importata in Italia nel 1928 e dagli anni Sessanta
in poi è stata rilasciata in natura. Impatto: può arrecare danni alle coltivazioni e alla vegetazione acquatica e danneggiare i sistemi di irrigazione e gli argini dei fiumi perché scava cunicoli.
Cane procione, Nyectereutes proconides, specie non stabilizzata.
Nativo dell’Asia orientale, venne introdotto in Russia dal 1928 al
1958 per utilizzarne la pelliccia e da allora è migrato raggiungendo gran parte dell’Europa. Impatto: preda gli uccelli, specialmente le specie ornitiche acquatiche.
Procione comune o orsetto lavatore, Procyon lotor, specie non
stabilizzata. Originario dell’America del Nord. Impatto: preda gli
uccelli e gli anfibi.
Silvilago, Sylvilagus floridanus, specie stabilizzata. Introdotto in
Piemonte negli anni Sessanta per essere cacciato. Impatto: può
danneggiare i raccolti; è un vettore della mixomatosi, del Rabbit
haemorrhagic disease virus, e di un fungo dermatofito trasmissibile all’uomo.
Visone americano, Neovison vison, specie stabilizzata. Fu introdotto in Europa per utilizzarne la pelliccia. Si è espanso rapidamente e in Italia si trova nel nord-est, ma è stato segnalato
anche al centro77. Impatto: potrebbe ibridarsi con il visone europeo, Mustela lutreola, e competere con il visone e la lontra, Lutra
lutra.
Scoiattolo grigio americano, Sciurus carolinensis, specie stabilizzata. Introdotta nel 1948 a Torino, in Piemonte, attualmente è
diffuso nel Nord Ovest e considerato una minaccia per lo scoiattolo rosso nativo, S. vulgaris.
Cane procione
Scoiattolo variabile, Callosciurus finlaynsonii, specie stabilizzata.
Nativo della Thailandia centrale. Impatto: scortecciamento degli
alberi e competizione con specie passeracee locali per i nidi. Ampiamente venduto come animale da compagnia, è scappato ripetutamente e ha stabilito popolazioni selvatiche in diversi paesi
europei. In Italia, si trova nella zona nord del paese.
Tamia siberiano, Tamias sibiricus, specie stabilizzata. Originario
della Russia settentrionale, fino alla Cina e al Giappone. La specie, ampiamente commercializzata, è ripetutamente sfuggita alla
cattività oppure è stata volontariamente rilasciata e ora è presente in diversi paesi europei. In Italia ha formato dei nuclei
principalmente al nord. Impatto: danneggia i raccolti di cereali e
preda uova e uccelli di luì scuro.
Topo muschiato, Ondatra zibethicus, specie di status sconosciuto. Nativo dell’America del Nord, è stato introdotto in Europa per
la sua pelliccia. Scappato dagli allevamenti ora è presente in natura in Europa, in Asia e nel Sud America. In Italia si trova solo
nel Friuli-Venezia-Giulia.
Topo domestico, Mus domesticus, specie stabilizzata. È una specie commensale che si adatta anche ad habitat dove l’uomo non
76
77
Spagnesi e Toso, 1999
Spagnesi e Toso, 1999
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Genetta, Genetta genetta, specie non stabilizzata. È presente in
diversi paesi europei. Impatto: funge da vettore per diverse zoonosi e danneggia i raccolti.
Daino, Dama dama, secondo Masseti (1996) non è possibile definire se il daino sia o meno una specie alloctona. Venne introdotto in tempi antichi per essere cacciato in tutta l’Europa.
Sicuramente, era presente a Castelporziano nell’XI secolo e a San
Rossore nel XIV secolo. Impatto: compete con il capriolo, Capreolus capreolus, e con il cervo, Cervus elaphus, e funge da serbatoio per diverse malattie degli animali da “allevamento”.
Muflone, Ovis aries musimon, specie stabilizzata. Indigeno dell’Asia occidentale, probabilmente è stato introdotto in Sardegna
e in Corsica durante il Neolitico. Impatto: compete con il camoscio alpino, Rupicapra rupicapra, e con il camoscio appenninico,
R. pyrenaica ornata.
Ammotrago, Ammotragus lervia, specie non stabilizzata. Originario dell’Africa sahariana e delle zone africane aride (Algeria,
Ciad, Libia, Mali, Niger, Sudan), è una specie vulnerabile (VU). È
stato introdotto in Spagna, Stati Uniti e Messico. La popolazione
presente a Varese è il risultato di una fuga di individui detenuti
in cattività78.
Cinghiale euroasiatico, Sus s. scrofa, specie stabilizzata. Si tratta
di una delle specie di mammiferi più diffuse al mondo. Si trova
nell’Europa occidentale e nel Mediterraneo fino all’Asia orientale
e in Giappone. È stato introdotto in Australia, Nuova Zelanda,
America del Nord e del Sud ed è stato reintrodotto in Inghilterra.
È più grande e più forte della sottospecie indigena Sus scrofa
majori, originaria della penisola italiana, e Sus scrofa meridionalis, presente solo in Sardegna ma che ha un’origine diversa, provenendo da antichi maiali selvatici che si sono poi incrociati con
maiali domestici più moderni79. L’introduzione del cinghiale euroasiatico in Italia negli anni Cinquanta, ha causato la quasi totale scomparsa delle sottospecie locali.
Specie ornitiche non indigene
Pellicano rossiccio, Pelecanus rufescens, specie non stabilizzata.
Nativo dell’Africa tropicale e dell’Arabia sud-occidentale si sposta
per dispersione naturale. È stato avvistato più volte in Italia, in
regioni diverse.
Airone schistaceo, Egretta gularis, specie non stabilizzata. Vive
lungo le coste dell’Africa, fino al Mar Rosso e all’India. Ha raggiunto l’Italia per dispersione naturale, dove viene osservato dagli anni Settanta. È stato incluso nella checklist degli uccelli
italiani. Potrebbe ibridarsi con la garzetta, Egretta garzetta, causando una perdita di diversità genetica.
Ibis sacro, Threskiornis aethiopicus, specie stabilizzata. Originario
dell’area sub-sahariana e dell’Egitto. Presente in Italia perché
sfuggito accidentalmente da strutture zoologiche, recentemente
ha cominciato a riprodursi nelle colonie di ardeidi.
Fenicottero cileno, Phenicopterus cilensis, specie non stabilizzata. Il suo aerale naturale va dal Perù fino al Brasile meridionale. È
stato occasionalmente osservato in Italia.
