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1 [Learning From] Detroit. Strategie di resilienza

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1 [Learning From] Detroit. Strategie di resilienza
Progetto_Paesaggio
Rigenerazione, Riqualificazione, Riuso.
[Learning From] Detroit. Strategie di resilienza
Mosè Ricci
Professore ordinario di progettazione urbanistica presso la Facoltà di Architettura,
Università degli Studi di Genova.
Detroit è la Pompei americana. Con la crisi dell’economia che l’aveva generata, la più
importante città fordista ha dovuto porsi il problema della sua sopravvivenza e del suo destino.
È’ passata in pochi anni da 1.850.000 a 740.000 abitanti, ha demolito più di 2.000 edifici. La
desolazione del centro in un’area di circa 8 miglia di raggio è drammaticamente evidente1. Con
più di 320.000 posti di lavoro persi negli anni 2001-20082 e con un abbandono di circa il 57%
della popolazione dal 1970 e del 25% negli ultimi quindici anni i suoi spazi fisici svuotati del
senso non esprimono più una figura urbana tradizionale, ma propongono una condizione
dell’abitare nuova e diversa. Qualcosa che non è possibile immaginare da una prospettiva
europea, che non si riesce a concepire se non si va lì a vedere.
Detroit ha un‘area metropolitana tra le più estese in America. Il suo perimetro potrebbe
comprendere città come New York, Boston e Philadelphia messe insieme. Al centro, all’interno
del famoso eight mile divide della canzone di Eminem3 la città moderna costruita nel secolo
scorso in elegante stile vittoriano non esiste più. Le case vuote con le finestre murate, quelle
occupate dagli squatters, gli edifici alti con le finestre attraversate dagli uccelli in volo, i lotti
industriali demoliti, i negozi abbandonati, i monumenti vuoti, …, hanno trasformato questa città
in un’altra cosa. In qualcosa che è molto più vicino ad un’idea di parco e che, in fondo, non è
affatto spiacevole. Oltre il cerchio delle otto miglia, intorno a questa nuova figura urbana in
formazione, il suburbio sopravvive benissimo. E’ lì che si sono trasferite le attività economiche
e le residenze. Nell’area periferica (una definizione che potrebbe essere desueta altrove) le
autostrade sono trafficate e i centri commerciali sono in piena attività. Il suburbio funziona bene
a Detroit dove la città moderna è finita con il tracollo dell’economia che l’aveva realizzata. Dal
2001, forse dal libro di Charles Waldheim, con Georgia Daskalakis e Jason Young4 la cultura
americana della città ha sviluppato una narrativa importante sul caso Detroit. E la città è
diventata un manifesto.
Molti hanno esaltato il fascino della rovina. Le immagini a volo radente di Mc Lean; la
condizione urbana effimera documentata dai cortometraggi di Zago, la Disassembled Detroit
di Andrew Moore, la foto della donna bionda sfregiata che Jason Young mostra nelle sue conferenze su Detroit esaltano
con efficacia l’icona del corpo morto. E’ il funerale della modernità e la figura Ruskiniana degli spazi derelitti di Detroit che
lentamente sono riconquistati dalla natura è passata subito sui media e ha colpito l’immaginario collettivo. Si tratta di una
visione affascinante e antica che rimanda alle Pietre di Venezia come ad Angkor Tom e a Indiana Jones. Che è capace
di catturare la fantasia e muovere il turismo. Con Detroit anche l’America ha la sua Pompei. Ha una storia da celebrare e
una rovina che la racconta. La forza romantica dell’archeologia del moderno cattura l’emozione di tutti e porta con sé l’idea
dell’unicità. C’è un solo luogo nel mondo dove è possibile oggi vivere in diretta la fine della città moderna. Quel posto è
Detroit. Non ci sono dubbi.
Edward Glaser “Brains over Building”, in Scientific American special issue, 305, 3. New York, September
2011.
2 Dati U.S. Labor Department, 2010.
3 Eminem, 8 Mile, 2002.
4 Cfr. Charles Waldheim, Georgia Daskalakis, Jason Young, Stalking Detroit, ACTAR, Barcellona, 2001.
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Il punto è che a Detroit non c’è solo morte e che non è detto che quello che accade lì non possa coinvolgere o che già
riguardi altri luoghi.
A Detroit sta succedendo qualcosa che supera la specifica condizione tematica della rovina, qualcosa di importante e di
decisivo per il futuro della città e dell’urbanistica.
