L`esilio volontario Alessandro Caroli Protasi Ho voluto chiamare
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L`esilio volontario Alessandro Caroli Protasi Ho voluto chiamare
L’esilio volontario Alessandro Caroli Protasi Ho voluto chiamare esilio volontario l’abbandono della mia patria e ne spiego i motivi in questa prima parte cui ho dato il titolo di protasi, prendendola in prestito dal poema classico e che consisteva in un breve cenno dell’argomento da trattare, riferito a gesta eroiche. Nel concetto di eroismo è evidente il coraggio e l’abnegazione. Abbandonare il paese nativo è una prova di grande coraggio in quanto si richiede una forza d’animo per affrontare nuove dimensioni di vita cui non si è abituati. Ma è anche abnegazione perché si rinuncia al piacere di condividere con i propri familiari, amici e connazionali un sistema di consuetudini che caratterizzano la terra in cui si nasce. E tali abitudini sono differenti da quelli del paese dove si emigra. Questo è dovuto alla posizione geografica con la relativa latitudine e il clima. Da queste caratteristiche ne derivano infine il linguaggio, la politica e la religione. La sofferta esperienza vissuta mi ha convinto che trasferirsi in un altro paese, quando si è maturi negli anni, sia il più grande trauma che si possa ricevere, in quanto quella maturità la si è acquistata nel proprio paese, in condizioni ambientali che ormai sono familiari. Il non familiare, invece, fa sorgere quella tipica inibizione psicologica che oppone un rifiuto al nuovo. Di esempi nella storia universale dei popoli ve ne sono molti e ne basta citare qualcuno per dare la misura della sua validità. Quando fu scoperto che la terra girava sul suo asse, non mancò la reazione, e fu scritto: se si dovesse dar retta a questa insulsa teoria, noi vedremmo gli edifici, le case e la terra stessa girare con tale movimento che agli uomini dovrebbero essere dati degli artigli per tenersi aggrappati alla superficie terrestre. Cioè non si rinuncia ad una convinzione nemmeno se la prova della sua fallacia è stata data dalla scienza. Nel caso dell’emigrante maturo, poiché l’essere umano è in continua lotta, spinto com’è dal suo spirito di conservazione minacciato dagli altri, avendo acquistato un equilibrio che dà pace e ristoro alla sua mente e al suo cuore, si adagia fiducioso nella dimensione che ha raggiunto e conquistato. Se poi si trasferisce in un nuovo continente a lui sconosciuto avverte una rottura all’interno del suo essere, e dovrà necessariamente ricostruirsi quell’equilibrio infranto. Ma l’età oppone delle difficoltà che, a volte, sembrano insormontabili. Io decisi di andare a vivere altrove nel 1978 quando fu trucidato barbaramente dalle Brigate Rosse Aldo Moro, mio professore di Diritto penale. Oltre tutto la mia situazione familiare si rivelò un fallimento in quanto non avevo incontrato l’anima gemella, anche se era già nata una figlia che poi portai con me in Australia. Andai così in tutte le Ambasciate, chiedendo informazioni dettagliate su ciascun paese, portando a casa depliants e libri vari. Dopo un’attenta lettura optai per l’Australia perché mi colpì una frase: il lucky Country. Sistemai le mie cose e partii subito dopo, insieme a mia figlia. Quando il jumbo della Qantas stava sorvolando Sydney ebbi un tonfo al cuore. Questa metropoli, che si estende in un’area quasi di cento chilometri da est ad ovest e decine di chilometri da nord a sud, era imponente. I suoi grattacieli, l’Harbour bridge, il più bel ponte che avessi mai visto nella mia vita, anche se non avevo viaggiato molto – infatti è stato definito uno dei più belli del mondo – l’Opera House con le sue famose volte a vele e poi le insenature e protuberanze che frastagliano tutta la sua costa lungo l’oceano, si offrivano al mio trepido sguardo estasiato. E vedevo tutta quell’immensa città attorniata da dense foreste dove il mio pensiero si smarriva. Certamente la natura in questa terra è, non direi proprio selvaggia, ma vergine, anche se è stata colonizzata da quasi due secoli. Tra una foresta e l’altra si alternano gruppi di case, paesi e città; e poi delle sterminate zone desertiche, specie nella direzione di Perth, città questa dove il clima è il più mediterraneo possibile; ma anche Sydney ha un clima temperato. Mentre molto più a nord, Brisbane e Darwin sono città che risentono del clima tropicale, perciò si hanno solo due stagioni: primavera ed estate torrida. Melbourne è una città, invece, più fredda, diciamo come Milano con la sua nebbia; ma quello che la caratterizza è il tempo che nella stessa giornata cambia più volte, dal freddo al caldo, dalla pioggia al cielo sereno. Si usa dire che si avvertono le quattro stagioni non solo durante un giorno ma anche nell’arco di tempo di una sola ora. Ma la città che può annoverare tutte e quattro le stagioni molto ben distinte, come in Italia, è Canberra. La capitale dell’Australia è la più moderna città, è stata infatti costruita agli inizi del secolo con un piano regolatore simmetrico e funzionale. Fu decisa la costruzione di questa metropoli quando – ormai suddiviso il territorio australiano in sette stati: New South Wales, Victoria, Queensland, Australia meridionale, Australia occidentale, Tasmania e il Territorio del nord – Sydney e Melbourne si contendevano la sede del governo federale. Questi per porre fine a quella rivalità decise di costruire il Parlamento in una zona intermedia tra le due grandi città. Sorse così Canberra, circondata da montagne che durante l’inverno si ammantano di bianco, con campi da sci che non hanno nulla da invidiare a quelli europei. E la temperatura della capitale, durante l’inverno, scende a volte anche a più di dieci gradi sotto zero. Apodosi Quando il jumbo atterrò all’aeroporto, rendendoci conto di trovarci in una nuova dimensione di vita, luogo, clima, usi, costumi, lingua e cultura, come in seguito costatammo nella realtà, ci guardammo sbalorditi negli occhi in un commento tacito ma eloquente. Sentimmo la cocente nostalgia dell’Italia che avevamo volontariamente lasciata; ma spinti dal sentimento d’affetto che ci legava, ci confortammo a vicenda, scambiandoci un sorriso che voleva dire: il gran passo ormai è fatto! Affrontiamo la vita insieme. La nostalgia è certamente il sentimento più accorato e più vivo che possa tormentare l’animo umano, per il suo allontanamento