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Notiziario 2010 - Settore Tecnico

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Notiziario 2010 - Settore Tecnico
Foto: ASphoto
Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB ROMA
N° 1/2010
PANCHINE D’ORO E D’ARGENTO
2008/2009
SOMMARIO
EDITORIALE
di Azeglio Vicini
4
a cura della Redazione
5
ALLENATORI ALLO
MASSIMILIANO ALLEGRI:
SPECCHIO, L’INTERVISTA LE MIE REGOLE? SERENITÀ E RISPETTO
di Isabella Croce
7
ALLENATORI ALLO
PIERPAOLO BISOLI:
SPECCHIO, L’INTERVISTA PRIMA L’UOMO, POI IL CALCIATORE
di Isabella Croce
11
SCUOLA ALLENATORI COME VALUTARE UNA PARTITA DI CALCIO
di Maurizio Viscidi
15
PANCHINE D’ORO
E D’ARGENTO
PREMIATI ALLEGRI, CONTE, BISOLI E SEMPLICI
SITO INTERNET
NUOVI AVVISI PER I NAVIGANTI
di Felice Accame
18
MENTAL TRAINING
L’ASPETTO MENTALE NEL CALCIO
PER UNA PERFETTA FORMA PSICO-EMOTIVA
di Francesco Severino
20
LABORATORIO DI
LA MATCH ANALYSIS
METODOLOGIA
DELL’ALLENAMENTO
di F. Marcello Iaia, Elena Castellini 24
Matteo Levi Micheli, Mario Marella
CENTRO STUDI
E RICERCHE
ERBA NATURALE, ERBA ARTIFICIALE
di Mauro Testa, Antonio Armeni
29
CALCIO
INTERNAZIONALE
ALLENATORI DI CLUB E DI NAZIONALE:
7 BIG SI RACCONTANO
di Marco Viani
39
CALCIO IN USA
PROFESSIONAL SOCCER
di Pietro Gianfrancesco
49
Direttore
Azeglio Vicini
Direttore Responsabile
Franco Morabito
Tutto il materiale inviato non
verrà restituito. La riproduzione
di articoli o di immagini è
autorizzata a condizione che ne
venga citata la fonte.
Hanno collaborato a questo numero
Felice Accame, Antonio Armeni, Elena Castellini, Isabella Croce,
Pietro Gianfrancesco, Roberto Guidotti, F. Marcello Iaia,
Gianfranco Laperuta, Mario Marella, Matteo Levi Micheli, Paolo Piani,
Carlo Salvadori, Vanni Sartini, Francesco Severino, Mauro Testa,
Vittorio Tubi, Marco Viani, Maurizio Viscidi
Impaginazione,
disegni e stampa
Tipografia Facciotti S.r.l.
Vicolo Pian Due Torri, 74
00146 Roma
Fotografie
Archivio Settore Tecnico FIGC
AS foto
Foto SABE
GMT
Maurizio Pittiglio
Sabattini
Ufficio Stampa FIGC
Poste Italiane s.p.a.
Sped. in abb. Post. D.L. 353/2003
(conv. in L. 27/02/2004 n. 46)
art. 1, comma 2, DCB ROMA
Registrazione del Tribunale di Firenze
del 20 maggio 1968 n. 1911
Il n. 1/2010 del Notiziario è stato chiuso
in tipografia il giorno 20 aprile 2010
3
EDITORIALE
di Azeglio Vicini*
L’
editoriale di questo primo numero del Notiziario 2010 inizia con
una novità che vuole essere un esperimento per accertare la fattibilità, l’utilità e il gradimento di un progetto. Nella rivista desidero
mettere in atto l’uso della lingua inglese, già introdotta fra le materie
di insegnamento nei Corsi centrali per professionisti; iniziativa, questa, volta a raggiungere i tecnici e gli appassionati di tante Federazioni che non parlano l’italiano. Da più parti ci è stato chiesto, infatti,
di poter seguire con più facilità, cioè in lingua inglese, anche le esercitazioni e gli argomenti più squisitamente tecnici del giornale. Si
tratta di un impegno importante che spero possa essere presto realizzabile anche perché ciò accrescerebbe il prestigio della Scuola in
un momento di grande espansione del nostro calcio, dovuta anche
al numero sempre crescente di tecnici italiani che guidano le più
grandi squadre europee. Lo stesso Adriano Galliani, vicepresidente
vicario ed amministratore delegato del Milan, parlando di questo, ha
riconosciuto il lavoro dei docenti della Scuola di Coverciano elogiandone capacità e competenza.
Altro c’è da fare in tutte le direzioni. In queste ultime settimane ci
siamo più volte incontrati con Massimo Giacomini, presidente del
Settore giovanile e scolastico, ed il suo gruppo di lavoro programmando la ripresa, secondo le normative Uefa, dei corsi per giovani e
giovanissimi dai 6 ai 16 anni; corsi che prevedono il rilascio del Diploma Uefa C. Fra qualche settimana saremo in grado di presentare
le caratteristiche del corso che completa così la scala dei corsi previsti
dall’Uefa. Inoltre dall’8 al 13 marzo si è svolto a Coverciano il primo
corso di specializzazione per allenatori dei portieri riservato a tecnici
abilitati. Il numero delle domande di partecipazione è stato elevato,
a testimonianza delle grandi attese per questa iniziativa. A questo
primo corso sono stati ammessi 40 tecnici; a tempi brevi se ne svolgeranno altri per dare spazio a quanti lo desiderino, di acquisire la
specializzazione. Ricordo che il lavoro, diretto dal nostro docente
Massimo Cacciatori, ha avuto la collaborazione degli allenatori dei
portieri delle varie squadre nazionali: Ivano Bordon, Luciano Castellini, Andrea Pazzagli e Angelo Peruzzi: un vero squadrone. Per la
prima volta, infine, si svolgerà un corso di specializzazione per allenatori di calcio femminile, durante il quale si avrà la partecipazione
di alcuni tecnici di spicco del calcio femminile internazionale.
T
he editorial of this first issue of the “Notiziario 2010” begins with an
innovation, that wants to be an experiment to verify the practicability,
the usefulness and likeability of a project. I wish to introduce the use of
English in the magazine, it is already among the teaching subjects in the
Central Coaching Courses for professionals; this initiative wants to get to
coaches and fans from so many Associations who don’t speak Italian. In
fact, we have been asked from many fronts to put all the readers in a position to understand and follow with greater ease, that is in English, even
the more complicated technical practices and arguments in the magazine.
It is about an important commitment I hope it will be realized soon because it would also increase the School’s prestige, in a period of great expansion of our football, due to the ever increasing number of Italian
coaches managing the most important European Clubs. Galliani himself,
Milan vice chairman and managing director, speaking on the subject, has
recognized the merits of Coverciano School teachers and praised their capability and competence.
We have to do more in every way. In the last weeks we have met several
times Massimo Giacomini, the youth and school league chairman and
planned with his work group, the resumption of coaching courses for
young and very young boys from 6 to 16 years of age, according to UEFA
rules; courses that lead to the award of the UEFA C License. In few weeks
we will be able to present the features of this course which completes,
then, the range of the courses provided for in UEFA. In addition the first
goalkeeping specialization course for qualified coaches was conducted at
Coverciano from the 8th to the 13th of March. The number of applications
for admission has been high as an evidence of the great expectation for
this initiative. 40 coaches have been admitted to this first course; we will
take other courses shortly for those who want to get the qualification. I
remind that the course, supervised by our teacher Massimo Cacciatori,
have had the collaboration of several national team goalkeeping coaches
like: Ivano Bordon, Luciano Castellini, Andrea Pazzagli and Angelo Peruzzi;
a very strong team. For the first time, finally, a women football coaching
course will be developed, which will be attended by some leading coaches
from international women soccer.
The first two 1 week courses will be by invitation only for serie A, serie A2
and serie B team coaches. In these championships licensed coaches are
compulsory.
I primi due corsi, che avranno la durata di una settimana, saranno su
invito per i tecnici delle squadre di serie A, serie A2 e serie B: campionati nei quali sono previsti allenatori diplomati.
*Presidente Settore Tecnico FIGC
Traduzione a cura di Pietro Gianfrancesco
4
PANCHINE D’ORO E D’ARGENTO
PREMIATI ALLEGRI, CONTE, BISOLI
E SEMPLICI
a cura della Redazione
P
anchina d’oro per la serie A all’allenatore del Cagliari Massimiliano Allegri; Panchina d’argento per la serie B ad Antonio Conte che lo scorso
anno ha portato il Bari in A; per la Lega Pro Panchina d’oro a Pierpaolo Bisoli (Cesena, Prima Divisione) e Panchina d’argento a Leonardo Semplici
(Figline, Seconda Divisione). Sono questi i premi assegnati lo scorso 1° febbraio al Centro Tecnico di Coverciano - al termine della votazione da parte
di un nutrito gruppo di tecnici intervenuti alla manifestazione - agli allenatori della Lega Nazionale Professionisti e della Lega Pro che si sono distinti nella stagione 2008/2009. Alla cerimonia, presieduta dal presidente
della Federcalcio Giancarlo Abete e dal presidente del Settore Tecnico Azeglio Vicini, sono intervenuti i massimi esponenti degli organi federali: Demetrio Albertini (vice presidente Figc), Mario Macalli (presidente Lega Pro
e vicepresidente Figc), Marcello Nicchi (presidente Aia), Renzo Ulivieri (presidente Aiac) e Sergio Campana (presidente Aic). A quest’ultimo il Settore
Tecnico ha conferito il diploma di Direttore Tecnico ad honorem “per il
contributo - si legge nella motivazione - dato allo sviluppo del calcio nella
sua quarantennale carriera”. Nel corso del dibattito, moderato da Italo
Cucci, il presidente Abete ha sottolineato come tale appuntamento sia
per tutta la categoria “occasione di riflessione sui temi di attualità del nostro calcio e un giusto riconoscimento a coloro i quali sono alla guida dei
nostri club professionistici”.
Un confronto dunque importante in un contesto, come quello di Coverciano, riconosciuto a livello mondiale e in fase di continua evoluzione sotto
il profilo della didattica e della formazione. “Tra le iniziative in fase di evoluzione - ha annunciato Abete - quella che dal 2010, su indicazione del
Settore Tecnico, verrà ricreato un profilo formativo specifico, quello di Allenatore dei giovani calciatori; iniziativa che andrà a integrare altre proposte innovative, quale ad esempio quella della istituzione del corso per
Allenatori dei portieri”.
“È una buona annata e un periodo formidabile per gli allenatori - ha affermato poi Renzo Ulivieri -. Il calcio è migliorato come qualità, novità e
fantasia. Vediamo tanti modi diversi di interpretare le gare, ci sono idee
che in altre realtà calcistiche non notiamo.
Coverciano è senza dubbio una scuola fiorente ma sono i nostri allenatori
che, con il loro lavoro in giro per il mondo, divulgano idee nuove. Il calcio
del futuro sarà proprio questo: allenatori versatili in grado di proporre differenti moduli di gioco”.
I vincitori delle Panchine 2009; da sinistra Leonardo Semplici, Massimiliano Allegri e Pierpaolo Bisoli. Antonio Conte era assente
Massimiliano Allegri, Panchina d’oro per la serie A, col presidente del Settore Tecnico Azeglio
Vicini ed il presidente Figc Giancarlo Abete
Pierpaolo Bisoli, Panchina d’argento della Prima Divisione, premiato dal presidente dell’Associazione calciatori Sergio Campana e dal vicepresidente Figc nonché presidente della Lega
Pro Mario Macalli
5
PANCHINE D’ORO E D’ARGENTO
Leonardo Semplici, Panchina d’argento della Seconda Divisione, premiato dal vicepresidente Figc Demetrio Albertini e dal presidente del Settore giovanile e scolastico Massimo Giacomini
Sergio Campana, presidente dell’Associazione calciatori, riceve dal presidente del Settore
Tecnico Azeglio Vicini e dal presidente Figc Giancarlo Abete il diploma di Direttore tecnico
ad honorem
I vincitori delle Panchine 2009 col presidente del Settore Tecnico Azeglio Vicini e il presidente Figc Giancarlo Abete
José Mourinho
6
Leonardo
Un’inquadratura della gremitissima sala
ALLENATORI ALLO SPECCHIO, L’INTERVISTA
MASSIMILIANO ALLEGRI:
LE MIE REGOLE? SERENITÀ E RISPETTO
di Isabella Croce*
Breve curriculum professionale
“Non ho conseguito il diploma di maturità perché mi sono fermato
alla terza professionale. Rispetto alla mia formazione come allenatore ho seguito tutti e tre i corsi della Federazione senza svolgere,
al di fuori di questi, altri tipi di aggiornamento”.
Come e quando è nata l’idea di diventare allenatore?
“Come figura mi è sempre piaciuta ma, per buona parte della mia
carriera agonistica, non ci ho mai pensato seriamente, anzi, a dire
la verità, proprio non ci avevo mai pensato. Tutto è nato quasi per
caso: negli ultimissimi anni della mia carriera da calciatore, mi è capitato di dover cambiare completamente il mio ruolo in campo.
Sono passato infatti da quello di mezza punta a quello di regista di
centrocampo. Dovendomi sperimentare in una posizione diversa
ho incominciato ad interessarmi all’idea di avere una visione più
ampia, dove la coordinazione e la collaborazione con gli altri diventa fondamentale. Da quel momento ho deciso che volevo provare a fare l’allenatore e sono partito dal basso per vedere come
sarebbe potuta andare. Il cambiamento di ruolo l’ho vissuto come
un distacco netto e deciso rispetto a prima. Ho scoperto, infatti,
caratteristiche che prima, da calciatore, non mi interessavano
molto, aspetti che non mi appartenevano. In particolare ho visto
modificare la mia capacità di relazionarmi con gli altri. Se prima ero
distaccato, e in alcuni casi disinteressato, oggi, pur mantenendo un
certo distacco, cerco di essere presente. Il distacco mi serve ancora
per valutare con una certa serenità le situazioni. Un altro cambiamento importante e utile per il mio lavoro è avvenuto con la nascita
di mia figlia. Da quel momento la pazienza è cominciata a diventare
una mia caratteristica e se penso che prima non riuscivo a contare
fino a tre prima di scattare, devo ritenermi soddisfatto per la conquista ottenuta”.
Come definiresti il ruolo dell’allenatore?
“Mi piace definirlo in modo molto sintetico, come un ruolo difficile,
molto impegnativo ma anche tremendamente stimolante. Il confronto con gli altri - e, all’interno di una società, ce ne sono veramente tanti di altri, perché non bisogna solo pensare ai giocatori mi piace molto”.
Quali a tuo avviso i punti forti e i punti deboli di questa figura
al giorno d’oggi?
“Mi piace partire dai punti forti, in particolare dal punto che ritengo fondamentale: la fortuna di avere una grande società alle
spalle. Per grande non intendo il fatto che sia molto ricca economicamente. La società deve, innanzitutto, essere presente nel dare
ordine alle cose, nelle regole e nella disciplina. In questa maniera
si può dare forza e si può valorizzare l’allenatore ed il progetto
che si vuole realizzare. Una società presente stimola e rafforza i
vari sottogruppi che lavorano al suo interno e questo porta le persone a responsabilizzarsi. Se sono chiari i ruoli, gli obiettivi e le
strategie che si crede possano servire per raggiungerli, le persone
si sentiranno più partecipi a tutti i livelli organizzativi. Staff tecnico
e squadra non possono che risentirne in maniera positiva. Mi
piace molto l’idea della responsabilizzazione delle persone. Il
punto debole, naturalmente, lo vedo nella mancanza di tutto
quello che ho appena detto.
L’altra cosa da tenere in considerazione, come d’altra parte sottolineano tutti gli allenatori, è che nei momenti di difficoltà si è
veramente soli. Questo distacco lo percepisco più a livello dei dirigenti che dello spogliatoio. Dalla mia esperienza, prima come
calciatore poi come allenatore, ritengo sia proprio vera la frase di
Franco Ferrari, docente di tecnica e tattica al corso Master: Ricordatevi che siete sempre soli, con la valigia in mano”.
Come si dovrebbero impostare i rapporti con gli altri ruoli?
“La parola d’ordine deve essere il massimo rispetto con e fra tutti.
Il ruolo del presidente poi, se lo confrontiamo con tutti gli altri, è
per forza di cose differente. Lui è il datore di lavoro. Ti dà in mano
una parte rilevante dell’azienda e tu la devi fare funzionare nel migliore dei modi. Se è vero che lo scambio di vedute è sempre fondamentale, con il presidente lo è ancora di più. Molte volte il
confronto può essere duro ma è anche vero che, comunque, fa
crescere sempre anche quando non volge nel migliore dei modi.
Con lo staff tecnico le discussioni sono quotidiane, ci si conosce di
* Psicologa, specializzata in Psicologia dello sport
7
ALLENATORI ALLO SPECCHIO, L’INTERVISTA
più e c’è maggiore sintonia data, proprio, dalla maggior conoscenza. Ma io includo all’interno del mio staff anche le figure più
legate alla società come il direttore sportivo, il magazziniere, il
medico e così via. Tendenzialmente mi piace dare la massima fiducia con la speranza di non essere tradito, intendo dire con la
speranza che tutti rispettino le proprie mansioni senza cercare, in
maniera più o meno esplicita, di prevaricare o di oltrepassare
quella degli altri”.
sera, cioè andare contro i propri stati d’animo, ma quando si è
con i ragazzi bisogna saper creare un clima tranquillo per riuscire
a fare con semplicità il proprio lavoro. Il secondo aspetto fondamentale è la capacità di saper cogliere e capire le varie sfaccettature delle persone. Devi capire i 25 ragazzi che hai di fronte. È
questa la difficoltà a cui facevo riferimento quando, prima, parlavo del ruolo dell’allenatore. È anche vero, però, che lo considero
uno degli aspetti più stimolanti”.
Quali sono le caratteristiche fondamentali che dovrebbe avere
un allenatore?
“Come prima caratteristica direi il coraggio nel trasmettere serenità alla squadra anche e soprattutto nei momenti di difficoltà.
Quando le cose non vanno bene e si hanno dei dubbi o dei momenti di sconforto, piuttosto ci si deve pugnalare la pancia alla
Chi sono gli allenatori che sotto il profilo della gestione tattica e
umana hanno influenzato maggiormente il tuo modo di allenare?
“Gli allenatori che mi hanno insegnato di più dal punto di vista
tattico sono anche quelli che più mi sono piaciuti sotto il profilo
umano. In effetti credo sia importante non separare questi due
aspetti. Non posso non nominare per primo Galeone. Con lui ho
lavorato per ben sei anni, anni importanti. Dal punto di vista tattico non credo sia necessario aggiungere niente visto le note capacità del mister.
Ma mi piace, invece, evidenziare la sua capacità di trasmettere
serenità. Con lui si lavorava bene proprio per questo, c’era la
possibilità di fare le cose con calma e bene. L’altro allenatore
che voglio ricordare è Giorgi. Anche per lui vale lo stesso discorso di prima; oltre che per le sue conoscenze tattiche mi ha
lasciato il segno come uomo, una persona veramente squisita”.
Che cosa ti ha colpito maggiormente del loro modo di porsi?
“Galeone andava capito perché non parlava molto ma era efficace lo stesso. Questa caratteristica mi piace molto e, per fortuna, me la riconosco. Come persona, infatti, sono molto
sintetica. Sul campo preferisco che passino due o tre concetti e
che poi si lavori realizzando le cose. La chiarezza e la semplicità
fanno lavorare meglio. Anche da giocatore odiavo quando si volevano dare troppe spiegazioni. Ad esempio, uno dei momenti
più difficili per gli allenatori è quando sai che devi mandare in
tribuna qualcuno. Perfino in questo caso preferisco parlare poco.
Se non in momenti particolari, in cui dialogare su questi aspetti
può essere utile, credo sia più corretto e rispettoso dare la formazione senza aggiungere altro.
Se sto lavorando bene vuole dire che il rispetto è un valore importante per il mio gruppo e, quindi, per i miei giocatori è chiaro che
la scelta è basata solo ed esclusivamente su motivi tecnico-tattici”.
Qual è la tua filosofia calcistica?
“La semplicità e il cercare di trasmettere serenità perché così si
riesce a giocare meglio. Ansia, nevrosi, eccessi, non fanno parte
8
L’ex tecnico del Cagliari Massimiliano Allegri vincitore della Panchina d’oro della serie A 2008-2009 dopo aver vinto lo scorso anno quella d’oro della Prima Divisione per i risultati
conseguiti alla guida del Sassuolo
del mio carattere e non mi piace che siano presenti all’interno
della squadra. Essere positivi serve sia per creare un buon clima
di lavoro che per poter raggiungere i propri obiettivi”.
Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate nel tuo percorso formativo?
“Quando lavoravo come allenatore in quella che oggi è la Lega Pro
molto spesso ho dovuto gestire problemi che esulavano dallo stare
in campo. Mi riferisco a tutta una serie di aspetti organizzativi importanti che andavano dalla mancanza di palloni e maglie agli stipendi non pagati.
Giorno per giorno bisognava capire gli umori della squadra e molte
volte l’allenamento e la voglia di allenarsi era condizionata da queste
problematiche. Nessun corso ti prepara ad affrontare queste difficoltà; la gavetta e l’esperienza sono gli unici modi per superare questi momenti”.
“Sono situazioni difficili ma non mi sono mai scoraggiato e non mi
è mai venuta in mente l’idea di lasciare anche se ero molto amareggiato e deluso. La voglia di fare l’allenatore è stata sempre più forte”.
Attualmente quali sono gli aspetti positivi e quali i negativi
del processo formativo di un allenatore?
“Credo sia importante approfondire il confronto fra allenatori
sulla gestione del gruppo. Quando durante il Master si fanno gli
stage presso le società si dà ancora molta importanza alla tecnica. È giusto osservare nuove esercitazioni ma, se non le senti
vicine al tuo modo di vedere il gioco, difficilmente le seguirai.
Le cose si seguono e si fanno proprie solo se ci credi. Invece è
diverso sentire i racconti sulla gestione delle persone perché ti
arricchiscono in ogni modo.
Per questo dico che la cosa che più mi è servita durante i corsi
di formazione è stata quello di poter dialogare in modo approfondito con i compagni di corso, approfondendo le diverse
esperienze”.
Se tu dovessi elencare per ordine di importanza le competenze specifiche di un allenatore…
“Deve essere un buon insegnante di calcio, un buono psicologo
e deve saper instaurare un rapporto di rispetto fra i diversi ruoli
e le diverse persone”.
9
ALLENATORI ALLO SPECCHIO, L’INTERVISTA
Come dovrebbe essere secondo te la formazione di un allenatore
dei settori giovanili? In che cosa dovrebbe essere maggiormente
supportato?