Oggi il migliore itinerario di visita della città si chiama Cloudspotting Detroit, Best Places for Viewing the Sky ed è promosso
dalla Pubblica Amministrazione. Malgrado il suo nome questo giro accompagna il turista (meglio se in bicicletta) nei posti
che è interessante visitare, quelli che vale la pena di venire a vedere a Detroit. Non sono tanti. Solo 31 places of interest
per la undicesima città americana una ex (?) metropoli di 900mila abitanti nell’area urbana (erano due milioni negli anni
’50). La cosa importante è che molti tra i primi sedici luoghi cospicui della città sono, come li chiamerebbe Alan Berger,
drosscapes e altri sono evanescenti. Aree demolite, parchi potenziali, tombini fumanti di vapore sotterraneo, grandi edifici
pubblici abbandonati, mercati di cose usate e del baratto, villini vittoriani riconquistati dalla natura, case occupate dagli
squatters, infrastrutture rinaturalizzate, quartieri abbandonati che diventano il luogo di installazioni artistiche … Nuvole di
polvere, di vapore o di sapori che prendono il posto delle attrazioni urbane tradizionali (architetture, musei, librerie, perfino
i negozi di base non ci sono più a Detroit) e riconsegnano i ruderi della città fordista alla narrazione e alla natura.
A 15 anni di distanza dal culmine del disastro che la ha colpita Detroit sta trovando, lentamente, un’altra dimensione. Per
la prima volta nell’autunno 2011 - e in ragione percentuale più che altrove in America - aumentano i prezzi delle case e i
nuovi abitanti. La presenza dell’università come presidio, l’accoglienza dei primi flussi turistici nei villini vittoriani restaurati,
il riposizionamento degli stadi al centro della città, il casinò nel quartiere greco, …, sono tutti sintomi evidenti di una città
che ricomincia a vivere in modo diverso.
Nuovi dispositivi materiali o impalpabili sostituiscono le figure urbane tradizionali. Sono icone del cambiamento che
riducono, riusano e riciclano quel che resta della città in un paesaggio. Le letture dal satellite di telespazio; le mappe, i
diagrammi e i progetti attraverso cui Stoss Landscape Urbanism elabora proposte per l’attivazione di processi di riciclo
alla scala urbana; gli esperimenti di riuso di case bruciate (Fire Break) e spazi in disuso (TAP) di Dan Pitera, la riduzione
del Michigan Theatre in un parcheggio, le “visioni” incentrate sulla pratica del recupero raccontate da Arens; costruiscono
l’epica di una città che sperimenta la possibilità di un altro futuro dopo la metropoli. In definitiva proprio di questo si tratta
di un processo riciclo della figura urbana che genera nuovi valori attraverso l’attribuzione di un nuovo senso a ciò che c’è.
Non si tratta di un processo di riqualificazione o di rigenerazione urbana. Non è apprezzabile alcun tentativo di
rigenerazione della città o del paesaggio della Detroit del secolo scorso. Non è presente un’idea di restauro di un’urbanità
perduta quanto la creazione di nuovo valore attraverso la riduzione delle funzioni metropolitane tradizionali, il riuso degli
spazi derelitti e il riciclo dei materiali urbani superstiti.
Detroit è la prima post-metropoli. Si tratta di una condizione urbana che in qualche modo la letteratura urbanistica ha già
anticipato in vari modi - da Jane Jacobs5 a Stanford Kwinter6 a Edward Sojia -7 che non dipende tanto dall’immagine della
città moderna riconsegnata alla natura. La post-metropoli è una figura urbana che lavora sugli effetti spaziali di
un’organizzazione sociale ed economica fondata sui nuovi mezzi di comunicazione. In questo si distacca dalla modernità
e per questo non ha bisogno dello stesso tipo di fatti fisici (infrastrutture, modelli abitativi, industrie, etc.) che rappresentano
la città della modernità. In altri termini la condizione post metropolitana di Detroit non dipende tanto dal fascino che la
rovina esercita quanto dalla sostituzione di certi materiali metropolitani con dispositivi di istantanea adiacenza artificiale
(nuove infrastrutture immateriali), e dall’armonia che la vita urbana ha ritrovato a Detroit abitando spazi inusuali e non
necessariamente veloci
Lo spazio insediativo è più libero di lasciar accadere la natura. Ecologia, sostenibilità, paesaggio, spazi aperti per il tempo
libero e i bambini, piste ciclabili, mobilità lenta, …, tutto questo diventa centrale nelle performance e nel disegno dello
spazio urbano.