volontario dalla terra nativa. L’esilio forzoso è una necessità imposta dagli eventi o da una autorità che esula dalla propria volontà, e si è costretti a soggiacere per evitare mali peggiori, pur consapevoli che se ne incontreranno altri forse della stessa misura. Ma l’esilio voluto, per una scelta libera e personale, non ha una causa così impellente da giustificare un nuovo adattamento di vita a condizioni, ambienti e modi di vivere differenti da quelli in cui si è vissuti per tanti anni. La natura di ogni persona umana si è formata e rivelata la prima volta in una dimensione di vita che è quella tipica del proprio paese nativo e che si differenzia dagli altri per caratteristiche peculiari che trovano la loro ragione di essere nella configurazione orografica, climatica, sociale, politica e religiosa del luogo in cui si è nati. E la struttura del modo di pensare, dei sentimenti e della capacità ricettiva del mondo esterno – cioè, in altre parole, l’insieme delle proprietà e delle qualità congenite e permanenti che determinano la propria identità, il proprio Io – si è sviluppata, cresciuta in quei luoghi e che hanno lasciato un segno indelebile nella profondità dell’animo umano. Dare un colpo di spugna a tutto il passato ed incominciare una nuova vita fuori da quella dimensione, ambientazione, significa cominciare tutto daccapo, con la differenza che il primo sistema di vita nel proprio paese lo si è iniziato sin dal momento del primo vagito, per attestare la nuova presenza di un altro essere in quella compagine sociale, mentre l’inizio del secondo sistema di vita lo si fa quando si è avanti negli anni e le agilità spirituali sono non solo stanche, ma non adatte alla nuova mentalità. La nostalgia è un sentimento ancora più traumatizzante dell’amore non corrisposto, in quanto, anche se questo consiste nella privazione di un bene spirituale – prescindendo dall’altra componente che è il piacere sessuale – pur tuttavia, trattandosi di una scelta che non è nostra, ma di un altro essere estraneo, anche se amato, si nutre sempre la speranza che l’altra parte venga a più miti ragioni, e in ogni caso, non ci si assume la responsabilità di quella rottura. Mentre l’esilio volontario è un carico che noi addossiamo alla nostra coscienza. sappiamo che il bene lasciato è là pronto a riceverci, ma siamo noi che l’abbiamo rifiutato, e continuiamo a rifiutarlo; quindi doppia responsabilità. E, per limitarmi ad un altro solo esempio, la nostalgia è un dolore più pregnante di quello che si prova quando muore un essere a noi caro. E questo in quanto, il bene caro perduto non solo segue una legge imposta da Madre natura, ma anche se lo desideriamo ardentemente, non siamo in grado di ridargli la vita. Invece l’espatrio non è stato voluto per niente dalla natura e in più abbiamo il potere di riacquistarlo, e non lo facciamo. Ma non versai una lacrima. E questo è un fenomeno che può essere spiegato. Quando l’uomo si trova di fronte al corpo inanimato della persona a lui più cara, riceve un trauma possente e tragico che invade, pur nella sua immediatezza, il suo essere, ma lo coinvolge un po’ alla volta. Il dolore si diffonde in lui come può fare una folata di vento gelido che entra all’improvviso in una stanza, irrompe precipitosa e avvolge tutte le cose che incontra, diramandosi in ogni direzione. Ma l’aria che già esisteva in quell’ambiente deve pur cedere il suo calore a quel freddo e permetterne l’assorbimento. E quella stanza, per adattarsi alla nuova temperatura ha bisogno di tempo. Nel caso mio la persona cara era la mia bella Italia e la stanza, la camera da letto ove trascorrevo notti insonni. Il dolore che io provavo doveva acclimatarsi nel mio essere e non mi permise il pianto. L’adattamento al nuovo paese non fu affatto facile. Io poi avevo studiato il Francese durante il mio corso scolastico e conoscevo soltanto una parola: thank you che, oltre tutto, pronunciavo anche male. Mia figlia, invece l’inglese già l’aveva imparato anche se a livello didattico e non pratico. Però, mentre lei era nel fiore dei suoi anni e riuscì a recepire la nuova lingua assimilandola con molta facilità, io che giovane più non ero, avevo già compiuto cinquanta anni, stentai molto, ma non nel parlarla – infatti, subito frequentai dei corsi di lingua organizzati dal governo australiano per i nuovi immigrati – quanto nel capirla mentre la sentivo parlata dagli altri. Per intendere il mio stato d’animo che, a volte, giungeva ad una vera e propria esasperazione, è necessario provare di persona le difficoltà del proprio inserimento nel nuovo paese. Si è costretti, proprio perché manca quello strumento linguistico necessario per continuare il rapporto umano, a rinchiudersi in sé stessi, privi del contatto sociale e politico col mondo esterno. Sentire gli altri che si trasmettono le loro idee, sensazioni e sentimenti che poi arricchiscono la propria personalità, era per me una sofferenza in quanto avevo un solo interlocutore: me stesso. Era vero che avevo a portato di mano mia figlia, ma lei cominciò presto a disinteressarsi dei problemi del padre, sia perché voleva inserirsi nel tessuto vivo del linguaggio australiano – e il fatto di pensare e di esprimersi in italiano con me le impediva l’assimilazione di quella lingua – sia anche perché lei doveva badare ai suoi propri problemi derivanti ai rapporti sentimentali con i giovani di questa nuova terra; e il loro atteggiamento amoroso si discostava non poco da quello della nuova venuta. Chi doveva adattarsi era lei. A dirla breve il mio adeguamento alla realtà australiana fu un trauma che solo il tempo, la pazienza e la costanza mi aiutarono a superare. Alloggiammo in un albergo per qualche settimana, mentre andavamo in giro alla ricerca di una casa con giardino. Dopo lunghe ricerche, alla fine la trovammo a nord di Sydney. Tutti i suburbs di quella zona, collegata alla città dal famoso Harbour bridge, sono ricchi di vegetazione lussureggiante che dalla costa frastagliata, in una successione di sporgenze e rientranze, si allunga nell’entroterra. La flora australiana è multicolore e multiforme. I pigmenti che si trovano sciolti nel succo cellulare che colorano in rosso, azzurro, violetto, giallo o aranciato i fiori, donano a quella flora una peculiare intensità e vivacità che almeno in Italia non è facile trovare. Ma se questo appagava l’occhio pur