“Non credo che la soluzione possa essere solo quella di creare dei
corsi specifici per chi si occupa dei settori giovanili. Al di là del fatto
che si dovrebbe conoscere bene il mondo giovanile con tutte le dinamiche che esso comporta credo che la differenza sostanziale la
faccia l’atteggiamento dell’allenatore. Un conto è avere come
obiettivo e come desiderio la crescita personale dei ragazzi, un
conto è se l’allenatore utilizza quell’esperienza come propria vetrina
personale come spesso purtroppo accade. I ragazzi poi dovrebbero
avere maggiori spazi per sperimentare e per lavorare sulla tecnica”.
LA SCHEDA
Massimiliano Allegri
nato l’11 agosto 1967 a Livorno
Curriculum Calciatore
Stagione Squadra
1984-85 CUOIOPELLI
1985-86 LIVORNO
1986-87 LIVORNO
1987-88 LIVORNO
1988-89 PISA
1989-90 PRO LIVORNO
1990-91 PAVIA
1991-92 PESCARA
1992-93 PESCARA
1993-94 CAGLIARI
1994-95 CAGLIARI
1995-96 CAGLIARI
ott-96
PERUGIA
1996-97 PERUGIA
gen-97 PADOVA
1997-98 PADOVA
dic-97
NAPOLI
1998-99 PESCARA
1999-00 PESCARA
2000-01 PISTOIESE
2001-02 AGLIANESE
2002-03 AGLIANESE
10
Serie
D
C1
C1
C1
A
C2
C1
B
A
A
A
A
B
A
B
B
A
B
B
B
D
C2
Presenze
7
4
2
23
2
32
29
33
31
20
24
2
26
15
6
6
7
19
27
18
25
7
Goal
8
5
4
12
3
1
7
4
1
8
-
Stagione
SERIE A
SERIE B
SERIE C1
SERIE C2
SERIE D
Totale
A livello Professionistico
Curriculum Allenatore
Stagione Squadra Serie
2003-04 AGLIANESE C2
2004-05 SPAL
C1
2005-06 GROSSETO C1
ott-05
apr-06
2006-07 GROSSETO C1
ott-06
2007-08 SASSUOLO C1
2008-09 CAGLIARI
A
2009-10 CAGLIARI
A
Categoria
Serie C2
SERIE C1*
SERIE A
SERIE A
A livello Professionistico
Presenze
101
135
58
39
32
365
333
Goal
16
16
5
8
8
53
45
Ruolo
Pos.
Responsabile Prima Squadra 13°
Responsabile Prima Squadra 9°
Responsabile Prima Squadra
esonero
revoca esonero
4°
Responsabile Prima Squadra
esonero
Responsabile Prima Squadra 1° P
Responsabile Prima Squadra 9°
Responsabile Prima Squadra
Panchine
34
93
93
64
284
Dati aggiornati al 28 febbraio 2010
Comprese le partite di play-off.
Curriculum Studi
• Diploma di Scuola Media Inferiore
• Corso Uefa B
luglio/agosto 2001 - Votazione*
• Corso Uefa A
giugno/luglio 2003 - Votazione 76/110
• Corso Uefa Pro giugno/luglio 2005 - Votazione 110/110
• Allegri ha svolto il corso durante il ritiro dei calciatori senza contratto.
Tale corso fino a tre anni fa prevedeva la generica dizione promosso
o respinto.
• Nel corso della conferenza degli allenatori tenutasi a Coverciano il 1°
febbraio scorso Massimiliano Allegri è stato proclamato, a seguito del
voto espresso dai colleghi, vincitore del premio Panchina d’oro per la
serie A relativamente alla stagione 2008-2009.
ALLENATORI ALLO SPECCHIO, L’INTERVISTA
PIERPAOLO BISOLI:
PRIMA L’UOMO, POI IL CALCIATORE
di Isabella Croce*
Breve curriculum professionale
“L’anno scorso ho finito il Master a Coverciano per diventare allenatore di Prima categoria. Come la maggior parte dei miei colleghi,
poi, mi aggiorno studiando le partite e, quando è possibile, osservando gli allenamenti tenuti da altri per vedere cosa mi serve
per tradurre sul campo le mie idee calcistiche”.
Come e quando ti è nata l’idea di diventare allenatore?
“La decisione l’ho presa quando ero a Pistoia e stavo vivendo il mio
ultimo anno da giocatore. In realtà, però, l’idea era nell’aria già da
molto tempo. Ad esempio, quando ero a Brescia ed il mio allenatore era Mazzone, mi piaceva immedesimarmi nella parte del mister e valutare quello che succedeva assumendo il punto di vista
dell’allenatore. Pensavo alle decisioni da prendere, a quelle che
avrei preso io e che effetto avrebbero potuto avere. A pensarci
bene, però, è una cosa che ho sempre fatto durante tutta la mia
carriera da calciatore.
Già a gennaio del mio ultimo campionato (2001/2002) avevo deciso di smettere di giocare per vedere se riuscivo a fare l’allenatore.
Per avere le mie risposte sono partito dal basso, dalla Prima categoria. Così, nel Porretta calcio, con i miei amici, ho fatto l’allentore
e il giocatore contemporaneamente. Lì ho capito definitivamente
che fare l’allenatore mi piaceva veramente molto”.
Come definiresti il ruolo dell’allenatore?
“Deve essere, prima di tutto, un educatore di un gruppo, abile
nella gestione degli aspetti psicologici. Questo non vuol dire dimenticarsi dell’aspetto maggiormente legato agli insegnamenti
calcistici. Ritengo, infatti, che sia altrettanto importante insegnare
la tecnica. Oggi forse di questo si parla troppo poco. Sul campo
invece vedo che ai ragazzi piace questo tipo di lavoro, anche perché si sentono coinvolti e responsabilizzati
La stessa cosa succede con gli atleti più esperti anche se, logicamente, con loro questo è un tipo di lavoro che va proposto e impostato in maniera diversa.
Il ruolo dell’allenatore fondamentalmente è quello di portare all’interno di un gruppo il concetto del noi. Far sì che tante teste imparino a muoversi nella stessa direzione, a diventare un’unica testa.
Tramite il continuo allenamento si esprimono le idee dell’allenatore
ma, non dimentichiamocelo, i protagonisti sono in tutto e per tutto
i giocatori”.
Quali a tuo avviso i punti forti e i punti deboli di questa figura
al giorno d’oggi?
“Penso che il punto di forza maggiore su cui debba puntare un allenatore sia la coerenza. Io parto sempre dal presupposto che il singolo è importante ma il gruppo lo è di più. Per questo bisogna, tutti
* Psicologa, specializzata in Psicologia dello sport
11
ALLENATORI ALLO SPECCHIO, L’INTERVISTA
i giorni, portare avanti le idee che sono funzionali alla crescita della
squadra. Portarle avanti anche quando sono impopolari, quando
escludono momentaneamente i giocatori più considerati per fare
posto ad altri, anche più giovani, che sono maggiormente in forma
o più utili in quel momento. L’opportunità la do a tutti. L’anno
scorso avevo un giocatore che per ben 14 giornate non ha giocato
neanche un minuto andando anche quattro volte in tribuna, ma
alla fine è diventato un giocatore determinante per il campionato
oltre che un leader all’interno dello spogliatoio. Non credo che
avere dei figliocci sia produttivo per il buon funzionamento di un
gruppo. Il tutto naturalmente deve avere come punto fermo il rispetto della persona. Si può dire tutto alla figura del calciatore ma
non all’uomo. Capisco che a volte i singoli possono patire il mio carattere esuberante, pesante, che pretende molto, ma a livello di
squadra sento che c’è rispetto e questo mi fa veramente molto piacere. Vuole anche dire che i miei giocatori, a loro volta, si sentono
rispettati. Un’altra cosa che mi piace è quando sento dire che il mio
è un gruppo rispettoso ed educato anche fuori dal campo.
Quando si lavora sia sull’uomo che sull’atleta diventa tutto perfetto
e si provano forti soddisfazioni. L’aspetto più debole del ruolo di allenatore è quello che tutto è legato ai risultati. Quando non arrivano
siamo lasciati da soli, le nostre idee non vengono seguite e società,
giocatori e tifosi prendono le distanze. Anche quando giocavo mi è
capitato di vivere quest’atmosfera di distacco. All’inizio, magari il
gioco piacevole può aiutare ma quando non arrivano i risultati anche
il bel gioco passa in secondo piano. Avere una buona sintonia col
proprio staff è sempre importante ma nelle difficoltà lo è ancora di
più per valutare e sopportare i momenti di crisi. Questo vale anche
per il discorso che facevo prima sulla coerenza”.
Come si dovrebbero impostare i rapporti con gli altri ruoli?
“All’interno di una società tutti cercano di stabilire dei buoni rapporti
e naturalmente cerco di farlo anch’io. Ho però la tendenza a dire le
cose come stanno. Belle o brutte che siano, dico sempre le cose in
faccia. Non sempre è una caratteristica che piace ma è più forte di
me: per me è bianco o nero, mai grigio. Capisco di essere ingombrante ma, alla fine, vedo che riesco a recuperare questa mia pesantezza con il fatto che mi batto per la crescita del gruppo, per
migliorare le cose. Le persone comprendono che sono in buona fede
e che lo faccio per il bene della squadra. Capisco, però, che non è
sempre facile.
Col mio staff c’è una buona intesa, cementata da una forte stima
reciproca. Ad esempio con il preparatore atletico lavoriamo insieme
già da diverso tempo e si è instaurato un ottimo feeling. Ci compensiamo molto, quando io martello lui ammorbidisce sempre la si12
tuazione. La nostra non è una tecnica, non ci mettiamo d’accordo
prima ma è un atteggiamento del tutto spontaneo e ci tengo che
rimanga così. Io non chiedo mai al mio staff cosa dicono i giocatori,
mi piace che i rapporti siano basati sulla spontaneità. L’anno scorso
i ragazzi, in accordo col preparatore atletico, hanno messo per
iscritto tutte le cazzate (testuale) e gli errori di grammatica che ho
detto durante la stagione, in particolare in allenamento, e ne hanno
fatto un libro. Alla cena della festa promozione me l’hanno regalato. Durante l’anno non mi ero accorto di nulla e sono stati bravi i
miei collaboratori a non far trapelare nulla”.
Quali sono le caratteristiche fondamentali che dovrebbe avere
un allenatore?
“Se penso alla mia persona direi la spontaneità. Al di là di tutti i miei
difetti, le persone con cui lavoro vedono in me un uomo che non li
vuole fregare ma che lotta con tutte le sue forze per far funzionare
le cose. Ripeto poi l’importanza della coerenza nelle scelte e nei
comportamenti. Quello che dico vale per tutti. L’impegno, la voglia
di dare tutto, la costanza negli allenamenti sono valori su cui bisogna
lavorare parecchio. Così come la capacità di saper tirare fuori il meglio dalle persone facendo venir loro voglia di migliorarsi. Infine la
competenza che tutti apprezzano”.
Quali sono stati gli allenatori che sotto il profilo della gestione
tattica e umana hanno influenzato il tuo modo di allenare?
“Mazzone l’ho avuto come mister per sei anni. La sua forza era
quella di saper tirare fuori il meglio dalle persone. Lui era duro, ci
faceva lavorare sodo, inoltre gli piaceva lavorare instaurando un
clima di competizione in cui nessuno si sentiva al cento per cento
titolare. Rispetto a quest’ultimo punto io preferisco stemperare
maggiormente la concorrenza.
Credo che la competizione serva nella giusta dose, le partite vanno
giocate al momento giusto, il giorno della gara, senza sprecare
troppe energie durante la settimana. Trapattoni sapeva lavorare in
modo coinvolgente sull’aspetto tecnico. È una persona estremamente disponibile al dialogo e semplice. La stessa cosa posso dire
di Zoff, un campione di competenza, semplicità e pacatezza”.
Che cosa ti ha colpito maggiormente del loro modo di porsi?
“Anche se sono persone estremamente differenti fra loro hanno in
comune sia il fatto di essere grandi professionisti che quello di essere persone vere, semplici, leali e disponibili. Mazzone lo esprime
attraverso l’esuberanza e il carattere forte e duro, Zoff con la pacatezza e Trapattoni con l’estrema disponibilità. Mi ricordo che aveva
molte attenzioni anche verso i ragazzi del settore giovanile”.
Qual è la tua filosofia calcistica?
“Mi piace migliorare il singolo per far migliorare l’intera squadra.
Come ho detto prima, tutto deve essere in funzione del gruppo e
della sua crescita. Se i giocatori vedono che si perfezionano come
atleti anche il collettivo si potenzierà. Ci saranno persone più motivate e coinvolte. E finora, in questi primi anni di carriera, ho sempre visto che grazie a questa idea di lavoro i risultati sono arrivati”.
Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate finora nel tuo
percorso formativo?
“I corsi sono sicuramente importanti per darti una base da cui partire.
Offrono, inoltre, la possibilità di confrontarsi in maniera approfondita
con docenti e colleghi. L’esperienza sul campo è altrettanto fondamentale. Bisogna avere la costanza e la volontà di studiare i propri
punti forti e quelli deboli lavorando anche sulle proprie motivazioni.
Questo è l’aspetto più faticoso. Per quanto mi riguarda è indispensabile trasmettere passione. Per poterlo fare devo sentirmi al massimo
e lavorare sulle mie motivazioni. Per comunicare quella che ritengo
sia la giusta carica. Il mio staff, ad esempio, quando mi vede particolarmente stanco, trova la maniera per pungolarmi, sapendo che
scatto come una molla. Questo mi permette di lavorare meglio.
Un’altra strategia che uso è quella di entrare in polemica con qualcuno, ad esempio la stampa. Il prezzo da pagare è alto, secondo
quello che dicono io ho un carattere difficile ma, in compenso, questo mi dà la carica giusta per lavorare al meglio”.
A tuo avviso come dovrebbe essere la formazione di un allenatore dei settori giovanili? In che cosa dovrebbe essere maggiormente supportato?
“Credo possa servire avere una formazione specifica per poter lavorare al meglio con i giovani e per capire meglio le nuove generazioni. Ad esempio, oggi mi sembra che uno dei problemi maggiori
nel rapportarsi con i ragazzi, non solo in ambito sportivo, sia il discorso sulle regole di comportamento e sul come farle rispettare.
Nei settori giovanili vedo, inoltre, che non sempre i ragazzi vengono
trattati tutti nello stesso modo. Mi riferisco al fatto che i giovani più
promettenti, i potenziali campioni, hanno dei trattamenti di favore
in quanto vengono permesse loro più cose rispetto agli altri. In questo modo non si aiuta di certo i ragazzi a crescere, sia dal punto di
vista sportivo che personale”.
Attualmente quali sono gli aspetti positivi e quali i negativi del
processo formativo di un allenatore?
“All’interno dei corsi mi è stato molto utile lo scambio di idee e di
esperienze con i docenti e i colleghi. Così come sono state interessanti le visite ai vari club per vedere come sono organizzati e come
lavorano. Forse la cosa che manca sono dei corsi di aggiornamento”.
Se tu dovessi elencare per ordine di importanza le competenze
specifiche di un allenatore…
“Saper comprendere in maniera approfondita le esigenze e le caratteristiche di un gruppo per farlo diventare una squadra che desidera raggiungere gli obiettivi stabiliti come, per esempio,
migliorarsi superando, un poco alla volta, i propri limiti. Essere un
buono psicologo per saper comprendere e gestire anche gli aspetti
extracalcistici ricordandosi sempre che prima viene l’uomo poi il calciatore. Ed, infine, farsi accettare così come si è senza cambiare a
seconda del gruppo che si ha di fronte”.
13
ALLENATORI ALLO SPECCHIO, L’INTERVISTA
LA SCHEDA
Pierpaolo Bisoli
nato il 20 novembre 1966 a Porretta Terme (BO)
14
Curriculum Calciatore
Stagione Squadra
1984-85 PISTOIESE
1985-86 PISTOIESE
1986-87 PISTOIESE
1987-88 ALESSANDRIA
1988-89 AREZZO
1989-90 VIAREGGIO
1990-91 VIAREGGIO
1991-92 CAGLIARI
1992-93 CAGLIARI
1993-94 CAGLIARI
1994-95 CAGLIARI
1995-96 CAGLIARI
1996-97 CAGLIARI
1997-98 CAGLIARI
ott-97
EMPOLI
1998-99 EMPOLI
1999-00 PERUGIA
2000-01 BRESCIA
2001-02 PISTOIESE
Serie
C1
C2
C2
C2
C1
D
C2
A
A
A
A
A
A
B
A
A
A
A
B
Categoria
SERIE A
SERIE B
SERIE C1
SERIE C2
SERIE D
Totale
A livello Professionistico
Presenze
268
28
36
130
34
496
462
Presenze
2
32
32
33
34
34
33
33
32
18
33
35
12
0
16
25
32
32
28
Goal
2
1
4
3
5
3
1
2
1
1
2
1
Goal
7
1
3
10
5
26
21
Curriculum Allenatore
Stagione Squadra
Serie
Ruolo
2002-03 PORRETTA
I cat. Responsabile Prima Squadra
2003-04 PORRETTA Prom.Responsabile Prima Squadra
2004-05 FIORENTINA
A
Collaboratore tecnico
ott-04
FIORENTINA
A
Allenatore in II
2005-06 PRATO
C2 Responsabile Prima Squadra
2006-07 PRATO
C2 Responsabile Prima Squadra
2007-08 FOLIGNO
C1 Responsabile Prima Squadra
2008-09 CESENA
C1 Responsabile Prima Squadra
2009-10 CESENA
B Responsabile Prima Squadra
Categoria
DILETTANTI
SERIE C2*
SERIE C1*
SERIE B
A livello Professionistico
Pos.
1° P
6°
15°
9°
4°
1° P
Panchine
30
70
70
27
167
Dati aggiornati al 28 febbraio 2010
Comprese le partite di play-off.
Nel corso della conferenza degli allenatori tenutasi a Coverciano il 1°
febbraio scorso Pierpaolo Bisoli è stato proclamato, a seguito del voto
espresso dai colleghi, vincitore del premio Panchina d’oro per la Lega
Pro, Prima Divisione, relativamente alla stagione 2008-2009.
SCUOLA ALLENATORI
COME VALUTARE UNA PARTITA DI CALCIO
di Maurizio Viscidi*
P
enso che riuscire a valutare oggettivamente una partita di calcio sia
molto importante.
Troppe volte il risultato finale di una gara determina giudizi errati e soprattutto non sempre chi vince ha veramente meritato la vittoria.
Questo articolo serve proprio per fare chiarezza e per rendere facilmente
oggettivabile una partita.
Sia noi allenatori ma anche e soprattutto i dirigenti, i presidenti e i giornalisti dovremmo avere dei punti di osservazione sicuri per poter dare
giudizi su una partita.
UNITÀ DI MISURA
Mi piace spesso portare l’esempio dell’unità di misura e chiedere a colleghi allenatori qual è secondo loro l’unità di misura del calcio.
Se misuriamo la velocità, l’unità di misura sono i km/h, il peso lo misuriamo in kg., ma il calcio come lo possiamo misurare?
Molti sostengono che essendo uno sport di situazione e collettivo le variabili sono così tante che non è possibile avere delle risposte da parametri o numeri.
Personalmente non sono d’accordo con queste affermazioni un po’ generaliste e nostalgiche di un calcio fatto solo di abilità e improvvisazione.
Penso infatti che l’unico parametro che ci dice se un risultato è meritato
o meno è costituito dalle palle gol.
Gli stili di gioco, le disposizioni in campo, i movimenti offensivi e difensivi sono tutti aspetti soggettivi ma in questo articolo vogliamo oggettivare il più possibile una partita di calcio.
IL GOL
Giustamente mi fanno osservare che esiste già un dato oggettivo che
indica il vincitore di una partita, e si chiama gol. In pratica chi fa più reti
vince, ed è questo l’obiettivo e la semplicità del calcio.
Ma siamo sicuri che chi fa più reti abbia meritato di vincere? Ho visto
gare vinte 2 a 0 con un tiro in porta da 30 metri e un gol in fuorigioco
contro una serie di occasioni non sfruttate dagli avversari.
Penso che alcune partite non diano risultati veritieri ma se nelle stesse
partite calcolo il numero di occasioni da rete create e subite sono in
grado di misurare l’efficacia del mio gioco nel corso di una gara. Pertanto credo che il gol non può essere l’unità di misura del calcio bensì
il numero di palle gol.
In questo articolo si parlerà solo di dati da campo, rilevabili dalla panchina senza l’ausilio di terze persone e tanto meno di computer o sofisticati programmi.
Parleremo di dati che un allenatore deve aver chiari a fine incontro per
esser sufficientemente sicuro di valutare la prestazione e non solo il risultato finale della propria squadra.
PALLE GOL
Come già detto, a differenza del gol che ritengo sia un dato non sempre
attendibile, credo che il rapporto fra palle gol fatte e subite esprima
bene l’andamento di una gara.
Ma come si può riconoscere e definire una palla gol?
Possiamo riconoscerla come un’occasione in cui la probabilità di fare
gol è alta, una situazione in cui tutto dipende dall’ultimo tocco (conclusione); un’azione che vede la conclusione da dentro l’area di rigore.
Praticamente possiamo anche individuarla come una situazione in cui
ci si stupisce della mancata realizzazione della rete in quanto era “più
facile fare gol che sbagliare”; oppure possiamo vederla come un’azione
che, depurata dell’ultimo tocco, ha tutte le caratteristiche per essere
scambiata per una rete.
Se guardiamo una partita in quest’ottica vediamo che la differenza fra
palle gol create e subite esprime veramente il grado di efficacia di una
squadra.
Come dicevo sopra, paradossalmente si possono vincere partite senza
tirare in porta (autogol avversario) e perderne altre creando 5 occasioni
da rete.
Inoltre i dati in nostro possesso ci dicono che una differenza di tre palle
gol a partita determina il più delle volte anche una differenza nel risultato finale; inoltre, migliore è il livello tecnico e maggiore sarà la capacità
di trasformare in rete una palla gol.
E infine, se ci dovesse succedere che perdiamo 1-0 una gara in cui abbiamo creato 5 palle gol contro 1… possiamo essere dispiaciuti, arrabbiati per aver sprecato molto, ma non preoccupati della bontà del gioco.
Infatti è molto probabile che se le nostre prestazioni avranno continuamente un +4 di palle gol facilmente si vinceranno i prossimi incontri.
* Allenatore professionista di Prima categoria
15
SCUOLA ALLENATORI
LA LINEA DI FONDO CAMPO
Ma esistono altri dati importanti che dobbiamo rilevare dalla panchina?
Esistono ulteriori dati che accompagnati alle palle gol permettono di
capire se chi ha vinto ha veramente meritato la vittoria? Sicuramente
sì, e questi dati sono tutti spiegabili attraverso la teoria della linea di
fondo campo.
Se pensiamo al rugby ci viene subito in mente che si segna non soltanto
mettendo la palla fra i pali di una porta ma anche portandola in mèta
oltrepassando l’omonima linea.
Pertanto nel rugby la mèta equivale ad un gol.
Analogamente noi, pur avendo come unico obiettivo quello di mettere
la palla all’interno dei pali delle porte, possiamo considerare positivo
l’arrivare in mèta.
