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Il conflitto e la mediazione - Consorzio Progetto Solidarietà

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Il conflitto e la mediazione - Consorzio Progetto Solidarietà
3
QUADERNI
DEL CENTRO SERVIZI SCUOLA & FAMIGLIA
ricerca, progetto, intervento
Terzo Numero
Una ricerca di senso e di schemi operativi sta alla base delle riflessioni
che strutturano questo Quaderno dedicato al tema delle conflittualità
e delle mediazioni. Si tratta, spesso, proprio di riuscire a situarsi nel
luogo terzo e neutrale della mediazione per far fronte in termini
professionali al conflitto. Per questo i due termini che compongono il
tema di questo contributo sono proprio il conflitto e la mediazione.
Teorie, metodologie operative, campi applicativi
ed esperienze di mediazione
G. CAVICCHIOLI, L. GIOIA Il Conflitto e la Mediazione
Cooperativa Alce Nero
Il Conflitto e la Mediazione
a cura di
Giorgio Cavicchioli e Loredana Gioia
CS
ASSOCIAZIONE CENTRO STUDI
OPERA DON CALABRIA
CENTRO SERVIZI SCUOLA & FAMIGLIA
QUADERNI DEL CENTRO SERVIZI SCUOLA & FAMIGLIA
3
QUADERNI
DEL
CENTRO SERVIZI SCUOLA & FAMIGLIA
ricerca, progetto, intervento
TERZO NUMERO
Il Conflitto e la Mediazione
Teorie, metodologie operative, campi applicativi
ed esperienze di mediazione
a cura di
Giorgio Cavicchioli e Loredana Gioia
CS
Associazione Centro Studi
Opera Don Calabria
Cooperativa Alce Nero
La Redazione
La collana dei “QUADERNI” è curata dal Centro Servizi Scuola & Famiglia
della Cooperativa Alce Nero. Il comitato di redazione di questo numero è composto da:
Giorgio Cavicchioli, Alessia Scaravelli, Laura Baratti, Monica Magistrelli, Marta Boschini,
Elena Mattioli, Cinzia Chesi, Alfonso Alfonsi.
Il Servizio di Mediazione Familiare “Legàmi”, all’interno del Centro Servizi Scuola &
Famiglia è composto da: Giorgio Cavicchioli, psicologo, coordinatore; Vania Gadioli, psicopedagogista, mediatrice; Maria Teresa Gasparro, pedagogista, mediatrice; Lara De
Agostini, avvocato, mediatrice; Cora Tortora, avvocato, mediatrice; Daniela Perondini,
pedagogista, mediatrice; Bice Nuvolari, assistente sociale, terapeuta familiare; Gianluca
Ganda, psicologo, psicoterapeuta.
Per informazioni e richieste di intervento gli operatori del Servizio di Mediazione Familiare
“Legàmi” possono essere contattati il martedì e il giovedì dalle 10,00 alle 13,00 presso il
Centro Servizi Scuola e Famiglia - tel. 0376 221717 - e.mail [email protected]
Il Centro Servizi Scuola & Famiglia si trova a Mantova in via Frattini, 26
prima edizione: aprile 2004
INDICE
11
Introduzione
CAPITOLO 1
17 Ricostruzione teorica della mediazione
Adolfo Ceretti, docente di Criminologia
Facoltà di Giurisprudenza - Università di Milano Bicocca.
Coordinatore Ufficio di Mediazione Penale di Milano
17
20
21
23
1.1
25
26
28
1.5
1.6
1.7
1.2
1.3
1.4
Riflessioni sulla sofferenza
Una, tante definizioni
Conflitti di “prima” e “seconda” generazione
Mediazione: un passo oltre la riparazione
del danno?
I luoghi della mediazione
Uno sguardo sul mediatore
Per concludere
CAPITOLO 2
31 Mediazione ed educazione
Monica Manzani, Psicologa, Consulente scolastico,
Mediatore presso Associazione Delta;
Loredana Gioia, Psicologa
31
2.1
La scuola: un terreno fertile per il conflitto
36
38
41
45
La peer mediation
2.3 Il bullismo
2.4 Progetto di mediazione scolastica
2.5 Per concludere
2.2
CAPITOLO 3
47 Gestione e risoluzione dei conflitti
Silvio Masin, Pedagogista, Mediatore, Presidente Associazione Delta
Gestione e risoluzione dei conflitti
3.2 La mediazione sociale e culturale come attività
propedeutica alla mediazione penale
54 3.3 La posizione della vittima nell’attività mediativa
57 3.4 L’esperienza del gruppo di mediatori
di Verona
47
51
3.1
CAPITOLO 4
61 La mediazione familiare
A cura dell’èquipe del Servizio “Legàmi” - Centro Servizi Scuola e
Famiglia di Mantova - Cooperativa Alce Nero
61
63
69
4.1
75
4.4
81
4.5
84
4.6
4.2
4.3
Origini della mediazione familiare
Cos’è la mediazione familiare
La mediazione familiare secondo il modello
sistemico-relazionale: le specificità di questo
approccio
Il Servizio di mediazione familiare “Legàmi”
del Centro Servizi Scuola e Famiglia di Mantova
Il modello operativo elaborato dall’équipe del
servizio di mediazione familiare “Legàmi”
Esempio di analisi dei bisogni di una coppia
in mediazione
6
98 4.7 Un contributo di Isabella Buzzi:
La Mediazione Familiare
di Isabella Buzzi, fondatrice del centro di mediazione familiare
e scuola di formazione professionale Studio T.d.L di Milano
CAPITOLO 5
109 Risorse e limiti del conflitto familiare
Vania Gadioli, Psicopedagogista, Mediatrice,
collaboratrice del Centro Servizi Scuola e Famiglia
109
110
114
118
5.1
5.2
5.3
5.4
124 5.5
128 5.6
Premessa
La famiglia come sistema
Il ciclo di vita familiare
Il conflitto secondo l’approccio
sistemico-relazionale
Il conflitto come vincolo e risorsa
Il conflitto in adolescenza
CAPITOLO 6
137 La formazione
Loredana Gioia, Psicologa
137 6.1 L’ambito della mediazione familiare
141 6.2 L’ambito della mediazione scolastica:
Peers Mediators
143 6.3 L’ambito della mediazione penale
147 Alcuni appunti conclusivi per non addetti ai lavori
Alessandro Padovani, Psicologo, Direttore dei Servizi di Comunità
Ist. Don Calabria, Giudice onorario Tribunale per i Minorenni di Venezia
151 Bibliografia
7
IL CONFLITTO E LA MEDIAZIONE
Introduzione
Due sorelle avevano un’arancia. Entrambe pretendevano l’intera arancia e avevano le loro ragioni per volerla: il litigio
appariva inevitabile. Alla fine divisero a metà la loro arancia. La maggiore, irritata, bevve una mezza spremuta e buttò
via la buccia. La minore, ancora più stizzita, usò la sua
mezza buccia per fare un’insipida torta e buttò via il succo che
non le interessava.
Avessero parlato, avrebbero scoperto di poter avere un’intera
spremuta e un’intera buccia con cui preparare un’ottima torta.
Questo terzo quaderno del Centro Servizi Scuola e
Famiglia nasce da una serie di riflessioni provenienti
da altrettante esperienze di intervento nell’ambito del
conflitto. Il conflitto infatti spesso ci si è presentato
come caratteristica trasversale, diffusa, presente
all’interno di molteplici situazioni e contesti del
lavoro sociale con le famiglie, le scuole, i minori, i
Servizi, le Istituzioni. La necessità, emotiva e professionale nel contempo, di attrezzarsi per far fronte alle
dimensioni conflittuali ci ha più volte indotto a frequentare colleghi e maestri per mettere insieme idee e
strumenti di lavoro che consentano di stare nella complessità del conflitto al fine di assolvere ai compiti che
11
nei diversi contesti di intervento ci vengono assegnati. Una ricerca di senso e di schemi operativi allora
sta alla base delle riflessioni che strutturano questo
Quaderno dedicato al tema delle conflittualità e delle
mediazioni. Si tratta, spesso, proprio di riuscire a
situarsi nel luogo terzo e neutrale della mediazione per
far fronte in termini professionali al conflitto. Per questo i due termini che compongono il tema di questo
contributo sono proprio il conflitto e la mediazione.
Come oramai da tempo si riconosce, la mediazione o le
mediazioni – poiché oggi possiamo parlarne al plurale,
come una serie plurima di strumenti e anche di visioni
teoriche – costituiscono la strada attualmente più frequentata e considerata come maggiormente in grado
di procurare assetti e strumenti di gestione dell’intervento nelle situazioni conflittuali in grado di raggiungere obiettivi soddisfacenti. Nuovi campi applicativi,
nuove visioni dell’intervento, nuovi e proficui intrecci
di punti di vista teorici hanno portato ad elaborare
modelli operativi e schemi teorici che gravitano intorno alla mediazione del conflitto come settore operativo
che dialoga ma contemporaneamente si discosta e differenzia dai più tradizionali e noti interventi nei
campi affini della psicoterapia, del counseling, della
consulenza, dell’intervento educativo o giuridico.
Ancora non completamente “matura” la teoresi e la
modellizzazione operativa intorno alla mediazione – o
perlomeno in una fase molto aperta a contributi creativi e generativi - si avvale oggi di apporti provenienti sia dalla tradizione psicologica e psicoterapeutica, in particolare come evoluzione dei paradigmi di
12
matrice sistemica, sia dell’esperienza e della riflessione maturata in ambito sociologico soprattutto a
partire dalla sociologia della devianza, dalla criminologia e dagli studi sulla comunicazione nei contesti
penali e giuridici.
Questo terzo Quaderno dedicato al conflitto e alla
mediazione si avvale ed è frutto della collaborazione
tra il Centro Servizi Scuola e Famiglia e l’Istituto Don
Calabria, collaborazione che in questi ultimi due anni
si è stretta intorno ad una serie di progetti e servizi
alcuni dei quali anche relativi proprio alla mediazione
dei conflitti. Per questa collaborazione la curatela del
Quaderno rispecchia il carattere plurale che si ritrova,
scorrendo l’indice, anche nei contributi che lo compongono, sia dal punto di vista degli ambiti e dei contenuti presi in considerazione, sia per la numerosità
degli autori che hanno contribuito con le loro riflessioni, a partire da esperienze e formazioni differenti.
La strutturazione cha abbiamo voluto per questo
Quaderno riflette infatti quella pluralità che sembra
oggi abbracciare e caratterizzare la mediazione dei conflitti. Abbiamo così pensato di aprire con una
“Ricostruzione teorica della mediazione” composta dal criminologo Adolfo Ceretti che si avvale, oltre che degli
studi sul settore in ambito universitario anche dell’esperienza pluriennale del coordinamento dell’Ufficio di
Mediazione Penale di Milano. I capitoli successivi sono
invece tesi ad apportare contributi più specificamente
declinati in ambiti applicativi della mediazione.
Nel secondo capitolo, le psicologhe Monica Manzani
e Loredana Gioia approfondiscono in particolare la
13
connessione teorica ed operativa tra la mediazione e
l’ambito educativo, delineando quel campo oggi conosciuto anche come mediazione scolastica. La peer education, il bullismo e un esempio di progetto di mediazione scolastica caratterizzano questo capitolo. Il terzo
capitolo “Gestione e risoluzione dei conflitti”, è scritto da
Silvio Masin, pedagogista, mediatore e presidente
dell’Associazione Delta che si occupa dello sviluppo
della cultura e dell’intervento della mediazione, sottolinenando l’importanza di adottare una logica allargata
dove anche l’intervento sulla cultura della comunità
risulta centrale. Conclude il suo contributo con il racconto dell’esperienza del gruppo di mediatori di
Verona. Il quarto capitolo è un contributo articolato
curato dall’èquipe del servizio di mediazione familiare
“Legàmi” del Centro Servizi Scuola e Famiglia. Questo
contributo si concentra sull’ambito del conflitto familiare e del relativo intervento di mediazione, proponendo una lettura storica della mediazione familiare e la
sua particolare declinazione all’interno del paradigma
sistemico-relazionale. Viene in seguito proposto uno
sguardo ravvicinato sul servizio “Legàmi” e sul suo
modello operativo. Questo quarto capitolo si conclude
con un prezioso intervento di Isabella Buzzi, fondatrice
dello Studio di Mediazione e scuola di formazione professionale sulla mediazione di Milano; in questo contributo l’autrice ripropone i concetti caratteristici della
mediazione familiare che vengono così narrati direttamente dalla voce di un’autrice che è oggi uno dei principali punti di riferimento nazionali ed internazionali.
Il quinto capitolo, composto dalla psicopedagogista
14
Vania Gadioli, mediatrice e collaboratrice del Centro
Servizi Scuola e Famiglia e membro dell’Associazione
Delta, focalizza il tema del conflitto esplorandone le
risorse intrinseche ed i limiti all’interno delle relazioni
interpersonali e delle relazioni familiari in particolare.
Il sesto ed ultimo capitolo, curato da Loredana Gioia,
propone una sintetica ma esaustiva visione dei principali percorsi e modelli di formazione degli operatori che si
occupano di mediazione, descrivendo la formazione
alla mediazione nei tre diversi ambiti che caratterizzano anche i precedenti contributi del Quaderno: l’ambito della mediazione familiare, della mediazione scolastica e di quella penale.
Le conclusioni sono affidate ad Alessandro Padovani,
psicologo, mediatore e direttore dei servizi di comunità dell’Istituto Don Calabria, giudice onorario del
Tribunale per i Minorenni di Venezia.
Una corposa bibliografia, che comprende oltre ai riferimenti citati nei capitoli del testo anche una rassegna
dei principali contributi scientifici italiani, anglosassoni, francesi ed ispanico-sudamericani, conclude il
Quaderno.
G.C., L.G.
15
Capitolo 1
RICOSTRUZIONE TEORICA DELLA MEDIAZIONE
Adolfo Ceretti
“Se tu violi i miei affetti, se tu offendi la mia vita con un gesto che mi umilia e che danneggia i miei diritti e ancor più la
mia dignità ed il mio onore personale è solo attraverso la pratica della mediazione che diventa possibile prendere le distanze dalla logica della ricompensa o, qualora sia stato commesso
un crimine, da quella della pena che dettano la mia sofferenza e la negazione della mia dignità”.
1.1
RIFLESSIONI SULLA SOFFERENZA
Più volte, in questi ultimi tempi, mi sono sorpreso a
chiedermi quali siano i motivi che mi hanno condotto a studiare e a lavorare nel campo della mediazione.
Spesso mi rispondo che uno degli interessi per questo tema nasce dal desiderio di ragionare sulle modalità con cui talvolta l’insopportabile di un soggetto,
nella misura in cui invade il corpo di un altro soggetto (il vicino di casa, il migrante, il coniuge, il figlio e, ancora, la vittima di un reato), si traduce da
parte della vittima in una denuncia, in una querela,
in una pubblica lamentela, in una richiesta di aiuto,
17
di risarcimento, di riparazione.
Alcune riflessioni affascinanti su questo argomento,
cioè a dire sulla storia politica e giuridica della sofferenza, sono contenute in un libro di un sociologo francese,
Jean-François Laé1 su cui mi soffermerei un attimo
prima di iniziare il mio discorso sulla mediazione.
Egli invita a meditare sul fatto che ogni epoca storica è
caratterizzata dalla messa in scena di drammi, espressi
sotto forma di domande (“Perché sto male?”; “Che cosa
mi sta facendo male?”) rispetto ai motivi della sofferenza, e che ogni epoca storica sceglie con cura un possibile trattamento politico del dolore, dopo aver istruito le sue dinamiche.
La sofferenza di cui sto parlando contiene dunque
qualcosa di ancora più intollerabile, insostenibile e
profondo del senso di giustizia che si trova in seguito
a una esperienza di vittimizzazione. Sto parlando di
quell’emozione che si impossessa della vita, modificando il senso delle relazioni con se stessi e con gli altri, la forma degli affetti, lo scandire delle attività, e
che si manifesta sempre laddove si registra una negazione dell’integrità di una persona, laddove si registra
una mancanza di riconoscimento.
In questa prospettiva sono il concetto di danno e le pratiche della compassione a divenire i termini fondamentali attorno ai quali riflettere.
Dare un nome alla sofferenza della vittima e riconosce-
1
Laé, J.-F., L’instance de la plainte. Une historie politique et juridique de la souffrance, Descartes & Cie, Paris, 1996.
18
re il danno a cui essa si accompagna permette alla vittima stessa di stabilire una distanza dal proprio vissuto,
e di trovare una modalità più soddisfacente di gestire il
suo dolore.
Con il ventesimo secolo si afferma dunque definitivamente l’idea che l’uomo meriti una uguaglianza e un
pari trattamento di fronte a quel dolore che egli decide di non vivere in silenzio, e per il quale egli reclama una condivisione di senso. Il tipo di sofferenza riportabile a disfunzione della gestione del vincolo e
del legame sociale non è pensabile che al di fuori di
se stessi, poiché non si soffre di soffrire, ma si soffre
in una scena pubblica che concepisce il male come
uno stato d’animo che chiede attenzioni, cure, sollievi, interventi positivi.
È indubitabile che nel corso del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle la forma primaria di riparazione
sia stata il risarcimento del danno che ha rappresentato
l’unica modalità di dialogo e l’unico modo di dare un
valore, un prezzo ed una qualità alla sofferenza. L’idea
che da molto tempo porto con me, è che la modalità
risarcitoria, se non si accompagna ad altre forme di riparazione, corra il rischio di finire semplicisticamente
col sovrapporsi alla perdita irreparabile sofferta, all’offesa subita: il denaro diverrebbe così il doppio equivoco
della sofferenza.
Ho la netta sensazione che la questione del dolore venga necessariamente e costantemente coniugata con
quella del denaro, inteso quale suo doppio, proprio fino a quando si imporranno all’attenzione pubblica le
pratiche di mediazione.
19
1.2
UNA, TANTE DEFINIZIONI
Non mi soffermerò più di tanto sulla definizione del
concetto di mediazione, tenuto conto del fatto che se ne
parla ormai molto diffusamente e che comunque la
mediazione (sociale, penale, scolastica, linguistico-culturale) è un fenomeno plurale che difficilmente si presta a una rigorosa e univoca definizione.
Per tutte valga, come sempre, quella di Bonafé-Schmitt2, il quale parla di un processo, il più delle volte formale, con il quale un terzo neutro tenta, facilitando scambi
tra le parti, di permettere loro di confrontare i propri punti
di vista e di cercare con il suo aiuto una soluzione al conflitto che le oppone.
G.V. Pisapia parla di mediazione come di una “terra di
mezzo”, che si caratterizza come luogo di (ri)costruzione
della connessione, attraverso l’individuazione di uno spazio
sociale al cui interno possano svilupparsi gli in-contri “ricostitutivi” tra le parti in conflitto3.
Come afferma Castelli4, per trasformare i conflitti in
qualcosa di utile è necessario gestirli in maniera opportuna, “prendersene cura” senza volerli “curare”. E la
parola mediazione (dal latino tardo mediare, cioè a dire
dividere, aprire nel mezzo) indica appunto un processo
2 Bonaffé-Schmitt, J.-P., La médiation, une justice douce, Syms Alternatives, Paris, 1992.
3
Pisapia, G.V., Editoriale, Rassegna italiana di Criminologia, 4,
1993.
4
Castelli, S., La mediazione. Teorie e tecniche, Cortina, Milano,
1996.
20
mirato a far evolvere dinamicamente una situazione
problematica, a far aprire canali di comunicazione che
si erano bloccati.
Ogni mediazione è dunque sempre preceduta da una
contesa, da una contrapposizione, da un conflitto.
Nella nostra prospettiva il conflitto5 nasce dallo scontro di due desideri contraddittori, opposti, che si fronteggiano e che paiono vitali per coloro ai quali appartengono.
Detto altrimenti, il conflitto nasce dentro a un senso di
perdita, perdita di un passato (il prima rispetto ad una
violenza, un sopruso, una parola o uno sguardo di troppo) che non esiste più (e che con l’occhio di poi è visto
come idilliaco) e un desiderio di rimpiazzare quell’ordine che ora è divenuto disordine.
Il passaggio dall’ordine al disordine provoca ciò che chiamiamo conflitto6.
1.3
CONFLITTI DI “PRIMA” E “SECONDA” GENERAZIONE
Il conflitto ha a che fare con qualcosa di simile a una
crisi di indifferenziazione7, cioè a dire una situazione in
cui le persone sono entrambe convinte di funzionare
con la stessa modalità di rappresentazione: ciascuno at5
Morineau J., Corsi di formazione alla mediazione, Castiglione delle Stiviere (Mantova), ottobre 1996-giugno 1997.
6 Pavarini, M. (1997), Decarcerizzazione e mediazione nel sistema
penale minorile, in Picotti L. (a cura di), La mediazione nel sistema penale minorile, (1998), Cedam, Padova.
7 Girard, R. (1972) (trad. ital. 1980, III ediz. 1992), La violenza e il
sacro, Milano, Adelphi.
21
tribuisce all’altro il proprio modo di funzionare. Ogniqualvolta poi l’alterità dell’altro si manifesta, non viene valutata come possibile differenza, ma come una diversità negativa; l’altro diventa l’estraneo, il soggetto incomprensibile.
Attualmente i sociologi osservano che negli ultimi
due decenni si sono imposte all’attenzione della sfera
pubblica nuove forme di conflittualità, diverse da
quelle classiche che toccavano gli ambiti della riproduzione materiale o della sfera politica (conflitti di prima generazione).
La mia attenzione è perciò rivolta ai conflitti che nascono nelle sfere della socializzazione, dell’integrazione
sociale e della riproduzione culturale. Questi conflitti,
che potremmo chiamare di seconda generazione, sono
quelli di vicinato, di quartiere, familiari, scolastici, inter-culturali, sul posto di lavoro, ed altri ancora. Essi
pongono nuovi problemi alla qualità della vita, all’eguale accesso al godimento dei diritti, alla realizzazione individuale e sociale del sé.
La domanda di regolazione di questi conflitti fa appello a modalità di risoluzione consensuale, basate sulla
esplicitazione dei processi di comunicazione – e non
solo sulla sanzione.
L’incessante riprodursi di questi ultimi conflitti, ha indotto la Morineau8 a vedere nella genesi di queste situazioni insopportabili, uno scontro fra soggetti che ha
a che vedere con la concretizzazione di affetti, interessi,
8
Morineau, J., Lo spirito della mediazione, Franco Angeli, Milano,
2000 (ed. or.: 1998).
22
ragioni e pregiudizi contrastanti che si fronteggiano e
che paiono o sono fortemente vitali per coloro che ne
sono portatori o portati.
1.4
MEDIAZIONE:
UN PASSO OLTRE LA RIPARAZIONE DEL DANNO?
L’essenza della mediazione consiste nella variazione
dello spazio relazionale che si crea tra i mediati, una
variazione che può permettere ad un soggetto di aprirsi all’altro, di porre soprattutto l’antagonista come “altro”, e di porre se stesso come “altro possibile”.
Fare mediazione, infatti, significa, prima di tutto,
prendersi cura, con modalità inedite sul piano socioistituzionale, di comportamenti cosiddetti antisociali
e/o antigiuridici che compulsivamente, im-mediatamente producono in noi stessi e negli altri sentimenti
di rivolta, risentimento, tradimento, rabbia, desiderio
di vendetta, disonore, umiliazione, incomprensione,
senso di colpa.
Per fare mediazione, dunque, occorre anzitutto reggere
la paura dei potenziali effetti distruttivi di questi sentimenti sociali, e imparare a situarsi “tra” le persone
che ne sono portatrici. E’ da quel non-luogo che il mediatore cerca di incontrare la fonte di quei conflitti che
creano un vuoto, un isolamento dei singoli configgenti
nel proprio vissuto, nella propria versione dei fatti,
nella propria solitudine e separazione dall’altro.
