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Eneide - mediapascolierchie.gov.it
Anno scolastico 2012/13 PROTAGONISTA ENEA CHE DA IL NOME AL POEMA AUTORE: PUBLIO VIRGILIO MARONE PER CELEBRARE LA GRANDE STIRPE DEL POPOLO ROMANO COMPOSTA DA 12 CANTI DIVISI IN DUE PARTI I PRIMI 6 CANTI PARLANO DEL VIAGGIO AVVENTUROSO DI ENEA DA TROIA AL LAZIO ISPIRATI ALL’ODISSEA NARRA DEL VIAGGIO DI UN TROIANO SCAMPATO AL TRUCCO DEL CAVALLO DI TROIA FINO AD ARRIVARE NEL LAZIO IL POEMA LO HA VOLUTO L’IMPERATORE OTTAVIANO AUGUSTO GLI ULTRIMI 6 PARLANO DELLA GUERRA CHE L’EROE FA CON I POPOLI LATINI ISPIRATI ALL’ILIADE DA CUI NASCERA’ UNA NUOVA STIRPE: IL POPOLO ROMANO SI SPOSERA’ CON LAVINIA FIGLIA DEL RE DEI LATINI IL QUALE ERA PROMESSO SPOSO DI LAVINIA LUI FUGGE CON IL PADRE ANCHISE, IL FIGLIO ASCANIO E LA MOGLIE CREUSA, CHE PERO’ MUORE FARA’ UNA GUERRA CON IL RE TURNO ISTIGATO DA HERA ( GIUNONE ) VIRGILIO : ENEIDE ( SINTESI BREVISSIMA ) Il poema è suddiviso in XII libri e narra le vicende di Enea, eroe troiano figlio di Venere e Anchise, scampato alla distruzione di Troia e giunto per volere del Fato alle foci del Tevere per dar origine alla stirpe romana e alla gens lulia. La narrazione si divide in due parti: la prima (libri I-VI) racconta le peregrinazioni di Enea e dei compagni fino all'arrivo nel Lazio, la seconda (libri VII-XII) le lotte per assicurarsi il possesso della nuova patria assegnata dagli dei. Lo schema è il seguente: I - Una tempesta scatenata da Eolo, istigato da Giunone ostile ai Troiani, sorprende la flotta di Enea in navigazione dalla Sicilia verso l'Italia. L'intervento di Poseidone e di Venere consente a Enea, naufrago con sole sette navi, di approdare presso Cartagine. Didone, regina e fondatrice della città, accoglie benevolmente i profughi Troiani e offre loro un banchetto. II - Durante il banchetto Enea racconta le sue vicende: l'inganno del cavallo di legno che consente ai Greci di penetrare entro le mura di Troia e incendiare e distruggere la città; la fuga nella notte con il vecchio padre Anchise, il figlioletto lulo, la moglie Creusa e pochi altri; la perdita di Creusa e la partenza in cerca di una nuova patria. III- Prosegue il racconto di Enea: i Troiani arrivano in Tracia, dove conoscono la sorte di Polidoro, ultimo figlio di Priamo, ucciso dal re Polimestore, a cui era stato affidato; approdano a Delo, dove l'oracolo da un responso sulla nuova sede, erroneamente individuata da Anchise in Creta. A Creta un sogno svela a Enea che la terra destinata è l'Esperia (o Ausonia); partono da Creta e giungono alle isole Strofadi, da dove le Arpie scacciano Enea; a Butroto in Epiro incontrano Andromaca ed Eteno; poi in Sicilia sfuggono il pericolo di Scilla e Cariddi e di Polifemo, e qui a Drepano muore Anchise. Salpati dalla Sicilia li assale la tempesta e, naufraghi sulle spiagge libiche, sono accolti dai Cartaginesi. Termina così il lungo racconto. IV- Didone s'innamora di Enea e lo confida alla sorella Anna. Giunone e Venere li fanno incontrare soli in una grotta. Entrambi cedono alla dolcezza dell'amore e s'illudono di poter trovare la felicità. Ma Giove invia Mercurio, che richiama Enea alla sua missione. L'eroe obbedisce e parte, nonostante le preghiere di Didone, che per la disperazione s'uccide, dopo oscure maledizioni e previsioni di futura vendetta. V - Enea naviga verso l'Italia. Si ferma in Sicilia dove celebra i ludi in memoria di Anchise. Qui le donne Troiane incendiano le navi per porre fine alle peregrinazioni. Solo quattro però vanno perdute grazie alla pioggia provvidenziale mandata da Giove. Enea è convinto in sogno da Anchise a lasciare le donne e i vecchi in Sicilia. Per loro fonda Segesta e sul monte Enea innalza un tempio a Venere. Poi riprende la navigazione, durante la quale cade in mare il nocchiero Palinuro. VI - Giunto a Cuma Enea, dopo aver compiuto i riti prescritti, è guidato dalla Sibilla nell'Averno. Passato il fiume Stige sulla barca di Caronte e placato dalla Sibilla Cerbero, Enea s'inoltra nel regno dei morti. Nei "campi del pianto" incontra Didone. Chiusa nel suo dolore la regina non risponde alle parole dell'eroe che cerca di giustificarsi. Giunge al Flegetonte, alla reggia di Plutone e infine ai "campi Elisi", sede dei beati, dov'è Anchise. Questi gli indica presso il fiume Lete le anime che purificate incarneranno i discendenti di Enea, da Remolo a Marcello, giovanissimo nipote di Augusto. Tornato dai compagni Enea è pronto a ripartire. VII- Nel Lazio Enea è accolto dal re Latino che gli promette in sposa la figlia Lavinia. Giunone manda la furia di Aletto a suscitare l‘ira di Amata, moglie di Latino, che s'oppone e vuole sia mantenuta la promessa di nozze fatta a Turno, re dei Rutuli. Scoppia la guerra. Rassegna dei guerrieri latini e italici, chiusa dalla vergine guerriera Camilla, fra le schiere dei Volsci. VIII- Enea risale il Tevere per cercare alleati. Giunge da Evandro, re di un'umile colonia di Arcadi sulle rive del fiume presso il Palatino, edificata negli stessi luoghi su cui sorgerà Roma. Evandro manda con Enea il figlio Pallante e cento cavalieri. Venere porta al figlio le armi fabbricate da Vulcano e lo scudo sui quale sono effigiati gli episodi della storia futura di Roma sino alla vittoria di Augusto ad Azio. IX- Turno attacca e da fuoco alte navi troiane che sì trasformano in ninfe. Eurialo e Niso, audaci guerrieri di Enea, vengono uccisi mentre tentano una pericolosa azione nel campo nemico. La guerra è cruenta e molti cadono da entrambe le parti. X - Nel concilio degli dei Giove dichiara che nessuno, neppure lui stesso, può opporsi al destino. Arriva Enea con gli alleati e la battaglia si fa sempre più aspra. Cadono Pallante ucciso da Turno e Mezenzio con il figlio Lauso, uccisi da Enea. XI - Una tregua permette la sepoltura dei morti e le spoglie di Pallante vengono restituite a Evandro. Si torna a combattere e muore eroicamente Camilla. I Troiani hanno la meglio. Turno decide di sfidare Enea a duello. XII- Prima che il duello cominci Giunone provoca un tumulto nel quale Enea resta ferito. Tratto in salvo da Venere è guarito e torna a combattere. I Troiani vittoriosi s'avvicinano alla città di Laurento e la regina Amata si toglie la vita. Enea affronta Turno in duello e lo uccide. FOCE DEL TEVERE GAETA CUMA TROIA BUTROTO AZIO TRAPANI DELO SPIAGGIA DEI CICLOPI CARTAGINE ISOLE STROFADI PERGAMO CRETA LIBRO I Il poeta si propone di narrare le imprese di Enea, l'eroe scampato all‘eccidio di Troia, e che per volere del Fato, sbarcherà dopo molti travagli sulle coste del Lazio, per fondarvi una nuova città da cui trarrà origine Roma. Invoca Calliope, la musa della poesia epica, affinché gli renda noti i motivi per cui la regina degli dei, Giunone, perseguitò con implacabile odio un uomo tanto pio. Ed ecco la storia. Dopo la distruzione di Troia, Enea prepara una flotta di venti navi e fugge dalla città distrutta dalle fiamme. Trascorrono sette anni di viaggio, un viaggio avventuroso e difficile, prima che i profughi giungano in vista dell'Italia, la terra che il Fato assegna loro come nuova patria. E' questa l'antica Ausònia, donde era venuto Dàrdano, il capostipite dei Troiani. Qui l'eroe dovrà trapiantare i Penati di Troia e dare origine ad una nuova stirpe che fonderà un nuovo regno. Ma Giunone protegge Cartagine, città fenicia dell'Africa, e sa che la gente romana, vittoriosa e superba, un giorno la distruggerà. Di qui l'odio per Enea, progenitore di questa gente, che s'aggiunge all'antico rancore per il giudizio di Paride; di qui il proposito d'impedire ad Enea di pervenire alla meta sospirata del suo viaggio. Si reca da Eolo, re dei venti, e lo persuade a scatenare una furiosa tempesta che travolge alcune navi e disperde le altre. Fortunatamente interviene Nettuno che ristabilisce la calma, consentendo ad Enea di sbarcare, con le sette navi superstiti, sulle coste della Libia. Intanto, nell'alto dei cieli, Venere si accosta a Giove e, piangendo, gli chiede perché mai Enea, suo figlio, sia tanto perseguitato dalla sventura e non riesca a raggiungere la patria promessa. Giove la tranquillizza dicendole che il destino di Enea non è cambiato: da lui discenderà la stirpe Giulia, dominatrice del mondo, e nel Lazio sorgeranno Roma e l'Impero. Poi Venere, travestita da cacciatrice, si presenta al figlio per assicurarlo sugli abitanti del luogo e per esortarlo a recarsi nella vicina Cartagine, dove gli verrà offerta una regale ospitalità. E gli parla della regina Didone che, costretta a fuggire dalla città fenicia di Tiro, sua patria, in seguito all'uccisione del marito Sichèo da parte del fratello di Pigmalione, aveva fondato la città di Cartagine, in Libia, di cui era protettrice Giunone. Accompagnato dal fido Acate, Enea entra in città non visto, perché avvolto da Venere in una nuvola di nebbia, e giunge al magnifico tempio di Giunone, nel quale vede dipinti episodi della guerra di Troia. Ma ecco che, seguita da un corteo di principi, appare Didone fulgente di meravigliosa bellezza: siede sul trono e dà inizio alla sua attività di regina. Poco dopo entra nel tempio un gruppo di Troiani, che Enea credeva scomparsi nella tempesta. Sono guidati da Ilioneo, il quale supplica la regina di aiutare gl'infelici naufraghi, desiderosi di salpare verso l'Italia. La regina acconsente e promette di far ricercare il loro re scomparso. A questo punto la nube che nascondeva Enea si dissolve, e l'eroe appare, per forza e bellezza, del tutto simile ad un dio. Saluta i compagni e ringrazia con parole di commossa riconoscenza Didone che, stupita e lieta, invita i Troiani alla reggia, dove fa preparare per loro un sontuoso banchetto. Enea fa chiamare intanto Ascanio, rimasto di guardia alle navi, ma Venere, trepidante per la sorte del figlio, manda Cupido, dio dell'amore, sotto le forme di Ascanio. E Cupido insinua nell'animo della regina, a poco a poco, una grande passione d'amore per Enea. Alla fine del banchetto Didone prega Enea di narrare le sue straordinarie avventure. LIBRO II Fra il silenzio generale l’eroe, con la tristezza nel cuore, inizia il racconto della caduta di Troia. Dopo dieci anni di assedio i Greci, visto inutile l’uso della forza per prendere la città, decidono di ricorrere all’inganno. Ammaestrati da Minerva, costruiscono un enorme cavallo di legno, nel cui ventre racchiudono i più forti guerrieri. Poi fingono di partire e si nascondono con la flotta dietro all’isola di Tenedo, lasciando il cavallo sulla spiaggia per dono votivo a Pallàde. I Troiani escono dalla città per festeggiare l’inattesa liberazione, ma anche per ammirare la strana mole del cavallo. Subito Timète propone di trasportarlo dentro le mura, mentre Capo consiglia di gettarlo in mare oppure dargli fuoco. Quand’ecco Laocoonte, sacerdote di Apollo, scendere dall’alta rocca gridando che quel cavallo non era un dono, ma bensì un’insidia dei Greci, per cui bisognava distruggerlo. E, ciò dicendo, vibra l’asta contro la pancia del cavallo, provocando un sinistro rimbombo. Intanto sopraggiunge una folla di pastori: trascinano un prigioniero che afferma di chiamarsi Sinone, di essere un greco sfuggito ai suoi compatrioti, da lui odiati perché volevano immolarlo agli dei, per ottenere in cambio un felice