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clickando qui - Il portale di Quantulum

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clickando qui - Il portale di Quantulum
CAPITOLO I
LA GIOVINEZZA DI JJ.
Dopo tanto tempo, JJ si sentiva di nuovo sereno.
Le rivelazioni di colui che aveva amato come un padre e
rispettato come un maestro, sembravano ormai lontane, avendo
perso quasi tutta quell'enorme importanza, che il giovane aveva
attribuito ad esse, almeno fino a qualche giorno addietro.
Eppure, in un primo momento, JJ aveva avuto una sensazione
strana e dolorosa: come se il suo universo fosse esploso,
sbriciolando le pareti di vetro che lo rinchiudevano in una
scatola lucida e pulita e mostrandogli un mondo, il vero mondo,
quale esso veramente era.
Buio, ingiusto, cattivo e nemico.
Invece, fino a quel momento, tutto era filato liscio, nella sua
ancor giovanissima esistenza.
Le sollecitazioni, che gli erano giunte da più parti, ed una certa
qual inclinazione della sua conformazione mentale, gli avevano
suggerito, e forse, a sua insaputa, quasi indicato, la via del
seminario, come la strada per lui più confacente, per raggiungere
uno scopo nella vita.
Poi, all’improvviso, il dramma.
Era ancora vivido, e presente nella sua mente, il ricordo di quel
giorno grigio, in cui, chiamato da una telefonata concitata, aveva
raggiunto, nel più breve tempo possibile, la casa che l'aveva
visto crescere.
" Tu, Jean Jacques, non sei il figlio della mia povera sorella
che, pure, ti ha tirato su come una madre.
I tuoi veri genitori erano due ebrei disperati, che vennero nella
mia canonica durante la guerra e ti consegnarono a me perché,
almeno tu, ti salvassi.
No, non so altro di loro, essi non ebbero il tempo di dirmelo.
Mi dettero solo una catenina ed un ciondolo con su impressa
una stella di Davide ed un nome, Mario Ferrara; il tuo vero
nome, forse.
Sul retro era incisa una serie di numeri e lettere dell’alfabeto
ebraico, di cui non ho mai potuto decifrare l’effettivo
significato.
Se quello fosse stato il tuo vero nome, d’altronde, non mi fu
rivelato, forse nell'eccitazione del momento, dai tuoi genitori.
Del resto, io non li vidi per più di una mezzora, in tutto.
Tua madre era così straziata, che non pronunciò nemmeno una
parola; dovemmo quasi strapparti dalle sue braccia.
Tuo padre invece, da buon credente della religione di Abramo,
m'avvertì delle circostanze eccezionali che s'erano venute a
verificare dal momento della tua nascita.
Esse, quasi accavallandosi come onde di un mare in tempesta,
avevano impedito di compiere sul tuo corpicino il rito, che la
stirpe di Abramo esegue da tempo immemorabile sui suoi figli
maschi, per suggellare il patto che la lega all'Onnipotente1.
Il fatto, pur doloroso per un ebreo praticante, era però, nella
situazione attuale, un'insperata fortuna, in quanto non avrebbe
permesso ai boches 2 d'accorgersi immediatamente della
religione e della razza di quel bambino.
Infatti la spallata improvvisa, la guerra lampo, come l'avevano
chiamata i generali di Hitler, dopo mesi di stasi sul fronte
francese, aveva portato i tedeschi, in pochissimi giorni, fino a
Dunkerque, nel giugno del 1940.
Così fu tagliata fuori, oltre che l'esercito inglese, anche tutta
una lunga teoria di disperati, che si trovò preclusa, in questo
modo, la via della fuga per mare.
Tua madre, che t'aspettava proprio per quei giorni, fu la causa
involontaria del ritardo, che impedì ai tuoi genitori di salvarsi.
Finita la guerra, c'eravamo talmente affezionati a te, che non
avemmo il coraggio d'abbandonarti, dopo che fummo certi che
entrambi i tuoi genitori erano morti in campo di
concentramento e che tu, per quante ricerche io abbia fatto fare
discretamente, non avevi altri parenti prossimi.
Per fortuna, dal male può nascere il bene e tu, non solo sei
potuto sfuggire alla sorte che travolse la tua famiglia, ma,
tramite me, hai conosciuto il vero Dio e t'incammini sulla strada
per essere un suo buon sacerdote.
La cara Claudine, mia sorella, è stata per te una vera madre, e
fu per lei una consolazione sapere, prima di morire, che tu avevi
scelto, in piena libertà, la strada del Seminario.
Ecco, io ti rendo questa catenina, che è tua, e ti prego di
perdonarmi, se non ti ho rivelato prima quanto ti ho detto ora.
Se te ne avessi parlato, forse la tua vocazione religiosa sarebbe
stata distorta da questa rivelazione ed io sarei stato causa
d'immenso danno per la persona cui più ho voluto bene, nella
mia vita.
Per questo, ho preferito assumermi il peso della colpa di non
averti rivelato, a suo tempo, la verità della tua nascita.
Si allude alla “ Amilah “, la circoncisione rituale, praticata dagli Ebrei entro
l’ottavo giorno dalla nascita.
2
Dispregiativo con cui i Francesi chiamano i Tedeschi.
1
2
Ma, adesso che sto morendo, voglio andare al giudizio che mi
riguarda senza pesi sulla coscienza".
Quelle parole, pur dette in buona fede da un uomo morente, che
era stato, fino allora, per JJ, il più importante punto di
riferimento della sua vita, distrussero in un attimo il tranquillo
mondo del giovane seminarista.
JJ era rimasto colpito, qualche tempo prima, dalla lettura di
un'intervista ad uno scampato, dal massacro compiuto dai
Nazisti, ed il suo urlo, riportato dalla foto, che lo mostrava
piangente:
"Tu, Dio, dove eri, quando si compiva quell'abominio?"
era rimasto a lungo senza risposta.
Ora la domanda non si rivolgeva più solo alla sua mente: il
dolore e la rabbia, centuplicati, gli squassavano l’animo.
Inoltre, gli accadeva una cosa strana: quelle furie sembravano
suscitate in quel momento, perché in quel momento egli ne
aveva avuto conoscenza.
Suo padre e sua madre non erano le due brave persone, che pure
aveva amato, ma due infelici, che erano stati uccisi nel più
atroce dei modi, ed il saperlo dopo quasi vent’anni non riduceva
per nulla la sua pena.
Così, con l'animo sconvolto, sepolto il vecchio prete, JJ non se
la sentì più di tornare al seminario; segnato dalla rivelazione che
aveva avuto, cercò di saperne qualcosa di più.
Si rivolse all'ufficio di stato civile del paese in cui figurava nato,
Epernay appunto; ma tutto sembrava in regola, nero su bianco.
Lui era effettivamente, per il Comune, Jean Jacques Thomas
Fernays, nato, in contrada Aubusson, il ventitré giugno 1940, da
Fernand Fernays e da sua moglie, Claudine Pascal, entrambi
deceduti.
La sua residenza risultava, fin dalla nascita, ad Epernay, nella
casa sulla strada per Montmirail, accanto alla canonica in cui era
stato, per lunghi anni, prevosto suo zio, l'abbè Gerard Pascal.
Anche il vecchio messier Roland, che per tanti anni aveva retto
l'ufficio di stato civile di Epernay, gli aveva raccontato la stessa
solfa, aggiungendovi particolari nuovi, che rendevano più
credibile la versione ufficiale.
Era stato proprio lui a ricevere dal buon Fernand Fernays, che
era stato un suo caro amico, la dichiarazione della nascita del
piccolo Jean Jacques, durante la guerra.
Solo il medico condotto, il dottor Legier, per anni inseparabile
compagno d'interminabili partite a carte dell'abbè Gerard, dopo
avergli assicurato che la storia s'era svolta proprio nel modo che
tutti sapevano, aveva borbottato, parlando quasi tra di sé:
3
"Glielo avevo detto mille volte, a quella testa dura di tuo zio, di
lasciare in pace i morti ed i vivi.
Ma, ultimamente, lui s'era incaponito nel credere che fosse suo
dovere farti conoscere fatti, che non potranno essere, per te, di
nessun aiuto.
Egli mi spiegò le circostanze straordinarie che permisero a lui e
a tua madre (Vedi, io continuo sempre a chiamarla tua madre
perché, effettivamente, per te, Claudine fu una vera madre), di
tenerti come un figlio.
Per prima cosa bisognò convincere tuo padre (anche lui
continuo a chiamarlo tuo padre, perché come tale si comportò
nei tuoi confronti, facendoti conservare, sotto il suo nome,
quella vita che, pure, lui non t’aveva realmente data).
Insomma non fu difficile far si che il buon Fernand tenesse il
bordone di tutta quella vicenda.
L'unica questione su cui s'impuntò Fernand fu la storia del tuo
nome: diceva che, in quell'ambiente clericale, ti doveva dare un
minimo di salvaguardia.
Anzi, a questo riguardo, mi ricordo dell'astuto trabocchetto che
egli mise in atto, per poterti imporre un nome che non sapesse
troppo di sacrestia.
Tutti, almeno confusamente, sapevano i rischi che stavano
correndo, con la sostituzione del loro figlio naturale, con quel
bambino portato dalla guerra e minacciato dall'odio.
Forse, proprio per evitare, con una futile discussione, di
pensare ai pericoli reali cui stavano andando incontro, i
membri della tua nuova famiglia rimasero lungamente alle
prese con un problema, non certo determinante: quale sarebbe
dovuto essere il tuo nome.
Infatti, dopo molti conciliaboli, pur nella gravità del momento, i
coniugi Fernays, insieme con le altre due persone al corrente
del fatto, presero una decisione.
Fernand, come capofamiglia, avrebbe scelto il tuo nome, ma
l'avrebbe dovuto individuare nella rosa dei nomi degli apostoli
di Cristo.
Quando tutti furono d'accordo su questi termini, Fernand poté
fare la sua scelta.
Egli t'impose i nomi di Giovanni, Giacomo, Tommaso, in modo
che tu fossi chiamato Jean Jacques, in memoria del grande
filosofo ginevrino3 e, come secondo nome, Tommaso, l'apostolo
dell'incredulità.
Si tratta, evidentemente, di Jean Jacques ROUSSEAU- scrittore e filosofo
svizzero, 1712/1778.
3
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Ciò suscitò grave scandalo dello zio prete, il quale, però, ebbe
la prudenza di fare buon viso a cattivo gioco, vista la situazione
drammatica in cui tutti si trovavano, all'epoca in cui
succedevano questi avvenimenti.
D’altronde, pur avendoti dato un nome per il Comune, nessuno
osò, per il momento, battezzarti nella fede di Cristo, in ossequio
agli accordi presi con i tuoi veri genitori.
E adesso ti racconto i fatti.
Erano i tempi bui dell'invasione nazista e tutti noi eravamo
preoccupati per la piega che la guerra andava prendendo, ma
eravamo sicuri che la Maginot 4 avrebbe arrestato i nazi per
sempre.
Invece, proprio nel mese precedente, i tedeschi avevano
aggirato la Maginot, avevano invaso il Belgio e l’Olanda,
avevano sfondato le loro linee ed erano arrivati fino a
Dunkerque.
Tuo zio ed io ci stavamo prodigando con tutte le nostre povere
forze, per dare un aiuto a quelle lunghe fila di sbandati che
l'avanzata dei boches spingeva innanzi a se, come un'onda di
piena che porta sulla sua cresta tutti i detriti, che incontra sul
proprio cammino.
Claudine, che, come tu certamente ricordi, era la levatrice più
brava di Epernay, era incinta di sei mesi quando cadde per le
scale della canonica di tuo zio, mentre gli andava a fare quella
visita che era solita compiere tutte le sere, dopo aver sbrigato le
faccende quotidiane nella sua casa.
Anche quella sera Claudine aveva compiuto il tragitto di un
centinaio di metri, che separa la casa, in cui lei abitava, dalla
canonica di tuo zio.
Tu non puoi ricordarlo, ma quelli erano i due unici edifici al di
là del ponte, prima della guerra e prima che costruissero tutti
quei brutti palazzoni che ci sono oggi.
Così, al sommo della scala ripida e stretta che immette nella
stanzetta in cui abitava tuo zio, ella mise un piede in fallo e
precipitò per tutti i gradini .
Claudine, aiutata dalla vecchia perpetua di tuo zio, con le
acque rotte, riuscì a sgravarsi del feto, che, naturalmente però,
nacque morto.
Era una donna forte, tua madre, e, anche in quella situazione
drammatica, non perse la calma.
Essa aveva fiducia solo in me, come medico.
La linea Maginot era una linea difensiva fortificata francese, tra il confine
tedesco e quello francese; ritenuta insuperabile, essa fu invece aggirata dai
Tedeschi che, passando dal Belgio e dall’Olanda, la neutralizzarono,
prendendola alle spalle.
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Saputo che ero fuori paese, per quelle incombenze che ti ho
narrato prima, e che sarei tornato di lì a poco, Claudine accettò
di attendere il mio ritorno, in quanto era capace, per il
momento, di cavarsela da sola, con l'aiuto della perpetua.
La sera stessa dell'aborto, la canonica di tuo zio ebbe la visita,
improvvisa e tragica, dei tuoi veri genitori.
Il mio povero amico era veramente un’anima retta, prima di
essere un buon prete; per questo, non fece alcuna difficoltà alla
richiesta insolita delle due anime in pena.
Essi t'affidarono a lui, che era giunto a casa sua prima di me.
Così, quando io arrivai finalmente alla canonica, trovai una
puerpera ed un bambino.
Invece tu eri nato, in realtà, già da tre giorni, ma eri gracilino e
malmesso e, nel giro di poco tempo, nessuno si sarebbe più
accorto della differenza.
Questo mi dissero tutti, coinvolgendomi nella situazione, dopo
avermi spiegato le straordinarie circostanze di quella notte.
Per un mese, Claudine rimase chiusa in camera sua, con la
scusa di complicazioni per il nascituro, complicazioni che io
stesso avevo divulgato tra tutte le buone donne della zona.
Al settimo mese della gravidanza di Claudine tu nascesti per il
Comune, ufficialmente settimino, e per qualche tempo ancora,
cercammo ogni scusa possibile, per non farti avvicinare da
nessuno.
Noi tutti sapevamo di rischiare grosso, se i nazi, che nel
frattempo avevano occupato il nostro paese, avessero avuto
sentore di quello che era accaduto.
Sarebbe bastata una semplice radiografia delle ossa del
bambino, per smascherare l’inganno.
Rischiavo soprattutto io, che non avevo notificato l'aborto di tua
madre ed avevo dichiarato il falso, sottoscrivendo il tuo atto di
nascita; ma nessuno di noi voleva abbandonarti al tuo destino.
Claudine, perché t'aveva, dopo pochi giorni, accolto come il
figlio che aspettava.
Tuo padre, per amore della moglie.
Tuo zio, perché era la cosa più giusta e moralmente accettabile,
in quella situazione.
La vecchia perpetua, perché anche lei non avrebbe mai
permesso di farti consegnare ai boches.
Io, ..beh io ero solo e non rischiavo che di mettere me nei guai.
Ma, a quel tempo, ero già abbondantemente compromesso con i
nazi; come tu sai, io, di lì a poco, sarei divenuto il capo della
resistenza di Epernay.
Il fatto che la casa di Claudine e la canonica fossero allora così
isolate, i momenti difficili in cui ogni persona di Epernay e
6
della Francia si trovavano a vivere e una buona dose di fortuna,
fecero il miracolo.
Tutti noi sapemmo mantenere il silenzio, soprattutto perché, in
quella maniera, toglievamo una creatura, te, dalle grinfie di
quelle bestie, che t'avrebbero certamente ucciso.
Nessuno, oltre a me, tuo zio, i tuoi genitori e la vecchia
perpetua della canonica, che era come una madre per tuo zio,
seppe mai nulla.
Nel giro di pochi mesi, il fatto era così rientrato nella
normalità, che io autorizzai i tuoi a farti fare le prime uscite sul
carrozzino, in mezzo ai rari passanti dei boulevards di Epernay,
quando tua madre scendeva in città per fare compere.
Per soprammercato, la circostanza che tu non fossi stato
circonciso ci dava un sufficiente motivo di tranquillità, per cui
rimandammo questo problema a dopo la guerra; cioè ad un
tempo che allora ci sembrava, purtroppo, lontanissimo.
Poi, dopo la fine della guerra, non avendo nessuno fatto parola
di quegli avvenimenti e non trovandosi più alcuna traccia di
tuoi parenti, anche lontani, il problema del farti conoscere le
tue origini, reintegrandoti nella religione dei tuoi padri, scolorì
sempre di più, fino a perdersi nella tua decisione d'abbracciare
la vita del seminario.
Infatti tuo zio, che, per regolarità t’aveva iscritto nel registro
dei battezzati, pur non avendoti comminato effettivamente quel
Sacramento, quando fu sicuro delle tue intenzioni, provvide ad
impartirti battesimo, prima comunione e cresima, con un’unica
cerimonia.
Questo è tutto, ma io non sono ancora sicuro che il reverendo
Pascal, che Dio l'abbia in gloria, abbia fatto bene a dirti queste
cose, che ti hanno naturalmente scosso, senza darti nessuna
possibilità di fare nulla al riguardo.
Ma tant'è: tuo zio aveva un culto ossessivo della verità, anche
quando questa è superata dai fatti e non serve più a nessuno.
Cerca di non pensarci più e non fartene una croce".
JJ era stato lungamente a meditare su quanto aveva appreso.
La straordinarietà del fatto, che era stato all'origine della sua
vita, l'aveva sconvolto, impedendogli di continuare la propria
esistenza come se nulla fosse accaduto.
La sua forma mentis, severa soprattutto verso se stesso, gli
impediva di scaricare sugli altri la causa e le responsabilità dei
suoi problemi.
Quindi JJ non stette a recriminare sull'operato del buon parroco
che l'aveva sì salvato in circostanze tanto drammatiche, ma che
s'era arrogato il diritto di decidere quale Dio egli dovesse servire
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o, almeno, in quale categoria di ministri del culto egli si sarebbe
dovuto inserire.
Questo, se non altro, aveva imparato dall'assidua frequentazione
del corso di teologia, e cioè che il Dio dei cristiani altri non era
che il vecchio Jahvè della Bibbia ebraica.
Come tale era riconosciuto, dal prefetto del seminario, che era
pure il loro insegnante di teologia.
In realtà, il buon prefetto, sia pure a denti stretti e con infiniti
distinguo, che diventavano insormontabili barriere per il Dio dei
Protestanti e veri e propri baratri per lo stesso Dio, quando era
invocato dall'alto di un minareto, doveva però accomunare tutte
quelle religioni sotto la categoria delle religioni monoteiste.
Il punto dolente era che, tra le religioni monoteiste, era
giocoforza dare, almeno per motivi storici, la primogenitura alla
religione ebraica.
Questo fatto suscitava sempre l'accendersi delle domande più
impertinenti, rivoltegli da quei ragazzi, forse al solo scopo di
metterlo in difficoltà.
Oltre a quella storica, era infatti difficile stabilire una
preminenza, tra le varie forme in cui gli uomini si sono
immaginati il concetto del Dio unico.
L’Essere perfetto, per definizione, non poteva accettare una
scala di priorità, in quella sua perfezione, ma solo una
coincidenza.
Tuttavia, non era certo la dialettica e la volontà di portare a
compimento la sua opera di educatore che faceva difetto al buon
padre gesuita, il quale aveva, come compito primario, il
controllo dell'ordinato sviluppo delle vocazioni, affidate alla sua
esperienza.
Quella classe di giovani seminaristi, di cui JJ era stato il capo
incontrastato, per quel certo carisma che era, e sarebbe stata nel
tempo, un sua caratteristica costante, era pronta a seguire JJ in
tutti i suoi più spericolati ragionamenti.
Il Padre gesuita doveva tener conto di questo, se voleva tenere
in pugno quella banda di piccole pesti, e le discussioni sulle
varie raffigurazioni della divinità, che l’uomo si era immaginato
nel corso dei secoli, suscitavano sempre un certo ribollire, nella
classe capeggiata da JJ.
Eppure egli, per tornare alla storia della sua vita, non fu
nemmeno scalfito dal dubbio che tutta quella vicenda avesse
avuto altri protagonisti, e responsabilità che non fossero le sue.
Era la sua storia e tanto valeva assumerla in prima persona,
senza recriminazioni inutili e lamenti vuoti.
Così, quella tempesta di rivelazioni, che lo aveva colpito, dette
un micidiale scossone alla vita del giovane, tanto da fargli, alla
fine, abbandonare il seminario.
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JJ s'immerse nella realtà del mondo di fuori, per tentare
d'aggredire l'esistenza, da una parte diversa da quella che aveva
finora sperimentato: la ricerca della conoscenza, mediante lo
scavo, faticoso e doloroso, nella propria anima.
Nel momento in cui aveva chiuso, o almeno soffocato in una
qualche maniera, l'aspro dialogo, che aveva finora avuto tra la
coscienza e l'intelletto, era venuta a galla, prepotente, l'altra
passione.
Essa definiva completamente il suo modo d'essere: un acuto
bisogno d'interessarsi degli altri, di partecipare, assieme al
proprio prossimo, alle vicende, quasi sempre tristi, qualche volta
terribili, raramente liete, che noi tutti chiamiamo vita.
Queste interessano veramente la massima parte degli uomini,
solo se riguardano noi stessi; ma perdono, a mano a mano,
d'intensità, quanto più si discostano dalla cerchia ristretta delle
persone a noi più vicine e della cui esistenza c'importi
veramente.
Ci sono invece degli individui, rari, quasi unici, che non sanno
vivere senza quel difficilissimo sentimento che ti fa piangere
con l'uomo che ti sta vicino, anche se lo vedi per la prima volta,
o ti fa gioire con lui.
Questo accade, solo perché riesci a sentire, dentro di te, quella
che gli antichi chiamavano "compassione" e che noi potremmo
tradurre, un po’ liberamente, come il saper riconoscere
l'Umanità che è fuori di te.
JJ era una di quelle non comuni persone che hanno in sommo
grado quella facoltà, preziosa e terribile, perché essa costringe
ad assumere su di se tutte le vicende umane in cui ci s'imbatte.
Così, ritornato a mostrare i pantaloni ed abbandonata quella
tonaca antiquata, che mal celava la robusta "quantità vitale" che
abbondava nelle sue membra giovanili, JJ si buttò nel “mondo di
fuori“.
Egli si ritrovò a vivere le esperienze comuni ai ragazzi della sua
età, che non disponevano di ricchi genitori e che s'affacciavano
alla vita, sul finire degli anni 50: la fabbrica, il motorino o, come
si diceva allora, la motoretta; insomma la vita di tutti i giorni.
Qui JJ incontrò le altre due esperienze, che avrebbero segnato la
sua esistenza: la politica e le ragazze, anzi, la donna della sua
vita; dando a quella parola, donna, l'antico significato, ormai
perso, di signora e padrona del proprio animo.
E sì, la compassione, cui abbiamo accennato prima, non poteva
esplicarsi nel giovane se non nell'ideale politico, per tentare di
dare una risposta a tutta quella serie di domande dolorose, che i
casi della vita portavano alla sua conoscenza.
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Egli non poteva cercare di risolvere le tristi verità in cui
s'imbatteva se non appunto in chiave politica, tentando cioè di
suscitare una proposta comune o di far intervenire qualcuno, di
quelli che potevano, anche se ciò accadeva molto raramente.
Ma, quando ciò avveniva, JJ considerava la sua piccola vittoria
come la dimostrazione più evidente di quella che veniva
chiamata: solidarietà di classe.
Assolvere a quest'obbligo era diventato, per il giovane ex
seminarista, un valido sostituto della sua precedente vocazione
religiosa, perchè entrambi questi sentimenti derivavano appunto,
come abbiamo già visto, dalla sua conformazione mentale.
Questa cercava, attraverso una dura lotta, di raggiungere un
minimo di equità logica, che servisse a dare un senso alla
propria esistenza.
Così, nonostante la sua giovane età, JJ si tuffò nella lotta politica
nella banlieue parigina, in cui si era trasferito, in cerca di
fortuna.
In breve tempo, per quel suo carisma che già conosciamo, egli
divenne un ascoltato capetto sindacale, uno di quelli che
dovevano decidere se e come fare uno sciopero, nelle grandi
officine in cui era entrato a lavorare, e come doveva essere
gestita l'unità dei lavoratori.
Egli, in questo modo, faceva da interprete, e non solo da cinghia
di trasmissione, delle direttive che il Partito, l'onnipotente e
mitico Partito, dettava secondo suoi imperscrutabili disegni.
JJ si stava facendo notare proprio per questo, per la sua
riconosciuta abilità nell'opporsi a decisioni che potevano pure
esser prese dall'alto, ma che dovevano esser rese note e spiegate,
a coloro cui toccava di agire e che avrebbero pagato di persona,
tutte le conseguenze dei loro atti.
Per questa forma d'aderenza più all'uomo che alle vuote formule,
JJ era riuscito ad avere un seguito invidiabile, nonostante la
giovanissima età, tra la massa degli operai della fabbrica in cui
aveva cominciato a lavorare, ed essi l’avevano eletto loro
rappresentante.
Questo fatto non era passato inosservato ai politici che, a
ragione, ritenevano la classe operaia, il bacino d'utenza per il
Partito.
Così, JJ era stato contattato per frequentare una scuola di quadri
sindacali, in cui sgrossare prima ed affinare poi, le sue indubbie
qualità, che, allo stato attuale, erano purtuttavia alquanto
grezze.
Egli aveva aderito di buon grado, perché s'era accorto che il suo
retroterra culturale difettava, in maniera preoccupante, di tutti
quei termini operativi e di quelle conoscenze teoriche, che erano
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ormai patrimonio comune di tutti i giovani emergenti in campo
politico e sindacale.
Infatti anche se lui poteva sostenere un assalto sulla patristica e,
forse, sul tomismo 5, l'unica cosa che gli ricordava quello, che
ora stava apprendendo sul campo, era quell'Enciclica, che, ai
tempi del seminario, aveva letto sul giornale che arrivava al
Padre prefetto, e che era stata presentata come "sociale".
Alla sua domanda di che cosa dovesse intendersi per sociale, il
vecchio padre prefetto aveva affermato che la dottrina sociale di
Santa Madre Chiesa avrebbe occupato l'ultimo anno della loro
permanenza in seminario e che non era il caso d'accavallare i
problemi, se si voleva avere una chiara ed ordinata percezione
degli stessi.
Quindi, ora, alla scuola del Partito, l’ex seminarista sentiva
parlare, per la prima volta in modo organico, benché non certo
con un notevole rigore logico e scientifico, di razionalismo ed
empirismo, di Rousseau e della rivoluzione francese, di Hegel e
di Marx, di Engels e di Darwin, di Freud e di Sartre.
Ma tutto quello che imparava ora, sembrava essere una materia
completamente differente, da quanto aveva appreso dai buoni
padri gesuiti, che tenevano il seminario.
Anche se confusamente, JJ s'era accorto che, in entrambi i casi,
s'aveva a che fare con la filosofia; in altre parole, con lo studio
delle idee che gli uomini s'erano andati facendo del Creato, del
mondo, e dei problemi connessi.
Sembrava però una ben strana materia, quella che per tanti anni
gli avevano propinato in seminario, completamente diversa da
quella che ora, al Partito, gli facevano ingurgitare, sempre a dosi
massicce.
O meglio, la materia aveva forse gli stessi termini, ma non gli
stessi scopi.
Anzi, ora che ci pensava, JJ non poteva far a meno di ricordare
quanto aveva appreso su quei primi filosofi a pagamento
dell'antica Grecia, i retori.
Essi s'esercitavano a dimostrare, la mattina, una verità che, per
mezzo delle loro parole, sembrava incontrovertibile; salvo poi, il
pomeriggio, dimostrare l'esatto opposto di quella stessa verità,
anch'esso in maniera indiscutibile.
Proprio su questo problema, se cioè fosse possibile distorcere
completamente una verità, pur rimanendo in buona fede, JJ
aveva avuto una lunga discussione con il padre che, ai tempi
ormai lontani del seminario, teneva loro il corso di filosofia.
La Patristica è quella parte della Teologia che studia la dottrina dei padri
della Chiesa; il Tomismo è il sistema filosofico e teologico di San Tommaso
d’Acquino.
5
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Il vecchio prete nero, pur apprezzando, o facendo finta
d'apprezzare, la forza polemica del giovane Jean Jacques, aveva
posto fine alla discussione dicendo:
"Vedrà, caro giovane, come sarà facile, e qualche volta persino
necessario e giusto, usare l'antico metodo dei retori, per
risolvere le intricate questioni, in cui si cacciano le anime degli
uomini.
Il nostro compito non è quello d'esser logici, perché la logica è
una qualità squisitamente umana, mentre noi dobbiamo
perseguire e propagandare la Fede, che è l'unica possibilità di
salvezza per l'anima.
Facendo questo, noi ci comportiamo come chiede il nostro
ordine, " Ad maiorem Dei gloriam " 6 .
JJ aveva accettato la frase latina, che chiudeva invariabilmente
ogni discussione, ma non era stato per nulla convinto da
quell'idea, che il vecchio prete voleva instillare nella sua mente.
Ora, mentre termini antichi prendevano posto, in una forma
nuova, nella sua organizzazione mentale, JJ non poteva far a
meno di riflettere su questa considerazione.
Entrambi gli indirizzi di studio, che aveva percorso, non
ponevano l'Uomo ed i suoi bisogni reali, come oggetto
d'indagine e di riflessione, per cercare di risolvere i numerosi
problemi a questi attinenti, ma ambedue si preoccupavano,
soprattutto, di dare validità alle loro tesi, come se queste fossero
il fine ultimo della vicenda umana.
Dopo un anno di corso alla scuola di partito, JJ aveva fornito
così buona prova di sé, da esser cooptato nelle strutture centrali
dell'organizzazione sindacale, con un incarico che gli avrebbe
permesso, a parità con il suo vecchio salario, d'avere il tempo
d'ottenere, prima il diploma e poi frequentare l'università.
In questa maniera il Partito sapeva scegliere i suoi elementi
migliori e li addestrava per le battaglie future.
A ben considerare, questa prassi non era molto differente da
quella usata da Santa Madre Chiesa.
Essa, infatti, destina i migliori, tra i suoi figli, alla Segreteria di
Stato in Vaticano, quelli di seconda scelta li avvia alla carriera
politica in quei partiti che riconoscono il magistero della Chiesa
e gli altri li affida, come gregge, alle prime due categorie di
uomini.
“ Per la maggior gloria di Dio “. Il motto, preso come simbolo dai Gesuiti e
riportato nelle loro pubblicazioni, spesso con le sole iniziali ( A.M.D.G.)
risale a Gregorio Magno ( Dialoghi, 1,2,21).
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CAPITOLO II
MONIQUE
All'Università JJ incontrò la sua seconda grande esperienza:
Monique.
Erano fredde le aule di sociologia, ma, in esse, lo spirito delle
parole degli epigoni di Sartre portavano l'atmosfera al calor
bianco.
Era infatti quello il luogo, dove si stavano coniando gli
imperativi, che avrebbero permeato delle loro richieste, di lì a
pochi anni, tutto l'universo giovanile.
Come si ricorderà, l'esistenzialismo dei maitres-a-penser dei
primi anni cinquanta, aveva infiammato gli animi dei giovani,
molto di più delle parole, ormai stantie, della cultura ufficiale.
Quell’idea, inoltre, aveva iniziato un’opera di scollamento tra
l'intellighenzia più fertile, perché più giovane, e le direttive, mai
prima messe in discussione, del partito comunista.
Il Partito, in Francia, era poi la quintessenza del monolitismo più
assoluto nei confronti dei dettati del Cominform, il patto che
univa i partiti comunisti dei vari paesi.
Esso non aveva neppure la copertura di una veste
scientificamente valida e storicamente corretta, come invece
cercavano di fare i comunisti in Italia, sotto la guida efficace di
Palmiro Togliatti.
Alla fine, quando, la mattina del 25 ottobre del 1956, Budapest
insorse, la frattura tra Partito e la coscienza degli spiriti, si
consumò: il partito non era più il detentore del Dogma, la
discussione era lecita, anzi doverosa.
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Allora le menti più fertili ricordarono il primo trattato di
filosofia,
"L'immagination", scritto dal nanerottolo guercio 1,
frequentatore delle caves alla moda.
Sartre era infatti dotato di un pensiero talmente affilato, da
ipnotizzare le intelligenze, che avevano posto mano alla
ricostruzione, anche ideologica, avvenuta in Francia, subito
dopo la guerra.
Il fuoco covava sotto la cenere.
Non essendo più un delitto sottoporre ad indagine critica
l'operato del partito, le menti più aperte, in genere quelle più
giovani, si dettero ad un nuovo sport: rifare le bucce alle
direttive, e quindi alle idee del Partito.
Questa era l'atmosfera, che si viveva nei circoli intellettuali
francesi, nei primi anni sessanta.
Di lì a poco, il nuovo grido di battaglia sarebbe stato, appunto,
“l'immagination au pouvoir".
Questo fu il compito storico dell'esistenzialismo.
Esso, dopo aver dato voce e validità al dissenso nella sinistra, si
spense nella miriade di " ismi ", che invasero la cultura europea.
Dopo Dio, infatti, stava morendo, in Europa, anche la Ragione.
Se non ci si fosse opposti a ciò, sarebbe riapparsa la buia cappa
del sonno delle idee, che, periodicamente, intorpidiva l’Europa,
generando mostri.
In quel sonno s'apprestavano a far la loro comparsa altri mostri:
il terrorismo, la teorizzazione della droga ed infine, più grave di
tutti, il rifiuto d’impegnarsi sul campo della ragione stessa.
Delitto questo, che è il massimo, tra tutti i delitti che possono
essere compiuti dalla mente dell'uomo; e quel crimine divenne
comune, negli anni a venire.
Ma procediamo con ordine.
JJ, accompagnato da Bernard, il suo amico del cuore, stava
osservando le ragazze che si distinguevano per la partecipazione
appassionata ai dibattiti filosofici, che inevitabilmente
divenivano accapigliamenti politici.
Quella partecipazione s'estrinsecava quindi in un baccano
confuso ma piacevole.
JJ però, snobbava con il silenzio l'opera di quelle suffragette che
sarebbero state, almeno per la Francia, le antesignane di quello
che verrà riconosciuto come il movimento femminista.
Ad esso, la stragrande maggioranza dei maschi dava allora
spago perche, in questa maniera, si riusciva a familiarizzare con
qualche ragazza.
1
Jean Paul SARTRE -scrittore e filosofo francese 1905-1980.
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Infatti Bernard, diversamente da JJ, considerava quelle aule un
vero e proprio terreno di caccia, così come fa il leone, quando
s'apposta presso l'abbeverata, per acciuffare qualche preda.
Quando evocava questa, per lui, brillante immagine esplicativa,
Bernard non poteva fare a meno di sghignazzare in modo feroce.
" Ciao Geraldine, ti diverti come il solito a portare i maschietti
al calor bianco, con la tua mania di fare delle raffinate seghette
al cervello di chi ti ascolta, non è cosi ?".
Apostrofata in maniera tanto cameratesca, anche se la beffarda
figura retorica, evocata da Bernard, stava diventando comune tra
i giovani del tempo, per evidenziare la ricerca di un tentativo
d'intesa che superasse il lungo divario che, allora, ancora
esisteva tra i sessi, Geraldine reagiva con lo stesso tenore:
" Solo uno zotico come te non riesce a perdere il profumo della
porcilaia, per quanti sforzi faccia il Partito, non è vero,
Bernard?
Va bene, ormai è finita, per questa mattina; portateci tutte e due
a prendere un aperitivo.
Ah, già, voi non conoscete Monique; lei non appartiene allo zoo
di sociologia, ma studia seriamente a Lettere.
Attenzione, giovani di belle speranze, vi avverto: questa
ragazzina deve diventare una brava professoressa, per sposare
un valente professore.
Lui, poi, diverrà presto preside e forse guadagnerà,
giovanissimo, una cattedra universitaria.
Ma, per ora, nessuno lo conosce, se non come l'ignoto sposo".
Queste parole, rivolte evidentemente alla ragazza che era
accanto a Geraldine, ne provocarono un immediato scarto, come
fa una puledra quando sente un pericolo al suo fianco:
"Ma che stai dicendo, Geraldine?".
L'improvvisa e rapida rotazione del capo di Monique aveva
costretto la gran massa dei suoi lunghi e biondi capelli ad
allargarsi, come una grande onda marina, che avanzava,
lanciando bagliori.
Sarà stato il rossore che portò improvvisamente i colori del
sangue sulle guance, altrimenti perlacee, della giovane, sarà
stata la grazia selvaggia del movimento improvviso del suo
busto, che s'era girato di scatto a quelle parole, sarà stato l'attimo
straordinario del sole, che attese proprio quel momento esatto,
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per passare attraverso i suoi capelli, prima che l'immagine in
controluce di Monique fosse messa a fuoco da JJ.
Fatto sta che quel lampo colpì violentemente il giovane,
lasciandolo, per un lungo istante, stordito.
Egli non avrebbe mai più dimenticato quel lampo di luce, che
aveva reso unica tutta la scena; per quanto improvviso e
rapidissimo, esso sarebbe rimasto, per sempre, scolpito nel suo
inconscio.
Poi, fuori, nel sole, Bernard continuava le sue avances con
Geraldine, sussurrando scherzosi doppisensi al suo orecchio; lei
faceva finta di non accettare, ma si vedeva benissimo che
gradiva.
Le due coppie andavano alla ricerca di un bistrot, che
accogliesse amichevolmente il loro bisogno di stare vicini.
Eppure, per JJ e per Monique, tutto era sparito: loro due, soli,
erano rinchiusi in una bolla colorata, che respingeva fuori di se
il resto del mondo, lasciandolo in una confusa caligine, grigia ed
indistinta.
"Che nome è JiJì, è il diminutivo di che cosa?"
Anche il suono, la modulazione di quella voce, colpiva in modo
strano il povero JJ, che, evidentemente, era sotto attacco del più
dolce dei virus, che possano assalire un uomo.
Infatti, anche se egli era ancora un ragazzo, pure viveva con
sentimento ed impegno il suo tempo, ponendo in esso uno zelo
ed una passione, che rasentavano l'austerità, almeno fino
all'istante precedente l’incontro con Monique.
Ora invece, egli si sentiva simile a quel buffo cucciolo di cane
che scorazzava abbaiando, nel tentativo di catturare l'attenzione
del proprio padrone, nell'erba del prato su cui le due coppie
s'erano rifugiate.
Questo era appunto quello che JJ voleva fare, sia pur
inconsciamente, nei confronti di quella ragazza, che entrava così
prepotentemente nella sua vita.
"Mi chiamo Jean Jacques Fernays, per gli amici JJ, sono nato
non so dove, anche se sui miei documenti è riportato l'indirizzo
di chi mi ha allevato, sottraendomi alla stessa sorte che ha
sicuramente colpito i miei veri genitori, ebrei.
Essi, durante la guerra, mi consegnarono ad un prete per
salvarmi.
Ho iniziato i miei studi in seminario, ma ora seguo la religione
del popolo, cui sto dedicando tutta la mia azione.
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Adesso parlami di te".
"C'è poco da dire, se non che, forse, mi fa piacere sentirti
raccontare che sei di razza ebrea, anche se il tuo tipo non
corrisponde assolutamente allo stereotipo, che tutti hanno
dell'ebreo.
Vedi, nonostante i miei capelli biondi, benché la mia pelle
denunci origini nordiche, mia madre era ebrea, venuta in
Francia, in vacanza nel 35, dagli Stati Uniti, dove allora
risiedeva.
Ritornata a Parigi per rivedere il proprio padre, mio nonno, che
non aveva voluto abbandonare l'Europa, mia madre ha
conosciuto mio padre e qui si sono sposati, andando ad abitare,
per loro fortuna, negli Stati Uniti, a Detroit, dove mio padre
lavorava come ingegnere meccanico, alle fabbriche Ford.
A Detroit, nel 43, sono nata, ed ho trascorso i primi anni della
mia vita.
Quando i miei morirono in un incidente automobilistico, io
ritornai in Francia per vivere con mio nonno paterno.
Egli, durante la guerra, era fuggito avventurosamente da
Parigi, raggiungendo mia madre in America, ma, subito dopo la
fine della guerra, era tornato alla sua città d'elezione, dove
continua a fare l'eterno giovanotto, sempre in caccia sui campi
Elisees.
Tutto qui.
Però devo ricordarti che, come tu saprai, i figli di un'ebrea sono
ebrei, secondo la legge di Mosè.
Mi fa piacere che anche tu sia in questa condizione, che non
posso chiamare razza, né stirpe, né in alcun altro modo.
Forse ha ragione quel pensatore ebreo, il quale affermava che
l'ebraismo è una forma mentis.
Ma, ora che tu me li hai fatti ritornare alla mente, sento di
nuovo, fortissimi, i legami che m'univano a mia madre.
Questi legami spesso si manifestavano nella rievocazione di
vecchie favole dei suoi parenti, che provenivano dalla Polonia,
nella celebrazione di riti e di cerimonie familiari in occasione
delle festività ebraiche: il Rosh Hashanah2, lo Yom kippur3, la
Pesach4, la festa di Shabuot5, i Tabernacoli, detti anche le
capanne 6.
Il capodanno ebraico.
Il giorno dell’espiazione.
4
La Pasqua ebraica,che ricorda l’uscita dall’Egitto.
5
La Pentecoste ebraica, che ricorda la promulgazione del Decalogo sul
monte Sinai
6
SUKKOTH, si commemorano i quaranta anni trascorsi dagli Ebrei nel
deserto.
2
3
17
In quelle occasioni, mia madre si sforzava di ricreare
l'atmosfera della sua famiglia d’origine, che proveniva
dall’Europa dell’Est.
Essa era stata distrutta dalla guerra, la prima guerra mondiale,
quella che, allora, chiamavano la grande guerra.
Già, anche allora gli ebrei avevano pagato un prezzo alto alla
stupidità degli uomini, anche senza arrivare agli orrori dello
shoa, l'olocausto.
Interi gruppi di famiglie ebree furono spazzati via, come agnelli
sacrificali, già nella grande guerra.
Solo lei e suo padre, della sua numerosa famiglia, s'erano
salvati.
Mia madre aveva poi potuto raggiungere un suo vecchio zio,
rabbino alla sinagoga di Detroit, che l'aveva accolta bambina
in casa sua, nel ‘25.
Più tardi, mio padre, che non era ebreo, osservava sorridendo
tutte le manovre di mia madre, per farmi crescere nella
religione di Abramo, come diceva lei.
Egli accettava che me ne parlasse e mi facesse partecipe di
quelle cerimonie, ma non volle, come era desiderio di lei, farmi
presentare al Tempio.
Diceva che i parenti di mia madre avevano già passato troppi
guai per quella religione e che, se io ne fossi stata coinvolta,
sarebbe stata una discriminazione che mi sarei portata appresso
per tutta la vita.
Questa decisione fu accettata da mia madre, sia pur molto a
malincuore.
Per questo, tutto quello che concerne l'ebraismo, mi riporta in
mente sensazioni dolci e struggenti".
Il tempo sembrava esser uscito dal loro universo, lasciandoli in
un limbo indifferenziato e chiuso, in cui esistevano solo loro
due.
In quell’atmosfera magica, ogni parola era semplicemente un
pretesto per sentire la voce dell'altro, mentre, per capirsi e per
comunicare, non avevano certo bisogno di parlare.
Durò, durò a lungo e sempre più intensamente .
Si rividero altre volte ed ogni volta che s'incontravano, di nuovo
raddoppiava, in loro, l'ansia che li prendeva, quando dovevano
separarsi.
Per cui finirono con lo stare, praticamente, sempre insieme.
Questa situazione, dopo le prime ore dell'amore ideale, fu
rapidamente superata dalla loro giovinezza, che, coniugandosi
con il desiderio, li portava a cercare di conoscersi sempre più
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intimamente, ad esplorare, nel loro corpo, quella misteriosa
pulsione, che gli uomini chiamano amore.
Pure Monique, benché ponesse una forza quasi sovrumana nel
tentativo di resistere a quella tempesta che li aveva sorpresi e
quasi travolti, seppe trovare le parole giuste, per porsi e porre
dei limiti alle loro effusioni.
"JJ, per me è estremamente difficile resistere, vicino a te, a
quell'ansia di conoscerti sempre più profondamente: tu sai
quanto io ti desideri, quanto io desideri il tuo corpo, la tua
mente, la tua anima.
Però ho sempre presente quel vecchio rabbino di Warsawa, lo
zio di mia madre.
Lo ricordo ancora vividamente, con la lunga palandrana, il
cappello nero a tesa larga, i riccioli che gli uscivano dal
cappello, la lunga barba bianca.
Povera piccola ebrea nascosta - mi diceva - ricordati sempre,
che, chi nasce da madre ebrea, è ebreo, anche se gli altri non lo
sanno.
Lo sa l'Altissimo, e ciò basta.
Tu dovrai vivere in un mondo senza regole, perché tuo padre
non vuole che tu conosca le regole del nostro mondo.
Esse sono state consegnate ai nostri padri nel patto
dell'Alleanza, per cui io non ti parlerò di religione, ma ti darò
alcune norme di comportamento che ti saranno utilissime, per
quando dovrai decidere da sola.
Ora tu hai appena undici anni, sei ancora una bambina ma
presto sarai donna, conoscerai le delizie descritte da re
Salomone, nel cantico dei cantici.
Ecco, non disperdere le tue ricchezze con il primo venuto.
Devi esser ben sicura del tuo uomo.
Non permettere che il tuo amore venga sporcato, fuori dal patto
stipulato davanti a Dio; perché, in quel momento, in qualunque
modo tu lo chiamerai, Egli sarà l'Altissimo, Colui che è, L'unico
Dio.
Non perdere, al suo cospetto, il rispetto per la tua vita.
Ricorda che, se dolce è il godere del proprio corpo, ancora più
dolce è il saper attendere il momento migliore".
JJ faceva fatica a fermarsi davanti a quei ragionamenti, quando
il suo corpo esprimeva tutta la sua necessità di sciogliere la
propria forza vitale, nella femminilità dolce e terribile della sua
compagna.
Gli sembrava quasi d'essere escluso dal Paradiso, dando ragione
inconsciamente a Platone, quando questi spiegava che, in
19
origine, le creature umane avevano, nello stesso corpo, le
caratteristiche maschili e femminili.
Gli Dei, infatti, invidiosi dello stato di felicità che questa
situazione comportava, avevano separato con la spada quegli
esseri fortunati, creando, in tal modo, i maschi e le femmine.
Da allora i maschi e le femmine non facevano altro che cercare
di ricongiungere quello che l'invidia degli Dei aveva separato.
Quella ricerca, spesso vana, sempre dolorosa, per le rinunce che,
quasi ogni momento, comportava, talvolta tragica, fino a
spezzare l'esistenza, ma, in qualche rara occasione, dolcissima e
comunque sempre insopprimibile, veniva, dagli uomini,
chiamata Amore.
Pure, il costume di quel tempo non permetteva ai giovani con la
testa sulle spalle di superare un tabù che, allora, era fortissimo.
Anche JJ era stato educato con quei princìpi.
Per la sua conformazione mentale, egli, così attento e sollecito
dell'altrui sentire, mai avrebbe permesso alla propria volontà di
fare la minima violenza alla volontà altrui, specialmente in
questo caso in cui la volontà era di chi, ai suoi occhi,
rappresentava la persona più importante al mondo.
Insomma, per tutte queste ragioni, JJ e Monique non avevano
ancora compiuto quello che, a quei tempi, si soleva ancora
chiamare "l'irreparabile".
Beata gioventù; la vita si sarebbe ben presto accollato l'onere di
presentare il vero "irreparabile".
Questo però non evitava di far nascere, tra di loro, un senso
d'insoddisfazione, un sentire come qualcosa d’incompiuto, la
necessità di sbloccare quella situazione.
JJ prese una decisione:
"Monique, non posso più fare a meno di te, sposiamoci subito".
"No, JJ, o almeno non ancora.
Voglio essere sicura di te, di me, della necessità di quest'unione.
Sono cosi confusa e non voglio sbagliare.
Come vorrei avere mia madre vicino, per potermi confidare con
lei".
Anche JJ sentiva il bisogno di confidarsi con qualcuno, non
fosse altro che per capire quello che stava loro succedendo, per
confrontare, fuori di se, quell'enorme grumo di sentimenti,
sensazioni, pulsioni, speranze, desideri; insomma, per tirare
fuori tutto quello che aveva nell'animo, per poterlo esaminare
dettagliatamente.
Entrambi erano alla ricerca di un confidente, di una guida
spirituale che sapesse mettere ordine nel coacervo dei propri
20
sentimenti e delle rispettive pulsioni, spiegando loro le decisioni
più opportune da prendere.
"Vedi Monique, noi dobbiamo parlarne con qualcuno.
Nessuno di noi due ha più i genitori, i nostri amici se ne
riderebbero, non possiamo rivolgerci se non ad una guida
spirituale.
Io non posso andare, per ovvii motivi, da un prete; tu saresti
propensa a chiedere l'aiuto di un rabbino?".
Così fecero, di comune accordo.
21
CAPITOLO III
Il dottor Bubber.
Elia Bubber era un uomo piccolo ed insignificante, quando
l'incrociavi per la strada, le rare volte che usciva dalla sua stanza
piena di libri accatastati in montagne dall'equilibrio instabile.
Ma bastava parlargli per pochi minuti per sentire d'essere di
fronte ad un gigante del pensiero, un uomo che sapeva scrutarti
fin nelle viscere e tirare fuori, dalla tua anima, il ferro rovente
che non ti dava pace.
Li aveva indirizzati a lui, proprio Bernard, il fatuo Bernard, il
ragazzo che non se ne lasciava scappare una, quando si trattava
di mettere in mostra l'eleganza fredda di una mente lucida e
"moderna", come lui stesso era solito dire e, soprattutto, cercare
di dimostrare a tutti.
Bernard aveva visto JJ svagato e non più determinato come un
tempo, quando metteva lo stesso impegno, serio ed inflessibile,
sia nel proteggere un apprendista che veniva messo sotto dal suo
caposquadra, sia in qualsiasi altra occasione della sua vita.
Una volta, ad esempio, accadde che Bernard lo sorprendesse ad
allenarsi per ore, a quel nuovo gioco importato dall'America, il
basket, che, adesso, era di gran moda, tra i giovani che volevano
essere a la page.
In quell'occasione, JJ se ne era stato ossessivamente a provare
un tiro, mentre nessuno lo guardava, se non Bernard; il quale, ad
un certo momento, non poté fare a meno di dirgli:
" Guarda, JJ, tu devi solo far finta che questo gioco scemo ti
piaccia, per far colpo sulle ragazze.
22
Non è necessario spendere tempo e fatica, per uno sport che,
come tutti gli sport inventati in America, manca d'anima e
d’intelligenza.
Questo poi è particolarmente cretino, perché innalza a propri
eroi, pezzi di carne, che hanno, come unica eccellenza, il fatto
d'essere dei fenomeni da baraccone, dei giganti mal cresciuti".
Ora, invece Bernard trovava JJ assorto, quasi assente ad ogni
sollecitazione che l'amico metteva in essere, per suscitare in lui
una qualche reazione.
"Merde, JJ, ti vuoi svegliare?
Che ti sta capitando?
Monique sta facendo la difficile e non te la dà, oppure quella
ragazzina ti sta spremendo come un limone, senza lasciare nulla
per gli amici?".
A quest'uscita di Bernard, JJ sembrò ravvivarsi di colpo, ma poi
annuì con un sorriso triste:
"Sei il solito porco, Bernard, ma questa volta hai quasi fatto
centro.
Io e Monique abbiamo dei problemi, o meglio i problemi li ha
Monique, che non riesce a vivere tranquillamente il nostro
amore e cerca la luna, senza lasciarsi andare".
"Accidenti, la faccenda si fa seria; se Monique ti pone dei
problemi, scaricala, è meglio per te".
" Ma no, ho preso una cotta tremenda, non mi ci vedo, senza
Monique".
"Ahi, ahi, è sempre la vecchia solfa: Monique ha adocchiato il
“ ragazzo serio “ e ti sta pilotando verso i fiori d'arancio.
Ben fatto piccola, sei riuscita a mettere il sale sulla coda di un
buon partito, anche se ora non ha un franco.
Ma Monique, come tutte le brave ragazze, ha un sesto senso per
capire quando il pollo è buono e come si deve cuocerlo a
puntino".
"Come il solito, fai il bruciato e poi non capisci un accidente.
Ho già proposto parecchie volte a Monique di sposarla, ma
proprio qui viene l'intoppo; mentre, secondo il tuo
ragionamento, tutto dovrebbe filare liscio, dopo che mi sono
impegnato".
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"E allora, dov'è l'intoppo, che cosa ti ha detto, quale scusa ha
tirato fuori?”.
"Non penso che sia una scusa, lei dice di non sentirsi preparata.
Sai, Monique ha perso la mamma che era quasi una bambina, e
queste uscite sono comprensibili, in un tipino delicato come lei.
Adesso va dicendo che vorrebbe parlare con un rabbino, o
almeno con una persona di razza ebrea, per avere un consiglio
che le ricordi quello di sua madre.".
" Se non è che per questo, ti posso presentare mio zio, rabbi 1
Bubber, un sant'uomo molto venerato in sinagoga, anche se io
non ci parlo molto volentieri, con lui".
JJ rimase molto meravigliato che Bernard l'agnostico, l'amico
che si divertiva a cachinnare ogni volta che il discorso cadeva su
problemi che avessero anche lontanamente a che fare con la fede
o la morale, provenisse da una famiglia che aveva, tra i suoi
componenti, un rabbino, un uomo cioè che viveva per lo studio e
l'applicazione di quei problemi.
Ma, come dovrà in seguito rendersene conto, ciò avviene molto
più facilmente di quel che si pensi.
Qualche giorno dopo, mentre saliva insieme con Monique le
strette scale che conducevano alla modesta abitazione di rabbi
Bubber, JJ non poté fare a meno di lottare con uno sgradevole
senso di colpa.
Gli sembrava di tradire quei princìpi che erano stati i suoi per
tanti anni, anche se, per il momento, li aveva messi da parte ed
un po’ nascosti dietro l'impegno sociale, ma che non aveva mai
tradito o rinnegato, almeno fino a quel momento.
Eppure la promessa fatta a Monique, la voglia di confrontarsi
con un pensiero religioso che aveva studiato essere distante da
quello che gli avevano inculcato nell'infanzia e nella primissima
giovinezza, ed anche una certa curiosità di conoscere le sue
radici più lontane e più vere, lo spinsero ad andare avanti.
La porta era socchiusa ma JJ bussò lo stesso; una voce disse loro
d'entrare.
In un angolo, dietro una piccola scrivania sommersa da libri e
pacchi di fogli, tenuti dentro copertine color marrone, sedeva,
quasi circondato da pile di carte, un piccolo uomo dai capelli
brizzolati.
Rabbi, o Rabbino:in ebr. “mio maestro“.
Il Rabbino è un dottore della legge ebraica; dopo la diaspora il titolo fu
attribuito ai capi spirituali di una comunità ebraica.
1
24
Un pizzetto a punta incorniciava una faccia arguta su cui era
stampato un sorriso dolce, che rendeva ancor più penetranti gli
occhi mobilissimi.
Il dottor Bubber, lo zio di Bernard.
"Entrate, ragazzi, vi stavo aspettando".
Quasi intimoriti, i due stentavano ad avanzare; il piccolo rabbi
allora s'alzò e li accompagnò ad una poltrona, che, insieme con
la scrivania e qualche sedia, erano il povero arredamento della
stanza.
Un poco alla volta, rassicurati dalla figura di quell’anziano
signore, essi incominciarono a parlare, dapprima molto
genericamente, poi, sotto le abili domande del rabbi, sempre più
dettagliatamente.
Monique, in particolare, finì per raccontargli tutta la sua storia,
non nascondendogli nemmeno quell'oscuro senso d'incertezza
che l'aveva, da qualche tempo, presa, impedendole di vivere
tranquillamente il suo amore con JJ.
"Poveri, piccoli ebrei nascosti, che pena deve essere stata, per
voi, non poter vivere al calore di una vera famiglia.
Essa vi avrebbe protetto, vi avrebbe fatto conoscere le mille
piccole astuzie necessarie per sopravvivere e, soprattutto, vi
avrebbe insegnato la legge morale, senza la quale nessun uomo
si può sentire, come veramente si deve sentire un essere umano.
L'uomo non è nient'altro che una foglia secca, se non è piantato
e custodito nell'insieme della sua famiglia; egli si sente un
deracinè, se non è abbarbicato alle proprie radici.
Questo, anche se voi non lo sapete, è un tipico sentimento
ebreo: noi custodiamo scrupolosamente, come il nostro
patrimonio più grande, la memoria di quelli da cui proveniamo.
Pensate che alcune famiglie ebree del Medio Oriente o di Roma
possono risalire, per più di duemila anni, sull'albero
genealogico che i capofamiglia, che si sono succeduti nei secoli,
hanno trascritto e tramandato metodicamente e fedelmente!
Ma non voglio far opera di conversione, lascio volentieri questa
attività ai preti cristiani, che sono molto più interessati ed
attrezzati di me, per questo.
25
Vedete, io non sono uno di quegli ebrei ortodossi che riportano
tutto al Talmud 2 e che attendono ancora il Messia, che li
libererà con la spada in pugno.
In ogni religione esistono spiriti che si rifugiano nella regola,
bloccando ogni possibilità d'evoluzione, che pure è il destino
dell'uomo.
L'Ebraismo liberale, che è l'altra, grande, forma di ebraismo di
cui si compone Israele, non pensa più all'avvento di un Messia
personale.
Esso postula l'instaurarsi di un era "Messianica", quando tutti
gli uomini avranno ben compreso che veramente importante è la
regola morale, quella che deriva dall'impronta che l'Altissimo
ha voluto dare personalmente ad ogni uomo.
Non è, quindi determinante in che maniera voi chiamiate
l'Altissimo, sia essa Jhvh, Adonai o Elohim, oppure "il Santo",
come talvolta usano fare i gentili 3, almeno nel momento
culminante della loro funzione religiosa, o anche "il
Misericordioso", come sono soliti recitare i versetti del Corano.
L'importante è che, dall'idea di Dio, discenda, in ciascuno di
noi, la legge morale, che è uguale per tutti gli uomini e che ci
permette, attraverso l'osservanza di essa, d'onorare realmente, e
non solo a parole, il concetto stesso di Dio".
La conversazione andava avanti, sempre più interessante ed
avvincente; i tre s’erano immersi in una sfera di pensiero che
s'andava come progressivamente dilatando.
Ormai i due ragazzi non si sentivano più nella buia stanzetta, in
cui pure i loro corpi ancora si trovavano, ma lo spirito andava
dietro alle domande che, talvolta anche inconsciamente,
ciascuno d'essi s'era poste e che, fino allora, avevano trovato
unicamente risposte sbilenche ed insufficienti.
Il piccolo uomo sembrava avere il nutrimento che i due stavano
cercando.
Con la tecnica della levatrice, la maieutica, cara a Socrate, per
mezzo di essa, egli traeva dalla mente stessa dei due ragazzi
quelle verità che essi avevano in sé, ma che non erano capaci di
far emergere da soli.
Vasta e composita opera della letteratura religiosa giudaica, formatasi in un
periodo di più di otto secoli, dal III a. C. al V-VI d.C.- Scopo essenziale del
Talmud è quello di far conoscere la Legge orale, complemento indispensabile
della Torah, la Legge scritta della Bibbia. Esso è composto dalla MISHNA e
dalla GHEMARA.
3
In ebraico:“Goyim”. Termine con cui gli Ebrei chiamano coloro che non
sono ebrei, ma appartengono ad una gens del mondo greco-romano; in senso
generale, i cristiani vengono così chiamati dagli ebrei.
2
26
Fu poi la volta di JJ di verificare la potenza e la limpidezza di
quella mente, quando, dall'analisi dei fatti contingenti, propri di
ciascuno di loro, si passò alle grandi, eterne domande, che ogni
uomo si pone, quando riflette un poco su se stesso: io, Dio e la
Natura.
JJ, che pure aveva conosciuto la dialettica dei padri gesuiti,
sottile come un coltello ben affilato ed, allo stesso modo, capace
di tagliare le carni, seguiva, affascinato, il rabbi che lo
conduceva per mano, nel tentativo di mostrargli la norma, la
regola per raggiungere la retta via.
Poi, dopo molte ore, mentre già da parecchio era calata la notte,
il piccolo rabbi li congedò, dicendo:
"Non abbiate paura di quello che vi sta succedendo: state
superando un altro gradino della vita, un momento importante e
meraviglioso, ed è normale che tu, mia piccola ebrea nascosta,
priva dell'aiuto di tua madre, ti sia sentita turbata e quasi persa,
senza di lei.
Anche gli animali, se sono privati delle cure che loro danno i
genitori, fanno fatica a districare, fuori dall’istinto, che pure
dovrebbe essere meccanico, le regole, che i loro simili
apprendono facilmente dai parenti.
E tu, piccolo rabbi, che hai voluto abbandonare la regola, ma
che non l'hai dimenticata, perché tu sei stato creato per essa,
cerca di non disperdere i doni, di cui è piena la tua anima.
Tornate, tornate presto: parlare a giovani come voi è una gioia
che ringiovanisce la mia mente.
Soprattutto, giovani amici, spero d'aver risolto i vostri dubbi
riguardo al vostro amore.
Non abbiate paura di esso, è la cosa più naturale che possa
capitarvi, ma non offendetelo, vivendolo fuori della regola.
La sua forza è la forza più potente dell'Universo: essa potrebbe
distruggervi, se voi non saprete viverlo correttamente ".
Uscendo da quella casa, sotto le stelle di un cielo che sembrava
messo apposta, per ricordar loro il motivo più urgente che li
aveva spinti a quel colloquio, ognuno dei due restava muto,
seguendo il filo dei propri pensieri.
Entrambi sapevano d'aver vissuto un episodio importante.
Esso avrebbe fatto loro superare le difficoltà che erano sembrate,
fino a quel momento, frapporsi tra di loro.
Monique cercò la mano di JJ ed egli le passò il braccio sulle
spalle: senza parlare, ciascuno voleva dire all'altro che era felice.
27
CAPITOLO IV
DIALOGHI SUI MASSIMI SISTEMI.
Il colloquio con il dottor Bubber aveva rassicurato Monique e
l'aveva liberata dalle sue ansie e paure, ma, nello stesso tempo,
aveva insinuato, nella mente di JJ, un pensiero nuovo.
O meglio, quel colloquio aveva nuovamente fatto emergere la
propensione del suo intelletto a considerare, come importanti,
tutte le domande che esulano dal quotidiano e che
rappresentano, alla fine, l'essenza dell'uomo.
JJ, che si sentiva attratto irresistibilmente dallo spirito del dottor
Bubber, aveva necessità di confrontarsi di nuovo con quella
mente.
Essa aveva riacceso in lui un interesse che credeva spento, ma
che, invece, era solo nascosto sotto la sua ansia di giustizia.
Così, quasi per caso, anche se quell'occasione fu accuratamente,
se pur non consciamente, preparata, JJ incontrò di nuovo il
rabbi.
Infatti, una settimana circa dopo il loro primo incontro, sul finire
di un pomeriggio, il dottor Bubber, mentre si dirigeva a passetti
svelti verso la propria abitazione, fu incrociato da un sorpreso
JJ, che diceva, senza che nessuno gli chiedesse nulla, come lui
stesse passando di lì per combinazione.
Rabbi Bubber, con il suo solito sorriso, che in quell'occasione
sembrava ancor più furbo, gli rispose a tono:
" Era ora; stavo appunto chiedendomi quanto ci avresti messo,
prima di trovare il coraggio di " intercettarmi " in una qualche
maniera.
Va bene, accompagnami a casa, chè dobbiamo parlare".
JJ, con tutte le sue arie di filosofo in erba, molto attento alla
considerazione di se stesso, considerazione che ogni persona
seria supponeva dovesse avere, fu colto di contropiede.
Quell’ometto sapeva leggergli nel profondo, doveva stare
attento, ma non poteva permettersi d'abbandonarlo.
Poi, nella famosa stanzetta, dopo che JJ si fu accomodato nella
vecchia poltrona e mentre il rabbi armeggiava nel tentativo di
28
liberare almeno una parte della sua scrivania dalle carte, il dottor
Bubber cominciò ad entrare nel vivo:
"Ragazzo mio, non ci vuole molta più perspicacia di quella che
normalmente dona un'età avanzata come la mia, per capire che
tu ardevi dal desiderio di continuare una conversazione
interrotta, per te, ed anche per me, troppo presto.
Mi sono accorto subito che tu sei una di quelle rare persone che
non vivono di solo pane, come ben dice quel grande rabbi
ebreo, che tu conosci con il nome di Gesù.
Dunque cominciamo".
Così, mentre il cielo, fuori, si colorava dei caldi colori del
tramonto, i due s'immersero nel dibattito che aveva, come tema,
le domande eterne che ogni uomo, se è tale, si pone nel proprio
intimo.
" Vedi, JJ, quando tu vuoi capire che cosa è l'ebraismo, per
andare alla radice da cui parte, storicamente, la ricerca del Dio
unico, incontri la prima difficoltà: nell'ebraismo non esiste un
Credo.
In questa religione non c'è una dichiarazione ufficiale, una
summa di quello in cui si crede e che tutti i suoi aderenti
debbono accettare acriticamente, senza poterlo sottoporre al
vaglio della propria ragione, come ad esempio, i trentanove
articoli di fede della Chiesa Anglicana o il Credo NicenoCostantinopolitano della Chiesa cattolica.
Il grande filosofo ebreo spagnolo Maimonide, che, come spero
che tu sappia, visse nel dodicesimo secolo e morì al Cairo nel
1204, compilò un Credo di tredici articoli, che fu inserito nel
libro
delle
preghiere degli ebrei ortodossi,
ma
quest'enunciazione, peraltro preziosa, non ha autorità ufficiale1.
I tredici articoli di fede di Maimonide sono i seguenti:
Dio è il Creatore e la Provvidenza del mondo.
Egli è uno e unico.
Egli è spirito e non si può rappresentare sotto alcuna forma.
Egli è eterno.
Dobbiamo rivolgere le nostre preghiere soltanto a Lui.
Tutte le parole dei profeti d’Israele sono veritiere.
Il più grande di tutti i profeti è stato Mosè.
La Legge, tale e quale è conosciuta dagli Ebrei , è stata dettata da Dio a
Mosè.
Nessuno ha il diritto di sostituirla o modificarla.
Dio ricompensa chi obbedisce ai suoi comandamenti e punisce i
trasgressori.
Egli conosce tutti i pensieri e tutte le azioni degli uomini.
1
29
Né potrebbe averla, perché l'Ebraismo ha, per sua natura, idee
ben definite, ma non ha, né potrebbe avere, quelli che i gentili
chiamano Dogmi, cioè verità di fede, imposte da una qualche
Autorità e che, pertanto, debbono rimanere, per sempre,
inalterate.
Quindi l'Ebraismo, almeno quello che noi chiamiamo Ebraismo
liberale, è una religione in continuo sviluppo.
Esso assegna un posto importante agli insegnamenti che
derivano dalla Bibbia e dal Talmud, ma non sostiene che se ne
debbano accettare tutte le idee od osservare tutte le pratiche,
solo sulla scorta della tradizione e dell'Autorità.
Questa religione inoltre, attribuisce, al complesso delle
cerimonie, un posto secondario e subordinato, conferendo
valore ed importanza solo a quelle che esprimono appunto lo
spirito dell'Ebraismo.
Ciò che invece è fondamentale, in questa religione, è la fede in
Dio, fede che si esplica su tre piani.
Sul piano intellettuale: è necessario credere con la mente.
Sul piano emozionale: il credere implica la nostra
partecipazione emotiva, non è relegato alla sola sfera della
conoscenza.
Ad esempio, noi, sul piano della conoscenza, sappiamo che
esiste l'imperatore del Giappone, ma la cosa non ci tocca sul
piano del sentimento.
Invece, se pensiamo, come francesi che esiste la Francia, ci
sentiamo partecipi di tutta una serie d'emozioni e sentimenti che
ci coinvolgono direttamente.
Infine deve essere presente l'elemento personale.
Quando diciamo che esiste, o è esistita nostra madre, un fiume
di ricordi, di sensazioni, di sentimenti, sommerge quasi il puro
fatto conoscitivo, scuotendoci nell'intimo.
Questo è il modo corretto d'avvicinarci a Dio.
Ma come si fa a provare che Dio esiste?
A questo proposito si racconta una vecchia storia ebrea 2.
Si narra che l'imperatore romano Adriano chiedesse una volta,
a Rabbi Joshoua ben Chananiah, con parole dure:
"Mostrami il tuo Dio"
minacciandolo di morte se non l'avesse saputo o potuto fare.
Il folle ordine era pur sempre un ordine dell'Imperatore e non
ammetteva repliche, ma Rabbi Joshoua seppe rispondere in
maniera semplice e, allo stesso tempo, sublime.
Dio invierà il Messia , annunziato dai profeti.
Egli riporterà in vita i morti.
2
Riportata nel libro di Israel I. MATTUCK “L’essenza dell’Ebraismo
liberale” -GUANDA 1951
30
Poiché s'era a mezzogiorno di un giorno di sole, con l'astro
sfolgorante allo zenit, il Rabbi chiese all'Imperatore:
"Se vuoi vedere il nostro Dio, fissa il sole".
Ma l'Imperatore rispose che il sole era accecante e quindi non
si poteva guardare.
Allora il rabbi replicò:
"Come puoi tu osare di guardare il nostro Dio, se non puoi
nemmeno alzare lo sguardo su una delle sue opere?"
Invece risulta più difficile, anzi impossibile, definire Dio: Dio è,
per definizione, l'indefinibile.
Egli non può essere costretto in una spiegazione, che, per
quanto razionale, è pur sempre una limitazione.
Per questo la religione Ebraica condanna la raffigurazione
visiva, anche sul piano estetico, del concetto di Dio, come
idolatria.
Questa proibizione è ben presente nella religione islamica, ed
anche il Cristianesimo, nei suoi primordi, l'accettò.
Ma, dopo, poiché quella religione s'era accostata al Potere per
ottenere l'Autorità, questo fatto divenne motivo d'attrito tra due
fazioni: gli iconoclasti, che non ammettevano la raffigurazione
pittorica in campo religioso e coloro che vedevano in ciò, un
utile motivo, perché faceva presa sui fedeli; essi furono detti
iconoduli.
Nei secoli ottavo e nono dell'era volgare, molte guerre, alcune
scomuniche e qualche concilio ebbero, come oggetto, proprio la
questione della liceità o meno della raffigurazione di Dio.
Figlio mio, quando il potere mette il proprio grugno porcino
100
nelle dispute della fede, che dovrebbero essere tenute
esclusivamente sul piano80delle idee, accade che ogni nefandezza
60 giustificazione, per nascondere la sua
s'ammanti di una qualche
Est
vera essenza.
40
Ovest
La volontà di potenza, come diceva un grande pensatore dei
Nord
gentili, essendo un atto 20
d'orgoglio verso Dio, è estrinsecamente
0
il male, in quanto rappresenta
l'allontanamento da Dio".
1
2
3
4
Trim. Trim. Trim. Trim.
JJ ascoltava affascinato il piccolo uomo, che giganteggiava in
quella penombra.
"Ma Lei, Rabbi, - si sorprese a dire, usando un termine per lui
inconsueto, ma che sentiva essere molto appropriato, - come se
lo raffigura, nel suo pensiero, Dio?"
"Vedi, stiamo entrando su un terreno estremamente difficile e
pericoloso.
31
Questa tua domanda, che pure è LA DOMANDA che si pone
ogni uomo, può celare un grave pericolo.
Infatti, se è un atto d'amore cercare Dio in questa maniera, essa
può anche divenire un gesto d'orgoglio, perche Dio è, per
definizione, l'INCOMPRIMIBILE in alcuna formula, soprattutto
in un concetto che tenda a raffigurarlo.
Ricorda che la cacciata dall'Eden fu la punizione proprio per
questo peccato, perché Adamo volle gustare il frutto dell'albero
della conoscenza, e non, come fanno credere gli epigoni di
Saulo 3, perché fu tentato dalle grazie della propria compagna.
Anzi, su questa mania sessuofobica di coloro che modificarono
profondamente la semplice adesione alla religione Ebrea del
buon Rabbi vissuto in Palestina duemila anni or sono, ci
sarebbe molto da dire, non fosse altro che per i patimenti, le
paure, i complessi di colpa, le distorsioni che essa ha
provocato, nell'inconscio personale e collettivo di tutta la civiltà
occidentale.
Aver fatto del peccato sessuale, che è peccato solo in presenza
d'abuso o d'offesa al diritto altrui, il PECCATO per definizione,
quello da cui derivano quasi tutti i mali e le sventure degli
uomini, dimostra solo che la tarda società ellenistica, di cui
Saulo fu l'espressione finale, prima di precipitare nel ghirigoro
mentale del Bizantinismo, era una società ormai devitalizzata e,
per questo, sessuofobica".
"È strano - l'interruppe JJ - che un rabbi ebreo si senta in grado
di dare lezioni sulla continuità tra la grande tradizione del
pensiero classico e la cultura moderna, che è cristiana e
cattolica, mentre la cultura ebrea è sempre vissuta appartata e
quasi rinchiusa su se stessa".
"Come si vede, nel tuo modello d'organizzazione mentale,
l'impronta di quei grandi combattenti per la loro fede, che sono
i Gesuiti.
Essi non rinunciano a nulla, neppure ad inculcare un così
clamoroso falso storico nelle giovani menti che si trovano ad
avere in loro potere.
Ti risponderò con le parole di un grande filosofo dei gentili, di
famiglia luterana, Friedrich Nietzsche.
Egli, nelle pagine di un suo saggio, ”Umano, troppo umano“,
dice testualmente:
" Alla febbrile attività ebraica, al suo disincantato pensiero,
dobbiamo se l'anello di civiltà che oggi ci congiunge con la
cultura dell'antichità greco-romana non fu spezzato, mentre il
Cristianesimo ha fatto di tutto per orientalizzare l'Occidente".
3
San Paolo
32
Ma torniamo alla tua domanda: come io m'immagino Dio.
Fatti salvi i distinguo appena accennati, non voglio sottrarmi
alla tua richiesta, ma devo fare ancora un piccolo excursus
storico.
L'idea del Dio unico, come tu sai, nacque in Israele tra i tremila
ed i quattromila anni or sono.
In principio però, il Dio d'Israele era, appunto, il Dio solo di
Israele, l'unico vero Dio di un popolo, che si contrapponeva
agli dei, falsi e bugiardi, dei nemici dei figli d’Abramo.
A questa concezione quasi patronimica del concetto di Dio,
venne a mano a mano a sostituirsi l'idea di Dio come Dio di
tutti gli uomini, anche se Egli aveva stabilito un patto speciale
con Israele e, quindi, era attento e sollecito alle vicende del suo
popolo.
Ma era pur sempre un Dio riferito alle vicende degli uomini e
l'uomo, da poco, relativamente, ha messo il naso fuori dal
piccolo recinto, che noi chiamiamo sistema solare.
La scienza, in questi ultimi tempi, ci ha però fatto balenare un
modello di universo, enormemente dilatato nel tempo e nello
spazio.
Le vicende di un piccolo pianeta che gira intorno ad una
stellina di quart'ordine, in un momento scarsamente
significativo per la vita della galassia, che gli ultimi studi
sembrano definire in una maniera enormemente più grande di
quanto si supponeva solo pochi anni or sono, ci mostrano
almeno la non centralità del fenomeno UOMO.
Appare ormai chiara, soprattutto, la possibilità che la sua
unicità non sia tale, nello spazio o nel tempo, e questo fatto
dilata, in maniera incommensurabile, il campo d'azione in cui si
trova a dover operare il principio divino.
Cerca di seguirmi nel ragionamento.
So bene che non si tratta di una dilatazione dello spazio o del
tempo, che possa mettere in crisi il concetto di Dio.
Penso però che occorra considerare più attentamente il
rapporto personale con il popolo eletto.
Voglio dire che, razionalmente parlando, nulla vieta
d'ipotizzare, nelle profondità dello spazio e del tempo del nostro
Universo, se pure questo è il solo reale e possibile, altri percorsi
verso l'autocoscienza, simili a quello compiuto finora da
quell'essere che noi chiamiamo UOMO.
Ti dirò di più; io personalmente non sono neppure convinto del
tutto che l'uomo rappresenti lo stadio finale dell'evoluzione, qui
ed ora.
Infatti la famosa frase del Genesi:
33
"Facciamo ora dunque l'uomo a nostra immagine e
somiglianza"
è evidentemente attribuibile al solo principio logico che, sulla
nostra terra, è presente unicamente nell’uomo e che, perciò, ci
fa ad immagine e somiglianza del principio divino.
Sono ben ridicole quelle ingenue rappresentazioni popolaresche
dei gentili, che, nel tentativo sciocco d’ immaginare la forma di
Dio, lo raffigurano come un vecchio burbero, con una gran
barba bianca, con il triangolo dietro la testa per ricordarci
quella contorsione mentale che è il concetto della Trinità, con
una specie di grembiule bianco e con i piedi nudi.
Se l'elemento divino presente nell'uomo è il principio logico,
esso può, come indicano le più moderne teorie degli scienziati
che studiano questa materia, essere non dato una sola volta e
per sempre, ma rappresentare il frutto di un processo evolutivo
lunghissimo, che essi scienziati chiamano appunto: "Processo
di ominazione".
In tal caso, il processo è ancora in corso e non è detto che esso
s'arresti nella forma Uomo, che attualmente conosciamo e che,
converrai, non è assolutamente perfetta.
Anzi molta strada dovrà esser fatta al riguardo.
Se s'accetta l'evoluzionismo di Darwin, la mia ipotesi è
altamente plausibile, e non c'è cosa peggiore che quella di
rifiutarsi di vedere; grave errore d'orgoglio che fece, per
esempio, la chiesa di Roma ai tempi di Galileo.
Se non si ha paura della realtà, nulla vieta d'ipotizzare
un'evoluzione dell'uomo verso forme più razionali, che, per
questo, sono anche più giuste.
Qui io vedo la supremazia dell'Ebraismo liberale su quelle
religioni che, imponendosi dei dogmi immutabili per
definizione, s'imprigionano in sofismi difficilmente districabili.
Ad esempio, se ipotizzi l'intervento personale di Dio nella storia
degli uomini, al di là della rozzezza del concetto di un Dio
raffigurato come individuo, come puoi conseguentemente
esimerti dal postulare la necessità che l'azione di Dio debba
esser ripetuta all’infinito?
Questo fatto ne svilisce l'intenzione, a meno di non considerare
l'intervento di Dio come l'adempimento automatico di una
legge.
Mi spiego: teniamo ferma la storia degli uomini che
conosciamo, ed inoltriamoci ad ipotizzare l'esistenza di un'altra
civiltà autocosciente, poniamo su Marte o su un possibile
pianeta della stella del mattino, Sirio.
Se abbiamo prima postulato che l'uomo non può, da solo,
arrivare alla salvazione, perché i nostri progenitori si sono
macchiati del peccato originale, da cui, per dogma di fede, ci ha
34
liberati lo stesso Dio, che si è fatto uomo per redimerci da quel
peccato, come la mettiamo per quelli di Marte o della stella
Sirio?
Se anche loro hanno peccato, si dovrebbe ipotizzare, anche per
loro, un intervento divino.
Intervento che, considerato il numero quasi infinito di mondi
che si possono razionalmente supporre abitati, finirebbe con il
diventare un fatto così ripetitivo, da divenire di routine.
A meno che non lo si consideri, al solito, un rapporto di causaeffetto, senza potere discriminatorio della volontà, cosi come è
appunto l'obbedienza ad una legge.
Se invece quegli ipotetici, felici abitatori di quei mondi lontani
non hanno peccato, quando sono stati sottoposti alla prova,
rimanendo come Adamo nel paradiso terrestre, come i gentili
chiamano l'Eden, essi allora sono in uno stato completo di
grazia, quasi angeles, e quindi loro sarebbe il dominio
dell'Universo.
E allora, noi?
Mi sembra d'averti dato una chiara dimostrazione di come,
costruendosi dei Dogmi invalicabili, si possano frapporre
difficoltà insormontabili al pensiero logico.
Per questo l'Ebraismo liberale accetta un solo dogma, o meglio
un solo Credo, cioè la fede in un Dio unico, senza alcun'altra
limitazione.
Consideriamo ad esempio un’idea comune all'Ebraismo ed al
Cristianesimo, che appunto dall'Ebraismo l'ha ereditata: il
concetto di Messia.
Come tu sai, il Messia era un'antica speranza ebrea, che
auspicava la venuta di un "Unto del Signore" (questo è il
significato della parola Messia).
Egli avrebbe liberato quel popolo dalle sue sofferenze.
I cristiani pensano che il Messia sia già giunto duemila anni or
sono, e l'individuano in Gesù di Nazareth.
Gli Ebrei ortodossi ritengono che questa figura superumana
debba ancora manifestarsi.
Naturalmente, ti parlo senza scendere nei particolari più ostici,
come l'ipotizzare due Messia, uno della stirpe di Davide ed uno
di quella di Levi, come postulano i rabbi più intransigenti 4.
L'Ebraismo liberale, questa religione della fede, ma anche,
soprattutto, della ragione, giunge perfino ad ipotizzare che il
Messia possa essere immaginato non come l'avvento di una
persona reale, che libererà il popolo Ebreo, ma come
l'instaurarsi di un'epoca messianica.
Tesi riportata nel libro ” I manoscritti del Mar Morto “,di J.A.SOGGIN
-Newton Compton ed. ott. 1994.
4
35
In quell’epoca felice, la fede e la ragione libereranno tutti gli
uomini dalle proprie ossessioni, instaurando così, finalmente,
un'era di pace e di giustizia universale.
Ora, dopo averti portato per mano a considerare l'intima
ragionevolezza della mia fede, posso rispondere alla tua
domanda, su come mi raffiguro Dio.
Pongo però un ultimo distinguo: la mia idea, per le ragioni che
ti ho spiegato, è valida solo per me e, forse, solo adesso, perché
potrebbe anche mutare in futuro.
Io dunque, m'immagino Dio come la legge originaria del nostro
Universo, che trascende anzi il nostro Universo, in quanto Dio
comprende l'Universo e non viceversa.
Questa legge razionale, questo LOGOS, come direbbe Saulo, è
però anche Volontà, aspirazione all'ordine logico in un
Universo che, al di fuori del principio divino, tenderebbe al
Caos, al caso probabilistico, che è una degenerazione, o almeno
una estremizzazione del concetto di ordine.
Quanto poi al perché del Creato, esso è inconoscibile per
l'Uomo.
Io tento un'ipotesi ardita: ne cerco il perchè quasi sul piano
estetico.
Quale è il fine di un artista? Creare un'opera bella.
Questo è, forse, lo stesso fine di Dio: il Creato è la bellezza.
L'aspirazione al bello, che noi tutti sentiamo, è l'eco lontana
dell'infinita bellezza del Creato.
Solo l'artista, tra gli uomini è in grado di raggiungere con la
sua opera, ahimè per un solo attimo, l'Assoluto.
Per questo uno spirito fortissimo, che nacque sulla radice
ebraica, anche se esso, alla fine, si proclamò cristiano, di un
cristianesimo però molto particolare, al di fuori d'ogni
confessione storica, Simone Weil, parla ripetutamente, nella sua
opera, della bellezza come " incarnazione di Dio "5.
Nel modello che ho cercato di descriverti, l'uomo è la forma più
concreta e, al momento, più alta, di quest'aspirazione all'ordine
logico, così come noi la conosciamo o, meglio, la percepiamo.
Non è detto però che questa forma sia l'unica o la più alta
possibile, in assoluto.
Per questo, l'uomo deve poter vincere la propria battaglia.
Simone WEIL ( Parigi 1909-Londra 1943) Scrittrice e pensatrice francese.
Laureata in filosofia, abbandonò l’insegnamento per lavorare in
fabbrica,come operaia alla Renault.
Combattè a fianco dei repubblicani spagnoli.
Morì di consunzione a 34 anni.
Nata da una famiglia ebrea agnostica, si proclamò cristiana, senza però
aderire ad alcuna confessione. La sua caratteristica principale fu
un’appassionata partecipazione alle miserie degli “ oppressi “.
5
36
Perciò l'uomo è libero e non condizionato in uno schema, che
non gli lasci scelta.
Se egli sarà in grado di farcela, o almeno di dare origine ad una
specie, più adatta di lui, a seguire l'imperativo morale e
l’aspirazione al bello che il Creato gli grida silenziosamente,
per compiere il proprio compito, che è il volere di Dio, allora
l'uomo avrà raggiunto lo scopo per il quale è stato creato.
Altrimenti, un’altra vita autocosciente scaturirà dal magma
vitale di questa terra, o di un altro pianeta del nostro Universo,
per compiere quel destino, che l'uomo non ha saputo vedere.
Ecco, spero d'essermi spiegato abbastanza chiaramente, anche
se io stesso non sono del tutto certo d'aver correttamente
enunciato il problema.
Dio, nel modello che la mia mente ha tracciato, pur con tutte le
inadeguatezze possibili, è volontà, nella legge, per giungere ad
un fine, forse per mezzo dell'Uomo.
L'Uomo trova, nell'aderenza a questa legge, il fine ultimo della
sua esistenza.
Insomma il Principio Divino, che ha creato l'Universo come
soddisfacimento di un'istanza forse estetica, è lo stesso
Principio che permette all'Universo di non collassare nel Caos.
Questo avviene, non perché l'Universo, opera di Dio, non sia
perfetto, ma perché nell'idea di Dio, esso trova il proprio
motore immobile, come diceva Aristotele, il proprio perché, la
propria necessità d'espandersi nella realtà.
Lontano da Dio inizia il Caos, l'incoerente, quello che anche la
Chiesa dei gentili chiama il Male.
L'Uomo, o meglio, l'intelligenza logica, è il messo posto da Dio
nel suo Universo per portare, sempre più innanzi, la frontiera
del vero, del bello, del razionale; in una parola, per aumentare
la sfera del Creato, che si riconosce razionalmente in Dio.
Il compito, affidato da Dio all'intelligenza logica, ha bisogno di
un'etica che lo sorregga nel proprio estrinsecarsi: quella è la
nostra morale.
Ma come sono più vere, più facili, direi quasi più logicamente
eleganti, le parole del quarto versetto del sesto capitolo del
Deuteronomio:
"SHEMA YISRAEL ADONAI ELOHENU ADONAI ECHAD"
"ASCOLTA ISRAELE,
IL SIGNORE NOSTRO DIO, IL SIGNORE E’ UNO".
Sono passati più di tremila anni, innumerevoli menti si sono
arrovellate su quel problema, ma nessuna è riuscita a trovare
37
una formula più soddisfacente, per definire la professione di
fede che un ebreo credente evoca, quando recita lo SHEMA.
Quella è la preghiera che milioni di ebrei hanno recitato
quotidianamente e finalmente, per l'ultima volta nella loro vita,
quando si sono trovati di fronte alla morte.
Essa è, contemporaneamente, una preghiera, un atto di fede, un
enunciato teologico ed una dichiarazione d'appartenenza ad un
popolo.
Come vedi, ho detto un popolo e non una razza, anche se i
gentili, nei secoli, hanno sparso la voce che noi saremmo stati
gli inventori del concetto di razzismo, con l'enunciazione
dell'idea del popolo eletto.
Quale ignobile accusa, quale mostruoso distorcimento della
verità, imputare al popolo che più ha sofferto, nei secoli, le
tragedie dovute all'immonda idea del razzismo, la causa di tali
tragedie, l'ultima delle quali, lo Shoah, l'Olocausto, griderà,
per sempre, vendetta innanzi all'Onnipotente!
L'Ebraismo è un'idea, compiutamente e completamente
racchiusa nello Shema, ma non vi è, in esso, alcuna traccia di
componenti biologiche o razziali: tutti possono essere ebrei,
basta che professino lo Shema.
Abbiamo Ebrei etiopi, di pelle nera, i Falasca, ed ebrei ariani,
come l'antico popolo dei Cazari, una stirpe d'origini turche,
stanziata nella Russia meridionale, che si convertì in blocco
all'Ebraismo.
Anche gli Ebrei Ashkenazim, cioè gli ebrei che provengono
dall'Europa del nord, ben poco hanno, in termini di stigmate
razziali, in comune con lo stereotipo del Semita dalla pelle
scura e dal naso adunco.
Eppure tutte queste genti appartengono al popolo Ebreo, alla
stirpe di Abramo, che stabilì il patto con l'Onnipotente.
Un unico legame li unisce: lo Shema.
Un'unica legge li rende partecipi di quell'Alleanza: la Legge
professata nella Bibbia 6 e chiosata nel Talmud.
Un'unica idea li rende Ebrei: la professione di fede in un solo
Dio.
Lungi da me l'idea di tentare di riportarti alla fede dei tuoi
padri.
Questa è un'opera che solo tu puoi tentare, se ne senti,
autonomamente, il bisogno.
Per semplicità, dovendo tra poco trattare della Bibbia, sia concesso
adottare, ove non specificamente accennato, la ripartizione e la nomenclatura
cristiana dei suoi vari libri, onde evitare confusioni con la ripartizione e la
nomenclatura ebrea.
6
38
Solo quella religione che persegue il Potere, crede di divenire
più potente, quanti più adepti essa abbia e, per questo,
s'adopera e si sforza, nel fare opera di proselitismo.
I rabbi ebrei, invece, sono molto gelosi della loro religione,
molto sospettosi, quando si tratta di mettere in piazza il proprio
tesoro e, quindi, sono assai restii a fare opera di proselitismo.
Essi controllano attentamente coloro che vogliono aderire alla
religione dei nostri padri.
Questa, finora ha permesso che infinite sventure colpissero i
propri figli.
Essa non è stata certo un lascito facile e redditizio, ma ha
riempito i nostri cuori della certezza d'essere nel giusto, proprio
perché Dio mette alla prova coloro che ama.
Rifletti a quanto ti ho detto, figlio mio, coltiva nella tua mente,
ma soprattutto nel tuo cuore, queste verità e falle fiorire".
Molte altre volte, ormai non più per mezzo di uno stratagemma,
JJ incontrò il vecchio rabbi e le loro discussioni s'avventuravano
nei campi sempre più impervi del pensiero religioso.