Cigno reale, Cygnus olor, specie stabilizzata. Nativo del Paleartico del nord, è stato rilasciato intenzionalmente prima del 1950
in Svizzera e si è esteso fino all’Italia, dove nidifica. Gli uccelli
che svernano in Italia sono migratori e provengono dall’Europa
centro-orientale. Impatto: è accusato di danneggiare la vegetazione acquatica, in particolare le specie di Potagemon.
78
79
Gagliardi et al., 2008
Oliver W.L.R., 1995
Ibis sacro
Cigno nero, Cygnus atratus, specie stabilizzata. Nativo dell’Australia e della Tasmania. In Italia è stato osservato in diverse regioni.
Oca indiana, Anser indicus, specie non stabilizzata. È una specie
migratoria, spesso detenuta in cattività. È stata osservata sia in
Nord America che in Europa.
Oca del Canada, Branta canadensis, specie non stabilizzata. L’oca
del Canada è una specie migratoria, originaria del Neartico, che
comprende circa 10-12 specie, in Europa è stata introdotta la
sottospecie nominale. In Italia, è stata segnalata principalmente
al centro e al nord. Impatto: è accusata di danneggiare i raccolti
ed è stata coinvolta in alcuni bird-strike.
Oca egiziana, Alopochen aegyptiacus, specie non stabilizzata.
Originaria della Valle del Nilo e dell’Africa sub-sahariana, l’oca
egiziana è stata introdotta in diversi paesi europei. In Italia ci sono stati diversi avvistamenti.
Anatra mandarina, Aix galericulata, specie non stabilizzata. Proveniente dall’Asia dell’est, è stata introdotta nel Nord America e
in Europa. Pur non essendo naturalizzata, è inclusa nell’avifauna
italiana.
Gobbo della Giamaica, Oxyura jamaicensis, specie non stabilizzata. Originaria dell’America del Nord e delle Ande, è stata introdotta involontariamente in Europa, sfuggita da popolazioni
tenute in cattività. In Italia, è stata segnalata a partire dagli anni
’80. Impatto: si ibrida con una specie locale, il gobbo rugginoso,
Oxyura leucocephala, che è una specie minacciata.
Colino della Virginia, Callipepla virginianus, specie stabilizzata.
Originario degli Stati Uniti centro e sud-orientali e del Messico
orientale, a sud fino al Guatemala. Introdotto in India, Nuova Zelanda, Gran Bretagna, Francia e Germania, in Italia è naturalizzato in Piemonte e Lombardia, ma è presente anche in altre zone
(isola di Mozia, Sicilia).
Coturnice orientale, Alectoris chukar, specie stabilizzata. Specie
eurasiatica è stata introdotta in diversi paesi a scopo venatorio.
In Italia fu rilasciata in libertà già dall’Ottocento, ma gli individui
non sopravvissero e vennero effettuate nuove immissioni negli
anni ’50. Impatto: può ibridarsi con la pernice rossa, Alectoris rufa, e la coturnice, Alectoris graeca, creando una perdita di diversità genetica.
Pernice sarda, Alectoris barbara, specie stabilizzata. Proveniente
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dall’Africa del nord, è stata introdotta senza successo in diversi
paesi europei, in Nuova Zelanda, in Australia e negli Stati Uniti.
In Italia è presente in Sardegna. Esistono dei dubbi sul fatto che
la pernice sarda sia una specie separata da quella africana.
Francolino di Erckel, Francolinus erckelii, specie stabilizzata. Specie montana originaria dell’Africa orientale (Eritrea, Etiopia, Sudan), venne rilasciata in diverse zona d’Italia intorno al 1950.
Quaglia giapponese, Coturnix japonica, specie stabilizzata. Originaria dell’Asia orientale, è stata introdotta nelle isole Hawaii, in
Nord America e in diversi paesi europei. Dopo il 1950, è stata la
specie introdotta in maggior numero su tutto il territorio italiano
a scopo venatorio. Impatto: si ibrida con la quaglia comune, Coturnix coturnix.
Fagiano comune, Phasianus colchicus, specie stabilizzata. Specie
asiatica ampiamente introdotta in tutto il mondo a fine venatorio. In Italia è stato introdotto ripetutamente, con le immissioni
più numerose negli anni ’20 e ’40.
va dell’Asia, la Maina, è stata introdotta per il controllo degli insetti dannosi per i raccolti in diversi paesi del mondo. Altamente
adattabile, si è riprodotta molto più di quanto previsto e ora è
naturalizzata. La presenza sporadica in Italia è dovuta a soggetti
sfuggiti alla cattività. Impatto: può competere con specie ornitiche native e arrecare danni alle coltivazioni.
Tessitore Napoleone, Euplectes afer, specie non stabilizzata. Nativo della zona a sud del Sahara, è una specie molto commercializzata e la sua presenza nel nostro paese è dovuta a rilasci
accidentali.
Vescovo rosso di Zanzibar, Euplectes nigroventris, specie non stabilizzata. Originario dell’Africa dell’est, è una specie molto commercializzata e spesso accidentalmente rilasciata in libertà.
Vescovo rosso, Euplectes orix, specie non stabilizzata. Proviene
dall’Africa a sud dell’equatore, è una specie molto commercializzata e spesso accidentalmente rilasciata in libertà.
Fagiano versicolore, Phasianus versicolor, specie non stabilizzata.
Nativa del Giappone, è stata introdotta nell’America del Nord, in
Europa e alle Hawaii.
Amaranto rosso, o amaranto del Senegal, Lagonosticta senegala,
specie non stabilizzata. Diffuso in tutta l’Africa sub sahariana, è
una specie molto commercializzata e spesso accidentalmente rilasciata in libertà.
Tortora domestica, Streptotelia roseogrisea, specie stabilizzata.
Ampiamente diffusa in tutto il mondo, in Italia è spesso allevata
in semi-libertà.
Cardinale ciuffo rosso, Paroaria coronata, specie non stabilizzata.
Proveniente dal Sud America orientale, è una specie molto commercializzata e spesso accidentalmente rilasciata in libertà.
Parrocchetto dal collare, Psittacula krameri, specie stabilizzata.
Proviene dall’Africa tropicale, ma è presente nel Paleartico occidentale, perché rilasciato o fuggito dalla cattività. In Italia è presente e nidifica prevalentemente al centro-nord. Impatto:
compete per i luoghi di nidificazione con specie ornitiche locali
ed è accusato di danneggiare i raccolti.