tuttavia la stessa cosa non accadeva per l’olfatto. Mi resi conto che la maggior parte dei fiori in questo nuovo continente erano privi di profumo. Ed ebbi la conferma in seguito quando incontrai altri italiani, e uno di questi mi disse sorridendo: “L’Australia è un paese libero, ordinato, pulito ed ospitale ma è privo di due cose che noi abbiamo lasciato in Italia qui non senti né il profumo dei fiori né quello dell’amore delle donne, il sentimento d’affetto indulge molto di più al sesso. inoltre scoprii anche che il sole australiano, carico com’è di raggi ultravioletti, non mi consentiva una esposizione del corpo di non più che cinque minuti. E di questo ne sono consapevoli gli stessi australiani che soffrono di cancro alla pelle. In compenso, però, ciò che mi colpì favorevolmente erano gli uccelli e gli animali. I primi, e in particolare modo i pappagalli, hanno un piumaggio ricco di vari colori in una policromia che gareggia con l’arte greca, romana e medioevale italiana. Quando si levano in volo in stormi veri e propri sembravano come tante iridi in un cielo azzurro tra il celeste e il turchino. Ed ogni mattina io e mia figlia eravamo svegliati dal loro canto acuto, quasi polifonico. In quanto agli animali, l’Australia è famosa per i suoi koala ed i canguri. I primi destano un interesse per il loro aspetto d’orsacchiotti con una soffice pelliccia grigiastra che ricordavano a mia figlia gli orsetti in peluche ricevuti in dono quando era ancora una bambina. I canguri poi con quella testa piccola e quelle zampe e coda lunghe, adatte al salto, incuriosivano sia me sia lei. A parte infine quella tasca dove si completa la gestazione dei piccoli che nudi e ciechi, si attaccano ai capezzoli contenuti nel marsupio e da cui succhiano il latte. La natura stessa aveva previsto tutto. Anche per occupare il mio tempo che si esauriva nel fare assolutamente nulla, e perciò mi procurava tedio ed insofferenza, cominciai a frequentare una scuola per imparare la lingua inglese. Mi sembrava buffo vedermi su quei banchi di scuola simili agli altri dei miei primi anni scolastici. Tuttavia vi era una differenza: quelli attuali erano occupati da persone non più adolescenti e qualcuna come me, addirittura avanti negli anni. E ciò che mi sembrava singolare ed insolito era che quell’aula ospitava, come dire, un campionario della razza umana. L’Australia era stata colonizzata dagli inglesi sin dal 1770, quando il capitano J. Cook esplorò la costa orientale denominandola Nuovo Galles del Sud. In seguito il governo inglese s’interessò a questo nuovo Continente e dopo la perdita delle colonie americane, diventò luogo di deportazione. Gli ufficiali inviati dall’Inghilterra ebbero delle assegnazioni di terre e costituirono ben presto una casta dominante, con il lavoro servile dei deportati ed il monopolio del commercio. dopo un secolo di alterne vicende, i deportati furono confinati solo in Tasmania, ma a causa di disordini provocati proprio da questi, in seguito si arrivò alla fine del loro trasporto anche in quell’isola. A seguito poi della scoperta di giacimenti immensi di oro, la febbre di quel metallo prezioso attrasse in Australia una vasta moltitudine di gente proveniente anche dai paesi dell’Europa. Ed infine, negli ultimi tempi, fu invasa da gente emigrata dalla Cina, dal Giappone e da tutto l’emisfero australe. Quando si costituì il primo governo australiano nel 1901 si riunirono in una confederazione le sei colonie britanniche: New South Wales, Victoria, Queensland, Australia meridionale, Australia occidentale e Tasmania, cui si aggiunse poi il Territorio del nord. E si sentì il bisogno di richiedere una mano d’opera specializzata e non, per incrementare l’agricoltura e l’industria, concedendo agevolazioni a tutti coloro che volessero trasferirsi in Australia. Da ogni parte del mondo si riversò, così, nel nuovo Continente una gran massa di persone allettate da quelle agevolazioni. Questa la ragione per cui quella scuola da me frequentata era come un campionario della razza umana. io fui conquistato ben presto dalla cordialità e amabilità di questa gente che, come me, aveva affrontato il problema e la difficoltà di adattamento in una terra sconosciuta, dove lo stile di vita non era quello stesso in cui era vissuta, ma era un multicolore, vario e composito modo di comportamenti e di atteggiamenti che, in un certo senso, era la somma di elementi eterogenei, i quali tuttavia, proprio in virtù di quell’adattamento cercavano di compenetrarsi l’un l’altro dando così vita al multiculturalismo. Anche se ciascuna etnia tentava di conservare i connotati tipici della sua cultura d’origine, questa per un processo storico inarrestabile e al quale non poteva sfuggire, veniva ad essere amalgamata in una entità che a mano a mano assunse l’espressione “Identità australiana”, pur nella diversità del colore della pelle. A Sydney incontrai un italiano che si era trasferito in Australia molti anni prima e, quando seppe da me che avevo svolto la mia attività in Italia come vicedirettore dei servizi delle trasmissioni per l’estero nella direzione generale di Roma, non esitò ad informarmi che la SBS aveva indetto un concorso per un direttore del programma in lingua italiana cui doveva far capo un team di una decina di broadcasters. Io, anche se avevo cominciato proficuamente a frequentare la scuola per imparare l’Inglese, tuttavia ancora non riuscivo a parlarlo in modo che si potesse capire ciò che intendevo dire. Era un misto d’Inglese e d’Italiano che spesso suscitava l’ilarità di mia figlia. A quel mio nuovo amico feci presente le mie gravi lacune, ma egli mi incoraggiò lo stesso ad inoltrare la domanda di partecipazione insieme al mio curriculum vitae, scrivendo lui stesso in inglese la mia adesione, assicurandomi che lo SBS andava in cerca soprattutto di una persona molto qualificata nel settore radiofonico; l’inglese lo avrei imparato un po’alla volta. Con mia grande sorpresa, dopo appena tre giorni, mi vidi recapitare una lettera di quell’ente con l’invito a recarmi nella direzione generale per un colloquio. Mi resi subito conto che l’intervista era veramente problematica per me: consisteva in domande da parte loro in lingua inglese e in risposte nella medesima lingua da parte mia, io che stentavo di farmi capire con l’amico stesso quando mi costringeva a parlare in Inglese. Ma lui, pur ridendo