I temi delle loro discussioni erano difficili, ma entusiasmanti: il
libero arbitrio, la volontà di Dio, la necessità dell'Uomo nel
disegno del Creato, il concetto di male e quello di peccato,
l'escatologia finale, cioè i fini ultimi dell’universo e
dell’umanità, la vita oltre la morte, la morte dell'Universo ed il
suo possibile risorgere, il rapporto tra pensare e fare.
A tutte le domande del giovane, il rabbi rispondeva, cercando
d'esporre chiaramente la versione che ne dava il pensiero
ebraico, come s'era andato evolvendo nei secoli.
Egli riportava altresì i modelli che, di tali problemi, avevano le
altre religioni monoteistiche e le religioni del rifiuto, come il
saggio rabbi chiamava quelle religioni orientali.
Queste, infatti, vedevano l'unica realtà dell'Uomo nel ritorno al
gran fuoco di Shiva o nel superamento delle passioni, tipico del
Bhudda, non concedendo alcuna validità, per il cammino
dell’uomo.
Venivano anche esaminate le argomentazioni di coloro, che si
professavano atei.
Anzi, a questo proposito, il dottor Bubber aveva rivolto gran
parte della propria ricerca filosofica, nel tentativo di stabilire le
ragioni che possono indurre un uomo a definirsi ateo.
Dall’impossibilità teorica, per l’uomo, d'arrivare a conoscere il
“Noumeno”, la “ Cosa in se”, cioè come veramente è
quest'universo, che appare, si mostra, come fenomeno, ne
discende che le varie prove dell’esistenza di Dio abbiano sempre
avuto un carattere indiziario.
Ma, come si sa, ogni processo indiziario offre spunti ad
entrambe le tesi.
39
In definitiva, le motivazioni, di coloro che si definiscono atei, si
potevano ridurre in due grandi filoni.
La più seria argomentazione si poteva far risalire alla posizione
di Kant, che non riteneva indispensabile, nel suo concetto di
Universo, la necessità d'ipotizzare un Dio, da cui derivasse il
tutto, la Natura e l'Uomo, ma bastava:
"Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" 7.
Erano indispensabili cioè solo l'ideale estetico e quello morale,
per definire il nostro mondo, come recitava l'iscrizione posta
sulla tomba del filosofo di Konigsberg, il quale, d'altronde, non
aveva mai fatto professione d'ateismo, anzi aveva concluso la
suo ricerca filosofica, arrivando appunto alla teorizzazione di
Dio.
L'altro grande filone si deduceva dalla filosofia di Epicuro, che
recitava:
"Gli Dei, se pure esistono, sono così lontani dai nostri affanni,
così presi dalle cure dei loro problemi, che non s'interessano
minimamente a noi".
Dalla commistione di queste due tesi derivano tutte le possibili
posizioni atee.
Una di queste, particolarmente interessante per la sua
consequenzialità logica, è quella scientifico-razionalista, propria
di coloro che fanno scienza e che, per questo, sgomberano il
campo d'analisi, da ogni elemento non misurabile con la loro
scienza.
Un’altra, molto in voga nel campo della politica, è quella
scientifico-sociale, che definisce le religioni "l'oppio dei popoli",
cioè lo strumento, per mezzo del quale, il potere ha finora
brutalmente tenuto a freno l'unico, vero depositario del potere
stesso, e cioè il popolo.
Eppure entrambe queste posizioni, che, pure, sono le teorie atee
più razionali, s'accalorava il dottor Bubber, mettono da parte il
concetto di Dio, ma non possono assolutamente negarlo.
Anzi, in questa contrapposizione, se cioè erano possibili le
blasfeme enunciazioni che recitavano: "Dio è morto", oppure
"L’Uomo non ha più bisogno di Dio", era implicito un pericolo
mortale.
Su di esse, secondo il vecchio Rabbi, si sarebbe giocato il
destino dell'Uomo nel prossimo millennio, e quindi nei secoli a
venire.
Si sarebbe infatti determinato un grave handicap per la missione
dell'uomo nell'Universo, qualora esse non fossero rapidamente
superate.
7
Come e’ noto , questa e’ l’iscrizione posta sulla tomba di Kant.
40
Anche JJ, secondo quanto captava nell'atmosfera che gli
facevano respirare i suoi nuovi capi, avanzava il proprio
modello di realtà:
"Il caso ha indirizzato il Caos primigenio secondo leggi
probabilistiche, inducendolo ad autoorganizzarsi in sistemi
sempre più complessi, ma omogenei alle leggi che regolano
quest'universo, in quanto coerenti con il modello probabilistico
del caso stesso.
La legge base, la legge costituente dell’ universo, è la
matematica in senso lato, o meglio il metodo matematico, che
tende esteticamente a soluzioni sempre più raffinatamente
semplici, ma che consentono di estrapolare un sistema coerente
di leggi che descrivono questo stesso universo.
In un universo così definito, l'autocoscienza è il fine ultimo, il
prodotto che potrebbe tendere a superare i confini stessi
dell'universo in cui si è sviluppato e dietro cui, o, oltre il quale,
vi è, per il momento, l'ignoto.
Quindi, nel nostro universo, occorre distinguere un primo
momento aggregante, che è il caso; un momento propulsore
necessario, che è dato dall'organizzarsi di quest'universo
secondo uno schema matematico-scientifico ed un momento
finale, che inizia con l'autocoscienza.
Essa rende esplicito uno svolgimento ed intraprende uno
sviluppo, che condurrà infine i portatori dell’autocoscienza,
alla conoscenza della necessità di questo universo ed al
superamento possibile dei suoi limiti”.
"Bravo - gli faceva eco il dottor Bubber - non t'accorgi che, così
facendo, hai inventato la macchina?
Pensi veramente che una macchina calcolatrice possa essere
più complessa del più semplice degli uomini?
E come inserisci, nel tuo modello, la Volontà, il fiat lux
originario, il motore immobile che origina e mette in moto il
tutto, come già aveva ipotizzato Aristotele?.
Inoltre, a ben guardare, il tuo modello differisce dal mio, solo
perché, in questo, viene postulata la volontarietà, che è sempre
stata espressa nel concetto di PERSONA, di Entità
autocosciente, libera d'operare, e non solo d'adempimento
automatico ad una legge.
Ricordi? “Io sono colui che è".8
Questa è la risposta che Dio diede, quando Mosè chiese chi Egli fosse.
(Es 3,14).
8
41
Naturalmente quelle dispute non portavano ad alcuna
conclusione, perché è nella natura dell'Uomo non poter rompere
la crosta del fenomeno, per riuscire a vedere che cosa è
veramente il noumeno, la cosa in sé, che si nasconde sotto
l'apparenza del fenomeno stesso.
Ma non erano vuote discussioni, quelle che s'accendevano tra il
rabbi ed il giovane desideroso di conoscere; non erano inutili
esercitazioni cerebrali.
Seghe al cervello, come avrebbe impudentemente detto il buon
Bernard, amico dell'uno e nipote dell'altro, il quale si credeva un
"libero pensatore" ed era soltanto uno che pensava poco.
Egli, infatti, non amava esercitare, negli ardui campi del sapere
più impervio, quella qualità umana, il pensiero, che, sola, ci
permette d'avvicinarci all'Assoluto, l’unica che ci porta a
contatto con Dio.
42
CAPITOLO V
IL PARADISO E L'ESTASI.
Il continuo esercizio in un campo per lui così congeniale, faceva
bene alla mente del giovane JJ, che stava vivendo un momento
straordinario.
Tutto sembrava andare per il verso giusto; amore, lavoro,
soddisfacimento del proprio ego per le affermazioni che andava
raccogliendo, appagamento personale, per la sua opera a tutela
dei militanti più umili e più bisognosi.
JJ si rendeva conto della stima, che sentiva montare a suo favore
tra i propri colleghi, era conscio della sua rapida ascesa,
all'interno del partito e del movimento sindacale.
Tutte queste attenzioni della fortuna per la sua persona erano
vissute da JJ come una naturale conseguenza del proprio valore,
che, finalmente, cominciava a farsi strada, tra la moltitudine di
giovani ingegni, presenti ed operanti nella Parigi degli anni
sessanta.
Anche la laurea in sociologia, conquistata a passo di corsa, gli
aveva aperto ulteriori possibilità, facendogli balenare
l'eventualità d'intraprendere la carriera accademica, come molti
dei suoi professori gli andavano proponendo.
Così JJ si sentiva, ed era, al massimo delle sue potenzialità, ben
caricato e deciso a conquistare tutti quei doni, che la vita
sembrava offrirgli, pur non rinunciando a ritenersi ed a
comportarsi come un genuino difensore dei più indifesi.
A questo proposito è interessante osservare la metamorfosi, che
può accadere a giovani, pur molto validi, quando questi iniziano
la propria opera in difesa degli altri.
Mossi da un genuino senso di giustizia, per mezzo di questa loro
azione, essi si trovano ad esercitare un potere che assomiglia a
quello antico, che praticavano, nella Repubblica Romana, i
tribuni della plebe.
Trascinati da quelle sollecitazioni, spinti a quel potere, molti di
quei giovani, nel corso della loro opera, incontrano il Potere tout
court, quello senza altri attributi se non il danaro, che è un modo
differente per descrivere lo stesso potere.
Quell'incontro diventa un cancro per il loro spirito, che è
divorato, dal di dentro, da Mammona.
In tal maniera, essi perdono completamente di vista le
motivazioni da cui erano partiti; così, gli stessi divengono anime
dannate di quel potere che volevano combattere.
Ma questo non era il caso di JJ.
Pur nel lento trasmutarsi dei propri sogni giovanili nelle solide
realtà di un'età che stava per confrontarsi con la maturità, JJ non
43
aveva abbandonato per nulla quel suo spirito, che lo faceva
partecipe dei patimenti del suo simile.
Per mezzo di quella sua rara qualità, egli rimaneva strettamente
fedele agli ideali che avevano impresso un sigillo particolare,
alla propria anima.
Quegli ideali mostravano, ancora una volta, come appunto
l'anima nasca originariamente con delle qualità, delle virtù o dei
difetti; essi marcano indelebilmente il carattere, formando così
un unicum, la cui estrinsecazione agli altri è definita: persona.
Appena Monique si laureò a sua volta, i due si sposarono con
una semplice cerimonia nel loro arrondissement 1, davanti al
delegato comunale,
culminata poi in una gioiosa festa
campagnola, in una masseria poco fuori Parigi.
A quell'allegra baraonda parteciparono tutti i giovani ingegni
emergenti tra quella corbeille d'intelligenze, che s'apprestavano
a dare un solenne scrollone a tutto l'establishment europeo.
Era apparsa singolare, a JJ, questa risoluzione di Monique, di
voler prima raggiungere la laurea e poi sposarsi, quasi un
ricordo di una mentalità piccolo borghese, anche se quella sua
piccola, deliziosa, assennata donnina l'aveva rigirata in chiave
quasi femminista.
"JJ, non pensare che io rimanga a rammendare i calzini del mio
Signore e Padrone, interessata solo a far stufati e bambini,
mentre tu spieghi la potenza creatrice di Bergson ad una
schiera di ragazzine adoranti.
Io voglio avere un mio lavoro autonomo, che possa far crescere
la mia personalità e mi dia possibilità concrete di affermazioni,
per vedere quello che valgo".
JJ aveva sorriso, a quello che riteneva un capriccio della sua
Monique, ed era stato al gioco.
Tutto era filato liscio come l'olio e la loro naturale ansia di
vivere era stata confortata da una serie di tranquille, ma non per
questo, meno esaltanti vittorie.
Infatti, in breve tempo, JJ aveva infilato importanti traguardi: la
sua nomina a professore associato alla cattedra di filosofia, il
suo primo libro di successo, "Sisifo e l'Occidente", la richiesta di
collaborazione alle più importanti riviste, che lo consacravano
ingegno brillante nel cielo della Francia.
Tutti quei riconoscimenti gli davano un risarcimento per la
momentanea eclisse che JJ s'era, nel frattempo, guadagnata nel
partito, per le sue posizioni non ortodosse sulla linea politica e
Ripartizione amministrativa di Parigi. Corrisponde, grosso modo, alle
circoscrizioni delle città italiane.
1
44
gli fornivano, per soprammercato, anche l'aureola del
perseguitato, perché ribelle.
Tra l'altro, quell'aureola gli stava così bene perché era in linea
con il suo personaggio e con la sua più intima natura: il
difensore di coloro che non avevano altri difensori, appunto.
Tutto andava, perciò, nel migliore dei modi.
Questo pensava JJ mentre vedeva avanzare la sua Monique,
agghindata come la Primavera tra le ancelle, sull'aia in cui
stavano festeggiando il loro matrimonio.
Anzi, il quadro complessivo che era davanti ai suoi occhi,
rimandava imperiosamente al dipinto del Botticelli.
Eppure quel quadro, come tutti i capolavori, diceva
nascostamente qualcosa, che soltanto le menti più avvertite
sapevano leggere.
Forse proprio per questo, un leggero velo di malinconia, avresti
detto un presentimento, s'impossessò di JJ, senza che egli ne
sapesse il perché.
Infatti, solo un esperto ed avvertito osservatore della scena che
ricorda “Quanto è bella giovinezza, che si fugge tuttavia“,
poteva aver chiaro il senso di struggente tristezza, che permea di
se quel capolavoro; soltanto in quella chiave si sarebbe potuto
leggere compiutamente il disagio di JJ.
Egli occupava, sull'aia in cui festeggiava il suo matrimonio, lo
stesso posto che, nel quadro degli Uffizi, era tenuto da Giuliano
dei Medici, la vittima della congiura dei Pazzi, il più bello, il più
fortunato, il più felice degli uomini: quello che, per primo,
pagherà il suo debito all'invidia degli Dei.
Ma la nube leggera dello spleen fu rapidamente scacciata dal
cielo di quella festa, che doveva esser per loro indimenticabile,
dalla rumorosa combriccola dei comuni amici.
Essi avevano iniziato tutte le rituali sciocchezze, che sono
proprie dei matrimoni e che, anche tra giovani di sicura
intelligenza e di maniere ammodo, non mancano mai di
ricordare i fescennini, con cui, nell'antica Roma, si soleva dare il
placet sociale alle nuove coppie.
Cominciò Bernard, che si riteneva il nume tutelare e pronubo dei
due sposi, anche se lui tendeva a considerare pubblicamente il
matrimonio, come una resa ipocrita al perbenismo piccolo
borghese.
"Adesso la finirai, piccola gattina tutta smorfie, di riempire il
nostro JJ di sensi di colpa, tutte le volte che esce dal tuo letto, o
dalla vostra scassata "deux chevaux", mandandogli in vacca
quei pochissimi attimi di beatitudine, che gli dei concedono ad
un uomo giovane e sano, prima che il desiderio ricominci a
dare l'arsura al suo spirito.
45
Speriamo che, finalmente soddisfatta per la preda ormai tua, tu
possa goderti in santa pace il tuo drudo possente, senza
riempirgli la testa di miagolii".
Monique, dall'alto della sua sprovveduta innocenza, seppe
rispondergli a tono:
"Povero Bernard, assomigli sempre di più ad una macchietta, al
Capitan Fracassa della commedia des Italiens.
Dovrò per forza trovarti una brava ragazza, che ti rimetta in
riga e salvi quel poco di buono, che è rimasto della tua anima".
Ma non c'era astio nelle loro parole e la disputa si stemperò nel
bailamme generale.
Più tardi, molto più tardi, riuscirono a rimanere finalmente soli
nel piccolo monolocale con bagno e cucinino che, fino allora,
era stato il luogo di riposo di JJ, sotto i tetti di un alto palazzo, in
un quartiere operaio.
JJ aveva aggiunto un'altra brandina al suo scarno lettino da
scapolo e, con l'aiuto di un paio di lenzuola a due posti, dono di
una vecchia prozia di Monique, la stanza aveva acquistato
l'aspetto di una vera camera matrimoniale.
Monique se ne stava rannicchiata sul letto, nella sua vestaglia da
sposa, che aveva preparato da lungo tempo, ricamandola
personalmente.
La giovane donna, mentre il suo uomo finiva di lavarsi i denti,
ripensava al battibecco scherzoso con Bernard, durante la sua
festa di nozze.
JJ aveva finito d'armeggiare nel bagno e le si stava avvicinando
con intenzioni ben precise e l'occhio velato dal desiderio, ma
Monique stava pensando ad altro:
"Quello scemo di Bernard pensa che noi ci siamo lasciati
andare fino ad essere, già da parecchio, marito e moglie.
Ma, allora, che senso avrebbe avuto la cerimonia di questa
mattina?
Certo non è stato facile, ci siamo andati molto vicini, perché per
entrambi era difficile fermarsi, quando le circostanze lo
permettevano.
Però, per me, la prova migliore del tuo amore è stata appunto la
padronanza che tu hai saputo avere del tuo istinto.
Esso, ben più potente del mio, era difficile da dominare, se tu
non avessi avuto un forte autocontrollo e, soprattutto, un grande
amore per me.
Anzi questa tua forza mi spinge a chiederti un'altra prova
d'amore.
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Vorrei che tu mi dedicassi questa prima notte della nostra vita
in comune, senza chiedermi altro.
Domani il soddisfacimento del nostro desiderio sarà ancora più
bello, perché moltiplicato dall'attesa".
Grande era il desiderio di JJ ma più grande era il suo amore per
Monique e quella sua richiesta non fu per lui difficile a
soddisfare, perché questa è la radice dell'amore: non sentire il
peso della volontà dell'altro, ma essere grato per poterla
esaudire.
Così i due giovani passarono il resto di quella notte magica,
abbracciati, contando le stelle nel cielo e le luci lontano, mentre
JJ arrotolava e srotolava i biondi capelli di Monique e Monique
s'addormentava tra le braccia del suo JJ.
L'indomani mattina, di buon'ora, entrambi dovettero faticare
parecchio per interrompere quel certo lor discorso, che già
avevano, di comune accordo, lasciato a metà la sera prima e che,
appena aperti gli occhi, trovandosi già una nelle braccia
dell'altro, stavano finalmente per concludere.
Ma l'aria era frizzante, loro dovevano partire subito per Epernay,
dove li attendevano per un'ora decente, e poi, c'era quella
promessa che Monique aveva strappato a JJ e che lui non voleva
rompere.
Per cui ... via, sulla loro macchina scassata, verso i luoghi della
sua infanzia.
JJ aveva una gran voglia di presentare Monique a Roland ed a
quella che era stata, da sempre la sua famiglia.
Infatti egli continuava a considerare Roland, il figlio vero di sua
madre, il proprio fratello, perché a lui l'univano gli anni della
giovinezza ed un affetto sincero; la famiglia di questi era
dunque, per JJ, la propria famiglia .
È strano, ma non difficile a capire, questo rapporto che lega gli
uomini e che diventa più forte dei legami di sangue.
Esso è l'esempio più evidente del fatto che la famiglia è un bene
primario per l’uomo.
Quando questo legame non c'è, allora gli uomini se ne
costruiscono uno succedaneo, che esprima comunque i vincoli
forti, necessari all'uomo per non sentirsi solo e per mantener
vivo quel sentimento, gli affetti familiari, così importante per la
nostra specie.
Arrivarono quando il tramonto aveva ceduto da un pezzo le sue
luci all'oscurità della notte, e l'accoglienza di Roland e di sua
moglie fu all'altezza delle attese.
Dopo un pasto pantagruelico, in mezzo a tutti i testimoni della
sua prima età, JJ si sentiva di nuovo a casa.
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Lentamente, la nuvola nera di quanto aveva combinato il
vecchio abbè Gerard, che Dio l'abbia in gloria, stava
scomparendo, al chiuso della sua casa, in mezzo alla sua gente.
JJ non dimenticava quello che era successo, ma non vi attribuiva
più alcuna importanza: le cose erano andate come erano andate,
e, forse, a ben considerare, anche lui si sarebbe comportato
come il vecchio prevosto, se avesse dovuto decidere un caso
analogo.
Era ormai iniziato effettivamente il nuovo giorno, quando
Roland e sua moglie accompagnarono i due sposi alla stanza,
che era stata la camera nuziale di Claudine e Fernand Fernays e
che odorava ancora del loro profumo e della loro presenza.
Il letto altissimo, i materassi enormi, riempiti di foglie di
granturco, che, quando ti ci rigiravi sopra, facevano un rumore
carico di ricordi.
I due alti comodini con il ripiano di marmo; il grande rosario
nero sulla spalliera del letto.
Il canterano in un angolo, con sotto la brocca d'acqua della
vicina sorgente, che la mamma si premurava di mettere fuori, sul
terrazzino della stanza, perché la luna s'incaricasse di togliere
tutte le impurità, soprattutto quelle malefiche, dall'acqua della
brocca.
Il comò con il ripiano dello stesso marmo dei comodini; i ritratti
dei due nonni materni disposti simmetricamente sopra il comò.
Tutto era rimasto identico a quel ricordo che JJ custodiva nella
sua memoria.
Anche gli odori erano gli stessi.
Con un sorriso represso, JJ individuò subito quello metallico del
letto, proveniente dalle reti, che lui sapeva oliate per l'occasione.
Egli ricordava perfettamente la sua povera madre che diceva
essere sconveniente offrire ospitalità a due sposi in viaggio di
nozze, per poi costringerli in un letto cigolante.
JJ rammentava ancora il lavoro che aveva dovuto compiere in
tutta fretta il buon Fernand, suo padre, quando erano venuti in
visita un suo cugino e la giovane moglie, sposata il giorno
prima.
Il marito di Claudine aveva avuto l'ordine perentorio d'oliare le
molle delle reti, cosa che lui aveva fatto di buon grado, prima
che fossero venuti gli ospiti, non senza alcuni commenti, che
avevano procurato le proteste della moglie.
JJ, entrando, riconobbe subito gli altri odori, quello penetrante
delle palline di canfora, nascoste nelle tasche dei vestiti dentro
l'armadio enorme, con il grande specchio sul davanti; quello
caldo e diverso, proveniente dai differenti legni presenti nella
camera; quello dolce e affascinante delle spighe di lavanda
nascoste tra la biancheria, per trasmetterne il profumo.
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Poi, mentre stava per essere sommerso dall'onda dei ricordi, si
girò e vide Monique; s'accorse di lei e tutto sparì.
Monique non era più la bambina desiderosa di protezione che gli
aveva chiesto il sacrificio di un giorno, ma s'era quasi
magicamente trasmutata nella giovane donna che lo stordiva del
suo profumo di femmina, anche se non aveva mai usato
profumi, e che era pronta, fremente, nell'attesa del suo uomo.
La bocca semiaperta, il viso spostato all'indietro come per
rendere più evidente il seno che s'intravedeva dalla scollatura
più generosa del solito, la voce più bassa di una buona ottava,
che denotava la disposizione del suo animo; tutto dimostrava
che Monique non avrebbe più chiesto altre deroghe, anzi che
non vedeva l'ora d'invocare Imeneo 2.
Cosi, appena la porta si chiuse dietro i due, essi si ritrovarono
una nelle braccia dell'altro e l'impegno, che ponevano nel non
fare rumori evidenti, fu sopraffatto dall'urgenza del loro amore.
Entrambi esplorarono tutti i sentieri della loro passione; ma ogni
loro attenzione, ogni loro azione, ogni loro voglia, erano mosse
non dal soddisfacimento egoistico del desiderio personale, bensì
dalla volontà di donare all'altro un nuovo piacere.
Per tutto il resto della notte, le foglie di granturco suonarono le
dolci canzoni dell'amore.
Tutta l'esperienza dei due amanti fu esplorata e percorsa, anche
se era quasi nulla, quella pratica.
Ma JJ aveva pur sempre presente quella, che si poteva desumere
dai libri e dai racconti mirabolanti delle bravate degli amici.
Per Monique, dal canto suo, quel poco che ne sapeva al
riguardo, consisteva unicamente nelle confidenze, confuse ed
esagerate, delle amiche.
Così il canto del gallo si levò invano e solo nella tarda mattinata
i due sposi emersero dalle nebbie del loro sonno ristoratore,
dopo aver conosciuto il paradiso del soddisfacimento pieno dei
loro sensi, che è il primo regalo dell'amore.
Monique era di buon umore e JJ si sentiva come svuotato dal di
dentro.
La sua famosa disposizione al combattimento, per una volta,
aveva lasciato posto ad una calma soddisfatta: JJ era,
eccezionalmente, in pace con il mondo ed il merito di questo
miracolo proveniva tutto da Monique.
"Ma sei sicuro che noi siamo stati insieme, completamente? Che
noi siamo ormai, veramente, marito e moglie?"
sbottò Monique ad un certo momento, lasciando JJ di gesso.
Che passava in quella testolina, pur così deliziosa?
2
Il dio della mitologia greca che presiedeva agli sponsali.
49
" Vuoi vedere che io non so comportarmi da uomo?
Mah! Misteri delle donne; più sono carine e più sono
incomprensibili".
Questi grigi pensieri di JJ furono interrotti da un robusto bussare
alla porta.
Suo fratello e la moglie, avendo sentito che i due sposi s'erano
svegliati, venivano a trascinarli di nuovo in cucina, dove era
apparecchiata una colazione fumante che, da sola, li avrebbe
generosamente saziati, se questo non fosse già stato
abbondantemente fatto la sera precedente, con quella cena d'altri
tempi.
Cominciarono così a parlare delle novità di Epernay, mentre
spilluzzicavano tra le tante ghiottonerie.
Roland chiese al fratello se sapeva chi fosse il prevosto, che
avevano mandato a reggere l'incarico che fu del loro vecchio
zio, dopo che il parroco, che l'aveva sostituito, era stato a sua
volta trasferito altrove.
Saputone il nome, JJ ne fu interessato e soddisfatto: era un suo
antico compagno di seminario, un amico fraterno e buono, una
mente non sfiorata dal dubbio che ci fa uomini ma
completamente aperta a quella che lui chiamava la volontà di
Dio, Alain Drouet, anzi padre Alain, il nuovo prevosto della loro
parrocchia.
JJ rammentava che, da ragazzo, in seminario, egli si divertiva a
cercare di far arrotolare Alain nelle spire della patristica, senza
riuscire mai, però, a far nascere, nel suo animo, la pianta del
dubbio, che invece JJ riteneva l'unico legno, con cui si potesse
costruire la croce del Cristo.
“Devo ricordarmi d'andarlo a trovare, prima di ritornare a
Parigi” - disse tra se JJ.
Già la notizia del suo arrivo era piombata nel piccolo universo
dei suoi amici di Epernay.
Tutti volevano salutare l'antico compagno che si stava facendo
onore a Parigi e la cui fama era giunta di riflesso fino al mondo,
piccolo e chiuso, della loro cittadina di provincia.
È strano, anche se perfettamente comprensibile, come,
procedendo sulla strada della notorietà, si ritrovano molti amici
che, volendo farsi perdonare l'assoluta indifferenza, da essi
mostrata alla tua partenza, s'affannano a rammentare quanto loro
fossero stati legati a te, nei bei tempi andati.
Essi, perciò, raccontano mirabolanti episodi, che ti vedevano
attore insieme con loro, e di cui tu non ricordi quasi nulla.
50
Quel pomeriggio, le donne della sua casa avevano requisito
Monique per mostrarle i piccoli tesori che, per il solo fatto
d'aver sposato JJ, ora appartenevano anche a lei.
Intere casse di vecchi, deliziosi corredi; poveri gioielli che
avevano, quasi come unico pregio, un certo buon gusto e poi il
casale verso Montmirail che, nelle sue vigne, custodiva il
segreto del miglior vino della zona e che Monique non poteva
esimersi dal visitare.
Così, mentre i suoi parenti scortavano Monique verso quelle che
avevano chiamato pomposamente "le nostre terre", JJ si recò dal
suo antico compagno di studi e caro amico.
Alain era stato l'unico che avesse saputo, ai vecchi tempi, tener
testa al suo carisma di capo, di quel gruppo di giovani esistenze
ristrette in una tonaca, che avrebbe avvolto la maggioranza di
loro come un sudario, fino alla morte.
Anche se rari, esistono alcuni di quei giovani, i quali danno
l'impressione di ritenere la vita che hanno intrapreso, come la
migliore possibile; l'unica che avrebbe potuto portare la loro
anima alla contemplazione dell'Assoluto.
Nel loro gruppo JJ riconosceva a due sole persone queste
stigmate, quel signum che contraddistingue "l'unto del Signore":
Alain Drouet appunto, e se stesso.
Ma lui, JJ, come Lucifero, aveva permesso alla pianta spinosa
dell'orgoglio di produrre, allignando nel suo animo, quelle crepe
in cui s'era riversato l'amaro distillato della propria mente, il
dubbio.
Questo liquore incendiario aveva fatto esplodere le ordinate
certezze che dovevano costituire l'involucro della fede di JJ.
Alain invece, era considerato, dagli altri seminaristi, come
l'arcangelo Gabriele, la spada di Dio, su cui si spaccavano tutti i
capelli e si scioglievano tutti i nodi, che la fragilità della mente
umana frapponeva, nella comprensione del mistero della
divinità.
Tutto questo avveniva con una facilità di ragionamento ed una
tranquillità d'animo stupefacente, tale da far nascere il sospetto
che quella di Alain non fosse una qualità propriamente umana,
ma un segno del sacro.
Mentre percorreva i pochi passi che separavano la casa della sua
famiglia dalla canonica, che era stata di suo zio, JJ compiva, nel
proprio animo, una rivoluzione copernicana.
Egli stava infatti facendo emergere, dentro di se, quell'analisi
che, pur sempre indistintamente presente nel suo subconscio, si
presentava, improvvisamente nitida, alla sua percezione.
Per la prima volta, il percorso seguito dalla sua mente gli
spiegava chiaramente il perché della sua defezione dalla fede di
Cristo, per quella, che lui chiamava, la fede nell'Umanità.
51
Così l'episodio della confessione del suo vecchio zio e maestro
si riduceva a quello che era effettivamente stato, cioè un
semplice episodio scatenante un effetto che, in ogni caso,
sarebbe esploso, prima o poi.
Mentre pensava a questo, JJ non sentiva però alcun complesso di
colpa o d'inferiorità, per come lui aveva gestito quel momento
così importante della sua vita; anzi riteneva d'essere, comunque,
nel giusto e nel vero.
Questo non gli impediva di riconoscere lo speciale carisma del
suo vecchio amico, cui, nel passato, pur dopo estenuanti
battaglie polemiche ed innumerevoli tentativi d'imporre la
propria supremazia intellettuale, aveva attribuito generosamente
la qualifica di avversario leale e quasi invincibile, perché
sorretto da una fede incrollabile.
Quando, di li a poco, ebbe di fronte Alain, entrambi si trovarono
stretti in un abbraccio maschio e fraterno.
JJ si sorprese a pensare che l'amicizia è paragonabile all'amore
tra due menti ed è un sentimento che, come l'amore, può
raggiungere la sfera dell'assoluto o, come diceva un poeta
italiano è "celeste dote negli umani “ 3.
Eppure, come nell'amore, anche nell'amicizia può nascere la
gelosia.
"Perché non sei venuto a salutarmi, se hai saputo che ero
venuto qui ad Epernay?"
cominciò a punzecchiare JJ, come faceva sempre, due minuti
dopo che rivedeva Alain.
"Non sei, anche tu, contento del "famoso concittadino che si sta
facendo onore a Parigi?"
"Non so che farmene di quell'onore, e non credo che quello, che
tu chiami onore, soddisfi completamente nemmeno te, che, pur
corrotto dall'idolatria del tuo libero arbitrio, ancora conservi
una certa qual onestà mentale.
Essa, se ti fa dire delle corbellerie come la famosa
“immaginazione al potere" e te ne fa retoricamente magnificare
le implicazioni “splendide e progressive", è sperabile che, nel
chiuso del tuo animo, ti mostri il vuoto intellettuale e,
soprattutto morale, che sta dietro la facciata.
Ma questo, per te, è ancora peggio.
Non ricordi la pena cui sono condannati i cattivi maestri?
Così, sei tu l'errante, il pentito che deve ritornare all'ovile, non
io che devo accostarmi alla tua gloriuzza".
3
Ugo FOSCOLO nell’ode “ I sepolcri ”.
52
"Oh bella! Vi hanno cambiato la catechesi; non è più il pastore
che deve andare alla ricerca della pecorella smarrita, ma è
questa che deve presentarsi all'ufficio del pastore.
Ecco a cosa porta la burocratizzazione della vita moderna:
anche il pastore riceve esclusivamente dalle nove alle undici".
Il battibecco, anche se pungente, non era cattivo.
Ambedue i vecchi antagonisti cercavano di misurare la loro
forza, comparandola a quella dell'altro, nel tentativo di
riconoscerne l'antica suggestione, così cara ad entrambi.
"Come stai, Alain, con la tua anima ancora racchiusa in quella
nera pellicola che t'isola dal mondo?"
"Come stai tu, JJ, che, senza quella pellicola, sembri scorticato;
forse perché strusci così pazzamente nel tuo mondo?".
Le loro anime s'immersero nuovamente nella competizione
scintillante delle idee, come se si fossero lasciate solo qualche
minuto prima.
Eppure i loro cuori ricavavano, da quel confronto, il beneficio di
sempre: il ravvivarsi della loro amicizia.
Quando JJ si risollevò da quella gara ristoratrice, era ormai
pomeriggio inoltrato.
Monique doveva esser tornata dalla visita di cortesia alla tenuta
di famiglia e lui voleva portarla a farle vedere i luoghi della sua
infanzia, che, come accade ad ogni uomo, avevano un posto
speciale nel bagaglio dei suoi ricordi.
"Si, JJ, ho voglia d'uscire, di vedere un poco la tua città".
Poi, mentre JJ la accompagnava, Monique confessò:
“JJ cerca un medico, ho bisogno di parlargli".
Il giovane era preoccupato per quelle parole e per questo non
cominciò con la sua solita tiritera che non era nulla e che erano
solo fantasie di una bambina viziata, ma s'affrettò a chiamare
telefonicamente il vecchio dottor Legier, per avere l'indirizzo di
un ginecologo.
L'ora successiva JJ la passò girando ossessivamente intorno alla
torre, quadrata ed un po' cupa, che era al centro della piazza, in
cui esercitava il medico, indicatogli dal dottor Legier.
Monique non aveva voluto che JJ assistesse alla sua visita: la
faccenda doveva essere veramente grave.
Poi, quando l'oscurità aveva da tempo reso ancora più tetro il
panorama di quella piazza, riemerse, dal portone che l'aveva
inghiottita, una Monique ritornata di nuovo tranquilla.
53
JJ, con l'animo sospeso, chiese il responso del medico e
Monique, come se niente fosse, rispose:
"No, è tutto regolare.
Il medico mi ha detto: signora, lei è stata regolarmente
deflorata, il suo matrimonio è consumato".
"Ma, scusa, ne dubitavi?
E poi, perché sei andata da un medico, per farti dire una cosa
che t'avrei tranquillamente potuto dire io?".
"JJ, io avevo sentito tante storie sul dolore che prova una
donna, quando sta per la prima volta con un uomo.
Io questo dolore non l'ho sentito per niente e quindi pensavo che
non l'avessimo saputo fare.
Non saresti stato certo tu, quello che poteva fugare i miei
dubbi".
Mentre le luci della piazza entravano finalmente nella
percezione di un allibito JJ, lo stesso assaporava, per la prima
volta, il gusto di che prodezze sarebbe stata capace quella
ragazzina, che era divenuta la sua più importante
preoccupazione.
Eppure, nonostante quelle nuances, che, anzi, servivano a
rendere un po' saporito e piccante un menage, altrimenti troppo
dolce, tutto scorreva come in un sogno, nel rapporto di JJ e
Monique.
Entrambi cercavano, in ogni maniera, di stare vicino e, quando
stavano vicino, sembrava loro d'aver raggiunto l'unica
condizione di vita possibile.
Il mito di Ermafrodito, le due parti della stessa persona che gli
dei invidiosi avevano separato, ritornava a vivere e quella vita
era, come assicuravano gli antichi, gioia assoluta.
Passarono così sei mesi, sei mesi indimenticabili per i due
giovani amanti, che avevano lasciato tutto il resto del mondo e
vivevano nella chiusa sfera del loro amore.
Una mattina Monique riuscì a far salire il suo JJ in una
dimensione ancora più grande, quando gli annunciò che essi
avrebbero avuto, dopo il tempo stabilito, un figlio.
54
CAPITOLO VI
HYBRIS.
La notizia ubriacò JJ.
Egli non riusciva a pensare ad altro; credeva d'aver raggiunto il
cielo più alto delle sue speranze.
Aveva già tracciato, più e più volte, possibili e diversi scenari in
cui suo figlio, con il suo aiuto, avrebbe rapidamente percorso i
più difficili gradini di una luminosa carriera.
Insomma era caduto, lui così logico e freddamente raziocinante,
nelle dolci sciocchezze in cui cadono tutti quegli uomini, che
vedono l'amore per la propria donna, coronato dalla
conseguenza più naturale.
Un figlio, infatti, è l’unica possibilità che può far dimenticare
quella costante di fondo della natura umana che risponde al
nome di egoismo; anzi, ne è la sublimazione, in quanto incarna,
nel figlio, le aspettative, i desideri, le illusioni del padre.
Quella benefica frustata d'ottimismo si riversò in tutta la sua
vita, in ogni suo aspetto.
Monique non era più soltanto la meta indispensabile del proprio
amore, ma anche, e forse soprattutto, il tempio più sacro di
quanto egli avesse di più sacro.
Il proprio lavoro non era più soltanto l'estrinsecazione del suo
valore, ma l'occasione ed il prodromo delle possibilità, che egli
avrebbe saputo preparare per suo figlio.
Insomma JJ non si sentiva più un deracinè, un homo novus
slegato da ogni vincolo sociale, ma aveva acquisito di colpo il
senso d'appartenenza ad una realtà che lo trascendeva.
Come aveva predetto il dottor Bubber, egli si sentiva finalmente
foglia, di un albero che affonda le proprie radici nell'eternità e
che trova la sua giustificazione non solo in un pensiero
razionale, ma si rifà alle ragioni più profonde della metafisica,
quella parte dell'esperienza umana, che Aristotele aveva posto
oltre la barriera delle conoscenze fisiche.
Per mezzo di suo figlio tornavano i grandi interrogativi, Dio, l'Io
e la Natura; appunto quei concetti che l'assetto mentale della
filosofia imperante nel tempo, il marxismo, aveva relegato negli
angoli meno importanti del suo pensiero.
Questo gli aveva fatto notare il piccolo rabbi, quando lui,
trionfante, gli era andato a portare quella notizia, che riteneva
così importante.
"Vedi, mio povero ebreo nascosto, l'Altissimo rinnova con te, il
patto che egli stipulò con il tuo popolo.
55
Per questo tu hai ragione di ritenere così importante
l'avvenimento che ti è capitato: esso è veramente il culmine,
nella vita d'ogni uomo giusto, in quanto ne cambia radicalmente
punti di vista, speranze, desideri, aspirazioni, insomma tutto.
Sappine esserne degno e comportati come le tue nuove
responsabilità impongono.
Tieni però sempre presente una considerazione: non sei tu che
hai un figlio, ma è tuo figlio che ha un padre.
Voglio dire che un figlio è assunzione di responsabilità e non
soddisfacimento del proprio ego".
Ma egli non badava a questo.
Infatti, nell'animo di JJ, una nuova selvaggia vitalità s'era
impadronita di lui ed egli la riversava tutta nella lotta per la vita.
Si era ormai in quel maggio del 1968, che doveva rimanere
famoso nella storia della Francia, e non solo nella sua storia.
Le tensioni accumulate dal vecchio ordine che, come tutti i
vecchi ordini, non era stato capace di provvedere ad
un'evoluzione guidata, epperciò soft, verso nuovi assetti della
società, non potevano più esser incanalate in maniera razionale,
ma necessitavano, per essere sbloccate, di una spallata violenta.
Questo avveniva in tutti i campi.
Nel campo filosofico, in cui i baroni del pensiero accademico
erano ancora quelli che avevano visto la guerra.
Nel campo politico, dove partiti ormai sclerotizzati stavano
progressivamente perdendo quella presa sulle masse che era
stata, fino a quel momento, ferrea.
Nel campo economico, in cui le multinazionali avevano
perpetuato una visione totalizzante del metodo capitalistico,
senza approfondire le contraddizioni di fondo.
Queste sarebbero esplose molto più tardi e avrebbero portato
alla luce i guasti, che tale visione delle attività dell'uomo stavano
apportando, appunto, allo sviluppo della società.
Infatti una società evoluta, ormai doveva diventare globale,
perdendo così quei caratteri di neo colonialismo, che essa aveva
ereditato dall'anteguerra.
Anche nel campo religioso le speranze del concilio Vaticano II,
che s'era ufficialmente chiuso nel dicembre del 1965, pur con
molte ed importanti dichiarazioni di principio, non s'erano
estrinsecate in una decisa virata di bordo della navicella di
Pietro, verso le ragioni concrete degli umili e dei deboli.
Non era stata formulata chiaramente la richiesta, ora e subito, di
tutte quelle azioni che avrebbero permesso, almeno sul piano
teorico, di conoscere chiaramente verso chi ed a favore di chi, la
Chiesa di Roma intendeva rivolgere la buona novella.
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Insomma, s'era registrata quella confusa aspirazione, che già da
tempo aveva, tra l’altro, dato vita ad un movimento, portato
innanzi con l'esperimento, soprattutto in Francia, che prese
nome dai preti operai 1, ma non se ne erano tratte tutte le
possibili conseguenze.
Così, quel movimento aveva preso una strada autonoma, fuori
dalla Chiesa ufficiale, radicalizzando le proprie esperienze.
Esso, infatti, negli Stati più deboli, si stava presentando come
teoria della liberazione dei popoli, mediante anche la lotta
armata.
Quella teoria però, non sarà mai condivisa dalla chiesa ufficiale,
che avrebbe invece potuto smussarne le asperità più ostiche, se
solo ne avesse accettato, in via di principio, la validità sul piano
morale.
E via via, in ogni campo del pensiero e dell'azione degli uomini,
ogni teoria e prassi avevano cessato di procedere liberamente.
Per questo, ci si doveva attendere l'inevitabile reazione; così
come, quando il mare si ritira per molte miglia, s'attende l'onda
del maremoto, lo tsunami, che spazzerà l'esistente, in tutta la sua
estensione.
In quei giorni di maggio lo tsunami mostrava la sua onda
mugghiante.
Centinaia di migliaia di giovani procedevano travolgendo,
davanti a loro, ogni potere costituito e la parola d'ordine era
appunto quella delle elites, che avevano proclamato
l'immaginazione al potere.
In quella tempesta, JJ svettava come uno dei leaders più seguiti.
Ma in quel frangente, tra quei marosi, egli perse il favore degli
dei.
Narrano, coloro che hanno studiato la civiltà degli antichi, come
costoro considerassero essenziale la sintonia tra l'uomo e la
divinità.
Movimento nato in Francia dalle esperienze del padre domenicano Loew,
che aveva lavorato come scaricatore al porto di Marsiglia, nel 1941.
Dopo la guerra il movimento si estese a tutta la Francia, raggruppando oltre
un centinaio di sacerdoti, anche di altre nazioni.
L’intenzione del movimento era quella di fare azione missionaria e portare la
buona novella nel mondo del lavoro, mandando preti, operai tra gli operai,
nei cantieri e nelle fabbriche, senza alcun legame con le parrocchie o le altre
organizzazioni cattoliche.
A partire dal 1951 la Chiesa limitò sempre piu’ gravemente questo
movimento che, alla fine, si spense.
1
57
Enea, ad esempio, era stato l'archetipo dell'uomo benvoluto
dagli Dei, perché egli era "pìus".
Questa sua "pietas" si manifestava nell'assoluta aderenza, una
vera e propria remissione, alla volontà divina; lo stesso concetto
che si ritroverà, più tardi, come principio informatore dell'Islam.
Quelli che, invece, avevano voluto forzare la mano, coloro che
avevano rivendicato l'autonomia dell'Uomo di fronte alle leggi
divine, mediante la possibilità, squisitamente umana, di
scegliere tra il bene ed il male, i figli di Prometeo, erano
inesorabilmente colpiti.
Il colpo distruttore cadeva soprattutto su quelli che si credevano
tanto baciati dalla fortuna, da essere praticamente al riparo
dall'ira degli dei.
Ira che gli antichi chiamavano, appunto, nemesis, la vendetta
degli stessi Dei contro chi s'opponeva alla legge divina
commettendo hybris, la punizione per il peccato degli uomini,
contro il volere della divinità.
Peccano dunque gli eroi ma il loro peccato fa progredire il
mondo, come ci ricorda Prometeo; eppure, questi eroi trovano,
nel loro peccato, la ragione della loro caduta.
In pratica, che cosa stava avvenendo?
La volontà diffusa di cambiare, ormai insopprimibile ed
ineludibile in tutto il mondo, si era incanalata, già da qualche
tempo, nei campus universitari americani.
I giovani protestavano energicamente, prendendo spunto dal loro
rifiuto ad essere usati come carne da cannone, nella guerra che
l'America stava combattendo nel Vietnam.
Non è questa la sede per analizzare le numerose, contrastanti
spinte, politiche, sociali, ideologiche, umanitarie, perfino
dovute ad una propaganda sottile ed efficace, che, per la prima
volta, mettevano i giovani americani contro i loro governanti.
Fatto sta che, quella sommossa, partita dai campus USA, accese
di colpo anche le università europee, iniziando proprio dalla
Francia.
La protesta partì, incendiando l'università di Nanterre e, subito
dopo, con una virulenza inarrestabile, la Sorbona a Parigi.
La miccia fu il Vietnam ma la miscela esplosiva fu la necessità,
per i giovani, di dare una formidabile spallata all'ordine
costituito, per poterne creare un altro, meno sclerotico.
Come abbiamo visto, JJ era appunto al centro di quel terremoto,
anzi ne costituiva uno dei cardini principali, uno dei riferimenti
più importanti: egli era un capo, del ristretto gruppo che
decideva le mosse, in quei momenti.
E così, i più esagitati, tra quei giovani caporioni, decisero che la
situazione doveva esser portata all'estremo, arrivando perfino ad
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ipotizzare la possibilità che ci "scappasse il morto" per
"radicalizzare la lotta" che "doveva liberare la Francia, dalle
cariatidi che la soffocavano".
JJ, in cuor suo sapeva che la violenza poteva esser "la levatrice
della storia", pur essendo certo che, quasi mai, dalla violenza, si
potesse giungere ad una maggiore giustizia.
Così egli non seppe e non volle opporsi, ma cercò, a posteriori,
ragioni, che giustificassero logicamente il proprio operato.
Forse la sua ragione poteva esser appagata da tali ragioni, ma il
suo animo, nel profondo, non poteva accettarle.
Per cui, quando effettivamente si versò del sangue comunque
innocente, JJ non poté fare a meno di pensare che quel delitto
era stato programmato freddamente, per ottenere uno scopo, per
quanto esso fosse importante.
Egli non s’era opposto con tutte le sue forze, per evitare che
fosse commesso, appunto, un delitto e questa era colpa grave,
per la propria coscienza.
Sembrava ben poca cosa al momento, ma quella era la prima
volta che JJ aveva considerato l'uomo come mezzo e non come
fine e questo pensiero, benché affondato nelle più profonde
pieghe della sua mente, non lo lasciava in pace con la propria
anima.
Così il giovane, felice, baciato dalla fortuna, innamorato
corrisposto e quindi pago della sua condizione, in attesa di un
figlio fortissimamente voluto, e, per questo, beato nell'intimo,
cominciò a sentire un tarlo, che minava il suo stato di grazia.
La maggior parte degli uomini avrebbe sepolto quella
sensazione, se mai fosse venuta a galla nei loro animi, sotto le
più svariate giustificazioni.
Chiunque, avrebbe pensato di non essere stato lui a proporre
quella risoluzione; chiunque, avrebbe trovato ogni appiglio
filosofico, storico, sociale, perfino morale, per tacitare la
propria coscienza.
Ma esistono uomini che non riescono a seppellire le
conseguenze delle loro azioni, in nessuna maniera.
Per quante giustificazioni essi possano gettarvi sopra, la legge
violata si erge, più forte che mai, nel loro spirito e chiede
giustizia, mediante il sacrificio della riparazione.
Mentre JJ usciva da una riunione, in cui era stato salutato come
il capo delle nuove forze che avrebbero preso, di lì a poco, in
mano i destini della Francia, il suo personale destino fu
spezzato.
Bernard, piangendo, gli urlò di correre all'ospedale di Clamart,
sulla strada dell'aeroporto di Villacoublay.
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Monique era andata a trovare una sua amica e, nel ritorno, era
stata investita in pieno, da un'auto proveniente, a tutta velocità,
dal vicino aeroporto.
Ora si trovava ricoverata in quell'ospedale.
JJ non saprà mai come arrivò dalla sua Monique, ma quei
momenti saranno sempre presenti nella sua anima, come un
ferro incandescente.
Quel ferro gli brucerà, in eterno, ogni sensazione, ogni pensiero,
ogni esperienza, togliendo dalla sua vita, per sempre, ogni
felicità.
Arrivò che Monique era ancora viva, ma i medici non dettero
nessuna speranza, nemmeno in un miracolo.
Volle vederla e tutto il suo essere urlò in silenzio chiedendo
appunto un miracolo a Dio, all'inferno, al Caso, alla ragione, a
chiunque, essere razionale o divino, angelo o demone, sapesse o
volesse compierlo.
Fu tutto inutile.
Monique, in coma, gli strinse debolissimamente la mano per due
volte, come faceva nei momenti d'intimità, quasi mimando il suo
nome, JJ, come per inviargli un ultimo messaggio d'amore, o
almeno così parve al suo disperato sentire, e morì.
La mazzata, durissima, insopportabile, sembrò distruggere
l'animo di JJ: gli Dei avevano saputo colpire.
Nulla sembrava scuotere il povero giovane, che d'improvviso
aveva perso amore, moglie, figlio e speranze, ed era stato gettato
in un inferno gelido, in cui non giungeva, nè poteva giungere,
alcun conforto dall'esterno.
Abbandonò tutto; amici, carriera, posizione sociale, studio,
lavoro.
In tre mesi, l'orgoglioso, brillante giovane, sicura promessa e
probabile gloria per la Francia, si trasformò in un barbone
istupidito dalla sofferenza, incapace di trovare la forza per
superare il proprio dolore.
Esempio tangibile di quanto poco sicura possa essere la fortuna
di un uomo, specialmente quando questi viola la legge della
propria coscienza.
Egli, perciò, si ritiene responsabile delle disgrazie che il destino
si accanisce ad inviargli, come sacrificio per la propria colpa.
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CAPITOLO VII
UNA DIFFICILE DECISIONE
Un solo uomo poteva spezzare il blocco di ghiaccio con cui JJ
difendeva il proprio dolore ed in cui egli si era incapsulato, per
addormentare le ferite dell'animo ed impedire che la sofferenza,
risvegliandosi al calore della vita, potesse distruggere la propria
mente.
Così, una mattina, il dottor Bubber venne a far visita a
quell'antro informe che era diventato l'appartamento di JJ, da
quando una mano di donna non aveva più reso vive e felici
quelle quattro mura.
Il disordine e la sporcizia testimoniavano il degrado, anzitutto
morale, di colui che occupava quella che era stata, una volta,
una casa e che, ora, era solo una tana di un animale ferito nel
profondo.
Il piccolo rabbi aveva visto JJ ai funerali di Monique e non
aveva detto parola.
Ora, dopo tre mesi, in cui JJ aveva raggiunto pericolosamente il
fondo, tanto da far temere che la condizione del suo dolore fosse
ormai irreversibile, l'uomo della Legge si ripresentava.
" Scusami se non mi sono fatto vivo prima, ma il dolore è come
il vino: deve fermentare in silenzio ed in solitudine, per tutto il
tempo necessario, perché dia un buon frutto e non sia solo un
accidente ".
Finalmente JJ si scosse ed accettò il contatto:
"Quale frutto può dare il dolore, che non sia la morte?
Mio rabbi, sapesse quante volte, in tutto questo tempo, ho
invocato la morte e l'ho quasi cercata, ma non sono stato
61
capace neppure di provocarla, forse per vigliaccheria o perché,
in questa maniera, avrei dato ragione al nulla che mi soffoca e
che mi impedisce di trovare una via d'uscita a questa
disperazione.
Il perché, di quel che è accaduto, io lo cerco mille volte al
giorno, tanto che ormai sono stanco perfino di pensare e spero
solo di scivolare in un limbo senza pensiero.
Solo la consapevolezza che quello che mi è capitato è accaduto
perché io fossi costretto a fare espiazione di una mia grande
colpa, impedisce alla mia mente di perdersi nel nulla.
Io debbo pagare, ma il prezzo, la mia sofferenza,
è
insopportabile".
JJ dovette spiegare perché si riteneva responsabile di quanto era
successo e confessò quella che pensava fosse la sua colpa: il non
essersi opposto ad una decisione, che pur considerava ingiusta e
che aveva provocato la morte di uomini innocenti.
"Vedi, JJ, tu commetti l'errore tipico delle menti dotate di una
grande consapevolezza morale.
Quando esse sbagliano, e nulla si addice di più all'uomo, ad
ogni uomo, anche il più giusto, che ritrovarsi nell'errore, tanto
più quelle persone pensano di dover pagare, per questo errore.
Il massimo della pena che compete ad un uomo lo colpisce nei
sentimenti, nella carne che ama di più: quella dei suoi cari; e
tu, sapendo che hai commesso una colpa grave, pensi di essere
la causa di quello che ti è accaduto.
Non è così.
Il principio divino che regge l'Universo non può essere un Dio
vendicativo e maligno, che trova piacere nel dolore di una sua
creatura.
Tu hai sbagliato, e questo tuo errore è tanto più grave quanto
tu, con la tua cultura, con il tuo senso morale, con la tua
ragione, non hai saputo opporti alle circostanze che ti
spingevano all'errore, anzi al delitto.
Come vedi non sono tenero verso il tuo comportamento, ma
proprio per questo ti dico che non esiste un rapporto di causa
ed effetto, una consequenzialità tra i due episodi.
Monique è morta ed il suo bambino non ha neppure visto la luce
non perché tu hai commesso un atto riprovevole, ma perché il
destino ha stabilito così ".
Quelle parole, così diverse dalle semplici frasi di circostanza che
si era sentito ripetere da tutti, colpirono la mente di JJ, che
riprese a funzionare logicamente.
Come sempre, l'intelligenza e la sapienza del dottor Bubber
sapevano come intervenire in ogni situazione, anche le più
62
terribili, quelle che hanno bisogno di dare una staffilata per
ottenere uno scopo.
"Quello che Lei mi dice è ancora più grave.
Se i miei cari non sono stati sacrificati perché io ricevessi la più
pesante delle pene, allora perché?
Se questo è stato un atto gratuito, uno scherzo del caso, allora
veramente il caso è il principio informatore dell'universo, e la
legge morale non ha altro scopo se non quello di impedire che,
in sua assenza, gli uomini si massacrino tra di loro, nel
tentativo di stabilire chi è il più forte.
Ma se la morale ha lo scopo di regolare la vita sociale degli
uomini, quindi ha un fondamento utilitaristico, non può essere
quella morale autonoma che sgorga autonomamente dalla
mente di ogni uomo, come andava dicendo Kant.
Allora, in ultima analisi, Caso ed Utilità, personale o, al
massimo, sociale, sono i fondamenti dell'esistente".
"Stai compiendo un errore facilissimo a farsi ma che porta
completamente fuori strada: stai confondendo la causa con
l'effetto.
Poiché tu non vedi la ragione di un fatto, concludi che non
esiste ragione e che tutto è sottoposto al caso, facendone, per
questo, il tuo Dio.
In questo universo orribile, che ti sei creato, poni la legge della
giungla, come sola fonte del contratto sociale.
Ti risponderò con le stesse parole di Dio, dette per un caso
analogo al tuo, quando Giobbe 1 chiese ragione all'Altissimo,
del perché delle sue disgrazie.
"Dove eri tu quand'Io stabilivo le fondamenta della terra? ”
(Giobbe 38-4).
Dalle parole dell'Altissimo, Giobbe riconosce che non può
pretendere di ricevere ogni spiegazione su quanto all'uomo non
è dato di intendere e quindi si dichiara convinto della
imperscrutabilità dei decreti divini.
Questo è il modo corretto d'impostare e risolvere il problema.
Come uomini, limitati nell'intelletto e nell'amore, non possiamo
scrutare nel volere divino, ma solo adeguarci ad esso.
Noi possiamo solo esser sicuri che Dio non può volere il male e
quindi, quello che a noi appare male o è compiuto per evitare
un male peggiore o genererà un bene superiore".
Si tratta evidentemente del libro di Giobbe,uno dei libri didattici della
Bibbia.
1
63
Continuarono a lungo a parlare su questi argomenti, ma il saggio
rabbi sapeva che, più della consequenzialità del proprio
ragionamento era importante che il giovane JJ, così provato,
iniziasse nuovamente a ragionare.
Come, al disgelo, man a mano che il ghiaccio si trasforma in
acqua, questa, dapprima in maniera quasi impercettibile, a
causa della sua scarsità, poi, sempre più abbondante, trascina
con se ampie lastre di ghiaccio con cui spezza, con sempre
maggior forza, gli ostacoli che si frappongono al suo corso, così
la mente di JJ ricominciava a percorrere le strade della ragione e
della consapevolezza.
Tanto imponente era stato questo fenomeno che JJ non smise di
pensare, anche dopo che il dottor Bubber lo aveva salutato,
lasciandolo solo.
Sapeva, l'uomo dalla fede razionale, di aver fatto quello che
andava fatto.
Il resto doveva essere compito del giovane, strappato dal suo
stato di istupidimento; posizione in cui le menti più potenti si
chiudono quando non vogliono misurarsi con la realtà.
Eppure JJ non riusciva a raggiungere una qualche forma di
serenità.
Quella prova, subita nelle carni ed in quello che aveva di più
caro, gli aveva lasciato una rabbia in corpo, che non era per lui
abituale.
Il brillante professore a cui tutti riconoscevano una spiccata
eleganza intellettuale, l'uomo di mondo dall'aureola di Maitre a
penser, il capo dotato di un carisma fortissimo a cui nessuno
poteva resistere, era divenuto uno spirito inquieto, un uomo
divorato da una gelida furia, un essere consumato da una ricerca
di qualcosa, che ancora non aveva potuto capire cosa fosse.
Ricominciò a vivere.
Si rivide in facoltà ma qui non esercitava più la sua naturale
funzione di maestro, a lui così congeniale.
Fu anche visto al sindacato, ma era evidente a tutti che ormai JJ
non considerava più quell'impegno come la carica tribunizia di
un capopolo, con cui portare innanzi la propria stella, ma solo un
modo per rendersi utile agli altri, avendo perso ogni stimolo per
se.
Non comparve più al partito, in cui, tra l'altro aveva, già prima
della sua disgrazia, diradato drasticamente la sua presenza e la
sua azione, tanto da ritenersene ormai fuori.
Tagliò nettamente tutti quei legami di conoscenze, relazioni,
contatti, così importanti nel suo mondo, essenziali per non
essere esclusi dalla vita sociale.
64
Anche gli amici si dimostrarono semplici conoscenti, non
indispensabili per ritrovare il proprio equilibrio e quindi furono
lasciati da parte, senza rimpianto.
Solo Bernard aveva ancora accesso alla sua amicizia e si poteva
permettere di mostrarsi più cinico del solito.
"Allegro JJ, ormai il periodo vedovile sta per finire e possiamo
ricominciare ad andare a caccia di ragazze.
Non fai una buona propaganda alla tua Monique, che riposi in
pace insieme al suo piccolo nel seno di Abramo, se continui a
farti vedere insensibile alla bellezza delle parigine".
Quelle uscite, che, dette da chiunque altro, avrebbero provocato
una violenta reazione da parte di JJ, pronunciate da Bernard, non
avevano neppure raggiunto il loro scopo, quello cioè di
accendere in qualche modo una ribellione.
L'unico che sapeva stimolare violentemente l'intelligenza di JJ
era, al solito, il dottor Bubber, ma anche nei suoi confronti JJ
aveva cambiato atteggiamento mentale.
Mentre prima il loro rapporto era quello di due intelletti che si
confrontano, di due anime che si capiscono, ora l'approccio di JJ
era mutato.
Sembrava che il giovane avesse acquisito, per la disgrazia
capitatagli, una carica fortissima di rabbia, una ricerca disperata
di un qualcosa che non riusciva ancora a mettere a fuoco.
Il fatto era che JJ, se pur aveva ricominciato a ragionare, non
riusciva ancora a farsi una ragione, per quello che era accaduto.
Egli temeva, nel proprio inconscio, di non essere capace di
riuscire mai a farsela, questa benedetta ragione; per cui la sua
vita sarebbe ormai trascorsa senza un attimo di pace.
Nella sua mente continuava ad essere scolpita una sola parola:
"PERCHE’?"
e questa parola gli impediva perfino di pensare.
Si, egli aveva compreso razionalmente il ragionamento del
piccolo rabbi.
Non si poteva pretendere di poter conoscere le infinite
concatenazioni, se non si voleva ipotizzare il caso, che avevano
permesso, e perfino reso necessario, quell'orribile sacrificio, che
era stato richiesto a lui.
Ma proprio questa feroce necessità, se non era da considerarsi
come espiazione per quello che aveva commesso, lo lasciava
deluso della vita.
In tale situazione, JJ si sentiva furente verso il principio
informatore della vita stessa.
Altre concatenazioni sussidiarie venivano a gettare sale sulla sua
ferita, rendendola quasi impossibile a sopportare, quando gli
65
tornava in mente il viso dolce della sua Monique e le
fantasticherie, ormai impossibili, che aveva immaginato per quel
piccolo seme della sua carne, che non era potuto nemmeno
nascere.
"Perché lei? Perché loro? Perché non me? Quale può essere la
ragione?".
Anche se il dottor Bubber cominciava pazientemente a prendere
un'altra via per giungere allo stesso risultato, che portasse un pò
di pace a quella mente, quella mente poteva pure seguire
logicamente i ragionamenti del piccolo rabbi, ma non riusciva a
soddisfare, con essi, la propria anima.
Così la vita del giovane, mutata la fortuna più splendente nella
più nera disgrazia , procedeva a strappi, nel doloroso tentativo di
ricerca di un nuovo punto di equilibrio, che non prescindesse
però dalla memoria della tragedia, di cui era stato vittima.
La sua volontà di non buttarsi dietro le spalle il terribile
accaduto rendeva anzi il ricordo sempre presente e gli impediva
di superarlo, ma, nello stesso tempo, lo costringeva a pensare
che doveva trovare una soluzione, se non voleva impazzire.
Decise quindi di lasciare per un certo tempo Parigi, rifugiandosi
nella casa paterna, ad Epernay, dove sperava che i dolci fantasmi
di un'infanzia felice avrebbero sbiadito gli affanni dell'età
presente.
Tutti, ad Epernay , avevano partecipato coralmente alla sua
tragedia e tutti gli si strinsero attorno, in una maniera più
affettuosa e più vera, di quanto non avessero fatto quando era
tornato la prima volta.
Il dolore di JJ non era esibito.
Lui non aveva fatto il minimo accenno nè aveva mostrato le
manifestazioni evidenti che rappresentano alla comunità, di cui
si è parte, lo stato d'infelicità, che segue necessariamente una
disgrazia di tale fatta.
Però tutti si sentivano più vicini al giovane professore, che
aveva perso, proprio per quello che gli era accaduto, la fama,
sempre antipatica, del fortunato vincente, che è, come tutti
sanno, la maggior colpa, di cui si possa macchiare un uomo,
presso il proprio gruppo.
Pure JJ non si curava di ciò; la sua unica preoccupazione era
sciogliere il nodo esistenziale, che affanna coloro che si sentono
vittime dell'accaduto.
Se non risolveva questo problema , che gli attanagliava l'anima e
gli impediva di pensare razionalmente, non avrebbe saputo
66
superare il punto di crisi della sua esistenza e si sarebbe trovato
fatalmente richiuso su se stesso, senza possibilità di uscirne
fuori.
Questa era la ragione ultima, della rabbia che gli divorava la
mente, e questo doveva risolvere razionalmente, se voleva
uscirne.
Di ciò, appunto, si trovò a parlare con il suo vecchio amico,
padre Alain, il prevosto della canonica di Epernay.
"Come tu sai, mio caro Alain, dopo il trauma della mia uscita
dal seminario, io avevo trovato un equilibrio nella ricerca di un
riscatto sociale che postulava il Paradiso, non nelle nebbie
dopo la morte, ma in un progresso, lento ma costante, che
assicurasse agli uomini un minimo di giustizia su questa terra e
non nei cieli.
In tale ottica, ho seguito le teorie dei grandi del materialismo
storico, che intravedevano la nascita del tutto e l'organizzazione
dell'Universo secondo uno schema casuale.
Quello schema, nei miliardi di combinazioni possibili,
sceglieva, con il solo aiuto del caso, le condizioni realizzabili e,
tra queste, mediante un continuo affinamento, che alcuni
chiamano legge dell'evoluzione, traduceva in realtà le situazioni
migliori.
Concordavo con Leibniz che il nostro è "il migliore dei mondi
possibili" non perché pensassi, come credeva il filosofo di
Lipsia, che il mondo avesse ricevuto da Dio, al momento della
creazione, un'armonia prestabilita.
Essa, per Leibniz, riduceva il male, presente nell'Universo, alla
minima quantità compatibile per gli esseri autocoscienti o,
come lui li chiamava, le monadi, che lo abitano.
Io ritenevo invece che il caso, nelle innumerevoli combinazioni
possibili, avesse scelto la combinazione che era divenuta, così,
reale.
Essa era, evidentemente, quella statisticamente più accettabile,
visto che, attuando quella, non si era arrivati ad un blocco
dell'intero processo.
Come spero di aver chiaramente evidenziato, evitavo, in questa
maniera, un Universo organizzato meccanicisticamente e,
quindi, postulavo l'intrinseca libertà dell'autocoscienza, che si
è sviluppata nell'Universo.
Non bastandomi, forse per gli antichi studi, la posizione
Marxiana, che pone tutto l'interesse umano nel mondo, avevo
cercato, soprattutto per me stesso, di trovare un raccordo tra
la logica e la fisica, come è prassi costante, per ogni filosofo
che aspiri a costruire un sistema logicamente compiuto.
67
Perciò, avevo postulato un modello di Universo continuamente
riproponentesi come possibilità di realtà, che fosse altresì
coerente con le mie convinzioni logiche.
In questo Universo, il Caso aveva indirizzato il Caos secondo
leggi probabilistiche, inducendolo ad autoorganizzarsi in
sistemi sempre più complessi, ma omogenei, in quanto coerenti
con le leggi che regolano lo stesso Universo.
La legge base, la legge costituente l’Universo da me ipotizzato,
è la matematica, o meglio, il metodo matematico.
Esso tende a raggiungere, quasi esteticamente, soluzioni
sempre più raffinatamente semplici le quali, tra l'altro,
consentono di estrapolare un sistema integrato di relazioni che
descrivono l'Universo, nella sua globalità 2 .
In tale modello, l'autocoscienza è il fine ultimo, fine che
potrebbe perfino tendere a superare i confini stessi dello spazioTempo, postulando, alla fine dell’intero processo,
l’organizzazione di un modello dsi universo migliore
dell’esistente,
per
mezzo
appunto
dell’intervento
dell’autocoscienza.
Infatti quest’autocoscienza, divenuta padrona di tutte le leggi in
giuoco, potrebbe ipotizzare e porre in essere un tipo di Universo
più razionale, intervenendo appunto sulle sue leggi.
Insomma , ponevo l'autocoscienza come un Dio, ma non
all'inizio del processo, bensì alla fine, o meglio, nell'intervallo,
come ti spiegherò appresso.
Postulavo ciò, per poter concepire un modo migliore di
organizzare un nuovo modello di Universo, in un susseguirsi
imprecisabile di nascita, vita e morte, di quello che noi
chiamiamo "l'Universo mondo".
Questa teoria ha, come puoi chiaramente constatare, molti
punti di contatto con la filosofia stoica la quale, a sua volta si
rifaceva, non sappiamo quanto logicamente o inconsciamente, a
preesistenti teorie persiane, a loro volta desunte da idee del
buddismo indiano.
Infatti, come ricorderai, erano stati gli stoici, nella nostra
civiltà, che avevano per primi immaginato il "grande anno" da
A.EINSTEIN: “ Come io vedo il mondo ”1975 Newton Compton ed. pag
45:
“ ...Abbiamo il diritto di essere convinti che la natura è la realizzazione di
tutto ciò che si può immaginare di più matematicamente semplice.
Sono convinto che la costruzione puramente matematica ci permette di
scoprire questi concetti che ci danno la chiave per comprendere i fenomeni
naturali ed i principii che li legano tra di loro.
....è nella matematica che si trova il principio veramente creatore”.
2
68
loro chiamato “Eone", ricavandolo forse dalla teoria buddista,
che vede la storia del mondo come una grande ruota.
Essa gira per l'eternità, senza possibilità di un reale progresso.
Infatti, in quella visione, gli eoni furono postulati dagli stoici
come una serie indefinita e senza contatto di ere, o età
dell'Universo, che essi avevano stabilito, bontà loro, della
durata di diecimila anni, cioè di un tempo, fuori perfino dalla
memoria collettiva dell'uomo.
Per essi dunque il fuoco divino, il pneuma, o, come loro
altrimenti lo chiamavano, il Logos, la Ragione seminale, è
l'anima dell'Universo; esso guida ogni cosa dalla nascita alla
morte.
Così l'intero Universo nasce dal Caos, si organizza in un tempo
definito, viene guidato da una specie di superiore provvidenza
di origine divina, tutta racchiusa però all’interno di
quell’universo, senza possibilità di uscirne.
Esso è destinato a distruggersi in un'esplosione totale, per
tornare al caos del fuoco primigenio, in una serie indefinita, o
infinita, di eoni, differenti, ma sempre uguali a se stessi.
Prima e dopo l'orizzonte del nostro eone, quello che contiene il
nostro universo, è, per noi e per ora, l'ignoto.
Che cosa cambia nell'organizzazione generale dell'Universo,
così ipotizzato se, invece, noi postulassimo che ogni
avvenimento che accade nel nostro Universo si riproponesse,
non più identico, in un eone successivo?
Non potrebbe esser accolta la possibilità probabilistica, che un
Universo possa, in qualche maniera, influire, in meglio o in
peggio, sull'organizzazione dell'Universo successivo?
E, in questo caso, quale sarebbe lo strumento indispensabile,
perché ciò avvenisse?
Se non si vuol ipotizzare una Divinità continuamente costretta
ad intervenire, per raddrizzare un percorso, che non si vuol
supporre meccanicistico, si può postulare un solo strumento:
l'autocoscienza.
Essa, nata in una qualche maniera, in un determinato momento
temporale, all'interno di quell'Universo, acquisisce tutto lo
scibile contenuto in esso, prima che tutto ritorni al fuoco
primordiale.
Per mezzo di questa conoscenza, l’autocoscienza, che è sorta
nell’universo, stabilisce le regole affinchè l'eone successivo
abbia un andamento più logico ed una organizzazione più
soddisfacente del precedente.
Solo in questa maniera, le entità, in cui si è sviluppata
l'autocoscienza, avranno adempiuto al loro compito, che non
sarà cosi meccanicisticamente determinato, ma ubbidirà alla
legge del libero arbitrio.
69
Questo, altrimenti, contrasterebbe con un Universo in cui tutto è
già stato scritto e determinato, fin dall'inizio.
Qualora poi l'autocoscienza egemone di quell'eone fallisse al
proprio scopo, l'eone successivo potrebbe rinascere dalle ceneri
del precedente.
Esso avrebbe la stessa organizzazione universale dell’eone
precedente, che l’autocoscienza, nata in esso, non ha saputo
migliorare, ma solo distruggere.
Per semplificare l'intero processo, il principio divino era da me
postulato come volontà di ricerca di fattibilità, senza altro
intervento.
Il caso era visto come momento aggregante, la necessità
matematica era il momento propulsore e l'autocoscienza ne era
il momento finale.
Un'autocoscienza non però limitata a quella umana, ma con la
possibilità di espandersi, in maniera per noi neppure
immaginabile.
Questo era il percorso, in cui eravamo stati plasmati ed immessi
a correre; dipendeva solo da noi se potevamo rimanere in gara
o passare ad altri il testimone.
Questa bella costruzione logica, questo sistema in linea, in
massima parte, con le teorie marxiste e progressiste, era stato
però messo in discussione una prima volta da un piccolo rabbi,
un uomo dalla logica eccezionale.
Egli, partendo dalla enunciazione dei principi dell'ebraismo,
che era la sua religione, mi fece perdere molte certezze.
Saranno state le comuni radici della nostra carne, ma non mi
sono potuto scrollare di dosso molte delle tesi dell'uomo
della legge, che mi incantava, con la sua parola.
Ad esempio, nel mio schema non potevo inserire il "Fiat lux", la
volontà, che aveva dato inizio a tutto il progetto, ed un progetto
non finalizzato da una volontà ideatrice porta fatalmente allo
scetticismo più totale, perché nega un fine, qualunque esso sia.
Ammettevo cioè che un progetto possa percorrere un cammino
probabilistico, ma non potevo ipotizzare un Universo senza
senso logico.
Sarebbe stato preferibile a ciò perfino un Universo prodotto da
una volontà malefica, che si nutrisse del dolore delle creature
che aveva fatto sorgere, per suoi imperscutabili, ma logici,
scopi.
L'unica possibilità di superare lo scetticismo, che era nascosto
nelle ultime pieghe del mio percorso mentale, era data dalla
posizione di Sartre, l'esistenzialismo.
70
L'uomo, come già aveva postulato Heidegger3 , era condannato
al finito, perché non poteva raggiungere l'infinita verità
dell'essere.
Questo suo scacco, che giunge dopo venticinque secoli di
indagine, rappresenta, per l’uomo, il naufragio della sua
esistenza e della sua ricerca filosofica.
Ma l'uomo non può rinunziare alla sua aspirazione alla
conoscenza della verità; quest’ansia insoddisfatta genera
angoscia.
Questo è, appunto, il sentimento della nostra epoca, giunta ad
una conclusione alienante.
Da una tale situazione disperata se ne può uscire in due soli
modi.
O si ritorna ad ipotizzare illusioni di comodo, quali la religione
o la scienza, come la intendono, coloro che se ne fanno
officianti e quasi sagrestani.
Essi si adattano cioè a qualunque metafisica, che allontani in
un futuro non nostro, addirittura oltre la nostra vita, il momento
della verità.
Oppure si riconosce che il mondo, così come si presenta a noi, è
privo di senso, e tocca a noi, a ciascuno di noi, dargliene uno.
Nel primo caso avremo una "coscienza soddisfatta" che, nel suo
intimo, avverte però "la malafede" della sua posizione.
Essa è tipica della borghesia, di ogni borghesia, intesa, nel suo
termine più sprezzante, come classe al servizio dell'esistente, al
mantenimento interessato dello statu quo.
Conosciamo molti tipi di borghesia soddisfatta, di sistema di
Potere; dai preti che distrussero il sogno monoteistico del
faraone Amenofi IV, ai tronfi farisei che ridussero la Legge
all'esteriorità, ai"benpensanti" attuali.
Essi sono, infatti, gli eterni farisei, che non gridano più
l'esteriorità della loro legge; ma ciò si scorge chiaramente nei
loro modi, nei loro sguardi, nei loro pensieri.
Oppure possiamo accettare l'angoscia della nostra posizione,
immersi in una Natura che vorremmo conoscere , ma che ci è
intrinsecamente inconoscibile, in contatto con un Universo,
privo di senso per noi.
Partiamo da questo dato di fatto, riconoscendoci liberi da tutte
le sovrastrutture e gli idola 4, che hanno per tanto tempo
Martin HEIDEGGER -Filosofo tedesco- 1889/1976- diede l’avvio
all’esistenzialismo.
4
Gli idoli.
“ Bacone chiama così le classi di errori più generali e più profondamente
radicati, contro la cui resistenza od influenza è necessario premunirsi in
anticipo se si vuole effettuare l’opera di instaurazione delle scienze “ dal
3
71
affollato la nostra mente, impedendoci di vedere il mondo come
veramente è, cioè senza senso per l'uomo.
Consideriamo, alla vecchia maniera di Aristotele, la realtà una
tabula rasa, in cui l'uomo può scrivere le leggi, che sa trovare
nel suo intimo, per dare un senso al mondo stesso, magari
facendosi guidare dalla morale autonoma di Kant.
Solo in questo caso potremo cercare di dare noi un senso al
mondo, misurandolo con il metro dell'Uomo.
Questa rivoluzione copernicana, questo novello Umanesimo,
che pone nuovamente l'Uomo come misura dell'Universo, ci
rende, nel contempo, liberi dall'angoscia che ci attanagliava,
proprio nel momento in cui avevamo raggiunto la certezza della
impossibilità di arrivare a trovare un senso al mondo.
Tutto questo postula l'esistenzialismo, che non è, come
vorrebbero far credere alcuni orecchianti, la filosofia
dell'angoscia, ma esattamente il suo contrario.
E’, questo, un sistema, che permette appunto di superare
l'angoscia esistenziale, rendendo l'uomo libero di impegnarsi,
anche sporcandosi le mani, a dare un senso al mondo.
Di nuovo, avevo così raggiunto un equilibrio mentale
soddisfacente o almeno tale da dare un significato alla mia vita
e per questo combattevo, per portare innanzi le mie idee.
Per questo ero entrato in rotta di collisione con il Partito, che
vedevo ormai come una chiesa, piena di dogmi indimostrabili.
Per questo, pensavo di essere approdato all'ultima spiaggia
della razionalità.
Poi tu sai che cosa mi è capitato.
Chi ha distrutto la mia vita? Dio? Il destino ? Il caso? Io
stesso? E, soprattutto, perché?
In un primo tempo, mi ero ritenuto responsabile di quanto era
successo, temendo l'Hybris, per una colpa che avevo commesso.
Ma il dottor Bubber, così si chiama quel rabbino di cui ti ho
parlato, mi ha dimostrato come sia illogico postulare un Dio
vendicativo e sinistro, che si nutre del dolore delle sue creature.
Allora, il caso, il destino cieco che brucia statisticamente
alcune sue probabilità, sull'altare dei grandi numeri.
Se questo è il metodo, allora l'universo è senza metodo, senza
legge, anche se inconoscibile per l'uomo, perché una legge è
tale, se è costruita con metodo razionale.
Se accettiamo che tutto, anche all'ultimo minuto, può essere
completamente capovolto, senza ragione e senza rimedio, allora
stiamo giuocando una partita truccata, in cui non ci sono
regole.
DIZIONARIO CRITICO DI FILOSOFIA di A.LALANDE ISEDI 1971
72
Forse veramente Dio gioca a dadi, e bara .5
Come vedi, lo scetticismo, a cui avevo rinunciato vincendo
l'angoscia, postulata da Kierkegaard 6 , mediante l'accettazione
del valore finito dell'essere umano ma con la contemporanea
scoperta del valore autentico, e per questo unico, del suo
esistere, viene rimesso in gioco.
Questa constatazione, unita al mio dolore, è, per me,
insopportabile.
Anche l'ultima ipotesi, benché il dottor Bubber si sia battuto con
le più acute sottigliezze della sua logica, non ha dato una
risposta al mio problema.
Come può, se si postula un Dio unico, essere perfettissimo,
come può questo Dio esigere il dolore dalle sue creature?
Posso anche concedere una prova come quella di Abramo,
anche se non del tutto accettabile, ma il dolore senza speranza e
senza rimedio, che senso può avere?
È la vecchia tesi espressa, in maniera sublime, nel libro di
Giobbe.
Colpito, senza colpa, negli affetti più cari egli non sa darsi
pace, come me, per quello che gli è accaduto.
Ma Dio gli si rivela e gli dimostra l'impossibilità, per l'uomo di
conoscere o anche solo logicamente immaginare, i voleri divini.
E noi siamo stati a gingillarci venticinque secoli, per arrivare
alla stessa conclusione.
Giobbe si accontenta, io no.
So di essere strutturato in modo da non intendere il Disegno
divino, ma proprio per questo debbo essere rassicurato sulla
razionalità di quel progetto.
Per potervi aderire, debbo prima accettarlo logicamente; se no,
l'unica alternativa è lo scetticismo più assoluto".
Il giovane prevosto era stato a sentire quella disperata
confessione del suo amico più caro, senza aprire bocca.
Il fiume di parole che aveva sentito, era violento come quello di
un torrente in piena , e, alla stessa maniera, trasportava i segni
di una grande tragedia, i frantumi di una costruzione, che faceva
onore al genio dell'uomo ma che, nel contempo, ne mostrava la
sua eterna fragilità.
A quel punto, Padre Alain non poté trattenersi :
Viene qui capovolta la nota affermazione di Einstein: Dio non gioca a dadi.
S. KIEKEGAARD filosofo danese-1813/1885- Teorizzò che, dall’angoscia
, si può uscire o rifugiandosi nella dimensione estetica o nella dimensione
etica. Entrambe queste posizioni possono poi esser superate con un “salto“
nella fede.
5
6
73
" Povero JJ, povera anima che cerca, senza sapere, ferendosi
con il suo stesso sapere; che conosce gli hazar persiani 7 e le
più sottili minuzie del Talmud, ma non vede la verità semplice,
che gli sta davanti.
Eppure, proprio tu dovresti ricordare:
"Beati coloro che non hanno veduto ed hanno creduto"8 .
Però Tommaso non viene scacciato.
Infatti è facoltà di ogni uomo sottoporre alla propria ragione
ogni evento che lo riguarda.
Il pericolo è che, usando solo la ragione umana, che, come tutte
le facoltà dell'uomo è imperfetta e limitata, si arrivi a dei vicoli
ciechi, in cui la sola ragione non è più d'aiuto e la mente si
perde.
Ma tu, nuovo Tommaso, vuoi toccare con mano, vuoi vedere
“il disegno".
Come puoi non vedere, come puoi non ricordare?
Il disegno ha un nome: noi cristiani lo chiamiamo, da duemila
anni, la Provvidenza.
Il disegno ha una conclusione logica: chi crede in me vivrà in
eterno.
Il disegno ha un Autore: il Principio Divino, che si è sustanziato
come uomo, per venire a noi con la buona novella.
Non ricordi?
Certo, il Vangelo non toglie all'uomo il suo dolore, ma ne da
una spiegazione.
Le vie misteriose, che, spesso, ai sensi limitati dell'uomo,
appaiono dure e perfino crudeli, sono un progetto: il disegno
della Provvidenza per la salvezza degli uomini.
Povero Tommaso, perché hai dovuto soffrire così tanto, per
giungere ad una verità così facile, ben visibile sotto gli occhi di
tutti?
Ma, già, è sempre il solito vecchio difetto, l'orgoglio
intellettuale che, come per Satana, il più dotato degli angeli, è
la rovina dei migliori.
Per questo sta scritto
La concezione persiana della storia, fin dall’antichità, “ ...immaginava la
storia del mondo come una serie di evoluzioni, a ciascuna delle quali presiede
un profeta. Ogni profeta ha il suo HAZAR, o regno di mille anni (chiliasmo);
di queste età successive, analoghe a milioni di secoli devoluti ad ogni Budda
dell’India, è composta la trama degli avvenimenti che preparano il regno di
Ormudz. Alla fine dei tempi, esaurito il circolo dei chiliasmi, verrà il
definitivo Paradiso”. E. RENAN: Vita di Gesu’. pag 31 Newton Compton
ed. 1994
Il millenarismo è presente anche in alcuni autori cristiani.
8
Gesù risponde così (Gv.20, 29 ) a Tommaso, l’apostolo incredulo.
7
74
" Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli"9 .
JJ sentiva quelle parole, che pure aveva udito tante altre volte
nella sua giovinezza e che aveva rinnegato in nome della fede
nella ragione dell'uomo.
Questa l’aveva portato al punto un cui si trovava.
Egli dunque sentiva quelle parole, che, per la prima volta
davano una risposta razionale alla sua tragedia, sentiva quelle
parole e capì.
Infatti, si doveva escludere lo scetticismo più inconcludente.
Non si poteva accettare il determinismo più cieco.
Non era possibile ipotizzare un probabilismo mancante di un
impulso iniziale e di una conclusione logica finale, come un
corpo mostruoso senza capo né conclusione.
Si riscontrava, sulla propria carne, l'impossibilità dell'uomo a
sostenere la parte del soggetto della storia e bisognava
rassegnarsi ad esserne l'oggetto.
Se si accettava tutto questo, e se, soprattutto, si voleva vedere,
nell'intero progetto, il segno della razionalità, ammettendo
l'unica risposta logica, al tremendo perché, che gli aveva
sconvolto la vita, allora bisognava accogliere il messaggio,
vecchio di duemila anni.
Non era, JJ, incline alla retorica.
Non cadde da cavallo, non sentì squillare le trombe.
Accettò che la razionalità, non potendo fare da motore alla sua
ricerca di Dio, facesse almeno da timone, indirizzando la sua
mente, il suo cuore, la sua anima su quella rotta che la sua
intelligenza aveva trovato essere la più plausibile e, quindi, la
più razionale.
PRIMA ANTIFONA
9
Mt. 5,3.
75
La storia, che abbiamo fin qui seguita, è naturalmente inserita,
come ogni accadimento degli uomini, nella più grande storia
dell'Umanità.
Questa li comprende tutti, li amalgama, ne svela i sapori
complementari e le cause, spesso misteriose, talvolta, invece, fin
troppo evidenti, per essere le sole.
Le diverse storie, come fiumi in piena, portano dentro i vortici
dell'esistenza le misere creature, che si credono artefici di tutto
quel turbine, da loro chiamato: vita.
Per capire appieno le ragioni, che stanno dietro le azioni degli
uomini, non si può prescindere, quindi, dal risalire, nella storia,
fino a metterne a nudo radici e fondamenta, motivi ed origini.
Benché le tendenze storiografiche del nostro tempo tendano ad
avvantaggiare lo studio dell'esistenza d'ogni giorno delle varie
comunità umane, non vi è dubbio che i punti chiave, gli snodi
più significativi, in tutta la storia dell'Umanità, siano dati dagli
scontri tra i vari gruppi degli uomini.
Tali scontri, se accadono tra fazioni diverse di uno stesso
gruppo, si suole chiamarli rivoluzioni o rivolte, oppure guerre
intestine o civili; se invece essi avvengono tra gruppi distinti,
prendono nome di guerre, tout court.
Caratteristica singolare, propria dei soli uomini, è questa, di
coalizzarsi in gruppi per portare reciprocamente distruzione e
morte in un altro gruppo di esseri della stessa specie.
Caratteristica difficilmente riscontrabile tra gli altri animali del
Creato, che, pure, si sottopongono al duello individuale per
raggiungere la supremazia nel proprio gruppo, ma difficilmente,
quasi mai, si dividono in due gruppi, accomunati, per una
qualche ragione, per farsi vicendevolmente guerra.
Come abbiamo già visto, Platone, il grande filosofo, aveva
individuato, in un suo scritto1, questa peculiarità, propria degli
uomini.
Egli aveva, infatti, notato come l'insieme degli uomini legati dai
vincoli sociali (polis), lo svolgimento dell'azione della polis
(politica) e l'impresa, propria degli umani, quando si combattono
in gruppi (polemos), avessero una tale contiguità logica da
mostrare, nell’etimo delle stesse parole, una radice comune.
Ma qualcosa era andata mutando in quei concetti, nel corso dei
duemilacinquecento anni, che noi chiamiamo storia.
In antico, un gruppo non aveva bisogno di giustificazioni per
muovere guerra ad un qualsiasi altro gruppo.
Basta leggere gli orgogliosi cartigli, lasciatici da tutti i re
dell'antichità più remota, per trovare una formula di questo
tenore:
1
Dal PROTAGORA, dialogo giovanile scritto tra il 396 ed il 388 a.C.
76
"Ho conquistato tutti i popoli ai quattro angoli della terra ed ho
reso vassalli tutti i loro re".
In questa dichiarazione di potenza, gridata all’eternità, non vi
sono quasi mai espresse altre cause se non il desiderio assoluto
d'imporre la propria volontà; cioè quel desiderio di primeggiare,
da cui era nato il concetto di regalità.
Da siffatto concetto, che faceva assumere la funzione di Capo,
all'individuo capace di dominare i propri simili e, per mezzo di
essi, spingere il proprio imperio oltre i confini del proprio
gruppo, era derivata poi un’assoluta certezza.
Il Capo, il Sovrano, aveva raggiunto tale status, perché favorito
dagli Dei; figlio prediletto di questi, anzi, Dio egli stesso.
In tale maniera, a causa di quell'attività, propria degli uomini,
che essi chiamano guerra, s'era compiuto il distacco tra il
suddito, elemento insignificante di una massa informe, ed il
Sovrano, della stessa natura degli Dei.
Eppure, nelle mitologie di tutte le genti, anche in quelle dei
popoli che iniziarono la civiltà occidentale, Atene e Roma,
risuona il lamento per un'età bella e perduta.
Essa viene, per questo, chiamata età dell'oro: un tempo remoto
ed immobile in cui gli uomini erano tutti uguali, perché non
conoscevano guerra.
Quel mito fu probabilmente fuori del tempo reale, epperciò da
intendersi solo come un'aspirazione dell'uomo per un'età senza
guerre.
In essa, l’umanità favoleggiava d'aver vissuto, immobile e fuori
dalla storia, governata da demoni di stirpe divina, che
s'incaricavano di provvedere ai bisogni degli uomini, senza che
questi s'affannassero 2.
Però, solo con la nascita del concetto di genio di un popolo, si
mette in moto quel meccanismo che, se da un lato porterà al
fiorire di quella che noi, ora, chiamiamo Civiltà Occidentale,
d'altro canto darà inizio ad una sequenza tragica di guerre, una
origine e causa dell'altra, che, da allora in poi, farà da
contrappunto alla storia dell'Uomo.
Non si vuole affermare che, prima, non esistessero guerre.
Si rileva però che, nel mondo antecedente la Civiltà Occidentale,
le guerre erano determinate solamente o da esigenze di difesa o
da volontà di potenza, del potente di turno.
Questi credeva fermamente che, una volta conquistato quello
che ambiva prendere, avrebbe cessato quello stato drammatico,
Massimo CACCIARI, nel suo libro GEO-FILOSOFIA DELL’EUROPAAdelphi 1994, ne enumera alcuni, quali: PACE ( Eirene ), PIETAS ( Aidos),
LEGGI GIUSTE ( Eunomia ), GIUSTIZIA ESENTE DA INVIDIA
(Aphtonia Dikes ).
2
77
ma momentaneo, e si sarebbe acquietato, per godersi la sua
preda.