Tessitore testanera, Ploceus cucullatus, specie stabilizzata. Originario dell’Africa sub-sahariana, è una specie molto commercializzata e spesso accidentalmente rilasciata in libertà.
Parrocchetto monaco, Myiopsitta monachus, specie stabilizzata.
Originario del Sud America, è stato introdotto nel Paleartico occidentale, negli Stati Uniti, nelle Indie Occidentali e in Brasile. In
Europa, è stato rilasciato o fuggito dalla cattività ed ha formato
dei nuclei in varie città. Impatto: compete con le specie native
per il cibo e può arrecare danni ai raccolti.
Amazzone fronte blue, Amazona aestiva, specie stabilizzata. Nativa del Sud America. In Italia è stata segnalata più volte e, a Genova, è stato accertato un caso di nidificazione.
Usignolo del Giappone, Leiothrix lutea, specie stabilizzata. È una
specie sino-himalaiana ampiamente commercializzata. In Italia, è
osservata regolarmente. Impatto: ed è accusato di arrecare danni
a raccolti e frutteti.
Becco a cono golacenerina, Paradoxornis alphonsianus, specie
stabilizzata. Nativo della Cina sud-occidentale e del Vietnam settentrionale, in Italia è presente a causa di fughe accidentali dalla
cattività. Impatto: può competere per le risorse di cibo con altre
specie ornitiche locali.
Becco a cono, Paradoxornis webbianus, specie stabilizzata. Come
per il becco a cono golacenerina.
Astrilde becco di corallo, Estrilda troglodytes, specie non stabilizzata. Proveniente dall’Africa del sud, la sua presenza in Italia si
deve a fughe accidentali dalla cattività.
Astrilde comune, Estrilda astrild, specie non stabilizzata. Nativa
dell’Africa sub-sahariana, è una specie da tempo naturalizzata in
diverse zone dell’Europa.
Bengalino comune, Amandava amandava, specie stabilizzata.
Specie asiatica da tempo commercializzata, è naturalizzata in diverse zone del mondo. In Italia nidifica in diverse regioni.
Maina comune, Acridotheres tristis, specie non stabilizzata. Nati-
Tessitore dorato, Ploceus subaureus, specie non stabilizzata. Nativo dell’Africa del sud, è una specie molto commercializzata e
spesso accidentalmente rilasciata in libertà.
Bulbul dalle orecchie rosse, Pycnonotus jocosus, specie non stabilizzata. Proveniente dall’Asia, dal Pakistan, e dall’India, è una
specie molto commercializzata e spesso accidentalmente rilasciata in libertà.
Ratti
I ratti, Rattus norvegicus, R. rattus, R.
exulans, si sono distribuiti per dispersione naturale - come
è successo con il ratto
comune, R. rattus, che si
è diffuso spontaneamente
al di fuori del suo areale di
origine, l’Asia - a nuoto, oppure accompagnando gli esseri umani durante la colonizzazione delle isole. Questi roditori sono presenti
in oltre l’80% delle maggiori isole del mondo, e
possono avere un impatto negativo sulla flora e sulla fauna, specialmente sugli uccelli marini. Gli uccelli marini sono particolarmente vulnerabili perché essendosi sempre riprodotti su isole
dove i predatori erano assenti, non hanno sviluppato un meccanismo di difesa.
I ratti presenti su quasi tutte le isole del Mediterraneo, vengono
regolarmente uccisi con esche velenose contenenti il Brodifacoum. Per il progetto di eradicazione del ratto nero, Rattus rattus, in atto sull’isola di Montecristo, in Italia, le esche avvelenate
vengono distribuite prevalentemente tramite elicottero. I ratti
rappresentano una minaccia per la berta minore, Puffinus yelkouan, poiché ne predano le uova e i pulcini.
I rischi di avvelenamento, legati all’uso del Brodifacoum, per i
predatori ed altri animali, sono conosciuti e sembra che siano
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maggiori quando la dispersione viene effettuata tramite elicottero80. Questi anticoagulanti possono persistere per mesi nei tessuti
e negli organi come il fegato e i reni, aumentando il rischio di
avvelenamento primario e secondario in molte specie non bersaglio. La quantità di segnalazioni mondiali di animali selvatici avvelenati dagli anticoagulanti è in aumento: i mammiferi
carnivori e gli uccelli predatori e saprofagi sono sicuramente a
rischio, ma anche gli erbivori muoiono dopo un’esposizione secondaria al brodifacoum81. Soltanto negli Stati Uniti, tra il 1981
e il 2004, sono stati riportati 244 casi di avvelenamento da brodifacoum di uccelli e di mammiferi non bersaglio (US EPA, 2004).
In effetti, il bioaccumulo del brodifcacoum - insolubile in acqua
e decomposto molto lentamente nelle esche dall’attività microbica 82 -, la sua persistenza nelle carcasse e negli animali non
mortalmente avvelenati, come anche il modo in cui provoca la
morte, stanno suscitando preoccupazione in tutto il mondo83. Si
prevede che a Montecristo la popolazione di barbagianni, Tyto
alba, verrà sterminata dall’uso del veleno. Dato che le lumache,
le chiocciole e gli insetti saprofagi (scarafaggi, formiche) si nutrono delle esche avvelenate o delle carcasse dei roditori morti
avvelenati, essi possono avvelenare a loro volta le specie insettivore, in particolar modo gli uccelli, che li predano84. Diverse specie di uccelli migratori si fermano sull’isola durante la migrazione
e alcune, come la magnanina, Sylvia undata, e il pigliamosche,
Muscicapa striata, vi si riproducono. Anche altri animali sono a
rischio, come le capre, Capra aegragus, i roditori diversi dai ratti,
i conigli, i corvi imperiali, Corvus corax, i pipistrelli (R. Euryale, P.
nathusii), e può sussistere rischio anche per i rettili e gli anfibi. Il
programma di eradicazione del ratto svoltosi sull’isola Rat, nelle
isole Aleutine, ha sterminato tutti i ratti presenti sull’isola, ma
anche 43 aquile di mare testa bianca, Haliaeetus leucocephalus,
213 gabbiani glauchi del Pacifico, Larus glacescens, e uccelli di
diverse altre specie85. Poiché le isole tendono ad essere reinvase
dai ratti, l’uso a lungo termine di veleni più che apportare dei
benefici, sembra essere di detrimento per l’ecosistema. I costi in
termini di vittime animali non bersaglio, di bioaccumulo delle
DIAGRAMMA BRODIFACOUM
Diversi animali si nutrono di esche contenenti brodifacoum. Alcune specie presenti nei riquadri, come i roditori, muoiono perché si cibano direttamente delle esche (avvelenamento primario), mentre altre, come i mustelidi, perché si cibano di prede che hanno ingerito il veleno (avvelenamento secondario).
