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Sono e sono stato un corrotto
13 INCHIESTA 5 MAGGIO 2015 LE INTERCETTAZIONI dei coinvolti nell’inchiesta, condotta dalla Guardia di Finanza sotto la direzione della Procura di Cuneo, che ha portato alla luce il giro di anabolizzanti somministrati illecitamente a numerosi capi di bestiame “Sono e sono stato un corrotto” La confessione del veterinario Giancarlo Rabbia, in manette per il caso dei bovini “dopati” CUNEO “S ono stato un corrotto e lo sono”. Sono queste le parole che il veterinario dell’Asl Cn1 Giancarlo Rabbia ribadisce, con molto coraggio, a chi gli chiede dell’inchiesta sui bovini dopati che lo ha travolto, portandolo anche in carcere ed infine ad essere condannato ad una pena di due anni con la condizionale. “Il pentito” della puntura dopata, era difeso dagli avvocati di Cuneo, Vittorio Sommacal e Nicola Dottore. Un corrotto, come si definisce lui, che però ha saputo giocare bene le sue carte in sede di processo, collaborando fin da subito con gli inquirenti e svelando così un “sotto bosco” nel settore zootecnico fatto di mazzette, favori, esami truccati e carne scadente spacciata per carne di alta qualità che, forse, gli addetti al mestiere conoscevano – o per lo meno intuivano – ma che ben si guardavano dal svelarlo, per mantenere in piedi un giro d’affari collaterale che portava soldi in tasca ai pochi che facevano parte dell'illecito giro e carne di scarsa qualità, per non dire non sana, nei piatti di molti consumatori. “In effetti – spiega il veterinario Rabbia – forse non mi sono mai soffermato a lungo sul fatto che quella carne potesse danneggiare una fascia di consumatori debole, fatta di anziani e bambini”. Comunque sia, a Rabbia va almeno il merito – se così si può dire – di aver scoperchiato una pentola in piena ebollizione, svelando i segreti illeciti che ci possono essere tra controllori e controllati, tra veterinari, allevatori e macellai. Ed è la prima volta in Italia. La speranza, visto che anche la politica ha le sue responsabilità, è che da questa brutta storia nasca un modo nuovo di controllare la filiera, perché se ci sono riusciti gli inquirenti di Cuneo, ci possono riuscire anche quelli di altre procure. Forse basterebbe mutuare dalla procura cuneese la volontà ed il coraggio di andare fino in fondo, di non lasciare nulla di intentato, di non aver paura di lavorare in gruppo e usufruire di tutte le tecniche e gli esami messi a disposizione. L’indagine della Guardia di Finanza, diretta dal procuratore capo Francesca Nanni, ha portato alla luce la libertà, da parte di alcuni allevatori piemontesi, di gonfiare i vitelli a suon di mazzette. Un’indagine lunga ed articolata, fatta di perizie tecniche, riscontri medici, analisi di laboratorio ed intercettazioni telefoniche. Il quartier generale degli indagati, il luogo sicuro dove poter parlare e scambiarsi informazioni passando inosservati, era San Benigno, alle porte di Cuneo. Dalle conversazioni che transitano attraverso i cellulari intercettati dalla Finanza, gli inquirenti riescono ad elaborare un quadro preciso non solo delle persone coinvolte ma anche del loro modo di operare in un sistema illegale e potenzialmente dannoso per la salute dei consumatori. I dialoghi intercettati riempiono molti faldoni dell’inchiesta e tra un dialogo in piemontese e le imprecazioni contro i controlli – quelli veri, ossia non pilotati – c’è posto anche per le paroline dolci tra due indagati che tra una fiala e l’altra di anabolizzanti, infilano parole d’amore. Protagonisti assoluti delle chiacchierate tra allevatori, tecnici di stalla e veterinario, naturalmente erano i controlli. Quelli pilotati dove andava sempre tutto bene e quelli invece a sorpresa, fatti da veterinari non compiacenti, che eseguivano in totale correttezza i loro prelievi sugli animali nelle stalle. Spesso tra di loro gli indagati parlavano in codice, definendo “Zucchero” la sostanza dopante iniettata illegalmente negli animali e così si può sentire un tecnico di stalla dire all’allevatore: “Sono andato a dargli lo zucchero a quelli lì”. Non sanno di essere sotto intercettazione e, anche se sono molto attenti e pesano le parole, ciò che si dicono viene fedelmente registrato e le loro conversazioni diventeranno un tassello importante nell’ambito dell’inchieste che li condannerà per reati e con Giancarlo Rabbia condannato a due anni con la condizionale pene diverse. Per sfuggire a possibili