...

Brevi cenni di Storia, Geografia, i Grandi Personaggi, Curiosità……..

by user

on
Category: Documents
17

views

Report

Comments

Transcript

Brevi cenni di Storia, Geografia, i Grandi Personaggi, Curiosità……..
Brevi cenni di Storia, Geografia, i Grandi Personaggi, Curiosità……..
“Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà per
penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno” (Guy de
Maupassant).
“Il viaggio è come una persona: non ce ne sono due uguali” (John Steinbeck)
Il viaggio: quel momento particolare nella vita di ognuno che dona nuovi colori ai nostri pensieri.
Il viaggio inteso come scoperta, dove lo spirito incontra continuamente nuove cose sino ad allora
sconosciute.
Il viaggio come un vestito da indossare che cambia ogni giorno, che si abbellisce di tradizioni, di
profumi, di Genti e Paesi la cui cultura penetra in noi attraverso i nostri occhi fino a toccare i
territori inesplorati del nostro essere, per donare importanza al ricordo che ne resterà.
Elencare tutti i siti archeologici o di particolare interesse in Messico sarebbe una pretesa troppo
grande poiché questa fu la culla delle civiltà Meso-americane. Né è nostra intenzione volerci
sostituire agli archeologi e agli storici, i quali meglio sanno illustrare la complessa storia di un
Paese che ha visto, sul suo suolo, nascere, fiorire, modificarsi e talvolta estinguersi civiltà antiche.
Abbiamo creato questa piccola monografia sul Messico, non perché essa sostituisca una guida, ma
per essere un primo approccio con il Paese, per stimolare la curiosità per la sua storia, per il suo
territorio, per la sua gente e le sue tradizioni. La nostra vuol essere una semplice panoramica sul
Messico, ponendo l’accento su quelli che riteniamo essere alcuni aspetti spesso tralasciati dalle
normali guide turistiche. Da essa potrà nascere una curiosità da approfondire con una personale
ricerca bibliografica.
-
-
-
Messico: brevi cenni storici
Georgrafia
Uno sguardo sul Messico
Festività religiose e civili
Curiosità:
• Il Gioco della Pelota
• I Mariachi
Notizie Utili
Shopping e Artigianato
La Cucina Messicana
Il Cioccolato: mito e storia di un celebre e pelibato alimento
Messicani di oggi
• I Lacandones
• I Tarahumara
• Subcomandante Marcos
I grandi personaggi storici:
• Montezuma (1470 c. – 1520)
• Hérnan Cortés (1485 – 1547)
• Benito Juarez (1806 – 1872)
• Massimiliano D’Asburgo (1832 – 1867)
• Carlotta di Coburgo Gotha (1840 – 1927)
• Francisco “Pancho” Villa (1878 – 1923)
• Emiliano Zapata (1879 – 1919)
• Diego Rivera (1886 – 1957)
• Frida Kahlo (1907 – 1954)
MESSICO: BREVI CENNI STORICI
Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi. Voltaire.
E nasce proprio dalla voglia di avere nuovi occhi e quindi nuova conoscenza la consapevolezza
che, almeno una volta nella vita di ognuno di noi, la prossima mèta sarà il Messico.
Nell’immaginario collettivo il Messico è sinonimo di colore, di confusione, con un passato senza
dubbio importante ma con un futuro ancora incerto; un Paese nel quale tutti gli uomini
assomigliano al sergente Garcia e dove gli Zorro locali salvano le fanciulle dagli abiti coloratissimi
e dagli occhi neri come il carbone. Ma il Messico è ben altro: è la selvaggia bellezza del Chiapas,
dove la natura lussureggiante nasconde e conserva le proprie radici storiche, legate ad antichi riti
che sono ancora vivi nei popoli Tzotzil, Lacandones, Zoques, Choles; è la musica dei Mariachi, che
impregna l’anima di ogni messicano, con struggenti emozioni che evocano memorie di speranza; è
il deserto che si allunga arido e inclemente nel nord del Paese, e fa annegare nel ventoso silenzio
ogni fuga. E’ ancora il presente che avanza percorrendo il proprio passato: basta soltanto arrivare
nella capitale, Città del Messico, per rendersi conto che inizia proprio da qui la scoperta di una
civiltà che è stata la madre della storia centroamericana.
Viene spontaneo chiedersi come civiltà millenarie quali gli Olmechi, i Toltechi, i Maya, gli Aztechi,
tanto per citare solo i maggiori, abbiano potuto dissolversi nel giro di pochi anni, all’arrivo dei
colonizzatori Spagnoli. La storia del Messico è infatti la testimone di più di 3000 anni di
insediamenti culturali i resti dei quali sono ancora visibili.
I primi insediamenti furono quelli di popolazioni che provenivano dallo stretto di Bering, o più
propriamente dalla Siberia durante l’era glaciale (circa 20.000 anni fa). Questa parte di storia è
ampiamente descritta nella prima sala dello stupendo Museo Antropologico di Città del Messico. Si
trattava di popolazioni dedite al nomadismo che con il passare degli anni e la fine dell’era glaciale
divennero stanziali dando vita a villaggi, ad un’organizzazione politica e ad un assetto sociale che
furono le basi della nuova struttura sociale meso-americana.
La primissima civiltà che si sviluppò lungo le coste del Golfo del Messico, nello Stato di Veracruz,
fu quella Olmeca (1500 a.C.), il “Popolo del Giaguaro”, una civiltà progredita e superiore che
rappresenta la madre dalle quale ebbero origine le principali civiltà del Mesoamerica. Non si hanno
testimonianze scritte di questo popolo, dedito principalmente all’agricoltura, alla caccia e alla
pesca. Non fu di certo un popolo guerriero, come furono invece altre popolazioni successive. Il loro
nome deriva da una parola di origine azteca che indicava la regione di provenienza, dove forte era
la presenza dell’albero del caucciù. Tracce dell’influenza Olmeca si trovano anche in Guatemala, in
Costa Rica, in Perù, segno che ebbero una fusione anche con le popolazioni di altre regioni. Il
“giaguaro” era la loro divinità principale, nella quale gli Olmechi trovavano la rappresentazioni e
l’espressione della potenza e della superiorità divina. Amavano ornarsi di monili in ossidiana e
giada. Un segno di bellezza, seppure ai nostri giorni sia una pratica esecrabile, era la deformazione
del cranio dei neonati comprimendolo tra due asticelle in legno in modo da creare un solco
perenne nella fronte. Conoscevano il calendario, suddiviso in 52 anni, che fu ripreso e perfezionato
dai popoli successivi. Nasce inoltre dalla cultura Olmeca la struttura di tutte le città delle culture
che la succedettero: piattaforme con struttura piramidale, sepolcri la cui ubicazione seguiva un
piano basato sullo studio del cosmo, campi per il “gioco della pelota”. Il Regno Olmeco si sviluppò
in tre fasi: la prima fase, nella zona di San Lorenzo, Stato di Veracruz, prosperò tra il 1200 ed il
900 a.C.. I ritrovamenti di oggetti e utensili in ossidiana, pietra vulcanica che si trova in
Guatemala e negli altipiani messicani, attestano che il Regno Olmeto era molto esteso. La seconda
fase è detta anche “della Venta”, nella regione del Tabasco. Ebbe il suo apogeo tra il 600 ed il 400
a.C.: ne sono testimoni le grandi piramidi a gradoni, altari, teste colossali in pietra che hanno una
curiosa somiglianza con i tratti somatici africani. Alcuni studi effettuati su cromosomi provenienti
da resti della civiltà pre-colombiana sembrano confermare questa affermazione.
La fase finale si sviluppò tra il 400 ed il 200 a.C. a Tre Zapotes, a sud di Veracruz, e divenne il
terzo polo della cultura Olmeca. Fu durante tale èra che iniziarono a sopraggiungere nuove civiltà
che portarono, in breve tempo, al declino degli Olmechi. Inizia l’èra degli Zapotechi, una
popolazione relativamente pacifica che seppe trarre profitto dal declino del Regno Olmeco. Si
insediarono nella regione Sud del Messico, verso la costa del Pacifico, intorno al 300 a.C.. Molte le
affinità con gli Olmechi, tuttavia la loro architettura è differente: prediligono forme orizzontali e
basse, con decorazioni in bassorilievo. L’aspetto più caratteristico della loro arte è la ceramica
decorata con colori vivaci, di cui il rosso è quello dominante. Essi conoscevano la scrittura e i
numeri in una forma molto più progredita di quella del popolo Zapoteco. Veneravano una coppia
di divinità: una con aspetto paterno e l’altra con aspetto materno e importante era anche il dio
della pioggia Cocijo Pitao. A loro va ascritta l’invenzione del primo calendario in base al quale
l’anno veniva suddiviso in 260 giorni, divisi in quattro stagioni composte da 5 parti di 13 giorni
(per un totale di 65 giorni in ogni stagione). Il più importante centro cerimoniale e amministrativo
della civiltà Zapoteca fu Monte Álban, la cui posizione elevata permetteva di dominare l’intera
area. Costellato di palazzi pubblici di prestigio e di altari preziosi, Monte Álban è la
rappresentazione dell’armonia tra il divino e l’umano. I sacerdoti divennero le figure più importanti
ed erano in grado di predire fortuna e disgrazie. La decadenza del regno Zapoteco iniziò verso il
500 d.C. a causa della forte influenza della popolazione che si era insediata nella zona a est di
Città del Messico, ovvero nella Valle di Teotihuacán. Fu qui che nacque Teotihuacán, uno dei più
importanti centri di culto del periodo Classico meso-americano, che fu forse il primo grande vero
centro abitato (tra il 100 d.C. ed il 600 d.C.). La sua popolazione era un esempio di alta
organizzazione sociale ed amministrativa. La città fu pianificata secondo rigorosi studi urbanistici,
in una zona fertile che permetteva di praticare l’agricoltura a ritmi intensivi. Fu detta “La Città
degli Dèi” e furono erette due grandiose piramidi in omaggio alle divinità del Sole e della Luna.
Anche oggi la città, con le sue grandi piramidi del Sole e della Luna, è l'imponente testimonianza
di una società urbana governata da un'elite religiosa molto severa. Compaiono per la prima volta
le figure degli déi che diventeranno in seguito familiari come Tlaloc, dio della pioggia e della
fertilità, e Quetzalcoatl, il serpente piumato che ha portato la civilizzazione all'uomo. I sacerdoti
avevano in sé il potere politico e spirituale e introdussero i sacrifici umani (spesso erano i
prigionieri di guerra) richiesti per placare la bramosia delle varie divinità: le teste degli uomini
sacrificati venivano poste in ampie piattaforme dette “Tzompantli”. Nell’VIII secolo fu abbandonata,
molto probabilmente per l’ascesa di potenze rivali nelle regioni centrali.
I Toltechi dominarono le vallate centrali. Essi furono senza dubbio il popolo più civile del periodo
pre-azteco. Il loro massimo splendore fu raggiunto tra il 250 d.C. ed il 600 d.C. Probabilmente si
affermarono dopo il declino di Teotihuacán. Il loro maggiore centro fu Tula, a nord di Città del
Messico, che divenne la loro capitale. Dedicarono questa città a Quetzalcóatl, il serpente piumato
ed essa divenne la capitale di un regno molto militarista, che esercitò il suo dominio nelle regioni
del Messico centrale. I Toltechi erano un popolo guerriero, abituato a conquistare ed assoggettare
il nemico. Ma erano anche abili commercianti e sapevano lavorare l’ossidiana e la ceramica. Tutta
l’architettura Tolteca è semplice ma monumentale, così come la scultura dai profili netti e dalle
masse larghe: basti pensare agli “Atlanti di Tula”, alti 4,60 mt. Nel 1170 Tula fu abbandonata in
seguito ad un incendio e i Toltechi fuggirono verso lo Yucatán. Successivamente si spostarono fino
a Xpchicalco e a Chichen-Itzá. In questo periodo l’arte Tolteca conobbe una fase differente e
furono alterate le linee severe con l’aggiunta di particolari decorativi più fastosi. Furono sottomessi
dagli Aztechi ai quali insegnarono la scrittura e la tecnica costruttiva: Il loro nome fu sinonimo di
raffinato gusto artistico e di perizia artigianale.
La civiltà Maya iniziò il suo progredire in varie zone della regione meso-americana: nel Chiapas,
nello Yucatán, nello Stato di Quintana-Roo, in Guatemala, in Belize, in Honduras. Non a torto può
essere considerata una delle civilizzazioni più sorprendenti del mondo. La cultura Maya può essere
suddivisa in tre periodi storici: il “pre-classico” (dal 1800 a.C. al 250 d.C.); il “classico” (dal 250
d.C. al 925 d.C.); il “post-classico” (dal 925 d.C. fino al 1530 d.C.). Nel primo periodo abitavano
principalmente la regione del Petén (attuale Guatemala). La loro vita, inizialmente nomade,
divenne con il tempo stanziale e si dedicarono all’agricoltura. Fu in questo periodo che iniziarono
le costruzioni dei templi piramidali a gradoni. Gli edifici, generalmente costruiti su tre vani, erano
posti su piramidi a gradinate che potevano raggiungere anche i 60 metri di altezza. I gradini
rappresentavano le sfere celesti.
Furono influenzati dalla civiltà Olmeca dalla quale appresero la scrittura e la suddivisione del
tempo. Nella loro concezione il mondo veniva suddiviso in nove sfere celesti (Mondo Superiore) e
nove sfere degli inferi (Mondo Inferiore). I Maya avevano concepito la misurazione del tempo
secondo una tecnica sofisticata. Il famoso Calendario Maya è infatti composto da quattro
calendari: uno rituale, suddiviso in 260 giorni, contrassegnato da 13 numeri e 20 segni; uno
solare di 365 giorni, suddiviso in 18 mesi di 20 giorni ciascuno più cinque giorni restanti; uno di
mezzo anno lunare formato da 177 giorni; l’ultimo regolato in base al pianeta Venere, suddiviso in
584 giorni.
Ben presto la civiltà Maya iniziò la propria evoluzione culturale e questo periodo transitorio, prima
del periodo classico, fu forse quello di maggior fervore sia intellettuale che sociale. Le loro classi
sociali avevano una struttura ben precisa: ai livelli più alti la classe dei sacerdoti (ah kin = il
solare) con a capo l’ahaucan (principe dei Serpenti) e dei nobili, i quali controllavano e gestivano
tutte le attività sociali; venivano poi gli artigiani, i mercanti, i soldati. Infine il popolo che viveva ai
marginid ella città-stato. Nell’ultimo livello c’erano i servi. Il mais rappresentava la base della loro
alimentazione e in quanto tale era un elemento prezioso altrettanto quanto i cacao, i cui semi
erano utilizzati come moneta di scambio. Ma il massimo splendore fu raggiunto dai Maya nel
secondo periodo, quello “classico”: iniziarono la costruzione delle città-stato (Palenque ne è un
perfetto esempio), Copán e Quirigua (in Honduras). Ogni città iniziò ad avere una sua identità e
proprie caratteristiche, sebbene tutte mantenevano una forte unità con l’ordine superiore. Erano
degli importanti centri religiosi, politici e commerciali ed ogni centro aveva un suo punto focale
nelle piazze, a loro volta circondate da templi ed altari. Rammentiamo tra i più importanti:
Yaxchilán, Bonampak, Toniná e Palenque. Tutt’ora sono ancora visibili edifici di mirabile fattezza e
imponenza, immersi nella vegetazione tropicale: ampie strutture architettoniche, con esempi di
“false volte” e stucchi colorati, unite tra loro da strade lastricate. Una delle loro opere più
spettacolari fu la rielaborazione del calendario: il tempo fu suddiviso secondo calcoli ben precisi e
complessi, basati sullo studio del cosmo, arrivando anche a saper prevedere le fasi lunari e le
eclissi di sole. Avevano inoltre determinato i quattro punti cardinali e su queste basi i sacerdoti
compivano i loro rituali. I sacrifici umani erano praticati in misura limitata in questo periodo,
mentre invece si diffusero su vasta scala nel periodo successivo (post-classico). Ed è nel terzo
periodo (post-classico - dal 925 d.C. fino al 1530 d.C.) che la civiltà Maya inizia a spostarsi verso
lo Yucatan, forse a causa di condizioni ambientali migliori. Nacquero importanti centri quali
Chichen-Itzá e Uxmal che divennero i punti più espressivi della cultura Maya settentrionale. La
fine del periodo Maya fu forse un insieme di concause e di mutamenti delle esigenze della
popolazione: guerre, carestie, crisi economiche provocarono il declino di questo Regno che in poco
tempo si sgretolò. Oggi però esistono ancora i discendenti degli antichi Maya, riconoscibili dai
tratti somatici. Conservano parte della loro lingua e alcuni degli antichi riti religiosi.
Fu con il declino dei Maya che iniziò l’ascesa del popolo degli Aztechi. Rozzo e primitivo, nomade e
mal organizzato, era una delle sette tribù Nahua del Messico settentrionale. Verso il 1325 d.C. si
insediarono nella Valle del Messico (la zona dove ora sorge Città del Messico). Nacque
Tenochtitlán, la loro città principale, su una delle isole che allora si trovavano in questa zona
lacustre e paludosa. La leggenda vuole che la capitale fu fondata lì dove fu vista un’aquila posata
su un cactus intenta a mangiare un serpente (nota: l’aquila della bandiera messicana fa riferimento
a questa leggenda). Iniziò la loro socializzazione e la loro cultura mutò soprattutto grazie a quelle
precedenti, dalle quali attinsero molte delle loro future conoscenze. La loro struttura sociale era
molto stratificata: al vertice c’era l’imperatore assistito da un consiglio; seguivano poi i plebei e per
finire gli schiavi. Gli Aztechi erano un popolo guerriero, scarsamente dotato di spirito umanitario e
che spesso faceva uso della violenza anche per tenere sottomessi i ceti più bassi della popolazione
stessa. Adoravano numerose divinità, tra le quali le più importanti erano Uitzilopochtli (il dio della
guerra), Coyolxauhqui (la dea della Luna), Tlaloc (il dio della pioggia) e Quetzalcoatl (al quale era
attribuita l'invenzione della scrittura). I loro dèi erano assetati di sangue e venivano onorati con
sacrifici umani continui: spesso erano i nemici catturati che venivano usati per placare le “ire”
della divinità. Estesero a poco a poco la loro supremazia su una vasta parte del territorio
messicano ed esigevano come tributo, dalle popolazioni conquistate, tutte quelle risorse non
presenti nella zona focale: giada, gomma, cacao, tabacco. Il loro sovrano più famoso fu
Montezuma, abile e colto, che però fu vittima della conquista spagnola: il suo errore fu quello di
credere che lo spagnolo Hernán Cortés, sbarcato in Messico nel 1519, fosse Quetzalcóatl, il
serpente piumato, tornato per riconquistare il proprio regno. Era questi un uomo avventuroso,
profondamente cattolico, fedele a Carlo V, all’epoca imperatore della Spagna, era ben deciso a
conquistare i tesori del nuovo continente scoperto da Cristorforo Colombo. Decise di conquistare
Tenochtitlàn, attratto dall’oro e dalle altre ricchezze che Montezuma gli inviò in dono. Montezuma
cercò di impedire la sua avanzata ma non ci fu nulla da fare. Iniziò la conquista spagnola (1519),
che segnò la fine dell’Impero Azteco. Gli Spagnoli cambiarono il nome a Tenochtitlàn che fu quindi
chiamata “México” e divenne capitale della Nueva España, la nuova colonia d’oltreoceano. Le
popolazioni si ritrovarono asservite al giogo di un nuovo padrone non certo meno violento. Il regno
di Spagna concedeva ai “conquistadores” appezzamenti di terra che venivano fatti lavorare dalle
popolazioni native. Le popolazioni furono decimate dalle condizioni di lavoro e dalle malattie, sino
ad allora sconosciute, che vennero portate dagli Spagnoli. Il territorio fu pesantemente sfruttato e i
giacimenti di argento e oro servirono per arricchire i forzieri della corona spagnola. Anche la
conversione al cristianesimo fu imposta inizialmente con l’uso della forza. A poco a poco però fu
accettata dalle popolazioni locali e divenne parte della vita sociale. Nel 1523 i francescani, e
successivamente i domenicani ed i gesuiti, erano intenzionati ad affermare la cristianità,
spazzando via le tradizioni ed i culti popolari. Va ricordato che il francescano Diego de Landa nel
1562 distrusse migliaia di idoli e circa 25 rotoli di scrittura Maya per spazzare qualsiasi cosa che
fosse contraria al cristianesimo. Fu però lui che nel 1566 scrisse un libro “Relaciones de la cosas
de Yucatan” nel quale narra molti degli usi e costumi delle popolazioni pre-coloniali. La
dominazione spagnola durò circa 3 secoli e le popolazioni indigene furono decimate da una vita di
stenti e malattie fino al 1500 sconosciute. Lo scontento iniziò a manifestarsi verso la fine del XVIII
secolo e la prima rivolta ci fu nel 1810 guidata da un prete messicano, Miguel Hidalgo y Costilla.
Si cercava di portare il Messico verso l’indipendenza. Le frange più intellettuali della popolazione
erano desiderose di una riforma sociale e nel 1821 si giunse al Trattato di Cordóba che prevedeva
la rinuncia al Messico da parte della Spagna come colonia, ma si affermava il cattolicesimo come
religione di Stato e l’inizio di una monarchia costituzionale. Nello stesso periodo anche nel nord
del Paese c’erano movimenti indipendentisti: alcuni dei coloni volevano che il Texas fosse annesso
agli Stati Uniti. Molti proprietari terrieri, infatti, desideravano staccarsi dal controllo del governo
centrale messicano. Dopo una dura battaglia, nel 1846 il Messico è costretto a cedere agli Stati
Uniti d’America una vasta parte del suo territorio (Texas, California, Utah, Colorado, gran parte
del New Mexico e dell’Arizona). In questo stesso periodo il Messico fu anche sul punto di perdere
la regione dello Yucatna, dove una rivolta, nel 1850, decimò la popolazione. La nascita del
Messico contemporaneo fu opera di Benito Juárez, un liberale di origine zapoteca. Egli si fece
portavoce di una rivolta mirata a togliere alla Chiesa il potere temporale e a cercare di attuare
riforme sociale. Nel 1861 divenne Presidente ma la sua carica durò poco. Nel 1863 la Francia, con
l’appoggio dei conservatori e del clero, invase il Paese e lo costrinse all’esilio. L’anno successivo
(1864) Napoleone inviò Massimiliano d’Asburgo e lo impose come imperatore. Era il fratello
dell’Imperatore Francesco Giuseppe e accettò di governare il Messico, dilaniato da continue e
sanguinarie rivoluzioni. Massimiliano approdò a Veracruz insieme alla moglie, l’arciduchessa
Carlotta Maria Amalia di Coburgo Gotha. Iniziava così l’ultimo atto di una folle avventura coloniale
che si concluse tre anni dopo, nel 1867. L’imperatore era la grande speranza dei clericali e dei
conservatori. Si trovò subito a dover fronteggiare una guerriglia molto forte a capo della quale vi
era sempre Benito Juárez. Morì fucilato nel 1867. Benito Juárez salì al potere fino al 1872, anno
in cui morì. Una nuova figura si impose negli anni successivi, quella di Porfirio Dìaz, un dittatore
conservatore che mantenne il potere per 33 anni. Nonostante nel Paese ci fosse ancora il caos, egli
riuscì a dare una spinta per la ricrescita economica ed industriale. Favorì la costruzione di strade
e ferrovie, incentivò gli scambi commerciali e tenne lontane le guerre civili. Ma Non risolse i
problemi sociali e il prezzo da pagare fu altissimo poiché fu bandita l’opposizione politica, le libere
elezioni e la libertà di stampa. La situazione dei “campesiños” era peggiorata e continuavano a
subire le angherie dei padroni, che erano tornati ad essere coloro che possedevano i terreni. Il
malcontento cresceva e portò alla Rivoluzione nel 1910 capeggiata da Francisco Madero, un
facoltoso liberale che esortò la nazione alla rivolta. La Rivoluzione si estese rapidamente a tutto il
Paese. Madero, tuttavia, non riuscì a tenere sotto controllo le fazioni rivoluzionarie liberali e quelle
più radicali guidate da Emiliano Zapata. Leader indiscusso dei “campesiños” di Morelos, Zapata
(1879 – 1919) fu un radicale convinto che combatteva affinché la terra ritornasse ai contadini.
Francisco “Pancho” Villa (1878 – 1923),dapprima bandito e poi rivoluzionario, sposò la causa
della riforma agraria e appoggiò la candidatura di Madero. Il Paese viveva però anni di confusione
e non cessarono le lotte interne e nello Stato di Morelos gli zapatisti continuavo a chiedere, senza
ottenerle, le riforme agrarie. Nel 1913 i rivoluzionari fecero cadere il Governo di Madero e fu eletto
Presidente Victoriano Huerta. Non fu, la sua, una grande presidenza e i conflitti si inasprirono. I
tre capi della Rivoluzione (Venusiano Carranza, Pancho Villa e Alvaro Obregón) si unirono per
destituirlo ed occuparono, lo stesso anno, Città del Messico. Fu solo nel 1917 che si riuscì a
formare finalmente un nuovo Governo e nacque la prima bozza della Costituzione Messicana. Nel
1929 nasce il Partito Rivoluzionario Nazionale che iniziò a dominare la scena politica e si impose
come forma vincente di un’espressione politica legata ad un modello industriale competitivo.. Si
succedettero vari Presidenti e inizia il programma di riforme. Durante la seconda Guerra Mondiale
il Messico inviò le sue truppe in aiuto agli alleati nel Pacifico, in aiuto degli Stati Uniti d’America.
Seguirono anni di riforme ma anche di tensione, alcune delle quali sfociate in dure repressioni
come quella studentesca durante i Giochi Olimpici a Città del Messico nel 1968. Nel 1994 l’allora
presidente Carlos Salinas de Gortari, eletto nel 1988, ratifica un accordo di libero scambio con gli
Stati Uniti d’America ed il Canada (il NAFTA: North American Free Trade Agreement). Esso
prevedeva la privatizzazione di tutte le maggiori aziende e un attento controllo che invogliasse gli
investimenti da parte di capitalisti stranieri. In Chiapas questo trattato ridusse ulteriormente in
povertà i contadini e il 1° Gennaio 1994 si formò un piccolo esercito di rivoluzionari guidati dal
sub-comandante Marcos dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Essi chiedevano di
riavere indietro la terra nel rispetto della Costituzione. Si riaccesero le ostilità e si creò uno stato
di guerriglia permanente. La lotta venne tragicamente repressa nel 1997 e furono uccisi, da gruppi
paramilitari, uomini, donne e bambini. Nel 1997 il Partito Rivoluzionario Istituzionale perde, per la
prima volta dopo sesst’anni, la maggioranza in Parlamento. Salì al Governo Vicente Fox, esponente
del neo-eletto Partito di Opposizione Nazionale (PAN), con orientamento di centro destra.
Lo scorso Luglio le nuove elezioni sono state vinte da Felipe Calderon (PAN).
GEOGRAFIA
Nel viaggio i panorami, le città, i visi rimangono agganciati dietro gli occhi. Poi un giorno
inaspettatamente riemergono dal cuore.
Il Messico confina a nord con gli Stati Uniti d’America; a sud con il Guatemala ed il Belize; a est si
affaccia sul Golfo del Messico e sul Mar dei Carabi (Riviera Maya); a ovest è invece bagnato dalle
acque dell’Oceano Pacifico. Ha un estensione territoriale di 1.964.375 kmq. E’ formato da 32 Stati
Federali.
Geograficamente il territorio messicano è molto vario e articolato: la regione del nord, ampia e
vasta, formata da 7 Stati federativi e caratterizzata da un clima di tipo desertico (inverni rigidi ed
estati torride), con molte “Sierras” che la attraversano; la regione centrale, il cuore del Paese, che
va dagli altipiani del nord fino alla Sierra Madre a sud. Ha un clima temperato variabile a seconda
della zona. E’ costituita dagli altipiani e scenari naturali straordinari, dove si incontrano molte
città del periodo coloniale spagnole, alcune delle quali dichiarate dall’UNESCO Patrimonio
dell’Umanità; la regione del Golfo del Messico e la parte meridionale, bagnata da ambo i lati dalle
acque degli oceani Atlantico e Pacifico, con una vegetazione lussureggiante, paludi e foreste, basti
pensare alla verde regione del Chiapas. Ha un ecosistema molto ricco ed è caratterizzato da un
clima tropicale e sub-tropicale. Fu la culla della civiltà Olmeca, la cultura dalla quale ebbe inizio lo
sviluppo culturale del Messico; la Penisola dello Yucatán, dove nacque la misteriosa cultura Maya,
che si affaccia sul Mare dei Carabi, ricca di spiagge di sabbia bianca. Gode di un clima caldo per
quasi tutto l’anno e vi si trovano anche importanti siti archeologici (Uxmal e Chichen-Itzá); la
Costa del Pacifico, una striscia di terra lunga circa 1700 km, paradiso per quanti amano il surf, la
pesca e gli altri sport acquatici. Il clima è tropicale nella parte che si affaccia direttamente sul
mare e temeprato nelle zone montuose della Sierra Madre; la Baja California è una lunga e sottile
penisola, il proseguimento naturale della costa californiana. E’ qui che si possono vedere le balene
che da Dicembre a Marzo migrano nelle acque del Pacifico.
La regione del Nord
E’ costituita dagli Stati di Chihuahua, Coahuila, Sonora, Durango, Nuevo Leon, Tamaulipas e
Zacatecas. E’ una zona abbastanza desertica, con le surreali montagne della Sierra Madre
Occidentale e dalla Sierra Madre Orientale. Molte furono le battaglie combattute in questa parte
del Messico, legate al periodo della Rivoluzione. Ma le rovine di Paquimé e di Cuarenta Casas
testimoniano un passato ancora più antico. E’ in questa regione che si trova la “Barrancas del
Cobre”, costituita dal canyon del fiume Urique e da altri canyons scavati nella Sierra Tarahumara
da almeno sei fiumi diversi.
La Barrancas del Cobre si trova nello Stato di Chihuahua. E’ un Parco Naturale formato da
canyons scavati dai fiumi che si estendono per circa 600 km. di lunghezza e 250 km. di larghezza.
Il clima è vario a seconda della morfologia del terreno e spesso è battuta da venti freddi
(soprattutto nelle zone più elevate). In estate il clima è desertico e sfiora anche i 40°C.
Presenta vari tipi di terreno ed è quindi possibile incontrare climi estremi, con venti freddi nelle
parti alte ed elevate temperature al fondo del burrone (barrancas), che arrivano a quasi 40º C
durante l’estate. Le “barrancas” principali sono quelle di Urique, Sinforosa, Batopilas,
Candameña, Huápoca e Septentrión, ricca di una grande varietà di flora e fauna. Se si percorre
per intero la linea ferroviaria Chihuahua-Pacifico, meglio conosciuta come CHEPE, con varie
fermate in diversi punti dei canyons, si resta abbagliati dallo straordinario spettacolo della natura.
Molti inoltre i resti archeologici nei dintorni della “Barrancas del Cobre” (Paquimé, Cuarenta
Casas, Conjunto Mogollón), a testimonianza di culture anche diverse tra loro, alcune risalenti al
secolo XIII. In questa regione si trovano anche molteplici missioni gesuitiche risalenti ai secoli XVII
e XVIII. Si può affermare che fu in questo periodo iniziarono i primi insediamenti delle comunità
Rarámuri, tuttora esistenti (vedere sezione: I Tarahumara). E’ bene predisporre con anticipo la
visita di tali missioni prenotando un servizio di guida governativa dello Stato. Le missioni che si
possono visitare sono: Missione Gesuita Santos Cinco Señores de Cusárare, non molto distante
dalla città di Creel (22 km.). Può essere considerata una delle più antiche missioni gesuitiche della
regione e vi si svolgono anche alcune tra le più importanti celebrazioni Tarahumara. Il suo tempio
conserva molto dell’architettura originale ed è decorato al suo interno con pitture Rarámuri;
Missione di San Ignacio Arareko, a 5 km. Da Creel, è costruita in pietra calcarea con decorazioni
semplici. Conserva al suo interno gli oggetti utilizzati dai Tarahumara durante le celebrazioni per
la Settimana Santa., quando si può assistere a spettacoli mistici, dove la fede religiosa si fonde
con i riti magici ancestrali.
La regione centrale
A ragione si può definire la regione dove si trovano le maggiori ricchezze naturalistiche e culturali
del Messico. Si estende da nord fino ai confini della Sierra Madre a sud. E’ qui che si trova Città
del Messico, a 2.200 metri slm. La città, capitale della Repubblica, è ricca di storia: dallo “Zocalo”,
il centro storico, alla Basilica della Vergine di Guadalupe, il simbolo della cristianità messicana,
passando per i quartieri tradizionali di San Angel, Coyoacán e Xochimilco, famoso quest’ultimo per
i suoi canali percorribili sulle "trajineras", curiose imbarcazioni di legno decorate con fiori. Molte le
altre aree archeologiche di questa zona: Teotihuacán, Tepoztlán (a sud di Città del Messico, da non
confondere con Tepotzotlán che si trova a nord), le città coloniali di Puebla (la città degli angeli con
più di 200 chiese) e di Taxco, il Parco Nazionale dei vulcani Iztaccíhuatl-Popocatépetl. Un capitolo
a parte meritano le città coloniali, vero gioiello del periodo spagnolo: Guanajuato, sede del Festival
Cervantino, con i suoi vicoli carichi di storia e leggende; Querétaro, con il suo monumentale
acquedotto lungo circa 12 km; Morelia, con la sua imponente cattedrale in stile barocco sobrio. Le
città coloniali sono state tutte quante dichiarate dall’UNESCO Patrimonio Mondiale dell’Umanità
Il Golfo del Messico e la regione meridionale
Bagnata dai due Oceani, Atlantico e Pacifico, questa regione ospita uno degli ecosistemi più vari e
ricchi di specie della Terra. Vi si trovano gli Stati di Veracruz, Tabasco e Chiapas, tutti con un
clima tropicale e subtropicale e temperature medie intorno ai 25°C. E’ anche una regione ricca di
tradizione e di cultura. Culla della civiltà Olmeca, detta anche la cultura Madre. Lo Stato di
Veracruz, oltre alle numerose spiagge ideali per la pesca subacquea e sportiva, offre altre risorse
naturali come il Parco Chachalacas, le Cascate di Eyipantla, la zona archeologica di El Tajin con i
suoi incredibili Voladores de Papantla; il Pico de Orizaba, la montagna più alta del Messico. A sud,
nello Stato di Tabasco, vi si trova la moderna Villahermosa e gli scenari naturali del Parco
Naturale Museo La Venta, del Parco Ecológico Yumka e Kolem Jaa’ (situato vicino a Tacotalpa). Lo
Stato del Chiapas si affaccia sull’Oceano Pacifico con la sua inestricabile Selva Lacandona, il
Canyon del Sumidero e le affascinanti cascate di Agua Azul. In questa regione le celebrazioni
religiose sono pittoresche e sono l’unione di riti sacri e profani.
La Penisola dello Yucatán
Bagnata dalle acque del Golfo del Messico e del Mar dei Carabi, la Penisola dello Yucatán è la
porta d’ingresso del mitico e misterioso mondo Maya.. Ha un clima caldo quasi tutto l’anno, con
temperature medie tra i 25°C e i 30°C. Le sue bellissime spiagge di sabbia bianca sono bagnate dal
Mar dei caraibi e vi si trovano anche i cenotes (grosse cavità acquatiche sotterranee) dove
praticare immersioni. La Penisola, formata dagli Stati di Campeche, Yucatán e Quintana Roo, è
famosa i molti siti archeologici Maya, la cui eredità è tuttora visibile in forma affascinante negli
indumenti di huipil (tessuto vegetale) e nelle abitazioni con il caratteristico tetto in paglia. Da non
perdere la visita alle zone archeologiche di Edzna e Calakmul (quest’ultima è parte della riserva
bioecologica più grande del Messico). Altri importanti siti archeologici Maya sono Chichen-Itzá e
Uxmal. Da Cancun ha inizio la Riviera Maya con i parchi naturali di Xcaret e Xel-Ha e la Riserva
della Biosfera di Sian Ka’an. Di fonte alla Riviera Maya si trovano le isole di Cozumel e Isla
Mujeres (Isola delle Donne), ideali per le attività acquatiche. In questo mare si trova la Gran
Arrecife Maya, la seconda barriera corallina del mondo.