ritorno in patria. Convinto e impietosito dalle sue menzogne, Priamo gli fa grazia della vita, ma gli chiede precise notizie sul cavallo. E Sinone risponde: il cavallo fu costruito per placare l’ira di Minerva offesa dal ratto del Palladio, e di proporzioni gigantesche perché non venisse introdotto in città, nel qual caso ai Troiani sarebbe toccato l’impero del mondo. Quasi a conferma delle parole ingannatrici di Sinone, si verifica un terrificante prodigio voluto da Pallade: due spaventosi serpenti, usciti dal mare, s’avventano sui due figli del sacerdote e li divorano; poi avvinghiano il padre accorso in loro aiuto e lo soffocano. Compiuta la strage, i due mostri si dirigono al tempio di Pallade e si raggomitolano tranquilli ai piedi della statua. A tale vista i Troiani non esitano più: fanno una breccia nelle mura e trascinano sulla rocca il cavallo. Due spaventosi serpenti, usciti dal mare, s’avventano sui due figli del sacerdote e li divorano; poi avvinghiano il padre accorso in loro aiuto e lo soffocano. Ma, durante la notte, Sinone fa uscire i guerrieri dal cavallo, e costoro, uccise le guardie, spalancano le porte della città. Allora tutto l’esercito greco, ritornato con la flotta da Tenedo, irrompe nelle vie e nelle piazze di Troia immersa nel sonno, saccheggiando, incendiando, trucidando barbaramente gli abitanti. Ad Enea appare in sogno l’ombra dolente di Ettore, che lo esorta a fuggire con i sacri Penati per trapiantarli nella sede voluta dal Fato. Destatosi di soprassalto, l’eroe sale sul tetto e, rendendosi conto della terribile realtà, prende le armi e si getta nella mischia. Ma rimane sopraffatto e, con due compagni superstiti, giunge alla reggia. Qui Pirro, penetrato con i suoi nel palazzo, insegue Polite, figlio di Priamo, uccidendolo sotto gli occhi del padre. Poi afferra il vecchio re, che ha tentato inutilmente di colpirlo, e lo sgozza nel sangue del figlio, ai piedi dell’altare. A tale vista Enea si ricorda dei suoi e, esortato a ciò anche dalla madre Venere, corre senza indugio a casa per condurli in salvo. Quindi, deciso a seguire l’ammonimento di Ettore, prende sulle spalle il padre Anchise, al quale affida i Penati, e col piccolo Ascanio per mano e seguito dalla moglie, fugge dalla città in fiamme. Ad un certo punto della fuga s’accorge, però, che nel trambusto ha smarrito Creusa. Tornato indietro a cercarla, gli appare l’ombra di lei che gli annuncia d’essere stata assunta fra gli dei. Per tre volte Enea cerca di abbracciarla e per tre volte abbraccia solo aria, poi la moglie svanisce. E’ l’alba. Enea torna dai suoi e, rimesso il padre sulle spalle, prende la via dei monti. LIBRO III L’eroe trova scampo ad Antandro, ai piedi del monte Ida, dove si sono rifugiati altri Troiani. Qui, durante l’inverno, fa costruire una flotta di venti navi sulle quali, al principio della primavera, s’imbarcano tutti i profughi di Troia. Hanno inizio così le lunghe peregrinazioni alla ricerca di una nuova patria. Dapprima i Troiani approdano in Tracia, terra amica di Troia, dove, mentre Enea s’accinge a fondare una città, da chiamarsi Eneade, si verifica un fatto raccapricciante: dai rami di un mirto sgorga del sangue ed esce una voce lamentosa. E’ Polidoro, l’ultimo figlio di Priamo, che il padre aveva mandato presso Polinestore, re di Tracia, per sottrarlo alla guerra. Ma il re, vista la cattiva sorte toccata a Troia, lo aveva ucciso per impadronirsi delle sue ricchezze. Ed ora Polidoro, trasformato in arbusto, esorta Enea a lasciare quella terra maledetta. Data solenne sepoltura a Polidoro, i Troiani riprendono il mare dirigendosi verso Delo, l’isola sacra ad Apollo. Sono accolti benevolmente dal re Anio, vecchio amico di Anchise, e si recano ad interrogare l’oracolo del dio, il quale li ammonisce a “cercare l’antica Madre”. Seguendo il consiglio di Anchise, i profughi si recano a Creta, da cui era partito Tèucro, progenitore dei Troiani. Subito si mettono al lavoro per fondare una nuova città da chiamarsi Pergamèa, quando scoppia una terribile pestilenza che danneggia uomini, animali e mèssi. Convinti d’avere sbagliato, gli esuli decidono di abbandonare anche quel luogo. Durante la notte, i Penati appaiono in sogno ad Enea e gli indicano l’Italia come la terra degli avi: l’Italia, donde venne il progenitore Dardano. Ripresa la navigazione, una furiosa tempesta sospinge i Troiani alle Stròfadi, le isole delle Arpie, creature dal volto di donna e dal corpo di uccello. Le quali, insozzando le mense, impediscono loro di magiare, mentre una di esse, Celeno, li atterrisce con funesti presagi. Fuggono di là e, risalendo il mar Ionio, sbarcano sul lido di Azio, dove celebrano giuochi e compiono sacrifici in onore di Apollo. Quindi, rimessisi in mare, giungono a Butroto, nell’Epiro, dove regna Eleno, figlio di Priamo, che ha sposato Andromaca, la vedova di Ettore. Essendo indovino, Eleno predice ad Enea le sue future peregrinazioni prima di giungere alla terra promessa dal Fato. Lo istruisce sul percorso da seguire e gli indica i segni per riconoscere il luogo dove dovrà fermarsi e fondare la città. Dopo uno scambio di preziosi doni, i Troiani sono nuovamente in mare e, al mattino seguente, vedono profilarsi all’orizzonte le coste dell’Italia. Prima Acate, e poi tutti gli altri la salutano con un grido di gioia: “Italia!Italia!”. Per evitare gli scogli di Scilla e Cariddi, girano attorno alla Sicilia, approdando ai piedi dell’Etna, nel paese dei Ciclopi dove raccolgono Achemenide, un greco dimenticato a terra da Ulisse. Avvertiti del pericolo cui possono andare incontro, i Troiani hanno appena il tempo di fuggire, che Polifemo urlando si spinge nel mare per inseguirli. Sbarcano quindi a Drepano, l’odierna Trapani e là il vecchio Anchise muore. Salpano di nuovo, ma una violenta tempesta li sbatte sulle coste dell’Africa. E qui finisce il racconto di Enea. LIBRO IV Didone, ormai innamorata di Enea, trascorre la notte pensando a lui, senza mai trovar riposo. Al mattino si confida con la sorella Anna, che la incoraggia ad assecondare il nuovo sentimento, anche per i vantaggi che deriverebbero al regno dall’unione dei Cartaginesi con i Troiani. Confortata da queste parole, Didone accarezza volentieri l’idea di nuove nozze e, intanto fa sacrifici agli dei per renderseli propizi. Cerca di stare spesso in compagnia di Enea e tratta con affetto materno Ascanio, ma trascura i suoi doveri di regina, per cui nella città il fervore di opere cessa del tutto. Giunone contenta di tenere Enea lontano dall’Italia, favorisce questa passione. D’accordo con Venere, fa si che durante una battuta di caccia, indetta dalla regina per onorare l’ospite, scoppi un violento temporale: tutti si sparpagliano in cerca di riparo, mentre Didone ed Enea si ritrovano soli nella stessa grotta, e lì, col favore di Giunone pronuba, l’unione matrimoniale dei due si compie. Presto la notizia si divulga. Jarba, re dei Getuli, che era stato respinto da Didone, si rivolge sdegnato al padre suo, Giove Ammone, chiedendo vendetta per l’affronto subito. E Giove manda Mercurio da Enea per ricordargli la missione che gli è stata affidata dagli dei, per ingiungergli di salpare alla volta dell’Italia. Enea rimane atterrito, ma capisce che deve ubbidire al comando divino. Non trovando il modo di parlare con Didone, decide di partire all’insaputa di lei e, per tanto, ordina ai suoi di allestire in segreto la flotta. Didone , però, s’accorge dei preparativi e, sdegnata e pazza di dolore, investe Enea con parole di rimprovero e di minaccia, ma pure di preghiera e di scongiuro. Enea, irremovibile nel suo proposito, le risponde tergiversando che non voleva partire segretamente, ma che neppure le aveva promesso di rimanere per sempre a Cartagine. Ed aggiunge che, suo malgrado, deve rispettare la volontà del Fato che, avendogli tolto la patria, lo spinge a fondarne una nuova in Italia. Allora Didone, guardandolo torva, gli manifesta tutto il suo disprezzo. Vada pure verso il proprio destino: lei morrà e, ombra implacata, lo seguirà ovunque per maledirlo. LIBRO III: MORTE DI ANCHISE, PADRE DI ENEA DIDONE ED ENEA Enea, sebbene tormentato anche lui dalla passione d’amore, rimane saldo nel suo proposito ed affretta la partenza delle navi. Invano la regina, in un estremo tentativo, manda la sorella Anna a supplicarlo di trattenersi ancora un po’ di tempo, nell’attesa che spirino venti più propizi, per modo che Didone possa abituarsi all’idea del distacco. Allora l’infelice decide di morire. Persuasa da funesti presagi e torturata da sogni minacciosi, studia come attuare il triste proposito senza destare sospetti nella sorella. Dice di voler ricorrere alle arti magiche per liberarsi dalle sofferenze dell’amore. Fa costruire a cielo aperto, un’alta pira di legna resinose e vi fa mettere sopra il letto nuziale, la spada, le vesti e l’effigie dell’eroe amato. Poi, assieme ad una maga, vi gira intorno celebrando rituali magici. Intanto Enea dorme tranquillo sull’alta poppa della nave, quand’ecco Mercurio apparirgli in sogno e, con parole concitate, sollecitarlo a partire perché Didone potrebbe, nella sua furia, dar fuoco alle navi. L’eroe sveglia subito i compagni e taglia con la propria spada gli ormeggi. Allorquando Didone, sul far dell’alba, vede la flotta troiana navigare nel mare aperto, cade in preda alla più cupa disperazione. Invoca dagli dei una tremenda maledizione su Enea: che trovi nella nuova patria guerra e dolori; che muoia anzi tempo; e che perpetua sia la rivalità tra i suoi discendenti ed il popolo dei Tiri, cioè fra Roma e Cartagine. Poi, impaziente di morire, sale sul rogo e si trafigge con la spada avuta in dono da Enea. Pianti ed urli echeggiano nella reggia Anna sale sul rogo in tempo per raccogliere l’estremo respiro della sorella. La morente cerca con gli occhi tremanti la luce che fugge, poi manda un gemito e giace senza vita. DOPO L’AMORE, IL DISTACCO E UNA NUOVA PARTENZA. LA DISPERATA SOFFERENZA DELLA REGINA DIDONE. LIBRO V Mentre la flotta veleggia in alto mare, Enea vede i bagliori del rogo di Didone e, benché non sappia la causa di quel fuoco, è contristato da foschi presentimenti. Anche il mare è cupo e, intorno alle navi, sta addensandosi una minacciosa tempesta, sicchè Palinuro, il nocchiero della nave di Enea, suggerisce di puntare verso la Sicilia, dove potranno contare sull’ospitalità del troiano Aceste, re di Segesta. Lo stesso re, infatti, visto dall’alto l’arrivo delle navi amiche, si reca sul lido per riceverli ed offrire ad essi ospitalità e ristoro. La mattina seguente, ricorrendo l’anniversario della morte di Anchise, colà sepolto l’anno prima, Enea indice giochi funebri in suo onore. Poi muove verso la tomba del padre, dove immola vittime e fa libagioni di latte, vino e sangue. All’alba del nono giorno da inizio ai giochi, ai quali prende parte anche la gioventù del luogo. Quattro sono le gare con ricchi premi per i vincitori:la regata, vinta dalla nave “Scilla” comandata da Clonato; la corsa a piedi, vinta da Eurialo col favore di Niso; la lotta del cesto (pugilato), vinta dal siciliano Entello sul troiano Darete; la prova dell’arco, vinta da Eurizione, ma il premio viene consegnato al vecchio Aceste, la cui freccia, volando tra le nubi, ha preso fuoco