La condizione ottimale era, dunque, ritenuta, da tutti, quella in
cui non si dovevano portare le armi.
In altri termini, si può affermare che era già nato il concetto di
guerra, profondamente connaturato con l'animo umano, fin quasi
a rappresentare la parte preponderante della sua natura; ma esso
non s'era ancora affinato nel concetto di politica, come arte del
rapporto tra gli uomini.
Quando la "Politica", invenzione della nostra civiltà, comincerà
ad insediarsi nei rapporti umani, essa userà la guerra come una
delle scelte possibili, dando così origine alla storia che, da
allora, sarà storia della politica, uscendo dalle nebbie della
preistoria.
Infatti, con l'instaurarsi della nostra civiltà, la guerra acquista un
carattere di necessità, che prescinde dalla volontà dei singoli, per
diventare opzione politica.
Questo nuovo modo di considerare i rapporti tra i vari gruppi
umani inizia appunto con la nostra civiltà, la civiltà greco
romana, che attualmente si suole definire "Occidentale".
Essa, per ottenere ciò, ha introdotto nella storia il concetto del
"Genio di un popolo".
Quest'idea, che i Greci, per primi, avvertirono e che i Romani
assunsero a divinità dello Stato, il "Genius Romae", si compiace
di riconoscere, nelle gesta degli antichi del proprio gruppo, il
segno premonitore di un grande destino.
Esso è così forte e marcato, da assegnare di prepotenza il
primato, la necessità di comandare, tra tutti gli uomini della
terra, proprio a quel gruppo, in virtù delle idee che esso, come
gruppo, esprime.
Per dimostrare l'assoluta peculiarità del proprio gruppo, forte di
una caratteristica che è soprattutto predestinazione, si favoleggia
quindi di discendenze mitiche o, comunque, speciali,
inventandole o promuovendole a posteriori.
E’ chiaro che quest’ingenuo tentativo fu compiuto, per dare una
necessarietà retroattiva alle ragioni della forza.
Sotto la favola, si riconosce però, come carattere distintivo della
nostra civiltà, il fatto che la guerra non sia più un capriccio o
una specifica volontà del Capo del momento.
Essa viene invece giustificata come necessità d'adempiere alle
leggi peculiari della propria gente.
Di questa necessità se ne fa un Dio, il genio di Atene che spinge
i suoi figli sul mare, o il genio di Roma, raffigurato, nelle
grandiose rappresentazioni scultoree dell'Ara pacis augustea, a
fianco di Augusto stesso.
78
Anche Virgilio proclamava, nell'Eneide, che il compito
dell'impero romano era "Parcere victis et debellare superbos"3,
che, poi, erano quelli che non si volevano far conquistare con la
forza, a quei tempi particolarmente violenta ed oltremodo
pesante, non essendo riconosciuta, ai vinti, se non la possibilità
d'esser uccisi o assimilati come schiavi.
Questo modo d'intendere la necessità storica dell'azione umana,
come si è visto, porterà alla nascita della polis ma, soprattutto,
darà inizio a quella che si suole chiamare "politica", cioè
l’esigenza di classificare gli avvenimenti alla luce d'idee base,
costanti storiche, che permeano di se il fatto, offrendo, così, una
chiave di lettura per tutta la storia.
Il semplice fatto acquista, in questa maniera, una valenza più
complessa, in un processo logico, e non è più un episodio
isolato, accadimento fine a se stesso.
In pratica, era nato il concetto che si potesse, anzi che fosse
moralmente più giusto, muovere guerra, non solo per
appropriarsi delle cose altrui, ma anche per portare innanzi e
fare sempre più forte una propria idea, un proprio modo di
vivere.
Insomma l'uomo, dopo aver visto come è esaltante combattere e
rapinare per impossessarsi delle proprietà materiali, vuole anche
impadronirsi delle menti, di coloro che aveva vinto.
Un siffatto modo d'intendere il rapporto tra i differenti gruppi
della specie umana ebbe un ulteriore affinamento, quando si
cominciarono a studiare "scientificamente" le varie idee, che
erano alla base delle diverse forme politiche, nel diciassettesimo
e, soprattutto, nel diciottesimo secolo del nostro tempo.
Così, nella Costituzione degli Stati Uniti d'America del 1787,
non si parla più del riconoscimento del diritto di un particolare
popolo ad una qualche cosa, ma s'afferma esplicitamente, ad
esempio, che:
"Tutti gli uomini hanno diritto alla ricerca della felicità".
Così la rivoluzione francese non si rivolge ai soli Francesi, per
proclamare:
"Libertè, Egalitè, Fraternitè".
Così il manifesto del partito comunista del 1848, di Marx ed
Engels, è indirizzato ai "Lavoratori di tutto il mondo".
Nell'ambito della civiltà occidentale, che già era sorta per
portare innanzi, con tutti i mezzi, con ogni politica, l'ideale di un
gruppo, si scopre che una particolare idea può aver valore per
tutti gli uomini.
Era così nata l'ideologia politica universale, valida cioè per tutta
l'umanità.
Perdonare i vinti e sconfiggere i superbi, intesi come quelli che, per
superbia, non accettavano la Legge di Roma.
3
79
In tale ottica, un'idea politica non apparteneva più ad un gruppo,
ad un popolo, ad una gens; lo stesso concetto di classe, in Marx,
avrebbe dovuto, alla fine, stemperarsi, per comprendere tutti gli
uomini della terra.
Questa fu, forse, la causa "filosofica" del travolgimento del
fascismo e del nazismo, oltre alle altre cause, certo più
importanti, nel campo dei fatti, se non in quello delle idee, da
ricercare nel settore economico, industriale e produttivo.
Il fascismo ed il nazismo, insieme con l'alleato giapponese, che
professava un'analoga posizione, erano politiche aderenti ancora
all'idea del "genio" di un gruppo limitato, di un popolo, per
quanto grande e potente, di una parte dell'Umanità.
Tali sistemi politici, che pure seppero usare in modo egregio il
vettore classico dell'ideologia, cioè la propaganda, non potevano
giungere a tutti gli uomini; anzi, per il loro particolare
contenuto, non volevano parlare a tutti, ma solo agli "eletti".
Anche per questo furono cancellati dalla storia.
Ma l'ideologia, se pure ha il pregio di parlare "erga omnes", per
tutti, non per questo è esente, come ogni cosa umana, da difetti
ed imperfezioni.
La più grave di queste tare deriva dal vecchio vizio dell'animale
uomo, una volta che si trova a discutere con i propri simili, su un
determinato problema.
Il vizio, cioè, a prescindere da ogni altra considerazione, di
dividersi in due fazioni ed iniziare, così, il suo gioco preferito:
farsi guerra per gruppi.
Questo è stato, finora, il carattere distintivo dell’animale Uomo.
Questo era appunto quanto era continuato ad accadere negli anni
in cui è situato il nostro racconto; ma riassumiamone
brevemente gli antefatti.
Subito dopo la seconda guerra mondiale, l'Umanità s'era
schierata, in nome dell'ideologia, su due campi contrapposti,
entrambi pronti all'olocausto atomico.
Essa si mostrava, così, immemore dei trenta milioni di morti,
che erano stati immolati nella follia della guerra, appena
terminata.
Né la stessa umanità si curava del fatto che la propria scienza
era riuscita a scoprire nuove armi, che avrebbero provocato
danni tali, da far considerare la guerra recentemente conclusa,
una rissa da osteria, al confronto della distruzione d'ogni essere
vivente; probabilità, questa, resa possibile, anzi praticamente
certa, per la comparsa delle armi nucleari negli arsenali di
entrambi i gruppi contendenti.
80
Insomma, al solito, l'Umanità s'era andata ad infilare, nel
diverbio di due gruppi che hanno ciascuno la propria parte di
ragione, in una disputa senza uscita.
Quasi sempre, infatti, nessuno dei due gruppi intende le ragioni
dell'altro.
Esso quindi porta la sua azione alle estreme conseguenze,
perdendo così, alla fine, anche i frutti attinenti alla propria
ragione e raccogliendo solo lutti e rovine.
In questa maniera, subito dopo gli orrori della seconda guerra
mondiale, gli uomini avevano scelto, ancora una volta, di
battersi, in nome di contrapposte ideologie, anziché cercare di
risolvere i propri problemi reali.
Pure, questi problemi si potevano superare con i capitali, che
s'andavano sperperando in quel modo folle , e per mezzo della
scienza, che, invece, usata come serva della guerra, andava
immiserendo la sua funzione di promozione umana.
L'ideologia, attraverso il proprio vettore, la propaganda, portava
ad una lotta senza esclusione di colpi, rendendo particolarmente
faticoso il compito dei pochi uomini di buona volontà, che
tentavano di fare, comunque, qualcosa.
Erano trascorsi gli anni sessanta del nostro secolo, gli anni che
avevano visto il pericolo mortale dello scontro atomico, per la
crisi di Cuba ed il sogno infranto di una nuova frontiera,
propugnata dal presidente Kennedy.
L'altro sogno, quello espresso dai giovani del sessantotto, fu
facilmente tenuto a bada dall'establishment mondiale.
Per questo, quegli stessi giovani, rifugiandosi nelle favole
ingenue del maoismo, da allora acquisirono una repulsione
quasi inconscia per il mondo organizzato, che essi
riconoscevano come “l'impero delle multinazionali".
I più deboli di questi giovani si perderanno nelle paludi della
droga, giungendo, quando giungevano, ad altri, più disperati
inferni.
Stavano scoccando gli anni settanta.
81
CAPITOLO VIII
RINASCITA
Steso, prono sul marmo nudo della cattedrale, che, come tutte le
chiese dell'ordine di Sant'Ignazio, attraverso il barocco
prorompente da ogni suo angolo, piuttosto che stupire aveva il
compito d'incutere timore e rispetto, JJ attendeva il "signum",
che l'avrebbe reso "Sacerdos in aeternum".
Ormai egli non rispondeva nemmeno più, a quel suo nome
allegro ed al suo scanzonato diminutivo.
Per allenarsi all'obbedienza e per rammentarsi di vincere, o
almeno tenere a bada, quella sua forma mentis, che poteva esser
riassunta con due parole, orgoglio intellettuale, egli aveva
chiesto di farsi chiamare con il suo secondo nome: quello di
Tommaso.
Come padre Tommaso Fernays, noi continueremo a seguirne il
cammino umano.
Ciascuno di noi prende decisioni che possono esser reputate
improvvise, se non si considera il lavorio mentale, che sta
nascosto dietro quelle decisioni.
La conversione repentina di colui che s'era chiamato JJ, avrebbe
potuto far pensare ad una fulminazione, come quella di Saulo,
sulla strada per Damasco.
Ma, a ben vedere, proprio le fulminazioni sono l'atto finale di un
aspro percorso mentale.
Esso è sempre doloroso, perché fatto contro la propria volontà.
Spesso tortuoso, perché si cerca d'esplorare, quando non si è
sicuri della strada, ogni vicolo, che possa nascondere una
possibile scappatoia.
Quasi mai agevole, perché costringe a rimettere in discussione le
nostre più intime e radicate convinzioni, ed ad estirparle dalla
nostra mente, quando si scoprono non più rispondenti al nostro
pensiero.
Tra l'altro, operando in questa maniera, talvolta ci procuriamo
un dolore peggiore di quello che potremmo farci, se ci
strappassimo pezzi della nostra carne.
Però questo percorso mentale, che si conclude con uno shock
violento e, per questo, visibile, ha, per coloro che vi
s'avventurano in buona fede, un effetto simile all'elettroshock.
La loro anima raggiunge la pace perduta, la cui ricerca aveva
dato appunto inizio ad un viaggio avventuroso nei segreti della
propria mente.
Ciò aveva avuto, come conseguenza, il rigetto della precedente
forma mentis.
82
Così padre Tommaso, cominciamo pure a chiamarlo come lui ha
voluto, era disteso bocconi sul freddo marmo della chiesa.
Solo; perché i suoi Ordini avevano dovuto attendere un ben
strano percorso, rispetto a quello compiuto dai suoi coetanei e
colleghi dei tempi del seminario.
Prono davanti a quell'uomo; il suo vescovo, paludato in antichi
panni, che ora lui, Tommaso, riteneva fermamente essere il
successore degli apostoli del Cristo.
Come abbiamo visto, la conclusione che padre Alain aveva
saputo porre alla disperazione di quello che, allora, era JJ, aveva
fatto da detonatore contro le sue più radicate convinzioni.
Queste erano però già minate alla radice, dalle considerazioni
che ne avevano distrutto ogni certezza, allorché la vita s'era
divertita a scompaginarle.
Ora, dopo l'uragano del dubbio totale, era venuta la certezza e,
con la certezza, la calma.
Nella calma della propria anima, egli aveva portato alle più
estreme conseguenze la sua decisione.
Aveva ripreso gli studi per diventare sacerdote, aiutato
grandemente dalle sue precedenti esperienze; esse gli
permettevano di valutare, da opposte prospettive, i problemi che
andava esaminando.
Le gerarchie ecclesiastiche non si volevano lasciar sfuggire il
caso umano: troppo interessante era la conversione di un uomo,
che era stato quasi un simbolo, di quanto contraddiceva la
religione di Cristo.
Ma colui che non si chiamerà più JJ era stato irremovibile:
silenzio assoluto sul suo caso, che era noto, tra chi lo conosceva,
solo a padre Alain ed al dottor Bubber.
Proprio con il dottor Bubber padre Tommaso ebbe un colloquio
forte e dolce.
"Mio buon rabbi, Lei ha di fronte un uomo che ha l'animo
dell'apostata.
Non sono stato allevato nella fede dei miei padri.
Ho abiurato una prima volta alla fede in cui sono stato educato.
Ho rigettato le posizioni, che possiamo tranquillamente definire
anch'esse una fede, in cui credevo all'epoca della mia
giovinezza.
Sono tornato alla fede della mia infanzia.
In tutti questi contorcimenti, ho conosciuto anche la Sua fede
per mezzo della Sua dottrina, che è immensa, ma non ho saputo
trovare, in essa, la buona novella, la certezza del perché, quello
che io andavo cercando".
Il tono del piccolo rabbi era comprensivo ed amichevole:
83
"Non te la prendere, mio caro figlio, tu non sei un apostata.
Sei solo un'anima che cerca.
Questo è il tuo compito, questo è il tuo destino; cerca, cerca,
figlio mio.
L'Altissimo, nella Sua onnipotenza, ha senz'altro stabilito un
compito alla tua opera.
Cerca con il cuore, come stai ora facendo, ma non dimenticare
mai di soddisfare anche il tuo intelletto.
E poi, ora siamo divenuti quasi parenti: abbiamo lo stesso Dio,
le stesse Scritture, o almeno parte di esse; la tua nuova
religione non ci considera più deicidi, gli uccisori del principio
divino.
Pensa che, già da parecchio tempo, il vostro Papa, il Pontefice
della chiesa di Roma, non c'impone più di ricevere un ceffone
per quest'accusa; quindi, stai allegro.
Un vecchio proverbio latino recita: "Ommnia munda mundis"1 e
tu sei l'uomo più mundus, intellettualmente più pulito, che io
conosca.
Perciò, non aver paura della strada che il tuo animo percorre:
l'Altissimo veglia sul tuo spirito".
Anche il vescovo, che gli aveva imposto il signum del suo
nuovo stato, era stato esplicito:
"Santa Madre Chiesa esulta, perché una della sue più belle
anime, che sembrava ormai perduta, ritorna alla vera fede.
L'Ordine riconosce d'aver trovato in te, padre Tommaso, una
delle sue migliori lame, nella battaglia che i soldati di
Sant'Ignazio combattono ogni giorno.
Per questo, l'Ordine t'immergerà, più e più volte, nell'acqua
fredda e buia delle sventure umane.
Ne uscirai temprato in maniera eccellente, per diventare quello
cui sei destinato: uno strumento per combattere "ad maiorem
Dei gloriam".
Fu inviato a Marsiglia, presso l'Istituto del Cristo Re, dove i
gesuiti avevano costituito un osservatorio per studiare i flagelli
che attentano ad un'ordinata vita sociale.
Forse occorre spendere qualche parola sull'opera di quell'Ordine,
il cui solo nome suscitava, e suscita, sentimenti non proprio
amichevoli.
La Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio da Loyola nel
sedicesimo secolo, organizzata come corpo militare a
1
“Tutto è puro per i puri“, epistola di San Paolo a Tito (1,15 ).
84
disposizione del Papa, attraverso un modo d'intendere la dottrina
e d'esplicare la prassi al solo scopo di sconfiggere i nemici del
cattolicesimo, era stata tra i massimi artefici di quel movimento
filosofico, morale e, soprattutto, politico, che i posteri hanno
chiamato Controriforma.
La sua opera, in definitiva, tendeva a ricostituire la supremazia
politica, che il Papato aveva perso, per due grandi serie di
ragioni.
La prima di queste, fu colpa della stessa azione del Papato, con
le miserande vicende legate alla vendita simoniaca delle
indulgenze.
Fatto estremamente riprovevole, che aveva provocato l'assoluto
biasimo ed, in seguito, era stata causa non ultima del distacco
delle popolazioni dell'area tedescofona dalla Chiesa di Roma.
Ma il colpo mortale, assestato al potere temporale dei Papi, era
venuto da un’altra parte.
Le Nazioni, che s'erano venute consolidando in Europa nel
quindicesimo e sedicesimo secolo, avevano constatato, e poi
teorizzato, la non necessità, anzi l’intima contraddizione, al
concetto stesso di Nazione, che veniva dall'esistenza del potere
temporale del Papato o, meglio, della sua pretesa d'essere il
punto di snodo tra Potestà divina e umano potere.
Questo concetto, infatti, per sua costituzione, ove lo si fosse
accettato, avrebbe limitato e subordinato il potere dello Stato,
che, invece, anch'esso per definizione, si postulava assoluto.
Per questa ragione, nei secoli precedenti, quasi tutti gli Stati
avevano messo fuori legge i Gesuiti, simbolo della volontà del
Papato di riconoscersi autorità superiore allo Stato,
incamerandone i beni.
Quando poi il Papato perse il fardello del potere temporale, vi fu
grande battaglia, nella Compagnia di Gesù, tra chi s'ostinava a
darsi da fare, per una restaurazione impossibile e, tutto
sommato, neppure molto vantaggiosa per l'immagine di Santa
Madre Chiesa, e chi, invece, considerava la perdita del potere
sovrano, come una grande opera dello Spirito Santo.
Questo fatto rendeva, in tal modo, la Chiesa affrancata e redenta
dalla sua aura di potere, attaccato ai traffici terreni.
Nel suo complesso però, fin dagli inizi del nostro secolo, pur
con varie motivazioni e diverse soluzioni, la Compagnia di
Gesù, per prima, tra tutte le grandi organizzazioni della Chiesa,
intese il valore rivoluzionario e la grande occasione, che la
nuova situazione offriva al Cattolicesimo Romano.
Si aveva, in questo modo, l'occasione per rientrare nel grande
gioco dei rapporti internazionali, da cui, nel diciannovesimo
secolo, Santa Romana Chiesa era stata brutalmente estromessa,
85
come soggetto politico, pur con tutte le gentilezze formali
possibili.
Per ottenere ciò, occorreva attuare il mutamento del concetto del
potere temporale del Papato con quello, ben più attraente per
l'animo dei singoli fedeli, e non in rotta di collisione con
l'autorità dello Stato, che poteva esser perseguito, attraverso
l'affermazione del magistero della Chiesa, reso ineccepibile da
una rinnovata e salda autorità morale.
Depurato da occasioni di potere, libero da tentazioni di
sovranità, riaffermato nel suo più autentico motivo morale, il
Cattolicesimo, attraverso il concilio Vaticano II, riproponeva la
sua indispensabilità nel mondo moderno.
Punta di lancia di questa politica era appunto, al solito, la
Compagnia di Gesù.
I suoi uomini, da lungo tempo, anzi da sempre, avvezzi ad un
severo tirocinio di studio e d'esperienze sul campo,
preparatissimi in ogni piega dello scibile umano, cercavano
d'occupare ogni testa di ponte, ogni anfratto, ogni appiglio, per
arrivare al loro scopo: ricucire fede e scienza nella vita moderna,
per ristabilire la necessità, anzi la centralità del Papato, nella
civiltà dell'Uomo.
La componente più avveduta della Compagnia aveva capito,
inoltre, che non si poteva lasciare al marxismo montante, la cura
e la rappresentanza dei bisogni dell'uomo, se non si voleva
perdere, anche sul piano morale, quella priorità, che la Chiesa
aveva perduto sul piano politico.
Insomma il Papa, se voleva far presa sull'uomo moderno,
doveva staccare la propria attenzione dalle sole condizioni della
vita oltre la morte, per definire, in maniera più accettabile, le
condizioni della vita in questa vita.
Certo, la Chiesa di Roma, dopo le posizioni intransigenti che
aveva tenuto nel secolo scorso con l'enciclica "Quanta cura" ed
il Sillabo, entrambi del 1864, sotto Pio IX, molte altre volte
aveva enunciato il proprio magistero, con accenti
completamente diversi su questi problemi.
Papa Giovanni XXIII aveva promulgato, il 15 luglio del 1961,
l'enciclica "Mater et Magistra", contenente un messaggio di
giustizia sociale, rivolto non ai soli cattolici, ma a tutti gli
uomini.
Lo stesso Papa, l'11 ottobre di quell’ anno, aveva aperto i lavori
del concilio VATICANO II, in un'atmosfera completamente
differente e con scopi del tutto opposti, a quelli che si prefiggeva
il papato nel 1861, con il concilio VATICANO I.
La Chiesa riconosceva che, nel frattempo, Essa aveva perso ogni
traccia del potere temporale, ma accettava la sfida nel campo
dell'etica.
86
In quest'ottica, con queste premesse, la Compagnia di Gesù era
presente in ogni campo di battaglia, in cui era in gioco il destino
dell'uomo.
A Marsiglia molto v'era da fare.
La città mediterranea, centro di traffici non sempre puliti, era il
punto di partenza, di smistamento e d'arrivo per un grande
flagello: la droga.
Essa, oltretutto, era il prodromo, la ragione e la causa di una
miriade spaventosa d'altri mali: la criminalità, la prostituzione,
il gioco d'azzardo, l'usura.
Marsiglia era, inoltre, il terminale europeo di un altro fenomeno:
la salita degli uomini più intraprendenti di tutto il Magreb
nordafricano verso le meraviglie del continente europeo; per
loro, un'ascesa al paese delle fate.
Per tutte queste ragioni, quella città, ormai frontiera tra il mondo
ricco e la marea dei poveri della terra, era il terreno ideale per
combattere la battaglia, che la Compagnia di Gesù aveva
intrapreso.
Lì essa stava, infatti, gettando i suoi uomini migliori.
A Marsiglia, Tommaso era arrivato già da qualche settimana e
s'andava ambientando tra le varie situazioni che costituivano
quella realtà così sfolgorante, nel clima, nel tenore di vita dei più
abbienti, nella ricchezza e nel lusso, che trasudavano dai
boulevards in cui vivevano i ricchi.
Ma Tommaso aveva cercato altri contatti.
Per prima cosa, egli s'era preoccupato di conoscere i capi delle
comunità nordafricane.
Costoro gli avevano mostrato una realtà più cruda, di quanto lui
stesso immaginasse, benchè si fosse documentato in precedenza.
Lo sfruttamento dell'uomo sul proprio simile ha un'antica storia.
Nei casi più modesti s'arriva a negare quanto giustamente si
chiederebbe per se, se pure avessimo lo stomaco di praticare
quei lavori, che demandiamo ai più disperati.
Facilmente si scivola, poi, in forme sempre più aberranti, che
finiscono per essere vere e proprie storie di schiavismo.
In queste, l'uomo moderno impone, inoltre, quel malinteso
senso del possesso, che gli proviene dalla sua società
sessuofobica.
Oltre ai contatti, che riteneva utili, Tommaso s'era messo subito
al lavoro.
Con l'aiuto di un pugno di ragazzi in gamba, che aveva
prontamente individuato e radunato per intervenire in questi
87
casi, egli s'era rivolto a raccogliere ed assistere i colpiti da quel
nuovo flagello, i drogati, che, in numero sempre più massiccio,
si ritrovavano buttati tra i rifiuti della città.
Qui occorre fare un'altra digressione: la droga, perché?
Molte sono le ipotesi, svariate indagini sociologiche sono state
prodotte al riguardo, ma forse è bene riassumere alcuni punti
fermi.
La droga è sempre esistita, fin dai tempi più antichi; ma essa non
aveva quasi mai raggiunto, in maniera così significativa, tutti gli
strati della popolazione, come stava accadendo in quegli anni.
Vediamo d'esaminare alcuni fatti.
Per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale, la
mentalità nordamericana invade il comune sentire di tutti i
popoli.
Una mentalità che ha, come punto centrale, un unico ideale: la
ricchezza, ottenuta in ogni modo, con qualunque mezzo.
Films, giornali, televisione, amici, conoscenti, nemici; tutti
predicano e perseguono un solo comandamento: arricchitevi.
Per la prima volta, le grandi nazioni europee non hanno più un
modello, da proporre ai propri figli.
Liberalismo, nazionalismo, marxismo, imperialismo, fascismo,
nazionalsocialismo, comunismo: gli ideali che, in tutti i campi,
l'Europa era andata propugnando nell'ottocento e nel novecento,
avevano mostrato la loro inconcludenza, nel tentativo di definire
una civiltà armonicamente costruita.
Nessuna di queste dottrine aveva saputo individuare quei valori
ideali, che potessero soddisfare completamente i giovani, mentre
essi stavano vivendo gli anni sessanta e settanta del nostro
secolo.
Quando, poi, nel sessantotto, i giovani tentarono di scrollare dal
potere le cariatidi che lo detenevano, essi furono sconfitti
dall'ingenuità.
Le cariatidi, che, per lunga abitudine con il Potere, sapevano
come gestirlo, ingaggiarono i più furbi di quei giovani,
cooptandoli, solo loro, al vero potere, ed attuarono così, con
questa manovra, una vera e propria controrivoluzione.
In questo modo, l'immaginazione al potere era divenuta
l'immaginazione dei pochi, affinché il Potere si perpetuasse.
Ritornava, su scala europea, la vecchia manovra del gattopardo2
affinché nulla si muovesse davvero.
Questo i giovani l'avevano capito, più o meno confusamente;
così come s’erano accorti che l'altra metà del cielo, i paesi
marxisti, non erano poi il sogno realizzato della giustizia sulla
Da “ IL GATTOPARDO “ di Tomasi di Lampedusa, è famosa la
proposizione che vuole “ Cambiar tutto per non cambiar nulla “.
2
88
terra, quali erano stati prefigurati negli anni quaranta e
cinquanta; anzi erano divenuti il regno della burocrazia e del
paradosso.
Per questo, i giovani, senza ideali, senza punti di riferimento
concreti, s’aggrapparono ad un'ingenua infatuazione per le
favole, quale fu il maoismo, mentre i più deboli già cadevano
nella menzogna della droga.
Dopo un'ultima fiammata per ideali disperati, quali furono quelli
che sfociarono nel terrorismo, quegli stessi giovani avrebbero
avuto una sola aspirazione, non certo un ideale: fare soldi, in
ogni modo, e non curarsi né d'altri né di altro.
Ma la cosa tragica, che impedirà ogni possibilità di resistenza a
quella catastrofe, ciò che spingeva i giovani in maniera
irreversibile, era il comportamento dei propri genitori.
Anch'essi figli del loro tempo, scomparso ogni riferimento
ideale, coloro che avrebbero dovuto educare la propria
discendenza, pensavano invece solamente ad arricchirsi, quelli
che potevano.
Gli altri erano così occupati nella lotta per la vita, da non vedere
che un'esistenza che non si curi dei propri figli, mettendoli in
second'ordine dopo il successo personale, è un'esistenza che non
vale la pena di vivere.
Ma questo doveva ancora accadere, negli anni settanta; andiamo
per ordine.
Avevamo lasciato padre Tommaso, o Tommaso, come preferiva
farsi chiamare, alla ricerca di quei rottami umani, che sarebbero
divenuti una terribile costante delle città, le nostre, e, per un
fenomeno di sciagurato scimmiottamento, di tutte le città della
terra, anche perché le cause erano, alla fin fine, le stesse.
Un giorno, un tuffo al cuore.
Ancora più giovane, di come la portava impressa nella sua
mente, sporca, con i capelli lunghissimi e non curati affatto, con
un buffo paio di jeans tutti rotti, ma era lei, Monique.
Quando si riprese dall'annebbiamento che l'aveva colpito,
Tommaso s'accorse mentalmente che non poteva essere lei: i
miracoli, quando e se accadono, tendono a mutare in meglio una
situazione disperata.
Se pure era stata disperata la sua storia con Monique, non era
certo quella disgraziata creatura che poteva rinnovare il
miracolo.
"Oh, bello, ti piaccio, eh?
Guarda che si può combinare, non costo troppo; per duecento
franchi ti faccio godere come vuoi".
89
Tommaso era impietrito.
Quella sventurata copia di Monique aveva percorso tutti i
gradini su cui può ruzzolare un essere umano.
Eppure aveva lo stesso volto, lo stesso modo di muovere le
labbra, la stessa figura complessiva, anche se l'abiezione che
l'aveva conquistata, ne rendeva duri i lineamenti e volgari le
pose.
La giovane aveva scambiato il suo turbamento con altri motivi:
"Come non detto, devi essere frocio. Ciao".
"No, aspetta; sono un prete, voglio parlarti".
"Puoi essere anche il Papa, ma la mia tariffa è quella, non
credere che sprechi il mio tempo gratis".
"Aspetta, c'è anche un altro motivo, mi ricordi una persona..."
"Ah, così va meglio, ma sono sempre duecento franchi,
anticipati".
Mentre riponeva in uno sdrucito borsello, che teneva nascosto
tra la cintura e la pelle, i duecento franchi, che erano tutte le
sostanze di Tommaso in quel giorno, la ragazza non si negò
un'ultima battuta:
"Ma sei sicuro che, mentre parli, non vuoi che ti faccia un bel
servizietto? Ci so fare, sai".
Tommaso era inebetito; le parole uscivano false e vuote, i
pensieri s'accavallavano come le onde del mare in tempesta.
Una parte di se cercava di mettere ordine alle sue sensazioni,
tentando d'imporre la verità: non è Monique, è solo una povera
anima che le somiglia e che ha bisogno d'aiuto.
Un'altra parte non ragionava più.
Come la preda, affascinata dal dondolio del serpente, egli
andava ripetendo, dentro di se: Monique, Monique.
"Parlami di te. Come hai potuto ridurti in questo stato, che cosa
posso fare per aiutarti..."
Non riuscì a finire.
La figura che aveva a fianco, finora indolente e quasi assente,
ebbe uno scatto, come di una molla, e cominciò ad urlare:
90
"Oeh! Prete, da te mi faccio fare tutto, anche bruciare le tette
con la sigaretta, basta che paghi bene; ma non voglio prediche,
intesi? Se no, aria".
Non era quello il modo d'agganciarla, occorreva un metodo più
sottile.
"Hai ragione, scusami; ma, sai, distorsione professionale.
Noi preti, non avendo guai nostri perché specie protetta,
c'interessiamo ai guai degli altri ed, in questo, troviamo il
nostro compenso".
Che, poi, anche se detto in termini un po’ crudi e non certo
canonici, era, in definitiva, la verità.
"Veramente ti faresti bruciare i capezzoli? E quanto vuoi?"
"Solo appoggiare la sigaretta mille franchi; spegnerla
cinquemila, fa un male boia.
Ma va che tu non sei il tipo, anche se sei un prete.
Li conosco bene, quelle bestie lì; hanno tutto un altro modo di
fare. Guarda".
Così dicendo, si scopri la camicetta.
Quello che una volta era stato un seno di bambina e che non ne
differiva ancora molto, era tutto piagato da ferite e bruciature
che lo rendevano insostenibile alla vista di una persona sana di
mente.
"Lo sanno quasi tutti, ormai, che ho la sifilide e nessuno viene
più con me; riesco a trovare lavoro solo al porto o con i
marocchini.
Dovrei farmi ricoverare al dispensario, ma lì non è possibile
procurarsi la "roba" e non posso stare nemmeno un giorno,
senza farmi.
Così sono diventata il giocattolo di alcuni viscidi gentiluomini,
che sfogano su di me la loro impotenza".
La corazza si stava incrinando, quel povero essere parlava di se,
il contatto si poteva stabilire.
"Vediamo quello che si può fare, accompagnami".
Un altro scatto furioso:
"Dove vuoi portarmi? No, con te non ci vengo".
"Stai tranquilla, non ti porto da nessuna parte, camminiamo.
91
Del resto, ho pagato, no?
Ho diritto ad un poco del tuo tempo; e, poi, come ti ho detto, noi
preti viviamo sulle storie degli altri".
La giovane sembrò rassicurata.
"Ho capito, tu sei uno di quelli che se ne vengono nel sentirsi
più bravi degli altri, contento te!
Anzi, se questo è il tuo gusto, allora ti racconto anche la mia
vita, così vedi quanto sei stato più bravo di me; basta che non
mi fai prediche, però.
Dunque, fino ai tredici anni sono vissuta in una casa in cui non
mancava nulla, una vita da signori.
Mia madre era una donna molto bella, la nostra casa era molto
bella, la nostra auto era molto bella, tutto era molto bello,
perfino la mia scuola.
Anche il signore che, ogni tanto, ad intervalli regolari, capitava
per casa, era un gran signore, mi portava sempre qualche
regalo e molti cioccolatini.
Mia madre mi diceva che dovevo chiamarlo zio, pure se non
portava il cognome di mio padre e mia madre era figlia unica.
A quattordici anni, quando divenni donna, attiravo l'attenzione
di parecchi ragazzi.
Il garzone del fornaio, che aveva ventitré anni, cercò di fare
delle avances grossolane, ma mia madre s'accorse di qualcosa e
fece una scenata furibonda, imponendo al suo principale che lo
licenziasse e descrivendolo a me, come il diavolo.
Un giorno l'incontrai, perché mi stava aspettando all'uscita
della scuola.
Era un ragazzo bellissimo ed io volevo far colpo con le
compagne di classe.
Incominciammo, così, una relazione innocente.
Qualche tempo dopo, anche lo "zio" tentò di mettermi le mani
addosso; ma, quella volta, mia madre, che pure allora s'accorse
del fatto, mi si rivoltò contro, chiamandomi “viscida
puttanella”.
Quando io raccontai piangendo quello che era accaduto, il mio
ragazzo mi propose di fuggire al sud, dove avrebbe trovato
lavoro e ci saremmo potuti sposare.
A Marsiglia, invece, il lavoro non si trovava e non sapevamo
come fare.
Mi rivolsi a mia madre; lei, però, disse che io avevo fatto una
scelta e che, a questo punto, lei non avrebbe più potuto far
nulla.
La verità era che mia madre non aveva voglia d'altri scandali
ed aveva detto in giro che io ero andata a studiare a Parigi.
Fu il mio ragazzo che mi propose di fare la vita, ma:
92
"solo per un po’, fino a quando non trovo un posto e ci
possiamo sistemare".
Così, quando un cliente più depravato del solito mi propose di
sniffare un po' di cocaina per "farlo meglio", io non dissi di no,
anche se non sapevo neppure come si faceva.
Dalla cocaina all'eroina il passo è breve ed ora non mi faccio
meno di due pere al giorno; anche tra le dita dei piedi, se non
riesco a trovare una vena buona.
Naturalmente, la clientela, che, procuratami dal mio ragazzo,
nei primi tempi era veramente up, dopo che lui scomparve, è
andata via via imbastardendosi, fino a che non ho trovato quel
maledetto, che mi ha inguaiato definitivamente.
Fine della storia.
Se ne vuoi un'altra occorre un altro gettone".
"Non ho più una lira", dovette confessare Tommaso, costernato.
"Allora ciao, sarà per un'altra volta".
Così dicendo, quello spiritello scomparve tra la folla, lasciando
Tommaso bloccato, come un pugile suonato.
Egli ebbe solo il tempo di dire:
"Vienimi a trovare al centro per i diritti sociali..."
Ma non era affatto sicuro che lei avesse capito.
La sera, mentre, come ogni uomo, il giovane prete faceva il
riassunto della propria giornata, gli ricomparve in mente il
fantasma della sua Monique.
Quel doppio aveva scatenato di nuovo in lui una tempesta, che
credeva ormai placata.
Però la sua intelligenza aveva già convinto il suo cuore che non
potevano esserci stati miracoli, ma solo una dolorosa
coincidenza.
Questa accomunava in destini diversi, seppur ugualmente
miserevoli, due creature tanto simili d'aspetto, da sembrare la
stessa persona.
Nuovamente, suscitato da quei fatti che l'avevano così colpito, il
vecchio problema tornava al vaglio del suo dubbio.
Perché era permesso che atrocità simili potessero accadere?
Perché il principio divino esplorava campi tanto desolati?
Come poteva nascere un alcunché di valido, da questa
desolazione?
Eppure la risposta era ancora quella.
93
Non esiste ipotesi più valida, di fronte al male, che ipotizzare un
principio finalizzato al bene.
Questo, comunque, alla fine, prevarrà su tutto, anzi riportando
tutto nel bene di Dio.
La sua forma mentis gli diceva perfino che questo percorso è più
intelligibile logicamente che accettabile attraverso un processo
volontaristico dell'animo.
Cioè, il cuore può non reggere, arrivando a concepire che la fede
passi per le terre del male, per raggiungere i propri obbiettivi.
L'intelletto, invece, può fare questo viaggio attraverso l'inferno
ed uscirne indenne, anzi rafforzato nel proprio convincimento.
Eppure, il cuore, a volte, ne rimane stroncato.
Prima d'addormentarsi, un altro pensiero: fino a che punto si può
addossare ad una povera ragazza senza esperienza, la colpa di
quello che aveva dovuto subire ?
Quanta parte di responsabilità era la sua e quanta era degli altri,
di tutti?
E se la responsabilità di chi sbaglia è spesso minima, come può
esplicarsi su di lui la giustizia di Dio, come si potrà emettere un
giudizio di colpevolezza, il giorno del Giudizio?
Ma, se tutti gli imputati non sono colpevoli, perché ognuno avrà
uno o più testi a suo completo discarico, chi saranno i colpevoli,
come sarà fatta la scelta?
La risposta a questa domanda, tuttavia, era facile: l'uomo giudica
in base alle sue leggi, che possono essere carenti o false o
ingiuste.
Dio giudicherà in base a principi di giustizia e bontà infinite.
Se il Suo procedimento, alla fine, dovesse lasciare vuoto
l'inferno, ci saranno sempre le moltitudini dei teologi, che
disputano su questi problemi, per riempirlo.
Infatti, se la somma Maestà di Dio avesse, per soprammercato
anche un pizzico di spirito arguto, potrebbe destinare costoro,
per il ripopolamento di quei luoghi desolati.
Con quella buffa idea, che gli era servita per allentare la
desolazione del proprio pensiero, quando arrivava a trovarsi a tu
per tu con il mistero, Tommaso riuscì, per quella notte, ad
addormentarsi.
CAPITOLO IX
SPORCARSI LE MANI
94
La mattina successiva Tommaso voleva darsi da fare per tentare
di risolvere in qualche modo la questione che aveva toccato il
suo animo, per cercare di portare un qualche aiuto a quella
povera disgraziata.
Quel fantasma gli aveva brutalmente riportato alla memoria, in
maniera disperata, la sua personale tragedia.
Essa, se non era stata superata, era però, in un certo qual senso,
attutita e nascosta, quasi incapsulata nell'angolo più buio e
gelato del proprio animo, ormai impegnato in vari fronti, nel
tentativo, appunto, di dare un senso positivo alla sua vita.
"Non so nemmeno come si chiama e dove la posso ritrovare"
pensò, tra sé.
Con quest'idea, Tommaso cercò qualcuno che potesse dargli una
mano al riguardo.
Anche nella sua nuova identità, pur con la fama del convertito,
anzi forse proprio per questo, Tommaso aveva riacquistato in
poco tempo quella naturale predisposizione, che lo collocava in
una posizione privilegiata rispetto agli altri.
Questa sua qualità innata si manifestava in ogni suo rapporto
umano non per una sua voluta imposizione, ma perché esiste
negli uomini quest'attitudine ad emergere, quel sentimento che
la parola carisma descrive bene, ma non compiutamente.
Il suo carisma aveva, come componenti principali, una forte
personalità; una serietà di comportamento che non aveva nulla
di serioso; una profondità di concetti, indice di lunga
dimestichezza nei percorsi della ragione; un animo in cui la
volontà, l'intelletto e l'immaginazione avevano veramente un
libero gioco, come diceva Schiller 1.
Ognuno di noi, dopo poco tempo che tratta con un suo simile, sa
valutare il rapporto che si è instaurato con questi.
Esso può essere d'amicizia o di odio, ma sempre ognuno
riconosce, o almeno inconsciamente percepisce, se colui che gli
sta davanti è più o meno forte di lui, in tutti i campi; da quello
più rozzamente fisico a quello intellettuale, a quello esistenziale
e volitivo, fino a quello morale, che li riassume tutti.
Quando poi un uomo, senza che egli faccia minimamente nulla
per suscitare attenzione, riesce ad entrare nell'inconscio
collettivo di un gruppo, per una sua marcata predisposizione, al
bene o al male, allora egli, e tutti i componenti del gruppo,
sentono che lui solo ha una forte presa sugli altri.
Se costui la usa nel bene, sarà ricordato come un uomo degno di
rispetto.
1
Poeta, scrittore e drammaturgo tedesco -1759/1805.
95
Se s'indirizza al male, avrà ancora diritto al ricordo, anche se
questo sarà un cattivo ricordo.
Ma torniamo al nostro Tommaso, che cercava aiuto.
Come spesso accade, egli venne invece contattato per primo
dall'uomo cui si voleva rivolgere, perché costui doveva
chiedergli, a sua volta, un favore.
Si trattava di un confratello, padre Robert.
Egli era uno spirito inquieto, con un’esperienza in quel
particolare campo, in cui avevano operato i cosiddetti preti
operai.
Furono costoro uomini che, nella fede di Cristo, avevano trovato
il messaggio sempre rivoluzionario, sempre presente nella storia
della Chiesa e sempre in questa combattuto ferocemente, perché
quel messaggio si contrapponeva frontalmente con la politica di
potenza, da sempre perseguita dal soglio di Pietro:
"È più facile che un cammello...".Gli eremiti 2, i Catari, le innumerevoli sette comuniste del medio
evo francese ed italiano (i poveri di Lione, i Begards, i buoni
uomini, gli umiliati, i fraticelli, i poveri evangelici) gli ordini
mendicanti, gli stessi Francescani, i seguaci di fra Dolcino, gli
albigesi e quasi tutte le sette eretiche che percorsero le fila
cristiane nei secoli fino ad approdare alla riforma protestante,
puntavano diritto a quella verità incontrovertibile.
Essa era stata pronunciata dal Cristo, e solo i contorcimenti dei
dotti, al servizio del potere papale, potevano offuscarla con
sofismi, masturbazioni dell'intelletto ed anatemi.
Addirittura, dal vocabolo con cui gli ebrei del tempo di Cristo
indicavano i poveri -ebionim-, si volle riconoscere un eretico,
Ebion, mai storicamente individuato.
Questi avrebbe introdotto un'eresia, l'ebionismo, con cui si
chiamarono coloro, che ritenevano inconciliabile la dottrina di
Cristo con la ricchezza 3.
Da sempre, quella era stata la gran piaga da cui erano usciti gli
spiriti che non potevano perdonare, alla Chiesa di Cristo, il
tradimento verso il proprio fondatore.
Ma, nel porsi contro la gerarchia, essi si venivano
automaticamente ad escludere dall'"Ecclesia".
Tutte queste varie sette o disposizioni dell’animo predicavano la povertà
evangelica, spingendosi su posizioni di assoluto rigetto del concetto di
proprietà, comunque inteso.
Tutte, quando posero questa loro posizione in campo teologico, furono
sconfessate dalla Chiesa e dichiarate eretiche, ad eccezione dei Francescani,
come si vedrà più innanzi.
3
cfr. RENAN op. cit. pag 84.
2
96
Solo i francescani avevano saputo coniugare la fedeltà a
quell'ideale con l'obbedienza alla gerarchia, ma avevano dovuto,
e dovevano sempre, camminare sul filo del rasoio.
Eppure in ogni ordine, in ogni famiglia, tra le molte della
Cristianità, l'antico dilemma, la vecchia antitesi, spuntava con
una forza incoercibile ed esso era causa di drammi e rinunce.
Adesso toccava ai Gesuiti.
L'ordine, nei secoli, era stato al servizio specifico del Papa, e
non della Cristianità in generale, con un sentimento che ben era
riassunto nella frase che ne definiva compiutamente la
posizione: "Perinde ac cadaver", cioè come un corpo morto, uno
zombie, senza altre idee se non quelle del volere papale.
Però, nella prima metà del secolo ventesimo, la Compagnia di
Gesù aveva fatto la scelta di combattere affinché il Papa, che era
stato sollevato dal potere temporale, fosse universalmente
riconosciuto come la massima Autorità, nel campo della morale.
Da quel momento, l'Ordine dei Gesuiti aveva posto con forza,
anche se nella sua maniera congeniale, cioè in modo molto
felpato, la tesi che la Chiesa dovesse interessarsi ed, anzi, porsi
alla testa dei movimenti che chiedevano, a gran voce, la
liberazione dell'uomo, per primo dalla povertà, dalla
sopraffazione, dalla politica di potenza.
Molte intelligenze, per questa ragione, erano uscite dall'Ecclesia
ed avevano fondato, nei paesi più poveri, quel Movimento di
Liberazione, che non era altro, se non l'esplicazione politica del
vecchio dilemma, croce pesante della Cristianità.
Esso asseriva non potersi servire contemporaneamente due
padroni.
Molti ingegni, pur formalmente ancora nei limiti della dottrina,
s'erano schierati, nel loro animo, su quelle posizioni, che Santa
Romana Chiesa riteneva non in linea con il suo magistero.
Uno di quegli ingegni era appunto padre Robert.
La sua esperienza tra i preti operai l'aveva posto in contatto con
quegli ambienti cristiani, in cui l'adesione al concetto di povertà
si coniugava con un integralismo, chiamiamolo proto-cristiano.
Esso non accettava i secoli di storia europea, per ricollegarsi al
rigore delle prime comunità, che, nelle catacombe, mettevano in
comune tutto, e, per prima cosa, i beni della comunità.
Questi gruppi, che postulavano una specie di comunismo povero
e cristiano, quale era stato il cristianesimo dei primordi, venuti a
contatto con le ideologie più spinte, derivate dal pensiero
marxista, dettero origine ad una miscela esplosiva, che aveva lo
scopo, e forse anche la potenzialità, di far saltare il mondo
capitalista europeo.
Si voleva così contrapporre, sia pur molto confusamente, al
capitalismo ebreo e protestante dell'America del nord un
97
cristianesimo cattolico, finalmente attento ai bisogni terreni
dell'uomo.
Questi, naturalmente, erano in rotta di collisione, in tutto il
mondo dei poveri, con il capitalismo della società dei ricchi.
Infatti gli storici sono concordi nel considerare la matrice di quel
particolare tipo di cristianità, come una delle componenti, anche
se minoritarie, del terrorismo europeo, negli anni settanta.
Ciò è verificabile, in special modo, nel movimento che, in quegli
anni, avvampò l'Italia, con il nome di "Brigate Rosse".
In esso, non era raro trovare elementi, che provenivano proprio
dalle fila di un cattolicesimo particolare, il quale si rifaceva alle
origini del messaggio del Cristo.
Uno dei fiancheggiatori nascosti di quel movimento era appunto
padre Robert.
Del resto la Chiesa cattolica aveva, nel merito, una lunga
tradizione.
I più accondiscendenti la facevano derivare dall'imperativo
cristiano d'aiutare chi si trovasse in gravi difficoltà ed i più
obbiettivi la facevano risalire alla politica di potenza, da sempre
perseguita da Santa Romana Chiesa.
La politica del prete, da sempre, giocava a coprire i vinti del
momento, per essere l'arbitro della situazione e per precostituirsi
benemerenze con i vincitori di domani.
Come non ricordare gli ebrei e gli altri fuoriusciti salvati in
Vaticano, al tempo della seconda guerra mondiale, senza
peraltro prendere, nel contempo, una posizione netta di
condanna, che avrebbe forse fatto perdere la vita al "Vicario" di
Cristo, ma avrebbe altresì testimoniato una scelta di campo
inoppugnabile e ben chiara per tutti?
Come non rammentare i criminali nazisti, avviati, a guerra
finita, su canali ecclesiastici, come è stato sussurrato da più
parti, verso luoghi sicuri in Sud America?
E poi, gli uomini del basso clero di Roma, che si schieravano
con i movimenti rivoluzionari, mentre le gerarchie dello stesso
clero benedicevano i soldati inviati a combatterle.
Salvo, ritrovarsi di nuovo con i rivoluzionari, o almeno
comprendere le loro posizioni, fino a farsi uccidere sull'altare,
come sarebbe accaduto, di li a qualche anno, nel 198O,
all'arcivescovo Romero, primate del San Salvador.
La politica di Santa Madre Chiesa è vecchia di duemila anni e,
in tutto questo tempo, la Chiesa è divenuta l'organizzazione
sociale più accorta ed efficiente che noi conosciamo, cavalcando
sempre con i piedi in due staffe, ma ricercando un unico
obbiettivo: il riconoscimento universale della propria autorità
per l'accrescimento del proprio potere.
La storia ha molti esempi di ciò.
98
Il "Constitutum Constantini" del 753 4, con cui i Papi
pretendevano di far riconoscere la superiorità del potere papale
su quello temporale, oltre che tentare la frode d'appropriarsi di
diritti di proprietà, mai concessi.
La lotta secolare tra Papato ed Impero.
La lunghissima battaglia di retroguardia, per non mollare,
comunque, il potere, quando gli Stati nazionali teorizzarono che
non esisteva, in politica, alcun altro potere, oltre il proprio.
I vari Concordati con cui il Vaticano si è sforzato di far passare,
negli stati cattolici, il principio che la Chiesa di Roma non è solo
un'autorità morale, ma l'anello di congiunzione tra il potere
divino e quello politico.
La battaglia, ora splendida ora abbietta, ma sempre con un unico
scopo, combattuta dal Papato, aveva perpetuato, nei secoli, la
scelta della Chiesa di Roma, d'avvinghiarsi al potere, per meglio
esprimere la propria volontà di potenza.
Ma torniamo alla nostra storia.
Questa rotella di un disegno più ampio, padre Robert, stava
cercando appunto Tommaso, perché aveva bisogno che lui, con
il suo carisma e le sue possibilità di contatti, che Tommaso s'era
creato in così poco tempo, potesse risolvere un problema
spinoso, senza coinvolgere le gerarchie, come è prassi comune
tra i preti.
"Tommaso, devo chiederti un favore.
Un perseguitato per le proprie idee, un uomo di cultura
italiano, accusato d'aver teorizzato la necessità di ribellarsi con
la forza alla violenza del mondo moderno, un filosofo accusato
solo per "delitti" d'opinione, ha bisogno d'aiuto.
Egli deve esser nascosto, perché anche la Francia, il paese che
ha, per primo, riconosciuto il valore della libertà, sente il peso
dei gruppi politici ed economici in guerra con il popolo, mentre
questi vuole scrollarsi di dosso la maledizione, che lo tiene
schiavo.
Tu, che hai una lunga tradizione d'aderenza ai valori della
libertà, potrai tenere quest'uomo nascosto nel tuo gruppo, senza
che nessuno lo sappia, soprattutto tra i nostri superiori".
Il famoso falso storico, redatto a Roma intorno al 753,con cui la Chiesa
pretese di dare validità oggettiva al suo tentativo, d’altronde riuscito fino al
1870, di fornire un qualche fondamento storico al suo potere non solo
religioso, ma anche civile sugli “ Stati della Chiesa “.cfr.C. RENDINA “
Storia dei Papi “ Newton Compton ed. 1993, pag. 62.
Il falso fu dimostrato tale da Lorenzo Valla, già nel 1440, nel trattato “ DE
FALSO CREDITA ET EMENTITA CONSTANTINI DONATIONE
LIBELLUS”
4
99
Padre Robert conosceva i trascorsi di Tommaso, quando JJ era il
professor Fernays della Sorbona, idolo dei suoi studenti ed
ideologo della lotta per la libertà dell'uomo.
Del resto, presentandogli quel fuoriuscito come un martire
dell'idea ed un uomo che non s'era macchiato di delitti di
sangue, per stessa ammissione dell'Autorità inquirente del
proprio Paese, padre Robert riteneva d'aver trovato un alleato
prezioso, perché il gruppo diretto da Tommaso faceva capo solo
a lui e non era sottoposto al controllo d'altri.
Tommaso accettò il nuovo venuto e l'ospitò nel bugigattolo che
aveva a disposizione, come propria base, per le sue incursioni
nel mondo del dolore.
Altri uomini, intellettuali magrebrini e poveri diavoli senegalesi,
donne perse, che venivano dalla provincia francese più profonda
e studenti di sociologia delle università più altisonanti in
Europa, costituivano il mondo variopinto, che frequentava quel
centro.
Esso era già divenuto famoso, come osservatorio delle malattie
della società moderna e come nucleo di studio e di cura per le
stesse.
Su tutti e per tutti vigilava e dava la propria copertura, padre
Tommaso, ben conosciuto dalle Autorità di Marsiglia.
Queste, infatti, si rivolgevano a lui sempre più spesso, quando le
frizioni tra i vari gruppi di disperati cominciavano a divenire
incandescenti.
Una sera, tra quell'umanità composita, Tommaso s'accorse che
era entrata anche la figura, a lui ben stampata nella memoria,
che gli aveva rammentato, in modo impressionante, la sua
Monique.
"Ti ringrazio d'essermi venuta a trovare, come t'avevo proposto.
In che cosa posso esserti utile?"
"Hai soldi?"
fu la risposta impertinente, e forse anche pertinente, che la
giovane gli sparò a bruciapelo.
"Se ne avessi, mi servirebbero per mandare avanti meglio
questa baracca, e poi, tu sai che non sono uno che sa spendere
soldi per le tue prestazioni.
Se vuoi rimanere, resta. Potrai trovare qualcosa che t'interessa
e ti serve. Come ti chiami?"
100
"Puoi chiamarmi come ti pare, basta che non fischi; quando mi
vuoi, sai la tariffa".
Ma osserviamo meglio la scena in cui si stavano muovendo i
nostri amici.
Come diceva un vecchio proverbio, nato forse a Napoli, ma
sicuramente conosciuto anche a Marsiglia:
"Tre sono i potenti: il Papa, il Re e chi non ha niente".
La Suretè locale preferiva non inimicarsi nessuno di quei tre
potenti, se ne poteva fare a meno e se trovava qualcuno che
toglieva, per essa, le castagne dal fuoco.
Quindi quel centro, che raccoglieva i rottami e le scorie del
mondo ricco, mescolandoli ai disperati del mondo povero, che
facevano così anticamera per entrare nel loro paese delle fate,
era tollerato, anzi ben visto dalla polizia.
Essa, in questo modo, aveva qualche grattacapo in meno e
qualche possibilità di controllo in più, anche se padre Tommaso
non si sarebbe mai prestato a praticare quell'ingrato mestiere.
Ma il solo fatto d'avere un luogo in cui si radunavano tanti
soggetti interessanti era un fatto, anch'esso interessante, per le
autorità che vigilavano sull'ordine pubblico.
Però, pur in mezzo ai bisogni reali ed immediati di quei
disperati, forse per un desiderio più o meno inconscio di
frequentare nuovamente le frontiere dello spirito, mettendo in
gioco la sua attitudine al dibattito e la sua famosa compassione
verso ogni individuo in difficoltà, Tommaso si sentiva attratto
dal suo ospite più importante e più nascosto.
La statura intellettuale del professor Angeli, dell'Università
Cattolica di Milano, intrigava non poco l'intelligenza di
Tommaso, che si trovò, quasi inconsciamente, a misurarsi con
lui.
Così, la sera, stanchi, dopo una giornata di duro lavoro, speso a
favore di povere anime, per dirimere le loro misere beghe, per
riaffermare i loro inalienabili diritti, per sottrarre un granello di
giustizia all'ingiustizia che domina il mondo, Tommaso ed il
professor Angeli, che pur conosceva, alla lontana, i trascorsi del
prete, si confrontavano sul piano intellettuale, nella teoria e nella
prassi.
"Caro Tommaso - era l'invariabile conclusione del professore,
uomo di gran mondo, appartenente ad una famiglia della
migliore aristocrazia milanese, ricca da sempre, con una lunga
consuetudine con Parigi, che riconosceva come patria dell'anima
ed in cui aveva anche un lussuoso appartamento, accuratamente
evitato per non farsi individuare - la prassi non può essere
adeguata, se non è valida la teoria.
101
Tu, ad esempio.
Ti agiti, ti muovi come un forsennato, per riparare torti ed
inseguire la giustizia, ma non affronti alla radice il problema.
Solo una rivoluzione totale potrà vincere il potere delle
multinazionali, questo superstato nato agli inizi del nostro
secolo, come aveva ben compreso Lenin.
Esso ormai non ha più alcuna possibilità d'essere sconfitto in
maniera democratica, perché ha occupato tutto: il potere
politico, quello economico, l'informazione, i partiti, tutti quanti,
ed ogni altro potere, anche quello religioso, che ha cooptato nei
suoi ingranaggi economici.
La rivoluzione totale non potrà essere innescata se non da
alcune avanguardie estremamente politicizzate, che facciano
scoppiare le contraddizioni interne a questo potere.
Tali avanguardie, che pure esistono e sono tante, ne
rieducheranno, con azioni esemplari, i servi idioti che, nati dal
popolo, hanno dimenticato le loro origini, e colpiranno il potere
dove esso è maggiormente sensibile, cioè nella produzione e
nell'accumulo della ricchezza.
Avanguardie nascoste tra il popolo e dal popolo, esse dovranno
propagandare quali sono i veri bisogni del popolo e vivere in
mezzo ad esso, come i pesci nell'acqua.
Certo, per fare ciò, dovrà scorrere molto sangue, soprattutto del
popolo, affinché s'inneschi quella reazione a catena, che
distruggerà questo mondo marcio e ci porterà ad una società
senza classi".
Tommaso si sentiva riproporre l'antica maledizione, che aveva
scatenato la hybris nel suo animo, quando si chiamava JJ; ma
non voleva controbattere con gli argomenti della sua ricerca
spirituale, argomenti che non sarebbero stati certo ritenuti
validi, dall'intelligenza che aveva di fronte.
"Quando leggevo i tuoi articoli, che erano ripresi, dalle riviste
italiane, anche sul Figarò, m'ero fatto un'idea che tu fossi un
seguace di Kant, anzi il caposcuola dei neoKantiani in Italia.
Adesso, in pochi anni, l'obbiettivo si è capovolto: l'uomo non è
più il fine di ogni legislazione, anche di quella personale, è
diventato un mezzo?".
"Kant è l'origine, il metodo; Hegel è il colpo d'ala che
percepisce la dialettica dell'intero sistema; Marx è il
compimento logico e la rivoluzione mondiale è la tappa
obbligata, sulla via dell'ottimizzazione del fattore umano nella
storia universale".
102
"Ma come potrai evitare la stessa tragica contraddizione di
fondo che sta minando alle radici il comunismo sovietico?
Rammenta che i Soviet sono stati strutturati sull'equivoco della
costruzione dell'"Uomo nuovo", Stachanov 5.
Questo “uomo nuovo” avrebbe saputo trovare in se, secondo le
direttive del Partito, la forza per superare ogni difficoltà, ogni
ristrettezza, ogni rinuncia materiale.
Spero che tu t'avveda di come questo equivoco stia portando
alla paralisi l'Unione Sovietica.
Infatti sembra che si dica, tra gli operai di quell’infelice Paese:
"Noi facciamo finta di lavorare, mentre lo Stato fa finta di
pagarci".
Questo perché non si può costruire un sistema politico sulle
illusioni, non si può forzare la realtà, cercando di farla
sembrare quello che noi vogliamo che essa sia.
Da questo punto di vista l'uomo non è per nulla cambiato, nel
corso della storia.
Egli è sempre lo stesso animale, per lo più attaccato ai propri
particolari interessi, per quanto bassi e personali essi possano
essere, anche se qualche individualità o un intero gruppo, in
situazioni particolari, può essere capace di comportamenti
sublimi.
Ma, una volta cessata la straordinarietà del fatto, l'animale
uomo scende dal cavallo bianco dell'ideale e cerca un lavoro
poco faticoso o, almeno, gratificante, una compagna che lo
soddisfi e dei figli che ne perpetuino il nome.
Come tu ben sai, questo scenario, che è la rappresentazione
dell'"aurea mediocritas", non solo è la posizione più confacente
all'uomo e più giusta sul piano filosofico, come ci ricorda
Cicerone, ma è anche, su qualsiasi campana statistica, il tratto
su cui s'addensa la gran massa dei consensi.
Come farai ad evitare il rischio della burocratizzazione della
rivoluzione, sempre presente, ed ad indirizzare le masse, per
ottenerne il consenso?
Forse tenendole sempre sulla corda dell'ideale, come non è
riuscito mai a nessuno, oppure costruendo uno stato di polizia
talmente onnipresente, da far invidia ai Khmer rossi 6
cambogiani, di cui, in questi giorni celebriamo i generosi
Aleksej Grigor’evic
STACHANOV, minatore sovietico, stabilì
straordinari records nell’estrazione del carbone, divenendo un esempio del
sistema di incentivazione sovietico, noto con il nome di STACANOVISMO.
6
Khmer rossi, le sanguinarie truppe, al comando di Pol Pot, ultramarxiste e
filocinesi, che, nel tentativo di estirpare i “Controrivoluzionari “ in
Cambogia, provocarono milioni di morti.
5
103
tentativi di distruggere il proprio popolo, per farlo star
meglio?".
"Tu non ricordi che già Marx aveva teorizzato come la
rivoluzione sarebbe dovuta scoppiare, tra le masse più
politicizzate degli Stati all'avanguardia del progresso.
Tali masse avrebbero avuto in se l'autocoscienza per ben
dirigere la loro rivoluzione secondo schemi logici, con il
minimo dispendio d'energie e di sangue.
L'accidente storico, che ha visto la rivoluzione vincere tra le
masse dei paesi meno preparati a tale evento grandioso, si
paga, nella rivoluzione russa con il suo imborghesimento e la
sua burocratizzazione e, nei paesi ancor meno preparati, con il
sangue del popolo.
Questa è la cruda realtà ma questo non impedirà lo scoppio
della rivoluzione mondiale, da uno o più, dei mille fuochi accesi
nei vari paesi; è inevitabile".
Di fronte ad una simile dichiarazione dogmatica Tommaso non
replicò.
La sua forma mentis, che rifuggiva da ogni dogmatismo,
s'alleava alla sua filosofia, che gli impediva di poter considerare
giusta un'azione moralmente riprovevole, perché fonte di
spargimento di sangue e perciò discendente da una teoria
perversa.
Quella che considerava l'Uomo come mezzo e non come fine.
Il dubbio, il suo eterno consigliere, non l'aveva abbandonato
neppure nella scoperta del suo nuovo intendere il perché
dell'esistenza, ma aveva voluto esser placato con il
riconoscimento della necessarietà del percorso logico, che aveva
accompagnato Tommaso nella rivelazione della sua nuova fede.
Quella notte, quel dubbio aveva ripreso a spingere venti di
tempesta nell'animo del prete.
Come accettare un maestro che, forse, materialmente neppure si
sporca le mani per mettere in pratica la sua teoria, ma che,
proprio in virtù del carisma personale sui suoi discepoli, li
spinge su un percorso mentale che, oltre ad essere
concretamente pericoloso per essi, è, in ogni caso, moralmente
condannabile?
Infatti egli li costringe, con il proprio insegnamento, che può
essere più forte di qualsiasi imposizione, a considerare l'uomo
come un mezzo e non più come un fine, cancellando la
104
conquista del più gran filosofo laico dell'Umanità 7, se pure non
si vuol tener conto della dottrina del Cristo.
No, quei maestri, anche se avevano un seguito sempre più
consistente tra la gioventù più accesa e politicamente più vivace,
non potevano vincere, non dovevano vincere, perché la loro
vittoria avrebbe significato una nuova barbarie, più atroce
dell'ultima, il nazismo.
Infatti il sistema che essi volevano attuare, la teoria delle
avanguardie capaci di pensare per tutto il popolo, unita al
possesso e l'uso di tutti i ritrovati tecnici in grado d'orientare e
dirigere i mass media, senza nemmeno darlo a vedere, sarebbe
stato estremamente raffinato e suadente.
Ma ciò avrebbe reso gli uomini degli idioti ubbidienti, e felici
d'esserlo.
Ad una più attenta analisi, si trattava della solita, vecchia
scorciatoia che, ogni tanto, qualcuno proponeva, per vincere le
debolezze della democrazia.
Questo era dunque il grande pericolo.
L'uso indiscriminato della propaganda, come già aveva tentato
di fare Hitler, avrebbe reso superfluo il controllo democratico,
perché le masse sarebbero state orientate con metodi
subliminali8, imponendo loro quello che dovevano pensare.
La mattina successiva, Padre Robert sembrò accettare la tesi che
Tommaso gli andava esponendo, circa l'impossibilità morale, per
lui, di coprire, ed avallare così, la posizione del professor
Angeli.
Sembrò accettarla; ma il gelido sorriso che era stampato sul suo
volto, non prometteva nulla di buono, specialmente se si
considerava che quella era la massima espressione di disappunto
che poteva essere espressa da un prete, gesuita per giunta.
CAPITOLO X
DAGLI AMICI......
Il professor Angeli era stato avvisato discretamente che
Tommaso non poteva più offrire un rifugio sicuro, in quanto la
polizia di Marsiglia aveva deciso di mettere ordine nei quartieri
Immanuel KANT Königsberg 1724-1804.
Stimoli inviati ad un soggetto, senza che questi ne abbia conoscenza,
perché al di sotto della soglia di percezione cosciente.
Tali stimoli, benchè non avvertiti consciamente, possono creare, con tecniche
apposite, sensazioni e bisogni reali.
7
8
105
di quella città, che assomigliavano sempre di più ad un suk 1
tunisino.
La mattina, all'ora della preghiera, le strade si riempivano di
islamici osservanti che stendevano il loro tappetino, per invocare
il rituale
"Hallah Hac bar", Dio è grande.
Questo poteva anche essere tollerato da un europeo, ma era il
seguito del versetto "e Maometto è il suo profeta" che metteva in
agitazione, chi vedeva risvegliarsi il pericolo di una marea
umana, già ben conosciuta dalla civiltà occidentale.
Era stata quella, un'onda che, pur sconfitta quattro secoli prima,
al momento della sua massima potenza, si ripresentava ora, con
la forza della disperazione, ad insidiare il benessere dei paesi
ricchi.
Così era cominciato un controllo, all'inizio discreto, per non
offuscare il nome della Francia, che aveva una lunga tradizione
di apertura verso i profughi, da qualsiasi parte essi provenissero,
e, soprattutto, per non guastare i rapporti con i paesi
mussulmani, che avevano le mani sui rubinetti del petrolio.
Tali paesi possedevano, a metà degli anni settanta, una cosi
abbondante liquidità di danaro, da far scendere goccioline di
saliva e di goduria dalle labbra dei mercanti d'armi; primi tra
tutti l'apparato politico, industriale, militare che, anche in
Francia, aveva in mano quel commercio, come accadeva, del
resto, in ogni Stato ad economia avanzata.
Dovrà pur essere scritto, una volta per tutte, lo scempio fatto nel
Medio Oriente, in Africa ed in Asia, nel tentativo riuscito, da
parte dei paesi ricchi, di neutralizzare lo shock petrolifero.
Infatti, dopo l'ennesima guerra arabo israeliana, era stato messo
in atto dai paesi arabi, un contingentamento nell'estrazione del
petrolio, per mantenerne sempre più alto il prezzo.
I paesi arabi avevano preso quella decisione, nella speranza di
piegare, in tal maniera, l'aiuto che l'Occidente forniva alla
determinazione ad esistere, che mostrava Israele, visto che essi
non erano stati capaci di riuscirvi con la forza.
La contromossa, posta in atto dall'Occidente nei confronti dei
paesi produttori di petrolio, radunati nell'OPEC2, era semplice
nelle intenzioni e crudele nel risultato.
Il mondo progredito tendeva a pagare sempre meno o,
addirittura, a sostituire con prodotti sintetici, le materie prime
che provenivano dai paesi meno ricchi, facendo terra bruciata
attorno a quei territori in cui, invece, più abbondante era il
petrolio.
tipico mercato nordafricano.
Organization of the Petroleum Exporting Countries - Organizzazione dei
Paesi esportatori di petrolio, costituitasi nel 1960 con sede a Vienna.
1
2
106
Ai paesi produttori di petrolio veniva poi offerta, in quantità
enormi ed a prezzi salati, una vasta panoplia d'armi e di oggetti
altrettanto inutili per un vero sviluppo di quelle terre, evitando
accuratamente però di fornire l'unica arma risolutrice, l'atomica.
In questo modo, il petrolio, che avrebbe potuto significare il
riscatto di interi continenti, divenne un motivo di spese folli ed
inutili,
senza alcuna possibilità d'instaurare un vero
cambiamento, nelle infelici regioni in cui sgorgava.
Quelle terre, invece, sarebbero state in grado, proprio per mezzo
del petrolio, di raggiungere le nazioni più progredite ed essere il
motore trainante per tutte le zone sottosviluppate del mondo.
Ma, poi, attraverso il giochetto prima ricordato, l'arma del
petrolio non fece più paura, perché s'era riuscito a render vano il
cartello dell'OPEC; cioè si era finalmente fatto saltare il
contingentamento del petrolio stesso, che stabiliva quote fisse
per la sua estrazione in ogni paese produttore.
Per pagare le cose inutili o quasi, che l'Occidente dava in
cambio, s'erano rese disponibili le enormi somme di danaro che
il petrolio forniva, fino a che esse, per quanto enormi, non
bastarono più.
Infatti il petrolio, estratto in quantità sempre più massicce, crollò
nel prezzo, e così anche i paesi produttori di petrolio si
trovarono indebitati, in maniera devastante per la loro economia.
Il sogno da mille ed una notte di quei paesi si rivelò per quello
che, in effetti, era: un incubo, che aveva lasciato quelle
popolazioni più povere e più disperate di prima.
In tal modo, sul finire degli anni settanta, la normale pressione
dei disperati dei paesi sottosviluppati, interessati a cercare
d'andare nell'Europa ricca per praticare quei lavori, che gli
abitanti d'Europa non volevano più fare, si sarebbe trasformata
in una vera e propria invasione.
Questa diventerà, nel decennio successivo,
un'autentica
alluvione, che avrebbe scatenato le ansie xenofobe, presenti in
ogni popolazione, quando essa sente minacciato il proprio tenore
di vita dall'arrivo dello straniero, del diverso, epperciò, del
nemico.
I prodromi di questa situazione s'incominciavano ad osservare
negli anni del nostro racconto.
Quindi era plausibile la scusa trovata per allontanare il professor
Angeli: la polizia di Marsiglia voleva veder chiaro nel numero e
nella qualità di tutti quegli ospiti, che iniziavano ad essere troppi
e, perciò, indesiderati.
Non ci riuscirà mai, ma, con questa nuova direttiva, si dette
l'avvio ad un controllo sul territorio, che fece fuggire il
professor Angeli dal suo nascondiglio.
107
Era infatti accaduto che, tra le prostitute che lavoravano al porto,
stesse serpeggiando la paura.
Già la terza di loro era stata sgozzata, dopo torture terribili,
tipiche della cultura magrebina verso le prostitute, se pure si può
usare il termine "cultura" per indicare riti così barbari e feroci.
Già alcuni dicevano d'aver visto dei “negri” trafficare con donne
bianche.
Quest'affermazione, da sola, mostrava quali guai stesse
producendo il razzismo, che s'accompagna sempre a situazioni
del genere.
Le donne in questione erano prostitute.
Esse andavano abitualmente con tutti, bianchi, neri, gialli o
rossi; bastava che pagassero, e quindi il fatto non doveva
suscitare meraviglia.
Poi dare del "colorato" ai nordafricani, prima d'essere un insulto,
per loro gravissimo, era una castroneria scientifica.
Ma questo bastava a far cadere sull'intera città un'atmosfera
pesante, mentre la polizia faceva il proprio mestiere: retate,
interrogatori, soffiate, pestaggi più o meno regolamentari.
Insomma era messo in opera quello che, in linguaggio
burocratico, si chiama tenere sotto pressione un ambiente, per
far uscire il colpevole o, almeno, qualche indicazione giusta.
In una di queste "operazioni" era saltato fuori il nome di Yussuf
Salah, un berbero oppositore del regime algerino, studente di
medicina veterinaria, che si manteneva agli studi lavorando al
porto.
La voce popolare lo diceva famoso tra le donne, anche le
francesi, ma soprattutto insaziabile sessualmente.
I suoi studi poi di veterinaria rendevano plausibili le complicate,
orride ferite, che venivano riscontrate sui corpi delle povere
vittime dell'assassino che stava terrorizzando Marsiglia.
La sua origine berbera ne faceva, per forza, un conoscitore, se
non un praticante, di quelle amputazioni rituali; esse attraevano
tanto e, allo stesso tempo, inorridivano i lettori dei giornali
locali della sera, che s'erano buttati a corpo morto sullo scoop.
Inoltre Yussuf era uno dei molti frequentatori del circolo di
Tommaso, anzi era un buon amico del prete, che testimoniò in
suo favore, asserendo che il magrebino era con lui la sera in cui
avvenne l'ultimo delitto.
La polizia interrogò tutti coloro che frequentavano il circolo;
anche padre Robert, che, a causa della presenza del professor
Angeli, era venuto a bazzicare, con una qualche frequenza, tra
quei disperati.
Padre Robert trovò il modo di sdebitarsi con Tommaso:
108
" Si, quella sera ero presente al centro gestito da padre
Tommaso, ma sono sicuro di non aver visto Yussuf, che pure
conosco.
Forse Padre Tommaso si è confuso o forse egli è convinto
dell'assoluta estraneità del suo amico magrebino e sa che non
può aver commesso il fatto, come anch'io credo.
Le vie del Signore sono infinite".
Quest'uscita, nel più puro stile gesuita, mise ovviamente la
polizia in allarme e quando risultò evidente che Yussuf non si
trovava, apparve chiaro che qualcuno lo stava proteggendo.
I luoghi del Potere hanno tutti una caratteristica: sono vasi
comunicanti, perché il potere si manifesta in molte forme,
prende diversi aspetti, si camuffa in differenti posizioni ma, se si
riesce ad arrivare alla fine, alla radice, alla fonte stessa del
Potere, ci si accorge che esso è, essenzialmente, uno.
Così noi abbiamo il deputato all'Assemblea Nazionale, il
prefetto, il sindaco, l'arcivescovo, il giudice, l'industriale che
tiene in mano il potere economico della città, il capo della
Polizia e, via via, tutte le qualifiche, che gestiscono porzioni
sempre più esigue di potere.
Ma tutti questi detentori del Potere si praticano, si conoscono,
s'imparentano tra di loro, formando appunto quella classe che,
sola, detiene il potere e che, gestendo il potere, sente, parla,
agisce, decide in maniera autonoma, dimostrando, in modo
evidente, che il Potere è uno.
Così, il Potere, che per mille rivoli sconosciuti viene a sapere
tutto quello che c'è da sapere, proprio per perpetuare il suo
potere, emette anche sentenze più dure, e molto anteriori a
quelle, che saranno poi pronunciate nelle aule dei tribunali.
Una delle peggiori sentenze comminate dal Potere è
l'ostracismo, cioè l'allontanamento dalla vita sociale, perché la
voce comune, che di solito è la voce del Potere, ha già emesso il
proprio verdetto di condanna.
Quello è un verdetto inappellabile, perché non esiste un
tribunale di grado superiore, che giudichi quello che ha
giudicato il Potere
.
Anche in questo caso la sentenza era stata emessa, prima che la
causa venisse discussa nei tribunali: padre Tommaso era stato
giudicato colpevole di aver dato aiuto ad un assassino, per
giunta straniero, per sovrammercato africano.
Ce n'era in abbondanza per scatenare una bella caccia all'uomo,
per dare una vittima in pasto ai mostri, che la mente fa tracimare
dal buio delle proprie ossessioni, quando la ragione dorme.
109
E, a proposito di mostri, non c'è peggior mostro del razzismo
che non è una prerogativa di un popolo, anche se i Tedeschi,
come popolo, ne avevano fornito una convincente
interpretazione, nel recente passato.
Esso è, invece, una debolezza dell'animo umano, di ogni società,
che esplode quando ci si trova di fronte al diverso, allo straniero,
all'esotico, il quale viene sempre percepito come un pericolo da
distruggere.
Così quando il povero Yussuf fu trovato dentro un vecchio
battello in disarmo, nella parte più abbandonata del porto, con
un coltello piantato nella schiena, evirato, la città sembrò
sollevata.
Il pericolo era stato neutralizzato e, cosa molto importante per
placare il senso di paura, giustizia era stata fatta.
Ma il sentimento di vittoria che una simile, gloriosa impresa
aveva instillato, in buona parte dei "benpensanti", durò poco.
Di lì a tre mesi un'altra vittima di quell'assassino, che,
evidentemente non poteva esser più considerata come opera
dell'africano, massacrato per questo, fu trovata in una via
dell'angiporto.
Essa era tutta insanguinata; le ferite si sovrapponevano,
mettendo a nudo la povera e disgustosa materia di cui ciascuno
di noi è fatto.
Si potevano riconoscere, nella carne, i virtuosismi del coltello
con cui l'assassino aveva tentato di placare i propri personali
demoni.
Ma era ancora viva.
L'autore di una simile opera era stato disturbato nel momento
finale della sua esecuzione e non l'aveva potuta completare.
Quel povero fagotto di dolore ebbe la forza di chiedere di poter
parlare con padre Tommaso, dopo che fu ricoverata al pronto
soccorso dell'ospedale.
Il prete, subito accorso, riconobbe a malapena, in quell'essere
stravolto dalla violenza, quella ragazza che gli aveva ricordato la
sua antica tragedia, il doppio di Monique.
"Ciao bello, hai visto come ci si riduce, a non seguire i consigli
di un prete buono, come te?
Peccato, però, che così mi ha ridotta un prete cattivo, quel tuo
amico, che ho incontrato qualche volta, nel tuo covo.
Mi ha fermato ieri sera, mentre stavo per entrare proprio lì e mi
ha detto che mi voleva parlare.
Quando ha saputo del prezzo, come faccio sempre, non ha
battuto ciglio, anzi è stato molto esplicito.
Voleva venire con me ma non poteva portarmi in nessun posto,
perché era conosciuto.
110
Io sono stata molte volte con dei preti e conosco le loro manie.
Gli ho detto che si poteva fare in macchina e così abbiamo fatto.
Il risultato lo vedi ".
Un ultimo sussulto pose fine a quelle parole smozzicate che, con
la spavalderia e la rabbia di sempre, quel povero essere aveva
voluto lanciare alla gente, quella gente che non aveva fatto nulla
per fermarla, mentre lei distruggeva la propria vita.
Ma Tommaso seppe leggere oltre il fatto; quell'essere umano,
cosi provato, aveva avuto l'ultimo pensiero per lui, ed egli
rappresentava un qualcosa di ben definito.
"Io sono la verità e la vita; chi crede in me vivrà in eterno".
Questo bastava, per la sensibilità di quell'uomo giusto, che la
sua religione aveva posto accanto alla giovane donna morente:
" Ego remitto peccatis tuis...".
Nuovamente una stretta di mano di un corpo martoriato,
nuovamente un dolore acutissimo, quasi insopportabile,
mentr’egli accompagnava un'esistenza verso il mistero,
nuovamente quel senso di desolazione, nel sentirsi solo.
Uscendo da lì, Tommaso incontrò il commissario che aveva
seguito il caso fin dall'inizio.
Egli lo conosceva; l’aveva lungamente interrogato, per
l'episodio conclusosi con la morte di Yussuf Salah.
Il poliziotto voleva sapere se quell'infelice gli avesse confidato
un qualche indizio, utile per le indagini.
Ma padre Tommaso non poteva parlare; per lui, quella era stata
una confessione regolamentare.
Il commissario, che qualcosa doveva aver subodorato, per
mestiere o forse per qualche altra labile traccia, che suggeriva
una pista nota solo a lui, ebbe un'uscita che si doveva rivelare
vincente.
"Va bene, Padre.
Però Lei dovrà dire che quella ragazza si è confessata, ma che
non è morta, anzi che non è in pericolo di vita.
La Polizia aspetta che esca da sotto i ferri per poterla
interrogare.
È possibile?"
Tommaso guardò lungamente negli occhi quell'uomo, abituato a
pescare nel fango della natura umana e che anzi, di quella triste
111
necessità aveva fatto il proprio mestiere, essenziale, per porre un
ostacolo a tutto quanto vi è di sbagliato, nel comportamento
degli uomini, poi annuì.
Nell'uscire, il prete si rivolse al poliziotto:
"Non so nemmeno come si chiamasse; l'avevo vista quattro o
cinque volte ma non ero riuscito a stabilire un contatto, che
potesse essere per lei d'aiuto".
Il commissario provvide a quella curiosità:
" Si chiamava Monique Duval, aveva ventidue anni, era la figlia
di un ricco medico di Tolosa.
La moglie separata di questi è, a quanto pare, l'amante ufficiale
di un ex sottosegretario alla Difesa nazionale".
La realtà, a volte, sa essere macabramente umoristica e fornisce
reminiscenze ed assonanze che lasciano l'uomo di sale.
La mattina successiva Padre Robert Youet fu trovato morto,
impiccato nel suo bagno.
Le Autorità non dettero nessun commento all'accaduto né
collegarono i due fatti, ma la voce popolare ricamò lungamente
sull'avvenimento in cui, correttamente, erano stati riuniti i due
episodi.
Padre Tommaso, che, a torto o a ragione, veniva collegato a
quanto era successo, non poteva rimanere più a Marsiglia; lo
imponevano le rigide regole dell'ordine di Sant'Ignazio.
Tommaso, con dolore, ubbidì.
CAPITOLO XI
GLI ANNI DEL LEONE
Dicono in Germania che, nella vita di un uomo, gli anni che
vanno dai trenta ai cinquanta, siano gli anni del leone, il periodo
in cui l'individuo mette in gioco tutte le sue capacità, le sue
possibilità, la sua fortuna.
Anche Tommaso, pur nella sua specialissima umanità, che ne
faceva un caso singolare tra gli uomini del suo tempo, stava
vivendo gli anni del leone.
112
La maturità gli stava acquietando non l'energia, che anzi
risultava più matura e piena, ma la reazione immediata, quasi
esplosiva, che tale energia metteva in moto, quando era
innescata da un'azione, da lui ritenuta nefasta, perché poneva
l'Uomo, come mezzo e non come fine.
Insomma, quando l'azione degli uomini o delle circostanze si
scontrava con il suo grande senso di giustizia, ciò faceva subito
scattare, al meglio, quella compassione universale, che era stato
l'elemento caratteristico dell'animo di Tommaso, sin da quando
si chiamava JJ.
Poi, Padre Tommaso aveva ottemperato, senza recriminazioni,
all'ordine d'allontanarsi, senza neppure accennare alla sua
buonafede ed al suo integro buon nome, lasciando così che la
sua ritirata mettesse la sordina ad un episodio, comunque
doloroso per tutto l'Ordine.
Le menti raffinate, che presiedono alla Compagnia di Gesù,
avevano valutato il suo comportamento, nell'episodio occorsogli
a Marsiglia.
Esse avevano vagliato i fatti, avevano pesato tutte le
implicazioni relative, si erano compiaciute dell'ubbidienza del
giovane prete battagliero, ed avevano deciso.
Padre Tommaso doveva raggiungere al più presto l'Università
cattolica di Lovanio, in Belgio.
Lì, egli avrebbe occupato uno dei pochi posti riservati ai gesuiti
francesi, in quel tempio del sapere cattolico, in cui si cercava di
superare le incongruenze del liberalismo e del socialismo,
elaborando le idee guida del pensiero politico-sociale del
cattolicesimo moderno.
Prono dinanzi al proprio Superiore, come è costume dei Gesuiti,
Tommaso faceva testimonianza di umiltà personale e di
ubbidienza all'Ordine; il che, in una natura così intrisa d'orgoglio
intellettuale, come la sua, non era sacrificio dappoco.
Tra le professioni umane, solo quelle che sconfinano nel
sacrificio ed abbisognano di una carica passionale, che le faccia
prefigurare come una missione, hanno di queste brusche svolte.
Esse tagliano completamente la vita di un uomo, recidendone gli
usi, le abitudini, le amicizie, talvolta gli affetti.
Le professioni, che usano questo trattamento in maniera più
netta, sono appunto quella del prete e del soldato e Tommaso, da
buon gesuita, si sentiva prete e soldato di Cristo.
Per questa ragione, qualche giorno dopo, egli si ritrovava ad
ammirare la bella torre campanaria, che svettava solitaria, su
quel centro intellettuale famoso.
Lovanio, fin dalla fine del quattrocento, racchiudeva tanta
sapienza e tanto grandi sforzi, per cercare di raggiungere un
113
continuo rinnovamento dottrinario negli studi teologici, così da
rappresentare, da cinque secoli, uno dei punti focali del pensiero
cattolico.
Tommaso guardava in silenzio e pensava.
Come era sua consuetudine,
aveva saccheggiato ogni
enciclopedia specialistica, s'era immerso in svariati libri, aveva
consultato polverose pandette.
Egli voleva impadronirsi di tutto quello che serviva sapere su
quella fucina d'idee, dove il volere dei suoi capi l'aveva
mandato, a fortificare la propria dottrina.
Egli doveva apprendere, fin nei minimi particolari, le idee con
cui la Chiesa intendeva rendere più forte il proprio magistero e
più sicuro il percorso, teso alla ricerca del consenso di tutti gli
uomini di buona volontà.
Per prima cosa egli aveva ripercorso sui libri e riassunto nella
propria mente, tutto il cammino, compiuto tra la fine del
sedicesimo e l'inizio del diciassettesimo secolo, quando tra
quelle mura solenni insegnavano e studiavano Leys 1 e
Giansenio 2.
Quei maestri avevano centrato il cuore del problema che
travaglia ogni teologo, allorché si accinge a studiare, con le
deboli forze dell'intelletto umano, i grandi interrogativi, che
pone il rapporto tra la Grazia ed il libero arbitrio.
In altre parole, come sia concettualmente difficile conciliare la
libertà e l'autonomia dell'uomo con la necessarietà della Grazia;
in definitiva, dell'opera di Dio nel mondo.
Come noi ormai sappiamo, quello era stato anche il problema, il
nodo centrale, del percorso di Tommaso verso la religione del
Cristo.
Abbiamo anche visto come Tommaso avesse risolto questo
problema, postulando la necessità d'accettare la Grazia, poiché
solo questa procedura rende evidente la Provvidenza, ove non si
voglia cadere nel più cupo ed assoluto scetticismo, senza
possibilità di riscatto, e neppure di movimento, per l'avventura
umana.
Proprio tra quelle antiche mura s'era combattuta un'aspra guerra
tra le posizioni rigide di Giansenio e della scuola di Port Royal 3
e l'atteggiamento più morbidamente possibilista della
Compagnia di Gesù.
Leendert LEYS, 1554-1623, uno dei maggiori teologi del XVII secolo.
Cornelis JANSEN detto latinamente GIANSENIO ,1585-1638,avversario
di LEYS e dei gesuiti, fondatore del GIANSENISMO, dottrina che affonda la
propria tematica nel rapporto tra Grazia e Libero Arbitrio dell’uomo.
3
Dal monastero di Port Royal, in Francia, vennero i piu’ fermi sostenitori
delle teorie di Giansenio.
1
2
114
Questa, infatti, rifiutava, quasi per impossibiità genetica,
morbidamente ma inflessibilmente, ogni tesi che odorasse,
anche alla lontana, di riforma protestante 4.
Considerato sotto un differente punto di vista, tornava l'antico
dilemma tra la scienza dell'uomo, tutta racchiusa nel rigido
determinismo scientifico delle leggi della natura, come si
pongono all’esperienza ed all'analisi umana, ed un confuso
sentire, anch'esso presente nel profondo personale d'ogni
creatura pensante.
Quel sentire non può essere soddisfatto solo dal come, svelato
dalle leggi, ma cerca disperatamente il perché; cosa questa fuori
dall'esperienza umana.
Per questo, Lovanio, ormai roccaforte della Compagnia, aveva
condannato Cartesio 5 nel 1662 ed era divenuta il bastione
cattolico verso le terre della Riforma.
I giansenisti, scacciati da Lovanio, si rifugiarono ad Utrecht,
dando origine ad uno scisma, consumato nel 1724, da cui
nacque la Chiesa scismatica giansenista di Utrecht.
Essa non riconosce il primato del Papa, né i dogmi
dell'Immacolata Concezione, dell'Assunzione e dell'infallibilità
pontificia, assumendo così il ruolo di ponte verso le tesi
riformistiche più nette, proprie del nord Europa.
In questo modo, le due Università, dalle opposte sponde, non
potendo naturalmente proporre l'ultima parola sul punto capitale
del destino dell'Uomo, hanno continuato, da allora, ad esplorare
tutti i meandri della teologia, questa pallida dottrina umana, che
sa, a priori, di non poter mai nemmeno avvicinare l'oggetto
della propria ricerca.
Dio, infatti, per definizione, non può mai neppure esser posto
come oggetto e l'Uomo dovrebbe accostarsi a Lui come
facevano i patriarchi biblici, col capo coperto, in segno d'umiltà,
riconoscendolo dalle sue manifestazioni, il fuoco del roveto o il
vestito dei gigli, senza azzardarsi a disquisire della sua essenza.
D'altronde, chi segue più i ghirigori dei teologi, quando i loro
percorsi mentali, spesso ricercati come pretesti di ben più
terrene dispute, sono lasciati lungo i sentieri abbandonati della
Storia?
Chi ricorda più, ad esempio gli adozionisti, che postulavano
Cristo come un uomo "adottato“ da Dio per compiere il suo
straordinario cammino; gli iconoclasti, che reputavano non
potersi riportare in immagine l'immensità del principio divino
Il rapporto tra Grazia e predestinazione è uno dei punti cruciali nello
scontro tra Cattolicesimo e riforma protestante.
5
Rene’ DESCARTES, latinamente CARTESIO, 1596-1650, grande filosofo
francese; affermò, tra l’altro, che la ragione è in grado di pervenire alla verità
senza il bisogno di ricorrere a cause soprannaturali.