Detroit può veramente rappresentare un manifesto per il futuro delle città e delle discipline del progetto. Un manifesto per
il riciclo della metropoli del Novecento.
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Cfr. Jane Jacobs The Death and the Life of Great American Cities, Vintage, London, 1992
Cfr Stanford Kwinter and Thomas Danieli Requiem: for the City at the End of the Millennium, ACTAR,
Barcelona, 2010
7 Cfr. Edward Soja Postmetropolis Blackwell Publishers Ldt., Oxford, UK
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Riciclare significa rimettere in circolazione, riutilizzare materiali di scarto, che hanno perso valore e/o significato. Riciclare
preserva l’ambiente conviene economicamente. È una pratica che consente di ridurre gli sprechi, di limitare la presenza
dei rifiuti, di abbattere i costi di smaltimento e di contenere quelli di produzione del nuovo. Riciclare insomma vuol dire
creare nuovo valore e nuovo senso. Dare inizio a un nuovo ciclo, a un’altra vita. In questo risiede il contenuto propulsivo
del riciclaggio. E’ un’azione ecologica che opera sul senso e spinge l’esistente dentro il futuro trasformando gli scarti in
figure di spicco. In altri termini, come architetti non facciamo ricerca sul riciclo perché è un’azione buona e giusta. Lo
studiamo perché fare riciclo è fare progetto.
L’idea stessa di riciclare prevede una visione. A noi detective dello spazio in fondo interessa la possibilità di rimettere in
gioco l’esistente, di risignificarlo, di creare nuove convenienze e nuova bellezza con il progetto di riciclo degli spazi costruiti
che così rapidamente stanno abbandonando i propri connotati d’uso.
Detroit non è un caso unico e isolato così come sembra.
In Italia il boom edilizio degli ultimi 15 anni ha lasciato sul territorio parecchi cadaveri. Tra il 1999 e il 2012 (dati CRESME
2012) sono stati realizzati circa 300milioni di mc/anno di nuove costruzioni. Su questi la percentuale di abusivismo è
irrilevante. Con un gioco dove tutti credevano di vincere - i proprietari che mettevano al sicuro i loro risparmi, le imprese
che lavoravano, le Amministrazioni che sopravvivevano con gli oneri di urbanizzazione, la politica che era continuamente
premiata dal ritmo del ciclo edilizio - veniva perpetrata un’invasione cruenta e senza precedenti dei paesaggi italiani. I
risultati sono evidenti a chiunque. Dal crollo del mercato immobiliare del 2007 i territori investiti dalla crisi economica e
ambientale soffrono i disastri dell’abbandono e della dismissione spesso anche per le opere più recenti. In Italia ci sono
almeno 6 milioni di case vuote su più di 10 milioni di immobili “sfitti”. 20milioni di mq di aree ferroviarie dismesse o in
dismissione. Almeno 5.000 km di linee ferroviarie non in uso. 20.000 Km di strade in abbandono di cui 2.600 inutilizzati.
Non si conta il numero degli esercizi commerciali e dei capannoni industriali abbandonati. Le nuove infrastrutture, cardine
dello sviluppo secondo il governo, spesso restano inutilizzate a gravare sullo sviluppo e i costi della loro insensatezza
sono pagati da tutti. Gioia Tauro, Stazione Tiburtina, Bre-Be-Mi (e tra poco - potremmo scommettere - l’Expo) sono solo
gli esempi più evidenti di una politica che spreca sempre due volte intestardendosi sulla costruzione di nuovi feticci della
modernità passata e lasciando deperire il più grande patrimonio storico-paesaggistico, culturale e turistico del mondo per
il quale non sono previsti né dispositivi di valorizzazione né investimenti strategici. La situazione non è diversa negli altri
Paesi europei. In Spagna, ad esempio, tra Madrid e Toledo c’è una specie di nuova città per 300mila abitanti
completamente realizzata fino ai cestini dell’immondizia e ai lampioni e completamente vuota e invenduta. E anche nei
più ricchi Paesi del nord Europa il problema è ben presente. Il Padiglione Olandese alla Biennale di Venezia del 2010 era
una sala vuota con la minaccia dei plastici sospesi al soffitto di tutti gli edifici vuoti del Ramstadt che gravano sulla testa
del visitatore. Alla Biennale del 2012 sempre il Padiglione Olandese si chiamava Reset e quello Tedesco Reduce, Reuse,
Recycle. Quest’anno è il Portogallo che solleva drammaticamente lo stesso tema.