di cuore per le mie espressioni verbali che ora mi rendo conto fanno sorridere anche me, voleva rendersi utile nei miei riguardi grato come era per avere io aderito ogni sera al suo invito di suonare al pianoforte brani di Chopin e Schubert. E rinunciò perfino per cinque giorni all’ascolto delle mie interpretazioni musicali pur di sottopormi ad uno studio stringente delle eventuali parole di risposte che io potevo dare. Ricordo che sudai le cosiddette sette camicie, ma alla fine avevo imparato a memoria quelle frasi da offrire agli ignari intervistatori che mi aspettavano. Fui accolto, accompagnato sempre dal mio amico acquisito, da un consesso di ben cinque persone. Mi presentò a loro e li pregò di permettergli di starmi vicino, nel caso non riuscissi a capire o a rispondere adeguatamente. Non era in verità un’adeguatezza ma si trattava di rispondere nel modo meno rudimentale possibile. Non fecero eccezioni di sorta. Anzi uno di loro era italiano e cercava di aiutarmi suggerendomi qualche parola nella mia lingua. Bersagliato com’ero dai loro sguardi e dall’incrocio di quelle domande e risposte, non potetti fare a meno di asciugarmi il sudore che imperlava la mia fronte. Risero tutti di cuore e questo alleggerì molto il mio stato d’animo. Alla fine per fortuna furono abbastanza soddisfatti e mi congedarono con ampi sorrisi che io interpretai come una garanzia che mi avrebbero assunto. Il componente italiano della commissione mi disse: «Se questo ha voluto essere un esame», e mi guardò con occhi molto furbi, «si consideri assunto». Dopo una settimana ricevetti la lettera d’assunzione temporanea, facendo riferimento anche allo stipendio che non era inferiore a quello che ricevevo in Italia. devo però chiarire questo: al momento della domanda di partecipazione al concorso per l’incarico di Italian coordinator inviai un curriculum riguardante la mia attività nel settore radiofonico, durata ben 27 anni. Oltre tutto, ripeto, io avevo una competenza specifica nei programmi radiofonici trasmessi per i nostri connazionali all’estero sparsi in tutti i paesi del mondo. Conoscevo cioè la loro mentalità, i desideri ed aspettative e formulavo così i programmi in modo che rimanesse sempre viva in loro la cultura italiana. Il Presidente della SBS si trovava in serie difficoltà perché i programmi in lingua italiana non erano allo stesso livello delle altre etnie, e non sapeva come rispondere alle lettere di protesta della Comunità italiana. Decise così di indire un concorso. Quando lesse il mio curriculum capì che finalmente aveva trovato una persona tecnica, innanzitutto con una laurea, e poi con un bagaglio di esperienza radiofonica eccezionale. Non era necessaria la conoscenza della lingua inglese in quanto il team che dovevo dirigere era formato da italiani e i programmi radiofonici erano scritti in italiano e diretti soltanto alla Comunità italiana. Si trattava di salvare il decoro di una istituzione governativa che si sforzava di facilitare l’inserimento delle varie etnie in un paese nuovo. Tuttavia il rappresentante, e quindi il responsabile di quella radio multiculturale seguiva con trepidazione il mio operato, e quando cominciò a ricevere centinaia di lettere di incondizionato plauso per la mia programmazione si convinse che la scelta da lui operata era stata la migliore. Per avere ulteriori elementi da sottoporre al consiglio di amministrazione, in vista di un contratto annuale, andò a trovare il Console generale d’Italia e gli chiese un parere in merito. Solamente quando fu assicurato che i programmi della SBS in lingua italiana avevano lo stesso livello culturale di quelli trasmessi in Italia, mi chiamò e si congratulò con me quasi con le lacrime agli occhi. L’assunzione, quindi, fu definitiva. Ovviamente intensificai i miei corsi celeri per imparare l’inglese, e dopo un anno potevo dialogare con i miei superiori. Presi così possesso del mio nuovo incarico. Convocai i sette broadcasters che già mandavano in onda i propri programmi. In verità, a parte l’Italiano che non era il migliore possibile, non avevano un’esperienza radiofonica sufficiente. Come dire, i programmi lasciavano a desiderare, tanto più che molti ascoltatori della fascia più colta avevano mandato lettere di protesta. Mi armai di coraggio e soprattutto di pazienza. Feci fare a tutti un corso improvvisato per broadcasters organizzato e tenuto da me stesso. Mi ascoltavano quasi con un timore reverenziale e annotavano sempre quello che spiegavo. Alla fine feci loro questo discorso: avete ora imparato come si usa il linguaggio in senso radiofonico, ma questo è soltanto un mezzo per esprimere le idee che devono essere vostre. È necessario da parte vostra infondere nelle singole rubriche, che vi accingerete a formare, la vostra personalità che, però, non deve mai essere fine a se stessa, ma arricchita e amalgamata volta per volta dagli eventi che voi descriverete, nei limiti della verità che non deve essere condizionata al vostro modo di vedere. È da tenere presente che leggevano il giornale radio all’inizio del programma mattutino e quello serale. Lo ricevevano dalle varie agenzie giornalistiche, in particolar modo dall’ANSA. Le notizie riguardavano prima gli ultimi avvenimenti di rilievo in Australia e poi quelli in Italia. E aggiunsi: le notizie di qualsiasi natura esse siano devono essere presentate con un rigore assoluto d’imparzialità. Se poi volete aggiungere qualcosa di vostro che rifletta il vostro modo di pensare, cioè colorire con la vostra sensibilità quello che raccontate, fatelo soltanto durante il programma vero e proprio e non al momento delle News. I primi frutti arrivarono con le attestazioni di stima, non solo della comunità italiana ma anche della SBS. Un giorno il Direttore generale convocò tutti i Coordinators delle diverse lingue che ammontavano a più di tredici, e colse l’occasione per elogiare il team italiano. Se questo appagò il mio orgoglio, tuttavia fu un motivo di maggior lavoro in quanto facevano riferimento a me per le tecniche necessarie a intervallare un argomento da un altro con opportuni stacchi musicali o semplicemente di suoni singoli. Ovviamente anche i giornali di lingua italiana creatisi e diffusi a Sydney e Melbourne s’interessarono dei programmi trasmessi dalla SBS con commenti del tutto favorevoli. Anch’io mandavo in onda dei programmi scritti e letti da