4
115
senza ricadere nell'idolatria, o gli utraquisti, che chiedevano la
comunione sotto entrambe (utraque) le specie del pane e del
vino?
Se poi andiamo a ritroso, arrivando all'inizio di tutta la storia
della teologia cristiana, c'imbattiamo in un episodio che fa
sorridere la nostra moderna sensibilità.
Così ci racconta lo stesso Pietro, l'Apostolo, il Capo della
Chiesa, il primo dei Papi, come è riportato nelle "Costituzioni
Apostoliche" del IV secolo, quando egli si scontrò con Simon
Mago che, appunto, per mezzo di magia, era riuscito a volare.
Per questo:
"con le seduzioni della sua arte magica, cominciò la lotta
contro la Chiesa, facendo perdere la fede a molti fratelli".
Al che Pietro, dopo un'ardente preghiera, esclamò:
"Se io sono veramente l'uomo di Dio, il vero apostolo di Gesù, il
dottore della sincera pietà e non un impostore come te,
miserabile Simone, ordino alle potenze del Male, che sono
complici della tua perversità, che ti sostengono in questo volo,
d'abbandonarti subito.
Cadi da quelle altezze e vieni a sentire le risate della folla
sedotta dai tuoi prestigi".
Dopo queste parole Simon mago cadde, fratturandosi la gamba e
slogandosi le dita dei piedi, e la folla diceva:
"Il solo vero Dio è quello annunciato da Pietro" 6.
Certo, le eresie, che pur costellano la storia della Chiesa,
s'adeguano al comune sentire del secolo che le origina.
Dalle eresie cristologiche dei primi tempi del Cristianesimo
(lo Gnosticismo7, il Montanismo8, l'Arianesimo9, il
Nestorianesimo10, il Monofisismo 11 e le infinite altre che da
queste derivarono) si passò alle eresie che contemplavano i
rapporti tra il Bene ed il Male
(i Manichei, i Catari, gli
Albigesi e quante altre, da queste, presero le mosse).
Ma già Pelagio, nel V secolo, aveva posto in discussione il
problema della libertà umana ed Abelardo, nel XII secolo, aveva
riportato da C.RENDINA op.cit. pag 16
Sistema di filosofia religiosa, che pretende di essere depositario della
“Verità“.
Lo gnosticismo cristiano ebbe, come principale autore, Origene.
8
Eresia cristiana del II secolo, ad opera di Montano,che preannunciava la
fine
del mondo e la “ Parusia “, l’apparizione definitiva del Cristo.
9
L’eresia di Ario nega la divinità del Verbo.
10
Nestorio, patriarca di Costantinopoli nel 428, non accettava la
dizione:
“Maria, madre di Dio “.
L’eresia nestoriana divenne la dottrina ufficiale della chiesa persiana.
11
Eresia che sosteneva l’esistenza di una sola natura nel Cristo.
6
7
116
riproposto la questione del libero arbitrio, infondendo così
nuovo vigore alla disputa filosofica .
Essa poteva essere superata solo con il Dogma, cioè con
l'imposizione di una verità data per indimostrabile, eppure
centrale, se si voleva rimanere nel solco del magistero della
Chiesa.
Inoltre, dagli inizi di questo millennio, l'eresia tese ad investire
prevalentemente l'ecclesiologia: si moltiplicarono i tentativi di
ricondurre la Chiesa alla "Purezza evangelica".
Wyclif 12 , Hus 13 , Girolamo da Praga 14 , furono i precursori di
Lutero 15 , Calvino 16 e Zwingli 17 .
Essi rappresentarono la radice, da cui sorse la grande
separazione del XVI secolo, quella che la Chiesa di Roma
continua a ritenere l'eresia Luterana, il Protestantesimo.
Ora infine, l'eresia colpisce eminentemente il pensiero sociale
dell'Uomo: le ultime posizioni dichiarate eretiche sono state
appunto il Giansenismo, che, con il suo rigore morale,
rammentava troppo la posizione protestante ed il Modernismo,
condannato l'8 dicembre 1864, con l'enciclica "Quanta cura".
Evidentemente molta acqua è passata sotto i ponti del Tevere da
quando, nel 1864, erano apparsi sia l'enciclica "Quanta cura" sia
l'elenco degli errori della nostra età o, come aulicamente recita il
testo latino, il "Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis
errores", rimasto nella storia della Chiesa con il nome di Sillabo.
In quell'elenco, Santa Romana Chiesa enumerava, divise in dieci
paragrafi, le ottanta proposizioni con cui venivano condannate
tutte le dottrine del mondo moderno: panteismo, naturalismo,
razionalismo,
assoluto
e
moderato,
indifferentismo,
latitudinarismo.
Era poi la volta della condanna per il socialismo, il comunismo,
le società segrete e le società bibliche, che osavano accostarsi ai
sacri testi senza passare per il magistero della Chiesa, ponendo
in essere una delle più pericolose posizioni verso la necessarietà
del sacerdozio cattolico.
John WYCLIF-1320/1384- teologo inglese, concepì una chiesa staccata
Papato.
13
Jan HUS -1369/1415- Riformatore religioso Boemo, si scagliò contro le
malefatte del clero.
14
GIROLAMO da Praga -1380/1416- Discepolo di Hus.
15
Martin LUTERO-1483/1546- Teologo e riformatore tedesco, dette inizio
alla riforma protestante.
16
Giovanni CALVINO -1509/1564-Riformatore religioso di origine
francese, fondò il Calvinismo che informò di se, attraverso le comunità
puritane, il nascente capitalismo protestante.
17
Huldreich ZWINGLI -1484/1531- Riformatore religioso svizzero, rifiutò il
magistero dogmatico di Roma e fondò un filone del protestantesimo.
12
dal
117
Procedendo nel Sillabo, si stigmatizzavano le dottrine che
tendevano a limitare la posizione ed i privilegi della Chiesa.
Non si riconosceva la società civile come fonte autonoma di
diritto, facendo discendere,
come ai tempi del Papato
medioevale, ogni autorità dalla divina Potestà.
Quindi la Chiesa era riproposta come necessario snodo e cardine
d'ogni autorità terrena.
Infine si lanciavano anatemi contro il riconoscimento del
matrimonio civile, ritenuto dalla chiesa semplice concubinato;
contro coloro che invocavano la fine del potere temporale dei
Papi, contro il liberalismo, contro la sovranità popolare, contro
la separazione tra Stato e Chiesa, contro l'eguaglianza d'ogni
religione di fronte alla legge.
Come si vede, semplicemente scorrendo il titolo delle
proposizioni, la Chiesa, proprio quando aveva perso ormai da
qualche secolo il primato sui Re e sui Principi della Cristianità,
come le era riuscito fino a prima che si formassero le moderne
nazioni europee, e poco tempo prima che perdesse l'ultima
vestigia del potere temporale, lanciava un anatema contro tutto
quello che era moderno.
Essa, nel tentativo di rimettere indietro le lancette, anzi
addirittura di distruggere l'orologio del tempo, proclamava
orgogliosamente la sua natura d'istituzione fuori del tempo e, per
questo, eterna.
L'opera fu completata qualche anno più tardi, l'otto dicembre
1869, quando venne aperto il Concilio Vaticano I.
La grande assise della Chiesa Cattolica veniva convocata di
nuovo, dopo più di tre secoli dall'ultimo Concilio, quello di
Trento.
Per capire a fondo il concilio Vaticano I, occorre riandare un
attimo al Concilio precedente, quello tridentino, appunto.
A quel tempo, la volontà riformatrice delle Chiese dell'Europa
del nord aveva criticato giustamente le posizioni, del tutto
contrarie allo spirito evangelico, che il Cattolicesimo aveva
assunto, dal Rinascimento in poi.
Quel Concilio aveva visto l'inflessibile posizione della Chiesa di
Roma di sottrarsi non alla volontà riformatrice, ma alle
conseguenze che tale fatto avrebbe fatalmente provocato, in
primis negando ogni validità al magistero ecclesiale, in quanto
la posizione protestante postulava il colloquio diretto tra uomo e
Dio.
Trento fu un grande concilio.
Pose le basi della Controriforma, che ridette vigore e validità
alla Chiesa di Roma, bloccando la riforma protestante.
118
Definì, in maniera esatta, il ruolo della Chiesa e la validità del
Sacramentum sacerdotale.
Stabilì l'enunciato della professione di fede, creando il "Simbolo
tridentino", che determinava più chiaramente la proposizione di
fede, necessaria per esser considerato appartenente alla Chiesa
cattolica.
Rafforzò e riorganizzò l'uso del Latino nelle preghiere dei fedeli,
fornendo un'esatta ridefinizione dello svolgimento della Santa
Messa.
Anche se le masse, che recitavano tali preghiere in latino, di
solito non capivano quello che stavano dicendo, esse, pure,
venivano coinvolte nell'aura sacrale suscitata dall'antico
linguaggio, che era stato imposto, come lingua eterna di Roma,
nelle Nazioni moderne, dove ormai non lo parlavano più.
Trento vide però una grande, sgradita, novità.
Per la prima volta, la Cristianità europea, o almeno quella delle
Nazioni più progredite d'Europa, se si vuol considerare la Chiesa
ortodossa come Chiesa europea, quella Cristianità europea che si
faceva vanto di aver resistito e vinto dinanzi al turco
maomettano e che si riteneva il centro del mondo civile, aveva
definitivamente sanzionato la propria spaccatura.
Come sempre accade, pur prendendo le mosse da situazioni di
fatto che si sarebbero potute sanare sul piano della logica, le due
parti si lasciarono trascinare dalle loro conformazioni
caratteriali, queste sì veramente distanti, portando così il motivo
del contendere sul piano teologico; fatto questo che rendeva il
dissidio formalmente irreversibile.
I contendenti si cristallizzarono così nella Riforma protestante e
nel Cattolicesimo Romano ed il Papa, il vescovo di Roma, non
fu considerato più il Capo di tutti i Cristiani.
Anzi una buona parte dei Cristiani europei, quelli, tra l'altro, che
avrebbero compiuto il cammino più lungo sulla strada del
progresso civile, prese a considerare il Papato, come l'esempio
dei vizi, in cui era caduta la Chiesa di Cristo.
Questa era la situazione in cui si trovava la Chiesa di Roma, a
metà del diciannovesimo secolo: un'impasse, che stava
progressivamente tagliando fuori il Vaticano, come soggetto
della grande politica.
Già, infatti, era stato perso l'antico potere, che discendeva dal
sentirsi il tramite tra il potere divino ed il potere regale.
Inoltre il Cattolicesimo era scosso dalle aperte invettive di quella
parte della Cristianità, che si riconosceva nella Riforma,
affermatasi negli Stati che, oltretutto, s'avviavano ad essere i
centri propulsori del progresso umano.
119
Il Papato era messo in dubbio persino nel suo stesso potere
temporale, che, se era stato ricercato fraudolentemente con la
"Donazione" di Costantino, ormai sfidava il tempo da più di
millecinquecento anni.
Santa Romana Ecclesia viveva anni veramente difficili.
Ma Pio IX, che pure aveva iniziato come Papa aperto alle
istanze liberali, non sentì ragioni.
Abituato a considerare Roma il centro della Cristianità e la
Cristianità il centro del mondo, stimando dunque regno della
barbarie tutto quello che non era Roma, sognando quindi di
ripetere il miracolo di Trento, che aveva saputo ricompattare il
Cristianesimo anche a prezzo dell'ecumenismo, Pio IX volle
compiere un atto di forza.
Quell'atto di forza, come accade quasi sempre, celava però
l'estrema debolezza della posizione papale e, per un soffio, non
travolse del tutto la politica Vaticana.
Infatti, agli inizi del Concilio, si arrivò a proporre la
trasformazione in Dogma delle ottanta proposizioni del Sillabo.
Se ciò fosse stato sanzionato, la Chiesa di Roma si sarebbe
messa fuori del mondo moderno, in quanto essa avrebbe
scagliato il suo anatema contro tutte le posizioni politiche
attuali.
In questa maniera si sarebbe altresì impedita una qualsiasi
collaborazione esterna con quelle forze, collaborazione che
invece sussiste, nonostante il Sillabo, proprio perché esse, pur
considerate non appartenenti all'esperienza cattolica, non sono
state colpite dal divieto conciliare.
Ma il Concilio affrontò anche due nodi cruciali per la
sopravvivenza del Papato come istituzione: il rapporto tra
Chiesa e Stato ed il rapporto tra Papa e Concilio.
Due nodi che già erano stati discussi e particolarmente
aggrovigliati, nei Concilii precedenti e negli atti intercorsi tra il
potere politico e quello ecclesiastico, nel corso dei secoli.
Nel rapporto tra Chiesa e Stato, Pio IX cercava una rivincita su
tutte le tendenze centrifughe che, postulando Chiese nazionali,
ne avrebbero sottratto al Papato il controllo diretto.
Quelle Chiese, fatalmente, potevano così cadere sotto la
giurisdizione del potere politico delle varie Nazioni in cui esse si
trovavano.
Le Nazioni, a loro volta, come si erano venute sviluppando in
Europa nei secoli precedenti, ambivano ad inglobare, nelle loro
strutture, quelle istituzioni , come le Chiese nazionali, che,
continuando a dipendere da Roma, in definitiva, erano dei corpi
estranei allo stesso potere politico.
120
Tali strutture, quindi, venivano intese quasi come escrescenze
anomale, sul corpo delle Nazioni e degli Stati, che le Nazioni
avevano formato.
La Chiesa anglicana era nata così, pur partendo dal casus belli
dell'intemperanza amorosa di Enrico VIII, definito, per ironia
della sorte, da Papa Leone X "Defensor Fidei" ed, in Francia, il
Gallicanesimo 18 costituiva un serio pericolo di separazione da
Roma.
Per tagliare entrambi i nodi, che vertevano sulla supremazia
papale all'esterno ed all'interno della Chiesa, Pio IX pensò di
usare un'unica spada.
L'arma sarebbe stata la proclamazione del Dogma
dell'infallibilità Papale.
Il pandemonio che suscitò una tale proposta, nelle Cancellerie di
tutti gli Stati europei, ma principalmente in Francia ed in
Germania, fece arretrare il manipolo dei cardinali più
integralisti.
Si arrivò persino alla minaccia del riconoscimento delle Chiese
nazionali ed al disconoscimento diplomatico del Pontefice
romano.
La minaccia sortì l'effetto desiderato.
L'infallibilità papale fu ristretta alle sole questioni dottrinali e
quindi solo all'interno della Chiesa, glissando così,
prudentemente, sul primato del Papa nei rapporti con il potere
politico.
L'ordine" dotto", i Domenicani, schierati tradizionalmente
contro i Gesuiti, che sostenevano il Papa sulle sue posizioni
estreme, si scagliarono contro una tale asserzione, anche sul
piano dottrinale.
I domenicani, a ragione, argomentavano che il Papa è infallibile
quando Questi esprime e si fa portavoce dell'opinione dei
vescovi, i successori degli Apostoli, ma non può esser
considerato "infallibile" quando presume da solo, pena la
condizione di superfluità di ogni Concilio, come assise della
Chiesa, presieduta dal Papa.
Infatti, nell’ottica dell’infallibilità papale, se il Papa è contrario
alle decisioni dei vescovi, questi debbono sottostare al volere
papale, mentre se il Papa è d'accordo con le loro decisioni, esse
sono vane, perché bastava la sola volontà del Papa, per renderle
vincolanti.
GALLICANESIMO complesso di dottrine,formatesi nei secoli, che, pur
ancorando la Chiesa di Francia all’obbedienza papale, tendevano a
rivendicare una serie di diritti propri di quella Chiesa, entrando spesso in
conflitto e limitando così le prerogative giurisdizionali della Santa Sede.
18
121
Ma fu tutto inutile.
Alla domanda rivolta ai padri conciliari se ritenevano:
"Ab errore immunem esse Romani Pontificis Auctoritatem"
la maggioranza rispose affermativamente.
Così, il 18 luglio 1870, monsignor Valenziani, vescovo di
Fabriano, lesse, nel braccio destro della basilica vaticana,
adattata ad aula conciliare, il testo della proposizione dogmatica.
I Padri presenti, a grandissima maggioranza espressero il loro
"Placet", mentre, dal cielo, un pauroso uragano sembrava
evidenziare la collera divina.
Il dogma dell'infallibilità Papale era stato ratificato.
Due mesi più tardi, i bersaglieri entravano a porta Pia e
mettevano fine al potere temporale dei Papi.
Il Concilio, sospeso, rappresentava la tragica impasse in cui si
era venuta a mettere la politica Vaticana.
Per ritrovare un Papa che sappia parlare a tutto il mondo
occorrerà attendere Benedetto XV, il Pontefice che, nel 1917, tra
lo sgomento della Curia, legata ai provincialismi della situazione
italiana, proclamerà "la perfetta imparzialità verso tutti i
belligeranti, quale si conviene a chi è " padre comune ".
Bisognerà aspettare Giovanni XXIII che, sotto le spoglie del
prete campagnolo, saprà dare vita ad encicliche fondamentali,
quale la "Pacem in terris" e la "Mater et Magistra"; saprà
distinguere tra errore ed errante; ardirà rimettere mano al
Concilio , per cambiarne radicalmente gli scopi e le conclusioni.
Ma, soprattutto, si dovrà considerare il cambiamento di rotta di
centottanta gradi, compiuto dalla Compagnia di Gesù dagli inizi
di questo secolo, per superare l'impasse della politica pontificia,
al tempo del primo concilio Vaticano.
Questo cambiamento di rotta fu compiuto nella maniera tipica
dei Gesuiti, senza scagliarsi contro un ostacolo; prendendola
molto alla lontana, procedendo da un punto dottrinalmente
difficile da difendere ed allargando sempre più la curva della
loro rotta, fino a che il punto difficile si perde all'orizzonte,
mentre il loro ragionamento acquista sempre di più in ampiezza
e profondità.
Il grande orgoglio intellettuale, tipico dei Gesuiti, suole definire
questo capolavoro di metodo, come “la piccola via”.
Perciò, al momento attuale, la Chiesa doveva cercare d'allevare
una robusta generazione di teologi che supportassero, in maniera
adeguata, la posizione del Papa.
Per questo Lovanio era chiamata, ancora una volta, a fornire i
suoi uomini migliori.
Per questo, nell'ambito della scuola di Lovanio, s'era formata
una corrente di pensiero economico e sociale d'ispirazione
122
cattolica, che si rifaceva alle grandi tradizioni di quella
Università.
In essa si stavano elaborando le idee fondamentali per il
superamento del capitalismo e del socialismo, definendo, così, le
linee guida del pensiero politico-sociale del cattolicesimo
moderno.
Per questo Padre Tommaso era là.
Poiché era chiaro che la partita politica nel nostro continente,
e quindi, in tutto il mondo, si giocava sul campo economicosociale, questo era il vero significato di Lovanio e della scuola
politico-sociale che, da essa, prendeva nome.
Questo era altresì l'obbiettivo di Padre Tommaso e dei gesuiti
che, come lui, s'accingevano a farsi esperti di quei problemi,
sempre "ad maiorem Dei Gloriam".
Non sembri strano che, nella culla degli studi sociali della
Chiesa, ci si potesse specializzare in tutto quel fascio di dottrine,
che va dalla teologia all'esegesi biblica, dallo studio
dell'aramaico alla storia della Chiesa.
Tutto era necessario per portare innanzi il tema che Santa
Romana Ecclesia s'era prefisso d'abbracciare.
Si sa; Essa, quando affronta le questioni, le prende molto alla
larga, non essendo preoccupata dall'ansia del secolo, ma
badando all'eterno.
Evidentemente le correnti di pensiero più avvertite, all'interno
della Chiesa cattolica, s'erano accorte dell'impasse in cui si era
cacciata l'orgogliosa politica papale che aveva continuato la
fallimentare posizione di Pio IX.
Ritorniamo un attimo a quel momento storico, per leggerne più
dettagliatamente gli sviluppi.
Papa Mastai, spogliato dei possedimenti della Chiesa, si chiude,
prigioniero volontario, in Vaticano e proclama che il Papa non
consente, "Non expedit", al fatto che i cattolici partecipino alla
vita politica.
Nè altrimenti faranno i suoi successori Leone XIII e Pio X.
Solo Benedetto XV cercherà, come abbiamo visto, di rivolgersi
a tutte le nazioni cristiane, per rendere evidente lo strazio del
padre che vede i suoi figli dilaniarsi in una guerra fratricida, la
grande guerra del 1914.
Quando lo Spirito Santo sceglie, può scegliere un grande Papa
che sappia parlare e, soprattutto, farsi capire da tutto il mondo,
ma talvolta si trova a scegliere dei modesti curati, chiusi nelle
loro Curie, ancora più modeste, che non sanno, col pensiero,
neppure attraversare il Tevere.
Ma le grandi istituzioni, le magnifiche scuole che sono il vanto
della Cristianità, gli Ordini religiosi, eserciti del Papa nel campo
delle idee, gli uomini di cultura che continuamente fioriscono
123
nella Chiesa di Cristo, a testimonianza della sua necessità logica,
non potevano rimanere bloccate dal veto papale.
Al centro di quella navigazione pericolosa, ma esaltante, verso
un coinvolgimento della Chiesa nella vita moderna, vi fu dunque
l'insieme della parte viva del Cattolicesimo e, in prima fila, era
la Compagnia di Gesù, o, almeno, un pugno dei suoi uomini
migliori.
Visto che il Papato s'era cacciato in una via senza uscita, a pena
di una perdita impossibile di credibilità, la Compagnia di
Sant'Ignazio si assunse l'ingrato compito di ricucire lo strappo
con il mondo moderno.
Infatti i gesuiti procedettero in ogni campo della scienza, con la
loro navigazione lenta ma sicura, che faceva perdere di vista il
porto vietato, da cui erano partiti.
Così Teilhard de Chardin, scienziato, filosofo e teologo francese,
gesuita, accademico di Francia, dalle sue ricerche
paleontologiche, che lo portarono a scoprire il Sinantropus,
l'uomo di Pechino, si sollevò a teorizzare un sistema, che
riportava in pieno la teologia cattolica nel solco della scienza
moderna.
Teilhard ipotizzò, su basi che non sono inconciliabili con la
scienza, un tragitto fecondo.
La vita era una costante naturale del Cosmo.
Essa si sviluppava ovunque trovasse condizioni adatte.
Scopo della vita era il raggiungere, attraverso successive
mutazioni, l'autocoscienza.
L'autocoscienza non si fermerà all'uomo ma raggiungerà la
completa conoscenza, perdendo via via, ogni residuo di
materialità.
Inoltre, tutta l'evoluzione globale dell'Universo, la sua
cosmogenesi, tende ad un punto finale, ad un punto "Omega",
che il filosofo francese identifica con il Cristo, motore
dell'evoluzione, dopo esserne stato l'" alfa ", l'inizio, il principio
divino che ha ordinato il "Fiat lux ".
In un sol colpo Teilhard recupera l'evoluzionismo e tutte le
scienze umane al campo del pensiero cristiano, offrendone, per
soprammercato, una valutazione logica del perché e ponendo
così l'ispirazione cosmologica ed escatologica del Cristianesimo
nel solco della scienza dell'uomo.
Non altrimenti si muoverà la scuola di Lovanio.
Dopo una lunga ed attenta valutazione della situazione del
mondo moderno, gli uomini, che in essa lavorano e studiano,
concludono che la partita si gioca sul campo sociale.
Occorre quindi valutare attentamente le teorie che le scienze
dell'uomo hanno elaborato in questo campo, per confrontarle
124
con il magistero della Chiesa, senza le aprioristiche chiusure,
messe in opera con il Sillabo e con il Vaticano I.
Usando le medesime armi della scienza, cioè le dottrine sociali e
i mezzi scientifici di misurazione e di studio delle stesse, la
scuola di Lovanio giunge ad alcune conclusioni.
Il comunismo, come metodo di produzione, si basa sull'equivoco
di Stakanov, l'operaio russo, morto per battere sempre di più i
records di produttività assegnatigli, tragica prova di come non
sia possibile costruire una dottrina economica basandosi sui
valori massimi e non su quelli medi.
Inoltre si valuta esattamente l'impossibilità d'organizzare
dall'alto ogni più minuto momento della vita sociale, anche se,
mediante quest’accorgimento, si vuole estirpare dalla società
ogni forma d'interesse personale.
Se poi si nega anche l’interesse, legittimo, di migliorare, si cade
così in una società che, privata della molla della concorrenza,
s'adagia in un burocraticismo, che assomiglia sempre di più al
gelo della morte sociale.
Il socialismo, a sua volta, non ha saputo trovare una teoria
economica che traduca in azione politica le sue linee di
tendenza, senza cadere nell'utopia o nelle manovre di
avventurieri, che di quell'utopia si servono, per i loro scopi.
Lo stesso capitalismo, pur rigorosamente teso alla creazione di
ricchezza, può fare, di questa sua meta, un incubo che schiaccia
la peculiarità dell'uomo, la sua coscienza, in definitiva la sua
libertà.
Questo è appunto ciò che accade, quando la ricerca di una
sempre maggiore ampiezza dei mercati, invece d'essere intesa
come un mezzo per l'elevazione di un numero sempre crescente
di uomini, divenga un fine autonomo e, perciò, ostile
all’umanità.
Per sua natura, il capitalismo si presta quindi ad essere quella
dottrina, per cui un gruppo sempre più ristretto di persone
schiacciano una parte sempre più rilevante di umanità.
Le prime due teorie considerano dunque l'uomo come dovrebbe
essere, e non come esso è, allo stato attuale di civiltà.
L'ultima pone il mito del vincente e non concede alcuna chance
a chi perde, non sapendo elevarsi dalla legge della giungla,
dall’”Homo homini lupus".
Il magistero della Chiesa invece, sempre più sollecitato da
quanto le sue teste pensanti andavano elaborando al riguardo,
ritrova nella propria dottrina il potente anelito a considerare gli
uomini figli del Padre e perciò fratelli, senza alcuna distinzione,
con quell'impulso, che deve intervenire tra fratelli, e che la
Chiesa chiama solidarietà.
125
Ma per arrivare a questa conclusione la Chiesa dovrà affrontare
una lunga e rischiosa navigazione.
Essa dovrà abbandonare nelle nebbie, le posizioni senza
speranza del Sillabo e dell'enciclica "Quanta cura".
Dovrà sporcarsi le mani lasciando i potenti, avvicinandosi, anzi
compenetrandosi con gli umili.
Dovrà soffrire dolorose amputazioni, perdendo alcuni tra i suoi
figli più generosi.
Essi, infatti, nell'ansia d'avvicinarsi agli umili, si staccheranno
dall’Ecclesia, in maniera non più ricomponibile.
Santa Madre Chiesa, per tornare ad essere cardine del pensiero
umano, dovrà, soprattutto, darsi una dottrina credibile, al di là
delle sue stesse fila, e dovrà viverla in maniera assolutamente
coerente.
Questa dottrina credibile, venne iniziata il 15 maggio 1891 da
Leone XIII con l'enciclica " Rerum novarum ".
In quel documento, forse per contrastare le classi liberali,
anticlericali, al potere in tutta Europa, sicuramente spaventata
dalla presa che le teorie socialiste e comuniste stavano facendo
tra le masse proletarie, operaie e contadine, la Chiesa,
comunque, trovò la forza per inviare un messaggio, alto e forte.
L'Enciclica infatti, propone agli uomini di governo di osservare
non solo la forza del diritto, ma anche la legge morale della
giustizia, evitando con ogni sforzo la lotta di classe, dando un
aiuto concreto ai poveri, ponendosi come necessario raccordo tra
le esigenze dei padroni e le necessità degli operai.
Con quest'enciclica fu finalmente accettato dalla Chiesa il diritto
allo sciopero e la costituzione di sindacati operai cattolici.
La dottrina sociale della Chiesa fu affinata e sviluppata, in
seguito, con l'enciclica " Quadragesimo anno " di Pio XI, nel
1931, in cui, tra l'altro, fu definita la posizione della Chiesa in
merito alla proprietà privata, e soprattutto con le encicliche
"Mater et magistra" del 1961 e "Pacem in terris" del 1963, di
Giovanni XXIII.
Delle due encicliche giovannee, la prima è una summa del
pensiero cattolico in campo sociale.
La seconda è indirizzata non solo ai cattolici ma a tutti gli
uomini di buona volontà, per promuovere una pace fondata sulla
ragione, sulla giustizia, sulla carità, sulla libertà.
Famoso, a questo riguardo, rimane l'episodio con cui quel
gigante dello spirito, travestito da curato di campagna, che fu
Giovanni XXIII, scongiurò lo scontro, che stava per aver luogo
di fronte a Cuba nel 1961, tra U.S.A. ed U.R.S.S.
Il suo messaggio al premier russo Krutchev concludeva:
126
" Se avrete il coraggio di richiamare le navi portamissili,
proverete il vostro amore per il prossimo non solo per la vostra
Nazione, ma verso l'intera famiglia umana.
Passerete alla storia come uno dei pionieri di una rivoluzione di
valori basata sull'amore.
Potete sostenere di non essere religioso, ma la religione non è
un insieme di precetti, bensì l'impegno all'azione nell'amore di
tutta l'umanità che, quando è autentico, si unisce all'amore di
Dio, per cui anche se non se ne pronuncia il nome, si è
RELIGIOSI".
Anche Paolo VI, pur così immerso nelle questioni italiane, ebbe
modo di compiere un altro passo nella definizione della dottrina
sociale della Chiesa.
Nel 1967 l'enciclica "Populorum progressio" rappresenta un
passo impressionante, un momento drammatico di un Papa
drammatico.
La Chiesa lancia un'invettiva contro il potere che opprime;
incoraggia a reagire alla sopraffazione.
In un certo qual modo, Essa evoca quella "teologia della
liberazione" che, quando si scatenerà, verrà però rigettata dalla
stessa Chiesa, spaventata dalle implicazioni che quella teoria fa
balenare.
Ma, ormai i tempi sono maturi: un nuovo gigante viene insediato
sul trono di Pietro.
Sotto il suo regno, il comunismo cesserà d'esistere, almeno
come sistema politico reale.
Tommaso era ormai da due anni a Lovanio e s'accingeva a
vivere gli anni ottanta, i suoi anni del leone.
127
CAPITOLO XII
NEI CAMPI DEL LEONE
Non fu particolarmente difficile per Tommaso inserirsi
fruttuosamente e con rapidità in quell'ambiente, pur così austero
e riservato.
Dopo pochi giorni, tutti i francofoni presenti, e non solo i
Gesuiti, furono conquistati dalla voglia di fare, dall'impeto
razionale, dalla finezza intellettuale, dal caldo spirito
simpatetico che promanava da quel giovane prete, pronto ad
interessarsi a tutto ed ad elargire la sua già cospicua dottrina, per
superare un ostacolo teorico od una difficoltà pratica.
Entro qualche mese dal suo arrivo, al solito, Tommaso era
divenuto uno dei punti di riferimento per i giovani che
affrontavano quel duro periodo di studio e di disciplina.
Tutto questo non passò inosservato al rettore di quell’università,
il vescovo Van der Groe, famoso scienziato di esegesi,
introduzione e storia del Vecchio Testamento, professore emerito
di metodologia biblica, ispirazione ed ermeneutica, geografia ed
archeologia.
Tutta questa mole di difficili specializzazioni, d'altronde,
rappresentava solo una piccolissima parte degli interessi di quel
prelato di circa sessant'anni, piccolo, rubicondo, continuamente
in moto, sempre gioviale ed alla mano.
Ma, sotto quella complessione, certo poco adatta ad una figura
che, per le sue alte qualità, si sarebbe voluta più ieratica ed
imponente, Monsignor Van der Groe nascondeva una fede
assoluta ed una singolare capacità di battersi per essa.
Quella fede suscitava ammirazione e rispetto in tutti coloro che
ne venivano, in qualche maniera, a contatto.
Ben lo sapevano quanti avevano dovuto scontrarsi con la sua
dottrina e che, forse mal consigliati dalla modestia del suo
aspetto, l'avevano duramente attaccato, ai tempi del Concilio
Vaticano II, quando Van der Groe, allora, era semplice segretario
del Cardinal Bea 1, il gesuita capofila dei padri conciliari non
tradizionalisti.
In quei giorni di attività frenetica si affrontarono coloro che
aspiravano a portare la navicella di Pietro fuori della secca del
primo Concilio Vaticano, capeggiati appunto dal cardinal Bea e
coloro che si ostinavano a ritenere la Chiesa un'istituzione che,
per sua natura, dovesse esser destinata a rimanere fuori dal
mondo, capitanati dal cardinal Ottaviani.
Furono compiuti passi che fecero gridare allo scandalo.
Agostino BEA -1881/1968- Cardinale gesuita, fu uno dei più attivi
propugnatori del dialogo tra tutte le confessioni religiose.
1
128
Si organizzò il primo incontro tra il Papa Giovanni XXIII ed il
dottor Fisher, arcivescovo di Canterbury e primate d'Inghilterra.
S'intesserono fitte ragnatele di contatti, lettere, visite
ecumeniche con autorità non cattoliche.
Si misero le basi per togliere l'ingiusta accusa di "deicidi",
rivolta tradizionalmente agli ebrei.
Si cercò persino una qualche forma d'aggancio con coloro che si
erano proclamati filosoficamente atei.
In pieno Concilio ci si oppose, con una dura battaglia, allo
schema sulle fonti della rivelazione, presentato e poi, per
l'appassionata e profonda critica, portata sul piano prima
teologico e quindi dell'esegesi biblica, da parte del cardinal Bea
e, dietro di lui, da Van der Groe, alla fine ritirato dal cardinal
Ottaviani.
Tutte queste iniziative non potevano esser rimproverate
formalmente al cardinal Bea, figura carismatica del
Cattolicesimo, e quindi le critiche si riversarono sul suo
segretario, dipinto dai tradizionalisti come un omuncolo, che
istigava e confondeva il Principe della Chiesa, per suoi
cedimenti all'eresia protestante.
Ma Van der Groe, benché piccolo e grassottello, divenne un
gigante, quando si trattò di difendere sul piano dottrinale le tesi
del suo Cardinale, che erano anche le sue, sorrette da una
dottrina affilata come una spada e da una sapienza che affondava
nelle radici stesse del Cristianesimo.
Ne uscì vittorioso, come le tesi a lui care, ed il premio fu l'anello
vescovile di un'antica sede titolare "in partibus " 2 e la più
prestigiosa cattedra dell’università di Lovanio, dove, dopo
qualche anno, divenne rettore.
Oltre a tutto ciò, il vescovo rappresentava, nell'Università, la più
alta autorità dell'Ordine di Sant'Ignazio, e, perciò, era il
superiore diretto di Tommaso.
Le cariche onorifiche ed i riconoscimenti reali, pur così rari nei
confronti di un Gesuita, che la tradizione voleva, per umiltà,
lontano dalle vanità del mondo, servivano al piccolo prete, che
tale Van der Groe si sentiva, anche dopo aver ricevuto la dignità
vescovile.
In questo modo egli poteva coltivare e portare innanzi,
all'interno del proprio Ordine, uomini la cui intelligenza e
La dizione completa: Vescovo titolare “in partibus infidelium“ (nei paesi
degli infedeli) indica un vescovo onorario di regioni occupate da musulmani
o pagani, cioè un Vescovo privo di Diocesi, che esercita potere di ordine ma
non di giurisdizione.
La dizione, cassata da Papa Leone XIII nel 1882 e sostituita con il termine di
vescovo “ titolare “, viene però mantenuta nel linguaggio colloquiale.
2
129
struttura mentale erano in sintonia con il proprio modo di
concepire la missione della Chiesa nel mondo moderno.
Così l'acume di Van der Groe s'era ormai liberato da quei
nemici, così usuali tra preti, che si combattono aspramente con il
sorriso sulle labbra e con voce tanto soave da sembrar quasi che
si chieda scusa, per il fatto di non esser d'accordo.
Egli, ora, era tutto dedito alla ricerca di giovani intelligenze
innestate su un robusto patrimonio culturale, non alieno, anzi
improntato, dal metodo scientifico, in modo da poter sopportare
lo scontro tra ragione e fede e ricondurre quello scontro ad
incontro.
Infatti, quella lotta, che quattro secoli di storia avevano
provveduto a rendere quasi insanabile, doveva esser appianata e
ricondotta nei suoi giusti termini.
Le menti più avvertite dell'esercito di sant'Ignazio stavano
appunto lavorando duramente, per rimettere la storia della
Chiesa non più in antitesi con la storia dell'Uomo.
Il famoso filo della spada, come veniva chiamato il metodo
logico della dialettica del Rettore dell'Università di Lovanio,
aveva tagliato molte diatribe, aveva separato molto grano dal
loglio, ed ora teneva impercettibilmente, ma molto
accuratamente, sotto stretta vigilanza, Padre Tommaso Fernays.
Tutto era stato controllato, ogni azione era stata vagliata.
Oltre al fatto in se stesso, che pure era importante, monsignor
Van der Groe aveva voluto capire anche le intenzioni e le
motivazioni, che avevano spinto quel prete atipico sul percorso
della propria vita, così travagliata e diversa, rispetto a quella
degli altri preti.
Per questo, spesso, Tommaso era chiamato "a rapporto" dal
proprio superiore e ciò non era un’occasione da lui mal
sopportata, anche se non era una faccenda di tutto riposo, tener
testa a quella mente affilata.
Essa nascondeva la propria fede dietro una sapienza profonda,
anche nel campo più confacente alla visione "laica" della vita.
Tommaso vedeva, in quei "duelli", un modo di rendere più
completa la propria conoscenza del mondo e di tener in
esercizio, a sua volta, il suo acume mentale.
"Così tu, figlio mio, hai conosciuto le gioie del matrimonio, la
legittima necessità del sesso.
Non credi che esso possa arricchire anche chi ha ricevuto il
signum?"
"Il sesso è un momento importante, direi capitale nella vita di
un uomo.
Esso è una grande ricchezza.
Se ben vissuto, può essere un modo per raggiungere per un
attimo l'eternità e per sperare in essa.
130
Ma noi abbiamo ricevuto un dono incommensurabilmente più
grande, per cui non potremmo perdere questo per desiderare
l'altro.
Come vede, Monsignore, non ne faccio una questione teologica,
che d'altronde non sarebbe storicamente difendibile, ma una
pura ragione di convenienza.
Le due ricchezze sono entrambe grandi e non sono antitetiche.
Sono antitetiche le strade che portano ad entrambe: ove ci si
voti alla legittima ricerca della propria continuità attraverso i
figli, non si può pretendere di dare tutto se stesso agli altri e
viceversa".
"Parlami ancora della tua personalissima interpretazione della
Fede, del tuo percorso per giungere alla Grazia.
Sento odore di eresia o, almeno, di "ottica" protestante, in quel
tuo arrivare alla Fede mediante un processo logico che, per
escludere lo scetticismo, postula una visione cristiana del
mondo".
"Non posso che risponderle con le antiche parole: "In interiore
hominis habitat veritas ".
Ogni uomo ha un proprio percorso, per arrivare alla verità, e
questo fatto non inficia il magistero della Chiesa, la quale è
appunto l'insieme di tutti coloro che hanno raggiunto la verità e
che ritengono la Chiesa di Pietro la pietra angolare della
costruzione di quella realtà, su cui le forze del male non
prevarranno.
Possiamo noi dubitare della fede di coloro che l'hanno
raggiunta, vedendo Pietro far precipitare Simon mago?
Possiamo dubitare della fede acquisita di fronte ad un
miracolo?
Perché dobbiamo dubitare di una fede che si è conquistata sul
campo della pura speculazione filosofica?
E coloro che giungono alla fede osservando la meraviglia del
Creato?
Non hanno questi fatto una scoperta emozionante, ma tutta
racchiusa nel campo della Natura?
Certo la Dottrina ci assicura che la ragione non basta per
raggiungere la fede, così come non basta avere un solo biglietto
per vincere la lotteria, ma talvolta può anche accadere di
vincere con un solo biglietto.
Non occorre scomodare la predestinazione, così cara ai nostri
amici protestanti, ma solo un elementare calcolo delle
probabilità che, spero, Ella, Monsignore non vorrà
disconoscere".
Dopo questi assaggi, fatti quasi al solo scopo di delimitare il
campo di gara, i due contendenti s'accapigliavano, con la fredda
determinazione che usano i preti e gli uomini di scienza nelle
131
loro dispute, fatte senza accaloramenti ma con l'unica intenzione
d'incrociare le lame delle loro menti, per vedere quale è la più
affilata.
Gli argomenti divenivano sempre più ostici e specialistici, fino
ad arrivare al punto che le loro parole sarebbero potute esser
comprese completamente, solo da una sparuta pattuglia
d'uomini, in tutto il mondo.
Uomini che potevano capire, in ogni possibile implicazione,
termini come intermundia, verità o essenza del noumeno, punto
omega nella teoria di Teilhard, consustanzialità, il "sehnsucht" o
aspirazione all'Assoluto, che è alla base del concetto di
misticismo, la necessità del dogma dell'Immacolata Concezione.
Solo su di un punto essi non riuscivano a trovare un equilibrio
che valesse, per il loro orgoglio intellettuale, come un accordo:
la necessità e la convenienza logica, per la Chiesa, del dogma
dell'infallibilità papale.
Ma un fatto curioso s'avvertiva nella loro dialettica.
Il giovane prete procedeva per schemi logici e con argomenti
logicamente stringenti.
Il suo capo metteva, nel controbbatterne le tesi, un accanimento
che talvolta superava la disposizione logica del ragionamento e
faceva balenare, sotto i continui richiami teologici, una
sofferenza intellettuale a sottostare a quegli schemi, per
controbattere la tesi di Tommaso.
Quella sofferenza era un sicuro indice che, nel più profondo del
proprio ragionamento, Monsignor Van der Groe nascondeva una
personale, anche se non espressa, adesione del suo spirito a
quella tesi.
Era stato un grave errore, anzi peggio, una sciocchezza sul piano
della logica, aver definito una teoria ed una prassi, in una
maniera così brutalmente netta, senza alcun accenno alla
fallibilità dell’uomo, quando egli si sforza di leggere nelle
oscure leggi del Creato e nella volontà imperscrutabile del
Creatore.
Quell’accenno all’intrinseca fallibilità umana, ove fosse stato
posto, avrebbe lasciato aperto lo spiraglio alla ragione
dell’uomo.
Si era invece trascinata a forza la navicella di Pietro in un porto
fortemente esposto alle tempeste dottrinarie ed a quelle, molto
più violente, del mondo laico.
Eppure, quest'oscuro sentimento, quella sofferenza anzidetta,
non avrebbe mutato di una virgola la fede nella Chiesa
dell'anziano monsignore, qualora un qualche miracolo l'avesse
reso evidente,.
Egli si sarebbe allora salvato in corner, come dicono gli sportivi
amanti del calcio, attribuendo alla propria limitatezza
132
intellettuale, l'impossibilità di controbattere le tesi del giovane
prete che gli era di fronte.
Ma la piega della discussione faceva capire all’anziano prelato
che, al solito, aveva avuto buon fiuto, quando aveva intravisto in
Tommaso una lama che poteva tener testa alla sua.
Nondimeno, nulla trapelava dalla sua voce, dai suoi modi, dal
suo atteggiamento, nei confronti di Tommaso.
Monsignor Van der Groe, così affabile con tutti, così alla mano
con chiunque gli si avvicinava per una qualche ragione, non
poteva permettere che colui che aveva scelto come suo alter ego
e successore, avvertisse quest'investitura e ne fosse distolto dal
suo attuale compito.
Egli, se il piccolo vescovo aveva visto giusto, molto presto,
doveva esser in grado di succedergli onorevolmente, nella
battaglia che Van der Groe stava portando innanzi, all'interno ed
all’esterno del proprio Ordine, affinché la Chiesa avesse un
futuro, nella civiltà dell'Uomo, anche nel terzo millennio.
La Chiesa non si poteva ridurre a fare da freno al cammino
dell'Umanità, per esser così relegata tra i relitti della Storia.
Padre Tommaso Fernays era stato tacitamente designato, dal
piccolo vescovo, come suo erede spirituale.
Perciò egli doveva, almeno per il momento, rendersi
inattaccabile sul campo della dottrina, mediante lo studio
attento, assiduo, meticoloso e completo di tutto quello che
valeva la pena sapere, per quella battaglia difficilissima.
Quel suo pupillo entrava così, a far parte di quella piccola
schiera d'uomini che doveva scrollare, da Santa Madre Chiesa,
tutte le incrostazioni, tutte le superstizioni, che appesantivano la
lucida logica del Cristo.
Dovevano esser tolte, scrollate via, abrase, distrutte col ferro e
col fuoco, ma soprattutto con la ragione e l’esempio, tutte le
false credenze, o meglio le distorsioni mentali, accumulate in
duemila anni di storia.
Dovevano esser eliminate fermissimamente tutte le posizioni di
comodo e di privilegio, che avrebbero fatto resistenza al loro
abbattimento, se si voleva portare avanti il tentativo di
riconciliare, anche su questa terra, la ragione con la Fede.
Per questo Van der Groe era particolarmente duro con Tommaso,
senza neppure fargli balenare il motivo di tanta durezza.
Egli pretendeva dal suo discepolo che si fortificasse al massimo
per la lotta che, a suo tempo, avrebbe dovuto intraprendere,
senza sapere, al momento, neppure che era stato scelto.
Ma Tommaso non aveva bisogno d'investiture: a lui bastava
sapere che stava impegnandosi al massimo nello studio e che
quel vecchio prete, esigente e mai contento, era però in sintonia
con il suo intelletto e, soprattutto, con il suo animo.
133
Così, quando, nel 1982, proprio mentre s'apprestava a
consegnare la propria tesi di laurea:
"Il rapporto tra le radici bibliche del concetto di povertà
evangelica e la dottrina sociale della Chiesa nel mondo
capitalistico moderno",
Tommaso fu chiamato dal proprio superiore, che gli ordinò di
seguire da vicino, come sua longa manus, le trattative segrete tra
i due sindacati belgi, cattolico e socialista, fino a quel momento
aspramente rivali.
Era quello un ulteriore motivo di frizione che, oltre alla
tradizionale rivalità tra Fiamminghi e Valloni, rischiava di far
esplodere il piccolo, ricco paese, cerniera e simbolo dell'Europa.
In breve, si trattava di questo: nei primi anni ottanta, il Belgio
era scosso da due grandi problemi.
Da una parte doveva far fronte all'invadenza delle
multinazionali; esse mal sopportavano il crescere di un'Autorità,
che sarebbe stata in qualche maniera d'ostacolo, alla loro
necessità d'aver mani libere, nella loro corsa verso il capitalismo
più sfrenato.
Dall'altra parte, la piccola Nazione, proiettata sul mare del nord,
doveva contrastare il greve peso dell'orso sovietico.
Questo, sebbene stesse perdendo colpi, o forse proprio perciò,
tentava d'entrare sempre più pesantemente nelle questioni
europee, per cercare di modificarle a proprio vantaggio, nella
guerra non dichiarata, ma senza quartiere, che si stava
combattendo, su scala planetaria.
Il risultato, la componente di queste forze che spingevano il
paese da più parti, era sotto gli occhi di tutti.
Il governo Martens, espressione della destra economica, aveva
bloccato la scala mobile e stava attuando una dura politica
economica e sociale, fidando sul fatto che mai, in Belgio, per
ragioni storiche, politiche e religiose, i sindacati cattolici s'erano
accordati con i sindacati socialisti.
D'altro canto erano evidenti le manovre della sinistra eversiva,
che tentava di mettere a ferro e fuoco il cuore della NATO e del
capitalismo europeo e che l'anno seguente, nel 1984, avrebbe
portato l'attacco delle proprie "cellule comuniste combattenti"
contro partiti politici, sedi di multinazionali ed obbiettivi NATO
in Belgio.
Il paese era sull'orlo della spaccatura: le menti più avvertite
dovevano trovare una via d'uscita.
Il risultato di quelle trattative, segrete quanto febbrili, fu
clamoroso.
134
Nel febbraio del 1983 il miracolo 3, che tale era sembrato a
molti, si compì: i due sindacati, espressione delle due etnie del
Paese, strinsero un accordo d'azione comune, che ruppe il
disegno delle forze, che avevano portato a quella situazione.
Pur tra i sussulti di una condizione politica e sociale
incandescente, il Belgio aveva saputo trovare la via di scampo
tra i due giganti nemici, il capitalismo ed il comunismo, che,
nella loro lotta mortale, stavano schiacciando il piccolo paese.
Per fortuna, perché proprio nel Belgio stava nascendo una nuova
realtà politica, anzi un'antica realtà, che ritrovava, nella storia e
nella civiltà, le ragioni d'esistere e di ritornare ad essere soggetto
attivo sulla scena del mondo: l'idea Europa.
Le trattative che portarono al risultato clamoroso della ritrovata
pace sociale per il Belgio furono segrete, ma chi doveva sapere,
seppe.
La mente che le aveva dirette con mano ferma, con infinita
pazienza e grande sapienza era quella del rettore dell'Università
di Lovanio.
Lo strumento da lui messo in campo era un prete, non più molto
giovane, ma che ricordava il vescovo Van der Groe, nei suoi
momenti migliori.
Presto giunse il riconoscimento da Roma: Van der Groe, per i
suoi meriti scientifici e per il suo alto carisma raggiunto nella
Chiesa in Belgio, fu nominato primate di quella Nazione, che
era, contemporaneamente, confine tra due culture e centro di
quella civiltà che stava per nascere.
Quando Santa Romana Chiesa parla, esprime un verdetto che
contiene e deriva da venti secoli di storia e poco importa se le
ragioni addotte per spiegare un suo intendimento non siano
quelle più importanti.
In realtà tutti sapevano, anche se nessuno lo diceva
esplicitamente, che Van der Groe aveva guadagnato la berretta
cardinalizia per aver sottratto il proprio paese da sotto i due
contendenti che, nel tentativo diuturno di colpirsi, avrebbero
distrutto, senza alcun rimpianto, una delle terre più civili
d'Europa.
E Tommaso?
Stava tornando finalmente alla sua tesi, quando la Provvidenza,
il disegno, interferì di nuovo con il suo bisogno di quiete.
3
Episodio storicamente avvenuto.
135
CAPITOLO XIII
IL LEONE ALL'ATTACCO
Tommaso aveva appena finito di discutere la sua tesi ed aveva
avuto l'alto onore, anche se pagato con una battaglia che s'era
rivelata durissima, d'avere, come capo degli esaminatori, proprio
il cardinal Van der Groe.
Infatti il Presule, ormai in procinto di prender possesso della sua
altissima carica, aveva praticamente lasciato l'insegnamento.
Se qualcuno avesse voluto vedere un segno della benevolenza
del nuovo cardinale per quel suo pupillo, che non aveva esitato a
posporre di un anno la conclusione dei suoi studi, già
abbondantemente fuori tempo per i normali parametri di studio,
per obbedire ad un difficile ordine, si sarebbe dovuto ricredere.
Sotto le alte navate dell'aula magna, in cui si discutevano le tesi,
s'affrontarono, per nove ore, due intelletti scintillanti.
La tesi divenne un pretesto, mentre i due s'addentravano nei
campi più ostici in cui la teologia cercava certezze, quelle
certezze che essa, comunque non può dare, ma che l'uomo non
può esimersi dal cercare.
Sembrava veramente, miracolosamente, rinata, in quel dibattito,
Haghia Sophia, la Santa Sapienza che si rivolge a Dio, cui, nei
primi secoli del Cristianesimo, fu eretta una grandiosa cattedrale
a Costantinopoli, che il Turco mutò in moschea.
Ma la Sapienza rivolta a Dio rimase, per secoli, una costante del
pensiero cristiano; essa può ancora esser ricercata, almeno nelle
sue ultime, decadenti, manifestazioni, nel pensiero ortodosso.
Al termine di quella maratona estenuante, ma che nessuno dei
presenti avrebbe voluto perdere, per tutto l'oro del mondo, il
cardinal Van der Groe s'alzò e disse:
"Ella, Padre Fernays, ha saputo mostrare d'esser ben pronto a
percorrere tutti i campi della scienza di Dio, dalla Teologia
dogmatica a quella naturale, dalla Teologia morale alla
Teodicea, dalla Teologia positiva alla Teologia scolastica 1.
Tra le varie forme della Scienza di Dio si distinguono:
la Teologia rivelata (detta sacra o dogmatica) che si basa sulla parola di Dio,
espressa nei Libri Sacri
la Teologia naturale (luce naturale o teodicea), che si basa solamente
sull’esperienza e sulla ragione.
la Teologia fisica, quella che dimostra l’esistenza di Dio e la sua sapienza,
con l’ordine che regna nell’universo materiale.
la Teologia morale,che dimostra l’esistenza di Dio con i fini morali
dell’uomo.
1
136
Ma rammenti sempre questo: Ella, prima di tutto, è un prete e
quindi, prima della sua sapienza, viene la Parola del Cristo.
Mi ripeta, qui, adesso, il nucleo centrale della buona novella".
E Tommaso, messosi in ginocchio davanti al suo Cardinale,
scandì a voce alta, a memoria:
"Dal Vangelo secondo Giovanni 13-34, 35.
Gesù disse: vi do un nuovo comandamento, che vi amiate gli
uni con gli altri come Io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni
con gli altri. Da questo tutti conosceranno che siete miei
discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri".
Il cardinale rispose: "Amen"
Poi, aiutando Tommaso a sollevarsi, lo baciò, proclamandolo
dottore in teologia morale e dogmatica.
Ora Tommaso poteva prendersi finalmente un po’ di riposo,
nell'attesa di gettarsi nuovamente nella mischia, come era nel
suo carattere.
Ritornò nella sua patria del cuore, in quella Parigi che l'aveva
visto, più di quindici anni prima, brillante professore, giovane
capopopolo e, soprattutto, sposo felice e futuro padre trepidante.
La vanità del mondo non faceva più presa sul suo animo, se mai
ne aveva fatta, e quindi il neo professore di teologia non cercò di
riallacciare legami, ormai definitivamente strappati, ma andò a
cercare una voce del suo passato, che non aveva dimenticato.
Il professor Bubber viveva sempre in quella stanzetta piena di
libri fino all'inverosimile, aveva la stessa andatura e lo stesso
sorriso enigmatico sul volto; solo la barbetta era divenuta, se
possibile, ancora più bianca.
Perfino il numero di telefono era identico a quello che Tommaso
conservava nel suo taccuino, ed il calore del loro incontro fu, al
solito, un piacere per entrambi.
"Eh, ormai non posso più chiamarti "mio giovane amico", ma
"esimio collega" e lasciarti il passo, se c'incontriamo in una
riunione accademica.
la Teologia positiva, la scienza dei documenti e monumenti, che i teologi
accettano come autorità nelle loro argomentazioni.
la Teologia scolastica è una sistemazione razionale, fatta soprattutto da un
punto di vista aristotelico e secondo la terminologia tomista, al fine di
spiegare e sfruttare i dati controllati ed ordinati dalla teologia positiva.
dal DIZIONARIO CRITICO DI FILOSOFIA op.cit.
137
Il tuo titolo, in quella prestigiosa fabbrica d'idee, tenuta da voi
Gesuiti, te ne da diritto e ti pone in una posizione particolare, in
quel grande ordine di combattenti per la Fede.
Anch'io, nel mio piccolo, devo riconoscere che ormai il papa
nero, come tradizionalmente è chiamato il vostro Generale, non
punta più la dura prora del suo vascello su noi, poveri
discendenti dei "Deicidi", deicidi a nostra volta.
Anzi proprio i Gesuiti sono stati i promotori, al tempo del
Vaticano II, dell'abolizione di quell'accusa falsa ed infamante.
Ricordo bene, all'epoca di quel Concilio, le riunioni che
tenemmo con esponenti autorevoli dei Gesuiti, per avvicinare le
posizioni delle due grandi religioni monoteiste.
Rammento l'opera silenziosa, ma appassionata e lungimirante,
portata innanzi dal Cardinal Bea e dal suo assistente, di cui non
ricordo più il nome, ma solo la grande, immensa sapienza ed il
coraggio freddo, che gli faceva trovare strade altrimenti
impraticabili, per la Chiesa dei gentili".
"Mio buon rabbi, Lei sarà per me, sempre, un riferimento
spirituale ed una guida morale e, per quanto concerne le
precedenze, Lei sicuramente saprà il titolo preteso dai pontefici
Romani: "Servus servorum Dei".
Come posso io, ultima rotella di quella grande costruzione,
pretendere di non cedere il passo ad un'Autorità come la sua,
che ho trovato citata molte volte, nel corso dei miei studi?
Io trovai memoria della sua scienza profonda proprio negli
scritti di quel piccolo prete, che Lei conobbe come segretario
del Cardinal Bea, di venerato ricordo, l'attuale Cardinal Van
der Groe, primate della Chiesa in Belgio, mio insegnante, mio
preside, mio maestro".
"Ah, ecco da dove ti viene quell'aura di sapiente autorevolezza,
quel Karma che ormai t'accompagna e ti fa riconoscere come
dottore della Legge.
Fuori dagli scherzi, come sta il mio buon amico, che non vedo
da tanti anni ma che è ben presente al mio spirito?
Quando penso a lui, la mia mente ristabilisce in modo
automatico un contatto che è fonte di piacere spirituale, al di la
del tempo e del sangue."
"È un uomo eccezionale, che nasconde ancora la sua grande
cultura sotto un'affabilità ed una giocondità, che ne fanno
dimenticare l'altezza mentale.
Solo con coloro che sono a Lui più vicini, diventa un maestro
esigente al massimo grado ed un avversario intellettuale che
138
non lascia quartiere, capace di sbranarti, se tu non dai il
massimo, in assoluto".
"Quando lo rivedrai porta i miei omaggi al Principe della
Chiesa di Roma, ma soprattutto ricordagli un oscuro amico che
lo rammenta sempre, con grande affetto e vicinanza di cuore.
Eh, si, il nostro ambiente è proprio piccolo e da qualunque
gradino s'inizi a salire verso la Legge, alla fine ci troviamo tutti
aggrappati a quella scala, e conosciamo i nostri percorsi e ci
becchiamo per le nostre povere idee, mentre il limite è lì, più in
alto di tutti, fuori dalla nostra portata.
Ma come tu ormai hai appreso, quella è l'unica strada che vale
la pena percorrere.
Anzi, a proposito di quanto è piccolo il mondo, lo sai che, poco
tempo fa, parlavo proprio di te con un mio buon amico?
Si, un autorevole rabbino che per parecchi anni è stato il
rabbino capo della comunità di Livorno, in Italia, mi è venuto a
far visita, in occasione di un recente pellegrinaggio sui luoghi
dell'olocausto, cui sfuggì miracolosamente.
Parlando con lui del tempo che fu e dei fatti terribili che
accaddero allora, raccontai la tua storia e feci il tuo vero nome.
Egli mi ha assicurato che conosceva la tua famiglia d'origine e
le vicende, a suo dire singolari, che la riguardano.
Se ti capita d'andare in Italia, ti darò il suo indirizzo; egli ora,
avendo cessato l'ufficio per l'età, è rientrato nella sua città
d'origine che è Roma.
Poiché tu, in virtù della tua carica, potresti recarti in quella
città, se vuoi sapere fatti che ti riguardano, potrai soddisfare il
tuo desiderio.
Un'ultima cosa: se te la senti, cerca di fare una visita a quel
disgraziato di mio nipote.
Con le sue scombinate idee sul sesso, è riuscito a prendersi
quella nuova malattia, di cui tutti parlano, ed i medici non gli
danno più molta speranza di vita.
Certo, se l'è andata a cercare, ma la legge dell'amicizia, prima
di quella divina, t'impone d'andare da lui".
Tommaso fu stupito ed addolorato di quanto gli stava rivelando
il dottor Bubber.
Da parecchio tempo non aveva più notizie di Bernard; sapeva
solo che era andato a New York per seguire i suoi interessi nel
campo della moda, dopo che aveva definitivamente abbandonato
l'idea di laurearsi.
Ora, evidentemente era tornato, portando in se quel male
mortale; doveva assolutamente andare a trovarlo.
Con quella promessa, dopo essersi fatto dare l'indirizzo di colui
che diceva di sapere qualcosa dei suoi veri genitori, senza però
139
mostrare che la cosa fosse per lui di grande interesse, salutò
affettuosamente il vecchio rabbi, ripromettendosi di tornare
appena possibile.
Aveva in mente di fare una di quelle sue grandi battaglie
intellettuali sui rapporti tra l'idea di giustizia nella tradizione
talmudica e l'idea della carità nel pensiero cristiano.
Il dottor Bubber sarebbe stato senz'altro un contraddittore del
suo stesso livello e, soprattutto, una fonte inesauribile di
sapienza, non solo rabbinica ma, quel che più conta, umana.
Nell'uscire da quella piccola abitazione, ornata solo dai segni di
un grande amore per i libri, un lampo percorse dolorosamente la
mente di Tommaso.
Il flash back gli aveva riportato dinanzi agli occhi, nitida, come
se stesse avvenendo in quel momento, l'immagine della vecchia
poltrona verde, nell'angolo del povero salotto.
Su di essa si raggomitolava la sua Monique, mentre i due uomini
s'affrontavano nelle loro discussioni, tanto animate da sembrar
strano che, poi, potessero tornare amici generosi, dopo esser
stati avversari implacabili.
Mentre si perdeva lo sfolgorante abbacinare di quel ricordo, che
pure aveva stretto il proprio cuore in una morsa di gelo,
Tommaso si sorprese a pensare:
"Che grande opera è il cervello dell'uomo.
Uno scienziato aveva ipotizzato come esso sia il modello più
attendibile, per raffigurare l'universo, ma il paragone più
calzante mi sembra essere quello che descrive la mente umana
come il capolavoro di Dio, l'"opificium Dei", molto più che le
altre creazioni della Natura.
Questo
capolavoro
del
Creato,
questo
gioiello
d'incommensurabile complessità, ingloba nei suoi neuroni quelle
sensazioni che si producono così violente, da essere impossibili
a sostenersi, se fossero sempre presenti alla sensibilità
dell'uomo.
Ma non le perde, non le distrugge e, anche quando le riporta alla
superficie dalle profondità dell'inconscio, le soffonde con la
nebbia del tempo, che smussa la lama del ricordo e rende
sopportabile quello che,
in altri tempi, sarebbe stato
insopportabile".
Così, con l'amaro sapore del ricordo, che pure gli era caro,
Tommaso si congedò dal suo antico precettore e maestro, per
andare a far visita al compagno della sua gioventù, all'amico del
periodo più felice della sua vita.
Trovò la larva di colui che era stato uno dei più brillanti giovani
di Parigi, dell'idolo delle ragazze della Sorbona prima, e poi
delle strade più alla moda della capitale della moda.
140
Con la pelle gialla, tutta chiazzata di macchie bluastre, con il
teschio che sporgeva dal volto, quasi a rendere visibile quello
che sarebbe accaduto presto, con i capelli radi e resi stopposi dal
progressivo indebolirsi della forza vitale e, soprattutto, con gli
occhi stralunati ed i movimenti estremamente ritardati di chi,
nello stadio finale, non riesce più a controllare il proprio corpo,
Bernard giaceva sotto una tenda ad ossigeno, che gli faceva
quasi da sudario.
Era di una magrezza impressionante, lui che era stato sempre
orgoglioso del suo corpo, che definiva "statuario", per darsi
delle arie, ma non senza ragione.
Adesso, invece, Bernard non sembrava nemmeno rendersi conto
della realtà che lo circondava.
Quell'infelice, appena riuscì a mettere a fuoco l'ombra che gli
s'era messa dinanzi, non fece alcun movimento: solo due grandi
lacrime cominciarono a rigargli i solchi delle gote; ultima,
estrema testimonianza che il suo spirito era ancora rinchiuso in
quella spaventevole prigione.
Poi, con una voce che non era la sua, filo esile, sottile ed
estremamente lento, lui che aveva avuto una voce tonante, un
rombo sonoro che mitragliava tutti i presenti e si faceva sempre
largo su tutte le altre voci, che invano tentavano di togliergli la
parola, con quel sospiro che gli era rimasto, si rivolse al suo
amico:
" Hai visto che fregatura è la vita, JJ?
Noi, i re di Parigi, ridotti l'uno a mendicare la pietà di un Dio
che, se esiste, è la causa del suo dolore e l'altro che ha schifo
del proprio corpo, che era il suo orgoglio.
Costretto a sperare che il nulla venga presto a fare il proprio
dovere, per seppellire il naufragio di un'esistenza che sembrava
dovermi dare tutto, ed anche qualcosa di più.
Eppure, io che rimpiango la vita, la rifarei tutta alla stessa
maniera, con gli stessi errori, le stesse esperienze, gli stessi
interessi.
Dove ho sbagliato?
Forse in nulla; non sono io che ho sbagliato, ma è l'esistenza
che è tutta un errore di un Dio che non sa fare il proprio
mestiere o, peggio, gode, nutrendosi del dolore delle proprie
creature.
A questo punto non credo più nemmeno al caso, alla
probabilità, perché essa, non dico una volta su due ma, almeno
ogni tanto, dovrebbe far uscire, sulla ruota della fortuna, una
vita che valga la pena d'esser vissuta.
Ma io ho vissuto la mia come volevo viverla; ero il ragazzo più
invidiato di Parigi e lo stilista più corteggiato di New York
prima e di Los Angeles dopo.
141
Avevo tutte le donne che volevo e tutti gli uomini che mi
volevano.
Ho raccolto e dissipato fortune, che la maggior parte degli
uomini non immagina neppure.
Ho distrutto matrimoni saldissimi ed ho costruito imperi di
carta.
Uomini e donne si sono uccisi per me; eppure ho avuto un solo
amico, mio povero JJ, e con te piango sulle macerie della mia
vita".
Tommaso, incurante di quella fragile barriera, rappresentata del
foglio di plastica, sollevandola, abbracciò l'amico e, commosso
al contatto di quella larva di un corpo, una volta così armonioso
e potente ed ora così debole e leggero, lo tenne vicino a se, in
silenzio.
La compassione, quel sentimento principe nell'animo di
Tommaso, non bastava più; occorreva fare qualcosa.
Ed allora il prete parlò; non come parlano i preti in questa
circostanza, ma come ciascuno vorrebbe che essi parlassero.
"È bella la vita, vero Bernard?
Pensa solo a questo, a quel dono che hai goduto.
Nessuno, in questo mondo, ottiene di fare nulla d'eterno, ma,
qualche volta, gli spiriti più avvertiti riescono a raggiungere,
per un attimo, il bello, e di questo godono.
Se tu hai avuto quell'attimo, allora la tua vita non è passata
invano.
Non c'è miglior giudice di noi stessi, solo noi possiamo sentire
la verità che è in noi".
"Ma io voglio ancora vivere, non vegetare in questo modo
schifoso; invece ho paura e non so più cosa pensare".
Parlarono per lungo tempo; riandarono ai momenti felici che
avevano vissuto insieme.
Risero anche, e Bernard, mentre s'appisolava, stremato da quello
scampolo di vita donatogli dall'amico, sembrò più consolato e
più lontano da quella linea grigia e paurosa, che è l'anticamera
della morte.
Tommaso andò via, ripromettendosi di tornare l'indomani.
La mattina successiva, ritornato all'ospedale, Tommaso trovò
l'amico morto, con il volto finalmente sereno, libero da quel
ghigno che il dolore e la paura avevano impresso, plasmandolo
come una maschera della sofferenza umana.
In quel momento entrò il dottor Bubber, che abbracciò Tommaso
dicendogli:
"Grazie, figlio mio.
È merito tuo se mio nipote è morto in pace.
Ieri sera mi ha fatto telefonare, per potermi parlare.
142
Sono venuto subito e l'ho trovato stranamente calmo e sereno.
Mi ha detto che aveva ricevuto la tua visita e che tu, come il
solito, avevi scavato nella sua anima, recuperando il significato
della sua vita, che lui credeva perduto.
Bernard ha ammesso che il senso della vita è duplice:
riconoscere quelle rare occasioni in cui s'arriva in contatto con
l'Assoluto, un vero e proprio momento estetico, e, attraverso
quello, giungere alla prova della realtà di quell'Assoluto che,
d'altra parte, parla dentro di noi, imponendoci la legge morale.
Per questo mi ha detto di ringraziarti, perché, senza prediche
ma solo scavando nel suo animo, gli hai permesso di
riconciliarsi con la religione dei suoi padri e, quindi, poter
ritornare nel seno di Abramo.
Abbiamo recitato insieme lo SHEMA ISRAEL e le ultime sue
parole sono state di ringraziamento per te.
Poi è morto, finalmente sereno".
Durante il tragitto di ritorno dall'ospedale, Tommaso non poteva
staccare il suo pensiero dal ricordo del proprio amico, grato
soltanto che questi avesse, in extremis, raggiunto la pace
interiore, pur senza poter scacciare tutte quelle idee che la morte
di una persona cara lasciano nella mente di un uomo.
Così, con quei sentimenti e con quella condizione psicologica
non certo favorevole, quasi per distrarsi, prese il giornale che
qualcuno aveva lasciato nell'autobus, sul posto vicino al suo, e
lesse.
Nella pagina letteraria, in grande evidenza, l'Arcivescovo di
Reims, sollecitato da un intervistatore, dichiarava essere la
sindrome di immunodeficienza acquisita, che il mondo aveva
cominciato a conoscere come AIDS e che la Francia chiamava
SIDA, un giusto castigo per i peccati dell'Uomo.
Tommaso fu preso da un impeto freddo e feroce, una specie di
furore interno, così raro in lui, che riuscì a placare solo dopo
aver scritto di getto una lettera all'alto prelato.
"Eccellenza
permetta ad un povero prete di non essere in grado d'esercitare
la virtù dell'obbedienza nei Suoi confronti, dissentendo da
quanto Le ha attribuito la stampa, in una recente intervista.
Avevo un amico fraterno, splendido giovane, stroncato da
quello che Ella avrebbe definito un giusto castigo per i peccati
dell'Uomo.
Nel nostro ultimo colloquio, il mio amico si lamentò con me,
dicendomi di considerare Dio, come un'entità malvagia, che si
nutre del dolore delle proprie creature.
Ma poi convenne d'aver sbagliato nel giudizio, perché,
comunque, ad ogni uomo è dato di raggiungere, almeno una
volta, la visione del bello, e, quindi, dell'Assoluto, da cui far
143
discendere l'assoluta bellezza di Dio, e, per questo tramite,
riconoscere la sua assoluta bontà.
Come può, questo, conciliarsi con il sentimento di vendetta che
traspare dal suo ragionamento?
Come può Dio vendicarsi su esseri innocenti, sui figli ancora
non nati?
Come può pensare questo, una mente che, pure, non è
obnubilata dal dolore e dalla paura?
Come può affermare ciò, un Ministro di quel Cristo che,
innanzitutto, è amore?
La bellezza, la necessità di Dio, è prima di tutto morale.
Ipotizzare un Dio, che si nutre del pianto delle sue creature,
significa scendere, con il pensiero, al livello degli antropofagi
più deviati dal cammino dell'uomo e questo nulla ha a che fare
con la buona Novella che, ripeto, innanzitutto, è amore.
Mi creda, Suo in Cristo
Sac.Tommaso FERNAYS S.J.
P.S. la virtù dell'obbedienza mi spingerebbe ad inviarLe questa
mia in privato ma l'obbligo della testimonianza mi costringe a
mandarla a quel giornale che ha potuto, sono sicuro,
stravolgere in maniera tanto assurda, il Suo pensiero.
Tommaso sapeva di cacciarsi in un ginepraio.
Lui, un gesuita, studioso di teologia, mettersi contro una così
alta Autorità della Chiesa di Roma, non solo per questioni
teologiche ma soprattutto su fatti inerenti il Magistero.
Che cosa ne avrebbe detto il suo cardinale, così attento a non
provocare scandali inutili, al solo scopo di mettersi in mostra?
Infatti, dopo pochi giorni, la bufera scoppiò, violenta: il giornale
era andato a nozze, con la pubblicazione della sua lettera, e la
discussione s'era accesa, aspra e feroce, sotto le parole mielate
che i preti usano, quando vogliono colpire a morte qualcuno.
Le voci sottili, il fumus, così conosciuto da chiunque frequenti
l'ambiente della gerarchia cattolica, mandava eloquenti volute.
Quel Sacerdote, quel gesuita, come poteva attaccare un
Arcivescovo, una Dignità così importante, pubblicamente,
dando scandalo al mondo, incrinando in maniera così evidente il
principio d'Autorità?
Che voleva dire? Chi era dietro di lui? Chi lo difendeva? E, se
era solo, era l'uscita solitaria di un insubordinato o v'erano altre
motivazioni?
Tommaso non si curava del fuoco della polemica, che era
divampata dopo il fumo, anche se aveva registrato nel proprio
144
animo tutte le volute che quel fumo aveva eseguito, e, quindici
giorni dopo, al suo ritorno in Belgio, si presentò tranquillamente
al suo Cardinale.
"Eminenza, riconosco d'aver peccato di presunzione, ma,
quando è necessario, "oportet ut scandala eveniant" 2 .
"Il riconoscimento della propria colpa è l'atto iniziale del
processo del perdono.
Ora bisogna però stabilire la pena relativa e tu la sconterai
duramente questa pena, Padre Fernays".
Così dicendo il Cardinal Van der Groe prese una busta sigillata
da dentro un tiretto e la consegnò a Tommaso.
Essa conteneva due brevi cardinalizi: il primo nominava il Padre
Tommaso Fernays, professore di teologia morale all'Università
di Lovanio, la stessa cattedra che era stata dell'attuale Cardinale.
Il secondo innalzava Tommaso alla dignità vescovile,
investendolo del titolo di Vescovo ausiliare dello stesso Cardinal
Van der Groe.
" E non credere che queste due croci bastino per il tuo peccatoconcluse il piccolo Cardinale - da oggi, sarai il mio confessore,
su cui potrò riversare i miei peccati, le mie pene e le mie cure.
Certo che te la sei andata a cercare.
Avevo già una mezza idea di non lasciarti tranquillo a gingillare
con le placide discussioni teologiche, che impegnano la mente,
ma non la volontà di un giovane prete da battaglia, come sei tu.
Sapevo di poter contare sulla tua sapienza, sulla tua obbedienza
e sulla tua acutezza d'ingegno; aspettavo solo un segno del tuo
coraggio nel difendere la Parola del Cristo.
Ora non ho più dubbi".
Il nuovo Vescovo sembrava di sale, impietrito, nella vasta sala,
che faceva da studio al suo maestro, il Cardinal Van der Groe,
Primate cattolico del Belgio.
2
E’ cosa opportuna che gli scandali vengano alla luce. Mt.18,7.
145
SECONDA ANTIFONA
È cosa assai interessante notare le interrelazioni che occorrono
tra la vita dei singoli uomini e la più complessa vita delle
società, di cui quegli uomini sono le unità elementari,
esaminando le idee guida che, spesso maturate per seguire il filo
logico del disegno di un solo individuo, raggiungono altresì
l'inconscio collettivo.
Quelle idee, per questo, divengono poi determinanti per tutti gli
uomini, fino ad assumere una loro validità che le svincola dalla
dipendenza, quasi dalla discendenza di un'unica mente, per
apparire nate già perfettamente compiute e logicamente efficaci,
senza l'intervento cosciente di alcuno, come Atena dalla mente
di Giove.
Per questo, quella parte del sapere umano che indaga su come si
sono svolti i fatti degli uomini, la storia appunto, non può
prescindere dall'esaminare, in primo luogo, coloro che l'hanno
determinata.
La storia studia, così, gli uomini, le loro idee, le loro pulsioni, la
loro fortuna e, soprattutto, le reciproche modificazioni che tutti
questi fatti, interagendo tra di loro, hanno provocato nelle loro
stesse vicende, prima di fissarle nel definitivo rapporto storico.
Occorre che un uomo sopporti realmente nella propria
sensibilità quell'esperienza, spesso dolorosa, raramente lieta,
sempre però indimenticabile nella propria vita, che dà origine ad
un'idea.
Quest'idea, se è contemporaneamente avvertita da molti, si fissa
nel comune sentire e diviene così patrimonio di tutti, rendendo,
inoltre, vano il ricercare se fu un uomo ad averla concepita o fu
quell'idea a generare quel particolare tipo di uomo.
Perciò già Erodoto, il padre della storia, proclamava che uno
storico veramente imparziale si sarebbe dovuto limitare a
riportare le sole date degli avvenimenti accaduti, e, forse,
nemmeno questo sarebbe bastato per giungere ad un'assoluta
imparzialità.
Quando poi la storia che si esamina è talmente vicina a noi da
riconoscere in essa brandelli della nostra vita, allora la famosa
imparzialità dello storico serve soltanto a dare, mascherandola,
una patina di validità oggettiva ai nostri desideri, alle nostre
pulsioni, alle nostre aspirazioni.
Eppure l'Uomo non può esimersi dal fare storia, perche questa è
una di quelle attività dello spirito che maggiormente definiscono
il nostro essere uomini, l'intima proclamazione della nostra
autocoscienza, il nostro segno distintivo, una di quelle facoltà
che ci fa unici, molto più della scienza o della matematica.
146
Infatti la scienza e la matematica sono mezzi, strumenti sempre
uguali a se stessi, la cui struttura non dipende dall'uomo, e mal si
confanno a definire l'essenza umana.
Invece, per poter giungere a questa definizione, occorre cercare
nelle più profonde motivazioni e, se si vuol rimanere nel solo
campo della scienza e della matematica, investigare nella storia
o nella filosofia della scienza o della matematica, ritornando
così nell’ambito delle attribuzioni distintive dell'Umanità.
Tutto questo lungo discorso ci riporta a considerare quella
straordinaria caratteristica dell'Uomo, che troverebbe la propria
validità esclusivamente al di la del conosciuto, ma non può
varcare le soglie del conoscibile, arrivare metà ta phisicà,
perché, appunto, la metafisica è inconoscibile, per definizione.
Ma se questo è il nostro limite, il volerlo superare è il nostro
peccato d'orgoglio, quel peccato originale che ci fa appunto
uomini, ed il cercare risposte nella storia, che sapremo non
arriveranno mai, è la nostra unica attività possibile, se non si
vuole abdicare, come appunto fa una gran parte degli uomini,
alla propria condizione umana.
Consideriamo dunque le idee dominanti la società degli uomini
nella seconda metà degli anni ottanta del nostro secolo, non
guardandole però, solamente nella bruta esposizione degli
avvenimenti.
Noi, invece, scaveremo oltre la superficie delle cose, leggeremo
tra le linee, come ci consiglia l’etimo del verbo latino
“intelligo”, cioè “inter lineas lego”, leggo tra le righe, da cui
viene la parola intelligenza.
Facendo ciò, compiremo un’operazione che, nel tentativo
d'affondare la nostra indagine nel perchè dell’avvenuto, ci
permetta di leggere più chiaramente il fatto tra le linee
dell'accaduto, facendoci così compiere un'azione intelligente.
Dunque, in quegli anni, la lunga avventura della civiltà
occidentale s'era venuta cristallizzando in alcune posizioni,
molto distanti tra di loro.
Una prima concezione, la più aggressiva, quella che si credeva e
si diceva proceduta, in linea diretta, dalla smania ateniese e
romana di conquistare non solo tutto il mondo conosciuto, ma
perfino le anime che popolano quel mondo, aveva modellato una
precisa posizione teorica.
Tale dottrina, mutuando i propri capisaldi dal concetto
protestante della predestinazione delle anime e dalla tradizione
talmudica del giusto, che, per questo, riceve la ricompensa da
Dio, aveva elaborato una propria tesi.
147
Questa tesi, a ben esaminare, non era altro che la riedizione, in
forma riveduta e corretta, della legge della giungla o, se si
preferisce, della teoria dell'evoluzione della specie.
Questa teoria, come ormai è quasi universalmente accettato,
porta, attraverso successivi aggiustamenti e modificazioni, a
rendere alcuni individui d'ogni specie e, quindi anche
dell'Umanità, sempre più idonei a sostenere la lotta per
l'esistenza, spazzando via necessariamente, per questo motivo,
l'esistenza di coloro che rimangono soccombenti e vinti.
Anzi, il capitalismo, perché è chiaro che di questa teoria si sta
trattando, proprio negli anni che stiamo esaminando, sta
compiendo un colossale sforzo di razionalizzazione.
Esso sta riorganizzando le proprie linee di produzione, al fine di
liberare ulteriori, enormi risorse, che, gettate nella fornace della
lotta contro la teoria avversaria di quel momento, il marxismo,
ne faccia esplodere le contraddizioni interne e ne provochi il
collasso.
Il marxismo invece, aveva avuto finora una lunga stagione di
grandi vittorie in molti campi.
Ma, ora, quel sistema politico, con la palla al piede della propria
concezione dell'economia pianificata, che, togliendo agli uomini
il gusto del rischio, ne addormenta le capacità vitali, si trova, per
l'attutita disponibilità della propria società, a competere, sul
piano economico, in posizione di grave pericolo.
Quello era lo scontro che si combatteva in quel momento storico
ed i campi di battaglia, più che nel fumo delle guerre
guerreggiate, si potevano intravedere nelle felpate ed eleganti
sale delle riunioni internazionali, nelle azioni coperte delle spie
e di tutto un mondo di trafficanti nell'ombra, nelle stanze segrete
della diplomazia internazionale, nel chiuso delle multinazionali
e delle grandi banche.
Uno dei punti nodali, dei principali campi di battaglia di questa
guerra mondiale, era il Belgio.
In quella piccola, civilissima Nazione erano presenti sia il
cervello della potenza militare del capitalismo, la NATO, sia la
culla di quella nuova idea di Europa che, pure, stentava a
nascere, in un mondo stretto nella morsa del bipolarismo, sia
infine, la sede europea delle più importanti multinazionali.
Queste realtà, più degli Stati nazionali, rappresentavano gli
attori del dramma che si stava consumando sotto gli occhi di
tutti, benché pochissimi ne conoscessero le implicazioni segrete
e le reali conseguenze.
148
CAPITOLO XIV
PIANI ALTI
Tommaso, pardon, Sua Eccellenza il Vescovo Fernays, titolare
della stessa sede "in partibus" che fu del suo maestro e capo,
sembrava muoversi nell'acqua torbida della diplomazia
internazionale con la stessa sicurezza ed abilità del più
consumato prelato che avesse compiuto tutto il corso degli
incarichi presso la Segreteria di Stato in Vaticano, dal semplice
minutante fino al più smaliziato nunzio apostolico.
Eppure Tommaso non era il Nunzio apostolico, ma solo uno dei
sostituti del Primate, il Cardinal Van der Groe, senza un compito
ben preciso, e molto defilato.
Situazione questa che gli assicurava il più ampio movimento e la
più grande possibilità di manovra, in quel mare, che permetteva
solo ai più manovrieri di reggersi a galla, sfuggendo alle luci
della notorietà che, immancabilmente, bruciavano l'incauto, che
ne fosse attirato.
D'altronde la sua naturale statura morale, immediatamente
avvertibile, gli conferiva una presa sull'animo dei suoi
interlocutori che vedevano in lui un esempio molto diverso dal
comune prete diplomatico.
Per questo Tommaso, non ce ne vorrà il nostro eroe se noi
continuiamo a chiamarlo familiarmente così, era ormai divenuto
una presenza costante e ricercata nella vita sociale, che si
svolgeva tra le sedi delle ambasciate, le sale di riunione delle
multinazionali, i circoli delle varie organizzazioni europee e gli
stages che la NATO teneva periodicamente, per diffondere
particolari concetti operativi in campo economico o sociale.
Tutta questa attività aveva due conseguenze: per prima cosa
permetteva alla Chiesa di Roma di avere un osservatore
attentissimo nei luoghi del potere e, per questa ragione,
consentiva altresì a Tommaso di stabilire solidi agganci con la
Segreteria di Stato, benchè non fosse questa l'intenzione del
giovane vescovo.
L'altra opportunità era data dalla frequentazione delle
intelligenze più raffinate, che si confrontavano, in quel
momento, in Europa sui temi più attuali e scottanti.
Così Tommaso aveva conosciuto il dottor Gottfried Wilhelm
Stollemberg, ultimo rappresentante di una grande casata tedesca,
che aveva però iniziato il suo cursus politico nel partito
socialdemocratico.
Stollemberg andava portando avanti la sua concezione politica:
l'Europa che doveva nascere, non poteva essere un puro fatto
economico, ma doveva coinvolgere i popoli, se si voleva che
149
quella costruzione fosse vitale e procedesse con la forza della
propria idea e non con i soldi dei potentati economici che, al
momento, parevano i soli interessati a diffonderla.
Quest'idea, nel 1985, non era del tutto pacifica, soprattutto
perché l'ideale europeo non aveva ancora coinvolto la
maggioranza dei popoli d'Europa o, meglio, le motivazioni della
necessità di un'Europa unita erano più sentite in campo
economico che in campo politico.
Un altro grosso personaggio cominciava a quel tempo a farsi
notare nell'ambito della comunità internazionale che gravitava
intorno a Bruxelles: era l'assistente del capo delegazione inglese
presso il Segretariato internazionale del Consiglio Atlantico, il
giovane avvocato Peter Withe.
La posizione inglese era stata sempre sospettosa dell'idea
Europa, per svariati motivi.
Il primo di questi motivi era da ricercarsi nell'ambito della storia
della politica e poteva esser riassunto nella dottrina di Monroe 1,
che, all’inizio del XIX secolo, recideva gli ultimi tentativi
d’ingerenza degli stati europei nelle Americhe, ma non negava i
vincoli della comunità anglosassone con il mondo americano, in
antitesi con gli altri popoli europei.
Questa posizione aveva perfino una giustificazione filosoficosociale: l'orgogliosa consapevolezza che gli altri popoli europei
non avevano saputo imitare il modello democratico inglese.
Non erano neppure assenti, qualche volta, preconcetti
meramente razziali, che ponevano l'accento sulle diversità
dell'Homo Brittannicus rispetto ai propri simili, dimoranti in
Europa.
Ma ormai l'impero s'era dissolto da un pezzo e l'altera sicurezza
d'essere il centro del mondo civile cominciava a ricevere duri
colpi, anche se Londra era ancora uno dei gangli più importanti
del mondo economico internazionale.
Per questo, le menti più avvertite del Regno Unito cominciavano
ad interessarsi seriamente alle problematiche europee, pur non
abbandonando quel sano pragmatismo, per cui va famosa la
terra d'Inghilterra.
Anche la Francia era ben rappresentata in quelle sedi
prestigiose: uno dei giovani che stavano scalando la ripida erta
Dottrina politica, enunciata il 2 dicembre 1823, che prende il nome da
James MONROE, quinto Presidente degli Stati Uniti.
Essa stabilisce che la politica di tutte le Americhe sono un fatto interno degli
americani in cui non verrà accettata alcuna ingerenza europea.
Questa enunciazione non ostacolò che si creasse, in seguito, un regime
speciale nelle relazioni tra Inghilterra ed U.S.A.
1
150
della notorietà, in quel campo cosmopolita, era il dottor Paul
Mercier, che Tommaso conosceva dai tempi lontani del 68 e che
aveva perfino invitato al suo matrimonio.
Il giovane Mercier, capopopolo delle plebi universitarie ai tempi
del maggio parigino, era rientrato nei ranghi.
Dopo la laurea in giurisprudenza, aveva seguito i corsi
dell'Ecole Nationale d'Amministration, la famosa ENA, ed era
entrato nella Pubblica amministrazione, bruciando le tappe con
una progressione impressionante, tanto da fargli conquistare, ad
un'età inconsueta, l'incarico di capo delegazione francese al
Consiglio d'Europa.
Tutte queste intelligenze, ed il mondo che le conteneva, erano in
grande eccitazione in quel 1985, che s'annunciava come un anno
di svolta dopo un periodo di stasi politica e d'immobilità
concettuale, che aveva raggelato i primi anni del decennio.
Infatti la morte dell'ultimo segretario generale del Partito
comunista dell'URSS, Cernenko, aveva portato alla ribalta un
nome che sarà ricordato a lungo nella storia d'Europa: Michail
Sergeevic Gorbacev.
Inoltre, sempre in quell'anno, il Presidente degli Stati Uniti
Ronald Reagan, aveva ricevuto dagli scienziati del proprio Paese
l'assicurazione della fattibilità di un progetto avveniristico, ma
costosissimo.
Esso prevedeva la possibilità d'intercettare i missili nucleari
fuori dell'atmosfera, prima che questi potessero entrare nel cielo
americano.
Il presidente Reagan aveva lanciato quindi il progetto strategico,
conosciuto come "SDI" (Iniziativa di Difesa Strategica).
Questa nuova filosofia d'impiego, nell'uso di strumenti atti a
conquistare la supremazia militare, che sostituiva la dottrina del
"secondo colpo", s'avvaleva di un sistema di satelliti orbitanti,
difensivi-offensivi, armati con Laser ed altri sofisticati congegni,
in grado di stendere un "ombrello elettronico", impenetrabile
alle armi avversarie.
Per la prima volta s'era riuscito quindi a trovare il sistema di
neutralizzare, almeno teoricamente, un missile nucleare, dopo il
suo lancio.
Questa rivoluzione, nel campo della strategia globale dei due
contendenti al dominio del mondo, impose due reazioni,
entrambe d'enorme portata per il futuro.
L'Europa, fino allora, era stata un puro enunciato economico che
non prevedeva, come fattore importante, la partecipazione
popolare, al di là delle posizioni propagandistiche o degli
ingenui attestati di solidarietà.
Questi erano espressi al solo scopo di fuggire in avanti dalle
condizioni del presente, evocando una nuova, futura e, per
151
questo, poco probabile età dell'oro, che si celava, a detta degli
entusiasti, sotto il concetto dell'unità del continente europeo.
Insomma quell’unità, finora, era stata intesa come una
normativa che riguardava più le tasse o il sistema bancario che
non gli uomini, anche se si era infiocchettata con i più sgargianti
ed improbabili gadgets.
Ora invece, dopo che l'America si fosse realmente dotata dello
scudo spaziale e della capacità d'uscire indenne da un confronto
atomico, l'Europa si sentiva nuda ed indifesa, anzi diveniva il
solo perdente in un possibile scontro tra i due colossi.
La constatazione accelerò grandemente la tesi che voleva
l'Europa come soggetto autonomo di politica, in quanto entità
capace di competere alla pari con le altre due, in tutti i campi.
Ma, per far questo non bastava un semplice aggregato
economico.
Il soggetto che si doveva far nascere, era una figura
squisitamente politica, in grado d'avere un'anima che fosse
immediatamente riconoscibile agli uomini che la dovevano
vivere.
L'idea di un'Europa politicamente unita cominciava così ad
avere una sua necessità obbiettiva.