controlli sugli animali non pilotati dal “veterinario amico”, un tecnico di stalla consiglia all'allevatore: “Per cortesia, per non sbagliare, perché alla fine si capisce, dai ordine a tosarli tutti, ma tosali bene”. Prudente l’allevatore ribatte: “Però io prima voglio informarmi bene, perché non vorrei che questi mi dicono benissimo li hai tosati, aspettiamo che… te li lasciamo sequestrati finché tra due mesi il pelo non è ricresciuto poi glielo rifacciamo (l’esame)”. Ci sono poi le telefonate nelle quali il castel- lo di mazzette e anabolizzanti inizia a sgretolarsi e tra gli intercettati serpeggiare la paura di essere scoperti. Dopo un controllo veterinario, i campioni di urina e sangue dei bovini sono in regola, mentre presentano valori sballati i risultati delle analisi sul pelo, che risultano essere positivi al Clenbuterolo, una sostanza che ingrossa gli organi degli animali, incentiva la crescita della massa magra ed è molto pericolosa per l’uomo. Ecco cosa si sente dalle intercettazioni: “Sono sconvolto. Mi hai lasciato senza parole. Positivo a che cosa?”. “Eh…Clenbuterolo”. “Ma tutto il pelo di tutti?”. “No forse venti sì ed uno no. Perché poi non riuscivo neppure a capire, mi hanno telefonato adesso dall’Asl, sono allibito”. Dalle intercettazioni appare chiaro anche come il veterinario Rabbia, provasse un certo compiacimento, chissà perché, nel colpire alcuni allevamenti e quindi certi allevatori. È, per esempio, il caso di una stalla a Revello, dove il veterinario cuneese racconta al telefono l’impegno proferito e l’accanimento nei confronti di quell’allevatore saluzzese: “Io in fondo mi diverto anche, sì mi diverto per quelle cose lì, e d’altronde ho fatto il cane da tartufi per un mese e mezzo, per mettergliela in cu…e sì, è una soddisfazione, 500 capi che andranno alla di- struzione. Mi dispiace per le bestie, povere bestie. Me ne sbatto il cu.. per le bestie, tutte piene di antibiotici”. L’inchiesta condotta dalla sezione mobile del nucleo di polizia tributaria di Cuneo e coordinata dal procuratore capo Francesca Nanni, ha preso il via nel 2011 e le richieste di condanna formulate in aula sono state quasi integralmente accolte dal Gup Carlo Gnocchi. Ivo Peracchione, l’allevatore proprietario di 50 stalle, è stato quindi condannato a quattro anni per il reato di adulterazione o contraffazione di sostanze alimentari (assolta invece la compagna), mentre è stato condannato a due anni il tecnico che si occupava direttamente dei trattamenti nelle stalle, Claudio Graglia. Accolta la richiesta di patteggiamento a due anni con la condizionale per l’imputato eccellente Giancarlo Rabbia, diventato testimone chiave dell’accusa. Come responsabile dell’area C del servizio veterinario di controllo e vigilanza sul benessere animale, sull’uso di farmaci e i residui - anabolizzanti inclusi - il dottor Rabbia poteva facilmente concordare in anticipo con l’allevatore le stalle da controllare - ovviamente quelle “pulite” - o evitare in caso di controlli. Controlli che andavano fatti per non destare sospetti. Il “pentito” ha confessato di avere accettato denaro dal- l’allevatore dal 2007 al 2010 per complessivi 115mila euro. Le sue dichiarazioni hanno indubbiamente permesso agli inquirenti di completare il quadro accusatorio nei confronti dell’allevatore-corruttore, Ivo Peracchione, il quale però non ha mai confessato la corruzione.Il veterinario-pentito ha dichiarato di avere confuso il suo rapporto di amicizia con le responsabilità di funzionario pubblico e che la sua è stata una presa di coscienza. “Vorrei inoltre che i miei colleghi si rendessero conto che non vale la pena, nel caso avessero la tentazione di farsi corrompere”. Si è liberato di un peso, Giancarlo Rabbia, facendo saltare un sistema che viene male pensare sia attivo solo nella Granda e i malpensanti, potrebbero - ma certo questo è solo un pensiero dubitare che il dottor Rabbia si a conoscenza di qualche altra bustarella che gira tra controllori e controllati. L’allevatore Ivo Peracchione aveva evidentemente cura di altre cose, ossia quello dei sedicimila vitelli macellati ogni anno prima di finire sulle tavole degli italiani, ingrassati in turni di sei mesi nelle cinquanta stalle di sua proprietà. Dal 2007 al 2010 ha fatturato 64 milioni di euro e con la sentenza è anche stata confermata la confisca di circa 400 mila euro già sequestrati all’allevatore, ritenuti l’equivalente del profitto del Na.Mur. reato.