Infatti se è vero che ogni azione d’attacco ha come obiettivo quello di
segnare una rete è altrettanto vero che possiamo catalogare come azioni
d’attacco positive tutte quelle che arrivano almeno alla conclusione.
La conclusione può avvenire con un tiro deviato, e otteniamo un corner.
La conclusione può avvenire con un tiro che va fuori. Infine la conclusione può essere parata.
Qualsiasi sia il destino qui sopra elencato possiamo dire che comunque
l’azione d’attacco è stata positiva perché la palla ha superato l’ultima
linea difensiva ed è arrivata sulla linea di fondo.
CORNER
Questo dato (facilissimo da rilevare dalla panchina) è molto importante
perché esprime bene il grado di capacità penetrativa di una squadra.
Se la nostra squadra batte più corner degli avversari possiamo tranquillamente dire che questi ultimi hanno difeso con difficoltà.
È inoltre da ricordare che il corner è la palla inattiva che produce più
reti, basti pensare che nel campionato di seria A 2008/09 le reti totali
su gioco da fermo sono state 215 di cui ben 121 da corner.
TIRI FUORI DALLO SPECCHIO
Calciare verso la porta e non prendere lo specchio è una cosa che capita
molto spesso.
Questo dato è importante perché il gol è correlato al numero di conclusioni, e soprattutto dalla zona da cui parte la conclusione. Pertanto
tirare fuori non è negativo, anzi, oltre ad essere una minaccia per gli avversari, è anche una sicurezza di non subire delle ripartenze.
TIRI PARATI
Le parate sono facilmente rilevabili dalla panchina. È normale pensare
che più un portiere è stato impegnato e più efficace è stato il gioco
d’attacco. La differenza di interventi effettuati dai due portieri ci fornisce una misura di come si è giocato. Ma per i tiri è bene prendere in
16
Maurizio Viscidi
esame non solo la loro fine ma anche il loro inizio, ovvero da dove sono
scaturiti. A questo proposito è utile ricordare che solo il 14,88 % dei
gol avviene con un tiro da fuori area di rigore e pertanto il restante
85,12 % avviene con una conclusione effettuata da dentro i 16,5 metri.
Quindi valutiamo diversamente il grado di pericolosità di un tiro in base
a dove è stato effettuato.
ANDAMENTO GARA:
SQUADRA
SQUADRA
PALLE GOAL
1
1
2
2
3
3
4
4
5
5
6
6
7
7
8
8
9
0 0 0 0 0 0 0 0 0 CORNER 0 0 0 0 0 0 0 0
10
0 0 0 0 0 0 0 0 0 TIRI IN 0 0 0 0 0 0 0 0 0
11
0 0 0 0 0 0 0 0 TIRI OUT 0 0 0 0 0 0 0 0
R
POSS PALLA
R
BARICENTRO
R
0 0 0 0 0 0 0 0 SPONDE 0 0 0 0 0 0 0 0 0
POSSESSO PALLA
Parleremo in modo più approfondito di questo importante parametro
in un successivo articolo che sarà dedicato ai dati rilevati dall’analisi
computerizzata.
Comunque dalla panchina dobbiamo avere la sensazione se la palla
l’abbiamo avuta più noi o più gli avversari. Questo dato è meno correlato al gol ma è molto significativo per quanto concerne il controllo del
gioco e la dominanza in partita.
BARICENTRO
Anche il baricentro sarà approfondito quando parleremo di distanze
con l’analisi al computer, però accorgersi se la squadra è bassa, media
o alta significa riflettere sul grado di sofferenza e difficoltà che stiamo
incontrando in partita.
SPIEGAZIONE TABELLA
Nella semplice tabella che proponiamo per la valutazione da “campo”
di una partita si rilevano innanzi tutto gli schieramenti delle due squadre
per poter visualizzare la contrapposizione dei sistemi di gioco, con annesse zone di superiorità/inferiorità numerica, duelli dominanti e scalate
difensive necessarie.
Poi c’è uno spazio per la breve valutazione di ogni singolo calciatore ed
infine la tabella che riassume i parametri che abbiamo sopra analizzato.
Ci sono 8 righe per eventuali 8 palle gol che vanno riempite indicando
il minuto e il giocatore che ha avuto l’occasione di segnare.
Poi ci sono le righe per contare il numero di corner, i tiri in porta, i tiri
fuori dallo specchio e quindi il possesso palla e il baricentro.
CONCLUSIONI
In questo articolo ci siamo occupati di numeri facilmente rilevabili in diretta e soprattutto da noi stessi in panchina (o dal nostro vice allenatore); questi numeri sono pochi ma essenziali per essere sicuri di valutare
la prestazione della nostra squadra al di là del risultato finale.
Non illudiamoci di poter giustificare le sconfitte con questi dati, infatti
sappiamo che l’unico modo che il mondo del calcio ha di valutare è
quello del risultato finale.
In un prossimo articolo parleremo di numeri più complessi ed anche più
completi, quelli che ci vengono forniti da appositi programmi di scout
partita.
Per il momento facciamo confidenza con questo modo di parametrizzare la gara, il che ci renderà sicuramente molto più oggettivi e sicuri
nell’analisi della stessa.
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SITO INTERNET
18
SITO INTERNET
NUOVI AVVISI PER I NAVIGANTI
di Felice Accame*
N
ovità di rilievo per gli utenti del sito internet del Settore Tecnico
(www.settoretecnico.figc.it) che, statistiche alla mano, hanno ormai
raggiunto un numero più che cospicuo.
Dall’analisi dei naviganti e del modo con cui navigano in rete, infatti,
emerge che, nel 2009, il sito è stato frequentato mensilmente da un minimo di 12.900 ad un massimo di 18.853 persone per un totale di visite
che va dalle 22.353 alle 32.511. Siamo quasi alle mille visite al giorno, il
che, in confronto ad altri siti più e meno istituzionali, davvero non è poco.
Perlopiù i nostri ospiti arrivano tramite i motori di ricerca (Google, ovviamente, su tutti - oltre il 40%), ma sono anche tanti, il 30%, quelli che
arrivano direttamente a noi digitando direttamente l’indirizzo; almeno il
7%, poi, giunge al sito passando per i link dell’Aiac e dei Comitati Regionali della Federazione. I mesi di settembre e ottobre - con la ripresa
dopo la pausa estiva - sono stati i più affollati. Significativo è anche il fatto
che la media delle pagine consultate si aggiri intorno alle cinque, perché
questo vuol dire che chi viene a trovarci, come dire?, si trova bene, trova
quello che cerca.
Per esempio, informazioni - sui Corsi per Allenatori (le pagine più frequentate), i Comunicati Ufficiali, gli articoli pubblicati nel Notiziario - che,
peraltro, fino ad ora, hanno costituito la gran parte dei contenuti del sito.
È su questo versante che, dal gennaio di quest’anno, sono state approntate innovazioni che dovrebbero migliorare il servizio per i nostri utenti che, ricordiamolo, non sono solo allenatori, ma anche dirigenti, giornalisti
e appassionati.
Il ragionamento svolto è stato più o meno il seguente: il Settore Tecnico,
organo di servizio della Federcalcio, ha per fine lo studio e la qualificazione
dei problemi inerenti la diffusione e il miglioramento della tecnica del
gioco del calcio, e, pertanto, non esaurisce il suo compito di ordine didattico nell’organizzare i corsi per allenatori e per altri profili professionali
ai vari livelli. Le competenze accumulate - anche tramite le tesi degli allievi
- possono e debbono essere messe a disposizione del maggior numero
di persone. Il Corso Master, per esempio, produce ogni anno decine e
decine di tesi formulate da giovani allenatori emergenti che rappresentano l’attuale stadio di sviluppo della riflessione sul gioco in ogni suo
aspetto - tecnico, tattico, metodologico, psicologico, sociale e culturale
in genere. Perché - così come in questi anni sono state a disposizione
degli appassionati nei locali della Biblioteca di Coverciano - non metterle
in rete? Perché non favorire quel processo di formazione continua che è
alla base di ogni progresso vero e proprio? Lo stesso discorso può esser
fatto per le numerose ricerche effettuate dal Centro Studi, dalla Sezione
Medica, dal Laboratorio di metodologia dell’allenamento e biomeccanica,
dalla Sezione per lo sviluppo tecnico del calcio giovanile e scolastico.
Ecco, allora, che la dimensione informativa del sito - già ricca e arricchita
oggi in termini di immagini, fresche e attuali, a testimoniare l’attualità in
corso - viene affiancata dalla dimensione “formativa”. Ecco che i contenuti di rapido consumo vengono affiancati da contenuti di lunga durata.
E non solo. L’informazione, come si sa, è unidirezionale - rivolta da chi la
fornisce a chi ne usufruisce - ed implica la passività di uno dei due termini
della relazione comunicativa. La formazione proposta nel sito del Settore
Tecnico, invece, offre la possibilità di un’interazione diretta con gli uffici
del Settore e con le loro diverse competenze. Chiunque potrà commentare e interrogare, la redazione controllerà e, nel caso, risponderà - pubblicamente, affinché la circolazione del sapere sia garantita in un dibattito
aperto e passibile dei più opportuni approfondimenti.
Allo stesso processo formativo, poi, contribuiranno in modo determinante
altre due innovazioni. La sezione multimediale Photogallery e Videogallery, mettendo a disposizione del navigante foto e filmati di ogni tipologia:
da quelli tecnici a quelli relativi alla storia e alla struttura di Coverciano
nonché le registrazioni dei convegni che vi si svolgono. La duplice funzione “ricerca” - una per la sezione “documenti” ed una per il “Notiziario” - consentendo il recupero del materiale desiderato tramite i nomi
degli autori e tramite le parole-chiave che caratterizzano i contenuti dei
testi.
Se a tutto ciò aggiungiamo che l’aggiornamento del sito è quotidiano a seconda delle circostanze, garantito dal nostro Ufficio Stampa addirittura più volte al giorno - credo si abbia un’idea di quanto sia davvero
utile - piacevole e facile - fare spesso “un salto da noi”.
Sarà l’effetto novità o sarà che, davvero, i contenuti del nuovo
sito rispondono alle esigenze dei nostri utenti, ma fatto sta che i
dati relativi all’utilizzo nel gennaio 2010 sono più che lusinghieri.
Quasi 37mila visite e 194mila pagine visualizzate, a dimostrazione
di rinnovati interessi e, si spera, della conferma di stima.
* Docente di Teoria della Comunicazione e Coordinatore del Centro Studi e Ricerche
Settore Tecnico FIGC
19
MENTAL TRAINING
L’ASPETTO MENTALE NEL CALCIO
PER UNA PERFETTA FORMA PSICO-EMOTIVA
di Francesco Severino*
Fin dal 1988 Rainer Martens, unanimemente riconosciuto come uno dei massimi esponenti della Psicologia dello Sport,
identificava nell’allenamento delle abilità psicologiche (Psychological Skills Training) una delle quattro componenti necessarie e sufficienti nella conduzione efficace di un gruppo sportivo. Il quadro veniva completato dalle qualità del leader,
dallo stile della leadership e dai fattori legati alla situazione.
Possiamo in linea di massima affermare che da allora in poi il programma di formazione psicologica dell’allenatore si è
necessariamente arricchito della tematica attinente alla preparazione mentale dell’atleta con particolare attenzione agli
aspetti temperamentali e del carattere.
La progressiva specializzazione delle tecniche di preparazione e l’applicazione di metodiche sempre più sofisticate hanno
apportato certamente a risposte più adeguate dell’atleta nel rispondere alle svariate sollecitazioni nei vari contesti della
gara, ma forse anche ad una parcellizzazione eccessiva degli interventi, con il rischio di non cogliere l’atleta nella sua
unicità organismica e come persona distinta e caratterizzata da bisogni ed istanze proprie.
L’individuazione di professionisti preposti alla cura degli aspetti mentali, se non sufficientemente preparati, può apportare
ulteriori rischi nella separazione dello psichico dal somatico (le componenti fisiche e atletiche).
Ritengo che un allenatore, sufficientemente preparato, possa gestire in modo opportuno anche gli aspetti mentali, si
pensi ad esempio alle componenti motivazionali e alla realizzazione di un clima facilitante l’approccio alla gara.
L’esperto potrebbe essere di ottimo supporto al lavoro dell’allenatore qualora questo lo richieda e in un clima di collaborazione che veda comunque l’allenatore come unico referente di istanze provenienti dal singolo e dal gruppo.
Il dibattito resta aperto ed è con piacere che ospitiamo il contributo di Francesco Severino come ulteriore occasione di
riflessione su uno degli argomenti più controversi in psicologia dello sport.
Vittorio Tubi
Psicologo, collaboratore del Settore Tecnico FIGC
L
a psicologia dello sport è una branca della psicologia.
All'interno dei numerosi temi affrontati da questa affascinante disciplina (ricerca, formazione, dinamiche di
gruppo, comunicazione, eccetera), quello più avvincente, perché legato all'incremento delle prestazioni
psico-fisiche degli atleti, rimane senza dubbio il Mental
Training (Allenamento Mentale). Esso è un efficace insieme di strategie, strumenti e tecniche che intendono
aiutare i giocatori ad acquisire e potenziare le abilità
mentali utili al miglioramento delle performance sportive. Nel caso specifico del calcio, la psicologia assume
un ruolo fondamentale. Se è vero che nella maggior
parte degli sport l'approccio psicologico influenza la
20
prestazione, nel calcio, una percentuale considerevole
che determina la prestazione è determinata dalla mente,
non solo quindi la preparazione fisica, tattica, e le capacità tecniche dell'atleta. Fattori come la capacità di
mantenere i nervi saldi, di giocare sotto pressione, di riuscire a focalizzare l'attenzione nei momenti decisivi,
senza disperderla, sono solo alcuni aspetti fondamentali
per sfruttare al meglio il proprio potenziale.
Nasce la figura del Mental Trainer, la cui attività è rivolta
* Mental Trainer
principalmente ad atleti professionisti, squadre, allenatori e dirigenti ma anche a chi, pur non essendo un professionista dello sport, intende migliorare alcuni aspetti
del proprio rendimento sportivo.
Vi sarà certamente capitato di ascoltare le lamentele dei
giocatori o dell'allenatore poco soddisfatti del loro
modo di giocare, o di lamentele per una gara persa.
Spesso, le cause non vanno ricercate nella condizione
creatasi, o nel fattore campo, ma semplicemente nel
fatto che ci si è lasciati distrarre da pensieri negativi che
hanno avuto la meglio prima e durante una gara. Ecco
che il Mental Training fornisce le basi per poter esprimere la “peak performance”, ossia essere sempre in
giornata, per focalizzare l'attenzione nei momenti decisivi, per rimanere calmi e fiduciosi anche nei momenti
più difficili e saper controllare le proprie emozioni, essere precisi nell'esecuzione degli schemi tattici dettati
dall'allenatore o ancora saper coordinare i movimenti
degli arti, senza che elementi esterni o interni possano
influenzare negativamente l'esecuzione.
Allo scopo di ottenere il risultato auspicato è consigliabile completare l'allenamento fisico e tattico con un
vero e proprio allenamento mentale. Il primo passo da
fare consiste nella definizione degli obiettivi che volete
raggiungere.
È importante saper sviluppare un programma di Goal
Setting. Conoscere i propri obiettivi determina i presupposti per una performance più efficace e motivante, occorre formulare obiettivi a breve, a medio e lungo
termine, delineando accuratamente un'adeguata scala
di obiettivi e sub-obiettivi da perseguire durante la stagione calcistica. Generalmente l'obiettivo a breve termine deve avere come scadenza temporale uno o due
mesi al massimo, l'obiettivo a medio termine sei mesi
circa, quello a lungo termine un anno. Qualora vengano
stabiliti degli obiettivi ambiziosi vi sentirete comunque
predisposti a dare il meglio di voi e la fiducia ne trarrà
giovamento.
Il secondo passo è quello di stabilire i propri punti di
forza e di debolezza relativamente ai fattori psicologici,
che possono venire meno durante una performance.
Con l'aiuto di un Mental Trainer, potrete potenziare gli
aspetti in deficit.
Come per il fisico, occorre poi effettuare un vero e proprio allenamento mentale, una vera e propria ginnastica
mentale, semplicemente facendo muovere la mente,
come se essa fosse composta, per analogia, da diversi
“muscoli mentali”. Infine la preparazione mentale va
condita con strumenti di coaching individuali e di squadra, rimanendo fedele al concetto che il Mental Trainer
è a supporto dell'allenatore.
Domandatevi dunque cosa vi occorre per raggiungere la
vostra meta, quali mezzi, quali comportamenti possono
aiutarvi e cosa può impedirvi di raggiungerla. Spesso la
prestazione potenziale è diversa dalla prestazione reale
espressa in campo, perché? Eppure la preparazione fisica e tattica è sicuramente curata nei minimi dettagli,
soprattutto nel calcio italiano dove la conoscenza degli
allenatori fa invidia ai colleghi di altre nazioni. Forse,
manca la “ciliegina sulla torta”, ovvero la preparazione
dell'apparato psico-emotivo, che permette di raggiungere l'eccellenza.
Certo è che laddove fosse implementata la preparazione
mentale dell'atleta e della squadra, occorre investire
maggior tempo durante la giornata e la settimana antecedente ad una gara, quindi togliere alcuni spazi temporali alle abitudini dell'atleta, ma il risultato è sempre
funzione dell'impegno e dello spirito di sacrificio che
ogni essere umano mette sul “piatto della bilancia”.
Un atleta che ha una grande ambizione, deve entrare in
quella “forma mentis” che ogni cosa ha un suo prezzo
e quindi è necessario investire del tempo per preparare
anche l'aspetto mentale. Autostima, concentrazione,
determinazione, atteggiamento sono fattori che non risiedono nelle gambe ma nella testa, e qualsiasi abilità
mentale va curata in modo continuo per essere sempre
utilizzabile all’occorrenza, ciò permette di vivere sempre
in una condizione strabiliante. Bisogna quindi apprendere le strategie, approfondirle ed applicarle, solo in
questo modo i benefici non tarderanno ad essere presenti nel calciatore.
21
LABORATORIO DI METODOLOGIA DELL’ALLENAMENTO
LA MATCH ANALYSIS
di F. Marcello Iaia*, Elena Castellini **, Matteo Levi Micheli***, Mario Marella**
L’IMPORTANZA DELL’ANALISI DELLA PARTITA
E DEL MOVIMENTO NEL CALCIO E L’INTERPRETAZIONE DEI DATI
I sistemi di analisi
Attualmente i sistemi di analisi del profilo di lavoro nel calcio si possono dividere, in base alla tecnologia utilizzata, in due grandi gruppi:
1. sistemi di video analisi della partita (match analysis);
2. sistemi con uso di tecnologia GPS o trasmettitori elettronici (per
il controllo dell’allenamento).
LA MATCH ANALYSIS
Nell’ultimo decennio, grazie allo sviluppo di avanzate tecnologie, sono
stati introdotti nel mondo del calcio sofisticati sistemi di analisi della
partita che consentono di monitorare simultaneamente il profilo tecnico-tattico e il lavoro fisico di tutti i giocatori. In altre parole il ruolo
della match analysis è quello di quantizzare quello che un calciatore
fa durante la partita.
Sistemi di video analisi della partita (match analysis)
I più noti e maggiormente utilizzati Sistemi di video analisi della partita
dalle più importanti squadre di calcio sono:
Altri sistemi di video-analisi della partita sono:
3. Digitalsoccer project (gruppo Panini);
http://www.digitalsoccer.it/prodotti/allenatori.asp
È un sistema di analisi tecnico-tattica della partita che fornisce i dati
anche in tempo reale.
1. AMISCO Pro sviluppato da Sport-Universal Process in collaborazione con la federazione di calcio francese;
http://213.30.139.108/sport-universal/uk/index.asp
4. Wisport (Wigroup, Genova);
http://www.wigroup.it/company.htm
Fornisce l’analisi tecnico-tattica e fisica.
2. ProZone system, prodotto dalla ProZone Holding con sede a
Leeds (UK).
http://www.prozonesports.com/product_PZ3_Fitness.htm
5. SICS Business & Sport (Bassano del Grappa);
http://www.sics.it/sport1.html
Fornisce l’analisi fisica e tecnico-tattica dei giocatori.
I due sistemi grosso modo si equivalgono, entrambi forniscono (anche
in tempo reale) sia l’analisi tecnico-tattica sia fisica, misurando i movimenti di ciascun giocatore (compresi gli avversari), della palla, dell’arbitro con una frequenza fino a 25 immagini al secondo e con un numero
totale di dati relativi alla posizione sul campo prossimo ai 4.5 milioni
(Carling et al., 2008).
Tali sistemi richiedono la presenza fissa di (solitamente) 6 telecamere in
modo tale da coprire tutte le zone del campo e catturare i movimenti
di ogni giocatore che vengono poi trasformati e ricostruiti in un modello
24
bi-dimensionale (x, y) al computer. Nello specifico, si utilizzano formule
trigonometriche e algoritmi per identificare la corretta posizione di ciascun giocatore sul campo, mentre i movimenti individuali dei calciatori
vengono seguiti sul software attraverso operazioni di “traccaggio” manuali o mediante un processo di riconoscimento automatico. Entrambi
i sistemi sono stati validati e a tutt’oggi sono i più diffusi sul mercato.
I vantaggi dei sistemi di video analisi è che non richiedono l’uso di apparecchiature elettroniche da far indossare ai giocatori (per questo sono
ottimali per l’analisi della partita). Gli svantaggi sono: 1) i costi abbastanza elevati; 2) l’impossibilità di utilizzare il sistema nelle partite fuori
casa (salvo che la squadra avversaria utilizzi lo stesso sistema) e 3) la
presenza di alcuni operatori per raccogliere ed analizzare i dati. Entrambi i sistemi sono stati validati scientificamente (validità, ripetibilità
e accuratezza).
6. DatatraX - Performance group international - UK (automatic
video tracking);
http://www.datatrax.tv/en/datatrax/index.html
Fornisce dati in tempo reale su tutti i giocatori sia in partita che in allenamento e grazie al suo sistema portatile può essere utilizzato anche
* Department of Exercise and Sport Sciences, University of Copenhagen, Denmark
** Laboratorio di Metodologia dell’allenamento e Biomeccanica applicata al calcio
Settore Tecnico FIGC
*** Preparatore atletico
per gli incontri fuori casa. È possibile integrarlo con un sistema wireless
che misuri anche la frequenza cardiaca.
7. TRACAB (Sweden) (Automatic video tracking);
http://www.tracab.com/
È un sistema di analisi presente nel campionato svedese che sfrutta
avanzate tecniche di video immagini (nate in origine per seguire e guidare i missili) per l’acquisizione dei dati in tempo reale comprese velocità
ed accelerazione. Così come nel precedente, l’acquisizione di informazioni real time consente allo staff di apportare eventuali modifiche a
partita in corso (ad esempio, quando un giocatore diminuisce le corse
ad alta intensità, decidere se sostituirlo o cambiarne il ruolo tattico).
