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EGITTO Country Risk - Geopolitical review

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EGITTO Country Risk - Geopolitical review
ISSN 2421-4272
Geop
litical Risk Analysis
©
EGITTO
COUNTRY RISK
N. 3 - Ottobre/Novembre 2015
Geopolitical Risk Analysis
I Geopolitical Risk Analysis tracciano la reale situazione sul campo del Paese
considerato, analizzando tutti gli aspetti del "sistema paese" e individuando gli
assetspecificirelativiairischipresiinesame.Inoltreanalizzanolestrategiefuture
cheipolicymakerspotrebberomettereinattoperfarfronteallacrisiequalorasia
possibiletentanoditracciarelestrategiealternativeegliscenarifuturibili.
Geopolitical Review ©
www.geopoliticalreview.org
Geopolitical Risk Analysis©
N. 3 - Ottobre/Novembre 2015
Egitto Country Risk
ISSN 2421-4272
Antonio Lamanna
Direttore responsabile delle pubblicazioni
Gaetano Mauro Potenza
Project Manager GRA
è una collana di
Geopolitical Review
Pensiero Storia e Attualità Geopolitica
www.geopoliticalreview.org
[email protected]
Rivista online edita da
The Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence
www.alphainstitute.it
[email protected]
Roma - Enna, Italy
La riproduzione di parte di questo lavoro è permessa utilizzando i seguenti riferimenti:
Egitto Country Risk, in Geopolitical Risk Analysis n.3, Ottobre/Novembre 2015,
Geopolitical Review (www.geopoliticalreview.org)
Quest'opera è rilasciata con Licenza Creative Commons // Attribuzione - Non
commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia
Geopolitical Review ©
www.geopoliticalreview.org
EGITTO Country Risk
Geopolitical Risk Analysis
Ottobre/Novembre 2015
EGITTO
Country
Risk
Ottobre/
Novembre 2015
Contenuti
Executive Summary
A cura di:
Antonio Lamanna
Gaetano Mauro Potenza
Quadro socio-politico egiziano
Situazione nel Sinai
L’agenda estera egiziana tra Siria e
Libia
Autori in ordine alfabetico:
Emanuele Bussi
Luca Grieco
Tania Kocheva
Le Relazioni Italo-Egiziane
Conclusioni
Egitto Country Risk
Executive Summary
Se da un lato l’Egitto prova in tutti i modi ad alimentare una legittimazione interna ed una saldatura
del potere delle istituzioni tramite consensi internazionali, la situazione nei confini, ed in special
modo in Sinai, lo rendono un Paese esposto a rischi concreti.
La percentuale di ingresso nel Paese di estremisti è molto alta sia dal servante libico sia in quello
siriano e nel Sinai.
La politica estera perseguita dal Paese dimostra come il Cairo voglia diventare la Potenza
Regionale nell’area, soprattutto alla luce della mediazione delle controversie nella striscia di Gaza
e nel porsi come mediatore nella crisi siriana.
Fare in concreto il gioco dei Russi in Siria sta portando il Paese sotto la sfera di influenza del
Cremlino cosa che sta, pian piano, innervosendo gli Usa sia per le politiche nei riguardi della Siria
sia sul versante libico poiché il Cairo sembra ignorare il diktat di Washington che ha affidato di fatto
il dossier Libia alle cure di Roma.
I rapporti con l’Italia si configurano “ipocriti” per l’interdipendenza economica molto rilevante per
entrambi i Paesi ma convergenti sulle risoluzioni degli hot spot mediterranei: Libia e Siria.
Dalle mosse sbagliate di Roma nei confronti dei due conflitti potrebbero dipendere gli interscambi
commerciali egiziani che si collocano al primo posto come partnership nel bacino mediterraneo.
Tuttavia ormai è centrale la posizione egiziana in Siria ed ancor di più in Libia e diventa di vitale
importanza per Roma definire una politica in merito che non la escluda dai giochi nel Mediterranei.
Di seguito un Risk Rating che riporta graficamente i rischi per l’Italia in relazione al comportamento
dell’Egitto di fronte ad alcuni asset strategici.
Geopolitical Risk Analysis 1
Egitto Country Risk
Geopolitical Risk Analysis 2
Egitto Country Risk
Quadro socio-politico egiziano
L'Egitto, dopo gli eventi legati al fenomeno della Primavera araba, ha conosciuto un periodo di grave
crisi politica e istituzionale, che ha dapprima portato alla fine della dittatura di Hosni Mubarak, poi
all'affermazione della Fratellanza Musulmana con l'elezione del presidente Mohamed Morsi,
seguita infine dal ritorno al potere dei militari nella figura dell'attuale leader Abdal-Fatah al-Sisi.
Tali turbolenze hanno fatto sì che anche l'Egitto divenisse un luogo di proliferazione di forze
estremiste, localizzabili soprattutto nella penisola del Sinai, alcuni dei quali hanno pubblicamente
manifestato, dopo la fondazione del Califfato, il proprio legame con l'ISIS, tanto da dichiarare il
Sinai provincia dello Stato islamico. L'importanza di tale collegamento ideologico tra le sigle
egiziane e la formazione jihadista sta nella rilevanza del Cairo quale fattore di stabilità dell'area
mediorientale. Fu infatti l'Egitto, allora guidato da Anwar al Sadat, il primo Paese della regione a
riconoscere Israele, ponendo fine alla lunga serie di guerre arabo-israeliane le quali avevano
caratterizzato il Medio Oriente dal 1948. Inoltre, proprio l'Egitto si è proposto come mediatore in
numerosi tentativi di colloqui di pace tra Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese.