Le parti possono raggiungere una diversa percezione
l’una dell’altra, scoprire un nuovo linguaggio per parlare, provare a (ri)costruire la loro relazione elaborando
23
nuove regole che saranno utili per affrontare concretamente gli effetti del conflitto e del disagio che stanno
vivendo. Nei discorsi dei mediatori e dei mediati si instaura una logica comunicativa che non si ferma alla ricerca di una soluzione liberamente negoziata ma si
estende anche alla instaurazione di senso al dialogo e alla
relazione sociale: “Mediare, come forma verbale che
connota l’attività di mediazione, vuol dire ricollegare
quello che è adesso sconnesso perché la relazione e il
circuito si sono interrotti, ma il circuito e la relazione
erano e potranno essere in funzione”9.
Sono la mutua responsabilità ed il confronto tra valori
e interessi differenti che aiutano a pervenire a “soluzioni” che contengono riparazioni simboliche prima ancora
che materiali.
Si ha riparazione simbolica, a mio avviso, proprio
quando di fronte a un gesto che offende la vita, viola
gli affetti, i protagonisti della vicenda (sia chi ha subito la violenza ma anche chi l’ha posta in essere) hanno
di nuovo accesso alla propria integrità, e riacquistano
la loro dignità.
L’autore, difatti, proprio perché afferma anaffettivamente di essere consapevole dell’offesa arrecata e mostra indifferenza verso il proprio comportamento, è spesso
conscio che il disprezzo manifestato nei confronti della
vittima erode, indebolisce l’identità di quest’ultima,
deludendo la sua prospettiva di essere chiamata da “al-
9
Resta, E., Le stelle e le masserizie. Paradigmi dell’osservatore,
Laterza, Roma-Bari, 1997.
24
tri” con il “proprio” nome e di essere guardata in un
modo atteso.
1.5
I LUOGHI DELLA MEDIAZIONE
Strano Paese l’Italia.
Mentre ovunque, nel mondo, la mediazione reo-vittima (victim offender mediation) nel sistema penale (minorile e non) si è andata affermando con buona soddisfazione (basta pensare alle esperienze esistenti già da anni in
Francia, Austria e Germania, tanto per citarne alcune),
qui da noi il solo accenno ad una possibile pratica in
questo campo suscita in alcuni studiosi e in molti operatori del diritto (e sociali) dubbi (legittimi), risentimenti e ostracismi (incomprensibili).
C’è chi come M. Pavarini10 ha subito compreso il rischio che anche il nuovo (la mediazione) possa finire con
l’essere declinato attraverso l’unico vocabolario che il
nostro sistema conosce, quello della rieducazione: una
volta assorbito dal sistema penale, il paradigma riparatorio perde la sua peculiarità facendosi solo involucro
per un’istanza ancora una volta “trattamentale”.
Strano Paese l’Italia.
Mentre ovunque, nel mondo, la mediazione sociale ha
una straordinaria diffusione (si pensi alla Francia), qui
da noi il suo successo è legato ancora ad alcune significative, ma purtroppo isolate, esperienze pilota.
10 Pavarini M., (1997), Decarcerizzazione e mediazione nel sistema
penale minorile, in Picotti L. (a cura di), La mediazione nel sistema penale minorile, (1998), Cedam, Padova.
25
Pur lasciando ad altri il compito di analizzare le ragioni
di questo anomalo (e ricorrente) scenario, va fin da ora
sottolineato che senza un adeguato movimento capace di
diffondere la cultura della mediazione nel sociale, essa è
destinata a iscriversi in progetti deputati a divenire
unicamente piccole oasi in un deserto.
Per quanto l’Italia continui ad essere uno “strano” paese, il ricorso alle pratiche di mediazione trova un gran
senso in presenza di conflitti intra ed inter-familiari,
sociali, di vicinato, scolastici, interculturali, quelli che
nascono in seguito alla commissione di un reato.
La mediazione è quindi un fenomeno plurale che per
mezzo di specifiche tecniche operative interviene in
differenti luoghi del conflitto.
La si può pensare come pratica informale di regolazione di conflitti della famiglia; di mediazione si parla
nell’ambito del lavoro e delle relazioni sindacali, nel
settore della protezione degli interessi diffusi, in materia di consumo e di tutela dell’ambiente e persino nel
campo della politica e della tutela internazionale11.
1.6
UNO SGUARDO SUL MEDIATORE
Parafrasando M. Castiglioni12, il mediatore si configura
come colui che accoglie la sofferenza, diventando… il
ponte teso tra le due rive.
11 Ceretti, A., Garbarono, F., Giulini, P., 1995, Mediazione sociale:
la giustizia fra pari, Narcomafie, n°6 (III), p. 19-21.
12
Castiglioni, M., La mediazione linguistico-culturale. Principi,
strategie, esperienze, Franco Angeli, Milano, 1997.
26
Piace, anzitutto, questo suo stare al crocevia di tanti
luoghi, non appartenere a nessun territorio, occupare
uno spazio interstiziale tra la società civile e le istituzioni e allo stesso tempo costringere individui e istituzioni a pensare, a fare i conti con logiche e visioni alternative da quelle con cui esse, quotidianamente, si
devono confrontare, al fine di creare e disseminare
scambi, contaminazioni, sinergie.
Egli si colloca all’interno delle pratiche di mediazione
in cui, per definizione, non deve avere alcun potere, nel
senso che non spetta a lui (lei, loro) la risoluzione della
disputa. Le sue capacità sono quelle legate alla capacità
di ascolto, di rimanere imparziale e neutrale. Mutuando
quanto afferma Lanzara13, il mediatore deve sviluppare
una capacità negativa, che è quella di rendersi vulnerabile al dubbio, di restare impassibile di fronte alla perdita di senso, di non volere a tutti i costi pervenire a
fatti e motivi certi.
Il mediatore agisce come catalizzatore, in quanto aiuta
a modificare la relazione fra gli antagonisti facendola
migrare da uno stato di tensione binaria (ove regnano
la asimmetria, l’esclusione, la competizione e la violenza) verso un processo a tre poli, ove il dubbio, l’interrogativo e le differenze possono coesistere, e la responsabilità reciproca viene condivisa. Il mediatore è colui
che non giudica mai, che non dà consigli, non trova né
dà soluzioni, ma interviene nel conflitto per dare la parola ora all’uno ora all’altro per consentire l’identifica-
13
Lanzara, F., Capacità negativa, Il Mulino, Bologna, 1993.
27
zione del motore, dell’origine della situazione problematica.
Per il semplice fatto di essere in possesso di un sapere,
di una tecnica, di ricoprire un ruolo, di porsi come terzo rispetto a un conflitto, di avere la pretesa che certi
rapporti sociali diseguali possano subire una nuova
strutturazione, lo si può considerare come soggetto dotato di potere.
Mi risulta ancora molto difficile, tuttavia, dire in che
cosa consista effettivamente il suo potere…
1.7
PER CONCLUDERE
Non mi sento di dover aggiungere altro per comprendere che il discorso sulla mediazione apre nuovi orizzonti di senso.
Mi pare importante, tuttavia, che, fin da ora, si debba
pensare alla mediazione non come ad una modalità capace di attivare “speranze messaniache di cambiamento
e redenzione”, non come a una o, peggio, la soluzione,
ma semplicemente come a una modalità cognitivamente più aperta e disponibile a passare dal momento
distruttivo a quello curativo, ad accogliere il disordine
che le società odierne esprimono.
Mi piace spesso concludere il discorso sulla mediazione
con una frase di Resta14 poiché mi sembra l’emblema
più efficace per tradurre in poche righe la direzione su
14
Resta, E., Le stelle e le masserizie. Paradigmi dell’osservatore,
Laterza, Roma-Bari, 1997.
28
cui lavora la mediazione:
L’identità ha bisogno non di giudizi e di “cure” prescrittive
ma di decifrazioni pazienti delle sue continue ridefinizione… L’identità appare più ricca quanto più assume le “determinatezze della vita” come il problema con cui vivere e su
cui esercitarsi.
29
Capitolo 2
MEDIAZIONE ED EDUCAZIONE
Monica Manzani, Loredana Gioia
2.1
LA SCUOLA: UN TERRENO FERTILE PER IL CONFLITTO
Il conflitto è un elemento strutturale, ovvero è parte integrante della nostra vita quotidiana fin dai primi anni
di vita.
Uno dei contesti più “fertili” per l’emergere di situazioni conflittuali è senza dubbio quello scolastico dal
momento che la scuola è per sua natura una delle principali agenzie di socializzazione, luogo di crescita e di
formazione per la personalità dei ragazzi e degli adolescenti. Nello stesso tempo, però, essa è luogo delle
conflittualità provocate dalla impossibilità di gestire
tutte le relazioni complesse che intercorrono tra i soggetti che la compongono. Luogo in cui le dispute fra
compagni sono all’ordine del giorno e così come possono risolversi sul nascere, possono anche diventare sempre più acute e cristallizzarsi fino a trasformarsi in vere
e proprie aggressioni o violenze.
La scuola, inoltre, rappresenta il luogo maggiormente
popolato di estraneità, dove per estraneità intendiamo
sia l’alterità, l’altro sconosciuto, sia una cultura-altra
che ancora non ci appartiene.
31
Tali premesse, seppur scarne, ribadiscono la portata ed
i vantaggi, nonché le difficoltà, insite nel progettare
interventi da effettuare nella scuola.
Entrare nella scuola come mediatori e soprattutto come portatori della cultura della mediazione, significa
incontrare rigide e monolitiche definizioni condivise
del conflitto e rischiare di lasciarsi risucchiare dal
“mostro della delega istituzionale”.
La cultura del buon senso vede la pace come antitetica
al conflitto: in tal senso un progetto di mediazione nel
sistema scolastico dovrà portare con sé una vera e propria rivoluzione epistemologica partendo da premesse
teoriche diametralmente differenti.
La pace andrà intesa come coerente con il conflitto
perché è proprio la loro sinergia che rende vitali le
oscillazioni delle relazioni.
Il conflitto andrà inteso come produttore fertile di
cambiamenti, di creatività, di genesi all’interno delle
relazioni che però tollerino e si arricchiscano delle diversità e del confronto. Parafrasando D. Novara1, si potrebbe parlare di una vera e propria “alfabetizzazione”
del conflitto, di un addestramento lento e continuo
che possa produrre nuove capacità relazionali “sostando” dentro al conflitto in una incessante e attenta area
dialogica con l’alterità e la diversità.
La maggior parte dei conflitti a scuola sono di tipo in-
1 Novara D., L‘alfabetizzazione al conflitto come educazione alla pace, in Scaparro F. (a cura di), Il coraggio di mediare. Contesti, teorie e
pratiche di risoluzione alternative alle controversie, Edizioni Guerini e
Associati Spa, Milano, 2001.
32
terpersonale in quanto coinvolgono studenti o adulti
aventi punti di vista differenti, obiettivi diversi, culture diverse2.
Ogni conflitto è differente dall’altro, ma tutti, dice
Cohen3, sono caratterizzati da alcuni parametri comuni:
• Il livello di tensione non è statico.
• La differente percezione che ognuno ha delle cose
che vede e che sente fa sì che ciascuno interpreti ed
attribuisca significati in modo del tutto soggettivo.
• Il conflitto, pertanto, può essere considerato come il
frutto dei nostri pregiudizi o, meglio, delle nostre
inferenze rispetto alle molteplici interpretazioni del
reale che vengono di volta in volta prodotte.
I primi tentativi di introdurre la mediazione a scuola
risalgono agli anni Sessanta negli Stati Uniti. Si trattava di programmi basati sui principi che si erano già
sviluppati per la mediazione di comunità, ritenuta efficace soprattutto nei casi di dispute fra persone che si
conoscevano e che avrebbero continuato a vedersi (Neighborhood Justice Center)4.
La promozione della sua diffusione è stata favorita dalla
fondazione, prima negli Usa e poi in alcuni Paesi euro-
2 Baldry, A.C., Conflitti e bullismo a scuola. La mediazione scolastica come possibilità di risposta, in Scaparro F. (a cura di), Il coraggio
di mediare. Contesti, teorie e pratiche di risoluzione alternative alle
controversie, Edizioni Guerini e Associati Spa, Milano, 2001.
3
Cohen, R., Students Resolving Conflicts, Good Years BooKs,
London, 1995.
4
Umbreit, M., Mediating interpersonal conflicts. A pathway to
peace, in Pisapia, G.V, Antonucci, D., (a cura di), La sfida della mediazione, Cedam, Padova, 1997.
33
pei, di alcune associazioni che si sono impegnate a fornire alle scuole principi, strumenti e competenze.
Anche in Italia, sebbene si denoti il “solito” ritardo rispetto agli altri Paesi, sta crescendo la consapevolezza
dell’opportunità di intervenire nelle scuole con metodi
Altri, miranti a potenziare le capacità individuali e relazionali. Ne sono un esempio il “Piano nazionale di
azioni e di interventi per la tutela dei diritti e dello
sviluppo dei soggetti in età evolutiva 2000/2001” e la
Legge 451/975.
Il comune denominatore di tutte queste esperienze
consiste nel fatto che si possono sviluppare solo quando è stata coinvolta tutta la comunità educativa. A tal
proposito, Bonafé-Schmitt6 parla dell’”effetto istituto” che stabilisce uno stretto rapporto tra coinvolgimento della comunità educativa e le diverse fasi del
programma.
Per entrare nel vivo di quanto detto fino a questo punto, ci sembra importante chiarire il fatto che parlare di
mediazione scolastica significa principalmente trovare
una alternativa per il modello disciplinare attuale e ridurre
le sanzioni disciplinari tradizionali, per dare spazio ad una
5 La legge 451/97 indica che il Governo si impegna a “ridurre l’abbandono scolastico e a considerare con particolare attenzione gli atteggiamenti estremi di alcuni adolescenti, spesso legati a difficili dinamiche
sociali e di gruppo, promovendo adeguati approfondimenti dei fenomeni
di disagio dell’agio e di violenza degli adolescenti che si esprimono in
forme di bullismo scolastico”.
6 Bonaffè- Schmitt, J.P., La mediazione scolastica: un processo educativo?, in Pisapia, G.V., Antonucci (a cura di), La sfida della mediazione, Cedam, Padova, 1997.
34
diversa gestione del conflitto7, capace di aumentare la fiducia
dei ragazzi nell’istituzione nonché le loro capacità sociali e
relazionali8.
Essa mostra ai ragazzi ed agli adulti quanto sia importante imparare ad accettare l’Altro, accoglierlo, ascoltarlo ed essere ascoltati. Il percorso mediativo può essere propedeutico ad una educazione alla legalità perché
aiuta a comprendere che i comportamenti devianti non
sono meramente un’infrazione ad una norma astratta,
ma sono un ledere i diritti, spezzare le emozioni e provocare una sofferenza psichica all’altro.
Proponendo ai ragazzi “difficili” uno spazio in cui poter
essere ascoltati, permette di offrire loro un aiuto per
superare il basso livello di autostima e la mancanza di
rispetto, soprattutto nei confronti di se stessi; sentimenti che spesso sono la causa di comportamenti disturbanti ed ingestibili.
La caratteristica fondamentale della mediazione scolastica è il suo situarsi a vari livelli (conflitti fra alunni
e alunni, fra alunni ed insegnanti, fra insegnanti, fra
insegnanti e genitori, fra insegnanti e presidi) e di
conseguenza il suo esplicitarsi in una molteplicità di
modi (mediazioni condotte da persone interne alla
scuola o esterne).
7 Bonaffè- Schmitt, J.P., La mediazione scolastica: un processo educativo?, in Pisapia, G.V., Antonucci (a cura di), La sfida della mediazione, Cedam, Padova, 1997.
8 Johnson, D.W., Johnson, R.T., Dudley, B., Acikgoz, K., Effects of
conflict resolution training on elementary school studnts, in Johnson,
D.W., Johnson, R.T., Teaching students to be the peacemakers, Interaction Book Company, Edina, MN, 1991.
35
L’espressione più significativa della mediazione scolastica è la cosiddetta peer mediation o mediazioni fra pari
in cui sono gli stessi alunni ad essere formati come mediatori9.
In altri casi, invece, può essere l’insegnante a svolgere
il ruolo di raccordo tra scuola, territorio e famiglia10.
2.2
LA PEER MEDIATION
Tale pratica è nata dalla necessità di superare la tendenza, troppo spesso messa in atto dagli adulti, ad
ignorare, per mancanza di tempo o per la semplice
mancanza di voglia di occuparsene, le dispute e le forme di prevaricazione che coinvolgono i ragazzi. Diventa allora auspicabile promuovere un percorso di mediazione condotta dagli stessi ragazzi della scuola.
Non ci soffermiamo sull’origine di questa forma alternativa di gestione del conflitto, dal momento che la
letteratura è già abbastanza vasta in materia, ma ci preme più che altro evidenziarne i punti di forza da un
punto di vista operativo.
Primo fra tutti vi è sicuramente una ragione che in apparenza sembra banale ma che, a nostro avviso, rappresenta l’elemento fondante la mediazione fra pari, ovvero il fatto che i ragazzi soggetti a varie forme di vessazione e prevaricazione, parlano più facilmente con
9 Baldry, A.C., bullismo a scuola e mediazione fra pari, in Pisapia,
G .V., Antonucci, D. (a cura di), La sfida della mediazione, Cedam, Padova, 1997.
10 Menesini, E., Bullismo, che fare?, Giunti, Firenze, 2000.
36
quelli della loro età, che frequentano lo stesso ambiente, consapevoli quindi dei bisogni e dei problemi della
scuola, piuttosto che con un adulto che probabilmente
tratterebbe il problema in maniera classica avvalendosi
della consuete sanzioni disciplinari11.
In aggiunta, nell’ambito scolastico i mediatori non sono persone estranee alle parti, contattati ed incontrati
in un contesto differente rispetto a quello della disputa, ma sono ragazzi della stessa scuola appositamente
formati per ricoprire questo ruolo e che pertanto condividono problematiche, utilizzano lo stesso linguaggio e le stesse modalità di interazione paritetiche.
Un altro vantaggio deriva dal fatto che il conflitto, se
affrontato con l’aiuto ed il supporto di qualcuno che
condivide la stessa realtà ove si è verificato, viene più
facilmente affrontato e risolto12.
Inoltre i mediatori che condividono gli stessi spazi e
gli stessi luoghi delle potenziali parti che si rivolgono
a loro, sono facilmente reperibili e disponibili a un
confronto e ad un dialogo immediati.
Un ultimo vantaggio, ma non di certo ultimo di importanza, è il fatto che i ragazzi autorizzano i propri
pari al ruolo di mediatore molto più di quanto non farebbero con gli adulti.
11 Erwin, P., Friendship and peer relations in children, John Wiley,
Chichester, 1993, Tindall, J.a., Salmon-White, S., Peers helping peers.
Program for the preadolescent. Leader manual, Indiana, Accelerated Development, 1990.
12
Johnson, D.W., Johnson, R.T., Constructive conflict in the
schools, Journal of Social Issues, 1994, 50/1, p.117.
37
È importante sottolineare come non tutti i casi siano
“mediabili”: vi sono casi che necessitano delle sanzioni
disciplinari tradizionali, a volte, invece, possono essere
usati entrambi i metodi.
2.3
IL BULLISMO
Non si può tralasciare di fare qualche accenno ad un
fenomeno battezzato con il nome di bullismo che pur
essendo sempre esistito, ultimamente sembra in aumento13.
Spesso ci troviamo di fronte non soltanto alle semplici
e banali manifestazioni di scherno e dispetto fra coetanei, ma ad episodi di vera e propria crudeltà. Sono
sempre più frequenti i casi di estorsione in classe, ricatti, minacce, insulti, offese, furti, maltrattamenti,
percosse verso i compagni più deboli e indifesi, per arrivare a volte a casi estremi ed eclatanti di violenze,
torture e uccisioni.
Il termine bullismo deriva dall’inglese bullying e sta ad
indicare le varie forme di prevaricazione e prepotenza
tra pari e tutt’oggi costituisce un serio problema per
molti Paesi14.
Per poter parlare di bullismo devono essere presenti
13
Fonzi, A., Il bullismo in Italia. Il fenomeno delle prepotenze a
scuola dal Piemonte alla Sicilia, Giunti, Firenze, 1997.
14 Olweus, D., Bullying at school: What we know and what we can
do, Blackwell, Oxford 1993 (tr. It. Bullismo a scuola, Giunti, Firenze,
1997); Roland, E., Munte, E. (a cura di), Bullying. An international perspective, David Fulton Publisher, London, 1989.
38
alcuni fattori:
• si tratta di comportamenti perpetrati per un periodo prolungato;
• esiste uno squilibrio di potere fra chi commette e
chi subisce prepotenze15;
• chi subisce non è in grado di reagire sia perché teme l’acuirsi della situazione, sia perché più remissivo16.
Anche in Italia da diversi anni si è cominciato a parlare
di questo problema17.
Sempre più ragazzi sono perseguitati dai compagni
con battute e scherzi pesanti, e una ricerca eseguita dal
C.E.D.E (Centro Europeo dell’Educazione) e pubblicata su “Il Sole 24 Ore” di Lunedì 1° Maggio 2000 mostra come il fenomeno sia estremamente rilevante.
Secondo alcuni dati il bullismo va a mano a mano diminuendo nel passaggio dalle elementari alle medie, e
generalmente la prepotenza fisica risulta meno frequente con l’aumentare dell’età. Sono per lo più i bambini maschi a rivestire il ruolo di bulli, e lo esercitano
soprattutto offendendo le loro vittime. Teatro di questi
15 Besag, V., Bullies and victims in schools, Open University, Milton Keynes, 1989, in Rigby, K., Bullying in schools and what to do
about it, Jessica Kingsley Publishers, London, 1996.
16
Olweus, D., Aggression in the schools: Bullies and whipping
boys, Hetimisphere, Whashington DC 1978 (tr. It. Aggressività a scuola, Bulzoni, Roma, 1983).
17 Baldry, A.C., Farrington, D.P., Parenting influences on bullying
and victimisation, Criminal and Legal Psychology, cit. in Fonzi, A., Il
bullismo in Italia. Il fenomeno delle prepotenze a scuola dal Piemonte
alla Sicilia, Giunti, Firenze, 1997.
39
episodi sono l’aula o il tragitto da casa a scuola.
Se in questi ultimi anni il bullismo è diventato così visibile da essere oggetto di studio, non si può certo
ignorare che le radici profonde del fenomeno affondano
spesso nella generale indifferenza verso la prevaricazione, l’aggressione, l’emarginazione di chi è più debole e
incontra maggiori difficoltà ad integrarsi.
Insegnanti, genitori, gli stessi compagni di classe
spesso sottovalutano il fenomeno, “chiudono un occhio”, non intervengono. E a favore del bullo gioca
spesso anche una più immediata simpatia, soprattutto da parte dei coetanei, rispetto ad una vittima spesso introversa, non accettata, isolata, chiusa nella sua
sofferenza silenziosa.
È pertanto necessario che tutti gli attori della realtà
scolastica (bulli, compagni, genitori e maestri) inizino
molto di più di quanto non hanno fatto sinora a riflettere su questi episodi, perché si può oggi affermare che
il fenomeno del bullismo sia uno dei più gravi che un
bambino o ragazzo si possa trovare di fronte. Le conseguenze sono frequentemente pesanti, a volte addirittura tragiche: i bambini restano isolati, timidi, insicuri
di sé stessi, avendo paura di essere di nuovo maltrattati. E “bullismo” non sono solo botte o spinte ben visibili, ma “bullismo” possono essere anche offese e parole, che agli altri sembrano innocue, ma che sicuramente lasciano una ferita dentro a chi le riceve.
Ridurre questi comportamenti a scuola o ancor meglio
prevenirli, significa incidere positivamente sia a livello
della salute psicofisica dell’individuo, sia a livello sociale e collettivo.
40
2.4
PROGETTO DI MEDIAZIONE SCOLASTICA
Il progetto che ora presenteremo, ha preso corpo da
quella filosofia di pensiero che sommariamente abbiamo cercato di esporre in precedenza, e che rappresenta
il substrato teorico da cui la mediazione scolastica
prende le mosse.
Ci sembra opportuno chiarire, prima di iniziare con
l’esposizione, che il presente progetto, è stato condotto
con i bambini delle scuole che hanno aderito a questa
iniziativa e che, trattandosi di una prospettiva di lavoro ancora “embrionale” e in via del tutto sperimentale,
è stato condotto esclusivamente con due classi, sebbene, come ci insegna Bonafé-Schmitt, siano state coinvolte le istituzioni scolastiche e, ormai da qualche anno, siamo profondamente impegnati nella promozione
di una cultura della mediazione a livello comunitario e
territoriale.