80
Eason e Spurr, 1995
Stone et al., 1999
82 Dowding et al., 1999; Eason et al, 1999
83 Mason and Littin, 2003; Paparella, 2006; Meerburg et al. 2008
84 Webster, 2009
85 Woods et al., 2009
81
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31
sostanze, come anche i costi finanziari per la ripetizione degli interventi, possono essere meglio spesi nella ricerca di metodi per il
controllo della fertilità che forniscono soluzioni a lungo termine
eticamente accettabili e con un minore impatto sull’ambiente.
Guerre di scoiattoli
Il 25 maggio 2012, il quotidiano La Stampa, ha pubblicato un articolo, uno tra molti su un tema ricorrente: “Parte la guerra agli
scoiattoli: l’Italia giura di eliminare l’invasore americano”. L’Italia
“ha dichiarato guerra” contro “questi forti invasori americani”,
che rubano il cibo, lo spazio e le risorse ai più piccoli scoiattoli
endemici rossi, minacciandone la sopravvivenza.
Per l’eliminazione dello scoiattolo grigio americano sono state
utilizzate diverse tecniche di eradicazione: anticoagulanti (come
la warfarina), la distruzione dei nidi, l’intrappolamento e l’eutanasia per mezzo di anestetici e la sterilizzazione chirurgica. La
sterilizzazione chimica è in via di studio.
Sul territorio italiano sono presenti altre due specie di scoiattoli
alloctoni, il tamia siberiano, Tamias sibiricus, e lo scoiattolo variabile, Callosciurus finlaysoni. Popolazioni libere di tamia siberiano si trovano nel nord Italia: nelle città di Verona e di Belluno,
dove sono stati introdotti negli anni Settanta, e nel parco romano di Villa Ada, dove sono stati introdotti negli anni Ottanta. Lo
scoiattolo variabile è stato introdotto per la prima volta ad Acqui
Terme, in Piemonte, nel 1981, e a Maratea, in Basilicata, alcuni
anni dopo. Entrambe le specie danneggiano la vegetazione. I tamia distruggono i raccolti di cereali e predano uova e pulcini di
luì scuro, Phylloscopus fuscatus; lo scoiattolo variabile danneggia i raccolti di frutta, i sistemi idrici ed elettrici.
Non sembra possibile eradicare completamente lo scoiattolo grigio: uccidendo sempre più individui si aumenta la capacità riproduttiva degli animali che sopravvivono. Così operando, infatti,
viene aumentata la capacità riproduttiva degli animali che sopravvivono. Perché, quindi, non finanziare ricerche per sviluppare
nuovi metodi, meno crudeli e più efficaci, per contenerne la popolazione? E perché non finanziare dei progetti per ripristinare
gli ambienti degradati in cui vive lo scoiattolo rosso? Infine, solo
un blocco totale del commercio di questa specie può essere considerato il punto di partenza per lo studio di qualsiasi misura di
contenimento numerico.
La Proposta di Regolamento UE
Lo scoiattolo grigio americano, Sciurus carolinensis, è stato introdotto più volte in Italia: nel 1948 a Stupinigi, in Piemonte; nel
1966 nel parco di Genova Nervi; nel 1994 a Trecate, Novara. Milana e Rocchi (2010) indicano che gli scoiattoli hanno formato
quattro nuclei diversi: a Torino e a Cuneo, in Piemonte; a Genova
Nervi, dove si trovano nei parchi urbani di Nervi e di Bogliasco; a
Novara; e a Perugia, in Umbria. Ci sono stati avvistamenti anche
in Toscana. Questi scoiattoli hanno un impatto economico dato
che scortecciano gli alberi, danneggiando le piantagioni arboree,
e tendono a prevalere sullo scoiattolo rosso endemico, Sciurus
vulgaris. Lo scoiattolo grigio, che in autunno ha un peso corporeo maggiore rispetto a quello rosso, è più forte; inoltre, preleva i
semi immagazzinati dagli scoiattoli rossi, deprivandoli delle loro
scorte invernali. Un’altra minaccia è data dall’ipotesi che lo scoiattolo grigio funga da serbatoio del Parapoxvirus, letale per la
specie endemica. Infine, lo scoiattolo grigio potrebbe espandersi
ad altri paesi europei. Lo scoiattolo rosso nativo, considerato una
specie minacciata in Europa, è presente in tutta la penisola italiana e ha tre sottospecie. Il suo declino è attribuito in primo
luogo alla frammentazione del suo habitat boscoso86 e, in secondo luogo, alla presenza dello scoiattolo americano. Designare più
aeree verdi a questa specie dovrebbe essere la prima misura di
protezione ad essere implementata.
86
Celada et al., 1994; Wauters, 1997
Il 9 settembre 2013 la Commissione Europea ha presentato la
“Proposta di Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio recante disposizioni volte a prevenire e a gestire l’introduzione e la diffusione delle specie esotiche invasive”
(http://ec.europa.eu/environment/nature/invasivealien/index_en.htm).
Tale proposta dovrebbe entrare in vigore nel 2016 e prende
spunto dalla constatazione che l’immissione di piante e animali
in un ambiente in cui non sono solitamente presenti, è in costante aumento, anche a seguito dell’espansione degli scambi commerciali e dei flussi turistici. Non ultima la considerazione che
anche i cambiamenti climatici aumenteranno ulteriormente il fenomeno.
La Commissione ritiene che le specie esotiche invasive possano
determinare perdita di biodiversità, trasmissione di malattie e
danni economici, per questi motivi propone alcune misure che
dovranno essere approvate dal Parlamento Europeo. Tali misure
prevedono sostanzialmente:
• il divieto totale di importazione, allevamento e vendita delle
specie considerate più problematiche, definite “specie prioritarie”
• l’attivazione di un sistema di controllo e sorveglianza alle
frontiere dei paesi dell’Unione Europea
• la predisposizione delle misure necessarie a tenere sotto controllo la diffusione delle specie invasive già presenti nei paesi
dell’UE.