La Costa del Pacifico
Nella parte occidentale del Messico, la costa del Pacifico è un’incredibile striscia di otre 1700 km di
spiagge incontaminate, montagne e valli, che va dallo Stato di Sinaloa fino alla zona dell’Istmo di
Tehuantepec. Il clima lungo la costa è tropicale mentre verso l’interno montagnoso è più fresco
(freddo nella regione della Sierra Madre). Questa regione ha molte ricchezze culturali: nello Stato
di Nayarit persistono ancora antiche tradizioni indigene “coras” e “huicholes” con il multicolore e
affascinante artigianato in legno e tela e le coloratissime collane in pietra. Le sue spiagge sono la
méta preferita dagli amanti del surf. Da non dimenticare lo Stato di Oaxaca dove si trova la zona
archeologica di Monte Albán, Patrimonio dell’Umanità, ed uno dei più importanti siti preispanici
esistenti in Messico: Mitla. Questo Stato diede inoltre i natali a grandi artisti: Rufino Tamayo,
Francisco Toledo e Rodolfo Morales.
Penisola di Baja California
Situata a nordovest del Messico e confina a nord con gli Stati Uniti, ad ovest con l’Oceano Pacifico
e ad est con il Mar di Cortés, si estende per circa 1300 km. É una zona ancora paesaggisticamente
vergine e gode di un clima privilegiato con temperature medie introno ai 30°C. in estate e 15°C. in
inverno. La città di Tijuana, a nord, è una delle città di frontiera più famose del mondo per le
corride dei tori, le corse dei cani levrieri, le molteplici attività del suo Centro Culturale e per alcune
invenzioni gastronomiche come la celebre "Ensalada Cesar" (Insalata Cesar). In Baja California si
può incontrare la balena grigia, nella Laguna Ojo de Liebre. I suoi scenari naturali sono di
incredibile bellezza: spiagge, deserti, aree protette, antiche missioni. Il suo passato riemerge dalle
pitture rupestri della Sierra di San Francisco e dalle Missioni gesuitiche del periodo coloniale. La
Transpeninsular collega Tijuana a Los Cabos ed è una spina dorsala d’asfalto che percorre tutta la
penisola.
UNO SGUARDO SUL MESSICO
DISTRETTO FEDERALE E DINTORNI
CITTÁ DEL MESSICO: CENNI SULLA CITTÁ
Città del Messico è la metropoli più antica dell’America. Situata nella regione dell’Altipiano
Centrale a 2240 mt. slm., è circondata dai vulcani Popocatépetl e Iztaccíhuatl. Ha circa 20 milioni
di abitanti, e questo la rende eclettica e spesso piena delle contraddizione proprie di ogni grande
metropoli.
La leggenda narra che il primo insediamento avvenne verso il 1325 d.C. da parte di un gruppo di
Aztechi che si fermò sulle sponde del lago Texcoco, le cui acque ricoprivano parte dell’attuale
territorio. Videro un’aquila posata su un cactus che mangiava un serpente. Interpretarono questo
come un segno divinatorio ed iniziò l’edificazione della loro città che chiamarono Tenochtitlán.
L’isola sulla quale sorgeva la città corrisponde all’attuale piazza principale di Città del Messico: lo
Zocalo. Con l’arrivo degli Spagnoli la città fu rasa al suolo e dell’antico insediamento ora resta
soltanto un esiguo numero di rovine azteche di cui il Tempo Mayor è il più interessante.
Città del Messico ha due zone dichiarate dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità: il Centro Storico,
il cui nucleo è lo “Zocalo” e il Parco di Xochimilco. Nel Centro Storico vi sono alcuni dei più
importanti edifici religiosi e storici della città: la Cattedrale Metropolitana, situata al lato del
Palazzo Nazionale, costruita nel 1573 su un sito Azteco al cui interno si può ammirare l’Altar de
los Reyes, realizzato in oro nel XVIII in stile churrigueresco; il Palazzo Nazionale, costruito sopra
quelle che furono le abitazioni di Montezuma, nel cui cortile interno si possono ammirare gli
spettacolari murales di Diego Rivera che narrano la storia del Messico (il Palazzo Nazionale ospita
distaccamenti governativi e talvolta può essere chiuso per motivi di sicurezza interna); il “Palacio de
Bellas Artes”, in stile art nouveau e déco ospita spesso e mostre di arte contemporanea. Al suo
interno anche una delle sale da concerto più belle al mondo; il Templo Mayor, del periodo azteco
della fondazione della città; la Casa de los Azulejos, risalente al 1596 e costruita per i Conti del
Valle de Orizaba. La sua facciata è coperta da migliaia di “azulejo” policrome in stile spagnolomoresco (l’edificio ora ospita un famoso ristorante); la Piazza di Santo Domingo, poco più a nord
dello Zocalo, è un complesso architettonico meno imponente ma non per questo meno
interessante: la chiesa che dà nome alla piazza è un edificio barocco in pietra rosa, l’edificio
dell’Antica Dogana; il Palazzo dell’Inquisizione che ospitò la Scuola di Medicina.
Ma Città del Messico è anche una città in costante crescita e molti sono gli esempi di architettura
contemporanea sparsi in tutta la città: le Colonie Roma e Condesa, nel centro della città, con
edifici in stile art nouveau e déco. Al principio del secolo XX furono residenza di membri dell’alta
società porfiriana. Nel Parco Mexico, uno dei più begli spazi all’aperto della città, si trovano molte
librerie, gallerie d’arte e centri culturali; la Città Universitaria, a sud ovest della città, sede
dell’Università Nazionale Autonoma del Messico. Per la sua architettura è considerata uno dei
migliori esempi dello stile funzionalista latinoamericano. Molti dei suoi edifici furono decorati con
murales d’importanti artisti messicani quali Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros e Juan
O’Gorman; Paseo de la Reforma, al centro della città, dove si ammirano i monumenti più famosi
della città oltre a moderni edifici fra i quali ricordiamo la Torre Mayor, l’edificio più alto con i suoi
55 piani; la Fontana dedicata a Diana Cacciatrice realizzata su disegno di Vicente Mendiola e
scolpita in bronzo da Juan Francisco Olaguibel; il Monumento all’Indipendenza, meglio conosciuto
come El Angel, che rappresenta la "Vittoria Alata" posta su una gran colonna corinzia alla cui base
vi sono rappresentate le figure degli eroi dell’Indipendenza insieme ai simboli della guerra, della
pace e della giustizia. Continuando a percorrere il Paseo de la Reforma si incontra il monumento a
Cuauhtémoc, con la figura dell’imperatore azteco in atteggiamento di combattimento; il
monumento a Cristoforo Colombo, opera dello scultore francese Carlos Gardier, in stile
rinascimentale; la scultura detta “El Caballito”, opera dello scultore Sebastián, che si rifà alla
statua equestre di Carlos IV. Il curoe della città è rappresentato dal Bosque de Chapultepec, il
parco più grande di Città del Messico. La legenda narra che qui si rifugiò uno degli ultimi re
toltechi dopo la sua fuga da Tula. Il nome, in lingua “náhuatl” significa “collina delle cavallette”. Vi
si trova la residenza del Presidente della Repubblica e l’ex palazzo imperiale (Castello de
Chapultepec).
Città del Messico è anche una città che soddisfa gli interessi culturali offrendo una varietà di
musei: Museo Nazionale di Antropologia (vedere nota a parte), il Museo di Arte Moderna, il
Museo Nazionale di Storia (detto anche del Caracul) situato all’interno del “Castillo” di
Chapultepec (ospita stupende collezioni che rappresentano l’evoluzione artistica e storica del Paese
dall’epoca preispanica fino ai nostri giorni); il Museo Dolores Olmedo Patiño, a sud della città
presso Xochimilco: racchiude la più vasta raccolta di opere di Diego Rivera; Museo Léon Trotsky
che di fatto è la casa dove egli fu ucciso il 20 Agosto 1940. All’interno dell’edificio tutto fu lasciato
intatto e vi si trovano oggetti personali e libri.
IL MUSEO NAZIONALE DI ANTROPOLOGIA DI CITTÁ DEL MESSICO
Situato in centro, nella zona residenziale di Chapultepec, è uno dei musei più importanti al
mondo. L’edificio fu costruito negli anni ’60 su un progetto dell’architetto messicano Pedro
Ramírez Vásquez. Le molteplici sale specializzate in archeologia espongono importanti collezioni di
oggetti delle culture preispaniche del Paese. Vi sono anche sale etnografiche che mostrano l’arte
delle differenti civiltà succedutesi in Messico e dei popoli indigeni sopravvissuti fino ai nostri
tempi.
Al momento della stampa della presente, alcune sale del Museo sono chiuse per restauro.
COYOACÁN E LA CASA-MUSEO DI FRIDA KAHLO o “CASA AZUL” (Città del Messico)
Coyoacán è il quartiere artistico di Città del Messico dove si trova la “Casa Azul”, ovvero
l’abitazione-studio dove visse l’artista Frida Kahlo insieme al marito Diego Rivera, uno dei più
famosi pittori del Messico del ‘900. Nelle varie sale sono ancora oggi visibili gli arredi, opere minori
dell’artista nelle quale emerge tutta la potenza della sua opera, ritratti e vari oggetti di arte
popolare e pezzi preispanici. Vi si possono ammirare anche alcuni dei costumi regionali indossati
da Frida Kahlo. Nei pressi di Coyoacán, nel quartiere di San Ángel suggeriamo di visitare la “casa
del Risko”, voluta da un notabile di nome Fatela. Ha al suo interno una bellissima fontana
decorata con “azulejos” (piastrelle in ceramica con decorazioni di colore azzurro) e conchiglie di
madreperla. Il sabato, nel suo interno, si tiene un mercato artigianale.
Aperto da martedì a domenica dalle 10:00 alle 18:00
SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DI GUADALUPE (Città del Messico)
Città del Messico è una delle capitali del mondo con il maggior numero di fedeli cattolici. L’unione
della cultura india con quella spagnola del periodo coloniale ha dato origine a molte manifestazioni
mistico-religiose. Una tra le più importanti è il pellegrinaggio alla Basilica de Nuestra Señora de
Guadalupe, a nord-est di Città del Messico. È il secondo santuario più visitato nel mondo dopo la
Basilica di San Pietro in Vaticano. Milioni di pellegrini ogni anno giunge in questo luogo per
ammirare l’immagine della Vergine e per ringraziarla per i favori ricevuti o per chiederle un
miracolo. Si narra che nel mese di Dicembre del 1531, sulla cima di una collina detta Cerro de
Tepeyac, dove sorgeva un tempio azteco, la Beata Vergine Maria apparve a un indio messicano di
nome Cuauhtiatohuac (il nome tradotto significa “Aquila che canta”). L’indio apparteneva al
gruppo etnico “Mazahuales” e fu successivamente battezzato con il nome di Juan Diego nel 1525.
La Beata Vergine apparve avvolta in un manto azzurro trapuntato d’oro. Quando fu eretta la
prima cappellina nel luogo dell'apparizione, Juan Diego lasciò tutti i suoi beni a suo zio, e venne
ad abitare in una stanza adiacente la cappellina, dove rimase fino alla morte, come custode della
sacra Immagine di Santa Maria de Guadalupe. Morì nel 1548 all'età di 74 anni.
Vi furono 6 apparizioni della Beata Vergine e alla fine le autorità ecclesiastiche accettarono il
racconto dell’indio e il sito divenne un luogo di culto della Vergine.
Nel 1737, dopo un’epidemia di febbre tifoide a Città del Messico, la Vergine fu proclamata Patrona
della Nuova Spagna. La sua immagine è diffusa in tutto il Paese e molti sono i santuari e le chiese
a lei dedicati. Negli anni ’70 accanto alla Basilica Antica sorse una nuova Basilica moderna su
progetto dell’architetto Pedro Ramírez Vásquez, colui che ha progettato anche il Museo Nazionale
di Antropologia.
I GIARDINI DI XOCHIMILCO (Città del Messico)
Xochimilco si trova a circa 28 km da Città del Messic, verso sud. La pittoresca località è nota per
i suoi "giardini galleggianti". Molti I canali fiancheggiati da giardini e case e sono I resti delle
“chinampas”, fertili giardini che producevano cibo per gli Aztechi. Xochimilco significa “luogo dove
crescono I fiori”.
TULA (da Città del Messico)
La zona archeologica di Tula si trova a 90 km. da Città del Messico ed è dominata dai resti
dell'antica Tollan, capitale dei Tolteci tra il 900 ed il 1150 d.C.. La sua fama è data soprattutto
dalle statue di guerrieri chiamate Atlantes, alte 4 metri e mezzo. Sono in basalto ed erano il
sostegno del tetto di un tempio che era sorretto anche dalle colonne poste dietro le statue dei 4
Atlantes (detti anche Telamoni). Sulla parte della piramide principale in cima alla quale sono poste
le 4 statue, vi sono dei bassorilievi che raffigurano giaguari, coyotes e aquile e rappresentano i vari
ordini guerrieri dei Toltechi. Particolarmente interessanti sono il campo per il gioco della Pelota (di
forma rettangolare), il Muro dei Serpenti (lungo 40 metri e con decorazioni geometriche e
raffigurazioni di serpenti), il Palacio Quemado (probabilmente usato per le cerimonie). La Piramide
sopra la quale sono poste le quattro statue degli Atlantes è detta anche empio di Quetzalcóatl o
Tlahuizcalpantecuhtli (che significa Stella del Mattino).
TEPOTZOTLÁN (da Città del Messico)
La cittadina coloniale di Tepotzotlan si trova a circa 40 km da Città del Messico, verso nord.
Questa piccola città ospita una piacevole piazza centrale con un parco e una chiesa in ricco stile
churrigueresco. Qui, nel XVI secolo i gesuiti fondarono un collegio con lo scopo di studiare le varie
lingue indigene. E’ particolarmente interessante da visitare la chiesa di San Francesco Javier
(1670). E’ una delle chiese più sfarzosamente barocche del Messico, soprattutto per le elaborazioni
eseguite nel XVIII secolo. Di notevole fattura l’altare centrale e la piccola sala adiacente alla navata
dove si trova una raffigurazione della Vergine: le decorazioni sono in legno dorato e policromo.
Dalla chiese si può accedere al Museo Nacional del Virreinato dove si possono ammirare opere di
artigianato sacro in argento, in legno, pitture sacre e statue religiose. Tepotzotlán è anche
conosciuta per le danze che si tengono qui durante il Carnevale, quando i celebranti indossano
vivaci maschere raffiguranti uccelli, animali e figure della liturgia cristiana.
TEOTIHUACÁN (da Città del Messico)
Teotihuacán è situata a 50 chilometri dalla capitale, in una valle circondata da montagne. Offre
uno degli spettacoli più sorprendenti del Messico, dal punto di vista archeologico. Fu uno dei più
importanti centri di culto del periodo Classico meso-americano ed ebbe il suo maggior splendore
tra il 250 ed il 600 d.C.. Probabilmente fu la più grande città del periodo pre-ispanico. La città fu
pianificata secondo rigorosi studi urbanistici, in una zona fertile che permetteva di praticare
l’agricoltura a ritmi intensivi. Fu detta “La Città degli Dèi” e furono erette due grandiose piramidi
in omaggio alle divinità del Sole e della Luna. Oggi occupa una superficie di 13 kmq, con grandi
viali, le piramidi ed i templi. La Piramide del Sole si trova sul lato orientale della Calzada de los
Muerts, il lungo viale che divida il sito in due parti; ha un lato lungo oltre 225 metri e un’altezza di
circa 70 mt. La cima la si raggiunge da un lato formato da 248 gradini. Fu eretta in onore del dio
Sole, nel luogo ove, già prima della costruzione della piramide, si svolgevano le cerimonie sacre per
questo culto. La Piramide della Luna, che si trova al termine della Strada dei Morti, è più piccola
rispetto a quella del Sole ma la cima è alla stessa altezza poiché questa piramide fu eretta su una
piccola collina. Si pensa che nella piazza dove è l’altare centrale si svolgessero danze e rituali
sacri. A Teotihuacán interessanti sono anche le sculture di Quetzalcoatl, il serpente piumato, le
teste di alcune divinità tra cui Tlaloc, il dio della pioggia, il Tempio di Quetzalcoatl, il Palazzo del
Giaguaro con i suoi murales. Nell’VIII secolo fu abbandonata, molto probabilmente per l’ascesa di
potenze rivali nelle regioni centrali.
Il sito è aperto fino al tramonto. L ‘accesso alle Piramidi viene chiuso intorno alle ore 17.00.
PUEBLA
La città di Puebla è, situata a circa 120 Km di distanza da Città del Messico. Dichiarata
Patrimonio Culturale dell’Umanità dall’UNESCO, è anche conosciuta come la "Città degli Angeli".
Fu fondata dagli Spagnoli nel 1531 per contrastare il centro religioso del periodo preispanico di
Cholula. Gli abitanti sono profondamente cattoli: oggi Puebla ospita circa 70 chiese. Molti gli
edifici del periodo coloniale, con una chiara impronta barocca risalente al XVI secolo. Lo Zocalo (la
piazza principale), è il cuore antico della città, circondato da portici e con la Cattedrale che si
affaccia sul lato sud. La Cattedrale, risalente al 1550 ma terminata verso la metà del secolo XVII,
ha le cupole rivestite di maioliche, mentre onice, marmo e oro abbelliscono il grande altare. La
ricchezza culturale di questa città non si concretizza solamente nell’architettura, ma anche nella
sua lunga tradizione gastronomica, una sincronia dell’eredità preispanica, araba, francese e
spagnola che si riflette in famosi piatti come il "chile en nogada" ( peperone ripieno di carne,
uvetta, melograno e spezie) ed il "mole poblano" (una salsa preparata con diversi tipi di
peperoncini e varie spezie). Molti anche i prodotti artigianali, tra i quali ricordiamo l’ "albero della
vita", pitture in "papel amate" ovvero realizzate sul legno dell’albero del fico e molti oggetti in
marmo ed onice.
CHOLULA
Cholula situata a soli 12 km. di distanza da Puebla, un tempo fra i centri religiosi, economici e
politici più importanti del Messico. Da vedere la Piramide di Tepanapa, alta più di 120 metri ed
originariamente dedicata a Quetzalcóatl, sulla cui sommità sorge il santuario Basilica di Nuestra
Señora de Los Remedios; la chiesa di Santa Maria Tonantzintla e la chiesa di San Francisco
Acatepec, magnifici esemplari d’architettura barocca dei secoli XVI e XVII. Interessante anche il
Convento de San Gabriel col suo bel tempio e la cappella del XVI secolo, e la Capilla Real,
ispirata alla moschea di Cordoba.
CUERNAVACA
Situata a 80 km da Città del Messico, verso sud, è una delle località preferite di villeggiatura, a
causa del suo clima mite subtropicale e per l'architettura coloniale delle sue case. A Cuernavaca
visse Cortés, il quale ricevette in dono dal Re di Spagna una grande tenuta, come ricompensa per
le sue vittorie. Molto bello da visita il Palazzo di Cortés, o meglio la fortezza costruita ins tile
medievale. Oggi il palazzo ospita il Museo Regionale Cuauhnáhuac ed il primo piano è reso
interessante da un imponente dipinto di Diego Rivera realizzato verso la metà degli anni ’20.
TAXCO
È una splendida cittadina coloniale, a soli 160 km a sud-ovest di Città del Messico. Dagli Aztechi
era chiamata Tlachco che significa “luogo dove si gioca a palla”. Nel 1534 gli Spagnoli trovarono
vene d’argento ma fu nel 1700 che il francese Borda scoprì per caso una delle vene più ricche della
zona e da allora Taxco divenne la “capitale dell’argento”. Nel 1928 fu dichiarata monumento
nazionalei. La città ha strade lastricate di stucco bianco, case dai tetti coperti di tegole rosse e le
finestre piene di gerani che splendono al sole. La Chiesa di Santa Prisca, in pietra rosa, è un
capolavoro di architettura barocca-churrigueresca.
MESSICO NORD-OCCIDENTALE: LA BARRANCA DEL COBRE
La “Barranca del Cobre” o Canyon del Rame si trova nello stato di Chuhuahua, nella parte nord
ovest del Messico. Con essa si fa genericamente riferimento ad una vasta zona formata da circa 20
canyons scavati nella Sierra Tarahumara da circa sei fiumi, sebbene la Barranca del Cobre sia
specificatamente la zona del suggestivo canyon del Rio Urique. Il punto più profondo (la Barranca
de Urique) scende fino a 1879 metri. Presenta vari tipi di terreno con situazioni climatiche
estremamente variabili: venti freddi nelle parti alte ed temperature elevante nel fondo della
“barrancas” (in estate arrivano a quasi 40º C.). I suoi impressionanti paesaggi sono l’habitat di
una grandissima varietà di flora e fauna che si possono ammirare lungo il percorso della linea
ferroviaria Chihuahua-Pacifico, meglio conosciuta come CHEPE e che effettua fermate in diversi
punti dei canyon. Molte le attività ecoturistiche che premettono un contatto più vero con la natura
di questa regione. Sparse nel territorio si trovano anche differenti Missioni protette da boschi e da
meravigliose cascate, che risalgono al periodo della colonizzazione spagnola. È inoltre qui che
vivono i Tarahumara (vedere sezione “Messicani di oggi), uno dei popoli indigini più numerosi del
Messico. Il periodo consigliato per visitare la Barranjca del Cobre è in primavera o in autunno,
quando le temperature non subiscono sbalzi netti, o subito dopo le piogge estive
(Settembre/ottobre) quando la vegetazione è più rigogliosa.
Le località di maggiore importanza, situate lungo la linea ferroviaria CHEPE:
Creel: importante centro Tarahumara, è una piacevole cittadina circondata da interessanti
formazione rocciose, punto di partenza per la visita della Barranca del Cobre. Si trova a 2.338 mt
slm. Non lontano si trova il lago Arreco: esso copre un'area di 40 ettari di boschi di pino ed è senza
dubbio uno dei luoghi piu' affascinanti di questa zona. Sempre a Creel si trovano alcune delle
famose “Cuevas Tarahumara”, grotte scavate nella pietra, dove ancora oggi questo popolo ha scelto
di vivere, conservando una millenaria tradizione di uomini liberi nella natura.
Chihuahua: capitale dell’omonimo Stato, il cui nome in lingua “náhuatl” significa “zona arida e
sabbiosa”. Nel 1913, durante la rivoluzione messicana, Pancho Villa vi stabilì il suo quartier
generale. Chihuahua è situata a 1.455 mt. slm. E si trova nel Deserto Chihuahuaense, il più
grande del Messico: un territorio arido e sabbioso, interrotto dalla Sierra Madre, che forma fertili
vallate. Il clima è tendenzialmente caldo-secco, con precipitazioni scarse concentrate soprattutto
nelle stagioni intermedie (primavera e autunno). Inverno abbastanza freddo e secco; estate calda e
umida. Da Chihuahua parte la ferrovia che arriva fino al Pacifico.
A Divisadero (2.240 mt. slm) si trova il punto più entusiasmante della “Barranca del Cobre”: il
suggestivo canyon dove scorre il Rio Urique. La “Barranca del Cobre”, complessivamente, è per
estensione quattro volte più grande del Grand Canyon. Il clima è tendenzialmente caldo-secco, con
temperature abbastanza elevate in estate. Il periodo migliore è in primavera ed in estate, con
temperature miti. L’inverno è freddo. A causa dell’altitudine, quando si scende verso il Rio Urique
(1.000 mt di dislivello rispetto a Divisadero), il passaggio del clima è brusco: dal fresco di
Divisadero a quello caldo-umido del Rio Urique.
Cerocahui (a soli 16 km. Da Bahuichivo, una delle fermate del treno CHEPE) sorge in una vallata
ed è una tappa per la visita della Sierra Tarahumara. Si trova a 1.600 mt. slm. Ed ha un clima
tendenzialmente caldo-secco, con temperature abbastanza elevate in estate.
COLLEGAMENTO TRENO: CHIHUAHUA - PACIFICO
Il treno “Chihuahua – Pacifico”, anche chiamato “Chepe”unisce, con i suoi 630 chilometri, la
regione della Sierra Tarahumara alle coste sul Pacifico. E’ una delle esperienze più spettacolari del
mondo e esempio di ingegneria ferroviaria: 36 ponti e 87 gallerie.
CHIHUAHUA – CREEL
CREEL – DIVISADERO
DIVISADERO – POSADA BARRANCAS
POSADA BARRANCAS – SAN RAFAEL
SAN RAFAEL – BAHUICHIVO
BAHUICHIVO – TÉMORIS
TÉMORIS – EL FUERTE
EL FUERTE – LOS MOCHIS
Partenza
h. 06.00
h. 11.26
h. 12.45
h. 13.20
h. 13.30
h. 14,32
h. 15,30
h. 18,16
Arrivo
h. 11.26
h. 12.45
h. 13.20
h. 13.30
h. 14.32
h. 15.30
h. 18.16
h. 19,50
durata
5,26 ore
1,30 ore
45 min.
10 min.
1,00 ora
1,00 ora
2,45 ore
1,35 ore
GLI ALTIPIANI: IL MESSICO COLONIALE
GUANAJUATO
Guanajuato si trova nello stato omonimo, a 2017 mt. slm. e nel 1988 è stata dichiarata Patrimonio
dell’Umanità dall’UNESCO. Fu fondata nel 1559 in seguito alla scoperta di giacimenti di oro e
argento nella zona. Moltissimi gli edifici del periodo coloniale che si sono conservati intatti fino ad
oggi. Da Guanajuato nacque la rivolta che sfociò nella Guerra d’Indipendenza (1810) guidata dal
sacerdote Miguel Hidalgo. Egli si mise a capo dei ribelli contro Carlo III di Spagna il quale aveva
decretato la fine di alcuni privilegi derivanti dai profitti delle miniere. Gli abitanti di Guanajuato si
unirono agli indipendentisti e alla fine ottennero l’indipendenza. La città conobbe una nuova fase
di splendore e in seguito alle nuove ricchezze derivanti dalle miniere di argento fu abbellita con
edifici riccamente decorati, chiese e teatri che la rendono ancora oggi unica nella sua bellezza. Il
Teatro Juárez, magnifico e sfarzoso, fu costruito nel 1873. Fu inaugurato dal dittatore Porfirio
Díaz e all’esterno è decorato con colonne e statue. Molti i musei che meritano attenzione
particolare: il Museo di Arte Popolare, con reperti del periodo coloniale; il Museo e Casa di Diego
Rivera, dove il pittore nacque l’8 Dicembre 1886, che contiene molte opere dell’artista; il Mueso
Iconografico del Quijote, dedicato all’eroe della letteratura spagnola celebrato da Cervantés. Da
non dimenticare l’Università di Guanajuato, una delle migliori del Messico per quanto riguarda la
Storia, la musica, l’ingegneria e la giurisprudenza.
SAN MIGUEL DE ALLENDE
Città coloniale particolarmente attraente, San Miguel de Allende è situata a 1840 mt. slm,
circondata da un paesaggio molto suggestivo. Dista circa 300 chilometri da Città del Messico.
Divenne un centro importante nel 1930, quando molti scrittori e artisti vi si stabilirono per
frequentare la sua Scuola delle Belle Arti. Ha conservato tutta la sua eredità coloniale e molti degli
edifici di nuova costruzione sono stati concepiti ricalcando i disegni e lo stile di quelli coloniali. Fu
fondata nel 1542 dal frate francescano Juan de San Miguel, il quale aveva qui fondato una
missione. Ebbe un ruolo importante, così come quello avuto da Guanajuato, nella Guerra
d’Indipendenza dall’Impero Spagnolo: il generale Ignacio Allende, che qui nacque nel 1779, portò
avanti la rivolta al fianco del sacerdote Miguel Hidalgo. Finita la Guerra d’Indipendenza, la città
cambiò il proprio nome in quello attuale in nome dei due eroi: il generale ed il sacerdote. La piazza
principale, chiamata “Jardin”, è il centro della città fin dal 1737. Nel XVI e nel XVII secolo era
chiamata la “plaza parroquial”. Il Jardin originariamente era uno spazio all'aperto, pavimentato e
con una fontana nel centro, tanto quanto lo Zocalo di Città del Messico. Nel 1860 iniziò la
costruzione del giardino e la fontana originale è stata sostituita con un gazebo. La prima
costruzione nel Jardin era “il Templo de San Rafael”, meglio conosciuto come la “Santa Escuela de
Cristo”, costruito nel 1564 dal vescovo di Michoacan. La Parrocchia di San Miguel Arcángel si
affaccia sul Jardin. La costruzione iniziò nel 1689 ma fu portata a termine solo nel 1730,
ricalcando uno stile barocco, soprattutto nelle torri. Accanto alla Parrocchia si trova la Casa de
Allende, ora sede del Museo Storico, uno degli esempi meglio conservati dell’architettura spagnola
del XVIII secolo. I balconi in pietra sono tutti decorati con motivi floreali o di frutta. Qui nacque
l’eroe dell0’Indipendenza Ignacio Allende. Poco distante dalla piazza principale si trova la Cappella
del Terzo Ordine, costruita nel ‘700 e facente parte di un complesso mastico francescano. Una
visita particolare la merita l’Oratorio di San Filippo Neri, anche questo del ‘700,che ospita dipinti
ad olio sulla vita del santo. Un aspetto peculiare di San Miguel de Allende sono le celebrazioni e le
feste religiose che si tengono quasi ogni mese in onore dei vari santi e patroni. Una delle più
colarate è quella in onore di San Michele Arcangelo, il santo patrono più importante, che si tiene il
terzo sabato di settembre.
QUERÉTARO
Querétaro fu fondata nel 1531 dai monaci francescani. Riveste un ruolo importante nella storia
messicana e quattro furono gli eventi significativi che qui avvennero. Nel 1810 qui iniziarono i
primi moti d’indipendenza dall’Impero spagnolo; successivamente nel 1848 vi fu firmato il Trattato
del Hidalgo del Guadalupe, a conclusione della guerra tra Messico e Stati Uniti, durante la quale il
Messico cedette una parte dei suoi territori; nel 1867 l’Imperatore Massimilaino d’Asburgo si
arrese al generale Escobedo, fedele a Benito Juárez, e qui fu giustiziato; per finire fu a Querétaro
che fu firmata la prima costituzione del Messico nel 1917. Gli edifici della città sono meno
spettacolari di quelli della vicina Guanajuato, ma Querétaro è degna di una visita e nel 1996 è
stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità. La Plaza Independencia è la piazza
principale dove si trova il Palazzo Comunale, meglio noto come la “Casa de la Corregidora”, nella
quale Doña Josefa Ortiz, moglie dell’alcalde della città, informò i ribelli locali dei piani escogitati a
loro danno dagli Spagnoli durante la Guerra d’Indipendenza. Imponente è la Chiesa di San
Francesco, non lontano dalla piazza principale.Fu edificata nel 1500 e conserva al suo interno
molti dipinti religiosi del ‘600, ‘700 e ‘800. Una visita da non perdere è al “Cerro de las
Campanas”, una piccola collina a nord-ovest della città dove fu giustiziato l’Imperatore
Massimilaino d’Asburgo. Vi sorge una cappella fatta erigere dalla famiglia Asburgo.
MORELIA
Morelia si trova nel cuore del Messico, a 315 chilometri a ovest di Città del Messico. È la capitale
dello Stato di Michoacan e i suoi edifici sono in stile coloniale spagnole. Il suo centro storico è
stato dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità nel 1991. Nacque nel 1541 e fu una delle
prime città spagnole nel Nuovo Mondo. Il vicerè Don Anotnio de Mendoza la chiamò inizialmente
Valladolid, dall’omonima città spagnola. Dopo l’Indipendenza dal Regno di Spagna, cambiò il suo
nome in quello attuale in onore dell’erone nazionale Don José Maria Morelos y Pavon, leader del
movimento per l’indipendenza nazionale. Conserva intatto il suo fascino coloniale, sebbene sia la
meno turistica delle città del circuito coloniale. È ricca di palazzi, chiese, giardini che rendono il
suo centro storico affascinante. La maggior parte dei monumenti storici di Morelia sono costruiti
con pietra rosa e la sua planimetria urbana è la giusta mistura dello stile rinascimentale spagnolo
con elementi neoclassici. L’architettura è molto particolare e unica nel suo genere: in molti edifici
il “patio” non ha colonne agli angoli e questo crea un senso di continuità e dinamismo curvilineo
abbastanza inusuale. Un’altra caratteristica degli ornamenti esterni è il cosiddetto “Barocco di
Morelia” nel quale gli elementi decorativi sono contenuti in blocchi unici di pietra. La sua
Cattedrale, che domina lo “Zocalo” fu costruita verso la metà del 1600 ed è una fusione di stili:
neoclassico, barocco e herreresco. Ha un organo imponente formato da circa 4600 canne. Degno
di nota è il Palazzo Clavijero, un tempo sede della scuola gesuita di San Francesco Xavier. Eretto
tra il 1660 ed il 1780, è oggi sede di alcuni uffici governativi e sotto i portici del lato occidentale si
trova il Mercado de Dulces. La Casa del las Artesaniás occupa l’ex convento di San francesco dove
sono in vendita molti oggetti di artigianato locale.
PÁTZCUARO
Pátzcuaro (2175 mt slm), incantevole cittadina situata nel cuore dello Stato di Michoacan, è in
stile coloniale, con chiese imponenti, graziose vie pavimentate con ciottoli, edifici in pietra bianca e
rossa. Il nome originale era “Tzacapu-ansucutinpatzcuaro" che significa “la porta del cielo”. La
bellissima piazza è intitolata a Vasco de Quiroga, vescovo della città che fu un uomo di legge,
rispettato dal popolo, e che qui fondò una diocesi nel 1536. Ha anche fondato il Collegio di San
Nicola Obispo. Pátzcuaro è una piccola gemma coloniale nel cuore dello Stato di Michoacan. È
circondata da colline, laghi, fiumi e vallate verdeggianti. A soli 3 chilometri si trova illago omonimo
attorno al quale sorgono piccoli villaggi “purépecha” tradizionali. Da non perdere la visita della
piccola Isla Janitzio, nel lago di Pátzcuaro, durante la settimana dei morti, all’inizio di novembre.
In un clima colorato e festoso molte sono le celebrazioni ed il punto culminante è la sfilata di
canoe coloratissime sul lago, oltre ovviamente alle sfilate e alle danze tradizionali.
COSTA CENTRALE DEL GOLFO DEL MESSICO
EL TAJIN
El Tajin, situato nel nord-est del Paese, è uno dei maggiori siti archeologici del periodo della civiltà
classica di Veracruz, di cui peraltro non si hanno molte testimonianze. El Tajin conobbe il suo
massimo splendore nei secoli che seguirono la fine della civiltà di Teotihuácan, verso il 750 d.C..