Scopo di questo lavoro, è stato sensibilizzare i ragazzi a
vedere l’esperienza di rottura relazionale come un’occasione di apprendimento, attraverso la promozione di
una maggiore autonomia e responsabilità nello stabilire e negoziare soluzioni possibili ai propri conflitti.
Le finalità sono state orientate sia alla prevenzione che
alla riparazione, ponendosi così obiettivi relativi alla
promozione di nuove modalità comunicative e di gestione del conflitto, inerenti sia all’espressione di emozioni e sentimenti sia all’intervento e alla risoluzione
di conflitti esistenti tra gli alunni.
Il progetto che qui vi presentiamo è stato realizzato
durante l’anno scolastico 2002-2003 (Aprile-Maggio)
41
e ha visto coinvolte due classi elementari (una 4° e una
5°), per un totale di 35 soggetti, appartenenti a due
scuole del territorio Veronese.
Nella tabella sottostante, vengono riportati i moduli
fondamentali previsti dall’intero progetto, anche se le
attività svolte nelle scuole di Verona rappresentano solamente l’inizio di un lavoro sperimentale che si è focalizzato sulle prime due fasi della seguente scansione di
moduli formati.
1° modulo
Presentazione del progetto
agli insegnanti
Presentazione del progetto
ai genitori
2° modulo
Sensibilizzazione degli alunni
al progetto di mediazione
3° modulo
Individuazione e formazione
mediatori
4° modulo
Mediazioni
Supervisione gruppo mediatori
5° modulo
Verifica progetto con alunni
Verifica progetto con gli
insegnanti, direttore didattico
o preside
Verifica progetto con i genitori
Verifica progetto con referenti
territoriali
42
La sensibilizzazione
Dopo alcuni incontri preliminari, alla presenza degli
insegnanti e dei rappresentanti dei genitori, si è passati
alla fase di sensibilizzazione che rappresenta la prima
tappa del progetto di mediazione scolastica.
In ogni classe si sono realizzati tre incontri di due ore
ciascuno, alla presenza di un solo formatore, chiedendo
quindi agli insegnanti di essere facilmente reperibili in
caso di necessità, ma di non essere presenti in aula.
Caratteristica comune degli incontri di sensibilizzazione è l’utilizzo di tecniche attive, disegni, drammatizzazione, compilazione di schede individuali e cartelloni
di gruppo, in modo da facilitare la comprensione e
l’apprendimento dei temi e dei contenuti proposti.
In particolare ci sono stati tre momenti principali:
a) incontri di conoscenza e di definizione dei significati (violenza, conflitto e amicizia);
b) costruzione di scenari, poi drammatizzati, per vedere come i bambini gestiscono il conflitto;
c) elaborazione di cartelloni di sintesi accompagnati
da attività di gioco.
Si è prestata particolare attenzione all’uso di uno stile
formativo che non discordi con i principi e i contenuti
della mediazione stessa; una modalità quindi centrata
sull’ascolto, sulla valorizzazione e sul rispetto del setting formativo e delle regole condivise con i ragazzi
stessi.
In questa fase si è notato come nei bambini sia forte
l’esigenza di essere ascoltati, di essere oggetto di attenzione anche visiva e, in alcuni, è emerso il tema
della reciprocità e della circolarità dell’ascolto e della
43
relazione; dall’essere ascoltati nasce il desiderio e la
possibilità di ascoltare a propria volta (“Se mi ascoltano
vuol dire che sono miei amici, gioco con loro, sono felice, contento...”).
Nelle situazioni di non ascolto i bambini provano forti
sentimenti di rabbia, malessere e colpevolezza (“Mi
sento male, colpevole, mi sento triste, mi sento matto, gli chiedo scusa…”), da cui sembra derivare una rottura nella
relazione di amicizia che provoca dispiacere e solitudine (“Senza la mia amica mi sento solo…”); dalla non attenzione nascono sentimenti di forte rabbia e violenza
che necessitano per i bambini di essere sfogati in modo
distruttivo (“Provo dispiacere, rabbia, sono infuriato, debole, sento di aver perso gli amici”).
Alla richiesta di disegnare un conflitto che ricordano,
gli alunni hanno rappresentato di solito litigi tra coetanei, compagni di classe e fratelli, molto raramente situazioni conflittuali con persone appartenenti ad altre
generazioni, quali per esempio insegnanti o genitori.
I bambini generalmente esprimono il vissuto di conflitto come esperienza di rottura relazionale, come
esclusivo rapporto tra un vincente e un perdente, tra
chi è più forte e comanda e chi viene annullato e distrutto; la principale funzione della risoluzione del
conflitto sembra essere il mantenimento della relazione
di amicizia e lo scusarsi dei due soggetti avviene soprattutto tramite gesti (“Ci diamo la mano…”).
Nelle riappacificazioni, l’oggetto del conflitto è stato
spesso mantenuto sullo sfondo, ritenendo che il “fattore tempo” potesse risolverlo, ma il continuo rinnovarsi
e ripetersi di litigi provocati dallo stesso problema la44
sciava intendere l’esigenza, non sempre riconosciuta
dai bambini, di trovare delle soluzioni condivise e durature. Tra le modalità di risoluzione dei litigi, i bambini raramente pensano all’intervento di un compagno,
neanche quindi l’eventualità della mediazione, mentre
manifestano ovviamente altre possibilità (“Lo dico alla
maestra, alla mamma …”).
2.5
PER CONCLUDERE
Questa esperienza iniziale, mi ha aiutata a capire quante difficoltà e quanti disagi può comportare un conflitto, persino quei “piccoli” e apparentemente banali
“conflitti” che emergono nella scuola elementare.
Ciò che più mi ha stupita durante questa esperienza di
formatrice, o meglio di cultrice della mediazione scolastica, è stato il riconoscere come vi sia, da parte degli
adulti, la tendenza ad insegnare a convivere con il conflitto,
imparando a negarne l’esistenza, piuttosto che ad affrontarlo,
imparando a gestirlo e a starci dentro.
I bambini sono intrinsecamente portati a “delegare” la
soluzione delle proprie dispute ad adulti di riferimento
e raramente pensano di provare a gestirle in autonomia
oppure facendosi aiutare da un coetaneo.
Parlare di amicizia, di litigi, di violenza e di pace con
loro non è stato difficile perché, una volta chiariti i significati, sono riusciti facilmente a riconoscere in queste parole astratte aspetti della loro quotidianità. Anche per i bambini, infatti, il conflitto è un elemento
strutturale, un elemento che fa parte della loro vita relazionale e con il quale spesso si trovano a dover fare i
45
conti in assenza di strumenti atti ad affrontarli.
Questi incontri, sono serviti a creare una maggiore
sensibilità verso quegli eventi conflittuali che creano la
rottura relazionale, e ciò che più mi ha colpita è stato il
vedere come alcuni bambini, già dal secondo incontro,
si ponessero spontaneamente ed inconsapevolmente nel
ruolo di mediatore.
Per concludere, ritengo che questa fase di sensibilizzazione sia stata per me un’esperienza molto stimolante,
ma rimane la voglia di approfondirla, di portare avanti
un lavoro che è stato utile perché ha consentito l’individuazione di “piccoli” mediatori all’interno del contesto-classe, ma che necessita di un’ulteriore interiorizzazione dei significati e dei valori che la mediazione porta con sé e che sono stati qui solamente sfiorati.
46
Capitolo 3
GESTIONE E RISOLUZIONE DEI CONFLITTI
Silvio Masin
3.1
GESTIONE E RISOLUZIONE DEI CONFLITTI
“Il perdono và contro l’istinto spontaneo di ripagare il male col
male: nella misura in cui si affermano un’etica e una cultura del
perdono, si può anche sperare in una “politica del perdono” espressa in atteggiamenti sociali e in istituti giuridici nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano”
Giovanni Paolo II
messaggio per la giornata della pace 2002
La cultura giuridica moderna è caratterizzata, oltre che
dalla funzione punitiva intrecciata con quella rieducativa e con l’esigenza di difesa sociale, anche da una recente nuova concezione definita “neoretribuzionista, centrata non tanto sul reo quanto sul reato, la cui punizione funzionerebbe da stabilizzatore sociale dopo il turbamento emotivo arrecato alla collettività dal reato”1.
La pena quindi rimane lo strumento sia di prevenzione
1
F.S. Borelli, riv. Dignitas, Giugno 2003.
47
speciale (l’applicazione della pena fa sì che quel soggetto non ripeta i propri comportamenti colpevoli) sia di
prevenzione generale (assistendo alla punizione di colui che si è reso responsabile dell’infrazione, i cittadini
dovrebbero essere dissuasi dal violare la norma).
Il prof. Eusebi scriveva a questo riguardo:
“È giusto che colui il quale rappresenti per me (e secondo me) un male riceva del male; è giusto che colui
il quale rappresenti per me (e secondo me) un bene riceva del bene… In questo modello di giustizia dunque, l’altro è sempre un nemico almeno potenziale,
candidato a subire un mio giustificabile atteggiamento
retributivo consistente nel fare il suo male: per fermarlo, ostacolarlo, non consentirgli di sopravanzarmi o di
limitare con le sue esigenze il soddisfacimento dei miei
desideri…”2.
In un documento curato dall’Ufficio Centrale per la
Giustizia Minorile, la mediazione penale minorile viene intesa come “attività intrapresa da un terzo neutrale
al fine di ricomporre un conflitto fra due parti (…) attraverso la riparazione del danno alla vittima o la riconciliazione fra vittima e autore di reato”; viene inoltre sottolineato che per attività riparatoria può intendersi anche una riparazione che prescinda dal risarcimento del danno in senso stretto privilegiandone gli
aspetti simbolici. Viene dato particolare risalto alla cosiddetta “terzietà” del mediatore, che deve collocarsi in
posizione equidistante rispetto alle parti in causa, e che
2
L. Eusebi, riv. Dignitas, Dicembre 2002.
48
soprattutto non svolge una funzione giudicante, né sul
piano giuridico né su quello morale: il mediatore non
ha il compito di prendere una decisione o di trovare
una soluzione al conflitto, mentre è invece utile che ne
espliciti i termini, al fine di facilitare uno scambio fra
le parti fondato sull’ascolto delle reciproche ragioni.
Uscendo per un attimo dall’ambito prettamente penale,
la visione e l’utilità dell’attività di mediazione è in particolare, a nostro avviso, la gestione e risoluzione positiva dei conflitti nel senso più generale del termine.
I diversi contesti educativi, di animazione e di aggregazione che incontrano e accolgono le dimensioni della
crescita del preadolescente e dell’adolescente - ma la
tematica si può agevolmente rovesciare anche a livello
di adulti - sono chiamati a convivere con le questioni
relative alla gestione dei disagi e dei conflitti che nascono nelle relazioni e quindi si trovano impegnati a
favorire lo sviluppo di capacità di progettazione e di
intervento, per coniugare i temi della legalità, della
convivenza sociale e del rispetto.
Da ciò deriva l’esigenza di riflettere su come assumere
il conflitto come elemento generativo, come risorsa
utile all’interno della costruzione delle relazioni sociali,
per creare le condizioni che permettano di ritrovare
equilibri e di generare possibilità di recupero di legami
interrotti od ostacolati. Nasce così l’esigenza di diffondere una nuova cultura e di favorire lo sviluppo di
competenze necessarie per acquisire la capacità di porsi
di fronte al conflitto e di trovare modalità di intervento che sappiano sviluppare abilità sociali utili a realizzare adeguate forme di convivenza.
49
Fare in modo che le motivazioni, gli interessi e i bisogni
del singolo entrino in relazione con quelli di altri individui, attivando comportamenti cooperativi e di riconoscimento dell’altro, vuol dire orientare anche le scelte e
le pratiche educative nella direzione dello sviluppo di
comportamenti di tipo pro-sociale e altruistico.
Collocare la cultura della convivenza e della gestione
positiva del conflitto all’interno del vissuto quotidiano
vuol dire anche costruire una base significativa per favorire un’esperienza concreta di un modello generativo
che affianca un modello “disciplinare”. Nella logica disciplinare, la risposta e la possibile soluzione è calata
dall’alto attraverso meccanismi sanzionatori, che spesso
prevedono l’espulsione del minore a scapito della sua
responsabilizzazione. Un approccio di tipo alternativo
a questo, che prevede soluzioni non a “somma zero”
(uno vince e l’altro perde) ma di tipo “siamo due Persone”, implica uno sforzo culturale e di intervento concreto da parte di tutti, che attiva la collaborazione e la
capacità di trovare un accordo per risolvere il conflitto
in modo vantaggioso per tutti.
In questo senso ciò che caratterizza la gestione e risoluzione positiva del conflitto nei contesti di vita, del minore o dell’adulto, diventa un percorso che attraversa
alcune tappe fornendo la possibilità di esprimere il
proprio punto di vista, le proprie emozioni e paure, accogliendo anche quelle vissute e manifestate dall’altro.
All’interno di questo tipo di gestione le motivazioni,
gli interessi e i bisogni del singolo entrano in contatto
con quelli di altri individui attivando dei meccanismi
di regolamentazione sociale che si manifestano attra50
verso comportamenti cooperativi.
Le finalità della gestione del conflitto sono orientate
sia alla prevenzione che alla riparazione, ponendosi così
obiettivi relativi alle modalità comunicative e di gestione del conflitto, inerenti sia all’espressione di emozioni e sentimenti sia all’intervento e alla risoluzione
in modo soddisfacente, per entrambe le parti, del conflitto stesso.
3.2
LA MEDIAZIONE SOCIALE E CULTURALE
COME ATTIVITÀ PROPEDEUTICA ALLA MEDIAZIONE PENALE
La mediazione penale sottende un percorso mediativo
sociale e culturale concepito come capacità di educare
alla costruzione e alla conservazione dello spazio comune
tra gli uomini. Il problema è che di questo processo si
deve fare carico la società tutta intera, nelle sue articolazioni costituite dalla famiglia, dal quartiere, dalle
istituzioni educative. Per fare ciò la comunità adulta si
deve riconoscere parte responsabile, attivamente coinvolta in un processo circolare di costruzione della devianza da cui non può oggettivamente tirarsi fuori.
Senza questa consapevolezza, l’accanimento pedagogico o le istanze “progressiste” non potranno incidere
sulla realtà complessa che gli adolescenti, i giovani e
gli adulti si trovano ad affrontare.
L’impossibilità di trovare, nel corso dei conflitti che
si vivono quotidianamente, riferimenti normativi ed
umani, capaci di soccorso ed appoggio, è fonte crescente di disagio e di insicurezza in particolare negli
ambienti urbani.
51
E se ciò avviene, in generale per tutti i cittadini, è inevitabile che avvenga con maggior sofferenza e lasciando “strascichi” più pesanti proprio nei più giovani.
È infatti gioco forza che dalla solitudine in cui si viene
lasciati in questi casi maturi e cresca la convinzione
che queste situazioni debbano essere affrontate con
quel “fai da te” improvvisato, povero di risorse, sgangherato che i giovani in genere e quelli più deboli fra
di essi possono mettere in azione. Fughe dolorose, negazioni irrazionali, attacchi spropositati o bisogni imperiosi di risarcimento finiscono col lasciare i giovani
di fronte ai loro conflitti sempre insoddisfatti ed avvolti da sensi di colpa o da vissuti di inadeguatezza.
Da qui, per molti, scaturisce anche la tendenza a “vittimizzarsi” di fronte all’altro del conflitto, assumendo
come proprio il ruolo passivo di chi è destinato a subire, magari sino a quando non capiterà di incontrare
soggetti più deboli su cui rifarsi.
E’ questo uno degli aspetti del circuito della violenza
che di questi tempi, tanto ci preoccupa.
Il tema del conflitto, da un lato è quello dei processi di
vittimizzazione, dall’altro, meriterebbe ben altri approfondimenti di quelli qui possibili, soprattutto in riferimento alla popolazione giovanile. I conflitti in famiglia, nella scuola, negli ambiti comunitari, nella
strada e sui territori informali sono in realtà presenti
nella vita di ciascun ragazzo e sono esperienze destinate
a lasciare profondi segni nella sua crescita.
Perché, dunque, non cominciare ad occuparsene un po’
seriamente? L’interrogativo non è solo utopistico ed
astratto.
52
Oggi la maggior parte dei paesi occidentali ed in particolare quelli che più ci sono vicini (vedi la Francia)
hanno attuato e via via perfezionato tecniche e strategie di mediazione dei conflitti che si sviluppano in
ambito sociale. Esistono in molte città, centri e servizi
per la “mediazione” dei conflitti che stanno producendo risultati di notevole interesse in particolare sui modelli di convivenza territoriale dei cittadini.
Ma vediamo di approfondire cosa intendiamo per mediazione, in particolare per la mediazione sociale, che
può rispondere ai conflitti di seconda generazione, per
adottare un’espressione di Adolfo Ceretti, quelli cioè di
vicinato, di quartiere, familiari, interculturali, di ambiente e sul posto di lavoro, laddove si possono vivere
una serie di incomprensioni, di offese, di violenze, più
o meno palesi, che necessitano di una riparazione, possibilmente non vendicativa da parte della vittima, anche se legittimata da una legge dello Stato, ma che vada nel senso di una giustizia riparativa e che porti a
una evoluzione del colpevole, ridonando, al contempo,
fiducia e soddisfazione alla vittima.
La mediazione è un procedimento di risoluzione dei
conflitti attraverso l’interposizione di un terzo o più
terzi, neutrali e imparziali, che facilitino le parti confliggenti a negoziare una soluzione pacifica del loro
problema. Nello specifico la mediazione sociale, come
gli altri tipi di mediazione, non è fondata su una generica buona volontà delle persone, quanto piuttosto sulla
intenzione e convenienza delle parti coinvolte di rispettare il contratto o il patto sociale di convivenza che le lega. È una pratica che esige, come si è già sottolineato, lo
53
sforzo di tutte le parti in causa e risulta essere, quindi,
un percorso bilaterale o plurilaterale che suppone la
possibilità del cambiamento.
Questo tipo di mediazione tende quindi all’efficienza
ai fini della capacità gestionale dei conflitti socioculturali, ma è anche pedagogicamente efficace su tutti i
soggetti coinvolti, consentendo benefici, riduzione dei
costi e, soprattutto, di investire sulle lunghe scadenze.
Non si tratta di una pratica che nel nome dell’uguaglianza e del rispetto astratto delle differenze offre, di
fatto, servizi di assistenza, che finiscono con l’impedire
ogni sforzo teso all’autentica, per quanto sofferta, comprensione delle rispettive identità e alla concreta possibilità di gestione dei conflitti. Se così fosse, la mediazione sociale tenderebbe ad impedire il manifestarsi
esplicito del conflitto, costituendosi come un vero e
proprio cuscinetto o ammortizzatore sociale, anche se
poi molti conflitti sopiti e latenti, alla fine, esplodono
e assumono una connotazione distruttiva.
3.3
LA POSIZIONE DELLA VITTIMA NELL’ATTIVITÀ MEDIATIVA
Va ricordato che nel sistema storico “dei delitti e delle
pene” la vittima del reato - che è il co-protagonista del
fatto delittuoso nonché il soggetto che risente maggiormente del crimine - non ha ricevuto quasi mai la
debita considerazione dalle istituzioni. Marginale è
tuttora il ruolo che riveste nel processo, spesso insoddisfatto è il suo diritto al risarcimento del danno, completamente trascurata appare la dimensione emozionale dell’offesa.
54
Il rinnovato interesse per le vittime ha dunque contribuito a promuovere l’emersione dal modello “riparativo”, che sta riscuotendo un interesse sempre maggiore
sia in Europa che nell’area giuridica di common law. La
giustizia riparativa è dunque un modello di giustizia
che coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di soluzioni al conflitto allo scopo di promuovere
la riparazione del danno, la riconciliazione tra le parti e
il rafforzamento del senso di sicurezza. La sfida che la
giustizia riparativa lancia, alle soglie del XXI secolo, è
quella di cercare di superare la logica del castigo muovendo da una lettura relazionale del fenomeno criminoso, inteso primariamente come un conflitto che provoca la rottura di aspettative sociali simbolicamente
condivise. Il reato non dovrebbe più essere semplicemente considerato come un illecito commesso contro
la società, o come un comportamento che incrina l’ordine costituito - e che richiede una pena da espiare bensì come una condotta intrinsecamente dannosa e
offensiva, che può provocare alla vittima privazioni,
sofferenza, dolore o persino la morte, e che richiede, da
parte del reo, principalmente l’attivazione di forme di
riparazione del danno. I paragrafi 27 e 28 della “Dichiarazione di Vienna” adottata a conclusione dei lavori del Decimo Congresso Internazionale delle Nazioni
Unite sulla prevenzione del crimine e sul trattamento
dei rei, tenutosi a Vienna dal 10 al 17 aprile 2000, stabiliscono quanto segue: “Art.27: Noi decidiamo di introdurre, laddove risulti opportuno, strategie di intervento a livello nazionale, regionale e internazionale a
supporto delle vittime, come tecniche di mediazione e
55
di giustizia riparativa, e fissiamo nel 2002 il termine
entro il quale gli Stati sono chiamati a valutare le pratiche essenziali per promuovere ulteriori servizi di supporto alle vittime e campagne di sensibilizzazione sui
diritti delle stesse e a prendere in considerazione l’adozione di fondi per le vittime, nonché a predisporre e
sviluppare programmi di protezione dei testimoni”.
“Art.28: Noi incoraggiamo lo sviluppo di politiche di
giustizia riparativa, procedure e programmi che promuovano il rispetto dei diritti, dei bisogni e degli interessi delle vittime, degli autori di reato, della comunità e di tutte le altre parti”.
Va sottolineato come tali risoluzioni non si limitino a
incoraggiare i soli servizi di assistenza e protezione delle vittime di reato, ma contengano indicazioni per una
politica di più ampio respiro, che contempli anche il
consolidamento delle garanzie nei confronti dei cittadini accusati o condannati e il rafforzamento della tutela della comunità. Opzione che si fonda, probabilmente, sulla consapevolezza che la promozione di una
politica riparativa sbilanciata a favore delle vittime
presenta un fattore di rischio non trascurabile: nella
specie, quello di favorire l’attività di gruppi di pressione che “mascherano”, sotto la copertura di istanze per
una reale tutela delle vittime, richieste di progressivi
inasprimenti sanzionatori unicamente dettati da esigenze di “legge e ordine”, con ciò determinando una
evoluzione in senso illiberale del sistema.
Il riconoscimento della vittima è intesa nel senso che la
parte lesa deve potersi sentire dalla parte della ragione
e deve poter riguadagnare il controllo sulla propria vita
56
e sulle proprie emozioni, superando gradualmente i
sentimenti di vendetta, rancore ma anche di sfiducia
verso l’autorità che avrebbe dovuto tutelarla.
3.4
L’ESPERIENZA DEL GRUPPO DI MEDIATORI DI VERONA
L’Opera don Calabria da anni si occupa dei temi del recupero, riabilitazione e reinserimento di minori che
hanno commesso reato. In questi ultimi anni si è data
particolare attenzione alle forme ed ai metodi alternativi di ricomposizione del conflitto permettendo quindi la costituzione di un percorso di formazione alla gestione positiva dei conflitti e alla mediazione, negli anni 2001 - 2003.
Il gruppo formato ha svolto un lungo, serio, unitario
periodo di formazione secondo un modello umanistico,
non negoziale di mediazione.
Tale modello, attento alle implicazioni emotive ed esistenziali del conflitto, è particolarmente efficace in ambito penale dove l’obiettivo principale è l’incontro con
l’altro in modo da dischiudere una possibilità di reciproco riconoscimento tra le parti. La serietà dell’iter
formativo è condizione necessaria per l’efficacia degli
interventi.
Il gruppo di mediatori formatisi risultano essere eterogenei per sesso, età e competenze scientifiche e/o professionali: uomini e donne, giovani e meno giovani,
con marcate diversità culturali.