lasciando dietro di sé una scia luminosa. Si svolge, poi, un torneo di fanciulli a cavallo: tre squadre, di dodici giovinetti ciascuna, compiono una specie di danza equestre o di finta battaglia. S’impone tra tutti, per bellezza e bravura, Ascanio, il quale cavalca un destriero donatogli da Didone. La giornata sta per concludersi lietamente, quando Giunone manda Iride ad istigare le donne troiane che, stanche del continuo peregrinare, appiccano il fuoco alle navi. Al divampare del fuoco tutti corrono al porto, ed Enea, in preda ad un profondo scoraggiamento, invoca l’aiuto di Giove, il quale, impietosito, rovescia dal cielo una violenta pioggia che spegne l’incendio. Purtuttavia, quattro navi sono andate perdute. Enea, ora, è incerto sul da farsi. Ma nella notte gli appare l’ombra del padre, che lo esorta a seguire il consiglio del vecchio Naute, il quale propone di fondare in Sicilia una città dove lasciare le donne, i vecchi e i malati, e di continuare il viaggio solo con i più giovani e forti. Anchise aggiunge che, prima di sbarcare nel Lazio, l’eroe dovrà discendere nell’Averno per incontrarsi con colui che gli svelerà i suoi destini gloriosi. Enea, determinato a seguire la volontà degli dei, traccia i solchi della nuova città per coloro che rimangono: essa si chiamerà Acesta ed avrà come re l’amico Aceste. Inoltre, sul monte Erice getta le fondamenta di un tempio a Venere, sua madre. Dopo nove giorni di feste e sacrifici, viene il momento della partenza. Abbracci e pianti a non finire, quindi le navi salpano per l’Italia col vento in poppa. Venere ha ottenuto una felice navigazione per il figlio. Ma il dio del mare ha preteso in cambio il sacrificio di una vittima umana: sarà Palinuro, il nocchiero della nave di Enea, il quale, ingannato dal Sonno, s’addormenta e precipita in mare insieme al timone. Enea, svegliatosi presso gli scogli delle Sirene, avverte la mancanza del nocchiero: corre subito a prendere il posto dell’amico e ne piange amaramente la morte. ENEA DOVRA’ DISCENDERE NELL’AVERNO LIBRO VI Le navi approdano finalmente a Cuma. Mentre i compagni vanno a tagliare legna e a cercare acqua, Enea sale sulla rocca, dov’è il tempio di Apollo, vicino alla grotta della Sibilla. L’eroe si sofferma a contemplare il tempio costruito da Dedalo, sulle porte del quale sono raffigurate le tragiche vicende di Androgeo e del Minotauro. Ma ecco che avanza la Sibilla: la sacerdotessa invita Enea a celebrare i sacrifici ad Apollo e, compiuto il rito, ad entrare nella sua grotta. Qui Enea invoca il potente dio, protettore dei Troiani, perché ponga fine al suo lungo peregrinare e gli conceda finalmente di fondare il regno promesso. Allora la Sibilla, invasa dallo spirito profetico di Apollo, tutta agitata e tremante, pronuncia l’atteso vaticinio: ” I Troiani giungeranno nel Lazio, però vi troveranno guerra e sangue. Ma alla fine, anche per l’aiuto di una città greca, saranno salvi e vincitori”. Placatasi la sacerdotessa, Enea la prega di condurlo nei Campi Elisi perché possa incontrarsi col padre, ed ella risponde che prima dovrà cogliere un ramoscello d’oro, sacro a Proserpina, e dare sepoltura al compagno Miseno. Infatti Miseno, il trombettiere di Enea, giaceva cadavere sul lido. Avendo osato sfidare Tritone nel suono della tromba, il dio sdegnato lo aveva fatto cadere nell’acqua e morire annegato. Si decide di rendere onori funebri al morto. Tutti vanno nel bosco a raccogliere legna per il rogo; anche Enea, il quale, guidato da due colombe messaggere di Venere, giunge presso un albero che ha un ramoscello d’oro. Subito lo stacca e corre dalla Sibilla. Dopo aver compiuto le esequie di Miseno, cui dà sepoltura sul promontorio che da lui prese nome, Enea offre sacrifici agli dei infernali, perché gli concedano di entrare nel regno dei morti. All’ordine della Sibilla, Enea si inoltra con lei nell’oscurità di un vestibolo, dove s’aggirano fantasmi spaventosi che personificano i peggiori mali che tormentano l’umanità: le Malattie, la Fame, la Miseria, la Paura, la Guerra, la Morte, e così via. Nel mezzo sorge l’albero dei Sogni, mentre i mostri mitologici (Centauri, Scilla, Briareo, Idra, Gorgona, Chimera…) sono a guardia delle porte. Enea, spaventato, impugna la spada, ma la Sibilla lo ammonisce che sono vane ombre. Sulla riva dell’Acheronte, fangoso e torbido, l’eroe vede le anime degli insepolti, condannati a vagare per cent’anni prima di essere accolti nella barca di Caronte. Fra essi Enea scorge Palinuro, il nocchiero caduto in mare, che gli racconta come venne assalito ed ucciso da gente crudele che lasciò abbandonato il suo corpo sulla spiaggia. Ma quella stessa gente crudele – la Sibilla lo rassicura – gli darà solenne sepoltura e chiamerà col suo nome il promontorio dove morì. Caronte,intanto, scorge Enea e gli intima di fermarsi: non lo traghetterà, perché è vivo. Ma le parole della Sibilla e la vista del ramoscello d’oro fanno sì che il nocchiero s’acquieti e li trasporti entrambi. Sull’altra sponda trovano, a guardia dell’Antinferno, Cerbero che latra rabbiosamente. La Sibilla gli getta una focaccia soporifera ed il mostro si addormenta. I due entrano così, senza difficoltà, nel regno dei morti. Appena dentro odono un confuso suono di voci e di vagiti infantili: sono le anime dei bambini morti anzitempo, quelle dei condannati a morte ingiustamente, dei suicidi e dei guerrieri caduti. Giudice di tutte queste anime è Minosse. Nei campi del pianto, fra le anime dei suicidi per amore, Enea scorge Didone. Le si avvicina e, piangendo, le rivolge parole affettuose, ma la regina non risponde e, guardandolo biecamente, s’allontana da lui per accostarsi all’ombra del marito Sicheo. Fra i guerrieri Enea incontra molti Troiani, e tutti si affollano intorno a lui desiderosi di parlare, mentre i Greci fuggono atterriti. Enea si intrattiene a lungo con Deifobo, figlio di Priamo, che gli narra la sua tristissima fine. Il colloquio è interrotto dalla Sibilla che mostra ad Enea un bivio: di qua c’è il Tartaro, dove sono puniti eternamente i malvagi, di là i Campi Elisi. Nel Tartaro i giusti non possono entrare, sicchè ad Enea non è permesso vederlo. Dall’alto di una torre vigila Tisifone, una delle tre Furie .All’interno vi è il giudice Radamanto che, dopo aver giudicato le anime, le precipita giù nell’abisso. Attorno al Tartaro, cinto da una triplice muraglia, scorre la corrente infuocata del Flegetonte. Ripreso il cammino i due giungono ai Campi Elisi. Enea appende sulla porta il ramoscello d’oro in omaggio a Proserpina ed entra nei luoghi ameni – verdi prati, boschi, ruscelli- dove i buoni conducono una beata esistenza. Il poeta Museo guida Enea da Anchise che muove incontra al figlio, felice di rivederlo sano e salvo. Enea, piangendo di commozione, vorrebbe abbracciare il padre, ma per tre volte l’ombra sfugge al suo amplesso. Poco distante da lì, presso la riva del fiume Lete, s’aggira una folla leggera di anime simili a sciami d’api sui fiori. Quelle anime -spiega Anchise- sono destinate a trasmigrare in altri corpi, dopo aver bevuto nel Lete l’oblio della precedente vita terrena. Fra di esse, Anchise addita al figlio le anime che, rinnovando la prole dardania, diventeranno i suoi gloriosi discendenti. Ecco Silvio, che nascerà da Enea e da Lavinia, poi i re di Albalonga, e Romolo fondatore di Roma, e via via, fino a Cesare e ad Augusto, che porterà l’impero ai confini del mondo. E la rassegna termina con l’ esaltazione della missione civilizzatrice di Roma. Quindi Enea prende commiato dal padre ed esce dall’Averno. Raggiunti i compagni, s’imbarca con essi alla volta di Gaeta, dove, appena giunto, fa ancorare le navi. LIBRO VII A Gaeta muore la vecchia nutrice di Enea, Caieta, che viene sepolta in quel golfo e gli dà il nome. Dopo il funerale, Enea si rimette in mare e, costeggiata la terra della maga Circe, approda presso la foce d’un grande fiume. E’ il Tevere, il tanto sospirato Tevere, che scorre nel Lazio dove regna il vecchio re Latino, padre di un’unica figlia, Lavinia, promessa sposa di Turno, re dei Rutili. La regina Amata, preferendo Turno agli altri principi italici, è lieta di averlo come genero, tanto più che egli è suo nipote. Ma re Lavinio, credendo nel vaticinio di un oracolo, attende un genero straniero, venuto di lontano, la cui stirpe è destinata a dominare il mondo. Dall’avverarsi di alcune profezie, Enea comprende che quella è la terra assegnatagli dai fati. Offre sacrifici agli dei e manda cento cavalieri con ricchi doni al re Latino, per chiedergli un’accoglienza ospitale. Intanto, traccia con lieve solco la cinta delle mura per la nuova città, munendola di terrapieni e steccati. Nella sontuosa reggia di Laurento, i Troiani sono accolti favorevolmente dal re, il quale, vedendo avverarsi l’antico presagio, offre ad Enea la sua amicizia e la mano della figlia Lavinia. Ben venga, dunque, da lui ospite da tempo atteso. E, ricambiando i doni, gli manda un cocchio ed una coppia di valenti destrieri. Ma Giunone sta in guardia. Ella sa che i discendenti di Enea fonderanno Roma, e che Roma, un giorno, distruggerà Cartagine, la sua città prediletta. Per questo, traendo profitto dalla situazione, accende gli animi contro Enea. Manda la furia Aletto a suscitar discordie: prima dalla regina Amata e poi da Turno. Lavinia La regina, eccitata da un insano furore, inveisce contro Latino, ostinato a sposare la figlia ad un esule di Troia, poi si mette a correre come una baccante per le vie della città, trascinandosi dietro altre donne e la stessa figlia Lavinia, che consacra, fra urli e moti scomposti al dio Bacco. A sua volta Turno rompe i patti col re Latino e, spinto da un atroce desiderio di vendetta, chiama a raccolta i Rutili per muovere guerra a Troiani e Latini insieme. Intanto, sempre per opera di Aletto, Ascanio ferisce a morte un cervo che Tirro, pastore del re, aveva addomesticato e custodiva con grande amore. L’episodio suscita l’indignazione dei contadini che, armati di bastoni, si scagliano contro i Troiani. Ne nasce una zuffa sanguinosa con morti e feriti da entrambe le parti. Amata e Turno, forti delle grida bellicose provenienti dalla folla, ne traggono un valido motivo per indurre Latino a dichiarare guerra ad Enea. Ma il re non cede: piuttosto che macchiarsi di una tal colpa contro i decreti del Fato, egli depone il potere e si ritira. Allora Giunone stessa spalanca le porte del tempio di Giano, la cui apertura precedeva la dichiarazione di guerra, e tutta l’Ausònia, prima pacifica e tranquilla, è percorsa da un solo terribile grido: “Guerra!”