L'altra reazione a quel progetto, voluto da Reagan, che fu
pittorescamente denominato, dai mass media, "guerre stellari",
ebbe un effetto ancora più esplosivo.
L'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, come
aulicamente s'era definito l'impero russo, già da tempo faticava,
come abbiamo visto, a seguire l'Occidente nella sua corsa verso
un sempre miglior tenore di vita.
Ciò era dovuto all'effetto della caratteristica più saliente del
sistema capitalistico.
In altre parole, quella corsa è un fenomeno indotto
principalmente dalla concorrenza, in quanto l'espansione dei
mercati, frutto appunto di una sana concorrenza, produce una
sempre maggior ricchezza.
Questa, a sua volta, moltiplica geometricamente l'espansione
degli stessi mercati.
Al contrario, un sistema basato sulla negazione del mercato,
produce inevitabilmente una burocrazia, che non conosce alcuno
strumento di misurazione della propria validità.
Perciò quella burocrazia tende a crescere con le stesse regole del
cancro dentro un organismo, che, pure, una volta era sano.
Alla fine, l’organismo non riesce a resistere all'attacco e quindi,
si blocca.
Quando, sulle industrie del complesso economico-militare si
cominciarono a riversare i primi assaggi, dei molti miliardi di
dollari, che l'America aveva previsto di spendere per le guerre
152
stellari, il valore di tutto il mercato dell'Occidente ricevette un
impulso inarrestabile.
L'URSS non poteva rimanere a guardare una situazione che
l'avrebbe comunque travolta: con la forza della disperazione,
Gorbacev si accinse ad introdurre correttivi liberistici nel
sistema economico sovietico.
Questo fu l'inizio della fine per l'impero russo.
La perestroika portò alla paralisi del sistema dirigistico russo e
la glasnost 2, l'altra buona intenzione del premier russo,
s'incaricò di dimostrare come appunto le buone intenzioni
lastricano la strada che porta all'inferno.
Infatti, la trasparenza impedì al sistema di nascondere il dramma
che l'economia russa stava vivendo, mutandolo rapidamente in
tragedia non più risolvibile.
Ma andiamo con ordine, soffermandoci un poco di più sulle
vicende del 1985.
In quell'anno il Consiglio d'Europa promosse un convegno
aperto a tutti gli Stati europei, dal tema emblematico: "Quale
Europa?".
Naturalmente, a quel convegno parteciparono solo
rappresentanti degli Stati occidentali, ma aderirono ad esso
anche alcuni fuoriusciti polacchi e d'altre nazioni del blocco
orientale, che erano stati eletti al Parlamento Europeo nelle liste
dei partiti della sinistra socialdemocratica europea, ed era
presente tutta la stampa accreditata presso i vari organismi
internazionali di Bruxelles.
Tra i principali attori di quel convegno v'erano appunto gli
uomini prima ricordati, Stollemberg per la Repubblica federale
Tedesca, Withe per il Regno Unito, Mercier per la Repubblica
Francese e molti altri politici emergenti sul piano europeo.
Anche Tommaso partecipò, come osservatore personale del
Cardinal Van der Groe e così, dopo le prime battute, le varie
posizioni s'andarono rapidamente delineando.
Nell'attesa d'entrare nel vivo della conferenza, iniziarono le
solite schermaglie sulle generali, che sono attuate al solo scopo
di saggiare il vento che tira.
Nell'aula, i vari convitati cominciarono a tastare il polso
dell’assemblea, prima delle dichiarazioni ufficiali; ma non in
maniera così riservata, da non arrivare all'attenzione, ben viva,
del folto gruppo di giornalisti presenti.
L'atteggiamento Tedesco fu sapientemente e generosamente
enunciato dal dottor Stollemberg, che ipotizzò, come sola via
d'uscita dal sistema binario che soffocava l'Europa, la nascita di
una vera entità forte: l’unione politica europea.
2
Perestrojka, in russo significa “ nuovo corso “ e Glasnost, “ trasparenza ”.
153
Essa avrebbe saputo aggregare a se, con la forza della moneta
unica europea, le regioni dell'Est, sempre più sottoposte alla
penuria di tutto, problema questo derivante dal pugno di ferro
sovietico, che vietava a sé, ed ai suoi satelliti, l'esistenza di un
qualsiasi libero mercato.
A siffatta impostazione ribatté efficacemente Peter Withe per
l'Inghilterra, il quale, con ironia tutta britannica, domandò se
l'espressione, che era scritta come "moneta unica europea", in
realtà si dovesse leggere "Marco tedesco".
Inoltre il rappresentante inglese chiese pragmaticamente d'essere
informato di quali vantaggi si poteva parlare per il suo paese,
per indurlo ad abbandonare una posizione, quel rapporto
privilegiato appunto, che era stata il perno della propria politica
da cento anni.
"Con la scomparsa dell'Impero Britannico, il rapporto
privilegiato con gli U.S.A., che all'inizio era un patto di mutuo
soccorso tra due potenze d'ugual peso, è ora divenuto la
legittimazione di un processo che porterà sempre più
velocemente la Gran Bretagna a trasformarsi in una colonia
della sua antica colonia.
S'avrà così, una specie di zoo protetto, dove, nel migliore dei
casi, i ricchi americani verranno per fare l'inchino alla Regina
inglese alla loro maniera, in altre parole per provare l'emozione
di compiere un tuffo nel loro passato.
L'adesione dell'Inghilterra all'idea Europa significherebbe
invece un suo ingresso in una realtà che sta sorgendo ora e che
può avere enormi sviluppi e non il tramonto, nemmeno molto
dorato, che ha già avvolto il Regno Unito".
La puntualizzazione del rappresentante francese, nel suo pizzico
d'animosità, dimostrava come fosse difficile far procedere
un'idea che, pure, aveva più di duemila anni di vita.
Il fatto è che l'idea Europa sottintende un equivoco di fondo: né
Giulio Cesare, né Attila, né Carlo Magno, né Napoleone, né,
tantomeno Hitler, in verità avevano voluto "Fare l'Europa".
Ciascuno di essi, più esattamente, intendeva "conquistare"
l'Europa facendola diventare, di volta in volta, romana, barbara,
carolingia, cioè barbara ma con influenza e leggi romane,
francese o tedesca, suscitando sempre il timore degli esclusi,
che si sentivano oggetti non partecipi di quel progetto.
Ora, invece, si cercava di giungere all'Europa non con la spada,
ma spinti principalmente da motivazioni economiche e, per
ultimo, dalla paura, mai sopita, che le due superpotenze
potessero trovare un accordo qualsiasi, che avrebbe permesso
loro di spartirsi il mondo.
154
Eppure i duemila anni di scontri che quell'idea evocava, non
inducevano certo i rappresentanti di quei popoli, che erano stati
gli autori ed, insieme, le vittime di quegli scontri, ad abbassare
la guardia.
Certo, la prospettiva di un mercato di più di duecento milioni di
utenti solleticava le fantasie dei potentati economici di tutto il
continente, ma la memoria collettiva di ciascuno era bloccata,
soprattutto a livello inconscio, dai veti incrociati che la Storia
aveva impresso nel ricordo di tutte le genti europee.
"Permettete al rappresentante di un'idea che trascende i vostri
ideali nazionali - esordì Tommaso, quando toccò il suo turno di cercare di far il punto della situazione, per trovare una
soluzione al vostro, al nostro problema.
Tutti voi siete concordi nel ritenere fattibile e vantaggiosa una
Europa che sia un'unica entità in campo politico, sociale,
economico, finanziario; insomma, in una parola, un’Europa
nazione.
Eppure tutti voi, anche e soprattutto a livello inconscio, ponete
remore e distinguo, che ostacolano il percorso di quell'idea, fino
a bloccarlo.
Io non nego validità ai vostri timori, anzi riconosco che essi
sono il frutto e l'eco, più o meno lontana, di terribili episodi,
che hanno coinvolto i nostri popoli, ma dico che questa strada è
impercorribile.
Se ritenete quest'idea vantaggiosa, ma siete bloccati dai
fantasmi del vostro passato, dovete pensare non a quello che vi
divide ma a quello che vi unisce.
Che cosa significa Europa?
Essa è un'idea che si è andata sviluppando da duemila
cinquecento anni, cercando un insieme di valori, che
permettano all'Uomo di conquistare l'Universo che lo circonda,
compresi i popoli che egli incontra nel suo espandersi, al fine di
conoscere le tre realtà che egli ha individuato, in tutta l'infinita
varietà del Cosmo: il proprio Io interiore, la natura, Dio.
Che cosa intendo dire?
Affermo che l'idea Europa ha dei connotati estetici che
indirizzano tutti noi verso un ideale morale: esso, infatti, è alla
base del nostro modello di vita.
Quest'ideale non è in contrasto, entro certi limiti, con il modulo
di razionalizzazione che abbiamo adottato, quasi un linguaggio
informatico in campo economico, per arrivare appunto ad una
sempre maggior espansione di quello che, prima, abbiamo
definito come nostro modello di vita".
"Alt, vedo già dove andiamo a parare - l’interruppe il dottor
Mercier, che, in virtù dell'antica amicizia, aveva mantenuto, di
155
comune accordo, il tu colloquiale con Tommaso - caro amico,
riconosco, sotto l'elegante clergyman, che indossi con molto
charme, il nero del tuo vero abito.
Allo scopo della "maiorem Dei gloriam" t'accontenti di
qualunque appiglio, anche quello estetico, per ricondurre l'idea
del potere al concetto della Divinità, in modo da rilanciare la
posizione della Chiesa di Roma, che si ritiene il punto di snodo
e di congiunzione tra il potere divino ed il potere politico.
Non riuscirete mai a ricordare, voi preti, che vi è stato, in
Europa, un grande momento costitutivo, che va sotto il nome di
rivoluzione Francese.
Ormai si sono formati gli Stati nazionali in Europa e questi Stati
traggono da loro stessi il principio di legittimità.
La Rivoluzione francese ha dato nuove norme al potere politico,
definendo il concetto d'uguaglianza di fronte alla legge dello
Stato, unica legge in campo civile.
Da essa traggono origine tutti quei movimenti liberali, di
destra, di centro o di sinistra, che, benché condannati dal vostro
Sillabo, saranno alla base, una volta cancellata dall'Europa
l'ignominia della dittatura, di tutte le Costituzioni europee".
La sparata del dottor Mercier non smosse di un millimetro la
calma di Tommaso:
" Mio caro Paul, mio buon amico - fu la replica, esposta con
calcolata calma - non posso certo fare colpa a te di non aver
seguito il travaglio che ha accompagnato in questo secolo il
percorso intellettuale di chi, sentendosi profondamente
cristiano, non per questo non si riconosca, allo stesso modo,
un cittadino attento ed ossequiente alla legge dello Stato.
Tu parli come uno spettatore del tempo del Concilio Vaticano I e
forse per questo hai nominato il Sillabo.
La parte intellettualmente più attiva della Chiesa, già da lungo
tempo, ha dimostrato ai vertici, ed i vertici della Chiesa hanno
già da tempo recepito e definito, nei loro documenti ufficiali,
che il potere temporale dei Papi è irrimediabilmente finito, e
che esso non tornerà mai più.
Quello, più che un potere, era un impaccio alla diffusione della
Parola, unico impegno "politico" irrinunciabile del
Cristianesimo.
Per giungere a ciò, abbiamo dovuto compiere un lungo
cammino, molte nostre intelligenze si sono consumate per
trovare la strada, molti hanno perfino osato sfidare l'Autorità,
che noi riteniamo, come tu sai, infallibile, quando parla " ex
Cathedra ".
Alla fine abbiamo trovato l'avallo della parola del Cristo, che
era là, semplice ed immutabile, mentre noi la guardavamo senza
vederla: " Date a Cesare... “.
156
Ti posso quindi assicurare che, ove lo Stato rispetterà quel
comandamento, che c'impone d'essere testimoni della Parola,
noi rispetteremo lo Stato.
Noi, in quello Stato, ci poniamo come cittadini modello
all'interno delle istituzioni, assoggettandoci di buon grado alle
sue leggi, dando ogni contributo lecito allo sviluppo della vita
civile della Nazione, abbandonando ogni posizione integralista,
che contrasti il diritto degli altri.
Il nostro unico compito, all'interno dello Stato, rimane quello di
testimoniare la buona novella, che rinnova ai credenti il patto
con Dio.
Facendo ciò, noi daremo ogni nostro contributo possibile, in
accordo con i nostri Comandamenti, per amare il nostro
prossimo.
Cercheremo infine ogni possibile azione di miglioramento della
vita degli uomini su questa terra, in modo da permettere loro di
non peccare per bisogno.
Triste necessità questa, che rende più difficile anche il
raggiungimento della condizione ottimale nell'altra vita.
Come vedi, non vi è altra ambizione nel mio ragionamento se
non quella di migliorare le condizioni della "Societas".
Quanto poi ai connotati estetici che ricordavo prima, so bene
che l'idea di Europa nasce con lo stimolo verso i traffici, in
pratica con l'imperialismo espansionistico di Atene e Roma.
Ma quella civiltà, la nostra civiltà, se ha in sé queste stigmate,
possiede anche altri concetti.
Il bello, il bene, il dovere.
La necessità di conquistare ogni realtà, e quindi, la scienza.
La possibilità di un reale miglioramento negli standard di vita
per tutti gli uomini, e perciò il progresso.
La possibilità, che io per fede ritengo certezza, di raggiungere
uno stadio che ci riporti nel divino, da cui proveniamo.
Si tratta, come tu puoi constatare, di rendere sempre più
razionale il cammino dell'uomo e, su questa strada, sappi che tu
troverai, già da qualche tempo, come compagna di viaggio, anzi
come guida e consigliera, la Chiesa di Roma".
"Ecco un'ottima esplicitazione di come il Vaticano si sia
convertito al capitalismo più osservante, facendone
evidentemente la propria dottrina in campo economico.
Eppure, i sacri testi ci ricordano che quella dottrina è nata o,
almeno, ha avuto il suo maggiore sviluppo e la sua convalida
sul piano filosofico, in campo ebraico e protestante".
Il dottor Withe rientrava così in gioco, contrattaccando.
157
"Mi permetta di dissentire, dottor Withe; - ricambiò Tommaso la Chiesa non si è convertita ad alcuna dottrina economica.
Essa lascia appunto la piena libertà in un campo, che riconosce
come non suo.
Naturalmente, non fosse altro che per i suoi duemila anni d'età,
essa sa guardare e vedere i risultati che possono essere più o
meno apprezzabili, anche per coloro che non sono del ramo.
Quando questi risultati sono buoni, la Chiesa non ha difficoltà a
prenderne atto.
Rimane però una precisazione fondamentale: la Chiesa accetta
i buoni risultati, in altre parole il progresso nella vita del
popolo, dovuto all'applicazione del capitalismo, ma ritiene
questo solo un mezzo, un modo per attuare quel progresso.
Nel momento in cui il capitalismo cessa d'essere considerato un
mezzo e s'inizia a ritenerlo un fine, la Chiesa non può che
disapprovare.
Il fine è sempre l'uomo ed il mezzo non può prevaricare il fine.
Ogniqualvolta ciò dovesse accadere, e certe volte succede,
quando le ragioni del capitale prevalgono su quelle dell'uomo,
allora la Chiesa fa udire, alto, il proprio dissenso, che può
arrivare fino all'anatema".
Nel pronunciare quelle parole Tommaso s'era tanto accalorato
nel suo discorso da alzare, in una maniera per lui inconsueta, il
tono della sua voce.
Il mormorio che accolse il suo intervento, gli fece però intendere
che aveva colto l'interesse del folto pubblico che stava
ascoltando.
"Mi tolga un ulteriore dubbio, Eccellenza - riprese Withe,
all'indirizzo di Tommaso, pronunziando correttamente il titolo
che a questi competeva - se anche la Chiesa ritiene che la
democrazia parlamentare, espressione ultima del capitalismo,
sia il modello definitivamente vincente nella società umana,
come mai lo stesso modello non viene adottato
nell'organizzazione medesima della Chiesa, che, dopotutto, è
anch'essa una società umana?"
"Perché la Chiesa non è una società esclusivamente umana.
Essa si basa su un principio divino che non può esser messo in
discussione e pertanto non può sottostare alle regole della
democrazia".
Subito dopo iniziò, con la prolusione di un illustre relatore, il
dibattito vero e proprio sul tema del convegno.
158
Tommaso, nel suo intimo, non si ritenne soddisfatto della
risposta, che aveva dato ad una domanda non pertinente al tema
della discussione in atto, e molto insidiosa.
Ma quella domanda, non per questo, era meno vera, ed ad essa,
prima o poi, si sarebbe dovuta trovare una risposta più articolata
e, soprattutto, più convincente.
159
CAPITOLO XV
IL LEONE E L'ORSO
Effettivamente, anche Tommaso pensava che uno dei pochi
scenari percorribili, in quel lasco di tempo che separava
l'umanità dalla fine del millennio, fosse l'ulteriore
razionalizzazione della vita sociale, mediante l'aggregarsi delle
Nazioni in entità più complesse.
Solo così si sarebbero potuti contrastare tutti quei fenomeni di
disgregazione che le relazioni umane, sempre più complicate,
avevano innescato.
Questi fenomeni, ove non si fosse trovata una soluzione per essi,
avrebbero inevitabilmente spinto gli uomini in una china molto
pericolosa e, forse, senza ritorno.
In verità è sempre esistita, tra gli uomini, una particolare
corrente di pensiero, che ritiene che, mai, nulla di veramente
nuovo appaia sotto il sole.
Quest’ipotesi postula che la cosiddetta civiltà umana abbia, in
realtà, un andamento ciclico o, peggio, che essa sia senza una
meta, ma vada vagolando, nel suo procedere, con frequenti
ritorni verso il passato, con ricadute possibili in epoche di forte
arretramento della civiltà stessa; insomma che essa sia
assolutamente priva di un destino finale e prestabilito.
Naturalmente questa non era l'idea di Tommaso, che aveva fatto
sua, come la parte migliore della Compagnia di Gesù, la tesi di
Teilhard De Chardin.
Il grande scienziato gesuita, come abbiamo visto, aveva definito
un percorso evoluzionistico verso il punto Omega, il Cristo,
meta finale dell'Umanità, ed aveva inserito questa tesi sul
pensiero storico del proprio cristianesimo.
Per questa teoria, il processo di razionalizzazione, che è alla
base dell'evoluzione, diviene un processo altamente morale:
esso rappresenta il progressivo liberarsi, da parte dell'Uomo, di
tutte quelle scorie, che sono il portato della sua animalità.
L’appartenenza dell’uomo al mondo animale è la condizione
necessaria per iniziare il processo, ma essa, inevitabilmente, ad
un certo momento, deve esser abbandonata, se si vuol
concludere il processo nella meta prevista.
Un punto però, in questo ragionamento, è per Tommaso
irrinunciabile: l'uomo può perdere i suoi istinti animali
razionalizzandoli, ma non può perdere la propria identità
intellettuale, che rappresenta il fine ultimo di tutta la Creazione.
160
L'uomo è, quindi, per Tommaso, il metro ed il paragone di tutto
il Creato, il suo fine ultimo, cui debbon esser sottomesse "tutte
le altre creature" e tutti gli altri fini.
Questa visione proponeva evidentemente un nuovo umanesimo,
facendolo così divenire, al contrario dell'umanesimo prerinascimentale, parte integrante del pensiero cristiano.
Questa è, in definitiva, la parte più originale del pensiero di
Tommaso e di coloro che, nella Chiesa, hanno saputo cercare ed
attuare una rivoluzione così completa ed esemplare.
Essa è stata compiuta, come abbiamo avuto modo di
considerare, non gettandosi a corpo morto contro l'ostacolo da
abbattere, ma facendo vela, nel mare del sapere, con la prua
rivolta magari a tutte altre direzioni, ma con la navigazione
segnata da un'intelligenza duttile e lungimirante, che era riuscita
ad evitare, su quella rotta, le insidie e gli scogli più pericolosi.
Ovviamente questa tesi, ponendo una validità oggettivamente
insormontabile al concetto del Cristo, limita il campo delle
ipotesi possibili.
Viene così accettata a priori l'ideazione, la costruzione e
l'escatologia finale del mondo dell'Uomo, che porta
necessariamente al Cristo e che, per questo, non può più esser
messa in dubbio.
Nell'universo, l'Uomo, e necessariamente solo l'uomo, perché
creato, per questo, da Dio, percorrerà un sentiero, sorretto
necessariamente dal Logos, lo Spirito Santo.
Questi agisce nel mondo mediante la Provvidenza, fino ad
arrivare necessariamente al momento ultimo, in cui il Cristo
giudicherà il comportamento dei singoli uomini e procederà alla
palingenesi finale.
Impostato in siffatto modo, il ragionamento permette molteplici
ed importanti considerazioni.
Oltre a recuperare tutte le parti di verità presenti nelle religioni,
anche in quelle politeistiche, considerate un momento
necessario, ma transeunte sul percorso dell'evoluzione, questa
dottrina getta un ponte anche verso coloro che si professano atei.
Infatti le due posizioni hanno molti elementi in comune.
lo stesso inizio: il big bang 1.
Lo stesso sviluppo: l'evoluzione della vita verso l'autocoscienza.
La stessa ansia di conoscenza.
Gli stessi ideali estetici: la ricerca, il contatto, ahimè fugace, con
l'Assoluto.
Le stesse regole morali: l'antico patto di sangue, divenuto il
patto sociale tra gli uomini, che regoli l'ordinata esistenza degli
individui, in nome di una comune origine.
1
L’esplosione che, a detta degli scienziati, ha dato origine al nostro universo.
161
Essa li fa, in qualche modo, partecipi dello stesso destino, o,
addirittura fratelli.
Questa comunanza genera altresì un comune sentire, anzi un
imperativo categorico che detta le regole dell'etica per tutti.
Riconoscendo tutto ciò, gli uomini che professano le due tesi
possono compiere lo stesso tragitto storico sugli stessi binari.
Uno è sicuro di dove lo porterà il vettore, cioè la storia; l'altro
non sa quale sia la destinazione, se sarà lui ad arrivare o se quel
veicolo arriverà mai a qualche destinazione.
Intanto però, nulla vieta che il viaggio sia pacificamente
compiuto dai due viaggiatori, che possono trarre perfino
reciproco vantaggio dalla loro vicinanza.
Ad esempio, un grande vantaggio per entrambi può esser dato
dal fatto che, conoscendo e comparando uno le ragioni dell'altro,
ambedue non si chiuderanno, se saranno sufficientemente
intelligenti, in posizioni assolute di reciproco rifiuto.
Così facendo, essi non si troveranno assolutamente spiazzati,
qualora il percorso prendesse una piega, non confacente con le
proprie posizioni.
In questo modo riconosceranno la necessità dialettica
d'entrambi.
Come tutti coloro che sanno d'essere portatori di una nuova,
grande idea, Tommaso si batteva affinché quella rivoluzione
fosse riconosciuta ed accettata da tutti, per entrare nel
patrimonio comune.
In pratica, si trattava di un cambiamento di non poco conto, anzi
di una vera e propria rivoluzione copernicana, che veniva
postulata e portata avanti sul venerando corpo di Santa Madre
Chiesa.
La Chiesa fuori della storia, incurante della storia, contro la
storia, veniva calata in un percorso storico che ipotizzava l'uomo
come l'animale, ultimo figlio del mondo animale, su cui si posa
l'alito divino.
Esso infonde all’uomo quell'unico elemento, l'intelligenza
divenuta autocoscienza, che lo rende partecipe del principio
divino stesso, in altre parole capace di distinguere il bene ed il
male.
Per questo l'uomo è creato da Dio, come atto finale e conclusivo
di tutta la creazione.
Egli è però necessario fin dal momento del "Fiat lux", come
attore principale del gran dramma cosmologico.
Per questo, l'uomo opera, nel Creato, mediante quell'unico
signum,
aiutato dal sollecito interessamento di Dio, la
Provvidenza, che non nega il libero arbitrio individuale.
162
Essa pone solo le condizioni favorevoli, lo scenario, affinché
l’uomo, liberatosi via via della sua animalità, possa compiere il
suo destino in quest'universo, per ricongiungersi, alla fine, al
principio divino.
Non sono stati sfiorati i dogmi, non è stato toccato il magistero,
non viene in alcun modo inficiata la tradizione.
Cambia solo il punto di vista, l'ottica, ma il mutamento è
fondamentale.
La Chiesa non si cura più solamente del regno di Dio, fuori di
questo mondo.
Essa non pone più l'altezzosa chiusura alla scienza dell'uomo,
già giudicata incapace di raggiungere la cosa in se, il noumeno,
e, per questo, ritenuta non idonea alla ricerca del perché, la
ragione ultima del Creato.
Essa non contiene più, immutabili, anche se riconosciute via via,
nel corso dei duemila anni del suo percorso terreno, solamente le
regole che sono state il suo fondamento.
La Chiesa, dal Concilio Vaticano II, rovescia completamente
non le sue posizioni, ma la sua lettura del mondo, s'apre alla
scienza ed alla storia, si mette in cammino sullo stesso percorso
dell'uomo, compagna, madre e maestra, per sorreggerlo nei
momenti bui, per consigliarlo nella crisi, per additargli la meta.
Non sembri facile né agevole il percorso di quella particolare
concezione del Cristianesimo, nel più vasto alveo della Chiesa
di Roma.
Troppe incrostazioni dovevano esser rimosse, troppi privilegi,
alcuni antichissimi, altri scandalosi, dovevano esser denunciati e
tolti. Soprattutto, troppe menti dovevano esser ricondizionate,
per permettere di giungere ad una visione più razionale del
problema, che fosse capace di far arrivare l’uomo ad un gradino
più alto di spiritualità e di semplicità logica.
Ad esempio, porre l'accento sulla centralità dell'Uomo nella
religione del Cristo significa non accettare passivamente tutte
quelle situazioni di malessere che affliggono l’uomo.
Esse, oltretutto, sono anche il prodromo di una non perfetta
realizzazione dei singoli individui su questa terra e quindi
inficiano gravemente la salvezza di quelle anime, nella vita
futura.
Per questa ragione, quel particolare tipo di Cattolicesimo ritiene
suo compito primario combattere le ingiustizie contro l'uomo,
ovunque si verifichino ed in primo luogo in campo sociale.
Suo frutto è stato il successivo affinamento della dottrina sociale
della Chiesa, che, in meno di un secolo, ha ribaltato posizioni
antichissime.
163
Esse avevano ben rappresentato la lunga stagione in cui l'Altare
veniva in aiuto del Trono, nel tener comunque sottoposta quella
che era considerata massa amorfa e senza diritti.
Un altro esempio illuminante si può trovare nella differente
ottica con cui sono considerati, dalle due diverse posizioni
cattoliche, i rapporti degli individui con il proprio corpo ed i
rapporti interpersonali.
Si vuole qui accennare a tutta quella problematica, che si suole
definire sessuale, anche se, in essa, occorrerebbe considerare
anche buona parte di quella comportamentale, come ha
insegnato, ormai in maniera incontrovertibile, la psicoanalisi.
Si consideri, ad esempio, la posizione esemplare di Paolo di
Tarso, che dette il via a tutta la visione sessuofobica del
Cattolicesimo.
Egli infatti, ritenendo il sesso opera del Demonio e momento
degradante per le anime elette, l'accettava come male minore,
solamente al duplice scopo di perpetuare la razza umana e
d'impedire alle passioni d'esplodere, distruggendo così la
"Civitas Dei".
Ora, dalla primitiva posizione della Chiesa, che giustificava
l'atto sessuale come rivolto al solo scopo della perpetuazione
della specie, si giunge, ad opera di quell'altra visione della
Dottrina, all'esplicita accettazione del soddisfacimento sessuale
dei coniugi.
Finalmente questo viene riconosciuto come momento
importante e "benedetto" della vita dell'uomo, cioè si accetta
l’intrinseca, positiva validità del sesso, purché compiuto
nell'ambito del matrimonio, per accrescerne la valenza sociale.
In questa maniera, si supera il precedente atteggiamento del
Cattolicesimo, che aveva ricevuto stigmate tanto indelebili, da
averlo segnato, nei secoli, come la religione che poneva tutto il
male dell'uomo tra le gambe della sua femmina.
Purtroppo, da questo antico atteggiamento, il Cristianesimo
aveva concepito una teoria della vita, da cui erano nate buona
parte delle storture psicologiche che affliggono l'uomo moderno.
Questo concetto faceva il paio con l'altro, ben radicato nel
pensiero cristiano, per cui la condizione permanente dell'uomo
deve esser quella del dolore e del patimento, per meritare la
ricompensa, una volta nel regno dei cieli.
L'antica maledizione ebraica:
"Tu, donna, partorirai nella sofferenza e tu, uomo, ti
guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte"
veniva intesa, dal vecchio Cattolicesimo, non come una
condizione
modificabile
per
mezzo
dell'intelligenza,
migliorabile nel corso dell'evoluzione, ma come uno stato
164
immutabile della natura umana, anzi come un requisito
necessario per esser un buon cristiano, per imitare il Cristo.
Essa deriva dalla constatazione, più o meno inconscia, che il
Cristo non ride, che il cristiano deve esser immerso nella paura,
che la Chiesa chiama “timor di Dio”.
Il Cristianesimo, infatti, ha sempre represso il momento ludico,
che è una forma edulcorata, si potrebbe dire civilizzata,
dell'istinto panico.
Quello è momento in cui l'uomo si perde nell'abbandono nella
Natura, riconoscendosi elemento calato in essa completamente e
completamente sottoposto alle sue motivazioni istintive.
Per questo, il vegliardo cieco del romanzo di Eco, il monaco
Jorge, fa bruciare tutta la biblioteca dell'abbazia, per distruggere
il secondo libro della Poetica di Aristotele, quello che analizzava
il riso.
Per questo, nel romanzo "il nome della rosa", frate Guglielmo da
Baskerville esprime le seguenti considerazioni:
“Il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la
verità che non viene mai presa dal dubbio”.
..."Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della
verità, far ridere la verità perché l'unica verità è imparare a
liberarci dalla passione insana per la verità".
Infatti, quando coloro che ritengono d’essere gli unici depositari
della verità si trovano dinanzi una realtà che contraddice la loro
verità, essi, piuttosto che mutare questa, tentano di nascondere
quella, cadendo in quel delitto, che, a ragione, può esser
descritto come “passione insana per la verità”.
Se i seguaci del "Matto di Dio", i francescani, sul finire
dell'anno 1327, potevano ricoprire il ruolo dei dissacratori della
realtà imperante in quel tempo, allo scopo d'arrivare, in questa
maniera alla realtà più vera, che si nasconde sotto l'aspetto delle
cose, quel ruolo non può esser ricoperto, al momento, se non
dagli uomini della Compagnia di Gesù.
Essi, nel nostro tempo, sono gli unici che, oltre alla competenza
ed al rigore, hanno una cattiva fama così consolidata, da non
attribuire ad essa alcuna importanza, anzi da usarla come
elemento di rottura, sempre al solo fine della maggior gloria di
Dio.
Questo, appunto, s'accingevano a fare, questo stavano attuando i
gesuiti, prima facendo maturare le condizioni che portarono al
Vaticano II e poi sostenendo le loro tesi in ogni tribuna, in ogni
agone, in tutte le sedi.
Quella posizione, non certo facile, né accettata da tutti,
all’interno stesso della Compagnia di Gesù, s'andava però
esplicando su molte direttrici.
165
Da "Civiltà Cattolica"2 all'azione politica, da Lovanio alle altre
grandi università del sapere moderno, dalle regioni insanguinate
del terzo mondo, che anelava ad una teologia della liberazione
dall'oppressione, alle stanze felpate e molto comode, dove si
decidevano i destini del mondo dei ricchi ed, a maggior ragione,
di quello dei poveri.
Insomma, così come era accaduto all'ebraismo in cui, accanto
alla tradizione più ortodossa s'era venuta instaurando, quasi
come portato di una lettura più logica ed intelligente del Creato,
una posizione che i suoi stessi aderenti avevano chiamato
"Ebraismo liberale" (Progressive Judaism), , agli inizi di questo
secolo, si assiste contemporaneamente, in campo cattolico, ad un
fatto nuovo.
Si vuole qui far riferimento al nascere ad allo svilupparsi di
posizioni, all'interno della Chiesa cattolica, che non si
definiscono esplicitamente liberali, per non cozzare di colpo,
contro la visione comune, ed ormai esausta sul piano delle idee,
del Cattolicesimo, che, dal Concilio di Trento aveva condotto la
Chiesa fino al Vaticano I .
Tali posizioni hanno però chiaramente le stigmate dell'idea
liberale, ricercando esse la libertà e la realizzazione dell'uomo
anche nella sua civiltà e non solo nella sua vita ultraterrena.
Naturalmente questo modo nuovo d'intendere il Cattolicesimo
ha suscitato non poche resistenze, tra cui, ultima, quella, aperta,
di cui fu, a suo tempo, portabandiera il vescovo francese Marcel
Lefebvre.
Costui dette vita al movimento di contestazione del Vaticano II,
dal nome emblematico "Pro fide catholica", comunemente
definito
“movimento tradizionalista“.
Egli però finì sospeso "a divinis"3 nel 1977, per la pretesa
contraddittoria d'essere più assolutista del Papa, dopo aver
sostenuto, sul piano teorico, la necessità dell'assolutismo papale.
Ma il nemico più subdolo, di quello che abbiamo chiamato il
Cattolicesimo liberale, s'annidava, e s'annida, nella particolare
forma mentis con cui vengono forgiati i sacerdoti cattolici.
Questo è stato il frutto di due millenni d'obbedienza, e di quattro
secoli di dottrina, che dell'obbedienza faceva il proprio cardine e
la propria necessità primaria.
È talmente inusuale un prete, che non faccia dell'obbedienza la
sua prima virtù, che, ove questo avvenisse, quel prete scadrà
La rivista bimestrale dei gesuiti.
La sospensione canonica “ dagli atti divini “ del culto priva il sacerdote che
vi è incorso della possibilità di esercitare le proprie funzioni.
2
3
166
facilissimamente nella contestazione, quando non nell'aperta
ribellione, ponendosi così fuori dell'Ecclesia.
Solo la Compagnia di Gesù forgiava uomini, la cui duttilità
mentale fosse effetto non dell'abitudine all'obbedienza, ma della
facoltà a far ben funzionare un cervello allenato al
ragionamento.
Solo un seguace di Sant'Ignazio poteva correlare il dubbio su
una particolare idea, con l'incrollabile certezza della sua totale
aderenza alla fede, cioè alla convinzione assoluta di un destino
per l’uomo, chiaramente definito dal Cristo, nel momento in cui
Egli aveva individuato Dio come padre.
Solo un Gesuita poteva usare il dubbio, sempre "ad maiorem
Dei gloriam".
Ma è tempo di tornare alle vicende che il nostro Tommaso stava
vivendo.
Così, quando, nel corso di quella famosa conferenza, in cui si
discutevano le possibili configurazioni che potevano dar vita
all'idea dell'Europa, Tommaso fu incrociato da un misterioso ed
elegante signore, che pareva conoscere tutti e tutti sembravano
ricambiare, il giovane vescovo stette al gioco.
Effettivamente si sarebbe potuto ritenere che l'incontro fosse del
tutto casuale, uno di quei mille approcci che si fanno molte volte
al giorno, tra chi vive in un determinato ambiente sociale.
Anche il discorso non s'era allontanato dalle battute banali che
infarciscono tali occasioni, eppure l'invito per l'indomani, in un
tranquillo ed aristocratico club, al riparo più completo da occhi
indiscreti, fu subito accettato.
Dopo le prime battute di circostanza, l'interlocutore di Tommaso
si scoprì:
"Eccellenza, come Lei avrà certamente intuito, il mio compito è
quello di contattarLa, per aprire un canale assolutamente fuori
dai canoni.
Il mio Istituto ha riconosciuto in Lei l'elemento idoneo a far
pervenire alcune richieste alla sua organizzazione; richieste che
giungano al vertice senza che l'intera linea di trasmissione ne
sia informata e senza dare alcuna veste d'ufficialità alle nostre
chiacchierate.
Il punto è questo.
Dopo che il vostro Capo polacco ha posto così gravi difficoltà
alla politica del mio Paese, in occasione della crisi in Polonia,
giungendo anche a minacciare di lasciare il suo incarico a
Roma per mettersi alla testa dei rivoltosi polacchi, adesso egli
manda segnali di segno opposto.
167
Il Papa di Roma fa intendere di cercare un riavvicinamento, o
almeno, di volere un raffreddamento della tensione, tale che si
possa giungere ad un modus vivendi, specialmente in Polonia.
Abbiamo apprezzato come il vostro rappresentante religioso, il
cardinal Glemp, abbia frenato Walesa, imponendogli una
condotta responsabile.
Il punto è se questa posizione sia dovuta ad una ritrosia nel non
tentare ulteriori, pericolose, avventure oppure se essa sia indice
di un cambiamento, seppur impercettibile, di rotta.
I nostri analisti si sono spaccati esattamente a metà sul
problema, per cui la cosa più semplice è chiedere il vostro
parere e valutare le relative argomentazioni, senza che questo
esca dal nostro ambito e che sia conosciuto da altri ".
Se qualcuno pensa di mettere nel sacco un gesuita, costui deve
avere molto coraggio e molta faccia tosta.
Tommaso non si lasciò coinvolgere minimamente, non mostrò
alcun sentimento, mentre il suo animo urlava che il
Cristianesimo è amore, amore anche per l'errante, come aveva
detto Papa Giovanni, e che la politica della Chiesa era sempre
un mezzo, per portare la buona novella.
La sua risposta fu un capolavoro di diplomazia:
"Riferirò".
La mattina successiva, come ogni mattina, mentre si recava dal
Cardinal Van der Groe, Tommaso ripassava mentalmente la
sequenza degli avvenimenti per dare le novità al suo capo.
Invece, mentre baciava l'anello come faceva, per obbedienza,
ogni volta che si presentava al suo Primate, egli si sentì dire:
"E allora, hai combinato qualcosa con il capo del KGB per gli
affari europei, il generale Kirov?".
Anche questa volta, di fronte alla dimostrazione d'efficienza che
gli veniva data, Tommaso non mosse un muscolo:
"Ho un messaggio personale per la Segreteria di Stato".
"Bene, Roma t'aspetta; è tanto che tu non vai “ ad Limina “ 4.
“Ad limina Apostolorum “, alle soglie (alle tombe) degli Apostoli (Pietro e
Paolo) cioè a Roma.
4
168
CAPITOLO XVI
CAPUT MUNDI
Non era la prima volta che Tommaso si recava alla sede di
Pietro, al centro della Cristianità.
Sotto il piccolo executive che una multinazionale metteva
generosamente, e, a ben pensarci, un po’ misteriosamente, a
disposizione degli uomini che contano e che lavorano per la
Segreteria di Stato nell'Europa del nord, scorreva la sagoma
inconfondibile della città eterna, Roma.
Dopo la pioggia sottile di Bruxelles, la sfolgorante primavera
romana sembrava inebriare del proprio profumo fin all'interno
del piccolo aereo, che s'apprestava ad atterrare a Ciampino,
aeroporto alternato della capitale italiana.
Nella saletta VIP di quell’aeroporto l'attendeva un giovane
minutante 1 della Segreteria di Stato, in abiti civili.
Egli sbrigò in un attimo le formalità burocratiche e s'incaricò di
scortarlo fino alla macchina che li avrebbe portati in Vaticano.
L'auto percorreva velocemente, per quanto lo permettesse il
traffico intenso, la strada verso Roma.
Sui bordi, oltre la striscia di sicurezza, grandi cespugli di
oleandri, variamente colorati, sembravano vistosi mazzi di fiori
messi in onore degli ospiti che s'apprestavano ad entrare nella
città' eterna.
Tommaso si lasciò sfuggire un sospiro:
"Che bella accoglienza! Roma è sempre una meta desiderabile".
Il giovane, che l'aveva ricevuto all'aeroporto, e che ora era alla
guida della grossa berlina blu, con la quale si stavano dirigendo
alla loro destinazione, sorrise, come se il complimento fosse
stato rivolto a lui.
Funzionario laureato, al gradino iniziale della carriera nelle varie
congregazioni della curia; il nome viene dal compito di redigere le minute
delle lettere e dei documenti che verranno emessi dalla congregazione.
1
169
"Questo e nulla, Eccellenza, se Ella vuol vedere un ingresso a
Roma veramente eccezionale, la posso accontentare senza
allungare la strada".
Così, senza attendere l'assenso del suo ospite, girò al primo
incrocio, sulla sinistra.
Dopo pochi metri l'auto imboccò una strada, evidentemente
molto antica, con il fondo composto da grosse pietre levigate.
Il traffico era svanito come per incanto; la strada s'inoltrava in
un paesaggio campestre costellato di ruderi e d'antichi reperti,
che avrebbero fatto la felicità di qualunque archeologo.
La campagna, quasi a render più affascinante la scena,
esplodeva nei colori, che nessun potente della terra avrebbe mai
saputo imitare.
Il silenzio avvolgeva la scena di un'atmosfera irreale.
Tommaso non poté fare a meno d'esclamare:
"È splendido; dove siamo?"
"Eccellenza, questa è l'Appia antica, la "regina viarum", la
strada più importante dell’antica Roma.
Su questa strada troveremo importanti vestigia: la tomba di
Cecilia Metella, quella degli Scipioni, la chiesetta del "Quo
vadis?", dove Pietro fu fermato, mentre si stava allontanando da
quella che sarebbe poi divenuta la sua città, le catacombe.
Ma, soprattutto, questo è uno di quei luoghi in cui si può
veramente respirare il profumo dei secoli, l'odore della vita e
della morte che ci fa uomini".
Il suo giovane, dotto accompagnatore aveva ragione: quel
pulviscolo d'oro, che trapassava dagli alti pini, rendeva del tutto
irreale una scena che, già di per sé, era magica.
Sembrava di rivivere un sogno ad occhi aperti e Tommaso
dovette resistere all'impulso sciocco, ma irresistibile, di voltarsi
a vedere se stesse arrivando una biga al galoppo.
Nè l'incanto era finito, quando rientrarono nel traffico moderno.
Di li a poco, pur circondati da un numero impressionante di
auto, si trovarono di fronte alle antiche mura di Roma.
Poi, proseguendo per splendidi viali, costeggiarono imponenti
rovine.
"Queste sono le terme di Caracalla" annunciò il suo
accompagnatore, che s'era assunto volontariamente il compito di
fargli da cicerone.
"Adesso facciamo una piccola digressione, perché non si può
venire a Roma, senza conoscere quello che Le sto per far
vedere".
170
Infatti, di lì a poco, alla fine di un viale maestoso, Tommaso
scorse la sagoma di un grande arco di trionfo e, subito dietro, la
mole imponente del più rappresentativo monumento romano.
"L'arco di Costantino ed il Colosseo - si lasciò sfuggire
Tommaso - caro amico, io conosco Roma, ma la ringrazio
d'avermi dato la possibilità di rinnovare i miei ricordi.
Ritornare nei luoghi sacri di Roma è come ritornare in famiglia,
riaffermare con orgoglio: civis romanus sum, sono sempre
cittadino di Roma, perché sono figlio della sua cultura".
Proseguirono quel tour incantato, reso più emozionante dagli
accenni del suo accompagnatore:
"Questi sono i fori imperiali.
Adesso giriamo per una stretta via in cui si trova il carcere
Mamertino, dove fu rinchiuso Pietro, prima della crocifissione.
Sopra di noi è la rocca del Campidoglio".
Così, di ricordo in ricordo, di meraviglia in meraviglia,
arrivarono finalmente al cortile di San Damaso, sul fianco
sinistro della basilica vaticana.
Quel viaggio, che più che svolgersi nello spazio, sembrava a
Tommaso, ogni volta che lo compiva, dipanarsi a ritroso nel
tempo, era finito; occorreva rimettersi al lavoro.
Lo stesso pomeriggio egli fu ricevuto dal Cardinal Casaroli, il
Segretario di Stato.
Il piccolo prete, che dal 1979 guidava la Segreteria di Stato
vaticana, era fatto della stessa pasta del suo maestro, il cardinal
Van der Groe.
Entrambi non imponenti, come forse le loro rispettive cariche
avrebbero richiesto, divenivano dei giganti quando, con la loro
esile voce, con la loro incommensurabile sapienza, con la loro
fredda logica, nascosta come una lama sotto l'aspetto dimesso ed
innocente, dovevano combattere per la loro fede.
Quando poi erano sicuri che il loro interlocutore fosse un fedele
collaboratore dell'idea, che quelli come loro stavano
imprimendo nel gran corpo della Chiesa di Cristo,
abbandonavano anche la posizione dimessa, che era la loro forza
nel mondo dei prepotenti.
Essi così mostravano la loro vera, dura natura di combattenti
indomiti, che, come prima cosa, chiedeva ai loro adepti una
dedizione totale, non concedendo neppure il beneficio di un
momentaneo abbandono ad un qualche moto di familiarità.
171
"So che Ella, Monsignore, è il più attento servitore dell'opera di
Sua Eminenza, il cardinal Van der Groe, mio fratello in Cristo.
Conosco i risultati della Sua opera in quella Nazione, e quindi
Le faccio credito di una notevole abilità nel condurre gli affari
della Chiesa.
Ho saputo della ragione del Suo viaggio al soglio di Pietro; ora
vorrei conoscerne i particolari".
L'immenso tavolo, dietro cui stava seduto, ne rendeva ancora più
minuta la figura.
Egli appariva senza neppure quel particolare sorriso, per cui
andava famoso il cardinal Casaroli, ma con uno sguardo in cui
era riflessa tutta la fatica mentale, che era necessaria a
quell'uomo per dominare i fatti del mondo, disponendoli in
modo che servissero, al meglio, alla politica del soglio di Pietro.
Di fronte a quell’Autorità, Tommaso ebbe un momento
d'esitazione, non dovuto certo al timore, ma al rispetto.
Poi il suo orgoglio intellettuale ebbe il sopravvento:
"Eminenza, forse la mia inesperienza diplomatica m’ha fatto
sopravvalutare un episodio che mi è accaduto, ma la mia forma
mentis m'impone d'avvertire del fatto, chi ha la competenza per
valutarlo.
Ella saprà poi discernere se mi sono mosso senza ragione o se
ne valeva la pena".
Quindi, con rapide, ma circostanziate parole, Tommaso riferì
ogni particolare che ritenne importante, di quel famoso incontro.
Il cardinal Casaroli era il Segretario di Stato, come abbiamo
visto, dal 1979, ma quasi tutta la sua vita sacerdotale era
trascorsa nella diplomazia pontificia, fin da quando era stato
nominato docente d'affari diplomatici all'Accademia Pontificia.
Dal 1963 aveva iniziato quella politica d'apertura e di
distensione verso i regimi comunisti, prima in Ungheria, poi a
Praga e, finalmente, a Mosca nel 1971.
Divenuto, nel 1967, Segretario del Consiglio per gli affari
Pubblici della Chiesa, il Ministero degli esteri del Vaticano, egli
aveva potentemente contribuito a portare avanti quella
particolare visione del Cristianesimo che non si rinchiudeva nei
propri dogmi, ma che riteneva suo compito essenziale portare
ovunque la buona Novella.
Questo, naturalmente, s'inseriva nel tentativo di far compiere
imponenti progressi a quell'idea, di una sempre più evidente
razionalità nei rapporti umani, che, soli, avrebbero assicurato
all'Umanità una pace duratura ed un progresso reale.
172
Ora, avvicinandosi al momento in cui stava per compiere la
propria opera, dovendo gli uomini della Chiesa cessare dalle
loro cariche, quando oltrepassavano i settantacinque anni, il
piccolo prete, al vertice della diplomazia della Santa Sede, fatto
Cardinale da Papa Giovanni Paolo II, poteva contemplare
l'immane opera, che era stata compiuta sotto la sua guida.
Il mondo dell'est, l'impero sovietico che, al tempo di Stalin, si
domandava con scherno di quante divisioni disponesse il Papa,
l'ideologia che aveva espresso il concetto più aspro d'ateismo,
considerando la religione l'oppio dei popoli, la struttura politica
che aveva imprigionato la componente più mistica delle
religioni che si rifanno al Cristo, la Chiesa Ortodossa, ora era
disposto a trattare.
L’URSS era ora pronta a riconoscere che non di solo pane vive
l'Uomo e che “ta metà phisicà“, il mondo oltre il sensibile, non
può esser distrutto con uno slogan, ma deve comunque esser
tenuto presente, se si vuol procedere sulla strada della
razionalità.
D'altronde, la sua formazione diplomatica gli faceva esplorare
tutte le ipotesi, più o meno plausibili, che potessero inquadrare,
nella propria giusta luce, l'episodio riportatogli da quel vescovo
del Nord.
Fatto irrilevante a prima vista, ma che doveva esser sviscerato in
tutte le sue possibili implicazioni, per vedere se si potesse usarlo
nella gigantesca partita a scacchi, che si giocava sul piano
internazionale.
Il vecchio cardinale stette, per un periodo che a Tommaso parve
lunghissimo, ad osservarlo, senza vederlo.
Egli era tutto preso, nel compito gigantesco di considerare
contemporaneamente tutte le variabili che erano a sua
conoscenza, quelle che erano probabili e quelle che erano
possibili, che dessero un qualche significato logico all'accaduto.
La vicenda in sé, era poi chiaramente risibile.
Se il Cremlino avesse voluto comunicare con il Vaticano, non
erano certo i canali d'informazione che mancavano.
Anzi il problema, caso mai, sarebbe stato nel fatto che
esistevano troppi canali, il cui rumore di fondo avrebbe potuto
nascondere il messaggio in codice che Tommaso aveva
riportato, senza evidentemente conoscerne la chiave, né la
valenza politica possibile.
Neppure l'ipotesi che i sovietici avessero voluto aprire un canale
riservato, impenetrabile agli altri soggetti politici che
affollavano la scena internazionale, era sostenibile; non era
quello il modo, la prassi universalmente usata dalle Cancellerie
di tutto il mondo.
Che voleva dire, allora?
173
E, soprattutto, come si poteva leggere quell'episodio, nel
contesto dell'intera situazione politico-diplomatica?
Era possibile che il generale Kirov, una delle menti più
sofisticate del KGB, avesse compiuto un'azione stupida, cioè
senza senso logico?
Finalmente gli occhi del Cardinale sembrarono accorgersi
nuovamente del suo interlocutore.
La sua attenzione, già concentrata nell'esame di tutte quelle
variabili che dovevano servire a render più chiara la situazione,
avendo stabilito la propria opinione, ritornava dal mondo del
razionale al mondo reale.
"Monsignore, se collego quanto da Lei riferito ai fatti che io
conosco, debbo esprimere un'opinione, che mi sta divenendo
sempre più plausibile.
Il mondo comunista sta per entrare in un momento di forte crisi
e perciò lancia segnali, che dovrebbero rassicurare i propri
avversari.
Ma, al tempo stesso, quei segnali possono esser letti come un
tentativo di rassicurazione, soprattutto ad uso interno, e, quindi,
un indice di debolezza.
Proprio nei momenti di crisi occorre esser più aperti possibile,
per evitare di far compiere all'avversario mosse inconsulte.
Lei tornerà al suo paese e incontrerà il generale Kirov,
riferendogli che la Chiesa di Roma non ha nemici, ma solo
fratelli che possono sbagliare.
Tuttavia essi, pur nell'errore, sono quelli più presenti al nostro
cuore.
Noi infatti condanniamo l'errore, ma siamo sempre disposti ad
aiutare il fratello errante, poiché la nostra scelta di campo è il
Cristo e non le mode dell'uomo.
Siamo quindi a sua disposizione per portare il bene ovunque sia
possibile.
Le sembra strano che il massimo della scaltrezza politica
coincida con la verità più a lungo proclamata?
Se avessi tempo Le farei conoscere le illazioni, dalle più assurde
alle più sciocche, che la CIA 2 si permise di fare, sulla politica
di Sua Santità Giovanni XXIII, ritenendolo perfino un agente
dormiente dell'Unione Sovietica, fatto arrivare al soglio di
Pietro per portare innanzi la sua politica.
Avveniva questo, solo perché quel Papa santo proclamava,
semplicemente e fortemente, le verità che ogni libro, su cui è
stampato il Santo Vangelo, contiene.
Naturalmente tutta l'intera questione, e le connessioni relative,
dovranno esser condotte tra di noi, senza intermediari.
Central Intelligence Agency: il servizio segreto di spionaggio statunitense,
che opera all’estero.
2
174
Nemmeno il suo Primate, il quale ha l'intelligenza e
l'avvedutezza per non intralciare un lavoro delicato, deve
sapere; così vogliono coloro che conducono il gioco e noi ci
adeguiamo.
Per ora è tutto.
Sappia solo che Ella è precettato per essere usato, come dice
l'Ordine, ad maiorem Dei gloriam; del resto Ella dovrebbe esser
uso ad obbedire a quest'ordine.
Mi saluti caldamente il mio fratello, il Cardinal Van der Groe".
Non c'era altro da dire, per cui Tommaso, dopo aver baciato
l'anello dell'alto presule, si ritirò lasciando quel piccolo prete
alle prese con un altro problema, che aveva già catturato tutta la
sua attenzione.
La ragione principale del viaggio era stata soddisfatta; ma
abbandonare Roma in tutto il suo splendore, per tornarsene nella
nebbia e nel freddo, non era una prospettiva seducente.
Tommaso aveva fatto il proprio dovere; ora egli si poteva
prendere un sia pur breve periodo di vacanza per godersi quelle
meraviglie, che ad un italiano sembrerebbero cose ovvie, ma che
ad un uomo che vive sulle sponde del mar del Nord sembrano
autentici miracoli, degni del Paradiso.
Per aiutarlo in questa sua decisione, l'inconscio gli venne in
aiuto, rammentandogli quanto gli aveva detto il dottor Bubber e
cioè che a Roma viveva un uomo, il quale avrebbe potuto
diradare, in qualche modo, il mistero della sua origine.
Difatti, guardando nel suo taccuino, ritrovò un indirizzo ed un
nome: dottor Mario Funaro, vicolo delle grotte a campo dei
fiori.
Così, dopo qualche rapida informazione, si risolse a chiedere
aiuto ad un religioso, che teneva i contatti con la comunità
ebraica di Roma, al quale era stato indirizzato da uno dei padri
che gestivano l'albergo per religiosi, in cui egli alloggiava.
Il vecchio frate, di un ordine mendicante, conosceva gli ebrei
romani uno per uno, sia perché anche lui era romano, nato nella
zona in cui, per antica tradizione, abitava la comunità ebrea, sia
perché durante la guerra aveva salvato molti di loro
nascondendoli nelle più svariate e, qualche volta, perfino
pittoresche maniere.
Famosa era rimasta, nel ricordo non solo degli ebrei di Roma,
quella sua impresa audace e beffarda, in cui egli occultò, con la
complicità della maîtresse del luogo, sua fedele benefattrice, tre
belle ragazze ebree negli scantinati del postribolo, che un tempo
esisteva in via Mario dei fiori, salvandole da una fine terribile.
Il frate conosceva bene l'indirizzo ed anche l'uomo che vi
abitava.
175
Si trattava di un vecchio rabbino ebreo, che era tornato nel luogo
della sua prima giovinezza, come spesso fanno gli uomini,
quando sentono approssimarsi la fine della propria esistenza e
non hanno altri legami che li trattengano.
Dopo una rapida telefonata, fu stabilito un appuntamento per la
sera stessa; il frate e Tommaso si sarebbero incontrati sotto il
monumento eretto a Giordano Bruno, in Campo dei fiori, per
recarsi poi dal rabbino, che li attendeva nella sua casa.
L'albergo di Tommaso non era molto distante ed il vescovo,
accompagnato da quel famoso minutante, che era stato il suo
cicerone dall'aeroporto in città, si concesse un pomeriggio per
visitare la parte vecchia di Roma.
La città eterna deve il proprio appellativo al fatto che, per più di
duemiladuecento anni, ininterrottamente, essa è stata al centro
dell'interesse mondiale.
Ma il periodo che più la caratterizza, quello che ha fatto Roma
così come noi la conosciamo, è stato il Seicento, l'apogeo della
civiltà del Rinascimento italiano.
Quella, infatti, fu l'età, in cui erano già vivi ed operanti, gli
elementi che avrebbero portato altrove il baricentro della
politica, e che avrebbero innescato un rapido declino della Roma
dei Papi.
Nondimeno, nel campo dell'arte, quasi come ultimo portato di
una civiltà che stava per tramontare, in quel secolo furono
raggiunti i picchi che si chiamarono Michelangelo, Raffaello,
Bramante e tutto il cinque/ seicento romano.
Del resto, ogni epoca storica, ogni civiltà, raggiunge il proprio
culmine quando l’arte, espressione più tangibile di quella civiltà,
tocca il proprio apogeo; ma quasi sempre, quando l’arte è al
culmine, sono, già da tempo, presenti ed operanti, nella civiltà
che l’ha prodotta, i germi che la porteranno alla dissoluzione.
Sembra quasi che l’arte sia l’ultimo, estremo respiro di una
civiltà : essa vuol lasciare, nella storia, il ricordo di se e, per
questo costruisce un monumento che ne tramandi il suo lato
migliore; così, come un uomo, quando pensa di costruirsi una
tomba, ricerca un epitaffio, che lo ricordi al meglio.
Tommaso ed il suo angelo custode passarono parecchie ore nella
zona che racchiude la fontana di Trevi ed il Pantheon, la piazza
Navona, costruita sull'antico agone dello stadio di Domiziano, e
la colonna Traiana, eretta in onore dell'imperatore romano che
sconfisse i Daci.
E poi la Borsa, unica camera al mondo dedicata agli affari
economici, che abbia trovato la propria sede in un antico ed
imponente tempio romano, il tempio di Adriano.
Palazzo Farnese ed i templi di età repubblicana di largo
Argentina.
176
Il Campidoglio, simbolo del potere civile e la non lontana mole
della cupola vaticana, che si stagliava dai giardini del
Campidoglio, oltre il Tevere.
Finalmente, mentre il cielo si colorava di un rosso incredibile e
le rondini e gli altri uccelli facevano a gara nel tentare di
superare con i loro schiamazzi il rumore del traffico, il giovane
accompagnatore mostrò a Tommaso la chiesa del Gesù, la casa
madre del loro ordine.
La lunga, minuziosa visita, ripetuta ad ogni sua venuta a Roma,
ogni volta rinnovava in lui il senso della maestà del compito,
che l'Ordine trasmetteva ai suoi "militi", attraverso la maestosità
delle proprie strutture barocche.
Esse schiacciavano l'osservatore, imponendogli una sensazione
d'ineluttabilità, di grandezza che trascende il singolo, ma che ha
bisogno di lui, per imprimere il proprio segno nel tempo.
Poco dopo, la piazza del campo dei fiori, il monumento a
Giordano Bruno, il martire del libero arbitrio; il prete che non
volle coniugare il dubbio con la fedeltà ad un'idea, per quanto
grande essa fosse.
Mentre attendeva, sotto il suo monumento, l'arrivo del frate che
l'avrebbe accompagnato all'appuntamento, Tommaso non poté
trattenersi dall’argomentare su di una constatazione.
Il dubbio del libero arbitrio e la fede più totale, quella che
impone ai gesuiti l'aderenza più assoluta, non sono distanti che
poche centinaia di metri; un'inezia, in quella capitale dell'animo
umano.
S'era ormai fatta notte, quando giunse il frate, e nella zona
accadde un fenomeno curioso: la strade, prima piene di gente e
di traffico, all'improvviso si vuotarono di colpo, secondo
un'usanza che i suoi accompagnatori descrissero come
tipicamente romana.
Era l'ora della cena e tutti rientravano nelle loro case.
L'atmosfera, prima pittoresca, divenne improvvisamente magica:
i palazzi cinquecenteschi si stagliavano nel buio, malamente
rischiarati da fioche lampadine, le luci al neon dei negozi s'erano
spente quasi all'unisono.
Le targhe marmoree, memoria del tempo che fu, che
minacciavano pene severissime e frustate per coloro che
avessero "fatto monnezzaro", cioè avessero gettato immondizia
all'angolo delle strade, erano numerose in tutta l'antica zona
visitata quel pomeriggio ed in precedenza erano state lette con
un ironico sorriso.
Ora, in quegli angoli bui, esse davano un senso d'inquietudine,
illogico ma presente, quasi che stesse per sopraggiungere un
pericolo imminente.
177
Così i tre s'affrettarono a percorrere quel lungo e tortuoso vicolo,
che era la prima stradina, appena usciti dalla piazza, e si
fermarono davanti ad un portoncino stretto.
Erano arrivati.
Dopo aver bussato fu aperta la porta e s'introdussero per una
ripida scala, resa strettissima da una serie di antiche colonne,
inglobate nel muro della scala stessa.
Al terzo piano entrarono in un appartamento.
Tutto l'insieme rammentò a Tommaso l'abitazione del dottor
Bubber: l'onnipresente stella di Davide, il quadro raffigurante la
tavola della Legge, il candelabro a sette braccia, antiche foto
inserite nei quadri per rammentare persone scomparse ormai da
tempo, molte delle quali, forse, distrutte dalla follia che
consumò lo shoah.
E poi libri, libri dappertutto, sui tavoli, sulle sedie, su ogni
superficie che potesse sorreggerli.
Fu presentato ad un vecchio, dall’aspetto di un antico saggio
della casa d’Israele.
Costui fece per alzarsi dalla propria sgangherata poltrona, cui lo
costringeva la vecchiaia ed una salute ormai malandata, ma
Tommaso, accostandosi premurosamente a lui, lo prevenne.
"Eccellenza - iniziò il vecchio- mi dice il frate, che l'ha
accompagnata, che Ella viene da molto lontano per vedermi.
In che cosa posso esserLe utile?"
Tommaso gli rammentò il comune amico, il dottor Bubber, e gli
fece tornare alla memoria il motivo che l'aveva condotto da lui:
avere notizie della sua famiglia.
Il vecchio, a quelle parole, improvvisamente si scosse; si
raddrizzò faticosamente e disse:
"Eccellenza, la prego di seguirmi nel mio studio, debbo parlare
a quattr'occhi con lei".
Quando furono soli, nella stanza attigua, il vecchio, con fare
divenuto circospetto, cominciò ad interrogarlo:
"Dunque, Lei è effettivamente Mario Ferrara, l'ultimo superstite
di una famiglia di grandi rabbini.
Per caso non ha con se una medaglia che Le lasciarono i suoi
sventurati genitori, quando l'abbandonarono in Francia, prima
d'esser catturati dalle SS e spediti al campo di concentramento
di Birkenau, il secondo e più terribile Aushwitz ?".
Tommaso non s'era mai separato da questa reliquia, da quando
gliel'aveva resa suo "zio", l'abbè Pascal.
Se la tolse dalla catenina del collo, ove normalmente la teneva,
insieme con un grande crocifisso di legno, appartenuto a sua
"madre", sembrandogli giusto che il ricordo delle due donne
fosse così riunito, e la diede al vecchio.
178
"È proprio questa - disse il vecchio con la voce velata dal
ricordo e dal dolore - così come me la descrisse il Suo povero
padre, il rabbino Guido Ferrara, prima che quelle belve lo
distruggessero fisicamente, ma non spiritualmente, lì, in
quell'inferno della ragione umana.
Suo padre riuscì a superare l'angoscia della divisione dalla
propria moglie adorata, ancora convalescente del parto difficile
da cui nacque Lei, in condizioni tanto terribili.
Riuscì a vincere lo strazio, quando seppe fortunosamente, da
un'ebrea che era stata presente, che sua moglie era morta, come
morivano tutte le persone che non erano fisicamente capaci di
sopportare un pesante lavoro.
Riuscì a non impazzire, vedendo come veniva distrutta la
propria gente.
Ma non riuscì a sopportare il modo scientificamente barbaro
con cui si tentava, e si era capaci, di far scadere la dignità
umana ad un livello inferiore perfino a quello delle bestie più
immonde.
Eravamo diventati amici, se pure un sentimento poteva
sopravvivere in quell'inferno, in cui s'assisteva al degrado più
vile che possa esser osservato nella natura umana.
Uomini inebetiti che si producevano mutilazioni per una
sigaretta, ragazzi che si prostituivano nelle maniere più odiose,
solo per entrare nelle grazie dei loro aguzzini, madri che
avrebbero venduto i propri figli, se ancora li avessero avuti
vicini.
Insomma, i nostri aguzzini avevano raggiunto il proprio scopo.
Noi avevamo perso la nostra dignità, eravamo proprio come ci
vedevano loro: forme inferiori di esseri subumani.
Questo stroncò suo padre.
Egli non poteva ammettere che si potesse abdicare in quel modo
alla natura umana da parte delle vittime, né che esistesse un
peccato così grande, da parte dei carnefici.
Molte volte il popolo di Israele era stato sottomesso alla sferza
dell'Onnipotente, ma mai quelle sventure avevano fatto dubitare
della razionalità del Creato e quindi del suo Creatore, come
accadde per lo shoah.
Uomini incolpevoli dovettero conquistarsi il diritto di vivere,
lottando con ogni mezzo, anche il più sudicio, anche il più
immorale, contro il fratello, incolpevole anche lui, nel tentativo
d'ingraziarsi i propri carnefici per cercare di sopravvivere,
anche se con la morte nel cuore, nell'animo, nel sentire e nel
pensare.
Questa condizione, terribile per la mente dell'uomo, ha avuto
anche un nome scientifico: sindrome di Stoccolma, per definire
179
l'ambiguo rapporto tra la vittima ed il suo aguzzino, rapporto
che supera le barriere mentali.
Una volta instaurato, esso si mantiene inalterato, anche quando
non esiste più la costrizione inumana che l'aveva generato.
Di questo morì Suo padre.
Uomo di grande dottrina ma soprattutto spirito d'eccezionale
levatura morale, egli non poteva concepire una così grande
fragilità umana.
Egli era pronto a morire, vedeva chiaramente il pericolo, ma
non poté sopportare la visione dell'immensa debolezza
dell'uomo, di colui che aveva osato proclamarsi re e fruitore di
quell'Universo, che era stato creato per lui.
Chiaramente, questa considerazione metteva in crisi tutto il suo
pensiero religioso, tutta la visione complessiva del perché della
vita.
A lungo parlammo di questo.
Spesso egli mi confessò che la sua religione, anzi, come diceva
lui, il suo modo di concepire la vita, gli era d'impaccio, perché
gli impediva di suicidarsi, non per sfuggire al male, ma per
vedere finalmente perché questo male mostruoso si fosse
verificato, una volta nel seno di Abramo.
Suo padre affermava di desiderare di morire, per scoprire ciò e
ristabilire la sua religione nella pienezza della sua capacità di
comprensione.
Almeno in questo, fu accontentato.
Fu trovato una mattina, steso nel sordido soppalco che era il
suo posto branda, con la testa ed il braccio sinistro avvolti da
un pezzo di camicia su cui aveva scritto lo SHEMA, e le altre
dichiarazioni di fede, con il proprio sangue, che aveva in
precedenza raccolto in una boccettina.
Non aveva ferite visibili, non potevamo procurarci veleni, e poi,
la sera prima, m'aveva dato l'ultima testimonianza della sua
impossibilità di suicidarsi e della sua ardente aspirazione alla
morte, intesa non come liberazione ma come anelito di
conoscenza, ultimo tributo di una grande mente alla sua
dignità.
Il rabbino Guido Ferrara era riuscito a morire senza suicidarsi,
per compiere un atto d'amore verso la razionalità della sua
fede, che sentiva minacciata dall'irrazionalità di quanto stava
succedendo, per riuscire ad avere finalmente un perché, su
quella follia che metteva in crisi le sue convinzioni.
Naturalmente non fu fatta alcuna autopsia ed il suo corpo fu
gettato in una fossa comune.
Ma, mentre io, suo vicino di branda, compivo quel gesto
tristissimo, piangendo nel mio animo, perché non potevo
nemmeno rendere espliciti i miei sentimenti, all'improvviso,
180
proprio nel momento in cui scaricavo quel povero corpo, la mia
mente fu attraversata da un pensiero di gioia.
Quella era polvere che tornava alla terra, ma il mio amico non
era stato vinto.
Il suo viso, finalmente sereno, e la consapevolezza di quello che
era accaduto furono la molla potente che dette a molti di noi
che l'avevano conosciuto, la forza di portare al massimo il
nostro istinto di conservazione, fino a superare la prova.
Vede, Eccellenza, come Lei sa, nella nostra religione noi non
abbiamo la figura del santo, come accade nella sua nuova
religione.
Noi onoriamo coloro, tra gli uomini, che hanno saputo
testimoniare la propria fede, con il titolo di Giusto, che
riassume, in massimo grado, la capacità d'esser fedeli alle
proprie più radicate convinzioni.
In questa maniera noi consideriamo Suo padre un Giusto della
stirpe di Abramo, ma Lei lo può considerare un Santo, o, come
dice il vostro catechismo, un testimone della religione
dell'Unico Dio.
Ora debbo farle una confidenza.
Dopo la guerra, scampato miracolosamente all'inferno dei
campi di sterminio, io m'interessai a Lei e cercai a lungo di
rintracciarLa.
La ragione del mio interessamento non fu solo il desiderio di
cercare il figlio di quell'uomo, il cui esempio mi salvò la vita,
per raccontargli quanto fosse stata splendida l'esistenza di suo
padre, anche se essa s'era conclusa nell'inferno di Birkenau,
anzi, proprio per questo.
Egli aveva saputo testimoniare la grandezza dell'animo umano,
quando è sorretto dalla fede nell'unico Dio.
Avevo un altro compito da compiere, un compito che avevo
giurato d'adempiere al mio amico e maestro, un compito che tra
poco Le rivelerò.
Sapevo che la Sua famiglia era stata costretta ad
abbandonarLa, affidandoLa alle cure di un prete cattolico nella
Francia del Nord.
Sapevo anche che sul Suo corpo non era stato praticato
l'Amilah, il rito del riscatto, la circoncisione rituale che
rammenta, al popolo del Patto, l'alleanza con il suo Dio; ma
non sapevo altro che potesse servire a rintracciarLa.
Così dopo i primi, confusi anni del dopoguerra, trascorsi
nell'attesa che qualcuno venisse spontaneamente a parlare di
Lei ai vari comitati, che stavano organizzandosi nel seno
dell'Ebraismo, per facilitare le riunioni di coloro che la guerra
e la follia nazista avevano separato, io stesso decisi di mettermi
personalmente sulle sue tracce.
181
L'unico, debole, indizio era stato una richiesta anonima
d'informazioni sulla sorte dei coniugi Ferrara, pervenuta al
centro di documentazione ebraica di Vienna, inoltrata qualche
tempo prima da parte di Autorità cattoliche.
Ad esse era stato risposto che i coniugi Ferrara erano entrambi
morti nel campo di concentramento di Birkenau e che non si
conoscevano parenti, né prossimi né lontani.
Però se qualcuno aveva chiesto queste notizie, era evidente che
esse interessavano qualcuno e questo qualcuno non poteva
essere se non colui che ebbe in custodia il figlio dei coniugi
Ferrara, cioè Lei.
Ero intenzionato a fare il giro di tutti i preti che erano presenti
nel 1940 nella Francia del nord, e così incominciai a fare.
Avevo trovato perfino altri due casi di bambini ebrei, ormai
quasi uomini, che non erano stati denunciati ai comitati
israelitici, ma uno era troppo grande per essere Lei e l'altro era
pur esso circonciso.
Un giorno però fui presentato al prevosto di una canonica di
Epernay, nel nord della Francia, che sembrò molto interessato a
quanto andavo cercando.
Giocando d'azzardo, feci intendere a quel prete che il ragazzo
che cercavo era l'erede di una grossa fortuna.
La reazione del prevosto mi convinse che ero sulla buona
strada:
" Il ragazzo non ha bisogno di nulla, solo d'essere
lasciato in pace, se i suoi parenti sono morti".
La discussione che ne seguì divenne tempestosa.
Il prevosto, dopo molti tentativi ed infinite reticenze, confessò
che, effettivamente, lui aveva ricevuto quel bambino.
Ora, dopo tanti anni, ormai ragazzo, il figlio del rabbino
Ferrara, educato nella fede dei gentili, studiava nel seminario
di Montmirail, per divenire un prete dell'ordine dei Gesuiti.
Il vecchio prete, saputo che io ero un rabbino, mi scongiurò di
non costringere quel giovane, che ormai amava come un figlio e
che aveva fatto passare come figlio della propria sorella, a
conoscere la verità; essa sarebbe potuta essere fatale per il suo
equilibrio interiore.
Egli mi gridò che, se pure io fossi portatore di una grande
ricchezza, quella ricchezza non sarebbe servita al giovane
seminarista, che aveva scelto quella condizione liberamente e
senza alcuna costrizione, nemmeno morale, per adeguarsi alla
vita dello zio, da lui ritenuto la propria guida spirituale.
Mi scongiurò, facendo appello alla comune posizione
sacerdotale per lo stesso Dio, sia pur con riti diversi, di non
distruggere la vocazione religiosa di un giovane che, anche lui,
si preparava a servire Dio.
182
L'evidente dimostrazione della sua buona fede ed il
riconoscimento delle prove che dimostravano, in ogni caso,
come quel prete aveva cercato la famiglia del bambino a lui
affidato, smorzarono il mio furore, senza però placarlo del
tutto; perché, d'altronde, il suo preciso dovere sarebbe stato
quello di dire tutta la verità al ragazzo.
Io, a mia volta, confessai che non v'era alcuna ricchezza
materiale, ma solo la memoria di una grande ricchezza
spirituale, un ricordo di cui andar fieri e, soprattutto, con cui
arricchirsi nell'animo.
Alla fine concordammo che il prete avrebbe detto tutta la verità
al ragazzo, per lasciarlo arbitro del proprio destino, ormai
sicuro che nessuna ricchezza avrebbe intralciato la sua
vocazione.
Ci lasciammo rappacificati, con la promessa di rivederci in tre.
Dopo qualche giorno seppi che l'abbè Gerard Pascal era morto,
stroncato da un infarto e che il suo figlioccio, il seminarista JJ
Fernays, Lei, aveva abbandonato il seminario.
Seguii il Suo percorso spirituale per qualche tempo, ma quando
m'accorsi che la Sua vita aveva imboccato la strada
dell'ateismo scientifico, pensai d'aver fallito il mio compito e mi
disinteressai di Lei.
Solo molto tempo dopo, parlando con il rabbino Bubber, seppi
quello che Le era accaduto e come ne era uscito.
Ringraziai l'Onnipotente che aveva riportato, pur mediante un
grande dolore, la Sua mente sulla strada della verità.
Ora posso finalmente adempiere al mio compito, quello
affidatomi da suo Padre, il rabbino Guido Ferrara, di venerata
memoria.
La medaglia, che Ella mi ha fatto vedere, ha inciso una stella di
Davide, a sei punte.
Su ogni punta è riportata una cifra o una lettera.
Mettendo un ferro, uno spillo, all'interno del foro centrale e
ruotando la medaglia, Lei sentirà un fermo.
Iniziando a leggere quella lettera o quel numero che, una volta
avvertito il fermo, si troverà nel punto più alto della medaglia,
Lei avrà una sequenza di numeri e lettere.
Quella sequenza, e l'esibizione della medaglia presso la banca
Morgan di Londra, la faranno entrare in possesso dell'archivio
della Sua famiglia, una famiglia importante e stimata della
Diaspora, in modo che Ella possa così conoscere "Chi fur li
maggior tui", come dice il nostro grande poeta".
CAPITOLO XVII
183
A RITROSO NEL TEMPO
"Caro figlio che stai per nascere
se leggerai questa lettera significherà che l'Onnipotente non
m'avrà dato la gioia di vederti.
Se, invece, come è mio ardente desiderio, sarà destino che noi
potremo riunirci, avrò ben altro tempo e disposizione, per
insegnarti quello che, ora, frettolosamente, ti farò conoscere.
Qualora noi tre, te, tua madre ed io, non riuscissimo a sfuggire
alla barbarie che sta per sommergere l'Europa, ho preso delle
precauzioni affinché, almeno tu, possa scampare alla sorte che
sarà riservata ai tuoi genitori.
Tu, almeno, ti salverai. Qualunque sarà il nostro destino, siano
rese grazie all'Onnipotente.
Da quando, un mese fa, la mia dolce Susanna, tua madre, mi ha
confidato d'essere in attesa di un figlio nostro, la mia prima
preoccupazione è stata quella di cercare una via di fuga dalla
ferocia nazista.
Ma, nel contempo, dovevo adempiere ad un altro grave
compito: preservare la memoria degli uomini che ci hanno
preceduto e di cui noi siamo il risultato.
Per questo, già da parecchio tempo, da quando la notte dei
cristalli1 ha tolto ogni residua speranza di poter trovare una
soluzione razionale al problema della convivenza degli Israeliti
tra i gentili del III Reich, ho affidato in mani sicure le antiche
carte, che sono l'unico, grande patrimonio della nostra
famiglia.
In esse troverai il perché del nostro carattere, la necessità che
gli uomini della nostra famiglia servano l'Onnipotente con la
mente e con il cuore.
Infatti, servirlo solo con la mente impedisce d'innalzarsi alla
Sua volontà, mentre servirlo solo con il cuore fa torto allo
spirito divino, di cui ogni uomo è testimone e prova reale.
Invierò questa mia lettera alla banca, che già conserva quelle
carte che ti ho detto, perché ti sia consegnata, se e quando sarà
possibile.
Già altre volte, nel corso dei secoli, la nostra famiglia è ricorsa
a quest'accorgimento, per vincere le difficoltà del momento e
1 Va sotto il nome di “notte dei cristalli “ la notte tra il 9 ed il 10 novembre
1938 in cui, nella Germania hitleriana, ebbe luogo la prima grande
persecuzione organizzata contro gli Ebrei.
In quella notte furono incendiate o distrutte 195 sinagoghe, 815 botteghe, 171
case di abitazione di Ebrei. Gli Ebrei uccisi furono 36 , quelli arrestati
20.000. Il nome proviene dal gran numero di vetrate infrante.
dal RIZZOLI LAROUSSE Rizzoli editore.
1
184
perpetuare, così, il ricordo e la necessità della propria missione
nel mondo.
Qualora mio figlio non possa, per qualunque ragione,
adempiere a questo compito e ritirare queste carte, con le
modalità che io ho stabilito, esse andranno, fra cinquanta anni,
e cioè, nel 1990 dell'era volgare, alla Word Union for
Progressive Judaism, Palace Court, 51-London W.2 (UK).
Prego gli uomini eminenti che avranno il compito d'esaminarle,
di renderle note, affinché gli Ebrei di tutto il mondo, anzi gli
uomini di tutto il mondo, possano conoscerle e capire quanto è
stretto il sentiero che occorre percorrere, per potersi avvicinare
alla verità.
Ma prego innanzitutto l'Onnipotente di dar modo a mio figlio, di
scampare dal pericolo che lo minaccia e di entrare in possesso
di un così nobile, ma pesante fardello.
Solo tu, figlio mio, dopo averle attentamente studiate e
soppesate, sarai arbitro di decidere cosa fare della conoscenza
che mi accingo a trasmetterti.
Ora addio, figlio mio; forse io non conoscerò il tuo volto e la
tua voce, ma sono sicuro di riconoscere il tuo Spirito, quando
c'incontreremo nel seno di Abramo.
tuo padre
Uno strano sentimento, o meglio una miscela di sensazioni
diverse, emozione e rabbia, interesse e tremore, dolcezza e
rimpianto, aveva invaso l'animo di Tommaso, quando poté
finalmente leggere quella lettera, contenuta in una busta, chiusa
con la ceralacca.
Insieme con questa, gli avevano consegnato, alla banca Morgan
di Londra, una grossa cassa, chiusa con un grande lucchetto di
cui avevano fornito la chiave, anch'essa racchiusa in un'altra
busta, piena di firme, timbri e ceralacca.
Tutto s'era svolto come gli aveva detto il vecchio rabbino
incontrato a Roma, ma l'emozione e l'interesse di quella scoperta
non erano state soddisfatte finche egli non giunse con quel
carico, per lui prezioso, nella sua stanza di Lovanio.
Lì, in quello spazio chiuso che era la sua casa, cominciò un triste
pellegrinaggio a ritroso nel tempo, alla ricerca delle sue radici,
riportando alla superficie un dolore, che era affondato nel
proprio inconscio.
Nella cassa v'erano anche delle fotografie ingiallite, e così
Tommaso poté conoscere i lineamenti nobili di colui che fu suo
padre e la dolce bellezza di chi lo mise al mondo.
Altre foto, ancora più antiche, gli mostrarono i volti dei suoi
nonni e d'altri parenti.
185
Da tutte quelle foto si poteva riconoscere un'atmosfera di calma
e di compostezza, non disgiunta da un sicuro senso della
famiglia.
Una famiglia che, benché evidentemente non avesse mai
raggiunto la ricchezza, aveva però avuto un agiato tenore di vita,
almeno fino alla fine del secolo diciannovesimo, che era il
periodo più lontano, in cui si spingevano le foto più antiche.
Ma la cassa conteneva altro.
Tommaso ne estrasse un rotolo, risalente all'XI o XII secolo
della nostra era, di una rarissima Bibbia, evidentemente
appartenuta ad un rabbino medioevale.
Essa comprendeva il canone dei libri sacri della religione ebrea,
la Torah: il Pentateuco, il Libro Sacro che i rabbini chiamano
tradizionalmente "i cinque quinti della Legge", i "Profeti" e gli
agiografi.
Vi erano poi le preziose edizioni dei due Talmud, il babilonese e
quello gerosolimitano, stampati a Venezia, nella prima metà del
Seicento.
Altre meraviglie vennero fuori da quella cassa, che nascondeva
tesori, almeno dal punto di vista di un bibliofilo o di uno storico.
Vi erano ancora libri: alcuni, antichissimi, in folio, del filosofo,
astronomo e matematico ebreo provenzale Lewi Ben Gereshon,
il primo matematico che compose un trattato di trigonometria
(“De sinibus, chordis et arcubus”) apparso nella cultura
occidentale, nella prima metà del quattordicesimo secolo.
Sempre di Ben Gereshon, ovvero Leone di Bagnols o Maestro
Leone, come era chiamato dai gentili del suo tempo, vi erano
altri preziosi libri manoscritti: il trattato "De numeris armonicis"
e la versione integrale del "Mihamot Adonai" le "Lotte di Dio",
di cui, finora, si credeva perduta l'intera parte riguardante
l'astronomia.
Inoltre Tommaso trovò un massiccio volume, il “De Judaeorum
actis“, anch’esso attribuito a maestro Leone, di cui però egli non
conosceva assolutamente l’esistenza.
Vi era poi un manoscritto, una "Storia di una famiglia ebrea",
redatta alla fine dell'ottocento da suo nonno, che portava lo
stesso suo nome, Mario Ferrara, ed una serie di libri e testi,
alcuni molto antichi.
Vi erano infine libri ed articoli, scritti da suo padre, Guido
Ferrara, sul finire degli anni venti e nei primi anni trenta.
In quei libri si discuteva dottamente sul concetto di ebraismo
liberale o progressivo, al tempo in cui furono gettate le basi
della "Word Union for Progressive Judaism ", insieme con altri
insigni studiosi del pensiero ebraico, quali Montefiore, Leo
186
Baeck, Josuè Jehouda ed altri, tra cui una signora del gran
mondo inglese, Lily Montagu.
Come già sappiamo, in quella nuova concezione, che s'innestava
perfettamente sul vecchio tronco della religione israelitica,
l'ebraismo liberale aveva rinunciato all'attesa di un singolo uomo
che incarnasse l'antica aspirazione della religione ebraica,
l'attesa del Messia.
Ciò, molto più razionalmente, era servito per allargare l'ipotesi
liberatoria del concetto di “Messia“.
Infatti, postulando l'avvento di un'epoca "Messianica",
l’ebraismo liberale ipotizzava un tempo, in cui l'uomo, tutta
l'Umanità, unendo con una sintesi felice la ragione alla fede,
avrebbe portato sulla terra una nuova età dell'oro: l'età della
ragione.
Naturalmente Tommaso conosceva la gran parte dei libri che
aveva così avventurosamente ricevuti, sapeva dell'originalità di
pensiero dell'ebraismo liberale.
Ma, dallo studio attento e dalla loro comparazione, ne verrà
fuori un'idea, che informerà di se tutta la vita del vescovo
gesuita.
Tommaso s'immerse in un’indagine minuziosa di quanto gli era
giunto, dopo aver superato un abisso temporale e, soprattutto,
probabilistico, quasi che l'intera vicenda fosse stata, in una
qualche maniera, pilotata da una volontà cosciente.
Ma egli era troppo gesuita, per abbandonarsi al fascino del caso
o del miracolo, che pretendono entrambi di spiegare
l'impossibile, in maniera fantasiosa.
Tommaso era intimamente convinto che, in realtà, caso o
miracolo significano, quasi sempre, non conoscenza delle vere
ragioni dell’accaduto e non offrono alcuna spiegazione utile, o,
almeno, convincente, in un discorso logicamente corretto.
Egli cominciò così a cercar di capire perché quei libri erano stati
messi insieme, in una biblioteca così straordinaria.
La chiave di lettura di quella preziosa raccolta di libri doveva
necessariamente essere la "Storia di una famiglia ebrea", scritta
da suo nonno, il vecchio rabbino Mario Ferrara.
Infatti quasi tutti gli altri libri, pur rarissimi e splendidi
esemplari della classica letteratura ebraica, non si discostavano
minimamente dalla stesura originale, da lui ben conosciuta e,
quindi, verificata, sia pure con una rapida scorsa dei testi.
Per cercare d'immedesimarsi nello stesso modo d'organizzare il
proprio pensiero, che doveva aver avuto il vecchio rabbino, per
parecchio tempo egli stette ad esaminare la foto, che le carte
indicavano come quella di suo nonno.
Così Tommaso, da quella foto ieratica, tentava, in un certo qual
modo, di stabilire un contatto mentale che superasse la barriera
187
del tempo trascorso, da quando era stato impresso il
dagherrotipo della severa figura dalla fronte altissima, dalla
lunga barba e dai riccioli che uscivano dal cappello nero.
Poi s'immerse nello studio del libro.
Conobbe una storia avventurosa ed affascinante.
Dall'uso, prettamente ebraico, di riportare lo scandire delle
generazioni segnando accuratamente i nomi, le parentele, le
attività ed i fatti particolari che erano intervenuti nel corso del
tempo, si poteva risalire, con un'accuratezza quasi scientifica,
fino agli inizi del quattordicesimo secolo, l'epoca in cui visse
Lewi Ben Gereshon2, un eminente antenato, così accertato, della
sua famiglia.
Il manoscritto di suo nonno era una revisione critica della storia
del vecchio rabbino medioevale, ed un seguito che
accompagnava la sua famiglia fino ai nostri giorni..
Inoltre, dagli scritti di quell’antico saggio, si potevano ricavare
leggende e storie che lui stesso aveva raccolto, in un libro che
era del tutto sconosciuto, ma che, come abbiamo già visto,
figurava in quella straordinaria raccolta, il "De Judaeorum
Actis” .
Dunque Lewi ben Gereshon, o Maestro Leone di Bagnols, come
era conosciuto dai gentili a lui contemporanei, fu un gigante del
pensiero universale.
Il suo libro, già rammentato, aveva fatto conoscere, alla cultura
europea del suo tempo, la trigonometria e l'altro suo trattato
matematico, il "De numeris harmonicis", aveva dato inizio alla
matematica complessa.
Questa affascinò in maniera rilevante il Rinascimento italiano ed
europeo e pose le basi per lo studio delle funzioni complesse,
che sono alla radice dello sviluppo attuale della conoscenza
scientifica.
Ma dove Maestro Leone è, ancora adesso, più conosciuto, dai
suoi correligionari, lo si può trovare nello studio e nell'esegesi
dei testi biblici.
Abbiamo già incontrato il sommo Maimonide, di cui, a
proposito del suo nome, Mosheh ben Maimon, gli ebrei dicono:
"Da Mosè a Mosè, non nacque mai nessuno superiore a Mosè".
Leone di Bagnols, partendo appunto da Maimonide, portò avanti
l'opera di sistemazione del pensiero ebraico nelle forme della
costruzione razionale di Aristotele.
Il suo commento all'"Organon" aristotelico segue una via diversa
da quella dell'altro sommo commentatore ebreo, Averroè,
mostrando un carattere del tutto originale.
Personaggio storico le cui vicende, qui narrate, sono, per la maggior parte,
effettivamente avvenute come descritte.
2
188
La caratteristica saliente del suo pensiero, particolarmente
evidente nel suo bellissimo commento alla Bibbia, fu un
convinto e sofferto razionalismo.
Per mezzo di questo, tra l'altro, egli tendeva a cercare la ragione
vera e logica di ciò che, alla mente comune, poteva apparire
come evento impossibile, miracolo.
Questa sua spregiudicatezza intellettuale, così rara in ogni
tempo, fu, al suo tempo, particolarmente coraggiosa, specie
quando si trattava d'affrontare i teologi cristiani.
Essi non aspettavano altro che di poter accusare gli ebrei
d'empietà religiosa, soprattutto quando costoro mettevano in
dubbio la presenza del miracolo cristiano.
Ma il rigore intellettuale di maestro Leone non fu nemmeno ben
visto dai propri correligionari, che, spesso, l'accusavano d'essersi
messo fuori dall'ebraismo ortodosso.
I rabbini più intransigenti storpiavano sarcasticamente il titolo
della sua opera maggiore, il "Mihamot Adonai", "le lotte di
Dio", citandolo con il titolo deformato di "Le lotte contro Dio".
Forse per questo, non è giunta, fino ai nostri tempi, la parte del
Mihamot Adonai riguardante l'astronomia e le teorie
cosmogoniche relative,in quanto esse erano rivoluzionarie al
limite del blasfemo.
Il rigore intellettuale e la spregiudicatezza logica sono i peggiori
nemici per ogni establishment che voglia curare in pace il
proprio orticello, senza avventurarsi nelle insidie del pensiero
razionale, che, per questa ragione, è fuggito dai "benpensanti",
come la peste.
Dunque Maestro Leone, di nobilissima stirpe ebraica, traeva
origine, con una serie ininterrotta di primogeniti, dalla tribù dei
Leviti, quella che aveva il compito distintivo d'esercitare il culto
liturgico, quella cui era affidata l'arca dell'alleanza, il simbolo
della presenza di Jahvè in mezzo al suo popolo.
Quella era la stirpe da cui, come attestano anche i manoscritti di
Qumran2, sarebbe dovuto nascere il Messia che attendevano gli
ebrei.