La validità e la ripetibilità dei sistemi 5 e 6 non è ancora stata valutata
scientificamente.
8. Feedback Sport - Feedback Football (New Zealand);
http://www.feedbacksport.com/portfolio-fbf.htm
Fornisce l’analisi fisica di tutti i giocatori.
Principali applicazioni pratiche (con particolare riferimento alla
prestazione fisica)
Sulla base dell’elaborazione dei dati ottenuti, lo staff tecnico può individuare e capire quali sono i meccanismi fisiologici maggiormente coinvolti e le richieste fisiche di ogni singolo calciatore durante la partita.
Ad esempio, si è visto che il profilo del lavoro fisico di un difensore centrale è diverso da quello di un esterno di fascia (quest’ultimo esegue in
media più sprint e percorre maggiori distanze ad alta intensità; Bradley
et al., 2009; Di Salvo et al., 2009). Da qui è possibile pianificare un appropriato e specifico programma di allenamento che tenga conto, non
solo del ruolo tattico, ma soprattutto delle esigenze individuali di ciascun giocatore ottimizzando quindi i tempi e i risultati. Quindi, giocatori
che compiono un elevato numero di dribbling, accelerazioni, salti, contrasti, dovranno essere preparati muscolarmente in maniera specifica
ad affrontare questo tipo di sforzo in partita: in Premiere League, Bloomfield et al. (2007) hanno riportato una media di 55 decelerazioni e
oltre 600 cambi di direzione per giocatore. Allo stesso modo, giocatori
che percorrono alcune centinaia di metri ad altissima intensità ed eseguono numerosi sprint (oltre 40; Di Salvo et al., 2009) più o meno ripetuti e/o prolungati, dovranno porre un’enfasi maggiore
nell’allenamento di resistenza alla velocità rispetto a calciatori con richieste fisiologiche differenti. Non solo la tipologia di allenamento, ma
anche le modalità di esecuzione (intensità, durata, serie, ripetizioni,
tempi di recupero, frequenza) dovranno essere calibrati in base alle spe-
cifiche necessità del giocatore. Al di là del numero e della durata (in
media 16 m e 2 sec, rispettivamente; Di Salvo et al., 2009), sarebbe appropriato effettuare un’analisi più dettagliata delle caratteristiche degli
sprint e utilizzare queste informazioni per riprodurre in allenamento gli
stessi pattern motori eseguiti in partita. Ad esempio, un recente studio
sulla Premier League ha evidenziato come (presumibilmente per ragioni
di natura tattica) i centrocampisti centrali eseguano principalmente
sprint esplosivi mentre gli esterni e gli attaccanti compiano una maggiore quantità di scatti con partenza in corsa (Di Salvo et al., 2009) raggiungendo conseguentemente velocità massimali più elevate (Bradley
et al., 2009). Altri studi sempre sulla Premier League hanno inoltre mostrato che gli attaccanti ricevono molto spesso palla mentre si girano o
sprintano (Williams & Williams, 2003) e mediamente percorrono il 64%
della fasi ad alta intensità con la palla (rispetto al 40% dei centrocampisti e degli esterni) (Rampinini et al., 2007). Risulta evidente come, in
allenamento, giocatori di questo tipo debbano compiere esercitazioni
ad alta intensità nelle quali entrino in contatto diverse volte con la palla
oltre ad eseguire gli allenamenti tecnico-tattici anche in condizioni di
fatica fisica simili a quelle riscontrate in partita.
Lo stesso approccio è valido anche dal punto di vista tecnico-tattico.
Ad esempio, potrebbe essere utile analizzare come in partita un giocatore esegua una serie di gesti tecnici (ad es. cross di sinistro dal lato sinistro) o compiti tattici (ad es. diagonale), capire se/quando/dove sia in
difficoltà e, alla luce di queste informazioni, migliorare/ottimizzare le
eventuali carenze o capacità attraverso allenamenti individualizzati.
L’analisi del movimento potrebbe anche essere utilizzata per capire se
l’incidenza degli infortuni è più elevata in concomitanza di una determinata attività (ad es. alta intensità, numero di arresti, etc.) e per valutare quando la prestazione fisica e tecnica di un giocatore, che rientra
in campo dopo un infortunio, è ritornata ai livelli standard.
Infine, con i moderni sistemi di video analisi che forniscono le informazioni in tempo reale, lo staff tecnico può valutare in maniera più oggettiva il calo fisico di un determinato giocatore e decidere se variare la
disposizione tattica o sostituirlo (anche se queste interpretazioni richiedono particolare cautela; vedi sotto). D’altro canto invece, un continuo
calo sistematico dell’attività ad alta intensità in più partite consecutive
potrebbe stare ad indicare uno scarso stato di forma o una situazione
di affaticamento generale che necessita di un periodo di rigenerazione.
In sintesi, è necessario comprendere il modello prestativo durante la
partita al fine di sviluppare un corretto e specifico programma di allenamento (fisico e tecnico-tattico) per ciascun giocatore.
Questo aspetto gioca un ruolo importante anche nella prevenzione
degli infortuni.
25
LABORATORIO DI METODOLOGIA DELL’ALLENAMENTO
Quali dati vengono forniti dalla match analysis
I dati fisici e tecnici che si ottengono dalla match analysis sono svariati.
In sintesi riguardano:
• la distanza coperta da ogni giocatore in ciascuna categoria di locomozione sia con che senza palla (sprint, jogging, corsa ad alta
e a media intensità, corsa all’indietro e laterale, etc.);
• numero, frequenza, durata e velocità delle varie attività;
• numero e frequenza dei salti, contrasti, cambi di direzione, etc.;
• numero, tipologia, distribuzione, qualità dei passaggi, tiri, dribbling, lanci, cross, palle guadagnate, perse, etc.
Di interesse sono anche le informazioni tattiche che si ottengono:
• la copertura delle varie zone del campo;
• il numero e la frequenza con la quale si supera la trequarti avversaria;
• le zone dalle quali nascono la maggior parte degli attacchi (da
dove la mia squadra è più prolifica in termini di tiri e cross);
• le situazioni tecnico-tattiche che portano al goal (il 48% dei goal
segnati dal Manchester Utd nella stagione 2007/2008 sono derivati da azioni a 2 tocchi) (Bate R., comunicazione personale);
• etc.
Sia nella match analysis che nell’analisi dell’allenamento la mole di dati
forniti è enorme e le informazioni (così come vengono spesso presentate) risultano talvolta difficili da gestire o da interpretare (a maggior
ragione se non si ha a disposizione del personale che lavori su questo).
Lo staff tecnico deve quindi concordare le priorità, avere le idee chiare
su ciò che si vuole esaminare ed operare un ulteriore lavoro di analisi o
filtraggio sui dati relativi agli aspetti fisici e tecnico-tattici da valutare.
Come interpretare i dati di match analysis
Quando si esaminano i dati di match analysis bisogna prestare particolare attenzione. Innanzitutto valutare esclusivamente le distanze e
le velocità percorse nelle varie categorie di movimento da luogo ad
una sottostima delle reali richieste fisiche dei giocatori in quanto non
si tiene conto di attività dispendiose quali i salti, i contrasti, le accelerazioni, gli arresti, etc. (Sassi et al., 2006).
Un secondo punto è legato alla determinazione delle velocità di locomozione per ogni singolo giocatore. Qual è il limite sopra il quale definisco una certa attività come sprint? >25 km/h (Bradley et al., 2009)
o >30 km·h-1 (Mohr et al., 2003)? Se ad esempio fissiamo come velocità di sprint 25 km/h ed in una corsa di 5 secondi il sistema registra
il superamento di tale soglia per 1 secondo, l’interpretazione che ne
deriva è che il soggetto ha eseguito uno sprint di 1 secondo. Ciò è ov26
viamente errato in quanto non vengono tenuti in considerazione i dati
<25 km/h che rappresentano rispettivamente le fasi di accelerazione e
decelerazione.
Altro aspetto è legato all’interpretazione della quantità di lavoro ad alta
intensità che è stata definita il dato più appropriato per valutare la performance fisica nel calcio (Mohr et al., 2005). Giocatori di alto livello
infatti coprono maggiori distanze ad alta intensità (25%) e sprint (35%)
rispetto ai giocatori di livello inferiore (Mohr et al., 2003). Recenti studi
hanno però mostrato come le squadre di bassa classifica eseguano più
corse ad alta intensità (~10%) e sprint (Di Salvo et al., 2009) rispetto
alle squadre di alta classifica, mentre quest’ultime trascorrono più
tempo ad alta intensità con la palla (16%) ed effettuano più passaggi
corti, contrasti, tiri e dribbling rispetto alle prime (Rampinini et al., 2009)
anche se la qualità dei gesti tecnici non è stata valutata.
Questi dati parrebbero suggerire che una spiccata abilità ad eseguire
ripetutamente corse ad alta intensità non sia di per sé il fattore cruciale
e che quindi siano altri gli aspetti che giocano un ruolo fondamentale
per l’esito dell’incontro. D’altro canto però, il fatto che la diminuzione
della distanza totale percorsa in sprint nel secondo tempo sia più marcata nelle squadre di media e bassa classifica rispetto a quelle di alta
(Di Salvo et al., 2009), sembrerebbe indicare che il mantenimento della
performance fisica nell’arco della partita sia una componente importante. In ogni caso il minor decremento negli sprint, osservato nella
squadre di alta classifica, potrebbe anche essere il risultato di una migliore disposizione tattica e/o di una più efficace gestione del gioco rispetto alle squadre di media e bassa classifica.
Nel secondo tempo, i recuperi tra le azioni ad alta intensità sono più
lunghi e la distanza percorsa ad alta velocità negli ultimi 15 min di
gioco è inferiore del 20% rispetto ai primi 15 min (Bradley et al., 2009).
La diminuzione delle attività intense eseguite con la palla, osservata
nella ripresa, è più marcata nei centrocampisti esterni e negli attaccanti
(Di Salvo et al., 2009) presumibilmente per il fatto che i giocatori, che
in partita percorrono più lavoro ad alta intensità ed hanno meno recupero tra un’azione e l’altra (Bradley et al., 2009), sono quelli che calano
maggiormente.
In ogni caso, interpretare una minor distanza e velocità di corsa nel secondo tempo puramente come il frutto di un calo fisico può talvolta
portare a conclusioni errate dal momento che studi hanno dimostrato
come la prestazione fisica nel secondo tempo dipenda, tra le altre cose,
dal dispendio nel primo tempo (Rampinini et al., 2007), da un assetto
tattico modificato (un esterno che si occupa solo della fase offensiva
e non più difensiva), e dal risultato in corso (le squadre che vincono o
perdono con 2 o più goal di scarto corrono di meno) (Carling et al.,
2005). Infine, anche la ridotta velocità massimale degli sprint verso fine
gara (Krustrup et al., 2006) potrebbe essere dovuta non solo ad un
problema fisico ma anche a particolari situazioni tattiche che restringono gli spazi di corsa ed impediscono al giocatore di raggiungere velocità di sprint massimali.
Considerazioni analoghe devono essere tenute in conto quando si interpreta la distanza totale percorsa in un incontro. Un giocatore può
percorrere svariati km perché è tatticamente indisciplinato e corre a
vuoto (e viceversa). Oppure, può succedere che un calciatore, in alcune
partite, corra di meno non perché sia stanco ma perché ad esempio
deve marcare a uomo un giocatore che a sua volta percorre meno km
rispetto agli altri (Carling et al., 2008).
In sintesi, i dati di match analysis devono essere interpretati con
cautela.
Studi scientifici hanno dimostrato come i dati di match analysis di uno
stesso giocatore possano variare da partita a partita (~10%) e non dipendono solo dallo stato di forma fisica ma in larga parte anche dalla
disposizione tattica, da quanto dispendioso è stato il primo tempo,
dall’avversario, dal risultato in corso e non ultimo dalle motivazioni psicologiche. Quindi la match analyisis è utile per esaminare le richieste
fisiche ed il profilo fisiologico in partita di ciascun giocatore più che
per verificarne i cambiamenti longitudinali, salvo che questi siano marcati (>15%).
SISTEMI PER IL CONTROLLO DELL’ALLENAMENTO
(CON USO DI TECNOLOGIA GPS O TRASMETTITORI ELETTRONICI)
Trasmettitori con tecnologia GPS
1. SPI Elite, GPSports (GPS tracking);
http://www.gpsports.com/
La strumentazione è composta da un sistema GPS a 5 Hz, integrato
con accelerometro a 200 Hz e cardiofrequenzimetro. Misura distanza,
velocità, accelerazioni nei tre piani, contrasti, frequenza cardiaca e carico di allenamento. Ultimamente si è parlato di una possibile evoluzione futura con una capacità fino a 50 misurazioni al secondo. Se da
un lato migliorerebbe molto la precisione e l’accuratezza del dato, dall’altro potrebbero esserci problemi relativi alla capacità di memoria ed
autonomia della batteria dei ricevitori. È utilizzato da alcune squadre
inglesi ed in Italia è distribuito da Sport Data Management.
2. Minimaxx (Catapult);
http://www.microtechnologycrc.com/minimaxx.html
Come il precedente è un sistema che sfrutta la tecnologia GP a 5 Hz.
Anch’esso è dotato di accelerometro a 100 Hz e cardiofrequenzimetro
e fornisce dati relativi alla distanza, velocità, accelerazioni, decelerazioni,
contrasti, cambi, frequenza cardiaca e carico di allenamento. In Italia è
commercializzato dalla Cosmed.
Trasmettitori elettronici
3. LPM Soccer 3D - INMOTIO Object Tracking BV
(electronic transmitter);
http://www.inmotio.nl/EN/4/change.html
È stato sviluppato con il PSV a rispetto ai precedenti due sistemi rappresenta un notevole passo in avanti in termini di accuratezza e velocità
di acquisizione del dato. Non utilizza la tecnologia GPS ma si tratta di
trasmettitori radio (trasponder) indossati dai giocatori che trasmettono
il segnale a 7 camere poste ai lati del campo che ricevono e catturano
i dati relativi al posizionamento, velocità e frequenza cardiaca e attraverso cavi a fibra ottica li inviano a loro volta al software dove vengono
poi analizzati. Il sistema esegue 1.000 misurazioni al secondo dando
luogo ad una serie di informazioni (real time) molto accurate (<5 cm)
anche sull’accelerazione, decelerazione e cambi di direzione, oltre che
sulla velocità, distanze percorse e frequenza cardiaca. Il sistema fornisce
anche le riprese video digitalizzate della sessione di allenamento. L’allenatore può analizzare gli aspetti tattici secondo per secondo durante
la sessione di allenamento. Ad esempio, si possono visualizzare nei dettagli le posizioni, i movimenti e le velocità dei quattro difensori, come
si muovono l’uno rispetto all’altro, e compararli ad un modello di esecuzione ottimale.
Il vantaggio rispetto ai GPS è che funziona meglio ed è più preciso, gli
svantaggi sono che bisogna allenarsi sul campo dove sono state installate le videocamere ed i costi abbastanza elevati.
4. Biotrainer (Cithech Holdings Pty Ltd) (Eletronic transmitter);
http://www.citechholdings.com/thepatch/biotrainer.html
Fornisce informazioni in tempo reale sul posizionamento e sui movimenti dei giocatori. Il sistema registra inoltre fino a nove indici fisiologici
e di sforzo (frequenza cardiaca, temperatura corporea, frequenza respiratoria, disidratazione, indice di fatica, forza degli impatti, etc.),
dando un valore dello sforzo fisico e del carico di allenamento per ogni
singolo giocatore.
Ruolo e applicazioni pratiche
Come spiegato è importante studiare la prestazione in partita e verificare che le richieste fisiche (ma anche tecnico-tattiche) del gioco siano
adeguatamente riprodotte in allenamento attraverso esercitazioni specifiche e individualizzate.
I sistemi GPS o elettronici consentono di monitorare parametri quali di27
LABORATORIO DI METODOLOGIA DELL’ALLENAMENTO
stanza, velocità, accelerazione, etc. permettendo quindi allo staff tecnico di valutare (con un criterio oggettivo) la quantità e la qualità dell’allenamento sia dal punto di vista fisico sia eventualmente da quello
tattico (posizionamento in campo, esecuzione e velocità delle esercitazioni tattiche).
Al termine di ogni seduta, per ciascun giocatore viene calcolato un parametro che rappresenta il carico di allenamento interno e che tiene
conto, non solo della frequenza cardiaca, delle velocità e dei metri percorsi, ma anche dei cosiddetti impatti (accelerazioni, decelerazioni, contrasti, etc.). Questo approccio permette di individualizzare la
programmazione degli allenamenti (tipologia, carico, recupero) durante
la stagione, ottimizzando la prestazione e riducendo il rischio di infortuni e di overtraining. Inoltre, attraverso la monitorizzazione dell’allenamento, si potrebbero cercare/trovare eventuali relazioni tra il carico
o il tipo di allenamento e l’incidenza degli infortuni.
Un'altra applicazione pratica consiste nel valutare se in allenamento i
giocatori vengano preparati in modo adeguato a sostenere le specifiche
esigenze fisiche che incontrano in partita. Ad esempio, se un determinato giocatore in partita percorre molte corse/elevate distanze ad alta
intensità (in media più di una ogni minuto; Bradley et al., 2009; Di Salvo
et al., 2009), è importante che in allenamento esegua una quantità sufficiente di lavoro atletico a velocità/intensità superiori a 90% F.C. max/
15-18 km/h.
Infine un controllo sistematico del lavoro può stimolare i giocatori ad
impegnarsi di più in allenamento.
In sintesi, è importante determinare il carico di lavoro fisiologico individuale e monitorarlo durante l’allenamento.
È utile conoscere se i sistemi di analisi della partita e dell’allenamento
siano stati validati attraverso protocolli scientifici. In particolare, è importante valutarne la ripetibilità, ossia capire come varia la misurazione
da un giorno all’altro sullo stesso giocatore nelle stesse condizioni, e
l’accuratezza, cioè quanto il dato è preciso in termini assoluti.
ERRATA CORRIGE
Per un errore di impaginazione la tabella pubblicata a pagina 9, colonna sinistra, del
Notiziario n. 5/2009, a corredo dell’articolo: “Impegno cardiaco e gare ufficiali. Analisi
su giovani calciatori” riportava alcune indicazioni inesatte.
Riproponiamo ora la stessa tabella in versione corretta scusandoci del disguido con
gli autori ed i lettori:
Bibliografia
“Physical demands of different positions in FA Premier League soccer”
Bloomfield J., Polman R.C.J., O’Donoghue P.G. (2007). J Sports Sci Med 6 (1), 63-70.
“High-intensity running in English FA Premier League soccer matches”
Bradley P.S., Sheldon W., Wooster B., Olsen P., Boanas P., & Krustrup P. (2009). J Sports
Sci 27, 159-168.
“The handbook of soccer match analysis”
Carling C., Williams A.M., Reilly T. (2005). London: Routledge.
“The role of motion analysis in elite soccer: contemporary performance measurement techniques and work rate data”
Carling C., Bloomfield J., Nelsen L., & Reilly T. (2008). Sports Med 38, 839-862.
“Analysis of High Intensity Activity in Premier League Soccer”
Di Salvo V., Gregson W., Atkinson G., Tordoff P., & Drust B. (2009). Int J Sports Med.
“Muscle and blood metabolites during a soccer game: implications for sprint performance”
Krustrup P., Mohr M., Steensberg A., Bencke J., Kjaer M., & Bangsbo J. (2006). Med Sci
Sports Exerc 38, 1165-1174.
“Match performance of high-standard soccer players with special reference to
development of fatigue”
Mohr M., Krustrup P., & Bangsbo J. (2003). J Sports Sci 21, 519-528.
“Fatigue in soccer: a brief review”
Mohr M., Krustrup P., & Bangsbo J. (2005). J Sports Sci 23, 593-599.
“Variation in top level soccer match performance”
Rampinini E., Coutts A.J., Castagna C., Sassi R., & Impellizzeri F.M. (2007). Int J Sports
Med 28, 1018-1024.
“Technical performance during soccer matches of the Italian Serie A league: Effect of fatigue and competitive level”
Rampinini E., Impellizzeri F.M., Castagna C., Coutts A.J., & Wisloff U. (2009). J Sci Med
Sport 12, 227-233.
“Quantification of high intensity activity from the energy cost of speed changes
measured during professional soccer matches”
Sassi A., Rampinini E., Impellizzeri F.M. (2006). In: Hoppeler H., Reilly T., Tsolakidis E.,
Gfeller L., Klossner S., editors. 11th annual Congress of the European College of Sport
Science. Cologne: Sportverlag Strauss - Book of abstracts: 323-4.
“Physical and technical demands of different playing positions”
Williams A., Williams A.M., Horn R. (2003). Insight FA Coaches Assoc J 2 (1), 24-8.
IMPEGNO CARDIACO E GARE UFFICIALI
ANALISI SU GIOVANI CALCIATORI
CATEGORIA
SOGGETTI
ETÀ
ALTEZZA
PESO
Allievi
20
16,4 ± 0,5
174 ± 6,8
62 ± 9,3
Giovanissimi
12
14,9 ± 0,3
170,6 ± 4,6
59,3 ± 9,1
Tabella 1. Caratteristiche dei soggetti appartenenti alla categoria AL
e GI che hanno preso parte alle nostre rilevazioni
28
CENTRO STUDI E RICERCHE
ERBA NATURALE, ERBA ARTIFICIALE
di Mauro Testa* e Antonio Armeni**
N
el mondo del calcio un numero sempre maggiore di superfici in
sintetico stanno comparendo sul territorio nazionale, come è in
crescita il numero degli atleti e sopratutto dei soggetti, in fase di sviluppo, che utilizzano queste superfici. UEFA e FIFA hanno autorizzato
l’uso di questi manti anche nei campionati professionistici.
Essendo la letteratura non ancora esaustiva sulle interazioni biomeccaniche traumatiche tra calciatore, scarpa e terreno ci siamo posti l’obbiettivo di studiare tali interazioni andando a misurare le vibrazioni sul
piede durante l’impatto, la forza e la pressione espressa dallo stesso
nella fase di massima decelerazione e prima del cambio di direzione,
momento in cui si sviluppa il massimo dell’attrito tra piede e superficie;
questa fase è il momento maggiormente traumatico per la struttura
muscolo-scheletrica.
Introduzione
L’evoluzione del gioco del calcio ha, nel tempo, migliorato regole, attrezzature, indumenti, scarpe e palloni, ma mai ha toccato il campo in
erba naturale, rimasto l’ultimo tabù di un rituale che vede milioni di uomini risolvere grazie al mondo del calcio, problemi di natura sportiva,
agonistica, economica e di tempo libero.
Le tecnologie moderne e gli avanzati studi nel settore hanno permesso
ad alcune industrie di proporre, come valida alternativa al sistema dei
campi tradizionali realizzati con erba naturale, un prodotto che risolve
egregiamente le peculiari necessità del gioco. Si tratta di un’innovazione
tecnica per superare i disagi atmosferici ed evitare lunghi periodi di inattività che può aiutare non solo il calcio dilettantistico, giovanile ed amatoriale ma anche quello professionistico.