. Febbrilmente si fabbricano nuove armi e tutti si addestrano per prepararsi allo scontro imminente. Il poeta, dopo aver invocato nuovamente le Muse, passa in rassegna i guerrieri italici corsi in aiuto dei Rutili. C’è l’etrusco Mezenzio, spregiatore degli dei, col figlio Lauso; Aventino, figlio di Ercole; i fratelli Cavillo e Cora, con gli abitatori di Tivoli; Messalo, figlio di Nettuno, che guida i Fescenni ed i Falasci; Clauso, con la gente della Sabina; il medico Umbrone con i Marsi; Ebalo con i Campani; e tanti, tanti altri che sosterranno Turno nella rivendicazione dei suoi diritti. Infine, c’è Camilla, regina dei Volsci, donna forte e gentile che guida uno squadrone di cavalieri. Tutti accorrono al suo passaggio per ammirarla. LIBRO VIII Turno inalbera sulla rocca di Laurento il vessillo che dà il segnale della guerra: da ogni parte accorrono schiere di guerrieri armati. Per avere altri aiuti contro l’odiato nemico, Turno manda un’ambasceria in Puglia, dove l’eroe greco Diomede ha fondato la città di Arpi. Intanto Enea, ammonito in sogno dal dio Tiberino, prepara due biremi con cui salire il corso del fiume: si recherà a Pallanteo, la città fondata dal greco Evandro, per stringere con lui un patto d’alleanza. Ed ecco uscire dalla selva una candida scrofa con trenta porcellini: è questo il segno, come gli aveva predetto Eleno, che là deve stabilire la sua sede. Subito Enea immola quelle vittime a Giunone per propiziarsi la dea nemica e comincia a navigare nel Tevere mentre le acque calme e le selve verdeggianti guardano stupite quell’insolito spettacolo. Quando raggiunge Pallanteo – una piccola città murata sul colle Palatino -, il re Evandro con il figlio Pallante ed i migliori Arcadi stanno celebrando un solenne sacrificio ad Ercole. Nel vedere navi piene di armati, quelli balzano in piedi atterriti, ma Pallante va arditamente incontro agli stranieri e chiede loro chi siano, e se rechino guerra o pace. Enea, tendendo dalla nave un ramo d’olivo, risponde breve e preciso alle domande. Poi, invitato a sbarcare viene condotto da Evandro. Il re, che un tempo in Arcadia, aveva ospitato Anchise, lo accoglie con affettuosa benevolenza e, dopo averlo ascoltato, gli promette di essere suo alleato contro i Latini. Per cominciare, Enea parteciperà al banchetto preparato in onore di Ercole. Dopo aver mangiato e bevuto, Evandro spiega che l’origine del culto di Ercole in quei luoghi è collegato con l’uccisione, da parte del dio, di Caco, un mostruoso gigante e ladrone sanguinario che spargeva il terrore nella contrada. Ad Ercole liberatore fu costruita l’Ara massima intorno alla quale, ogni anno, si celebrano riti di ringraziamento. Finita la festa, tutti scendono verso la città, e , cammin facendo, Evandro racconta all’ospite la storia dell’antichissimo Lazio. Un tempo quei boschi erano abitati da Fauni e Ninfe e da uomini selvaggi usciti dai tronchi delle querce. LA BELLISSIMA E BELLICOSA REGINA DEI VOLSCI. Ma quando Saturno, cacciato dall’Olimpo venne qui a rifugiarsi, diede savie leggi a quelle rozze genti. Fu “l’età dell’oro”: gli uomini vivevano in pace, lavorando la terra e ignorando le ingiustizie. Ma poi i tempi mutarono e si passò all’età dell’argento e quindi a quella del ferro. Mutarono pure i dominatori: sulla terra chiamata Saturnia giunsero gli Ausoni, che le cambiarono il nome in Ausonia, più tardi i Sicani; quindi il re Tebro, da cui prese il nome il fiume. Ultimo giunse lui, Evandro, insieme con la madre Carmenta, sacerdotessa di Apollo. Ciò detto, Evandro mostra ad Enea i luoghi dove sarebbe sorta un giorno la Città Eterna, dall’asilo di Romolo al Lupercale, dall’Argileto alla Rupe Tarpea, dal Campidoglio al Foro. Arrivano insieme alla modesta dimora di Evandro, sul Palatino, dove Ercole non sdegnò di riposarsi. E l’eroe troiano si sdraia, per riposare, su un mucchio di foglie coperte dalla pelle di un orsa. Durante la notte, Venere si reca dal marito Vulcano e, con vezzi e moine, ottiene che fabbrichi armi belle e robuste per Enea. All’indomani, sul far dell’alba, Evandro ha un colloquio con l’eroe troiano. Il buon re può offrirgli in aiuto solo quattrocento cavalieri condotti dal figlio Pallante, ma gli dà un buon consiglio: si rechi nella città etrusca di Cere, i cui abitanti hanno cacciato il tiranno Mezenzio, che ora è ospitato e protetto da Turno; chieda alleanza agli Etruschi, i quali, sperando di avere nella mani Mezenzio per dargli la morte, accetteranno volentieri la richiesta, giacchè una profezia ha loro detto che, per ottenere la vittoria, debbono farsi guidare da un duce straniero. Il consiglio di Evandro lascia commosso e pensoso Enea, ma un segno propizio di Venere lo avverte che le armi sono già pronte per lui. Compiuto il rito sacrificale, Enea ritorna alle navi e divide i compagni in due schiere: parte dei Troiani tornerà al campo presso Ascanio, parte seguirà lui e Pallante a Cere, presso Tarconte, re etrusco. Enea e i suoi sono quasi giunti alla meta, quando decidono di riposarsi. A questo punto , Venere, vedendo il figlio solo, in disparte, discende rapidamente dal cielo e gli consegna le splendide armi foggiate da Vulcano. L’eroe, lieto di tanto onore, ne contempla stupito la straordinaria bellezza, ma soprattutto ammira lo scudo nel quale Vulcano ha raffigurato i più grandi eventi ed i personaggi più illustri della Roma futura, fino al trionfo di Augusto celebrato sullo sfondo dell’Urbe plaudente e festante. Durante la notte, Venere si reca dal marito Vulcano e, con vezzi e moine, ottiene che fabbrichi armi belle e robuste per Enea. LIBRO IX Frattanto Giunone, approfittando dell’assenza di Enea, manda Iride da Turno per suggerirgli di attaccare subito il campo troiano. Il prode re dei Rutuli, bramoso com’è di combattere, rompe gli indugi e avanza contro il nemico, scagliando in aria una freccia in segno di sfida; ma i Troiani, obbedienti all’ordine impartito da Enea, non rispondono alla provocazione e rafforzano le difese. Allora Turno s’avventa contro le navi riparate dietro un argine e, con una fiaccola accesa, vi appicca l’incendio. Ma Cibele tramuta in ninfe oceanine quelle navi costruite con il legno del monte Ida, nel bosco a lei sacro. I Rutuli sono atterriti dal prodigio, ma Turno, interpretandolo come un lieto auspicio, rassicura i suoi dicendo che Giove ha voluto privare i troiani di ogni possibilità di fuga e condannarli allo sterminio. Pertanto, sicuro della vittoria, dispone per il mattino seguente l’assalto al campo nemico, ordinando ai Rutuli di accamparsi sul posto ed a Messalo di sorvegliare le porte e di accendere fuochi intorno alle mura. Ma pure i Troiani vegliano per sventare un eventuale aggressione. A custodia delle porte stanno due giovani noti per la loro fraterna amicizia, Eurialo e Niso; costoro decidono di attraversare il campo dei Rutuli per andare da Enea ed avvertirlo del grave pericolo che incombe sui Troiani. Penetrati nottetempo nell’accampamento nemico, uccidono molti valorosi guerrieri, distesi qua e là sull’erba, immersi nel sonno e storditi dal vino. Ma poi, sul far dell’alba, sono avvistati da una schiera di cavalieri latini che, guidati da Volscente, vengono in soccorso di Turno. I due giovani fuggono nel bosco vicino: Niso corre più spedito e riesce a mettersi in salvo, ma quando si avvede di non essere seguito dall’amico, torna indietro e scorge Eurialo già circondato dai nemici. Allora scaglia, uno dopo l’altro, due dardi che colpiscono a morte due nemici. Volscente, infuriato, si slancia contro Eurialo per vendicare la morte dei suoi cavalieri. Niso, a tale vista, esce dal folto del bosco e grida :”Me, me uccidete! Io ho colpito! Tutta mia è la colpa!”. Ma la spada di Volscente ha già trafitto Eurialo che cade come un fiore reciso dall’aratro. Allora, pazzo di dolore, Niso si scaglia contro Volscente e l’uccide, ma poi, trafitto da mille dardi, cade morto sul corpo esamine dell’amico. EURIALO E NISO: UNA STORIA CHE TESTIMONIA UNA GRANDE, STRAORDINARIA AMICIZIA. Le teste dei due giovani, conficcate in cima a due grandi aste, vengono mostrate ai Troiani: spettacolo miserando per tutti, ma crudelissimo per la madre di Eurialo che piange disperatamente il suo bel figliuolo. Squilla la tromba di guerra. I Volsci, schierati a testuggine, muovono all’assalto delle mura, ma la strenua resistenza degli assediati li scompiglia. Turno riesce, tuttavia, ad appiccare il fuoco ad una torre di legno, che precipita giù travolgendo i suoi difensori. La mischia divampa feroce e, da una parte e dall’altra, molti sono i caduti. In questa circostanza Ascanio compie il suo primo atto di valore, uccidendo Remolo, cognato di Turno, mentre avanza baldanzoso e lancia insulti sanguinosi e parole di scherno ai Troiani. Pandaro e Bizia, due fratelli di natura gigantesca, aprono la porta che avevano in custodia e, piantandosi ai lati come due torri, massacrano i Latini che irrompono in massa. Si precipita anche Turno, ed uccide Bizia. Allora Pandaro, compiendo uno sforzo erculeo, riesce a chiudere la porta, lasciando dentro alcuni nemici, fra cui lo stesso Turno. Il quale continua a combattere con la ferocia di una tigre, ammazzando Pandaro e quanti gli si parano davanti. Alla fine i Troiani, animati da Mnesteo e Seresto, lo circondano, lo stringono da presso, lo costringono ad arretrare lentamente verso il fiume. Qui Turno, coperto da una pioggia di frecce, si getta armato nel biondo Tevere che, paternamente benigno, lo trasporta incolume in mezzo ai suoi compagni. Ascanio compie il suo primo atto di valore, uccidendo Remolo, cognato di Turno, mentre avanza baldanzoso e lancia insulti sanguinosi e parole di scherno ai Troiani. LIBRO X Giove raduna gli dei a concilio e deplora chi contrasta il volere del Fato parteggiando per questo o quel contendente. Venere e Giunone insorgono a difendere ciascuna le proprie ragioni, ma Giove, inflessibile, emette la sentenza:” Nessuna differenza tra Troiani e Rutuli: ciascuno sia artefice del proprio destino, senza intervento di dei ”. E sigilla il comando con un solenne giuramento che fa tremare l’Olimpo. La guerra si riaccende furiosa. Da una parte , i Rutuli intensificano l’assedio con incendi e stragi, dall’altra i Troiani, ed Ascanio in mezzo a loro, compiono grandi atti di valore. Intanto giunge Enea che, ottenuta l’alleanza degli Etruschi, è accompagnato da una flotta di trenta navi guidate da prodi guerrieri: vengono da Chiusi, da Populonia, dall’isola d’Elba, da Pisa, da Mantova….Ad affrettarne l’arrivo, gli era corsa incontro una schiera di ninfe: quelle stesse in cui Cibele aveva trasformato le navi per sottrarle al fuoco dei Rutuli. Una di esse, Cimodocea, lo informa di tutto e lo esorta ad attaccare battaglia per primo. Non appena in vista del campo, Enea sale sulla poppa ed inalbera lo scudo fiammeggiante. Da lontano gli assediati lo vedono e levano un grido esultante di gioia. I Rutuli restano per un attimo sgomenti, ma Turno li sprona ad occupare il lido prima che avvenga lo sbarco. Enea riesce a prevenirlo e, con ordini rapidi, fa sbarcare i suoi compagni. Poi attacca per primo uccidendo Terone, un gigante formidabile, e abbattendo numerosi altri nemici. S’accende feroce la lotta con atti di valore da entrambi le parti e reciproca strage. I cavalieri Arcadi, non essendo avvezzi a combattere appiedati, stanno sul punto di sbandarsi quando interviene Pallante che li rimprovera, li rincuora, li sprona con l’esempio gettandosi coraggiosamente nel folto della mischia. Trascinati dall’esempio, i suoi si battono strenuamente riuscendo a tener testa al nemico. Pallante compie prodigi di valore, finchè si trova di fronte Lauso, figlio di Mezenzio. Sono due giovani avversari, entrambi belli e prodi, e Giove non vuole che si azzuffino tra di loro, perché debbono avere l’onore di cadere per mano di più potenti nemici. Allora Turno, ispirato dalla ninfa Diuturna, sua sorella, prende il posto di Lauso e muove