me, ma non leggevo mai il Giornale radio. Ed è facile capire perché: la mia pronuncia dell’Inglese lasciava ancora molto da desiderare e nel notiziario riguardante l’Australia erano presenti espressioni tipicamente inglesi. Ogni settimana, così, offrivo alla comunità italiana quattro o cinque rubriche di un certo livello culturale e adatti a quella fascia di ascoltatori, diciamo, della Sydney bene. ed ebbero molto successo anche se l’italiano medio mostrava una certa perplessità. Allora ideai un programma speciale trasmesso il sabato sera e intitolato: il buon week-end con il coordinatore. In questa rubrica rispondevo almeno a venti lettere settimanali che ricevevo dai miei connazionali. E, a parte le risposte che fornivo, spiegavo con parole più accessibili il contenuto dei miei programmi culturali. D’allora in poi non ho ricevuto alcuna lamentela. Come è noto nelle principali città australiane sono presenti tutte le associazioni italiane a livello di regioni ma anche di città. È una vera e propria proliferazione. Gli italiani che si sono trasferiti in questo continente risentono sempre non solo della loro lontananza dalla penisola italiana ma anche dalle regioni e città, incluso qualche paese che può non essere noto neanche a un italiano che vive in Italia. Ma essi vogliono far rivivere la loro identità di cui sono orgogliosi. Così ciascuna Associazione spesso, durante l’anno, organizza delle cene sociali cui invitano i media la stampa e la radio italiana. E vi è sempre un rappresentante del governo australiano, appartenente alla loro circoscrizione elettorale. Una volta partecipò il primo Ministro australiano e colsi l’occasione per parlare dell’Italia e soprattutto degli italiani qui emigrati che avevano portato nel suo paese usi e costumi occidentali e che sono stati anche assimilati dagli australiani. Fra le tante cose mi dilungai a elogiare il caffè nostrano, torrefatto in Italia. E lessi un mio breve componimento che avevo già incluso in un programma, ma questa volta in lingua inglese. Lo trascrivo perché è significativo l’apporto degli italiani allo stile di vita degli australiani. Il Caffeaus Il Barone Marsilio, alto nella sua statura aristocratica, e sempre con quel fazzolettino bianco ricamato nel taschino della giacca, era tornato dall’Australia dopo un soggiorno di tre anni. Era stato ospite di una nipote sposata con un inglese trapiantato in quella terra da più di vent’anni. Aveva voglia di rendere partecipe delle sue esperienza nel nuovo Continente il suo caro amico don Michele, un ricco proprietario terriero. Don Michele era nel caffeaus del suo giardino, e appena lo vide esclamò: «Mio caro Barone, che gioia vedervi! Mi sembrate in perfetta salute, prendete questa tazza di caffè. Ne avete certamente bisogno dopo tre anni in suolo straniero dove non si conosce il nostro caffè». «Ma che dite mai? E voi pensate che la nostra comunità italiana non l’abbia imposto agli Australiani? Dovete sapere che loro perfino sono orgogliosi di potere pronunciare tantissimi termini della lingua Italiana: fiasco, paparazzi, pizza, spaghetti, prosciutto e così via; ormai fanno parte del loro vocabolario. Ora gli Australiani non solo usano i termini italiani, ma hanno constatato che è cambiato il loro gusto, lo stile di vita, il modo di pensare». «E perché mai questo? ». «A parte, gli spaghetti, il prosciutto, la pizza e tante altre cose che hanno trasformato il sistema di vita, per avere imparato ad essere più socievoli, come dire, più compagnoni come lo siamo noi, loro hanno scoperto la bontà del caffè italiano. Prima del multiculturalismo erano abituati al te’ che forse serviva per dare un po’ di calore al loro corpo, ma niente di più. Quando hanno assaggiato il nostro caffè hanno capito che era il nettare degli Dei». «E come fate a dire che è un nettare degli Dei se voi, misero mortale, il nettare non l’avete mai assaggiato? ». «Don Michele! Ci vuole tanto a capirlo? Quelle divinità è vero che avevano dei poteri taumaturgici che consolavano gli uomini, ma prima di tutto dovevano consolare sé stessi. Erano molto furbi! Avevano scelto il meglio di quello che esisteva in quei tempi remoti. Però, come dire, si erano dovuti adattare al nettare, perché non erano riusciti ad individuare la pianta da cui si sprigionava il profumo del caffè, un aroma che si potrebbe chiamare paradisiaco, ma a quei tempi c’era solo l’Olimpo, e quindi ripieghiamo pure a qualificarlo Olimpico. Il segreto del caffè era tenuto gelosamente conservato dal dio Pan che, a quei tempi viveva nella moderna Abissinia, infatti, da quella regione ebbe origine il caffè. Egli ne prendeva dei chicchi e li triturava sotto i suoi denti aguzzi, senza inghiottirli. Passava delle ore ad assaporarli, e si sentiva ogni volta non solo rinvigorito nel fisico, ma notava che il suo sistema nervoso era così piacevolmente eccitato che gli rendeva più rapidi i processi ideativi, facilitando e prolungando il rendimento intellettuale; egli doveva sempre escogitare degli espedienti per imporsi agli esseri viventi nelle foreste. E sapeva anche un altro segreto di quei chicchi: pur orribile nella sua figura fisica, era conteso dalle Ninfe montane che non gli concedevano riposo negl’incontri amorosi. E gli italiani che conquistarono quella regione hanno affinato il processo di torrefazione, rendendo così il nostro caffè eccitante al punto giusto; e gli Australiani ci imitano, vogliono essere anche loro dei Latin lovers. Hanno imparato anche un’altra cosa, sono consapevoli che con un mezzo cucchiaino di quel nostro caffè messo nel recipiente pieno d’acqua per la bollitura riescono a prendere sonno e riposarsi». «Barone! Questo non lo sapevo, ve ne sono grato immensamente! Ma continuate pure il vostro interessantissimo racconto». «Ma già gli Italiani, uomini furbi e buongustai, nei secoli scorsi, avevano rivoluzionato l’umanità intera nei suoi gusti, nello stile di vita, nel modo di pensare e nel campo della scienza e delle arti. Ed eressero un monumento al caffè: il locale adibito alla consumazione di quel secondo nettare degli dei che pur tuttavia quelle divinità non assaggiarono mai. Il nostro caffè sapeva il fatto suo e voleva essere onorato ancora di più. E caddero così nella sua rete i popoli occidentali che gli dedicarono in tutta Europa saloni pomposamente decorati in cui si celebravano i riti raccolti a lui dedicati. E