È interessante notare che la Commissione UE individua due sole
modalità attraverso le quali le specie esotiche invasive possono
essere introdotte nel territorio dell’Unione Europea:
1) volontariamente. Sono tutte le introduzioni derivanti da in-
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32
teressi commerciali o a scopo ornamentale o quali animali da
compagnia
2) involontariamente. Contaminanti nelle merci, oppure ospiti
nei mezzi di trasporto o di viaggiatori inconsapevoli
Quindi non sono previste né individuate invasioni per le quali
possano essere ritenuti direttamente responsabili gli animali
stessi. Le invasioni sono perciò ascrivibili unicamente alla responsabilità dell’uomo. È importante tenere presente questo dato di
fatto, perché invece le misure di contenimento del fenomeno
prevedono azioni le cui conseguenze ricadono quasi esclusivamente sugli animali, protagonisti inconsapevoli – quindi incolpevoli – delle invasioni.
Le suddette misure sono applicate in funzione dell’inquadramento o meno della specie considerata invasiva, nella lista delle cosiddette “Specie di rilevanza unionale”. In tale lista, infatti, sono
incluse tutte quelle specie le cui potenzialità di produrre effetti
negativi, legati alla loro presenza, richiedono un intervento coordinato degli Stati Membri. Le specie inserite nella lista sono le
uniche a non poter essere importate nell’Unione Europea o a essere commercializzate. Misure di buon senso che però sono solamente considerate preventive alle azioni cruente che prevedono
l’eradicazione della specie, o il controllo ove l’eradicazione non
fosse possibile, garantendo che agli animali siano risparmiati dolore, angoscia o sofferenze evitabili. Invece, per le altre specie,
ovvero per quelle invasive non ricomprese nella lista delle “Specie di rilevanza unionale”, la commercializzazione, l’importazione, finanche il rilascio nell’ambiente sono consentite, pur
permanendo applicabili le misure per l’eradicazione ed il controllo. Un approccio schizofrenico al problema, del tutto incomprensibile, spiegabile solamente con l’asservimento alle regole del
mercato, anche delle logiche gestionali elaborate dalla Commissione Europea. Non è infatti altrimenti spiegabile il fatto che la
lista delle “Specie di rilevanza unionale” pur prendendo atto che
le specie esotiche invasive presenti in Europa sono circa 1.500, ne
ricomprenda il 3%, ovvero 45.
In definitiva, ciò che traspare dalla proposta di Regolamento, è
che le regole del mercato globale influenzano pesantemente
qualsiasi misura volta a prevenire la temuta compromissione della biodiversità, o paventati rischi per la salute umana e per l’agricoltura. E comunque chi pagherà il prezzo più pesante, in termini
non certamente monetari, saranno ancora una volta gli animali,
vittime di un ossimoro, uccisi in nome della “protezione” di altri
animali.
Nutria
I sostenitori dell’eradicazione della nutria affermano che questo
roditore semi-acquatico si nutra di piante acquatiche e del prodotto dei raccolti, danneggiando entrambi. Le nutrie, dicono, alterano gli ecosistemi acquatici e vengono accusate di indebolire
le strutture di irrigazione, e anche le rive dei fiumi perché scavano dei cunicoli. A causa delle tecniche di dispersione della nutria
e del suo alto tasso di riproduttività, l’eradicazione totale non è,
peraltro, una soluzione possibile.
Cinghiali
Situato lungo la costa della Toscana, il Parco della Maremma si
estende su un’area di circa 10.000 ettari. Tra la fauna del parco
c’è anche il cinghiale. Il cinghiale è una specie onnivora e opportunista e anche se la sua dieta è composta prevalentemente da
vegetali, mangia anche vertebrati e invertebrati, carogne, uova,
frutta e funghi. Quando il cibo scarseggia, può danneggiare se-
87
Ferri et al., 2011
riamente diversi raccolti. Si riproduce a tassi molto più alti di
quasi tutti i grandi mammiferi, dando origine a popolazioni ad
alta densità che hanno un forte impatto negativo sull’economia
umana. Il metodo di “controllo” tradizionale è la caccia, ma il
Parco Regionale della Maremma sta adottando nuove tecnologie.
Andrea Sforzi, biologo, lavorerà insieme a Giovanna Massei,
un’ecologa italiana esperta in fauna selvatica che svolge il suo
lavoro presso la Food and Environment Research Agency a York,
in Inghilterra. Da oltre 25 anni, Giovanna Massei lavora su soluzioni non letali per mitigare il conflitto tra essere umano e specie
selvatiche. A breve, nel parco verrà studiata l’efficacia del sistema BOS (boar-operated-system), un congegno utilizzato per distribuire cibo arricchito di farmaci ai cinghiali e ai maiali
selvatici. Il BOS è un palo metallico sul quale è installato un cono
che i cinghiali possono aprire per nutrirsi. Lo studio vuole verificare se i cinghiali selvatici utilizzeranno i BOS per cibarsi. Se
l’esito sarà positivo, nella seconda fase del progetto il cibo verrà
trattato con dei vaccini orali. Al momento, i vaccini GnRh sono
in via di perfezionamento e il loro utilizzo deve essere approvato
dalle autorità sanitarie italiane.
Cervidi
Il daino, Dama dama, fu introdotto in Italia nel Neolitico. Da allora, si è estinto ed è stato reintrodotto più volte. Pur non essendo una specie aliena, si comporta come una specie invasiva e può
essere un temibile competitore per il cervo endemico rosso, Cervus elaphus, nella Foresta della Mesola, o per il capriolo italiano,
Capreolus capreolus, nel Parco Regionale della Maremma.
La Foresta della Mesola si trova vicino a Ferrara, e ricopre un’area
di circa 1.050 ettari. Nella foresta, il daino si estinse nel 1945 e
venne reintrodotto negli anni Cinquanta e Sessanta. Da allora, si
è espanso rapidamente e più recentemente ha danneggiato i pascoli per sfruttamento eccessivo. La presenza del daino e la sua
rapida espansione rappresentano una minaccia per la piccola popolazione di circa 120 cervi rossi. I tentativi di controllare il daino con la caccia, cominciati nel 1982, hanno esacerbato il
problema. Sono stati abbattuti 3.180 animali ma continuano a
crescere di numero e la popolazione è stimata in 950-1.000 individui, rispetto ai 602 individui del 2006. Il servizio veterinario
AUSL di Modena ha proposto un progetto di contenimento basato sull’immunocontraccezione87. Per un periodo che va dai 7 ai
15 anni, le femmine di daino verrebbero vaccinate con il GonaConTM e contrassegnate all’orecchio. L’obiettivo finale è ridurre la
popolazione ad un piccolo gruppo considerato di “importanza
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33
storica”, composto da 20-40 individui. Al momento, le autorità
italiane non hanno ancora approvato l’uso del vaccino, a scapito
dell’ecosistema della Mesola. Servono urgentemente soluzioni alternative all’abbattimento tramite la caccia, un metodo cruento,
inutile e non sostenuto dai cittadini.