Il continuo stato di guerra civile in cui il Paese era caduto ha minato la relativa stabilità del sistema
economico egiziano e l'inflazione, arrivata a picchi del 13%, si è attesta nel 2013 al 9%. Il settore
primario continua a essere al centro dell’economia nazionale. Tuttavia l’economia ha iniziato negli
ultimi periodi ad essere rilanciata soprattutto attraverso la cooperazione economica con i Paesi
mediterranei: oggi l’Egitto è il primo produttore cotoniero del continente e fra i primi dieci a livello
mondiale, il cui polo industriale si sviluppa tra il Cairo, Alessandria e 6th October City, in cui si
concentra una rilevante produzione automobilistica. Di recente costruzione sono invece le centrali
termiche al Cairo, Alessandria, Nag’Hammadi e Damanhûr, e si sta sviluppando l’energia solare. I
principali partner commerciali sono Stati Uniti, Germania, Arabia Saudita e Italia. Per quanto
attiene al settore dei servizi, la recente crisi politica e sociale ha considerevolmente affossato il
turismo, risorsa inestimabile per il Paese.
Situazione nel Sinai
Con particolare riferimento alla situazione nel Sinai, la penisola egiziana rappresenta una regione
strategica per la posizione dominante nel Mar Rosso, soprattutto perché rappresenta la sponda
orientale del Canale di Suez che collega tale bacino al Mediterraneo e attraverso cui passa
un'importante quota di merci e di greggio da e verso il Golfo Persico e l'Estremo Oriente. Proprio la
vicinanza con la regione palestinese ha creato difficoltà al governo del Cairo a causa della sua
permeabilità al transito di armi e guerriglieri, i quali hanno creato una serie di tunnel che
comunicano con entrambi i lati del confine. Ritornata all'Egitto nel 1982, dopo il ritiro di Israele
Geopolitical Risk Analysis 3
Egitto Country Risk
che la controllava fin dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967, la penisola è caratterizzata da un terreno
desertico e montuoso, che ne ha influenzato profondamente l'andamento economico e
demografico. Con riguardo al secondo aspetto, il Sinai conta circa 600.000 abitanti, di cui 160.000
localizzabili nel sud della penisola. Inoltre, nella penisola si trova una consistente popolazione
beduina, raggruppata in quindici tribù residenti in altrettante aree della regione e i cui rapporti sono
disciplinati da accordi e tradizioni intertribali. Una menzione particolare merita la città di Al-Arish,
nel nord del Sinai, la cui popolazione (circa 160.000 abitanti) è composta per un terzo da palestinesi
rifugiatisi in Egitto a partire dal 1948, oltre ad una quota di discendenti di immigrati balcanici
trasferitisi nel Sinai durante la dominazione ottomana.
Per ciò che concerne la popolazione beduina, tra le tribù più importanti vi sono i Sawarka e i
Rumaylat nel nord-est della penisola lungo la costa mediterranea, i Masa'id, i Bayyadiyya e i
Dawaghra ad ovest, i Tayaha, gli Ahaywat e gli Azazma nel centro. A sud, il gruppo più numeroso è
quello dei Tuwara, una confederazione di tribù che include gli Alayqa, gli AwladSa'id ed i Muzayna.
A partire dal 1982, il Governo del Cairo ha deciso il trasferimento di parte degli abitanti della Valle
del Nilo verso il Sinai, con lo scopo di sostenerne lo sviluppo economico e demografico. Questo,
tuttavia, è avvenuto a discapito delle tribù beduine lì residenti, le quali non hanno potuto trarre
vantaggio dall'apertura di molte località al turismo internazionale, né dalle nuove opportunità
offerte dal trasporto di petrolio e gas naturale, a causa di una marginalizzazione politica e sociale.
La discesa jihadista nel Sinai
Le tensioni esistenti tra le tribù beduine ed il governo del Cairo hanno inoltre minato i tentativi
operati da quest'ultimo per stabilizzare la penisola, sebbene a partire dal 2011 fosse sembrata
possibile una cooperazione tra le due parti volta a contrastare il terrorismo di matrice salafita. In
particolare, dopo la deposizione di Mubarak, i beduini hanno collaborato dapprima con il Consiglio
Supremo delle Forze Armate e poi con il governo della Fratellanza Musulmana, tanto da permettere,
nel mese di maggio 2013, il rilascio di sette soldati egiziani rapiti in Sinai.
Tuttavia, tale collaborazione non ha portato ai benefici che la popolazione beduina sperava di
ottenere, lamentando, al contrario, numerose vittime a causa degli scontri tra le truppe del Cairo e
i jihadisti salafiti. In aggiunta a ciò, il 4 ottobre 2013, il gruppo Al-Salafiyya Al-Jihadiyya ha diramato
un comunicato, con cui ha intimato alla popolazione sinaitica di non cooperare con le forze armate
egiziane, pena una condanna capitale per apostasia. Le tribù si sono quindi trovate in una
situazione per cui da un lato i vari governi che si sono succeduti in Egitto a partire del 2011 non
sono stati in grado di rispondere positivamente alle rivendicazioni della popolazione beduina,
mentre dall'altro il terrorismo salafita ha conosciuto una rapida ascesa ed un altrettanto rapida
affermazione nella penisola. Tutto ciò ha fatto sì che, alla fine del 2013, solo poche tribù stavano
Geopolitical Risk Analysis 4
Egitto Country Risk
ancora effettivamente cooperando con Il Cairo. Inoltre, al fine di minare ulteriormente ogni
possibilità di collaborazione tra l'esercito e la popolazione locale, proprio i gruppi salafiti hanno
iniziato una propaganda volta a denunciare la discriminazione subita dalle tribù. Questo ha
permesso alle organizzazioni jihadiste di reclutare molti giovani beduini, dando il via ad una
trasformazione radicale nei rapporti di forza interni al Sinai, in favore delle organizzazioni islamiste.