La diversità culturale e professionale dei componenti è
una delle principali ricchezze di cui gode il gruppo. I
mediatori lavorano sempre in gruppi multidisciplinari
57
in cui si mescolano armoniosamente saperi teorici e
pratici, che lungi dal contaminare lo spirito della mediazione, garantiscono per ogni “caso” un’attenzione
globale ai molti, complessi, intrecciati aspetti coinvolti
(educativi, giuridici, ecc.).
Il percorso formativo nasce proprio dall’ esigenza e dalla voglia di creare spazi sul nostro territorio in cui la
mediazione possa crescere e svilupparsi.
Il gruppo di mediatori di Verona, costituitosi come
Associazione nell’anno 2003, fa proprie quelle finalità
a favore di una promozione del dialogo e della comunicazione e di una cultura della gestione del conflitto come elemento generativo, come risorsa utile per creare
condizioni che permettano di ritrovare equilibri perduti.
Il gruppo, in funzione dell’esperienza culturale di ogni
socio e della condivisione delle linee guida date all’Associazione, ha individuato i seguenti obiettivi:
1) Promozione e diffusione nel territorio ed in tutte le
realtà di vita giovanile della cultura della mediazione,
per far sentire in tutti i modi possibili che si può
essere aiutati nella gestione dei conflitti (con particolare e più intensa attenzione nei confronti di giovani vittime di reati, di soprusi, violenze, prepotenze, torti).
2) Costruzione di una rete di connessioni collaborative
con gli ambiti istituzionali e non (polizia statale e
municipale, tribunali minorili e ordinario, scuola,
associazionismo, servizi socio-sanitari, ecc. ).
3) Apertura di uno spazio di ascolto, in cui le narrazioni del conflitto possono liberamente essere espresse
58
trovando un’accoglienza disponibile e competente.
Ovviamente non ci si sostituisce ad altri servizi, né
si assumono competenze relative alla presa in carico
psico-sociale dell’individuo. Proprio perché si affrontano temi relativi al conflitto deve essere evidente la neutralità di questo spazio rispetto a quelli
istituzionali.
4) Predisposizione di opportunità di mediazione, perché le parti che liberamente lo scelgono, possano
trovare un aiuto competente per cercare di superare
le sofferenze prodotte dai vissuti di contrasto con
l’altro.
5) Tracciatura di una mappa dei conflitti del territorio
da cui trarre indicazioni per interventi progettuali e
strutturali che possano alleggerire le tensioni individuate.
6) Preparazione del territorio per operare, in prospettiva, investimenti formativi di larga portata. L’azione di
mediazione e di gestione dei conflitti trova infatti
la sua piena realizzazione quando si arriva a preparare, alla gestione di questa funzione, soggetti rappresentativi del territorio, delle istituzioni e delle
agenzie educative.
Pertanto il gruppo di mediatori intende, nella nostra
realtà sociale, utilizzare lo spirito della mediazione per
diffondere una cultura di pace e aspirare a realizzare
una effettiva “personalizzazione” della giustizia non solo penale.
59
Capitolo 4
LA MEDIAZIONE FAMILIARE
A cura dell’équipe del Servizio “Legàmi”
Centro Servizi Scuola & Famiglia - Cooperativa Alce Nero
4.1
ORIGINI DELLA MEDIAZIONE FAMILIARE
La Mediazione Familiare nasce oltre 20 anni fa negli
Stati Uniti grazie a Jim Coogler e l’ispirazione che ha
consentito questa nascita viene ricordata in un articolo
da William Neville: “…dieci anni or sono Jim Coogler ed
io stavamo sorseggiando del vino e mangiando formaggio un
sabato sera a casa di Jim, e lo stavamo ascoltando mentre ci
parlava delle frustrazioni subite a causa del suo recente
divorzio, del processo legale di divorzio su base accusatoria, e
riflettemmo su come si sarebbe potuta realizzare una via
migliore per divorziare se solo qualcuno avesse avuto il coraggio sufficiente e l’avesse concretizzata…. Avrebbe anche significato il doversi scontrare con duecento anni di “mentalità
vincente” nazionale, come evidenza del fatto che la vita è un
gioco di vittorie e di sconfitte e alla fine il vincitore sarà colui
che avrà tutti gli onori”.
Lo stesso Coogler afferma: “Mi sento debitore verso la mia
ex moglie e i due avvocati che ci hanno rappresentati nella
nostra causa di divorzio per avermi reso consapevole della
necessità cruciale di un modo più razionale e più civile di
61
dividere le nostre strade. La vita della mia ex moglie, la mia
e quelle dei nostri figli sono state rese, senza alcuna necessità,
più amare da quella esperienza. Nella mia frustrazione e
nella mia rabbia ho cominciato a pensare a qualcosa che
Mahatma Ghandi scrisse mezzo secolo fa: “Ho imparato
attraverso la più amara esperienza questa lezione suprema, a
conservare la mia rabbia, e come il calore conservato si trasforma in energia, allo stesso modo la nostra rabbia può essere
trasformata in una forza che riuscirà a muovere il mondo”.
Questo sistema di Mediazione strutturata è, appunto, la mia
rabbia tramutata in ciò che io considero una forza per riuscire
ad andare verso un mondo più umano per coloro che decideranno di seguire le mie impronte” (Coogler, 1978).
Fu certamente difficile per i primi fautori della
Mediazione scontrarsi con la mentalità competitiva
propria della cultura nordamericana e anche con il
sistema legale tradizionale statunitense, basato sulla
premessa secondo la quale il matrimonio falliva a causa
dell’errore commesso da qualcuno, per cui all’atto della
separazione occorreva screditare le affermazioni e le
richieste della controparte al fine di risultare vincente e
“prendersi tutto”.
Nonostante ciò la “Mediazione di divorzio” come
venne poi definita, si perfeziona e si diffonde rapidamente non solo negli Stati Uniti, ma anche in Canada,
in Gran Bretagna, In Francia e via via nel resto
dell’Europa dando vita, rispetto al modello originario
di Jim Coogler, a modificazioni di ordine pratico e teorizzazioni di vario genere.
62
In Italia si comincia a parlare di Mediazione, intesa
come specifico approccio alle situazioni di conflitto,
solo verso la fine degli anni ’80 con la nascita del
Centro Gea (Genitori Ancora) di Milano.
Verso la metà degli anni ’90 sorgono le principali
Organizzazioni che raccolgono i Mediatori italiani:
AIMS e SIMEF.
L’AIMS (Associazione Familiare Mediatori Sistemici) e
il SIMEF (Società Italiana di Mediatori Familiari) raggruppano, infatti, gli Istituti e le Scuole di Mediazione
Familiare presenti nel territorio nazionale, sono organismi formalmente riconosciuti, aderiscono alla
“Charte européenne de la formation des médiateurs
familiaux exerçant dans les situations de divorce ed de
séparation”, firmata dai rappresentanti di tutti i paesi
europei, e promuovono lo studio e la ricerca nel campo
della Mediazione, la pratica della stessa e la formazione
di nuovi Mediatori nell’ambito di un codice deontologico di riferimento.
4.2
COS’È LA MEDIAZIONE FAMILIARE
Alle origini di ogni Mediazione vi è un conflitto, una
contesa, una contrapposizione.
Nella nostra cultura la parola “conflitto” ha una connotazione negativa, evoca immagini dolorose, fa pensare allo scontro, al combattimento, al disagio, allo spreco di tempo e di energie nella lotta.
Tuttavia l’esistenza di conflitti è intrinseca a qualunque
63
struttura vivente e fa parte inevitabilmente della normale esperienza della vita. Negare la naturalità del
conflitto (che di per sé non è né positivo né negativo,
ma semplicemente esiste) significa quindi relegarlo nel
campo del “patologico”. In realtà può avere effetti di
crescita vitale e costituire un’opportunità (quando
favorisce l’emergere di soluzioni nuove, diverse e più
soddisfacenti) oppure può risultare “distruttivo”
(quando dinamiche fuori controllo danno luogo ad
esiti di dissoluzione della struttura globale antro cui il
conflitto si è verificato e la violenza del contrasto porta
a pensare che al termine ci debba essere per forza un
vincitore e un vinto, attraverso uno scontro senza
esclusione di colpi).
Ecco dunque che la Mediazione Familiare si propone
come un diverso approccio alla gestione dei conflitti
che non mira a “risolvere” o “appianare” i conflitti
stessi o a perpetuare situazioni insoddisfacenti o esperienze matrimoniali fallimentari. E nemmeno dobbiamo pensare che il punto sia stabilire chi ha ragione e
chi ha torto. Piuttosto, la Mediazione punta a mettere
le parti in condizione di uscire da situazioni di “impasse” che le vedono bloccate e ad evitare o ridurre gli
effetti di un “conflitto distruttivo”. Vi è chi sostiene
che la Mediazione esiste da sempre ma, come osserva
Stefano Castelli, non è vero.
La Mediazione è stata inventata dalla società contemporanea perché non è concepibile senza irrinunciabili
premesse di libertà, di libera assunzione di responsabi64
lità da parte dei soggetti coinvolti, di indipendenza
dalle pratiche già sperimentate e rappresenta qualcosa
di sconosciuto alle culture “tradizionali” e di “rivoluzionario”.
Sentimenti e vita privata acquistarono importanza sempre crescente solo nel corso del XIX secolo, con la
nascita della “famiglia borghese”, che era propria però
degli strati sociali più benestanti; solo nel dopoguerra,
quindi negli anni ’50, con la ricostruzione e il relativo
benessere di più larghe masse, si assiste all’allargamento
dei valori della famiglia “borghese” a valori collettivi.
Il matrimonio e la famiglia diventano il luogo per i
propri investimenti emotivi e non più il risultato di
considerazioni razionali e d’interesse (formare i mezzi
necessari alla sopravvivenza, mettere al mondo la prole,
ecc) e ad essi viene attribuito il compito di soddisfare i
bisogni di tutti i suoi membri, di conferire un’identità
e un’immagine di sé in grado di realizzare le aspettative dei singoli individui.
Negli ultimi 20 anni la famiglia italiana, come del
resto anche negli altri paesi dell’Europa occidentale, è
mutata ulteriormente: livello di crescita vicina allo
zero, aumento delle famiglie di fatto, dei divorzi, delle
famiglie monoparentali, ricostituite, a doppia carriera,
ecc. Nonostante questo, le ricerche che indagano gli
atteggiamenti sociali e la percezione che gli individui
hanno della famiglia e dei rapporti familiari, confermano l’incidenza che l’immagine della “famiglia felice” del modello borghese continua a rivestire.
65
Se i cambiamenti intervenuti recentemente nella famiglia (che sono, secondo Day e Hook, funzionali al
nostro tipo di società e richiedono da parte del sistema
familiare un riadattamento dell’organizzazione e dei
ruoli genitoriali) non verranno supportati dal sistema
culturale, se i valori sociali e i modelli familiari ideali
non accoglieranno questo cambiamento già operato, i
separati e le loro famiglie continueranno ad essere considerati sia dalla società che da loro stessi un fallimento
sociale oltre che personale.
In realtà, anche se separazione e divorzio sono comunque esperienze dolorose e stressanti, se i genitori riescono a riorganizzare funzionalmente i reciproci ruoli e
mantenere vivo il dialogo in funzione dei figli, questi
saranno in grado di superare positivamente la crisi e
forse, di trarre addirittura un giovamento a seguito di
un clima familiare più disteso e sereno.
La Mediazione può contribuire efficacemente a questo
scopo, come alternativa strategica di auto - responsabilizzazione (questa è la novità di cui si diceva prima) e
di abbandono della ricerca di un nemico da accusare. Si
diceva inoltre che è alternativa alle pratiche già consolidate, perché esse tendono ciascuna a privilegiare la
propria ottica e nessuna è competente per l’intera area
di problemi connessi al processo di separazione. Quali
erano infatti i tipi di interventi che si attivavano prima
degli anni ’80 con il sorgere di un conflitto familiare?
“Allora come anche adesso” - osserva Pasquale Busso “due coniugi che intendessero separarsi o divorziare senza riu66
scire a trovare un accordo da soli, potevano richiedere aiuto a
professionisti diversi, come l’avvocato, il giudice, lo psicoterapeuta, il consulente familiare, lo psicologo, l’assistente sociale,
l’insegnante dei figli, il sacerdote, senza dimenticare gli amici
o i parenti, che sono abitualmente i primi a prestare la loro
attenzione e a fornire loro consigli”.
L’avvocato, tuttavia, tenderà a privilegiare la difesa del
diritto del suo assistito, l’assistente sociale sarà attivata
da problematiche definite di emergenza, e così via.
Negli anni ’80, con il diffondersi del divorzio e il consolidamento della pratica della separazione consensuale, si comincia a registrare l’inadeguatezza di questa
parcellizzazione di risposte e a pensare ad un tipo di
setting di intervento in cui lo specialista dia il suo contributo per aiutare i clienti ad essere loro stessi i creatori della soluzione, come da più di un decennio avveniva in America.
Questo comporterà un periodo di sospensione della
causa legale, se questa ha già avuto inizio, e le parti
potranno anche rivolgersi ad esperti o ai propri avvocati di fiducia e, se lo ritengono necessario, possono invitarli a partecipare alle sedute (la presenza dei legali
non è obbligatoria, ma consentita).
A partire dal modello originario di Jim Coogler, l’evoluzione del concetto di Mediazione Familiare non ha
conosciuto soste e quindi molteplici sono le definizioni, le teorizzazioni, i modelli di riferimento relativi ad
essa. Alcuni Mediatori promuovono un modello finalizzato più alla riorganizzazione emotiva e relazionale
67
che alla riorganizzazione pratica e concreta della famiglia in seguito alla separazione e al divorzio; c’è chi è
molto direttivo nei confronti delle decisioni assunte
nell’accordo dalla coppia, e chi non lo è affatto; molti
Mediatori scelgono, se appena è possibile, di ascoltare
anche i figli dei propri clienti, altri hanno scelto di
non farlo mai; alcuni Mediatori co-mediano (solitamente con altre figure professionali come avvocati e
psicologi che abbiano seguito una formazione alla
Mediazione), altri gestiscono da soli addirittura più
coppie (Mediazione multi-familiare), alcuni scelgono
la Mediazione globale (le coppie possono discutere
tutti gli aspetti e i problemi causati dalla separazione o
dal divorzio), altri di lasciare condurre la negoziazione
delle questioni non legate ai figli, agli avvocati delle
parti. C’è chi esercita la Mediazione “coatta” (su ordinanza del tribunale: “mandatory” in inglese) e chi la
osteggia vivamente.
Cercando di tracciare una “meta-definizione” non
eccessivamente specifica e che sia condivisa da tutte
queste diverse teorie potremmo dire che “La
Mediazione è una procedura alternativa alla lite legale e ad
altre forme di assistenza terapeutica o sociale, in cui una
terza persona imparziale, qualificata e con una formazione
specifica chiamata Mediatore, agisce per incoraggiare e per
facilitare la risoluzione di una disputa fra due o più parti.
E’ un processo informale e non basato sul piano antagonista
vincitore – perdente, che ha per obiettivo quello di assistere le
parti affinchè raggiungano un accordo rispondente ai propri
68
bisogni, ai propri interessi e a quelli di tutti i membri coinvolti.
L’accordo raggiunto dovrà essere volontario, mutuamente
accettabile e durevole. In Mediazione l’autorità decisionale
resta alle parti”. (Isabella Buzzi, 1996).
Infatti, la stessa “Charte europèenne de la formation
des mèdiateurs familiaux exerçant dans les situations
de divorce et de sèparation” recita: “la Mediazione
Familiare, in materia di divorzio o di separazione, è un processo in cui un terzo, neutrale e qualificato viene sollecitato
dalle parti per fronteggiare la riorganizzazione resa necessaria dalla separazione, nel rispetto del quadro legale esistente.
Il ruolo del Mediatore familiare è quello di portare i membri
della coppia a trovare da sé le basi di un accordo durevole e
mutuamente accettabile tenendo conto dei bisogni di ciascun
componente della famiglia e particolarmente di quelli dei
figli, in uno spirito di corresponsabilità e di uguaglianza dei
ruoli genitoriali”.
4.3
LA MEDIAZIONE FAMILIARE SECONDO IL MODELLO SISTEMICO-RELAZIONALE: LE SPECIFICITÀ DI QUESTO APPROCCIO
Così come per la psicoterapia, anche per la Mediazione
(nonostante si occupi di “normalità”) l’approccio sistemico costituisce un valido e riconosciuto riferimento
epistemologico: l’individuo viene colto entro la struttura dei rapporti che ha con altri individui e si ha una
visione “contestuale” della sofferenza e del conflitto. Il
“grande padre” della teoria sistemica, Gregory
69
Bateson, afferma che senza contesto non è possibile
comprendere il comportamento umano. Il punto di
vista sistemico attribuisce alla Mediazione capacità
perturbatrici, di confronto e di incontro, sui conflitti
che si instaurano nelle relazioni ed interazioni individuali, in modo da promuovere l’evoluzione degli stessi
in senso costruttivo e non distruttivo. Per “Mediazione
sistemica” si intende quindi un processo di negoziazione che affronta il conflitto nei vari contesti in cui si
manifesta, occupandosi del microsistema famiglia
(Mediazione Familiare) o dei macrosistemi complessi
ove si è generato il conflitto. Dal punto di vista teorico
e pragmatico fa riferimento all’approccio sistemico –
relazionale (teoria della comunicazione, dell’informazione e teoria generale dei sistemi) secondo l’idea della
cibernetica di 2° ordine e del costruzionismo sociale.
Anche la “neutralità” del Mediatore viene ridefinita
dall’approccio sistemico secondo la cibernetica di 2°
ordine, in cui l’osservatore – Mediatore è parte del processo che lo coinvolge e quindi (come osserva Bassoli)
non può essere che neutrale solo all’interno delle proprie emozioni, dei propri pregiudizi e, come dice
Cecchin, della propria curiosità.
Nessuno può ragionevolmente sostenere, come ricorda
Castelli, di essere “perfettamente” imparziale e neutrale e se il Mediatore vuole realizzare un ascolto empatico per entrare davvero in contatto con le parti, gli sarà
difficile non provare simpatie o antipatie. Ma gli è tuttavia possibile mettere fra parentesi le proprie persona70
li opinioni sull’esito del conflitto per aiutare le parti a
raggiungere i loro desideri e i loro obiettivi, in piena
libertà decisionale.
In ultima analisi, l’imparzialità e la neutralità del
Mediatore non sono entità che possano essere valutate
in termini oggettivi e formali e la sua correttezza può
essere decisa, retrospettivamente, solo dalle parti con
cui ha lavorato.
Il Mediatore non è l’osservatore che si limita ad osservare il sistema coppia, ma la sua presenza modifica il
sistema da due a tre e innesca il processo di cambiamento; più che di “neutralità” in senso stretto, possiamo parlare di “equi-vicinanza” nei riguardi di entrambi, di “multiparzialità”, di “affidabilità”, che sono le
“qualità”, come afferma Mariotti, che consentono al
Mediatore sistemico di essere “credibile”.
Le diverse parti, infatti, hanno la necessità di sentirsi
accolte per accettare di essere ridescritte ma nello stesso tempo il Mediatore dovrà evitare i tentativi di
“triangolazione” che i partecipanti al processo, più o
meno consapevolmente, tenteranno di operare: cadere
in questo errore significherà la perdita di credibilità e
il quasi certo fallimento del processo mediatorio. Uno
degli strumenti “di difesa” che il Mediatore ha a disposizione è la “metacomunicazione”, il comunicare verbalmente sul significato della propria comunicazione.
Essa ha una valenza descrittiva dell’azione, pertanto
non esprime giudizi morali; il mediatore infatti non
esprimerà giudizi morali sugli altri da sé, sarà invece
71
prodigo di giudizi morali, anche negativi se necessario,
su se stesso.
Quando tutti i componenti del processo mediatorio
sapranno esprimere giudizi critici sul proprio operato,
sarà arrivato il momento in cui ogni partecipante autorizzerà gli altri a concordare sulla propria descrizione;
sarà un momento in cui la autostima dei singoli sarà
stata accresciuta dal processo conservativo.
La Mediazione familiare aderente al pensiero sistemico
si propone quindi empatica, narrativa e conversativa,
totalmente distante da una ideologia di controllo e di
potere. Esiste infatti il rischio che la Mediazione si trasformi in una tecnica direttiva ed istruttiva legata
molto più agli aspetti di contenuto che non a quelli di
relazione. L’approccio sistemico – relazionale invece
non entra direttamente nei problemi del conflitto proponendo linearmente soluzioni di compromesso, ma ne
ricerca gli aspetti evolutivi e fornisce strumenti per
una negoziazione che vede come protagonisti i contendenti.
“La difficoltà maggiore non consiste nel convincere una persona a mutare strategia, da guerra a compromesso o a negoziato, quanto nel portarla a cogliere la differenza tra una strategia basata sul riconoscimento dell’altro come soggetto e una
strategia basata sul riconoscimento dell’altro come “cosa”.
(Busso, 1996-1997).
Le decisioni concrete, infatti, finiscono spesso per
diventare un campo di battaglia in cui l’unica cosa che
conta è vincere, senza rendersi conto dei contenuti
72
relazionali che pesano su tali conflitti. Il Mediatore
sistemico, contestualizzando tali scontri all’interno del
“sistema famiglia”, aiuta la coppia a superare questa
fase del ciclo di vita familiare, mettendo in luce non
solo i rischi di certi comportamenti (per esempio per i
figli) ma soprattutto le risorse e le potenzialità evolutive presenti affinché possano co-costruire insieme una o
più storie “meglio formate”, ricche di possibilità ed
alternative, piuttosto che di ostacoli. In tal modo viene
dato ai singoli componenti la coppia la possibilità di
riappropriarsi di risorse momentaneamente rese inaccessibili dalla dinamica conflittuale e la consapevolezza
delle proprie competenze. Gli accordi che, alla fine del
processo di Mediazione, potranno essere sottoscritti
avranno allora buone possibilità di essere duraturi (ma
anche modificabili, elastici in base a nuove esigenze
che si dovessero presentare) e rispettati nel tempo perché basati sulla condivisione e sul riconoscimento dell’altro. “Alla fine del viaggio non si pianterà solo la bandierina sulla cima ma si saranno imparate cose nuove per
affrontare altre scalate…” (Frison, Ceci, Ingrami, 2000).
Infatti la dinamicità intrinseca dei rapporti rischierebbe di invalidare qualsiasi accordo che sia definito “una
volta per tutte”, ben più importante, come dice la
Delbert, è l’acquisizione della consapevolezza del disagio dei figli, la conseguente motivazione a risolvere i
dissidi e dunque l’acquisizione di strumenti che possano aiutare le persone ad affrontare anche i problemi
che si presenteranno successivamente all’accordo finale.
73
“Una Mediazione funziona esclusivamente nel momento in
cui permette alle persone di ricostruire un senso di riconfrontarsi con quelli che sono i compiti legati alla separazione,
trattare il vuoto, trattare l’assenza, trattare la perdita,
ricongiungersi con la propria storia”. (Mazzei, 1999).
Occorrerà sicuramente una fase, nel processo di
Mediazione, che ci consenta di andare a toccare i significati, il senso dei vissuti delle persone coinvolte.
L’ottica sistemica, infatti, tiene conto dell’intreccio storico trigenerazionale della famiglia e del valore simbolico degli elementi che la conflittualità ha fatto emergere. E’ l’intero sistema familiare, e non soltanto la
coppia, dice Ruggiero, che deve essere aiutato ad
affrontare la crisi in maniera adeguata, riorganizzando
le relazioni al suo interno e ridefinendo i propri confini
sulla base dei nuovi bisogni espressi dai suoi membri e
dalle necessità evolutive del sistema.
Il Mediatore sistemico deve essere in grado di leggere
la dinamica relazionale del conflitto all’interno di tutti
i sistemi che vi sono coinvolti, di costruire ipotesi sui
meccanismi che tendono a cronicizzate il conflitto, di
identificare le risorse ancora esistenti, di valorizzarle e
di utilizzarle ai fini del cambiamento.
Si tratta di un progetto complesso articolato, in cui
sono in gioco le disillusioni, le aspettative e le speranze
delle generazioni precedenti, nonché i destini, gli
equilibri affettivi e relazionali delle generazioni future:
in sintesi l’evoluzione di molti sistemi, dei loro valori e
dei loro miti. Lo scopo non è vincere sull’altro, e nem74
meno cedere all’altro, ma vincere insieme all’altro, cooperando nella ricerca di soluzioni creative, senza dover
rinunciare ad affermare noi stessi.