superbamente contro Pallante. Il quale, affrontandolo con coraggio, lancia per primo l’asta, ma il colpo cade a vuoto. Turno, invece, colpisce a morte il giovinetto, trapassandogli lo scudo, la corazza e il petto. Poi calpesta col piede il cadavere e lo spoglia del cinto d’oro. La morte di Pallante, fedele alleato ed amico, fa sorgere nell’animo di Enea la brama della vendetta. Con la spada sguainata, corre furente in cerca di Turno e, intanto, uccide quanti nemici gli si parano davanti. Giunone, in cielo, ottiene da Giove di ritardare la morte di Turno e, discesa sulla terra, foggia una finta immagine di Enea che fugge; Turno la vede e, imbaldanzito, si slancia all’inseguimento, incalzandola lungo la riva, fin sopra una nave. Allora Giunone, che non aspettava altro, taglia gli ormeggi e spinge la nave al largo. Il fantasma ora scompare e Turno si accorge dell’inganno: per la vergogna vorrebbe suicidarsi, ma la dea lo trattiene dall’insano proposito. Frattanto è trasportato dalle acque alla città di Ardea, sua patria. Sul campo, il feroce Mezenzio prende il posto di Turno e rialza un po’ le sorti della battaglia che volgono male per i Latini. Furioso come un leone affamato in cerca di preda, ferisce, uccide e spoglia delle armi i nemici che gli impediscono il passo. Enea lo vede di lontano e gli muove contro: il duello è inevitabile. Il dardo lanciato da Mezenzio viene respinto dallo scudo di Enea, opera di Vulcano, e ferisce un altro guerriero. Invece l’asta di Enea, trapassato lo scudo del nemico, si conficca nella coscia di Mezenzio. Il quale cadrebbe sotto la spada dell’eroe se Lauso non proteggesse col proprio scudo il padre. Enea urla minaccioso a Lauso di ritirarsi, ma il giovane non abbandona l’impresa, anzi provoca ed insulta Enea, finchè un colpo di spada dell’eroe troiano lo atterra in un lago di sangue. Enea stesso geme pietoso sul suo cadavere – Lauso è una vittima generosa dell’amor filiale – e consente ai compagni di portarselo via con addosso le care armi. Mezenzio riceve le spoglie del figlio mentre sta sulla riva del Tevere a medicarsi la grave ferita. Pazzo di dolore, impreca contro se stesso e maledice le colpe che lo hanno fatto cacciare dal trono. Ma lui, lui solo doveva espiarle, non l’innocente Lauso. Che gli rimane ora se non morire? Monta faticosamente a cavallo e, lanciandosi fra le schiere, muove alla ricerca di Enea. Il Troiano, che è a piedi, prima gli uccide il cavallo, poi gli punta la spada nella gola. E Mezenzio, pronto a ricevere il colpo mortale, gli chiede solo di essere sepolto accanto al figlio. Il dardo lanciato da Mezenzio viene respinto dallo scudo di Enea, opera di Vulcano, e ferisce un altro guerriero. Invece l’asta di Enea, trapassato lo scudo del nemico, si conficca nella coscia di Mezenzio. Il quale cadrebbe sotto la spada dell’eroe se Lauso non proteggesse col proprio scudo il padre. Enea urla minaccioso a Lauso di ritirarsi, ma il giovane non abbandona l’impresa, anzi provoca ed insulta Enea, finchè un colpo di spada dell’eroe troiano lo atterra in un lago di sangue. Enea stesso geme pietoso sul suo cadavere. LIBRO XI All’alba Enea, con le armi di Mezenzio, innalza un gran trofeo a Marte. Quindi esorta i suoi a seppellire i cadaveri ed a prepararsi per la nuova battaglia. Il suo pensiero è rivolto in particolare al giovane Pallante, la cui salma è stata vegliata tutta la notte dal vecchio Acete, scudiero di Evandro, e da una folla di Troiani: le donne con le chiome disciolte in segno di lutto. Enea, col pianto che gli sale in gola, rivolge un commosso saluto all’amico morto; poi dispone che si formi un corteo di mille soldati per riportare ad Evandro la salma del figlio. Seguono il feretro, intessuto con rami di quercia e di albatro, i trofei tolti ai nemici uccisi e, con le mani legate dietro la schiena, i prigionieri destinati ad essere immolati sul rogo di Pallante. Da Laurento vengono, intanto, gli ambasciatori latini a chiedere una tregua per poter dare sepoltura ai loro morti. L’eroe accoglie benignamente la richiesta, dichiarando che accorderebbe volentieri la pace anche ai vivi, perché non nutre rancore contro di loro: egli è venuto nel Lazio per volere del Fato, non per combattere i Latini, e sarebbe stato più giusto che Turno, il quale vuole opporsi al destino, avesse combattuto in duello con lui. I Latini si guardano stupiti e il vecchio Drance, irriducibile avversario di Turno, rivela che molti a Laurento non vogliono la guerra e promette che interporrà i suoi buoni uffici per la pace. Si pattuisce così una tregua di dodici giorni, durante i quali Troiani e Latini tagliano liberamente legna nei boschi per gli innumerevoli roghi da costruire. Frattanto il corteo funebre giunge a Pallanteo: il vecchio Evandro, in preda al più straziante dolore, esce dalla reggia e va incontro alla bara. Dopo aver ripetutamente baciato ed abbracciato il figlio, prorompe in angosciosi lamenti. Ormai non gli resta che prolungare l’odiosa vita quel tanto che basta per portare a Pallante, nell’Ade, la notizia della morte di Turno per mano di Enea. A Laurento, capitale dei Latini, si piangono i caduti e si impreca contro la guerra. Ad attizzare il dolore e lo sdegno, il vecchio Drance va ripetendo che la guerra potrebbe terminare subito se Turno fosse disposto ad affrontare Enea in duello. E’ ritornata, intanto, l’ambasceria presso Diomede:: l’esito è negativo, perché l’eroe greco è contrario alla guerra e consiglia di trattare la pace. Allora Latino raduna il consiglio e, udita la relazione di Venulo, capo dell’ambasceria, propone di concludere la pace con Enea: concedendogli un tratto di territorio presso il Tevere, se egli vorrà stabilirsi là, oppure fornendogli le armi necessarie, se vorrà cercare altre terre. Prende la parola Drance che approva la proposta di Evandro, ma esorta il re a concedere ad Enea anche la mano di Lavinia. Quanto a Turno, se vuol risparmiare il sangue di tanti innocenti, decida con un duello chi dei due, Enea o lui, debba sposare Lavinia. Troiani e Latini tagliano liberamente legna nei boschi per gli innumerevoli roghi da costruire. Con l’animo colmo di sdegno, Turno risponde che è pronto a combattere da solo, ma che bisogna difendere la patria minacciata da in nemico invasore. Se manca l’aiuto di Diomede, molti altri valorosi combattono al fianco dei Latini. Mentre ancora si discute, giunge la notizia che i Troiani avanzano contro la città. Tutti corrono alle difese. Turno balza fuori per combattere, ma incontra Camilla che gli propone un piano di battaglia: lei stessa, con i suoi cavalieri Volsci, affronterà la cavalleria nemica, mentre Turno s’apposterà con la fanteria sui monti per tendere un agguato ad Enea costretto a passare di là. Ma Diana, vedendo Camilla andare incontro alla morte, chiama una delle sue ninfe, Opi, e le ordina di uccidere chi oserà ferire l’eroina a lei consacrata, ancora bambina, dal padre Metabo e tanto a lei cara. La battaglia infuria sotto le mura di Laurento: lo scontro fra la cavalleria troiano-etrusca e quella latina è tremendo. A ondate, ora l’una ora l’altra cavalleria avanza e si ritrae. E’ strage aperta: la vergine Camilla esulta e lancia dardi o maneggia l’ascia bipenne, e tanti sono i colpi, tanti i nemici atterrati. Ma, purtroppo, anche per lei si avvicina l’attimo fatale.. Mentre l’eroina sta inseguendo Cloreo, già sacerdote di Cibele, attratta dalla magnificenza delle sue vesti e delle sue armi, l’etrusco Arrunte, che stava spiando il momento propizio, scaglia un dardo che trafigge il petto di Camilla. La giovane tenta di togliersi la freccia dalla ferita, ma sente la morte avvicinarsi , per cui prega Acca, la più fedele delle sue amiche, di recarsi subito da Turno a dirgli che prenda il suo posto. Qualche istante dopo scivola da cavallo, reclina il capo e muore. Arrunte gioisce, ma solo per poco, giacchè Opi tende l’arco e lo stende morto nella polvere. Caduta Camilla, la cavalleria dei Volsci si disperde nella fuga. Fuggono pure Latini e Rutuli che si dirigono verso la città. Sotto le mura la lotta cresce in accanimento e ferocia: anche le donne si armano e, dall’alto dei bastioni, lanciano dardi e sassi sul nemico. Intanto Turno, che ha ricevuto il messaggio di Camilla morente, lascia precipitosamente il luogo dov’era in agguato per correre verso Laurento. In tal modo Enea, che marcia verso Laurento, trova via libera ed avanza speditamente. Ma sopraggiunge la notte e la battaglia è rimandata all’indomani. LIBRO XII Vedendo i Latini ridotti a mal partito, Turno decide di battersi in singolar tenzone con Enea per mettere fine alla guerra. Invano il vecchio re Latino lo prega di accontentarsi del regno paterno e di rinunciare a Lavinia, destinata dal cielo ad un principe straniero. Inutilmente la regina Amata lo supplica di non affrontare con le armi Enea. Esortazioni e lacrime lo infiammano ancora di più, facendolo vibrare di sdegno e di gelosia: egli non intende affatto ritirarsi da una prova in cui è in balli il suo onore. Pertanto, manda un araldo ad Enea per sfidarlo a duello: all’alba si trovi sul campo pronto a disputarsi la mano di Lavinia. Durante la notte, Turno prova le armi e si prepara al prossimo cimento, desideroso di combattere come un toro irato. Enea, da parte sua, è lieto di poter finire la guerra col duello, e conforta i compagni ed Ascanio ricordando loro le profezie dei vati. Troiani e Rutuli, appena spuntata la luce del giorno, apprestano il campo dove si svolgerà il duello e, nel mezzo, vi innalzano gli altari per i sacrifici comuni. Indi, poggiando a terra lance e scudi, occupano ciascuno il proprio posto, mentre sull’alto dei tetti e delle torri le donne, i vecchi ed i bambini attendono di vedere la lotta. Tutto è pronto per la sfida, Latino e Turno da una parte, Enea ed Ascanio dall’altra hanno giurato il patto: se la vittoria toccherà a Turno i Troiani si ritireranno nella città di Evandro; se vincerà Enea, egli costruirà una nuova città cui darà il nome della sposa Lavinia e Troiani e Latini convivranno insieme sotto uguali e con uguali diritti. Un sacerdote getta sul fuoco le vittime sgozzate il duello comincia. Ma presto dalla parte dei Rutuli, si nota un movimento incomposto: essi già ritenevano ineguale il combattimento ed ora vedono Turno agitato, pallido ed incerto. Ne approfitta la ninfa Diuturna, sorella di Turno, che prende le sembianze di Camerte, un valoroso e nobile guerriero e spinge l’augure Tolumnio a scagliare un dardo che ferisce mortalmente un etrusco. In breve la battaglia divampa di nuovo violenta. Vanamente Enea, ricordando i patti giurati cerca di frenare l’ira e di riportare la calma. Anzi, proprio mentre parla è ferito da una freccia, lanciata non si sa da chi e posto fuori combattimento. Turno se ne accorge e, ridiventato impetuoso, vola tra le schiere troiane seminando strage e spavento. Ma Enea ricompare presto sul campo. Ha pensato a curarlo la madre Venere la quale, servendosi d’un miracoloso rimedio, ha guarito perfettamente la sua ferita al ginocchio. Riarmatosi, l’eroe riprende a combattere con più forza di prima. Uccide chiunque gli si pari davanti, ma cerca Turno, lui solo, e lo chiama a gran voce al duello. Ma Giuturna, preso l’aspetto di Metisco, l’auriga di