Clima e configurazione geografica sono da sempre i fattori che determinano la tipologia di un impianto sportivo, dunque, non stupisce che
in Italia le strutture siano così diverse da regione a regione.
Il manto in erba artificiale costituisce una vera e propria alternativa efficace agli impianti tradizionali composti da manto erboso naturale, in
grado soprattutto di superare qualsiasi differenza geografica.
Le motivazioni che spingono sempre più tecnici ad adottare questa
nuova opportunità vanno ricercate nella dislocazione capillare degli impianti sportivi altamente esposti a quei fenomeni di gelo, neve e fango
che, purtroppo, colpiscono sopratutto le attività dilettantistiche minori,
costringendole a periodi di inattività.
Di fronte a problemi di tale portata, le superfici in erba artificiale sono
diventate una soluzione di particolare interesse, specialmente ora che
vengono prodotte da ditte qualificate ed in grado di realizzare impianti
con caratteristiche di omologabilità e di agibilità rispondenti anche alle
norme di sicurezza imposte per lo svolgimento di attività ufficiali.
Al momento resta, comunque, ancora da creare la corretta mentalità
presso i pubblici amministratori, le società e gli stessi atleti, che dovranno commisurare il proprio abbigliamento a nuove esigenze di sicurezza in rapporto alla caduta e sopratutto ad una diversa velocità della
palla nell’impatto con il manto artificiale.
Quanto alla qualità del prodotto ed alla sua capacità di mantenersi inalterato nel tempo, larga parte di responsabilità spetta ai sistemi di produzione, spesso molto diversi tra loro, ed alle componenti utilizzate.
I principali parametri di valutazione del campo in erba artificiale restano
la funzione sportiva e la funzione tecnica: la prima si riferisce al tipo di
esigenze dell’utilizzatore e la seconda alla resistenza ad aggressioni che
possano deteriorare o modificare gravemente il campo.
Questo periodo che stiamo vivendo segue un momento di svolta epocale nel mondo del calcio a causa di un sempre maggior numero di superfici in sintetico che stanno comparendo su tutto il territorio nazionale.
Grazie a queste strutture il numero degli atleti e sopratutto dei soggetti
in fase di sviluppo che utilizzano queste superfici è in crescita.
UEFA e FIFA hanno già autorizzato l’uso di queste superfici anche in
ambito professionistico. Essendo la letteratura scarsa sulle interazioni
biomeccaniche traumatiche tra calciatore, scarpa e terreno ci siamo
posti l’obbiettivo di studiare tali interazioni andando a misurare le vibrazioni sul piede di impatto, la forza e la pressione espressa dallo stesso
nella fase di massima decelerazione e prima del cambio di direzione:
momento in cui si ipotizza il massimo dell’attrito tra piede e superficie;
momento maggiormente traumatico per la struttura muscolo-scheletrica. L’utilizzo di nuovi materiali nei campi da gioco potrebbe influenzare le prestazioni effettive dei giocatori, modificare l’affaticamento
muscolare o i danni subiti dalla struttura muscolo-scheletrica dovuti all’errato appoggio del piede. Lo sportivo, per la ripetitività del gesto atletico, sia in allenamento che in gara, sottopone a sollecitazione le proprie
* Consulente, ricercatore biomeccanico
** Responsabile impiantistica sportiva LND/FIGC
29
CENTRO STUDI E RICERCHE
strutture osteomuscolari esponendosi al rischio di produrre nel tempo
patologie da sovraccarico funzionale.
Il nostro studio, commissionato dalla LND (Lega Nazionale Dilettanti), è
stato condotto analizzando un gesto atletico semplice, comprendente
movimenti tipici del gioco del calcio, quali la corsa a zig-zag con frenata
e cambi di direzione in spazi ridotti e una corsa a velocità pseudomassimale con partenza da fermo.
Inoltre abbiamo analizzato il cambio di direzione di 180°, movimento
infrequente nel calcio ma utile allo studio in quanto movimento con un
certo grado di rischio traumatico.
Lo scopo della ricerca è stato quello di rilevare patterns specifici utili per
analizzare l’interazione tra l’atleta ed il tipo di campo, in questo caso
un campo in erba sintetica.
Spesso ci siamo sentiti porre dei quesiti relativi all’apparire ed all’uso
di queste superfici, molti di questi quesiti posso trovare risposta nel
nostro studio.
Le maggiori domande che ci sono state poste sono: “Questi campi sono
meglio o peggio dei naturali? Creano più traumatismi? Che effetti
hanno sui soggetti in crescita, possono alterarne lo sviluppo motoriocoordinatorio? Sono più affaticanti? Quali problemi possono dare all’organismo e perché? Cambierà il gioco del calcio? Che scarpe bisogna
usare? Sostituiranno i campi in erba naturale?”.
I traumatismi correlati all’erba sintetica
Al riguardo sono stati fatti alcuni studi, tra questi spicca quello riguardante il rischio di lesioni nel gioco del calcio professionistico praticato
su manto erboso artificiale a confronto con uno in erba naturale, pubblicato sul giornale britannico della medicina dello sport.
In sintesi, gli autori presentano uno studio epidemiologico sul rischio di
trauma nel gioco del calcio praticato su tappeto erboso artificiale o su
erba naturale; lo studio è stato fatto su un campione di 290 giocatori
professionisti provenienti da 10 diversi paesi che esercitavano i loro allenamenti su superfici sintetiche di terza generazione. Questi dati sono
stati correlati ed affiancati ad altri dati ottenuti su un campione di 202
giocatori, sempre professionisti, della lega svedese che svolgono allenamenti su prato naturale. Questi ultimi servono come gruppo di controllo.
Il livello di incidenza della lesione non è risultato differente tra le due
superfici prese in esame, si è solo riscontrato un aumento del rischio
di lesioni alla caviglia per quanto riguarda il fattori riferiti al sintetico
(distorsione alla caviglia), ma questo dato è da interpretare con attenzione poiché il numero di distorsioni è comunque basso.
Questo studio fa nuova luce sull’epidemiologia del gioco del calcio,
lo sport più praticato del mondo. Esso risulta di notevole importanza
30
per quello che si può definire come “prevenzione delle lesioni nel
mondo dello sport”.
La domanda importante da porci è se alcune lesioni possono essere evitate usando un tappeto erboso corretto: nel passato, vi era la presunzione di affermare che c’era un rischio maggiore di lesione su tappeto
erboso artificiale (principalmente abrasioni alla pelle o lesioni alle ginocchia, alle caviglie), ma questo concetto, oggigiorno, deve essere riconsiderato in quanto studi epidemiologici di questo tipo mostrano
come i dati ottenuti su un tappeto erboso artificiale di terza generazione
sono in linea con quelli ottenuti su di un terreno in erba naturale. I dati
non mostrano un aumento nell’incidenza riferita alle lesione quando il
gioco del calcio è praticato su tappeto erboso artificiale rispetto alla
pratica su erba naturale.
Manifestazioni internazionali
Il primissimo torneo internazionale del gioco del calcio svolto interamente sul tappeto erboso artificiale si è tenuto in Perù nell’autunno del
2005; su cinque campi realizzati in erba sintetica di terza generazione
si è giocato il campionato del mondo Under 17. Tutti questi campi sono
marchiati FIFA e sono il massimo della qualità in termini di materiale
utilizzato per la loro creazione.
Questo campionato del mondo U-17 è stato utilizzato per numerosi
studi e test che hanno potuto mostrare la mancanza di una significativa
differenza tra le superfici artificiali e naturali di un campo da calcio.
Tra questi studi vi è la ricerca intrapresa dal centro di valutazione e di ricerca di Medicina della FIFA (F-MARC), realizzato dal presidente Joseph
S. Blatter di FIFA. In questa, si valutavano e soprattutto si confrontavano
le lesioni verificatesi nel torneo U-17 del Perù con quelle degli altri campionati del mondo svolti su erba naturale.
Come mostrano i dati sottostanti non vi è una significativa differenza
nell’incidenza, nella natura e nelle cause delle lesioni osservate durante
i campionati giocati su tappeto erboso artificiale rispetto a quelli giocati
su erba naturale.
Head/neck:
Upper extremity:
Trunk:
Lower extremity (AII):
Hip/groin:
Thigh:
Knee:
Lowerleg:
Ankle/foot:
15%
6%
8%
71%
2%
13%
11%
18%
27%
Natural grass (All injuries)
Head/neck:
Upper extremity:
Trunk:
Lower extremity (AII):
Hip/groin:
Thigh:
Knee:
Lowerleg:
Ankle/foot:
10%
9%
9%
72%
2%
13%
13%
18%
26%
Football Turf (All injuries)
Concussion:
Fracture/dislocation:
Sprain:
Strain:
Contusion:
Laceration/abrasion:
Other:
FIFA U-17: Injury type Natural grass (All injuries)
3%
0%
13%
10%
67%
4%
4%
Concussion:
Fracture/dislocation:
Sprain:
Strain:
Contusion:
Laceration/abrasion:
Other:
2%
1%
60%
9%
60%
6%
8%
Football Turf (All injuries)
Tappeto erboso artificiale o in erba naturale, c’è una differenza
nel rischio di lesione?
Di seguito si elenca uno studio epidemiologico realizzato da “Uefa’s
football development division” pubblicato su “Medicine Matters” per
evidenziare se vi è o meno una differenza nella possibilità di incorrere
in una lesione a secondo se si giochi a calcio su di una superficie sintetica oppure naturale.
Scopo
Confrontare il rischio di avere una lesione quando si gioca a calcio su
di un tappeto erboso artificiale con lo stesso rischio ma giocando sull’erba naturale.
Materiale
Quattordici squadre professionistiche di calcio (10 femminili e 4 ma-
schili) che giocano su un tappeto erboso artificiale di terza generazione.
Queste squadre erano:
Salisburgo FC (Austria), Heracles Almelo (Paesi Bassi), Dunfermline FC
Atletico (Scozia), Helsinki JK (Finlandia), TUIL Tromsdalen Fotball (Norvegia), GIF Sundsvall (Svezia), Gefle SE (Svezia), SE Elfsborg (Svezia), Vàstra Fròlunda SE (Svezia), Òrebro 5K (Svezia), AIK (Svezia), Hammarby
SE DFF (Svezia), KIF Òrebro (Svezia), Umeà IK (Svezia).
Questo rapporto è basato su dati raccolti dal febbraio 2003 al marzo
2005. Si è riscontrato un totale di:
- 630 lesioni (379 su tappeto erboso artificiale, 216 su erba e 35 su
altre superfici);
- 71.300 ore di gioco del calcio (45.600 ore su tappeto erboso artificiale, 18.300 ore su erba e 7.400 ore su altre superfici).
Metodo
Ogni medico della squadra doveva annotare la presenza dei giocatori
ed era responsabile della compilazioni del modulo con la raccolta dei
dati circa la presenza dei giocatori alle sessioni di gioco ed agli allenamenti e al numero e tipo di lesioni verificatesi ai singoli.
Così facendo tutte le lesioni sono state registrate su una speciale scheda
e successivamente elencate sotto forma di tabella:
NATURALE
Squadre Esposizione N°
Incidenza
ore Lesioni lesioni/1000 ore
ARTIFICIALE
Esposizione N°
Incidenza
ore
Lesioni lesioni/1000 ore
1
4,297
2
2,569
3
1,601
4
3,215
5
1,015
6
2,326
7
0,650
8
0,976
9
0,179
10
1,122
11
0,332
12
0,5
13
0,25
14
0,4
TOT
18,782
Incidenza
6,007
7,939
1,618
7,129
6,195
3,182
2,601
3,431
1,989
2,105
1,547
1,036
0,481
0,363
45,623
65
23
3
57
4
37
11
6
3
6
1
0
0
0
216
15,10
9,00
1,90
17,70
3,90
15,90
16,90
5,10
16,80
5,30
3,00
0,00
0,00
0,00
11,80
99
48
3
61
17
30
45
20
12
13
14
9
1
7
379
16,05
6,00
1,09
8,06
2,07
9,04
17,03
5,08
6,00
6,02
9,00
8,07
2,01
19,03
8,30
31
CENTRO STUDI E RICERCHE
Risultati
Il rischio totale di incorrere in una lesione è risultato più basso quando
si gioca sul tappeto erboso artificiale rispetto a quando si gioca sull’erba naturale (8.3 lesioni/1.000 ore di esposizione quando si gioca
su erba artificiale contro le 11.8 lesioni/1.000 quando invece si gioca
sull’erba naturale). L’incidenza delle lesioni importanti (che causano
assenza per più di quattro settimane) era di 0.79/1.000 ore su manto
erboso artificiale contro l’1.26/1.000 ore su erba naturale; non si è rilevata quindi nessuna differenza statistica.
Non c’era differenza significativa fra manto erboso naturale ed erba
artificiale anche per l’incidenza a lesioni ai legamenti (1.6/1.000 di
esposizione su entrambe le superfici).
Il rischio generale di lesioni al sistema muscolo-tendineo è stato rilevato minore quando si gioca sul manto erboso artificiale rispetto a
quando si gioca sull’erba naturale (1.1 contro 2.7 lesioni/1.000 di
esposizione.
Discussioni
Questo studio esplorativo non ha mostrato alcuna prova di un aumentato rischio di lesione quando si gioca a calcio su di un manto erboso artificiale rispetto al gioco sull’erba naturale. Bisogna considerare
che nello studio sono stati utilizzati differenti modelli e differenti marche di superfici artificiali, questo spiega i risultati eterogenei ottenuti.
Da precisare però che non tutte le marche, che hanno contribuito alla
realizzazione dei campi, hanno risposto ai criteri qualitativi elaborati
più tardi da UEFA. Data questa limitazione, in questa fase non si è trovata alcuna indicazione che il gioco su tappeto erboso artificiale di
terza generazione aumenta il rischio di lesione. Piuttosto, i risultati
dell’analisi preliminare, indicano che, giocando a calcio su un manto
erboso artificiale, il rischio di lesioni traumatiche è minore.
Per concludere, visto che l’insieme dei dati è limitato, bisogna considerare effettive soltanto le tendenze. Per esempio, la grande variazione del rischio di lesione osservato fra le diverse squadre è un motivo
per valutare i risultati con più attenzione. Per avere più dati significativi
e poter trarre delle conclusioni più dettagliate e sicure, si dovrà seguire
le squadre per più tempo oltre che aggiungere alcune nuove squadre
al gruppo di studio.
Questo studio potrà definirsi, in seguito, più attendibile se verranno
considerati anche gli effetti che questo manto erboso artificiale determina sul gioco del calcio come la velocità della palla, la biomeccanica della corsa dei giocatori, i tempi di contatto del piede del
giocatore, ecc. e se verranno valutati anche gli stili e la qualità del
gioco del calcio che si viene a creare su questo tipo di superficie.
32
Conclusioni sui traumi relativi all’erba artificiale
Questo studio non ha mostrato nessun aumento del rischio di lesione
quando si gioca a calcio su di un manto erboso artificiale rispetto al
gioco sull’erba naturale però è stata riscontrata una grande variazione
di questo rischio di lesione fra le squadre incluse nello studio.
I risultati devono essere considerati quindi solo come tendenze in
quanto l’insieme dei dati acquisiti ed elaborati è limitato. Se le squadre
fossero seguite su un periodo più lungo di tempo e più squadre fossero
aggiunte a questo test, si potrebbero formulare conclusioni più espressive e dettagliate. Con più dati, si potrà valutare meglio la differenza
nel rischio di incorrere in una lesione fra i differenti tipi di giocatori e se
anche il rischio di lesione aumenta con l’invecchiamento ed il deterioramento delle superfici artificiali su cui si gioca.
Studio biomeccanico
Lo studio è stato patrocinato e finanziato dalla LND/FIGC
Lo scopo della ricerca riguardava lo studio delle interazioni che nascono dall’impatto piede-scarpa-suolo di soggetti allenati e campi per
il gioco del calcio realizzati in erba sintetica paragonati con campi tradizionali in erba naturale.
Il problema fondamentale, che era emerso sin dalle fasi preliminari
del lavoro, era legato alla scelta di parametri oggettivi, rilevabili attraverso misure univoche e ripetibili, che potessero essere utilizzate come
indice di misura. Per questo motivo sono state individuate variabili in
grado di descrivere il sistema utente-prodotto, inserito nel particolare
contesto in cui il prodotto viene utilizzato, nella fattispecie attività
sportiva.
Lo studio prevedeva un’analisi delle accelerazioni provocate dall’impatto piede-scarpa-suolo in corrispondenza della frenata e successivo
cambio di direzione.
Inoltre sono state analizzati i tempi relativi ai tempi di contatto o di
stasi del piede durate il gesto del cambio di direzione, correlandolo a
rischio di trauma.
Inoltre sono stati analizzati i parametri relativi a forza espressa e pressione riscontrata.
Primo Studio
Protocollo:
Le prove, filmate e cronometrate, comprendevano:
x percorso con 7 cambi di direzione;
x corsa in avanti di 10 metri con cambio di direzione di 180 gradi
e ritorno;
A
B
effettuate tre prove per soggetto su ogni campo:
percorso A alla massima velocità;
percorso B alla massima velocità, avanti-indietro.
Con gli accelerometri sono state effettuate due prove per soggetto su
ogni campo:
percorso A alla massima velocità;
percorso B alla massima velocità, avanti-indietro.
Risultati
Ai diversi soggetti testati è stato chiesto di effettuare questi due percorsi
alla massima velocità come se dovessero svolgere un semplice esercizio
all’interno di una seduta di allenamento.
Soggetti testati:
- 11 adulti
età 16-17anni
altezze 180 ± 10 cm
peso 70 ±5 kg
scarpe di loro proprietà con tacchetti fissi non tassellati.
Campi testati:
Sono stati testati in tutto 7 differenti terreni, 1 in terreno in erba naturale e 6 in erba artificiale; di questi ultimi, 3 erano campi in termoplastico dedicato e 3 in sintetico SBR con riempitivo di gomma pneumatica;
il campo naturale preso come riferimento è quello dell’Olimpico di
Roma. I test sono stati effettuati in tre periodi differenti durante l’anno:
inverno, primavera, estate e in tre posizioni geografiche diverse: al nord,
al centro e al sud del paese.
Materiali e metodi:
All’interno di ogni singolo test sono state utilizzate le solette di pressione per l’individuazione della pressione plantare e accelerometri monoassiali posti sulla caviglia. Con le solette di pressione sono state
Gli spettri di potenza, calcolati utilizzando i segnali rilevati con i sensori
di accelerazione, mettono in evidenza un comportamento nei campi
in SBR o gomma riciclata che presenta un aumento delle accelerazioni
di circa 5 m/s2 nel campo di frequenze tra 20 e 40 Hz, mentre nei
campi artificiali in termoplastico sembrano mantenere un comportamento vibrazionale più vicino a quello riscontrato sul campo in erba
naturale.
Dai grafici di accelerazione si osserva anche un’attività accelerometrica
inter-passo che può essere interpretata come un valore anomalo di
contro spinta (effetto pistone) provocato probabilmente dal materiale
di riempimento che produce un effetto molla.
Alla luce di tutto questo si può dire che il campo in erba artificiale con
riempimento in polimero ha un comportamento simile al campo in
erba naturale; infatti permette agli atleti di eseguire movimenti con
valori di torsione senza sforzi, inoltre la resilienza controllata, come si
riscontra dai grafici accelerometrici, neutralizza gli effetti massa-elastici tipici del campo in erba artificiale con riempimento in gomma
vulcanizzata.
Le accelerazioni comprese nell’intervallo di frequenze precedentemente menzionate costringono i muscoli degli arti inferiori ad un
maggior lavoro per compensare l’aumento delle vibrazioni indotte.
33
CENTRO STUDI E RICERCHE
Tempi di contatto
Abbiamo analizzato con l’optojump e sommato il tempo necessario al
doppio appoggio per il cambio di direzione.
Per doppio appoggio intendiamo l’appoggio del piede esterno al movimento che è quello di spinta, la sua rotazione sul terreno in un atteggiamento monopodalico verso la direzione di uscita del gesto per
arrivare all’appoggio successivo compiuto dall’altro arto verso la direzione di uscita del gesto. Nell’immagine sottostante leggendola da sinistra a destra vediamo nei primi due dei quattro fotogrammi in essa
contenuti, il “doppio appoggio”.
I tempi di contatto indicano che vi è un tempo di contatto piedesuolo maggiore nei campi in termoplastico rispetto a quelli in SBR da
riciclo di gomma.
Il riferimento di 0,3 è riferito ai blocchi generati al piede nel cambio
di direzione dal campo in erba naturale.
È comprensibile che tempi di contatto leggermente più lunghi riducano nei cambi di direzione traumatismi a carico degli arti inferiori.
Abbiamo visto le importanti forze in gioco durante questo movimento, generalmente tali forze sono a carico di una piccola parte del
piede normalmente posizionata in corrispondenza della radice del
primo metatarso.
Le ultime generazioni di superfici in erba artificiale hanno compiuto
importanti progressi verso la protezione dei traumi da blocco del
piede rendendo il comportamento biomeccanico degli stessi molto
più vicini a quelli in erba naturale.
La scelta di intasanti in materiale organico è la chiave di questi
progressi tecnologici che si riflettono poi positivamente sulle prestazioni dell’atleta oltre che nel suo feeling con la superficie. Abbiamo
misurato le differenze nei tempi dei cambi di direzione confrontandoli con quelle registrate sul naturale e sul sintetico con intasante
in termoplastico vergine.
Conclusioni
Ricerca con accelerometri: dai grafici risulta un aumento delle vibrazioni nei campi con gomma riciclata, la letteratura scientifica asserisce
che alle vibrazioni l’organismo risponde, in difesa, con contrazioni della
muscolatura e sono interessate a questo le unita motorie veloci. Si deduce che su questi campi aumenta l’affaticamento muscolare e si riducono le performance.
Ricerca con sensori di pressione: dai dati risulta che, preso il naturale
dell’Olimpico come riferimento, il campo in sintetico che gli si avvicina
di più, come comportamento verso la forza distribuita dell’impatto del
piede al suolo del giocatore e come omogeneità di comportamento
biomeccanico, è un campo in artificiale con copolimero vergine dedicato, superato poi con il tempo dalle nuove generazioni con intasante
organico.
I tempi di contatto sono leggermente superiori nel terreno artificiale
costituito con termoplastico dedicato rispetto a quelli costituiti con SBR
con granulo di riciclo da pneumatico, questo induce a supporre che i
terreni in termoplastico possano essere meno traumatici per l’atleta.
Ricerca con Optojump: successivi studi effettuati sui terreni in erba
34
artificiale con intasante organico mostrano un ulteriore miglioramento
relativo ai tempi di arresto per il cambio di direzione. Le nuove superfici
proteggono meglio l’atleta dai possibili traumi generati dal movimento
e da eventi imponderabili legati ad esso.