La sua influenza culturale si estese in tutto il golfo e penetrò anche nell’impero Maya, fino nella
regione degli altipiani centrali. Il suo nome significa “tuono” o anche “fulmine”: tutti fenomeni
atmosferici che in questa regione sono frequenti. La sua architettura, unica in mesoamerica, è
caratterizzata dai rilievi intagliati sulle colonne rappresentanti sacrifici umani molto simili a quelli
della sezione Toltecha di Chichén-Itzá. La maggior parte degli edifici e resti archeologici di El Tajin
non sono ancora stati portati alla luce. I primi scavi iniziarono nel 1930 ad opera dell’archeologo
Garcia Payon, che cercò di preservare molte sculture del sito che veiovano trafugate e vendute al
mercato della vicina città di Papantla. Egli teorizzo anche che molte delle nicchie e dei mosaici di
El Tajin simboleggiavano gli opposti: il giorno e la notte, la luce ed il buio, la vita e la morte, in un
universo cosmico di opposti. Ciò che sinora è stato portato alla luce testimonia l’estesa vita
urbana di El Tajin la cui influenza arrivò a centinaia di miglia a nord, sud ed ovest. Vi si trovano
circa 17 campi dedicati al gioco della Pelota: quello denominato Juego de la Pelota Sur è il più
conosciuto grazie ai suoi rilievi che mostrano i vari aspetti del gioco stesso ed anche i sacrifici dei
giocatori medesimi. Rilievi simili si trovano a Tula e a Chichén-Itzá, sebbene il culto della Morte
legato al gioco della Pelota abbia origine proprio da qui. Nessun altro sito nella Mesoamerica ha
così tante descrizioni e testimonianze relative al Gioco della Pelota, incluso l’equipaggiamento dei
singoli giocatori. Resta ancora un’incognita la modalità del gioco che quindi non svela come
venivano usati alcuni elementi facenti parte dell’equipaggiamento. El Tajin si trova poco lontano
da Tula, la città Tolteca, e appare poco credibile che i sovrani di Tula non conoscessero una città
grande e importante come El Tajin. Poiché i Tolteci erano anche un popolo di formazione militare,
nulla vieta di pensare che una guerra forse fu fatta tra le due popolazioni. Nonostante lo stile
artistico presente a El tajin sia soprattutto di impronta Maya, l’ossessiva rappresentazione di
teschi è un chiaro segno della eco di Tula e di Chichén-Itzá, così come la grande enfasi data ai
sacrifici umani soprattutto come un atto pubblico. Di rilevante importanza a El Tajin la Piramide
delle Nicchie, che ha una superficie di 35 mq. Sembra che all’origine le nicchie fossero 365 e
questo riporta il tema del calendario, sempre presente nelle civiltà mesoamericane. Si può
concludere pensando che i Toltechi di Tula abbiano conquistato El Tajin e ne furono
culturalmente influenzati, così come accadde ai Romani con gli antichi Greci.
STATO DI OAXACA
OAXACA: CENNI SULLA CITTÁ
Oaxaca, capitale dell'omonimo stato, sorge dove era l’antico insediamento azteco chiamato
“Hauxyacac” da cui deriva il nome. L’odierna città nacque però nel 1529 in seguito all’arrivo degli
Spagnoli. Del periodo coloniale, ben visibile nel reticolo di strade, conserva intatto il suo carattere
tranquillo e molti degli edifici storici e religiosi. Divenne importante nell’800 con il commercio della
cocciniglia, usata come colorante per i tessuti (ancora oggi la si usa per la produzione artigianale).
Il centro di Oaxaca è, come in tutte le città messicane, lo "Zocalo", la piazza principale della città
dove si affacciano il Palazzo del Governo e la Cattedrale. Quest’ultima fu edificata nel 1544 ma in
seguito a vari terremoti fu successivamente restaurata e terminata nel 1733. La sua facciata ha
alcune sculture barocche. Di notevole importanza la chiesa di San Filippo Neri, edificio barocco del
XVII secolo; la Basilica de Nuestra Señora de La Soledad, in onore della patrona della città; la
Chiesa di Santo Domingo. Quest’ultima, tra le più spettacolari del Messico, ha una facciata ricca
di sculture, tra due alte torri campanari; l'interno è uno splendore di bianco e oro, un tipico
esempio d’attaccamento al barocco, che tuttavia hanno saputo trasformare fino a renderlo
qualcosa d’unico.
MITLA (da Oaxaca)
La zona archeologica di Mitla è situata a 48 Km da Oaxaca. Fu costruita dagli Zapotechi ai quali
subentrarono successivamente i Mixtechi. Ebbe il suo periodo di massimo splendore intorno al
1200 d.C. quando i Mixtechi eressero gli edifici più importanti: la Sala de las Columnas, lunga 38
mt., con sei grandi colonne e comprendente anche la Gran Casa di Pezelao decorata con motivi
geometrici secondo lo stile mixteco; le tombe sotterranee che si trovano nel Patio Sur. Era
governata da sommi sacerdoti che qui compivano sacrifici umani. Il centro cerimoniale si
distingue dalle altre grandi rovine per la straordinaria ricchezza delle decorazioni in pietra che
adornano i suoi palazzi. L'architettura è completamente diversa da quella che si trova nelle altre
rovine della zona. Al contrario di molti altri edifici rinvenuti, mancano sui muri raffigurazioni di
personaggi umani o personaggi mitologici, ma vi sono solo motivi astratti. Deve il suo nome alla
parola azteca “mictlan” che significa “luogo dei morti”.
Il sito è aperto dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 17.00
MONTE ALBÁN (da Oaxaca)
La zona archeologica di Monte Albán si trova a 15 Km da Oaxaca. Durante il periodo classico (400800 d.C.) fu il centro zapoteco più importante della regione di Oaxaca. Fu poi abbandonato e
occupato dai Mixtechi nel periodo post classico, i quali riutilizzarono alcune delle costruzioni
originali per le cerimonie funebri e civili. Monte Albán, dopo la caduta della civiltà Zapoteca, fu
utilizzata come città dei morti con centinaia di tombe sontuose. La più importante é la numero 7
dove sono stati ritrovati più di 500 oggetti di valore inestimabile, custoditi al Museo Regionale di
Oaxaca.
Una volta città sacra, è oggi una delle località archeologiche più interessanti e meglio conservate
del Paese: si trova sulla cima pianeggiante di una montagna con una vista notevole della valle
dove sorge la città di Oaxaca. Gli edifici sono costruiti lungo l’asse che va in linea retta da est ad
ovest, escluso uno, che si pensa fosse, un osservatorio astronomico poiché é allineato secondo la
posizione delle stelle. Il più antico dei quattro templi é il Tempio dei Danzatori, così chiamato per
ciò che resta delle figure scolpite raffiguranti personaggi impegnati nella danza. Molto interessante
é il campo per il Gioco della Pelota (vedere paragrafo relativo). È stata dichiarata dall’UNESCO
Patrimonio dell’Umanità per l’incalcolabile valore culturale ed artistico degli edifici che la
costituiscono.
EL TULE (da Oaxaca)
Santa Maria El Tule è un piccolo villaggio a soli 10 km da Oaxaca dove si ammira un gigantesco
albero che si calcola abbia circa 2000 anni. Appartiene alla famiglia dei cipressi, è alto 42 mt e la
sua circonferenza è di 58 mt. Le radici affondano nel terreno per circa 18 mt. Accanto vi è la
chiesa seicentesca del villaggo.
TEOTITLÁN DEL VALLE (da Oaxaca)
A 25 km. Da Oaxaca si trova il villaggio di Teotitlán del Valle, famoso per la fabbricazione di
tappeti. La tradizione tessile risale al periodo preispanico. La qualità buona e ancora sono
utilizzate le antiche techiche di tessitura, utilizzando anche colori naturali quali la cocciniglia. Si
ha inoltre modo di visitare una delle tante cooperative a gestione familiare.
STATO DI TABASCO E CHIAPAS
VILLAHERMOSA: CENNI SULLA CITTÁ
Villahermosa è la capitale dello stato di Tabasco. A città non offre particolari attrattive
archeologiche, ma ha alcuni interessanti musei: il Museo Regionale di Antropologia, intitolato a
Carlos Pellicer Cámara, studioso e poeta il quale donò al museo molti reperti olmechi; il Parco
Museo de La Venta, che ospita, tra gli oggetti di maggior valore e bellezza, le famose “teste in
pietra”, alte quasi 2 metri, che furono adorate dagli Olmechi nel periodo preclassico dal 1.200 al
250 a.C. Pesano circa 20 tonnellate e molte le teorie sulla loro origine: la più accredita vuole che
esse rappresentino atleti olmechi, eroi di guerra o altri personaggi pubblici. Nel Parqo-Museo vi
sono anche figure di giaguari, mostri, steli e altari in pietra.
COMALCALCO (da Villahermosa)
Antica città Maya, Comalcalco dista circa 85 Km da Villahermosa. Il piu' occidentale dei centri
archeologici Maya ebbe il suo massimo splendore nel tardo periodo classico (dal 600 al 900 d.C.) e
diversi elementi ricordano l'arte di Palenque. Il suo nome in lingua “nahuatl” significa “luogo dei
mattoni d’argilla”, materiale con il quale sono costruiti gli edifici del sito. I numerosi alberi di
cacao fornirono non soltanto cibo agli abitanti ma i chicchi dei suoi frutti erano utilizzati come
moneta di scambio. Sui templi sono visibili incisioni e dipinti raffiguranti uccelli, rettili, figure
geometriche. La piramide principale della Grande Acropoli è decorata con maschere di stucco che
raffigurano il dio del Sole Kinich Ahau.
SAN CRISTÓBAL DE LAS CASAS: CENNI SULLA CITTÁ
San Cristóbal de las Casas si trova al centro dello Stato del Chiapas, di cui è la capitale e dista 85
km ad est di Tuxtla Gutiérrez, dove c’è l’aeroporto. Le prime popolazioni indigene che abitarono
questa zona era Tzotsil e Tzeltal. Fondata da Diego de Mazariegos nel 1582, era in origine divisa in
“barrios” (quartieri), ciascuno dei quali era dedicato ad un particolare mestiere, oggi raggruppati in
un unico centro facilmente visitabile a piedi. È una delle più belle città del Messico per la sua
armonica composizione urbana, con imponenti edifici religiosi. La città prende il nome dal vescovo
Bartolomé de las Casas, un monaco domenicano che divenne difensore delle popolazioni indigene
locali. Gli edifici religiosi sono decorati, oltre che con esempi del barocco spagnolo, anche da
manufatti indigeni di etnia Tzotzil, Tzeltal e Lacandona, che risiedono tutt’ora nei dintorni della
città. Le sue case con i tetti coperti da tegole rosse e le strade selciate riflettono la sua storia
coloniale spagnola. Tra gli edifici di particolare importanza ricordiamo: la Cattedrale, dedicata a
San Cristóbal Mártir, costruita nel 1528, poi demolita e ricostruita nel 1693. La facciata è barocca
in colore ocra, con elementi indigeni in colore rosso, nero e bianco. Si trova sulla piazza principale;
il Tempio di Santo Domingo de Guzmán, sul cui frontone vi è uno stemma con l’aquila a due teste,
simbolo degli Asburgo. La sua facciata in stile barocco reca motivi ornamentali indigeni realizzati
in malta; la Plaza 31 de Marzo, ovvero la piazza principale, principale punto d’incontro degli
abitanti della città, era adibita a luogo di mercato fino agli inizi del ‘900; la Casa de la Sirena, una
delle costruzioni più antiche, costruita nel XVI secolo in stile plateresco, con figure marine sui
muri esterni e sulle colonne; il Museo Na Bolom, ospitato in una casa ottocentesca. Fu residenza
dell’antropologa Gertude Blom che agli inizi del ‘900 qui visse e si occupò di studiare e preservare
le tradizioni della popolazione dei Lacandones. Il Mueso raccoglie i tesori e le collezioni della
famiglia Blom.
CANYON DEL SUMIDERO (da San Cristóbal de las Casas)
Il Canyon del Sumidero si formò circa 12 milioni di anni fa. Il Rio Grijalva attraversa questa
profonda fenditura lunga circa 15 km., con pareti di roccia che s’innalzano per circa 1.200 mt.
Dista circa 52 km. da San Cristóbal de las Casas. Lo si può visitare con lance a motore
(consigliabile di portare con sé un impermeabile leggero). Il Canyon rappresenta l’habitat ideale
per animali a rischio d’estinzione come l’Hocofaisàn (una specie particolare di fagiano), la
scimmia ragno ed il coccodrillo di fiume.
TONINÀ (da San Cristóbal de las Casas)
Le rovine Maya di Toninà si trovano a circa 100 km. a nord-ovest di San Cristóbal de las Casas.
L’etimologia del nome significa “Grandi Case di Pietra”. Il centro ebbe il suo apogeo verso tra la
fine del VI secolo d.C. e l’inizio del X secolo d.C.. Le sue dimensioni, di certo non paragonabili a
quelle di palenque, ebbero comunque la loro importanza nell’impero Maya. Lo spazio sacro di
Toninà sorge in una splendida vallata nella valle di Ocosingo, dove templi, palazzi, grandi
scalinate furono di volta in volta costruiti durante più di mille anni di attività. Sette i livelli dove si
trovano i principali edifici. Di questi, alcuni sono maggiormente importanti: il terzo, dove si trova il
Palazzo del Mondo Intermedio; il quarto, dove si trova il Palazzo delle Greche e della Guerra; il
sesto, dove si trova il muraglione dei Quattro Soli, una specie di codice in stucco che rappresenta
il mito delle quattro ère cosmiche; il settimo, dove si ergono i templi dei Prigionieri e quello dello
Specchio di Fumo, che si trova nel punto più alto del complesso archeologico. Tra le sculture di
maggiore rilevanza ritrovate a Toninà si incontra quella dell’ultimo governatore Tzotz Choi e, di più
recente ritrovamento, quella del conquistatore di Palenque e Signore di Bonampak, chiamato il
Serpente Giaguaro. Gli archeologi sono concordi nel pensare che Toninà decretò la fine
dell’egemonia di Palenque, verso la metà del 700 d.C..
Il sito è chiuso il lunedì.
CASCATE DI AGUA AZUL E MISOL-HA (da San Cristóbal de las Casas)
Le Cascate di Agua Azul distano circa 60 Km. da Palenque. Nel 1980 furono dichiarate area
naturale protetta. Questa bellissima serie di cascate si formano dalle acque del Río Tulijá e
scendono a “terrazza”, creando una serie di piscine naturali. Il colore turchese intenso è la
maggiore peculiarità delle cascate. A seconda dei sedimenti che l’acqua trascina, non sempre è
possibile però ammirarne tale colore intenso. Se la portata dell’acqua non è abbastanza, le piccole
piscine naturale lasciano scoperto il bordo bianco formato da roccia calcarea.
LAGUNA DI MONTEBELLO (da San Cristóbal de las Casas)
Le Lagune di Montebello si trovano a sud-est di San Cristóbal de las Casas, verso Comitán de
Domínguez. Una prima sosta qui permette di visitare edifici storici quali il Tempio di Santo
Domingo (XVI secolo), d’impronta moresca. Continuando verso le Lagune si incontra la zona
archeologica di Chinkultik, antica città Maya che conserva piattaforme sovrapposte di pietra
calcarea, dove si trovano i suoi principali complessi urbani, tra i quali l’area dedicata al gioco della
pelota. Proseguendo per altri 5 km. si entra nel Parco Nazionale Lagunas de Montebello (da San
Cristóbal dista 150 km.). L’area fu decretata Parco Nazionale nel 1959. L'intero Parco è costituito
da piu' di 6.000 ettari di boschi di montagna di cui quasi 1.200 ettari ricoperti da da laghi e
lagune. È un insieme di circa 60 lagune, dalle acque turchesi e smeraldo, e di cenotes (specchi
d’acqua collegati in via sotterranea); tutt’intorno boschi di conifere che creano un insieme
naturalistico di estrema bellezza. Montebello è una delle zone lacustri piu' belle del Messico, grazie
alle differenti tonalità di colori delle sue acque che variano in base ai tipi di fondali.
PALENQUE
Situata nello Stato del Chiapas, Palenque dista circa 150 Km. da Villahermosa e circa 220 Km. da
San Cristóbal de las Casas. Le rovine di Palenque, una delle zone archeologiche più importanti del
mondo Maya, sono considerate da molti come le piu' belle del Messico, soprattutto per la luce
iridescente che dona un particolare fascino alla zona. Palenque si trova nel cuore di una selva dal
clima tropicale. Sorprendenti i templi e gli edifici che risalgono al Periodo Classico (400-700 d.C.) e
che furono esplorati a partire dal sec. XIX. Fra le sue costruzioni più importanti si ricoda: il
Palazzo Reale, con la sua grande torre che spicca sul resto dell’edificazione; i Templi del Sol, della
Cruz e della Cruz Foliada, che circondano la Plaza del Sol ed il misterioso Tempio delle Iscrizioni,
dove nel 1952 fu scoperta la tomba con il sarcofago superbamente intagliato di Re Pakal, il grande
Re Maya della città. Egli stesso ordinò la costruzione di questo edificio affinchè, alla sua morte,
diventasse la sua sacra tomba. Molto interessanti sono anche il Gruppo Nord e il Museo.
**Per restauro, sono momentaneamente chiusi Il Tempio delle Iscrizioni e la Tomba di Pakal**.
Nei dintorni della zona archeologica, oltre 1700 ettari formano il Parco Nazionale di Palenque, la
cui fauna è costituita principalmente da uccelli e mammiferi, quali giaguari e scimmie urlatrici.
YAXCHILÁN E BONAMPAK (da Palenque o da Villahermosa)
Yaxchilán, il cui nome significa “il luogo delle pietre verdi”, è situata all’interno della giungla lungo
il fiume Usumacinta. Il sito archeologico è di rilevante importanza e vi si trovano ancora integri
molti templi del periodo Maya. É il prototipo di un’antica città, nascosta nella giungla: si trova sul
lato sinistro di un’ansa del fiume Usumacinta, a circa 10 metri sul livello del fiume, all’interno
della Selva Lacandona, raggiungibile tramite lancia (circa un’ora e mezza) partendo dalla da
Corozal, la frontiera tra il Messico ed il Guatemala. La sua origine data circa 2.000 anni fa,
quando un gruppo di uomini si stabilì in questa zona, creando a poco a poco una delle città pià
belle e poderose della Conca del Rio Usumacinta. Ebbe il suo massimo splendore tra il 550 d.C. ed
il 900 d.C., nel periodo tardo classico, durante il regno di Escudo Jaguar I, Pájaro Jaguar IV e
Escudo Jaguar II. Di questa dinastia si è riusciti a saperne abbastanza grazie alle iscrizioni
rinvenute sulle facciate dei templi di Yaxchilán. La sua superficie è molto estesa, sebbene la visita
si restringa soltanto alla zona della Gran Plaza, la Grande Acropoli, l’Acropoli Piccola e quella Sud.
L’edificio più noto della Gran Plaza è il Labirinto, così chiamato a causa della complessità delle
varie stanze che lo componevano. Fu costruito tra il 742 ed il 752 d.C.. Molte le iscrizioni che
narrano la storia dinastica della città, soprattutto nell’edificio 33, il più superbo della città, che
conserva al suo interno la scultura decapitata di Pájaro Jaguar IV. Fu durante il suo regno che
Pájaro Jaguar IV consolidò la sua egemonia. Una leggenda lacandona narra che quando la testa di
Pájaro Jaguar IV tornerà al suo posto, il mondo sarà devastato dai giaguari celesti. Se si continua
attraverso la selva, si giunge alla Acropoli Sud e all’Acropoli Piccola. Nella prima, all’intrno
dell’Edificio 40 vi si trovano resti di pitture murali. Due altre piazze integrano l’Acropoli Piccola.
Ma l’edificio meglio conservato è l’Edificio 33, che conserva ancora circa la metà del suo
coronamento a cresta.
Non lontano da Yaxchilán, risalendo nuovamente in lancia il Rio Usumacinta, si torna sulla
terraferma e si arriva a Bonampak, dove si ammireranno forse i piu' belli e meglio conservati
murales di tutta la mesoamerica. Ebbe il suo perido di massimo splendore verso la fine del periodo
classico-maya. La sua posizione, all’interno della selva lacandona, la preservò fino al 1946. Il sito
si estende per circa 2,5 kmq e il suo nome, in lingua maya, significa “muro dipinto”. Gli edifici
all’interno del sito hanno molte iscrizione dipinte di una qualità indiscutibile. I principali
monumenti furono eretti durante il regno di Chaan Muan II, che salì al trono nel 776 d.C.. Ad egli
furno dedicati molti dei moltissimi dipinti che ancora oggi si ammirano a Bonampak. Un’altra
peculiarità è la sua posizione all’interno della splendida Selva Lacandona, uno dei posti naturali
più impressionanti dell’America Centro Settentrionale. La scoperta del sito fu uno dei ritrovamenti
più importanti nella storia delle esplorazioni archeologiche del Chiapas, che permise di conoscere
una delle maggiori testimonianze archeologiche della cultura Maya e la straordinaria concezione
dei colori e delle linee pittoriche di questo popolo.
PENISOLA DELLO YUCATÁN
UXMAL (da Campeche o da Mérida)
La zona archeologica di Uxmal si trova a 80 Km. da Merida. Le fonti Maya fanno risalire la
fondazione di Uxmal a circa la metà del VII secolo. Successivamente, verso il X secolo, fu occupata
da una popolazione proveniente dagli altipiani: gli Xiù i quali, al culto del dio Chaac-Mool (il dio
della pioggia), aggiunsero il culto del serpente piumato Quetzacoatl, di Tlaloc. Di queste deità molti
sono i simboli che sono tuttora visibili negli edifici. Il suo dominio si estendeva anche alle città
limitrofe di Sayil, Kabah, Xlapak e Labná. Uxmal è adagiata in una zona caratterizzata da rilievi
collinari, in lingua maya Puuc. Da qui il termine che indicherà il tipo di architettura della regione,
ricco di elementi decorativi. Lo stile Puuc, che a Uxmal trova la sua massima espressione, può
essere considerato il “Barocco Maya” a causa delle abbondanti decorazioni degli edifici, soprattutto
nella parte superiore. Molti inoltre i caratteristici archi Maya, che si aprono sulle pareti degli
edifici. Uxmal fu per lungo tempo una città popolosa anche grazie alle capacità ingegneristiche dei
Maya. Poiché la città si trovava in un territorio arida, i Maya costruirono numerosi “chultunes”,
enormi cisterne rivestite di malta che venivano usate per raccogliere e conservare l’acqua da
utilizzare durante la stagione secca. Tra gli edifici più importanti va ricordato il Palazzo del
Governatore la cui facciata è lunga quasi 100 metri. Senza dubbio può essere definito il più
bell’edificio di Uxmal, in perfetto stile Puuc. Qui viveva la massima autorità di Uxmal: forse è la
figura scolpita sopra il portale centrale. L’edificio è orientato verso il pianeta Venere. La parte
inferiore è lineare mentre la parte superiore è riccamente decorata con i simboli della cultura
Maya, tra i quali anche molte maschere del dio Chaac: si pensa che il loro numero (260) possa
corrispondere ai giorni del calendario dell’anno sacro. I vani che si aprono invece nel retro
dell’edifici ancora oggi non si sa a quale uso fossero destinati. Nel Parco archeologico si trova
anche un campo per il Gioco della Pelota. La sua particolarità è che vi sono stati ritrovati tre anelli
di pietra con incisa la data dell’anno 649 d.C.. La Piramide dell’Indovino è invece l’opera
architettonica più imponente di Uxmal: è alta 39 metri ed ha la base ellittica, costruita in stile
Puuc-chenes. I livelli sono cinque. Il primo risale al periodo classico e l’ultimo risale all’anno 1000
d.C. durante la dominazione Xiù. Alla base della facciata principale si trova il tempio più antico
della piramide decorato con maschere del dio Chaac e risalente al 569 d.C. Nel tempio fu ritrovata
la “Regina di Uxmal”, un fregio antropomorfo alto circa 80 cm. e conservato nel Museo Nazionale
di Antropologia di Città del Messico. È questa una scultura raffigurante il volto tatuato di un
sacerdote che emerge dalla bocca di un serpente. Da non dimenticare il Quadrilatero delle
Monache, così chiamato dagli Spagnoli poiché l’architettura del palazzo e le decorazioni a grata
ricordano quella dei monasteri. Molte le maschere di Chaac-Mool scolpite lungo i lati del
Quadrilatero i cui palazzi che lo compongono si aprono su un cortile interno. Il piano superiore è
ornato di fregi geometrici ed elementi figurativi tra i quali il serpente piumato (Quetzalcóatl o, in
lingua Maya, Kukulcán). L’alto livello di maestria raggiunto dai Maya nello scolpire la pietra è qui
largamente rappresentato. Il complesso fu edificato verso il X secolo e i quattro edifici sono a loro
volta orientati verso i quattro punti cardinali. Al centro vi è una colonna in pietra (ceiba) che
rappresenta l’Albero della Vita.
KABAH (da Campeche o da Mérida)
Kabah, il cui nome originario era Chilam Balam, fu un importante centro Maya collegato a Uxmal
da una grande strada boanca lastricata e sopraelevata (detta anche “sacbé”) il cui arco
monumentale segnava l’accesso ai luoghi sacri di culto. Uno dei maggiori complessi architettonici
era il “Codz-Poop” (Palazzo delle Maschere), che in lingua Maya significa “stuoia arrotolata”, che
identifica probabilmente il volto dal naso lungo di haac-Mool, il dio della pioggia. Circa 250
maschere del dio Chaac ornano la facciata del “Codz-Poop” la cui funzione non è ancora chiara.
Poco lontano sorge il Palazzo la cui facciata presenta diversi portali con colonne e colonnine
tipiche dello stile Puuc. Anche il Tempio delle Colonne fu edificiato secondo lo stessos tile
architettonico.
SAYIL (da Campeche o da Mérida)
Sayil è una città Maya del tardo periodo classico ma pochi sono i reperti in grado di fornire una
descrizione esatta dal punto di vista archeologico. Di certo era un luogo di culto anche abbastanza
importante poiché vi si trovano sontuosi edifici tra i quali il Palazzo a tre livelli con una
piattaforma lunga circa 85 metri. Il Palazzo era decorato con lunghe file di colonne e anche qui vi
si trovano molte maschere del dio Chaac. Sulla facciata si può ammirare l'altorilievo del Dio "Zama
Cab" (Dio dell'alba) scolpito in forma discendente, simboleggiando l'inizio del nuovo giorno.
LABNÁ (da Campeche o da Mérida)
Labná è situata su un pianoro, in una zona arida che giustifica la presenza di numerose cisterne, i
chultúnes, che servivano a raccogliere le acque. Il suo Palazzo, è decorato con fregi che
rappresentano le fasi lunari ed altri fenomeni atmosferici, quali tormente ed uragani, anche
questo in perfetto stile Puuc. Il Palazzo è formato da un edificio centrale la cui parte superiore ha
molti fregi decorativi. Su uno degli angoli si notano le fauci di un serpente dalle quali emerge la
testa di un essere umano, simboli delle divinità dell’Acqua e della Fertilità. Dal Palazzo, lungo una
strada lastricata (sacbé), attraversando l’Arco di Labná che un tempo faceva parte di un edificio
che separava due cortili quadrangolari, si giunge al Mirador, una piramide sormontata da tempio.
CAMPECHE
Campeche, capitale dell’omonimo Stato, affacciata sul Golfo del Messico, è stata dichiarata
dall’UNESCO, nel 2002, Patrimonio dell’Umanità. Il nome dell’antico villaggio Maya era Ah Kim
Pech. I conquistadores Spagnoli la invasero nel 1571 guidati da Francisco de Montejo il Giovane.
La popolazione indigena Maya fu sottomessa e gli Spagnoli si insediarono stabilmente. La città,
allora chiamata Villa de San Francisco de Campeche, divenne ben presto un importante porto
commerciale. Prosperò al punto che fece gola anche ai pirati e per difendersi da questi ultim, verso
il 1668, la monarchia fece costruire una muraglia a difesa della città. I bastioni, di vui una parte è
ancora visibile, avevano mura spesse circa 3,5 metri. Campeche conserva ancora la sua impronta
coloniale: i resti della fortificazione con due porte, una sul mare ed una verso l’entroterra; sette
baluardi oggi adibiti a museo; vari edifici nel centro storico quali la Cattedrale ed il Tempio di
Guadalupe. Degno di nota è il Museo della Cultura Maya, situato in uno dei bastioni, all’interno
del quale sono conservati molti oggetti provenienti dai siti Maya di Calakmu ed Edzná. Molto belli
gli oggetti in giada ed atri gioielli, vasi, maschere di straordinaria fattura.
MÉRIDA: CENNI SULLA CITTÁ
La città di Mérida è la capitale dello Stato dello Yucatán, a 117 chilometri da Campeche ed a 320
chilometri da Cancún. Ha un clima particolarmente mite durante tutto l’anno con temperature
che vanno da 28°C a 35°C. Il nome originale Maya era “T’ho” che significa “volto verso l’infinito”.
Nei secoli scorsi era chiamata la “città bianca” per gli edifici coloniali quasi tutti dipinti di bianco,
per la pulizia delle strade e perchè i suoi abitanti vestivano anch’essi di bianco. L’antica città Maya
fu conquistata dagli Spagnoli guidati da Francisco de Montejo nel 1542 e da qui iniziò la
dominazione che si espanse lungo tuttza la penisola dello Yucatán. Ai tempi delle colonie Mérida
era un avamposto di frontiera e un fiorente centro commerciale, protetta da enormi mura in parte
ancora visibili. Tale ricchezza si basava però, sullo sfruttamento e la schiavitu’ degli Indios Maya, i
quali diedero vita, nella prima metà del secolo scorso, alla sanguinosa Guerra delle Caste. Intorno
al 1880 la città, raggiunta una nuova stabilità, conobbe un incredibile benessere grazie ai suoi
redditizi commerci con l'Europa, la Florida e Cuba ma anche all'esportazione dell'Henequen, una
pianta utilizzata per le fibre tessili. Un reticolo di strade, perpendicolari una all'altra, costituisce la
parte piu’ antica della città. Al centro vi è lo Zòcalo o Plaza Mayor, alberato e con al centro il
gazebo per i concerti della banda musicale la domenica pomeriggio. Sulla piazza si affacciano il
Palazzo del Governo, la Cattedrale, il Palazzo Municipale e la Casa Montejo. La Cattedrale è la piu’
antica del Nordamerica ed è costata la vita a diverse decine di schiavi Maya impiegati nella
costruzione. Fu edificata nel XVI secolo in sobrio stile rinascimentale con una facciata disadorna e
severa. All’interno un bellissimo crocifisso ligneo detto il Cristo de la Unidad, simbolo della
riconciliazione tra gli Spagnoli ed il popolo Maya. Il Palacio Municipál si trova sul lato opposto
della piazza e fu costruito nel 1542 per essere successivamente restaurato più volte nel corso dei
secoli. La Casa de Montejo risale invece al 1549 e originariamente era una caserma, subito
trasformata nella residenza del Generale. Intorno al centro le strade non sono molto larghe, con i
muri delle case spesso sbrecciati e dai colori pastello sbiaditi dal sole e dalle violenza degli
acquazzoni tropicali. Sui lunghi viali esterni si allineano belle ville di fine Ottocento e ancora piu’
lontani i nuovi quartieri residenziali e commerciali. Interessante il Paseo de Montejo, un lungo
viale simile al Paseo de la Reforma di Città del Messico: è un esempio dell’opera di urbanizzazione
del XIX secolo attuata per cercare di dare alla città un’impronta più cosmopolita. Mérida è
un’ottima base di partenza per scoprire le antiche “haciendas”, oggi trasformate in hotels di lusso,
dove poter vivere l’emozione di attraversare e vivere un pezzo di storia coloniale senza rinunciare
al comfort della migliore ospitalità alberghiera. Non lontano da Mérida, inoltre, il bellissimo
scenario naturale della Riserva della Biosfera Ría Celestún, abitata in alcuni periodi dell’anno da
centinaia di fenicotteri rosa; zone archeologiche del periodo Maya di importanza primaria quali
Uxmal, Kabah, Labná e Chichén-Itzá.
IZAMAL (da Mérida)
Izamal (120 chilometri da Mérida) può essere considerata una delle città più antiche dello
Yucatán, fondata nel IV secolo d.C. da Itzamná, gran sacerdote del popolo Maya. Fu consacrata al
culto del dio sole Kinich-Kakmó. La religione è uno dei tratti predominanti nella storia della città,
mantenuto anche dagli Spagnoli subito dopo la conquista facendo di Izamal un santuario della
cristianità e convertendo gli indigeni al cattolicesimo. Conosciuta come la “città delle tre culture”,
Izamal tiene insieme elementi di vari preiodi: preispanico, coloniale e contemporaneo. Numerose
sono le costruzioni preispaniche, alcune in fase di restauro, che creano un bellissimo contrasto
con quelle del periodo coloniale. Accanto alla costruzione preispanica eretta in onore del dio
Itzamná, imponente deità Maya, si trova il bellissimo convento della Vergine di Izamal, costruito
dai frati francescano durante i primi anni del dominio spagnolo. Il conventno è tutto dipinto di
giallo e circondato da un porticato che contorna la corte esterna. Nel loro zelo nel voler
evangelizzare le popolazioni indigene, i francescani eressero chiese e conventi imponenti quasi a
voler testimoniare la grandezza del loro Dio. Izamal è oggi conosciuta come la “città delle colline” a
causa dei resti archeologici presenti nel centro della città, tra i quali la piramide di Kinich-Kakmo
che con i suoi 35 metri è la più alta dello Yucatán, la piramide di Itzamatul, quella di Kabul e
quella di Hucpintok. L’impronta coloniale della città è ciò che colpisce già all’arrivo con gli edifici
quasi tutti di colore ocra, bianco e giallo e le strade lastricate secondo lo stile di quel periodo. Il
Monastero Francescano con il Santuario della Vergine di Izamal fu costruito in cima ad una
piramide del periodo Maya ed è il più grande in America. Nel 1993 il Papa Giovanni Paolo II
incontrò qui molti raprpesentanti delle varie comunità etniche. La piramide di Kinich-Kakmo
copre una superificie di circa 4 ettari. La scalinata sul lato sud è formata da enormi rocce che
evidenziano lo sforzo dei Maya di voler rendere omaggio alle loro divinità.