Turno, conduce il cocchio lontano dalla zuffa, con l’intento di salvare il fratello. Lavinia piange per non aver convinto Turno a non battersi con Enea. Ferve intanto la battaglia. Un’orrenda carneficina viene compiuta da entrambe le parti. A questo punto Venere suggerisce ad Enea di portare l’assalto a Laurento e di appiccare il fuoco alle mura. Alla vista delle fiamme, la regina Amata crede che tutto sia perduto e si impicca nelle sue stanze. Latino e Lavinia cadono in preda alla disperazione. Intanto Turno, accortosi dell’inganno di Diuturna, si ribella. Preso da vergogna e furore, balza giù dal cocchio, e aprendosi la via fra le schiere nemiche, corre verso le mura della città in fiamme. A voce altissima invita Rutuli e Troiani a deporre le armi, perché lui solo combatterà. Enea ode la parole di Turno ed esultante di gioia accoglie la sfida. Tutti smettono di combattere per assistere la singolare tenzone. I due si lanciano l’uno contro l’altro come tori infuriati. Turno, per il primo, mena un gran fendente, ma la spada, sbattendo sull’elmo di Enea si spezza come se fosse di ghiaccio. Nella fretta, quando era balzato giù dal cocchio, aveva preso la spada si Metisco anziché la sua. Disperato, fugge chiedendo la propria spada ai Rutuli, ma Enea minaccia di morte chiunque osi accostarsi al re. Intanto lo insegue, incalzandolo, e ben cinque volte compiono il giro del campo. Il troiano non può colpire da lontano il fuggiasco, perché l’asta si è conficcata nelle radici d’un ulivo sacro a Fauno, divinità favorevole a Turno, ed egli non trova modo di estrarla. Sennonché avviene che Giuturna porti la spada a Turno e Venere l’asta ad Enea, ragion per cui i due campioni tornano nuovamente l’uno di fronte all’altro, e la lotta riprende con maggiore foga. In cielo, frattanto, Giove e Giunone concludono un accordo: Enea vincerà, Troiani e Latini diventeranno un sol popolo, e il nome di Troia tramonterà per sempre. Il Lazio, invece, non muterà il nome, né i costumi né il linguaggio delle sue antiche genti. Dalla fusione dei due popoli, nascerà la stirpe dei Romani, dai quali Giunone sarà venerata più che da qualsiasi altro popolo. Placata la dea, Giove manda sulla Terra una Furia per affrettare la fine dello scontro. La dea si trasforma in gufo, uccello del malaugurio, e svolazza davanti al volto di Turno, il quale, terrorizzato, comprende che ormai è la fine. A sua volta Giuturna, piena d’angoscia si ritira lacrimando. Enea provoca il suo avversario, lo schernisce, lo sfida. Turno risponde che non teme lui, ma gli dei avversi e tenta vanamente di colpire l’avversario con un macigno, le sue forze sono all’estremo: le ginocchia vacillano, la mente di offusca. Del suo smarrimento approfitta Enea per conficcargli l’asta nella coscia. Abbattuto e vinto, Turno supplica il vincitore di rendere il suo corpo al vecchio padre. Enea, commosso, sta per lasciargli la vita, ma vede luccicare sulla spada di Turno il cinto d’oro di Pallante. Allora, infiammato d’ira e furore gli immerge la spada nel petto dicendo:”Muori. Questo colpo ti da Pallante, e da Pallante il prendi”. L’anima di Turno sdegnata contro il suo crudele destino, fugge gemendo verso il regno delle ombre. VIRGILIO MUORE A BRINDISI IL 21 SETTEMBRE DELL’ANNO 19 A. C. Targa davanti alla casa dove sarebbe morto Virgilio. BRINDISI:Panorama Nella mitologia greca le Arpie erano mostri alati rappresentati con il volto femminile e il corpo di avvoltoio. In generale sono state rappresentate con il viso di donna e il corpo di un volatile. Le arpie sono figlie di Taumante ed Elettra anche se per altri autori sono figlie di Poseidone e Gaia o di Echidna e Tifone che generarono anche Cerbero e l'Idra. I loro nomi erano: Podarge, Aello, Ocipite, Tiella e Celeno anche se, nelle varie storie legate alle Arpie, alcuni autori riportano solo i nomi di Aello, Ocipite e Celeno, quest'ultima citata per la prima volta nell'Eneide da Virgilio. Queste creature mostruose impersonificavano la furia dei venti marini. Infatti durante le burrasche e le tempeste di mare le Arpie erano solite rapire i naufraghi. Più tardi furono considerate creature infernali che rapivano le anime dei morti per trasportarle nell’aria. Per l’Ariosto le Arpie erano addirittuara sette e impersonificavano i sette peccati capitali. Troviamo le Arpie nell’Odissea di Virgilio, nell’Inferno di Dante, nella regina delle Fate di Spencer e nel Paradiso Perduto di Milton. Le Arpie nell'Odissea "ecco che le fanciulle le Arpie rapirono in aria, e in balia delle Erinni odiose le diedero." Le Arpie nell'Eneide "Strofadi grecamente nominate. Son certe isole in mezzo al grande Jonio, da la fera Celeno e da quell'altre rapaci e lorde sue compagne arpie fin d'allora abitate..." "Altro di queste più sozzo mostro, altra più dira peste da le tartaree grotte unqua non venne. Sembran vergini a' volti, uccegli e cagne a l'altre membra; hanno di ventre un fedo profluvio, ond'è la piuma intrisa ed irta, le man d'artigli armate, il collo smunto, la faccia per la fame e per la rabbia pallida sempre, e raggrinzita e magra..." APPROFONDIMENTO Il mito Creusa, detta Euridice nella tradizione più antica, era figlia di Priamo e di Ecuba,nonché sorella di Ettore, Paride, Laodice, Cassandra e Polissena. In gioventù, ebbe come nutrice una donna di nome Caieta, da cui in seguito prese il nome la città di Gaeta. In seguito, Creusa sposò il cugino Enea, figlio di Anchise, da cui ebbe un figlio, Ascanio, e forse una figlia, Etia. Creusa si smarrisce la notte della caduta di Troia. Enea riempì di richiami le strade per ricercare la moglie quando scorse il suo fantasma. L'eroe tacque per l'orrore, i capelli irti sul capo. Creusa parlò ribadendo che gli dèi avevano voluto che essa non seguisse il marito nei suoi viaggi ma fosse assunta in cielo per servire Cibele, la Grande Madre. In un estremo, toccante addio, l'ombra della donna ripone in Enea il suo amore per il figlioletto Ascanio. Enea protende gemendo le braccia per abbracciare il collo di Creusa, ma per tre volte egli stringe aria, e il fantasma si dissolve come un soffio di vento. Le Divinità Venere, è la madre di Enea che fa sbocciare l'amore tra Enea e Didone. Giunone, divinità avversa e nemica principale di Enea, gelosa del suo successo. Giove, garante del Volere e del Fato, più che un dio, compare come un'entità astratta e imparziale che rappresenta l'equilibrio. Poseidone, Eolo, Mercurio, Dei Latini e originari del Lazio, che servono per realizzare il volere maggiore. Enea Il personaggio principale dell'Eneide è Enea, un eroe eletto dagli dei, infatti viene definito "pio". Enea è un capo maturo e responsabile che si assoggetta completamente al volere degli dei, rispetta suo padre Anchise, è premuroso con il figlio, è sincero e corretto ma spesso ha momenti di incertezza e di dubbio; per tutto questo Enea è considerato il simbolo delle virtù della romanità, cioè: Enea non rappresenta i personaggi di Omero, Achille ed Ulisse, perché si affida al fato per proseguire nelle sue imprese e pur essendo forte e coraggioso, non cerca guerre. CORAGGIO LEALTA’ GIUSTIZIA CLEMENZA ELEVATO SENSO CIVICO PAZIENZA DEVOZIONE VERSO GLI DEI L'Eneide e l'ambientazione circostante L'Eneide è ambientata in luoghi molto diversi tra loro infatti si svolge in parte in Oriente e in parte in Occidente; si avvicendano dettagliati paesaggi naturali a città, fino a le regge di Priamo e di Cartagine. Il poema fu composto nel momento in cui a Roma si stavano verificando grandi cambiamenti politici e sociali, in quanto dopo la caduta della Repubblica, la guerra civile aveva scosso fortemente la società e il ritorno alla pace e allo sviluppo, dopo tanti anni di guerre, stava cambiando il modo di confrontarsi con le varie categorie sociali e usanze culturali. Per affrontare questa situazione, l'imperatore Augusto cercava di riportare Roma verso i valori morali tradizionali; l'Eneide raccontava nei suoi contenuti queste intenzioni, infatti Enea è raffigurato come un uomo dedito allo sviluppo del suo paese, anziché interessato ai propri problemi, ciò ha reso possibile arrivare alla fondazione e alla gloria di Roma. Attraverso l'Eneide si cerca di confermare l'autorità di Giulio Cesare e del figlio adottivo Augusto e dei suoi discendenti, infatti il figlio di Enea, Ascanio, detto anche Ilo, da Ilio, altro nome di Troia, viene rinominato Iulo da Virgilio e viene definito un antenato della gens Iulia, la famiglia di Giulio Cesare. Durante il viaggio nel mondo sotterraneo dei morti a Enea viene predetta la futura grandezza degli imperiali discendenti di Roma. Successivamente riceve da Vulcano un'armatura e delle armi e uno scudo decorato con immagini del futuro di Roma dove vengono rappresentanti gli imperatori, tra i quali Augusto. Nell'Eneide l'onore e la dignità dei Romani si salvano attraverso la descrizione del rapporto tra Troiani e Greci. I Troiani erano considerati gli antenati dei Romani, mentre i Greci, che avevano assediato e distrutto Troia, erano i loro nemici; ciò nonostante all'epoca in cui l'Eneide fu scritta, i Greci erano un popolo che faceva parte dell'Impero Romano, allo stesso tempo era assoggettato ma anche rispettato e considerato per la sua cultura e civiltà. Si sosteneva infatti che i Greci avevano battuto i Troiani soltanto grazie al trucco del cavallo di legno e non con una battaglia sul campo. TEMI TRATTATI NELL’ENEIDE Nell'Eneide si ritrova come tema principale il concetto filosofico della contrapposizione. La più evidente è quella tra Enea, guidato da Giove, che rappresenta la pietas, cioè la devozione e la capacità di ragionare con calma, e Didone e Turno, guidati da Giunone, che impersonano il furor, cioè agire seguendo le emozioni e senza ragionare. Le altre contrapposizioni si trovano nel Fato contro l'Azione, in Roma contro Cartagine, nel maschile contro il femminile ed infine tra Enea, simile ad Ulisse nei libri I-VI contro Enea simile ad Achille nei libri VII-XII. La pietas era considerata la qualità più importante di ogni cittadino romano, che doveva rispettare vari obblighi morali, verso gli dei, la patria, i propri compagni e la propria famiglia, soprattutto nei confronti del padre. Questa riforma morale sostenuta da Augusto era volta a dare dei buoni esempi alla goventù romana. Uno dei temi affrontati nell'Eneide è proprio lo studio delle relazioni tra padri e figli: Enea e Ascanio, Anchise ed Enea, Evandro e Pallante, Mesenzio e Lauso. Tema fondamentale dell'Eneide è insegnare che attraverso la pietas gli uomini devono accettare le azioni degli dei come parte del destino, infatti Virgilio, tracciando il personaggio di Enea si riferisce ad Augusto e propone che gli dei realizzano i loro piani attraverso gli uomini, Enea aveva il compito di fondare Roma, Augusto doveva governarla e tutti e due dovevano sottomettersi a quello che era il loro destino. Il Successo dell'Eneide L'Eneide ebbe da subito molto successo, anche nelle scuole, infatti prima della sua pubblicazione venne accolta da Properzio come un'opera che avrebbe superato all'Iliade. Durante il Medioevo fu interpretata in modo metaforico dal punto di vista cristiano. Dante Alighieri scelse Virgilio come sua guida nella Divina Commedia, definendolo maestro di vita e