4.4
IL SERVIZIO DI MEDIAZIONE FAMILIARE “LEGÀMI”
DEL CENTRO SERVIZI SCUOLA E FAMIGLIA DI MANTOVA
Il Centro Servizi Scuola e Famiglia nasce quasi quattro
anni fa dal confronto con i diversi partner incontrati
dalla Cooperativa Alce Nero nel corso di anni di intervento psico-socio-educativo e di promozione di comunità sul territorio mantovano. L’esperienza di lavoro
nei servizi socio-educativi rivolti a bambini e ragazzi,
le collaborazioni con i Comuni, la Provincia, le
Istituzioni in genere, le ASL, il Provveditorato agli
Studi, le singole scuole, i Consultori Familiari, il consorzio di cooperative sociale SOL.CO. di Mantova, la
facoltà di Psicologia dell’Università di Padova, hanno
fatto emergere alcuni dati significativi, suggerendo l’ipotesi di realizzare un’unità di offerta, che trovi posto
in una sua sede specifica.
Il Centro Servizi Scuola e Famiglia, infatti, grazie alla
collaborazione con gli Istituti Luigi ed Eleonora
Gonzaga, si colloca in una sede visibile e riconoscibile
nel centro storico di Mantova, distinta dalla sede centrale della Cooperativa Alce Nero e degli altri servizi
rivolti ad altre aree di intervento. Gli interventi e le
attività possono in questo modo essere realizzati sia nei
locali del Centro sia nelle sedi dei richiedenti (scuole,
75
parrocchie, organizzazioni, ecc.), a seconda del tipo di
intervento stesso.
L’ipotesi è dunque di concretizzare questa offerta il più
possibile completa, innovativa per il panorama mantovano, di supporto e sviluppo rivolta in prima battuta
alle scuole e alle famiglie.
L’organico si avvale di un team di operatori professionisti con competenze specifiche: pedagogisti, psicologi, educatori, assistenti sociali, mediatori familiari,
animatori sociali in modo da poter garantire, per ogni
tipologia di intervento, un’adeguata qualità operativa.
Le aree di intervento individuate sono:
- l’Area della formazione per insegnanti e operatori
educativi, privilegiando la dimensione formativa
del gruppo;
- l’Area della Psicologia Scolastica, per gli interventi
di sostegno della comunicazione e delle relazioni
interpersonali all’interno dei sistemi scolastici;
- l’Area dei Laboratori PsicoPedagogici, per affrontare percorsi educativi su vari temi, soprattutto all’interno dei gruppi-classe;
- l’Area Integrazione della diversità e progetti individualizzati, per facilitare l’integrazione di soggetti
portatori di diversità culturali e di handicap psicofisici all’interno del gruppo – classe;
- l’Area del Counseling psico-pedagogico, un intervento di consulenza e orientamento che, distinguendosi dall’approccio psicoterapeutico, è teso allo
sviluppo delle potenzialità personali e al supporto
76
nella costruzione dei significati, che si rivolge sia ai
privati – genitori, insegnanti, operatori- sia alle
Istituzioni educative;
- l’Area della ricerca psicosociale a favore delle organizzazione pubbliche e private utilizzando diversi
metodi e strumenti conoscitivi: analisi statistiche,
analisi dei bisogni, mappe territoriali ecc.;
- l’Area della Mediazione Familiare, attraverso il
Servizio “Legàmi”.
A differenza di altri servizi (quelli rivolti alle scuole
per il Counseling psicopedagogico), che si sono subito attivati e lavorano a pieno ritmo, quello di
Mediazione Familiare ha avuto un periodo di gestazione più lungo.
Dopo due anni di lavoro preparatorio e di costituzione del gruppo di lavoro e del modello operativo, grazie anche all’impulso dato da alcune istituzioni di
riferimento, è stato attivato il servizio, la cui èquipe è
formata dal responsabile del Centro stesso, psicologo,
due avvocati mediatrici familiari, tre pedagogiste e
mediatrici familiari, due assistenti sociali e mediatrici familiari, uno psicologo psicoterapeuta e C.T.U.
La cornice di riferimento teorica che si è deciso di
adottare è stata quella sistemica (per il tipo di formazione dei membri, dell’èquipe e per la condivisione di
questo tipo di approccio da parte di tutti), anche se
sono emersi, a seconda della scuola di provenienza,
due modelli operativi diversi: uno più attento alla
77
riorganizzazione emotivo – relazionale e uno più
pragmatico, mirante a riportare sempre le parti al
“compito”, cioè l’accordo mirante alla riorganizzazione dei comportamenti e teso alla stipula di accordi
condivisi per la gestione dei tutti gli aspetti della
separazione.
Forse anche la formazione di base può essere motivo di
preferenza per un modello anziché l’altro, infatti a sentirsi più in sintonia con il secondo sono state le mediatrici – avvocato mentre chi proviene da studi pedagogici o psicologici ha optato per il primo (naturalmente
questa non è una regola). Abbiamo deciso di considerare questa “non univocità” come una ricchezza e come
fonte di scambio reciproco.
Risultano quindi come peculiarità del gruppo di lavoro del servizio:
- l’importanza della multidisciplinarietà dei componenti, sia dal punto di vista professionale (pedagogisti, avvocati, psicologi, assistenti sociali, insegnanti, psicoterapeuta) che di scuole di mediazione
(scuola di Modena ISCRA, scuola di Padova, scuola
di Milano di Isabella Buzzi);
- la multidisciplinarietà che permette di completare
le visioni del conflitto portato dalla coppia: l’appartenenza alle diverse scuole di mediazione, pur arricchendo il gruppo rispetto ai diversi metodi e tecniche operative ne ha aumentato senza dubbio la
complessità, costringendo lo stesso gruppo ad operare una mediazione sul comune modello operativo.
78
Anche se il Centro Servizi Scuola e Famiglia dispone
già di un proprio opuscolo in cui si parla anche del servizio di Mediazione, si è ritenuto opportuno preparare
una brochure specifica per questo servizio.
Come nome del servizio è stato scelto “Legàmi” e come
logo viene utilizzata la figura di Rubin: la famosa
immagine doppia dei profili e della coppa. Al di sotto
di esso viene riportata la frase di Eraclito: “Ogni conflitto
è un contrasto tra i diversi modi di vedere la stessa realtà”.
Nella prima pagina si possono leggere alcune frasi
significative per introdurre la Mediazione, mentre
all’interno viene indicato in modo più specifico cosa
essa sia, il tipo di formazione degli operatori, gli obiettivi, come l’utenza può accedere al Servizio, a chi esso
si rivolge, cioè alle coppie conviventi e ai coniugi che
abbiano maturato la scelta di separarsi, o già separati
con problemi relativi alla cura dei figli e in genere alle
famiglie coinvolte in conflitti.
Tra le prime relazioni significative che sono state
instaurate ai fini della promozione del Servizio di
mediazione familiare vi sono quelle con l’Ordine degli
Avvocati di Mantova e con il Tribunale di Mantova, in
particolare con la Giudice che si occupa delle separazioni. Si sono inoltre effettuati scambi e contatti con i
Servizi Sociali dell’ASL e dei Comuni di Mantova e
limitrofi.
Il gruppo ha poi incontrato il Dr. Bassoli dell’ISCRA
di Modena per una supervisione sul modello operativo.
Si è iniziato a prendere contatto anche con altre realtà
79
presenti nel territorio quale ad esempio l’Associazione
“Padri e madri uniti”.
Dall’analisi del panorama mantovano emergono grandi
potenzialità per la Mediazione Familiare, in grado di
promuovere una nuova cultura della separazione, uno
spostamento della logica dello scontro, dove le parti
sono rappresentate per vincere, alla logica dell’accordo,
dove le persone sono protagoniste.
Si percepisce un diffuso bisogno, per le persone coinvolte in fasi difficili del ciclo di vita, di poter essere
sostenuti nella gestione del proprio conflitto, nella
riorganizzazione della propria genitorialità.
Questo bisogno, però, non si traduce specificatamente in una richiesta di mediazione, ancora poco conosciuta e ancor meno praticata nel territorio ma in una
per lo più generica richiesta di aiuto e sostegno rivolto al Consultorio, pubblico o privato o a psicologi e
psicoterapeuti operanti anch’essi sia nel pubblico che
nel privato.
Spesso poi in caso di separazione si limita a seguire l’iter giudiziario, anche quando porta ad una escalation
del conflitto e a pesanti conseguenze, senza richiedere
altri tipi di intervento che possano supportare i membri coinvolti.
Maggior attenzione, conoscenza e un atteggiamento
per lo più favorevole all’introduzione della Mediazione
Familiare si sono potute osservare da parte degli
“addetti ai lavori” (giudice, gli stessi avvocati, psicologi, operatori) e di associazioni che riuniscono persone
80
provate da iter giudiziari onerosi e che spesso intendono individuare altre strade per le separazioni.
Appare che il punto fondamentale per operare nel
campo della Mediazione Familiare in questo momento
storico, oltre naturalmente a garantire operatori specificatamente formati e ad attivare una rete di collaborazione con tutte le realtà interessate, sia proprio quello
di farla conoscere.
L’ideale sarebbe cioè riuscire a farla diventare e percepire come qualcosa di “normale”, quasi di “routine”
conosciuta da tutti e distinta da altri tipi di intervento,
da intraprendere in caso di necessità perché in grado di
portare notevoli benefici.
Come dice Thomas Jordan, infatti, “il Mediatore non
cura la persona, il suo cliente è il conflitto”.
Questo naturalmente non significa auspicare che venga
prescritta, resa obbligatoria, anzi dovrebbe sempre
essere una scelta degli interessati semmai consigliati
dal giudice o dagli avvocati, però nell’ambito di una
mentalità ormai consolidata.
Ovviamente siamo ancora molto lontani da questo
obiettivo, ma è proprio in questa direzione che occorrerà operare lo sforzo maggiore.
4.5
IL MODELLO OPERATIVO ELABORATO DALL’ÉQUIPE
DEL SERVIZIO DI MEDIAZIONE FAMILIARE “LEGÀMI”
Si presenta qui di seguito in sintesi il modello operativo che è stato elaborato dall’èquipe operativa del servi81
zio di mediazione familiare “Legàmi”. Tale modello
operativo prevede i seguenti passaggi per la realizzazione di interventi di mediazione familiare:
invio o arrivo al servizio
la coppia che richiede la mediazione familiare può
entrare in contatto con il servizio attraverso diversi
canali:
- autonomamente, avendo avuto notizie del servizio
tramite la lettura della brocheur del servizio stesso;
- su suggerimento di soggetti terzi quali: psicologi
privati o dei Consultori ASL, assistenti sociali dei
servizi ASL o comunali, avvocati, Tribunale, conoscenti o parenti.
Primo contatto con il servizio
Il primo contatto con il servizio avviene telefonicamente. In questo primo contatto un operatore raccoglie la domanda, fornisce le prime essenziali indicazioni sul funzionamento del servizio, raccoglie i primi
dati anagrafici (vedi “scheda contatto telefonico”) e
fissa l’eventuale primo appuntamento.
Primo colloquio
Al primo colloquio è richiesta la presenza di entrambe
i coniugi. In questa prima fase sono presenti un mediatore familiare e uno psicologo e la finalità è duplice:
- informare dettagliatamente circa l’intervento di
mediazione, il processo di intervento, i risultati atte82
si, i costi, le modalità di conduzione delle sedute;
- compiere l’analisi della domanda in modo tale da
poter restituire alla coppia le possibilità di intervento che, vista la caratteristica operativa del
Centro Servizi Scuola e Famiglia, potrà essere un’indicazione per l’inizio della mediazione familiare,
per una consulenza familiare, per una psicoterapia.
Se la situazione lo richiede, questa fase preliminare
potrà avvalersi di più colloqui.
Intervento di mediazione familiare
Se l’analisi della domanda e la motivazione della coppia porteranno all’avvio di una mediazione familiare si
inizia il ciclo di sedute di mediazione. Esso avrà una
durata massima di 8 – 10 incontri e sarà finalizzato
alla stipula di un accordo riguardante i diversi aspetti
della separazione, con particolare attenzione agli elementi che riguardano la vita e la gestione dell’eventuale prole. Gli incontri di mediazione sono condotti da
un mediatore eventualmente supportato da un comediatrore con ruolo di osservatore. Ogni incontro
viene videoregistrato (con il permesso degli utenti) e la
seduta viene contemporaneamente seguita dall’èquipe
tramite un monitor a circuito chiuso. La presenza del
co-mediatore e soprattutto dell’èquipe consente al
mediatore di avere dei confronti in tempo reale interrompendo, se necessario, l’intervento alfine di elaborare aspetti emergenti durante la seduta.
Durante gli incontri di mediazione, se la coppia lo
83
richiede, potranno presenziare gli avvocati di parte.
Nel primo incontro di mediazione familiare vengono
compilati il “modulo del consenso” e la “scheda di
accoglienza”.
La modulistica utilizzata viene riportata al termine dei
questo Capitolo.
4.6
ESEMPIO DI ANALISI DEI BISOGNI DI UNA COPPIA
IN MEDIAZIONE
Per far meglio comprendere le tematiche che una coppia può portare nel percorso di mediazione familiare
proponiamo uno stralcio della tesi discussa al termine
del corso di mediazione della dott.ssa Lara De
Agostini, dove si è adottato la tecnica di analisi di
un’opera cinematografica ove viene rappresentato un
conflitto familiare.
Il film che più di ogni altro è sembrato idoneo per
questo tipo di lavoro, è stato “Storia di noi due” interpretato dagli attori Bruce Willis nella parte del marito
e Michelle Pfeiffer nella parte della moglie. La storia si
snoda attraverso tutti gli anni di matrimonio dei
coniugi, dal momento in cui si sono conosciuti e sono
diventati una coppia e del perché si sono scelti, alla
nascita dei figli, con tutte le problematiche connesse e
al lento ma inesorabile e progressivo distacco, espresso
dalle liti e dalla mancanza di dialogo, i tentativi falliti
di recupero, fino al momento della presa di coscienza
della inevitabilità della crisi e della rottura. L’assoluta
84
mancanza di un dialogo costruttivo, i continui “silenzi” dentro cui la coppia ormai rassegnata stancamente
sopravvive, determinano, soprattutto nella moglie l’idea di separarsi per cercare di recuperare e di riappropriarsi, almeno come singoli, del proprio “sé” più
profondo, della propria natura, che con gli anni, con i
problemi, con le responsabilità connesse con l’avere
una famiglia, è stata completamente oscurata.
In ogni caso il film nella sua fase centrale, escludendo
l’epilogo, bene si presta all’analisi della coppia, dei
bisogni espressi, delle posizioni di partenza, ecc.,
simulando così un vero e proprio intervento di mediazione coniugale.
Come mediatori il lavoro con la coppia sarà il seguente: individuare il tipo di analisi che si applica nella
ricerca degli elementi fondamentali per un proficuo
intervento: dati – emozioni/strumenti/bisogni/ interessi (ESBI) – posizioni; tutti questi dati sono finalizzati
all’inquadramento del/i problema/i di fondo originario
della crisi e alla comprensione di quali risorse ci sono
per risolverlo, all’acquisizione della consapevolezza su
aspetti positivi/negativi della relazione, nonché dei
propri e altrui bisogni. Altre considerazioni interessanti sono: capire come si è creata la coppia, che tipo di
coppia era, è stata ed è, in relazione a intimità – passione – impegno, cosa stanno cercando e cosa invece
trovano.
L’analisi si conclude con la simulazione di una mediazione, come articolarla, quante sedute si prevedono,
85
quali tecniche adottare e perché.
ANALISI
Il primo step è quello di individuare i dati oggettivi
elencati qui di seguito:
dati sulla famiglia: genogramma
KRISTIN
PAUL
MARY
DAVID
BEN
KATY
ERIN
JOSH
• Famiglia composta di quattro persone: madre e
padre con due figli maschio e femmina pressoché
adolescenti (non viene specificata l’età nel film);
• La madre/moglie lavora come creatrice di cruciverba;
• Il padre/marito è scrittore;
• I due coniugi hanno entrambi i genitori
86
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
dati sul momento presente del film
Cena in famiglia; i coniugi fingono normalità e che
tutto tra loro procede bene. Fanno il gioco degli
“alti e bassi”;
Cena a due per festeggiare l’anniversario di matrimonio dove i coniugi non si parlano: c’è completo
silenzio, solo monologhi interiori di ciascuno non
esplicitati;
Accompagnamento in auto dei figli al pulmino
delle vacanze; durante il tragitto la madre si arrabbia perché sono in ritardo e i figli perderanno il
pulman. Scende silenzio carico di tensione.
Ritorno a casa; ancora in macchina il marito tende
una mano in senso figurato, ma per tutta risposta la
moglie se ne va silenziosamente.
Lei resta nella casa coniugale
Lui va in albergo
Si telefonano varie volte con la scusa dei figli e per
ragioni di servizio.
Durante una di queste telefonate la moglie lo invita
a cena, con la scusa di andare a prendere le camicie
lavate;
La cena si svolge tranquillamente, si corteggiano.
Sembra un nuovo ritorno.
Vanno in camera da letto. Durante la fase del corteggiamento lui accenna con toni pacati ai loro problemi inserendoli in un contesto di normalità di
coppia, lei si arrabbia perché i problemi ci sono e
sono seri, litigano e la moglie si convince, esplici87
•
•
•
•
•
•
tandolo al marito, che la loro storia è finita. Il marito se ne va.
Vanno a trovare i ragazzi al campeggio e fanno finta
di niente ma si percepisce disagio e tensione fra i
due.
Durante il ritorno il marito chiede se devono dare
mandato a due distinti avvocati: anche per lui la
separazione è inevitabile.
Il marito durante una cena con gli amici sfoga tutta
la sua rabbia nei confronti della moglie, dei suoi
modi di fare e di essere, così perfezionista, così ordinata, così programmata a trecentosessanta gradi,
senza dare alcuno spazio alla spontaneità, al gioco e
alla complicità con lui. Alla fine però scoppia a
piangere e si rende conto che le recriminazioni della
moglie, le sue lamentele, le sue accuse non sono poi
così infondate: è lei infatti la persona responsabile
della famiglia, il fulcro attorno al quale ruotano
tutti e tutti fanno riferimento. Si mette nei suoi
panni.
Il marito va dalla moglie per scusarsi, ammette le
sue colpe, ma quando dalla cucina sbuca un altro
uomo si irrigidisce e va via, riportando il discorso
sulla separazione.
La moglie in casa da sola si sofferma a guardare
tutte le fotografie della loro famiglia, che tappezzano l’intera parete delle scale, in cui sono fissati per
sempre tutti i momenti che hanno vissuto insieme.
Il marito temporaneamente in albergo cerca e trova
88
casa. La moglie nota che ha l’orologio al polso, cosa
che non portava mai; nota che il frigo è pieno di alimenti e che sono tutti disposti ordinatamente negli
scomparti. Decidono di comunicare ai ragazzi la
loro separazione.
• Marito e moglie vanno a prendere i figli di ritorno
dal campeggio, con l’accordo una volta a casa di
comunicare la separazione, ma la moglie comunica
al marito di non volersi più separare e gli spiega il
perché. Anche il marito è d’accordo.
•
•
•
•
•
Dati sul passato
primo periodo
Si conoscono sul luogo di lavoro.
Fuori a cena emerge che: lui è attratto e incuriosito
dalla sua indole di voler dare almeno risposte ai piccoli quesiti, visto che per i grandi interrogativi
della vita ciò non è possibile. Lei trova infatti molto
rassicurante poter creare un mini mondo perfetto,
quale è un cruciverba finito, tutto incasellato e perfetto nella sua completezza. Lei apprezza quel suo
fare romantico e sognatore, molto meno incline alla
razionalità e alla programmazione
Si sposano e hanno due figli.
Nel letto matrimoniale con i due bimbi piccoli lui
le dice: “Tutto ciò che è importante si trova qui in
questo letto”.
Iniziano le discussioni relative alla gestione della
quotidianità, dei due figli, della casa.
89
• Inizia la terapia di coppia senza apprezzabili risultati.
• Durante un momento di intimità, la moglie si
ricorda che devono mettere sotto il cuscino del
bambino i soldi perché ha perso il dentino e quindi
vuole che il marito vi provveda immediatamente.
Secondo periodo
• Il marito chiama al telefono la moglie per comunicarle che stanno demolendo la palazzina dove avevano abitato all’inizio della loro storia; le ricorda gli
aneddoti relativi ai vicini. Lei però è presa dalla
lavatrice che perde acqua, dai figli che litigano, per
cui interrompe bruscamente la telefonata.
• Lei trova il marito che si sta sfogando con la segretaria dei loro problemi coniugali.Si arrabbia e pensa
che il marito abbia una relazione extra coniugale
con lei. Il marito le risponde che non l’ha mai tradita, ma che sente che loro due non sono più in sintonia, che quella complicità, quegli sguardi del primo
periodo non ci sono più. La moglie ribadisce che
non sempre i suoi bisogni possono essere immediatamente soddisfatti, perché ha tante altre cose a cui
pensare: lei ha già due figli, non gliene serve un
altro (rivolgendosi al marito). Il marito si arrabbia
perché non vuole essere considerato come un figlio.
• Per cercare di recuperare il rapporto così logorato,
fanno un viaggio in Italia, ed effettivamente il loro
rapporto sembrerebbe recuperare.
90
• La sera stessa di ritorno a casa dal viaggio lui cerca
di avvicinarsi a lei, la moglie acconsente ma solo
dopo aver scritto la lettera ai figli; il marito ribadisce che se fossero stati in Italia lei si sarebbe lasciata
andare subito. La moglie si sente attaccata e accusata di non essere spontanea: inizia il litigio che
rivanga il passato.
EMOZIONI
Primo periodo
Gioia - allegria - spensieratezza - complicità - naturalezza - spontaneità - umorismo: è il momento in cui
si lasciano andare per quel che sono veramente. Le
loro nature così profondamente diverse, lei programmatrice, schematica ordinata, lui più sognatore,
romantico, gioioso e giocoso si attraggono. I due sono
complementari l’uno con l’altro.
Secondo periodo
Prevalgono la rabbia - frustrazione - nostalgia - rassegnazione - impotenza - dispiacere - solitudine - disorientamento - abbandono - delusione - senso di fallimento che si trascinano fino al presente del film.
Non avrebbero mai pensato di arrivare così.
Pensavano che la loro coppia potesse durare per sempre. I sentimenti che permeano tutto il film sono la
paura, paura di far soffrire i figli con la separazione e la
rabbia per non riuscire a cambiare l’altro, rabbia per
non essere capiti.
91
BISOGNI
Nel primo periodo i bisogni vengono soddisfatti;
pian piano con l’allontanamento dovuto alle contingenze della vita e della famiglia lei si sente sola, si
sente che tutto il peso della casa e dei figli grava interamente su di lei e di questo è stanca. Sente che lui è
profondamente egoista perché vuole che i suoi bisogni vengano soddisfatti immediatamente, ma questo
ormai lei non lo può più fare perché prima ci sono i
figli, ci sono le responsabilità. Lei prova un senso di
abbandono e disinteresse del marito per i suoi problemi e vorrebbe essere più ascoltata.
Il bisogno della moglie è quello di essere riconosciuta
e che vengano presi sul serio i suoi problemi dal
marito.
Lui dal canto suo si sente a sua volta abbandonato da
una moglie che antepone a lui e al rapporto di coppia
tutto il resto del quotidiano, senza trovare il giusto
equilibrio tra l’uno e l’altro. Anche lui non si sente
ascoltato. Lui ha il bisogno di sentirsi ancora la persona più importante per la moglie; ed infatti si arrabbia
quando la moglie lo paragona ad un terzo figlio che
pretende attenzioni.
STRATEGIE
Dopo la strategia del litigio ottuso che però non ha
portato a niente, visto che ciascuno è fermo sulle sue
posizioni, si passati, per rassegnazione al silenzio.