quelle sale si videro frequentati e stipati da gente d’ogni condizione sociale, di qualsiasi credo politico e religioso. Erano tutti lì ad aspirare prima l’aroma, a degustarlo poi, ed infine a centellinarlo. Quante nuove idee maturarono nelle menti di quella gente! E questo è accaduto anche agli Australiani. Quando prendono in mano la tazza fumante del nostro caffè così diverso da quello che erano abituati a prendere, sentono di assumersi una gran responsabilità». «Ora ho l’impressione che stiate esagerando un poco. Siete proprio convinto che il caffè nostrano li renda responsabili? ». «Più che responsabili! E mi spiego. Quando loro portano alle labbra la tazza, il vicino di casa è il naso e questi la ferma, non dico con autorità, ma con opera di convinzione, sapete come sono le bevande prelibate, prima di offrirsi vogliono essere stuzzicate come certe donne se voi le volete godere appieno; e l’olfatto vuole preparare il corpo per ricevere quel liquido degnamente. Manda così attraverso le papille quell’odore a poco a poco nel sangue che si affretta a correre per tutte le vene per avvertire tutti gli organi digestivi dell’arrivo del gran personaggio. Fatto così il suo primo dovere, la linfa vitale dell’uomo poi si pone nell’attesa che possa assimilare quel nettare e questa volta portarne il suo effetto direttamente al centro motore dell’organismo umano, il cervello, che vuole una spinta, uno stimolo per creare le idee. Ma senza fretta, lui vuole ponderare bene. E siccome sa che quel rito si prolunga nel tempo, si lascia irrorare a poco a poco. E gli Australiani hanno così modo di discutere lentamente affari, progetti, accordi e con cognizione di causa. quando, alla fine, sentono arrivare l’effetto dell’ultimo sorso, allora il loro cervello comanda alla lingua di schioccare gioiosamente sul palato sia per avere degustato quel caffè e sia anche per celebrare insieme con quella dell’interlocutore la conclusione dell’affare o la scoperta di qualcosa di cui la loro mente ne è capace». Ammirato com’era da don Michele, aggiunse: «Sapeste poi come pronunciano la nostra parola cappuccino con due ‘p’ e due ‘c’, sembrano dei bambini. oltre tutto li facciamo sentire giovani. E devo aggiungere anche un’altra cosa. Quando gli uomini politici, managers partecipano a riunioni conviviali nei Clubs italiani, mentre durante le portate sono loro i primi ad iniziare la consumazione dei cibi, quando arriva il momento del caffè si guardano attorno e non osano muoversi, osservano come gli Italiani prendono in mano la tazza e l’avvicinano alla bocca; ed imitano perfino quella mossa tipica nostra di tenere tra quattro dita la tazza, ma l’ultimo, il mignolo, un po’ discolo in verità, è puntato in aria quasi ad avvertire che è in corso un rito importante. Insomma gli Australiani sono consapevoli, e lo ammettono, che con il nostro caffè hanno assimilato gli usi, lo stile e perfino il modo di parlare nostro, noi del Bel Paese; qualità queste che fanno parte ormai del loro sangue perché hanno vissuto quelle esperienze, e le trasmettono ai figli che alla loro nascita, come si dice il buon sangue non mente, portano con sé quel bagaglio di doti prettamente italiane». «In definitiva il caffè, alla maniera italiana, non solo serve come intrattenimento idoneo ad offrire un motivo di compagnia ma fornisce loro uno stile di vita che, come dire, li condiziona, proprio loro che si sono sforzati per popolare l’immenso continente, concedendo mezzi atti a permettere agli Italiani di adattarsi ai loro costumi. E dobbiamo concludere che il nostro caffè, non solo fa molto di più di tutti gli Ambasciatori e Consoli sparsi sui cinque continenti, ma anche ha fatto degli Australiani un popolo sano e vegeto». Stava per concludere don Michele. «Ora mi sembra che stiate esagerando voi. Che cosa intendete dire per un popolo sano e vegeto?». «Qui ho l’impressione che siate uno sprovveduto. Non sapete che soltanto il caffè Italiano, torrefatto alla nostra maniera, conserva la sostanza organica chiamata colina e che è salutare per il fegato?». Il Barone si alzò, lo abbracciò e gli disse: «Venite a trovarmi al castello, e portate il vostro caffè per rendergli onore, ospitandolo in un maniero». «Però dovete convenire che questo padiglione è stato costruito apposta per lui: il Caffeaus». Il Barone sorrise, e a passi svelti se ne tornò alla sua magione. Poiché si era al caffè, la bevanda conclusiva della serata, quando accennai a quel ditino birichino rivolsi i miei occhi al primo Ministro, mentre stava sorbendolo proprio con quel dito proteso e se lo guardò, scoppiando in una risata significativa, coinvolgendo gli altri commensali colti nello stesso atteggiamento. Voglio ora parlare dell’uomo e della donna australiana. Mentre in Italia il rapporto tra i due sessi è quasi sempre a favore dell’uomo, in Australia la donna coinvolge di più l’uomo nei propri interessi, nelle proprie abitudini, e lui si adegua volentieri non per complesso d’inferiorità ma perché sa che è in buone mani. La donna australiana è più sensuale dell’uomo e questi si lascia condurre. Ma il fondo dell’animo di entrambi è essenzialmente buono, in quanto sono schivi di sofisticazioni. L’essere, come dire, un po’ selvaggi, il fatto di sentirsi più vicini alla natura li rende più spontanei, più naturali. Lo stesso linguaggio che gli inglesi sanno usare opportunamente per non compromettersi, grazie alla disponibilità di vocaboli che possono avere un doppio significato, gli australiani lo hanno modificato oltre che nella pronuncia e nella struttura stessa della frase, anche nell’espressione dei loro sentimenti. Se dicono “I’m fine” si può essere sicuri che si sentono realmente bene. E non come un modo di dire che le convenienze sociali impongono per non rattristare gli altri delle proprie preoccupazioni. Nei primi tempi del mio soggiorno in questo continente, ogni volta ero assillato da un grosso problema di non mia pertinenza: gli Australiani intendono dottore soltanto il medico, per cui quando mi qualificavo come dottor, aggiungendo il mio nome, immediatamente sentivo voci imploranti che chiedevano aiuto per il loro mal di testa o di stomaco. Ed io rispondevo: abbiate pazienza! L’aiuto che posso darvi è solo di natura giuridica e non di salute, io mi nutro di musica e di Pandette (quelle giustinianee). E pronunciavo la parola Pandette in italiano. Ma