Uccelli
Dal 1997, il servizio veterinario AUSL di Modena lavora sul controllo della fertilità dei piccioni utilizzando un farmaco veterinario autorizzato, l’Ovistop®, ACME88. L’uso del vaccino è integrato
da barriere architettoniche che impediscono l’accesso alle buche
pontaie ai piccioni, pur permettendone l’uso ad altre specie (uccelli, mammiferi, insettivori). I risultati del progetto sono un declino della popolazione dei piccioni e la protezione di altre
specie, come il rondone comune, Apus apus, passeracei insettivori, pipistrelli e gechi. I piccioni non sono una “specie aliena”, ma
sono sicuramente una “specie invasiva”, e il successo di questo
progetto potrebbe venire applicato ad altre situazioni.
La componente attiva dell’Ovistop è la Nicarbazina, un composto
che interferisce nello sviluppo e nella schiusa delle uova. Non è
tossico, ha delle proprietà anticoccide ed è considerato etico;
inoltre, è già stato usato con successo come antifecondativo
sull’oca del Canada, Branta canadiensis, e altri anseriformi.
88
Ferri et al., 2009
Samuele Venturini racconta la sterilizzazione della nutria
Samuele Venturini è un biologo-castorologo che da tempo studia
la nutria e che sta lavorando su un progetto di sterilizzazione di
questo animale.
La nutria è un “non problema”, racconta Venturini. Naturalmente, ogni specie animale in un contesto specifico può diventare un
problema, ma questo dipende da diversi fattori, tra cui la densità
della popolazione della specie in questione. Mentre un numero
contenuto di nutrie non sembra creare gravi problemi, una popolazione con alta densità può arrecare danni all’agricoltura, per
esempio.
Il progetto di sterilizzazione a cui stiamo lavorando a Buccinasco,
in provincia di Milano, ha come obiettivo quello di utilizzare un
metodo ecologico come contenimento della popolazione.
L’obiettivo finale è risolvere il problema causato da una data
specie. Gli studi realizzati negli Stati Uniti sul coyote hanno dimostrato che il controllo della fertilità funziona e che le popolazioni di coyote trattate presentano un andamento al ribasso sul
tasso di predazione delle pecore.
L’abbattimento può avere un effetto contrario sull’andamento
della popolazione. Sono vent’anni che in Italia vengono abbattute le nutrie, eppure sono sempre più numerose. Gli studi realizza-
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34
ti hanno dimostrato che, durante le campagne di abbattimento,
le femmine sono maggiormente gravide, perché tendono a restare più nascoste e a muoversi meno dei maschi adulti. I maschi
adulti, essendo più attivi, vengono uccisi in maggior numero e
questo favorisce la riproduzione di individui giovani che, come le
femmine, si muovono molto di meno. Quando si uccide un animale, si libera una nicchia, che viene subito occupata, in questo
caso da animali più giovani e con maggior potenziale riproduttivo. La caccia, poi, può selezionare la precocità della maturazione
sessuale. La nutria in natura raggiunge la maturità sessuale tra i
6 e gli 8 mesi. Negli allevamenti di nutrie destinate alla produzione di pellicce, invece, si prediligevano gli individui capaci di
riprodursi prima, a circa 3, 4 mesi di età. Questo ha favorito la riproduzione di animali capaci di raggiungere la maturità sessuale
sempre più presto.
Gli animali vengono sterilizzati tramite operazione chirurgica. Sia
maschi che femmine vengono catturati tramite gabbia-trappola
e trasportati in una clinica veterinaria dove vengono sottoposti
ad un piccolo intervento ed eseguite delle analisi epidemiologiche. Gli animali sterilizzati vengono marcati per permetterne il
riconoscimento successivo. Dopo la degenza, le nutrie vengono
riportate nello stesso luogo della cattura. Le nutrie sono molto
territoriali e il fatto che un individuo continui ad occupare una
certa nicchia significa che esso impedirà ad altri di avvicinarsi e
di avere accesso a risorse trofiche e a tane, impedendogli così di
riprodursi. Con il tempo, la popolazione si autoregola. I nuovi arrivati vengono inseguiti e scacciati e le femmine, quando non
trovano risorse sufficienti, sono in grado di riassorbire i feti o di
abortire, per cui il numero degli individui tende a diminuire. Una
nutria vive mediamente 4-7 anni in natura; in cattività – in un
parco, in un’oasi – possono vivere fino a vent’anni.
L’obiettivo finale del progetto è la riduzione della densità della
popolazione.
Il nostro progetto è in fase sperimentale ed occorre il tempo necessario per valutare i vari aspetti e i relativi risultati di questo
metodo. Dopo la sterilizzazione e la reintroduzione nell’ambiente, è necessario un lungo periodo di osservazione, ed è questa la
parte più complicata del lavoro.
Il nostro progetto è pensato per zone circoscritte e facilmente
monitorabili, come parchi e fontanili, non è applicabile alla campagna aperta, dove è impossibile limitare l’espansione delle nutrie solamente in questo modo. Sterilizzando le popolazioni
circoscritte, ad ogni modo, si frammenta la diffusione della nutria e si ha un maggior controllo sulla sua espansione.