In tal senso, può essere esplicativa l'analisi delle elezioni svoltesi nel 2012 per il rinnovo del
Parlamento del Cairo per la scelta del nuovo Presidente dopo la caduta di Mubarak.
Con riguardo alla situazione del Sinai, in entrambe le elezioni si è assistito ad una netta divisione
tra il Nord e il Sud della penisola, con il primo nettamente a favore delle formazioni legate ai Fratelli
Musulmani ed ai movimenti salafiti, ed il secondo più favorevole ai candidati espressi dai partiti
tradizionali. In particolare, nel caso delle elezioni presidenziali, nel Sinai settentrionale il candidato
dei Fratelli Musulmani, Mohammad Morsi, ha ottenuto un'ampia maggioranza di consensi, mentre
nel Sinai meridionale, è stato il Primo Ministro uscente, Ahmed Shafiq, ad ottenere il maggior
numero di voti. A ciò va aggiunto che il senso di alienazione denunciato dai beduini è stato generato
anche dal fallimento dei governi del Cairo di rispondere alle esigenze socio-economiche della
popolazione indigena. Soprattutto durante l'era di Mubarak rano stati abbandonati i piani di
sviluppo avviati all'epoca del governo di Sadat, mentre lo sviluppo dei resort turistici lungo la costa
meridionale del Sinai è stato visto dai beduini come tendente a beneficiare gli immigrati dalla Valle
del Nilo, spingendo la popolazione autoctona sempre più all'interno della penisola. Allo stesso
modo, anche l'installazione della Arab Gas Pipeline è stata avvertita come una spoliazione della
terra tradizionalmente occupata dai beduini.
Il gruppo terrorista più importante tra quelli in azione in Sinai è il cosiddetto Wilayat Sinai (Provincia
Islamica del Sinai), legato, dal 2014, allo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi. Questa sigla
deriva da una precedente formazione sorta nella penisola egiziana nel 2011 e nota con il nome di
Ansar Beit al-Maqdis. L'ABM era nato sulla scorta delle rivendicazioni autonomiste dei beduini del
Sinai, ma profondamente influenzato dalla dottrina salafita.
Prima del giuramento di fedeltà al Califfato, le operazioni dell'ABM erano dirette contro obiettivi
militari e installazioni petrolifere, limitando però il proprio raggio d'azione alla penisola del Sinai,
data la vocazione localistica. Dopo lo spartiacque rappresentato dall'adesione all'ISIS, il neonato
Wilayat Sinai ha manifestato tattiche e strategie comunicative più sofisticate, evidenziando
l'influenza subita da parte dello Stato Islamico nella direzione di una escalation tanto dal punto di
vista operativo quanto da quello mediatico. In quest'ultima categoria vengono annoverati tutti
coloro che, sebbene siano musulmani e a prescindere dall'appartenenza allo sciismo o al sunnismo,
non aderiscono alla dottrina salafita. Allo stesso tempo, in Sinai sono attivi gruppi legati ad Al
Qaeda. Tra questi, uno dei più importanti è Ansar al-Sharia, attivo in tutto il Nord Africa. La nascita
di questa sigla può essere fatta risalire al 2011 in Yemen, come emanazione dell'organizzazione
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Egitto Country Risk
nota come Al Qaeda in Arab Peninsula (AQAP). In quell'occasione, Shaykh Abu Zubayr Adil bin
Abdullah al-Abab, leader religioso dell'AQAP, utilizzò per la prima volta l'espressione Ansar alSharia per identificare il brand con cui esportare la missione e gli obiettivi del gruppo. In Egitto
l’ideologo della formazione è Shaykh Ahmad Ashush, il quale emise una fatwa contro coloro che
furono coinvolti nella produzione del film “L'innocenza dei musulmani”.
Le proteste che esplosero sulla scia della distribuzione online del lungometraggio raggiunsero il
culmine con l'attacco all'Ambasciata USA a Bengasi, rivendicato dalla branca libica di Ansar alSharia, e in cui perse la vita l'Ambasciatore Chris Stevens. Altri gruppi attivi in Sinai sono il
Mujahideen Shura Council (MSC) e il Mohammad Jamal Network (MJN). Il primo, con base a Gaza,
è stato fondato nel 2012 e rappresenta una sigla comprendente diversi gruppi jihadisti. Il MSC si
oppone al trattato di pace siglato da Egitto e Israele nel 1979 e mira soprattutto a obiettivi ebraici.
In particolare, questo gruppo è considerato responsabile di un attacco effettuato con ordigni
improvvisati lungo il confine israelo-egiziano a giugno 2012 e per i lanci di missili contro le città
israeliane di Eilat e Sderot nel 2013.
Anche il Mujahideen Shura Council ha legami con l'ISIS, verso il quale ha manifestato il proprio
sostegno nel mese di febbraio 2014. A sua volta, il MJN ha legami con Al Qaeda nel Maghreb
Islamico (AQIM) e con Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) e deve il proprio nome a quello del
fondatore, Mohammad Jamal Abu Ahmad, un militante locale che fu imprigionato durante il
governo di Hosni Mubarak e rilasciato nel 2011. Fino al 2012, Mohammad Jamal è stato il leader
di una cellula terroristica nel distretto di Nasr City, al Cairo.