La percezione di gioco e del calpestio ora è davvero simile a quella che
si ottiene sull’erba naturale.
Queste nuove generazioni di superfici si pongono ora come una vera
alternativa al campo in erba naturale.
Secondo Studio
Dopo aver rivisto, rielaborato ed analizzato in maniera differente lo
studio precedente, ed aver evidenziato le principali differenze di comportamento tra un campo in erba sintetica e uno in naturale, si voleva
conoscere se effettivamente vi erano differenze di comportamento
a seconda dello sviluppo strutturale-motorio maturato dal soggetto.
Questo secondo studio necessita quindi di dati ottenuti da soggetticampioni più “maturi” in quanto i test del primo studio erano stati
eseguiti su soggetti campione di circa 16 anni di età, precisamente
calciatori appartenenti alla categoria allievi.
L’obiettivo era dunque quello di analizzare un gesto motorio come il
cambio di direzione su un terreno in erba artificiale, monitorando
ogni istante con le pressioni plantari per ottenere il maggior numero
di informazioni.
L’attenzione è stata rivolta principalmente all’appoggio plantare e
sono state acquisite le pressioni plantari dei vari soggetti testati in
varie situazioni ed esercizi che simulano il comportamento e le azioni
di gioco concentrando la massima attenzione sul gesto del cambio
di direzione. Le prove sono state effettuate ad inizio estate, alla fine
della stagione calcistica, su un campo sintetico in termoplastico dedicato presso la sede della società Empoli F.C. Si tratta di un campo
di allenamento normalmente utilizzato dalla società per tutte le categorie, da quelle giovanili fino alla prima squadra che milita nella
serie B del campionato nazionale di calcio.
Soggetti testati:
In questo secondo studio si sono utilizzati come tester n°6 calciatori
maggiorenni appartenenti alla categoria primavera e quindi soggetti già strutturalmente formati che nell’immediato futuro dovranno essere pronti per il calcio professionistico.
Alcuni di loro lavorano già al fianco di grandi campioni e strutturalmente parlando sono già formati, con masse muscolari equilibrate in grado di sopportare i duri allenamenti a cui vengono
sottoposti.
Protocollo sperimentale
Il protocollo di lavoro corrisponde a quello dello studio precedente.
I 6 ragazzi hanno effettuato sia il percorso A (percorso con 7 cambi di
direzione) sia il percorso B (scatto di 10 metri, cambio di direzione di
180° e ritorno) su l terreno in erba artificiale in termoplastico dedicato,
entrambi praticati alla massima velocità. Sono state acquisite, anche in
questo secondo studio, le varie pressioni plantari e le misure accelerometriche relative a tutti i ragazzi per entrambe le prove.
L’unica differenza con lo studio precedente riguarda la prova del pallone
(percorso A con il pallone) che in questa seconda fase di elaborazione
non è stata effettuata.
Da specificare che questo secondo studio è stato effettuato a maggio
quindi a fine stagione; mentre il primo era stato effettuato durante la
stagione agonistica.
Per problemi pratici e per permettere una più facile comprensione dei
dati, il percorso A è stato definito “percorso” mentre il percorso B è
stato definito “navetta”.
Esplorazione ed analisi dei dati
Nella tabella sottostante sono riportati i tempi impiegati dei singoli giocatori per eseguire i due percorsi.
Si noti come i tempi siano omogenei e che tutti hanno effettuato le
prove alla massima velocità.
Nomi Calciatori
LC
TF
LG
AV
MG
MS
Percorso
10,99 sec.
10,75 sec.
10,95 sec.
10,43 sec.
10,05 sec.
10,52 sec.
Navetta
5,01 sec.
4,2 sec.
4,63 sec.
3,87 sec.
4,39 sec.
4,54 sec.
In seguito, invece, vengono analizzati i dati e create le immagini riferite
al massimo picco di pressione (MPP “Max Peak Pressure”) e la media
delle varie pressioni plantari (MVP) di ogni soggetto sia per il test percorso che per il test navetta.
Le immagini sono state ottenute utilizzando il sistema di baropodometria Pedar-Mobile (Novelgmbh; Munich, Germany) che permette di vedere le varie pressioni plantari istante per istante, frame dopo frame e
anche la media generale della singola acquisizione.
Si ricorda che i colori più caldi come il giallo, il rosso e poi il viola mettono in evidenza i punti di maggior pressione plantare, mentre i colori
più freddi come l’azzurro, il blu e poi il nero, quelli con pressioni plantari inferiori.
35
CENTRO STUDI E RICERCHE
Analizzando le mappe di pressione che il sistema baropodometrico ci
fornisce si possono rilevare le varie pressioni durante le fasi di appoggio del piede. Si nota come tutti gli atleti utilizzino prevalentemente
gli avampiedi soprattutto la parte interna e che come il retro piede e
il tallone vengono poco utilizzati se non in qualche caso per la fase di
rallentamento precedente al cambio di direzione.
Proprio dall’analisi delle pressioni plantari si intuiscono i vari approcci
e metodi utilizzati per effettuare il cambio di direzione. Infatti la Pedar
ci indica i tempi di appoggio in millisecondi, permettendo la lettura
effettiva del tempo del cambio di direzione.
Questa analisi è utile anche per intuire e verificare la durezza dell’intasante utilizzato come riempitivo del campo in erba sintetica.
Il programma utilizzato come interfaccia con l’utente per la visualizzazione delle pressioni è di semplice interpretazione; di seguito si può
notare come lo schermo viene diviso in due parti: quella a sinistra in
cui si ha una monitorazione costante di tutte le pressioni di ogni area
dei piedi mentre a desta ci sono i grafici che forniscono indicazioni
sui picchi di pressione, sulla forza e sull’area dei due piedi che vengono differenziati grazie all’utilizzo di due gradazioni diverse di colore
(linea blu per un piede e linea rossa per l’altro).
L’acquisizione effettuata si può osservare o in modo continuo, come
la riproduzione di un video che nel nostro caso risulta essere di circa
10 secondi, oppure manualmente procedendo frame per frame verificando i vari tempi dei singoli passi.
Una volta prese in esame le singole acquisizioni si è proceduto alla
realizzazione di grafici che potessero riassumerci i vari tempi di contatto dei piedi con il terreno artificiale durante i cambi di direzione sia
del “percorso” che della “navetta”. Per la realizzazione di quest’ultimi
l’attenzione è stata rivolta ai cambi di direzione che risultavano più
significativi all’interno delle singole acquisizioni; conseguentemente
il primo cambio di direzione del “percorso” non è mai stato preso in
esame in quanto la velocità degli atleti era relativamente bassa
avendo compiuto solamente due passi dalla partenza.
36
I grafici ci mostrano come i tempi di contatto sono pressoché molti
simili all’interno dello stesso tipo di prova, segno di un effettivo equilibrio ed omogeneità di comportamento biomeccanico su di un
campo da calcio con un manto erboso artificiale realizzato in un polimero vergine dedicato. La media dei tempi di contatto piede-terreno
durante il cambio di direzione tra tutti i sei giocatori per la prova “percorso” è di 0,228 secondi; mentre per la prova “navetta” è di 0,313
secondi. Il tempo di contatto nel cambio di direzione per la prova “navetta” risulta essere superiore di quasi un decimo di secondo ma tutti
i giocatori impiegano tempi maggiori. Questo si spiega in quanto il
cambio di direzione in questo tipo di percorso è di 180° completi contro i circa 90° di quelli della prova “percorso”.
Grafico dei tempi di contatto piede-terreno - Percorso
Grafico dei tempi di contatto piede-terreno - Navetta
Confrontando i tempi con quelli dello studio precedente possiamo
affermare che i dati sono molto significativi per quanto concerne il
tipo di risposta che un terreno sintetico produce sull’atleta. I dati
precedenti erano stati ottenuti effettuando prove su due tipi di
manto erboso artificiale: termoplastico e SBR con granuli di gomma.
Tenendo in considerazione solo i dati ottenuti sul termoplastico, in
quanto sembrano mantenere un comportamento vibrazionale più
vicino a quello riscontrato sul campo in erba naturale, possiamo affermare che i tempi di contatto sono molto simili.
Nella media, i pochi centesimi di secondo in meno ottenuti nel secondo studio fanno pensare che il campo costruito in polimero vergine dedicato mantiene valori e strategie di comportamento simili
al terreno artificiale in termoplastico e che le capacità motorie e coordinative degli atleti su di esso si mantengono costanti. Le poche
differenze riscontrate sui tempi di contatto sembrano rispettare il
graduale sviluppo fisico-motorio degli atleti che ricordiamo essere
in questo secondo studio, al loro massimo sviluppo.
I tempi di contatto/scivolata nella fase del cambio di direzione sono
una fase delicata in cui l’atleta generalmente arriva con la gamba
d’appoggio su cui grava tutta la forza cinetica derivante dal suo peso
corporeo, in più, quest’ultima, è ampliata dalla velocità della corsa.
Risulta semplice capire che questo è un momento di facile traumatismo, viste le forze in campo e vista l’attività muscolare richiesta a
stabilizzare gli arti e le articolazioni in questa fase del movimento.
Un terreno che blocchi maggiormente il piede impedendo un leggero scivolamento risulterebbe il più traumatico e potenzialmente
pericoloso per l’atleta.
Grafico delle forze di contatto piede-terreno espresse in Kg
dei 6 soggetti esaminati. I punti di forza sono indicativi di 4 cambi di
direzione all’interno delle acquisizioni
Terreni che inducono ad un comportamento biomeccanico più omogeneo obbligano meno l’organismo a continue modificazioni di comportamento motorio, questo va sicuramente a vantaggio della capacità
di coordinazione e di propriocezione dell’individuo.
Inoltre minori cambiamenti motori consentono a preparatori e staff medico-tecnico della squadra di preparare meglio l’atleta alla gara prevenendo patologie ed infortuni oltre che eccessivo affaticamento e
abbassamento della prestazioni.
Biomeccanicamente parlando, il leggero allungamento di contatto
del piede con il terreno, permette un effetto di riduzione media della
forza perché distribuita in tempi più lunghi, abbassandone l’intensità
soprattutto nel momento di massima decelerazione.
Sulla base di quello che la letteratura già descrive abbiamo cercato
con le solette di pressione e grazie all’aiuto del software di elaborazione dati che accompagna lo strumento, di valutare come cambia
la strategia pressoria sulle differenti superfici di gioco, cercando di
valutare non tanto l’ammontare della forza d’impatto, che è dipendente da molti fattori come la velocità della corsa ecc., ma l’omogeneità della forza di incisione del piede sul terreno ed il suo
contrario.
Le differenze riscontrabili possono essere ricondotte a strategie motorie applicate dall’organismo dell’atleta allo scopo di adattarsi agli
stimoli che esso riceve dal campo.
Grafico delle Medie delle pressioni plantari riferite ai due piedi
per ogni soggetto
Conclusioni
Volendo riassumere e concludere il primo studio e il secondo da noi fatto
con le analisi di paragone si può ragionevolmente affermare che non
esiste una sostanziale diversità tra un terreno in erba naturale in condizioni normali ed un terreno in erba sintetica realizzato con polimero vergine dedicato.
Inoltre a vantaggio del terreno sintetico è facilmente intuibile la conti37
CENTRO STUDI E RICERCHE
nuità di rendimento in qualsiasi situazione atmosferica ed ambientale;
quello che non può avvenire su un terreno naturale sottoposto a variazioni atmosferiche che ne variano profondamente i livelli di prestazione
e di traumatismi.
Dai grafici si nota una certa omogeneità di comportamento biomeccanico su di un campo con polimero vergine dedicato, infatti tutti i soggetti
testati hanno avuto risposte sovrapponibili ed abbastanza eque. Possiamo quindi concludere che un terreno costruito con erba sintetica realizzata con polimero vergine dedicato determina una costanza di
comportamento ed una proporzionale resa in prestazioni.
Le piccole differenze (nell’ordine di centesimi di secondo) sui tempi di
contatto del piede col terreno nel cambio di direzione tra i due studi
sono da attribuirsi sostanzialmente alle diverse caratteristiche strutturali
e motorie dei soggetti testati.
La prospettiva di avere in futuro solo campi di gioco sia per allenamenti
che per gare, di tipo sintetico, realizzato con polimero vergine dedicato,
porterebbe ad avere analoghe prestazioni, analoghe risposte biomeccaniche, possibilità quindi di un monitoraggio reale senza cioè fatti eccezionali quali terreni fangosi o troppo duri o scivolosi, ecc., questo
eviterebbe sicuramente traumi derivanti da queste situazioni ed inoltre
permetterebbe una costanza di allenamento e conseguentemente di
prestazioni senza alterare quanto attualmente avviene su campi in erba
naturale in condizioni normali.
Importanza dell’allenamento differenziato
in base ai terreni di gioco
L’allenamento ha lo scopo di preparare l’organismo all’esercizio fisico
favorendo gli adattamenti energetico, trofico muscolare, vascolare
dell’equilibrio neuromuscolare e della coordinazione motoria, il tutto
al fine di ottenere un gesto biomeccanicamente e tecnicamente perfetto: da questo la necessità di rispettare la regola semplice dell’adattare lo sforzo alla situazione funzionale del momento, principalmente
dopo periodi di inattività.
Così il riscaldamento deve essere protratto, progressivo, adeguato e rapportato al momento della competizione ai gruppi muscolari maggiormente coinvolti, agli eventuali precedenti dell’atleta; nel far questo
bisogna tenere in conto delle condizioni ambientali.
Per quanto riguarda il terreno, quello in cemento è anelastico, il terreno erboso è irregolare, quello sabbioso è instabile, quello in erba
artificiale è più veloce e spesso con troppo ritorno elastico sollecitando
troppo i muscoli che stabilizzano le articolazioni. Il percorso in salita
sollecita il tendine di Achille, quello in pendenza la pronazione o la
supinazione.
Calzature non idonee, male adatte, squilibrano il gioco dei muscoli
38
della gamba e possono essere responsabili di patologia cronica, in particolare “malattia delle inserzioni”. Sempre per quanto riguarda la calzatura, l’impatto del terreno al suolo genera un’onda di forza che
viene trasmessa all’osso ed ai tessuti molli del piede e della gamba
cui segue una seconda onda di contraccolpo di minor ampiezza: i materiali viscoelastici riducono l’ampiezza di queste onde e proteggono
il sistema muscoloscheletrico.
Ovviamente come concausa principale o concausa possono intervenire,
come fattori biomeccanici, disassetti strutturali o funzionali del piede:
assetto in pronazione o in supinazione dell’avampiede, in varo o valgo
del retropiede, un Achille breve, un’intratorsione tibiale od un’antiversione d’anca, un piede di Morton o un piede lasso: inoltre disassetti
anche sovrasegmentari assiali e torsionali.
Correre troppo, troppo presto o su terreni rigidi o troppo elastici e magari
con scarpe inadeguate è di solito appannaggio, e causa di lesioni, per
calciatori principianti entusiasti, ma inesperti; aumentare le distanze
troppo velocemente o semplicemente sovraccaricare l’apparato muscolo-scheletrico durante l’allenamento è di solito appannaggio invece
di calciatori più esperti.
Va ricordato che molti atleti corrono affrontando il suolo con il metatarso
mantenendo il piede stabilizzato in equino ed in eversione; in questi casi
metatarso e fascia plantare sono particolarmente sottoposti a stress, specialmente se pre-esistono variazioni dell’angolo metatarsale.
A differenza del piede normale che alterna fasi in catena cinetica chiusa
(irrigidimento) e fasi in catena cinetica aperta (rilasciamento) durante il
ciclo del passo e della corsa, il piede cavo si mantiene costantemente rigido in assetto probatorio dell’avampiede con supinazione della sottoastragalica il che riduce le possibilità ammortizzanti del piede e, quindi,
di assorbimento dello shock al momento del suo impatto col suolo; il
piede piatto al contrario, assettato in supinazione dell’avampiede con
sottoastragalica pronata, è in deficit di stabilizzazione durante la fase di
propulsione quando gli sarebbe richiesto di essere una leva rigida e tende
a compensare spostando in avanti il baricentro e correndo prevalentemente sugli avampiedi.
Al meccanismo di limitata stabilizzazione in pronazione della sottoastragalica possono essere coinvolti primitivamente o secondariamente i muscoli pronatori, i lunghi e brevi legamenti plantari, la fascia plantare.
Il difetto di assorbimento dello shock a livello del piede può condizionare
situazioni patologiche da stress anche a livello del ginocchio, pelvi e rachide lombare per ripercussioni trasmesse attraverso l’arto inferiore.
Bibliografia
L’ampia bibliografia relativa al suddetto elaborato è a disposizione degli interessati
presso la redazione del Notiziario (E-mail: [email protected])
CALCIO INTERNAZIONALE
ALLENATORI DI CLUB E DI NAZIONALE:
7 BIG SI RACCONTANO
di Marco Viani*
Q
uali sono i vostri metodi di conduzione e i vostri criteri di gioco?
A quali maggiori difficoltà deve far fronte l’allenatore d’oggi?
Quali valori sono particolarmente richiesti al tecnico e al giocatore moderno? Come giudicate il calcio attuale e quali modifiche auspicate?
A queste e altre domande rispondono sette “mister d’Europa” appartenenti a diverse scuole calcistiche, quasi tutti impegnati a livello più
alto. Sono Marcello Lippi, Fabio Capello, Alex Ferguson, Lars Lagerbäck, Morten Olsen, Hen Ten Cate e Juan Santisteban, rispettivamente
commissario tecnico della nazionale azzurra, commissario tecnico dell’Inghilterra, coach del Manchester United, ex commissario tecnico
della Svezia, commissario tecnico della Danimarca, ex allenatore del
Panathinaikos, ed ex allenatore della nazionale Under 17 spagnola già
campione d’Europa. Questa speciale “tavola rotonda” è stata possibile
selezionando e assemblando parti di loro specifiche interviste apparse
in vari numeri (dal 39 al 45) della rivista UEFA “Technical Report”.
I relativi contenuti derivano da diversi approcci e differenti contesti rivelandosi un po’ disorganici ma sicuramente in grado di rispondere
alle più diffuse esigenze dei nostri lettori.
Quali sono le difficoltà da fronteggiare quando si dirige una
squadra nazionale?
Lippi
“La principale è legata alla mancanza di tempo per trasferire nei
giocatori tutto quello che abbiamo nel nostro cuore e nella nostra
testa. Si tratta di far recepire dei messaggi che possono costruire
una squadra. Oggi non siamo al riparo da niente quando abbiamo
di fronte il compito di formare e rendere altamente competitiva
una selezione. La nazionale non è forzatamente rappresentativa
dei migliori giocatori di un paese: io non sono affatto certo di aver
preso i più bravi, sul piano tecnico, per il mondiale in Germania.
Qualche buon elemento, forse, è rimasto a casa. Però ho sicuramente avuto giocatori straordinari in termini di appartenenza a un
gruppo e tutto questo ha avuto una preziosa ricaduta sulle nostre
prestazioni. In pochissimo tempo dobbiamo creare questo senso
di appartenenza e uno spirito di squadra.
Siamo costretti a farlo molto rapidamente: da qui la nostra grande
difficoltà”.
Capello
“Io mi sono trovato davanti ad un compito assolutamente nuovo.
Da allenatore di club avevo l’abitudine di lavorare tutti i giorni. Dovevo affrontare ogni problema, parlare costantemente ai giocatori:
ho passato molto tempo con loro sia nei momenti felici, sia in quelli
difficili. Creare un gruppo con la squadra nazionale è davvero una
nuova esperienza per il semplice fatto che non c’è tempo a disposizione. Abbiamo l’obbligo di ascoltare i bisogni delle società, in
particolare in occasione di partite amichevoli. Dobbiamo capire le
loro richieste in quanto utilizziamo giocatori che loro pagano. La
mia difficoltà è dover preparare una partita e immediatamente
dopo dire arrivederci alla squadra che, forse, rivedrò dopo quaranta giorni. Lo staff prepara ogni cosa per la prossima gara e i
due giocatori con i quali devo parlare di più non sono con noi perché infortunati. Spesso tutto il lavoro svolto deve essere lasciato
da parte e siamo costretti a ripartire completamente da zero. Sono
d’accordo con Lippi nel riconoscere, guidando una squadra nazionale, la prevalenza del lavoro psicologico su quello tattico perché,
in quattro giorni, non possiamo fare granché. Ci possono essere
nuovi convocati ai quali si devono dare indicazioni e orientamenti.
Ma la cosa importante è mettere in piedi un gruppo e avere giocatori che possano esprimere la loro personalità. Faccio tesoro di
* Collaboratore Settore Tecnico FIGC
39
CALCIO INTERNAZIONALE
un’esperienza maturata in occasione del mio primo allenamento
alla guida di Gerrard e compagni. Rientrando negli spogliatoi mi
sono detto: questi giocatori sono magnifici, giocano benissimo tecnicamente, fanno girare il pallone a grande velocità… e tante altre
belle cose. Poi si va a giocare a Wembley, contro la Svizzera, e
vien fuori tutt’altra musica: la squadra si dimostra timorosa,
manca di fiducia in sé, non è positiva. Uno scenario totalmente
differente, dovuto ad una questione mentale, ad una specie di
fardello legato all’importanza che aveva per giocatori la maglia
della nazionale”.
Lippi
“Le considerazioni di Fabio portano anche me a ricordare
un’esperienza. Nel primo periodo alla guida dell’Italia, dopo esserci già qualificati per il mondiale, siamo andati a fare una amichevole con l’Olanda. Facemmo una magnifica gara contro una
buonissima squadra e vincemmo per 3 a 1. Ma c’era un problema
perché eravamo a novembre ed avrei rivisto i giocatori soltanto
a marzo, cioè tre mesi e mezzo più tardi, in occasione di un’altra
amichevole, a Firenze, con la
Germania. Mi ricordo che dissi ai
giocatori che saremmo rimasti in
contatto per parlare della quadra,
delle nostre qualità, delle nostre
forze in modo da
poter continuare
a fare sempre
Marcello Lippi
gruppo. Non volevamo perdere
tutto quello che avevamo messo insieme perché costretti a rimanere separati per così tanto tempo. Quando ci siamo di nuovo
riuniti a Coverciano, alla vigilia dell’amichevole con la Germania,
ho detto ai giocatori: credo che faremo una buonissima partita,
come quella contro l’Olanda. Loro mi hanno guardato un po’
perplessi ed allora ho aggiunto: non abbiate timore, non sono
diventato matto, sono davvero convinto che andrete a fare una
grande prestazione. Così è stato, e in quel momento ho avuto
consapevolezza di essere cresciuti come gruppo e di avere in
mano una squadra di grande valore”.
40
Olsen
“Partiamo da una realtà: anche in un
paese piccolo come la Danimarca ci
sono molti calciatori stranieri che
militano nei campionati maggiori.