d'arte. I poemi cavallereschi del Cinquecento presero spunto dall'Eneide, infatti Ludovico Ariosto, nell'Orlando furioso, fece riferimento a Eurialo e Niso per l'episodio di Cloridano e Medoro, mentre Torquato Tasso, prese come modello l'Eneide per il suo poema epico cristiano, la Gerusalemme liberata. Sei domande sull’Eneide In quale epoca storica vive Virgilio? Quali sono gli avvenimenti chiave di quell’epoca? Virgilio vive nel I secolo a.C., negli anni tormentati del passaggio dalla Repubblica all’Impero, caratterizzati dalle guerre civili al termine delle quali prenderà il potere Ottaviano Augusto, il primo imperatore romano. Chi era Ottaviano Augusto? Cosa c’entra con l’Eneide? Ottaviano Augusto era il primo imperatore romano, capace di riportare pace e stabilità nell’impero dopo gli anni delle guerre civili. Ottaviano scelse Virgilio perché esaltasse con la sua poesia la grandezza dell’impero e gli ideali di pace e giustizia che sono al centro della nuova Roma. Qual è il contenuto fondamentale dell’Eneide? Perché è stata scritta? L’Eneide narra la storia di Enea, eroe troiano fuggito da Troia al termine della guerra con gli Achei, che dopo un lungo viaggio nel Mediterraneo giunge in Italia e combatte una guerra vittoriosa contro i popoli del Lazio. È stata scritta per celebrare la storia gloriosa di Roma, narrando la storia di Enea, dalla cui discendenza verrà fondata Roma e di cui lo stesso Ottaviano era considerato l’ultimo erede. Qual è la struttura dell’Eneide? L’Eneide è composta di dodici libri, divisibili in due blocchi narrativi: I libri dal I al VI raccontano il viaggio di Enea nel Mediterraneo, riprendendo il modello dell’Odissea. I libri dal VII al XII raccontano la guerra dei troiani contro i popoli del Lazio per il controllo della regione, riprendendo il modello dell’Iliade. Qual è il rapporto tra Eneide e poemi omerici? I poemi omerici sono il modello fondamentale dell’Eneide, che fonde nella sua struttura Iliade e Odissea. Lo stesso Enea, la cui storia incomincia proprio dalla guerra di Troia narrata nell’Iliade, ha caratteristiche dei due protagonisti dei poemi omerici: come Achille è un guerriero forte, valoroso e terribile; come Ulisse è un uomo astuto e curioso che ama viaggiare. In molti suoi passaggi l’Eneide riprende apertamente il modello omerico. Qualche esempio: Achille riceve da Teti, sua madre, le armi fabbricate da Vulcano. Enea riceve da Venere, sua madre, le armi fabbricate da Vulcano. Ettore uccide Patroclo, spingendo Achille a ritornare in guerra per vendicarlo. Turno uccide Pallante, spingendo Enea a combattere fino alla morte di Turno. Ulisse racconta in prima persona i suoi viaggi alla corte del re Alcinoo Enea racconta in prima persona i suoi viaggi alla corte della regina Didone. Ulisse scende all’Ade per interrogare l’indovino Tiresia circa il suo destino. Enea scende all’Ade per sapere dal padre Anchise quale sarà il suo destino. Qual è la caratteristica fondamentale di Enea? La caratteristica fondamentale di Enea, che lo distingue dai modelli omerici (Achille e Ulisse), è la pietas. La pietas è il rispetto assoluto per le leggi degli uomini e degli dei, che si esprimono nell’amore per la patria e per la famiglia e nella celebrazione delle cerimonie religiose. Grazie alla pietas, “il pio Enea” è capace di piegarsi alla volontà del fato, il destino, realizzando quanto gli dei hanno stabilito per lui. RICOSTRUZIONE DELLA VITA DI VIRGILIO Virgilio è nato ad Andes (ora Pietole Antica, presso Mantova), il 15 ottobre 70 a.C. da una famiglia di agricoltori di condizione agiata. Gli studiosi, per sapere della vita di Virgilio, si basano su un’ opera scritta nel II^ secolo d.C. da Svetonio, intitolata “Vita di Virgilio”. Una fonte molto importante sono anche le sue stesse opere, perché ci sono continui riferimenti alla sua vita privata. STUDI: all’età di 10 anni venne mandato a studiare a Cremona all’età di 15 anni va a studiare a Milano tra i 18 e i 20 anni, a Roma, frequenta la scuola di eloquenza del Retore Epidio: dato che non era un grande oratore perché era insicuro e impacciato, deluso si trasferisce a Napoli per studiare filosofia dal filosofo Sirone. A Napoli conosce personaggi illustri, quali Quintilio Baro e Orazio, e compone una serie di poemetti, considerati le opere giovanili di Virgilio; tutte queste opere sono raccolte nell’ “Appendix Vergiliana”. Quando ritorna ad Andes viene sorpreso da un provvedimento preso da Ottaviano Augusto dopo la battaglia di Filippi del 41 a.C., che imponeva agli agricoltori di regalare le terre del territorio mantovano ai veterani di guerra; anche il podere di Virgilio si ritrova tra quei territori, ma, grazie all’amicizia con Asinio Pollione, riesce a salvare il proprio podere. Poco dopo però è obbligato a lasciare le sua terra, ma viene comunque ricompensato da Augusto con una villa a Napoli. Dal 42 al 39 a.C. compone la prima delle sue grandi opere, “Le Bucoliche” (chiamate anche Egloghe), dove si narra appunto della confisca dei terreni da dare ai veterani di guerra. Dopo questi avvenimenti, Virgilio torna a Roma, dove viene presentato ad Augusto e a Mecenate, poiché “Le Bucoliche” avevano avuto una grande fama. Mecenate → mecenatismo = coloro che proteggono le arti ↓ era un uomo che coltivava le arti a Roma istituisce un circolo artistico protegge gli artisti favorisce il programma politico di Augusto, il quale voleva riportare l’età dell’oro a Roma Tra il 37 e il 30 a.C. Virgilio scrive la sua seconda opera, “Le Georgiche”. Mentre compone il terzo libro de “Le Georgiche”, Virgilio annuncia di voler comporre un poema epico che canti la gloria di Roma e di Augusto. Quest’opera è l’“Eneide”, che lo impegnerà per tutta la durata della sua vita, poiché quando è morto, il poema non era ancora finito come desiderava. Prepara l’Eneide prima in prosa, poi in poesia; era lentissimo nella composizione perché era ansioso, riscriveva i versi decine di volte fino a quando tutto non gli sembrava perfetto (limava i versi). Le parti che considerava finite le leggeva al pubblico per vedere la reazione. Il 2^, 4^ e 6^ libro li legge ad Augusto e alla figlia Ottavia. Aveva preventivato 3 anni per revisionare il poema. Virgilio decide di andare in Grecia e in Asia Minore per visitare i luoghi che aveva narrato nel poema; ad Atene incontra Augusto, che lo convince a tornare con lui. Durante il viaggio, però, Virgilio muore (21 settembre 19 a.C.) a causa di un’ insolazione. Dice ad Augusto di bruciare la sua opera perché era incompiuta, ma egli non rispetta le volontà di Virgilio e incarica Vario, amico di Virgilio, di pubblicare l’opera integra così com’era. Virgilio viene sepolto a Napoli lungo la via di Pozzuoli e sulla tomba sono stati incisi alcuni versi che aveva composto lui stesso: <<MANTUA ME GENUIT, CALABRI RAPUERE, TENET NUNC PARTENOPE: CECINI PASCUA, RURA, DUCES.>> ↓ <<Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, ora mi tiene Napoli: ho cantato le greggi, i campi e i duci.>> PERSONAGGI ENEA Figlio di Anchise e di Afrodite (Venere), è un guerriero forte e coraggioso. È il capo dei Dardani, popolazione che vive sul monte Ida. Appoggia Priamo nella guerra di Troia e poi fugge verso l’Italia e approda in Lazio, dove sposa Lavinia. È definito pius, cioè rispettoso e devoto nei confronti degli dei. Rispetta le leggi, prova amore per la famiglia , “pietà” e rispetto nei confronti dei vinti. È stato investito dal Fato, che gli aveva chiesto una grande missione, quella di fondare Roma, e ad esso è anche subordinato, infatti mette in primo luogo la sua missione, anche se per lui sarà terribile abbandonare Didone a causa dei suoi profondi conflitti interiori. Quando è davanti al nemico sconfitto si lascia prendere dall’emozione, ed ha in sé tutte le caratteristiche dell’uomo romano (civis romanus): coraggio, devozione, razionalità; è un uomo che lotta per i propri ideali, per la propria patria e la propria famiglia. ASCANIO (o IULO) - Figlio di Enea e di Creusa, fonda nel Lazio la città di Alba Longa, dove sarebbe vissuta Rea Silvia, madre di Romolo e Remo. È stato il fondatore della gens Iulia. ANCHISE - È il padre di Enea. LAOCOONTE - Sacerdote di Apollo e di Nettuno, è il figlio di Priamo. Mentre si oppone all’ingresso a Troia del cavallo di legno, viene ucciso con i figli da un mostro marino uscito improvvisamente dalle acque. LATINO - Re dei Latini, accoglie favorevolmente Enea e gli dà in moglie Lavinia, sua figlia. TURNO - Re dei Rutuli. PALLANTE - Figlio di Evandro, fonda la città di Pallanteo e si allea ad Enea nel conflitto contro i Rutuli. EURIALO e NISO - Guerrieri troiani. IARBA - Re del territorio dove sarà fondata Cartagine. EVANDRO - Re della città di Pallanteo, mostra ad Enea i luoghi su cui sorgerà Roma, e si allea con lui nella guerra contro Turno. DIDONE - Figlia di Belo, re di Tiro, e moglie di Sicheo, ucciso dal fratello Pigmalione per impossessarsi del regno. Fugge in africa, dove fonda la città di Cartagine. Accoglie benevolmente Enea e si innamora di lui al punto che, alla sua partenza, si suicida. ANNA - Sorella di Didone. LAVINIA - Figlia del re Latino e della regina Amata, diviene la moglie di Enea. SIBILLA CUMANA- Sacerdotessa di Apollo, accompagna Enea nell’Ade e gli rivela il suo destino. AMATA - Moglie del re Latino, lo spinge nella guerra contro Turno. GIOVE (ZEUS) - Padre degli dei e degli uomini, dio del cielo e del fulmine, protettore della famiglia. GIUNONE (ERA) - Moglie di Giove, protegge i parti e il matrimonio ma è avversa ad Enea. MINERVA (ATENA) - Dea della sapienza, nemica dei troiani. VENERE (AFRODITE) - Dea della bellezza e dell’amore, è madre di Enea ed è anche la progenitrice del popolo romano. Publio Virgilio Marone (Nato a Pietole Antica il 15 ott. 70 – morto a Brindisi, 21 sett. 19 a.C.) LA VITA. *La formazione intellettuale. Virgilio nacque in un piccolo villaggio nei pressi di Mantova, da una oscura famiglia di coltivatori, appartenente alla piccola borghesia locale, romanizzata piuttosto di recente: il padre possedeva un poderetto lungo le rive del Mincio, felice e salubre luogo d'infanzia per il poeta. La sua formazione ebbe inizio a Cremona, dove frequentò la scuola di grammatica, e dove, a quindici anni, prese la toga virile. Da Cremona si trasferì a Milano e poi nuovamente a Roma, alla scuola del retore Elpidio (esponente dell’indirizzo asiano), il quale annoverava tra i suoi discepoli i giovani che avrebbero formato la futura classe dirigente di Roma, fra cui ad es. Marco Antonio e Ottaviano. Virgilio, tuttavia, schivo per natura, non aveva talento oratorio, né intendeva perseguire la carriera forense (difese una sola causa, forse senza successo). Abbandonò così la retorica per dedicarsi agli studi filosofici, e in particolare all’Epicureismo, che approfondì a Napoli alla scuola di Sirone. Qui divenne intimo amico di Vario Rufo e Plozio Tucca, i futuri curatori della I ed. dell’Eneide. Il periodo della sua formazione è dominato, sul piano letterario, dalle personalità di Catullo e di Elvio Cinna e dall'astro nascente di C. Gallo, della sua stessa età. Sedotto e affascinato da questo ambiente, Virgilio, quasi certamente, scrive in questo periodo almeno alcune delle composizioni che entreranno a far parte