Inoltre, il MJN è sospettato di aver organizzato campi di addestramento anche fuori dal territorio
egiziano. In tal senso, alcuni degli attentatori che avevano colpito l'ambasciata USA a Bengasi
sarebbero stati addestrati nei campi libici di MJN. Quindi, visto il numero di gruppi terroristici
presenti in Siria e, più in generale in Egitto, il paese nordafricano è classificato tredicesimo tra gli
Stati più a rischio, secondo il Global Terrorism Index, elaborato dall'Institute for Economics and
Peace prendendo in esame l'impatto diretto e indiretto del terrorismo in 162 paesi, in termini di
decessi, feriti, danni alle proprietà ed effetti psicologici subiti dopo un attentato.
La risposta del Cairo alla crisi nel Sinai
In risposta ad una tale proliferazione di sigle terroriste, i governi egiziani hanno seguito due diversi
approcci a partire dal 2011. Più nel dettaglio, tra il 2011 e il 2013, il Consiglio Supremo delle Forze
Armate (CSFA) aveva ripreso le negoziazioni con i leader delle tribù beduine, incontrando, però,
resistenze da parte delle forze di sicurezza che temevano per la stabilità dell'Egitto. Allo stesso
tempo, a metà 2011, il CSFA ha lanciato l'Operazione Eagle-I, la più imponente missione militare
del Cairo in Siria a partire dalla guerra dello Yom Kippur del 1973, al fine di allontanare i gruppi
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Egitto Country Risk
salafiti dai centri urbani. Dopo l'elezione di Mohammad Morsi alla Presidenza della Repubblica nel
2012, il nuovo governo del Cairo, da una parte ha sottolineato la propria volontà di dare risposta
alle rivendicazioni socio-economiche delle tribù beduine, mentre dall'altra ha mantenuto anche
l'approccio militare, dando il via, a metà 2012, all'Operazione Eagle-II, con lo scopo di proteggere il
Canale di Suez ed eliminare i gruppi islamisti. Con la destituzione di Morsi nel 2013 e il ritorno al
potere delle forze armate, la nuova amministrazione ha deciso di seguire un approccio più
aggressivo, posto in essere con numerosi arresti e severe misure di sicurezza. Nel mese di ottobre
2014, ad esempio, il governo del Cairo ha imposto lo stato di emergenza in Sinai e ha dato il via alla
distruzione delle abitazioni situate lungo il confine con la Striscia di Gaza per crearvi una zona
cuscinetto.
L’agenda estera egiziana tra Siria e Libia
L’Egitto occupa una posizione strategica come un ponte di terra tra due continenti e un
collegamento tra due principali corsi d'acqua, il Mar Mediterraneo e l'Oceano Indiano. La sua
sicurezza è legata sostanzialmente al controllo del Nilo, sulle cui acque dipende la sua
sopravvivenza strategica. Questo ha spinto il Paese ad intrattenere legami storici con il Sudan e ha
cercato relazioni soddisfacenti con gli Stati sui confini meridionali come Uganda e Zaire. In epoca
contemporanea Israele, sostenuto da una superpotenza, è stato percepito come la più grande
minaccia alla sicurezza egiziana, bloccando l’accesso a Est giacché si trova sol confine orientale
con il Paese.
L'ascesa di Abdel Fattah al-Sisi al potere ha comportato alcuni importanti cambiamenti strategici
negli affari esteri egiziano. I principali obiettivi che dettano la politica estera del governo sono la
stabilità interna e la sopravvivenza del regime. L'attuale regime egiziano è stato veloce nel
passaggio sul patrocinio finanziario dagli Stati Uniti nel Golfo e la costruzione di legami più forti
con la Russia e la Cina, quando l'Occidente ha il dubbio della sua legittimità e impegno democratico.
Tuttavia, stabilire alleanze con diversi attori è un compito assai complesso che comporta la
sottomissione della strategia alla tattica dovendo tener presente che lo scontro arabo-russo
riaffiorato nella guerra siriana spiega l’Egitto ad operazioni di soft power o diplomatici per la
risoluzione di una questione a pochi chilometri dal Cairo.
Geopolitical Risk Analysis 7
Egitto Country Risk
Questione diversa pone l’Egitto nei confronti del caos libico per la diffusione di estremisti sul
proprio territorio, che potrebbe essere descritto come il peggior incubo di al-Sisi. Il supporto
egiziano del governo di Tobruk riconosciuto a livello internazionale è una conseguenza naturale
della scelta di al-Sisi per sostenere la "primavera araba" e combattere l'Islam politico che è
rappresentato dal governo di Tripoli. Il governo egiziano ha svolto un ruolo di mediazione di
successo durante la guerra 2014 tra Israele e Gaza, anche se aveva interrotto i suoi rapporti con
Hamas.
Il fronte Siriano
La crisi siriana ha preso una piega che potrebbe consentire all'Egitto di agire da mediatore nel
raggiungimento di una soluzione politica in Siria. Molti player siriani e regionali si stanno
concentrando sulla lotta contro il terrorismo, piuttosto che sul risolvere i loro conflitti politici con
il regime del presidente Bashar al-Assad e le sue forze opposte. La priorità si è spostata dalla guerra
tra i movimenti rivoluzionari o islamici come i Fratelli Musulmani.
Ora al centro della scena mediatica vi è il conflitto tra la Siria e lo Stato Islamico (ISIS), la cui
influenza crescente minaccia il mondo arabo ed il Medio Oriente e potrebbe minare la sfera di
influenza di molti competitor mondiali. Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, il cui Paese è
parte della coalizione internazionale contro l’IS in Siria e in Iraq, ha ribadito questa posizione in
un’intervista del 28 settembre con la CNN - “da quando l'Egitto sta combattendo il terrorismo nei
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suoi territori - quando aggiunto - ho paura che se l'esercito arabo siriano cade, le braccia e le
attrezzature cadranno nelle mani dei radicali, dando loro un ulteriore potenza, la situazione tra
Assad e l'opposizione siriana può essere affrontata ".