Come dice la moglie “i silenzi più rumorosi sono
92
quelli pieni di tutte le cose dette in modo sbagliato,
dette trecento volte” . Come strategia usano il silenzio e la finzione. Silenzio tra loro e finzione nei
riguardi dei figli i quali non sanno niente sono tenuti
allo scuro di tutto. Un’altra strategia, può essere individuata nell’allontanamento, che effettivamente sortisce l’effetto desiderato, nel senso che si cercano ed
iniziano a corteggiarsi ancora. Purtroppo però visto
che i problemi di fondo non sono risolti anche questa
strategia fallisce.
INTERESSI
L’interesse principale della coppia sono la famiglia e i
figli.
Per lei la famiglia è sinonimo di impegno, dedizione,
occupazione, dovere, con tutto ciò che ne consegue.
Per lui invece la famiglia, in chiave più romantica, è
il luogo degli affetti, del parlare e comunicare e del
gioco. E’ il marito che ha inventato un gioco che risale alla notte dei tempi della coppia, nessuno ormai si
ricorda quando è stato inventato, ma si sa solo che è
stato il padre, “dell’alto e del basso”, cioè quale è
stato il momento più bello della giornata e quale il
più brutto.
POSIZIONI
Lei apparentemente vuole la separazione perché la
considera l’unica via d’uscita per risolvere il suo problema. Lui non è convinto della separazione, perché
93
non riesce a soppesare veramente i problemi della
moglie, che non considera importanti.
Entrambi come posizione non vogliono far soffrire i
figli e insieme cercano le modalità più appropriate
per comunicare loro la decisione.
ALTRI ELEMENTI DI INDAGINE
Il problema comune, che indirettamente risponde
anche alla domanda su quando si è creata la coppia,
è che se all’inizio si sono piaciuti perché erano così
diversi e complementari, alla lunga questa diversità
ha svelato anche l’altra faccia della medaglia di ciascuna personalità. Lei si è innamora di lui proprio
per questo suo carattere aperto, gioioso, ottimista e
romantico, che però come punti deboli ha proprio il
fatto che “non vede” o non vede abbastanza i problemi della vita quotidiana che per lui non esistono.
Lei per contro gli era piaciuta proprio perché era
così pignola, così attenta a dare risposte e a ordinare
le piccole cose della vita quotidiana per sentirsi
bene e a posto; questo però inevitabilmente porta
con sé la pignoleria, la quasi maniacale attenzione
alle piccole cose della vita quotidiana, al voler sempre tutto a posto e tutto perfetto senza lasciarsi
andare mai.
La complementarietà che all’inizio li ha attratti l’uno
verso l’altra alla lunga si rivela l’elemento di innesco
della loro crisi coniugale. La chiave di svolta sarà proprio ricordare che l’altro piaceva proprio per quelle
94
stesse caratteristiche che ora fanno arrabbiare, che
rendono invivibile il quotidiano.
Alle domande relative a cosa cercano e cosa trovano,
si può dire che lui cerca l’amore romantico, ideale, la
coppia che invecchia insieme, ma trova una donna
molto concreta, molto meno romantica di lui, che
vive questo suo tratto della personalità come un indice di immaturità ed infatti lo paragona ad un figlio
da crescere. Lei cerca una persona che le possa dare
sicurezza, concretezza e razionalità. Trova invece una
persona che secondo lei è poco concreta, poco agganciata alla quotidianità, alla realtà.
Il triangolo nella coppia: passione – intimità – impegno. In una coppia sana questi tre elementi dovrebbero sussistere in parti uguali indice di una buona
armonia di coppia e di un sano equilibrio. Quando
questi elementi sono presenti ma in proporzioni
diverse, o addirittura uno manca si è di fronte all’amore romantico, in cui prevale la passione e l’intimità, oppure un amore amicizia, in cui prevalgono
l’intimità e l’impegno.
La coppia all’inizio presenta tutti e tre questi elementi in modo equilibrato. Col passare del tempo però il
polo dell’impegno prevale nettamente sugli altri,
soprattutto sulla passione.
Unico momento in cui sembra ritornare la passione è
durante il viaggio in Italia, in cui i due si comportano come fidanzatini, come se fossero durante una
seconda luna di miele.
95
CONCLUSIONE
Il tipo di intervento, come detto all’inizio, idealmente si andrebbe ad inserire nel momento in cui la coppia decide di separarsi e va dalla mediatrice. Si nota
che questa coppia effettivamente ha dei problemi e
presenta difficoltà nella comunicazione. Di fondo
però, soprattutto da parte della moglie, l’idea di separarsi non è molto reale. Si tratta, perlopiù, della
voglia di concludere, di finire qualcosa, ma non il
matrimonio con il marito, il quale rimane sempre la
persona più importante. Piuttosto direi il ruolo che
anno dopo anno ha impersonato, ruolo che le va stretto e rigido e non permette di esprimere quella gioia e
quell’allegria che lei sa di avere “Quella ragazza con il
casco è ancora qui e io non sapevo neanche che esistesse finché
non ho conosciuto te”.
Dal canto suo il marito non è d’accordo con la separazione, ma altre alternative non ne trova: quali alternative ci sono ad una coppia che non riesce a comprendersi?
Chiederei di iniziare a parlare prima alla signora perché è quella comunque più arrabbiata, quella che si
deve sfogare di più. Se il marito dovesse intervenire
smentendo o confutando quello che dice la signora e
il clima iniziasse ad essere teso, inizierei a fare
domande sui figli per stemperare gli animi, visto
anche che sono in cima ai pensieri e alle preoccupazioni di entrambi. Se la signora durante il suo racconto continuasse a sminuire e a criticare pesante96
mente il marito farei qualche domanda relativamente a lui come padre (se sta bene in famiglia, che tipo
di rapporto ha con i figli, se è un padre presente ed
affettuoso).
Altra tecnica che adotterei durante la seduta è quella
del refraiming, per cercare di cogliere le parti salienti
dei discorsi dell’uno e dell’altra, debitamente sfrondati di tutti quegli aspetti negativi, che non fanno
altro che allontanare l’altro psicologicamente dalla
seduta in corso: ciò che renderebbe vana la seduta
stessa se non c’è ascolto e interesse. Altra tecnica da
utilizzare potrebbe essere quella dell’inversione di
ruoli, proprio per cercare di mettere i coniugi l’uno
nei panni dell’altro, in modo da capirne il punto di
vista. Utilizzerei esempi banali della vita quotidiana
e metterei il marito, nel ruolo della moglie, di fronte
a tutti gli impegni, le incombenze, le dimenticanze
sue. Il fine è quello di far percepire il macigno che
grava sulle spalle della moglie o che perlomeno lei si
sente di avere e a causa di questo di stare affondando.
Per contro metterei la moglie nei panni del marito:
un marito che si sente sempre messo per ultimo dietro alla tremila cose che la moglie deve fare, cose
anche banali che potrebbero essere certamente posticipate senza dare adito a nessun inconveniente; l’intento è di far capire alla moglie che non esistono solo
i doveri, ma è giusto ritagliarsi tempo per loro come
coppia, che anche quello è importante ed è ciò di cui
ha bisogno il marito.
97
4.7
LA MEDIAZIONE FAMILIARE
Un contributo di Isabella Buzzi
Fu l’americano O.J. Coogler, avvocato e terapeuta
familiare, che ebbe per primo l’idea della mediazione
familiare. Trovatosi a vivere la propria esperienza di
divorzio, Coogler si chiese come questa si sarebbe
potuta condurre in modo più equilibrato e razionale,
senza quegli schieramenti e quelle “guerre”
affettive/economiche che avevano sconvolto non solo la
sua vita ma, soprattutto, quella dei suoi figli. Nel
tempo il modello operativo della mediazione familiare
è stato perfezionato ed arricchito da molti autori, tuttavia è rimasto legato a quattro principi, ancora alla
base della mediazione familiare:
1) la maggior parte delle persone vuole agire in modo
responsabile ed essere trattata con rispetto;
2) le persone che affrontano una separazione o un
divorzio non sono negoziatori esperti;
3) a quanti sperimentano situazioni del genere è possibile insegnare a prendere decisioni razionali, anche
se sono in preda al tumulto emotivo;
4) le famiglie traggono vantaggio da accordi di tipo
collaborativo, mentre escono danneggiate finanziariamente ed emotivamente da trattative di tipo
antagonistico (conflitto distruttivo).
Per poter operare il mediatore familiare struttura gli
incontri tra le parti in lite (determina il tema degli
incontri, stabilisce l’ordine di discussione dei temi
98
degli incontri, assegna compiti, controlla la completezza e correttezza legale degli accordi presi, ecc.) e il
setting (fissa luogo tempi e numero degli incontri,
decide chi, oltre alle parti in lite, occorre far partecipare alle sedute, gestisce il flusso comunicativo, si accerta
dell’effettiva comprensione dei contenuti da parte di
tutti i partecipanti, accoglie ma contiene le emozioni
negative delle parti, ecc.), affinché i “mediati” possano
condurre le proprie trattative e negoziazioni riguardanti la riorganizzazione concreta del loro nucleo familiare. Il mediatore familiare deve essere formato all’esercizio della mediazione familiare (anche se è già psicologo, psicoterapeuta, assistente sociale, avvocato,
educatore, o svolge altra professione nell’ambito della
crisi di coppia e della famiglia), e dovrà essere iscritto
ad una associazione nazionale, l’Associazione Italiana
Mediatori Familiari, che tiene un registro dei mediatori familiari qualificati e ne garantisce la competenza.
La mediazione familiare è “globale” quando vengono
affrontate in modo dettagliato e programmato tutte le
questioni di importanza legale, affettiva, educativa,
economica, socio-relazionale, ecc. che possono emergere in una separazione. In chiave legale i temi trattati
possono essere: divisione dei beni comuni, mantenimento dei figli e del coniuge/partner più debole economicamente, affidamento dei figli minori, diritto di
visita e così via. Occorre aggiungere che, oltre alle
decisioni, vengono anche delineati i singoli passi concreti da compiere, cosicché i clienti sono certi che non
99
verrà trascurato o dimenticato nemmeno il più piccolo
elemento in grado di riaccendere le ostilità. In generale
è corretto dire che il mediatore è colui che aiuta le persone in lite ad affrontare direttamente i loro conflitti,
quindi occorre sfatare o esorcizzare l’idea che il mediatore familiare sia un professionista che “fa separare” i
coniugi. Anche se è molto raro che accada, alcuni
coniugi, avendo avuto modo grazie al mediatore familiare di affrontare e gestire più efficacemente il loro
conflitto, rinunciano all’idea di separarsi. Il mediatore
può aiutare le persone a chiarire bisogni e paure, e le
aiuta a comunicare in modo più efficace; questo porta a
una conseguente diminuzione della litigiosità.
Quando la separazione o il divorzio sono una
scelta/condizione irreversibile e ci sono dei figli, la
mediazione familiare è fondamentale. Infatti, con la
nascita dei figli si è venuto a creare un legame che
terrà “uniti” i genitori nonostante la rottura del legame di coppia. Questo legame può diventare un vero e
proprio tormento quando manca la collaborazione e il
rispetto reciproco. Il percorso di mediazione familiare
esalta la possibilità di riuscire a collaborare come genitori e facilita senza dubbio la possibilità di continuare
ad essere presenti ed efficaci nella cura e nell’educazione dei propri figli, nonostante il rapporto coniugale e
di coppia si sia guastato al punto tale da spingere uno
o entrambi a pensare che l’unica soluzione possibile sia
quella di vivere separati. La mediazione familiare può
avere inizio solo se entrambi i coniugi/partners accetta100
no di partecipare. E’ infatti importante che il mediatore faciliti e gestisca le loro trattative, ma saranno essi
stessi, i mediati, a raggiungere, tutti e due insieme, il
loro accordo personale e reciprocamente accettabile
sulla riorganizzazione della loro famiglia e dei loro
beni. Il percorso di mediazione ha inizio con un incontro orientativo durante il quale il mediatore spiega alla
coppia il proprio modo di lavorare e le tariffe, le regole
della mediazione familiare, il processo di mediazione
nel dettaglio. Se entrambi decidono di proseguire e si
impegnano a partecipare in modo effettivo agli incontri, firmano l’accordo di partecipazione. Vengono allora consegnati loro i moduli necessari per la raccolta
delle informazioni economiche, vengono fissati gli
incontri (da 5 a 8) e può essere fatto omaggio di un
opuscolo con istruzioni dettagliate su come muoversi
nel corso della trattativa. Ogni incontro dura in media
90 minuti ed ha un tema di discussione preciso, ad
esempio: il calcolo delle entrate e delle uscite familiari
al fine di stabilire un’equa ridistribuzione delle entrate, oppure la cura dei figli su base mensile durante il
periodo lavorativo/scolastico. E’ importante che ogni
incontro si concluda con una serie di accordi pratici
(più o meno importanti e numerosi), è importante che
la coppia veda il frutto immediato degli sforzi fatti.
Gli incontri sono fissati ogni 15 giorni, in modo tale
da dare alla coppia dei mediati il tempo sia per elaborare e collaudare le eventuali decisioni prese, sia per
reperire le informazioni o i dati occorrenti per prendere
101
le prossime decisioni. Una volta definiti e, se possibile
collaudati, tutti gli accordi necessari per legge e rilevanti per la coppia e i figli, il mediatore stila il verbale
degli accordi raggiunti in mediazione familiare. Il verbale firmato dalle parti (senza la firma delle parti non
potrà essere reso pubblico e non ha nessun valore effettivo), contenente tutti i dettagli della loro intesa, con
esplicitate anche le loro motivazioni personali e comuni, ha valore di scrittura privata (potrà essere allegato
al ricorso di separazione o integrare la richiesta congiunta di divorzio). Il mediatore familiare, anche se di
base fosse avvocato, non può fornire consulenza legale
ai singoli coniugi, altrimenti il suo equilibrio tra le
parti (imparzialità e neutralità) potrebbe risultare inficiato. Dunque, suggerirà alle parti di rivolgersi al loro
avvocato per avere una corretta assistenza legale “di
parte”, assistenza particolarmente raccomandata al
momento di revisionare ed eventualmente correggere
il verbale degli accordi raggiunti, prima della firma. La
mediazione familiare è particolarmente adatta a contesti familiari e a coppie sufficientemente equilibrate e
stabili da permettere la negoziazione diretta tra i
coniugi/partners (nonostante la tempesta affettiva che
si accompagna sempre alla separazione coniugale e a
volte anche al momento della richiesta di divorzio), in
quanto previene quelle complicazioni emergenti da
una cattiva gestione della conflittualità, che può essere
anche molto elevata. La mediazione familiare è impossibile nei casi di gravi disturbi psico-affettivi in uno o
102
entrambi i coniugi/partners, o nei casi di abuso o violenza sui figli.
Una definizione della mediazione familiare
La Mediazione è una procedura aggiuntiva o alternativa alla lite legale e ad altre forme di assistenza terapeutica o sociale, in cui una terza persona imparziale, qualificata e con una formazione specifica, chiamata
mediatore, agisce per incoraggiare e per facilitare la
risoluzione di una disputa fra due o più parti. E’ un
processo informale e non basato sul piano antagonista
vincitore-perdente, che ha per obiettivo quello di assistere le parti affinché raggiungano un accordo rispondente ai propri bisogni, ai propri interessi e a quelli di
tutti i membri coinvolti. L’accordo raggiunto dovrà
essere volontario, mutuamente accettabile e durevole.
In mediazione l’autorità decisionale resta alle parti. Il
ruolo del mediatore comporta fra l’altro il compito di
assistere le parti nell’identificare le questioni, di incoraggiare l’abilità dei partecipanti nel risolvere i problemi ed esplorare accordi alternativi, sorvegliandone la
correttezza legale, ma in autonomia dal circuito giuridico e nel rispetto della confidenzialità, o segreto professionale. La Mediazione Familiare è destinata a
coppie sposate o non sposate, prima o anche successivamente l’entrata in giudizio legale per la dissoluzione del loro rapporto coniugale, e si occupa di facilitare la soluzione di liti riguardanti questioni relazionali e/o organizzative concrete come: la divisione
103
delle proprietà comuni, l’assegno di mantenimento,
gli alimenti, le scelte relative all’attività genitoriale
(potestà parentale), la residenza primaria dei figli
(custodia), le visite, ecc. Tutti gli aspetti relazionali,
legali, economici e fiscali legati alla separazione
coniugale e/o al divorzio possono essere inclusi nel
processo di mediazione. In mediazione familiare la
negoziazione fra le parti richiede un periodo di
sospensione delle cause legali, se queste hanno già
avuto inizio. La negoziazione è condotta principalmente dalle parti, che possono anche rivolgersi ad
esperti o ai propri avvocati di fiducia e, se lo credono
necessario, possono invitarli a partecipare alle sedute
di mediazione. La presenza dei rappresentanti legali
non è obbligatoria, ma è consentita.
La dottoressa Isabella Buzzi, coautrice insieme a John
Haynes del libro: “Introduzione alla Mediazione
Familiare”, Ed. Giuffrè, (1996), ha fondato un centro di
mediazione familiare e una scuola di formazione professionale: lo Studio T.d.L, ed opera oltre che a Milano (sede principale delle attività), anche in Toscana e in Sardegna.
Studio T.d.L Formazione e Servizi,
Corso Sempione, 8, 20154 Milano
Tel. 02 342502
e-mail: [email protected]
website: www.studioTdL.com;
www.mediazione-conciliazione.com
104
LEGÀMI
Servizio di Mediazione Familiare
SCHEDA DI ACCOGLIENZA
DATA
CHI CI HA CONTATTATO
MOGLIE
Cognome e nome
Telefono
MARITO
Cognome e nome
Telefono
FIGLI
Numero
Età
COME È VENUTO A CONOSCENZA DEL SERVIZIO?
DATA 1° COLLOQUIO
ALTRE INFORMAZIONI
LEGÀMI
Servizio di Mediazione Familiare
CONSENSO AL TRATTAMENTO DEI DATI
PERSONALI E FAMILIARI
(Legge 675/1996)
Questo servizio di mediazione familiare si avvale della
collaborazione di un’equipe professionale multidisciplinare allo scopo di rendere più efficaci gli interventi
del delicato percorso di mediazione familiare.
A tal fine verranno utilizzati strumenti di registrazione
dei dati non solo cartacei, ma anche informatici e multimediali (es.: video-tape).
Tutto il materiale (cartaceo e non) verrà trattato ad
esclusivo uso professionale, nell’interesse della clientela
interessata.
Autorizziamo al rilevamento dei dati personali e familiari secondo le modalità descritte e ne autorizziamo
un esclusivo uso professionale ad opera dell’equipe di
questo servizio di mediazione familiare, secondo quanto stabilito dalla legge 675/96.
Data
Firme
LEGÀMI
Servizio di Mediazione Familiare
SCHEDA DI ACCOGLIENZA
PERCORSO DI MEDIAZIONE FAMILIARE
Data compilazione
Nome
Nome
Cognome
Cognome
Indirizzo
Indirizzo
Tel.
Tel.
Professione
Professione
Stato di occupazione
Stato di occupazione
❑ impiego a tempo pieno
❑ impiego a tempo pieno
❑ impiego a part-time
❑ impiego a part-time
❑ libero professionista
❑ libero professionista
❑ disoccupata/o
❑ disoccupata/o
❑ prestazioni occasionali
❑ prestazioni occasionali
❑ cassa integrazione / mobilità
❑ cassa integrazione / mobilità
❑ altro
❑ altro
Ente datore di lavoro
Ente datore di lavoro
Numero anni di lavoro
Numero anni di lavoro
(segue ☞)
Nome dei figli:
Luogo e data di nascita
Luogo e data di nascita
Luogo e data di nascita
Luogo e data di nascita
Con chi vivono i figli?
Data del matrimonio
❑ rito civile
❑ rito religioso (
❑ comunione dei beni
❑ separazione dei beni
)
Data della separazione (se avvenuta anche di fatto)
Eventuali conviventi
Chi vi ha indirizzati a questo servizio di mediazione?
❑ sì
Avete mai chiesto una consulenza di coppia?
❑ no
Vi siete già rivolti ad un avvocato?
❑ sì - entrambi dallo stesso avvocato:
(cognome avv.)
❑ sì - entrambi, ma da avvocati diversi
❑ sì - ma solo uno di noi (
(chi?)
):
(cognome avv.)
(cognome avv.)
(cognome avv.)
❑ no
Quale è la cosa che vi sta più a cuore?
1
I dati rilevati in questa scheda verranno utilizzati nel rispetto rigoroso della Legge 675/96
(legge sulla privacy) e saranno utili all’èquipe nel percorso di mediazione familiare.
Autorizziamo al trattamento dei nostri dati personali ad esclusivo uso professionale dell’èquipe
di mediazione familiare e comunque secondo la legge 675/96.
(firma)
(firma)
Capitolo 5
RISORSE E LIMITI DEL CONFLITTO FAMILIARE
Vania Gadioli
5.1
PREMESSA
Con il presente articolo intendo proporre una indagine sul conflitto riguardante l’ambito familiare. Per
fare ciò farò riferimento ad un testo scritto da una
studiosa, Cecilia Giuliani1, che mette bene in luce
come il conflitto debba ritenersi un’esperienza che si
connette ai processi di sviluppo che caratterizzano
l’individuo e la famiglia nel loro percorso attraverso
il tempo.
L’idea guida di Giuliani in questo testo è “quella
secondo cui il conflitto, indipendentemente dal
grado di intensità emozionale con cui è espresso,
abbia racchiuse in sé preziose potenzialità evolutive
che spesso restano congelate all’interno di una dinamica di competizione tra le parti, siano esse singoli o
gruppi, limitando così delle possibilità di sviluppo
1 Giuliani C., Il conflitto: ostacolo e opportunità lungo il percorso
evolutivo della famiglia, contenuto in AA.VV., Mediazione Sistemica,
Edizioni Sapere, Padova, 1999.
109
tanto individuali quanto familiari”2.
Prima di addentrarmi in modo più approfondito nell’argomento ritengo necessario precisare che quando
utilizzerò i termini famiglia e conflitto farò riferimento ad una epistemologia specifica che è quella
sistemico-relazionale. A mio avviso tale modello teorico propone una chiave di lettura in cui il conflitto
viene considerato nella sua complessità, che tiene
conto sia degli aspetti di vincolo sia degli aspetti di
possibilità.
5.2
LA FAMIGLIA COME SISTEMA
Uno degli assunti fondamentali che caratterizzano
l’epistemologia sistemica sostiene che: “il sistema è
da considerarsi qualcosa di più della semplice sommatoria delle parti”3. Ciò significa per esempio che se
pensiamo a un gruppo questo è più della somma
delle caratteristiche de i suoi membri.
Vittorio Cigoli riprende questo concetto e ragionando
sul valore del “sistema” inteso come metafora-chiave
che serve per comprendere il mondo delle relazioni e
per l’azione nei confronti delle medesime, esprime
questo concetto sottolineando che: “il tutto eccede le
2 Cfr., Giuliani C., Il conflitto: ostacolo e opportunità lungo il percorso evolutivo della famiglia, contenuto in AA.VV., Mediazione sistemica, cit., pag. 101.
3 Bateson G., Verso una ecologia della mente, Adelphi, Milano,
1976.
110
parti, quando le parti (le persone in quanto membri
della famiglia con intenzioni, desideri e competenze
proprie) eccedono il tutto”4.
Come afferma Giuliani questi concetti generali teorizzati anche da molti altri autori ci permettono di
chiarire la descrizione di un sistema più specifico:
“l’essere umano”. Per questi autori tale sistema viene
considerato come simile alle scatole cinesi: ogni elemento contiene al proprio interno degli altri elementi di dimensioni minori e nello stesso tempo è
contenuto in elementi maggiori. Ciò mette in evidenza come l’essere umano non può essere considerato come un’entità a sé: egli in quanto sistema si
trova costantemente in relazione con altri sistemi
che possono essere esterni (sovrasistemi) o interni
(sottosistemi)5.
Questo concetto può essere spiegato in modo più chiaro prendendo come riferimento un’altra scienza, la
Cibernetica, che fu studiata soprattutto nel periodo
della seconda guerra mondiale. La Cibernetica viene
definita come “la scienza che studia il controllo e la
comunicazione sia nell’animale, sia nella macchina”.