loro, per una strana assonanza, la scambiavano con pancake, una specie di crepe fatta di farina, burro, latte e miele. E il loro sguardo allora si addolciva: volevano anch’essi gustare quelle specialità gastronomiche. Ma dopo una mia doverosa spiegazione, le implorazioni di soccorso si trasformavano in sguardi di sospetto: gli Australiani, popolo pacifico, preferiscono un difensore della loro salute al difensore di liti giudiziarie. Infine sono sinceri ma senza malizia. Un episodio da me vissuto lo dimostrerà. Dopo un concerto in una sala di Canberra e in cui eseguii insieme a due altri interpreti il Trio “Arciduca” di Beethoven, sentii un commento di una signora a una sua amica, ovviamente in inglese: «a me è piaciuto molto come ha suonato quel vecchio pianista». Se da una parte la lode s’incontrava col mio orgoglio con una simpatia reciproca dall’altra la parola “vecchio” lo feriva sino al punto che, quando si avvicinò a me per congratularsi, mentre mi offriva un sorriso smagliante, io dissi in inglese: «Signora! a giudicare dal suo aspetto lei avrà su per giù la mia stessa età. Però io non l’avrei chiamata mai una vecchia signora, piuttosto “an ageless lady” (una donna senza età)». Il sorriso improvvisamente scomparve dal suo viso e al suo posto notai una viva e sentita sofferenza: «I didn’t mean it, believe me!» (Io non volevo intendere che sei un vecchio, mi creda!). Riprese il suo sorriso, e concluse. «Well! You are a handsome ageless gentleman and wanderful musician». (Ebbene! Tu sei un bell’uomo senza età e un meraviglioso musicista). Mi avvicinai e l’abbracciai con affetto, ricambiato da lei. Infine una delle poche caratteristiche negative che hanno si manifesta nel vizio del gioco (gambling). Si calcola che dei sedici milioni di australiani almeno tre milioni siano dediti al gioco, sia esso il lotto, le corse al cavallo, le lotterie, ma soprattutto le poker-machines che abbondano nei clubs e di cui cono tossico dipendenti, anche se è una droga psicologica, ben trecento mila individui. Vi sono molte teorie che tentano di spiegare l’impulso dell’uomo a giocare. Ma ogni spiegazione è relativa ed ha valore soltanto se è riferita a un determinato individuo, con il suo carattere, la sua personalità, lo stato d’animo, le esperienze di vita precedente, le frustrazioni, i traumi subiti, l’ambiente familiare e sociale in cui è vissuto o nel quale si accinge a vivere. Sono questi i fattori da tenere presente quando si vogliono ricercare le cause che hanno determinato quella inclinazione. Quei clubs sanno tutto questo e, non solo vivono ai margini della legalità, ma li superano con una truffa legalizzata. Colui che tenta la fortuna al gioco, in genere, lo fa per lo spirito di gareggiare come quello che lo porta a competere e a superare l’avversario in qualsiasi agone umano, e dimostrare di riuscire meglio degli altri. È la sfida che uno lancia all’altro per misurarsi a vicenda. Normalmente in questo scontro vi sono fattori emotivi sia dall’una e sia dall’altra parte che possono aiutare o non il conseguimento del proprio successo. Ma nel caso invece delle pokies, da una parte, vi è il giocatore con tutta la sua emotività eccitata al massimo e dall’altra una macchina computerizzata, fredda, insensibile ai moti dell’animo e calibrata in precedenza, perciò potrà dare solo quello che le è consentito e permesso, ad onta di tutti gli sforzi fatti dal giocatore. E i clubs organizzano dei cosiddetti megajackpots che offrono anche una vincita pari a centomila dollari, pari all’incirca a cento milioni di lire italiane. Il ragionamento che gli australiani fanno è questo: anche ammettendo che solo uno su mille riesce a vincere quei megajackpots, noi, gli altri, gli sfortunati, i perdenti, non ci diamo per vinti, sempre nella convinzione che se la fortuna ha arriso ad uno di noi, quella stessa Dea bendata può un giorno o l’altro bussare alla nostra porta. Ma io ho fatto un altro ragionamento: l’intelligenza, anche se offre tutta la sua disponibilità ed è proficua in altri campi, quando si vede applicata al gioco si rifiuta di rendersi complice della debolezza dell’uomo che preferisce il caso al raziocinio. E non è difficile capirlo. L’intelletto è usato dall’uomo nella continua lotta per la vita al fine di realizzarsi e di sopravvivere. L’uso è continuo e stressante. Quando il suo possessore, l’uomo, questa macchina al pari di quelle del club, in continua azione tesa a defraudare il prossimo, vuole concedersi una parentesi di distensione che lo liberi dalle preoccupazioni della vita, si reca speranzoso nelle case da gioco; e cerca di dare libero sfogo a tutte quelle energie improduttive che noi tutti possediamo, al pari delle gramigne del mondo vegetale. D’altra parte, anch’esse fanno parte di un bagaglio umano ricevuto al momento della nascita, ed hanno bisogno di un contentino. Ma quando l’uomo si trova sul tavolo verde o davanti alla poker-machines, abbandonato com’è dall’intelletto, chiede aiuto al cuore e questi manda sul fronte di guerra i suoi eserciti della furberia, dell’ira, persuasione, consolazione per non sentirsi del tutto sconfitto e nella lotta che segue n’esce perdente; perché, abituato com’esso è a confrontarsi con l’intelletto, suo condomino che a volte riesce a farlo rinsavire, è costretto ora a combattere con un altro nemico, il Caso, un completo estraneo che possiede tutto, tranne che il raziocinio. E infine, lui che come abbiamo detto è una macchina mangiasoldi nei riguardi del prossimo, è punito per la sua avidità proprio da quelle consorelle: una delle tante lotte nella stessa famiglia. Ma questo è un ragionamento che può fare un occidentale come me e per di più sano. Anche molti europei si fanno ospitare con molta indulgenza nei Casinò. Un giorno un italo-australiano mi scrisse una lettera e mi chiedeva: «che cosa c’è a monte del vizio del gioco? ». Ed io gli risposi elencando le varie cause, e conclusi dicendo: «Dostoevskji, per motivi politici, fu condannato a morte e proprio al momento dell’esecuzione, quella pena fu commutata in quattro anni di lavori forzati e nel conseguente esilio. Anche se egli se ne uscì purificato da quella triste esperienza, pur tuttavia quel ricordo, le vicende cui andò incontro in seguito alla relazione amorosa con una donna che lui stesso chiamò infernale, la morte della moglie e del fratello, le pene a lui