Un compromesso tra le parti, che sarebbe l’obiettivo del Cairo, rimane un inverosimile poiché deve
essere il prodotto di un accordo tra il regime e l'opposizione, così come tra i Paesi che sostengono
entrambi i lati del conflitto: da un lato, gli alleati di Assad, la Russia e l'Iran, e su l'altro gli Stati Uniti,
l'Arabia Saudita, la Turchia e il resto degli alleati dell'opposizione. Tuttavia tale accordo potrebbe
rivelarsi fattibile se tutte le parti fossero aperte al compromesso, che è essenziale nella lotta contro
l’ISIS”. In questo contesto l'Egitto potrebbe svolgere un ruolo centrale. Nel corso di una conferenza
stampa congiunta il 4 ottobre al Cairo, a seguito di un incontro tra al-Sisie il suo omologo tunisino,
Beji Caid Essebsi, al-Sisiha sottolineato la necessità di lavorare per una soluzione politica globale
del conflitto in Siria. I leader hanno convenuto che tale soluzione dovrebbe preservare l'unità e la
sicurezza della nazione pur rispondendo alle esigenze dei suoi cittadini.
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Egitto Country Risk
Il ruolo dell'Egitto nella soluzione politica della crisi siriana si è riflessa il 17 ottobre in un incontro
tra Mikhail Bogdanov, rappresentante speciale del presidente russo per il Medio Oriente, e il
ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri. Nella dichiarazione congiunta hanno concordato che
è necessario attuare una soluzione politica basata sul comunicato di Ginevra. Questo passo
sarebbe garantire la formazione di un governo di transizione in Siria mentre allo stesso tempo
continuare a combattere il terrorismo.
I recenti avvenimenti in Siria offrono un'opportunità eccezionale per l’Egitto di poter assumere un
ruolo di mediatore tra le parti in conflitto per raggiungere una soluzione politica.
Le operazioni della Russia in Siria rappresento probabilmente un gioco di pressione sulla coalizione
per accettare una soluzione politica da quando il 25% della più alta commissione del National
Coalition for Syrian Revolutionary and Opposition Forces (SNC) ha accettato l'iniziativa presentata
dell'inviato speciale dell'Onu Staffan de Mistura nel corso di una votazione del 10 ottobre 2015.
Anche se questo rappresenta una percentuale considerevole, l'iniziativa di de Mistura è stata
sonoramente respinto. Tuttavia, questa iniziativa non ha nulla di nuovo da aggiungere alle
precedenti iniziative che sono state soddisfatte con il rifiuto più forte, raggiungendo il 100%, a volte
- tra l'assenza di pressione come quella causata dai bombardamenti della Russia. L'intransigenza
di Assad ostacola anche ogni tentativo di una soluzione politica, anche se ha sottolineato che la
Russia esercita la più grande influenza su Assadper quanto riguarda una soluzione politica.
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato il 4 settembre 2015 che Assad è pronto a
permettere un’opposizione "sana" per condividere il potere e tenere elezioni parlamentari
immediate, che è probabilmente il risultato dalla pressione della Russia. Putin ha anche
sottolineato l'unificazione delle forze nella lotta contro il terrorismo e che si dovrebbe procedere
con un processo politico all'interno della Siria. Il Pentagono ha annunciato il 9 ottobre 2015 di aver
abbandonato i suoi sforzi per formare le forze ribelli e si concentrerà sulla fornitura di armi e
munizioni ai comandanti dei ribelli arabi di unità siriane esistenti.
Il riavvicinamento tra USA e Iran dopo l'accordo nucleare all'inizio di quest'anno solleva anche la
preoccupazione saudita e incoraggia il regno arabo a mantenere strette relazioni con l'Egitto per
paura dell’Iran. Sembra molto probabile che l'Arabia Saudita accetterà una soluzione politica in
Siria, alla luce di un avvicinamento del regno con la Russia (alleato di Assad) dopo che entrambe
le parti hanno concordato il 18 giugno 2015 sull’istituzione di 16 reattori nucleari in Arabia Saudita,
con l'aiuto russo. Inoltre il ministro della Difesa saudita Mohammed bin Salman e il ministro degli
Esteri saudita Adel al-Jubeir hanno incontrato, il 11 ottobre 2015, il Presidente Putin in Russia.
Anche se l'iniziativa di de Mistura è stata respinta, i fattori di cui sopra dovrebbe portare l'Egitto ad
assumere un ruolo di mediatore nel raggiungimento di una soluzione politica in Siria, soprattutto
dopo che ha espresso la sua buona volontà ospitando la conferenza dell'opposizione siriana nel
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Egitto Country Risk
mese di giugno. Tuttavia questi fattori restano ipotetici e potrebbe essere visto dalle parti solo
come un margine di manovra per guadagnare tempo e nascondere le loro vere intenzioni.