della raccolta oggi conosciuta col nome di "Appendix Vergiliana». La perdita delle terre. Dopo la morte di Cesare, fra il 44 ed i primi mesi del 43, V. fece ritorno ad Andes, dove ritrovò l’amico della sua giovinezza, Asinio Pollione, che ricopriva l’incarico di distribuire le terre ai veterani. Grazie a lui, il poeta poté in un primo tempo sottrarre le sue terre all’esproprio: tuttavia, un anno più tardi, mentre era impegnato nella composizione delle "Bucoliche", i suoi campi di Mantova furono assegnati ai soldati di Ottaviano, per i quali si era rivelato insufficiente il territorio di Cremona. Virgilio non dimenticò mai il dolore causato dalla perdita della sua terra, per la quale sentì sempre una viva nostalgia. Il trasferimento a Roma. Perdute le sue terre nel mantovano, Virgilio si trasferì a Roma, dove pubblicò le "Bucoliche". L’anno successivo entrò a far parte del circolo letterario di Mecenate. Catullo e Lucrezio erano morti da poco e soltanto la poesia alessandrina, coltivata da Cornelio Gallo, conservava ancora un certo splendore, mentre Orazio, che V. stesso presentò a Mecenate, iniziava allora a scrivere le satire. Mecenate ed Ottaviano offrirono a V. una casa a Roma, nel quartiere dell’Esquilino, ma il poeta spesso preferiva ritirarsi a sud verso il mare ed il sole, mentre si dedicava alla composizione delle "Georgiche", compiute in sette anni, durante un soggiorno a Napoli, fra il 37 ed il 30. Le "Georgiche" diedero a V. la fama e suscitarono l’ammirazione di Mecenate, che gli era stato particolarmente vicino nelle varie fasi della composizione. Si presume, in realtà, che V. fosse istintivamente un "cesariano". D'altro canto, l'epicureismo invitava i suoi adepti a non occuparsi di politica, ma ad accettare, come male minore, un padrone che almeno assicurasse la pace. *L’ "Eneide". Nell’estate del 29 Ottaviano, tornato dall’Asia dopo la vittoria conseguita ad Azio su Antonio e Cleopatra, si era fermato ad Atella per riprendersi da un mal di gola. Là V. gli lesse per quattro giorni di seguito i libri compiuti delle "Georgiche", aiutato da Mecenate, che lo sostituiva nella lettura quando era stanco. Dopo questo episodio, certo non senza un suggerimento da parte dello stesso Augusto, V. fu scelto quale cantore del nuovo impero e del nuovo principe. Da questo momento fino alla fine della vita V. attese all’ "Eneide". Ancora tre anni dopo l’inizio della stesura del poema, V. scriveva ad Augusto che l'opera era solo "incominciata" e ci vollero ancora tre anni perché la I redazione fosse terminata. Nel 22, V. ne lesse all’imperatore alcuni canti, ma non si trattava ancora della stesura definitiva. *Virgilio e Dante. L'incontro di Dante con Virgilio, all'uscita dalla "selva oscura" così come la sua elezione a guida nel viaggio attraverso l'Inferno e lungo le sette cornici del Purgatorio "non ha soltanto un significato simbolico, nel contesto religioso e morale del poema, ma anche un preciso avvertimento letterario, preceduto ed accompagnato dal *Il viaggio in Asia e la morte. Nel 19 a.C. V. partì per un lungo viaggio attraverso la Grecia e l’Asia allo scopo di arricchire la propria cultura e, nello stesso tempo, verificare la topografia dei luoghi descritti nel poema. Ad Atene il poeta incontrò Augusto, di ritorno dalle province orientali. Questi, notate le sue precarie condizioni di salute, lo persuase a tornare in Italia. V., che aveva appena visitato Megara sotto un sole cocente, era estenuato ed il suo stato si aggravò durante la traversata verso le coste italiane. Sbarcato a Brindisi, il poeta era in fin di vita, ma prima di morire chiese il manoscritto dell’ "Eneide", ancora incompiuta, per bruciarlo. Gli amici, per fortuna, non gli ubbidirono, forse secondo l'ordine dello stesso imperatore. Il corpo di V. fu trasferito nell'amatissima Napoli e sepolto sulla via di PozzuoliFu sepolto a Napoli lungo la via per Pozzuoli, e sulla sua tomba fu posta questa epigrafe che la tradizione attribuisce allo stesso poeta morente: Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope: cecini pascua, rura, duces. "nacqui fra le brume del modenese, e fra i calabri mi sottrassi alla vita; ma, per sempre, affido alla dolce Partenope le mie spoglie e la mia memoria, avendo cantato, con identico amore, il valore degli uomini, i verdi pascoli e la spiritualità della campagna". Suoi eredi furono Augusto e Mecenate, che diede incarico a Vario e Tucca di pubblicare il poema. Virgilio: L’Eneide E’ un poema che consta di circa 10.000 esametri, al quale Virgilio lavorò dal 29 al 19 a.C., anno della sua morte, tanto da lasciarlo incompleto e da ordinare ai suoi più fedeli amici di bruciano. Augusto, però, si oppose per¬sonalmente e, a sua volta, ordinò a Vario, uno dei migliori amici del poeta, di curarne la pubblicazione. L’intervento diretto del principe si spiega col fatto che Virgilio aveva scritto il poema con l’intento di farne un’opera atta a celebrare, contemporaneamente sia i motivi ideali e le qualità morali che avevano contribuito alla costruzione dell’impero di Roma, sia la presunta discendenza divina della gens Iulia, ossia la famiglia cui apparteneva lo stesso Augusto, che in quel momento era alla guida dell’Impero romano. Di qui, la scelta virgiliana di puntare sulla narrazione delle mitiche vi¬cende di Enea (il leggendario eroe troiano figlio di Anchise e della dea Afrodite), il quale, oltre ad essere considerato progenitore dei Romani in quanto fondatore della città laziale di Albalonga (da cui sarebbero appunto giunti i primi abitanti di Roma), veniva anche indicato, da parte della Casa Giulia, come il suo più illustre antenato. Il modello principale cui si ispirò Virgilio fu certamente Omero, come si evince dalla struttura stessa dell’Eneide, in cui i primi sei libri, incentrati sui viaggi e le peripezie di Enea, sono facilmente accostabili ai contenuti dell’Odissea, mentre gli altri sci della seconda parte, relativi alla descrizio¬ne della guerra tra Latini e Troiani, si richiamano evidentemente all’Iliade. Ciò non toglie che l’Eneide apparve subito un’opera originale e moderna, sia perché l’influsso omerico fu integrato da molti altri spunti letterari, scientifici e filosofici di molteplice origine, sia, soprattutto, in virtù della sensibilità, della profondità poetica e della vena ispirativa dello stesso Vir¬gilio. Un’originalità, la sua, che emerge anche a livello stilistico, dove, ac¬canto all’altezza e alla solennità del linguaggio, chiaramente derivati dall’epica di Ennio, Virgilio collocava la sapiente rielaborazione di termini tratti dalla lingua quotidiana. col risultato di creare un capolavoro poetico servendosi di un lessico semplice e diretto, capace di adattarsi mirabilmen¬te alla descrizione dei vari e diversificati personaggi, eventi cd argomenti contenuti nel poema. L’opera, nel suo complesso, si articola in 12 libri: PER UN RIPASSO RAPIDO I libro: presenta già quelli che saranno i personaggi e i temi principali dell’opera. L’azione drammatica inizia, in particolare, con la descrizione della tempesta provocata dalla dea Giunone, la quale, accanendosi contro Enea e i suoi seguaci che erano partiti dalla Sicilia alla volta delle coste italiche, costringe gli esuli troiani a naufragare sul litorale africano. Qui essi trovano rifugio e ospitalità presso la regina Didone, intenta alla costruzione di Cartagine dopo essere stata costretta all’esilio dalla città fenicia di Tiro. II libro: Enea, durante un banchetto, racconta a Didone la distruzione di Troia, soffermandosi su episodi pregni di orrore come quelli riguardanti le uccisioni di Laocoonte, Polite e Priamo. Su ordine di Venere, però, l’eroe è riuscito a fuggire dalla città in fiamme portando con sé il padre Anchise. il figlio Ascanio, i sacri Penati ed un manipolo dì seguaci, insieme ai quali dovrà fondare una nuova Troia. III Libro: Enea prosegue nel suo racconto a Didone, con una descrizione che alterna episodi dolorosi o cruenti (come quelli di Polidoro, delle Arpie e di Polifemo) con altri dal carattere più dolce e dolente (in particolare, l’incontro con Andromaca e la morte deI padre Anchise). A questo stesso libro appartiene anche la narrazione della profezia ricevuta dagli esuli troiani, a Delo. da parte dell’oracolo di Apollo, che li esorta ad andare in cerca dell’Italia per compiere la loro missione. IV libro: è imperniato sulla tragica vicenda d’amore di Didone, la quale, essendosi innamorata di Enea, si sente tradita dall‘eroe troiano dopo che questi abbandona l’Africa, perché sollecitato da Giove a completare il suo viaggio. La regina, allora, decide di suicidarsi, non prima, però, di aver maledetto Enea e il suo popolo, preannunciando eterna guerra tra i Cartaginesi e i discendenti dei Troiani (ossia i Romani). V libro: quasi completamente dedicato alla descrizione dei giochi funebri per il primo anniversario della morte di Anchise. il libro si conclude con la patetica narrazione della morte del nocchiero Palinuro, caduto di notte in mare, perché vinto dal sonno, durante il viaggio verso l’Italia. VI libro: giunto a Cuma, in Campania, Enea viene accompagnato dalla Sibilla giù nell’oltretomba, al di sotto del lago d’Averno. Nei Campi Elisi egli incontra l’ombra di Anchìse, il quale rivela al figlio che proprio lui, Enea è stato scelto dagli dei per fondare l’Impero di Roma. VII libro: giunto finalmente nel Lazio, Enea prende contatto con il re Latino, il quale gli promette addirittura in sposa la figlia Lavinia. Questa, però. era già stata promessa in matrimonio al re dei Rutuli, Turno che, grazie anche alla complicità della moglie del re Latino, dapprima fa in modo che si rompa il patto nuziale, quindi sollecita la formazione di un’alleanza contro gli esuli troiani, dando così inizio alla guerra. VIII libro: trovandosi in difficoltà per via delle soverchianti forze nemiche, Enea risale il Lazio e, proprio nel luogo dove sorgerà Roma, riceve aiuti dal re degli Arcadi, Evandro, che ordina al figlio Pallante di mettersi al comando di un piccolo esercito al fianco dei Troiani. Intanto, su disposizione di Venere, Vulcano fabbrica le armi di Enea, tra cui uno scudo istoriato che raffigura le future magnificenze di Roma. IX libro: pur ospitando la descrizione dell’assedio del campo troiano durante l’assenza di Enea, il libro è dominato dall’episodio dei giovani troiani Eurialo e Niso, il cui coraggioso sacrificio, avvenuto nel corso di una spedizione notturna, non approda ad alcun esito determinante per i Troiani. X libro: la scena bellica si movimenta con l’alleanza fra Etruschi e Troiani. Sul campo di guerra, Turno uccide Pallante, mentre Enea fa altrettanto con Mezenzio, potente alleato di Turno. XI libro: ad una prima parte dominata dal lamento funebre per la morte di Pallante e dalle speranze dì pace che pervadono i belligeranti, subentra una seconda parte in cui tornano ad infuriare gli scontri bellici, nel corso dei quali perde la vita anche la vergine Camilla. XII libro: l’opera si conclude con lo scontro risolutivo fra Turno ed Enea, il quale, dopo aver ridotto all’impotenza l’avversario e dopo essere stato sul punto dì concedergli clemenza, decide infine di trafiggerlo mortalmente, dopo aver notato che vestiva la cintura d’oro di Pallante.