Ma la crisi non è altro che il detonatore di un cambiamento più profondo che sta modificando la geografia dei nostri
desideri, i nostri stili di vita, le nostre attese di futuro.
Nelle contingenze economiche e ambientali che tutti conosciamo stiamo sperimentando la rivoluzione delle tecnologie per
l’informazione condivisa. E’ una rivoluzione sottile della quale quasi nemmeno ci accorgiamo perché il cambiamento
avviene nelle nostre vite e nei nostri comportamenti in forma sussidiaria e molecolare. Giorno per giorno guardiamo il
mondo da nuovi punti di vista e facciamo le stesse cose che facevamo prima in modo diverso. Impariamo a utilizzare
strumenti di istantanea adiacenza artificiale sempre più potenti. Occupiamo spazi virtuali sempre più capienti. Per gestire
le nostre vite e per passare il nostro tempo abbiamo sempre meno bisogno di luoghi fisici dedicati. C’è un filo sottile che
lega indissolubilmente il riciclo e i sistemi smart. Forse la vera causa dell’abbandono degli spazi abitativi che coinvolge in
maniera così sensibile le città e i paesaggi dell’Occidente del mondo sono i computers, gli smart phones, i tablet, le
televisioni interattive, le nuove app … e tutti i sofisticati dispositivi e le tecnologie per l’annullamento delle distanze e dei
tempi e per la condivisione delle informazioni, delle decisioni e delle azioni.
Ci si può incontrare, stabilire una relazione, tenere una conferenza via Skype o altri social media senza essere fisicamente
lì dove la cosa avviene. Ora tutto succede in video, ma prestissimo la nostra presenza potrà essere virtualmente espressa
da ologrammi capaci di simulare anche fisicità, emozioni e senso. Oggi conviene comprare i generi di consumo,
l’abbigliamento, i libri o i mobili in rete, come su Amazon, e sempre meno avremo bisogno di spazi di vendita nella città.
Chiunque può diventare taxista par time e vendere i suoi viaggi su Uber o condividere l’auto con Car to Go o le scelte
politiche con un clic su Avaaz. Tra pochi anni con una stampante 3D si potranno produrre componenti edilizie e interi
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fabbricati - come si vedeva quest’anno al Saie -. Si potranno realizzare a casa i pezzi di ricambio di qualsiasi oggetto d’uso
comune e in un laboratorio basicamente attrezzato i frullatori e le lavatrici. Mentre emergono le nuove figure degli artigiani
digitali le fabbriche di elettrodomestici in Friuli e in Veneto già stanno chiudendo. Il biglietto del treno si fa via internet e c’è
molto meno bisogno delle stazioni come si è abituati a pensarle. L’edificio della Stazione Tiburtina a Roma appena
realizzata, per esempio, ancor prima di essere in uso già non serve più e ci sono le guardie giurate per costringere la
gente ad utilizzarlo. Ciascuno di noi può trovare migliaia di esempi simili che dimostrano come si ha sempre bisogno di
meno spazi funzionali per vivere e lavorare perché molti degli usi che occupavano spazi solidi nella città sono stati trasferiti
o si trasferiranno negli spazi virtuali della Rete.
Ma se tutto questo sta per accadere o già succede è chiaro che alcuni paradigmi essenziali del moderno, come quello
della stretta relazione tra funzione e forma dell’architettura o della città, sono svuotati di senso. In definitiva voglio dire è
che la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione condivisa spiazza le nostre moderne certezze progettuali e fa
sembrare improvvisamente fuori dal tempo tutte le teorie e le pratiche che ad esse fanno riferimento. Pensiamo allo zoning,
appunto, all’organizzazione funzionale degli spazi urbani o anche di quelli architettonici, alle teorie dei modelli, alla “buone
pratiche”.
Sembrano epifanie di una logica che appartiene a un’altra epoca, modelli teorici e comportamentali concepiti per gestire
uno spazio solido tridimensionale che ora non è più il solo spazio di intervento progettuale possibile.
