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(In)certezza - Associazione Dialogare Incontri

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(In)certezza - Associazione Dialogare Incontri
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DIALOGARE-INCONTRI
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Premio Dialogare 2016
Dalla parte del dubbio
IL RACCONTO SEGNALATO
(In)certezza
di Granit Baqaj
Lugano, 3 marzo 2016
(In)certezza
di Granit Baqaj
Parte I:
Sveglia alle 06:00, scendo dal letto facendo scricchiolare le doghe il meno possibile per non
farla svegliare, sforzo inutile. Dimentico sempre che mia moglie, Safiha, non la trovo mai a
letto. È in cucina, e come ogni mattina prepara la colazione e il pranzo per me e nostro figlio
di 8 anni, Ammar.
Amo fare colazione tutti insieme mentre fuori il sole accende Parigi. Mi vesto, infilo nello
zaino il mio camice di lavoro ed esco.
Il lunedì lo odiano tutti qui. Non li capisco. Io lo amo, amo aver la possibilità di lavorare in una
nazione vera. Per gli altri è tutto scontato ma non lo è per me. Non che in Iraq non fosse vera
la vita, capitemi, ma negli ultimi anni è cambiato tutto. Dopo l’invasione americana lo Stato si
è frammentato in tanti piccoli gruppi che hanno iniziato a combattersi imponendo la loro verità
come la sola.
La guerra civile sembrava lontana dal nostro villaggio, ma ricordo molto nitidamente il giorno
in cui le Pantere sono entrate in città. La fabbrica in cui lavoravo è stata data alle fiamme.
Hanno disseminato IL terrore, decapitando il consiglio comunale nella piazza del mercato e
bruciando vivo chi ha provato a combatterli. La loro malvagità è inaudita. La gente qui parla
di loro ma non sa. Parlano, non riflettono, se non come gli specchi, per riflesso. Parlano di loro
definendoli mussulmani, in Iraq parliamo di loro definendoli Pantere, entrambi sbagliamo.
Quello che fanno non ha a che fare con la fede né tantomeno col regno animale.
Quello che posso assicurarvi è che vivere una tale atrocità, signori miei, ti cambia dentro,
rivaluti la vita così in fretta che smetti quasi di conoscerti.
Io e la mia famiglia siamo scappati appena abbiamo potuto. Una volta stampato un falso
documento di ricongiungimento famigliare e riempito qualche busta di vergogna per corrompere
qualche guardia di confine siamo arrivati qui, in Francia.
Quando arrivammo a Parigi grazie ad alcuni parenti di amici riuscimmo a trovare un monolocale
per poco prezzo. Imparammo il francese abbastanza da sistemare le carte. Dopo un primo
periodo molto scombussolante riuscimmo a ritrovare quel briciolo di pace che sembrava fosse
rimasta tra gli artigli delle Pantere. Eravamo esausti, ci sentivamo persi, soli, confusi. Ma
sapevamo che avevamo fatto la cosa migliore, non per noi, ma per Ammar. Qui potevo vedere
per lui un futuro vero, come lo era stato per me e sua madre nell’Iraq che vogliamo ricordare.
Arrivai al lavoro giusto in tempo per cambiarmi e iniziare a sistemare le casse di frutta che altro
non facevano che aspettare me.
La giornata passa velocemente, la clientela poche volte ha facce diverse da donne anziane e in
un attimo sono le 18, il rumore delle saracinesche che abbasso sono l’ultimo suono della
giornata lavorativa che sento.
Mi dirigo verso la metro ma non prendo la solita linea rossa per tornare a casa, oggi è lunedi e
Ammar ha la sua lezione di chitarra nella direzione opposta. È un bravo chitarrista, sogna un
giorno di diventare un famoso musicista, “farò amare al mondo l’Iraq con la mia chitarra” dice
continuamente. Spero che i suoi sogni si realizzino, ma spero non rimarrà troppo deluso se non
succederà. La musica è un hobby e per un bambino con delle origini come Ammar, non lo so,
il mondo forse non è ancora pronto a rimuovere le sue etichette.
Sono lì ad aspettarlo quando esce dalla classe, lo saluto e gli prendo la pesante cassa contenente
la chitarra, saluto con un cenno l’insegnante e ci indirizziamo verso la metro.
Camminiamo insieme e mentre la notte ci avvolge in un indifeso abbraccio, decido di fermarmi
in un negozio all’angolo, devo comprare alcune cose che Safiha mi ha richiesto.
Ammar mi racconta la sua giornata in preda all’eccitazione infantile di chi ancora vive il
mondo con purezza. Io annuisco ma ho la testa tra le scatole dei sughi cercando di fare la scelta
giusta, quante possibilità di sbagliare!
A un tratto si sente un frastuono provenire dalla strada, è successo qualcosa. Un incidente?
Provo a ignorarlo, non devo sbagliare sugo anche questa volta. Ma vedo qualcuno correre.
Sento delle grida. Non può essere solo un incidente tra macchine, provo ad avvicinarmi alla
porta vetro che sembra abbia smesso di funzionare, ma ci sono troppe persone e non vedo nulla,
solo fumo. A un tratto una seconda esplosione, questa volta dal negozio di fronte. Le nuvole si
alzano più minacciose, così come la paura, le grida e la tensione. Sento qualche bambino
piangere, stringo la mano ad Ammar più forte. Mi chiede cosa sta succedendo, temo di saperlo
ma gli rispondo che non è nulla di grave, che andrà tutto bene e che presto saremo a casa.
Non ci mettono tanto le persone a pronunciare le odiose parole “attacco terroristico”. Incubo
passato e condanna futura di ogni medio-orientale.