CHICHEN-ITZÁ (da Mérida o da Cancún)
Chichén-Itzà dista 120 chilometri da Mérida Il suo nome deriva dalla parola Maya “Chi” che vuol
dire bocca, “Chen” che vuol dire bene e “Itzá” riferito alla tribù che abitava questa zona. Esiste
un’altra teoria secondo la quale il nome significa “sul ciglio del pozzo degli Itzá”. Infatti la parola
Maya “dzont” che vul dire “pozzo” fu cambiata dagli Spagnoli in “cenote”. Da qui le contrazioni
delle parole fino ad arrivare all’odierna Chichén-Itzà. È qui inoltre che si trova il più famoso
Cenote dello Yucatán. Molte le teorie sull’origine di Chichén-Itzà. Il primo nucleo fu fondato nel
514 d.C. da Lakin Chan, uns acerdote, che fu poi chiamato Itzamna. Successivamente, nel IX
secolo alcune genti occuparono Chichén-Itzá, guidate da un capo che prese il nome Maya di
Kukulkán. Non si conosce ancora con certezza se erano tribù di lontana origine Maya ritornate
dopo un periodo di nomadismo oppure se erano invece i Toltechi cacciati da Tula e approdati nello
Yucatán. Di certo la capitale Chichén-Itzá venne costruita unendo tra loro elementi Maya e
Toltechi: il grande piazzale delle cerimonie rappresenta, secondo i Maya, il mare primordiale della
creazione; El Castillo è invece il luogo dove la mitica Prima Madre avrebbe modellato gli uomini nel
mais. Su questa struttura tipicamente Maya, i Toltechi introdussero i simboli delle loro tradizioni
guerresche come le numerose immagini di Chaac-Mool e rilievi di serpenti, giaguari, aquile e
atlanti. Verso il X secolo arrivarono i Toltechi-Itzá e la società, in contrasto con l’ideologia Maya, si
militarizzò profondamente. Il loro dominio includeva anche le zone che attualmente costituiscono
le regioni del Tabasco, di Campeche, tutta la parte costiera della zona del Golfo del Messico e una
larga parte delle regioni del sud del Paese. La loro influenza era dovuta soprattutto alle attività
mercantili e di scambio e ciò generava una vasta rete commerciale. Questo portò ad una visione
completamente diversa, rispetto al passato, del sistema di produzione e di distribuzione dei beni
tanto da influenzare anche l’architettura sia civile che religiosa. Si calcola che circa 50.000
persone, facenti parte di gruppi distinti quali i Balamkanché, gli Iki, i Cumtun, i Poxil e gli Halakai
facessero parte di questo regno e ciascun agglomerato era unito all’altro attraverso le vie sacre
chiamate “sacbé”. È agli Itzá che si deve la costruzione della grande piramide di Kukulkán, detta
“El Castillo”, mentre il Tempio dei Guerrieri e Il Gioco della Pelota, nonché l’ultima fase di
edificazione del Castillo, appartengono alla fase di influenza tolteca. La grande piramide domina il
centro cerimoniale di Chichén-Itzà e fu il primo monumento costruito dalla tribù tolteca degli Itzá
dopo il loro arrivo alla fine del X secolo. L’attuale struttura oggi visibile venne eretta su un più
antico edificio sacro Maya e la sua sommità fu elevata. Al suo interno furono ritrovati una
raffiguraizone del dio Chaac-Mool e un trono a forma di giaguaro, dipinto di rosso e decorato con
dischetti di giada per simulare le macchie del manto dell’animale. La sua base misura 55 metri
ogni lato ed è alta 30 metri. Come si è già detto era dedicata al dio Kukulkán-Quetzalcóatl. Le
quattro scalinate, una per lato, sono formate da 91 gradini ciascuna ed hanno i parapetti ornati
da lunghissimi serpenti piumati le cui fauci si aprono nel piazzale sottostante. Durante gli
equinozi di primavera e di autunno il gioco di luci ed ombre crea l’immagine di un serpente in
movimento. Le colonne del tempio sono serpenti a sonagli la cui coda sostiene un architrave. In
realtà “El Castillo” è un calendario Maya e questo denota l’importanza dei calcoli astronomici che
erano parte essenziale della cultura Maya. La somma dei gradini è 364 e l’ultimo gradino che porta
al tempio sulla sommità è il 365°, ovvero il ciclo solare completo. Degno di nota è l’Osservatorio, al
centro dell’area Chichén Viejo. È un edificio a pianta circolare, raro nella cultura Maya e Tolteca. L
nome originale è “Caracol” che rammenta la scala a chiocciola che, al suo interno, porta al
secondo piano. Era qui che i sacerdoti studiavano i moti della Luna e del Sole e calcolavano lo
scorrere del tempo. I 4 portali esterni sono orientati verso i punti cardinali e decorati con
maschere del dio Chaac-Mool. Anche il Tempio dei Guerrieri è una unione degli stili Maya e
Tolteco e insieme ad altri edifici quali il Tempio di Chaac-Mool e il Baño de Vapor si trova dietro El
Castillo nel gruppo definitio Grupo de las Mil Columnas. La gradinata del tempio dei Guerrieri è
ornata di teste di serpenti piumati. Nel tempio di Chaac-Mool è ben visibile una statua del dio che
sovrasta il portico sottostante. Il grande campo del Gioco della Pelota misura 170 metri di
lunghezza e circa 50 metri di larghezza. Gli anelli sono posti a 8 metri di altezza. Anche qui, come
negli altri campi presenti negli altri siti, due erano le squadre che si fronteggiavano e le immagini
dei giocatori sono scolpite in bassorilievo lungo i muri perimetrali. Ai lati sud e nord del campo si
trovano piattaforme con due templi dedicati al culto del Sole e della Luna.
Tra gli altri edifici facenti parte del parco archeologico ricordiamo: la Piattaforma dei Crani, il
tempio dei iaguari, il cenote che si trova inceve al termine di una strada in pietra. Il pozzo sacro
era un pozzo naturale di circa 60 metri di diametro.
EK’BALAM (da Mérida o da Cancún)
Ek-Balam, situata a circa 170 km. da Cancún. Il nome, in lingua Maya, significa “giaguaro nero” e
la sua architettura monumentale di certo fa presumere quanto fosse una città abbastanza
influente. La splendida piazza centrale è bordata da tre massicce strutture cerimoniali. Vi si
trovano anche vari templi minori, altari ed aree pubbliche. La piramide principale, meglio
consociuta come “La Torre” è simile ad altri imponenti edifici delle aree Maya nel nord-est della
penisola dello Yucatán. Recentemente è stata portata alla luce una delle “strade bianche”
(sachbeob) che univano i vari siti sacri, lunga quasi due chilometri. Recenti studi hanno mostrato
come Ek-Balam fosse stata abitata dal tardo periodo pre-classico e l’inizio del classico (tra il 100
a.C. ed il 300 d.C.) fino alla colonizzazione Spagnola. Il suo massimo splendore lo ebbe tra il 700
d.C. ed il 1000 d.C., ovvero nel periodo classico Maya. Gli antichi edifici furono ampliati e si
presume che Ek-Balam fosse un importante centro agricolo, tesi questa supportata anche dalle
coltivazioni che tuttora si producono nella zona (grano, cotone, produzione di miele d’api). Il suo
declino fu graduale ed iniziò intorno al 1200 d.C. (periodo post-classico), quando la popolazione
diminuì, forse a causa dell’emigrazione verso nuove zone. I veri motivi sono ancora sconosciuti, e
molto probabilmente una delle concause fu politica, dovute a faide interne. I lavori di scavo,
seppure a rilento, proseguono e molta parte dell’aerea è ancora coperta da vegetazione. L’edificio
principale che è stato restaurato è la grande piramide al centro dell’Acropoli: essa è lunga 146 mt.,
larga 55 mt. e alta 58.mt. Ha sei livelli dove si svolgeva la vita pubblica. La grande e massiccia
bocca, simile a quella di un mostro, era presumibilmente il guardiano dell’entrata. La facciata,
tutt’ora in fase di restauro, mostra bassorilievi di figure animali e antropomorfe alate simili ad
angeli. Tra gli altri edifici sono visibili uno “ziggurat”, un arco posto accanto all’entrata e il campo
per il Gioco della Pelota.
COBÁ (da Tulum)
Cobá è situata a 280 km. da Mérida e 80 km. da Tulum. Un tempo era una delle piu’ importanti
città-stato dell'intero dominio Maya ed ebbe il suo massimo splendore tra l’800 d.C. ed il 1100
d.C.. I primi scavi iniziarono verso la fine del 1800 ad opera dell’archeologo austriaco Teobert
Maler. Era edificata tra cinque laghi, in posizione intermedia fra gli osservatori sulla costa e le
città dell'interno. Le sue piramidi a forma di tempio torreggiavano sopra una vasta distesa di
giungla. Cobá è molto simile a Tikal e probabilmente intrecciò con quest'ultima stretti contatti
commerciali e culturali testimoniati dall'eleganza e dalla maestosità degli edifici. Il nome significa
“acque increspate”, dovuto alla vicinanza dei cinque laghi. Le rovine furono scoperte nel XIX secolo
e ancora oggi solo una piccola parte di esse sono state portate alla luce. Cobá fu una città fiorente
intorno al 600 d.C. sebbene fosse già abitata già da circa mille anni. La sua similitudine con Tikal
in Guatemala la si ritrova anche in molte pitture di figure femminilecon in mano insegne
cerimoniali che si trovane nelle stele ritrovate: si presume che molti furono i matrimoni tra
persone appartenenti alle famiglie reali delle due città. Un’altra delle caratteristiche peculiari di
Cobá è la convergenza di “sacbeob”, costruite dai Maya, una delle quali è lunga circa 100 km. Ogni
“via acra” era costruita in pietra, alta circa due metri e ricoperta con calce bianca. E’ ancora
sconosciuto il loro ruolo poiché la popolazione non si serviva di mezzi con le ruote: molto
probabilmente le strade venivano utilizzate per processioni religiose o per i pellegrini in viaggio da
un luogo ad un altro. Il primo gruppo archeologico è presso l’entrata del sito e vi si trova il Tempio
de Iglesias, una piramidale alta circa 20 mt. dalla quale si osserva tutta l’area. Procedendo lungo
la via principale si arriva alla piramide denominata Nohoc Mul, eretta su una collina naturale.
Molte le stele ritrovate che sono state lasciate nel luogo di ritrovamento originario. La piramide di
Nohoc Mul è alta circa 42 mt. (la struttura più alta di tutto lo Yucatán) e sovrasta la fitta
vegetazione circostante. Il tempio sulla sommità della piramide, aggiunto in epoca successiva, è
simile a quello di Tulum con delle incisioni all’entrata. Poco distante si trova il Tempio delle Pitture
dove si possono ancora vedere frammenti di colore in alcune pitture sulla sommità.
EDZNÁ (da Uxmal)
Questa città Maya fu fondata tra il 600 a.C. ed il 300 a.C. ed era un piccolo centro agricolo. La
maggior parte dei resti oggi visibili risale a periodi successivi (tra il 500 d.C. e l’800 d.C.). Divenne
a poco a poco un importante centro politico, religioso ed economico, raggiungendo il suo apice tra
il 600 d.C ed il 900 d.C. come grande capitale della regione. Negli anni si sviluppò un importante
sistema idrico di acquedotti e di contenitori per l’acqua: furono costruiti canali per l’irrigazione e
questo portò Edzná ad essere una città indipendente, proprio per il fatto che aveva l’acqua, la più
importante delle risorse. Il significato del suo nome è sempre stato causa di controversie. Una
teoria è quella che il nome significhi “Casa degli Itzaes”, una popolazione del luogo; un’altra invece
teorizza che significhi “Casa dell’Eco”; per finire, una terza ipotesi è che il nome significhi invece
“Casa delle Gesta”. Ma qualunque esso sia è indubbio che Edzná è il più importante sito Maya
dello Stato di Campeche. Nella parte nord della Piazza si trova l’edificio denominato Nohochná, un
struttura massiccia e imponente con quattro sale nelle quale si svolgeva la vita amministrativa;
nella parte sud si trova la Grande Acropoli, un insieme di vari edifici e strutture tra i quali
l’Edificio de los Cinco Pisos, su cinque livelli con una grande scalinata i cui 65 gradini conducono
alla sommità. L’edificio era decorato con maschere e teste di serpenti e di giaguari. Anche a Edzná
vi è il campo del Gioco della Pelota e la Piccola Acropoli con il Tempio delle Maschere. Edzná fu
scoperta nel 1906 ma fino al 1927 non ci fu alcuno scavo e solo recentemente si sono avviati i
lavori per portare alla luce l’antico sito.
KOHUNLICH (da Cancún)
Kohunlich, diversamente dagli altri nomi in lingua Maya, è la versione inglese di “Cohoon Ridge”,
derivante da Cohoon che in Belize è il nome dato ad una pianta di palma molto comune nel Paese.
Il nome si è poi trasformato secondo la lingua Maya (tutt’ora in uso) in quello attuale. Le rovine
furono scoperte nel 1967 da un abitante del luogo, un discendente degli antichi Maya. Le piante di
palma da cui deriva il nome circondano tutta l’area. Il sito copre una superficie di circa 8 ettari,
situato a 25 km. a est nella regione del Rio Bec e a circa 65 km. a ovest di Chetumal, circondato
da una densa foresta pluviale sub-tropicale. Ha circa 200 tumuli molti dei quali ancora non
portati in superficie. La planimetria della città è molto elaborata, con piattaforme rialzate,
piramidi, cittadelle all’interno, cortili e piazze circondati da palazzi, e un sistema di canali per il
drenaggio delle acque che confuivano in un sistema di cisterne dove veniva raccolta anche l’acqua
piovana. Le prime testimonianze di un insediamento stabile a Kohunich risalgono al 200 a.C., ma
la maggior parte delle strutture e degli edifici risalgono al periodo pre-classico maya (tra il 250
d.C. ed il 600 d.C.). Molti di essi sono ancora coperti da una fitta vegetazione. Probabilmente la
città era un centro importante e un crocevia commerciale per lo Yucatán del sud, da Campeche
alla regione del Rio Bec, e le città lungo la costa est, fino al sud, nel Petén fino al Guatemala. La
grande piazza centrale è circondata da piramidi e da piattaforme templari. La cittadella, o
Acropoli, si trova nella zona nord, con un complesso di edifici attorno ad un cortile. Il complesso
dell’Acopoli si affaccia sulla piazza principale. Sul lato est si trova la Piramide delle Maschere,
eretta in onore del dio Sole e una delle più antiche strutture risalente al 500 d.C.. Ha una scala
gigantesca fiancheggiata da sei enormi maschere modellate in stucco. Ogni maschera è alta più di
2,5 metri e leggermente differente dalle altre. Nessuna di esse reca una nota di identificazione.
Secondo alcuni studiosi ogni maschera è la rappresentazione di una divinità; altri affermano che
invece le maschere sono le facce di alcuni notabili di Kohunlich. A poche centinaia di metri di
distanza si trova la Plaza Mervin con i resti di una zona residenziale: ciò che ne resta sono i “27
escalones” (gradini). La piazza ha una forma rettangolare circondata da varie piattaforme, ora
coperte da uno spesso strato di muschio, che presumibilmente supportavano le strutture dei
palazzi.
CHICANNÁ
Chicanná si trova nella parte sud della penisola dello Yucatán. La leggera altezza naturale del sito
ha facilitato la costruzione di varie strutture che servivano per rituali cerimoniali. Scoperta nel
1966, il nome Maya di Chicanná si riferisce alla grande maschera del dio Itzamná che ha forma di
rettile, con la grande bocca aperta ed era il dio del Cielo, della Notte e del Giorno. I primi
insediamenti si ebbero nel corso del tardo periodo preclassico (300 a.C. fino al 250 d.C.), ma
l’apogeo si ebbe verso l’850 d.C.. Chicanná è uno dei 45 siti archeologici della regione del Rio Bec.
L’edificio principale (Struttura II) del sito è dedicato al dio Itzamná, principale deità nel pantheon
Maya, anche conosciuto come il Mostro della Terra. Ha forma quadrangolare, composto da due
livelli e orientato verso i punti cardinali. La facciata principale è orientata verso il sud ed è qui che
si trova a gigantesca maschera del dio a forma di bocca mostruosa in stile Chenes. In ogni angolo
vi sono delle colonne con maschere dal naso prominente che raffigurano il dio. La stanza
principale probabilmente era usata per cerimonie e rituali religiosi. Per le sue dimensioni e per le
ricche decorazioni che adornano i suoi edifici, Chicanná è considerata un piccolo centro elitario
del Becan. Ebbe molti contatti commerciali con altre città, attestate dalla presenza di materiali che
non sono propri della regione ma che provengono dal Guatemala o dall’Honduras.
CALAKMUL (da Chicanná)
Il sito Maya di Calakmul fu scoperto nel 1931 dall’esploratore americano Cyrus Longworth
Lundell. Lo chiamò “la città delle due colline adiacenti”. Il nome viene dalle parole Maya CA (due),
LAK (vicino) e MUL (collina). I primi scavi per portare alla luce i resti della città iniziarono nel
1985. Il sito si trova all’interno della Biosfera di Calakmul, circondato dalla foresta pluviale, a
circa 320 km. dalla città di Campeche e circa 35 km. dal confine con il Guatemala. La zona
archeologica copre una’area di circa 70 kmq (sebbene per alcuni la superificie sia minore) ed ha
più di 6000 strutture la maggioranza delle quali ancora sepolte nella giungla. Le strutture portate
alla luce mostrano come Calakmul fosse una vasta e importante città durante il regno Maya,
conosciuta come il Regno della Testa di Serpente. La sua importanza può essere paragonata a
quella di Tikal, in Guatemala. Molti gli edifici che sono stati individuali: altari, aree comuni,
palazzi, case in pietra. Si calcola che fosse abitata da circa 60.000 persone. Una “via sacra” (sacbé)
circondava la città ed un’altra conduceva invece al nord. Lo stile archiettonico corrisponde a
quello del periodo classico. I principali edifici sono la struttura I e II. Quest’ultimo è il più grande,
di forma rettangolare, alto circa 40 metri e con una base di 2 ettari. Nella struttura VII fu
ritrovata, nel 1987, una cripta funeraria con lo scheletro di un uomo di circa 35 anni e alto 1,5
metri, con una maschera con pezzi di giada. Al suo fianco molti oggetti della stessa pietra e
numerosi vasi policromi che servivano per le offerte. A Calakmul soo iltre state ritrovate molte
stele con differenti date (tra il 514 d.C. ed il 990 d.C.). Una di queste reca la data del 731 d.C. ed è
uno dei più begli esempi di scultura Maya. Molti degli oggetti rinvenuti a Calakmul si trovano nel
Museo Archeologico di Campeche.
CANCÚN e la RIVIERA MAYA
Cancún è una delle località balneari messicane più conosciute al mondo. Si trova nello Stato del
Quintana Roo, affacciata sul Mar dei Carabi. Nacque negli anni ’70, pinificata per eguagliare
Acapulco, sul Pacifico. Le sue spiagge di sabbia bianca offrono la possibilità di praticare ogni tipo
di attività balneare e moltissimi gli alberghi ed i resorts, oltre a modernissimi centri commerciale,
che ne fanno una delle località più esclusive dei Carabi messicani. A soli 200 km. si trovano le
rovine di Chichén-Itzá, verso l’interno; mentre andando verso sud, a 134 km., si trovano le rovine
Maya di Tulum. Seguendo la linea della Riviera Maya, molteplici le spiagge dove potersi rilassare
in tutta tranquillità: Puerto Morelos (33 km.), Playa del Carmen (68 km.), Xcaret (78 km.), Xel-Há,
Xpu-Há (95 km.), Akumal. Da Cancún sono facilmente raggiungibili Isla Mujeres e Cozumel. Isla
Mujeres dista appena 14 km. dalla costa ed è facilmente raggiungibile in traghtto da Cancún. Il
turismo sull’isola ha avuto un notevole incremento negli ultimi anni. Deve il suo nome ad un
tempio maya in pietra che conteneva statuette di argilla di figure femminili. A Isla Mujeres si trova
una “tortugranja”, un allevamento di tartarughe marine che si occupa anche della preservazione
della specie in pericolo di estinzione. Nella parte meridionale dell’isola vi sono i resti di un tempio
Maya dedicato alla dea della fertilità (le rovine sono in cattivo stato di preservazione). Cozumel
dista da Cancún circa 70 km.. I primi insediamenti Maya risalgono al 300 d.C. e successivamente
fu conquistata dagli Spagnoli. Verso il 1600 molti furono i bucanieri che qui trovarono rifugio
durante le loro scorribande nel Mar dei carabi, tra i quali il leggendario Henry Morgan. L’isola è
ricca di vegetazione e la sua barriera corallina, la seconda al mondo per importanza, è una delle
mète predilette dai subacquei. Molte le riserve naturali di importanza ecologica quali ad esempio il
Parque Marino Nacional Arrecifes de Cozumel ed il Parco Naturale di Chankanaab. Nella parte
nord dell’isola vi sono anche alcuni templi Maya tra i quali il santuario dedicato alla dea Ix-chel (la
dea della fertilità). Ritornando a Cancún e proseguendo verso sud si incontra Playa del Carmen,
un deliziosa cittadina balneare il cui centro offre anche svaghi e divertimenti notturni. Xcaret è
invece una vasta spiaggia (dista 10 km. da Playa del Carmen) dove vi è un parco marino di
divertimenti con i “cenotes”, una rete di fiumi sotterranei dove è possibile fare immersioni anche
nelle caverne sotterranee (è consigliato effettuare queste immersioni con guide naturaliste
esperte). Puerto Aventuras dista da Cancún appena 45 minuti ed è il luogo ideale per gli amanti
del golf. Akumal, poco più a sud, è invece una delle zone più esclusive. Qui, durante l’estate, è
ancora possibile vedere le tartarughe marine che si approssimano alla riva per deporre le uova.
TULUM
Tulum si trova a 40 Km. da Cobà e a 130 km. a sud di Cancún. Unica città fortificata dei Maya sul
mare, Tulum sorge su un promontorio roccioso che sovrasta una spiaggia bianca lambita dal Mar
dei Caraibi. La posizione e le pitture murali che vi sono state ritrovate rendono il sito
estremamente affascinante. Tulum, che significa "Citta' della nuova Alba", è la sola città
conosciuta che fosse abitata al momento dell'arrivo dei conquistadores. Si ritiene che la sua
fondazione risalga al periodo post-classico (1200 d.C.) e che fosse un porto la cui posizione
strategica è avallata dalla presenza di bastioni fortificati. Con molte probabilità, grazie alla sua
posizione sul mare, Tulum era anche un porto per gli scambi commerciali tra gli altipiani del
Messico e il resto del centro America.
Il tempio più famoso è il Tempio de las Pinturas, un edificio a due piani con elaborate decorazioni
e affreschi che però non non quasi più visibili. La cittadella aveva una torre di guardia a picco sul
mare che fu chiamata dagli Spagnoli “El Castillo”. Le sue colonne tortili ricordano molto la forma
di una serpente, tipica dello stile tolteci. Il suo edificio piu' grande, il Tempio del Dio che scende in
Terra, così chiamato a causa di una scultura sopra la porta che raffigura un dio alato mentre
precipita dal cielo: la testa in giù, le gambe divaricate, coda simile a quella di un uccello e le ali.
Nel tempio vi sono anche molte maschere in stucco lavorate con ricercatezza.
CHETUMAL
Chetumal, al confine con il Belize, è una città piccola, capitale dello Stato di Quintana Roo.
Sebbene fosse già un insediamento e poto Maya, fu fondata nel 1898 con il nome di Payo Obispo e
vi si respire un’aria caraibica. Ne risulta una mistura eclettica che si esprime nella musica, nelle
tradizioni e nella cucina, nella storia, nella cultura Maya. Si affaccia su una piccola baia, con alle
spalle una giungla verdeggiante. È molto vicina al Guatemala e al Belize. Non ha una storia antica
e pertanto anche gli edifici cittadini risalgono tutti all’ultimo secolo, anche perché fu rasa al suolo
nel 1955 da un uragano e fu poi completamente ricostruita. Il Museo della Cultura Maya ha una
certa rilevanza, con reperti provenienti dai vari siti Maya.
FESTIVITÁ RELIGIOSE & CIVILI
Il Messico è un Paese ricco di feste che attingono non soltanto alle celebrazioni di rito cristiano ma
anche alle antiche tradizioni popolari. La sua gente ama la ritualità, conservando intatta la
sensibilità e l’immaginazione che fanno delle “fiestas” un momento di unione e di celebrazione al
tempo stesso. Danze, costumi dai colori vivacissimi, danze: le cerimonie assumono un aspetto
quasi primordiale, dove vengono dimenticate le convenzioni, le differenze di classe sociale, le
gerarchie. La morte stessa è esorcizzata con la burla ed il festeggiamento mantenendo lo stesso
distacco da essa che il popolo messicano sembra tenere nei confronti della vita stessa.
1 gennaio
6 febbraio
20 marzo
13 aprile
14 aprile
1 maggio
5 maggio
16 settembre
2 novembre
20 novembre
12 dicembre
25 dicembre
Calendario festività nazionali
Capodanno
Promulgazione Costituzione
Anniversario della nascita di Benito Juaréz
Giovedì Santo
Venerdì Santo
Festa del Lavoro
Battaglia di Puebla
Promulgazione dell’indipendenza messicana
Ognissanti
Anniversario della Rivoluzione Messicana
Madonna di Guadalupe
Natale
DISTRETTO FEDERAL: CITTA’ DEL MESSICO
Martedì Santo (XOCHIMILCO) – Commemorazione dei Sette Dolori di Nostra Signora
Insieme alle cerimonie religiose che si svolgono in questa settimana, a Xochimilco se ne svolge una
molto singolare: una celebrazione secolare per eleggere la più bella della regione. Le concorrenti
vengono da tutti i villaggi vicini abbigliate con costumi tradizionali. Attraversano i canali di
Xochimilco sfilano a bordo di lance fluviali decorate con colori sgargianti e con migliaia di fiori, il
tutto con l’accompagnamento di gruppi musicali di “mariachi”.
Giovedì Santo (Corpus Domini)
E’ una festa veramente commovente. Migliaia di bambini in tenera età, e indigeni con vestiti
tradizionali si riuniscono nella piazza antistante la Cattedrale (nello Zocalo), recando con sé ceste
di frutta e da mangiare aspettando che il sacerdote li benedica. Centinaia di venditori espongono
sulle loro bancarelle i famosi Mulitas, a base di foglie di mais, e le riempiono con frutta e fiori. Dal
1078 la festa religiosa è stata spostata alla domenica seguente.
5 Maggio - Commemorazione della Battaglia di Puebla.
In una piccola collina denominata El Peñon, a sud-est della città, gli abitanti inscenano una
battaglia. Gli uomini si dividono in due gruppi di “soldati”: i messicani e i francesi, incluso il
famosor reggimento di Indios di Zacapoaxtla che lottarono valorosamente contro le truppe
francesi. Al mattino vengono pronunciati discorsi e poco più tardi inizia la “battaglia” con i
“soldati” armati di fucili.
16 Luglio – La Vergine del Carmine
La cerimonia, coloratissima, ha luogo nel quartiere di San Angel, nel sud della città. I danzatori,
abbigliati con vestiti colorati, si ritrovano fuori della graziosa chiesa in stile barocco e iniziano le
danze tradizionali. I più famosi sono i “Concheros” che suonano uno strumento a corde molto
singolare, costruito con la corazza di un armadillo. I devoti della Vergine si apprestano all’altare e
lasciano offerte di fiori a testimonianza del loro fervore religioso. Nello stesso quartiere da non
perdere una visita al monastero del XVII secolo e alla Casa del Risco.
13 Agosto - Commemorazione della Difesa del Messico
Commemorazione della difesa di Tenochtitlan, antica capitale azteca, contro l’invasione spagnola.
Una delle feste ha luogo nella Piazza delle Tre culture, dove alcuni gruppi di danzatori, tra i quali i
Concheros, si riuniscono e ballano le danze tradizionali, abbigliati con vestiti coloratissimi. Altre
cerimonie si svolgono nello Zocalo e lungo il Paseo de la Reforma e di fronte al monumento di
Cuauhtémoc, imperatore azteco che fu alla testa della lotta per la difesa della città.
15 Settembre – « El Grito »
Città del Messico, El Grito, ovvero l'insurrezione contro l'impero spagnolo capeggiata dal mitico
padre Hidalgo. La notte del 15 settembre una folla enorme si riunisce nello Zocalo, tra la
Cattedrale e il Palacio Nacional, con innumerevoli banchetti che vendono i cibi più inverosimili, il
tutto in un crescendo fino al mattino. Le celebrazioni durano 2 giorni e tutte le strade intorno allo
Zocalo sono chiuse al pubblico. Ovunque musicanti, mariachis e colorate bancarelle in un
ambiente festoso che dura fino a tarda notte e riunisce la popolazione. Verso le 23.00 la folla si
avvicina rpesso il palazzo Nazionale da dove il Presidente pronuncia “el grito”, ovvero le parole che
pronunciò Padre Hidalgo nel 1810. E quando tutti intonano l’inno nazionale il cielo si illumina con
fuochi d’artificio.
16 Settembre – Giorno dell’Indipendenza
E’ il giorno di chiusura dei festeggiamenti dedicati all’Indipendenza del messico. Una grande
parata militare chiude i due giorni dedicati alla commemorazione e vi assistono gruppi di “charros”
vestiti con il costume tradizionale.
2 Novembre (XOCHIMILCO) – Commemorazione dei defunti
In occasione di questa festa si preparano pietanze tipiche e pane e dolci speciali che si mangiano
solo in questa occasione. Le donne accendono una candela per ognuno dei defunti della propria
famiglia e le mettono presso le tombe di famiglia, dando vita ad uno spettacolo unico e suggestivo.
20 Novembre – Anniversario della Rivoluzione
Questa cerimonia è celebrata con varie manifestazioni. Prima di tutto ci sono quelle civili
presenziate dal presidente della Repubblica e da altre personalità del mondo politico. A seguire
una sfilata che dura circa tre ore e alla quale partecipano tutti i rappresentanti delle varie
discipline sportive. Un tocco di allegria è dato dalla presenza di gruppi di “mariachis”, bande
musicali con i costumi tradizionali e da un gruppo di donne a cavallo.
12 Dicembre – Festa della Madonna di Guadalupe
Città del Messico, Festa della Madonna di Guadalupe, Patrona del Messico. La Madonna nera fu
un’idea degli spagnoli per avvicinare in maniera semplice gli indigeni alla religione cattolica. In suo
onore è stato edificato un nuovo santuario, una basilica moderna che fu eretta accanto a quella
antica, oggi chiusa ma che si affaccia sulla piazza principale ed è uno dei siti maggiormente
venerati in tutto il Paese. Nella prima metà del mese di Dicembre, a partire dal giorno 3, una
moltitudine di pellegrini provenienti da tutto il Messico affluisce nel grande santuario per rendere
omaggio alla “Virgen morena”. Molti i canti e le danze tradizionali. Tra l'undicesimo e il dodicesimo
giorno della festa in migliaia ballano ininterrottamente le spettacolari " danze della Conquista". Il
personaggio principale, che raffigura la morte con una maschera nera sul viso e una falce in
mano, si aggira tra i “Mori”, coperti da copricapo sormontati da mezzelune e “Cristiani” che
brandiscono croci.
STATO DI GUANAJUATO (MESSICO COLONIALE)
Giovedì Santo - SAN MIGUEL DE ALLENDE
San Miguel de Allende fu, durante il periodo della Guerra di Indipendenza, terra di eroi e di uomini
che lottarono impavidi per liberare il proprio Paese. In questo giorno si potrà assistere a varie
manifestazioni commemorative e artistiche e danze tradizionali indigente (ricordiamo la danza de
Los Hortelanos).
23 Giugno– GUANAJUATO – Commemorazione della conquista di Olla
Guanajuato è una delle più belle città del Messico, dove si ritrova lo sfarzo del barocco coloniale
nei suoi edifici. Durante questa festa la città si veste di colori e allegria; musiche e danze
riempiono le strade.
7 Novembre – GUANAJUATO – Festa della Luce
Dal 7 al 14 Novembre si celebra la Festa della Luce alla quale partecipa l’intera città con danze,
musiche e fuochi d’artificio.
STATO DI QUERETARO
15 Settembre – QUERETARO “El Grito”
L’Anniversario dell’Indipendenza è una dele feste più importanti per gli abitanti di Queretaro.
Infatti è qui che viveva Doña Josefa Ortiz de Domínguez, la donna che avvisò Padre Hidalgo del
reticolo che correva. Il 15 si festeggia “El Grito”, ovvero l’inizio dell’insurrezione, mentre il 16 c’è
una sfilata che termina con la festa popolare.
STATO DI MORELOS
Carnevale - CUERNAVACA
Durante tutta la settimana del Carnevale si organizza ogni tipo di evento: spettacoli di piazza,
giochi, sfilate con decorazioni ricche di colori, balli in maschera. Tutti i giorni la gente balla nelle
strade, in un’atmosfera di allegria. Si possono ammirare i ballerini di Tepoztlán, meglio conosciuti
come “Los Chinelos”
2 Febbraio – CUERNAVACA – La Candelora
E’ famosa, a Cuernavasa, la festa popolare nel quartiere di Amatitlán e vi partecipano tutti gli
abitanti. Da visita lo splendido Palazzo di Cortés con la bellissima facciata. Vi si possono ammirare
i murales di Diego Rivera, nei quali vi si racconta la storia del Messico.
2 Maggio – CUERNAVACA – Festival dei Fiori
Da non perdere la visita ai famosi Giardini Borda, della seconda metà del secolo XVIII, dove
risedettero temporaneamente l’Imperatore Massimiliano e sua moglie Carlotta. E’ una delle più
ammirevoli testimonianze del periodo coloniale. Il giorno più importante è quello
dell’inaugurazione con una vasta esposizione di fiori. I festeggiamenti si concludo l’8 Maggio.
STATO DI OAXACA
Terzo e ultimo lunedì di Luglio – OAXACA – Festival della Guelaguetza
Il Festival della Guelaguetza è una tradizione preispanica che si tiene il terzo e l'ultimo lunedì di
luglio, allo Stadio del Cerro del Fortin. Differenti gruppi etnici si riuniscono per dar vita ad una
serie di danze e rituali in onore di Centeotl per implorare un abbondante e buon raccolto di mais.
Spettacolari gli splendidi costumi tradizionali e i balli che spesso hanno origini antichissime, una
fusione di paganesimo e cristianità dopo l’avvento dei primi missionari cattolici nel 1500. I gruppi
di danzatori, con vestiti multicolori, sono di origine mixteca, zapoteca, mazateca.
31 Agosto – OAXACA – Benedizione degli animali
E’ una festa molto suggestiva, amata da tutti, grandi e piccoli. In questo giorno ciascuno agghinda
i propri animali e li porta davanti alla Chiesa de la Merced per la benedizione.
18 Dicembre – OAXACA – Festa della Virgen de la Soledad
La Virgen de la Soledad è la patrona della città. Vari i festeggiamenti in suo onore: processioni di
fedeli provenienti dai villaggi vicini con le candele in mano, vestiti con i costumi tradizionali, e balli
tipici eseguiti dai “Santiagos”, “Jardineros”, “Matachines”. Suggestivo il ballo della Pluma. La
cerimonia principale si svolge nell’atrio della Chiesa della Virgen de la Soledad.
23 Dcembre - OAXACA – Festa del Ravanello
Tutti gli anni, il 23 Dicembre, si organizza una festa ricca di tradizione. Nella piazza principale gli
orticoltori espongono i frutti della terra, dove i principali prodotti della regione creano un insieme
multicolore, allegro e festoso. Vi è anche il concorso per l’esposizione più bella e particolare.
24 Dicembre – OAXACA – Vigilia di Natale
Dal giorno 16 iniziano i festeggiamenti che si concluderanno la notte della vigilia, detta anche
“Notte buona”. Il 24 si organizza una processione solenne che parte da tutte le chiese della città. I
fedeli recano torce e candele. La processione si conclude alla Chiesa di Gesù Bambino dove si
prende la statua del Bambinello e la si porta, adagiata su una carrozza multicole, fino allo Zocalo,
la piazza principale della città. Si ritorna poi all chiesa e per adagiare la statua nel Presepe.
STATO DI PUEBLA
5 Maggio – PUEBLA – Anniversario della battaglia di Puebla (1862)
Nel 1862 l’esercito messicano fronteggiò e sconfisse i francesi nella Battaglia di Puebla.
In ricordo della vittoria si organizza una sfilata spettacolare, durante la quale si inscena la
battaglia.
STATO DI TABASCO
Martedì di Carnevale - VILLAHERMOSA
Il Cernevale di Villahermosa è uno dei più famosi del Messico: carri allegorici, musicanti, fuochi
d’artificio, balli in maschera.
STATO DEL CHIAPAS
20 Gennaio - CHIAPA DE CORZO – Festival di San Sebastian
La “Danza de los Parachicos” è uno spettacolo che merita di essere visto, con costumi colorati ed
elaborati copricapo. Le cerimonie durano tre giorni e si svolgono a Chiapa de Corzo, vicino a Rio
Río Grijalva. La notte del 21 si inscena una battaglia navale nelle acque del fiume, con fuochi
artificiali. Il giorno 22 sfilano i carri. In occasione di questa festa le donne indossano il tipico “traje
chiapaneco”, riccamente decorato.
Martedì di Carnevale - SAN JUAN CHAMULA
Le cerimonie che celebrano i cinque "giorni perduti" del calendario Maya sono molto suggestive: la
cerimonia principale è il rito di purificazione. Durante questa cerimonia gli uomini saltano
attraverso una barricata incendiata davanti alla chiesa. Il giorno prima gli Indios Chamula si
coprono il corpo con una pelliccia di montone e usano paslandrane e sombreri dell’epoca
napoleonica danzando il "bolochón". Durante questa celebrazione si svolgono attività come sfilate,
messe e rituali di purificazione che comprendono anche camminate sulle braci ardenti
Attenzione agli Indios Chamula: non amano i turisti ed è assolutamente proibito scattare fotografie.