Il riavvicinamento dell’Egitto alla Russia
A partire dall’inizio del 2015, l’Egitto ha sempre mostrato una riluttanza rispetto alle critiche mosse
dall’Occidente nei confronti degli attacchi russi in Siria diretti, ufficialmente, verso lo Stato
Islamico. L’avvicinamento diplomatico ha continuato a rinsaldarsi con risultati di un certo
spessore, come l’accordo che ha sancito la costruzione di una centrale nucleare russa in territorio
egiziano, che dovrebbe essere terminata nel 2019 a Dabaa; secondo quanto dichiarato dallo stesso
presidente russo, il commercio tra i due paesi ha fruttato più di 4 miliardi di euro nel corso del 2014
(un incremento dell’80% rispetto all’anno precedente). Putin, inoltre, ha dichiarato che potrebbe
essere possibile la creazione di una free trade zone tra l’Egitto e Unione Economica Euroasiatica
(che include Russia, Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan). Altro segnale di
avvicinamento è stato il cosiddetto Bridge of Friendship 2015, ovvero le prime esercitazioni navali
congiunte tra Egitto e Russia. Si sono susseguiti quattro incontri dal 2013 tra Al-Sisi e Putin che
hanno rappresentato, di volta in volta, una condivisione di intenti nella gestione della crisi siriana.
L’Egitto abbraccia una soluzione in parte politica del problema siriano che, per ovvi motivi, includa
il mantenimento del regime di Assad (diversamente da quanto previsto dalla comunità
internazionale): si pensi che negli ultimi mesi funzionari egiziani hanno partecipato a diversi
colloqui con esponenti del governo siriano con l’obiettivo di discutere sulle possibili soluzioni al
problema del terrorismo; il ministro degli esteri russo Shukry ha dichiarato, inoltre, di essere in
stretto contatto con il ministro degli Esteri russo Lavrov. In tempi recenti, l’Egitto sembra
condividere anche l’avversione russa nei confronti della Turchia, come dimostra l’espulsione
dell’ambasciatore di Ankara Huseyin Avni Botsali. Da un punto di visto analitico, sembra evidente
che le relazioni russo-egiziane abbiano come obiettivo principe quello di costruire un asse diverso
rispetto a quello occidentale: si pensi, tra l’altro, quale ottimo paretiano potrebbe rappresentare
una relazione bilaterale che vede la Russia (costretta a cercare altri partner commerciali in seguito
alle sanzioni commerciali) e lo stato arabo che dispone della più alta potenza militare in territorio
nord-africano. Probabilmente, l’unico impedimento egiziano ad intervenire militarmente in Siria è
rappresentato dai debiti nei confronti dell’Arabia Saudita, che si è sempre opposta pesantemente
agli attacchi russi.
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Egitto Country Risk
Il Fronte Libico
Il pericolo di infiltrazione di forze islamiste come conseguenza naturale del caso nella vicina Libia,
è il motivo principale del sostegno al governo di Tobruk contro la sua opposizione islamista e il
governo di Tripoli che rappresenta la compagine della Fratellanza Musulmana. Dopo la rivolta filooccidentale nel corso del 2011, la Libia è diventata sempre più una minaccia per la sicurezza
egiziana soprattutto per la condivisione di 1.115 km di frontiera in comune. Qatar, Turchia e il
Sudan sostengono le forze islamiste in una situazione simile a quello che traspare in Siria. Al
contrario, l'Egitto e gli Emirati Arabi Uniti supportano il governo di Tobruk.
Inoltre, la condivisione logistica militare tra l'Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, ossia l’utilizzo di
aeroporti egiziani per condurre attacchi contro la milizia islamica in Libia, ha irritato molto
Washington. In realtà l’intervento egiziano nel Paese è stato l'occasione per al-Sisi per inviare un
messaggio di unità nazionale ad una significativa comunità cristiana in Egitto che lo favorisce
principalmente. Al-Sisi non è riuscito però a internazionalizzare e spingere ulteriormente il suo
ordine del giorno libico, dal momento del suo appello per l'azione militare in Libia da parte della
coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico, e dal momento della richiesta alle
Nazioni Unite di revocare l'embargo sulle armi all’esercito nazionale libico.
Tuttavia il supporto logistico dato alla Libia è diventato evidente, nel gennaio 2014 ci sono state
segnalazioni della presenza di vari elementi dei servizi segreti ed esperti militari del Cairo in
Cirenaica. Infatti il Cairo ha finanziato e ha organizzato esercitazioni militari libici per combattere
i gruppi terroristici e per evitare, tra l'altro, infiltrazioni in territorio egiziano. Questo chiaro
allineamento a sostegno con una parte del conflitto ha provocato discussioni non solo con gli Stati
Uniti, ma anche con l'Italia, un Paese al quale la Casa Bianca sembra aver delegato il dossier libico,
e con le quali il Cairo ha cercato, invano, di creare un triangolo. L'Egitto è riuscito, tuttavia, a
collaborare con gli altri Paesi a seguito di una serie di incidenti nella zona di confine, che sono
culminati nel tragico attacco al posto di blocco a Farafra: il Cairo ha organizzato, insieme con gli
Emirati Arabi Uniti, una serie di attacchi aerei contro le milizie islamiche a Tripoli.
A fronte delle accuse da parte degli Stati Uniti, tuttavia, l'Egitto ha negato di aver avuto un ruolo
nelle incursioni. La possibilità di un intervento armato è emersa nel dibattito sulla Libia,
concretizzato il 16 febbraio 2015, dopo il video del taglio delle gole di 21 egiziani da parte delle
forze dello Stato Islamico Per lo scena internazionale, l'attivismo di al-Sisi potrebbe dare al
presidente egiziano un ruolo ancora più centrale nella lotta internazionale contro il "Califfato" e
potrebbe portare l’Egitto a divenire la potenza regionale nell’area.