4 Vittorio Cigoli insegna Psicologia sociale all’Università Cattolica
di Milano. Numerose le sue pubblicazioni, una tra queste: Il legame disperante, 1998. Vittorio CIGOLI, L’approccio dello sviluppo nella clinica delle relazioni familiari, contenuto in AA.VV., Psicobiettivo, 1997,
vol. 17, 2.
5 Cfr. Giuliani C., Il conflitto: ostacolo e opportunità lungo il percorso evolutivo della famiglia, in ID, Mediazione Sistemica, pag. 103.
111
Intrecciando questa scienza con la teoria dei sistemi si
ha che:
• fra gli elementi di un sistema c’è un continuo scambio di informazioni;
• un sistema tende a mantenersi in uno stato di equilibrio;
• mette in atto dei meccanismi per correggere la sua
azione;
• un sistema, per regolare gli stati di disordine, può
raggiungere un nuovo ordine modificando la sua
organizzazione.
Si può concludere dicendo che un sistema può essere
inteso come un tutto che funziona con caratteristiche
proprie in virtù dell’interdipendenza delle sue parti6.
Come è già emerso, uno degli elementi che caratterizza
questo “sistema” è la relazione. Ora, se pensiamo alla
relazione in senso lato ci rendiamo conto che essa trova
un suo contenitore significativo in un altro sistema: la
famiglia.
Secondo l’approccio sistemico-relazionale la famiglia è
un sistema, costituito da elementi, esseri umani, che
sono uniti fra loro dalle relazioni che costruiscono attraverso la comunicazione. Pertanto si può affermare che la
famiglia è un sistema, cioè un insieme di elementi (le
persone) che sono connessi fra loro. Tali elementi contribuiscono tutti insieme a dare forma al gruppo.
6
Ganda G., La famiglia nella società che cambia, Appunti non
pubblicati.
112
Per capire meglio questo altro assunto faccio riferimento ad Eugenia Scabini, la quale afferma che, la
famiglia può essere intesa come un’organizzazione
complessa di relazioni di parentela che ha una storia e
che crea storia. Essa è infatti scenario, lungo il proprio
ciclo vitale, di conflitti di varia natura che si snodano a
diversi livelli relazionali7. Tali conflitti possono riguardare i sottosistemi familiari come la coppia coniugale,
i figli, la relazione genitori-figli, i rapporti con le famiglie di origine e la famiglia estesa, all’interno quindi di
una cornice multigenerazionale e multietnica. Se teniamo conto di ciò risulta evidente che ogni gruppo familiare presenta una propria specificità nelle dinamiche
relazionali, così come nelle modalità interattive e nel
tipo di problemi che si troverà ad affrontare tanto al
suo interno quanto in relazione all’ambiente esterno8.
Desidero sottolineare che quando si parla di famiglia
non si può non tenere conto della molteplicità che tale
organizzazione ha assunto nella società odierna. Per
tanto è necessario tenere presente che oltre all’immagine consueta della famiglia nucleare composta dalla coppia coniugale e dai figli, esistono anche le cosiddette
famiglie alternative. Per esempio le famiglie plurinucleari o comunitarie o quelle con coppia omosessuale.
7 Scabini E., L’organizzazione famiglia tra crisi e sviluppo, Franco
Angeli, Milano, 1985.
8 Cfr., Giuliani C., Il conflitto: ostacolo e opportunità lungo il percorso evolutivo della famiglia, cit., pag. 105.
113
5.3
IL CICLO DI VITA FAMILIARE
Come ho già detto l’approccio sistemico-relazionale
considera la persona un sistema che ha un proprio ciclo
di vita. Tale ciclo, però, non può essere considerato
come qualcosa a se stante poiché è necessario tenere
presente che esso fa riferimento ad un contesto più
ampio e significativo all’interno del quale si colloca
ogni percorso di crescita individuale: la famiglia.
In merito a ciò ritengo importante sottolineare, insieme a Giuliani, come anche il sistema familiare incontra nel tempo mutamenti e trasformazioni talora lievi e
altre più profonde, tali da implicare una vera e propria
riorganizzazione della qualità oltre che delle strutture
relazionali.
L’autrice afferma che coerentemente al principio sistemico secondo cui il sistema è più della somma delle
parti, lo sviluppo delle famiglie non può essere ricondotto semplicemente al modo in cui i singoli cicli di
vita dei suoi membri si affiancano o accavallano. Il
ciclo di vita familiare si pone pertanto come un irriducibile intreccio dei percorsi di sviluppo individuali
ognuno dei quali a sua volta si contraddistingue per la
sua unicità9.
Il concetto di “ciclo di vita” è stato ampiamente utilizzato per descrivere l’evoluzione familiare.
9
Cfr., ivi, pag. 113.
114
Esso fa riferimento ai vari momenti che scandiscono la
vita della famiglia, dalla sua formazione alla sua dissoluzione. Il modello proposto per descrivere il ciclo di
vita della famiglia è ipotizzato come un percorso a
tappe (fasi) all’interno delle quali il sistema familiare è
chiamato ad affrontare compiti specifici (compiti evolutivi) il cui superamento permette l’avanzamento alla
tappa successiva (cfr. gli studi di F.Walsh)10.
In letteratura si possono ritrovare numerose e differenti
suddivisioni del ciclo di vita familiare, tutte strettamente influenzate dal contesto socio-culturale, politico, economico, religioso legato al momento storico in
cui si collocano. Tenendo conto di questi elementi ho
scelto di citare il ciclo di vita teorizzato dall’italiana
Scabini. Il suo modello di ciclo di vita prende in considerazione il contesto italiano caratterizzato da un
allungamento temporale del processo di autonomizzazione dei giovani e indica nella formazione della coppia la prima fase del ciclo di vita familiare. Ad essa
segue la famiglia con bambini, con adolescenti, la
famiglia “lunga” del giovane adulto e infine la famiglia con anziani11.
Secondo Giuliani i vari modelli teorici del ciclo di vita,
in quanto tali, presentano ognuno dei punti di forza e
10
Walsh F., (a cura di), Ciclo vitale e dinamiche familiari, Franco
Angeli Editore, Milano, 1993.
11
Scabini E., (a cura di), Psicologia Sociale della famiglia, Bollati
Boringheri, Torino, 1995.
115
dei punti di debolezza. A suo avviso quando si parla di
ciclo di vita è necessario tenere conto di altri aspetti,
quali per esempio: la pluralità e le stratificazioni dei
percorsi e dei processi evolutivi; vale a dire che si rende
necessario considerare anche il ruolo significativo dei
fattori contingenti e contestuali che giocano nello sviluppo. Per l’autrice questo comporta porre l’accento al
carattere d’interconnessione sistemica, cioè al modo in
cui le linee evolutive individuali, familiari e sociali si
intrecciano tra loro. Da ciò ne consegue che tanto l’individuo quanto le famiglie elaborano una costruzione
del proprio percorso di sviluppo, da cui risulta una
mappa mentale del ciclo di vita inteso come intreccio
di cronologie individuali, relazionali e sociali
(Fruggeri12; Boscolo e Bertrando13). Come mette in evidenza Giuliani a volte, però questo intreccio può risultare incrinato, rallentato o anche ingarbugliato.
L’autrice usa la metafora di una matassa in cui non è
sempre possibile districare i fili, i tempi e i ritmi evolutivi familiari in quanto questi non essendo più armonizzati tra di loro, possono portare ad una conseguente
asincronia e/o blocco del percorso di sviluppo dell’individuo e/o della famiglia14.
A mio avviso queste precisazioni e questa immagine
12
Fruggeri L., Famiglie, N.I.S., Roma, 1996.
AA.VV., I tempi del tempo, Bollati Beringheri, Torino, 1993.
14 Cfr., Giuliani C., Il conflitto: ostacolo e opportunità lungo il percorso evolutivo della famiglia, in ID, Mediazione Sistemica, pag. 117.
13
116
permettono di comprendere come in un’ottica sistemica complessa, ogni singolo processo di crescita ha inevitabilmente delle conseguenze che innescano nuovi
slanci evolutivi o involutivi a livelli differenti, in virtù
della inestricabile connessione tra i sistemi. Il principio di apertura sistemica prevede infatti che i sistemi ai
diversi livelli in cui si collocano siano tra loro interagenti, per cui lo sviluppo dell’uno non può prescindere
da quello degli altri15.
Giuliani rifacendosi ancora una volta ai modelli del
ciclo di vita familiare mette in evidenza anche un altro
aspetto molto importante. L’autrice precisa come per
lungo tempo molte teorie hanno fatto coincidere il
funzionamento familiare “normale” con un funzionamento ideale in cui ogni polo negativo veniva negato.
Da ciò l’idea di un’assenza di conflitto, di contraddizione, di disagio e di sofferenza quale principale criterio in base al quale discriminare le famiglie normali da
quelle patologiche. A suo avviso queste teorie avrebbero mostrato che una famiglia può essere considerata
“sana e normale” quando regna l’equilibrio e l’armonia, mentre i momenti di contrasto e di divergenza
vengono considerati come parentesi negative, non desiderabili, auspicabilmente poco frequenti e comunque
in grado di riassorbire rapidamente tali parentesi così
da ripristinare lo stato di armonia precedente. Ciò
15 Cfr., Giuliani C., Il conflitto: ostacolo e opportunità lungo il percorso evolutivo della famiglia, in ID, Mediazione Sistemica, pag. 117
117
rimanderebbe ad una teoria implicita del funzionamento normale, adeguato o ideale della famiglia, in
cui la normalità viene intesa come rovescio della medaglia rispetto alla patologia16.
Negli ultimi anni si sono avvicendate nuove teorie
nelle quali si sostiene, invece, che l’equilibrio di una
struttura sociale o di un sistema viene concepito in
senso dinamico, ovvero come transitorio di un processo
di cambiamento e di sviluppo che comprende necessariamente anche l’inevitabile emergere di divergenze e
opposizioni. Il conflitto cessa così di essere ritenuto
essenzialmente antifunzionale per essere considerato,
entro un certo grado, un elemento cruciale sia nella
formazione che nello sviluppo dei sistemi sociali. Da
ciò si può dedurre che la famiglia è tale sia nei
momenti di equilibrio e di armonia, sia nei tanti casi
in cui i membri che la compongono si ritrovino a
gestire discordanze e opposizioni generati da tensioni
interne o esterne al sistema.
5.4
IL CONFLITTO
SECONDO L’APPROCCIO SISTEMICO-RELAZIONALE
Proseguendo sul tema del conflitto Giuliani afferma
che esso affonda le proprie radici nella “differenza” e
dalla differenza è originato e sulle difficoltà di gestione
delle differenze si espande e si autoalimenta.
16
Cfr. ivi, pag.121 e segg.
118
Successivamente l’autrice prosegue sostenendo che
l’ineludibilità delle esperienze conflittuali lungo il
cammino che la famiglia compie nel tempo affonda le
radici nella differenza, o meglio nelle differenze che
caratterizzano il sistema familiare sino al momento
stesso della sua formazione. Per esempio nel sistema
familiare in formazione, con la nascita della coppia,
l’unità non si fonda tanto sulle similitudini quanto
sulle differenze, nelle associazioni dell’uno al diverso.
Le differenze, siano esse relative al genere, al ruolo o
al potere, racchiudono in sè una funzione generativa.
Giuliani afferma inoltre che quando l’entità delle differenze diviene troppo grande, tanto da non essere
più tollerata possono insorgere disarmonie, contrapposizioni e conflitti. Condivido il pensiero dell’autrice secondo la quale il conflitto per eccellenza nella
famiglia ruota attorno alla differenza tra separazione
ed unità, distacco e intimità17.
Per Giuliani ogni sistema familiare, in particolare
modo nei momenti cruciali della propria evoluzione,
è chiamato a conciliare forze di segno opposto, nel
tentativo di compiere sintesi complesse tra le spinte
individuali verso la differenziazione e le esigenze di
unità tese a mantenere l’identità del sistema nel
tempo da un lato, e tra le tendenze e il mantenimento
17
Cfr., Giuliani C., Il conflitto: ostacolo e opportunità lungo il percorso evolutivo della famiglia, in ID, Mediazione Sistemica, pagg. 125126-127.
119
dell’omeostasi e le tendenze verso il cambiamento dell’altro. La famiglia diviene così teatro di disarmonie e
contrasti che creano il giusto attrito perché il sistema
si trasformi nel tempo senza perdere però la propria
identità. Basti pensare ai difficili passaggi evolutivi
che impegnano la famiglia in occasione della costituzione di una nuova coppia, della nascita di un nuovo
membro, della adolescenza dei figli, senza trascurare le
esperienze di separazione fino alla perdita e alla morte.
Diversi altri autori che si rifanno all’approccio sistemico-relazionale hanno analizzato le dinamiche del conflitto. Tra questi anche Margherita Di Lorenzo e
Alessandro Nolè.
Essi sostengono che il conflitto è un evento naturale e
necessario, pertanto esso non è negativo, né positivo
ma esiste e come tale è un evento naturale nel senso
che è presente in ogni relazione nel suo divenire. Ciò
significa che il conflitto può essere considerato come
un atto necessario che prepara alla trasformazione e al
cambiamento18.
Gli autori affermano che, molte volte accade che il
conflitto può punteggiare la crescita di una famiglia
favorendo alcune dinamiche familiari cristallizzate e
diventa così uno stimolo utile alla mobilitazione effettiva del gruppo familiare.
18
Cfr., Di Lorenzo M., Nolè A., Il processo di mediazione familiare, Maieutica La sfida ecologica del conflitto, n. 9-10-11, ISCRA Modena – I.T.F.F. Firenze 1998-1999, cit. pag. 95 e segg.
120
Altre volte, invece, accade che, quando il conflitto si
radica e si stabilizza, può divenire un contenitore di
ansia, senza permettere, però, una apertura verso il
cambiamento. In questo caso, secondo gli autori, si
determina una situazione di equilibrio negativo nel
senso che si sviluppa un circuito interattivo all’interno
del quale il conflitto si autoalimenta e si proroga.
Questa distinzione mette in evidenza che esistono
diversi tipi di conflitto così come esistono diverse
risposte possibili ad esso.
Riprendendo uno schema suggerito da Cristopher W.
Moore i conflitti possono essere:
• Conflitti Relazionali: in questo caso possono essere presenti forti emozioni, quali per esempio la rabbia legata al passato e al presente e ad un’immagine
stereotipata e pregiudizievole dell’altro. La comunicazione è povera. I comportamenti sono ripetutamente negativi.
• Conflitti sui dati: questi sono causati dalla mancanza di informazioni, o da disinformazione; da
punti differenti di vista sulle cose rilevanti; differenti interpretazioni sui dati di differenti procedure
di valutazione.
• Conflitti d’interessi: questi possono essere determinati soprattutto dal conflitto psicologico relativo
alla propria autostima e autoimmagine e si sviluppano ogni volta che qualcuno contrasta o non accetta il
livello d’immagine del sé che sta dietro gli interessi
materiali o professionali o di posizione sociale.
121
• Conflitti di valore: questi riguardano i valori
morali, religiosi, culturali e le possibilità che possono essere condivisi o accettati o rispettati senza che
si determini uno sconfinamento in aree proprie
degli interessi.
Per quanto riguarda le possibili risposte al conflitto,
Di Lorenzo e Nolè ne indicano alcune:
1) risposte di evitamento: queste avvengono quando le
persone evitano, con il silenzio, con la rinuncia o
con lo spostamento, che il conflitto esploda;
2) risposte di antagonismo: queste si hanno quando le
parti entrano in competizione e determinano una
rigidità nelle posizioni iniziali;
3) soluzione del problema: ciò avviene quando le parti
si dispongono con un atteggiamento di ricerca della
soluzione del problema19.
In merito alle risposte di evitamento e alla soluzione
del problema un interessante contributo è stato proposto anche da Eugenia Scabini.
Per quanto riguarda l’evitamento Scabini afferma che
questa è una modalità di rapporto che tenta di eliminare l’ansia legata al confronto mediante alcune strategie.
Una di queste è per esempio la negazione del problema
tout-court. Tra le “tecniche” di esasperazione dell’evitamento, che si manifesta quando, nonostante i partners
19 Cfr., Di Lorenzo M. , Nolè A., Il processo di mediazione familiare,
Maieutica La sfida ecologica del conflitto, cit. pagg. 95-96.
122
rifiutino implicazioni personali, il conflitto cresce di
intensità e si evidenziano modelli ripetitivi di reazione,
troviamo:
l’esternalizzazione (ossia porre l’enfasi su problemi esterni alla relazione, sul lavoro, ecc); la qualificazione (con
pensieri del tipo: “non c’è nulla che mi disturbi”) e
infine il doppio legame che si riferisce a quel tipo di
comunicazione che consiste nella trasmissione simultanea di due messaggi che si escludono a vicenda nel
contesto di una relazione vitale20.
In merito invece alla soluzione del problema - processo che Scabini definisce “impegno” - l’autrice sostiene che l’impegno in un conflitto interpersonale può
permettere una soluzione costruttiva e mutuamente
arricchente. Esso si verifica quando le parti riescono a
mettere in atto una buona varietà di risposte in situazioni di conflitto (humor, spontaneità, ecc.) evitando
l’espandersi del conflitto al di là del problema che lo
ha innescato. Secondo la studiosa in questo caso si
capisce che ciò che conta veramente tra le parti non è
tanto la risoluzione, quanto il processo di interazione
tra di esse.
Scabini precisa, tuttavia, che una buona flessibilità,
una indagine accurata delle possibili soluzioni ed
un’ampia gamma di risposte non assicurano tranquillità, né pieno successo nei conflitti coniugali; esse for-
20 Cfr., Scabini E., L’organizzazione: tra crisi e sviluppo, Franco Angeli, Milano, 1987, pag. 43.
123
niscono, piuttosto, una possibilità di crescita e di sviluppo. Aggiunge anche che l’impegno potrebbe diventare una modalità rigida di relazione e questo avverrebbe
quando il conflitto tende ad assorbire l’intera prospettiva temporale del rapporto, allargandosi fino a provocare attacchi sull’identità personale e toccando aree
particolari di vulnerabilità, quali ad esempio le relazioni parentali, e quando vi è la tendenza ad accumulare
una grande quantità di problemi in modo da sopraffare
il partner. Infatti l’espansione del problema suggerisce
che è in gioco qualcosa di più del problema specifico:
il conflitto se non è arginato, può prendere un corso
distruttivo.
Il conflitto viene assimilato così ad uno schema di
interazione che solleva ansietà e provoca perciò chiusura, risposte stereotipate e impermeabilità degli
schemi21.
5.5
IL CONFLITTO COME VINCOLO E RISORSA
Più sopra abbiamo visto che per Scabini la famiglia è
un sistema in costante trasformazione e che è in
grado di adattarsi alle diverse esigenze che via via
incontra, esigenze che mutano nel corso del tempo e
per il variare delle richieste sociali, allo scopo di assicurare continuità e crescita psico-sociale ai membri
che la compongono. La riuscita o meno del suo svi-
21
Cfr., ivi, cit. pag. 44.
124
luppo dipende dalla sua capacità di ben utilizzare gli
aspetti conflittuali, in una parola dalla capacità di
rendere costruttivo il conflitto.
Constatata l’inevitabilità e l’importanza del conflitto
entro le relazioni sociali, gli studi si sono diretti verso
l’analisi della dinamica della sua risoluzione perché
ad essa in ultima istanza è affidata la sua sorte, quella
cioè di divenire fonte di crescita o al contrario di
disgregazione.
Per Scabini si possono rilevare numerose funzioni
positive del conflitto: previene la stagnazione, stimola interesse e curiosità, è un mezzo per affrontare i
problemi e per giungere a soluzioni e può rappresentare una esperienza significativa del pieno uso delle
proprie capacità; nel contempo differenzia i gruppi
tra loro e contribuisce allo stabilizzarsi dell’identità
personale e di gruppo.
Scabini precisa, però, che spesso il termine conflitto è
usato come sinonimo di competizione, tuttavia, mentre la competizione produce conflitto, non tutti i casi
di conflitto producono competizione.
La competizione implica una opposizione tra le parti
tale che la probabilità di vincita dell’una sia inversamente proporzionale alla probabilità che l’altro raggiunga lo scopo.
Il conflitto emerge invece anche in assenza di questa
assoluta incompatibilità di scopi: può avvenire sia in
un contesto “competitivo” sia in un contesto “cooperativo”. La competizione o la cooperazione sono due
125
modalità fondamentali di condizione del conflitto,
rilevanti non solo in relazione all’esito di questo
(accordo o perdita o vincita) ma anche in relazione al
processo22.
Scabini sostiene, inoltre, che uno dei problemi fondamentali nell’analisi del conflitto consiste nell’individuare le caratteristiche, i meccanismi e i processi che
rendono il conflitto positivo o negativo, nel comprendere ai fini del funzionamento del gruppo quali
modalità consentono una “gestione produttiva delle
divergenze” e se sia possibile facilitare tale problema.
L’importanza di questo obiettivo consiste nel fatto
che quanto più riusciamo ad individuare le strategie
che favoriscono il superamento degli ostacoli e liberano le risorse bloccate nel mantenimento di essi, tanto
più possiamo operare in vista della crescita individuale e di gruppo e trasformare le forze distruttive presenti in ogni uomo, in ogni donna e in ogni raggruppamento umano in potenziale sviluppo.
Ma quando possiamo ritenere che il conflitto possa
essere distruttivo? In merito a ciò Scabini afferma che
il conflitto è tanto più distruttivo quanto più è
“onnipervasivo”, quanto più cioè tende ad eccedere il
problema in questione per mettere in discussione
aspetti vitali quali il vissuto di “autostima” o di potere nella relazione.
Per esempio alcune coppie disaccordi su questioni
22
Cfr., ivi, cit. pag. 39.
126
anche futili innescano sentimenti e percezioni di
sospetto e di attacco interpersonale ai quali si reagisce per lo più con tattiche sottili di coercizione o
ricatto.
All’opposto per alcune coppie i conflitti sulle modalità di relazione vengono scaricati rapidamente in
conflitti su un problema o addirittura negati, non
presi in considerazione. Questa difficoltà sembra essere più nel creare il legame che nello stabilire una
distanza da esso.
Non è facile nella famiglia pervenire ad una adeguata
soluzione del conflitto per eccellenza, quello tra separazione e unità, o distacco e intimità.
La riuscita di questo obiettivo è collegato alla struttura del gruppo, alla capacità o meno di flessibilità,
in particolare della diade coniugale, alla sua capacità
di tollerare la difficoltà, prestazione o contraddizione,
di metacomunicare su di esse, restituendo loro un
senso e una direzione23.
Nel corso della vita di una famiglia si stabiliscono in
genere una serie di accordi condivisi, per lo più indiscussi. Si elaborano una serie di regole sui vari settori
della vita in comune, e si stabilisce in genere anche, e
del tutto istintivamente, la strategia da seguire in
caso di disaccordo. Il conflitto nasce dal disaccordo
sui tipi di regole o, più sottilmente, dal tentativo di
instaurare regole incompatibili tra loro.
23
Cfr., ivi, cit. pag. 41.
127
5.6
IL CONFLITTO IN ADOLESCENZA
Quello che ho presentato fin ora è una breve e generale illustrazione di come il conflitto sia stato analizzato e rivalutato in questi ultimi vent’anni da diversi
studiosi.
Nella prima parte di questo scritto ho già anticipato,
citando Eugenia Scabini, come i conflitti possano
riguardare i sottosistemi familiare: la coppia coniugale,
la relazione genitori-figli, i rapporti con la famiglia di
origine, la famiglia estesa, ecc.
A conclusione di questo lavoro desidero soffermarmi in
modo più specifico su un conflitto che riguarda un sottosistema familiare: la relazione genitori-figli adolescenti.
La scelta di prendere in considerazione in modo più
approfondito questo tipo di conflitto riguarda la mia
esperienza di lavoro. Nel mio lavoro di psicopedagogista, ma anche di educatrice, mi sono ritrovata spesso ad
affrontare situazioni di conflitto. Come ho scritto
sopra, la maggior parte di questi concerne la relazione
genitori–figli. Ho potuto constatare che tali conflitti
sono più numerosi quando i figli stanno attraversando
la fase della pre-adolescenza o dell’adolescenza. Nella
letteratura ma anche dall’esperienza si è visto che uno
dei momenti in cui si verifica maggiormente questa
conflittualità è quando i/le ragazzi/e per concedersi dei
movimenti di autonomia e di trasgressione sentono il
bisogno di attaccare il ruolo del genitore.