Va mantenuto un atteggiamento di massimo rispetto.
24 Giugno - SAN JUAN CHAMULA – San Giovanni
Molti i pellegrinaggio e le cerimonie in onore del Santo Patrono. I preparativi iniziano con alcuni
gorni di anticipo e culminano il giorno 24. Si organizzano processioni e tutto il villaggio è pavesato
con stendardi multicolori e abiti regionali molto sgargianti.
25 Luglio - SAN CRISTOBAL DE LAS CASAS – Santo Patrono
Le celebrazioni in onore del Santo patrono durano più giorni e iniziano il giorno 17. Decine di
fedeli arrivano in pellegrinaggio per rendere onore al Santo patrono. Il giorno 24 cento fedeli
passano una notte di veglia nei pressi della Cattedrale alla luce di torce e falò. La festa si conclude
il giorno 25 con eventi sia religiosi che civili.
25 Luglio – TENEJAPA – San Giacomo Apostolo
Le cerimonie in onore di San Giacomo sono uniche e singolari. E’ uno dei riti più antichi e risale al
periodo preispanico. Durante la celebrazione religiosa, e secondo la tradizione, i nativi si
riuniscono in chiesa per fumare e invocando così il dio del Sole.
10 Agosto – ZINACANTAN – San Lorenzo
In questo giorno centinaia di Indios Chamula arrivano ad adorare la immagine del Santi patrono.
Ogni “pueblo” o villaggio invia un rappresentante che farà parte del comitato ufficiale per
l’organizzazione della cerimonia. In questo giorno la processione viene seguita anche dalla
popolazione Tzotzil di Ixtapa. La statua della Vergine Maria è accompagnata da musicisti e
danzatori.
30 Agosto - SAN JUAN CHAMULA – Santa Rosa
Tra i vari Santi venerati nella regione, Santa Rosa è una di quelle più importanti. In questo giorno
gli Indios Tzotzil indossano i loro vestiti migliori, si riunisco fuori della chies principale e con le
loro arpe suonano allegre melodie.
Prima domenica di Ottobre - SAN JUAN CHAMULA – Giorno di Nostra Signora del Rosario
Il “Día de Nuestra Señora del Rosario” è una ricorrenza importante per gli Indios di Zinacantepec.
Musica e danze regionali rallegrano questo giorno. E inoltre viene organizzata una fiera dove gli
abitanti del villaggio vendono oggetti di artigianato locale fatti a mano, tra i quali ricordiamo le
ceramiche in terracotta e i tessuti.
2 Novembre - CHIAPA DE CORZO – Ognissanti (Giorno dei Morti)
Le cerimonie in occasione del giorno dei morti sono molto solenni. Il villaggio intero fa visita ai
morti recando con sé alimenti, dolciumi e fiori. Lo spettacolo è impressionante al crepuscolo,
quando vengono accese le candele.
12 Dicembre - SAN CRISTOBAL DE LAS CASAS – Giorno di Nostra Signora di Guadalupe
L commemorazioni in onore di “Nuestra Señora de Guadalupe” sono piene di brio e pittoresche. Gli
indios “tzotzil” e “tzeltal” indossano vestiti coloratissimi e vengono qui da tutti i villaggi dei dintorni
per festeggiare la Vergine di Guadalupe. In città sfilano i carri, decorati con fiori e rami di cipresso
e muschio. I fedeli vanno a piedi, dietro la processione, accompagnandola con musica di strumenti
a corda e marimba.
YUCATAN
18 Ottobre – IZAMAL – Festa del Cristo di Sitilpech
Il Cristo di Sitilpech è una delle immagini più venerate della regione. I festeggiamenti in suo onore
durano dieci giorni e gli abitanti di Sitiplech raggiungono in processione Izama portando con sé
l’immagine del Cristo. I pellegrini, riuniti secondo la loro provenienza, si dirigono fino alla basilica
recando fiori che depositano sull’altare e accendendo decine e decine di ceri e candele in omaggio
al Cristo. Le notti del 25 e del 28 si balla nello Zocalo .
8 Dicembe – IZAMAL – Immacolata Concezione
La festa ha inizio il 20 Novembre e nei giorni del 5 e dell’8 Dicembre si organizzano corride di tori
che si protraggono fino a tardi. Izamal fu un imprtante centro religioso durante l’epoca
precolombiana. Oltre ai resti Maya vi si trova un convento del XVI secolo costruito sopra un antico
tempio Maya.
CURIOSITÁ
IL GIOCO DELLA “PELOTA”
Pochi sono i testi dove si parla del Gioco della Pelota a causa del rogo di ogni testimonianza scritta
voluto dal vescovo cattolico Diego de Landa durante il periodo della colonizzazione (1524). Restano
soltanto tre testi sacri dei Maya: il Popol Vuh che racconta la storia del popolo Maya dei Quiché e
che fu pubblicato nel 1721 dal frate domenicano Ximenez col titolo “Historia del Origen del los
Indios de ésta provincia de Guatemala”; i testi scritti dei Chilam Balam (sacerdoti aruspici del
giaguaro), che si riferiscono alle tradizioni del popolo dei Tutul Xiu; i libri dei Quiché e dei
Kakchiquel.
Il gioco della Pelota, vera e propria cerimonia religiosa riconducibile al mito dei Gemelli Divini
(Hun Hunahpu e Vucub Hunahpu) che giocano a palla con le divinità degli inferi, era un gioco
sacrificale. I sacerdoti, quali intermediari con le divinità, interpretavano il futuro in base
all'andamento della partita. Se ne trova traccia in tutte le culture mesoamericane e i primi campi
da gioco risalgono alla civiltà Olmeca, la più antica. Lo ripresero anche gli Zapotechi, i Maya e gli
Aztechi. Il suo carattere sacro lo associava al culto del Sole che rinasce ogni giorno per
abbandonare le tenebre. Il campo rappresenta la terra e la palla il sole, per cui il giocatore che
lascia cadere la palla a terra andava sacrificato perché in tal modo impediva al sole di sorgere
nuovamente. Durante queste competizioni, che si svolgevano in luoghi sacri circondati da mura, la
palla doveva passare attraverso anelli di pietra fissati alle pareti. Il gioco della pelota si concludeva
spesso con la decapitazione dello sconfitto, in un'atroce allegoria dell'eterna lotta tra le forze della
natura.
In lingua “nahuatl” il campo da gioco è chiamato “teotachtli” o "luogo sacro degli dei" ed era
costruito a forma di H con le pareti inclinate. A volte aveva invece muri verticali, come a Chichén
Itzá. Il più delle volte il campo era orientato da nord a sud: l'area di gioco rappresentava il cosmo,
mentre il sole veniva rappresentato dalla palla stessa. Il pallone, in caucciù o resina di gomma,
pesava circa 3 kg. e doveva rimbalzare tra i giocatori i quali potevano colpirla solo con le cosce,
con il braccio o con il gomito. Ogni altro contatto costituiva un’infrazione alle regole. Nel campo di
Chichén Itzá invece i giocatori potevano anche colpire la palla con una mazza. La partita
probabilmente si disputava sia tra due giocatori sia tra coppie di avversari o tra squadre formate
da soli uomini. Le due parti rappresentavano la luce e l'ombra ed ogni giocatore rappresentava
una divinità e gli ornamenti che indossavano erano gli elementi che lo o li contraddistinguevano. Il
gioco era molto violento e potevano parteciparvi solo giocatori di rango elevato mentre gli spettatori
assistevano alla partita dalle due estremità del campo. Per il carattere sacro del gioco, i giocatori
erano considerati come la personificazione delle divinità che governavano i cicli della vita, e i
movimenti del cielo. I perdenti venivano sacrificati agli dèi, ma molto spesso si trattava di schiavi.
Molte fonti affermano che era invece il capitano della squadra vincitrice che veniva immolato al
termine della partita a simboleggiare il privilegio di salire al mondo cosmico.
Si poneva attenzione anche nell’abbigliamento dei giocatori: essi indossavano una cintura di cuoio
a forma di ferro di cavallo, ginocchiere, guantoni e protezioni per le natiche e le cosce. Gli
Zapotechi usavano coprirsi il capo con un casco a forma di testa di giaguaro.
Il campo da gioco di Chichén Itzá è uno dei più grandi: misura circa 170 mt. di lunghezza e circa
50 mt. di larghezza, mentre i muri laterali sono alti circa 8 mt. gli anelli attraverso i quali doveva
passare la palla sono posti ad un’altezza di circa 7 mt. I bassorilievi alla base dei muri mostrano le
immagini dei giocatori nel loro abbigliamento da gioco; altre invece mostrano i rituali del sacrificio.
Alcuni degli oggetti in pietra rinvenuti nelle vicinanze dei campi si pensa che siano stati usati
durante il sacrificio finale.
Il gioco della Pelota fu ripreso dagli Spagnoli del periodo coloniale.
I MARIACHI
Il suono dei “mariachi” impregna l’anima di ogni messicano, passando attraverso emozioni e
sentimenti che l’essere umano può provare in ogni momento. Il suono interpretato dai “mariachi”
risuona nella mente e diviene immagine che evoca memorie di speranza, l’amore carnale che
nega la morte senza aver prima provato le vibrazioni della passione, la forza che viene dalla
famiglia, dalla terra, dall’essere parte integrante del proprio Paese.
La teoria più accettata, riguardo le origini dei “mariachi” è che possano essere nati nel XVI secolo
dagli Indios Coca nello Stato di Jalisco. Il nome significava “musica” e venne riferito a chiunque si
dedicasse alla musica stessa. La tribù aveva una capacità eccezionale di interpretare la musica e
di imitare i suoni della natura. Quando i missionari spagnoli arrivarono nella regione, compresero
l’abilità delle popolazioni indigene di riprodurre i suoni e di interpretare la musica con strumenti
creati da loro stessi. Pensarono allora di sfruttare le loro capacità e la loro musica per attuare il
processo di evangelizzazione. Miguel de Colonia, un frate, trasformò le antiche melodie azteche in
preghiere dedicate alla Vergine Maria e a San Michele Arcangelo, enfatizzando la musica come il
linguaggio di Dio per comunicare con l’Uomo. Gli indios Coca trasformarono i loro ritmi nativi
adottando la chitarra ed il violino, introdotti dagli Spagnoli. Nacquero la “vihuela”, lo strumento a
corde la cui cassa è la corazza di un armadillo e il “guitarron”, una chitarra più larga e grande di
quella usuale le cui corde erano costituite da corde in fibra animale. Sono ancora oggi gli
strumenti che contraddistinguono la musica dei “mariachi”.
Nel corso dei secoli si è cercato di dare una radice alla parola “mariachi”. Una delle tante versioni
la lega ai versi di una preghiera dedicata alla Vergine Maria: “Maria ce son” che in inglese suona
come “Maria she”. Da qui la parola “mariachi”.Un’altra teoria la lega alla parola francese
“marriage”.
Fino a XX secolo la musica dei “mariachi” restò un fatto circoscritto alle aree rurali. Verso il 1905
iniziarono ad essere considerati un gruppo tradizionale tanto che sembra che un gruppo abbia
suonato in occasione del compleanno del presidente Porfirio Diaz. Sebbene i “mariachi” siano
associati allo Stato di Jalisco, sono presenti anche negli Stati di Michoacán, Colima, Nayarit y
Zacatecas.
Oggi la parola “mariachi” indica gruppi di musicisti che usano particolari strumenti con un
abbigliamento che li contraddistingue. Anche la loro musica rispecchia l’antica tradizione.
Gli strumenti utilizzati dai “mariachi” sono violini, chitarre,la “vihuela” (una chitarra piccola a
cinque corde), la “jarana” il “guitarron” (una specie di chitarra-basso a sei corde, abbastanza
grande e con la parte sottostante convessa). Quest’ultimo produce un suono la cui estensione è
una via di mezzo tra quello della chitarra classica e la “vihuela”. Alcuni gruppi usano anche la
fisarmonica ma questa non rientra nella loro tradizione musicale. La chitarra classica invece entrò
a far parte della strumentazione musicale dei “mariachi” solo agli inizi del ‘900.
L’abbigliamento è un altro aspetto particolare: il loro abito è il “charro”: stivaletti alla caviglia,
sombrero, un fiocco particolare portato al posto della cravatta, giacca corta, pantaloni, cinturone,
bottoni luccicanti sui lati esterni dei pantaloni e sulla giacca. I gruppi sono composti quasi
esclusivamente da uomini e il loro repertorio include canzoni conosciutissime in tutto il mondo.
La musica dei “mariachi” è l’espressione stessa del Messico: non esiste messicano che non ascolti
tale tipo di musica. Attraverso i ritmi e i suoni e le parole delle canzoni dei “mariachi” si riesce a
penetrare nella cultura messicana, scoprendone la bellezza e la capacità di combinare razze e
culture. Andare in Messico e non ascoltare almeno una volta la musica dei “mariachi” è come
andare a Parigi e non vedere la Tour Eiffel. O visitare Roma e non vedere il Colosseo.
GEOGRAFIA
Il Messico si trova nella parte settentrionale del continente americano. Confina al nord con gli
Stati Uniti, al sud con il Guatemala e il Belize, a ovest con l’Oceano Pacifico e ad est con il Golfo
del Messico. La sua estensione territoriale è di 1.964.375 kmq, divisa in sei regioni turistiche.
POPOLAZIONE
104.000.000 circa di abitanti
ORDINAMENTO
Repubblica federale composta da 31 stati e da 1 distretto federale. Ogni Stato ha una sua
costituzione ed un governatore eletto direttamente. Il presidente della repubblica che è anche
Capo del Governo viene eletto dal popolo ogni 6 anni.
LINGUA
La lingua ufficiale è lo Spagnolo. Ufficialmente sono riconosciute circa 62 lingue amerindie, tra le
quali le più diffuse sono il “nahuatl” e la lingua “maya”. La meno diffusa è la lingua “lacadon”
parlata da una esigua minoranza. Diffuso l’inglese
RELIGIONE
L’89% circa della popolazione professa la fede cattolica sebbene nella realtà un buon 25%
continua in vari modi a praticare la religione degli antenati con riti immutati nel tempo, molti dei
quali, celebrati pubblicamente, interessano non solo l’etnologo ma anche il viaggiatore attento. Il
Santuari di Nostra Signora di Guadalupe, che si trova a Città del Messico, è il simbolo carismatico
del cattolicesimo messicano.
VALUTA
Peso messicano, valore circa 13 centesimi di Euro (cambio a Giugno 2007).
FORMALITA’ DI INGRESSO
Per entrare nel Paese i cittadini di nazionalità italiana hanno bisogno del passaporto in corso di
validità. Non è richiesto alcun visto per turismo (fino a 90 giorni di permanenza massima nel
Paese). Durante il volo di andata Vi verrà fornita dalla compagnia aerea la dichiarazione o “certa
turistica “(forma migratoria FMT) per la dogana ed il visto turistico; dovrete compilarli
correttamente e presentarli in aeroporto al posto di frontiera. Il visto deve essere conservato e
consegnato al momento dell’uscita dal Paese: il suo smarrimento potrebbe comportare fastidiose
complicazioni e perdite di tempo. E’ molto importante inoltre fare una fotocopia delle pagine del
passaporto contenenti la fotografia e portarle sempre con sé, saranno molto utili in caso di
smarrimento dello stesso.
Rammentiamo inoltre che dal 26 Ottobre 2004 coloro che transitano negli USA devono avere il
passaporto a lettura ottica. Se il passaporto è stato emesso a partire dal 26 Ottobre 2005 è
obbligatoria anche la fotografia digitale; se è stato emesso dal 26 Ottobre 2006 il passaporto deve
essere elettronico o biometrico. In tutti gli altri casi è necessario il visto di entrata per gli USA che
si ottiene tramite l’Ambasciata o il Consolato Americano della propria zona. Infine anche i bambini
e i neonati necessitano del proprio passaporto individuale.
VACCINAZIONI
Nessuna obbligatoria. Di grande utilità sono le creme solari ad alta protezione, i repellenti
antizanzare, i disinfettanti intestinali. Raccomandato bere soltanto bevande imbottigliate e non
mangiare verdure crude.
CLIMA
Per la sua vastità il clima del Messico varia a seconda della conformazione del territorio.
Generalmente nelle pianure costiere, sia quelle sul Pacifico che sull’Atlantico, il clima è più caldo e
umido. All’interno del Paese è invece più mite e temperato, soprattutto nelle zone più elevate (come
Città del Messico). Durante l’estate (da Maggio a Settembre) c’è umidità ed è la stagione delle
piogge: in questo periodo le precipitazioni sono frequenti e molto forti, ma di breve durata. Le
regioni nord-occidentali, desertiche, hanno un clima estremamente caldo in estate; l’inverno è
abbastanza mite, seppure in alcune zone la temperatura scende notevolmente; primavera ed
autunno sono invece miti. Nella Costa Centrale del Pacifico il clima è caldo, con più umidità da
Maggio a Novembre. Tra Settembre ed Ottobre si possono verificare uragani. La penisola dello
Yucatan è caratterizzata, in linea generale, da un clima caldo umido. La stagione delle piogge va
da metà Agosto a metà Ottobre. Il periodo migliore per visitare lo Yucatan è durante l’inverno (da
Novembre a Marzo), quando le temperature sono più miti e c’è meno tasso di umidità.
ABBIGLIAMENTO
E’ bene mettere in valigia capi estivi o primaverili leggeri, un maglione o una giacca per le serate
fresche, soprattutto a Città del Messico (2.200 mt. slm.) o in altre località di montagna. In inverno
(da Novembre a Marzo) è raccomandato un abbigliamento adeguato, adatto alle basse
temperature. Durante la stagione delle piogge (estate) portare con sé un impermeabile leggero.
Raccomandiamo un abbigliamento pratico e calzature comode per le escursioni ai centri
archeologici.
CORRENTE ELETTRICA
110 volts. Occorre munirsi di adattatori per le prese americane (spine a lamelle piatte) e
trasformatori.
FUSO ORARIO
I Messico ci sono tre diversi fusi orari: gli Stati centrali e la penisola dello Yucatan sono 7 ore in
meno rispetto all’Italia; gli stati occidentali di Nayarit, Sinaloa e Baja California del Sur sono 8 ore
in meno rispetto all’Italia; nel resto della Baja California ci sono invece 9 ore in meno. Durante
l’ora legale in Italia aggiungere un’ora di differenza.
MANCE
E’ obbligatorio lasciare il 15% di mancia nei locali e nei ristoranti in quanto non é compresa nel
prezzo. Alla fine del viaggio Vi raccomandiamo di riconoscere una mancia alle guide ed agli autisti,
eseguono il loro lavoro sempre con molta dedizione e professionalità.
TELEFONO
Nelle principali città del Messico è possibile utilizzare telefoni cellulari Tri-Band con gestori TIM e
VODAFONE. La rete telefonica nazionale è di buon livello. Il costo delle chiamate è tuttavia
piuttosto caro e Vi ricordiamo che Vi verrà addebitata anche una parte delle telefonate in
ricezione. Per telefonare dall’Italia il prefisso è 0052 (Città del Messico: 00525); per telefonare dal
Messico in Italia il prefisso da comporre è 0039 seguito dal prefisso teleselettivo della città seguito
da quello del destinatario.
*** INFORMAZIONI TECNICHE ****
ASSISTENZA
Se si dovessero verificare nel corso del viaggio contrattempi o problemi di una certa rilevanza, Vi
preghiamo di rivolgerVi solo ed esclusivamente alla nostra sede di Città del Messico (il numero di
telefono è nella documentazione allegata), potrete avere la massima assistenza evitando inutili
perdite di tempo.
AMBASCIATA ITALIANA:
- Indirizzo: Paseo de las Palmas 1994-1996, Lomas de Chapultepec
Città del Messico
Tel. 0052 555 5963655
Fax. 0052 555 5967710
E-Mail: [email protected]
TASSE AEROPORTUALI
Vi informiamo che le tasse aeroportuali nazionali e internazionali di uscita dal Paese e le tasse
governative di non immigrazione sono comprese nel Vostro biglietto aereo e non devono essere
pagate in loco. Vi invitiamo pertanto a mostrare i Vostri biglietti aerei al personale delle compagnie
aeree al momento del check-in per evitare un doppio pagamento delle tasse sopraccitate, sia in
entrata che in uscita dal Messico.
Può accadere talvolta che vi siano tasse governative da pagare localmente, che esulano dalle tasse
inseribili nei biglietti aerei di nostra emissione, e che possono essere decise dai vari Governi senza
preavviso.
TRANSITO IN AEROPORTI INTERNAZIONALI
Quando si effettua uno scalo intermedio e si prosegue il viaggio con una compagnia aerea diversa
da quella iniziale, è preferibile ritirare e sdoganare i bagagli, ripetendo le operazioni di check-in e
di accettazione bagagli con la compagnia prescelta per la destinazione finale. Tale operazione
dovrà essere effettuata con una certa sollecitudine qualora il tempo di transito fosse inferiore a
due ore.
VOLI INTERNI
Nel caso in cui dobbiate usufruire di voli interni, Vi preghiamo di farli sempre riconfermare dalla
nostra sede di Città del Messico (il numero di telefono è nella documentazione allegata), poiché
accade spesso che le compagnie aeree interne modifichino orari e/o numeri di volo anche a pochi
giorni dalla data di partenza. Inoltre è necessario presentarsi in aeroporto per il check-in almeno 1
ora e mezza prima della partenza, soprattutto nel periodo di alta stagione.
VOLI DI RITORNO
E' consigliabile riconfermare i voli di ritorno entro le 72 ore dalla data di partenza tramite la
nostra sede di Città del Messico (il numero di telefono è nella documentazione allegata) e
presentarsi in aeroporto per il check-in almeno due ore prima della partenza, soprattutto nel
periodo di alta stagione..
BAGAGLIO
Per i voli intercontinentali, a seconda della compagnia aerea, non è consentito portare più di due
colli per persona, per un peso complessivo di 20 Kg. ed é accettato un bagaglio a mano a persona
con dimensioni e peso variabili a seconda del vettore.
Per i voli interni il peso del bagaglio consentito é di 20 Kg. ed é possibile portare un bagaglio a
mano a persona.
Vi consigliamo di includere nel Vostro bagaglio a mano eventuali medicinali di primaria
importanza, nonché alcuni indumenti e oggetti di prima necessità da utilizzare nel caso in
cui la compagnia aerea non consegni le Vostre valigie il giorno di arrivo.
SMARRIMENTO O FURTO DI BIGLIETTERIA AEREA
E’ bene tener presente che lo smarrimento o il furto di biglietteria aerea non sono coperti dalla
Vostra polizza assicurativa. Pertanto dovrete acquistare in loco un nuovo titolo di viaggio e, al
Vostro rientro in Italia, far pervenire presso i nostri uffici la denuncia effettuata presso le autorità
di polizia della località dove è accaduto il fatto e la fotocopia della nuova biglietteria acquistata.
Teniamo a precisare che il rimborso avverrà in base alla tariffa applicata per l’emissione del
biglietto smarrito al netto delle penali applicate dalla compagnia aerea interessata e in osservanza
delle eventuali regole tariffarie e restrizioni applicate al biglietto smarrito.
OGGETTI SMARRITI
Marcelletti Tour Operator non è responsabile dello smarrimento o del furto di oggetti personali
durante il tour o all’interno delle camere negli hotels. Vi preghiamo quindi di voler prestare
attenzione ogni qualvolta si cambia automezzo, località o albergo.
MALATTIA E/O RIENTRO ANTICIPATO
Prima dell’effettuazione del pagamento di visite mediche, dell’acquisto di medicinali o di
biglietteria aerea (nel caso di un rientro anticipato) è d’obbligo contattare la centrale operativa
dell’assicurazione segnalata sulla polizza per avere le necessarie autorizzazioni alle spese. In caso
di mancata comunicazione, la società assicurativa non accoglie la richiesta di rimborso di
eventuali spese preventivamente non autorizzate.
HOTELS
Gli alberghi di lusso esistono soltanto nelle grandi città. Nelle altre località vengono riservati gli
hotels migliori, ma nonostante ciò, non sempre corrispondono ai canoni di qualità ai quali i
viaggiatori italiani sono abituati. Gli alberghi selezionati nelle loro rispettive categorie sono
comunque i migliori reperibili in loco.
Segnaliamo inoltre che in Messico, come nel resto del Centroamerica, non esistono camere a tre
letti, ma camere doppie uso tripla con due letti da una piazza e mezzo.
CREDITO IN HOTEL
In tutti gli alberghi, per poter usufruire di credito senza dover pagare in ogni occasione le
telefonate, gli alimenti, le bevande o qualsiasi altro servizio è necessario lasciare in deposito presso
la cassa dell’hotel un cedolino debitamente firmato recante gli estremi della Vostra carta di
credito. Al momento della partenza il cedolino firmato verrà compilato per l'ammontare del conto e
verrà rilasciata la copia per il titolare.
Questa procedura è di prassi e non si sono mai verificati inconvenienti o problematiche.
TRASFERIMENTO IN HOTEL NEL CARIBE CON PROVENIENZA DA MERIDA:
La nostra società propone diversi hotels situati sulla costa da Cancún a Tulum, dando un’ampia
possibilità di scelta ai clienti. Può accadere quindi che, in determinati gruppi, i partecipanti
effettuino il soggiorno mare in alberghi differenti: in questo caso il bus che accompagna i
passeggeri ai rispettivi hotels, prima di completare l’intero percorso, dovrà fare delle brevi soste
presso ognuno di essi, seguendo un itinerario determinato dalla loro ubicazione.
Parole Chiave
Lo spagnolo parlato in America Latina non presenta grandi difficoltà di pronuncia, perchè quasi
tutte le lettere mantengono sempre lo stesso suono.
La b e la v si pronunciano entrambe “b”;
la c davanti alle consonati l,r o alle vocali a, o, u si pronuncia come in italiano; ma davanti alle
vocali e, i come “s”;
la ch si pronuncia come “ci”
la g si pronuncia come una “h” aspirata quando precede la “e” e la “i”, altrimenti è dura;
la h è sempre muta;
la j si pronuncia come una “h” aspirata;
la ll si pronuncia come “gli”;
la ñ si pronuncia come “gn”;
la q si usa solo nelle sillabe que, qui che sunano come “che”, “chi”;
la x si pronuncia come “cs”;
la y si pronuncia come “ie” ma in congiunzione soltanto “i”.
la z si pronuncia come la “s”.
Aeroporto
aeropuerto
Là
allá
Ambasciata
embajada
Lontano
lejos
Aperto (a)
abierto (a)
Mercato
mercado
Arrivederci
Hasta luego
Molto (a)
mucho (a)
Banca
Banco
Nessuno
ningún
Buon giorno
Buenos días
Prego
de nada
Buon pomeriggio
Buenas Tardes
Qui
aquí
Buona sera
Buenas noches
Scheda telefonica tarjeta teléfonica
Busta
sobre
Sconto
descuento
Carta di credito tarjeta de crédito
Si
sí
Cartolina postale tarjeta postal
Sigarette
cigarrillos
Chiesa
iglesia
Sigaro
puro
Chiuso (a)
cerrado (a)
Sinistra
izquierda
Città
ciudad
Spiaggia
playa
Commissariato delegación de policia
Strada/via
calle
Denaro
dinero
Supermercato
supermercado
Destra
derecha
Telefono pubblico teléfono publico
Diritto
derecho
Tintoria
tintorería
Entrata
entrada
Ufficio postale
oficina de correos
Fermata del bus parada del bus
Uscita
salida
Francobollo
estampilla
Vecchio (a)
viejo (a)
Grande
grande
Vicino
cerca
Grazie (molte)
(muchas) gracias
Dov’è….
Donde está..?
E’ troppo caro
Está muy caro
Non parlo spagnolo
No hablo español
Parla l’italiano?
Habla Usted italiano?
Perché?
Por qué?
Quanto costa? Cuánto cuesta?
Emergenze
Dolore
dolor
Dottore
médico
Farmacia
farmacia
Febbre
fiebre
Infermiera
enfermera
Malato
enfermo
Ospedale
Hospital
Sono allergico a… tengo alergia a ….
Sono diabetico soy diabético
In albergo
Aria condizionata acondicionador de aire
Doccia
ducha
Asciugamano
toalla
Hotel
hotel
Camera
habitación
Lavanderia
lavanderia
Camera doppia habitación doble
Letto matrimoniale cama matrimonial
Carta igienica
Papel higiénico
Sapone
jabón
Chiave
llave
Toilette
baño
Numeri
1 - Uno
2 - Dos
3 - Tres
4 - Cuatro
5 - Cinco
6 - Seis
7 - Siete
8 - Ocho
9 - Nueve
10 diez
20 veinte
30 treinta
40 cuarenta
50 cincuenta
60 sesenta
70 setenta
80 ochenta
90 noventa
100 cien
1.000 mil
10.000 diez mil
100.000 cien mil
1.000.000 un millón
SHOPPING E ARTIGIANATO
“Huipil”
La tradizione artigiana del Messico offre innumerevoli prodotti, legati anche al territorio specifico
di alcune regioni (il Chiapas o la zona di Taxco). Molto vasta la varietà di oggetti coloratissimi e
decorativi, che si trovano sia nei mercati che nei negozi e altro non sono che una pregevole
miscela di elementi spagnoli e messicani. Di bella fattura sono i monili in oro e argento
(conveniente l’acquisto a Taxco, dove si trova la più grande vera d’argento). Un elemento essenziale
della vita quotidiana messicana è il mercato, con un’abbondanza straordinaria di prodotti
artigianali, tessuti, fiori, frutta e verdura e oggetti artistici. Già i conquistatori spagnoli rimasero
sorpresi dalla grandezza dei mercati messicani, dalla varietà delle merci offerte e dalla perfetta
organizzazione. Ed è nei mercati che si riescono a trovare gli oggetti d’artigianato forse meno
perfetti ma per questo più veri, alcuni dei quali ancora fatti a mano: cappelli di paglia, cestini,
vasi, abiti, sandali. Quasi un rito è l’uso della contrattazione sul prezzo.
Una nota particolare va ai costumi tradizionali, che si possono acquistare sia nei mercati che nei
negozi; ai gioielli che sono copie dei monili Maya, Aztechi e di altre culture preispaniche.
Le tradizioni e le antiche tecniche sono ancora vive in alcune regioni ad alta concentrazione di
popolazione indigena quali gli Stati del Chiapas, di Guerriero, di Nayarit, di Oaxaca.
Nota: spesso gli acquisti con carta di credito subiscono un aumento che varia dal 5% al 7%.
ARTIGIANATO MAYA
Molti gli oggetti di artigianato Maya, prodotti dalle comunità indigene e che sono comunque
reperibili in tutto il Messico. È però nei mercati che si trovano gli oggetti più tradizionali. In questi
mercati, abbastanza silenziosi, le contrattazioni avvengono generalmente a bassa voce senza
atteggiamenti aggressivi. Bancarelle di pane e dolciumi fatti in casa (dulces) si alternano a quelle
di tortillas e di atole (focacce e pannocchie cotte). Particolarmente colorati i manufatti in pelle che
recano disegni (pirografati) che ricalcano quelli delle civiltà per coloniali e sono dipinti con vividi
colori. Il cuoio è molto morbido e scamosciato, tagliato con perizia e proviene dai pascoli del
Messico meridionale. Belle e particolari le zucche lunghe che vengono sono tagliate, svuotate ed
essiccate, per essere poi decorate con incisioni e pitture. Un tempo il colore giallo del fondo era
estratto dal verme Nij, il rosso dalla bollitura di Oriana (Achiote) e il nero dal carbone di legno. Un
altro prodotto tipico di questo artigianato sono le cinture, tessute su un ordito di cotone, di lana o
più raramente di seta, adorne di motivi intessuti oppure ricamati. Hanno colori diversi a seconda
dei villaggi. Possono essere arrotolate in vita nascondendone le estremità oppure annodate davanti
e sul dorso.
I TESSUTI
L’arte tessile è da sempre parte della tradizione messicana. Essa si esprime dei colori vividi e nei
ricami che richiedono una lavorazione laboriosa ed altamente specializzata. I tessuti più belli si
trovano nelle Terre Alte del Chiapas e del Guatemala. Nella Selva Lacandona, nello Yucatàn e nel
Quintana-roo i tessuti sono più semplici. I modi di lavorazione e la composizione di alcuni disegni
sono ancora simili a quelli del periodo della colonizzazione spagnola. I costumi tradizionali sono
ancora oggi in voga, soprattutto in alcune località dove le tradizioni sono maggiormente conservate
e tutelate. Permane ancora l’arte della tessitura con il telaio a pedale (è praticata dagli uomini),
una macchina introdotta dagli Spagnoli. La cittadina o meglio il villaggio di Teotitlán del Valle
(presso Oaxaca) è il più famoso per la produzione di coperte e tappeti artigianali, esportati in tutto
il continente americano. Anche a San Pablito, un villaggio a nord di Puebla, la popolazione
indigena Otomí produce tessuti adatti ad essere appesi, con colori e ricami molto vivaci.
Molto belle le tovaglie e le borse a tracolla, ricamate con vivaci colori, che si trovano un po’
ovunque.
L’AMBRA NEL CHIAPAS
L'ambra è la linfa fossilizzata d’antiche foreste risalente a ventisette milioni di anni fa. Nel
continente americano si trova solamente in un posto, nello stato del Chiapas, nel Messico
meridionale, in una regione piovosa, nei paesi di Simojovel e Totolapa. Vi si trovano circa
quindici miniere che impiegano operai, gli "uomini talpa", per scavare piccoli tunnel nella
montagna, alla luce delle candele e con rudimentali attrezzi. Purtroppo occorre ricordare che, data
la minima grandezza delle gallerie, i più adatti al lavoro sono bambini dai nove ai quindici anni
che lavorano una decina d’ore il giorno per un compenso di circa due dollari. Questo tipo di lavoro
mina la loro salute già in tenera età adolescenziale. L'ambra è la gemma per eccellenza dei Maya.
Ancora oggi molte comunità spirituali ne incoraggiano l'uso per la purificazione delle anime, per
difendersi dall'abuso di alcolici e come scudo al malocchio. Anche la scienza se ne interessa, per
gli organismi del cretaceo o del miocene che essa può contenere, suscettibili di essere
geneticamente studiati, in quanto il loro DNA è integro. E’ lavorata con diversi utensili (mole e
torni), con i quali ottengono ogni sorta di forma per la creazione di collane e braccialetti o, con i
pezzi più grossi e preziosi, sculture artistiche. L’ambra più bella si trova a San Cristóbal de las
Casas. I moltissimi negozi del centro offrono pezzi anche particolari a prezzi accessibili.
LE CERAMICHE
Le ceramiche messicane sono da sempre parte della cultura del Paese. Nei musei è possibile
ammirare oggetti in fine ceramica, alcuni con disegni semplici ed altri con disegni più sofisticati.
Molti degli oggetti eranor ecipienti per la conservaiozne dei cibi e per l’uso quotidiano. La zona di
maggior produzione è nel territorio di Oaxaca, con ceramiche lucide, nere e sorprendentemente
leggere. La zona ha un’argilla naturale. Esposta all’alternanza di un clima torrido e di piogge
tropicali ben si adatta all’utilizzo per la produzione di vasellame con antiche tecniche artigianali.
Le ceramiche sono prodotte dai membri di popolazioni con radici molto antiche. La tradizione è
tramandata all’interno delle famiglie e si basa sulla produzione di vasi, brocche, ciotole per le
necessità quotidiane ed è diffusa in più villaggi sparsi tra le valli e le montagne del territorio di
Oaxaca. La lavorazione avviene senza tornio: i vasi prendono forma attraverso un accurato lavoro
manuale, con l’aiuto di strumenti rudimentali, come un pezzo di zucca, una tavoletta poggiata su
una pietra, due piatti rovesciati o una striscia di pelle. Il manufatto è poi esposto e fatto scaldare
al forte sole del mattino e in seguito cotto in fuochi naturali all’aria aperta o in forni particolari
costruiti artigianalmente. I villaggi in cui si producono queste ceramiche sono Amatenango del
Valle (presso San Cristóbal de las Casas) e San Bartolo Coyotepec.