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Egitto Country Risk
Le Relazioni Italo-Egiziane
I rapporti economici tra Italia ed Egitto vantano una lunga tradizione che, nel corso degli anni, è
stata caratterizzata da oscillazioni di matrice sia esogena (come la crisi finanziaria del 2008) che
endogena (come la crisi politica egiziana culminata nel 2013). Si pensi che dal 2008 al 2014
l’insieme delle importazioni e delle esportazioni, vale a dire l’interscambio, è oscillato dai 5,2 ai 4,8
miliardi di euro1. Particolarmente proficuo è, come noto, il settore energetico, uno dei cui aspetti
fondamentali è indubbiamente rappresentato dai prezzi della stessa energia, che in Egitto risultano
essere molto competitivi andando così ad incentivare gli investimenti nel suddetto settore. Tra i
vari IDE italiani più rilevanti attori come ENI (operatore petrolifero sito in territorio egiziano dal
1954 dove agisce attraverso la controllata IEOC), Edison o Ansaldo Energia assumono un ruolo
protagonista.
Al fine di incentivare ulteriormente investimenti diretti esteri, il governo egiziano quest’anno, dal
13 al 15 marzo, ha organizzato la Conferenza per lo sviluppo economico dell’Egitto alla quale hanno
partecipato più di 1700 delegati provenienti da 80 paesi. Durante la conferenza, dove si è discusso
di 50 grandi opere dal valore di oltre 38 miliardi di dollari, si è sviluppato un accordo quadro tra Eni
ed il governo egiziano per sviluppare le risorse petrolifere dell’Egitto. L’accordo firmato dal Ministro
del Petrolio e delle Risorse Minerarie egiziane, Sherif Ismail, e l’Amministratore delegato Eni,
Claudio Descalzo, prevede investimenti per un valore totale che supera i 5 miliardi di dollari. La
realizzazione dei progetti discussi si attuerà nei prossimi 4 anni e l’obiettivo, stando al comunicato
ufficiale rilasciato da Eni, è rappresentato dallo sviluppo di 200 milioni di barili di olio e circa 37
miliardi di metri cubi di gas.
A questo si sono aggiunte negoziazioni per ulteriori accordi che il vice-ministro per lo Sviluppo
Economico Calenda ha stimato per 2,5 miliardi di euro. Un ulteriore indicatore dello stretto rapporto
economico-commerciale che lega l’Italia all’Egitto è il Business Council italo-egiziano che, in base
agli accordi del 2006, prevede due incontri annuali da tenersi nei due Paesi. All’indomani dell’ultima
riunione del suddetto Consiglio svoltosi il 23 luglio vi è stato un ulteriore incontro tra il primo
ministro egiziano, Ibrahim Mahlab, ed il primo ministro italiano, Matteo Renzi, durante il quale sono
stati firmati altri 8 accordi per un valore di 8 miliardi e 488 milioni di dollari2
Gli accordi in questione sono tutti relativi al settore energetico e coinvolgono Eni, Edison, Technip
Italia, Ansaldo Energia. Nello specifico, Mise e Technip hanno stipulato un’intesa per un valore 3
miliardi di dollari che riguarda le due raffinerie di Midor e Assiut; Ansaldo Energia ha stipulato un
accordo dal valore di 218 milioni di euro con la Egyptian Electricity Holding Company; Edison ha
stipulato un accordo con il ministero del petrolio egiziano dal valore di 250 milioni di dollari.
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ISTAT
sole24ore
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Egitto Country Risk
L’accordo siglato da Eni, che va ad integrare l’accordo di marzo precedentemente citato e che ha
un valore di 5 miliardi di dollari, è scaturito dalla scoperta di un giacimento di gas nel prospetto
esplorativo Nooros, situato a 120 km a nord-est di Alessandria d’Egitto, che si stima possa
contenere 15 miliardi di metri cubi di gas. A tutto questo si aggiunge quella che è stata descritta
come la scoperta del più grande giacimento a gas del Mar Mediterraneo: il pozzo Zohr x1. Il
giacimento è situato nel blocco Shoruk e si stima possa contenere 850 miliardi di metri cubi di gas
e, per ovvi motivi, contribuirà enormemente nel soddisfare il fabbisogno egiziano di gas andando a
potenziare ulteriormente le relazioni economiche di Italia ed Egitto.
Le conseguenze per l’Italia dal ruolo egiziano nel conflitto libico
La posizione geograficamente strategica dell’Egitto porta il Paese ad assumere un ruolo
estremamente rilevante dal punto di vista geopolitico. Per quanto riguarda l’aspetto religioso, la
popolazione egiziana è composta prevalentemente dalla corrente sunnita dell’Islam, pur essendoci
un’effimera presenza sciita nell’area del delta del Nilo. Importanza particolare, specialmente
nell’ultimo periodo, ha avuto la minoranza copta cristiana che è composta da circa l’11% della
popolazione e che è stata ripetutamente oggetto di attacchi terroristici. Nel febbraio 2015 l’IS ha
decapitato, su una spiaggia libica, 21 lavoratori copti egiziani con la diretta conseguenza di
innescare la reazione militare del Cairo, che ha percepito l’episodio come una vera e propria
minaccia alla difesa nazionale.
Da qui la scelta, da parte dell’Egitto, di fare ricorso ad un massiccio uso della forza attraverso raid
intensi con molteplici obiettivi, tra i quali primeggia l’impedimento della proliferazione dello Stato
Islamico lungo il confine occidentale egiziano. Una piccola parentesi va aperta per spiegare che a
partire dal 2011, in Libia, si sta consumando una guerra civile che ha portato alla creazione di due
entità contrapposte. Tenendo conto delle diverse analisi si tende a sottolineare una sorta di
dualismo tra Tripoli, fulcro dell’islamismo, e Tobruk, roccaforte dell’anti-islamismo. La comunità
internazionale ha sempre auspicato una sorta di accordo tra le due fazioni in modo dar vita ad un
governo di unità nazionale che potesse ristabilire l’ordine nel paese per fronteggiare l’avanzata
dello Stato Islamico.