Egli visse nella Francia meridionale, tra Bagnols, un piccolo
centro nei pressi di Avignone, dove nacque nel 1288 e
Perpignano, nei Pirenei, dove morì, nel 1344.
Era, quella, la Provenza, la regione mediterranea e, quindi,
solare, che vide l'inizio della rinascenza del pensiero artistico e
filosofico europeo, dopo i secoli bui dell'alto medioevo.
Antichissimi manoscritti, compilati da adepti della setta degli Esseni,
risalenti ai due secoli precedenti l’era cristiana, rinvenuti nelle grotte di
Qumran, sul mar Morto, nel 1947. Di essi si parlerà piu’ ampiamente in
seguito.
2
189
Quella era la regione in cui, agli inizi del X secolo era sbocciata
la stupenda fioritura della letteratura occitanica, la langue d'oc,
che tanta parte doveva sostenere nella nascita del francese
moderno.
Essa ebbe, come gloria imperitura, la definizione poetica del
concetto, squisitamente moderno, del sentimento d'amore;
diverso e distinto da eros ed agape (amore fisico ed amore
caritatevole).
Quella civiltà, dalla Francia del sud, s'irradierà, a raggiera, per
tutta la Francia, la Germania, il Portogallo e l'Italia, dando vita
alla prima grande scuola di poesia lirica e politica del mondo
occidentale, con i versi della passione civile e dell'amor cortese.
I suoi trobadours e menestrelli porteranno la loro poetica, con i
sirventesi e le canzoni, in tutto il mondo allora conosciuto,
facendo così rifiorire ovunque la letteratura, che, storicamente, è
sempre stata l'araldo della civiltà.
Ma la crociata contro gli albigesi, nella prima metà del XIII
secolo, recise di netto, con un colpo di spada, quella splendida
civiltà che s'avviava a fondare un impero, il regno di Occitania,
una delle grandi nazioni che non seppero venire alla luce
nell'Europa moderna.
La ragione è sempre la stessa: in nome di dispute religiose si
combattevano guerre che, in realtà, erano lotte per la supremazia
politica o per impossessarsi d'immense ricchezze.
Infatti, anche in questo caso, si trattava di una lotta di potere,
mascherata da disputa teologica.
Gli Albigesi 3 costituirono una setta fiorita appunto nel XII
secolo sul grande filone dei Catari.
Queste sette cercavano di risolvere i problemi teologici, che
derivano dalla constatazione dell'esistenza del Male, mediante la
definizione di un sistema dualistico di tipo manicheo.
Si tratta di un antico sistema, che postula, nell'Universo, la lotta
incessante tra due Princìpi ugualmente potenti e nemici, il Bene
ed il Male, dando, anche a quest’ultimo, una propria validità
oggettiva .
La setta faceva presa sul clero locale ma Roma la dichiarò
eretica.
La lotta divampò per tutta l'Occitania, perché la disputa era stata
presa a pretesto, nello scontro acerrimo che oppose la Francia
del Nord alla Provenza, e che terminò solo con il tramonto della
regione Occitana.
Accadrà lo stesso scontro di potere, mascherato da disputa
teologica, per l'episodio occorso nel secolo successivo, che
Gli Albigesi furono una setta religiosa, derivazione della setta dei Catari.
Essa era diffusa nel mezzogiorno della Francia,specialmente ad Albi e
nell’Albigeois; da cui il nome.
3
190
porterà, nel 1312, con la Bolla "Vox in excelso", Papa Bonifacio
VIII a decretare lo scioglimento dei Templari.
Così fu perpetrato anche l'eccidio dei Cavalieri del Tempio;
senza alcuna seria ragione, se non quella d'impadronirsi delle
loro enormi ricchezze.
È sempre l'antica maledizione, l'impossibilità di servire due
padroni contemporaneamente, che affonda la religione nel fango
della politica; e questo sarà ancora più evidente nella storia di
Maestro Leone di Bagnols.
Per rendere ancora più chiaro il panorama in cui si svolse la vita
di maestro Leone, occorre inserire un ulteriore elemento, che lo
vide protagonista, segreto ma efficacissimo: la cattività
Avignonese.
Quell’episodio, cupo e tempestoso, costrinse la sede di Pietro ad
esser confinata, dal 1309 al 1367, nell'antico castello di Notre
Dame des Doms, ad Avignone.
Già da cinque anni il guascone Bertrand de Got, eletto
arcivescovo da Papa Bonifacio VIII, proclamato Papa con il
nome di Clemente V, messo da Dante nell'inferno tra i simoniaci
e bollato come "pastor sanza legge", aveva trasportato il Sacro
Soglio 4 nella dolce terra di Provenza, per adempiere al patto
scellerato che lo legava a Filippo il bello, re di Francia.
Il 20 aprile del 1314, quel Papa, non certo Santo, morì,
doppiamente esule, poiché non ebbe la sorte nemmeno di
morire nel suo primo esilio, Avignone appunto, ma si spense lì
vicino, a Roquemaure, sul Rodano.
Gli successe, dopo due anni, nel 1316, un altro guascone,
Jacques Arnaud d'Euse, nativo di Cahors, con il nome di
Giovanni XXII, anch'egli imposto dal potere politico, questa
volta incarnato dal Re di Napoli, Roberto d'Angiò, conte di
Provenza.
Questo Papa passerà alla storia come il riformatore in senso
quasi moderno, nel bene e nel male, di quella particolare corte
regale, che era la Curia pontificia.
La Curia fu potenziata da Giovanni XXII, allargando a
dismisura la burocrazia papale, organizzando la Cancelleria,
istituendo il tribunale della Chiesa, la Sacra Rota, ma anche
iniziando la mala pianta, che conosciamo sotto il nome di
"Nepotismo".
Giovanni XXII, secondo alcune voci, morirà lasciando una
enorme eredità di ben venticinque milioni di fiorini, e,
soprattutto, avendo dato una particolare impronta finanziaria a
tutta l'amministrazione della Chiesa.
Quel Papa ebbe anche, nel corso del suo pontificato, una grossa
disputa con l'Ordine dei Francescani.
4
dal lat. SOLIUM -trono -il Sacro Soglio indica la sede di Pietro, il Papato.
191
E non poteva essere altrimenti, poiché si scontravano, in quella
disputa, un Papa attentissimo ai problemi finanziari e l'Ordine
che, pur sottomesso all'Autorità papale, aveva il compito
d'attuare la regola di frate Francesco, vivere cioè con "sorella
Povertà".
Occorre qui spendere alcune brevi parole sull'Ordine
Francescano e, più in generale, sugli ordini religiosi che sono
nati sul gran tronco di Santa Madre Chiesa, quando un problema
di nuovo genere si ergeva sul cammino della Sposa di Cristo.
Così, ciò che a noi resta della cultura classica, facendola
considerare un continuum con la nostra e non un periodo chiuso
ed avulso dalla realtà che ci appartiene, è dovuto all'opera
preziosa della Regola Benedettina.
Essa s'incaricò, tra gli altri compiti, di preservare l'eredità greco
romana, ponendo, in questo modo, le basi per lo sviluppo della
teologia cristiana, ma, soprattutto salvando una continuità, che
quasi certamente sarebbe andata persa, senza l'opera preziosa dei
frati di San Benedetto.
Quando poi le eresie, dopo l'anno mille, squassarono il popolo di
Dio, i Domenicani fecero barriera, acquisendo sul campo la
fama di ordine dotto, con i propri dottori della Chiesa, che
seppero respingere l'attacco eretico.
Ma l'ordine di frontiera, contemporaneo ai Domenicani, perché
entrambi sorti agli inizi del tredicesimo secolo, fu, a quel tempo,
l'Ordine di San Francesco d'Assisi.
L'Ordine di Francesco era nato dalla stessa ansia di povertà
vissuta cristianamente, che era stata alla base di quasi tutti i
movimenti sorti in quel tempo.
Essi, per essersi messi poi contro la potestà papale, furono così
dichiarati eretici.
L’Ordine Francescano doveva quindi recuperare il recuperabile,
di quell'esigenza, che era stata pur sempre il momento centrale
della predicazione del Cristo e che si poteva appunto riassumere
nella regola di vivere cristianamente in povertà.
Quell'esigenza, così simile alle posizioni eretiche, costringeva
l'Ordine ad essere sempre sul filo del rasoio.
Da lungo tempo esisteva, tra i seguaci del Poverello di Assisi,
una diatriba, che stava spaccando l’Ordine e che, al solito,
nascondeva ben altre motivazioni.
Da una parte stavano i più irriducibili seguaci di san Francesco,
autodefinitisi Spirituali, i quali intendevano seguire alla lettera la
Regola dell'Ordine Francescano.
Questa, come si sa, vietava ai fraticelli di possedere alcunché,
sia personalmente sia come Ordine, e di mangiare qualsiasi cosa
che non fosse pane ed acqua.
192
Gli Spirituali erano mal sopportati dal potere papale e dalla
Curia che, come abbiamo visto, si stava attrezzando come una
corte imperiale.
Il potere costituito era dunque obbiettivamente contro coloro che
parlavano di povertà assoluta, insinuando, nei loro confronti, più
o meno velatamente, accuse d'eresia.
Costoro, inoltre, si scontravano con quelli che, nell'Ordine,
intendevano attenersi ad una regola meno intransigente,
soprattutto per evitare di finire davanti al Tribunale
dell'Inquisizione.
Questa era infatti sempre pronta ad accusare d'eresia, di fronte al
Papa, chiunque non ne seguisse le direttive più squisitamente
politiche, magari ammantando le proprie pretese con le più
astruse giustificazioni teologiche.
Il Papa, quel Papa, tutto teso a costruire un forte sistema
burocratico, che fosse, prima di tutto politico, credette di
risolvere la questione con la spada, dando una nuova
Costituzione all'Ordine Francescano e mettendo praticamente al
bando gli Spirituali.
Al solito, coloro che non si piegarono furono mandati al rogo.
Questa politica non fece altro che compattare tutto l'Ordine
Francescano, a difesa di quelli che reputava essere i propri
valori.
Essi, infatti, potevano esser temperati per convenienza politica,
ma non stravolti, senza colpire alla radice il pensiero del
Poverello di Assisi.
Così il Generale dei Francescani del tempo, Michele da Cesena,
in aperta sfida al Papa, enunciò la questione teologica, nota
come "Polemica della povertà teoretica".
Fu posto cioè ufficialmente il quesito:
"se Cristo ed i suoi apostoli avessero posseduto qualcosa, sia
singolarmente, sia in comunità"
e quindi fu affermata, dal vertice dei Francescani, rispondente
alla dottrina cattolica l'asserzione negativa per tale enunciato.
Il Papa rispose emanando una Bolla Pontificia, in cui dichiarava
eretica tale asserzione.
A questo punto entra in scena, o meglio, incomincia ad agire tra
le quinte, la grande personalità di Maestro Leone.
Già da tempo egli era entrato in contatto con un prelato italiano,
uno dei pochissimi presenti ad Avignone, perché la sua potente
famiglia era formalmente feudataria del Papato, il cardinal
Obizzo d'Este, figlio naturale di Azzo VIII, Signore di Ferrara,
di Modena e Reggio.
Il cardinal d'Este, attratto dalla grande fama del filosofo ebreo
specialmente in campo matematico, l'aveva praticamente
193
inserito nella sua piccola corte personale, mettendolo così sotto
la propria protezione ed innalzandolo al rango di consigliere
fidato.
Le mentalità, gli interessi, la volontà dei due uomini erano fatti
per intendersi.
Il cardinale era italiano, e quindi poco propenso a sostenere un
papa francese durante il periodo della cattività avignonese.
Inoltre egli era guelfo per necessità, perché religioso e perché la
sua famiglia regnava su territori formalmente sottoposti alla
sovranità della Chiesa; ma, proprio per questo, gli Estensi erano
sempre in posizione d'antitesi con le tesi papali.
Infine Obizzo d'Este era uno tra i massimi esponenti dell'Ordine
Francescano, anche se la sua navigata diplomazia l'aveva tenuto
lontano dal rigorismo degli Spirituali; anzi, il suo talento
diplomatico ne aveva fatto il naturale arbitro tra le due parti in
lotta.
Il cardinal d'Este, in definitiva, era uno di quegli spiriti che
stavano testimoniando il prossimo avvento dell'Umanesimo, che
aprirà la strada al Rinascimento italiano.
Egli era quindi, caratterialmente, agli antipodi di quel guascone
violento che tentava d'imporre brutalmente la propria volontà,
senza neppure preoccuparsi che una diatriba sulla povertà di
Cristo fosse insostenibile sul piano dottrinale e pericolosa sul
piano politico.
Insomma, tutto metteva Obizzo d'Este contro Giovanni XXII.
Maestro Leone, dal canto suo, una volta entrato nelle stanze che
contano, non poteva dimenticare che cosa era stato il Papato, per
i suoi correligionari.
Contrariamente a quanto comunemente si crede, prima dell'anno
mille, nell'alto Medio Evo, gli Ebrei non soffrirono particolari
angherie da parte del Papato e, soprattutto, da parte dei popoli
barbari che, dopo aver tutto distrutto, si stanziavano, da padroni,
nelle terre che avevano depredato.
Le ondate delle tribù barbare che avevano sfondato il Limes
tracciato da Roma, non si ponevano questioni teologiche ma,
entrando in contatto con quello che rimaneva della civiltà di
Roma, ne assumevano necessariamente gli usi ed i costumi,
iniziando così il cammino verso la civiltà.
Spesso il punto di passaggio tra questi due stadi era
rappresentato proprio dal momento in cui il popolo barbaro si
convertiva al Cristianesimo, anche se, data la cultura di base,
quel Cristianesimo era percorso, più o meno pesantemente, da
venature eretiche.
In questo scenario, la Chiesa, per tutto l'alto Medio Evo, era
stata un centro di potere sempre più grande, fino ad assumere i
194
connotati dell'Autorità che dispensava ogni potere sulla Terra,
provenendo esso dalla volontà divina, di cui Pietro era Vicario.
Già la legislazione Visigota, nell'alto Medio Evo, aveva privato
gli ebrei di tutte le loro proprietà terriere5, ma la Chiesa
s'ostinava inoltre ad esigere che gli Ebrei, ed i loro dipendenti,
osservassero la festività domenicale, in onore del Dio Cristiano.
Questo fatto aveva reso del tutto inefficienti gli Ebrei al lavoro
della Terra, in quanto, dovendo essi santificare il loro Sabato,
ciò rendeva praticamente impossibile il lavoro nei campi, che
non potevano sopportare un'assenza, prolungata per due giorni
consecutivi.
Questa fu una delle cause che spinse gli Ebrei, già ottimi
contadini, come avevano dimostrato nella Spagna araba, ad
abbandonare l'agricoltura e le attività connesse.
Ma il peggio doveva ancora venire.
I Gentili si pentirono presto del fatto che gli Ebrei, obbligati in
questa maniera ad occuparsi d'attività ritenute dai Cristiani poco
consone al loro stato di padroni, come il commercio, o
addirittura infamanti, come l'attività bancaria, da essi bollata
come usura, dimostrassero, in queste, una sorprendente abilità.
Ciò fece nascere, in seno alla Cristianità un feroce risentimento
che fu il prodromo di tutte le future persecuzioni antiebraiche.
Occorre parlare un poco di questo risentimento, sorto per fattori
economici, che sfociò ben presto in un vero e proprio odio: esso
è all'origine di gran parte delle leggende e dei guai che, da
queste leggende, occorsero agli Ebrei.
In esse si fusero altri e diversi elementi non propriamente
economici ma di natura pseudo religiosa, quale l'accusa di
Deicidio, le pretese bestemmie del Talmud e l'altra terribile
accusa d'omicidio rituale.
I più accaniti, infatti, incolpavano gli Ebrei di rapire e
crocifiggere un Gentile, usandone poi il sangue per i loro riti
giudaici, sia bevendolo in una specie di messa nera,
specularmente rovesciata rispetto a quella cristiana, sia usandolo
per la preparazione delle matzot 6 pasquali.
Era stata inoltre lanciata l'ulteriore, tremenda, accusa della
profanazione delle ostie consacrate, e persino l'accusa di
diffondere la peste nera 7.
Tutte queste imputazioni però, traevano chiaramente origine da
quel risentimento di natura economica, precedentemente
rammentato.
cfr ABBA EBAN: “ Storia del Popolo Ebraico “ Mondadori ed. 1971 pag
151.
6
Cibo che si prepara in occasione della Pasqua ebraica.
7
Tutta la casistica fin qui riportata, e la seguente, sono state desunte dal libro
di A.EBAN, precedentemente citato.
5
195
Per comprendere a fondo tutto ciò, occorre considerare gli usi
del tempo.
Per tutto l'alto Medio Evo le condizioni economiche furono
terribili per tutti.
L'unica attività remunerativa era la guerra; essa serviva a
distruggere gli antichi proprietari ed ad impossessarsi del solo
bene esistente: la terra.
Per questo, i vincitori, cioè i discendenti delle tribù barbare che
avevano invaso e distrutto l'impero di Roma, dettero origine alla
nobiltà che s'andava allora formando, una nobiltà che traeva la
propria ricchezza esclusivamente dal possesso della terra.
Questa nobiltà, una volta tolta la terra ai gentili ed agli Ebrei che
ne avevano, si disinteressò degli stessi, così come faceva per
tutte le popolazioni vinte e sottomesse a livello di schiavi.
Così gli Ebrei, per tutto l'alto Medio Evo, continuarono a vivere
nelle condizioni comuni a tutti a quel tempo, senza particolari
difficoltà, che non fossero di natura teologica.
Proprio per umiliarli, dopo aver loro tolto la possibilità di
lavorare la terra, fu lasciato agli Ebrei solo un mestiere, ritenuto
infamante: l'usura.
Essa è, tecnicamente, il prestito di danaro con l'interesse, e ciò
era ritenuto moralmente ripugnante; anche se, fino al XII secolo,
il clero cristiano era stato tra i più importanti gruppi di prestatori
di danaro.
Ma gli Ebrei seppero fare di necessità virtù: con quello che era
stato loro permesso divennero immensamente ricchi.
Il problema fu che era stata sanzionata, per i Cristiani,
l’impossibilità di giustificare nuovamente l'usura, perché essa
era stata bollata con motivazioni teologiche, difficilissime ad
essere annullate.
Questo fatto scatenò il risentimento dei Gentili, che si sentirono
defraudati di qualcosa che ritenevano loro, la ricchezza appunto.
Ciò rese i Cristiani furiosi contro gli Ebrei, accusati delle più
nefande e stupide perfidie, solo perché costoro non potevano
esser accusati dell'unica loro vera azione: l'esser divenuti ricchi,
per aver esercitato una professione, che era stata lasciata ad essi
per scherno.
Quindi la Chiesa era corsa ai ripari.
Già nel 1215 papa Innocenzo III, Lotario dei conti di Segni,
aveva indetto il dodicesimo Concilio Ecumenico, quarto
Concilio Lateranense, alla presenza di 70 patriarchi e
Arcivescovi, 400 Vescovi ed Abati, tutti gli ambasciatori degli
Stati Europei, e, persino, lo stesso Federico II di Hohenstaufen,
Re di Sicilia e pretendente al titolo di Imperatore.
Quello fu un Concilio d'importanza capitale, in cui furono
dibattute molte questioni decisive, per quel tempo.
196
Si trattò, ad esempio, di questioni teologiche come
l'approvazione del termine "Transustanziazione", per definire, in
termini canonici, il mistero della trasformazione dell'Eucarestia.
Furono anche discusse altre questioni, come la condanna per
eresia della posizione di Gioacchino da Fiore che, pur morto nel
1202, continuava ad esser venerato nel monastero di San
Giovanni in fiore per la sua teoria della terza età del genere
umano, quando l'Uomo saprà vivere senza Chiesa e senza Stato.
Non mancarono questioni politiche, coagulatesi in una nuova
Crociata contro i Turchi.
Ma, soprattutto, si ebbe il tempo di pensare anche agli Ebrei ed
alla rabbia che essi avevano suscitato tra i Cristiani, con la storia
di un insulto, che s'era tramutato in un grande affare per essi.
Si dette così un corpus giuridico a tutte quelle usanze che, come
già detto, nate dall'invidia, s'erano trasformate in odio feroce,
sostenuto da accuse ridicole.
Fu dato, in questo modo, vigore ad una mentalità che aveva
portato Pietro l'eremita a condurre una Crociata, nel 1096, al
grido, oltre che "Dio lo vuole", anche di "Uccidi un Ebreo e ti
salverai l'anima".
Così, l’accusa teologica di “Uccisori di Cristo”, affibbiata a tutti
gli Ebrei ed a tutti i loro discendenti acquisiva una tragica
conseguenza.
Del resto, spesso le Crociate avevano un curioso corollario: i
partecipanti non erano tenuti a pagare i propri debiti, o almeno,
potevano posporne, senza ulteriori spese, la restituzione, per
tutto il tempo in cui durava la Crociata, ai legittimi creditori che,
guarda caso, erano, per la massima parte, Ebrei.
Inoltre furono rimesse in vigore e rese coercitive le norme che
vietavano agli Ebrei d'esercitare una qualsiasi autorità sui
cristiani.
Nessuna carica poteva esser affidata, da alcuno, ad un Ebreo, né
si poteva parlare, con loro, d'alcun argomento di fede.
Gli Ebrei dovevano rimanere chiusi nelle loro case, a Pasqua, e
pagare una tassa speciale, né potevano, in alcun caso, abitare
insieme con i cristiani.
Inoltre essi, come tutti i non cristiani, dovevano portare, ben
visibile, un segno distintivo.
Si stavano così ponendo le premesse per il Ghetto.
Ma la politica della Chiesa, e dei vari Principi che allora
esercitavano il potere, fu ancora più perfida.
Insieme con tutte queste norme, che avevano gravemente
limitato la libertà degli Ebrei, attentando spesso alla stessa loro
vita, il Potere, specialmente quello ecclesiastico, s'assunse il
compito di ”proteggere gli Ebrei", opponendosi agli eccessi,
quando ciò faceva comodo.
197
Però non furono mai abrogate le norme infami che erano state
sanzionate nel Concilio Lateranense; anzi esse furono tenute ben
presenti e rispolverate, quando questo era utile per la politica del
momento.
Tutto ciò era ben conosciuto da Maestro Leone, che ebbe
entrambe le famiglie, da cui discendeva l'avo materno,
massacrate in occasione della Crociata contro gli Albigesi nel
1209, Crociata che servì egregiamente anche per gli Ebrei della
Provenza.
Per questo, quando il Cardinal d'Este gli chiese consiglio per
trovare una qualche ragione che potesse servire per opporsi al
Papa, allorché Giovanni XXII tentò di distruggere con un colpo
di penna l'Ordine francescano, il giovane studioso ebreo non si
tirò indietro.
Egli arguì che, sul piano della ragione, non si poteva combattere
con un Papa che sconfessava il suo Dio, il quale aveva
proclamato, nella prima Beatitudine di Luca: "Beati, voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio".
Occorreva cercare un nemico del Papa che avesse la forza
d'opporglisi e quel nemico non poteva che essere Ludovico il
Bavaro, che aspirava alla corona del Sacro Romano Impero,
corona che il Papa voleva assegnare invece a Roberto d'Angiò.
Così, sotto mentite spoglie, maestro Leone fu inviato dal
Cardinal d'Este alla corte imperiale di Ludovico, con il pretesto
d'andare a riallacciare antichi legami di sangue con i parenti
paterni che vivevano in Germania.
Con le credenziali fornitegli dal Cardinale, il giovane rabbi
ebreo (nel 1322 maestro Leone non aveva che trentaquattro
anni) prese contatto con i cardinali tedeschi, che erano al seguito
di Ludovico e che sostenevano le sue mire.
Occorreva trovare un cavillo teologico che servisse a scardinare
la posizione del Papa.
Maestro Leone conosceva, per motivi di studio, il più famoso
teologo dell'Università di Parigi, Marsilio da Padova, Rettore di
quell'Università; egli accettò di studiare il caso con il giovane
rabbi.
Già da tempo, Marsilio era stato infatti il fautore dell'origine
naturale dello Stato, contro il concetto medioevale dell'Impero
come istituzione d'origine divina.
Inoltre il suo sistema filosofico negava ogni potere coercitivo al
Papa, che era ritenuto, nella concezione di Marsilio, solo un
primus inter pares, mentre tutta l'autorità ecclesiastica doveva
essere detenuta dal Concilio.
Occorreva però prima distruggere, sul piano teoretico, l'autorità
del pontefice.
Ma, come fare?
198
Maestro Leone, che, per necessità, era divenuto un profondo
studioso anche della storia cristiana, studiò lungamente il
problema insieme con Marsilio.
Il primato di Pietro era indiscusso ed inattaccabile.
Esso si basava sul testo fondamentale della religione cristiana, i
Vangeli, in cui il Cristo aveva proclamato, a chiare lettere:
"Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa”.
(Mt.16-18).
Però maestro Leone obbiettò che non esisteva alcuna prova
storica della venuta di Pietro a Roma e, su questo punto, la
posizione del Papa diventava discutibile.
Infatti nessun documento conosciuto a quel tempo definiva
chiaramente quella venuta, ponendola in un preciso e
verificabile momento storico, né v'erano prove sicure,
storicamente documentate, della presenza dell'Apostolo a Roma.
Solo pie leggende, dalla chiesetta del " Quo Vadis ?", al carcere
Mamertino, alla crocifissione a testa in giù sul colle Vaticano,
ma nessun luogo o nessuna data storicamente accertata.
Solo ai giorni nostri verrà trovata una tomba che gli archeologi
ritengono possa essere stata l'ultima dimora del Principe degli
Apostoli; ma, anche in questo caso, nessun'iscrizione certa.
A maggior ragione, Marsilio poteva, allora, affermare che
l'Apostolo non era mai stato a Roma, mancando del tutto le
prove storiche del fatto.
E ciò appunto fece, rendendo esplicito il suggerimento di
Maestro Leone, il quale aveva capito che solo in quel modo si
poteva colpire il Papa e, con lui, l'Autorità che tanti danni aveva
fatto e permesso contro il suo popolo.
Così, proprio nel 1324, Marsilio completò il suo libro, il
"Defensor pacis", in cui erano esposte quelle tesi rivoluzionarie 8
.La situazione divenne, in tal modo, esplosiva.
Giovanni XXII scomunicò Marsilio, il quale, per sfuggire alla
persecuzione papale, si rifugiò presso Ludovico il bavaro, di cui
divenne consigliere politico e medico personale.
Il Papa aveva già scomunicato Ludovico, il 23 marzo del 1324,
accusandolo di non obbedire all'Autorità papale.
Quindi Ludovico accusò, a sua volta, di eresia, il Papa, proprio
per la faccenda dell'Ordine Francescano, o, per meglio dire, per
la diatriba sulla povertà, chiedendo la convocazione di un
Concilio ecumenico che dirimesse l'intera questione.
Come si può vedere, mai il soglio di Pietro era stato così sul
punto d'essere travolto, almeno sul piano dottrinario.
Per farla breve, successe di tutto.
Ludovico calò a Roma, dove, "in nome del popolo Romano", si
fece eleggere Imperatore da Sciarra Colonna, il capo della
8
Episodio storicamente avvenuto.
199
grande famiglia romana discendente dai conti di Tuscolo,
tagliando così fuori il Papato dalla nomina imperiale.
Il Papa, a sua volta, rinnovò la scomunica a Ludovico e
proclamò, per tutti i suoi seguaci, l'interdetto, la severa misura
canonica che priva dei sacri riti coloro che ne sono colpiti.
Inoltre lo stesso Papa scomunicò il generale dei Francescani,
Michele da Cesena, che fuggì anche lui alla corte di Ludovico.
Questi, il 4 aprile 1328, intentò un processo per eresia contro il
Papa, deponendolo, accusandolo di lesa maestà e nominando un
nuovo papa, nella persona del francescano Pietro Rainalducci di
Corvara, con il nome di Niccolò V.
Poi, come spesso succede alle vicende umane, la Storia prese
altre strade.
Ludovico non seppe tenere il favore del popolo romano,
subissandolo di tasse, quando buona politica avrebbe voluto che
l'Imperatore avesse sommamente cara la benevolenza del popolo
di Roma che, ormai, era l'unica fonte della sua Autorità
imperiale.
Il popolo di Roma si ribellò a Sciarra Colonna, costringendolo
all’esilio.
Quindi Ludovico, nel 1329,
ritornò in Germania,
disinteressandosi di Roma e dell'Impero, l'antipapa Niccolò V
chiese perdono a Giovanni XXII e fu subito accontentato e il
Cardinal Obizzo d'Este, vista l'aria che tirava, se ne ritornò
diplomaticamente nelle terre che appartenevano alla propria
famiglia, a Ferrara.
E maestro Leone ?
L'uomo che, più d'ogni altro, era giunto ad un soffio dalla
vittoria, lui, il rabbino ebreo Lewi Ben Gereshon, il matematico
insigne ed il sommo politico che aveva fatto tremare il trono di
Pietro, consegnò suo figlio al cardinal d'Este perché lo
conducesse con se in terre più ospitali e si ritirò a Perpignano,
molto più vicino al confine spagnolo, terra in cui gli arabi
avevano ancora un rapporto eccellente con gli Israeliti.
Lì, lontano da Avignone, protetto dai suoi correligionari, ad un
passo da luoghi sicuri, visse fino all'età di cinquantasei anni,
scrivendo l'opera monumentale che abbiamo conosciuto e
quella, ancora più incredibile che stiamo per conoscere.
Ma questa è un'altra storia, che segna lo straordinario antefatto
di quanto narrato finora.
Quello che abbiamo visto, rappresenta anche l'inizio della
famiglia Ferrara, cognome con cui saranno conosciuti i
discendenti del figlio del sommo maestro Leone.
Essi, vivendo in Italia, si chiameranno, all'uso ebraico, col
nome della città in cui, da allora, risiederanno, abbandonando
200
così il loro patronimico, difficile ad essere pronunciato nella
nuova lingua.
Un'ultima annotazione occorre fare, su quel tormentato periodo.
Giovanni XXII, da fine teologo, quale voleva essere senza
saperlo fare, combinò un'altra delle sue uscite gratuite, e perciò,
doppiamente pericolose.
Infatti, nel 1331, discutendo della "Visione beatifica" per i morti
in grazia di Dio, dichiarò che quella visione non si sarebbe avuta
subito, ma solo dopo il Giudizio Universale.
Fino a quel momento, cioè fino alla resurrezione dei corpi, i
beati avrebbero dovuto attendere "sotto l'altare", in altre parole
sotto il conforto di Cristo, ma non nella pienezza della visione di
Dio.
Questa stramba tesi, contrastante con tutta l'ortodossia cristiana,
oltretutto enunciata senza un particolare motivo, suscitò
scandalo persino tra i sostenitori del Papa.
A poco valse che egli si rimangiasse parzialmente la propria
posizione, ritrattando quanto aveva affermato, con la scusa che
si trattava di un'opinione personale.
Sul suo letto di morte, Giovanni XXII dovrà fare, di fronte
all'intero Sacro Collegio Cardinalizio, una ben più ampia e
motivata ritrattazione, ammettendo d'essersi sbagliato 9 .
Proprio quest'episodio, cinque secoli dopo, creerà un precedente
di non poco conto, allorché Pio IX definirà il Dogma
dell'infallibilità Papale, quando questi parla, ex cathedra, di
questioni teologiche.
CAPITOLO XVIII
SULLE ALI DELLA LEGGENDA
Tommaso aveva trascorso tutta una notte leggendo il libro di suo
nonno, "Storia di una famiglia ebrea", confrontando dati,
comparando date e affermazioni in esso contenute, ricollegando
cause e fatti che erano sparsi nel suo bagaglio culturale ma che,
9
C RENDINA op cit.
201
alla luce di quelle rivelazioni, acquisivano una nuova e diversa
validità.
La somma delle notizie ricevute da quanto andava leggendo, con
quelle che facevano parte della propria erudizione, è stato
l'oggetto, razionalmente collegato, di quanto esposto nel
precedente capitolo.
Naturalmente i fatti che Tommaso andava rivisitando, non erano
affatto ignoti alla sua cultura, che era fuori del comune, ma che
non era, prima d'allora, incentrata sulla situazione, che il libro di
suo nonno stava ora mettendo a fuoco.
Infatti il baricentro delle varie specializzazioni di Tommaso era
molto arretrato nel tempo, dall'epoca di maestro Leone, essendo
egli esperto nelle varie discipline attinenti l'esegesi biblica; ma
questa sua competenza gli verrà oltremodo utile nel seguito di
quella storia.
Perciò le notizie al riguardo di Leone di Bagnols, che già erano
in suo possesso, normalmente poco legate tra di loro,
nell’orizzonte culturale di Tommaso, acquisivano ora un ferreo
rapporto di causa ed effetto, che contribuiva, oltretutto, a rendere
ancor più emozionante, una storia che l'interessava così da
vicino.
Erano ormai le prime luci dell'alba, che s'annunciava dalla
finestra della sua camera, posta a metà del bel torrione che
fungeva da torre campanaria per l'Università di Lovanio, nel
piano tradizionalmente riservato come appartamento privato del
rettore di quell'Università.
Il metodo di lavoro di Tommaso, di fronte ad un problema da
studiare, era sempre stato lo stesso: dare subito una prima veloce
lettura di tutto il materiale di studio, per rendersi conto di quello
che bisognava conoscere, per circoscrivere il soggetto da
investigare.
Trarne poi gli elementi necessari per procedere ad un approccio
più approfondito nei vari filoni d'indagine.
Ma, soprattutto, astenersi da qualsiasi giudizio o idea
preconcetta che avrebbe potuto intralciare il campo della sua
analisi; essa, così, diveniva, quasi sempre, un procedimento
logico, portato innanzi con rigore scientifico.
Anche in quel caso, che pure aggrediva emotivamente la propria
sensibilità, facendo vibrare corde del suo animo che
normalmente
egli non metteva mai in gioco nel processo
conoscitivo, Tommaso si sforzava però di non abbandonare il
proprio rigore logico.
Ora la situazione s'andava chiarendo.
202
Il libro di suo nonno, la "Storia di una famiglia ebrea", prendeva
chiaramente le mosse dall'opera del vecchio rabbino Lewi Ben
Gereshon.
Dovevano quindi esser esaminate le caratteristiche principali
dell'opera dell'antico sapiente, dal punto di vista filosofico e
teologico.
In questo modo si poteva porre in evidenza l'importanza che
essa aveva avuto, nell’ambito più generale del risveglio della
civiltà dell’uomo, facendo rinascere a nuova vita il pensiero
scientifico, dopo la drammatica cesura occorsa a cagione e
seguito delle invasioni barbariche, che avevano spazzato via
dall'Occidente la civiltà greco romana.
Infatti la cultura classica, come noi ora la conosciamo, è il
portato di una civiltà che molto doveva alla sua componente
ebraica, se è vero, come è vero, che 1:
"Già l'autore degli oracoli sibillini scriveva che tutte le terre e
tutti i mari sono pieni di Ebrei" e che "Strabone, un
contemporaneo di Erode, affermò che sarebbe stato difficile
trovare un solo luogo della terra dove non ci fossero Ebrei".
"Nell'Impero Romano d'Oriente gli Ebrei costituivano il venti
per cento circa della popolazione, e quindi uno su cinque degli
abitanti "ellenistici" del Mediterraneo Orientale era Ebreo.
In Occidente il rapporto era uno su dieci.
In nessun altro periodo della storia, prima o dopo d'allora, gli
ebrei costituirono una parte così cospicua della popolazione del
mondo civile occidentale".
Per questo la cultura ebraica, all'epoca dei secoli bui dell'alto
Medio Evo, assieme al monachesimo cristiano, era stato l'unico
rifugio della memoria storica della civiltà greco romana.
Però, a differenza del monachesimo, che aveva compiuto una
semplice, sia pur meritoria opera di conservazione dell'antico, il
pensiero ebraico s'era continuamente confrontato con la grande
civiltà araba che, allora, viveva il momento del suo più vivido
splendore.
Dalla continua osmosi dialettica delle due culture,l’araba e
l’ebrea, s'era così pervenuti ad innestare nuovamente, in
Occidente, la civiltà greco romana ed il vettore, il vitigno su cui
fu operato l'innesto, fu appunto la cultura giudaica.
Ma questa era storia, tra l'altro ben conosciuta da Tommaso.
Ora, per non far confusione, continuando un'indagine che aveva
iniziato a metà della storia, egli abbandonò il libro di suo nonno,
che chiaramente era il seguito e l'esegesi del volume del vecchio
rabbino di Bagnols: il “ De Judaeorum actis “.
Anche le note seguenti, riferite alla storia degli Ebrei, sono state desunte
dal libro di A.EBAN precedentemente citato.
1
203
Tommaso quindi, per avere un flusso degli avvenimenti coerente
nel tempo, s'immerse nello studio del libro di maestro Leone
che, evidentemente, doveva narrare fatti, accaduti prima di
quelli raccontati da suo nonno.
Nel far questo, le onde impetuose del sentimento correvano
all'impazzata nel suo animo: egli stava scorrendo il percorso
mentale di un antico sapiente che, tra l'altro, era anche un suo
diretto antenato.
Ma la sua forma mentis di scienziato impediva al sentimento di
penetrare nel suo procedimento logico.
Prese quindi l'antico libro in folio, con una pesantissima
rilegatura di pelle, tenuta da borchie di metallo che bloccavano
listelli, anch'essi di metallo, i quali servivano a rendere il
volume un blocco compatto e pesante.
Esso racchiudeva grandi pergamene, miniate a colori
meravigliosi: capolavori che, da soli, avrebbero fatto la gioia di
qualunque uomo amante del bello e suscitato l'interesse più vivo
d'ogni esperto d'arte o di storia.
Aprì le serrature che bloccavano i listelli e sollevò la pesante e
spessa copertina.
Sulla prima pagina del libro era riprodotta la stella di Davide,
con le lettere ebraiche che corrispondevano a quelle incise sulla
medaglia, che aveva procurato a Tommaso tante meraviglie e
così forti emozioni.
Questo fatto, alla mente esperta di Tommaso, dava due
indicazioni: la prima era che i segni riportati non erano altro che
la trasposizione, nel calendario ebraico, delle date di nascita e di
morte del rabbi Lewi Ben Gereshon e cioè il 1288 ed il 1344
della nostra era, il 5048 ed il 5104 nel calendario ebraico 2.
Quelle infatti erano le cifre che erano riportate, in caratteri
ebraici, sulle punte della stella di Davide, sia sul libro che stava
leggendo sia sulla medaglia che aveva portato al collo per tanti
anni.
Egli aveva, già da tempo, identificato agevolmente il significato
dei segni posti sulla sua medaglia, ma solo ora poteva collegarli
a maestro Leone, dopo che la lettura della sua storia aveva
inquadrato la figura del suo antenato, da lui precedentemente
conosciuto per motivi di studio, ma non tenuto presente, fino
allora, come elemento determinante, in un processo logico che
lo riguardasse.
La seconda indicazione proveniva proprio dalla stella di Davide.
Al contrario di quello che si pensa comunemente, la stella di
Davide, collegata, al presente, all'ebraismo, in modo talmente
Come è noto, tra il calendario ebraico ed il nostro esiste, attualmente e per
il periodo dopo la nascita di Cristo,uno scarto positivo di 3760 anni.
2
204
totale da rappresentarne lo stesso simbolo, in realtà, non
affonda, come segno, nella notte dei tempi.
Sebbene rintracciabile in un sigillo proveniente da Sidone e
risalente al 600 avanti Cristo e nella Sinagoga di Capernaum del
III secolo d.C., la stella a sei punte era, in realtà, un motivo
ornamentale tipico dell'età classica greco-romana.
Essa fu rinvenuta in molti mosaici ed altre tipologie
ornamentali, tra cui, in epoca più tarda, quelle che ornavano
molte chiese cristiane del medio Evo, mentre è del tutto assente
nella decorazione giudaica coeva e nella letteratura rabbinica.
La Jewisch Encyclopedia riporta la prima apparizione della
stella di Davide in una "qabbalah" del tredicesimo secolo,
associata al pentagramma magico di Salomone, la stella a cinque
punte.
Dopo che essa fu adottata dal primo congresso sionistico del
1897, come simbolo del nascente spirito giudaico, solo i nazisti
dettero tragica fama alla figura del doppio triangolo disposto a
stella, imponendolo come "marchio di vergogna", in
un'ordinanza di polizia del 1 settembre 1941.
Dunque la chiave di lettura corretta della stella di Davide, in un
contesto ebraico del quattordicesimo secolo, era appunto la
qabbalah, l'antica dottrina ebraica esoterica su Dio e l'Universo,
basata su un'antichissima rivelazione, trasmessa attraverso
un'ininterrotta schiera d'iniziati.
Questa teoria era sorta dal travaglio religioso e morale degli
Ebrei nei due secoli che precedettero l'era cristiana e s'era venuta
configurando, in forma sistematica, solo nel quattordicesimo
secolo della nostra era, proprio al tempo di maestro Leone.
A grandi linee e molto approssimativamente, questo insegna la
Qabbalah.
Tutto ciò che siamo, tutto quello di cui noi abbiamo conoscenza,
è il risultato di un processo, che vede Dio manifestarsi alla
mente dell'uomo secondo una sempre più chiara evidenza.
Questo processo, sviluppantesi in maniera quasi evolutiva, svela
all’uomo, rendendola via via più intelligibile, la realtà ultima
dell'Universo.
Benché lo spirito dell'Uomo non possa giungere da solo a Dio,
la Divinità, può permettere all'uomo di "raggiungere" Dio,
attraverso le sue manifestazioni, dette "sefirot", che vuol dire
"emanazioni", quali la bellezza, la giustizia, lo splendore ed ogni
altro attributo che, al massimo livello, noi associamo al concetto
di Divinità.
Il sefirot più grande è "l'alito di Dio", quello che ha creato
l'uomo a sua immagine e somiglianza: l'intelligenza logica.
205
La Cabala ebbe un grande percorso culturale, informando di se
grandi personalità ebree (Filone, Avicenna e molti rabbini che
formarono un imponente fiume culturale nell'ambito della
letteratura ebraica fino al sedicesimo secolo) e non ebree,
specialmente nell' Umanesimo italiano e tedesco (Raimondo
Lullo, Pico della Mirandola, Paracelso, Reuchlin ed altri).
Nella qabbalah v'era poi un elemento semantico magico, che
dava un significato esoterico non alle parole, ma ai singoli segni
alfabetici rappresentanti una lettera all’interno di una parola o un
numero, all’interno di una cifra, valutandone le varie posizioni
relative.
Infatti, la qabbalah, come tutta la tradizione rabbinica ortodossa,
riconosceva un carattere divino all’intera Torah, così che nulla,
di essa, poteva essere omesso o cambiato.
Anche la disposizione delle singole lettere acquisivano, in tale
dottrina, un valore talmente importante, da rappresentare, nel
suo complesso e nel relativo rapporto, una rivelazione divina
tanto importante, da esser data in maniera criptica ed esoterica,
solo ai più sapienti cultori della Legge.
In questo modo era stata formata una chiave segreta di lettura
d'ogni manifestazione divina, in primo luogo quella contenuta
nei libri del Genesi o del Cantico dei Cantici, attribuito a
Salomone.
Questa chiave di lettura, seguita anche da alcuni autori cristiani,
fondata sull'interpretazione aritmetica e geometrica delle parole
della Bibbia, è conosciuta con il nome di Ghematria.
In essa, le parole sono intese, alla maniera moderna della
semantica, come insiemi di segni aventi un loro particolare
significato, che travalica quello per cui vengono comunemente
adoperati, nell'uso corrente.
Quando poi, dal sedicesimo secolo, l'elemento magico, sempre
più incombente, prevalse sul pensiero filosofico-religioso, la
qabbalah andò via via trasformandosi in un rito magico,
perdendo così la propria presa sugli spiriti razionali.
Questo, a grandi linee, era quanto Tommaso poteva estrarre
dalle proprie conoscenze, per dare una prima lettura al
problema.
Era quindi estremamente probabile che quel libro, il "De
Judaeorum actis", scritto da chi era stato descritto come suo
lontano antenato, fosse opera di un adepto dell'antica sapienza.
Egli, per mezzo di racconti all'apparenza semplici, avrebbe
potuto portare avanti un discorso, in un campo tra i più difficili,
sempre in bilico tra la realtà e la leggenda, tra la filosofia e la
magia.
206
Certo, per un libro del genere, l'ostacolo più ostico che si potesse
trovare, era l'indagine critica e l'analisi ferrea, condotta da un
Vescovo cattolico, per di più Gesuita.
Tommaso si mise al lavoro, iniziando a sfogliare quelle pagine
antiche: il testo era stato redatto ora in un latino eccellente, ora
in ebraico antico, ora in greco della koinè 3 .
V'era addirittura qualche espressione in una veste che ricordava
allocuzioni Yddish, l'antico dialetto tedesco parlato dalle
comunità ebree askenazite dell'Europa centrosettentrionale.
Tutte queste difficoltà linguistiche non presentavano però alcun
problema per il gesuita, che, proprio in quel campo, s'era
specializzato già da molto tempo, per rendere più completi i
propri studi teologici.
La seconda pagina conteneva quella che sembrava sicuramente
una dedica, anche se, trattandosi di un testo di un autore della
qabbalah, occorreva studiare se vi fosse un significato recondito,
nascosto sotto qualche artificio intellettuale.
Figlio mio
quando, nel corso del tempo,
tenendo fermo dinanzi a te
il ricordo della tua storia,
saprai ripetere anche tu
il cammino dalla culla
del padre Abramo a Sion la bella
per raggiungere l'Altissimo,
Avrai la prova
del tuo destino e del tuo servizio.
Ma lascia il segno nel tuo animo.
Il tuo seme dovrà scoprire da solo
la VERITÀ’ e, per mezzo di essa,
la VIA.
Per il momento Tommaso non indugiò sul possibile significato
nascosto di quella pagina e proseguì oltre.
Il racconto proseguiva, ricalcando fedelmente, anche se con
caratteri originali, la storia da tutti conosciuta, tratta dal Genesi.
Essa riguardava la vita di Abramo, di suo figlio Isacco, e poi, via
via di Giacobbe detto Israel, dei dodici figli di questi che, come
racconta il libro dell'Esodo, raggiunsero il loro fratello Giuseppe
in Egitto e che dettero vita, in seguito, alle dodici tribù di
Israele.
Il κοινε’ διαλεχτοs  koine’ dialectos = Linguaggio comune ) era il greco
internazionale parlato in tutto il bacino del Mediterraneo nei tre secoli prima
dell’era volgare.
3
207
Particolare accenno era fatto, per quella che sarà deputata a
divenire la casta sacerdotale di Israele, la tribù di Levi, come
riporta l'Esodo e, più ampiamente, il terzo libro del Pentateuco,
il Levitico appunto.
Poi venivano ricordati i tre figli di Levi: Gherson, Kehat e
Merari, i quali generarono le tre famiglie da cui provengono i
sacerdoti d'Israele.
Gherson fu il figlio primogenito di Levi.
Kehat fu il capostipite della famiglia da cui nacquero Mosè ed
Aronne.
Merari dette vita ai Leviti che trasportavano l'Arca
dell'Alleanza, quando gli Ebrei vagavano nel deserto; essi, poi,
divennero i cantori del Tempio di Salomone.
Da Aronne aveva avuto inizio la discendenza della casta
sacerdotale da cui dovevano esser tratti i sommi sacerdoti di
Israele, quelli che in un altro contesto storico saranno chiamati:
Cohen, o, al plurale, Cohanim.
Con un lungo elenco di genealogie, l'estensore del libro, il
rabbino Lewi Ben Gereshon4, il maestro Leone che abbiamo
già incontrato, l'avo di Tommaso, intendeva dimostrare la sua
discendenza diretta per diritto di primogenitura, e quindi anche
quella di Tommaso, da quei mitici progenitori.
Egli veniva attuando, in questo modo, lo stesso procedimento
eliminatorio, comune a tutto l'Antico Testamento, per il quale,
"narrata la storia di una parte dell'Umanità o di una tribù o di
una famiglia, la si elimina, continuando il filo narrativo entro
un orizzonte sempre più ristretto, centrato sul popolo Israelitico.
Procedimento unico nel suo genere fra tutte le letterature
dell'Antico Oriente, connesso con l'idea della libera elezione
divina di un gruppo umano segregato dal resto dell'Umanità, di
cui Dio vuole servirsi per attuare il suo misterioso piano
storico" 5.
Lampi di luce squarciavano i secoli che, dai Patriarchi correvano
giù, verso i giudici, e poi il periodo monarchico egemonizzato
dalla stirpe di Giuda, da cui nacquero Davide e Salomone,
quindi la caduta dei regni di Israele e di Giuda, la distruzione del
Tempio, la cattività, l'impero persiano del sesto secolo.
Questo primo grande impero universale riunì in un’unica entità
politica, e perciò intercomunicante, le culture indoiraniche con
le antiche civiltà della fertile mezzaluna, dando origine, al suo
interno, ad una straordinaria fioritura di "pastori d'anime" quali:
Confucio, Lao-Tse, Budda, Pitagora, Isaia, Geremia, Ezechiele,
Zoroastro.
Nel porre mente al personaggio storico di maestro Leone, si ricordi che, nel
Medio evo, la “ G “ aveva ancora un suono gutturale, leggendosi “ GH “.
5
cfr LA BIBBIA CONCORDATA, Mondadori ed., 1968 pag 22.
4
208
I lampi di luce erano gli uomini della Legge, che tenevano unito
il popolo dell'Alleanza, sotto la religione dell'unico Dio.
Molti di quegli uomini si trovavano negli elenchi, che maestro
Leone faceva discendere dai mitici progenitori, come ghirlande
legate tra di loro dai vincoli del sangue.
La sequenza di quelle grandi personalità s'inoltrava sempre più
in giù, nella storia degli uomini; ma non era, quel libro, solo una
sfilza di nomi.
Mastro Leone, già nel quattordicesimo secolo, aveva avuto
un'idea originalissima, che poteva esser definita rivoluzionaria,
in un'epoca in cui, da secoli, si tendeva a spaccare in quattro un
capello per riconoscere e condannare l'errore dell'altro, che
diveniva così, automaticamente, il nemico.
L'idea era appunto che non esiste un uomo che abbia l'esclusiva
della verità perché la verità non è un punto d'arrivo, una realtà
compiuta e tale da essere posseduta da un solo uomo.
Essa è, invece, una direzione, un cammino, un'aspirazione che
molti hanno, ma che ciascuno cerca alla propria maniera.
Cosicché ogni uomo che cerca, è degno di rispetto ed ogni grano
di verità raggiunta, va conservata e custodita, e non combattuta,
ma, casomai, superata con il raggiungimento di una verità
superiore.
Il procedimento è lo stesso che avviene nel raggiungimento
dell'ideale estetico.
Infatti, quando si riesce ad afferrare il senso della verità, per
quanto essa possa essere piccola e limitata, si sente d'aver
raggiunto l'Assoluto.
La forza di quell'idea è tale che essa si respira nell'aria, in un
certo momento storico; quasi che quella verità possa informare
di se un'epoca ed, in essa, divenire intelligibile a tutti,
raggiungere necessariamente un valore universale.
In tal modo la verità non rimane un qualcosa di statico,
d'immobile, ma diventa un processo dialettico, continuamente
affinantesi; una via alla comprensione, sempre più completa, del
perché dell'avventura umana.
Questo avveniva, pensava Tommaso, nello stesso tempo in cui
gli uomini sgozzavano altri uomini perché non erano d'accordo
sul concetto dei rapporti tra il bene ed il male, cioè se il male sia
o no uno dei principi informatori dell'Universo, come
sostenevano i Catari e, con essi, gli Albigesi.
Questo tipo di comportamento, che considera assoluta la verità
di cui si è portatori, era la risultante di quel famoso concetto,
espresso quando si parlava del genio della Nazione o della
Stirpe, un concetto tipico della nostra civiltà, della civiltà grecoromana, su cui s'innesta la dottrina Cattolica.
209
Il successivo svilupparsi di questo concetto, nella nostra civiltà,
pone in maniera incontrovertibile, e quindi immutabile, la verità
nel proprio modo di pensare.
Tutti coloro che non la pensano come me, sono espressione di
un'idea inferiore e, per ciò, nemici che vanno combattuti e vinti.
Distrutti anche, anzi soprattutto,
nell'animo, nel modus
operandi, per ristabilire la verità di cui siamo portatori, che
necessariamente è l'unica, l'immutabile, la sola che sia vera.
Le conseguenze di questo comportamento mentale, comico se
non fosse grottescamente tragico, possono portare a dei nonsensi
terribili.
Ad esempio, nella Spagna imbevuta di quel sentimento
assolutistico della verità, proprio della civiltà mediterranea,
s'erano visti i fedeli della Vergine del Pilar accoltellarsi con i
fedeli della Vergine dei sette dolori, per stabilire, sul campo!,
quale delle due raffigurazioni della Vergine fosse più vera, e
quindi, più potente.
Naturalmente, pensava Tommaso, la Chiesa non approvava
assolutamente queste distorsioni, anzi le condannava
violentemente.
Però non era condannato, alla stessa maniera, il concetto per cui
chi non la pensa come me è mio nemico e va combattuto e vinto,
al fine di ristabilire la verità, quella verità di cui io sono
portatore.
Non veniva, purtroppo, ancora sradicato dal modo di pensare
della nostra società quel concetto che è alla base della civiltà
greco romana e delle idee guida che da essa derivano.
Esse sono le formae mentis alla radice del commercio,
dell'imperialismo, del razzismo, del capitalismo e che, in ultima
analisi, si possono definire come la missione storica della nostra
cultura.
Questo era lo stendardo da battaglia che, per troppi secoli, ha
visto la Croce usata come una spada, e non come un simbolo di
pace.
Ma subito Tommaso si rituffava nella lettura attenta del libro che
stava studiando.
Ora maestro Leone, illustrando un problema che era corso per
tutta la storia ebraica, ne svelava alcuni misteri che avevano
affaticato le menti di molti di coloro che s'occupavano di quei
fatti.
Si trattava di questo: in tutta l'antica storia religiosa di Israele è
presente il problema del "Residuo eletto" cioè la certezza,
espressa da molti profeti d'Israele, che, all'interno del popolo di
Dio esista un nucleo d'uomini di fede, particolarmente
210
impegnato nella difesa e nella conservazione della Legge di
Israele6.
Questo nucleo è protetto da Dio e salvato da tutte le catastrofi
che si sono abbattute e che s'abbatteranno sul popolo ebreo.
Dio impedisce, in questo modo, che Israele scompaia, anche se
il rimanente popolo avrà peccato così tanto, da attirare la
punizione divina.
Questo nucleo trova la sua forza e la sua legittimazione nello
studio della Thorah, di cui è il custode geloso.
Così infatti proclama Isaia (1-9):
"Se non fosse che il Signore delle schiere ci avesse lasciato un
resto
saremmo già come Sodoma, somiglieremmo a Gomorra“.
Ed Ezechiele ribatte(6-8, 9):
"Lascerò però qualche resto, perché vi saranno fra di voi degli
sfuggiti alla spada in mezzo alle Nazioni, quando vi disperderò
tra le regioni.
E i vostri scampati tra le Nazioni, presso le quali saranno
deportati, si ricorderanno di me, dopo che avrò spezzato il loro
cuore adultero che s'era allontanato da me...".
Tra i profeti, questo concetto del "resto", il nucleo incorruttibile,
custode della vera dottrina d'Israele, diventa sempre più chiaro, a
mano a mano che il popolo di Dio è sottoposto alle sue prove
dolorose, anche se esso non riesce mai a divenire esplicito, anzi
fa di tutto per rimanere occulto.
Questo pensiero travalica persino nella religione cristiana,
quando Paolo (Rm 11-5) afferma:
" Così anche nel tempo presente vi è un residuo (di Israeliti)
eletto per grazia ".
Ora, con grande meraviglia di Tommaso, che naturalmente
conosceva il problema, maestro Leone proclamava a chiare
lettere, nel suo libro, che il nucleo incorruttibile, custode della
fede d'Israele nei secoli, era appunto costituito dalla famiglia cui
apparteneva lui stesso.
Quella famiglia assunse molti nomi nel corso del tempo, ma non
abiurò mai al proprio compito, preferendo nascondersi e
scomparire nelle pieghe della storia, per portare innanzi la
propria missione.
Di questa missione, maestro Leone forniva le prove, che, tra
l'altro, davano anche la risposta ad alcuni problemi inerenti la
storia d'Israele, altrimenti insolubili.
6
cfr J.A. SAGGIN op. cit. pagg.151-152
211
Questa è la storia.
Al tempo del passaggio del titolo di Re da Davide a Salomone,
Adonia, figlio di Aggit, quarto figlio di Davide e primo dei suoi
figli sopravvissuti, " andava esaltandosi, dicendo: ”Io regnerò “
(1' Re 1-5).
Invece Davide, su intercessione di Betsabea, fece ungere re,
Salomone, il figlio che aveva avuto da lei, benchè questi fosse
più giovane di Adonia.
Salomone perdonò Adonia per il delitto di lesa maestà 7, in
quanto s’era proclamato re, mentre il padre, pur morente, non
era ancora spirato.
Ma quando Adonia andò da Betsabea per chiederle di
intercedere presso Salomone perchè almeno potesse prendersi
come moglie Abisag, la Sunamita bellissima, che scaldò con il
proprio seno il vecchio re Davide, Salomone lo fece uccidere.
Quindi il primo libro dei Re racconta come Salomone
allontanasse Abyatar, il sommo sacerdote, perché questi s'era
schierato dalla parte di Adonia, mettendo al suo posto Sadoq,
come sommo sacerdote.
Per far questo, Salomone ricorse ad un espediente che,
probabilmente, era già stato usato dai potenti del suo tempo, ma
che, indubitabilmente, fu messo in pratica, da allora, ogni volta
che si vuole colpire un uomo caduto in disgrazia presso il
potere.
Gli si rinfacciano fatti precedenti, che, fino a che quello era
ancora in auge, non erano sembrati d'alcun peso.
Infatti, già da tempo era stata emessa una sentenza contro la casa
di Eli, da cui discendeva Abyatar, per il comportamento
scorretto dei figli di quello, che, qualche generazione prima, al
tempo delle prime imprese di Saul, avevano commesso abusi
nella prassi sacrificale (Sam.2-27).
Questo però non aveva impedito ad Abyatar di divenire gran
Sacerdote.
Ciò dimostra che lo scontro tra Salomone ed Abyatar, fu uno
scontro eminentemente politico, dovuto al colpo di stato che
aveva permesso l’incoronazione di Salomone.
Come era sempre accaduto, e come succederà sempre, colui che
diveniva re per un atto traumatico e non per successione
naturale, tendeva ad esautorare tutti coloro che ricordavano il
Veramente Adonia avrebbe avuto piu’ diritto di Salomone di salire al trono,
in quanto egli era piu’ anziano di questi, ma l’uso orientale permetteva ai re
di scegliere i propri successori tra i figli delle varie favorite. La Bibbia, per
giustificare questo fatto, fa intendere una designazione divina per Salomone.
E’ però indubbio che si trattò di quello che oggi si chiamerebbe un “colpo
di stato “.
7
212
"passato regime", non fosse altro che per riaffermare la propria
autorità.
Salomone non s'era sottratto a questa dura necessità politica.
Ma Abyatar era il legittimo gran sacerdote di Israele e la sua
sostituzione con Sadoq era un'indebita intrusione del potere
politico in quello religioso, anche se nel 960 a.C., al tempo di
Salomone, non s'era certo regolamentata la distinzione tra i
poteri.
Però Salomone non fece uccidere Abyatar: sarebbe stato un
crimine troppo clamoroso; lo confinò ad Anatot, località poco a
nord di Gerusalemme.
Per secoli, Anatot fu sede di una famiglia sacerdotale,
discendente appunto da Abyatar, dalla quale ebbe i natali anche
il profeta Geremia (Ger.1-1 segg.).
Quella famiglia sacerdotale, l'erede del Gran Sacerdote Abyatar,
e quindi della linea di successione legittima del potere
sacerdotale, non arresasi mai al potere monarchico, fu la custode
dell'ortodossia israelitica.
Da quella stirpe, dopo l'esilio babilonese, sorse la famiglia che
avrebbe dato i natali, dopo molti secoli, a maestro Leone ed a
tutte le grandi figure che sono riportate nel suo libro.
Quella famiglia era " IL RESTO ", invocato dai profeti d'Israele.
Questo proclamava orgogliosamente il libro di maestro Leone,
offrendo prove sostanziali e lunghe liste genealogiche, per
suffragare tale asserzione, che modificava completamente la
storia d'Israele, quale s'era conosciuta finora.
Infatti accanto ai profeti, ai giudici, ai sommi sacerdoti, ai Re, si
scopre, dal libro di maestro Leone, un altro soggetto che s'era
eretto, silenzioso e nascosto, ma vigile e pronto a tutto per
difendere l'ortodossia: la casa dei sacerdoti esiliati dal potere
politico che s'erano posti, nei secoli, a difesa della Torah.
Pur colpito, quasi frastornato dal rombo silenzioso che quella
notizia aveva provocato in lui, ben conscio dell'importanza che
essa aveva avuto nella storia dell'Umanità, per le implicazioni
che ne derivavano, Tommaso andava avanti nell'esplorazione di
quel libro, che gli si stava rivelando un'autentica miniera di fatti
decisivi.
Percorse tutta la tragedia della cattività babilonese, da cui i
membri della propria famiglia erano tornati, resi più esperti del
mondo, poichè avevano vissuto nel più grande impero del tempo
ed avevano, in esso, raggiunto anche importanti cariche.
213
Ma soprattutto, essi avevano avuto conoscenza diretta di tutte le
religioni e le filosofie che erano fiorite in quel crogiolo di
popoli.
Questo era stato compiuto senza mai abbandonare la difesa del
Libro, anzi, riportando, da quell'esperienza, una religione più
adulta e più partecipe delle istanze, che anche altri grandi
pensatori di civiltà diverse e distanti tra loro, avevano definito,
nell'ambito della ricerca del perché dell'esistenza del Creato.
Infatti la religione ebraica, che era stata portata in catene a
Babilonia mentre ancora considerava il suo Dio, unicamente il
Dio del popolo ebreo, tornò in patria, affrancata dalla generosità
del re persiano Ciro, che emise un decreto di rimpatrio 8 per gli
ebrei di Babilonia.
Dalla terribile avventura, quella religione e quel popolo
tornavano con una visione più universale: il loro Dio era ora il re
e il Creatore di tutto l'Universo, e non solo il nume tutelare di un
clan.
Quindi maestro Leone era arrivato all'epoca alessandrina e
rivedeva, naturalmente nell'ottica di un rabbino ebreo, lo sforzo
che l'ebraismo fece, nei due secoli che precedettero la nostra era,
nel tentativo di ridare, per mezzo della fede nella propria
religione, la libertà al popolo ebreo.
Erano considerati quei movimenti nell'Ebraismo, che noi
conosciamo come Hasidim, che furono da una parte i precursori
dei farisei, così diversi da come ce li descrivono i Vangeli, e,
dall'altra, degli Esseni.
I farisei erano i Dottori della Legge, di cui insegnavano e
praticavano la scrupolosa osservanza, al contrario dei Sadducei,
i discendenti di Sadoq, l'altra grande corrente religiosa ebraica
del tempo.
Quei dottori della legge professavano fede nell'immortalità
dell'anima e nella resurrezione dei corpi.
Pur ammettendo l'intervento divino negli avvenimenti umani,
essi erano tenaci assertori della libertà e della responsabilità
“ Così dice Ciro , Re di Persia:
“ Tutti i regni della terra mi ha dato il Signore, Dio del Cielo, ed egli mi ha
ordinato di costruirgli una casa a Gerusalemme che è in Giudea.
Chi tra voi appartiene al suo popolo, sia il suo Dio con lui, salga a
Gerusalemme che è in Giudea e ricostruisca la casa del Signore, Dio di
Israele, cioè quel Dio che risiede a Gerusalemme.E tutti i superstiti di quel
popolo, in qualsiasi luogo abitino, siano aiutati da quelli del posto, con
argento, con oro, con sostanze, con bestiame e con offerte alla casa di Dio
che è a Gerusalemme”.
ESDRA, 1,2-4
8
214
morale che avrebbe assicurato la ricompensa celeste dopo la
morte.
Tommaso li conosceva bene: aveva fatto parte di una
commissione di studio cattolica che aveva analizzato la dottrina
dei Farisei ed aveva rivalutato, sul piano storico, l'antica
corrente spirituale ebraica.
I Sadducei, invece, rimanevano attaccati ad una pedissequa
ripetizione della legge scritta, non accettando la discussione e
neppure la tradizione orale, negando persino l'immortalità
dell'anima; insomma erano stati i primi integralisti della storia.
Quindi il libro parlava degli Esseni.
Pur non sapendo naturalmente dell'esistenza dei manoscritti di
Qumran, il libro di maestro Leone collocava esattamente nel
loro ambito storico quei monaci ante litteram.
Aveva notizia dei loro legami con Joshua di Nazaret, il Cristo
della religione cristiana; anzi poneva l'accento sul principale
motivo della posizione degli Esseni, o Terapeuti come venivano
anche chiamati, introducendo, tra l'altro, particolari inediti alla
cultura moderna.
Infatti gli Esseni vivevano in gruppi cenobitici ad orientamento
così strettamente comunitario, da potersi paragonare alle più
radicate posizioni comuniste, in cui era bandita ogni possibilità
che potesse sussistere la proprietà, comunque intesa, anche
quella a carattere collettivo.
Infine, e qui la notizia era clamorosa, maestro Leone forniva le
prove di una comunanza tra la religione del Cristo e la posizione
degli Esseni, attraverso la figura di Giovanni, il Battista, che
aveva battezzato Gesù e ne aveva precorso la venuta 9.
Giovanni, dichiarava maestro Leone, era un capo esseno e ne
forniva le prove, infondendo così una nuova luce sull'avventura
storica del Cristo.
L'antico rabbino si chiedeva, con doloroso sarcasmo, come una
religione, fondata da un capo così intransigente sul concetto di
povertà santificante, potesse poi essersi trasmutata nella
religione dei Papi.
Ma soprattutto maestro Leone s'interrogava dolorosamente sul
fatto che tutte quelle posizioni, quel brulicare di sette, di
filosofie, di fazioni e d'orientamenti, non avevano impedito, anzi
avevano accelerato la fine dell'unità del popolo della Legge.
Le loro beghe, infatti, avevano prodotto la seconda e definitiva
distruzione del Tempio ed avevano causato la nuova diaspora
del popolo eletto ai quattro angoli della terra, facendogli perdere
la patria, con tutte le sciagure che ciò aveva provocato.
9
cfr. SAGGIN op. cit. pag 189.
215
A quel punto, il racconto usciva dalla critica intellettuale, per
tuffarsi nuovamente nella realtà più emozionante.
Maestro Leone infatti, a proposito della distruzione del Tempio,
avvenuta nel 70 dopo Cristo ad opera di Tito, raccontava come
un suo avo diretto, Eleazar Ben Shimon, della tribù di Levi, uno
dei capi della resistenza antiromana, fosse stato l'ultimo
difensore della libertà del popolo ebreo.
Infatti, così narrava il racconto:
"il primo muro del Tempio, in cui s'erano rifugiati gli ultimi
difensori di Israele, cadde nel maggio del 70. I difensori
resistettero per tre mesi finché i romani forzarono le porte, il
nono giorno di Av.
Un'ultima battaglia fu combattuta nei cortili del Tempio, ed il
santuario fu dato alle fiamme ".
I combattenti " si rifugiarono nel palazzo di Erode, dove
resistettero ad un nuovo assedio per altri cinque mesi.
Caduto quest'ultimo baluardo, furono fatti ( pochissimi)
prigionieri "10.
Ma questa era storia, tra l'altro ben conosciuta da Tommaso.
Adesso invece, pur sempre nel solco della storia, con gli stessi
personaggi, tutto si tramutava in leggenda che, però, maestro
Leone raccontava con i più certi accenti di realtà.
Infatti il libro dell'antico rabbino dimostrava come Eleazar Ben
Shimon, della stessa famiglia Levitica da cui discenderà Levi
Ben Gereshon, trascinato in catene a Roma con tutti i figli, fosse
stato un membro importante della sua famiglia.
Eleazar fu ucciso nel carcere Mamertino, come voleva la
tradizione, dopo lo splendido trionfo di Tito.
Il generale romano che diverrà imperatore, aveva finalmente
bruciato col ferro e col fuoco quell'infezione di guai che, da
sempre, era stata la Giudea, nell'ambito dell'impero romano.
Per questo, egli era stato immortalato nel grande arco di trionfo
sulle pendici del Palatino, sotto cui, ancora oggi, evitano in tutti
i modi di passare gli Ebrei di Roma.
Ma il figlio di Eleazar, anch'egli sacerdote Levita, seppe farsi
assegnare come schiavo al nobile centurione cui era andato,
come bottino di guerra, il candelabro sacro alla tradizione ebrea.
Questo, ormai, rappresentava l'unico elemento fisico che potesse
risalire direttamente alla rivelazione di Jheova a Mosè, come è
narrata nell'Esodo, dopo la duplice distruzione del tempio,
quella compiuta dai Babilonesi nel 586 avanti Cristo e quella
appunto eseguita da Tito, nel 70 d.C.
0 L’episodio è conosciuto anche come presa della fortezza di Masada (nome
del palazzo di Erode in cui esso avvenne); al riguardo ci si è attenuti alla
descrizione fattane da EBAN op.cit.pag 89.
1
216
Infatti l'Arca era già stata distrutta al tempo della disfatta contro
i Babilonesi, ma il grande candelabro d'oro, in quell’occasione,
era stato sotterrato dai sacerdoti in un luogo sicuro e nessuno
aveva parlato, anche se ciò era costata la vita a molti.
Riportato alla luce dopo l'esilio babilonese, il candelabro sacro
era stato, con tutti gli onori, ricollocato al suo posto quando fu
ricostruito il Tempio, anche se, per evitare troppi appetiti, era
stata sparsa la voce che si trattava di una copia, che, pure, veniva
nascosta nei momenti di pericolo.
Infatti, più di cento anni prima della definitiva distruzione del
tempio, Pompeo Magno aveva posto l'assedio a Gerusalemme,
conquistandola nel 63 a.C.
Egli era penetrato nel Tempio ed aveva visitato, con grave
scandalo degli Ebrei, il Sancta Santorum, il luogo in cui solo il
Sommo Sacerdote, ed una sola volta l'anno, poteva entrare.
Lo stesso Tacito ci fa sapere che Pompeo trovò vuota quella
stanza: non vi erano, in quel luogo sacro agli Ebrei, né monili
né suppellettili né immagini, nulla 11 .
Li`, invece, cento anni dopo, si trovava il vero candelabro sacro
alla religione ebrea, la Menorah.
Lì l'aveva conquistato il centurione di Tito, con un'azione
audacissima, che aveva impedito ai difensori di nasconderlo
nuovamente.
Tito, per premiare il suo ufficiale, che aveva saputo espugnare
l'ultimo fortilizio ebreo, gli aveva permesso di tenere il
candelabro.
Il centurione aveva posto orgogliosamente quel trofeo nel posto
d'onore della propria casa, vicino alla porta d'ingresso, dove
custodiva i propri Lari ed i Penati, come prova e testimonianza
del suo valore.
Altrettanto orgogliosamente, egli s'era fatto ritrarre dagli artisti
che avevano scolpito l'arco di Tito.
Essi l'avevano immortalato nei secoli, all'interno del fornice di
quell'arco, abbrancato al trofeo che aveva personalmente
conquistato, uccidendo gli ultimi difensori che non avevano
saputo proteggerlo.
Il figlio di Eleazar, Moise, non poteva avvicinarsi, pena la
morte, al grande candelabro d'oro ma il solo vederlo da lontano
era fonte di gioia e motivo di una qualche speranza.
Così passarono gli anni.
Moise aveva progredito nella fiducia dei suoi padroni,
divenendone il capo degli schiavi.
Il centurione era morto prematuramente, come spesso accade
agli uomini d'azione che, per essere d'azione, hanno bisogno di
un pasto robusto, almeno due volte al giorno.
1 SAGGIN op. cit. pag . 80.
1
217
Quando poi la loro azione rallenta o cessa del tutto, essi spesso
pongono la loro voglia di conquista nell'ingurgitare la massima
quantità di cibo possibile, causando essi stessi, in tal modo,
l'origine della propria morte.
Ora Moise era diventato il factotum della famiglia del
centurione.
Il divieto d'avvicinarsi al candelabro non era più così totale e lo
schiavo ebreo accarezzava un'idea pericolosa ma entusiasmante:
rientrare in possesso di un pezzo almeno, dell'ultima vestigia
materiale della loro religione.
Occorreva procedere con estrema cautela, per non
compromettere tutto.
Moise aveva visto da lontano, in gioventù, il candelabro d'oro,
perché solo ai sacerdoti del più alto grado era concesso il
privilegio d'avvicinarlo.
Adesso, ogni giorno poteva passargli vicino, guardandolo, senza
dare nell'occhio, dal vano della porta che delimitava la piccola
stanza, proibita a tutti coloro della casa, che non fossero i
membri diretti dell'orgogliosa famiglia dei proprietari.
E poi "il Libro", (Esodo 25-31), aveva una lunga ed esauriente
descrizione del candelabro:
“Farai un candelabro d'oro puro; il candelabro, il suo piede ed
il suo fusto saranno lavorati al martello, i suoi calici, i suoi
boccioli e i suoi fiori saranno tutti d'un pezzo con esso..."
La descrizione si dilungava riportando esattamente tutte le parti,
le misure ed i pesi relativi;
"Farai anche le sue lampade in numero di sette. Si metteranno
le lampade in alto, in modo ch'esso faccia luce sul davanti. I
suoi moccolatoi ed i suoi piattelli saranno d'oro puro. Di un
talento 12 di oro puro lo si farà esso e tutti questi utensili".
Ecco, l'unica parte che si poteva ardire di trafugare era un
piattello del candelabro, però sostituendola subito con un altro
piattello identico, soprattutto nel materiale, a quello,
d'inestimabile valore religioso e storico, che si voleva sostituire.
Non fu facile reperire l'oro necessario, né impadronirsi della
tecnica adatta a ricostruire il piattello, che era sotto il
moccolatoio centrale del candelabro sacro.
Non era facile, perché Moise aveva deciso di non far parola
alcuna, nemmeno con i correligionari più fidati, nè, tantomeno
con le donne, perché da buon rabbino, recitava ogni giorno la
preghiera ebrea:
"Signore, ti ringrazio di non avermi fatto nascere donna".
L'occasione era unica ma il pericolo era la morte: non si poteva
sbagliare, non si doveva fare parola con alcuno.
2 Misura di peso, corrispondente a 48 chilogrammi .
1
218
Solo suo figlio Efraim era al corrente e poteva dargli un aiuto.
Così, una notte senza luna, abbandonando senza esser visto un
grosso otre di vino e, con quello fatto ubriacare lo schiavo
portinaio che dormiva vicino alla porta di casa, di fronte alla
stanza che custodiva il suo tesoro, Moise ardì entrare in quella
stanza, svitare il moccolatoio centrale, sostituire il piattello e
trafugare l'originale.
Pensava quasi d'averla fatta franca, quando un improvviso
rumore aveva fatto svegliare tutta la casa.
Il padrone, non riuscendo a dormire, era sceso per bere ed aveva
trovato lo schiavo portinaio addormentato nel sonno
dell'ubriaco.
Le sue urla erano l'effetto di una notte insonne, ma c'era anche
un'altra causa: lo schiavo addormentato, o fatto addormentare,
poteva significare un tentativo di furto.
Ognuno conosceva la procedura: tutti gli schiavi erano stati
bruscamente svegliati e fatti adunare presso il muro di cinta, che
delimitava il giardino della casa.
Lì, venivano perquisiti e, se mancava qualcosa di piccolo,
dovevano rimanere fino a che uno schiavo fidato non avesse
rovistato nei loro escrementi, alla ricerca della refurtiva.
Lo schiavo portinaio aspettava tremante il responso della
verifica che la padrona di casa, la moglie del padrone, faceva,
mettendo in uso tutte le chiavi che aveva in dotazione.
Se mancava qualcosa, per lui sarebbe stata la tortura fino a che
non avesse rivelato la verità ed il nome del complice.
Se non mancava nulla se la sarebbe cavata con una buona dose
di frustate; al massimo sarebbe stato venduto ad una casa meno
importante; ma poca cosa, in confronto all'ipotesi di un furto.
Moise sentì anche il suo nome tra quelli che dovevano subire
l'ispezione ed allora pensò che solo una mossa disperata poteva
salvarlo: con uno sforzo terribile, ingoiò il pesante pezzo d'oro,
largo poco meno di cinque centimetri.
Sentì la gola lacerata dal peso e dalle punte dell'oggetto che
aveva trafugato ed il sapore aspro del sangue in gola, ma riuscì a
dissimulare tutto.
Passarono momenti interminabili di paura e di dolore;
finalmente la matrona sentenziò:
"È tutto a posto, non manca nulla d'importante, basterà una
buona strigliata a quell'ubriacone".
Dovettero ancora assistere, tutti, alla punizione; poi, finalmente,
Moise poté tornare alla sua stanza nell'appartamento della
servitù, che fungeva da abitazione per la sua famiglia.
Moise morì dopo sei giorni, per un'emorragia interna, senza farsi
uscire una sola parola al riguardo.
219
Efraim lo seppellì all'uso ebraico, nella valletta appartata, oltre
l'ansa del Tevere, nel posto che serviva a questo scopo.
La stessa notte, all'insaputa di tutti, egli ritornò in quel luogo
che, già malfamato di giorno, diveniva tetro e assolutamente non
transitato da alcuno, durante la notte.
Lì, mentre il dolore per la perdita del padre non aveva ancora
fatto asciugare le lacrime sul suo volto, Efraim dovette compiere
un rito macabro ed allucinante.
Con un coltello affilato aprì lo sterno di suo padre e trovò, quasi
all'altezza del cuore del rabbino, che aveva saputo compiere un
così grande sacrificio, il frutto di quell'atto d'amore e di
dedizione alla propria religione, consacrato con il sangue e
pagato con la vita.
Poi Efraim, di lì a qualche tempo, chiese al proprio padrone di
destinarlo ai magazzini che la famiglia gentilizia possedeva ad
Ostia, presso lo scalo marittimo che serviva la capitale
dell'impero.
Troppo pericoloso era il rimanere vicino al padrone con quel
reperto, che era costato così caro.
Del resto il padrone conosceva Efraim, lo stimava ed era felice
d'avere un uomo capace, che sapesse badare ai suoi interessi
anche senza un controllo costante.
220
CAPITOLO XIX
L’INCREDIBILE
Così la famiglia dei sacerdoti ebrei si trasferì ad Ostia, dove
visse in relativa autonomia e tranquillità.
In seguito, in virtù dei meriti che l'attuale capofamiglia s'era
guadagnato nei confronti del padrone, ed anche per mezzo di un
generoso contributo in danaro, l'intera famiglia poté acquistare
la libertà.
Un unico cruccio tormentava Efraim: non aver potuto far nulla
per evitare che il suo antico padrone, sempre più carico di debiti,
vendesse l'antico, glorioso reperto del suo avo, il candelabro
sacro alla tradizione ebraica, che fu fuso, per ricavarne la gran
quantità d'oro di cui era fatto.
Solo un simbolo tangibile rimaneva del patto sacro che
l'Onnipotente aveva stipulato con il popolo della Legge, ma
Efraim aveva giurato che la sua famiglia l'avrebbe custodito in
eterno.
Sempre desumendo dati dal mirabile libro del suo antenato,
Tommaso seguiva il destino di quella famiglia, perpetuantesi
nella teoria dei propri primogeniti, nello scorrere dei secoli.
Sul finire del sesto secolo della nostra era, troviamo che la
famiglia levita, trasferendosi al seguito dei propri affari nella
Tuscia, l'attuale Toscana, forse per affondare sempre di più in un
anonimato che non l'esponesse a grandi pericoli, aveva cambiato
il proprio nome in quello di Kalonymos.
A prima vista, quello era un nome gentilizio, che non faceva
pensare ad un patronimico ebreo, ma, a ben vedere, quel
cognome rivendicava tutto l'orgoglio della propria ascendenza in
quanto significava, in greco, "dal bel nome".
Proprio i Kalonymos furono il nucleo originario della comunità
ebraica che, su invito-ordine di Carlo Magno, intorno
all'ottocento, partì da Lucca, città in cui s'erano nel frattempo
trasferiti coloro che ora si chiamavano Kalonymos, per dare vita
alla comunità ebrea di Magonza in Germania 1.
Infatti in tutto l'alto medio evo, come abbiamo visto, Principi,
Governatori, addirittura Vescovi facevano a gara nell'invitare
comunità ebree, originarie dei più diversi e distanti luoghi, a
stabilirsi nelle nuove città che stavano sorgendo, mentre la vita
economica tornava a scorrere, dopo i secoli bui.
Quei governanti erano evidentemente mossi dalla speranza che
gli ebrei, che avevano dato una così buona prova di saperci fare
1
Episodio storico, riportato da A.EBAN, op.cit. pag. 150.
221
negli affari, potessero rimettere in moto le attività economiche,
che da troppo tempo erano state distrutte dalle invasioni
barbariche.
Ma a Magonza, come in tutta l'Europa, la pace durò poco.
Papa Urbano II, in un memorabile Concilio tenuto a Piacenza
nel marzo del 1095, lanciò l'idea di liberare, mediante una
"guerra santa”, il Santo sepolcro dagli infedeli mussulmani.
Al solito, le frasi altisonanti e la "fede purissima" nascondevano
interessi del tutto terreni, anzi alcuni francamente inconfessabili,
altri più giustificabili, ma tutti ben saldamente piantati nel
tornaconto e nel desiderio di un facile guadagno, o
nell'accrescimento del proprio potere.
Così gli storici ne hanno chiaramente individuato alcuni, quali la
ferma intenzione, da parte del Papa di Roma, di umiliare la
Chiesa di Bisanzio, che proclamava orgogliosamente il proprio
primato su tutte le Chiese.
Durava dal 587 la diatriba tra il Patriarcato di Costantinopoli,
che rivendicava il titolo di Patriarca ecumenico, in altre parole di
Capo spirituale dell'Oikoumene, cioè, in lingua greca, di tutta la
terra abitata, mentre quel titolo era stato assegnato una prima
volta, dal clero di Alessandria, al Papa Leone Magno, nel 451.
Inoltre l'instaurarsi in Turchia di un forte impero mussulmano,
quello dei sultani Selgiuchidi, aveva bloccato l'espansione delle
città marinare italiane, Genova e Venezia in primo luogo.
Quelle città, in tal modo, si vedevano tagliate irrimediabilmente
le proprie linee di traffico, dal monopolio turco su tutto l'Oriente
mediterraneo ed oltre.
Infine le grandi famiglie feudatarie del Sacro Romano Impero
avevano, come consuetudine mutuata dai loro ascendenti
barbari, la legge che destinava il titolo ed il patrimonio familiare
esclusivamente al primogenito.
In virtù di tale legge, tutta l'eredità della famiglia andava,
insieme con il titolo nobiliare e proprio per rafforzarlo con la
potenza della ricchezza, al primo figlio maschio.
Per gli altri, il convento o la guerra di ventura, per conquistare
sul campo quello che non s'era potuto ereditare.
Certo che, insieme con queste cause, vere ma nascoste, v'era
l'ardore di Pietro l'Eremita, che riuscì a sollevare una turba
imponente di fanciulli e di spostati, i quali s'aggiravano per
l'Europa cercando"l'infedele", al grido di "Dio lo vuole".
Ma è un'astuzia del potere cavalcare, da sempre, le pulsioni della
povera gente, indirizzandole ai propri fini, che sono sempre fini
idonei a perpetuare ed ingigantire lo stesso potere.
Fatto sta che, non trovando ovviamente l'infedele maomettano in
Europa, quelle masse, sempre pilotate dal potere, si rivolsero
222
sull'infedele che avevano sulla piazza, cioè, come abbiamo già
visto, sugli ebrei.
Le prime due bande che raggiunsero l'Ungheria compirono tali
atrocità contro tutti, da esser completamente distrutte dalle
popolazioni inferocite.
La terza orda si specializzò: arrivata in Renania, essa compì un
micidiale Pogrom 2 contro i soli ebrei, che su incitazione del
potere, furono additati come i capri espiatori della situazione.
Evidentemente si voleva, in questo modo, togliere di mezzo
degli scomodi e validi concorrenti sul piano commerciale.
Così furono distrutte, con il ferro e con il fuoco, le comunità
ebraiche di Metz, Spira, Troyes ed, appunto, Magonza.
Solo un piccolo numero d'ebrei, che abiurarono la propria fede,
ebbero salva la vita, ma persero tutto il resto.
Gli altri furono passati a fil di spada.
In tal modo iniziò la prima crociata.
Essa culminò, nel 1099, questa volta con forze organizzate
militarmente, con la conquista di Gerusalemme.
La città santa fu presa il 15 luglio, ad opera di Godefroi de
Bouillon (Goffredo di Buglione), erede designato di suo zio,
Goffredo III il gobbo, duca della bassa Lorena, cui però
l'Imperatore Enrico IV aveva assegnato solo il marchesato di
Anversa.
La sera stessa della conquista, al tramonto, i Crociati, dopo aver
proclamato, sul Santo Sepolcro, la costituzione di un regno
cristiano in Gerusalemme, ammassarono tutta la popolazione
ebrea nella sinagoga e la arsero viva 3.
Invece, secondo lo storico musulmano Ibn al-Athir, dopo che fu
espugnata la città, le vittime tra la popolazione furono circa
settantamila.
Nell'ebbrezza della vittoria, il massimo divertimento delle
truppe con la croce fu quello di gettare i musulmani, in calderoni
d'acqua bollente e d'arrostirne i neonati sugli spiedi 4 .
Poi, per non fare torto a nessuno, usarono lo stesso trattamento
ai loro fratelli cristiani, ivi residenti: greci, copti, siriani,
armeni, georgiani.
E pensare che, quando Oman, il secondo califfo, aveva
conquistato Gerusalemme nel 638, egli trattò con i massimi
onori cristiani ed ebrei, rispettandone vita ed averi e chiedendo
di vedere i luoghi sacri di questi.
POGROM, in russo significa “ DEVASTAZIONE “ ed indica una
manifestazione popolare antisemita, spesso incoraggiata dal potere centrale,
con massacri e saccheggi.
3
A.EBAN op. cit. pag. 163.
4
Ziauddin SARDAR, Zafar ABBAS MALIK: MAOMETTO Feltrinelli
1994, pag 143 e segg., per le notizie riguardanti le Crociate.
2
223
Poi, giunta l'ora della preghiera, mentre il Patriarca della chiesa
del Santo Sepolcro lo invitava a pregare in quel luogo
consacrato, non volle farlo, perché, disse:
" Se prego qui, i musulmani vorranno appropriarsi di questo
luogo, che la mia presenza ha reso sacra per la loro religione"
e se ne andò fuori, a pregare sulla nuda terra.
Anche dopo la tragedia della presa di Gerusalemme da parte
delle truppe di Goffredo di Buglione, quando i musulmani la
riconquistarono nel 1187, sotto il califfo ayyubide Salah al Din
(il nostro " feroce " Saladino!), questi non tollerò alcun torto
alla vita ed agli averi dei cristiani, permettendo a chiunque di
rimanere, se lo desiderava, o d'andarsene, con tutte le sue
ricchezze, se questa era la sua intenzione.
Ma noi dobbiamo seguire le vicende della famiglia ebrea, che
era a Magonza.
Al tempo in cui si compiva il pogrom che distrusse le comunità
ebree in Renania ad opera delle orde di Pietro l'Eremita, il
rabbino, capo di quella casa, che, allora continuava a chiamarsi
Kalonymos, aveva già mandato, da più di trenta anni, il proprio
primogenito Menahem a Toledo, in Spagna, dove gli Arabi
continuavano la loro politica di tolleranza, anzi di buona
accoglienza dell'elemento ebreo.
Non deve meravigliare questa politica dei continui spostamenti,
che dovrà dare adito alla favola dell'ebreo errante, perché
maledetto.
Abbiamo visto che l'ebreo era costretto a fuggire per tutta
l'Europa, perché su di lui si scaricavano le tensioni di un
continente aggressivo e brutale, che aveva nel proprio
patrimonio genetico, prima che culturale, le stigmate della
sopraffazione e della violenza.
Era quindi prassi usuale, oltre che ragionevole misura di
salvaguardia e motivo d'instaurazione di proficui contatti di
lavoro e di commercio, inviare i membri più cari della propria
famiglia in altre contrade.
Lì dove, al momento, erano condizioni più umane di
sopravvivenza e di vita, venivano mandati i figli prediletti, ed a
loro erano affidati gli scarni beni, soprattutto quelli della
memoria e del ricordo, in modo da salvaguardarli in qualche
maniera.
Così, quando la famiglia Kalonymos fu distrutta a Magonza,
perché non aveva voluto abiurare la propria fede, Menahem, che
aveva in custodia tutto quello che era la memoria della sua
famiglia, non più costretto a nascondersi, come ebreo, essendo
tra i mori di Spagna, ritornò all'antico nome dei Levi, che aveva
contraddistinto il suo sangue, per tanti secoli.
224
In questo modo, nel 1075, a Toledo, nacque Yehudah Ha-Levi, il
grande poeta e filosofo ebreo dell'Andalusia, dove ebrei e
cristiani vivevano pacificamente, nella splendida civiltà, che gli
arabi avevano trapiantato in Spagna.
Passando dalle ballate che cantavano l'amore terreno, come era
inteso in quella sintesi perfetta tra elementi arabi, motivi
cristiani ed atmosfera ebraica, che fu il primo momento
ispiratore di un’originalissima poetica, Yehudah Ha-Levi, il
prodigio dei salotti letterari dell'Andalusia, negli anni della
maturità, andò trascolorando la sua vena poetica, fino ad
incentrare il proprio discorso letterario sull'amore che l'uomo
deve portare a Dio.
Per questo tramite, egli enunciò la necessità, per un israelita, di
proclamare la propria fede nell'ideale nazionale, e quindi
religioso, del popolo ebreo.
Nacquero così alcuni dei versi più tristi ed esaltanti di tutta la
letteratura ebraica di tutti i tempi.
Le sue "Canzoni dall'esilio" e la potente "Ode a Sion" sono
tuttora cantate nelle sinagoghe, quando si commemora la
tragedia ebrea della "Galut" (la Diaspora) e, sempre, suscitano
una commozione irrefrenabile.
Ma Yehudah Ha-Levi fu anche un grande filosofo.