procurate nello sforzo di affrontare la vita, contribuirono a convincersi che lui era un respinto dalla vita; ed allora si dette al gioco. Fu così dominato da quell’addiction al gioco. Ma, fortunatamente, il bisogno impellente di scrivere fu ancora più forte, perciò cominciò a pubblicare quei grandi romanzi che lo resero famoso. Ecco un’altra possibile causa che può condurre al gioco, il sentirsi respinto dalla vita. La convinzione che non si è come tutti gli altri propri simili i quali godono dei beni che la natura offre loro, in quanto la vita sociale li ha accettati nel suo grembo, mentre lui ne è stato emarginato; e questo lo porta inevitabilmente a rinchiudersi in sé stesso. Per lui è l’amarezza dell’incompreso che si isola dentro la propria delusione, disprezzando coloro che non riuscirono ad apprezzarlo e che si priva della propria felicità non volendo piegarsi, nella sua tristezza, al destino. Questo isolamento richiede necessariamente un’apertura, uno sbocco che potrei chiamare anche sfogo, altrimenti non gli resta che togliersi la vita, quella che non è stata accettata dalla società che lui stesso rifiuta. Se non sopraggiunge il demone benefico di un nuovo ideale di vita che rigenera lo spirito nello slancio creativo, sopravviene fatalmente un indebolimento dello spirito di conservazione e si approda sul tavolo verde e, per quanto vi riguarda, alle poker-machines. Ed infine il gioco che sembrava una valvola di sicurezza per sfuggire all’inesorabilità del destino, si rivela invece un’ulteriore causa che spinge il giocatore all’autodistruzione. Perché all’annichilimento della propria personalità si aggiunge anche la distruzione dei beni materiali che possiede. E l’ultimo approdo è il suicidio». Ma il mio interlocutore epistolario mi rispose: «Io, però non sono Dostoevskiji, né tanto meno un incompreso, in quanto i miei familiari e i miei amici mi sono sempre vicini. Io voglio soltanto divertirmi, anche se il mio patrimonio è paurosamente assottigliato». Io gli risposi con sole due parole: “No comment.” E per concludere, faccio ora una panoramica sugli italiani trapiantati su questo continente. In genere l’italo-australiano medio, quello che si è trasferito in Australia in cerca di lavoro, si è realizzato pienamente: ha la sua casa decorosa paragonabile a un villino in Italia, ha accumulato un risparmio bancario e usufruisce di una buona pensione corrisposta dal governo australiano; e, per coloro che avevano già svolto un lavoro nel loro paese nativo, anche una piccola pensione italiana. Si sono così ben radicati nella nuova terra che se, a volte, la nostalgia della patria lontana ha preso il sopravvento consigliandoli a ritornare in Italia, per la maggior parte dei casi, dopo alcuni mesi di permanenza sul suolo nativo, preferiscono vivere in Australia. ma non perché ne sentano la nostalgia uguale a quella quando lasciarono la madre patria, ma perché, spinti anche dalle nuove generazioni costituite dai figli, il nuovo sistema di vita in cui si sono adagiati li appaga ancor di più che in Italia ormai trasformata, perdendo la loro primitiva identità. Per l’italiano, invece, che è venuto in Australia per il fiuto degli affari nel campo industriale, la situazione è più che vantaggiosa. Alcuni hanno creato degli imperi economici, frutto della tipica intraprendenza italiana che compie miracoli in terra straniera. Ovviamente quelle iniziative prese con prontezza e coraggio presentano un rischio, ma la loro pazienza e sacrificio, non disgiunti da una buona preparazione tecnica e manageriale riescono a superarlo. Alcuni maligni, quelli della fascia ‘lavoro manuale’, insinuano che sono stati sfruttati proprio da loro. Ma, di norma questo non è vero in quanto, trovandosi in un paese straniero con un altro linguaggio, strumento necessario per una adeguata convivenza, usi e costumi differenti, sono stati facilitati nel trovare un lavoro dignitoso. D’altra parte le enormi distese dei campi di barbabietole da cui si ricava lo zucchero e che appartenevano ad australiani non offrivano una migliore dignità. Anzi il lavoro massacrante rassomigliava, a volte, a quello delle distese terriere americane coltivate dagli schiavi negri. Però, in definitiva, è accaduto che mentre gli australiani accoglievano nel proprio seno emigranti dall’Italia, come da tutte le parti del mondo, per assorbirli nella loro propria identità, gli italiani hanno imposto la loro cultura – nel senso etnico della parola – e lo stile tipico italiano, trasformando la società australiana. Termino riportando una domanda che mi rivolse un mio ascoltatore: “perché la gioia dura sempre molto meno del dolore?” Io risposi: «nella natura coesistono il Bene e il Male. Il primo è un’emanazione di Dio, il secondo di Satana. Dal Bene deriva la gioia e dal Male deriva il dolore. E sono due forze uguali e contrarie, e come tali potrebbero almeno avere una stessa durata, anche se il Bene che ha una matrice divina dovrebbe durare di più. Ma il fatto è che in pratica la gioia dura sempre molto meno del dolore. Ad ogni attimo di gioia corrispondono minuti se non ore di dolore. E questo accade per l’intrusione del Tempo, quest’Entità che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro per stabilire la sua realtà. Infatti, si è detto che per l’Io il tempo reale è soltanto quello attuale in quanto il passato è un ricordo, quindi già scomparso, e il futuro è un’immaginazione cioè un’irrealtà. Però si è anche affermato che il tempo reale attuale è un’illusione dei sensi perché nel momento in cui lo consideriamo è già passato. Cioè il Tempo non si lascia afferrare, sfugge come un’anguilla. Ora a questa forma di congenita furbizia del Tempo si aggiunge anche un’altra, cioè quella di assegnare lui stesso una durata alle altre due Entità, il Bene e il Male che sono superiori a lui in quanto rappresentano rispettivamente Dio e Satana. E si prende beffa d’entrambi assegnando una maggiore durata al dolore, cosa questa avversata da Satana in quanto, per allettare gli uomini vorrebbe che essi gioissero a lungo del male, cioè del piacere, e soffrissero meno nel dolore. Mentre assegna una più breve durata al Bene quando invece Iddio vorrebbe che l’uomo godesse di più della gioia per invitarlo a Lui». Il mio interlocutore commentò: «È da credere che il trio Bene-Male-Tempo sia il riflesso della Trinità di Dio». Ed io gli sorrisi.