128
Questi movimenti di autonomia e di trasgressione si
possono ricondurre ai cambiamenti piuttosto repentini
che attraversano in questa fase i ragazzi e le ragazze.
Tali cambiamenti significativi riguardano non solo l’aspetto fisico, ma anche e soprattutto il piano psichico e
comportamentale. Essi appartengono al normale sviluppo di crescita di tutti gli esseri umani ma a causa
del loro manifestarsi in modo discontinuo e spesso
“tumultuoso” non sono facili da affrontare. Queste trasformazioni non riguardano, però, solo i preadolescenti
o gli adolescenti ma anche i genitori. I genitori cambiano a causa dei cambiamenti dei propri figli nello
stesso tempo avvengono dei cambiamenti nei genitori
e nei ragazzi. Questi cambiamenti nei genitori avvengono in modo meno evidente, ma essi sono altrettanto
significativi in quanto a loro volta influiscono sui cambiamenti dei propri figli.
Grazie ai contributi di Giuliani, Scabini, Di Lorenzo e
Nolè, e altri autori abbiamo potuto constatare come il
conflitto appartiene alla dimensione umana e in quanto tale è un evento naturale. È necessario precisare che
tale affermazione, però, non è condivisa da tutti: con la
parola “tutti” mi riferisco soprattutto a coloro che non
si occupano professionalmente di tali questioni. In
modo più specifico mi riferisco a tutte e a tutti quelle
mamme e quei papà o quei figli o quelle figlie che
intendono e vivono invece la dimensione del conflitto
tendenzialmente in senso negativo.
Nel mio lavoro di consulenza o di formazione con i
129
genitori spesso mi è capitato di spiegare loro che il
conflitto anche se molte volte porta con sé contrasti,
opposizioni, sofferenza, ecc. non è da considerarsi sempre in senso negativo, così come non è giusto evitarlo o
addirittura negarlo. Al contrario esso potrebbe rappresentare una risorsa, un momento di evoluzione.
Ritengo che il conflitto possa essere colto come un
altro modo di/per comunicare, per dialogare ed inoltre
esso può essere utile in quanto può fornire delle “informazioni” sul vissuto dei propri figli.
Rispetto quanto appena detto la domanda successiva
che spesso i genitori pongono è: come riuscire a comprendere quando il conflitto è un limite o quando
invece può rivelarsi una risorsa?
Per questo interrogativo desidero citare un altro
importante studioso Camillo Loriedo che si è occupato
proprio di questo tema: adolescenti e conflitto.
Egli sostiene che malgrado all’adolescenza venga riconosciuta la dignità di una fase di sviluppo, essa non
viene invece considerata una tappa del ciclo vitale
della famiglia. L’adolescenza viene semplicemente
considerata un’epoca di transizione tra una fase e l’altra, che corrisponde al periodo che precede lo svincolo dalla famiglia24.
24 Camillo Loriedo è psichiatra e Socio Fondatore S.I.P.P.R., Direttore del Centro Studi e Ricerche per la Pscicoterapia della Coppia e la Famiglia di Roma. Cfr. Loriedo C., Adolescenza, Conflitto, Salute Mentale
contenuto in AA.VV., L’adolescente e i suoi sistemi, ED. KAPPA, cit.
pag. 55 e segg.
130
Secondo Loriedo nel corso dell’adolescenza vengono
costruite infatti una serie di relazioni tendenti allo
svincolo. Cambiamenti che hanno luogo nell’adolescenza e che la caratterizzano con la loro stessa presenza sono spesso cambiamenti critici a causa della
mancanza di stabilità e di maturità che accompagna
il/la giovane nell’epoca dello sviluppo in cui si verificano ma anche per le incertezze e le difficoltà che
l’adolescenza impone ai genitori.
Questi tipi di cambiamenti facilitano lo sviluppo di
relazioni conflittuali all’esterno e soprattutto all’interno della famiglia.
Per Loriedo la conflittualità che insorge nel corso
dell’adolescenza ha il valore di formare il giovane ad
affrontare situazioni di contrasto che si troveranno a
far parte della vita quotidiana di adulto. Più sopra
ho già messo in evidenza come il conflitto può essere
fonte di sofferenza ma anche di opportunità di conoscenza e di apprendimento per l’individuo e per la
famiglia.
L’autore aggiunge che è importante tenere in considerazione un altro aspetto è cioè che se è vero che i conflitti sono generati dai critici cambiamenti che accompagnano l’intero periodo dell’adolescenza, è anche
vero che i conflitti sono a loro volta generatori di cambiamenti. Se nell’adolescenza si attiva una condizione
di conflittualità che coinvolge l’intera famiglia, questa
conflittualità svolge una funzione determinante nell’ambito della evoluzione del sistema familiare.
131
Come possiamo notare anche per Loriedo come per
gli altri autori citati il conflitto è evento naturale;
esso è rilevante per lo sviluppo sia individuale sia
familiare. Egli sottolinea, inoltre, come questo
debba essere considerato parte integrante della
nostra vita intrapsichica e di relazione, e pertanto
non può essere escluso dall’esistenza degli esseri
umani.
A questo punto l’interesse dell’autore si concentra su
quelli che possono chiamarsi i limiti o le risorse di
un conflitto. In modo più specifico Loriedo parla di
conflitti costruttivi e di conflitti ostruttivi25.
Quali sono le caratteristiche che differenziano un
conflitto costruttivo da uno ostruttivo? Per l’autore i
conflitti costruttivi sono quelli che agevolano l’evoluzione verso fasi successive del ciclo di vitale e non
danneggiano né la relazione, né i suoi componenti.
Inoltre per Loriedo il tipico conflitto costruttivo
contiene i presupposti per una evoluzione verso uno
stadio di sviluppo successivo. All’interno del conflitto devono pertanto aver luogo nuove acquisizioni e
deve essere trasmessa informazione (nel senso letterale del termine: conoscenza che produce cambiamento). Il conflitto costruttivo è quindi un conflitto che
produce informazioni, che cambia. Cambia gli individui e le loro relazioni.
25
Cfr. Loriedo C., Adolescenza, Conflitto, Salute mentale, in ID,
AA.VV., L’adolescente e i suoi sistemi, cit., pag. 61.
132
Al contrario i conflitti ostruttivi ritardano o impediscono il passaggio alle fasi successive del ciclo vitale
e determinano limitazioni più o meno evidenti delle
potenzialità della relazione e degli individui che ne
fanno parte.
Loriedo osserva quanto sia importante, soprattutto
nel campo terapeutico, avere la capacità di riconoscere non soltanto i conflitti ostruttivi, ma anche la presenza di conflitti costruttivi che nella terapia o nella
consulenza devono essere sufficientemente apprezzati
e sostenuti.
Ritornando all’ambito più specifico dell’adolescenza
l’autore sostiene che è durante il corso dell’adolescenza che si acquisisce la competenza a sviluppare e
condurre conflitti costruttivi. Precisa, però, che questo processo tende a verificarsi e si realizza quando si
verificano delle condizioni favorevoli. Egli rileva
come sia importante il ruolo svolto dagli adulti che
consentono all’adolescente di addestrarsi al conflitto
fino ad acquistarne autonoma capacità.
Per l’autore, genitori o insegnanti che non sono in
grado di gestire il conflitto, o che ne sono spaventati, non riescono ad essere partner adeguati per l’addestramento al conflitto; in mancanza di questo
“allenamento” il/la giovane può risentire di inadeguatezze più o meno gravi nella gestione del conflitto26.
26
Cfr., ivi, cit. pag. 65.
133
Caratteristiche del conflitto costruttivo
e caratteristiche del conflitto ostruttivo
CONFLITTO COSTRUTTIVO
CONFLITTO OSTRUTTIVO
Agevola l’evoluzione verso fasi
successive del ciclo vitale
Ostacola l’evoluzione verso
fasi successivedel ciclo vitale
Aperto
Coperto
Riconosciuto
Negato
Flessibile
Rigido
Verte su un contenuto
Verte su aspetti di relazione
Con simmetria, senza escalation
Con escalation
Senza intromissione
di terzi
Con stabile partecipazione
di terzi
Portato a termine
Interrotto
Viene risolto
Cronico
Finalizzato a uno scopo
condiviso
Senza scopo
o con scopi divergenti
È’ possibile discuterne
(metacomunicazione)27
Non è possibile discutere
del conflitto
27
Cfr., Loriedo C., Adolescenza, Conflitto, Salute mentale, in ID,
AA.VV., L’adolescente e i suoi sistemi, in ID., cit. pag. 62.
134
Come possiamo osservare questa distinzione permette
di comprendere meglio quando possiamo ritenere un
conflitto che pone dei limiti da un conflitto che invece
permette un passaggio ad una fase successiva e anche
ad un cambiamento.
Per concludere si può dire che cambiamenti e conflitti
hanno in sé delle enormi potenzialità evolutive, nello
stesso tempo hanno in sé anche molti rischi che in
un’epoca della vita come quella della pre-adolescenza o
dell’adolescenza possono esercitare i loro effetti sullo
sviluppo successivo dell’adulto. Concordo con Loriedo
quando afferma che come avviene per le altre epoche
della vita superare l’adolescenza non significa dover
anche perderla. Perdere l’adolescenza, per Loriedo, vorrebbe dire perdere i rischi ma significherebbe perdere
anche delle opportunità28.
28
Cfr., ivi, cit. pag. 76.
135
Capitolo 6
LA FORMAZIONE
Loredana Gioia
6.1
L’AMBITO DELLA MEDIAZIONE FAMILIARE
La formazione in Italia avviene, nelle migliori scuole,
attraverso un corso che si articola in due fasi: il corso
teorico-pratico e la supervisione dei casi di mediazione.
FORMAZIONE TEORICO-PRATICA
OBIETTIVI: promuovere, sviluppare conoscenze/abilità/atteggiamenti finalizzati alla pratica della mediazione familiare.
CONTENUTI:
1.
2.
3.
4.
5.
primi contatti
primi colloqui
lavoro di mediazione familiare
la conclusione della mediazione familiare
la mediazione familiare come strumento conoscitivo ed operativo
6. esercitazioni
SUPERVISIONI E ANALISI DELLA PRATICA
verifica della pratica di mediazione familiare, avvio di servizi guidati di mediazione familiare.
OBIETTIVI:
137
Riteniamo doveroso riportare qui sotto il codice
deontologico a cui tutti i mediatori familiari dovrebbero attenersi:
CODICE DEONTOLOGICO
DEL MEDIATORE FAMILIARE
IN MATERIA DI SEPARAZIONE E DIVORZIO
APPLICAZIONE
Tutti gli aderenti alla S.I.Me.F. sono tenuti a sottoscrivere il presente codice di deontologia.
DEFINIZIONE E OBIETTIVI
La Mediazione Familiare (MF) è un percorso per la
riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o in
seguito alla separazione o al divorzio: in un contesto
strutturato, un terzo neutrale e con formazione specifica (il mediatore familiare), sollecitato dalle parti, nella
garanzia del segreto professionale e in autonomia dall’ambito giudiziario, si adopera affinché i genitori elaborino in prima persona un programma di separazione
soddisfacente per sé e per i figli, in cui possano esercitare la comune responsabilità genitoriale.
COMPETENZE DEL MEDIATORE FAMILIARE
Può esercitare la MF solo chi abbia acquisito:
- sia una competenza precedente in materia di relazioni
familiari
- sia una formazione specifica alla MF coerente con i criteri enunciati dal “DOCUMENTO DI FONDAZIONE DELLA
S.I.Me.F.”
Essere membri della S.I.Me.F. o di associazioni che si
138
occupano di mediazione familiare non implica automaticamente la qualifica di mediatore familiare.
ETICA DEL MEDIATORE FAMILIARE
L’esercizio della MF implica da parte del mediatore familiare l’imparzialità e la neutralità nei confronti degli
utenti.
Il mediatore familiare non può e non deve:
intervenire in mediazioni che coinvolgono persone con
cui vi sia un precedente legame personale (familiari,
amici, colleghi,...);
erogare servizi che esulino dallo specifico della MF. Il
mediatore ha l’obbligo di informare le parti che richieste di intervento o supporto d’ordine legale e psicoterapeutico devono essere indirizzate a specialisti dei rispettivi campi;
fare pressioni sulle parti affinché aderiscano a un intesa
che non sia frutto di libero consenso.
RISERVATEZZA
Fatta eccezione per i casi previsti dal codice di procedura penale in materia di segreto professionale, il mediatore familiare deve attenersi al più assoluto segreto
quanto allo svolgimento e al contenuto dei colloqui di
MF e agli accordi eventualmente conseguiti. La sospensione del segreto professionale può avvenire solo
con l’assenso di tutte le parti.
DIRITTI DEGLI UTENTI
Fin dal primo colloquio il mediatore familiare deve
informare gli utenti sugli obiettivi e sulle modalità del
139
processo di MF. Deve precisare loro la specificità del suo
intervento in rapporto a quello di altri operatori (avvocati, consulenti familiari, psicoterapeuti,...).
Il mediatore familiare riceve l’incarico esclusivamente
dalle parti. L’accesso alla MF non può in alcun caso essere di tipo coattivo. L’invio da parte di magistrati è subordinato al consenso delle parti e non può essere oggetto di provvedimenti o decreti a carattere obbligatorio. In nessun caso la MF deve configurarsi come ambito penale. I risultati della MF possono essere comunicati al magistrato solo dagli utenti stessi.
Il mediatore deve informare i clienti del costo eventuale dei colloqui e delle modalità di pagamento. Il costo
dei colloqui non può essere subordinato ai risultati ottenuti.
L’intesa finale tra le parti può dar luogo a un accordo
scritto o verbale che ha valore solo tra le parti medesime.
L’eventuale formalizzazione degli accordi, se richiesta
dalle parti, è demandata a un legale scelto dalle parti
stesse.
INTERRUZIONE DELLA MEDIAZIONE FAMILIARE
Il processo di MF può essere interrotto:
da una delle parti o da entrambe;
dal mediatore familiare se valuta che le regole della MF
non sono state rispettate o se non è in grado di garantire la necessaria imparzialità e neutralità.
ESTERNAZIONI PUBBLICHE
Tutte le esternazioni pubbliche degli aderenti al codice
deontologico devono essere coerenti con i suoi contenuti.
140
6.2
L’AMBITO DELLA MEDIAZIONE SCOLASTICA:
PEER MEDIATORS
Alcuni programmi prevedono che tutti gli studenti
della scuola apprendano le tecniche della mediazione e
della gestione dei conflitti. In altri casi saranno solo gli
studenti che diventeranno mediatori a usufruire di
questa formazione.
L’approccio più efficace risulta quello che si articola
nelle seguenti fasi:
• fase preliminare di sensibilizzazione alla mediazione
rivolta a tutti gli studenti e a tutti i componenti
della scuola;
• fase di reclutamento dei potenziali mediatori: l’elemento distintivo sarà la forte motivazione;
• fase di selezione dei futuri mediatori (circa 20): i
soggetti si possono proporre spontaneamente o su
proposta di insegnanti o degli altri compagni. Solitamente si tratta di studenti degli anni intermedi
che già conoscono la scuola e che sono conosciuti
dai compagni. Si richiede che tali soggetti abbiano
alcune delle seguenti caratteristiche: capacità di
ascolto, buona autostima, capacità di parlare di
fronte ad un gruppo, studenti con potenziale leadership positiva. Possono essere inclusi anche soggetti cosiddetti a “rischio” per dar loro la possibilità
di acquisire competenze utili per se stessi. E’ importante includere anche studenti appartenenti a
culture e a culture differenti. In tutti i casi deve esserci un bilanciamento tra maschi e femmine.
• Fase di formazione vera e propria: realizzata da or141
ganizzazioni specializzate esterne o dagli stessi
coordinatori precedentemente formati.
• Il corso ha una durata variabile: dalle 8 alle 20 ore
sia all’interno sia all’esterno dell’orario scolastico.
• Contenuti della fase di formazione vera e propria:
- Discussione sul conflitto: definizione, tipologie e
modalità costruttive di gestione del conflitto.
- Stili di comunicazione.
- Competenze per un ascolto attivo, utilizzo di un
linguaggio neutro.
- Mediazione e i suoi principi: fasi della mediazione, riservatezza e confidenza, regole.
- Formazione per la gestione dei casi.
• Fase di debriefing e screening: alla fine del corso i mediatori individuano l’idoneità dei ragazzi che hanno
preso parte al corso.
• Fase di monitoraggio e supervisione permanente
delle attività di mediazione scolastica (da parte del
coordinatore).
La peer mediation si articola nelle seguenti tappe:
1) Presa in carico.
2) Incontro congiunto.
3) Fase di apertura.
4) Identificazione del problema.
5) Condivisione dei propri stati d’animo.
6) Individuazione di possibili soluzioni.
7) Formalizzazione dell’accordo.
8) Follow-up.
142
6.3
L’AMBITO DELLA MEDIAZIONE PENALE
Più complesso è il discorso sulla formazione dei mediatori che si occupano dell’area penale, dal momento che non esistono ancora dei corsi istituzionalizzati
né delle linee guida specifiche per il percorso formativo.
Per tal motivo ci limiteremo a fornire alcuni spunti
operativi tratti dall’esperienza dell’Ufficio per la Mediazione che dal 1998 è operativo a Milano (su tale
modello si basa anche il Gruppo dei Mediatori di
Verona), su mandato dell’Autorità Giudiziaria Minorile.
I mediatori sono fin dall’origine 14, eterogenei per
sesso, età e competenze scientifiche e/o professionali
(educatori, assistenti sociali, giuristi, criminologi,
pedagogisti, sociologi e teologi).
L’intero gruppo ha svolto, prima dell’apertura del
Servizio, un lungo, serio ed unitario periodo di formazione secondo un modello umanistico, non negoziale di mediazione.1
Il modello umanistico:
Esistono vari modelli e diverse tecniche di mediazione che fanno emergere l’aspetto negoziale oppure
quello del riconoscimento e dell’incontro tra le persone coinvolte nel conflitto.
Si passa così da un’algida e formale “tecnologia” di
1 La formazione è stata condotta da Jacqueline Morineau fondatrice
del Centre de Mediation et de Formation à la Médiation di Parigi.
143
risoluzione del conflitto che applica certe regole che
dovrebbero condurre ad un compromesso (problem
solving), incentrato sulla soddisfazione materiale degli interessi delle parti, alla mediazione quale procedimento che può portare alla reale trasformazione
del conflitto attraverso l’incontro con l’altro, tenendo conto delle dimensioni e delle potenzialità relazionali, emotive e umane.
Il modello umanistico si inserisce all’interno di quest’ultima cornice teorica. Essendo particolarmente
attento alle implicazioni emotive ed esistenziali del
conflitto, risulta efficace in ambito penale, dove più
che raggiungere un accordo è indispensabile lavorare
sugli effetti del reato per dischiudere una reciproca
possibilità di riconoscimento fra le parti.2
L’incontro di mediazione, infatti, diventa lo spaziotempo in cui i sentimenti ed i valori universali sono
richiamati e si im-pongono allo sguardo delle parti
spingendole verso una convergenza ed un mutuo riconoscimento.
Il percorso formativo:
La formazione è avvenuta presso la Scuola di Formazione del Ministero di Grazia e Giustizia di Castiglione delle Stiviere o presso l’Ufficio Servizio Sociale per i Minorenni di Milano, per un totale di oltre
200 ore, nell’arco di 2 anni circa.
2 Mazzuccato C., L’esperienza dell’Ufficio per la Mediazione di Milano, in Ufficio Centrale Giustizia Minorile (a cura di), La mediazione
penale in ambito minorile: applicazioni e prospettive.
144
Formazione teorica:
• Teoria della mediazione
Formazione pratica:
• Attività di role playing;
• Sviluppo delle tecniche di ascolto;
• Sviluppo delle tecniche di intervento nella relazione
fra persone in conflitto a seguito di un fatto-reato;
• Sviluppo delle tecniche di comunicazione;
• Sviluppo delle tecniche di facilitazione del dialogo.
Formazione in itinere:
• Attività di supervisione dei casi;
• Stages condotti da formatori esterni;
• Periodici incontri tra i mediatori.
145
Alcuni appunti conclusivi per non addetti ai lavori
Alessandro Padovani
ACCOGLIERE UNA SFIDA
Se esiste una sfida, importante e tremendamente
seria, all’interno dell’interesse per le questioni del
conflitto e delle possibili vie per affrontarlo, questa
risiede nella voglia di recuperare la passione (o forse il
desiderio) per quelle competenze “sociali” essenziali
al dialogo, alla comunicazione, allo scambio con l’altro portatore di disagi, differenze, dolore, ferite.
La passione per la parola pensata e che pensa il dolore
e la rabbia, la parola che sale e sovrasta gli effetti dei
comportamenti, sia per chi li ha attuati e sia per chi
li ha ricevuti, spesso subiti con invasività e violenza.
LE PASSIONI
La passione per imparare a “usare” le parole che non
pretendono di curare quel qualcosa che comunque
rimane nelle possibilità delle libertà umane, perché
provocare e vivere il torto, lo spregio, la mortificazione sono comunque versanti ed espressioni di relazioni
ancorate al possibile di ogni incontro umano.
La passione per un lavoro ed un impegno orientato ad
alimentare un sogno, un progetto: le persone possono
147
ancora essere capaci di com-prendere ciò che succede,
che è successo, e di trovare personalmente gli elementi di una riparazione e gli accordi che permettano di
convivere ancora con quelle esperienze ricordate come
tradimenti, disillusioni, sconfitte, paure.
La passione per proporre nei diversi luoghi (le famiglie, la scuola, i tribunali, le città) e alle professioni
specifiche alle quali spesso lasciamo l’incarico di
“gestire” i diversi conflitti, l’esigenza di riflettere
sulla necessità di richiamare e rimettere in quota,
oltre alle funzioni di cura e del prendersi cura, anche
il valore della riparazione.
I DESIDERI
Il desiderio di non lasciare al bisogno di sicurezza,
oggi imperante, la strada aperta della politica, della
politica sociale, della vita nei quartieri delle città,
nelle scuole, nelle case: se è così, se diventa primario
questo bisogno resta solo da decidere come rinforzare
la sfera del controllo e da alimentare gli strumenti e
gli operatori che lo eseguono. Resta da decidere quale
modalità riesce a garantire meglio la certezza dei
comportamenti degli altri, lontani e vicini, in modo
da togliere ogni forma di imprevisto nei tragitti e nei
percorsi dei rapporti di convivenza. Rimane ancora,
comunque, da decidere quale cura è più efficace per
sanare le insicurezze interne ai nostri comportamenti.
Il desiderio di non lasciare solo alle scienze il compito
di insegnare le pratiche di soluzione dei conflitti (la
mediazione è una di queste), ma rimettere anche le
coscienze nella prospettiva di pensare alle possibilità
148
di dare futuro e spazio alle storie, alle vicende, ai sentimenti impregnati di sofferenza. Il riconoscimento
può nutrirsi attraverso gli sguardi e le parole.
Il desiderio di accompagnare le persone ad attraversare un po’ quello che di solito è facile “mettere sotto
una pietra” quando sei vittima di continui soprusi a
scuola, di gesti violenti che hai denunciato, di silenzi
e liti con la persona che ti accorgi di non amare più.
Il desiderio di sviluppare l’idea che l’antidoto all’insicurezza, alla paura, al sentirsi vittime non risiede nei
luoghi del controllo e della certezza della punizione e
della pena, ma nella dimensione del riconoscimento e
della responsabilità.
UN ULTIMO DESIDERIO
Contribuire a diffondere alcune parole e lasciare alcuni
pensieri che aiutino a “stare nel mezzo” dei conflitti e
della libertà umana di riconoscerli e di accoglierli.
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Il Conflitto e la Mediazione. Teorie, metodologie operative, campi
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Questo volume
è stato stampato nel mese di aprile dell’anno 2004
presso la Tipografia Commerciale Cooperativa
in Mantova
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