L’ARGENTO
A Taxco già nel 1534 furono scoperti filoni d’argento che, però, ben presto si esaurirono. Fu solo in
seguito, nel 1716, che il francese Borda scoprì casualmente una delle vene argentifere più
importanti del Messico. La prima vera produzione d’argento a livello semi-industriale avvenne,
però, per opera di uno statunitense, William Spratling, che agli inizi del ‘900 si fermò a Taxco ed
iniziò a produrre gioielli che erano la fusione di motivi pre-ispanici con le nuove tendenze dell’artdéco. Oggi a Taxco vi sono gioiellerie che producono oggetti in argento esportati in tutto il mondo.
L’OSSIDIANA
L’ossidiana è un minerale a base di silice con struttura amorfa (senza formazione di cristalli) e più
precisamente un vetro naturale denso, generalmente privo di bolle, che si forma dal rapido
raffreddamento della lava vulcanica. Il colore tipico è il nero. È molto utilizzata in Messico nella
produzione di monili e insieme all’argento. Il nome di queste pietre, che si trovano in commercio
anche levigate e pulite dello strato bianco esteriore, proviene da una leggenda che narra che il
Grande Spirito le fece scaturire dalle lacrime delle squaws indiane per la morte dei loro uomini in
Arizona. Si afferma che portino fortuna a chi le possiede: la persona, infatti, non piangerà più in
quanto le squaws indiane hanno già versato le loro lacrime al posto suo.
LE MASCHERE
La produzione delle maschere in Messico risale al periodo prima della colonizzazione spagnola.
Erano indossate durante i rituali magici degli sciamani, dando vita a danze mascherate di
particolare suggestione. Il legno ed il cuoio sono il maggior materiale utilizzato per la creazione
delle maschere, sebbene se ne trovino anche in cartapesta, argilla o cera. Le maschere sono
decorate con piume e altri ornamenti, per renderle molto più simili al soggetto che rappresentano.
La più gran varietà di maschere proviene dalla parte meridionale dello Stato di Guerrero. Alcune
sono abbastanza antiche, ma consigliamo, se non si è intenditori, di acquistare le maschere che
soddisfano il proprio desiderio e il cui prezzo sembra adeguato alle proprie tasche.
ZUCCHE E OGGETTI DI LEGNO
I gusci delle zucche e di alcuni frutti duri sono molto utilizzati fin dall’antichità per produrre
scodelle, recipienti e sonagli per bambini. Nel periodo pre-ispanico erano decorate. Poi si passò ad
una fase di laccatura che dava risultati ancora più belli. Anche il legno è lavorato e laccato.
Oggetti e mobili caratteristici di legno provengono da Olinalá; altre località dove si producono
oggetti tradizionali in legno con Chiapa de Corzo (nel Chiapas); Urupan e Pátzcuaro nello Stato di
Michoacán, Nel nord, invece, nello Stato di Sonora, gli Indios Seri producono sculture lignee dette
“palo fierro”: il legno duro è finemente lavorato fino a creare straordinarie sculture con forme
umane, animali o creature marine. I Tarahumara producono bambole, animali e giocattoli in
legno.
PITTURE SU AMATE
Sono le famose pitture su corteccia, vendute ovunque in Messico. Sono coloratissime e molte
riproducono la vita del villaggio nei minimi particolari. La tecnica per creare l’amate è ancora viva
in una parte remota del Messico centrale: sono le donne che la preparano, facendo prima bollire la
corteccia che è poi distesa e battuta.
STRUMENTI MUSICALI
Il Messico è sinonimo di chitarra, lo strumento musicale per eccellenza. Le chitarre migliori sono
prodotte a Paracho, nello Stato di Michoacán. Qui sono prodotti anche altri strumenti a corda
quali viole, violini e violoncelli. Moltissimi i negozi ed i laboratori. Nel mese di Agosto si celebra
anche un festival della chitarra. Non si possono inoltre dimenticare maracas, tamburelli, tamburi
e altri strumenti reperibili in quasi tutti i mercati e negozi.
LA CUCINA MESSICANA
La cucina di ogni Paese è parte integrante della sua identità e possiamo ben affermare che
essa è anche la sua memoria storica. Quella messicana nasce dall’incontro del Nuovo
Mondo con il Vecchio Mondo, è la sintesi della fusione della cultura Maya con quella
Spagnola, portata dai “conquistadores” nel 1500. Ad essa si sono poi aggiunti prodotti
provenienti dall’Africa e da tutte le onde migratorie che hanno visto l’America come la
tappa finale. Ne è scaturita una cucina colorata, speziata, ricca di gusti particolari,
talvolta anche forti, ma che esprimono il carattere di una terra in continua evoluzione,
che conserva vivo dentro di sé il ricordo di un passato che non è estinto.
Per agevolare le Vostre scelte e per comprendere a fondo la complessità della cucina
messicana, troverete qui di seguito una guida facile e di rapida consultazione nella quale
Vi vengono fornite informazioni pratiche e la descrizione dettagliata dei piatti.
D.H. Lawrence scriveva che “il Messico ha un leggero profumo molto particolare, come ogni essere
umano”. Profumo di chili, di tortillas, di maíz, di frijoles, di cerveza, di tequila. Un profumo intenso,
che stuzzica l’appetito. Si spande dalle finestre delle case, dalle sale dei ristoranti e dai mercati.
Infiniti gusti e sapori di piatti, differenti da regione a regione, frutto di una fantasiosa creatività
tramandata di generazione in generazione. Anche gli Spagnoli di Cortés ne furono sedotti, e
scoprirono nuovi alimenti che portarono in Europa facendo lauti guadagni: patate, pomodori,
cacao, vaniglia, granoturco, zucche, peperoni, avocados, arachidi, ananas, papaye, manghi,
guayabe.
Il consiglio che è bene prendere in considerazione è di iniziare a provare le specialità di questa
cucina dopo un paio di giorni che si è in Messico, in modo da lasciare che l’organismo si sia
abituato al fuso orario. Inoltre, se non desiderate mangiare molto piccante sappiate che la “salsa
picante” viene portata in tavola sempre a parte.
QUANDO SI MANGIA? SEMPRE!
I messicani consumano tre pasti al giorno. Si inizia la mattina con un’abbondante prima colazione
(desayuno) che solitamente è sontuosa: caffè o tè, panini tondi dolci (pan dulce), succo di frutta,
frutta tropicale, toast con burro e marmellata, uova che possono essere strapazzate con pomodori,
chili e cipolla (huevos a la mexicana), oppure fritte all’occhio di bue con prosciutto e pancetta
(huevos estrellados), oppure fritte e servite su una tortilla di mais, cosparse di salsa di pomodoro
piccante (huevos rancheros).
Gli antojitos, ovvero “piccoli capricci”, che compaiono su alcuni menù con i nomi especialidades
mexicanas o platillos mexicanos, sono spuntini o piatti leggeri tradizionali messicani. I burritos, i
tacos, le enchiladas, le quesadillas, i tamales e le tortas sono tutti antojitos e alcuni costituiscono
da soli un piccolo pasto. Si possono consumare in qualunque momento della giornata, da soli o
come apertura di un pasto più abbondante. Ne esistono innumerevoli varietà, alcune delle quali
tipiche di zone specifiche. Ci sono poi le botanas, “stuzzichini” come mandorle, olive, totopos,
tamales e tutte le varianti delle tortillas.
Si prosegue con la seconda colazione che può essere un pasto leggero (almuerzo) o un pranzo vero
e proprio (comida). E’ il pasto principale della giornata ed è servito tra le ore 13 e le 16. Consiste in
un primo piatto a base di riso o di zuppa di verdura, un secondo di carne o pesce con contorno di
verdure. La cottura della carne può essere al sangue (roja), media (termino medio) e ben cotta (bien
cocida).
E per finire l’immancabile dessert: il flan, una specie di crème caramel al forno; l’arroz con leche,
riso con latte, zucchero e cannella; la cajeta, dolce fatto con latte e zucchero.
L’aperitivo (hora feliz) si prende dalle ore 18 alle 20: margarita o quant’altro con qualche
stuzzichino, tacos, bocadillos (panini) e botanas.
La giornata gastronomica dei messicani si conclude con la cena, dalle ore 21 alle 23, che consiste
quasi sempre in un pasto leggero, solitamente una zuppa o una crema.
TORTILLAS
La tortilla è il simbolo della cucina messicana, dato che praticamente non ci sono cibi che non
vengano accompagnati da queste focaccine ancora fumanti, spesso usate addirittura come piatti o
cucchiai.
In quasi tutto il Messico le tortillas si preparano con uno speciale impasto, la masa harina, che si
ottiene macinando la farina di mais, che viene poi cotta insieme ad una piccola quantità di calce e
lasciata seccare all’aria. Viene quindi lavorata manualmente e cotta su una piastra (di ferro o di
terracotta) detta comal. Nel Nord del Paese le tortillas vengono fatte con la farina di grano ed
hanno pertanto un gusto più delicato e simile alla nostra piadina.
Le tortillas prendono nomi diversi a seconda del tipo di preparazione e del ripieno utilizzato:
Tacos
I tacos sono tortillas di mais (a volte possono essere utilizzate anche tortillas di farina di grano)
sottili e morbide, farcite con ingredienti a scelta e arrotolate, vengono servite principalmente come
antipasti. I tacos più conosciuti sono: Tacos con carne di manzo o di pollo o di maiale (Tacos al
Pastor), Tacos alle uova, Tacos con pesce, Tacos al formaggio, tutti accompagnati da diverse salse
piccanti e non, da aggiungere a piacimento.
Tostadas
Le tostadas sono tortillas di mais piccole e molto sottili, fritte in olio bollente fino a renderle
croccanti. Sono la base su cui viene spalmata una purea di fagioli, aggiunta carne di manzo o di
pollo o di maiale sfilacciata o bocconcini di pesce, insalata tagliata a julienne, formaggio, fagioli e
ricoperte da varie salse.
Enchiladas
Sono tortillas di mais farcite con carne di manzo o pollo, maiale, salsiccia, formaggio, patate e
uova. Vengono tostate, arrotolate e quindi ricoperte di salsa enchilada (pomodoro e peperoncino
piccante) e formaggio fuso.
Quesadillas
L’equivalente delle nostre piadine: sono fatte con tortillas di farina di grano, ripiene a scelta con
formaggio, verdure, funghi e prosciutto, poi ripiegate a semicerchio e cotte in padella, vengono
servite accompagnate da varie salse.
Chalupas
Sono piccole tortillas di mais più spesse delle normali ricoperte di carne di manzo, pollo, olive,
avocado, cipolla, salsa piccante e panna acida.
Gorditas o Picaditas
Piccole tortillas di mais più spesse delle normali dal bordo rialzato a formare una specie di cestino
e cotte in padella da entrambi i lati. Vengono farcite con salsa Guacamole, ricoperte di formaggio
grattugiato e ripiene di carne di maiale, pollo sfilacciato, salsiccia rosolata, crema di fagioli e salse
varie.
Burritos
Grossi tacos preparati con tortillas di farina di grano, farciti con carne di manzo, uova, cipolla,
verdure e patate e arrotolati, di solito sono accompagnati da fagioli neri e salse piccanti.
Flautas
Sono simili ai tacos di tortilla di mais, farciti con ingredienti a scelta e arrotolati, ma saltati in
padella.
Tamales
La masa harina viene mescolata insieme a brodo di pollo, carne a pezzettini e avvolta in foglie di
mais o banano e cotta al vapore.
Totopos
Sono i croccanti pezzettini tostati di tortilla di mais, che vengono consumati all’inizio di ogni pasto
intinti nella salsa Guacamole (della quale si parla più avanti) o nel purè di fagioli.
Chilaquiles
Questo piatto è composto da uova strapazzate condite con salsa di pomodoro, peperoncino
piccante e guarnite con totopos e coriandolo fresco.
La masa diluita è l’ingrediente principale per preparare l’atol, una bevanda a base di farina di
mais, cotta con acqua, sale, zucchero e latte e il champurrado, una cioccolata calda.
FAGIOLI
I fagioli insieme al mais, cucinati in molti modi e utilizzati in tutti i pasti, dalla colazione alla cena,
sono un alimento base della cucina messicana. In Messico si trovano fagioli per lo più essiccati, di
tutte le dimensioni e di tutti i colori: neri, marroni, viola, bianchi, screziati ed anche gialli.
Prima della cottura vengono messi in ammollo in acqua fredda per un tempo variabile ma che
mediamente può aggirarsi intorno alle 12 ore. La cottura viene fatta in abbondante acqua salando
solamente alla fine, così da evitare l’indurimento della buccia.
La purea di fagioli neri viene usata principalmente come contorno ai secondi piatti, ma ci sono
anche pietanze a base di fagioli, tra cui:
Frijoles Refritos
La base di questo piatto è composta da un soffritto di cipolla tritata e peperone verde tagliato a
julienne. I fagioli precedentemente lessati vengono schiacciati ed uniti al soffritto. Il tutto viene
insaporito con coriandolo e formaggio fresco sbriciolato.
Zuppa di Fagioli alla Messicana
Questo piatto è realizzato con un soffritto a base di cipolla, pancetta e aglio ai quali vengono
aggiunti i fagioli precedentemente cotti e trasformati in purea. Il tutto guarnito con tortillas
tagliate a piccoli rombi.
Fagioli Charros
Fagioli neri lessati e cotti insieme a salsiccia o pancetta a pezzi, cipolla, pomodori a pezzettini,
peperoncino e alloro. Il tutto viene bagnato con la birra.
IL CHILE
Peperoncini e peperoni sono due elementi tipici della cucina messicana e conferiscono ai vari
piatti un sapore caratteristico. Ne esistono molte varietà: per i messicani del Sud, discendenti
dagli antichi Maya decimati dai conquistadores spagnoli, c’è soltanto l’esplosivo Habanero, per
quelli del Nord, discendenti dai quei crudeli invasori, esiste solamente il piccante Jalapeño. Per i
turisti al di sopra delle parti la scelta spazia tra 150 tipi di peperoncini rossi, verdi, arancio, gialli,
neri, rosa. Possono essere lunghi come fagiolini, piccoli come noci, grandi come melanzane. Si
possono consumare freschi, farciti, grigliati, saltati in padella. Le bancarelle dei numerosi mercati
e mercatini ne sono stracolme, le especiarías (negozi specializzati) offrono un assortimento di
confezioni già pronte o da comporre al momento.
Qui di seguito alcuni tra i peperoncini più comunemente utilizzati:
Chile ancho
Piccolo peperone di colore rosso scuro è fra gli ingredienti del mole; in Messico è considerato
piuttosto dolce, ma per il gusto europeo è comunque molto piccante.
Chile chiplote
Peperoncino di forma appuntita di colore rosso o verde, viene essiccato ed affumicato,
estremamente piccante.
Chile guajillo
Peperoncino piccante lungo e stretto di colore rosso, si usa essiccato e viene preparato mettendolo
a bagno in acqua oppure arrostito e tritato finemente.
Chile guero
Peperoncino di gusto dolce e aromatico, è detto anche biondo perché di colore giallo chiaro, viene
usato solo fresco.
Chile habanero
Peperoncino di colore rosso scuro, viene consumato in salsa mettendolo a bagno nell’acqua e
limone dopo averlo arrostito in padella o al forno. Estremamente piccante, è di largo consumo
nello Yucatan.
Chile jalapeño
É il peperoncino più usato, piccante, di forma appuntita può essere verde o rosso ed è utilizzato
fresco o conservato.
Chile pasilla
Peperoncino di colore marrone scuro da fresco, diventa quasi nero quando è secco. Non è piccante
ma è molto saporito.
Chile piquin
Peperoncino piccolo e rosso, piuttosto piccante, viene usato essiccato.
Chile poblano
Simile ad un piccolo peperone verde, non è piccante e viene usato come contorno o farcito con
carne o pesce.
Chile serrano
Piuttosto piccante, di forma allungata e di colore verde chiaro si usa fresco tagliato ad anellini in
aggiunta a salse, carne e pesce alla griglia.
Elenchiamo alcuni piatti a base di chile che potrete facilmente trovare nei ristoranti.
Chile Relleno
Peperone verde Poblano farcito con formaggio, carne, tonno o altro passati in uovo e farina, quindi
rosolato ed accompagnato da salse varie.
Chile con queso
Peperone verde Poblano infarinato e fritto, farcito con una fetta di formaggio e guarnito con salsa
di pomodoro, cipolla, chiodi di garofano e cannella.
Chile con flor de calabaza
Peperone verde Poblano, farcito con formaggio e fiori di zucca, infarinato e fritto in olio. Viene
guarnito con salsa Guacamole e coriandolo.
Chile frío al atún
Peperone verde Poblano, cotto in tegame insieme a cipolla e aglio, ripieno di tonno sminuzzato con
cipolla tritata, piselli e pomodori. Va servito freddo.
Chile in salsa verde
Peperone Ancho cotto in padella, farcito con una fetta di formaggio e rosolato. Viene servito con un
sugo di pomodori e carne tritata.
Toritos de pescado o de camarones
Chile serrano ripieno di pesce o di gamberi, cotto al forno e servito con salsa di soia.
LE SALSE
Senza le gustose “salsas “ la cucina messicana è impensabile: le salse sono l’elemento essenziale
di ogni menù e in tutto il territorio Messicano sono sempre presenti sulle tavole sia nelle case che
nei ristoranti e si accompagnano a carne e pesce, in tutte le loro differenti preparazioni.
In Messico le salse sono sempre servite a parte quindi dopo averle sperimentate ed imparato a
distinguerle potrete utilizzarle nella quantità e nella varietà preferita.
Vi elenchiamo le salse che troverete facilmente in tutti i ristoranti:
Salsa Roja
Salsa fredda al chili per carni e uova a base di pomodoro, chile jalapeño, cipolla, aglio, coriandolo,
olio.
Salsa Mexicana
La classica salsa fredda piccante per totopos e entradas onnipresente in ogni ristorante
messicano. Viene preparata con pezzettini di pomodoro, cipolla, chile serrano fresco piccante e
coriandolo.
Salsa endiablada
Slsa fredda piccante per accompagnare tortillas, enchiladas e quesadillas. Viene preparata con
chiles anchos essiccati, cipolla e aglio.
Salsa verde o de Tomatillo
I Messico i tomatillos, frutto simile a un pomodorino verde dal gusto tra il limone ed il pomodoro,
sono usati prevalentemente nelle preparazioni delle salse per il loro sapore molto particolare.
Questa salsa è preparata con tomatillos, chile jalapeño, brodo di pollo, aglio, succo di lime e
coriandolo.
Mole
Qesta salsa sostanziosa prende nomi diversi a seconda della regione, il più conosciuto ed
apprezzato è il Mole Poblano che viene preparato nell’omonimo Stato di Puebla. E’ una salsa che
accompagna le carni e viene servita eccezionalmente insieme alla pietanza, gli ingredienti che lo
compongono sono cipolle, aglio, chile guajillos, chile anchos, chile pasillas, olio, pomodori,
mandorle, arachidi, sesamo, cannella, anice, uvetta, chiodi di garofano, coriandolo e cioccolato
fondente.
Anche il Mole verde è molto apprezzato, è un’alternativa al Mole Poblano ed è preparato con:
cipolle, aglio, tomatos, mandorle, noci, semi di zucca, chile jalapeño, chile poblano, chile serrano.
Guacamole
La salsa più diffusa e la più conosciuta, un elemento molto importante sulla tavola di ogni
messicano che si rispetti. Questa salsa molto densa viene portata sempre a tavola nei ristoranti e
nelle case all’inizio del pranzo insieme a totopos e patatine di tortillas in attesa di servire
l’aperitivo o prendere l’ordinazione. Si accompagna bene anche a verdure cotte al vapore o a
formaggi fusi, i famosi “queso fundido”, è essenziale nella preparazione dei tacos di carne o di
pollo. La salsa è preparata con pomodori, cipolla, chile jalapeño, avocado, succo di lime,
coriandolo.
LA CARNE
Gli abitanti originari del Messico si nutrivano di mais, fagioli, avocado, peperoni, zucche e pesce.
Si trattava di un’alimentazione molto equilibrata, anche se non particolarmente varia. Dapprima il
consumo di carne era limitato, poi aumentò soprattutto tra le classi più elevate della popolazione.
Il grande cambiamento avvenne con i Conquistadores spagnoli ed ebbe così inizio la pratica
dell’allevamento, ora diffusissima in Messico, soprattutto al Nord.
In Messico è molto apprezzata la carne di maiale, e viene preparata secondo il modello
spagnolo; ad esempio i chicharrones, pezzi di cotenna secca di maiale, o il chorizo, la salsiccia
piccante, o la longaniza, un altro tipo di salsiccia. Al Nord si preferisce la carne di manzo, la
migliore in assoluto in tutto il Nord e Centro America; costituisce la prima voce nell’esportazione
verso gli Stati Uniti, primo cliente per il consumo della carne messicana.
Altrettanto apprezzato è il pollo, che a seconda delle regioni viene preparato con salse diverse ed è
molto gradito come ripieno per tacos, tortillas, tamales e enchiladas. Il tacchino fa la sua
comparsa sulle tavole messicane soprattutto nei giorni di festa, accompagnato da salse tipiche.
Qui di seguito riportiamo i piatti di carne maggiormente diffusi nei ristoranti della Repubblica
Messicana.
Fajitas de res o de pollo
Julienne di carne di manzo o pollo, marinata insieme a peperoni e cipolla, viene servita su un
piatto di pietra lavica o di acciaio bollente
Filete de res a la parrilla
Filetto di manzo ai ferri e accompagnato da verdure, riso e fagioli neri
Arrachera
Entrecote di manzo marinata al limone e cotta alla piastra, viene servita con patate fritte
Cecina
Carne di manzo o di maiale salata e fatta seccare al sole, viene cotta in padella
Sabana
Paillard simile alla nostra bistecca di manzo, tagliata molto sottile, viene cotta alla piastra
Lomo
Lombata di manzo cotta alla piastra o in padella
Filet mignon
Cuore di filetto alla griglia di solito servito con patate
Brocheta
Spiedino di carne di manzo, pollo, maiale, pancetta, prosciutto, cipolla e peperoni, viene cotto alla
piastra, condito con un filo d’olio e spolverato con pepe macinato
Tampiqueña
Entrecote di manzo cotta alla piastra e servita con salsa Guacamole, purea di fagioli neri e
peperoncino a parte
Chuletas
Costolette di maiale alla griglia accompagnate con verdure
Rib eye
Bistecca di costa alla griglia
New York
Controfiletto alla griglia
T-bone
Costata di manzo alla griglia
IL PESCE
Grazie ai suoi molti chilometri di coste, il Messico possiede una grande abbondanza di pesci e
crostacei e altrettanto numerosi sono i modi per prepararli. Il pesce tipico del Messico è il
huachinango (dentice) ed ha una carne di ottima qualità, ci sono anche: pesci spada, sgombri,
seppie, merluzzi, ombrine, orate, branzini e molti altri pesci a noi meno noti. Non bisogna
dimenticare infine i crostacei, come gamberoni, astici, aragoste, e i molluschi come le ostriche.
Nell’entroterra sono diffusi i gamberi secchi di tutte le dimensioni e il bacalao, il merluzzo
essiccato e salato secondo il modello spagnolo e portoghese.
Qui di seguito troverete i piatti a base di pesce maggiormente diffusi in Messico.
Ceviche
Cocktail di pesce tagliato a dadini composto da: gamberi, calli di mare, ostriche, polipo, calamari,
lumache di mare, il tutto marinato nel limone e condito con una salsa a base di pomodori, cipolla,
peperoncino, origano, pepe e coriandolo, viene spesso servito con pane tostato o crackers.
Huachinango a la Veracruzana
Con questa ricetta vengono cucinati diversi tipi di pesce, ma il più usato e saporito è il
Huachinango (dentice), che viene cotto intero in una salsa tipica dello stato di Veracruz e
composta da: pomodori a pezzetti, olive nere, capperi, cipolla, peperone verde e coriandolo.
Filete de pescado al mojo de ajo
Filetto di pesce cotto in padella con una salsa di aglio e burro
Filete de pescado empanizado
Filetto di pesce infarinato e fritto in olio
Langosta a la plancha
Aragosta alla piastra, è servita con burro fuso o salsa di aglio o altro
Brocheta de camarones
Spiedino di gamberoni con peperoni dolci e cipolla, cotto alla piastra e servito con salsa di
coriandolo o di aglio
Mariscada
Trionfo di pesce di tutti i tipi, sia arrosto che sauté: ostriche, aragosta, huachinango, almecas,
polipo, granchio.
Vista la varietà di pesce presente in Messico, riportiamo di seguito un elenco dei pesci più comuni
con accanto la loro corrispettiva traduzione initaliano che Vi aiuterà nella scelta:
Robalo: branzino
Mero: labro
Dorado: orata
Huachinango: dentice
Bacalao: merluzzo
Pulpo: polipo
Camerones: gamberi
Pez espada: pesce spada
Almecas: fasolarie
Ostiones: ostriche
Langosta: aragosta
Atún: tonno
Cangrejo: granchio
Cabrilla: pesce vela
Pagro: pargo
Langostinas: scampi
I DOLCI E LE BEVANDE
Aromatici papaie e manghi, succosi ananas, meloni e agrumi, gustose banane o noci di cocco:
questi e altri frutti erano noti agli Indios come dessert già prima della conquista spagnola. Come i
loro antenati, i messicani mangiano volentieri questi frutti alla fine del pasto, ma oggi li
consumano anche sotto forma di rinfrescanti sorbetti, gelatine, canditi o fantasiosi dessert.
Il rompope, una densa crema di uova, proviene da un convento di Puebla e viene usata in vari
modi, per esempio per fare budini o arricchire la frutta; consumata come bevanda alla fine di un
pasto prende il nome di licor de café, liquore al caffè. Con il pan dulce, un tipo di pane dolce
generalmente consumato durante la prima colazione, e con le torte i messicani bevono il cafè de
olla, un caffè aromatico preparato in una terrina di cotto, oppure la cioccolata calda.
Durante le feste vengono preparati dolci speciali: il giorno dell’Epifania per esempio si cuoce la
rosca de reyes, o ciambella dei re magi, un dolce di pasta lievitata. Il giorno dei morti invece si
cucina il pan de muertos, un dolce spolverato di zucchero e con decorazioni di ossa e di lacrime.
In Messico è presente una vastissima scelta di bevande. In effetti in un Paese così caldo dissetarsi
è molto importante e i messicani hanno inventato alcuni sistemi per provvedere a questa
necessità.
- Bevande a base di frutta e di verdura
Famosissimi i refrescos, bibite gassate, e gli jugos de fruta, i succhi di frutta preparati con la vasta
varietà di frutti tropicali messicani e alcuni tipi di verdura. I licuados sono miscele di frutta o
succo con acqua e zucchero. Nei licuados con leche si sostituisce l’acqua con il latte. Le
combinazioni possibili sono deliziose e praticamente illimitate. Le aguas de fruta vengono fatte
aggiungendo acqua e zucchero ai succhi di frutta o agli sciroppi ottenuti dai semi dei frutti
schiacciati.
- Tè o caffè
Il comune caffè messicano, coltivato vicino a Cordoba, a Orizaba, nel Chiapas e nel Oaxaca è
aromatico ma spesso viene servito leggero, somiglia molto al caffè americano.
Tuttavia per la fortuna delle persone assuefuatte alla caffeina ora si stanno diffondendo vari tipi di
caffè più forti, autoctoni o di importazione. Alcuni locali servono caffè biologico messicano
proveniente dal Oaxaca o dal Chiapas.
Il tè locale, confezionato in bustine, riserva profonde delusioni agli amanti di questa bevanda.
- Alcoolici
Il Messico produce una grande varietà di bevande alcooliche utilizzando l’uva, i cereali e il cactus.
Non c’è villaggio che non abbia uno spaccio di vendita di superalcoolici (cantina). Oltre al famoso
tequila, trovate il pulque, ottenuto dall’aguamiel, succo estratto dal maguey, una varietà di agave,
ed ha una gradazione alcoolica bassa. Noto agli Aztechi con il nome di octli, era considerata una
bevanda sacra da offrire agli dèi.
Le fabbriche di birra furono introdotte in Messico dagli immigrati tedeschi alla fine del XIX secolo.
Oggi il Paese ha diverse grandi fabbriche che producono più di 25 marche di birra tra chiara e
scura, molte delle quali sono ottime. Corona, Sol, Dos Equis, Bohemia, Superior, Negra Modelo,
Modelo Especial e Tecate sono le più note tra le marche esistenti. Berla è quasi un rito: gli uomini
si recano nelle amatissime cantinas a bere grandi quantità di cerveza fría, posti dove fino a pochi
anni fa non potevano entrare le donne.
Il vino è assai meno diffuso della birra e del tequila e i vini di produzione locale di solito sono più
economici fra quelli offerti dai ristoranti messicani, ma le poche grande aziende vinicole del Paese,
situate tutte nella zona di Ensenada in Baja California, offrono prodotti di buona qualità.
IL TEQUILA
La piccola città di Tequila ha conquistato una notorietà che è evidentemente dovuta alla fama che
si è guadagnata l’omonimo distillato. Si trova nello Stato di Jalisco, nelle vicinanze di un vulcano
spento, circondata a perdita d’occhio da campi di agave, la pianta che fornisce la materia prima
per la preparazione dell’alcoolico. Esistono centinaia di tipi di agave, ma secondo la legge
messicana il tequila deve contenere almeno il 51% di estratto di agave tequilana, una varietà che
cresce solamente nei dintorni di Tequila. Il procedimento per ottenere il prodotto finale è il
seguente: la polpa delle piante di almeno una decina di anni viene dapprima tostata e poi
sminuzzata e compressa per ricavarne il succo. Al liquido ottenuto si aggiunge lo zucchero e il
tutto viene lasciato fermentare per quattro giorni prima di passare alla distillazione. Dopo la
distillazione, il liquido si versa in botti di quercia, dove verrà lasciato riposare per un periodo che
può andare dai quattro mesi ai sette anni, in modo che assuma il tipico colore dorato, in questo
caso prende il nome di Reposado. Se viene consumato fresco ha un colore trasparente, come la
nostra grappa.
Gli aromi del tequila sono tre:
• aroma primario: proviene dall’agave e dal mosto ed è caratteristico dell’agave. E’ più o
meno intenso a seconda dell’agave e dello stato di maturazione dello stesso. Si avverte in
un primo momento, appena si versa il tequila e prima di agitare la coppa;
• aroma secondario: proviene dalle molteplici sostanze elaborate durante la fermentazione
alcoolica. L’odore del tequila giovane è una miscela di aromi primari e secondari. Si avverte
agitando il tequila nella coppa;
• aroma terziario: viene prodotto durante l’invecchiamento del tequila ed è provocato da
sostanze trasformate durante il processo e l’evoluzione degli aromi primari e secondari. E’
quello che si chiama bouquet e non deve essere interpretato come sinonimo di aroma, visto
che questo è l’odore solamente del tequila invecchiato.
Il consumo del tequila è circondato da un’aura mistica quasi paragonabile a quella della cerimonia
giapponese del tè. Ecco le regole che secondo gli intenditori bisogna osservare se non si vuole fare
la figura del dilettante:
1)
2)
3)
4)
5)
inumidire il dorso di una mano con la saliva e cospargerlo di sale
leccare il sale
bere il tequila tutto d’un fiato
succhiare uno spicchio di lime
leccare nuovamente il sale.
Naturalmente, nessuno impedisce di sorseggiare il tequila con maggiore moderazione, come si
farebbe con un bicchiere di brandy, anzi alcuni veri amanti di questo liquore sostengono che se il
tequila è di buona qualità, è uno spreco berlo tutto d’un fiato. Quando il tequila viene bevuto
liscio, senza aggiunta di sale o altro, si dice “bere un tequila derecho”.
Il tequila si gusta puro oppure in cocktail. Di seguito riportiamo i più celebri:
Tequila Boom Boom: è composto da tequila e Sprite. Si versano gli ingredienti in un classico
bicchierino di vetro, il “cavallito”, e lo si copre con un tovagliolo, si batte il bicchierino sul tavolo
con due colpi decisi (boom-boom) e si beve tutto d’un fiato
Tequila Sunrise: è composto da tequila, succo d’arancia e granatina. Si versano gli ingredienti
nello shaker, si agita bene e si serve in bicchieri guarniti con una fetta d’arancia e ghiaccio
Margarita: è composto da tequila, Cointreau, succo di lime e ghiaccio tritato e va bevuto in una
coppa con il bordo appena incrostato di sale. Si versano gli ingredienti nello shaker, si agita a
lungo e infine va versato il contenuto nelle coppe precedentemente preparate
Tequila e Sangrita: tipico aperitivo messicano, è composto da due bicchierini contenente il tequila
e la sangrita (un succo di pomodoro, lime e chili). Si beve prima il tequila e subito dopo la sangrita
Tequini: è composto da tequila e Vermouth dry. Si versano gli ingredienti nello shaker, si serve
con una ciliegia o un’amarena e si aggiunge soda a piacimento.
Infine, oltre al tequila è molto conosciuto il mezcal, un liquore che si ottiene dopo la prima
distillazione dei frutti di agave. Ha un sapore molto particolare e si beve solitamente liscio. La sua
particolarità è di essere tenuto in bottiglie in cui viene introdotto un verme (il gusano, parassita
dell’agave) che gli conferisce il sapore caratteristico.
GLOSSARIO
Aceto
Acqua calda
Acqua fredda
Acqua gassata
Acqua minerale
Acqua naturale
Aglio
Alla griglia
Alla piastra
Al vapore
Ananas
Aragosta
Arancia
Banana
Bicchiere
Birra
Burro
Caffè
Carota
vinagre
agua caliente
agua fría
agua con gas
agua mineral
agua natural
ajo
a la parrilla
a la plancha
al vapor
piña
langosta
naranja
platano
vaso
cerveza
mantequilla
café negro
zanahoria
Il conto per favore
Latte
Lattuga
Limone
Lista dei vini
Maiale
Manzo
Melone
Menù
Olio
Olive
Ostriche
Pane
Pasta
Patate
Pepe
Peperoncino
Pesce
Piselli
la cuenta por favor
leche
lechuga
limon
lista de vinos
cerdo
res
melon
menú
aceite
aceitunas
ostiones
pan
pasta
papas
pimienta
chile
pescado
chicharos
Carne
Cena
Cipolla
Coltello
Cucchiaio
Cucchiaino
Dessert
Fagioli
Forchetta
Formaggio
Fragole
Frutti di mare
Frutta
Funghi
Gamberi
Gamberoni
Gelato
Ghiaccio
Granchio
Insalata
carne
cena
cebolla
cuchillo
cuchara
cucharilla
postre
frijoles
tenedor
queso
fresas
mariscos
fruta
champiñones
camarones
camarones gigantes
helado
hielo
cangrejo
ensalada
Polipo
Pollo
Pomodoro
Pranzo
Prima colazione
Prosciutto
Riso
Ristorante
Sale
Salsiccia di maiale
Sandwich
Succo di frutta
Tacchino
Tè
Tonno
Verdure
Vino bianco
Vino rosato
Vino rosso
Zucchero
pulpo
pollo
tomate
almuerzo
desayuno
jamón
arroz
restaurante
sal
chorizo
emparedado
jugo de fruta
pavo
té
atún
verduras
vino blanco
vino rosa
vino tinto
azúcar
IL CIOCCOLATO
Mito e storia di un celebre e raffinato alimento
Il cioccolato: dono della natura, delizia della mente e del palato, la bevanda più amata, quella che
mette fuoco e ardore nelle vene, buonumore e buona disposizione verso gli altri. E i meravigliosi
cioccolatini o le magiche tavolette alle quali si chiede conforto quando ci si sente un po’ abbattuti.