Nella sua opera, "Kuzari", che ha come sottotitolo "Libro
d'argomenti e dimostrazioni in favore della Fede disprezzata",
Yehudah Ha-Levi pone, nei termini di un grande dialogo
platonico, la dottrina ebraica dei rapporti tra ragione e fede.
Nel fare ciò, egli cerca anche di dimostrare, con solidi
argomenti, la superiorità del giudaismo sulle altre religioni del
Libro, come si chiamano le religioni rivelate, e cioè sul
Cristianesimo e sull'Islam.
Così, in quel libro, dialogano un filosofo ebreo ed il Re dei
Chazari, un popolo già ricordato, d'origine indoeuropea,
probabilmente di ceppo Unno, proveniente dagli altopiani turchi,
che s'istallò nelle steppe del Caucaso, fondando un potente
impero.
Questo s'estendeva dal Volga al Dnepr, comprendendo tutta la
Crimea.
Il regno dei Chazari, dunque, nel VII secolo, s'era convertito in
massa all'Ebraismo.
Nel libro di Yeudah Ha-Levi, il filosofo affermava che la
filosofia, o anche la sola ragione, potevano arrivare a produrre
prove convincenti che dimostrino l'esistenza di Dio ma questo
non basta a definire una religione.
Una religione ed, a maggior ragione "la religione", si definisce
solo con un rapporto personale tra Dio e l'uomo, tra Dio ed un
225
popolo, attraverso una rivelazione che ogni uomo, ogni popolo
deve fare per raggiungere Dio.
Ciò era quanto avvenuto ad Israele, quando Dio si rivelò a Mose
e questo non poteva avvenire, la prima volta, se non ad Israele,
per le intime qualità di quel popolo, di quella terra, di quelle
tradizioni, di quei costumi.
Ma questo, l'incontro, cioè la rivelazione di Dio all'uomo,
arriverà per tutti i popoli, quando si giungerà nell'era messianica,
quando tutti i popoli avranno raggiunto il grado di perfezione
spirituale concesso ad Israele, che rimane il termine di paragone,
il prototipo morale per l'Umanità5 .
Era il famoso concetto di popolo eletto, che farà accusare Israele
di razzismo, anzi d'aver, con questo concetto, inventato il
razzismo.
Yehuda Ha-Levi morirà nel tentativo d'arrivare a Gerusalemme,
calpestato a morte, come racconta la leggenda, da un cavaliere
arabo, davanti al muro del Pianto.
Tommaso ripercorse tutto il cammino del grande filosofo ebreo,
integrando le informazioni che già possedeva, con le notizie che
lo straordinario libro del suo antenato gli andava fornendo.
Tra l'altro, aveva suscitato clamore, proprio nei giorni in cui
Tommaso si stava immergendo in quell'avventura, la tesi di un
giovane e valente storico, che ipotizzava i Cazari come la
popolazione, da cui si era sviluppato l'Ebraismo dell'Europa
centrale ed orientale, dando così vita a quel ceppo ebreo, che è
conosciuto come askenazita.
Ma se l'origine degli askenaziti era indoeuropea, come erano
indoeuropei i Cazari, cioè se gli ebrei dell'Europa centro
orientale erano di discendenza "ariana", anzi “Unna” addirittura,
le menzogne naziste sulla "razza" si rivelavano, da questo, per
quello che erano.
Assurdità scientifiche, propalate al solo scopo di avallare crimini
politici e veri e propri delitti comuni, compiuti con l'intento di
distruggere un'intera popolazione, un genocidio appunto.
Il libro di Lewi Ben Gereshon, maestro Leone, terminava con
l'esposizione della figura e dell'opera dell'altro grande ebreo
spagnolo, Mosheh ben Maimon, conosciuto come Maimonide
E’ illuminante, a questo proposito, la preghiera del rabbi Israel, del maggid
di Kozienice, in Polonia, vissuto a cavallo dei secoli XVIII e XIX, riportato
da Heiko HAUMANN, nella sua STORIA DEGLI EBREI DELL’EST edito
da SugarCo marzo 1991:
“Signore del mondo, sappi che i figli d’Israele soffrono troppo. Essi meritano
la redenzione, ne hanno bisogno. Ma, se, per una ragione a me sconosciuta,
non lo vuoi, non lo vuoi ancora, redimi almeno gli altri popoli, le altre
nazioni. Ma fa’ alla svelta”.
5
226
nell'Europa cristiana, e del suo capolavoro: "La guida degli
smarriti".
Alla fine vi era un breve accenno alla personale filosofia
dell'autore, il quale si poneva, con molto rispetto, come un
semplice discepolo e continuatore dell'opera di Maimonide.
Proprio le ultime pagine fecero sussultare Tommaso: egli era
uno dei più autorevoli studiosi dell'esegesi biblica, cioè dello
studio, spiegazione ed interpretazione del Libro sacro alle due
religioni, che segnarono la sua vita, quindi quello che stava
leggendo era per lui di grande valore storico e scientifico.
Ora, dalla lettura del libro di maestro Leone veniva fuori,
chiarissima, una tesi che molti avevano avanzato, ma che
nessuno aveva potuto provare.
Ogni cinquecento anni circa, quattrocentonovanta per la verità,
cioè settanta volte sette, rabbini particolarmente versati nello
studio della Bibbia avevano operato una revisione dei testi sacri,
definendo il canone dei libri, che dovevano esser ritenuti ispirati
direttamente da Dio.
Il perché di quella cifra, (Quattrocentonovanta), deriva da un
antichissimo uso ebraico, presente più volte nella liturgia di quel
popolo.
Così, come nel cerchio concluso della settimana esisteva un
giorno, il sabato, consacrato all'Onnipotente, anche gli anni
avevano cerchi chiusi, con ricorrenze dedicate al Dio d'Israele.
Troviamo quindi, ogni sette anni, l'anno sabbatico, istituito
direttamente dall'Onnipotente, quando si mostrò a Mosè sul
monte Sinai (Lev. 25-1), l'anno consacrato al riposo dei campi,
che non possono esser lavorati in questo periodo ed i cui frutti
sono destinati, per quell’anno, ai poveri ed agli stranieri.
Esiste inoltre il Giubileo:
"Conterai sette settimane d'anni, sette volte sette anni, e avrai il
periodo di sette settimane di anni, cioè quarantanove anni"(Lev
25-8). "Dichiarerete Santo l'anno cinquantesimo ".
In quell'anno gli schiavi erano liberati, ogni famiglia tornava in
possesso della terra di cui era, storicamente, proprietaria e che
aveva dovuto vendere, venivano rimessi i debiti.
Ma vi era un ciclo ulteriore: le settanta settimane d'anni, cioè
quattrocento novanta anni.
Infatti Daniele, nella sua profezia apocalittica (Dan 9-2-24),
pone quel tempo tra l'Esilio babilonese (587/586 a.C.) e la "Fine
dei tempi".
Anche il "Documento di Damasco", l’unico documento degli
Esseni conosciuto dalla letteratura esegetica, prima che
venissero effettuati i ritrovamenti dei manoscritti del mar Morto,
accenna, all'inizio, ad una data che, probabilmente, si rifà allo
stesso procedimento.
227
Tutta la letteratura ebraica è intrisa di questo modo di
considerare il tempo, chiuso in cerchi ricorrenti, al compimento
dei quali occorreva adempiere a particolari osservanze.
Per quanto attiene la revisione ciclica dei libri sacri, il testo di
maestro Leone indicava chiaramente come ciò fosse avvenuto al
tempo di Re Salomone, sotto il quale fu definito, per la prima
volta, il canone dei libri ispirati da Dio.
Quel canone costituisce quello che noi conosciamo come
Pentateuco (cioè i cinque libri: il Genesi, l'Esodo, il Levitico, il
libro dei Numeri ed il Deuteronomio), quello che i rabbini
chiamano Torah, la Legge.
Maestro Leone si spingeva a dire che l'unico motivo per cui
Salomone non uccise Ebyatar, il Gran sacerdote, fu perché
questi era occupato, con gli altri maestri della Legge, a redigere
il Canone del Pentateuco, opera che avrebbe dato fama
imperitura al regno di Salomone.
Questo fu l'unico tesoro che gli Ebrei portarono con loro, ai
tempi della cattività babilonese, quando la prima diaspora del
popolo ebreo disperse la nazione dei figli di Abramo.
Ma la produzione dei testi religiosi e profetici del popolo ebreo
continuava copiosa.
Ciò indusse i rabbini delle comunità, ormai sparse su di un
territorio vastissimo, a stabilire la necessità che fosse ridefinito
il canone, che, dai tempi di Salomone, s'era grandemente
ampliato.
Infatti l'inserimento di alcuni libri suscitava notevoli perplessità,
e questo contenzioso doveva esser risolto, in modo che il
Canone fosse accettato da tutti, divenendo così un elemento
unificante della nazione ebrea.
Quindi il canone dei libri sacri fu ridefinito una seconda volta
nel terzo secolo avanti Cristo, ad Alessandria d'Egitto, e questa
fu la famosa versione "dei settanta".
In verità quella revisione si sarebbe dovuta avere nel quinto
secolo a.C., (Salomone 970-931a.C.), per rispettare il termine
dei quattrocento novanta anni canonici.
Ma la schiavitù babilonese prima e la necessità d'avere un
canone valido per tutta la Diaspora poi, allungarono i tempi per
più di un secolo, in quanto occorreva fare non solo un lavoro di
analisi critica, ma fu necessario procedere addirittura ad una
traduzione, che sarà accettata definitivamente solo nell'epoca
alessandrina.
In quella versione, i testi sacri furono tradotti in greco della
Koinè, cioè nella lingua parlata e capita in tutto il bacino del
Mediterraneo.
In questo modo, anche gli Ebrei che ormai s'erano amalgamati
con le diverse popolazioni tra cui si erano trasferiti,
228
assumendone la lingua e non usando più, con il passare del
tempo, la lingua ebraica, furono in grado di conoscere la Bibbia.
Perciò il Libro, oltre ad essere la voce di Dio, la testimonianza
del Patto e la raccolta della Legge, adempì anche ad una precisa
funzione nazionale, continuando ad essere un potente legame tra
tutte le comunità ebraiche del Mediterraneo.
Così, la sua conoscenza non fu lasciata ai soli rabbini, che,
necessariamente, ne avrebbero ristretto l’influenza in un ambito
specialistico.
Successivamente, sempre ad intervalli che si cercava di far
coincidere con il periodo stabilito, fu compiuta una cernita tra
tutti i libri che erano compresi nel canone alessandrino,
limitando i libri canonici della Bibbia al Pentateuco, ai Profeti
ed agli Agiografi, e stabilendo così un nuovo Canone.
Questo non sarà più mutato, nella religione Ebraica, fino ai
nostri giorni, dando origine alla Bibbia ebraica tuttora in vigore,
che venne chiamata "Massoretica", dall'ebraico "Massorah" che
significa tradizione 6.
Ma la notizia eclatante, desunta dal libro di maestro Leone, era
che in ogni sede in cui veniva definita la versione da accettare,
era presente un membro importante della famiglia che era la
custode dell'ortodossia, la stirpe da cui discenderà Lewi ben
Gereschon, la famiglia che era il "Resto", ormai ignoto ai più,
ma sempre ben presente nella storia di Israele.
Essa rappresentava la continuità della tradizione e l'avallo
dell'autorità rabbinica.
Inoltre essa diveniva, una volta raggiunto l'accordo, in sede di
discussione sulla validità dei testi, depositaria del canone, così
stabilito.
Proprio uno stimato rabbino di quella famiglia definì chiusa, per
sempre, la serie dei libri che componevano la Bibbia ebraica,
dando inizio ad un canone ormai immutabile: quello che noi
abbiamo conosciuto come "Bibbia Massoretica".
I capi di quella famiglia s'incaricavano poi, di custodire il
canone, così definito, che diveniva, in questo modo, il paragone
per tutte le versioni della Bibbia custodite dai rabbini ebrei.
Tale notizia, conseguente all'altra, che voleva la famiglia
sacerdotale d'Israele la custode nascosta dell'ortodossia Israelita,
notizia ormai persa ai nostri giorni, era importantissima per lo
studio storico del Libro sacro e dava un valore del tutto nuovo al
testo che Tommaso stava leggendo.
Ormai stava di nuovo calando la notte su Lovanio, ma Tommaso
non se ne era neppure accorto: s'era totalmente immerso nella
6
SOGGIN op. cit. pag. 35.
229
lettura dei tesori, che una sorte quasi incredibile gli aveva
offerto.
Il suo pasto era stato solo un panino ed una bottiglia d'acqua
minerale, che un inserviente gli aveva portato, nel tardo
pomeriggio.
Ora egli doveva completare la straordinaria cavalcata che
l'aveva portato, dall'età favolosa dei patriarchi, all'età tragica di
maestro Leone.
Riprese il libro di suo nonno, la Storia di una famiglia ebrea, e si
lanciò
nuovamente
nell'avventura
drammatica,
ma
entusiasmante, dei suoi avi che, dopo maestro Leone, come
abbiamo visto, si chiamarono con il cognome di Ferrara.
Da quelle pagine tornava a lui l'insulto del Ghetto, come si
chiamò, dal nome di una preesistente fonderia, il primo quartiere
in cui furono segregati gli ebrei di Venezia nel 1516, e poi, via
via, in tutte le città d'Europa.
Dal libro del suo avo, si materializzava nuovamente la tragedia
dei "Marranos", gli Ebrei spagnoli.
Essi, dopo la riconquista cristiana della Spagna, non avevano
saputo o potuto resistere alle pressioni violente di coloro che,
come sola alternativa alla morte, imponevano l'abiura della
religione ebraica ad intere popolazioni atterrite.
Scorreva davanti ai suoi occhi la carneficina, che fu compiuta in
tutta Europa molte volte ed in molti luoghi, anticipando quasi
quella "soluzione finale" che aveva ucciso i suoi genitori.
Eppure, dopo ogni tragedia, risorgeva, indomita, la forza morale
di un popolo, che non voleva, non doveva morire, che cercava
un appiglio qualsiasi per rimanere attaccato alla vita.
Così, gli Ebrei, per resistere, dovettero inventarsi delle favole
amare, attinte alla forza presente nel proprio inconscio, come
quando favoleggiavano del Golem, l'automa difensore dei miseri
figli di Israele.
Il famoso robot si diceva costruito a Praga da un grande rabbino,
sul finire del seicento; egli acquistava vita, quando gli si
metteva in bocca un pezzo di carta con il nome segreto di Dio,
noto solo ai maestri più esperti della cabala.
Questa forza indomita fu sempre presente nella storia del popolo
ebreo, impedendo che esso scomparisse, come era accaduto per
tanti popoli dell'antichità.
L'Ebreo dette sempre una grande prova di vitalità, sostenuto
dalla sua fede; questa vitalità gli permise d'essere in prima fila
tra i protagonisti, quando si costruivano le nuove frontiere
dell'Umanità.
Per questo troviamo gli Ebrei già sulle caravelle di Colombo,
quando i reietti della terra si gettarono alla conquista
dell'America, il nuovo mondo, scoperto da un uomo che,
230
probabilmente, era un ebreo nascosto ed in cui era sbarcato per
primo Luis de Torres, ebreo battezzato immediatamente prima
della partenza delle tre navi da Palos 7.
Poi, la storia dei nostri giorni: l'emancipazione, come fu
chiamato quell'atto, duramente conquistato, per cui i Principi
cristiani erano disposti a riconoscere, almeno in via di principio,
alcuni diritti agli Ebrei.
Iniziò Federico il Grande, re di Prussia, con gli Statuti emanati
nel 1750, e, via via, gli altri; Giuseppe II d'Austria, e,
finalmente, l'Assemblea Nazionale Francese, il 27 settembre
1791, in piena rivoluzione.
Essa concesse agli ebrei il diritto di cittadinanza, modificando in
maniera notevole la miseranda situazione di coloro, che
vivevano in Europa pagando ogni tassa, assumendosi ogni colpa
e non avendo nessun diritto 8.
Ma questo non bastava a Napoleone:
"Sa Majestè veut que vous soyez Francais 9 “.
Infatti, avute particolari assicurazioni, Napoleone autorizzò, nel
1807, la costituzione, in Francia, del Sinedrio, un organismo
investito d'autorità religiosa, che rappresentasse in qualche
modo, a somiglianza dell'antico Sinedrio del tempo di Roma, i
diritti del popolo Ebreo, il quale avrebbe così trovato "in
Francia la sua Gerusalemme".
Si tentava, in ultima analisi, di stabilizzare l'elemento ebreo
nella nazione in cui s'era stanziato, cercando d'amalgamarlo con
la rimanente popolazione, facendone quasi una varietà, con
caratteri distinti, ma non diversi e contrastanti con le altre
componenti della Nazione Francese.
A.EBAN, op. cit. pag. 180.
“ In quasi tutte le città’ dell’Europa, le leggi dello Stato tendono ad
ostacolare quanto piu’ possibile l’afflusso di questi sventurati profughi
asiatici: gli ebrei...Dovunque viene negato all’Ebreo il privilegio di servire lo
Stato. Egli non può dedicarsi all’agricoltura, nè può acquistare proprietà.
L’unico ramo dell’attività economica che gli viene lasciato e che gli permette
di sbarcare il lunario è il commercio al minuto. Quando un ebreo ha parecchi
figli, ha il privilegio di tenerne con se uno solo, dato che solo il primogenito
può sposarsi e farsi una famiglia. Gli altri debbono esser mandati via. Le sue
figlie rimangono con lui soltanto se sono tanto fortunate da sposare ebrei
della sua città che hanno diritto di risiedervi. E’ molto raro che un padre
ebreo sia tanto fortunato da poter vivere fra i suoi figli e nipoti e dare una
base permanente al benessere della sua famiglia “.
Cristian Wilhelm von DOHM, scrittore, diplomatico, aristocratico del XVIII
secolo, riportato da A. EBAN op. cit. pag 224.
9
“ Sua Maestà vuole che voi siate Francesi “.
7
8
231
A poco a poco, tutti gli stati dell'Europa occidentale
modificarono le loro legislazioni, concedendo l’emancipazione,
più o meno estesamente, agli ebrei.
Neanche allora mancarono però rigurgiti antisemiti, propiziati
dal movimento romantico che, favoleggiando attorno al concetto
della purezza delle origini storiche dei vari popoli, fatalmente
veniva a trovarsi in rotta di collisione con l'ideale illuministico
dell'uomo cittadino del mondo, ideale che aveva giustificato e
permesso il processo d'emancipazione degli ebrei.
Ancora più difficile fu il percorso dell'emancipazione negli stati
dell'Europa orientale, che poi voleva dire, principalmente, nella
Santa Russia zarista.
Per capire con quanta perfidia veniva trattato il problema
ebraico in Russia, basti pensare a quello che avvenne sotto il
regno di Nicola I, Zar di tutte le Russie dal 1825 al 1855.
Con la scusa d'integrare gli ebrei nel popolo russo, fu imposto
loro il servizio militare.
I giovani ebrei furono arruolati in speciali battaglioni, dall'età di
dodici ai diciotto anni.
Essi, come tutti gli altri russi scelti per la leva, dovevano quindi
prestare servizio di leva per venticinque anni.
Per tutto questo tempo, gli ebrei erano alla mercé di rozzi pope
ortodossi che non rifuggivano da nessuna tortura psicologica, ed
anche fisica, nel tentativo, spesso riuscito, di convertire quei
poveri ragazzi "alla vera fede".
Pure, anche in Russia venne il vento dell'Illuminismo, che, in
quelle terre si chiamò "Haskalah".
L'emancipazione, in tutti gli Stati europei, aveva un terribile
sottinteso: gli ebrei erano ritenuti, in qualche modo, cittadini
dello Stato in cui si trovavano, a patto che essi stessi
riconoscessero la loro condizione d'inferiorità dell'essere ebrei,
che quasi si vergognassero della loro identità spirituale, e che,
soprattutto, la ripudiassero ogni volta che questa entrava in
competizione con gli interessi, gli usi ed i costumi dello Stato
che li aveva accolti.
Solo così, solo perdendo le loro caratteristiche spirituali, quasi
liquefacendosi nel gran calderone della popolazione, senza altri
attributi, gli ebrei sarebbero potuti divenire cittadini, e nemmeno
a tutti gli effetti, degli Stati che li ospitavano.
A tale concetto, che, alla lunga avrebbe significato l'estinzione
dell’identità ebrea, si contrapporrà un nuovo movimento, il
Sionismo, che nacque in Europa tra le menti più lungimiranti
dell'ebraismo.
Il Sionismo individuò nella ricostituzione di uno Stato ebraico,
possibilmente da edificare in Palestina, la terra da cui erano
232
partiti gli ebrei milleottocento anni prima, la soluzione del
problema.
Del resto questa era la versione politica dell'antico augurio
ebreo: l'anno prossimo a Gerusalemme.
Nel 1897 Theodor Herzl, il padre dell'idea sionista insieme con
altre personalità ebree che ne avevano preceduto e reso possibile
l'opera, come Montefiore, Sir Laurence Oliphant, il premier
inglese Disraeli, poteva tenere, a Basilea, il primo congresso
sionista.
In quella sede egli fece una dichiarazione profetica:
"A Basilea ho creato lo Stato Ebraico.
Forse entro cinque anni, e sicuramente entro cinquanta, tutti
potranno vederlo"10.
Tutta l'azione delle menti illuminate dell'ebraismo concorse alla
lotta e gli uomini della famiglia Ferrara furono in prima fila; la
loro opera fu incentrata nel non far dimenticare al sionismo la
pulsione morale che proveniva all'ebraismo dalla Torah, la
Legge.
Questo apprese Tommaso, concludendo la lettura dei libri e
degli articoli che avevano scritto suo nonno e suo padre,
affinché quell'avventura incredibile avesse la conclusione che
ebbe, anche se entrambi pagarono con la vita l'adesione al loro
Ideale.
Ora Tommaso aveva finalmente letto attentamente, e catalogato
esaurientemente nella sua mente, quel turbinio di fatti, date,
rivelazioni, dolorosi ricordi, incredibili ma documentate
coincidenze, rapporti causali.
Egli non avrebbe mai immaginato una realtà tanto romanzesca,
se l'autorità del vecchio saggio e la memoria di coloro che
l'avevano preceduto, nella lunga catena delle generazioni del suo
sangue, che avevano testimoniato per tanti secoli la loro fede,
non avessero fornito ampiamente la prova della verità della loro
storia.
Naturalmente tutto questo, pur se poneva con forza il problema,
non bastava per la mente razionale di Tommaso.
Occorrevano dati certi, riscontri sicuri, concatenazioni logiche
impossibili ad esser spezzate, per dimostrare in maniera
inoppugnabile, scientifica, la verità che quelle carte
proclamavano.
Così Tommaso cominciò daccapo a rivedere tutto il carteggio.
Ora l'ansia della conoscenza era stata soddisfatta, occorreva
adempiere all'imperativo della ragione, che reclamava la fredda
analisi dei fatti per arrivare a stabilire, senza ombra di dubbio, la
verità su quella vicenda, che aveva scavalcato i secoli.
10
A. EBAN , op. cit. pag. 288.
233
Egli si ritrovò così davanti all'invocazione poetica, che iniziava
il libro di maestro Leone:
Figlio mio
quando, nel corso del tempo,
tenendo fermo dinanzi a te
il ricordo della tua storia,
saprai ripetere anche tu
il cammino dalla culla
del Padre Abramo a Sion la bella
per raggiungere l'Altissimo,
avrai la prova
del tuo destino e del tuo servizio.
Ma lascia il segno nel tuo animo.
Il tuo seme dovrà scoprire da solo
la VERITÀ e, per mezzo di essa,
la VIA.
Il testo, tradotto da Tommaso dall'originale ebraico, aveva, nella
primitiva stesura, un tono sacrale ben più marcato e solenne di
quanto avesse saputo infondergli il dotto gesuita.
Ma non era quella, la sua preoccupazione.
Egli, più che tentare di fare un'operazione di conservazione del
senso poetico, stava, al momento, cercando di rendere al meglio
una traduzione filologicamente aderente al testo originale, per
verificarne ogni possibile elemento di controllo.
Ad esempio, le ultime pagine del libro di maestro Leone
portavano, all'uso ebraico, su ogni riga, l'indicazione di una
generazione che era trascorsa, con il nome, l'anno di nascita e
l'anno della morte.
Ma nelle ventiquattro generazioni che s'erano succedute, da
maestro Leone a suo padre, solo venti portavano l'indicazione:
"ha avuto la prova".
Che cosa voleva dire?
Quale prova avevano raggiunto i venti rabbini che l'avevano
preceduto nella catena della vita, e perché quattro di loro non
avevano quella indicazione?
Dove e come si poteva raggiungere quella prova?
E poi, di che prova si poteva trattare?
Era la stessa prova cui accennava quel testo poetico con cui
iniziava il libro di maestro Leone?
La soluzione non poteva che essere nel libro, forse in quella
poesia.
Tommaso non aveva dimenticato d'aver a che fare con un
maestro esperto della qabbalah, quindi cominciò ad esplorare la
poesia con i procedimenti contorti e misteriosi, che egli sapeva
esser usati dai seguaci di quella dottrina.
234
Confrontò le lettere, che componevano il testo dell'invocazione,
con i significati reconditi che, ad ogni numero, stabilito dalla
somma delle lettere delle varie parole, veniva dato, in quella
particolare dottrina: il procedimento non dava alcun significato
razionale.
Tentò di ricercare la più sofisticate allegorie, tratte non solo
dalla qabbalah, ma anche dai più nascosti canoni biblici di cui si
avesse conoscenza: i Targumin11 aramaici, la Peshitta12 siriaca, il
canone copto, quello armeno, perfino quello etiopico, di cui non
si aveva cognizione di contatti con gli altri canoni se non in
epoca relativamente recente, la versione georgiana e, per ultimo,
quella araba, vista la storia di maestro Leone.
Fu una fatica improba, ma inutile: non se ne cavava un ragno dal
buco.
Tommaso rimase un'eternità a fissare quella poesia: lì doveva
esserci una chiave.
Quindi iniziò una lettura letterale del testo: talvolta quegli
antichi rompicapo nascondevano il loro senso compiuto sotto un
velo così tenue, che non se ne riusciva a scorgerne il capo.
Quando, nel corso del tempo,
tenendo fermo dinanzi a te
il ricordo della tua storia
quel ricordo non poteva essere che il libro di maestro Leone, ma
quale poteva essere, fuori di metafora,
il cammino dalla culla
del Padre Abramo a Sion la bella
?
Era il percorso da Ur in Caldea, patria di Abramo, a
Gerusalemme, l'antica Sion?
Erano, quasi esattamente, mille chilometri, ma questo che
significava?
Quel viaggio non era stato certo compiuto in linea retta, quindi
sarebbe stato impossibile stabilire la lunghezza del tragitto, se
pure non si trattava di una figura poetica, per rappresentare il
cammino dell'uomo.
E poi, come si poteva misurare il percorso
per raggiungere l'Altissimo
?
Un momento, la distanza tra Ur e Gerusalemme era un
segmento orizzontale, mentre la distanza per "raggiungere
l'Altissimo" non poteva che essere un elevarsi verso il regno dei
cieli, cioè un segmento verticale e l'unione dei due segmenti
raffigurava quindi un angolo.
Ma quale angolo, e perché si doveva
"tenere fermo dinanz ia te "
11
12
versioni in Aramaico della Bibbia.
E’ la versione siriaca “ semplice “ o “ usuale “ della Bibbia.
235
"il ricordo della tua storia"?
Tommaso teneva fisso davanti ai suoi occhi il libro di maestro
Leone, quasi aspettando da esso, la prova che stava cercando.
Lo muoveva, lo girava, l'alzava, ne metteva a squadro le due
metà, fino quasi a dimenticare d'avere tra le mani un testo
rarissimo, antichissimo e, comunque, d'estremo interesse.
Poi, all'improvviso, mentre con la mano teneva ferma la parte
anteriore del pesante blocco che faceva da rilegatura al libro e
spingeva angolarmente con l'altra mano il resto del libro, si sentì
un sordo scatto metallico.
La parte anteriore della rilegatura, una placca d’argento
finissimamente istoriata, fino allora tenuta bloccata da una vite a
baionetta, si staccò dal resto del libro.
Nella nicchia, così scoperta, vi era un piccolo vano, ancora
ricoperto da un pezzo di stoffa pesante, che aveva, ricamata, la
scritta, in caratteri ebraici:
"Copriti, questa è la prova del Patto".
Sotto la stoffa, che Tommaso sollevò tremando, vi era una stella
in oro massiccio, bucata nel mezzo, con la parte posteriore dai
bordi arrotondati e la parte anteriore piatta su cui era impresso a
bulino un leone meravigliosamente stilizzato.
La stella aveva esattamente la forma della stella di Davide.
Quello era il piattello centrale del candelabro che Mosè fece
costruire, quando scese dal monte Sinai, con le tavole della
Legge, il candelabro che il secondo libro della Torah, l'Esodo,
chiama la "Menorah".
Era quella, l'unica prova tangibile di un evento centrale nella
storia dell'Uomo, avvenuto tremila quattrocento anni or sono,
per la cui conservazione, quasi duemila anni fa’, il suo antenato,
Moise, figlio di Eleazar ben Shimon, aveva affrontato il
martirio.
Una reliquia che, da venti secoli, la sua famiglia custodiva
gelosamente, nascondendosi nelle pieghe del tempo, per non
permettere che questa fosse, di nuovo, strappata ai suoi
sacerdoti, per esser ridotta, come le reliquie cristiane, ad oggetto
magico, in modo tale da far ombra e nascondere l'unica realtà: la
Torah.
CAPITOLO XX
IL FATALE 1989
236
È strano il destino che tocca alle decadi del nostro secolo.
Intanto, forse perché il tempo ha subito un'accelerazione
spaventosa, le epoche che, prima, si misuravano a centinaia di
migliaia d'anni nel paleolitico, si riducono a decine di migliaia
nel neolitico, per contrarsi a migliaia d'anni nella prima età
storica.
Poi, dal tempo in cui gli uomini impararono a scrivere le gesta
delle loro imprese, bastarono i secoli per racchiudere quell'unità
storica, che noi chiamiamo epoca.
Dall'inizio del secolo scorso, grosso modo, ci sembra che
bastino dieci anni per cambiare completamente la visuale del
nostro mondo, per cui, a buon diritto, potremmo affermare che
un'epoca è completamente racchiusa in una decade.
Forse questo accade perché il più vicino si vede con migliori
dettagli e quindi le epoche, più sono lontane e più sembrano
indistinte: si colgono i mutamenti solo quando questi sono
macroscopici.
Fatto sta che, qualunque sia la ragione dell'accorciamento dei
periodi storici, essi, nel nostro tempo, pur nel loro vorticoso
mutamento, mostrano di avere una caratteristica costante.
Gli avvenimenti, le conquiste, le mode, che segnano quel
decennio, prima si presentano come grandi novità, poi sono
rapidamente rigettate, quindi, dopo una qualche decina d'anni,
vengono riesumate e ritenute punti focali nel percorso umano.
Così abbiamo avuto i ruggenti anni venti, i travolgenti anni
trenta, gli anni della depressione, poi quelli della guerra, e
ancora, gli anni cinquanta, quelli della ricostruzione e, di nuovo,
i favolosi anni sessanta del ventesimo secolo e così via.
Ognuno di questi decenni passò in fretta.
Sembrava quasi che gli uomini fossero ansiosi di nuove
esperienze, mentre lasciavano, senza rammarico, le strade
intraprese negli anni precedenti; salvo poi, trascorsi un altro paio
di decenni, rimpiangere quanto avevano trascurato e definire
quegli anni, ormai lontani: "Favolosi, ruggenti, rampanti".
Questo comportamento schizofrenico è indice delle difficoltà,
sempre più ardue, che s'oppongono al cammino dell'Uomo, nel
tentativo di raggiungere uno sviluppo armonioso, una forma di
civiltà compiuta.
Ciò, infatti, non può essere realizzato, senza prima risolvere i
gravi problemi che si sono presentati all'Umanità, quando essa si
è trovata di fronte al punto nodale, rappresentato dal fatto che,
per la prima volta, l'uomo, per mezzo della sua scienza, poteva
intervenire sui processi della Natura, modificandoli nel bene o
nel male.
237
Mai, gli uomini s'erano trovati di fronte, come sul finire del
ventesimo secolo, ai "limiti dello sviluppo"1.
Certo, anche quando le città greche raggiungevano un eccesso di
popolazione, i cittadini più intraprendenti, o i meno fortunati per
le loro condizioni economiche, lasciavano la madrepatria ed
andavano a fondare le colonie.
Esse, allo stesso tempo, erano una valvola di sfogo ed un
ampliamento dell'importanza della città madre.
Ma ora s'era raggiunto il limite.
In tutto il mondo ormai, non vi erano più quegli spazi poco
popolati dove trasmigrare, senza dover prima togliere di mezzo
le popolazioni che già erano presenti sul territorio, senza
commettere un genocidio che, oltretutto, ripugna al sentire
attuale.
Quando i coloni greci si recavano nelle loro terre di conquista,
vi trovavano pochi abitanti che, una volta vinti, o piegati per
mezzo della loro superiore tecnologia, s'amalgamavano
facilmente con i vincitori,assumendone la civiltà e fornendo loro
le donne, necessarie per la trasmissione di questa.
Ora il numero degli uomini è aumentato in tutto il mondo, in una
così enorme dismisura, da farci sempre tener presente un famoso
esperimento, messo in atto da alcuni etologi.
Se si pongono dei topi in un vasto ambiente, questi animali
socializzano facilmente tra di loro; ma, se s'aumenta
progressivamente il loro numero, incominciano a sorgere
difficoltà d'inserimento fino ad arrivare, quando il numero è
eccessivo, a veri e propri combattimenti di tutti contro tutti.
Il numero degli uomini, già da qualche tempo, è divenuto
eccessivo allo stesso modo.
In un libro uscito in Italia nel 1972 dal titolo significativo, "I
limiti dello sviluppo", s'ipotizza in circa settecento milioni il
numero ideale degli uomini, per un'ordinata e felice esistenza di
tutti gli abitanti del pianeta.
Alcuni hanno contestato queste cifre, giungendo ad affermare
che la Terra, sfruttata in maniera scientificamente intensiva,
potrebbe offrire sostentamento a più di venti miliardi d'esseri
umani.
Ammesso che ciò fosse possibile, questa ipotesi sposterebbe
solo di poco il momento del collasso, vista la progressione
esponenziale dell'incremento demografico.
La cosa triste è che nessuno faccia nulla al riguardo: solo poche
chiacchiere, nei momenti di mancanza d'altre notizie sui
Si fa riferimento al libro I LIMITI DELLO SVILUPPO Rapporto del
System Dynamics Group del Massachusetts Institute of Tecnology (MIT) per
il club di Roma edito da E.S.T. MONDADORI 1972
1
238
giornali, e poi si passa al fatto nuovo, clamoroso, che annulla il
precedente.
È come se tutti noi stessimo su di un aereo, per il quale gli
esperti assicurino che mancano poche centinaia di metri per
schiantarsi al suolo, mentre altri affermano che invece manca
qualche migliaio di metri per il disastro.
Battibecchiamo tra di noi sul numero dei metri che ci separano
dalla tragedia, ma non facciamo nulla per evitarla.
Inoltre lo sviluppo, che nel nostro secolo ha avuto la macchina,
ha moltiplicato per varie migliaia di volte le possibilità umane.
Questo ha reso realizzabile, nei paesi più ricchi, un tenore di vita
inimmaginabile fino a poco tempo addietro, ma, nel contempo,
ha causato due conseguenze nefaste.
La prima è che questo sviluppo rapidissimo non è stato
accompagnato da uno sviluppo altrettanto rapido del senso di
responsabilità degli uomini, che ne sono stati i beneficiari.
In questa maniera lo sviluppo ha interessato mezzi non
indispensabili; sovrastrutture li aveva definiti Marx, come la
seconda casa, la terza auto, il quarto televisore per ogni famiglia.
Così la gran parte dello sviluppo si è tramutata in spreco, con
conseguente sovrapproduzione di scorie e rifiuti di difficilissimo
smaltimento.
La seconda conseguenza si è avuta con l'instaurarsi di un
modello distorto di sviluppo, cui però guardano con cupidigia
tutti quei paesi, che ancora non hanno partecipato alla festa,
desiderosi anch'essi di prendervi parte al più presto.
Come definire questo modello, se non come una regola poco
logica, oltretutto assolutamente priva d'alcun limite morale?
Come possiamo considerare un periodo storico, che scopre la
possibilità tecnica ed economica di tenere, per anni, in un
polmone artificiale, una povera creatura handicappata, ma che
non trova la metà della somma, con cui s’è comprato il polmone
artificiale, che potrebbe esser sufficiente per vaccinare centomila
bambini africani?
Questa situazione di stallo, intravista già alla fine degli anni
sessanta del XX secolo, non fu però minimamente affrontata.
Essa divenne sempre più ingovernabile, fino a permeare tutta
l'Umanità di una cupa cappa di disperazione sociale, che
sfociava nelle tensioni tra i gruppi degli uomini e nella fossa
della droga, per gli individui più fragili o meno protetti.
Gli anni settanta furono forse gli anni più bui di quel secolo,
anche più di quelli delle due guerre mondiali, perché, in quei
due periodi, pur funesti, si aveva almeno la sensazione che una
239
sola parte del genere umano avesse perso, ma non che fosse in
gioco il destino dell'uomo, nel suo complesso.
Negli anni settanta, invece, gli anni di piombo, sembrò che tutti
gli uomini fossero impazziti e che non vi sarebbe stata salvezza
dal precipitare nel "medioevo prossimo venturo", come
qualcuno andava profetizzando.
Per reazione, gli anni ottanta furono "rampanti", cioè tutti dediti
al perseguimento del benessere e dell'utile personale, inteso
come ricerca cieca di sovrastrutture inutili.
Esse ci potevano forse fornire un'auto più comoda o una camicia
con una firma famosa, ma al prezzo di un continuo
depauperamento delle risorse totali del pianeta Terra, risorse che
ancora non avevamo imparato a ritenere deperibili e, quindi, non
più rimpiazzabili.
Così, tutti presi dal duello tra i due blocchi in cui s'erano divisi,
al solito, gli uomini che si ritenevano "civilizzati", i governanti
ed i governati di tutto il mondo non posero la dovuta attenzione
ai veri, grandi problemi che affliggevano l'Umanità nel suo
complesso.
L'esplosione demografica, inoltre, s'addensava, in alcune grandi
città le quali, per questo, si avviavano a divenire megalopoli
incontrollabili; buchi neri, che attraevano popolazione dalle
campagne, rendendo queste spopolate e quindi fonte d'ulteriori
difficoltà.
Questi problemi, sommandosi, tendevano, in maniera
preoccupante, a non essere più governabili.
I sistemi di locomozione, di trasmissione, energetici e di
comunicazione erano al limite della complessità sopportabile
dalla tecnologia dell'uomo.
Si cominciava ad intravedere il collasso che, scatenato da un
possibile guasto su un qualsiasi loro sottosistema, avrebbe
irreparabilmente bloccato l'intera rete.
Un solo, paradossale, fattore impediva lo sgretolarsi del modello
in vigore.
L'Umanità s'era, al solito, divisa in due schieramenti che si
facevano una guerra aspra, spietata, dispendiosissima ed
inflessibile su tutti i fronti, in cui era possibile competere.
Solo l'assoluta certezza di una strage, in cui sarebbero periti tutti
gli uomini, dovuta alla sovrabbondanza d'ordigni atomici da
entrambe le parti, aveva miracolosamente evitato il confronto
nucleare.
Poi, all'improvviso, il tracollo repentino di uno dei due
contendenti.
Come era potuto accadere e che cosa significava?
240
Dalla fine della seconda guerra mondiale l'Unione Sovietica, ed
il mondo che le era satellite, erano stati all'attacco.
La propaganda delle due parti era stata condotta, dagli stati
socialisti, nella maniera più efficace.
Tutta l'intellighenzia, ed, in modo particolare, i giovani del
mondo occidentale, si rifacevano all'ideale comunista.
Esso sembrava essere una di quelle idee forza, le quali, quando
affiorano dall'inconscio collettivo, informano di se ogni più
riposto angolo della vita dell'Uomo.
Quest'ideale era stato sentito e seguito, in un primo momento, in
modo spesso acritico.
Così avvenne, quando si trattò di spiegare e superare, sul piano
teorico, le rivolte che cominciavano a serpeggiare nell'immenso
impero sovietico, a Poznan, in Polonia nel 1956 e, soprattutto,
nello stesso anno, in Ungheria.
Qualche volta l'ideale appariva addirittura ingenuo, come
quando si voleva postulare le favole di Mao come verità
assolute, applicabili in toto al mondo più progredito.
Purtuttavia l'impero, fino agli anni ottanta, stretto in una morsa
inesorabile, fatta di propaganda, terrore, disinformazione,
controllo poliziesco minuziosissimo, teneva.
Per questa ragione, all'estero, il mito dell'internazionalismo
socialista era più vivo che mai.
All'interno, Krutchev poteva vincere il primo round della sfida
verso le stelle, scagliando Gagarin2 in un'orbita terrestre, e,
all'esterno, provocare tutto il mondo occidentale.
Nel 1960, durante una riunione dell'ONU, il premier russo si
tolse una scarpa per batterla sul tavolo, urlando che il mondo
capitalista sarebbe stato sopravanzato e sepolto dal comunismo,
entro il duemila.
Il ragionamento di Krutchev, nella sua rozzezza, era semplice.
Non riuscendo a capire la funzione depuratrice della
concorrenza nel mercato, anzi, per motivi ideologici,
considerando il mercato una sovrastruttura inutile per lo Stato e
dannosa per il cittadino, da questo, il capo del comunismo
sovietico faceva discendere la sua fede nella superiorità del
sistema collettivistico.
Egli usava dire:
"il capitalismo impiega duecento ottimi ingegneri per studiare
tipi sempre più raffinati di frigoriferi, che, in realtà, non
differiscono tra di loro se non per un fattore insignificante sul
Jurij GAGARIN, astronauta sovietico; fu primo uomo ad aver raggiunto la
velocità cosmica nello spazio esterno all’atmosfera terrestre, compiendo così
delle orbite intorno alla terra, il 12 aprile 1961.
Morì nel 1968 collaudando un aereo supersonico.
2
241
piano della qualità, quale è il design, necessario solo per
promuovere la concorrenza.
Lo stato comunista, facendo a meno della concorrenza, copia il
frigorifero più adatto, o ne stabilisce a priori un unico modello.
Così facendo, risparmia i duecento ingegneri, che il mondo
capitalista usa per questa necessità inutile, questa
sovrastruttura imposta dai ricchi proprietari delle aziende di
produzione.
I duecento ingegneri, così risparmiati, saranno usati per
l’industria pesante, dando così al comunismo un vantaggio tale,
da spazzare ogni altra ideologia sociale, entro il duemila".
Krutchev non s'avvedeva di una realtà, che l'ultimo dei piccoli
negozianti mette automaticamente in pratica, quando gli riesce
d'ingrandirsi.
La concorrenza è il motore del commercio, senza concorrenza il
commercio illanguidisce.
Se è un grande commercio, esso tende a divenire monopolio, ed
è pericoloso per la società; se è piccolo commercio si contrae in
forme sempre più asfittiche, fino a che un nuovo concorrente
non lo spazza via dal mercato.
Se poi il mercato non c'è, allora il prodotto di quel commercio
sarà sempre meno valido, fino a diventare assolutamente inutile
sul piano interno e, a maggior ragione, sempre meno
competitivo sul piano internazionale.
In pratica, la concorrenza può assimilarsi alla democrazia.
Entrambe istituiscono regole snervanti e di cui si farebbe
volentieri a meno, entrambe sottopongono i cittadini a pratiche
poco gradite, nel momento in cui esse sono applicate, come i
controlli per la democrazia e la pubblicità per la concorrenza,
entrambe sono fonte di lungaggini per i governanti e di spese per
i governati.
Eppure, quando si cerca una scorciatoia per la democrazia,
s'imbocca la strada della dittatura, facile all'inizio ma sempre più
in discesa, fino a tramutarsi in un salto rovinoso.
Così come, quando non si riconosce la funzione della
concorrenza sul piano economico, s'arriva, alla fine, alla
distruzione dell'economia.
Proprio sull'economia, e sul modo d'intendere i modelli di
sviluppo sociale, crollò il sogno comunista.
Gli americani, scossi dalle minacce sovietiche, irritati dalla
supremazia russa in campo missilistico, resi guardinghi
dall'esperienza del Vietnam, la prima sconfitta militare per gli
Stati Uniti nel corso della loro storia, affrontarono il problema in
modo definitivo.
242
Essi gettarono tutto il peso della loro economia, usandola come
una vera e propria arma, nella lotta, ormai senza quartiere, tra i
due sistemi contendenti.
Nel fare ciò ripeterono la stessa tattica, usata nella seconda
guerra mondiale, tattica che permise loro di vincere quella
guerra.
Rileggiamo un passo famoso di un libro di John K. Galbraith 3:
"...Allo scoppio della seconda guerra mondiale il nuovo sistema
di contabilità nazionale, ora familiare a tutti attraverso la sua
cifra complessiva del " prodotto (interno) lordo - P.I.L. “, era
appena entrato in uso negli Stati Uniti.
In Gran Bretagna ed in Canadà, (esso) si dimostrò
indispensabile per la direzione di una moderna politica di
mobilitazione.
.......Essendo uomini modesti, gli economisti non fecero mai
pubblicità sulla potenza dell'arma che avevano messo nelle
mani dei loro governanti, per quanto la sua importanza per la
vittoria fosse stata notevolmente superiore a quella dell'energia
atomica".
Quello stesso modo di concepire l'economia come un'arma,
aveva fatto scoprire, nel corso della seconda guerra mondiale, la
maniera rivoluzionaria d'usare il P.I.L., per definire
scientificamente le scelte da compiere per vincere.
Così fu presa, giustamente, la decisione di tralasciare le armi a
razzo del tipo tedesco V2, che costavano ognuna come
ventiquattro bombardieri, i quali, di contro, trasportavano
ciascuno tanto esplosivo quanto ne portava una V2, e potevano
anche essere reimpiegati per molte volte.
Gli stessi economisti, intervenendo nelle dispute feroci, che
opponevano, tra di loro, l'Esercito, l'Aeronautica e la Marina
degli Stati Uniti, su quali dovessero essere gli obbiettivi
prioritari dei bombardamenti alleati sulla Germania, stabilirono
correttamente quelle priorità.
In conformità a considerazioni strettamente scientifiche, di
ordine economico, essi decisero che si dovessero bombardare
prioritariamente le fabbriche di cuscinetti a sfera, indispensabili
a tutte e tre le armi, e, quindi, da distruggere come prima cosa.
Questo sistema di regole fu uno dei segreti meglio custoditi
dagli americani, per tutta la durata della seconda guerra
mondiale.
John K. GALBRAITH: The American Capitalism
Capitalismo Americano. Milano 1956 pp.91/92
3
243
1952 trad. it. Il
Quando, parecchi anni dopo la fine della guerra, esso fu reso
pubblico, se ne impadronirono i giapponesi, che ne fecero il
nucleo di quella, che essi chiamarono la filosofia della "qualità
totale".
Questa teoria è un raffinato aggiornamento della stessa arma,
che permette di studiare scientificamente dove colpire, per avere
il massimo rendimento, in una qualsiasi operazione di tipo
economico, e non solo di quel tipo.
Il punto di svolta si ebbe con l'elezione di Reagan a Presidente
degli Stati Uniti d'America, nel 1980.
Fino a quel momento, il confronto tra i due blocchi era stato
affrontato dagli americani con un'unica teoria, che prevedeva
una capacità di risposta distruttiva, qualora i sovietici avessero
lanciato il primo colpo atomico.
Questa teoria strategica, detta appunto del secondo colpo, venne
ritenuta troppo pericolosa dal Presidente Reagan ed abbandonata
a favore del cosiddetto sistema delle "guerre stellari".
L'America non accettava più la possibilità che il suo territorio
fosse sottoposto ad un attacco atomico, anche se questo avrebbe
scatenato appunto il secondo colpo.
Le simulazioni, eseguite in una grande varietà di scenari,
portavano ad un'unica conclusione: nessuna Nazione avrebbe
potuto vincere un confronto, se le armi atomiche avessero
raggiunto il proprio territorio.
Quindi, al massimo, la teoria del secondo colpo, poteva
pareggiare il conto dei danni inferti con le bombe atomiche, ma
non poteva far vincere una guerra.
Perciò, con l'uso dell'atomica, nessuno avrebbe vinto.
Fu quindi approntata e sperimentata una nuova teoria, quella
appunto definita delle "Guerre stellari".
Essa, in pratica, prevedeva la possibilità d'intercettare i missili
atomici in arrivo sul proprio territorio, per distruggerli nello
spazio esterno, fuori dell'atmosfera terrestre.
Ma, per realizzare e rendere operative le procedure e gli
strumenti relativi, che avrebbero permesso l'approntamento
strategico di questa teoria, occorreva innestare la massima
marcia possibile e procedere al miglior rendimento, che la
macchina economica degli Stati Uniti potesse fornire.
Un numero spropositato di miliardi di dollari furono buttati nella
fornace delle guerre stellari; il sistema economico degli States,
già enormemente superiore perché infinitamente più duttile, fu
messo alla frusta.
Inoltre non passò inavvertita, anche se a questa non fu dato
grande clamore, la manovra di costringere, mediante l'adozione
del sistema delle guerre stellari, il blocco avversario ad uno
244
sforzo che l'avrebbe stroncato, nel tentativo d'approntare la
stessa arma, causando, con ciò, un vero e proprio collasso
dell'impero sovietico.
Infatti la concorrenza, in un mercato libero, teneva aperte
infinite possibilità, rispetto a quelle consentite da un mercato,
bloccato da un'economia centralizzata.
L'economia pianificata imponeva invece un vincolo ad ogni
minimo cambiamento, ingessando così lo sviluppo dell’ impero
russo.
Esso, d'altronde, era preminente, sul sistema concorrente, solo in
alcuni limitati settori industriali, ma pagava questa preminenza
con un'arretratezza preoccupante, in ogni struttura economica e
sociale dello Stato Sovietico.
La Russia aveva dato, per l'appunto, ogni priorità, all'industria
pesante, per scopi bellici; ora quell’industria veniva
completamente spiazzata e tagliata fuori da un’industria
squisitamente nuova, l’elettronica, in cui il mondo occidentale
aveva un grande vantaggio.
In quel delicatissimo momento storico, si ebbero tre azioni in
rapida sequenza, tutte deleterie per lo Stato Sovietico, fino a che,
per il sommarsi dei loro effetti, l'Impero Russo esplose.
L'ultima di queste azioni fu intrapresa e portata avanti dal nuovo
premier sovietico, Micail Sergeevic Gorbacev.
Accortosi che l'economia del paese perdeva colpi rispetto a
quella occidentale e stentava sempre di più a tenere il passo,
mentre le economie concorrenti stavano per iniziare la corsa,
scatenata con il fiume di danaro messo in campo per la
realizzazione delle guerre stellari, Gorbacev tentò una mossa
disperata.
Egli cercò d’immettere qualche elemento d'economia liberista
nelle rigide regole, che governavano, in campo economico, il
suo paese.
Questo era il succo di quella teoria, tanto strombazzata al
momento, e di cui nessuno, oggi, ricorda bene i presupposti.
La perestrojka, il nuovo corso, come l'aveva battezzata il suo
inventore, si riduceva infatti a rendere possibile qualche
elemento di mercato libero, nella struttura dell’URSS.
Quello Stato però, rimaneva sempre Sovietico, e quindi
bloccato nella morsa dell'economia dirigista, sottomessa ad un
piano studiato dall'alto fin nei minimi particolari e, perciò,
estremamente rigido ed assolutamente in antitesi con il concetto
di libera concorrenza.
Ma un'altra causa aveva già intrapreso la propria opera
demolitrice nei confronti del monolite sovietico; una causa
245
eminentemente politica, in cui molti, tuttavia, vedevano lo
zampino dello Spirito Santo.
Infatti, dopo quattro secoli, la bianca colomba aveva scelto un
Pontefice non italiano, ed anzi l'era andato a cercare proprio in
Polonia.
Quell'orgogliosa terra, pur sottomessa all'impero Sovietico,
aveva fatto, nel corso dei secoli, della propria fedeltà alla Chiesa
di Roma, una bandiera d'identità nazionale, diversificandosi, in
tal modo, dagli slavi ortodossi e dai tedeschi luterani; i popoli
che, da sempre, cercavano d'ingoiare la Polonia.
Nel 1978, il polacco Karol Wojtyla, nato a Wadowice presso
Cracovia nel 1920, fu eletto Papa, con il nome di Giovanni
Paolo II.
Per l'età, per temperamento, per forma mentis, per levatura
morale, per carisma, per la propria religione profondamente
sentita anche come insegna nazionale, per la propria nazionalità
altrettanto profondamente sentita come un sentimento religioso,
Egli non poteva non ergersi contro il sistema russo, che era
l'antitesi di tutto quello in cui credeva il Papa polacco.
Così, quando la Polonia fu scossa dal fremito delle lotte
sindacali, portate innanzi dal movimento di Solidarnosc'
(Solidarietà), il Papa polacco benedisse il capo di quel
movimento, Walesa.
E quando il generale Jaruzelski, il 12 dicembre del 1981, compì
un colpo di stato, mettendo fuorilegge il movimento sindacale
ed arrestandone i capi, Giovanni Paolo II si schierò apertamente
con Solidarnosc'.
Ma il punto più acuto della crisi fu raggiunto quando Breznev, il
moribondo segretario generale del partito, e quindi, il capo
dell'URSS, cercò d'imporre a Jaruzelski una linea dura, per
ridurre al silenzio Solidarnosc'.
A questo punto Karol Wojtyla fece discretamente sapere che egli
si sarebbe dimesso dal suo incarico, per mettersi alla testa dei
rivoltosi.
Essi avrebbero, per la prima volta, resistito alla dottrina, che era
conosciuta come "sovranità limitata".
Questa era, infatti, una dottrina, assurda sul piano
internazionale, che proclamava la liceità dell’intervento
sovietico, quando negli Stati formalmente sovrani, ma in realtà
asserviti all’impero sovietico, veniva messa in discussione la
scelta di campo socialista.
Essa era frutto della visione imperiale di Breznev, che voleva
limitata la sovranità degli Stati socialisti, quando si metteva in
gioco l'organizzazione sociale di questi Stati, o, meglio, quando
si tentava d'allargare un poco la morsa della leadership sovietica
sugli Stati, che il mondo libero definiva satelliti di Mosca.
246
Ma già da un paio d'anni, dal dicembre del 1979, era in corso la
terza causa, che dovrà dare la spallata definitiva al regime
sovietico.
A somiglianza degli americani nel Vietnam, anche i Russi
s'erano cacciati in un conflitto locale e limitato.
Il ventisette dicembre del 1979, un robusto contingente di
spetsnatz4 prima, e poi la centocinquesima divisione
aerotrasportata della guardia, unità d’élite delle forze armate
sovietiche, occupavano l'aeroporto di Kabul.
S'era così dato inizio all'avventura afgana, che doveva
concludersi in maniera persino più rovinosa, di quanto non
fosse finita la tragedia americana in Vietnam.
Infatti, mentre l'imperialismo era un'accusa implicita e quasi
scontata per il mondo occidentale, la Russia sovietica
dimostrava, con grave danno sul piano propagandistico, ma
anche su quello dei contenuti reali della propria politica, che
anche uno stato socialista si poteva imbarcare in una guerra di
conquista.
In questo modo si contraddiceva il credo internazionalista che,
pure, sarebbe dovuto essere la dottrina principe dell'azione
internazionale dell'URSS.
Non staremo qui a studiare dettagliatamente le varie cause che
spinsero l'orso sovietico nella tagliola afgana, basteranno alcune
semplici considerazioni.
Per secoli, le forze armate russe avevano anelato a conquistare
uno sbocco ai mari caldi, che potesse aggirare le forche caudine
degli stretti del Bosforo.
Ciò avrebbe finalmente permesso al più potente esercito del
mondo di attuare una politica imperiale anche sui mari; quei
mari che sono, fin dall'esperienza ateniese, il teatro principale
della vera forza militare.
Qualche altro autore sostiene che la causa dell'intervento
sovietico in Afghanistan si debba ricercare nel tentativo
d'alleggerimento, compiuto dalle autorità sovietiche, per opporsi
in qualche modo alla pressione mussulmana.
Questa pressione, messa in opera dalle autorità della rivoluzione
iraniana, era allora esercitata sul piano eminentemente religioso,
ma poteva aver pericolose ripercussioni anche sugli equilibri
politici.
I rivoluzionari iraniani erano, allo stesso tempo, capi politici,
morali e religiosi di quell'idea mussulmana, così facile a
SPETSNAZ - forma sincopata della denominazione: SPETSRALNOYE
NATUECHENIE - truppe speciali d’assalto, commandos.
4
247
prendere fuoco ed ad incendiare tutte le terre in cui si venera
Maometto, molte delle quali erano ben addentro ai territori
sovietici.
Altri sostengono che l'esercito russo avesse una certa qual voglia
di provare, sul campo di battaglia, la propria struttura e la
propria tenuta.
Si voleva, in pratica, verificare in maniera reale il valore delle
dottrine, così care ai generali sovietici, i quali, però, non
avevano avuto modo di sperimentarle dal vero, fin dai tempi
gloriosi di Stalingrado.
In verità, pur carichi di medaglie, nessuno dei capi militari in
servizio nell'Unione Sovietica negli anni settanta, aveva mai
portato le sue truppe in battaglia, e questo, per un generale, è un
fattore limitativo ed, in un certo qual modo, irritante.
Quando poi si ponga mente al fatto che ogni organizzazione
sociale, che non faccia discendere la propria autorità dal voto
popolare, ha una dannata paura del bonapartismo, cioè della
presa del potere da parte dei capi delle proprie forze armate, si
capirà perché le autorità politiche sovietiche non si siano
opposte alle aspirazioni dei loro capi militari.
Il potere sovietico ritenne meno pericoloso che essi dessero calci
al vuoto, verso l'esterno, piuttosto che incominciassero a
muoversi e pesare all'interno dello sterminato impero, già in
difficoltà per altri motivi.
In definitiva, la trappola afgana, come tutte le trappole, venne
ritenuta in un primo tempo innocua, anzi dotata di golose
leccornie quali il sospirato ingresso ai mari caldi, l'opportunità
di mostrare tutta la potenza sovietica all'Islam, per avvertirlo di
non fare colpi di testa contro le provincie islamiche dell'impero,
la possibilità di una proficua esercitazione militare, con facili
ricadute sul piano dell'immagine.
Fatto sta che, qualunque siano state le cause o le concause, che
spinsero l'orso russo nella tagliola, ciò portò la leadership
sovietica al disastro.
Perche di un disastro, di un vero disastro si trattò.
Le forze armate sovietiche furono agganciate da bande
d'irregolari afgani, abituati da sempre a fare una guerra dura,
spietata, senza esclusione di colpi.
Erano quelli, uomini già fanatici, per la loro organizzazione
mentale.
Inoltre si trattava di combattenti indomiti, usi a battersi da
sempre, capaci di resistere per giorni con una frittella di pane
azzimo, cotto su una pietra; mentre le linee di rifornimento, per i
russi, s'allungavano in maniera impossibile da difendere.
248
Gli Afgani, per di più, furono resi assolutamente insensibili ad
ogni difficoltà, dalla proclamazione della jhiad, la guerra santa
contro l'infedele, che li spediva direttamente tra le urì, le vergini
del paradiso di Allah, in caso di morte in combattimento.
Infine la tecnologia occidentale, in odio all'avversario sovietico,
stava fornendo alla rivolta afgana armi talmente sofisticate da
non aver bisogno nemmeno di una sia pur rudimentale capacità
tecnologica, o almeno tecnica, per ottenere micidiali risultati.
Infatti i missili Stinger 5, forniti in gran quantità ai ribelli afgani,
erano facilissimi da impiegare: bastava inquadrare il bersaglio
nel cannocchiale dell'arma e premere il grilletto.
Il missile faceva tutto da solo, senza bisogno di alcun altro
intervento o cognizione, e distruggeva elicotteri, aerei e carri
armati sovietici, come le piastrine di coccio alla fiera del paese.
Abbiamo visto il teatro, siamo stati resi edotti, almeno in prima
approssimazione, delle cause e degli attori, ne abbiamo scorso le
motivazioni.
Non ci rimane che assistere alla scena madre, che spazzerà via
dalla storia del mondo, un impero, con tutti i suoi uomini, le loro
idee, le loro aspirazioni, i loro sogni.
La fortissima personalità, il carisma del Papa polacco avevano
fermato l'intervento sovietico ai tempi di Breznev, che avrebbe
normalizzato la situazione a colpi di cannone, magari
riesumando la frase sinistra: "L'ordine regna a Varsawa".
Il popolo polacco s'era compattato dietro i suoi leaders, per la
massima parte espressione dell'Area cattolica di quella Nazione
ed aveva dimostrato a tutti gli antichi, civilissimi popoli
d'Europa, costretti a fare da placche di difesa all'orso sovietico,
che il re, il satrapo orientale che li stava svenando, era nudo.
I suoi meravigliosi attributi di giustizia e di libertà per i popoli
non erano altro che propaganda, non erano mai esistiti.
Il bluff della Perestrojka aveva reso assolutamente ingestibile un
sistema, che già non riusciva più a tenere il passo con
l'accelerazione, voluta da Reagan per l'economia americana, per
mezzo delle guerre stellari.
Il re s'era dimostrato anche impotente a contrastare i propri
nemici.
Nel fatale 1989, il 15 di febbraio, il generale Gromov,
Comandante in capo del corpo di spedizione sovietico in
Afghanistan, riattraversò, con i resti del proprio esercito, l'Amu
Darja.
Sistema lanciamissile portatile U.S.A., che si imbraccia come un fucile, dal
peso limitato, di estrema efficacia.
5
249
Quel fiume, sacro alle gesta di Alessandro il Grande, segnava il
confine tra l'URSS e l'Afghanistan.
Gromov stava così ponendo fine alla tragedia dei suoi uomini,
senza neppure tentare una scusa plausibile.
Quello fu il momento in cui il mondo s'accorse che il re era
vinto ed il suo regime finito.
La prima conseguenza si ebbe dopo nemmeno un mese, con
l'apertura dei negoziati C.F.E. (Conventional Force in Europe),
che dovevano stabilire il bilanciamento nel numero delle forze
armate delle due parti, presenti in Europa.
In tale conferenza, gli Occidentali misero sprezzantemente sul
tavolo delle clausole 6 che mai l'Unione Sovietica, al culmine
della sua potenza, avrebbe accettato.
Ora quello Stato moribondo doveva subire.
Il fatto, passato sotto la più assoluta indifferenza dei mass media
mondiali, fu però attentamente valutato e soppesato nelle
Cancellerie e nei luoghi deputati a fare politica seria.
Una ventata d'iniziative scosse tutti i paesi dell'est europeo ed
ognuno cercò di salvarsi dal naufragio, differenziandosi, in
qualche maniera, dall'impero che stava affondando e chiedendo
aiuto ai nemici di ieri.
La tragedia si compì celerissima.
Sul finire dello stesso anno, l'Unione sovietica cercò di
comperare dal suo nemico istituzionale, la Germania Federale,
una pace a qualunque costo, dando come contropartita l'intera
Repubblica Democratica Tedesca, il gioiello tra gli stati
comunisti.
Cadeva il muro di Berlino, la Germania tornava unita.
Alcuni, prendendo spunto da quello che era accaduto,
salutavano la vittoria definitiva del capitalismo, proclamandolo
come metodo di governo globale per la terra.
In pratica, si trattò di questo: in quei negoziati, che dovevano stabilire il
numero bilanciato degli aerei d’attacco delle due parti, gli Occidentali
pretesero di considerare inseriti, gli aerei della Marina da Guerra sovietica, in
quanto “land based”, cioe’ basati a terra, perche’ quella Marina non
disponeva di sufficienti portaerei, mentre gli aerei della U.S. NAVY, la
Marina da guerra americana, venivano esclusi da quel conteggio, con la scusa
che essi non stavano “sul territorio di una delle due parti“.
Ciò, naturalmente avrebbe avuto gravi ripercussioni, sull’equilibrio strategico
delle due superpotenze.
6
250
Altri si spinsero persino ad ipotizzare "la fine della storia"7,
prefigurando un "nuovo ordine", che avrebbe retto la politica
mondiale.
Al centro dell'Europa, nei suoi palazzi che avevano visto
partorire la storia degli ultimi duemila anni, il gigante polacco,
che aveva sconfitto l'ideologia materialistica dell'Impero
sovietico, non era affatto d'accordo.
La sua voce potente si sarebbe levata presto, alta e chiara.
D’altronde, anche l’altra religione mondiale, l’islamismo, stava
per approntare la sua carta da giocare per il predominio
mondiale.
Come si vede, la politica, cioè la storia delle lotte fratricide
dell’animale Uomo, non era certo finita.
Francis FUKUIAMA, storico americano di origine giapponese, in un suo
saggio, molto pubblicizzato, “La fine della storia e l’ultimo uomo“ postulò la
fine della storia con la vittoria degli Occidentali sull’URSS, in quanto tutto il
mondo si sarebbe organizzato ,d’ora in poi, secondo i modelli di vita del
sistema uscito vincente e non vi sarebbero più state modificazioni a tali
modelli.
7
251
TERZA ANTIFONA
Era così trascorso anche il 1989.
Come accade alle zolle continentali, che s'avvicinano l'una
all'altra di distanze infinitesimali, ma idonee a sommarsi tra di
loro, fino a produrre pressioni capaci di suscitare energie
immani, scatenantisi in cataclismi che tutto travolgono, così la
situazione politica, nell'impero russo, era giunta al punto di
rottura fatale, tale da costituire la linea, oltrepassata la quale,
non fu più possibile ritornare indietro.
Abbiamo già considerato le cause, visto gli effetti, stabilito le
ragioni che non potevano che portare dove si era giunti, espresso
il nostro stupore nel vedere cadere, in così poco tempo, un
impero e, soprattutto, un'idea, che era parsa riempire di sé tutto
il ventesimo secolo.
Eppure, alla sua nascita, nel secolo precedente, quell’idea era
stata salutata come il principio che avrebbe finalmente realizzato
l'età dell'oro sulla terra.
Esiste una situazione, che si ripete da sempre, nella Storia, ed
ogni volta che accade, suscita una meraviglia incomprensibile.
L'uomo, questo punto strategico, termine e paragone della
Natura, vede la Storia annodare ininterrottamente gli infiniti fili,
che compongono il proprio futuro possibile, in una sola treccia.
Essa rappresenta il nostro passato, ormai immutabile e certo.
Nel momento in cui i fili s'annodano, cioè nel presente, l'Uomo
scommette, di solito, su idee che gli sembrano essere
inconfutabili; mentre poi, alla prova dei fatti, esse, spesso, si
rivelano dei veri e propri fallimenti.
Se non altro, questo dovrebbe farci dubitare della facoltà, che gli
uomini invece si riconoscono volentieri, di saper valutare in
modo corretto gli avvenimenti, che si susseguono nella storia.
Frequentemente, gli stessi uomini compiono madornali errori di
valutazione, riguardo agli elementi che intervengono nella vita
della propria società, od anche solamente della propria persona,
tanto da non poterne uscire, non vittoriosi addirittura, ma,
almeno, onorevolmente.
Occorre però lasciare queste considerazioni malinconiche agli
specialisti, i quali dovranno spiegare altresì le ragioni per cui, le
tesi, con cui essi stessi illustrano i perché della Storia, tesi che
sembrano a posteriori chiarissime e ben congegnate, non siano
state, da loro, definite a priori.
In questo modo si sarebbero fornite valide ipotesi che avrebbero
così un gran peso; mentre, a fatto ormai avvenuto, i medesimi
motivi sembrano le famose ragioni del senno di poi.
252
A noi invece interessa seguire l'avventura di Monsignor
Tommaso Fernays, Vescovo ausiliare del cardinal Van Der Groe,
Primate cattolico del Belgio, dopo che l'onda d'urto
dell'esplosione nell'impero russo raggiunse tutto il mondo ed, in
particolare, l'Europa Occidentale.
Quell'onda fu terribile, perché spazzò via, non solo tutta la
struttura dei paesi dell' Est, quelli che una volta si chiamavano
"le Nazioni satelliti di Mosca", ma anche perché essa distrusse
certezze, travolse sistemi collaudati, colpì equilibri ormai
consolidati fin dalla fine della seconda guerra mondiale.
La tempesta, dopo che aveva liquefatto il blocco orientale,
scompaginò anche la compattezza e la rigidità del blocco
contrapposto, che conoscevamo come blocco occidentale.
Furono così liberate energie, prima compresse in nome dell'unità
d'azione, facendo riaffiorare rancori, già nascosti sotto la
necessità del bene superiore e riaffermando distinzioni e
particolarismi, che si credevano superati per sempre.
Purtroppo, quella tempesta riportò alla luce concezioni, come le
guerre di religione e le "operazioni di pulizia etnica", sinistre
parole che si credevano ormai sepolte nella storia e superate dal
progresso dell'ideale umano di razionalità.
Invece quei fantasmi erano sì sepolti, ma nell'inconscio
collettivo ed aspettavano solo che si fosse allentato lo spirito di
coesione, che aveva stretto l'Umanità in due blocchi, monolitici
perché contrapposti, per riemergere alla superficie.
Liberati dalla fine dell'incubo dell'olocausto atomico, gli uomini
s'aspettavano l'avvento dell'età dell'oro.
Qualcuno prevedeva, come abbiamo già visto, addirittura la
"fine della politica", perché ormai s'era dimostrato quale fosse il
sistema vincente e sicuro, per un ordinato sviluppo dell'Umanità.
Invece la realtà s'incaricava, al solito, di scompaginare i sogni
dell'Uomo.
Infatti non erano solo le guerre di religione e gli scontri etnici, le
novità per lo scenario planetario negli anni novanta.
Se così fosse stato, la situazione non sarebbe stata molto pesante
per la parte più "civile" dell'Umanità, abituata, da sempre, a
creare ghetti in cui rinchiudervi quelle realtà, che avrebbero
potuto arrecare fastidio alle orecchie più delicate.
Invece, altri mostri s'aggiravano per le Nazioni, colpendo, questa
volta, soprattutto quelli, che s'erano autodefiniti "I Paesi più
industrializzati" del pianeta, orgoglioso eufemismo per dire "Le
Nazioni più ricche che, per mezzo del loro potere, tenevano alla
loro mercé tutti gli altri Paesi della Terra".
Il più terribile di questi mostri, la "razionalizzazione del fattore
lavoro", sinistra perifrasi che, in realtà, produceva una
progressiva mancanza di lavoro, dopo aver domato ciò che, una
253
volta, si chiamava "La massa proletaria", ora aggrediva anche
"I colletti bianchi", cioè la classe media, spina dorsale d'ogni
Nazione.
È curioso notare come questo fatto, una vera e propria nemesi
storica, fosse diretta conseguenza della strategia messa in campo
dal blocco Occidentale per vincere il blocco Orientale.
Infatti, che cosa era avvenuto?
Ricordiamo che, per distruggere "l'Impero del Male", come il
Presidente Reagan aveva definito il blocco che faceva capo
all'Unione Sovietica, era stato messo in atto un sistema militare
e strategico che faceva perno sulla possibilità di rendere
inutilizzabili i missili nucleari russi.
Per sostenere l'immane costo che tale procedura inevitabilmente
comportava,
gli
americani
dovettero
attuare
una
razionalizzazione spietata del loro sistema di vita.
Insomma, l'imperativo per la società americana, invece d'essere:
"Come posso sviluppare armoniosamente la società, al fine di
raggiungere un miglior grado di progresso ?"
fu:
"Come posso razionalizzare ogni sistema di produzione, di
gestione e di consumo, al fine di recuperare risorse, in grado di
farmi vincere la lotta durissima contro il mio nemico, l'Impero
del Male?".
La gara fu vinta, ma le armi usate in quella gara si chiamavano:
robotica, impiego in ogni campo della "qualità totale", la
dottrina che insegna ad ottimizzare i profitti ed a ridurre ad ogni
costo le perdite, costituzione di mercati economici "globali", che
razionalizzavano ulteriormente il campo dell'economia, ma che
facevano dipendere, in maniera abnorme, la produzione dalla
finanza.
Inoltre, la riorganizzazione globale della società dei ricchi, fu
eseguita senza che il Potere statale avesse prima definito regole
certe e, soprattutto, morali, tali cioè da non conculcare il bene
comune, il diritto dei singoli e la protezione dei ceti meno difesi.
Le multinazionali e la produzione in genere, ottennero, in quel
frangente, enormi guadagni, procurati soprattutto con artifizi
d'ingegneria finanziaria e con espulsione di personale dal lavoro.
Chi poteva, approfittò del momento favorevole, scaricando, tra
l’altro, sulla collettività i costi altissimi dell'inquinamento, in
tutte le sue forme, e dell'abnorme rarefazione del mercato del
lavoro.
Il Potere abdicò, in tal modo, alla sua unica funzione sociale di
regolatore delle varie spinte settoriali e permise che coloro che
erano ricchi divenissero più ricchi a spese dei poveri, che, per
questo, divenivano più poveri.
254
La riorganizzazione selvaggia favorì l'arroganza del più forte e
permise inoltre che il mercato fosse invaso da speculatori e da
autentici gangsters, che non si fermavano dinanzi a nulla.
Essi, anzi, reclamavano, per loro, la qualifica di "operatori
economici che liberavano il mercato dalle aziende ormai
decotte, compiendo così un'azione benemerita per l'economia
del Paese".
Certo, ognuna di quelle azioni era corretta dal punto di vista del
capitalismo ortodosso, ma il problema era che la nostra società
aveva confuso il fine con il mezzo.
Il capitalismo diveniva sì più razionale, il mercato si faceva più
competitivo, le industrie riuscivano anche a guadagnare profitti
sempre più alti, quando sapevano resistere alla gelata della
depressione economica che spazzava via dal mercato i soggetti
più deboli con il vecchio metodo della legge della giungla, ma
l'Uomo soffriva.
Poiché, nel processo produttivo, l'elemento umano s'era
mostrato il più costoso ed anche quello che, con maggior
profitto, si poteva sostituire con le macchine, o con una sempre
più spinta razionalizzazione del sistema, i suoi gestori non si
misero neppure il problema.
Razionalizzare, in ultima analisi, significava compiere risparmi
lì dove era possibile, ed il modo migliore di risparmiare era
quello d'espellere forza lavoro.
Così i giovani non trovavano lavoro, il lavoro diveniva sempre
meno garantito.
Addirittura s'assisteva ad estromissioni dal lavoro, di elementi
d'alta capacità specialistica, che, una volta espulsi, non potevano
trovare altro lavoro, perché le loro specializzazioni erano rare e
non potevano esser riciclate a costo zero.
Inoltre, ad uno dei rari imprenditori che poteva offrire una
qualsiasi occupazione, conveniva assumere un giovane, che
costava meno di un elemento, già da molti anni inserito nel
mondo del lavoro.
Gli anziani si sentivano senza speranza di una serena vecchiaia e
senza scopo, perché la società era così esplosivamente
progredita, da rendere inutili quelli che, una volta, erano gli
indispensabili depositari della memoria collettiva della
comunità.
In questa situazione, sempre più schizofrenica, tutta la società
s'abbandonava a frenetiche ed irrazionali liturgie, che
rammentavano pericolosamente le folli corse in circolo dei topi,
impazziti per sovraffollamento.
Sport regredito al rango di aggressione, discoteche come tempio
del rumore assordante per stordirsi, tempo libero vissuto come
necessità di fare quello che facevano tutti, cura ossessiva e non
255
razionale del proprio corpo, perseguita mediante allenamenti
parossistici, medicine o, peggio, operazioni chirurgiche, inutili e
pericolose.
Quale era la causa di una tale situazione?
La mancanza di un modello di sviluppo che avesse come fine
l'Uomo.
Dopo aver visto morire l'idea di Dio, l'Uomo vedeva avvizzire
l'idea di Progresso umano: ad uno ad uno, i suoi ultimi ideali
svanivano.
Ma l'uomo ha bisogno d'ideali, deve credere in valori che
impegnino fortemente la propria esistenza, anche quando, in
realtà, egli non sta compiendo altro che azioni economiche.
Senza quei valori egli si riduce a vivere senza alcun valore, se
non quello del suo portafogli.
Ad esempio, il mercante che vagava nel Mediterraneo, ai tempi
dell'antica Grecia o di Roma, era un astutissimo commerciante
dei propri beni, che diffondeva in tutto il mondo allora
conosciuto.
Ma se qualcuno l'avesse interrogato sulla sua attività, certamente
egli avrebbe risposto, magnificando la propria funzione di
vettore della civiltà di Atene o di Roma nelle terre dei barbari e,
tutto sommato, egli avrebbe avuto ragione.
Che funzione sociale può invece attribuirsi ad uno speculatore
che, manovrando un computer, mette in ginocchio l'economia di
una nazione per suo specifico tornaconto, senza che il consesso
delle Nazioni abbia definito ciò un crimine e, soprattutto, trovato
il modo di bloccarlo e renderlo inoffensivo?
Non a caso questo tipo di struttura sociale ottimizza
l'organizzazione criminale, che persegue un unico scopo:
arricchirsi al più presto, in qualunque maniera, non retrocedendo
di fronte ad alcun ostacolo.
La cosa è triste e terribile, ma vera: la società ha poche armi per
contrastare questo cancro, una volta che la stessa società ha
accettato, come valore centrale, l'arricchimento ad ogni costo.
Ma, come configurare una legislazione universale che,
prescindendo da questi non valori, riporti l'Umanità nel solco di
una tradizione positiva, tale da ricostituire quell'ordinato
sviluppo che noi tutti chiamiamo civiltà?
Questo s'andava chiedendo, nei rari momenti in cui poteva
sollevarsi dal contingente, che occupava così larga parte della
sua giornata, il Vescovo Fernays, il nostro Tommaso.
256
CAPITOLO XXI
VENTI DI TEMPESTA
Avevamo lasciato Tommaso di fronte a quell'incredibile
rivelazione, che gli giungeva dalla notte dei tempi e che lo
riguardava personalmente.
La sua rigorosa formazione culturale non era ancora
completamente soddisfatta delle prove che aveva raccolto, né
aveva attribuito all'intera vicenda un valore catartico, tale da
fargli cambiare il corso della vita o modificare la sua
organizzazione mentale, imputandone la causa ad un motivo
misterioso, che avesse pilotato tutta quella storia.
Insomma, la sua conformazione logica, rigettante del tutto ogni
sia pur vago accenno al miracolo, alla magia ed all'intervento di
forze non razionali nella vita degli uomini, non accettava
elucubrazioni d'alcun genere, al riguardo della sua avventura,
ma solo la scarna sequenza dei fatti.
I fatti erano chiari ed ormai senza possibilità d'equivoci.
La sua famiglia, composta da una sequenza di rabbini ebrei, che
potevano far risalire la loro genealogia, con prove documentate
da testi antichi, fino all'alba della Nazione ebraica, era stata, nei
secoli, il nucleo inflessibile dell'ortodossia di quella religione.
Essa, nel corso dei secoli, si era caricata del pesante compito
d'essere la custode della Torah, la legge religiosa degli Ebrei,
così come questa s'era venuta stratificando, dal tempo di Mosè
fino alla definitiva struttura, che aveva assunto quella religione,
per il "Popolo eletto".
Naturalmente quella custodia non deve intendersi come assoluta
ed esclusiva: la Torah era la legge degli Ebrei, conosciuta da
tutti, studiata dai rabbini, professata da chiunque si ritenesse un
Ebreo osservante.
Però, per la preminenza spirituale, filosofica e culturale dei suoi
membri, la sua famiglia ebbe l'ambito onore e la grave
responsabilità d'essere ritenuta, nel corso dei secoli, una delle
voci più alte della religione ebraica.
La naturale ritrosia a mostrare un orgoglio, che non fosse solo
intellettuale, e la tragicità dell'avventura corsa dal popolo ebreo,
nella successione dei secoli, avevano nascosto il valore speciale
della propria famiglia nell'ambito della religione e della storia
ebrea, fino a farne perdere la conoscenza.
Erano rimaste famose solo le splendide individualità, che
avevano illustrato, nei secoli, il pensiero ebreo nei campi del
sapere e del riconoscere l'impronta di Javeh sul suo popolo, ma
non si volle far conoscere la lunga linea del sangue, che univa
quei grandi del pensiero umano.
257
Un altro segreto, che la sua famiglia volle tenere nascosto nei
secoli, fu la custodia dell'ultimo frammento originale di quanto
risaliva al Patto concluso da Jahveh con gli Ebrei, sul monte
Sinai.
Solo il ricordo della forma di quel frammento fu mutuato,
attraverso la qabbalah, nel ricordo collettivo del popolo ebreo.
C'era un passo, nel libro di maestro Leone, in cui era
chiaramente ricordata la storia della Menorah, il candelabro
sacro alla religione ebraica, fatto costruire da Mosè al tempo del
patto con il Dio di Israele.
Le fonti ufficiali narravano come quel candelabro fosse
scomparso ai tempi della cattività babilonese, per esser rifatto,
sullo stesso modello, quando gli Ebrei tornarono in patria, dopo
il decreto di Ciro il Grande, che li rendeva liberi.
Maestro Leone, invece, assicurava che il candelabro era stato
messo al sicuro, sotterrato da un membro della propria famiglia
e riportato alla luce in tempi tranquilli.
Ma tutta la storia della Menorah conservò sempre un carattere di
segretezza, che la famiglia Lewi, o come altrimenti si chiamò
nel corso dei millenni, non tradì mai, affidato solo al ricordo,
gelosamente custodito dai rabbini di quella famiglia.
Sicuramente quel segreto era dovuto alla preoccupazione di non
introdurre nella religione ebrea alcun elemento che potesse esser
considerato una reliquia, un talismano, un feticcio, come invece
abbondavano nella religione cristiana.
Questi, in quella religione, storicamente sono stati fonte
d'infinite distorsioni, non solo teologiche, facendo così deviare
le menti meno preparate, dallo studio e dall'adesione alla Legge;
cosa questa che, invece, è il carattere distintivo della religione
ebrea.
Un'ulteriore conferma, certa, perché data dalla scienza, venne
dall'esame che Tommaso, con infinite cautele, fece fare
dall'Istituto di metallografia applicata di Monaco, in Germania.
Il microscopio elettronico e quello a raggi X avevano dato una
risposta concorde.
Il reperto, sottoposto ad analisi, era risultato composto da oro
quasi puro; le impurità presenti in esso facevano supporre un
procedimento di fusione molto antico, tipico di quelli in uso
nella metà del secondo millennio avanti Cristo.
Altre analisi, confrontate con gli scarsissimi reperti dello stesso
periodo e collocazione culturale, ritenevano coerente quella
datazione, spingendosi ad ipotizzare, in maniera autonoma, una
fusione del pezzo avvenuta nella "Fertile mezzaluna"1, sempre
nel secondo millennio antecedente la nostra epoca.
Viene cosi chiamata quella vasta regione che si estende tra l’Egitto. il
deserto siro-arabico, l’Asia minore e l’Iran.
1
258
Le analisi storiografiche, bibliografiche e comparative, sui libri
preziosissimi, di cui era venuto in possesso, erano poi una sua
specifica competenza.
Tommaso s'immerse in quello studio, che l'appassionò per molto
tempo, riuscendo a determinare riscontri, che solo l'autenticità
del materiale, che stava esaminando, poteva dare.
Ma, come abbiamo detto, questo non divenne un'ossessione per
Tommaso; egli, tra l'altro, era preso da diversi e più urgenti
problemi, che investivano la sua attività pastorale, scientifica ed
anche politica, come la sua carica gli imponeva.
Certo è che, sempre di più, suscitava la sua ammirazione, il
balzo di civiltà compiuto dal popolo ebreo, da quando, unico tra
la moltitudine di popolazioni che abitavano la fertile mezzaluna
più di tre millenni or sono, aveva saputo elevarsi ad una
concezione monoteistica così forte e fortemente sentita.
Quella potente visione, generata da un concetto razionale molto
più evoluto delle teorie cosmogoniche, che l'uomo aveva saputo
ideare in quel tempo lontano, vivificata dal patto personale
stabilito tra un popolo e l'idea, che quel popolo aveva saputo
concepire per il proprio Dio, aveva fatto compiere un grande
progresso nella civiltà dell'Uomo.
Essa era giunta, in pochi secoli, ad esprimere il concetto del Dio
Unico per tutto l'Universo, ed a riconoscere che questo Universo
era la Sua opera.
Idea centrale della Storia, che non ha ancora trovato un modo
migliore per spiegare l'avventura dell'Uomo, ove non si voglia
ricorrere al Caso.
Tommaso aveva scartato quest’ultima ipotesi, al tempo del suo
rientro nella fede del Cristo, per l'intrinseca impossibilità di dare
all'uomo, per mezzo del Caso, una risposta al dolore ed al male.
Quindi, per spiegare il tutto, non rimaneva che l’idea di Dio.
Quest’idea, come prima istanza, si presentava come legge
morale, soddisfacendo in maniera particolare la naturale forma
mentis di Tommaso.
Inoltre, il sapere che il suo sangue, da millenni, partecipava
potentemente alla migliore estrinsecazione di quell’idea, era per
Tommaso motivo di ammirazione e d’orgoglio intellettuale.
L'ammirazione s'univa poi alla compassione ed al rimpianto, nel
ripercorrere le tappe tragiche che quel popolo aveva dovuto
compiere, per non abiurare la propria legge religiosa.
Pure, quell'ammirazione non aveva scosso l'intima aderenza di
Tommaso alla fede del Cristo.
Anzi, su questo tema, Tommaso ebbe un lungo e tormentato
conflitto interiore.
Egli riconosceva le colpe che i seguaci del Cristo, assurti al
vertice del potere, anche politico, tra gli uomini, avevano
259
commesso nei confronti di coloro che, per primi, erano giunti
alla formulazione di quell'idea superiore, che è il monoteismo.
Ma altrettanto chiaramente Tommaso individuava, nell'azione
del Cristo, un completamento del processo di conoscenza, che
era stato alla base della ricerca dell'unico Dio.
In quest’ottica, l'ebraismo era stato lo scopritore del come era
avvenuto il processo che aveva portato alla creazione del
mondo, al successivo espandersi della Natura, ed all'affermarsi,
in essa, dell'autocoscienza, in un essere che chiama se stesso:
uomo.
Nell'ambito di una tale concezione religiosa, era quindi sorta una
grande spiritualità, che aveva definito il perché del processo, che
s'era instaurato, e come questo doveva completarsi.
Veniva così data una ragione alla pretesa degli uomini di
sentirsi le creature predilette da Dio, in quanto derivanti dallo
stesso principio di razionalità, che è il carattere distintivo della
Divinità.
In altre parole, nell'ambito della religione ebraica, un Uomo
aveva visto chiaramente che, se si postula un Dio creatore, la
creatura che più forte ha il sigillo, il signum divino, può, a buon
diritto, anzi deve, riconoscere, in quel Dio, Colui che lo ha
creato, così come il figlio si riconosce nel padre.
Riconoscendo Dio come padre dell'uomo, può altresì esser
riconosciuto che quel Padre ha stabilito, nella Sua Creazione, un
percorso, un destino, un fine, per la sua creatura prediletta.
Come si svolga questo percorso non è dato conoscere, affinché
gli uomini possano esercitare il loro libero arbitrio.
Ma che il percorso esista è indubbiamente dato dal fatto che, ove
esso non esistesse, l'avventura umana non avrebbe senso; anzi,
sarebbe più logicamente coerente ipotizzare un Principio Divino
che si nutre del dolore dell'uomo.
Proprio dal concetto che i cristiani chiamano Provvidenza, la
"Buona Novella", Tommaso faceva quindi discendere
l'evoluzione che, per lui, v'era stata dall'Ebraismo al
Cristianesimo.
Egli ammetteva quindi un’evoluzione importante, senza però
ripudiare nulla di quello che era l'ebraismo, ma considerando il
Cristianesimo appunto un progresso, che sopravanza il punto di
partenza, ma non lo rinnega.
Dio, Padre, per mezzo di Colui che, per primo, s'era riconosciuto
suo figlio, manda un solo comandamento, che non annulla quelli
già dati a Mose sul Sinai, anzi li completa e li rende ancora più
razionalmente validi, inserendoli in un contesto logico, che
prefigura un fine per l'avventura umana.
AMATEVI.
260
Questo era il comandamento che il Principio divino inviava
all'uomo, per mezzo della propria Essenza che si era fatta carne,
per portare tra gli uomini la Buona Novella.
Ubbidendo a quell’ultimo Comandamento, senza rinnegare
quelli già dati a Mosè, l'uomo avrebbe realizzato il proprio
destino, con l'ausilio dello stesso Principio divino, che era lo
Spirito.
Esso doveva sovrintendere a quel percorso.
Ma, come si strutturava in sistema logicamente compiuto quella
religione che era derivata dal ceppo mosaico? Quali erano le
affinità? quali le differenze con l’ebraismo?
Abbiamo visto come il punto centrale del cristianesimo sia dato
dal fatto che esso, per primo, ha individuato e presentato
lucidamente la discendenza diretta dell’uomo dal principio
razionale.
Il Dio di Isacco è ancora incommensurabilmente distante
dall’uomo; questi non può nemmeno ardire di concepire un
qualche fine per la sua esistenza, che è interamente demandata
all’arbitrio divino.
In quel Dio vi è il tutto, il Bene ed il Male, ed intrambi sono
inconoscibili.
L’uomo è una entità trascurabile, che talvolta stava per essere
spazzata via dal Creato, per dimostrare la sua pochezza e la sua
precarietà.
Nella concezione cristiana, invece, l’uomo è necessario per lo
sviluppo dell’idea che è alla base della Creazione, egli è l’essere
che ha in se la scintilla divina, la creatura voluta dal Creatore per
attuare il suo disegno nel Creato, per godere di esso.
Questa discendenza è quindi una vera e propria eredità
spirituale; in questo senso l’uomo è figlio di Dio e Dio è
veramente Padre dell’uomo.
Da questa scoperta, squisitamente razionale, deriva
necessariamente l’idea del rispetto che si deve ad ogni scintilla
divina, ad ogni uomo, anche all’ultimo uomo della terra, anche
al malvagio.
Ciò, a sua volta, indica il percorso che porta necessariamente
alla scoperta dell’altro segno distintivo del cristianesimo,
discendente direttamente dal primo ed originale rispetto alla
posizione dell’ebraismo.