Questo è il punto. L’azione contemporanea di tre fattori decisivi: la crisi economica, quella ambientale e la rivoluzione delle
tecnologie per l’informazione condivisa sta così profondamente cambiando i nostri stili di vita e il modo in cui noi
immaginiamo e desideriamo le forme solide del nostro futuro che tutto il nostro sapere progettuale ci sembra
improvvisamente inadeguato sia come strumento interpretativo della condizione attuale sia come dispositivo in grado di
generare nuove prestazioni ambientali, sociali, economiche e nuova bellezza.
Volgendo al positivo gli effetti della rivoluzione tecnologica si potrebbe dire che quello che sta accadendo alle società più
evolute per effetto dell’informazione condivisa è la possibilità di poter abitare molto più spazio fisico che in passato e non
doverlo necessariamente conformare in base a destini specifici prefissati. Semplicemente, abbiamo a disposizione una
quantità enorme di volume costruito che non serve più o che non si sa ancora bene come utilizzare. Ed è lo stesso per le
infrastrutture e gli spazi aperti.
Nulla di sorprendente. Nella storia dell’architettura e della città da sempre i grandi cambiamenti tecnologici hanno fatto
prodotto grandi trasformazioni nei modi e nelle forme dell’abitare e di conseguenza nei modi e nelle forme di progetto.
Una delle principali questioni teoriche della modernità era quella della migliore possibile sintesi spaziale tra funzione e
forma dell’architettura e dell’organizzazione della città in zone funzionali omogenee. Oggi con la rivoluzione delle
tecnologie informative abbiamo il problema opposto. Cioè quello di conferire senso, narrativa e usi - anche temporanei a spazi che hanno forme già date. E trasformarli in luoghi abitabili attrattivi ed ecologicamente performanti.
Questa fase di dismissione della modernità richiede nuovi paradigmi (come nuovi punti di vista sul futuro) e una nuova
idea di progetto dello spazio fisico. Si tratta di una sfida importante per la cultura architettonica. Una sfida che mette in
valore l’esistente con dispositivi concettuali che lavorano sullo slittamento del senso e sui nuovi cicli di vita degli spazi
abitabili. Una sfida che consideri il contesto come progetto e il paesaggio come infrastruttura che produce valore ecologico
e il futuro della città come un progetto collettivo e non autoriale.
In questo quadro il riciclo diventa il principale spazio fisico e concettuale dell’azione dell’architetto. La pratica progettuale
del riciclo è necessariamente contestuale e adattiva. Non si può attuare con tecniche stereotipate o con strumenti
tradizionali. Ogni materiale architettonico, urbano o paesaggistico è diverso da un altro. Ogni luogo e ogni caso possono
prevedere progetti differenti. Non ha senso parlare di “progetti guida” o di “buone pratiche”. Ci si potrebbe piuttosto riferire
a diverse tattiche adattive e locali che rispondono sempre a strategie d’intervento orientate alla costruzione di nuovo senso
e di nuove ecologie.
Come i luoghi anche gli strumenti e i dispositivi progettuali non possono più rimanere gli stessi nella città oltre la metropoli.
E il nuovo Piano di Detroit - di Stoss Landscape Urbanism - (Chris Reed uno dei partner di questo studio era anche lui nel
gruppo di Stalking Detroit) abbandona le idee di azzonamento e di espansione in favore di obiettivi tarati sulle performance
ecologiche dei nuovi materiali urbani. E’ di fatto concepito come la mappa un’applicazione per uno smart phone. All’interno
di un quadro strategico che definisce i possibili assetti spaziali delle reti di paesaggi produttivi nella città (cibo, energia,
acqua, abbattimento degli inquinamenti etc) il piano presenta ai cittadini diverse possibilità alternative di intervento
specifico sul paesaggio che essi stessi possono scegliere di attivare per produrre a livello di città le prestazioni ecologiche
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e sociali che rappresentano l’obiettivo del cambiamento. Il risultato di questo processo da senso e bellezza ad un nuova
forma urbana di una città-paesaggio dove gli edifici possono diventare alberi e la natura è l’infrastruttura principale per le
relazioni e la produzione in città.
Oggi si può imparare da Detroit a vivere la condizione post metropolitana come 50 anni fa si imparava da Las Vegas ad
abitare e a progettare lo sprawl. Detroit è un manifesto proattivo per il futuro delle città e delle discipline del progetto.
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Immagini da
Detroit Future City , Stoss Landscape Urbanism, 2012
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