Appena un dipendente del negozio parla di un’uscita sul retro, inizia una corsa da parte di tutte
le persone verso la speranza, in quella folle corsa io vengo travolto e cado. Quando mi rialzo
stringo la cassa della chitarra in una mano ma nell’altra non ho più Ammar. Le persone sono
ammassate sull’unica porta che dà verso la salvezza ma è troppo piccola per tutti. Guardo in
tutte le direzioni ma non vedo Ammar. Sento il calore del panico vibrarmi lungo tutto il corpo.
Cerco di capire se è in mezzo a quelle persone, ma non vedo nulla. Sento solo urla che non
riconosco.
Non posso perdere Ammar, lui è il senso di tutto! Inizio a urlare il suo nome guardandomi
attorno, ma niente. Lo urlo con tutta la voce che ho in corpo. Alcune persone mi guardano con
gli occhi dello spavento, ma non vedo invece i piccoli occhi neri di Ammar.
Dove sei Ammar?
Ti prego fatti vedere.
Ammar.
AMMAR!
Parte II
Sveglia alle 07:50, scendo dal letto. Mi dirigo verso il bagno per svuotarmi del passato e poi
vado in cucina per sgranocchiare qualcosa, faccio sempre una colazione leggera, è la pigrizia
ad obbligarmi. Non trovo il senso nel cucinare, inizi che devi fare un sacco di lavoro e alla fine
ne devi fare altrettanto per risistemare tutto. L’unico piacere si riassume nei pochi minuti in cui
mangi, sempre se il cibo che hai fatto non sappia di catrame.
Mi vesto, mi metto il cappello ed esco dal mio monolocale chiudendomi la porta alle spalle.
Sceso in strada mi incammino verso la macchina. Metto in moto ma il traffico non mi lascia in
pace, tutte queste formiche frenetiche che vanno nei loro lavori inutili, bravi suonate che ci
arriverete prima. Entro in caserma che la riunione della mattina è già iniziata, lo sguardo del
commissario chiede spiegazioni ma faccio un cenno come per dire ti spiegherò. Mi siedo da
parte a quel gran bel pezzo di Céline, Dio quanto mi accendono le donne in divisa!
Durante queste riunioni ogni agente viene assegnato a una delle zone da pattugliare e poi si
parte. Spero solo non mi capiti ancora di pattugliare i piedi dell’Eiffel. È la postazione peggiore
per me, non succede mai nulla se non i conati che mi vengono ogni qualvolta vedo una di quelle
coppie che dopo il matrimonio vengono qua vestiti ancora da pagliacci a farsi fotografare in
pose alla tupersempre. Fanculo. Lo facessero per loro capirei, ma cercano la foto perfetta solo
per mostrarla ai loro perfetti amici quanto sono perfettamente felici quando in verità dentro
bruciano di tristezza e solitudine.
La solita e inutile riunione sta per finire e non sono riuscito nemmeno a lanciare a Céline
qualche sguardo ammiccante. Che pessimo inizio di giornata.
Place d’Italie, ottimo! Venerdì mi devo vedere con una marsigliese e si prospetta essere un
incontro dalle poche parole. Questa postazione è la migliore che mi poteva capitare per
risparmiarmi le energie. La giornata potrebbe ancora salvarsi.
Esco e salgo in macchina, con me esce anche Jérôme, il mio compagno di avventure.
La giornata passa lenta come la noia, il momento più stimolante resta l’essermi seduto da parte
a Céline. Sono le 18:30 e stiamo per terminare il turno-noia. Al ritorno in caserma decidiamo
di fermarci in un negozio all’angolo. Jérôme si accende una sigaretta e mi aspetta fuori mentre
io salto dentro alla ricerca della cena. Reparto cibi precotti, meglio se trovo qualcosa con già
un piatto. Prendo i “ravioli della nonna” e mentre sono in fila alla cassa mi viene da pensare
chissà se sono fatti da una gentile vecchia signora in una cucina italiana, o solo da qualche
cinese sottopagato che odia il capo ed è seduto 12 ore al giorno a controllare che la temperatura
della zuppa non superi i 55 °C.
Che mondo di illusioni.
Aspetta! Cos’è stato? Un boato proveniente dalla strada. Mollo i ravioli della nonna e corro
verso la porta, ma è bloccata. Il mio pensiero corre a Jérôme, provo a contattarlo via radio ma
non risponde. Qui ci sono troppe persone, provo a scostarmi ed entro in un reparto provando a
chiamarlo sul telefono, ma niente. Una seconda esplosione, più forte questa volta. Ma che
diavolo sta succedendo?? Qualcuno urla “attacco terroristico”. Non può essere, non qui, non
adesso, non a me! Un ragazzo parla di un’uscita sul retro e sento il rumore di persone in panico
che urlano e corrono mentre attraversano il negozio, esco dal mio reparto e vedo un solo uomo
al centro della sala. È un pakistano o uno di quei medio-orientali, ha la barba e stringe in mano
la cassa di una chitarra, il dubbio che possa non essere un musicista appare. Che ci fa con la
cassa di una chitarra? E se dentro non ci contenesse una chitarra? Un attacco terroristico
progettato simultaneamente?
Non può essere.
È confuso e guarda tutti in preda al panico. Come mai non cerca di uscire come gli altri? A un
certo punto urla qualcosa, estraggo la pistola dalla fondina, non mi sembra di capire allora mi
avvicino. Si ora lo sento, ho capito. “Ahkbar”. Si sono sicuro! Non ci sono dubbi è uno di loro!
Tolgo la sicura, mi metto in posizione e lo vedo urlare attraverso il mirino della pistola un’altra
volta.
Penso a Jérôme, alla caserma, a quello stupido patto della bandiera.
Ho il dito sul grilletto.
Ti prego smetti, penso, ma lui non smette.
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