Per questo saggi e scrittori di ogni epoca ne hanno sempre decantato le proprietà terapeutiche. Ci
fu un tempo in cui la polvere di cacao, mescolata con altre spezie e allungata con acqua calda era
considerata una “bevanda divina”. E proprio per queste caratteristiche, possiamo affermarlo con
un largo sorriso, miracolose, era un dono delle divinità, qualcosa che l’uomo aveva scoperto.
La vera origine del cioccolato lavorato, che risale a circa tremila anni fa, sembra sia da attribuire
agli Olmechi che abitarono la regione a sud del Messico. Da qui arrivò, passando attraverso le
epoche storiche delle civiltà meso-americane, giunge fino alle corti dei sovrani della civiltà azteca,
periodo nel quale il cioccolato acquistò grande importanza sia come bevanda, simbolo del sangue
umano nei rituali religiosi, sia come moneta e merce di scambio. Il cacao, scrisse Diego de Landa,
vescovo spagnolo e cronista della sua epoca, “è l’oro di questo paese e serve come denaro anche
nella piazza di Chichen-Itzá. I cuochi aztechi, conoscendo ingredienti fondamentali quali la farina,
le uova e lo zucchero, si sbizzarrivano in ricette per la delizia dei palati dei loro sovrani.
L’Imperatore Montezuma era un fanatico del “chocolátl”, una bevanda preparata con polvere di
cacao, vaniglia e altre spezie. Il perché gli Aztechi davano tanta importanza a questa bevanda è
spiegato da una leggenda: si raccontava che nei tempi antichi una principessa, lasciata a guardia
di un tesoro, piuttosto che rivelarne il nascondiglio agli invasori, preferì farsi uccidere. Dal suo
sangue nacque la pianta del cacao i cui semi “sono amari come la sofferenza, rossi come il sangue
e forti come le virtù”.
Gli Spagnoli, che colonizzarono il Messico nel 1519, introdussero il cacao in Spagna e poi nel resto
d’Europa. Ricette preziose ed esperimenti arditi venivano gelosamente custoditi nelle corti prima
spagnola, poi francese, napoletana e fiorentina. Piccole botteghe di "esperti" speziali in grado di
soddisfare il nuovo bisogno di "squisitezza quotidiana" sorsero un po’ ovunque e la nuova bevanda
stava divenendo un'abitudine elegante, uno status symbol, molto presente nella vita della gente
per bene di un tempo. In Francia, dove l'arte culinaria era particolarmente sviluppata, il cioccolato
svolse un ruolo da protagonista. Nel 1615 la giovanissima principessa spagnola Anna sposò Luigi
III e portò con sé l'amore per la cioccolata. La corte ne fu entusiasta e nel 1659 rilasciò la prima
patente di "cioccolataio del re" a Monsieur David Chaillou di Tolosa. Cinquant’anni dopo, quando
Luigi XIV, il Re Sole, sposò Maria Teresa, Infanta di Spagna, divenne un’abitudine a Corte bere
una tazza di cioccolato caldo durante le udienze. Nel 1770 fu inaugurata in Francia la prima
Fabbrica di Cioccolato. In Inghilterra la cioccolata giunse nel 1674 sotto forma di barretta solida,
annunciando tempi nuovi per questa “delizia paradisiaca” che ben presto stuzzicò la fantasia di
Maestri Pasticceri di tutta Europa e che ne fecero un’opera d’arte in miniatura. Anche le arti
letterarie furono conquistate dalla cioccolata e furono scritti libretti e manuali su questo soggetto.
A Napoli, allora possedimento spagnolo sotto il regno dei Borboni, la ricetta della cioccolata arrivò
prima che altrove. Infatti, questa terra fu il regno della cioccolata prima di diventare il regno del
caffé. Anche la Sicilia era, a quei tempi, un possedimento spagnolo, non a caso ancora oggi vi si
trovano laboratori artigianali che preparano la cioccolata alla moda spagnola.
Nel XVIII secolo, a tavola, la cucina era delicata e profumata, e la cioccolata, da cui vennero
finalmente eliminate spezie pesanti, fu una protagonista di quest’epoca. La nuova cioccolata era
delicatamente zuccherata e aromatizzata, esaltata da cioccolatai eccelsi mediante ricette sublimi.
Le novità della cucina comprendevano voglie di novità lontane, di meraviglie per gli occhi, per il
naso, per il palato, fragranze intime e ovattate, aromi e profumi morbidi. Il cacao si trasformò e fu
impreziosito dalla vaniglia e dalla scorza d'arancia. E con esso anche il modo di servirlo. Nacque
una nuova tendenza di servirlo su tavole impreziosite da fini porcellane, posaterie, smalti e mille
altri raffinatissimi oggetti. Si racconta che Madame de Pompadour possedesse il più costoso
servizio da cioccolata in porcellana che esistesse al mondo. E Goethe stesso fu un vero fanatico
della cioccolata, tanto da collezionare raffinate porcellane per la degustazione. Al Kunsthistorische
Museum di Vienna è conservata una cioccolatiera in vermeil dorato e tazze da cioccolato in
porcellana cinese rivestite d'or appartenute all'imperatrice Maria Teresa d'Austria.
Fu in quest’epoca che in Svizzera vennero impiantati i primi stabilimenti di lavorazione del
cioccolato in Svizzera. La prima fabbrica fu fondata nel 1819 a Vevey, mentre a Torino nasceva la
ditta Caffarel. Il padre del cioccolato al latte fu invece Jean Tobler: nel 1870 il cioccolato al latte
appare per la prima volta sul mercato. Ma, tanto per ricordare nomi di Maîtres Chocolatiers che
ancora oggi sono famosi sul mercati, non va dimenticato l’imprenditore olandese Van Houten, al
quale si deve la diffusione del cioccolato in polvere in Europa. A lui si deve l’invenzione che portò
la rivoluzione nel mondo della cioccolata: egli trovò il modo di mescolare il cacao in polvere con lo
zucchero e con il burro di cacao. Ottenne una pasta che risultò più morbida e facile da modellare
in appositi stampi.
Nacquero molti locali, i famosi Café, simili a salotti di famiglie borghesi, dove le donne potevano
sedersi anche da sole e degustare una tazza di cioccolato. A Parigi, culla dell'arte e della cultura
filosofica, il famoso Cafè Procope fu il locale più esclusivo della ricca borghesia del XVIII secolo,
dove si riunivano i più celebri pensatori illuministi, da Rousseau a D'Alembert, da Beaumarchais a
Voltaire.
In Italia è Torino che può definirsi la patria vera e propria del cioccolato. Fu qui che un certo
Bozzelli (era di origine genovese) sperimentò nel 1802 una macchinetta idraulica adatta a raffinare
la polvere di cacao, impastandola con zucchero, vaniglia e acqua calda. E ancora oggi basta fare
alcuni nomi quali Streglio, Baratti, Feletti, Peyrano per evocare il ricordo sublime e soave del
cioccolato che rallegra il cuore e il palato di chi lo assapora!
E il Piemonte, ed in particolare Torino, furono i maggiori centri produttori di cioccolato, e tali
rimasero per tutto l’Ottocento fino all’inizio del Novecento. Furono i grandi Maestri Cioccolatieri
torinesi che inventarono una pasta detta “gianduia” , il cui nome si deve alla popolare maschera
carnevalesca. Il primo gianduiotto fu prodotto dalla Ditta Caffarel-Prochet nel 1865.
Fragile e delicato, forte e sensuale, morbido e consistente, cremoso e croccante, il cioccolato
seduce da sempre ogni palato, ogni mente, per allietare i momenti belli e quelli brutti, facendo
volteggiare in un sogno lieve i desideri, come un’opera d’arte infinita.
Da leggere:
“Come l’acqua per il cioccolato” – Laura Esquivel
Dal libro è tratto il film con il titolo omonimo (regia di Alfonso Arau): giudizio 5 pralines (da non
perdere)
“Passione Nutella” – Clara Vada Padovani
“Chocolat” – Joanne Harris
Dal libro è tratto il film con il titolo omonimo (regia di Lasse Hallström): giudizio 5 pralines (da non
perdere)
“La cioccolata: dagli Aztechi ad Internet” – Paola Balducchi e Paola Celli
MESSICANI DI OGGI
I LACANDONES
I Lacandones vivono principalmente nello stato messicano del Chiapas. Essi si considerano
originari della penisola dello Yucatán e del Petén guatemalteco e successivamente migrarono fino
alla Selva Chiapaneca per scappare alla colonizzazione spagnola del 17° e 18° secolo. Sono i più
diretti discendenti degli antichi maya che in questa zona hanno costruito Palenque, Tikal,
Yaxchilan e Bonampak. Si riferiscono a se stessi come gli Hach Winik, che nella loro lingua
significa “Il Popolo della Verità”. La loro cultura non può prescindere dalla foresta pluviale
lacandona, dove vivono da secoli. Vivono nella foresta tropicale del Chiapas meglio conosciuta
come Selva Lacandona, delimitata dal Rio Usumacinta a est, dal Guatemala a sud, dalla strada
per Ocosingo-Palenque a nord-est e dall’Oceano pacifico al sud-est. Si dividono in due gruppi con
cultura e origini diverse tra loro: uno al nord, nelle località di Nahá e Matzaboc; uno al sud, a
Lacanjá Chansayab (o più semplicemente Lacanjá). Si sono sempre divisi in piccoli clans
sparpagliati nella giungla, in un quasi totale isolamento. E’ in questo modo che sono riusciti a
sopravvivere evitando il contatto con altre popolazioni e di conseguenza evitando anche il contagio
di malattie ad essi estranee.
Le loro fisionomie mostrano molte similitudini con i bassorilievi maya ritrovati in questa zona dai
primi avventurieri e archeologi. Parlano una loro lingua, il “Maya Yucateco” che si è mantenuto e
tramandato per via orale. La loro comunità resta unita poiché i matrimoni sono tra consanguinei e
restano quindi integre le tradizioni, la loro religiosità e la loro lingua. Ad oggi il loro numero non è
superiore alle 500 persone e devono fronteggiare la deforestazione del loro territorio, iniziata negli
anni ’50, ed i nuovi insediamenti lungo la frontiera. A partire dagli anni Sessanta l'invasione dei
coloni messicani aumentò spaventosamente: il governo aveva deciso di sfruttare il legname
pregiato e di iniziare prospezioni petrolifere, aprendo nuove strade nella giungla con macchinari
pesanti. Si considerava necessaria e inevitabile la distruzione completa della Selva. A molti
contadini poveri di tutto il Messico vennero offerti titoli di proprietà su scampoli della foresta, a
condizione che vi si trasferissero con le famiglie. Nel 1972 l’antorpologa Trudi Blom e Chan K'in, il
loro capo carismatico, ottennero il riconoscimento da parte del governo messicano relativamente al
possesso nominale di ben 6140 chilometri quadrati di Selva da distribuire ai 66 capifamiglia
lacandoni. Trudi Blom, che vive con la comunità, conosce a fondo i danni che la distruzione della
foresta pluviale può significare per la cultura Lacandona: “ Ho imparato attraverso un’amara
esperienza che non si può proteggere i Lacandones senza salvaguardare la loro foresta. Nella
cultura che regola la vita di questo popolo, ogni animale, pianta e ogni oggetto rituale sono uno
strumento di profezia o di magia. Se la foresta sarà bruciata o gli alberi tagliati per soddisfare la
stupidità e la cupidigia, gli animali spariranno ad uno ad uno: sparirà il giaguaro, il puma, la
scimmia…e con essi l’anima del popolo Lacandone. Non importa quanti di loro rimarranno….se la
loro anima morirà insieme alla loro foresta, tutti noi saremo da biasimare”.
Chan K'in Viejo con Koh Maria, una delle sue due mogli.
La loro storia è stata raccontata da Chan K’in Viejo, il vecchissimo sciamano dei Lacandones di
Nahá. Nacque intorno al 1900 (nessuno conosce la data esatta) e morì il 23 Dicembre 1996. Fu il
“t'o'ohil” (il Grande; il leader spirituale; il Guardiano della Tradizione; il Cantastorie) della
comunità Lacandona di Nahá e ha avuto il merito di aver saputo tenere unita questa piccola
comunità mantenendo inalterata la loro identità. Le sue storie, basate sulla cosmologia Maya,
sono una guida non solo per gli uomini della sua comunità ma per quanti si sono avvicinati a lui e
lo hanno conosciuto. Sarà a lungo ricordato per la sua saggezza e la sua vasta cultura. Quando
parlava lo faceva a voce bassa, con uno sguardo assente, chiuso in un altro tempo e in un altro
mondo, disegnando cerchi e simboli nello spazio tra i suoi piedi ed il fuoco. Sapeva che la loro
foresta, fonte di sopravvivenza per il popolo Lacandone, stava per essere distrutta a causa della
deforestazione e dello sfruttamento delle multinazionali straniere. Disse: “Anche i Lacandones
stanno perdendo la saggezza acquistata in secoli di convivenza armoniosa con la natura. La religione
bianca non insegna il rispetto per la madre selva, né per l'acqua, né per il grande cerchio. Così il
mondo si sta inclinando, la bilancia pende e si dovrà rinnovare. Così sarà”.
Le comunità Lacandone moderne
Dal 1970 le comunità Lacandone sono suddivise in tre gruppi localizzati a Lacanjá Chansayab, nel
sud della Selva Lacandona, e a Najá e Metzabók (Mensäbäk) nel nord. Questa forma di
aggregazione ebbe inizio negli anni ’40, a seguito dello sfruttamento della foresta da parte del
Governo messicano. Con la creazione della Riserva Lacandona, molte delle famiglie che vivevano
nelle zone più remote della foresta furono invitate ad unirsi ad uno dei tre gruppi. In questi nuovi
insediamenti i presbiteriani trovarono un fertile terreno per la evangelizzazione dei Lacandones,
seppure è ipotizzabile che molte famiglie si siano spostate dal nord al sud, e quindi molto più
all’interno della foresta, proprio per evitare questo tipo di evangelizzazione.Furono costruite strade
e fu portata la corrente elettrica. Nonostante queste influenze esterne, i Lacandones tentano oggi
di mantenere intatto il loro stile di vita e la loro tradizione, seppure non è raro che alcune usanze
moderne facciano ora parte della loro vita quotidiana.
Il loro credo religioso è un pantheon di divinità del cielo, della foresta, dell’inferno, molti dei quali
risalgono al periodo Maya. Così come nella cosmologia classica dei Maya, anche i Lacandones
credono in un cosmo formato da vari livelli.
Lacanjá Chansayab (o più semplicemente Lacanjá) si trova in prossimità di della Biosfera di
Monte Azul, presso Bonampak. E’ qui che principalmente vive la comunità del sud. La religione
professata dalla comunità Lacandona di Lacanjá è il protestantesimo.
Metzabók (Mensäbäk), situata su un grande lago circondato da montagne, è la più piccola delle
comunità Lacandone. Nelle vicinanze ci sono molte grotte con pitture preistoriche. E’ qui che
viveva, quasi in isolamento e praticando l’agricoltura secondo la tradizione ancestrale, Jose
Camino Viejo. Laguna Metzabok si trova ia piedi della Sierra Piedron, a nord est della Selva.
Najá, presso il lago omonimo, è la più tradizionale delle tre comunità Lacandone. La poligamia, le
cerimonie in onore degli dei, e il distillato di una bevanda chiamata “la birra degli dei”, sono
alcune delle tradizioni che tuttora sono vive tra questa comunità. A Najá è vissuto Chan K'in Viejo,
la cui personalità carismatica ha sostenuto il popolo Lacandone per circa 3 secoli.
Associazione scientifico-culturale Na Bolom
L’associazione scientifica e culturale “Na Bolom” nasce nel 1951 ad opera di Frans e Trudi Blom.
Da allora ha sviluppato una stretta relazione con il popolo Lacandone. Il loro archivio è la fonte
più attendibile sulla storia e sulla cultura Lacandona. E’ grazie all’interessamento di Trudi Blom
che si è portata all’attenzione del mondo la situazione della Selva Lacandona, quando il Governo
messicano ne decise lo sfruttamento. L’associazione sta cercando di promuovere progetti di
preservazione della cultura di questo popolo, seppure con pochissimi aiuti da parte del Governo
messicano.
Progetto ecoturistico di Bonampack
E’ un progetto che si propone di sviluppare le attività turistiche a beneficio della comunità
Lacandona di Lacanjá Chansayab e della comunità minore di Bethel e San Javier, nei pressi delle
rovine di Banampak. Il progetto principale è nel rendere partecipi, in prima persona, i Lacandones
nello sviluppo delle attività promosse per un turismo ecosostenibile, con la conservazione delle
riserve naturali, delle tradizioni e con lo sviluppo delle risorse economiche alternative.
I TARAHUMARA
Le origini del popolo Tarahumara, anche detti Rarámuri, che nella loro lingua significa “piedi
rapidi”, sono molto controverse. La teoria più accettata è che discendano da una corrente azteca,
insediatasi nel nord del Messico intorno all’anno 1000. La loro lingua infatti è ancora quella
azteca. Molti conoscono dei Tarahumara solo la loro capacità di grandi e instancabili corridori. Ma
il tratto più marcato di questo popolo è un’antica religione che li ha portati a seguire uno stretto
codice morale che impedisce loro di dire bugie e che nel corso della loro storia li ha portati ad
essere incapaci anche di tradire o di fare del male a un qualsiasi membro della loro tribù. Oggi
sono una delle etnie più grandi del nord del Messico e occupano un territorio abbastanza vasto,
nel suggestivo paesaggio della Sierra che da questo popolo prende il nome.
La comunità Tarahumara è formata da poco più di 50.000 persone. Occupano circa un quarto del
territorio dello Stato di Chihuahua, in una delle zone montagnose dai picchi più alti: la Sierra
Madre occidentale, la cui altitudine va dai 1.599 mt slm i 2.400 mt slm.. E’ una terra dura, quasi
inospitale, con un clima che tocca le temperature estreme, sia in inverno (arriva anche a -20°C)
che in estate. La maggior parte degli indiani Tarahumara vive nelle cittadine di Bocoyna, Urique,
Guachochi, Batopilas, Carichi, Balleza e Nonoava. Vestono ancora secondo il loro costume
tradizionale: gli uomini vestono una bandana sulla testa conosciuta come "kowera", “huaraches”
(ndr: tipo di sandali tradizionali fatti con parti di copertone), e camicia larga. Le donne usano una
gonna ampia e blusa larga; i capelli li coprono generalmente con uno sciale e portano una cintura
aggiustata come "pukera".
Subirono l’arrivo dei “conquistadores” dall’Europa e un importante aiuto per la loro sopravvivenza
venne dai Padri Gesuiti, che cercarono di migliorare le loro condizioni di vita. Fra le gole impervie
della Sierra e lungo sentieri che loro soltanto conoscono, si riuniscono nelle grotte ove celebrano i
loro riti ancestrali, dedicati alle deità principali: Rayenari (il dio Sole) e Metzaka (la dea Luna).
Accanto ad essi anche santi della tradizione cattolica, in un insieme mistico e complesso, che dà
vita ad una arcana forma di religiosità.
Luis G. Verplancken, un gesuita che ha vissuto a lungo con loro e che può essere considerato il
loro più profondo conoscitore e storiografo li descrive come leali a Dio, alle loro tradizioni e alla
loro cultura. Sebbene la maggioranza si sia convertita al cristianesimo, non tutti hanno accettato
di essere battezzati. E anche coloro che si sono convertiti hanno mantenuto anche i loro antichi
concetti, introducendoli all’interno del loro nuovo credo. Dio è Madre e Padre e per i Tarahumara il
rispetto verso gli altri è una parte determinante per la loro vita. Ai loro occhi sia l’Uomo Bianco
che i popoli meticci sono più pagani di un non battezzato, poiché da essi sono sempre stati
sfruttati e resi schiavi e depredati delle loro terre. Nella loro religione i rituali ed il simbolismo sono
una carattere marcato. Il loro credo antico non era basato su dogmi o concetti astratti, né lo fu il
loro modo di abbracciare il Cristianesimo. Piuttosto per i Tarahumara è nel quotidiano che si
ricerca l’armonia con la natura e con l’Essere Umano. Riconoscendo nelle loro danze una forma di
preghiera, i Gesuiti introdussero la “Danza dei Matachines”, originaria di Venezia e tuttora in voga
durante il Carnevale e nei giorni di feste religiose. È durante le loro feste e celebrazioni magicoreligiose che i Tarahumara bevono grandi quantità di “tesquiño”, una specie di birra ottenuta dal
mais, la cui assunzione in questi contesti è d'obbligo per consolidare il senso di aggregazione
comunitaria. A questa spesso associano l'uso del peyote. La bevanda è considerata un dono del dio
Onoruame, il 'dispensatore della vita' che a volte viene identificato con il sole, per rallegrare le loro
feste.
Conducono una vita semi primitiva e si alimentano principalmente di mais, fagioli e loro bestiame.
In Inverno vivono in caverne e in estate in piccole capanne di legno. Per il popolo Tarahumara non
esiste la proprietà privata e quindi tutto viene condiviso all’interno della loro popolazione. Nel
rispetto delle loro tradizioni, conducono una vita molto appartata, con pochi contatti con la
cultura occidentale. I Tarahumara praticano ancora il baratto, non usano la moneta messicana e
parlano molto poco la lingua spagnola. Nel 1965 I Gesuiti fondarono un ospedale a Creel per
combattere i malesseri moderni che rischiano di far estinguere la popolazione Tarahumara:
malnutrizione e malattie vanno di pari passi con la mancanza sempre più forte di terre fertili; la
produzione di cibo è scarsa e ha serie ripercussioni sulla vita di questo popolo.
Una nota particolare è che gli indiani Tarahumara riescono a correre per 170 chilometri senza che
la loro pressione sanguigna o il battito cardiaco subiscano alterazioni, veloci come puma. Un
piccolo aneddoto: nel 1928 parteciparono alle Olimpiadi di Amsterdam.
Il fascino di questo popolo resta intatto e forse non è errato credere alla leggenda raccontata dagli
anziani: essa narra di giganti che abitavano la Terra prima che apparisse l’Uomo e che
successivamente perirono per non aver saputo mantenere l’equilibrio del mondo, trasformandosi
nelle montagne della Sierra Tarahumara.
Subcomandante MARCOS
Non si può parlare del subcomandante Marcos senza parlare dell’EZLN (Esercito Zapatista di
Liberazione Nazionale). L'EZLN nasce il 17 Novembre 1983, ma fece la sua vera entrata nel
panorama nazionale e internazionale il 1° Gennaio 1994, lo stesso giorno in cui entrò in vigore il
NAFTA (North American Free Trade Agreement), meglio noto come il Trattato di Libero Commercio
tra Usa, Canada e Messico, che pone quest’ultimo asservito alle leggi capitalistiche del Nord
America. Fu in questo giorno che i membri dell’EZLN irrompono in diverse città del Chiapas e
proclamano la "Prima dichiarazione della Selva Lacandona". Gli Indios del Chiapas, rispetto alle
altre comunità indigene messicane, sono una comunità la cui identità è molto forte: essi infatti
sentono profondamente le loro origini legate alla Madre Terra e per questo è forte il loro orgoglio di
appartenere ad una comunità etnica unica al mondo, dove si preservano le antiche lingue e le
usanze ancestrali. Al grido di "Ya Basta!" gli indigeni dichiarano guerra al presidente Carlos
Salinas e all'esercito messicano. Undici le richieste: lavoro, terra, cibo, salute, educazione,
indipendenza, libertà, democrazia, giustizia e pace, da difendere anche con le armi. La ribellione
zapatista continua ancora oggi. L'EZLN, per la prima volta nella storia, riesce a riunire in una
stessa ribellione le principali etnie del Chiapas: Tzeltal, Tzotzil, Chole, Tojolabal, Mame e Zoque. Il
Movimento raccoglie l'eredità storica della lotta sociale del Messico, iniziata con la guerra
d'indipendenza contro la Spagna; successivamente proseguì con la ribellione contro
l’espansionismo statunitense che altrimenti avrebbe annesso tutto il Paese; la lotta per la
Costituzione e l’espulsione dell'Impero francese; contro la presidenza di Porfirio Dìaz il quale negò
la giusta applicazioni delle leggi di Riforma. Fu allora che il popolo si ribellò e infine scelse i propri
capi: le figure di Villa e Zapata, che della lotta per il popolo fecero il loro modo di vita. Ed è da
Emiliano Zapata che l’EZLN prende il nome. È un movimento armato clandestino, formato da
Indios. Essi vogliono principalmente reclamare i propri diritti, sebbene dai loro comunicati
traspaia anche la voglia di lottare per la democrazia, la libertà e l’uguaglianza per tutti i popoli
latino-americani. Il Movimento è presente soprattutto nello Stato del Chiapas, uno dei più poveri
del Messico. Alla guida del Movimento è il subcomandante Marcos, un giovane intellettuale
convertito alla cultura indigena: è un bianco, ha il volto coperto da un passamontagna, attraversa
la selva del Chiapas a cavallo, sempre con il suo portatile, è intelligente, acuto, ironico, colto. Egli
arrivò nella Selva Lacandona nel 1984. Non si conosce la sua identità sebbene il Governo
Messicano asserisca di averlo identificato in Rafael Sebastián Guillén Vicente, un ex-ricercatore
universitario, figlio di immigrati spagnoli. Marcos ha sempre negato di essere Rafael Sebastián
Guillén Vicente e la famiglia di quest’ultimo ha sempre asserito di non sapere dove egli viva.
Politicamente Marcos nasce con un’ideologia maoista e subì l’influenza della strage d Tlatelolco nel
1968, passando poi al Movimento Zapatista. Un’altra tesi vuole che Marcos sia Jesùs Pietra
Ibarra, un “desaparecido” politico. Il nome "Marcos" sarebbe l'acronimo di alcune delle
municipalità occupate dagli zapatisti nel gennaio 1994: Margaritas, Altamirano, Rancho Nuevo,
Comitán (taluni dicono che invece la C stia per la comunità di Chanal), Ocosingo, San Cristobal.
Il ruolo di Marcos è quello di subcomandante, a capo dell’esercito zapatista, e la pipa ed il
fazzoletto rosso legato al collo lo contraddistinguono dagli altri comandanti, che invece sono eletti
dalle assemblee popolari. L’esercito che egli comanda lotta per ridare vita e dignità alle popolazioni
indigene messicane. Ne emerge un ritratto di chi si è messo al servizio dei perdenti, di quanti sono
schiacciati dalle mire del capitalismo, ma che nella lotta trovano il riscatto alla vita di miseria, e la
volontà di non voler perdere la loro identità di uomini liberi. L’incontro con i movimenti indigeni
del Chiapas trasformò la sua ideologia, basata sugli ideali marxisti e gramsciani. Dal municipio di
San Cristòbal, il subcomandante Marcos ha letto la “Prima dichiarazione della Selva Lacandona”
nella quale si dichiarava guerra al Governo del Messico e annunciava libertà, giustizia e
democrazia per tutti i messicani. La ricerca di un dialogo con il Governo messicano ha portato a
lotte estenuanti che talvolta hanno avuto, come sbocco, l’offensiva militare contro gli Zapatisti del
Movimento. Dopo molte azioni di guerriglia e varie dichiarazioni di Marcos, il 1° Gennaio 2006 è
partita da San Cristóbal una delegazione disarmata, guidata da Marcos in persona, che ha
attraversato tutto il Messico allo scopo di incontrare le diverse realtà locali in un assemblea
itinerante Si vuole con questo costruire una rete di relazioni tra i diversi gruppi della sinistra
extraparlamentare per il raggiungimento di un’autonomia che comprenda anche il controllo locale
sulle risorse del territorio.
Marcos dà voce ai popoli oppressi, spronandoli a non cedere alla globalizzazione del pensiero, a
riaffermare la propria identità, a riappropriarsi della propria memoria, senza cedere al pensiero
che l’unico modello di vita sia quello della cultura occidentale.
La sua capacità di comunicazione, che traspare soprattutto dal suo modo di scrivere i comunicati
politici ed i libri che ha pubblicato, lo porta fuori dal semplice scenario della lotta clandestina ma
lo mette anche sul podio dello scrittore. I suoi personaggi letterari più conosciuti sono “Don
Durito”, espressione della cultura occidentale e novello Don Chisciotte, e “Antonio”, un anziano
che rappresenta il lato indigenza della cultura di Marcos.
I libri scritti dal subcomandante Marcos pubblicati in Italia:
“Dalle montagne del sud-est messicano” (Edizioni Lavoro, 1995)
“Il sogno zapatista” (Mondadori, 1997)
“I racconti del vecchio Antonio” (Moretti e Vitali, 1997)
“Don Durito della Lacandona” (Moretti e Vitali, 1998)
“La spada, l’albero, la pietra e l’acqua” (Giungi editore, 2000)
“Racconti per una solitudine insonne” (Mondadori, 2001)
“Nei nostri sogni esiste un altro mondo. Appunti dal movimento zapatista” (Mondadori, 2003)
“Morti scomodi” (marco troppa editore, 2005)
I GRANDI PERSONAGGI STORICI
Hernán Cortés
(1485 – 1547)
Benito Juaréz
(1806 – 1872)
Massimiliano d’Asburgo
(1832 – 1867)
Carlotta di Coburgo Gotha
(1840 – 1927)
Francisco “Pancho” Villa
(1878 – 1923)
Emiliano Zapata
(1879 – 1919)
Diego Rivera
(1886 – 1957)
Frida Kahlo
(1907 – 1954)
Hernán Cortés (1485 – 2 Dicembre 1547)
"The divine drink which builds up resistance & fights fatigue. A cup of this precious drink permits
man to walk for a whole day without food."
Hernán Cortés
Il suo nome era Hernándo o Fernándo Cortés. Sembra discenda da una nobile famiglia, ma c’è
anche chi lo descrive come un uomo dalle umili origine ma istruito e dedito alla vita militare.
Nasce nella Pastiglia, in Spagna. A 14 anni inizia gli studi all’Università di Salamanca, ma la
frequentò per soli due anni. Nel 1504 si imbarca verso Hispaniola (l’attuale Santo Domingo) dove
restò per circa sei anni, facendo il contadino e poi il notaio della città. Nel 1511 accompagna il
governatore Diego Velasquez nella sua conquista di Cuba. Il loro rapporto era burrascoso tanto
che lo stesso governatore lo mise anche agli arresti. Successivamente nel 1518 Diego Velasquez lo
nomina Capitano di una nuova spedizione: con 11 navi, 608 uomini e 16 cavalli salpa alla volta
del Messico, per riuscire nella terza spedizione di conquista, dopo i falliti tentativi dei capitani
Francisco de Córdoba e Juan de Grijalva. Approda a Cozumel e da lì prosegue verso Tabasco nel
Marzo del 1519. Ebbe subito la meglio sulle popolazioni locali. Fu ben accolto dalla popolazione
locale dei Totonachi, tanto che questa divenne sua alleata nella guerra contro l’impero Azteco. In
quello stesso periodo il governatore Velaquez lo richiama indietro, ma Cortés si rifiuta di eseguire
gli ordini e incendia le proprie navi; fondò Veracruz dove incontrò una donna locale che gli diede
un figlio, Martin. Prosegue la sua marcia di conquista, in nome del Re di Spagna, verso l’allora
capitale del Messico: Tenochtitlán. Cortés fu trattato con grande riguardo. L'impero azteco era
all’apice della sua potenza e della sua espressione artistica, una cultura complessa, caratterizzata
da un lato dall'esaltazione della vita, della bellezza, della natura e delle grandi architetture, e
dall'altro segnata da una cupa religiosità, sottomessa agli eventi naturali, dominata dall'oroscopo e
dai presagi e legata i terrificanti sacrifici umani. Gli Spagnoli rimasero ammirati dall'alto livello di
sviluppo raggiunto dagli Aztechi. L’Imperatore Azteco Montezuma lo accolse con onore, credendo
che Cortés fosse la reincarnazione del dio Quetzalcoatl.(il Serpente Piumato). Ma Cortés lo
imprigionò e lo uccise e dopo un lungo assedio finalmente la città depone le armi. Era il 13 Agosto
1521. Cortés divenne il Governatore della “Nuova Spagna”. La guerra lascia una scia di povertà,
con le popolazioni locali decimate anche dalle malattie che furono portate dagli europei. La ricerca
della ricchezza, personale e per la sua Patria, lo spingerà verso nuove avventure, senza mai
fermarsi. Cortés alla testa dei suoi uomini, partì alla conquista di tutte le terre dominate un tempo
dall’Impero azteco. Egli aveva capito che gli Aztechi erano temuti e odiati da molte delle
popolazioni indigene locali, che essi assoggettavano e le cui vite venivano sacrificate agli dei. Nello
steso periodo un’armata spagnola, guidata da Panfilo Narvaez per ordine di Velasquez, approdò
sulle coste messicane con l’intento di arrestare Cortés. Lasciando il Capitano Pedro de Alvarado a
difesa di Tenochtitlan, Cortés combattè contro Narvaez sconfiggendolo e molti dei suoi soldati
passarono agli ordini di Cortés. Al suo ritorno a Tenochtitlan trovò che gli Aztechi si erano rivoltati
dopo che molti dei loro capi furono massacrati da Pedro de Alvarado. Gli Spagnoli dovettero
ritirarsi. La resistenza azteca terminò nel 1525 con l'impiccagione degli ultimi capi. Per gli Aztechi
la caduta della loro città non fu un semplice episodio militare, ma la fine del "regno del Sole", nato
per sottomettere i popoli che, ai quattro punti cardinali, abitavano il Messico. L'aspetto che più
colpisce della conquista dell'impero azteco è proprio la rapidità e facilità con cui fu effettuata. Il
fattore predominante fu che le popolazioni locali non conoscevano le armi e questo diede agli
Spagnoli una notevole superiorità militare. Questi ultimi, inoltre, disponevano di cavalli che
usavano nelle battaglie. A Cortés non bastò impadronirsi dell’Impero Azteco, ma lo depredò di
tutte le sue ricchezze, sfruttando anche le sue risorse. L’avvenura di Cortés proseguì anche in
Honduras, dove però non ebbe fortuna e la sua salute ne risentì gravemente. Nel 1528 Cortés,
ormai ricco, ma poco stimato per il suo carattere indisciplinato e per alcune presunte irregolarità
amministrative, fu richiamato in Spagna dove Carlo V gli diede il titolo di Marchese del Valle.
Ritornò in Messico dove restò per circa 10 anni. Nel 1540 tornò di nuovo in Spagna dove
accompagnò l’Imperatore Carlo V nella spedizione in Algeria, che si rivelò fallimentare.
Morì a Siviglia il 2 Dicembre 1547. Le sue spoglie furono portare a Città del Messico nella Chiesa
di Gesù Nazareno, nel 1629. Di lui rimangono le cinque lunghe lettere inviate a Carlo V che
compongono la “Relazione della conquista del Messico”, scritte tra il 1519 ed il 1526.
Benito Juárez (1806-1872)
Nacque nel 1806 a San Pablo Guelatao nello Stato di Oaxaca, da una famiglia di contadini
zapotechi. Studiò presso il Seminario di Santa Cruz,unica scuola secondaria che esisteva a
Oaxaca ed era sua intenzione di prendere l’abito talare. Poi però cambiò idea e proseguì gli studi di
legge presso l’Istituto di Scienze ed Arte per meglio difendere i diritti delle comunità indigene.