Aver nuovi protagonisti, per di più di
qualità, è utile per il livello del nostro
calcio ma ciò determina in parte una
carenza di elementi di elevato valore
da chiamare in nazionale. Inoltre
non abbiamo abbastanza giocatori
danesi impiegati regolarmente dai
grandi club in altre parti d’Europa,
come accadeva vent’anni fa. Anche
per me, un grande problema per il
tecnico della nazionale è da ricondurre alla mancanza di tempo per
stare con il gruppo, in particolare
per una approfondita preparazione.
La globalizzazione ha poi avuto un Morten Olsen
impatto su molte componenti, tra
cui il comportamento della stampa. Le esigenze dei media nel
contatto diretto con gli allenatori di vertice sono aumentate
anche se dobbiamo riconoscere che un interesse così vivo e diffuso è buono per la promozione del calcio. Il tecnico della nazionale ha ampie responsabilità. Io sono personalmente
coinvolto in un piano della federazione danese per portare i nostri giovani a raggiungere un livello internazionale. Non è un
problema di sistemi tattici ma di sviluppare la loro attitudine al
gioco: si cerca di formarli nella migliore maniera possibile in termini di prestazione di gara. Una volta al mese incontro gli allenatori delle nazionali giovanili e lavoro su questo programma.
Dialoghiamo su ogni questione tecnica per ricercare i migliori
modi di preparazione. È un impegno importante per l’allenatore
della nazionale maggiore perché deve ottenere risultati ma
anche avere influenza su ciò che succederà domani. La più
grande sfida nel calcio di oggi è di trovare un mezzo di giocare
che possa motivare i giocatori a essere competitivi. Se sono interessati a impegnarsi nel gioco diventano ambiziosi, riducono
ogni limite. Il calcio deve essere prima di tutto un hobby, una
passione. Non mi piacciono quei giocatori che guardano l’orologio. Devono essere motivati dal gioco perché amano giocare.
Certo, una struttura, un quadro sono necessari: senza un ordine
non c’è libertà di giocare”.
Lagerbäck
“È davvero importante avere un buon personale intorno a noi e
molta fiducia in quel che si fa. Dobbiamo credere in noi stessi; non
dare troppo peso a tutto ciò che ci giunge dall’esterno e fare le
cose che pensiamo onestamente possano essere le migliori. Lavorare con la nazionale concede pochissimo tempo.
Ciò significa dover definire in ogni momento le giuste priorità rendendo necessaria una buona organizzazione intorno alla squadra
in modo che tutto sia più efficace possibile”.
Potete parlarci della vostra filosofia calcistica, della vostra maniera di dirigere un gruppo e del vostro stile di gioco?
Santisteban
“La mia filosofia riposa sull’amore per la tecnica e il rispetto per il
pallone. Lavoro affinché ogni mio giocatore sia generoso nel suo
contatto con la palla e generoso con i compagni”.
Henk Ten Cate
“Io sono stato una “ala volante” e vengo dall’Olanda dove il gioco
è molto offensivo. Tutto questo innegabilmente conta nel mio
modo di fare calcio. Nel mio paese, come in Inghilterra, il ruolo
di una punta è completamente diverso da quello presente nei
paesi latini. Comunque la costruzione di una squadra è come
quella di una casa: bisogna cominciare dalle fondamenta e, nel
calcio, ciò significa occuparsi dell’organizzazione difensiva. La mia
formazione in un club come il Go Ahead Eagles ha comunque
sviluppato una passione per il gioco offensivo, per far crescere
buoni giocatori. Quello è stato il primo club olandese a disporre
di un centro tecnico e di allenatori entusiasti nella loro qualità di
ex giocatori. Abbiamo sviluppato uno stile di possesso di palla
positivo che è tipicamente olandese e, sicuramente, abbiamo incoraggiato l’impiego di ali.
Giocare attraverso triangolazioni è stato l’elemento chiave del
nostro gioco. Ho lavorato in molti paesi e i metodi, gli esercizi di
allenamento sono abbastanza simili. Ma è ciò che si fa che crea
la differenza.
Questo, sicuramente, dipende anche da dove si lavora: è più difficile allenare a livello di vertice, con tanti giocatori dall’ego sviluppato che non amano essere contrariati o corretti. Una delle
chiavi del successo dell’Ajax è stato il fatto che la maggior parte
dei giocatori erano passati dal centro di formazione ed erano stati
tutti ben addestrati prima di arrivare nella squadra maggiore.
Amo davvero lavorare con giovani, sviluppare il loro talento”.
Ferguson
“Mi piace premettere che oggi noi
allenatori
riceviamo importantissimi sostegni, in
particolare dal settore della scienza
sportiva. L’informazione medica,
l’alimentazione e
Alex Ferguson
la preparazione
dei giocatori sono
ulteriormente migliorate. Ciò che non è cambiato è un fatto: oggi i
giocatori si allenano a un livello molto elevato. Da sempre noi miriamo a una qualità del 100%. Non ho mai cambiato questo approccio perché, a mio avviso, ciò che si fa in allenamento lo si ritrova in
partita. Non abbiamo mai permesso che le sedute di allenamento si
svolgessero in un clima e in uno spirito di arrendevolezza, di superficialità. Considero l’allenamento un’occasione per i giocatori di esprimersi in quanto professionisti. Quelli che non si impegnano nel lavoro
di tutti i giorni possono avere un’influenza negativa sugli altri e le
cose possono degenerare: si rischia di non essere più una squadra di
calcio. Così, tanto al Manchester quanto all’Aberdeen, abbiamo sempre avuto un formidabile spirito di gruppo. Oggi è difficile avvicinarsi
alla perfezione: l’aumento del numero dei giocatori egocentrici rende
il nostro compito più gravoso e per tanti di noi la situazione si fa complessa e delicata. L’intervento di agenti e di rappresentanti dei giocatori ha fatto sì che la responsabilità personale di questi ultimi non
fosse più la stessa dei loro colleghi di venti-trenta anni fa. Una volta
il calciatore in vacanza non dimenticava i suoi doveri di atleta e di
professionista: oggi non è più così. Un altro cambiamento va sicuramente ricondotto all’aumento delle grandi vedette di cui si ha bisogno per competere a livello di vertice. Attualmente al Manchester
United abbiamo giocatori di 18 nazionalità: una proiezione che non
potevo assolutamente prevedere quando ho iniziato il mio mestiere.
Siamo arrivati al punto di avere due osservatori a tempo pieno in Brasile, Argentina, altri in Germania, in Francia e molti ancora. Abbiamo
gente dappertutto e questo dimostra quanto la Premier League sia
diventata potente e quale sia la dimensione di un club calcistico. Per
noi, questa è diventata un’impresa complessa. Per me è stato positivo
per il contatto che continuo ad avere con differenti culture e ciò è
una componente che rende ancora più interessante il mio lavoro. Essere provinciali non è proprio più possibile”.
41
CALCIO INTERNAZIONALE
Lagerbäck
“Inizio dal concreto,
cioè da quello che
facciamo nella frase
di preparazione ad
un torneo importante come, ad
esempio, un campionato europeo.
Nella seconda settimana di lavoro ci
concentriamo sul
modo con cui desi- Lars Lagerbäck
deriamo giocare
cercando di identificare dei contenuti difensivi e offensivi. Passiamo poi ad una fase di organizzazione e messa a punto del
gioco assicurandoci che i giocatori ricoprano il giusto ruolo. Quest’ultima ricerca è prioritaria perché i nostri nazionali vengono da
12-13 paesi dove si gioca in maniera diversa. Per esempio, noi
applichiamo una difesa a zona, mentre alcuni giocatori sono abituati a difendere a uomo. Così bisogna lavorare anche sull’aspetto mentale in modo che questa transizione venga
assimilata più dolcemente possibile per avere pronte e coerenti
risposte in gara. Ne consegue che dobbiamo ripetere molte cose,
ma devo riconoscere il merito dei giocatori, sempre ben motivati
e disposti verso questo tipo di lavoro: francamente non so se sia
così anche altrove. La nazionale ha una filosofia di gioco inevitabilmente legata, ma solo in parte, al calcio dei club. Occorre dire
che le squadre vincenti sono quelle che hanno una visione molto
chiara del loro modo di giocare. Così l’elemento di base è avere
un concetto che i giocatori accettino e secondo il quale desiderino lavorare: come preferiscono difendere? come preferiscono
attaccare?
Poi bisogna avere un tipo di qualità individuale che possa aiutarci
a vincere qualcosa: è forse la ragione per cui fatichiamo così tanto
ad andare oltre i quarti di finale delle varie competizioni. Gli elementi base che ci guidano sono: un concetto collettivo, una buona
organizzazione e l’accento posto sulla creazione di sufficienti spazi
per poter far esprimere le individualità. Tentare di trovare il giusto
equilibrio è una delle componenti più interessanti del lavoro di allenatore. Io desidero che tutta la squadra partecipi sia alla fase offensiva che a quella difensiva. Abbiamo idee chiare sul modo in
cui desideriamo che i nostri attaccanti difendano e su quello che
dovrebbe essere il loro ruolo. Vogliamo che al gioco d’attacco par42
tecipino molti giocatori. Ma non possiamo mandare tutti in avanti
e quindi mettiamo sempre l’accento sull’importanza di un buon
equilibrio di squadra. Ciò significa che, pur schierando il maggior
numero di giocatori veloci, una volta recuperata la palla si valuti la
possibilità o meno di procedere rapidamente verso la porta avversaria. Certo, con i livelli di condizione fisica e di organizzazione di
squadra raggiunti oggi, una rapida transizione verso l’attacco dà
buone possibilità di creare occasioni da rete. Se, però, non lo possiamo fare, ecco che bisogna avere la pazienza necessaria per un
altro tipo di costruzione. Non sono affatto scontento se la mia
squadra conserva il pallone nella propria metà campo aspettando
il momento opportuno per offendere. Non avere pazienza permette più facilmente all’avversario di rubarci il pallone”.
Olsen
“Dobbiamo utilizzare le qualità in possesso del nostro gruppo e
costruire una squadra solida. Avere una filosofia di gioco è capitale,
come è preziosa una certa flessibilità. Ogni volta che si raduna la
nazionale si deve avere un approccio coerente. Anche a noi piace
avere uno stile di gioco ma dobbiamo essere realisti e ricordarsi
che si tratta di vincere. Pensare al modo più bello di giocare è sicuramente importante per l’immagine e l’avvenire del calcio. Il nostro approccio è molto positivo. Cerchiamo di conservare il pallone,
di dominare in questo esercizio non perdendo mai di vista la possibilità di giocare in profondità. Il calcio moderno obbliga ad essere
bravi nel gioco di transizione sfruttando lo spazio e raggruppandosi
rapidamente in difesa. Ho avuto la fortuna di disporre di un certo
numero di giocatori adatti al mio approccio. Per esempio, non
sono mai mancate le ali. Amo giocare con giocatori rapidi sui lati
perché possono porre problemi particolari ai rivali, consentendoci
spesso di difendere meglio perché vengono bloccate le velleità offensive dei difensori laterali avversari”.
Lippi
“C’è differenza tra guidare un club e guidare una nazionale.
Quando, ad esempio, si prepara una Coppa del mondo, e non soltanto una gara di qualificazione, abbiamo 50 giorni per costruire
qualcosa di solido e passiamo molto tempo su campo. Credo che
i giocatori delle grandi squadre non desiderino la figura di un padre
ma piuttosto quella di una guida sicura e decisa, di un allenatore
competente in grado di condurli verso gli obiettivi ai quali sono
chiamati: quelli che portano a vincere. Poi, che l’allenatore sia simpatico o no non è molto importante. Ai miei giocatori dico: non
sono il vostro padre né il vostro fratello maggiore ma se avete bi-
sogno di parlarmi sono completamente a vostra disposizione.
Certo, un allenatore capo deve avere affinate e vaste competenze
tecniche e tattiche ma credo che gestire le risorse umane sia oggi
fondamentale per essere un tecnico a livello di vertice”.
Capello
“Un allenatore, sia di club che di nazionale, ha 23-25 giocatori da
seguire e da ciascuno di essi è giudicato. Sempre, in ogni istante.
Viene giudicato il suo modo di reagire sia quando vince, sia
quando perde. Viene valutato ogni suo comportamento, ogni
aspetto della sua gestione. Viene analizzato il suo modo di lavorare
sul campo. Ricordo questo fatto: dopo aver perso una partita con
la Francia tutti erano molto scontenti per questo risultato. Mi sono
rivolto alla squadra ed ho detto: “Ragazzi, oggi, invece, io sono
molto soddisfatto”. Mi hanno guardato come se fossi matto. Ho
continuato: “Sì, sono molto soddisfatto per il modo in cui abbiamo
giocato i primi 30 minuti contro la nazionale vice campione del
mondo. Ci siamo mossi a un ritmo molto elevato e abbiamo reso
dura la vita ai nostri avversari. Questi 30 minuti ci possono fornire
una base per una futura prestazione che tenga fino al novantesimo
di ogni partita”. Da quel momento siamo entrati in campo con un
diverso modo di pensare”.
Come è cambiato il calcio dai tempi in cui eravate giocatori?
Ferguson
“Limitiamoci a questi ultimi dieci anni. C’è subito da dire che la velocità del gioco di transizione è oggi nettamente più elevata. Inoltre
le qualità degli allenatori sono migliorate e grazie alla scienza sportiva e alla tecnologia è possibile studiare gli avversari in maniera
più approfondita. Possiamo conoscere i tempi di corsa e i dati statistici di ogni giocatore da affrontare. Si tratta di un’informazione
fenomenale per ogni allenatore: esaminiamo ogni dettaglio e possiamo analizzare tutto ciò che abbiamo bisogno di conoscere. Ciò
ha un notevole impatto sulle scelte tattiche. La sola cosa che non
cambia mai è la speranza di trovare un Cristiano Ronaldo o un
Lionel Messi: due giocatori in grado di rovesciare l’andamento di
un match e di far saltare ogni impatto tattico con un’azione solitaria. Tentare di bloccare uno come Messi è veramente una sfida:
quando lo vediamo in gara puntare su di noi, palla al piede, ci vengono i brividi: “Eccolo di nuovo a farci male”, ci diciamo. Tutti i
grandi giocatori come lui hanno una dose di coraggio che li pone
al di sopra di tutti gli altri. In questo modo vanno ancora oltre la
loro straordinaria abilità. Come detto all’inizio, uno dei più grandi
cambiamenti intervenuti nel calcio in questi ultimi dieci anni è l’aumento della velocità del gioco di transizione. Molti contrattacchi
sono oggi differenti da quelli portati secondo il vecchio, classico
stile italiano degli anni sessanta, quando il pallone veniva trasmesso con un lungo passaggio a una punta isolata che poteva
andare al duello su un vasto spazio. Oggi i giocatori attaccano a
partire dal centrocampo e dalle posizioni difensive, e il contrattacco
rapido coinvolge quattro o cinque giocatori. Questo contrattacco
di gruppo si è rivelato una nuova, grande arma tattica”.
Henk Ten Cate
“Il gioco è diventato sempre
più rapido e lo spazio sempre
più ristretto. La pressione sugli
allenatori continua a crescere
in un mondo dove il solo obiettivo è il risultato. È preoccupante perché così non si va a
migliorare il gioco. Anche il
continuo cambio di allenatori
non aiuta: è un cambiare per
cambiare. Le ali erano un po’
sparite ma stanno ritornando.
Oggi la maggior parte delle
squadre giocano con un 4-2-31 e hanno bisogno di giocatori
veloci sui lati. Su queste zone
alcuni allenatori utilizzano dei
mediani, altri delle ali. Io ho
sempre giocato con queste ultime o con attaccanti. Oggi il Henk Ten Cate
solo spazio disponibile è sulle
fasce: sono zone che devono essere sfruttate e occupate pur se
l’azione, non solo individuale, inizia da lì, come fanno Messi e Ronaldo”.
Olsen
“Il gioco è diventato nettamente più rapido e intenso e ciò significa
che bisogna avere una migliore tecnica e un’attitudine a leggere più
rapidamente il gioco. Oggi i giocatori non hanno lo spazio che avevamo noi. Sono però sicuro che i giocatori più di talento della mia
epoca si confermerebbero tali anche adesso. Un altro fattore che
ha influenzato la qualità del calcio moderno è la qualità dei campi.
Vediamo giocare molte partite di Champions League su superfici
43
CALCIO INTERNAZIONALE
fantastiche. Non possiamo affidarci ad un insistito gioco di passaggi
su un brutto campo. Ai miei tempi giocavamo su tanti terreni in
condizioni miserabili e sicuramente non eravamo aiutati. Oggi i
campi sintetici permettono di allenarci tutto l’anno. Il campo dell’Arsenal, a Londra, sembra un tappeto di biliardo e questa sua perfezione è una condizione niente affatto trascurabile per il tipo di
calcio praticato da questa squadra. Con campi pesanti o addirittura
fangosi, la soluzione è spesso quella di ricorrere ai palloni lunghi”.
Lippi
“Ciò che è cambiato dai nostri tempi è la necessità di giocare in
diversi modi in funzione delle caratteristiche dei giocatori a disposizione. In passato era facilmente riconoscibile un sistema di gioco
comune alla maggior parte delle squadre. Tutto quello che l’allenatore doveva fare era selezionare i migliori giocatori per fare la
squadra. Oggi dobbiamo selezionare buoni giocatori sotto il profilo
tecnico che siano in grado di essere forti anche mentalmente. In
Italia si adottano vari moduli tattici, gli allenatori cambiano di frequente formazione, gli organici sono piuttosto vasti. Il calcio moderno esige da ciascuno di noi l’utilizzo di differenti sistemi per
meglio sfruttare le qualità e le caratteristiche dei giocatori disponibili in un preciso momento”.
Capello
“Il football cambia ed evolve. Quando ero giocatore l’Olanda iniziava a giocare in maniera somigliante al calcio moderno. L’arrivo
di Arrigo Sacchi ha portato altre innovazioni e abbiamo seguito
questo sviluppo durante un certo numero di anni. Ritengo, come
Lippi, che oggi si debba prendere in considerazione differenti
modi di fare calcio per opporci a differenti avversari. Dobbiamo
essere flessibili e capaci di cambiare nel contesto di ogni partita.
Un cambio di posizione dei nostri giocatori ci può permettere,
ad esempio, di colpire gli avversari in punti rivelatisi più vulnerabili. Come tecnici della nazionale dobbiamo selezionare i migliori
giocatori ma soprattutto dobbiamo essere capaci di creare un
gruppo di base. Si può poi completarlo, come abbiamo fatto noi
con Theo Walcott contro la Croazia.
Ricordo che quando i giornalisti videro la formazione ed ebbero
la certezza che mi sarei affidato a questo giocatore di vent’anni
pensarono che fossi diventato matto. In realtà Walcott era per
me il più abile a rivestire quel ruolo nel nostro schieramento in
quel preciso momento. Era quello che bisognava fare. Dobbiamo
essere duttili, trovare i migliori elementi per il loro miglior impiego
e fare scelte coraggiose”.
44
Qual è il vostro giudizio sul calcio d’oggi e quali eventuali modifiche sarebbero opportune
per la sua ulteriore crescita?
Siete ottimisti sul suo avvenire?
Santisteban
“A me stanno particolarmente
a cuore i giovani, in particolare
coloro che, pur dotati, non riescono ad arrivare in alto. A
questo riguardo certi fattori
possono essere determinanti,
la maggior parte dei quali legati alla vita personale e all’ambiente del giocatore. A
cominciare dai suoi amici, per
passare al suo o ai suoi agenti,
per finire ai suoi familiari. Mi
sono trovato a sentire dalla
panchina, in occasione di alcune partite, parole barbare di Juan Santisteban
parenti o amici rivolte ai ragazzi che giocavano. Ma come si fa a vomitare simili insulti sui i
nostri figli! È incredibile! Forse il livello di incertezza corrisponde al
desiderio di vedere il ragazzo guadagnare soldi il più rapidamente
possibile, magari per aiutare il papà a comprare un appartamento
o addirittura a non lavorare più.
Se è così, l’errore è davvero grave. Lo stesso discorso vale per molti
agenti o procuratori che sembrano troppo interessati a incassare
denaro. Se un giocatore ha delle qualità riesce. Così non c’è ragione di andare incontro a tanti rischi tentando di farlo emergere
il più rapidamente possibile mettendolo sotto una pressione insopportabile quando ha 16 o 17 anni. Molto spesso il giovane risponde a questa pressione pensando solo alle sue prestazioni
individuali, giocando per se stesso, dimenticando di appartenere
ad una squadra e a un collettivo.
Queste cose succedono ed è triste vederle, anche perché s’imbocca una strada davvero brutta. Non voglio però dare l’impressione di essere pessimista. In Spagna sono cresciuti giovani
di talento segnatamente perché in questi ultimi dieci anni abbiamo migliorato le nostre strutture ed ora è possibile allenare
a tempo pieno grazie ai campi in sintetico. I nostri ragazzi giocano di più e di conseguenza il nostro calcio può gradatamente
migliorare: passo per passo ci stiamo avvicinando al vertice dei
valori. Siamo fiduciosi, a meno che tutti insieme - e questo include familiari, agenti e procuratori - perdiamo di vista quello
che è il vero bene per i nostri figli”.
Lagerbäck
“Anch’io voglio soffermarmi sull’avvenire dei giovani e parlo volentieri di uno speciale progetto della federazione svedese svolto
da tempo con i club di prima e seconda divisione. Questi ricevono
dalla federazione contributi provenienti da sponsor solo a condizione che ognuno di essi abbia un allenatore qualificato e buone
strutture di allenamento da sfruttare durante l’intera stagione per
le categorie dai 16 ai 19 anni. Il buon esito di questa iniziativa non
ha tuttavia attenuato la difficoltà dei nostri club ad andare avanti
nelle competizioni europee. Così quattro anni fa è stata varata
un’altra iniziativa tendente a una nuova formazione e riqualificazione degli allenatori, sia di quelli di vertice, sia - ed è ancor
più rimarchevole - di quelli delle giovanili. Sono stati investiti molti
soldi in questo progetto che prevede anche la creazione di centri
di istruzione di migliore qualità.
C’è da lavorare duramente affinché più squadre svedesi siano
sulla scena internazionale. Chi arriva in nazionale ha infatti poca
esperienza di calcio di vertice.
È fondamentale l’impegno della federazione a costruire quelle
che in Inghilterra chiamano “accademie”, con campi di dimensioni regolari e campi più piccoli dove è possibile far allenare tutto
l’anno i nostri giovani. È stato stimato che in Svezia un bambino
dai 10 ai 13 anni gioca a calcio soltanto sei mesi l’anno. Nei paesi
meridionali d’Europa i bambini di questa età possono giocare per
dieci, undici, dodici mesi. Ciò comporta che un ragazzo di quindici anni in Italia ha circa diecimila ore di calcio nelle gambe. Un
ragazzo svedese deve avere 18 o 19 anni per aver accumulato
così tante ore. Dobbiamo tener conto di queste importanti realtà
se vogliamo che le qualità individuali dei nostri ragazzi arrivino a
competere con quelle dei migliori”.