Un problema molto presente in campagna è quello della stabilità
degli argini: si dice che la nutria, scavando dei tunnel, li renda
instabili e fragili. La nutria predilige scavare la tana dove l’argine
ha una certa pendenza e dove non c’è vegetazione. Non è uno
scavatore obbligato e, in natura, la nutria si costruisce la tana
dentro una piccola zattera composta da vegetazione secca; se
non trova l’habitat adatto, ma sono presenti arbusti e vegetazione, la nutria si procura un anfratto in cui nascondersi. Scava solo
quando manca la vegetazione. La profondità delle tane varia tra i
50 cm e i 2,30 metri, raramente raggiunge i 5 metri. Con delle
tane di queste dimensioni la stabilità dell’argine non viene intaccata. Il problema si ha dove gli argini sono troppo spogli, ma
questo è dovuto a un degrado ambientale causato dall’uomo. Le
tane scavate dalle nutrie, inoltre, sono usate da alcuni anfibi durante il letargo, e anche da altri animali come la gallinella d’acqua, in quanto forniscono un riparo. Esse hanno quindi anche un
impatto benefico sulla biodiversità locale. Bisogna aggiungere
che le nutrie utilizzano spesso tane già esistenti, anche quelle
scavate dalle lontre che una volta vivevano in modo più diffuso
in Italia, oppure scavate da altre nutrie. Nel caso in cui le tane
vengono chiuse dall’uomo, le nutrie possono scavarne altre e allora la presenza di diversi tunnel può indebolire l’argine ma, una
volta ancora, è stato l’uomo a esacerbare il problema. La nutria è
un animale molto sociale e può condividere la propria tana. Durante le campagne di caccia e abbattimento, essa può reagire costruendo tunnel più profondi e più larghi, in questo caso anche
di 5 metri, per contenere più individui.
Per risolvere il problema che presenta un animale considerato indesiderabile, come la nutria, bisogna capire e studiare a fondo la
biologia dell’animale e l’habitat in cui esso vive. Molte persone
parlano dell’Inghilterra come il paese che è riuscito a eradicare
completamente la nutria, ma non è così semplice. Intanto, bisogna dire che gli inglesi hanno affrontato il problema molto presto, prima che la popolazione si espandesse. Inoltre, le campagne
inglesi non hanno canali irrigui capillari, ma solo piccoli bacini e
fiumi, e gli individui erano pochi e isolati. È stato sufficiente un
finanziamento limitato ma ben oculato per catturare la maggior
parte degli animali. In più si sono susseguiti cinque inverni consecutivi molto freddi, che hanno decimato le popolazioni presenti, rendendo possibile un’eradicazione che altrimenti non si
sarebbe mai potuto mettere in atto.
È possibile limitare il danno arrecato agli argini utilizzando, come è stato fatto a Mantova e a Rovigo, delle reti antinutria-antigambero. Queste reti favoriscono il consolidamento dell’argine,
permettendo la ricolonizzazione vegetale dell’argine, che rende
lo stesso più stabile, ed evita che la nutria scavi la tana. La vegetazione naturale che si forma sull’argine crea un microclima
favorevole, filtra l’acqua e richiama insetti e uccelli che a loro
volta possono proteggere i raccolti, per esempio nutrendosi di
insetti nocivi per le coltivazioni. Gli alberi e gli arbusti fungono
da frangivento e proteggono il campo. Il lavoro degli agricoltori
è reso più sicuro, perché gli argini sono meno fragili e non cedono quando sono percorsi con il trattore. In Argentina, paese nativo della nutria, hanno adottato un metodo semplice ed
efficace che permette di contenere la popolazione dell’animale.
Mentre noi coltiviamo il campo arrivando a ridosso dell’argine,
loro lasciano qualche metro incolto tra campo e corso d’acqua.
Il terreno italiano è alluvionale e quindi è più friabile di per sé.
Basterebbero dai 5 ai 10 metri di incolto tra l’argine e l’inizio del
campo perché le sponde vengano colonizzate dai vegetali. In
natura, la nutria preferisce cibarsi delle piante che trova sull’argine, piuttosto che del mais o di altre colture. Inoltre, non ama
allontanarsi dall’acqua esponendosi ai predatori e quindi arreca
potenziali danni alle coltivazione solo quando è privata del suo
habitat naturale.
7. IMPLICAZIONI SOCIALI ED ECONOMICHE
“Un grammo di prevenzione è meglio di un chilo di cure”
Henri de Bracton, 1240, giurista
Le invasioni biologiche sono connesse, per la maggior parte, all’attività economica diretta (commercio delle specie) e indiretta.
Abbiamo visto che alcuni ecosistemi, come le isole, i laghi, i fiumi, e i sistemi marini prossimi alle rive, o i sistemi con una scarsa
biodiversità, sono più vulnerabili alla colonizzazione di specie
aliene. Ma i parametri socio-economici di un paese e l’uso che fa
del territorio, aumentano le possibilità di introduzione e di
espansione delle specie alloctone, in linea con un aumento del
commercio, del trasporto e del movimento di persone. I Paesi del
Nord del mondo hanno dei buoni sistemi di trasporto, e le reti
stradali collegano aeree molto grandi, specialmente nelle regioni
densamente abitate. Le strade fungono da corridoi, le persone
agiscono come vettori e le aree disturbate che si trovano lungo
le strade, i lavori di manutenzione e il movimento favoriscono
ulteriormente il processo di invasione. Un buon sistema di trasporto è necessario per poter gestire grandi volumi di traffico
commerciale, sia nazionale che internazionale. Infine, nei paesi
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sviluppati ci sono grandi aree disturbate e suburbane che favoriscono a loro volta la diffusione di specie invasive89.
Il controllo della fauna selvatica e delle specie esotiche non desiderate è un’industria in espansione. I biologi e altri ricercatori
tendono a concentrare i loro studi su quei progetti che hanno
maggiori probabilità di ottenere dei finanziamenti. Le specie invasive che hanno un impatto economico dimostrato sono di
maggior interesse delle specie naturalizzate o casuali. Uno studio
realizzato da Pyšek (2008) mette in evidenza che gli animali invasivi su cui si fa più ricerca sono quelli con un forte impatto
sulle attività antropiche. Una ricerca online, utilizzando motori di
ricerca scientifica, dimostra l’esistenza di un gran numero di studi sulle cozze zebra, Dreissena polymorpha, ratti, topi domestici,
opossum, nutrie, cinghiali, volpi. I programmi di eradicazione e
gli studi di queste specie considerate “dannose”, offrono una rapida e attraente soluzione ad un problema costoso e complesso.
Il pregiudizio non riguarda solo i taxa, ma anche i Paesi: la maggior parte delle ricerche sulle specie invasive esotiche si svolge in
Europa e negli Stati Uniti [grafico di Pysek]. Nei paesi ricchi, con
un alto prodotto interno lordo e grandi volumi commerciali, sono
presenti più specie aliene, il che giustifica in parte una più alta
concentrazione di ricerche. Allo stesso tempo, altri aspetti fondamentali del processo di invasione – le proprietà dell’habitat, il
processo di naturalizzazione, ogni nuovo caso di invasione biologica, tra gli altri – non sono abbastanza studiati, nonostante rappresentino elementi dai quali non è possibile prescindere se vi è
l’effettivo interesse di contenere efficacemente le nuove specie
invasive.