Entrò in politica e fu eletto deputato del Partito Liberale. Dal 1848 al 1852 divenne Governatore
dello Stato di Oaxaca e intraprese varie riforme nel campo scolastico e civile. Quando però salì al
potere il generale Santa Anna molti liberali, tra i quali Juárez, furono mandati in esilio. Juárez
andò a New Orleans e vi restò finché, dopo la caduta del generale e l’ascesa alla carica di
Presidente del liberale Juan Alzarez, fu richiamato in patria e nominato Ministro della Giustizia e
della Pubblica Istruzione. Con la nuova carica abolisce i privilegi dei militari e delle autorità
ecclesiastiche, cacciando definitivamente i Gesuiti. Fu inoltre nuovamente eletto Governatore dello
Stato di Oaxaca. Nel 1857 vi promulgò la Costituzione e successivamente, sotto la presidenza di
Ignacio Comonfort, fu eletto presidente della Suprema Corte di Giustizia. Ma la Costituzione fu
disconosciuta dai conservatori e ci fu un colpo di Stato durante il quale molti furono messi in
carcere, compreso Benito Juárez. Ne nacque la Guerra della Riforma. Dopo circa tre anni di
Guerra Civile i liberali presero nuovamente il potere e Benito Juárez poté tornare a Città del
Messico. Il 15 Giugno 1861 fu eletto Presidente: per la prima volta dopo secoli un indio guida il
suo popolo. Per risollevare le finanze del Paese, Juárez bloccò il pagamento del debito estero
contratto dai suoi predecessori e avallato dalla Francia. Questa manovra offrì a Napoleone III il
pretesto per invadere il Messico ed imporre sul trono l’arciduca Massimiliano d’Asburgo. Juárez
dovette nuovamente abbandonare Città del Messico e il suo Governo fu disperso in tutte le parti
del Paese. Vi tornò il 15 Luglio 1867 quando Massimiliano fu giudicato e successivamente fucilato.
Nell’Ottobre del 1867 fu nuovamente eletto Presidente della Repubblica e si dedicò a organizzare la
situazione economica del Paese, ridusse l’esercito, organizzò una riforma dell’Istruzione, affrontò le
divisioni tra i liberali. Fu eletto per la terza volta anche nel 1871. Morì il 18 Luglio 1872.
La sua strenua difesa delle libertà umane, che fu da esempio per molti altri Paesi dell’America
Latina, fu soprannominato “benemerito delle Americhe”. È famoso il suo discorso al popolo
messicano: “Messicani, uniamo ora tutte le nostre forze per ottenere e consolidare i benefici della
Pace. Con tutti i migliori auspici, occorrerà fortificare la protezione delle leggi e dell’aurotità per
rispettare i diritti di tutti gli abitanti della nostra Repubblica. Sia il popolo che il governo dovranno
rispettarsi reciprocamente. Tra gli individui, così come tra le nazioni, il rispetto al diritto altrui è la
Pace.”
MASSIMILIANO D’ASBURGO (1832, Vienna -1867, Querétaro) e CARLOTTA DI COBURGO
GOTHA (1840 – 1927)
Massimiliano I Imperatore del Messico nacque a Schönbrunn (Vienna). Secondo figlio
dell’Arciduca Francesco Carlo d’Austria e della principessa Sofia di Baviera. Suo fratello,
Francesco Giuseppe, divenne Imperatore d’Austria (marito di “Sissi”, il cui vero nome era
Elisabetta Eugenia von Wittelsbach, duchessa di Baviera). Massimiliano aveva un carattere
tendenzialmente sognatore e incline all’arte, a differenza del fratello, che era invece metodico e
ligio alle regole. Era cattolico praticante, sostenitore della monarchia assoluta ma con un’apertura
verso il popolo purché questo sostenesse il monarca. Era gentile ed disponibile, seppure sosteneva
la differenza tra le classi sociali. Fu un abile ufficiale di marina e ricevette il suo primo incarico
all’età di diciotto anni. Nel 1857 sposò Carlotta, che aveva appena diciassette anni, figlia di
Leopoldo I del Belgio, nonché nipote del re di Francia Luigi Filippo. Ella sarebbe rimasta una
figura di poco rilievo nella storia se il suo destino, e quello del marito, non si fosse incrociato con
le ambizioni di Napoleone III. Subito dopo le loro nozze Francesco Giuseppe nominò Massimiliano
Vicerè del Lombardo-Veneto, fino a quella data governato dal Maresciallo Radetzky. La giovane
coppia di stabilì a Milano e, nel cercare la simpatia dei loro sudditi, si preoccupò di imparare
l’italiano. Governare tale provincia non si rivelò un compito facile e nel 1859, in seguito ad una
sfortunata guerra, l’Impero Austriaco perse la Lombardia e Massimiliano e Carlotta si ritirarono a
Trieste. La permanenza in questa città fu però un periodo felice e Massimiliano iniziò la
costruzione del Castello di Miramare, uno splendido edificio a picco sul mare in stile normanno.
Fu progettato da Carl Junker e conserva ancora oggi gli arredi e le decorazioni originale dell’epoca.
Non vissero a lungo nel Castello perché nel 1864 Massimiliano ricevette una delegazione di
notabili messicani guidati da Don José Maria Gutiérrez de Estrada. Spinto anche da sua moglie
Carlotta, Massimiliano accettò la malferma corona imperiale del Messico, offertagli per iniziativa di
Napoleone III che, approfittando del caos che regnava nel paese centroamericano, intendeva
crearvi uno specie di protettorato, soprattutto economico, francese. Prima di lasciare
definitivamente l'Europa, Massimiliano e Carlotta si recarono a Roma, dal Papa Pio IX, per
ricevere la sua benedizione.
L’assunzione di Massimiliano al trono del Messico necessita di una premessa storica, per meglio
comprendere le vicissitudini che portarono alla fucilazione dell’Imperatore nel 1867.
Nel 1820 il Messico, che vide i primi coloni spagnoli nel 1521 guidati da Hernan Cortés, era
governato dalla Corona Spagnola e dalla Chiesa. Durante i tre secoli di dominio fu cancellata la
memoria spirituale e materiale della civiltà azteca e le popolazioni indie della Nuova Spagna (così
fu chiamata la nuova colonia) furono convertite, il più delle volte con la forza, al cristianesimo. Il
Messico era il gioiello della corona del Re di Spagna, ma non poté conservarsi a lungo tale a causa
dello sfruttamento pesante delle popolazioni locali e dei coloni, costretti a pagare pesanti tributi
sia alla Chiesa che alla Corona. Nacquero dei forti disagi che portarono alla rivolta. I tre tentativi
di rivolta (nel 1810, nel 1815 e nel 1816) furono soffocati dalle truppe spagnole. Nel 1820 in
Spagna una rivoluzione portò i liberali al potere: questi abolirono l’inquisizione e confiscarono i
beni della Chiesa. Imposero anche al Messico di fare altrettanto ma la Chiesa, vera padrona del
Messico, vedendo vacillare il suo potere temporale, proclamò l’indipendenza dalla Spagna. Furono
quindi i conservatori che dichiararono l’indipendenza dalla Spagna troppo liberale. Il nuovo
governatore del Messico, che assunse il titolo di imperatore, era un creolo, fervente cattolico e
proprietario terriero: il generale Agustin de Iturbide. Nonostante questo non vi fu una stabilità
politica a nel 1823 Iturbide fu detronizzato e fu proclamata la Repubblica per sfociare poi in una
dittatura con il generale Santa Anna. Il Messico entrò in uno stato di guerra civile pressoché
permanente, con un'alternanza tra liberali e conservatori e con un intricato gioco di rivalità
personali interne agli stessi partiti, mantenendo il paese in uno stato di caos ed anarchia
governativa. Si succederanno nei successivi trent’anni non meno di centocinquanta tra colpi di
Stato, rivoluzioni e pronunciamientos militari, che determineranno l’alternarsi di sei regimi
istituzionali, monarchici e repubblicani e una serie di dittature personali. In questo paese
martoriato dalla violenza era nel frattempo nata una figura che aveva saputo dare voce al popolo,
impegnandosi nella politica con il partito liberale: Benito Juaréz. Arrivò ai vertici della politica
promuovendo la riforma agraria, abolendo i tribunali militari e ecclesiastici, unificando
l’amministrazione. Si affermava con Juaréz il principio della laicizzazione dello Stato. Ma il Paese
faticava a trovare una stabilità e per far fronte al deficit finanziario fu sospeso il pagamento degli
interessi per il debito estero. Fu allora che Spagna, Francia e Gran Bretagna intervennero in
Messico a sostegno dei conservatori.
É in questo clima che Napoleone III, nel cercare di ottenere un controllo economico anche sul
Nuovo Mondo, si accorda con Gutierréz, il quale a sua volta era in Europa alla ricerca di un nobile
cattolico che accettasse la corona del Messico. Nessun uomo smaliziato avrebbe accettato la
corona del Messico, un Paese ancora nel caos e quindi la scelta di Massimiliano, profondamente
cattolico, non fu casuale. Napoleone III si dichiarò entusiasta: egli considerava l'arciduca austriaco
un docile fantoccio nelle sue mani.
Massimiliano e Carlotta partirono. Il 27 Maggio 1864 la fregata Novara della Marina Austriaca
attraccò al porto di Veracruz dando inizio ad una avventura politica coloniale che si sarebbe
conclusa tragicamente tre anni dopo.
Massimiliano era tollerante, romantico, e armato di buone intenzioni, ma non aveva alcuna
conoscenza del Paese che si apprestava a governare. La realtà che si pose innanzi ai loro occhi era
ben diversa da quella che era stata loro prospettata. Il paese era ancora nel caos, con l'eccezione
delle poche zone saldamente in mano alle truppe francesi, dove le accoglienze furono trionfali ed
organizzate. L'imperatore era la grande speranza di clericali e conservatori, i quali volevano che
Massimiliano annullasse le riforme liberali del governo di Benito Juárez, ma egli preferì seguire
una linea di governo moderata che gli inimicò molti suoi sostenitori conservatori. Dal canto loro,
anche i liberali gli si opposero con forza poiché il suo impero era stato creato dagli invasori
francesi.
Assurdamente gli unici che manifestarono un sincero entusiasmo per Massimiliano erano gli
indios, che non avevano mai visto migliorare la loro situazione né coi governi clericali, né con
quelli liberali e per i quali l'imperatore biondo e alto venuto da lontano era forse una delle molte
divinità promesse nelle loro antiche leggende. Napoleone III, in Patria, ventilava l’ipotesi di ritirare
le sue truppe dal Messico. L’Imperatrice Carlotta decise allora di mettersi in viaggio per Parigi, per
supplicare l'imperatrice di Francia, Eugenia, moglie di Napoleone III, di non abbandonare
Massimiliano. Ma la coppia non poté o forse non volle fare nulla per Carlotta, la cui stabilità
psichica cominciava a vacillare. Fu portata in Belgio presso la corte paterna e i medici interpellati
non poterono far altro che constatare che la giovane aveva perso la ragione. Per Carlotta era già
inesorabilmente incominciato il lungo periodo dell'infermità mentale che trascorse da reclusa
prima a Miramare e poi nel castello di Bouchout, vicino a Bruxelles.
Intanto in Messico Massimiliano dapprima si preparò alla partenza, ma in seguito fu persuaso a
rimanere e a lottare per conservare la corona. Le forze imperiali furono tuttavia travolte dagli
eserciti liberali e Massimiliano fu catturato e fucilato vicino a Querétaro. Aveva scritto le sue
memorie nel 1865. Alle ore 6.40 del 19 giugno del 1867 Massimiliano morì fucilato. Il giornale
Boletin Republicano del 20 giugno si limitò a pubblicare un trafiletto: "Alle sette del mattino di ieri
l'arciduca Ferdinando Massimiliano d'Austria ha cessato di esistere". Nessuno si era più mosso in
suo favore.
Carlotta e Massimiliano non ebbero figli.
Da leggere:
Massimiliano e il sogno del Messico, di Jasper Ridley, Rizzoli 1993
Il Messico, di Ennio Mercatali, Sonzogno, Milano 1934
FRANCISCO “PANCHO” VILLA (1878 - 1923)
Insieme ad Emiliano Zapata, Francisco “Pancho” Villa (nome di battaglia del rivoluzionario
Doroteo Arango Arámbula fu uno dei simboli della Rivoluzione messicana. Nasce a Durango il 5
Giugno 1878 da una famiglia di poveri contadini. Il suo coraggio leggendario lo mise alla testa di
una potente banda armata facendo di lui una leggenda e dipingendolo come un moderno Robin
Hood. Il suo passato da fuorilegge ha pesato non poco sul giudizio storico, sebbene sia poi stato
dimostrato che in realtà egli condusse un'esistenza legale, con episodi minori di contrasto con le
autorità locali per piccoli furti, mettendo in discussione gli episodi legati al banditismo. La sua
fama da fuorilegge nasce da un episodio legato all’aver rivendicato la violenza subita dalla sorella
da parte del figlio dei padroni dell’hacienda dove la sua famiglia viveva. Prende parte alla
rivoluzione nel 1910-1911, contro la dittatura di Porfirio Diaz, affascinato dal liberale Francisco
Madero, nella lotta per le libere elezioni e la riconsegna delle terre ai contadini. Villa raccolse
accanto a sé un esercito eterogeneo e quando Madero finalmente prende il potere, Villa si ritira a
Chihuahua. Nel 1912 torna alle armi per difendere nuovamente il governo Madero divenendo un
capo carismatico e un dirigente politico e servendo sotto il generale Victoriano Huerta, il quale
successivamente lo condannò a morte per insubordinazione. Nel Febbraio del 1913 un colpo di
Stato porta Victoriano Huerta al potere e Madero fu assassinato. Fu instaurata una dittatura che
provoca una immediata reazione e apre la seconda fase della rivoluzione, nella quale assumono un
ruolo determinante i movimenti popolari e in particolare quello guidato da “Pancho” Villa. Egli si
unisce ai costituzionalisti del movimento progressista di Venustiano Carranza per mettere fine alla
dittatura di Huerta. Si distaccò successivamente anche dalle idee di Carranza, quando questi
divenne presidente, ritenendolo troppo moderato. Tornò a Chihuahua e capeggiò numerose azioni
di guerriglia come rappresaglia contro il riconoscimento del governo di Carranza da parte del
governo di Washington. Abbracciò le idee del rivoluzionario Emiliano Zapata, il quale inneggiava
ad un grande progetto di riforma agraria ed insieme conquistarono il nord del Messico e ne 1914
entrarono trionfanti a Città del Messico. Seguono varie sconfitte da parte delle truppe governative
e inizia il periodo della sua attività di guerriglia, che va dal 1916 al 1920, ma in contemporanea
anche quello della sua "rinascita", da ricondurre a fattori politici generali in larga parte connessi
alle prese di posizione degli Stati Uniti nei confronti dei problemi aperti nel Messico rivoluzionario.
Dopo la morte di Carranza, avvenuta nel 1920 nella rivolta di Agua Prieta che rovescia il suo
regime, Villa decise di venire a patti con il suo successore, Alvaro Obregòn. Ottenne un'amnistia in
cambio della deposizione delle armi e si ritira in una piccola hacienda a Durango. Fu assassinato il
20 Luglio 1923 a Parral, nello Stato di Chihuahua, probabilmente su ordine dello stesso Obregòn e
il suo assassinio segnò una svolta determinante per il sistema politico messicano. Non era Villa
che si voleva uccidere, ma ciò che egli rappresentava: la sua gente, il popolo dei “peones”
contadini, i quali attraverso Villa potevano inseguire il sogno di ribellarsi ad un regime di padroni.
La rivoluzione messicana, non a caso, per il suo carattere popolare, è stata a lungo ritenuta come
la prima rivoluzione sociale del Novecento.
Molto si è scritto su “Pancho” Villa: fu descritto come un uomo violento, un bandito, ma anche
capace di totale lealtà verso coloro che stimava. Fu idolatrato dal suo popolo e le sue gesta furono
narrate in molti documentari, alcuni dei quali interpretati dallo stesso Villa.
Il cinema ha dedicato a “Pancho” Villa moltissimi films, a cominciare dal cinema muto ed è lunga
la lista di coloro che lo hanno interpretato sullo schermo: Telly Savalas, Hector Helizondo, Yul
Brinner, Antonio Banderas.
Da leggere:
"The Life and Times of Pancho Villa" - Freidrich Katz (Stanford University Press, 1998)
Pancho Villa e lo Squadrone Ghigliottina – (Guillermo Arringa, Fazi Editore – 2006)
Pancho Villa e la Rivoluzione messicana – Manuel Plana (Giunti Editore – 1993)
"Villa e Zapata, una biografia della rivoluzione messicana" - Frank McLynn (Il Saggiatore, 2003)
Emiliano Zapata (1879 – 1919)
Emiliano Zapata nasce l'8 agosto del 1879 nel villaggio di Anenecuilco, frazione di Villa de Ayala
nello Stato di Morelos, E’il penultimo di dieci figli di una delle tante famiglie contadine impoverite
dalle “haciendas”, le grandi aziende agricole latifondiste che sono l'asse della modernizzazione
promossa dal dittatore Porfirio Daz. Sa leggere e scrivere e si fa portavoce del suo villaggio che L
otta contro le ruberie dei grandi proprietari terrieri. Parla spagnolo e nahuatl, la lingua degli
antichi messicani. All’età di 16 anni, comincia a lavorare distinguendosi ben presto come buon
agricoltore e gran conoscitore di cavalli. Dotato di una mente inquieta e di una natura
indipendente, non tarda a conquistarsi una posizione di prestigio all'interno della comunità,
diventandone al tempo stesso la sua memoria vivente. Studia antichi documenti coloniali che
dimostrano la legittimità delle rivendicazioni del suo popolo.
Dal 1906 inizia la sua lotta per la restituzione delle terre ai contadini. Dopo vari tentativi di
risolvere legalmente i problemi del suo popolo, Zapata e i suoi cominciano a occupare e a
distribuire le terre. Inizia la lotta armata. Riuscirà a conquistare, una dopo l’altra, le città dello
Stato di Morelos. Nel 1910 organizza distaccamenti guerriglieri che contribuiranno alla vittoria
presidenziale di Francisco Madero. Nel 1911 riesce ad occupare Città del Messico e la consegna
nelle mani di Madero. Le promesse governative non furono però mantenute. L'inevitabile rottura
con Madero si produce in novembre quando, ormai esasperato, Zapata riprende le armi, lanciando
il “piano de Ayala”, un progetto di rivoluzione agraria che galvanizzò i contadini del sud e i settori
progressisti urbani e dove si definisce Madero un traditore e si decreta la restituzione delle terre.
Zapata raccoglie intorno a sé un piccolo esercito di campesinos male armati. Organizza una giunta
rivoluzionaria nello Stato di Morelos. Zapata fa proprio lo slogan Tierra y Libertad, continuando a
scagliarsi contro i latifondisti. Nel “piano di Ayala” Madero è definito un traditore e si decreta la
restituzione delle terre. Zapata scrive “sono disposto a lottare contro tutti e contro tutto”.
Nel 1913 cade il governo di Francisco Madero e sale al potere Victoriano Huerta, un generale
golpista contro il quale Zapata combatté aspramente. Questi fu quindi sconfitto e nel 1914 Città
del Messico viene occupata dalle truppe zapatiste e dalla Divisione del Nord guidata da Pancho
Villa. Le truppe contadine guidate da Zapata e da Villa entrano a Città del Messico trionfanti,
inalberando i vessilli della Vergine di Guadalupe, patrona dei popoli indigeni. I due rivoluzionari
vengono accolti dalla popolazione come trionfatori. Nel 1915, prende forma quel grande
esperimento di democrazia diretta che è stato chiamato la Comune di Morelos dove Zapata si
avvale del contributo di giovani e intellettuali: gli zapatisti distribuiscono terre e promulgano leggi
per restituire il potere al popolo. Tuttavia nello stesso momento, nelle regioni del nord, inizia il
declino della rivoluzione contadina.
Sia Villa che Zapata non erano uomini politici e continuarono i loro scontri contro il governo del
nuovo presidente Carranza, che rappresentava la borghesia agraria del nord e le cui nuove leggi
agrarie non soddisfecero le richieste degli zapatisti. Nel 1917 Villa viene sconfitto dalle truppe di
Carranza e Zapata è costretto a ritirarsi a Morelos. Continua a mantenere la sua armata ma nel
1919, non ancora quarantenne, viene attirato in una trappola e assassinato insieme ai suoi
uomini. Divenne il simbolo della Rivoluzione messicana e della lotta per la terra. E’ considerato un
Eroe Nazionale e molti dei suoi progetti per una più equa redistribuzione delle terre saranno in
parte realizzati dai successivi governi. Zapata aveva una concezione chiara del potere e del
governo, secondo cui la nazione si doveva costruire a partire da un'organizzazione decentralizzata
e federativa, dove gli Stati, formati dai “pueblos” sarebbero stati autonomi e sovrani nelle decisioni
politiche, amministrative e finanziarie. Inoltre le autorità civili dovevano avere maggiore potere
rispetto a quelle militari.
A quasi un secolo dalla sua morte, Emiliano Zapata è ancora presente e vivo nel cuore del suo
popolo. È l’uomo che ha preferito farsi uccidere piuttosto che scendere a
compromessi e che ha mantenuto fede alla promessa di lottare per la
libertà fino all’ultimo. Fu lui che disse “meglio morire sui tuoi piedi che
vivere sulle tue ginocchia”.
Sulla sua vita molto si è scritto e le sue gesta furono proposte in molti
films: ne ricordiamo uno su tutti “Viva Zapata” del 1952, interpretato da
Marlon Brando e che valse la nomination all’Oscar a John Steinbeck per
la sceneggiatura e a Anthony Quinn l’Ocar come miglior attore non
protagonista.
Da leggere:
Storia di Emiliano Zapata - John Womack Jr. (Mondadori, Milano
1977)
Il Messico insorge – John Reed (Einaudi, 1979)
Zapata – John Steinbeck
DIEGO RIVERA (1886-1957)
Josè Diego Rivera Barrientos (1886-1957) fu uno dei più grandi pittori messicani del XX secolo.
Senza dubbio ha dato una nuova impronta all’arte degli affreschi nell’America Latina e negli Stati
Uniti d’America divenendo il leader del movimento murale messicano. Nacque a Guanajuato l’8
Dicembre 1886. Aveva un fratello gemello, Josè Carlos, che però morì all’età di 18 mesi, ed una
sorella più giovane. Con la famiglia si trasferì a Città del Messico e studiò all’Accademia delle Belle
Arti di San Carlos e nello studio di pittura dell’artista Josè Guadalupe Posada, la cui influenza
sull’opera di Rivera fu decisiva. Fece un lungo viaggio in Europa (dal 1907 al 1921), dapprima in
Spagna nel 1907 e poi in Francia, dove incontrò Angelina Beloff che diede alla luce il suo unico
figlio, Diego, nato nel 1916. Ebbe anche una figlia, Marika, nata nel 1919 dalla sua relazione con
Marevna Vorobiena, sebbene non la sua storia con la Beloff fosse ancora in atto.
Conobbe artisti quali Pablo Picasso e Amedeo Modiglioni, con il quale condiviso anche lo studio
d’arte, e a Parigi subì l’influenza del post-modernismo e del cubismo e tra essi si espresse il suo
pensiero artistico. Si dedicò ad uno stile figurativo tradizionale e la parte classica della sua opera
passò attraverso la semplificazione del colore, riuscendo a catturare i momenti più significativi
della storia messicana, reinterpretando il periodo pre-colombiano: la terra, i contadini, le
tradizioni ed i costumi del popolo. In questo periodo Rivera dipinse senza sosta, isolandosi dai suoi
amici di sempre, in una maniera densa di immagini della malattia, reali o immaginarie.
Immediatamente dopo decise di chiudere con il cubismo.
Nel 1920 approdò anche in Italia insieme a David Alfaro Siquieros e insieme iniziarono a studiare
l’arte rinascimentale soprattutto gli affreschi dell’epoca. Fu un fervente attivista politico e gli ideali
rivoluzionari del Messico (vi ritornò nel 1922) furono una delle maggiori fonti di ispirazione per la
sua opera. Iniziò con lui la nuova arte messicana. Lo stesso anno in cui tornò nel suo Paese,
Rivera realizzò “La Creación”, la sua prima pittura murale, nell' Anfiteatro Bolivar della Escuela
Nacional Preparatoria di Città del Messico. Fu qui che Frida Kahlo, giovane studentessa, lo
incontrò per la prima volta. Sposò Guadalupe Marin dalla quale ebbe altre due figlie: Lupe e Ruth.
Nel 1923 si iscrisse al Partito Comunista Messicano. La sua attività politica lo portò a fondare,
insieme ad altri artisti, al Sindacato dei Pittori, Scultori e Incisori Rivoluzionari Messicani. Un suo
quadro vinse un premio nell’esibizione Pan Americana del 1925. Nel 1927 andò in Unione
Sovietica per partecipare al decimo anniversario della Rivoluzione dì Ottobre. Quando tornò in
Messico divorziò dalla moglie, Guadalupe Marin, e sposò Frida Kahlo nel 1929. Nello spetto anno
divenne il Direttore dell’Accademia d’Arte di San Carlos, dalla quale era stato espulso più di venti
anni prima. Iniziò a dipingere i murales che adornano lo scalone del Palazzo del Governo a Città
del Messico, terminandoli nel 1935.
Il suo matrimonio con Frida Kahlo fu tempestoso e difficile. Divorziarono una prima volta ma,
incapaci di stare lontano l’uno dall’altra, si sposarono nuovamente. Rivera restò al fianco della
Khalo fino alla sua morte, avvenuta nel 1954.
Tra il 1931 ed il 1933 Diego Rivera soggiornò negli Stati Uniti d’America e tra le opere più
importanti vanno ricordate: Allegoria della California, presso il Luncheon Club di San Francisco;
Construcción de un fresco, presso la California School of Fine Arts; pitture murali per il
Rockefeller Center e per la Scuola dei Lavoratori di New York. Nel 1933 Rivera, il cui spisrito
provocatorio era sempre presente, dipinse “El hombre en una encrucijada” dove inserì un ritratto
di Lenin. Le critiche della stampa americana furono violente e il murale fu coperto per impedirne
la vista al pubblico e Nelson Rockefeller decise successivamente che il murale andava distrutto.
Rivera non abiurò mai il suo impegno politico che faceva parte della sua creatività artistica. Una
versione del medesimo murale fu realizzata nel 1934 nel Palazzo Nazionale delle Belle Arti a Città
del Messico.
Diego Rivera morì per un attacco cardiaco il 24 novembre 1957 a Coyoacán: contro le sue ultime
volontà, venne sepolto alla Rotonda de los hombres Ilustres del Panteón civile di Dolores a Città del
Messico.
La dedizione che mise nella creazione dei suoi murales, tale da restare per giorni e giorni sui
ponteggi, narrano le vicende del suo popolo, dei “peones” e della loro vita. Riuscì a portare
all’esterno il proprio pensiero, avvalendosi di una tecnica descrittiva ricca di colori e di simbolismi,
ma vicina al pensiero semplice dell’uomo da sempre reso schiavo dei potenti. Fu un rivoluzionario
e le sue opere sono permeate dal suo pensiero politico: egli volle che tutti potessero conoscere i
suoi quadri, dal chiaro contenuto sociale e condivide quindi la sua arte. I suoi personaggi, a volte
severi, formano tutti insieme gruppi compatti, attraverso i volumi ed i colori. Molto spesso nei suoi
affreschi raffigura la Rivoluzione Messicana e i suoi ideali marxisti e leninisti, ponendo nei suoi
quadri le figure dominanti della Rivoluzione Messicana (Hidalgo, Benito Juarez ed Emiliano
Zapata), accanto a Karl Marx e Lenin.
Da leggere:
Diego Rivera e Frida Kahlo, a cura di Christina Burnus, Ed. Fondation P.Gianadda
Martigny 1998
FRIDA KAHLO (1907 – 1954)
Fu una delle più carismatiche e controverse figure della storia moderna messicana. La sua arte
nasce dal suo stesso corpo, dal suo dolore. Una vita emotivamente intensa, al di fuori di ogni regola,
che si schiude nel momento in cui incontra, per la prima volta, il pittore Diego Rivera.
Nasce il 6 Luglio 1907, a Città del Messico, nel quartiere do Coyoacán, nella “casa azzurra”, che
ancora oggi è visitabile ai turisti. La madre, Matilde Calderón y González discende da una famiglia
di generali spagnoli. Il padre, Wilhelm, era nato a Baden-Baden, figlio di ebrei ungheresi emigrati
in Germania e faceva il fotografo. La sua vita fu costellata da eventi dolorosi che le forgiarono un
carattere ribelle ma estremamente vivo e passionale. A sei anni fu colpita dalla poliomielite: la sua
gamba destra divenne esile ed il piede rimase più piccolo dell’altro. Fu in questo periodo che si
rafforzò il legame con il padre, il quale, durante la lunga convalescenza, la curò in modo
particolare. Nel 1922 si iscrisse alla “Escuela Nacional Preparatoria”, una scuola ritenuta,
all’epoca, tra le migliori del Messico. In quel periodo iniziò il suo sostegno alle idee socialistenazionaliste del Ministro della Pubblica Istruzione José Vasconcelos. Molti dei suoi compagni di
corso divennero poi leaders della sinistra messicana. In questi anni dipinse molti ritratti, esempi
dei suoi primi passi nel mondo della pittura. Fu in questa scuola che Frida Kahlo incontrò per la
prima volta Diego Rivera, l’uomo al quale la sua vita fu indissolubilmente legata fino al giorno
della sua morte prematura. In quell’anno, era il 1922, Diego Rivera preparava il suo primo
murales.
La Kahlo volle mostrargli alcuni dei suoi ritratti e lo stesso Rivera ne rimase colpito: quelle tele
trasmettevano una straordinaria forza espressiva, ricca di sensualità dove i particolari erano colti
e riportati sulla tela per esprimere la realtà nella sua forma più tonda e viva.
La vita della Kahlo ebbe una dolorosa svolta nel 1925: mentre tornava da scuola l’auto sul quale si
trova si scontrò con un tram. Ci furono alcuni morti ed ella rimase gravemente ferita, riportando
ferite al bacino e alla schiena che le procurarono negli anni a venire forti e permanenti dolori. Fu
sottoposta a ben oltre trenta operazioni, che le mostrarono la vita da un’altra angolazione. Questa
sua situazione, sempre al limite della sopportazione del dolore, traspare in quasi tutta la sua
opera successiva. Per anni fu costretta a portare busti a sostegno della colonna vertebrale
compromessa. Uno di questi si trova nella sua casa-museo a Coyoacán. Fu allora che iniziò a
dipingere, trattando i colori come se fossero sensazioni vive con le quali ricreare i suoi stati
emotivi. Per esprimere le sue idee, la Kahlo creò un proprio linguaggio pittorico e figurativo, con
una sintassi personalissima, che passa attraverso una metafora esplicita. I ritratti, molto dei quali
raffiguranti se stessa in varie forme, presentano molti elementi tratti dalla vita dell’artista: il
rapporto con suo padre, il suo stato di salute, il suo rapporto con il marito Diego Rivera. La lunga
degenza a letto la costrinse ad un percorso interiore profondo e rappresentò temi riguardanti
soprattutto l’universo femminile. Infranse tabù riguardanti il corpo e la sessualità e la scampata
morte la indusse ad una ricerca interiore più consapevole. Ci fu il periodo in cui vestiva con abiti
maschili, sfidando le regole comuni, dando di sé l’immagine di donna indipendente e
straordinaria. Successivamente indossò il costume tradizionale Tehuantepec, ricco di ornamenti e
colori, testimone di un mondo matriarcale. Non smise mai di indossare questi costumi, divenendo
la personificazione dello “spirito nazionale”.
Sposò Diego Rivera nel 1929 e durante i primi anni di matrimonio lo seguì anche negli Stati Uniti,
poiché a Rivera, all’apice della sua carriera, furono commissionati molti murales. Gli Stati Uniti
rappresentavano all’epoca un mercato d’arte più sviluppato di quello nazionale. In quegli anni
Frida Kahlo realizzò il primo quadro raffigurante lei ed il marito: “Frida Kahlo e Diego Rivera”. E’
resa in modo evidente la differenza di grandezza tra i due e la Kahlo dà di sé l’immagine semplice
ma intensa di moglie. A causa delle sue non floride condizioni di salute, la Kahlo non riuscì a
portare le sue gravidanze. Raffigurò l’evento drammatico dell’aborto in uno dei suoi quadri più
famosi: “Henry Ford Hospital o il letto volante” (1932): il senso di solitudine e abbandono
traspaiono dagli spazi aperti e il dolore per la perdita del figlio vengono qui rappresentati con un
simbolismo crudo: un feto, il sangue, tre corde rosse che sembrano cordoni ombelicali.
La vita coniugale di Frida Khalo e Diego Rivera fu turbolenta e segnata da momenti di profonda
crisi, dovuti soprattutto all’infedeltà mai nascosta di Rivera, che ebbe una relazione anche con
Cristina, sorella di Frida Kahlo. Il loro rapporto si incrinò, era il 1935, e la Kahlo iniziò ad avere
rapporti con altri uomini e con donne.
Nel 1936 scoppia la guerra civile in Spagna e Frida Kahlo riprese il suo impegno politico, fondando
un comitato di solidarietà. Nel 1937 conobbe Lev Trotzkij e la moglie e le due coppie si
frequentarono assiduamente. Ebbe una breve storia d’amore con Trotzkij. Fu solo nel 1938 che la
carriera artistica di Frida Kahlo ebbe una svolta e iniziò a vendere i suoi quadri. Allestì la sua
prima mostra personale in America. In quegli anni le Gallerie d’Arte d’Avanguardia era rare e la
mostra fu un evento culturale di rilievo. In seguito fu molto apprezzata e dipinse un quadro anche
per Clare Boothe Luce (Ambasciatrice USA in Italia nel 1953, durante il mandato del presidente
Dwight Eisenhower). Seguì una nuova crisi nella vita coniugale con Diego Rivera, che portò la
Kahlo anche in Europa. Divorziarono nel 1939. Il suo dipinto “Le Due Frida” esprime molto bene il
malessere di quel periodo, lasciando trasparire il profondo dolore per la perdita del marito. Si
risposarono nel 1940 a San Francisco. Iniziò un periodo più tranquillo e sereno. Durante la
Seconda Guerra mondiale si riavvicinò a partito comunista e crebbe la sua fama, nonostante il
suo Paese stesse attraversando un periodo politico in netta contrapposizione con le idee della
pittrice. Le fu anche proposto un posto di insegnante nella scuola d’arte “La Esmeralda”. I
continui dolori alla colonna la costringono ad insegnare dalla sua casa di Coyoacán. Ancora una
volta i suoi quadri manifestano il suo dolore: il volto duro, impassibile, rigato da lacrime ed i
chiodi conficcati nella sua carne, a rappresentare le fitte dolorose che le trafiggono il corpo (“La
Colonna Rotta”, autoritratto del 1944). Le sue condizioni peggiorarono e nel 1950 subì altre sette
operazioni alla colonna vertebrale. Trascorse molto tempo dei suoi anni successivi su una sedia a
rotelle. Cambiò il suo modo di dipingere, o meglio i suoi soggetti, che ora erano principalmente
nature morte. Negli ultimi anni della sua vita sentì inoltre l’esigenza di dipingere cercando di dare
un senso politico alla sua opera, per il partito e per la rivoluzione. Ma i farmaci che era obbligata a
prendere le impedivano di dipingere con tratto sicuro e accurato. Muore nel 1954 per un’embolia
polmonare. Anche la sua morte, come lo fu la sua vita, fu un avvenimento spettacolare: la sua
bara fu ricoperta dalla bandiera rossa del partito comunista, provocando reazioni e tumulti
pubblici. L’urna con le sue ceneri si trova nella “casa azzurra”, donata da Rivera al popolo
messicano per farne un “museo pubblico”.
Tutta la sua opera è permeata dall’arte popolare messicana e dalla cultura precolombiana. Molti i
riferimenti alla tradizione popolare, tuttora viva in Messico, e ad alcuni simboli animasti.
Nonostante vi siano anche molti simboli surrealisti, l’opera di Frida Kahlo non si stacca mai dalla
realtà, con la quale mantiene sempre un legame, attraverso un simbolismo quasi tangibile (la
pittura votiva).
Da leggere:
Carlo Fuentes e Sarah M. Lowe “Frida Kahlo: autoritratto intimo” Leonardo, 1995.
Hayden Herrera “Frida: Vita di Frida Kahlo” La Tartaruga edizioni, Milano 1993.
Fly UP