Tuttavia la politica estera egiziana, tradottasi con un approccio violento e massiccio, ha influito
pesantemente sulla realizzazione di questo auspicio. Infatti, i raid di al-Sisi hanno palesato
l’appoggio dell’Egitto nei confronti del generale Haftar e quindi nei confronti del governo di Tobruk
(unico riconosciuto dalla comunità internazionale) andando a spezzare in principio un legame mai
realizzato tra le due entità libiche e rendendo ancora più irrealizzabile il negoziato tanto auspicato.
Nei vari teatri di dialogo internazionale si sono aperti anche scenari nuovi che interessano l’Egitto
direttamente. Il Cairo, da una parte, ha sempre spinto perché si annullasse l’embargo di armi
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Egitto Country Risk
imposto dall’ONU alla Libia nel 2011 in modo da consentire alle milizie regolari di disporre di
ulteriori vantaggi per fronteggiare lo Stato Islamico mentre, dall’altra, ha anche chiesto un
intervento militare della comunità internazionale destando un’aperta avversione dell’Italia.
All’indomani degli attacchi dell’aviazione egiziana che si sono concentrati su Derna, considerata la
roccaforte del califfato in Libia, su Bengasi e Sirte, dal premier libico Abdullah al Thani si è levata
una richiesta di aiuto da parte della comunità internazionale per contrastare l’IS che, secondo lo
stesso premier, potrebbe avanzare verso Roma. Si delinea, quindi, un contesto che da una parte
vede l’Egitto e la Libia uniti nell’appello di un aiuto militare internazionale e dall’altra l’Italia che ha
osteggiato, per lo meno inizialmente, in modo risoluto un’eventualità del genere.
Nel corso degli ultimi mesi, tuttavia, la comunità internazionale sembra aver vagliato seriamente
la possibilità di intervenire in modo coercitivo nel contesto libico. L’Italia, innanzitutto, ha la
necessità strategica di tutelare l’approvvigionamento di risorse energetiche site in un contesto
nord-africano sempre più instabile, ma senza un governo di unità nazionale è altamente
improbabile che si realizzi un intervento militare internazionale e, come sottolineato in precedenza,
atteggiamenti unilaterali come quello egiziano non fanno che rendere l’ipotesi sempre più remota.
Continuare ad intervenire come l’Egitto, con l’intento di appoggiare una sola parte, porta
all’aumento dell’instabilità garantendo, paradossalmente, un vuoto di potere di cui le forze jihadiste
potrebbero approfittare. Se la situazione politica interna libica peggiorasse, l’Italia sarebbe il paese
maggiormente esposto: si pensi, ad esempio, ad un aumento dell’afflusso di migranti che, seppur
in modo remoto ma non impossibile, rappresenta un fattore di rischio per la sicurezza nazionale
poiché le già deboli strutture di accoglienza non avrebbero la capacità di esercitare un controllo
capillare come quello richiesto attualmente; è d’uopo specificare che secondo gli analisti la
possibilità che i terroristi si nascondano tra gli arrivi di migranti è un’ipotesi possibile, ma remota;
più probabile è che si usi il traffico umano come fonte di autofinanziamento.
Conclusioni
Nonostante le similitudini tra al-Sisi e Nasser, non si riscontrano in politica estera egiziana i valori
e l'ideologia dell’approccio internazionale dell'Egitto del 1960, quando è stato portato vicino
all'orbita sovietica. Questa posizione è stata invertita dal presidente Anwar al-Sadat, che ha
trasferito Cairo alla sfera di influenza degli Stati Uniti, dove l'Egitto è rimasto per tutto il periodo
post-rivoluzionario e di Mubarak.
Che Al-Sisi voglia riportare l’Egitto nell’orbita d’influenza Russa?
Anche se la stampa locale ed internazionale ha dato un grande rilevanza del nuovo interesse della
Russia sulla scena egiziana (al di là degli accordi militari per 3 miliardi di dollari, il presidente russo
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Egitto Country Risk
Vladimir Putin ha promesso la costruzione di un impianto nucleare e di rafforzare le relazioni
economiche con particolare focus sulle armi e il turismo), l'Egitto continua ad essere militarmente
dipendere dall'assistenza degli Stati Uniti, che è il più durevole. Per questo motivo è difficile
immaginare che il presidente stia pensando a un drastico riposizionamento dell'Egitto. Le potenze
internazionali considerano l’Egitto stabile, in grado di preservare l'equilibrio regionale, divenuto
essenziale soprattutto dopo il successo del negoziato sulla Striscia di Gaza.
L’approccio della politica estera nei confronti degli USA rischia di essere controproducente per il
Cairo per il sostegno a battaglie tipicamente nazionali, come la battaglia contro il terrorismo, che
viene poi presentata anche come una battaglia globale. Questo è il motivo per cui la vera sfida per
al-Sisi risulta essere la Libia. Conoscendo lo stato precario delle finanze egiziane, il disagio sociale
della popolazione e la dipendenza militare degli Stati Uniti, viene da chiedersi se alcuni settori
dell'esercito potrebbero non supportare l'operazione libica.
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Geop
litical Risk Analysis
©
N. 3 - Ottobre/Novembre 2015
Edited by
GeopoliticalReview.org©
Director: Antonio Lamanna
Project Manager: Gaetano Mauro Potenza
ISSN 2421-4272
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