Olsen
“Io sono ottimista. Il presupposto è avere una buona organizzazione, disciplina e strutture. Considero però indispensabile un
altro elemento: la libertà di giocare. Spesso è questa libertà di
espressione in possesso dei giocatori dotati che decide le partite
a livello di vertice. Le due più importanti componenti nel calcio
sono per me il pubblico e i giocatori. Se questi due gruppi sono
soddisfatti anch’io sono soddisfatto. Sicuramente bisogna vincere ma ciascuno di noi è più felice se vince con un suo preciso
gioco, con un suo personale stile. La Danimarca è stata una delle
nazioni più avanzate in materia di formazione degli allenatori ma
oggi tutti si sono fortemente evoluti ed hanno investito nelle attività didattiche e nell’istruzione dei tecnici a tutti i livelli.
Due fatti maggiori hanno influenzato il calcio negli ultimi venti
anni: la caduta del Muro di Berlino e la sentenza Bosman. La
prima ha favorito la nascita di un più grande numero di paesi
anche calcistici e di conseguenza ha portato ad una competizione allargata; la seconda ha dato a un maggior numero di giocatori di un maggior numero di piccoli paesi la possibilità di
giocare in grandi campionati europei. In Danimarca non smettiamo di formare buoni allenatori e giocatori ma l’intero contesto
concorrenziale è definitivamente cambiato”.
Ferguson
“Mi baso sulla mia esperienza nelle competizioni europee di vertice e faccio riferimento a queste. La principale difficoltà è la preparazione. Siamo impegnati in un campionato nazionale
talmente intenso, con esigenze continue ed eccesso di gare, che
abbiamo tempi ristretti per preparare le gare di Champions League. Tuttavia non abbiamo veri ostacoli. Penso, ad esempio, che
il livello degli arbitraggi sia migliorato: c’è un maggiore rispetto
tra direttori di gara e giocatori. L’organizzazione è molto buona
e raramente abbiamo problemi. La sola cosa che a volte mi preoccupa riguarda lo stadio dove ci alleniamo prima del match perché abbiamo troppa gente intorno e non si può svolgere un
lavoro serio. Le telecamere spariscono dopo quindici minuti ma
l’intimità non è sempre garantita. Se si gioca il sabato la domenica è giorno di riposo e giocando fuori il martedì in Champions
League non ci rimane che la seduta del lunedì sul campo dei rivali,
dove non sappiamo chi ci osserva. È difficile risolvere il problema.
In merito alla regola dei gol segnati in trasferta credo che oggi
non ci si debba preoccupare come facevamo in passato.
In ragione della velocità e dell’efficacia del contrattacco non è
un grande svantaggio giocare fuori come lo era una volta. Non
mi preoccupa troppo questo, quanto piuttosto l’esigenza di segnare un gol esterno. È un vantaggio andare a rete quando non
si gioca in casa ma ciò, su di me, non ha alcun condizionamento.
Questa piccola ricompensa dissuade le squadre a ripiegare verso
la propria area di rigore per gran parte di una partita esterna.
Credo pertanto che non si debba cambiare questa regola. Motivi
di riflessione emergono dal constatare, in questi ultimi anni in
Champions League, una diminuzione dei gol su palla inattiva.
Penso che ciò sia dovuto sostanzialmente a una mancanza di al45
CALCIO INTERNAZIONALE
lenamento. Ricordo Cristiano Ronaldo allenarsi costantemente a
calciare punizioni: non era pertanto un caso che, attraverso questo continuo esercizio, colpisse quasi sempre il bersaglio. Si sente
dire che il pallone cambia notevolmente direzione, ma anche se
ciò può essere
vero sono ormai
diversi anni che
conosciamo
questo fenomeno e quindi
non penso proprio che l’imputato
numero
uno sia la sfera.
Anche la distanza tra la
barriera e il pallone non è in discussione
Cristiano Ronaldo
perché gli arbitri
fanno in generale il loro dovere. Ribadisco quindi che la vera causa è la carenza
di esercizio specifico, aggiungendo che un po’ di fortuna ci vuole
sempre”.
Henk Ten Cate
“Penso che ci sia bisogno di esaminare ancora la regola del fuorigioco. In America del Nord, dove ho giocato, il campo è diviso
in tre zone, con quella centrale non interessata da tale regola.
Ciò aumenta lo spazio di gioco.
Ritengo che ogni accorgimento che vada in questa direzione
debba essere preso in considerazione. Il fuorigioco può essere
molto distruttivo”.
Lippi
“Ci sono certamente tante cose che potrebbero essere cambiate
o migliorate. Considero comunque fondamentale che ogni paese
calcistico conservi le sue caratteristiche, rimanga fedele alla sua
tradizione. È indubbio che il calcio sudamericano sia diventato un
po’ più europeo, nel senso che tende ad essere più pragmatico,
più organizzato di prima. Quasi contemporaneamente il calcio
europeo ha assimilato certe qualità sudamericane, in particolare
sul piano tecnico. Penso che il calcio inglese rimarrà fondamentalmente sempre inglese e la sua squadra nazionale ne sarà la
46
migliore espressione. Per quel che riguarda il calcio italiano ritengo che dei miglioramenti possano essere apportati, in particolare sul piano dell’atteggiamento”.
Capello
“Se parliamo di innovazione penso che il ricorso a arbitri supplementari a lato delle porte possa costituire un importante
progresso. Un’altra misura positiva è di giocare con lo stesso
tipo di pallone in una manifestazione particolare: è una pratica
adottata in Champions League. Il miglioramento della tecnologia ha avuto un innegabile impatto sul calcio. Sette-otto
anni fa era quasi impensabile calciare in porta da distanze che
oggi sono banali. Vengono immediatamente a mente i tentativi di lunga portata di Ronaldo.
Un certo tipo di progressi tecnologici ci può davvero portare
lontano. Penso però che sia urgente un importante lavoro da
compiere.
Riguarda il comportamento di tutti verso gli arbitri e la diminuzione del numero di errori commessi da questi ultimi, in particolare in area di rigore, per esempio nel valutare i falli di
mano. Certe squadre ne hanno sofferto, hanno visto venir
meno i loro sforzi a causa di erronee valutazioni arbitrali. Si
deve evitare il più possibile di essere così penalizzati. È veramente frustrante per un allenatore veder il suo lavoro rovinato
in questa maniera, magari proprio mentre si appresta a cogliere un successo”.
Quali componenti sono più preziose per la formazione del giocatore e dell’allenatore e quale consiglio potete dare a chi si appresta a guidare una squadra?
Henk Ten Cate
“Amo i giocatori che hanno spirito offensivo. Quelli che sono creativi e che danno tutto loro stessi al calcio. Certo, con un solo tipo
di interpreti non si vincono le partite: c’è bisogno di un equilibrio.
Ma le mie squadre saranno sempre un po’ orientate a creare
gioco ed a renderlo offensivo.
Amare il pallone è decisivo perché oggi ci sono giocatori che
amano solo i soldi. Quando fui scelto da un club professionistico
ne fui entusiasta e orgoglioso: il denaro aveva solo un’importanza
secondaria. Non posso non prediligere quei giocatori che hanno
il mio stesso atteggiamento nei confronti del calcio”.
Santisteban
“Non accade troppo
di frequente pronosticare per un giocatore
promettente a livello
giovanile un futuro da
protagonista a livello
maggiore.
L’esempio che mi
salta a mente è Bojan
Krkic, subito apparso
elemento straordinario. Possedeva enormi
qualità e faceva vedere cose che altri ragazzi della sua età
comunemente non
facevano. Il fatto è
che questo mestiere ci
porta a guardare lonSteven Gerrard
tano soltanto in una
certa misura: ci si concentra su ciò che il giocatore è immaginando senza agitazione
e urgenza quello che potrebbe fare. Dobbiamo considerare il
suo sviluppo passo per passo. Si tende a essere prudenti
quando si vede per la prima volta un giovane promettente e lo
si giudica. Dobbiamo essere pazienti. Poi ci sono casi non comuni. Iker Casillas, ad esempio, ha disputato la sua prima finale
con noi quando aveva quindici anni. La gente mi domandava
come osavo schierarlo a quell’età. Ma avevo già visto in lui una
stoffa eccezionale e dovevo dargli una possibilità. Anche Cesc
Fabregas è stato inserito quando era giovanissimo. Aveva sedici
anni e non abbiamo avuto il minimo dubbio su di lui perché il
suo talento era immediatamente percepibile. In questi casi si
sapeva che sarebbero diventati giocatori di alto livello pur essendo così giovani. Così abbiamo dato loro tutte le occasioni
possibili per dimostrare le loro qualità, per acquisire e sviluppare
esperienza sul piano internazionale”.
Lagerbäck
“A un tecnico in procinto di debuttare alla guida di una nazionale
direi per prima cosa di definire buone priorità.
Con poco tempo a disposizione si deve formare la squadra, scegliere e sviluppare un modo di giocare. Anche gli allenatori delle
Cesc Fabregas
grandi nazionali si avvalgono di giocatori che militano in campionati stranieri, pertanto c’è una condizione che ci accomuna tutti.
Credo così che non ci possa essere migliore consiglio da dare”.
Ferguson
“Ci sono giocatori come Kakà, Messi e Ronaldo il cui talento è innato.
Ma anche le doti più straordinarie non sono sufficienti e la componente allenamento riveste una grande importanza. Prendiamo Ronaldo, che si allena da solo dopo ogni seduta collettiva. Pochi altri lo
fanno. Noi allenatori dedichiamo una parte del lavoro a migliorare il
tocco di palla, le combinazioni, i passaggi e la velocità di gioco ma
l’affinamento della qualità particolare, la cura del dettaglio dipendono
dalla volontà del singolo di sacrificarsi dopo l’allenamento: è questo
il marchio dei grandi giocatori. Se i grandi talenti contano soltanto
sulla loro abilità naturale non avranno questo piccolo sovrappiù. I più
dotati devono fare qualcosa in più da soli. Il consiglio che mi sento di
dare ad ogni allenatore è quello di cercare di raggiungere sempre il
meglio, in qualunque categoria sia chiamato a operare. Uno degli
aspetti più belli del mio mestiere è trovarsi a confrontarsi al più alto livello con tutti i grandi allenatori d’Europa come Marcello Lippi, Ottmar
Hitzfeld, Carlo Ancelotti: stranamente non ho mai affrontato Fabio
Capello. Mi ricordo di essermi trovato al Comunale di Torino dove,
47
CALCIO INTERNAZIONALE
sull’altra panchina, era seduto
Marcello Lippi. Indossava una
giacca di pelle nera e fumava un
piccolo sigaro. Era decontratto,
calmo mentre io sembravo un
operaio in tuta sbattuto da una
pioggia torrenziale: quanta differenza! Misurarsi con i più grandi
tecnici e giocare nei più grandi
stadi d’Europa è veramente qualcosa di meraviglioso. È la magia
del calcio europeo: la Champions
League mi ha dato l’occasione di
realizzare i miei sogni di bambino. Tra i grandi club del nostro
Iker Casillas
continente mi manca di affrontare solo l’Ajax per completare il quadro. A queste belle cose fa riscontro l’estenuante lavoro con i media dopo ogni partita: una mezza
dozzina di interviste TV più una grande conferenza stampa. Il nostro
lavoro prosegue, mentre i nostri giocatori hanno già fatto la doccia e
si sono già cambiati”.
Olsen
“Avere buoni giocatori non basta. Bisogna sviluppare tutti i nostri talenti per avere successo come allenatori. Penso che l’esperienza sia
una condizione preliminare. Anche l’attitudine a innovare è importante: non dobbiamo mai riposare sugli allori ed è necessario cercare
sempre nuove soluzioni. Poi ci vuole sicuramente un po’ di fortuna.
Con i giocatori d’oggi siamo costretti a dare davvero tutto e il meglio
di noi stessi perché sono meglio informati e più curiosi. È un bene che
ci chiedano, in maniera molto libera e aperta, spiegazioni. Vogliono
sapere il perché di tante scelte e ciò implica che siano in possesso di
personali conoscenze calcistiche, che sappiano ad esempio qualcosa
sul modo in cui vogliamo fare calcio.
Molto dipende dalla cultura di origine e di cui sono impregnati.
Quando i giocatori hanno la fiducia e la confidenza di chiederti il perché di tante cose sappiamo che possiamo contare sul loro totale impegno nel cammino da fare insieme. Il potere legato al nostro ruolo,
alla nostra carica, al nostro status non è più sufficiente: i giocatori di
vertice reagiscono male a critiche e rilievi. Anche la comunicazione
con i media e alcune problematiche di natura commerciale ci mettono
in condizioni molto impegnative. Si deve “vendere” la nostra squadra
e il nostro club: possiamo anche dire che anche noi stessi dobbiamo
presentarci come un “marchio”.
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Lippi
“Una formazione come quella ricevuta da noi a Coverciano è fondamentale: ci dà tutto quello che abbiamo bisogno per essere allenatori.
Il giocatore a fine carriera si sente predisposto ad abbracciare il mestiere di tecnico, pensa di conoscere il calcio: ha parlato di tattica con
i suoi allenatori, ha accumulato conoscenze tecniche, esperienze in
materia di preparazione fisica e molte altre ancora. Dopo tre mesi di
studio a Coverciano si rende tuttavia conto che sta imparando cose
alle quali non aveva mai pensato prima.
Tutto quello che si porta con sé dal suo passato e di cui è in possesso
deve essere riunito e approfondito attraverso uno studio tanto vasto
quanto selettivo, oltre che programmato e guidato. La scuola di Coverciano è indispensabile per l’organizzazione di tutto quello che si è
appreso da giocatori”.
Capello
“Quando siamo giocatori tutto quello che si deve fare è pensare
alle nostre prestazioni, alla nostra condizione fisica, alla nostra alimentazione. Non si esce da noi stessi: ci si allena, si ritorna a casa
ed è tutto. Quando siamo allenatori si deve pensare alla preparazione fisica, mentale, tecnica, tattica di tutti i nostri effettivi; si deve
costruire uno spirito di squadra, si deve essere consapevoli delle
problematiche mediche. Ma essere allenatore significa soprattutto
sviluppare le nostre qualità di capo.
Si capisce allora che non ci si concentra su noi stessi o su un giocatore in particolare ma sulla squadra in quanto insieme. A Coverciano ci insegnano tutto questo. Poi i risultati possono dipendere
anche dalla fortuna, ma la fortuna è solo un tassello. Siamo scelti
per questo lavoro in ragione delle nostre conoscenze e della nostra
preparazione: la formazione ricevuta a Coverciano ci mette nelle
condizioni di essere veri allenatori”.
Lionel Messi
CALCIO IN USA
PROFESSIONAL SOCCER
di Pietro Gianfrancesco*
There have been many attempts to create and sustain a viable professional soccer league in America.
In 1967 a serious effort began with the birth of N.A.S.L. (North American Soccer League). It was the most ambitious attempt to finally put
soccer on the map in the States. At its apex, the number of league
clubs reached an impressive 24 in the years 78 to 80. When it ended
in failure, in 1984, only nine franchises remained standing. In a four
year period 15 clubs went bankrupt and withdrew from the league,
effectively resulting in its demise. N.A.S.L. founders had envisioned
an Americanized version of soccer, a more offensive type of game, in
order to appease the offensive mentality of American fans who love
high scoring sports. To that end, league executives introduced new
rules designed to facilitate higher scoring. The most revolutionary of
these new rules was to award the winning side three points for a victory - at the time the rest of the world gave two -, and to add an extra
point for each goal scored after three. For example, if a club won scoring five goals it would receive five points. Even the losing side would
get points if it scored more than three goals in a match.
INTERNATIONAL SUPER-STARS
To gain prestige and respectability, the league acquired international
super-stars, even if these all-time greats were aging and well passed
their prime. Name recognition and individual brilliance would sell tickets, they reasoned. Thus we saw immortals such as Johan Cruyff,
Gordon Banks, and Bobby Moore join the league towards the end of
their careers. The New York Cosmos alone boasted the greatest of
all, Pelè, as well as Beckenbauer, Neeskens, Chinaglia and Carlos Alberto, among its ranks. Of course, the Cosmos dominated the league
in that era winning titles in ’77, ’78, ’80, and ’82, while losing the
“Soccer Bowl” final in ’81. For all their brilliance and success, the New
York Cosmos were a shooting star in the American soccer firmament.
They were only in existence for thirteen years, 1971 to 1984, before
becoming extinct. Today’s pro league - MLS - is much more fiscally
responsible and far less ambitious than its predecessor, but it, too,
faces a difficult and uncertain future.
PLAY-OFF SYSTEM AND NO RELEGATION IN AMERICAN SPORTS
All sports in America use a play-off system so that finishing first during
the regular season is not as prestigious as winning the championship
game. Pro soccer in the USA is different in a couple of important
aspects from its European counterparts. One is that the concept of
relegation is foreign in American sports. The same clubs will perennially play in the same league, therÈs no risk of banishment to a lower
division due to poor performance. An investor will not purchase a
club if the possibility exists that such club might play some day for
less profits, less television revenues or ticket sales. The equivalent of
a Juventus or AC Milan playing in Serie B is inconceivable in the States. Whether a club remains in Major League Soccer depends exclusively on its financial status.
THEY MOVE FROM ONE CITY TO ANOTHER
The other major difference is that in the States it is not rare for a soccer franchise to move from one city to another. Europeans would find
it intolerable if, for example, a club like Manchester United were to
pack and move to Nottingham. In the U.S. a club’s owner has no real
loyalty to a particular geographic area but is motivated solely by the
* Docente di inglese ai corsi del Settore Tecnico FIGC
49
CALCIO IN USA
bottom line, which is to profit or at the very least not suffer a large
monetary loss. They do not see the club as part of a city’s heritage
but merely as an object they possess and feel free to do with as they
please. If the club is having financial difficulties management simply
looks for a better deal elsewhere. Because therÈs very little soccer
tradition, lack of history, or natural rivalries, cities do not suffer tremendously when their home team leaves town forever. There will be
a small core of passionate fans who will bemoan the loss of their favorite team, but for the most part the move is often greeted with indifference.
IL CALCIO PROFESSIONISTICO
Ci sono stati vari tentativi per organizzare e consolidare una lega
calcistica realizzabile concretamente in America. Nel 1967 un serio
tentativo iniziò con la nascita del “NASL” (Lega Calcistica Nord
Americana). Fu lo sforzo più ambizioso per mettere finalmente il
“soccer” sulla carta geografica degli USA.
Al suo apice, negli anni dal 1978 al 1980 le società iscritte raggiunsero il notevole numero di 24. Quando finì in fallimento, nel 1984,
soltanto 9 società rimasero operanti. Nell’arco di 4 anni 15 club avevano fatto bancarotta e si erano ritirati dalla lega decidendo in pratica la sua fine. I fondatori del “NASL” avevano ipotizzato una
versione americanizzata del calcio, un tipo di gioco più offensivo, in
modo da soddisfare la mentalità vincente dei fan americani che
amano gli sport con segnature copiose. A tale scopo, i comitati esecutivi di lega introdussero nuove regole ideate per facilitare maggiori
segnature. La più rivoluzionaria di queste nuove regole era quella
che assegnava alla squadra vincente tre punti per la vittoria (all’epoca il resto del mondo ne assegnava due), e aggiungeva un
punto extra per ciascun goal segnato dopo il terzo. Per esempio, se
un club vinceva segnando 5 goal avrebbe ricevuto 5 punti (3 per la
vittoria +2 per i due goal segnati dopo il terzo). Anche la squadra
che perdeva avrebbe guadagnato punti segnando più di tre reti in
una gara.
SUPERSTAR INTERNAZIONALI
Per aumentare prestigio e rispettabilità, il campionato si arricchì di
superstar internazionali, anche se questi grandi di tutti i tempi erano
avanti con gli anni e da tempo avevano fatto il loro debutto. Il fascino del nome e la brillantezza individuale avrebbero venduto biglietti, si pensò. Così si videro “eterni” quali Johan Cruyff, Gordon
Banks, e Bobby Moore prendere parte al campionato verso la fine
delle loro carriere. I Cosmos di New York vantavano nelle loro file il
più grande di tutti, Pelè, insieme a Beckenbauer, Neeskens, China50
glia e Carlos Alberto. Naturalmente i Cosmos dominarono i campionati in quell’epoca vincendo titoli nel 1977, 1978, 1980 e 1982,
mentre persero la finale, il “Soccer Bowl”, nel 1981. Per brillantezza
di gioco e successi, i Cosmos si rivelarono “una stella cadente” nel
firmamento del “soccer” americano. Rimasero in vita soltanto 13
anni, dal 1971 al 1984, prima di chiudere i battenti. Oggi la lega
pro - MLS - è molto più responsabile dal punto di vista fiscale e di
gran lunga meno ambiziosa dei suoi predecessori, ma anche essa
ha davanti un futuro difficile e incerto.
PLAY-OFF E NIENTE RETROCESSIONI NEGLI SPORT AMERICANI
Tutti gli sport in America adottano il sistema dei play-off, per cui finire primi durante la stagione regolare non è prestigioso come
quando si vince il campionato. Il calcio pro negli USA è diverso in
un paio di importanti aspetti rispetto ai suoi omologhi europei. Uno
è che il concetto di retrocessione non fa parte degli sport americani.
Gli stessi club giocheranno perennemente nello stesso campionato,
non c’è rischio di essere messi al bando in una divisione inferiore a
causa di prestazioni scadenti. Un investitore non comprerà un club
se esiste la possibilità che tale club possa giocare un giorno per
meno profitti, meno introiti televisivi o vendita di biglietti. L’equivalente di una Juventus o AC Milan che giocano in Serie B è inconcepibile negli States. Se un club rimane nella Major League Soccer
dipende esclusivamente dalla sua condizione finanziaria.
SI TRASFERISCONO DA UNA CITTÀ ALL’ALTRA
L’altra principale differenza è che negli States non è raro che una
società di calcio si trasferisca da una città all’altra. Quelle europee
troverebbero intollerabile se, per esempio, un club come il Manchester United dovesse fare i bagagli e trasferirsi a Nottingham. In America il proprietario di un club non sente appartenenza verso una
particolare area geografica ma è motivato soltanto dal consuntivo
finale, cioè far profitti o nella peggiore delle ipotesi non soffrire una
eccessiva perdita monetaria. Essi non vedono il club come parte del
patrimonio di una città ma semplicemente un oggetto che essi posseggono e con cui si sentono di fare ciò che vogliono. Se il club sta
attraversando difficoltà finanziarie, l’amministrazione cerca semplicemente un migliore accordo da qualche altra parte. Poiché c’è
scarsa tradizione calcistica, mancanza di storia o naturale rivalità, le
città non soffrono eccessivamente quando la loro squadra locale lascia la città per sempre. Ci sarà un piccolo nucleo di tifosi appassionati che piangerà la perdita della loro squadra preferita, ma nella
maggior parte dei casi il trasferimento è spesso salutato con indifferenza.
IL SITO UFFICIALE DEL SETTORE TECNICO
www.settoretecnico.figc.it
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