Si stima che in Europa, delle 10.000 “specie aliene invasive” presenti, il 10-15% avrà un impatto negativo. Uno studio realizzato
nel 2009 stimava che le IAS costino all’Europa circa 12 miliardi di
Euro l’anno, ma si prevede che questa cifra continuerà a crescere,
così come aumenterà il numero di nuove “specie aliene”. Su più
ampia scala, secondo Pimentel (2005), le “specie aliene” costano
all’economia globale 1,4 trilioni di dollari l’anno, il 5% della produzione globale. Tuttavia, la questione delle specie alloctone è
aperta a soluzioni economiche90. Il quadro normativo di un paese
– quarantena, lista delle specie esotiche commerciabili – potrebbe giocare un ruolo importante nel vietare ulteriori introduzioni
o la diffusione delle “specie aliene” esistenti. In un’economia in
espansione globale, in cui le lobby contrasteranno con forza le
norme di divieto o limitazione al traffico delle specie esotiche, i
partner commerciali dovrebbero essere incoraggiati a stipulare
coperture assicurative specifiche, che coprano i costi dei danni
che queste specie possono provocare. Tali assicurazioni sarebbero
utili a prevenire gli eventuali costi economici ed ambientali, derivanti dal danno inflitto dalle IAS. Nuove tasse legate all’importazione degli animali esotici potrebbero intanto spingere le figure
con uno specifico interesse nel commercio di queste specie (venditori e compratori di specie esotiche, organizzazioni di caccia e
pesca, allevatori di nuove specie) a conoscere meglio le specie
che commerciano e il loro potenziale invasivo. Tutti i commercianti di specie esotiche dovrebbero sapere che quanto più a lungo si commercia una specie tanto più è probabile che possa
sfuggire alla cattività e stabilizzarsi91. Sia i commercianti che gli
acquirenti dovrebbero pagare ulteriori, specifiche tasse. Il rilascio
intenzionale di specie esotiche dovrebbe essere scoraggiato da
pesanti multe, mentre il denaro proveniente da tasse e multe potrebbe essere investito in prevenzione, controllo e ricerca.
In Europa, l’importazione delle specie alloctone è regolata dalla
Wildlife Trade Regulation. Per quanto la WTR possa sospendere
l’importazione di specie potenzialmente dannose, le sue norme
89
Scharma et al., 2009
Perrings et al., 2002
91 Enserink, 1999
90
attuali coprono solo quattro specie, ma non regolano il commercio e la detenzione all’interno della Comunità Europea. Anche la
Direttiva sugli Habitat e la Direttiva sugli Uccelli hanno un ambito generale in cui si chiede agli Stati Membri di evitare o di regolare l’introduzione di specie aliene nelle aree protette.
CONCLUSIONI
In questo dossier sono stati raccolti i maggiori e più rilevanti casi
di invasione da parte di “specie animali aliene”. Accanto alla dinamica delle invasioni, sono state analizzate le contromisure attivate per contrastare il proliferare degli animali nei nuovi
territori. Come si è potuto constatare, i casi di successo rappresentano un numero decisamente esiguo. Nella grande maggioranza dei casi l’intervento umano non ha ottenuto alcun effetto
se non, addirittura, si è rivelato più di qualche volta controproducente. E’ quindi chiaro che il caso delle specie invasive è una
questione assai delicata da gestire e dagli esiti sempre incerti.
Non vi sono soluzioni sicure né tantomeno univoche. Forse anche
perché, effettivamente, soluzioni in realtà non esistono proprio.
Le invasioni possono avvenire in una tale molteplicità di modi,
seguendo talmente tante diverse vie e utilizzando una tale pluralità di mezzi, che la prima questione che dobbiamo porci è se
possiamo veramente pensare di essere in grado di tenere sotto
controllo le invasioni. Ancor di più considerando che, salvo in
contesti circoscritti nello spazio e a seguito di interventi rapidissimi, normalmente abbiamo visto che non vi è praticamente possibilità di riportare l’ambiente allo stato pre-invasione.
Certo, la prima norma di buon senso consisterebbe nel vietare il
commercio di “specie aliene”, eppure tale opportunità non rientra, se non marginalmente, nelle prospettive future dell’Unione
Europea. E intanto gli animali fino ad oggi introdotti continuano
a riprodursi. In barba ad ogni misura legislativa e amministrativa,
il tempo fa il suo corso, determinando il procedere dei ritmi biologici di qualsiasi specie animale, sia essa autoctona o meno. Al
punto che forse è venuto il tempo di chiedersi se effettivamente
abbia senso investire cospicue risorse economiche, ben sapendo
che ogni intervento di rimozione definitiva di animali invasori si
tradurrà in un fallimento.
Forse è giunto il momento di rivedere il concetto stesso di “biodiversità” e della sua tutela, almeno così come l’abbiamo intesa
fino ad oggi.
Probabilmente è venuta l’ora di prendere atto che per il futuro
dovremo rompere quella campana di vetro sotto la quale abbiamo fino ad oggi tentato, invano, di custodire la biodiversità.
L’abbiamo già capito per una specie animale in particolare, quella a cui noi apparteniamo, che non ha alcun senso alzare barriere, che è contrario ai concetti stessi di progresso culturale e di
evoluzione il volere tenere distinte e inalterate le caratteristiche
genetiche che caratterizzano i diversi gruppi di esseri umani,
quale ad esempio il colore della pelle. Oramai abbiamo preso atto
che il nostro è un futuro “meticcio”, in cui la distinzione antropologica dell’essere umano in diversi gruppi sulla base di diverse
caratteristiche fisiche, non avrà più senso, superata, relegata dal
nostro percorso evolutivo a un retaggio del passato.
E se lo stesso concetto provassimo ad applicarlo anche alle specie
animali diverse da Homo sapiens? Magari scopriremmo che le
specie invasive sono tutt’altro che pericolose per la biodiversità.
Che potranno dare invece un importante contributo per la sua
evoluzione, per il suo adeguamento alle mutate condizioni ambientali del pianeta, determinate, queste sì, dalla nostra specie e
dalla nostra “invasività” fuori controllo.
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