L’uomo, nel riconoscere in ogni suo simile, anche nel più
malvagio, anche nel più umile, la scintilla divina, deve ad essa
tutto l’amore di cui è capace, perchè, attraverso di esso, si
conferma quel legame che ci unisce a Dio.
Dalla constatazione del padre comune discende che tutti gli
uomini sono fratelli, non tanto per legame di sangue, ma per
discendenza dallo stesso principio costitutivo.
261
Questa potente visione, raggiunta per la prima volta dal Cristo, è
la prima parte della buona novella, il messaggio rivoluzionario
del cristianesimo, che si completa con l’assicurazione di un
sicuro destino per l’uomo, mediante l’attuazione di quel disegno
che i cristiani chiamano Provvidenza.
Quindi, la religione del Cristo, permette di superare, pur
comprendendola interamente, la posizione dell’ebraismo, di
andare oltre la legge del taglione.
Tommaso, infine, pur non negando il miracolo della Grazia,
riconosce che tutto questo itinerario intellettuale, questo enorme
passo avanti sulla strada della comprensione dell’universo e
della necessarietà dell’uomo, si può compiere anche mediante
un percorso razionale, senza alcun altro intervento, senza l’aiuto
di complicati strumenti teologici, che avrebbero appannato la
lucida bellezza e la consequenzialità dell’intera costruzione
logica.
La fede, dunque, nasceva per Tommaso dall'aderenza
dell’intelletto umano ad un concetto che, ideato nella propria
razionalità come ipotesi più valida tra quelle possibili, era
riuscito a spiegare anche le realtà amare del nostro Universo.
Realtà come il dolore, il male, l'infelicità, che, negli altri
modelli, avrebbero fatto precipitare la mente umana nello
scetticismo più assoluto, senza possibilità di riscatto.
Ma, se il dolore e l’angoscia erano state le porte, attraverso le
quali Tommaso era rientrato nella fede del Cristo, egli non si era
fermato all’ombra di quei tetri propilei, come fa la gran parte dei
preti, per affermare l’unica, certa verità del mondo celeste,
negando ogni validità al mondo dell’uomo.
Questo particolare cristianesimo, che pure è stato gran parte
della dottrina del Cristianesimo storico, utile a coloro che lo
gestivano per definirsi i soli capaci di insegnare il modo,
mediante cui giungere alla salvazione, aveva costruito una
dottrina che dominava completamente l’uomo, negandogli ogni
validità al di fuori di essa ed immergendolo in un’atmosfera
cupa e punitiva.
Tommaso invece, attraverso la scoperta della Provvidenza come
sola possibilità di liberarsi dall’idea di un universo illogico,
recupera, oltre che un disegno razionale del Creato, anche una
validità propria dell’uomo, che non ha più bisogno del dolore
per giungere a Dio, che non deve più temerlo, per amarne la
grandiosità del Disegno e che, quando è giunto, in qualsiasi
modo, a comprenderne la necessità, riesce persino a farsi una
ragione del male e del dolore.
Proprio su questo punto centrale, Tommaso pone quel tanto di
preminenza che egli riconosce al Cristianesimo sull'Ebraismo.
262
Tommaso determina così, il valore liberatorio del concetto di
Provvidenza cristiana, teso ad un fine ultimo non ignoto, ma
anzi certo ed entusiasmante.
Concetto questo, invece, non ancora presente nella religione
ebrea; essa, infatti, vieta a Giobbe di conoscere la ragione della
propria sofferenza e non gli da neppure la certezza della validità
del percorso dell’uomo.
Questo era stato il dibattito mentale, nello spirito di Tommaso,
confermando, così, la necessità di aderire razionalmente ad un
processo logico perfettamente intelligibile prima che la fede,
diretta conseguenza dell'adesione a quel processo, spiegasse
tutte le connessioni e le implicazioni possibili.
Tutto il resto è Teologia, misero tentativo di comprendere nella
propria razionalità, ancora finita, l'infinita razionalità che è alla
radice del tutto.
Così la sua mente, pur non ripudiando il miracolo, non ne aveva
fatto il momento centrale della sua fede, giungendo a quello che
alcuni hanno chiamato:”cristianesimo adulto”.
Quindi, per lui, il problema era concluso.
Nel mentre però, Tommaso si trovava immerso nel contingente
della vita quotidiana, che stava vivendo un momento
particolarmente difficile, per il posto che egli occupava.
L'intima adesione alla sua antica aspirazione di portare innanzi
ogni minima possibilità di razionalità e, perciò, di moralità, era
veramente ardua da realizzarsi, in quelle condizioni difficili.
Infatti le straordinarie vicende, cui faceva da sfondo lo sfaldarsi
di un mondo che, andando alla deriva, rendeva evidenti terribili
drammi umani e sociali, portavano alla luce infinite miserie
morali; esse, come spesso accade, erano la conseguenza di
miserie materiali.
Certo, il muro di Berlino era caduto, e l'avvenimento aveva fatto
gridare al miracolo ed alla possibilità, anzi alla certezza, che
l'Umanità si sarebbe incamminata sulla strada della
razionalizzazione dei rapporti tra gli Stati, prodromo e causa
della razionalizzazione dei rapporti tra gli uomini.
Invece abbiamo visto che l'Uomo non era ancora pronto a
compiere un salto di qualità che, anche in campo evolutivo, gli
specialisti del ramo assicurano essere la norma di procedura 2.
Sembra ormai accertato che, al contrario di quel che pensava
l’evoluzionismo ai suoi primordi e la stessa scienza antica ( Natura non facit
saltus ), la natura conservi invece, per lunghi periodi di tempo, una
situazione sempre uguale a se stessa.
Poi, il cambiamento arriva all’improvviso, per opera di un’individualità o di
un gruppo,o di circostanze favorevoli, magari originate da variazioni
genetiche.
2
263
Tommaso aveva chiaramente individuato la ragione che
impediva all'Umanità di compiere quel salto di qualità.
Per definire un modo di vita che determini un livello superiore
d'esistenza, occorre che, chi lo postula, sia il portatore di una
somma d'ideali possibili; migliori di quelli del precedente
livello, e tali da esser irradiati, con la forza delle idee, per tutta
l'Umanità.
Insomma, occorre essere il vettore di un modello di civiltà,
superiore a quello esistente.
Naturalmente questa constatazione, sia pure importante, non
faceva procedere per nulla la ricerca di quel modello di civiltà e
l'uomo, quando non cammina sulla strada della civiltà, si perde
nei viottoli dei propri fantasmi involutivi perché, come si è
detto, il sonno della ragione suscita mostri.
Così, in quell'epoca, che era stata salutata come l'inizio di una
nuova era di pace per l'Umanità, non essendo l’uomo ancora
capace di compiere il necessario salto di civiltà, tornavano gli
antichi flagelli, come sempre accade, quando l'uomo non è
sorretto da un ideale vero.
La carestia, che nelle regioni progredite assumeva l'aspetto della
mancanza di lavoro, mentre nella gran parte del pianeta essa si
presentava con le stesse, antiche, consuete vesti della mancanza
di cibo.
La fame, che uccideva letteralmente milioni d'individui in tutto
il mondo.
La guerra, che aveva assunto i connotati tragici di guerra etnica
e di religione, non fermandosi dinanzi ad alcun orrore.
La paura, che, sempre negli Stati più progrediti, indossava le
vesti della criminalità organizzata nella vita sociale, mentre,
nell'intimo d'ogni persona, prendeva i connotati dello stress,
dell'angoscia, del non saper più vivere in modo sereno;
caratteristica questa che è il frutto di una collaudata civiltà.
Inoltre la paura si manifestava come paura fisica, nel vedere la
propria vita trattata come se essa non avesse più alcun valore.
La malattia, il mostro che stava colpendo più subdolamente;
proprio quando si credeva ormai vinto ed estirpato dalla vita
dell'Umanità, l’antico flagello si ripresentava con nuove,
diverse malattie, che attaccavano l'uomo in maniera più sottile e
più terribile.
Come sempre, i quattro cavalieri colpivano i più deboli, le
persone più fragili, le genti più indifese, i popoli meno capaci
d'imporsi un modello di vita, idoneo a contrastare il folle
galoppo di quei mostri.
Questo cambiamento fa compiere un salto evolutivo tale da sopravanzare, in
tempi brevissimi, lo standard del momento, per posizionarsi su di un livello
superiore.
264
Spesso, quando l'assurdità della situazione faceva temere
l'impossibilità della vittoria sui mali del mondo, Tommaso si
chiedeva quale potesse essere una via d'uscita.
Come elemento trainante di un'Ecclesia che era, oltretutto, anche
una struttura sociale, egli s'interrogava su come dovesse
riconfigurarsi la Chiesa, per far fronte a quegli antichi mali, che
stavano colpendo nuovamente, e sempre più pesantemente,
l'Umanità.
Se la Chiesa del primo millennio era stata strutturata per la
ricerca di una legittimità, che rendesse idoneo per tutta
l'Umanità il messaggio del Cristo, se la Chiesa del secondo
millennio aveva saputo iniziare a liberarsi da quell'ansia di
Potere, che l'aveva percorsa per tutti quei secoli, come doveva
essere la Chiesa del terzo millennio?
Certo che il gigante polacco, l'uomo che aveva saputo
distruggere l'idea atea del comunismo, sfruttando sì le occasioni
che la Provvidenza gli aveva fornito, ma soprattutto avendo
avuto il coraggio d'ergersi da solo contro il dispotismo sovietico,
proprio nel momento in cui questo sembrava invincibile, Papa
Wojtyla, doveva averla, una sua idea.
Tutto faceva pensare che Egli avesse compiutamente elaborato
un modello di come dovesse essere la Chiesa, per riconquistare
quel ruolo, che una volta fu di potere e che ora sarebbe stato,
molto più razionalmente, di autorità morale, d'indirizzo, per
porre l'ideale cristiano come fondamento del millennio che si
sentiva prossimo.
Eppure quel concetto "Imperiale" del ruolo della Chiesa non
soddisfaceva del tutto la mente razionale del gesuita.
Forse occorreva, ancora una volta, imbarcare quell'idea sui
leggeri battelli del metodo, caro al suo Ordine, per condurla nel
vasto Oceano del rapporto dialettico con la realtà, per vedere
come quel concetto sapesse navigare.
Dall’esame di quella navigazione, era necessario quindi trarne
le conseguenze, per una possibile, anche se impercettibile,
correzione di rotta, in modo da renderla più adatta alle necessità
dell'Uomo del terzo millennio.
Così, mentre procedeva, per quanto era in suo potere, a rendere
meno tragiche le condizioni di coloro che soffrivano e di cui egli
avesse conoscenza e possibilità d'intervento, Tommaso aveva un
pensiero segreto.
Egli si preoccupava, o, sarebbe meglio dire, si dilettava ad
immaginare logicamente, come sarebbe dovuta essere
l'organizzazione della Chiesa, per rispondere, in maniera sempre
più razionale, alle sfide che l'enormità dei problemi portava alla
capacità dell'azione umana nel risolverli.
265
Per affinare sempre di più questa sua inclinazione, Tommaso
non perdeva occasione nell'interessarsi ad ogni fatto, evento o
possibilità in cui quei problemi venivano trattati.
Per questo, egli era divenuto sempre più intimo al gruppo
d'esponenti europei di cui era diventato amico, riconoscendo alla
loro opera un'importante funzione, collimante con la propria,
che era quella di portare avanti il discorso sulla sempre maggior
razionalità, necessaria all'ordinato sviluppo dell'uomo.
Una volta Tommaso, nei primi anni novanta, partecipò ad un
convegno, tenuto da un originale, giovane studioso italiano.
La tesi, espressa in quell'occasione, era la seguente 3 :
"Il concetto di Europa nasce, venticinque secoli or sono, dallo
scontro tra i Persiani dell'Asia ed i Greci europei.
I primi sono un insieme di genti sottomesse al potere regale, loro
padrone; i secondi rappresentano il concetto, antitetico, della
libertà dell'individuo, che non accetta padrone.
Gli uni sono una moltitudine di sudditi, tenuta insieme dalla
paura; gli altri sono una società di uomini liberi che si struttura
nella Polis, creazione originale di una civiltà, la nostra civiltà,
che da essi prenderà le mosse.
Ecco un primo carattere distintivo dell'idea che noi, ora,
chiamiamo Europa: i suoi cittadini si riconoscono nell'ideale di
libertà.
Coloro che non accettano quell'ideale sono i barbari, quelli che
pongono l’essenza della loro vita sociale nel concetto di Maestà.
Molti sono i principi informatori con cui si sono strutturate le
diverse civiltà dell'uomo.
Oltre al concetto di Maestà, già incontrato, possiamo enumerare:
Lo spirito del Clan; esso è caratteristico delle tribù nomadi e
delle genti che sono all'inizio del proprio iter, come popolo.
L'assoluta sottomissione a Dio, compiutamente rappresentato
dall'Islam.
La "via di mezzo", riassunta e continuamente arricchita nella
tradizione dei padri, propria del Confucianesimo.
Il superamento delle passioni, insito, in maniera particolare, nel
Buddismo.
L'imperialismo nazionalista, che ha dato esempi deleteri come il
Tenno giapponese o il nazional socialismo Hitleriano.
Tutti questi modelli, nel corso della storia, sono stati piegati e
sconfitti dal modello nato in Grecia, in nome della libertà.
La libertà ha poi, alcune idee subordinate, che ne chiariscono e
ne accrescono il significato compiuto.
L’autore sente il dovere di affermare che molte delle tesi espresse nelle
pagine seguenti sono postulate nel libro di M. CACCIARI “GEOFILOSOFIA
DELL’EUROPA“ opera già precedentemente citata.
3
266
La prima libertà si esplica nel parlar liberamente, cioè nel non
esser distolti o intimoriti dal concetto su cui si fonda il tipo
d'organizzazione cui la Grecia fu antagonista: il concetto di
autorità, tipico degli Imperi, di cui quello persiano fu il
prototipo.
Inoltre, per poter resistere alle imposizioni della forza, la libertà
deve, in massimo grado, cercare ogni tipo di sapienza, di
conoscenza; anche quella, la più difficile, rappresentata
dall'analisi delle proprie debolezze e dei propri vizi.
Così il genio greco pone sul frontone del tempio l'esortazione,
che è soprattutto un'indicazione operativa, nell'impari battaglia
che deve esser portata contro la forza: "Conosci te stesso".
Infine la libertà greca, per non scadere essa stessa nell'arbitrio,
ha bisogno di un padrone.
Questo padrone è il "Despotes Nomos", la legge della Città.
A differenza di quello ebreo, che pone il raggiungimento dell'età
dell'oro nel futuro, mediante un progressivo processo di
razionalizzazione dell'uomo, nell'immaginario greco la mitica
stagione della pace universale era posta all'inizio della storia,
anzi prima di essa.
Ciò sta a significare che lo spirito greco concepisce la storia
come necessità di crescere, di portare innanzi il proprio ideale,
anche con la guerra, se necessario.
Quindi la "Polis", tipica struttura sociale greca, la "Politeia", la
politica, come la intendevano i greci e la guerra, che essi
chiamavano "Polemos" (come, del resto avevamo già visto)
sono le facce di una stessa realtà, tanto connesse da avere la
stessa radice semantica.
Perciò i custodi della Polis saranno dei guerrieri, cioè coloro che
considerano la guerra uno stato normale, nelle relazioni tra le
varie genti.
Anzi il loro concetto di polemos si manifesterà all'esterno della
polis, ma anche all'interno di essa, non rifuggendo dalla guerra
civile, intesa come scontro d'interessi e d'idee tra i vari gruppi,
all'interno della medesima organizzazione sociale 4.
Rimane da evidenziare l'impulso a crescere, ad espandersi,
tipico d’una società di uomini liberi, come s’era venuta
configurando nella Grecia del V secolo avanti Cristo.
Quest'impulso resta un segno distintivo che, dalla polis greca, si
travasa e pervade tutta la civiltà occidentale, conferendo un
Il processo di appropriazione culturale della validità della forza e’
compiutamente espresso da B. PASCAL, quando questi riconosce: “ Non
potendo conferire la forza alla giustizia, si è resa giusta la forza, affinchè
giustizia e forza fossero insieme, e ci fosse così la pace , che è il bene
supremo”. ( Pensées, 299- riportato da M. CACCIARI op. cit.)
4
267
impatto micidiale, su tutta l'Umanità, all'altro segno
caratteristico di questa civiltà: il commercio.
Il commercio, inteso alla maniera "occidentale" del termine, cioè
non come uno scambio, un baratto vicendevole tra i diversi
prodotti che le varie comunità possono produrre e quindi
permutare per le quantità in sovrabbondanza, ma come ricerca
dei mercati più ricchi, come possibilità di penetrazione nei
territori altrui, come opera di conquista economica, è un sistema
che ha un nome sinistro: imperialismo.
Nasce così una politica, che abbandona presto le vecchie idee di
libertà o le usa come paravento, limitando quella libertà solo al
proprio gruppo, mentre, con gli altri, attua l'antica legge della
giungla, che s'affida molto spesso alla guerra, e pone, come
principio, la pretesa del più forte.
Questo è il tipo di commercio, ideato ed attuato dalla "Civiltà
Occidentale".
Per questo l'Ateniese ha “casa nella sua mente”, non possiede
terra né radice, né casa, ma è tutto teso a conoscere nuovi
mondi, che diverranno, per lui, nuovi mercati, e la civiltà che
egli ha creato si espande su una direttrice privilegiata: il mare.
Eppure questa costante, questa caratteristica inquietudine
dell'idea che, dall'Atene del V secolo scende e si sostanzia
nell'idea Europa 5 è sempre in bilico: l'Europa è un'idea malata.
Essa è nemica d'ogni quiete, in continua situazione di crisi,
anche se queste crisi sono le cause che hanno reso così
splendente il genio di Europa in ogni campo.
L'unico antidoto allo spleen, alla sofferenza, alla disperazione, è
il riso, la possibilità, anzi la necessità di sottoporre ogni idea
all'"Eironeia".
Così, necessariamente, l'Europa è anche dissacrazione d'ogni
valore, sradicamento di ogni ideale, distruzione d'ogni sogno che
l'uomo, nella sua primitiva innocenza, possa fare.
Quindi, se si vuol superare la situazione di tragica impasse in cui
si è venuta a cacciare la civiltà nel momento attuale, occorre
rivedere l'organizzazione politica che ci stiamo trascinando da
venticinque secoli, per studiarla alla luce delle nostre attuali
possibilità e conoscenze, al fine di giungere ad una nuova
visione sociale.
Gli ordinamenti sociali che si sono succeduti nei millenni della
nostra storia, possono essere così enumerati:
l'organizzazione territoriale di tipo agricolo (nomos=pascolo)
nell'evo antico,
Naturalmente, quando si parla di idea Europa, si deve includere, a maggior
ragione, l’America, che già Hegel aveva visto come gigantesca “Translatio
imperii “ dell’idea Europa. cfr. M. CACCIARI op. cit.
5
268
la res publica Christiana nell'età di mezzo,
lo Stato, inteso alla maniera europea, nell'epoca moderna.
Solo se sapremo innalzarci per un successivo gradino, potremo
instaurare un nuovo "Ius Gentium"6, un miglior modello
comportamentale, più adeguato alle necessità dell'Umanità del
terzo millennio".
Molto discussero quegli uomini investiti di grandi
responsabilità, nell’Europa che stentava a nascere e che
qualcuno, evidentemente, voleva uccidere nella culla,
considerando i guasti che quell'idea aveva portato all'Umanità,
in venticinque secoli di estrinsecazione.
Il problema era reale e realmente sentito, da ciascuno di loro.
Anche se ognuno aveva puntualizzato le diversità
d'interpretazione, che le loro posizioni assumevano nel
confronto dei problemi di dettaglio, tutti, alla fine, si trovarono
d'accordo sull'intera questione.
L'idea Europa, pur nello splendore della sua storia, era nata con
il peccato originale della competizione, del conflitto, della
guerra come condizione naturale e permanente tra gli uomini.
Solo se si fosse riuscito a sublimare tale impostazione mentale,
facendole perdere ogni accenno di conflitto come mezzo
risolutore per ogni tipo di contesa, l'idea Europa avrebbe potuto
proseguire il suo cammino glorioso, nella civiltà dell'Uomo.
Altrimenti essa sarebbe stata, più o meno tardi, più o meno
traumaticamente ma, comunque sempre drammaticamente,
soppiantata da una diversa organizzazione sociale.
Se l’Uomo poi non fosse stato in grado di superare l’impasse,
che stava sbarrando la sua storia, la sua traiettoria di civiltà
poteva considerarsi conclusa.
“ Legge delle genti “, cioè un nuovo ordinamento che regoli i rapporti
sociali, su scala internazionale.
6
269
CAPITOLO XXII
NUOVI COMPITI
Ormai l'incarico, di vescovo ausiliare del Primate del Belgio,
non rappresentava compiutamente l'opera, e l'importanza, che
l'azione di Tommaso andava realizzando, nel cuore dell'Europa.
La propria posizione cattedratica rivestiva, sempre di più,
un'autorità indiscussa e continuamente sviluppantesi in tutti i
difficili settori della teologia cattolica, dell'esegesi testamentaria
e delle implicazioni che il vescovo gesuita aveva dato alle
proprie conclusioni, nel suo campo specifico d'indagine.
Tommaso, al di là del proprio ambito specialistico, aveva
raggiunto una competenza tale, nell'insieme dei rapporti umani e
politici, da fare di lui una delle figure di riferimento, per quel
cattolicesimo di punta che egli intendeva portare innanzi.
La sua azione sicura nasceva anche dalla consapevolezza
d'attuare un percorso logico, il cui filo era nelle mani del proprio
superiore, il Cardinal Van der Groe.
Spesso la propria linea di condotta sembrava svincolata da ogni
indicazione proveniente dall'alto, per le coraggiose iniziative che
sarebbero state certamente considerate temerarie, se non
avessero sempre raggiunto lo scopo che esse si prefiggevano.
Ogni organizzazione umana lascia i propri membri più attivi
giocare nel campo delle possibilità e se ne accaparra il merito,
quando queste azioni raggiungono lo scopo prefisso; salvo
sconfessarle, quando esse falliscono, adducendo come scusa
l'imprudenza dei giovani e ristabilendo, in questo modo, la
potestà dell'Autorità costituita.
In altri termini, ora toccava a Tommaso ballare, così come il suo
padre spirituale, l'attuale Cardinal Van der Groe, aveva ballato,
come semplice segretario del Cardinal Bea, ai tempi remoti del
Concilio Vaticano II.
Tommaso mostrava sempre di più di sapersi muovere in quel
campo infido, in cui si confrontavano le migliori intelligenze, i
più grandi interessi, le più inconfessabili aspirazioni.
La politica, a livello internazionale, era divenuta, in questo
modo, la sua azione più incisiva, quella che avrebbe potuto
bruciarlo con più facilità, ma anche quella che gli permetteva
270
d'essere al centro del problema dell'Uomo, mentre il millennio
stava per finire.
Così, grandi segreti erano passati dal suo studio, dal preallarme
per un tentativo di golpe che avrebbe dovuto sbalzare Gorbacev
e reintrodurre in Russia il comunismo più ortodosso, nel 92, alle
più segrete intese tra i rappresentanti di Germania, Francia ed
Inghilterra nel tentativo di portare innanzi la costituzione di
un'Europa, che ciascuno voleva a suo modo.
Anche i contatti, mai fino allora neppure ammessi, tra i capi
della rivoluzione palestinese ed i responsabili di Israele, avevano
visto lo zampino del vescovo gesuita.
Anzi, a questo proposito, basti considerare come, per mezzo del
proprio metodo, che qualcuno s'ostinava a definire gesuitico, ma
che tutti ricercavano, quando si doveva esser sicuri dell'assoluta
segretezza, dell'imparzialità di giudizio e della sincera ricerca di
una possibile soluzione dei problemi, Tommaso era pervenuto al
cuore dell’alta politica.
Egli era, ad esempio, divenuto il corrispondente fidato ed
efficace dei capi religiosi iraniani, quando questi volevano
parlare concretamente con i massimi dirigenti dell'Occidente,
senza scandire le truci massime di guerra, che urlavano i propri
seguaci.
Insomma, non spinto da calcoli sottili di "carriera", ma mosso
dal generoso impulso di portare il proprio contributo di un
briciolo di razionalità, per districare le ingiustizie di un mondo
che stava precipitando nell'irrazionalità più selvaggia, Tommaso
s'era gettato in quella lotta, che era così congeniale al proprio
carattere.
Per questa ragione, egli provò uno strano sentimento, come
quello che prova un figlio quando sente il proprio padre, finora
avaro d'affetto esternato, finalmente aprire la propria anima e
mostrare quanta sofferenza fosse costata il trattenere questo
affetto, per non intralciare l'opera del figlio.
Infatti Tommaso era stato chiamato dal cardinal Van der Groe,
con una strana voce.
Subito recatosi dal Presule, egli lo trovò come mai l'aveva visto.
"Figlio mio - iniziò il Cardinale - dopo tanti anni vissuti
insieme, mentre vedevo la tua opera farsi sempre più sicura ed
incisiva, mi è giunta da Roma una proposta che è quasi un
ordine.
Un ordine per me dolorosissimo, perché mi priva dell'opera di
mio figlio, ma che non posso non accettare, perché è giusto.
Il Vaticano, che già da tempo conosce il tuo valore e stima le tue
capacità, vuole che la tua sede vescovile non sia più " in
271
Partibus infidelium ", ma ti chiede, per porti a capo di una
grande Diocesi metropolitana, nella tua Nazione, la Francia.
In questo modo ti si da la possibilità d'esercitare nella maniera
più difficile, ma più entusiasmante, il tuo magistero, avendo la
responsabilità di uomini, che è la più grande delle
responsabilità, quella in cui più facilmente si possono
commettere errori ".
" Eminenza -lo interruppe Tommaso- mi rivolgo a Lei come ad
un padre: mi dispensi da questo grave compito, cui non mi sento
preparato e che non ambisco".
"Proprio perché io mi sento e sono tuo Padre, almeno
spirituale, non mi opporrò a questa decisione.
La comune idea che abbiamo della nostra religione c'impone di
confrontarci con essa nei campi più diversi e più difficili, al di
là delle nostre preferenze e dei nostri comodi.
Tutta la tua vita è stata una preparazione a questo compito e tu
sarai un buon pastore d'anime, un buon Vescovo, anche se io
dovrò cercare di nuovo un figlio, per fargli condurre la mia
casa.
Ma so, già da adesso, che difficilmente potrò trovare un figlio
così rispondente alle mie attese, quanto lo sei stato tu: per
questo rimarrai sempre nel mio cuore, come il figlio prediletto.
Adesso vai, se non vuoi vedermi commuovere troppo e
considera questo un ordine, ad maiorem Dei gloriam ".
Così dicendo, l'anziano Presule, mentre stava dando la mano al
suo sostituto per il rituale bacio dell'anello, lo tirò a se,
stringendolo in un abbraccio così forte e così inatteso, da
lasciare il povero Tommaso senza possibilità di replica.
Più tardi, mentre stava ascoltando nel suo studio, all'Università
di Lovanio, il cicaleccio dei passeri che, al tramonto, diventava
quasi una canzone alle meraviglie del Creato, Tommaso pensava
al momento che stava vivendo.
Avrebbe dovuto abbandonare la sua vita di studio e di proficue
relazioni, avrebbe dovuto lasciare quell'Università, a lui così
cara, avrebbe dovuto rivoluzionare la propria esistenza.
Il senso di spleen, che lo stava invadendo, non era altro che il
portato del sentimento d'assuefazione ad una situazione
conosciuta, la nostalgia di una realtà nota, contrapposta al
disagio di una prestigiosa condizione ignota, o almeno di cui
aveva poca dimestichezza.
Tale condizione non era, per quanto lo riguardava, neppure
molto ambita, benché, nel senso comune, la nomina ad una sede
272
vescovile rappresentasse il coronamento della carriera di un
prete.
Questo era quanto di più lontano potesse essere, dal modo di
pensare di Tommaso: ricerca di una carriera, senso di
compiacimento per il riconoscimento del proprio valore, più
elevati livelli d'inserimento e di possibilità.
Tutte vanitates, che la sua coscienza aveva sepolto insieme con
la propria famiglia, in un tempo così lontano, che gli sembrava
quasi appartenuto ad un'altra esistenza.
Ecco, quello invece era il significato della sfida: lasciare la
realtà nota, in cui era confortevolmente inserito, per confrontarsi
con un altro tipo di realtà, di cui non conosceva la dimensione.
Ma lui era un soldato dell'Ordine, che più di tutti reclamava
obbedienza assoluta.
D'altronde, anche se non vi fosse stato un comando preciso, la
sua vivacità intellettuale gl’imponeva di non arretrare di fronte
ad alcuna sfida, di non lasciarsi sommergere dal conosciuto,
perdendo così la sua propensione al dibattito delle idee, che è la
più sicura garanzia dell'esser vivi.
L'unico sentimento di nostalgia era rivolto al suo Cardinale, che
aveva saputo così bene nascondere la sua fiducia di padre
spirituale, da svelargli la sua apprensione per il distacco, solo
dopo averlo promosso ed approvato, dopo una vita in cui era
sembrato solamente essere esigente al massimo grado, nei suoi
confronti.
Ora capiva fino in fondo la ragione di quella severità ed il
motivo per cui il Cardinal Van der Groe non s'era mai lasciato
andare nei confronti del suo pupillo.
L'allenamento era ormai completato, un altro duro difensore
della Fede, intesa come la intendeva il Cardinale, era pronto,
l'addestramento era finito.
273
CAP.XXIII
PASTORE DI ANIME
La cattedrale di Reims, in Francia, è uno dei massimi
monumenti che lo spirito dell'uomo abbia saputo elevare, per
testimoniare il suo credo nel Dio cristiano.
La meravigliosa costruzione gotica, in cui, per antica tradizione
erano incoronati i Re di Francia, s'offriva in tutto il suo slancio
verso l'alto, quasi un grido di pietra verso il cielo, nel giorno in
cui era consacrato il suo nuovo presule.
Egli, per effetto di quella nomina, era divenuto arcivescovo di
una delle sedi più prestigiose della Cattolicità.
Le antiche vetrate, risalenti al XIII secolo, istoriate con
meravigliosi colori, davano un senso irreale alla cerimonia, che
sembrava compiersi in un universo indeterminato, senza tempo,
sempre uguale a se stessa.
L'Arcivescovo Tommaso Fernays, nei suoi paramenti splendenti,
la mitra preziosa sul capo, i guanti bianchi su cui sfavillava
l'anello, simbolo della sua nuova dignità, il pastorale, che
Tommaso aveva scelto antichissimo, per riaffermare il senso di
una tradizione che non doveva esser persa, tutto contribuiva a
dare un contenuto mistico alla cerimonia che stava volgendo al
termine.
La commozione dei suoi parenti, che vedevano la sede
arcivescovile da cui dipendeva Epernay retta dal loro caro, era
vera e veramente sentita.
Ma la teoria delle persone venute ad ossequiarlo e che
cercavano di carpire un segno per entrare nella sua benevolenza,
la schiera del clero che dipendeva da lui, attento a ricavare un
qualsiasi indizio, per conoscere la maniera di comportarsi nei
suoi riguardi, le manifestazioni di compiacimento per la nomina
e di devozione personale al nuovo Presule, tutto era forma.
Tommaso avvertiva immediatamente quella forma e, pur non
opponendovisi, la giudicava correttamente, non come
un'adesione alle proprie idee, ma come un inchino al Potere.
Ancora una volta, il suo pensiero si rivolse, grato, al proprio
padre spirituale, il Cardinal Van der Groe, che gli aveva
inoculato il vaccino con cui difendersi dalla vanità del mondo.
Naturalmente, conoscere il problema non significava averlo
risolto: tutto si giocava nei primi approcci che Tommaso doveva
gestire al meglio, se voleva iniziare un'efficace opera nel suo
nuovo incarico.
274
Così, terminata finalmente la cerimonia, il suo ausiliario, che lo
stava aiutando a togliersi quei preziosi ed antichi paramenti, gli
dette motivo per cominciare a render noto il suo modo di
pensare.
Questi accennò, non troppo velatamente, all'episodio che aveva
visto Tommaso, qualche anno prima, opporsi all'allora
Arcivescovo di quella diocesi, in occasione della diatriba sulla
malattia, inviata da Dio per punire l'Umanità, macchiatasi di così
grandi colpe.
Il prete parlò quindi del grave scandalo che l'episodio aveva
allora suscitato, specialmente in quella zona, retta allora da un
Presule, certo di non larghe vedute, come era l'attuale
Arcivescovo.
Il collaboratore di Tommaso stava completando il proprio
discorso con un panegirico sull'opera dello Spirito Santo, che
aveva saputo trovare un Capo finalmente all'altezza dei tempi
per la loro Chiesa, quando fu interrotto dal nuovo Arcivescovo.
"Non pensa, Monsignore, che il mio predecessore, di venerata
memoria, non avesse le ragioni che riteneva di avere, quando
intervenne in quella disputa che, sono sicuro, intraprese al solo
scopo di far recedere le anime a lui affidate da comportamenti
non consoni alla nostra Fede?
Ormai l'insegnamento di Giovanni XXIII, che fa correttamente
distinguere l'errore dall'errante, dovrebbe essere patrimonio
comune della Chiesa e farci capire che un comportamento,
quando è in buona fede, cioè senza tendere coscientemente al
male, deve esser sempre valutato come un'acquisizione dello
spirito umano.
Quell'idea può esser combattuta sul piano della liceità e della
prassi, ma la lotta non deve mai esser portata contro
l'individuo, sempre e comunque degno di rispetto, specialmente
quando noi crediamo che egli sbagli.
Io sono sicuro che Lei non intendeva mancare di rispetto al mio
predecessore, ma solo farmi notare che Ella è al mio fianco, per
le prove che ci attenderanno.
La ringrazio per questa sua offerta di collaborazione; sono
sicuro che essa è senza doppi fini e sappia che la terrò nel
giusto conto".
Lasciò così il suo interlocutore frastornato, perché non aveva
capito se il suo superiore l'aveva rimproverato o ringraziato, ma
ormai conquistato all'azione del nuovo Arcivescovo, che era
quanto s'era ripromesso Tommaso.
Un ulteriore tassello nell'opera d'acquisizione di una precisa
identità intellettuale e morale, in modo da essere
immediatamente recepito dai suoi fedeli nella forma esatta che
275
egli s'era prefisso, Tommaso la portò avanti nella prima
intervista, che gli venne richiesta da un importante quotidiano di
Parigi.
Al giornalista famoso, che iniziò un poco provocatoriamente,
come del resto era in carattere con la professione che esercitava,
chiedendo in che modo doveva chiamarlo, se Eccellenza per il
suo titolo religioso, professore per le sue referenze accademiche,
plenipotenziario per i suoi trascorsi diplomatici, maestro per la
dottrina che egli predicava, Tommaso rispose sorridendo.
" Conosco un solo maestro, alla cui opera cerco faticosamente
d'adeguare i miei sforzi.
La ringrazio di considerarmi un plenipotenziario, benché la mia
opera sia consistita quasi esclusivamente nel fare da passacarte
per autorità ben più importanti della mia persona.
Per quanto riguarda i miei titoli accademici, in questo sono un
seguace di Socrate, che si considerava il più ignorante fra gli
uomini.
Per finire, lasciamo che il titolo di Eccellenza sia attribuito solo
dopo che i meriti, se ci saranno, siano stati sanciti e cassati,
cioè a dopo che io non sarò più "Eccellenza".
A me interessa una sola cosa: che chi si rivolge a me, sappia di
parlare non alla persona, alla maschera, al simbolo che
rappresento, ma all'amico, al fratello, al padre che cercherà
d'aiutarlo, fin dove è possibile.
Io, comunque, gioirò con lui per le sue vittorie, quando esse
siano lecite, e piangerò con lui per le sue sconfitte, quando non
avrà altri che lo possano consolare.
Se proprio mi si vorrà dare un titolo, senza chiamarmi per
nome, che invece è la maniera più diretta per comunicare,
allora chiamatemi Prete.
Come Lei sa, prete significa "Anziano", perciò: "Colui che è il
depositario della cultura della mia gente", perché questo era
l'ufficio degli anziani, quando essi avevano una precisa funzione
nella nostra civiltà.
Ora che questa mansione è negata, viene, per la medesima
ragione, messa in dubbio l'essenza stessa di quella che noi
chiamiamo civiltà.
Questo non significa che io auspichi una società statica, una
società senza slanci, simile al Confucianesimo, che basa la sua
essenza sul rispetto della volontà del padre.
Ma il padre non va ucciso: va superato con un processo logico
che permetta, anche al padre, di vedere l'esistenza del figlio, su
un piano superiore alla propria.
Solo così si può avere un ordinato sviluppo, una sequenza senza
strappi; essi sono sempre dolorosi e quasi mai, portano ad un
progredire senza sofferenza.
276
Naturalmente questo non significa che gli strappi, le
rivoluzioni, quando non sia possibile sbloccare la situazione in
altro modo, siano, in ogni circostanza, da escludere.
Essi sono una triste necessità, che serve a portare innanzi,
comunque, quel processo continuo che noi chiamiamo civiltà.
Processo che si svolgerebbe in maniera più armoniosa se i
giovani sapessero attendere, mentre acquisiscono esperienza, ed
i vecchi sapessero lasciare, quando è giunto il momento.
Ma questo processo è essenziale per l'Uomo.
Esso è la sua ragion d'essere, la sua caratteristica primaria, il
perché della sua nascita sulla terra.
Per questo, esso è un fenomeno insopprimibile, un qualcosa che
non si può arrestare in nessun campo, neppure in quello
religioso, senza provocare un fenomeno di compressione che,
inevitabilmente, si risolve con una deflagrazione, tanto più
violenta, quanto più lunga e forte è stata la compressione.
Questa è appunto la funzione corretta del Potere: provvedere ad
evitare i fenomeni di compressione sociale che in qualsiasi
maniera, in ogni campo, possono attentare all'ordinato sviluppo
della civiltà.
Quando il Potere obbedisce alla funzione sociale che l'ha
suscitato e che lo legittima continuamente nella società, avremo
un ordinato sviluppo, che genera progresso e contribuisce
all'espandersi di quella che noi definiamo civiltà.
Quando invece il Potere prevarica i propri compiti, esso diventa
prepotenza, che si manifesta sempre mediante la violenza.
Oppure, quando il Potere non sa, non vuole o non può compiere
la propria azione, permettendo che accadano quei fenomeni di
compressione sociale che ricordavamo prima, esso giustifica la
reazione che, inevitabilmente, esso stesso innesca".
" È la terza volta che Lei parla dei fenomeni di "compressione
sociale"; può soffermarsi su questo termine, cercando di
renderlo più esplicito?"
"Lei è un buon giornalista e mi ha subito colto in flagranza di
reato "accademico".
Il termine astruso, come tutti i termini specialistici, non e
nient'altro che il reato di cui si macchia, chi non obbedisce al
Comandamento che impone "Non fare agli altri quello che non
vorresti che fosse fatto a te".
Quel comandamento discende direttamente dalla legge divina,
che impone l'amore tra gli uomini, ma è presente anche nello
spirito laico, in quanto è una diretta derivazione del principio
logico, che suscita ogni corretta organizzazione intellettuale.
277
Così, il principio anzidetto è il diretto ispiratore della morale
autonoma di Kant; egli pone, infatti, nell'uomo, esattamente
come la morale cristiana, il fine d'ogni azione in questo mondo.
Per concludere e per essere più esplicito, come è nella mia
natura, considero fenomeni di compressione sociale ogni rapina
dell'uomo sul proprio simile, ogni tentativo di prevaricazione,
ogni possibilità di escamotage dai propri doveri, primi tra tutti
quelli sociali, come l'obbedienza alle leggi dello Stato.
L’uomo deve custodire, nella sua più intima essenza, le regole
morali; esse sono il segno distintivo dell'Umanità.
Egli, per sua natura, quando non è sorretto da un rigoroso
senso morale, tende a rifuggire dai propri obblighi.
Lo Stato invece, per definizione, deve dare corso al contratto
sociale che è alla base della sua costituzione, dando forma e
potere, a tutti i livelli, ad Autorità idonee a garantire la corretta
applicazione di quel contratto sociale.
Ogni organizzazione statale che si discosta da questo archetipo
dà origine a fenomeni di compressione sociale.
Quindi, lo Stato deve sovrintendere rigidamente all'applicazione
del contratto sociale tra i suoi cittadini, custodendo e
rinnovando continuamente il corpus delle leggi che regolano
quel contratto, perché esso sia sempre più conforme alle nuove
realtà che si presentano agli uomini”.
"Lei ha parlato di morale cristiana e morale laica; me ne può
fare un confronto, illustrandomene i punti di contatto e le
differenze?"
"È questo un campo vastissimo per lo specialista, tale da fargli
facilmente perdere di vista scopi ed obbiettivi.
Ma noi dobbiamo parlare per l'uomo comune, per il fornaio che
mi vende il pane, se vogliamo raggiungere lo scopo di farci
capire.
Dunque, tra i molteplici significati che l'uomo ha dato al
termine "morale", quello più semplice è:
"teoria razionale del bene e del male, cioè l'insieme delle
regole di condotta, razionalmente definite ed adottate
dall'uomo".
Evidentemente, quelle regole servono ad instaurare
comportamenti tali, da facilitare l'ordinato sviluppo della
società.
Sarebbe lapalissiano dire che tali regole non attengono il
campo delle scienze naturali, ma quello delle scienze sociali;
anzi esse sono la base costitutiva di tali scienze.
Intendo affermare che, mentre non può esistere una morale per
il leone o per la formica, animali non autocoscienti e quindi
278
strettamente determinati nel loro comportamento dall'ambiente,
deve comunque esistere una morale per l'uomo, animale
autocosciente.
Egli ha saputo sciogliersi, per una certa misura, dai vincoli del
comportamento innato, per arrivare ad avere un
comportamento che noi chiamiamo culturale, perché vediamo in
esso il segno dell'autocoscienza dell'uomo, cioè della sua
caratteristica di rendersi conto dell'universo che lo circonda.
Pertanto qualsiasi tipo di società ha bisogno, per svilupparsi, di
un insieme di regole comportamentali, in altre parole di regole
morali.
Dove diverge la morale cristiana dalle altre morali?
La morale cristiana sa che esiste un percorso, che questo
percorso può essere tortuoso o, addirittura, può tornare
indietro, che, in esso, ogni uomo è libero di manifestare il bene
o il male, di cui è portatore.
Ma, alla fine del percorso, ci sarà, per coloro che hanno seguito
quelle regole, dettate appunto dalla morale, un destino; questo
li condurrà alla contemplazione dell'Assoluto, che li ha creati.
Ogni altro tipo di morale, se esso è sufficientemente evoluto,
pone le stesse regole comportamentali della morale cristiana, o
almeno non pone regole in contrasto con questa, ma non ha la
certezza di percorrere una via, non ha la consolazione di sapere
che la propria azione genera una conseguenza corretta.
Lei sa che la mia chiamata alla fede è giunta in ritardo, dopo
una gioventù spesa in altri ideali.
Essa fu determinata da una tragedia, che sconvolse la mia vita
e che non sarebbe stata da me sopportabile, se non avessi avuto
un’improvvisa, assoluta certezza.
Ogni tragedia, per quanto devastante, per quanto tremenda, per
quanto grande, non può arrestare il corso di quel fiume di vita,
che è indirizzato ad un obbiettivo finale: il Cristo.
Questo è il punto: o l'uomo si sente in balia di ogni evento che
lo può annientare, e allora la vita è una tragedia che non vale
la pena d'essere vissuta, o si deve per forza ipotizzare un fine,
uno scopo.
L'enunciazione più logicamente corretta di questo fine, di
questo scopo, finora è stata data dalla dottrina dell'Uomo di
Nazareth, che ha saputo trovare questa finalità nel vecchio
tronco dell'Ebraismo, religione che tuttavia mantiene tuttora la
propria validità, come enunciato classico di una fede
monoteistica".
279
"Sta facendo un paragone tra la religione cristiana e la
religione ebraica; la prego, continui a specificare meglio le
differenze e le affinità tra le due grandi religioni monoteistiche.
Anzi, giacché siamo in argomento, parliamo delle tre grandi
religioni monoteistiche, mettendo nell'esame comparativo anche
l'Islam".
"Non ho alcuna difficoltà ad affermare che la religione cristiana
è uno sviluppo della religione ebraica, una particolare
confessione, mi si perdoni il termine, che ha saputo trovare una
risposta razionalmente efficace al grido disperato di Giobbe,
l'uomo giusto colpito dalla sventura.
Anche la religione ebraica sente il grido di dolore di Giobbe, e
lo riporta in quel libro, che è uno dei vertici della letteratura
mondiale; ma, di fronte a questo dolore, non sa rispondere
nient'altro che l'uomo non può conoscere il mistero di Dio.
"Dio me lo ha dato, Dio me lo ha tolto; sia benedetto il nome
del Signore".
Nemmeno il cristiano riesce a penetrare il mistero di Dio, ma il
suo Dio, per mezzo del Cristo, gli si rivela Padre e lo rassicura;
esiste un disegno, è stata tracciata una via, è assicurato un
traguardo.
Per la mia sensibilità e per la mia logica, questo è uno sviluppo
importante.
L'ultima grande religione monoteistica, l'Islam, deriva
storicamente dalle prime due.
Essa conserva lo stesso concetto del Dio unico, ma pone
l'accento sull'assoluta sottomissione dell'uomo alla divinità.
Questo concetto è valido ed importante, ma la particolare
esplicazione che di esso hanno fatto i popoli dell'Islam, ha
rallentato la spinta propulsiva della civiltà islamica, cui
tuttavia, storicamente, dobbiamo il raccordo tra la nostra
civiltà e quella greco romana.
Se si vuole raffreddare e superare le tensioni che minacciano
l'ordinato sviluppo dell'Umanità, occorrerà capire le ragioni
dell'Islam, cercando una soluzione che non contrasti con le
ragioni degli altri, ma che ne sia un armonioso componimento,
nella ragione dell'Uomo.
Guai, se ci porremo di fronte all'Islam con la stessa certezza
della propria ragione, che ha contraddistinto la nostra storia,
nel periodo buio dell'imperialismo coloniale, cui purtroppo la
Chiesa ha dato spesso la propria Croce, perché se ne servisse
come spada.
L'Umanità non sopporterebbe un contrasto così distruttivo.
280
Così, se vogliamo festeggiare il millennio che si chiude con un
atto di fede delle tre religioni monoteistiche nel Dio unico,
dovremo prima porre in essere le azioni, che serviranno a
disinnescare la grave tensione tra i popoli, che sono
l'espressione di quelle religioni.
Anzi, dovremo fare di più: dovremo cercare, e trovare, una
diversa legislazione, una nuova fonte di diritto, che vieti lo
sfruttamento dell'uomo sul proprio simile, che contemperi le
ragioni della forza con la forza della ragione, che ponga
nuovamente l'uomo al centro dei valori della nostra società.
Questa nuova legge dovrà riconoscere l'Umanità nel suo
complesso, e non un singolo uomo, o una più o meno ristretta
classe di uomini, come destinatario unico dello sviluppo
tecnologico.
Questo superiore Ius gentium dovrà saper usare la forza del
capitalismo, senza esserne reso schiavo.
La moderna societas ha dimensioni planetarie: le regole che
dovranno governarla dovranno avere validità planetaria e
dovranno puntare sulla qualità della vita dell'uomo, di ogni
uomo della terra, come unico metro di paragone.
Per questo, invoco un nuovo patto sociale, un patto che
accomuni tutti gli uomini in quanto tali, senza alcuna
distinzione.
Già da tempo la Chiesa ha aperto un dialogo con coloro che si
professano non credenti.
La Chiesa è sicura che essi, se uomini di buona volontà,
potranno dare un importante ed utile contributo che, insieme
con il nostro, sia alla base del nuovo diritto delle genti, che noi
auspichiamo.
Il percorso che dobbiamo compiere è lo stesso; i non credenti
non sanno dove questo percorso porterà, noi sappiamo che il
percorso ha uno sviluppo logico ed una finalità conseguente.
Le nostre diversità non sono tali da non farci stabilire regole
comuni per quel percorso, regole che discendano dal comune
senso della dignità umana e della centralità dell'uomo, nella
risoluzione d'ogni problema".
"A quanto sento, Ella si presenta come un combattente di razza,
completamente impegnato nel portare innanzi una religione, che
pone tutte le sue ragioni logiche nella ricerca di una sua
struttura morale, che ne giustifichi la presenza nel mondo
attuale.
A questo punto Le ricordo la posizione di un grande scienziato,
Albert Einstein, che ipotizzava tre tipi storici di religioni.
La prima è stata, storicamente, la religione del terrore,
suscitata nell'uomo primitivo dalla paura delle forze della
281
natura, tanto più potenti di lui e rafforzata dalla " casta
sacerdotale ", che su questo terrore basa la propria necessità e,
quindi, le proprie fortune.
Un importante passo avanti si è avuto successivamente con
l'instaurarsi della religione morale, quasi una sublimazione dei
sentimenti sociali.
Nasce così "il Dio-provvidenza che protegge, fa agire,
ricompensa e punisce".
Einstein va oltre ed ipotizza la "religione cosmica".
Cito testualmente: "Ma in ogni caso vi è ancora un terzo grado
della vita religiosa, sebbene assai raro nella sua espressione
pura, ed è quello della religiosità cosmica.
Essa non può esser pienamente compresa da chi non la sente,
poiché non vi corrisponde nessun'idea di un Dio
antropomorfo"1.
Come risponde Ella alla postulazione di Einstein?"
"Conosco quel passo del grande scienziato e su di esso la mia
ragione si è lungamente fermata a discuterne le ragioni e le
implicazioni, ma andiamo per ordine.
Per prima cosa sgomberiamo il campo dall'idea di un Dio
antropomorfo: solo la non confidenza del grande scienziato con
la problematica teologica, poteva far considerare attuale, ad
Einstein, l'idea di una visione antropomorfica di Dio.
L'attuale teologia cattolica considera l'idea di Dio come
"Personale", non certo perché veda in lui quell'austero signore
dalla lunga barba, costantemente in pigiama e con un curioso
triangolo sopra la testa, comodamente seduto su una robusta
nuvola, come se lo raffiguravano le nostre nonne.
L'idea di Dio come "Persona" implica il riconoscimento di una
volontà trascendente il Creato, preesistente ad esso e tale da
porsi anche fuori dalla propria creazione, il Creato appunto,
perché sia evidente l'antitesi Creatore-Creato, con tutto il
corredo teologico che questo rapporto pone.
Inoltre, occorre assicurare che l'assunto di Einstein, circa la
religione cosmica, non è originale, in quanto prima di lui, molti
pensatori l'avevano fatto proprio; ma questo non toglie nulla
alla sua validità.
Se non vado errato, Einstein pone tra i campioni di questo tipo
di religiosità Democrito, Francesco d'Assisi e Spinoza.
Se egli fosse stato un poco più addentro a queste faccende,
avrebbe inserito, tra quei grandi del pensiero, Gioacchino da
Fiore e, per altri versi, Tommaso Campanella e Giordano
A.EINSTEIN Come io vedo il mondo - La teoria della relatività.
Newton Compton ed. 1976 pag. 25.
1
282
Bruno, fino a comprendere, allargando ancora il concetto,
l'antesignano di quel filone di pensiero e cioè Platone.
Come sa ogni discreto studente del primo anno di filosofia, sto
parlando della particolare tendenza dello spirito umano che
suole chiamarsi Mistica2.
Tendenza mirabile, che pone l'uomo in un vortice di sensazioni,
fino a fargli raggiungere direttamente il contatto con l'Assoluto.
Contatto entusiasmante, essenziale per l'individuo; capace, tra
l'altro, di farlo pervenire anche ai vertici dell'arte e, quindi,
della spiritualità umana, partendo da qualunque esperienza
mistica, quella cattolica di Santa Teresa d'Avila e quella laica,
ma religiosissima, di Rabindranath Tagore 3.
Questa è l'esperienza, chiamata religiosità cosmica da Einstein,
il quale, tra l'altro, confessava una sua certa repulsione ad
avvicinarsi agli altri uomini, tendenza tipica dei mistici.
Come tutti gli uomini che sentono il valore delle avventure
dell'anima, conosco bene il misticismo, poiché esso è una via
importante per raggiungere l'Assoluto ed amo profondamente le
vette che esso ha saputo raggiungere.
Ma il misticismo è esperienza di pochissimi, assolutamente non
trasmissibile, come qualità dell'anima, in alcun modo, e quindi
tale da non poter, in nessuna maniera, risolvere i problemi
dell'uomo su questa terra.
Vede, facendo i debiti paragoni, pensare di usare l'esperienza
mistica per proporla come costituente una religione universale è
come cercare d'andare sulla luna usando i calcoli e le
conoscenze scientifiche di Verne.
In altre parole l'esperienza mistica, come tutte le ascensioni
all'Assoluto, ha un enorme valore speculativo ed anche, in una
certa misura, propedeutico, ma appunto perché rappresenta un
particolarissimo percorso dell'anima, del tutto personale, non
può avere valore universale.
Se poi vogliamo cercare i mistici, nessun posto al mondo ne è
pieno come i monasteri cattolici di clausura, le grandi regole
che comandano persino il silenzio assoluto, i luoghi di
macerazione, in cui l'anima perde ogni residuo di materialità
per elevarsi alle più alte vette della spiritualità.
La mia natura mi spinge invece, molto più modestamente, ad
interessarmi del mio simile, a soffrire la "Simpatia", cioè a
Si definisce MISTICA quella credenza nella possibilità di un’unione intima
e diretta dello spirito umano col principio fondamentale dell’Essere.
Il fenomeno essenziale del misticismo è ciò che si chiama estasi.
3
Rabindranath THAKUR anglicizzato in TAGORE, 1861/1941, scrittore e
filosofo indiano di nobile famiglia braminica, venuto in Inghilterra per
studiare diritto, tentò un’affascinante sintesi tra il pensiero occidentale e
quello orientale, raggiungendo alti vertici di misticismo laico.
2
283
farmi carico dei suoi problemi per cercare d'aiutarlo a
risolverli, a consolarlo quando questi problemi sono
irresolubili, a battermi con lui e per lui affinché quegli stessi
problemi vengano, in qualche modo, risolti.
Quindi nel processo dialettico che vede, nella stessa Chiesa,
trovar posto per il mistico, che si chiude fuori del mondo per
elevarsi a Dio e per l'uomo che tenta, faticosamente, di portare
un granello di giustizia in questo mondo, io vedo un'impronta
particolare di verità.
Ma voglio andare ancora più innanzi nel discorso.
Così come salvo e stimo l'esperienza mistica, anche laica, fuori
dalla religione cristiana, sono pronto a riconoscere, ed a
ritenere della stessa valenza di quella religiosa, l'esperienza di
tutti coloro che, in buona fede, si battono per portare comunque
un grano di giustizia, che poi è un grano di razionalità, nel
mondo dell'uomo.
Come mirabilmente disse Giovanni XXIII, essi, anche se non si
professano cristiani, ubbidiscono allo stesso comandamento
morale.
Se non vogliono, per qualunque ragione, esser chiamati
cristiani, mi onorerò di chiamarli, e considerarli, uomini di
buona volontà, in tutto cittadini dello stesso mondo, che noi
vogliamo costruire.
Quanto poi all'uomo che si fa prete per sbarcare il lunario o,
peggio, per intraprendere una carriera, sono completamente
d'accordo con Einstein: quel signum è usurpato e chi l'ha
usurpato dovrà renderne conto".
"Dalle sue parole mi sembra quasi di capire che il suo possa
esser definito quasi un "cattolicesimo liberale".
Non crede che questi due termini siano in antitesi?"
“ Come diceva Socrate, prima d'iniziare una discussione,
occorre stabilire chiaramente quale sia il vero significato delle
parole.
Se, per liberale Lei intende un concetto tale da propugnare una
teoria economica che aiuta l'uomo a crearsi gli strumenti più
adatti per vivere in condizioni migliori, posso essere d'accordo
con Lei, fino a che questi rimangano strumenti, in pratica mezzi
per innalzare la vita dell'uomo, che è il fine.
Divergo totalmente quando questi strumenti sono usati per
ridurre l'uomo ad una schiavitù più subdola, perché meno
evidente ma ugualmente coercitiva, soprattutto quando essi
sono impiegati per perpetuare e rendere più forte lo
sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
284
Se invece l'aggettivo liberale è posto come condizione che
implica la famosa proposizione " Posso non esser d'accordo con
te, ma mi batterò fino all'ultimo, perché tu possa esprimere le
tue ragioni", allora concordo totalmente, con buona pace di
tutti i mangiapreti, che cercano, attraverso di essa, di
dimostrare una supposta preminenza dello spirito laico.
Anzi, al riguardo posso assicurare che mi sento
particolarmente legato a Voltaire 4, non solo perché la sua
arguzia filosofica mi è sempre stata particolarmente cara, ma
perché il suo spirito corrosivo è da me ben conosciuto ed usato,
per abradere le incrostazioni dell'animo, quando queste sono
molto dure, e per stasare condotti dello spirito, da gran tempo
intasati".
“In questa maniera Lei, in definitiva, esclude, come erronea,
tutta l’” american way of life”, in quanto fondata sulla
competizione e sul mito del vincente, che è la molla del
capitalismo?”
“La competizione è un elemento altamente positivo, quando
obbedisce al metro di giudizio che abbiamo individuato, cioè
l’uomo.
Quanto al mito del vincente, esso, in verità, è esattamente
quello che dice la sua definizione: un mito, una favola dalle
implicazioni erronee e pericolose, a cui dobbiamo sostituire la
certezza dell’uomo che porta avanti i confini della propria
umanità, in qualunque campo questa si esplichi.
In quest’ottica, ogni sfruttamento è da condannare, anche
quello che non riconosce all'uomo il suo incontestabile diritto a
godere della Natura incontaminata, o almeno non
irrimediabilmente guastata, come era quella che è stata, fino a
pochi anni or sono, il suo retaggio naturale”.
"Finora Lei ha posto petizioni di principio, che fanno onore a
quel particolare tipo di Cattolicesimo che Ella, ed altri
illuminati esponenti della sua religione, impersonano.
Ma quali sono le linee operative di questo cattolicesimo e come
si differenziano dalla religione del Potere, che siamo abituati a
riconoscere in esso?"
"Finalmente si entra nel vivo del pensare, cioè nel fare,
nell'agire, che sono i prodotti sani del pensiero, se non si vuol
affogarlo in vane elucubrazioni.
In breve, perché ormai abbiamo parlato troppo: nel campo
sociale.
Recentemente Papa Giovanni Paolo II ha detto:
4
Francois-Marie ARUET, detto VOLTAIRE, 1694/1778,filosofo e polemista.
285
"Di fronte all'inaudita miseria di fasce enormi della
popolazione mondiale è così stridente il contrasto tra le forme
antiche e nuove di cupidigia, che, per tutti, vi è la necessità di
una scelta fondamentale circa i beni della terra: liberarsi della
loro tirannia.
L'idolatria del danaro è incompatibile con il servizio a Dio.
Spetta in particolare alla Chiesa esser povera tra i poveri.
Ai religiosi il compito di procurare la vera ricchezza, che è di
ordine spirituale 5 “.
Nel campo politico.
Occorre estirpare il seme della violenza mediante lo strumento
della ragione. Bisogna convincere noi tutti che la forza della
ragione è più conveniente, più giusta, più forte, della ragione
della forza.
È necessario far compiere un grande progresso alla nostra
civiltà: sostituire il concetto di forza con il concetto di ragione.
Nel campo religioso.
Occorre ripensare il cammino fin qui seguito dalla Chiesa di
Cristo, usare il bisturi per trarne fuori gli errori che si sono
incapsulati nella sua carne viva.
Penso agli errori verso le altre religioni.
Mi riferisco alla religione ebraica, cui tanto dobbiamo;
all'Islam, verso cui abbiamo colpevolmente abbandonato il
rispetto che si deve ad una religione che proclama la sua fede in
un Dio unico, per innalzare la nostra croce come spada che
conquistava con la 351, in nome di un colpevole senso di
superiorità.
Penso al rispetto, che pure dovevamo, verso la caratteristica
umana più preziosa, la ragione, che la Chiesa, un tempo, ha
conculcato perché non concedeva a nessun altro pensiero
d'occupare la mente dell’uomo, rifiutandosi perfino di guardare
nel cannocchiale di Galileo.
Penso alle posizioni di sterile chiusura verso le altre dottrine
filosofiche e di pensiero, in cui la Chiesa, solo recentemente ha
saputo riconoscere quel grano di verità, presente in tutte le
manifestazioni umane, quando queste sono dettate dalla buona
volontà.
In questo campo sterminato, che è vasto quanto il pensiero
umano, vanno poi considerati quei problemi a se stante, isole di
un mare che pure bisognerà percorrere.
Il problema della donna nel mondo e nella Chiesa.
L'omosessualità.
Dichiarazione riportata dalla Televisione di stato italiana- Televideo
30/11/94 pag 117.
5
286
Una regolamentazione delle nascite che non cozzi contro la
natura dell'uomo, ma che tenga presente la qualità della vita
come requisito primo della vivibilità.
Il problema del sesso e del suo modo d'intenderlo.
La funzione del prete nella società.
Il concetto di democrazia nella Chiesa.
Infine, quel mare ha abissi paurosi e scogli infidi, tempeste
terribili e mostri orrendi.
Come definire altrimenti quei problemi che noi tutti
conosciamo, perché ci passano quotidianamente vicino, ma di
cui non ci preoccupiamo per nulla, di là da una distratta
esecrazione?
Essi si possono riassumere con una frase: la mancanza di
compassione, in altre parole il mancato riconoscimento
dell'umanità che è fuori di te, genera il progressivo
imbarbarimento dell'umanità che è in te.
Non riconoscendo il debole, il solo, il malato, il vecchio, il
morente, ti condanni senza speranza quando tu sarai debole,
solo, malato, vecchio, morente.
Questa visione del mondo è esattamente l'opposto di quella che
ci ha lasciato l'Uomo di Nazareth.
Come tutte le idee negative, essa contiene in se la pena, per la
colpa commessa, nell'averla scelta come idea base per il nostro
modo di vivere.
Infatti la mancanza di compassione, che vede l'uomo teso
unicamente a soddisfare il proprio istinto egoistico, affinandolo
con la spasmodica ricerca della ricchezza, ultimo ed unico
ideale rimastoci, ideale rozzo e negativo, genera tutti i mostri
che abbiamo evocato.
La droga, che sta sovvertendo l'ordinato sviluppo delle nostre
popolazioni.
La malavita organizzata, che vive come un essere immondo,
nutrendosi delle sciagure degli uomini e moltiplicandole
all'infinito.
L'intolleranza, che genera il razzismo, mostri che credevamo
estinti.
Lo sfaldarsi della famiglia, perché ognuno corre pazzamente
verso i nuovi bisogni, che sono solo sovrastrutture, mentre
dimentica le più vere ragioni della nostra vita, che sono esaltate
nel nucleo primordiale dell'avventura umana, la famiglia.
La mancanza di lavoro, che strangola il vivere civile e permette
che prosperino i mostri.
La mancanza di remore, di freni inibitori della nostra società,
che rende ancor più pericolose le nostre scoperte scientifiche,
permettendo ad un essere ancora immaturo, di maneggiare
287
strumenti così rischiosi, quando non se ne conoscono gli effetti
o non si ha la statura morale per dominarli.
Ed infine, più grave di tutti, la mancanza di contenuti ideali, che
ha sterilizzato la nostra civiltà, impedendole di concepire un
nuovo modello di sviluppo che superasse finalmente la legge
della giungla, facendo compiere all'uomo quel balzo verso una
morale superiore, cui pure è destinato.
Ogni persona cosciente si rende conto che, ove l'uomo fallisse
quell'obbiettivo, l'umanità sprofonderebbe in un'epoca buia, di
cui non so neppure valutare l'estensione temporale e gli abissi,
in cui ci trascinerebbero i mostri, finalmente padroni della
storia.
Come vede, l'insieme dei problemi è immenso e probabilmente il
tempo per risolverli, prima che essi divengano irresolubili, e
quindi distruggano la nostra civiltà, è poco.
Ma Giovanni Paolo II ci ha ammonito a non aver paura, di non
disperare.
Lo stesso concetto di Provvidenza che mi ha reso logicamente
proponibile questo mondo, altrimenti improponibile per la
ragione dell'uomo, m'induce al medesimo sentimento di
fiducia".
288
CAPITOLO XXIII
LA DISCIPLINA È UNA VIRTÙ ?
L'eco delle parole dell'Arcivescovo di Reims trascese i ristretti
limiti dell'entourage legato alla Chiesa cattolica, per divenire
presto un simbolo.
D'esso s'impadronirono subito i mass media, nella loro
incessante ricerca del verosimile, trucco con il quale i
manipolatori dell'informazione mascherano la loro assoluta
indifferenza per la verità.
Come ci ricorda Kipling in una sua famosa poesia1, la verità è
sempre stata " Twisted by Knaves to make a trap for fools “2.
Però, solo nella nostra epoca si è costruito un sistema, che,
impazzito nella sua folle corsa verso il nulla, per principio, non
sottopone ad un'indagine seria ed approfondita le verità che
proclama, ma si limita a costruire un caso esemplare, per poter,
con esso, riempire gli spazi riservati alla notizia.
Spazi che, una volta, erano la prima ragion d'essere del grande
giornalismo, e che, ora, sono solo il supporto della pubblicità, il
più raffinato e distruttivo strumento del Potere, il quale è così
divenuto l’unico padrone dell'informazione.
In questa maniera gli uomini non rappresentano più le idee che
essi portano avanti, ma diventano le macchiette di un immenso e
vacuo teatro, privo d'idee.
Questa vacuità è dimostrata dall'enormità del fenomeno.
Miliardi di parole, centinaia di milioni di fogli, milioni di ore di
televisione, quotidianamente erogate in tutto il mondo da decine
di migliaia di emittenti, senza dire nulla di veramente valido.
Solo un rumore di fondo che diventa sempre più irritante e, per
questo, sempre meno seguito, sempre meno capace d'incidere
nella nostra civiltà, se non per imporre cliches vuoti e vane
mode.
Era così nata la favola dell'alto Prelato cattolico, del Capo di
un'importante diocesi, del Gesuita che si stava proponendo come
punta di lancia per quel rinnovamento "da sinistra" che alcuni
andavano invocando, nel tentativo di piegare il corso della
politica della Chiesa alle istanze della loro parte, in definitiva
del "Vescovo progressista in contrasto con la curia di Roma".
Poveri illusi, che speravano e cercavano di spingere la più
monolitica delle costruzioni fatte dall'uomo, realizzata su un
Rudyard KIPLING - scrittore inglese, 1865/1936, premio Nobel per la
letteratura, autore, tra l’altro della poesia IF ( Se...), da cui e’ presa la
citazione.
2
distorta dalle canaglie per fare trappole per i gonzi.
1
289
disegno che trascendeva l'uomo stesso, su percorsi che potessero
soddisfare interessi di parte.
Quegli interessi erano goffamente definiti "di destra" o "di
sinistra", senza considerare che un salto di qualità, come quello
che era necessario per l'uomo del terzo millennio, poteva
avvenire solo "dal basso verso l'alto".
Naturalmente Tommaso non accettava neppure d'intervenire in
quella diatriba, non volendo immiserirsi al livello dei suoi solerti
laudatores o detrattori, ma proseguiva nella sua opera, incurante
degli effetti che questa provocava sui media, ormai interessati
segugi d'ogni suo passo.
Così, sul finire del 94, quando scoppiò in Francia la querelle di
un consistente
gruppo di religiosi e laici che mal si
riconoscevano nell'impostazione che Giovanni Paolo II aveva
dato della politica della Chiesa, nello scorcio del millennio che
stava per concludersi, tutti gli sguardi si rivolsero
all'Arcivescovo di Reims, Sua Eccellenza Tommaso Fernays.
Era accaduto che a Cherbourg, nel dipartimento della Manica, in
Normandia, un gruppo di cattolici stesse, da tempo, pubblicando
una rivista: "La fionda di Davide".
In quel foglio venivano portate innanzi istanze che, francamente,
si discostavano in maniera netta dal magistero della Chiesa.
La carne al fuoco era molta: la disputa verteva sui più disparati
campi.
Sul matrimonio dei preti.
Sulla liceità, anzi sulla necessità che le donne fossero ammesse
al sacerdozio.
Sul riconoscimento dei diritti degli omosessuali.
Sulla contraccezione, arrivando a sostenere la liceità della pillola
del "giorno dopo", la famosa RU 436, che bloccava la
fecondazione dell'ovulo fino a ventiquattro ore dopo il rapporto.
Sulla politica internazionale ed, in particolare, sul rapporto tra il
Nord ed il Sud del mondo.
E, fuoco d'artificio finale, sull'esigenza, per la Chiesa di Roma,
di liberarsi del fardello delle proprie ricchezze, per ritornare
all'ideale evangelico della povertà, come era stato insegnato dal
Cristo.
Capo della Chiesa di Cherbourg, ispiratore e protettore dei
giovani che scrivevano in quella rivista, così virulentemente
impegnata contro la dottrina ufficiale della Chiesa di Roma, era
Monsignor Alain Druet, Vescovo di Cherbourg.
Come si ricorderà, egli era l'antico amico di Tommaso, il
sacerdote che aveva fatto esplodere le contraddizioni, che
avevano riportato un uomo distrutto dal dolore in seno alla
Chiesa di Cristo.
290
Spesso la storia si diverte a scombussolare i ruoli, che l'uomo si
è prefissi, sul palcoscenico della realtà.
Quello che prima era sopra si trova sotto, colui che prima era a
destra si rinviene su sponde opposte, chi stava nel giusto s'infila
in posizioni insostenibili; proprio per l'ansia, tipica dell'uomo, di
cercare di certificare l’idea, che egli sostiene, con sempre
migliori avalli, fino a perdere di vista il giusto mezzo.
Forse questo accade perché la storia, per sua intima natura, si
prefigge di render chiaro che l'uomo non è il soggetto che la
scrive, ma l'oggetto che la subisce.
Ma torniamo alla situazione di crisi che s'andava estendendo
nella Chiesa di Francia e che rischiava di riproporre antichi
fantasmi, paladini di una certa posizione del clero francese, in
una qualche maniera indipendente dal magistero romano.
Certo che, per il momento, non tornavano alla luce né la
Prammatica Sanzione di Bourges 3, né la bolla "Unigenitus" 4, né
lo scisma della "Piccola Chiesa" 5 .
Si trattava solo di una diversa sensibilità verso particolari
problemi, che ponevano la Chiesa di Francia in una posizione
originale, se non antitetica, con le Chiese d'Italia e di Spagna.
Queste chiese rappresentavano infatti l'ala più tradizionalista e
più legata agli interessi del Vaticano come centro di potere,
evidenziata dalla strettissima dipendenza del clero italiano dalla
Curia di Roma e dallo sviluppo dell'Opus Dei che, nato appunto
dalla Spagna, stava cercando d'informare di se tutta l'Ecclesia
cattolica.
Invece la Chiesa francese aveva una lunga tradizione
d'indipendenza da Roma ed una contiguità con le Chiese
protestanti, che rendeva veramente interessante ogni novità che
giungesse dalla Francia.
Infatti particolari assonanze, seppur deboli e sconosciute al
grande pubblico, avevano attirato l'attenzione vigile di Roma,
La “ PRAMMATICA SANZIONE “ di Bourges fu promulgata da Carlo
VII di Francia il 7 luglio 1438. Essa ratificava quanto deciso nel Concilio di
Bourges e regolava, in 23 articoli, la disciplina generale della Chiesa di
Francia.
In pratica veniva stabilita, per la Chiesa francese, una larghissima autonomia.
Prima abolita dal re Luigi XI e poi reitrodotta dallo stesso re, mantenne
sostanzialmente, fino alla rivoluzione francese, la propria validità.
4
La Bolla papale “ Unigenitus Dei filius “, promulgata l’8 settembre 1713
dal papa Clemente XI, colpiva le posizioni gianseniste e, piu’ in generale,
tutte le istanze di autonomia della Chiesa di Francia.
5
Va sotto il nome di “ Piccola Chiesa “ lo scisma, susseguente al Concordato
del 1801, avvenuto nella Chiesa di Francia, in nome delle
“ libertà
della Chiesa Gallicana “.
3
291
per evitare che dalla cosa potesse nascere un incendio difficile a
domarsi.
Certo il gallicanesimo6 era finito con l'inizio di questo secolo,
ma il Concilio Vaticano I aveva visto la Chiesa di Francia
proporsi come ponte verso i paesi di tradizione protestante.
Quella stessa Chiesa era stata, insieme con le gerarchie
cattoliche dei paesi protestanti, la più ferma avversaria, in
campo cattolico, del dogma dell'infallibilità papale.
Inoltre, negli ultimi anni, la posizione della Chiesa francese,
almeno nelle gerarchie non eccelse, aveva avuto contatti e punti
d'incontro con le posizioni protestanti, accogliendo modi
d'intendere i problemi, che il nuovo portava sul tappeto, in una
maniera più vicina alle tesi protestanti, piuttosto che uniformarsi
completamente con la posizione di Roma.
Insomma, c'era di che preoccuparsi e Roma si preoccupò.
Naturalmente la finezza diplomatica della Curia, erede di
duemila anni di storia condotta in prima persona sulla scena del
mondo, si comportò di conseguenza.
Al Vaticano importava poco che un oscuro vescovo della più
profonda provincia francese portasse avanti un'opera, che
suonava critica per il magistero della Chiesa; occorreva invece
snidare i veri responsabili di una tale opera, se ce n’erano.
A quello che risultava alla Curia, questi nemici, se pure
esistevano, non erano ancora tanto potenti da costituire un
pericolo.
Era meglio farli uscire allo scoperto per neutralizzare la loro
azione, con l'aiuto dei cardinali francesi, tutti schierati sulle
posizioni dell'ortodossia cattolica.
Così fu impartito, all'Arcivescovo di Reims, un ordine,
sommesso ma non per questo meno chiaro e categorico: andare
a Cherbourg, per avere notizie di prima mano, e cercare di
spegnere un fuoco, di cui già s'incominciava a vedere il fumo.
Che poi, l'arcivescovo di Reims fosse, per voce ricorrente,
l'ispiratore di una posizione della Chiesa francese più autonoma
rispetto a Roma, questo era tutto da dimostrare.
L'iniziativa della Curia romana intendeva appunto dimostrarlo.
Così, dopo molti anni di contatti solo epistolari, allentatisi
parecchio, da quando Padre Drouet era stato promosso e
trasferito da Montmirail, i due vecchi amici s'incontrarono di
nuovo.
La lunga storia della Chiesa di Francia, fin dal periodo della Cattività
Avignonese, è sempre stata percorsa da aspirazioni ad una certa indipendenza
dalla Chiesa di Roma, non tanto sul piano dottrinale, quanto nel tentativo di
limitare le prerogative giurisdizionali della Santa Sede.
Questa tendenza , spesso alimentata dal potere regio o politico , prese il nome
di GALLICANESIMO.
6
292
"Eccellenza, so che Ella e` stato inviato da Roma per sentire le
mie..."
iniziò, in tono curiale monsignor Drouet, per mettere in evidenza
il carattere ufficiale di quell'incontro, ma Tommaso non lo lasciò
continuare.
"Mio buon amico, compagno dell'anima mia, ti sembra questo il
modo d'accogliere il fratello?
Credi che io non sappia le motivazioni che hanno spinto il tuo
animo, incapace di scendere a compromessi, a schierarsi contro
gli orrori del mondo, che sembrano sommergerci?"
A quelle parole monsignor Drouet, ritornato Alain per l'amico,
non seppe resistere e corse ad abbracciare il fratello.
" Oh! Tommaso, sapessi quante volte ho temuto ed auspicato, e
poi di nuovo temuto quest'incontro.
Non potevi essere tu il mio carnefice perché tu sei il mio
fratello, ma, se hanno mandato te, allora hanno convinto anche
mio fratello che sto sbagliando e che, così facendo, reco grave
danno a quella Chiesa, che pure amo con tutte le mie forze.
Se sei venuto a dirmi questo, ti rispondo fin d'ora che non potrai
convincermi che sto sbagliando.
Anche tu vedi, come il mondo ha stravolto il messaggio del
Cristo, come ha dannato la propria anima per colpa di
Mammona, come sta vivendo in un'atmosfera da incubo.
Questo accade, perché l’uomo ha perso il ritmo regolare della
Natura, barattato per una vita folle, in cui è più importante
ammassare danaro con ogni mezzo, piuttosto che pensare al
proprio figlio.
Ed in tutta questa follia, la Chiesa attua solamente vuote
denunce, che lasciano il tempo che trovano, anzi che sono una
falsa liturgia.
Essa serve solo a scaricare la responsabilità di coloro che
avrebbero il dovere di fare fuoco e fiamme, per impedire quello
che sta succedendo.
Noi, Vescovi, successori degli Apostoli, partecipiamo ai
cocktails insieme con i capi della Polizia, che hanno arrestato,
la sera stessa, decine d'immigranti, profughi giunti dai più
diversi inferni.
In quegli stessi inferni essi li ributtano, con la scusa che le
leggi, e l'interesse del Paese, non consentono di far entrare altri
profughi in Francia.
293
Noi, a capo di una ecclesia, c'inchiniamo alla forza del ricco
che piega la ragione del povero e cerchiamo, per quella forza,
giustificazioni, se non ragioni.
Noi, preti della Chiesa di Roma, ascoltiamo il magistero della
nostra religione, che s'ostina a predicare un vuoto assenso al
Comandamento che dice: "Crescete e moltiplicatevi ".
Ma non consideriamo che quest'operazione si risolve in una
moltiplicazione esponenziale di bambini che non vivranno,
perché la legge, che ora regola il mondo, non prevede il
sostentamento di un così gran numero di bambini, nei paesi
poveri.
Essi, solo per questo, sono condannati a morte certa e
spaventosa, senza che nessuno pensi ad un rimedio razionale.
Noi, educatori della nostra gioventù, continuiamo a nascondere
la testa sotto la sabbia della nostra ipocrisia, pensando
veramente che il problema del SIDA7 si risolva con l'astinenza.
Noi, uomini del ventesimo secolo, consideriamo, tuttora, la
donna, dotata solo di una mezza anima.
Così si pensava fino al Cinquecento, e così pensa ancora, ma
non lo dice chiaramente, la nostra gerarchia, che, mentre ne
tesse gli elogi, la ritiene incapace di reggere il peso del signum
sacerdotale.
Noi, confessori del nostro gregge, pensiamo ancora di limitare
l'omosessualità, così diffusa nel mondo e così attiva anche tra le
nostre fila, considerandola come una vergogna da tener
nascosta, piuttosto che come una pulsione presente nell'animale
uomo.
Essa, come tale, è degna d'esser vissuta con onestà, come
dovrebbero esser vissuti tutti i momenti della vita umana e non
repressa, fino a farla esplodere in tragedie irreparabili.
Noi, uomini con la tonaca, accettiamo l'imposizione di una
gerarchia che, senza alcun fondamento teologico, costringe
quelli, tra noi, che più forte sentono lo stimolo della carne, a
porsi fuori della Chiesa o, peggio, a sottostare al compromesso
che questa offre loro, per non ostacolare la sua politica, tesa a
negare una verità tanto evidente, da essere quasi la norma, sia
pur non riconosciuta, per le sue stesse fila.
Per questa ragione noi pastori non ci avvediamo che i più
deboli tra le nostre fila, quelli che non sanno resistere al
richiamo del sesso, nel tentativo di sottrarsi in qualche modo al
divieto posto al loro desiderio per una donna, lo trasmutano in
un interesse per i fanciulli, questo si delitto da pagare con la
morte, mediante una macina al collo, mentre, invece, l’Ecclesia
provvede a nascondere tale delitto.
Come si è già detto, l’Aids cioè la sindrome da immunodeficienza acquisita,
viene espressa, in Francia, con l’acrostico SIDA.
7
294
E per ultimo, noi, seguaci di Colui che predicò la povertà come
condizione di vita superiore, per essere perfetti cristiani,
vediamo le nostre gerarchie proporre, solo a parole, il valore
della povertà.
Quel concetto ci viene però esibito da chiese colme di ricchezze,
da palazzi cui fanno capo capitali inimmaginabili, da uomini
collusi da sempre con il potere, intrisi talmente d'oro, da aver
macchiato di questo colore persino il bianco della propria
bandiera.
Come vedi, non ho in alcuna maniera toccato il dogma e la
teologia che lo difende; ho solo rivendicato il valore della
verità, ormai non più eludibile, se vogliamo dare un significato
al nostro esser cristiani".
Tommaso ascoltava, ed in lui tornava l'antico fascino per
quell'anima, che non sapeva vedere le sfumature, che non
conosceva la diplomazia, che, prima o poi, avrebbe potuto
percorrere il piccolo passo, che separa la critica dal rigetto.
Quel passo scavava però una voragine nell'animo di quel giusto,
perché lo privava della comunione con l'ecclesia e, come era
sempre accaduto per tutti gli apostati, lo rinchiudeva in un
ghetto che la sua anima, così limpida, non meritava.
Tommaso aveva dunque un compito difficilissimo: doveva
salvare quel prete e doveva chiudere una disputa assolutamente
inopportuna per la Chiesa; inoltre, doveva non scoprirsi, nel
tentativo di raggiungere quegli obbiettivi così antitetici.
Vista sotto questa luce, tutta la problematica relativa rischiava
d'acquisire un sottile profumo dolciastro, tipico della vecchia
fama sinistra che i Gesuiti erano stati capaci di meritarsi, con le
loro evoluzioni mentali che riuscivano a giustificare qualunque
infamia, quando essi erano i segreti cappellani del Potere.
Ma ora Tommaso era al servizio di un ideale che trascendeva
qualunque potere, anche quello della Chiesa, per cercare di
raggiungere, in tempi brevi, cioè su questa terra e nel corso della
storia dell'uomo, almeno le lontane avvisaglie di quello stato di
giustizia e di verità che il Cristo aveva proclamato, duemila anni
or sono.
Questo doveva far capire all'amico: ogni interferenza, ogni
discussione, che avesse messo in gioco la Chiesa Cattolica
Apostolica Romana, avrebbe allungato i tempi di quel
chiarimento che era ormai indifferibile, tra i seguaci dell'idea,
che era nata dall'insegnamento del Cristo.
Questo era il pericolo più grave, specialmente in questi tempi, in
cui una malintesa attenzione dei mass media avrebbe scatenato
una pubblicità distruttiva, orchestrata efficacemente dalle forze
che s'opponevano al Disegno.
295
Ma questo doveva esser fatto, restituendo credibilità alle tesi di
Alain Drouet, perchè esse non potevano essere ignorate nel
campo della morale.
"Fratello mio, tu pensi in tutta coscienza che portare la lite nel
corpo della Chiesa giovi veramente a risolvere i problemi che tu
hai individuato?"
"Non tentare di porre l'antico costume: assopire, minimizzare;
ricorda: oportet ut scandala eveniant “ - ribatté Alain .
I poveri, i deboli, gli emarginati, i diversi attendono da troppo
tempo.
Ora è il momento di far seguire i fatti alle parole, per evitare
che queste siano il paravento che noi stessi diamo
all'ingiustizia, per permetterle di continuare a prosperare.
Del resto, anche tu, quando ritenesti improponibile la tesi del
tuo predecessore sul concetto di un Dio irascibile, che invia
terribili mali per punire l'uomo che pecca, facesti sentire, alta e
inflessibile, la tua voce".
"Io mi scagliai con forza contro le idee di un uomo venerando
che, autonomamente, aveva assunto una posizione
assolutamente in antitesi con l’insegnamento del Cristo.
Tu ti scagli contro il magistero di Pietro.
E tu credi che aprire una disputa nel corpo della Chiesa, possa
riuscire a risolvere qualcosa, in questo momento, in qualunque
momento?
Non ricordi che, nei duemila anni precedenti, quello che tu vuoi
far ora, ha provocato solamente eresie, discordie, guerre e
rovine?
La Chiesa non si modifica attaccandola e ponendosi, così, fuori
dalla comunione dei fedeli.
La Chiesa si promuove e si fa più grande, perché più giusta,
operando dall'interno, in modo da favorire le possibilità
d'apertura verso una verità più elevata, perchè più vera.
Ma il punto fondamentale non é questo, così come i mali da te
evocati non sono i mali più profondi.
Si, tu ti stai battendo per una faccia del male, che è quella con
cui esso si mostra, ora.
Ma, se pure noi ora lo vincessimo, negli aspetti che tu hai reso
evidenti, esso non sarebbe vinto del tutto, finché il male non
sarà chiamato con il suo vero nome.
Il male è tutto quello che si oppone allo svolgimento del
compito dell'uomo nell'Universo.
Esso non tocca Dio, ma può intralciare il cammino dell'uomo
fino a fargli perdere di vista la meta.
296
Tu devi considerare l'uomo inserito nella Natura, per svolgere
un compito, quel compito che ci ha indicato il Cristo.
Esso non può esser di sola sopravvivenza, in una sequenza, che
sappiamo finita, di epoche.
Per ora il compito dell'uomo e` quello di non disperdere il
miracolo che lo ha creato, e, per fare questo, abbiamo uno
strumento perfetto: la buona novella che ci ha lasciato il nostro
Salvatore.
Essa propone pace in terra agli uomini di buona volontà, cioè il
superamento d'ogni motivo di contesa, perchè l'amore è più
logicamente utile dell'odio, più proficuo e più nobile.
Questo è veramente alla base di un cambiamento totale del
nostro modo di vivere:
ragionare con colui che si professa nostro nemico.
Conoscere le ragioni che lo fanno avversario.
Cercare un modus, affinché si possa prima trovare un punto
d'incontro e poi diventare alleati.
Superare l'egoismo che non ci permette di vedere la ragione
altrui.
Questa è la vera, definitiva vittoria".
" Già ed intanto gli uomini muoiono, nell'attesa della vittoria
definitiva.
Il male prospera su questa terra mentre noi abbiamo spinto l'età
della giustizia fuori di questo mondo, cioè, come dicono alcuni,
fuori dalla realtà".
"Proprio questo é il punto: tu credi all'assoluta verità del
Vangelo del Cristo?
Credi, con Pietro, che Gesù sia il Messia, il figlio del Dio
vivente?
Allora devi credere che Pietro è la pietra angolare di
quell'edificio che si chiama Chiesa di Cristo e che le porte
dell'inferno non prevarranno su di essa.
Vedi, non sto affermando che la Chiesa sia un'organizzazione
perfetta.
Anch'io riconosco, ed anche Papa Giovanni Paolo II ha
riconosciuto, errori, nefandezze, omissioni, scandali, crudeltà e
delitti perpetrati nel nome di Pietro.
Ma questo è normale, anche se doloroso, perché la Chiesa è
fatta da uomini, fallibili come tutti gli uomini.
Essa però segue un cammino, una direzione, che è indicata e
sorretta dal Cristo.
Questa deve essere la nostra più ferma convinzione, se non
vogliamo che tutto l'edificio crolli.
297
Per questo dobbiamo combattere, ma non con le dispute, bensì
con lo studio, l'intelletto, l'animo e l'esempio; sicuri che, alla
fine, arriveremo alla liberazione dell'uomo, perché egli sia
degno dei più alti compiti che il Creatore ha ipotizzato per lui e
di cui il Creato è testimone e teatro.
Alla fine del millennio, ci ritroviamo con lo stesso Maligno, che
sussurra, con parole magari diverse, le medesime falsità intrise
di verità, epperciò doppiamente false, che pronunciava all'inizio
del millennio.
Sono le stesse parole false, fatte balenare all'uomo all'inizio
della sua storia, magistralmente trasfigurate nell'episodio del
peccato originale.
La necessità che ha fatto nascere l'Uomo, è la conoscenza, ma
questa necessità non è in contrasto con la Divinità, che è la
depositaria e la somma di tutta la conoscenza.
Però, quando l'uomo spinge la propria sete di conoscenza nel
tentativo d'esaminare Dio con questa sua qualità, che pure è la
sua qualità costitutiva, egli necessariamente compie un peccato
d'orgoglio, l'antico peccato sibilato dal serpente alla compagna
di Adamo.
Se analizziamo lo stesso problema con la sola ragione,
arriviamo alle medesime conclusioni: anche lo spirito laico
dell'uomo nega la possibilità di conoscere Dio.
Per definizione, ogni analisi che l'Uomo può fare di Dio è
limitata, fioca, parziale, soggettiva; in una parola: non vera,
perché fuorviante.
Al massimo, possiamo scervellarci e sudare, nel tentativo di
comprendere le manifestazioni di Dio, che siamo in grado
d’intuire con i nostri sensi limitati.
Questo è appunto il limite della teologia, la quale ci dice, come
prima cosa, che l'Oggetto della sua indagine è inconoscibile, in
tutta la sua realtà.
Ma il solo tentativo di conoscerne le manifestazioni è il
momento più alto dello spirito dell'Uomo, questo sì lecito e
giusto.
Noi possiamo solo concepire la possibilità, per l'uomo,
d'ammirare le Sue manifestazioni e percepire il Suo disegno, pur
vedendolo confusamente e limitatamente.
Ma se riusciamo a vederne il disegno, pur con tutti i limiti già
detti, non possiamo quindi non accettarne la necessarietà.
Credere fermamente nel Dio unico e vederne la necessarietà del
percorso che porta al Cristo, implica altresì la conseguenza di
credere alla sua Chiesa, intesa come impronta di Dio nel tempo.
Impronta che noi possiamo rendere più chiara, più evidente,
anche
combattendo
duramente
ma,
soprattutto,
intelligentemente, nel suo ambito.
298
Ma non possiamo schierarci contro di Lei, per quante siano le
colpe degli uomini che la compongono.
Vogliamo far rinascere gli ordini mendicanti e tutta la teoria di
sette medioevali, che si posero in rotta di collisione con la
Chiesa?
Resusciteremo noi i Poveri di Lione, i Begards, i Buoni Uomini,
I Fraticelli, gli Umiliati, i poveri Evangelici 8, e tutte le altre
infinite maniere con cui si chiamarono coloro che misero a ferro
ed a fuoco l'Europa del 1100 o del 1200?
Già la Chiesa è passata per questo calvario, e ne è potuta uscire
solo con la posizione di Francesco d'Assisi.
Egli poté portare la voce della povertà nella Chiesa
medioevale, che era divenuta di ferro come di ferro erano quei
tempi, solamente predicando la povertà in letizia, senza mai
neppure tentare di far accendere una controversia al riguardo.
Solo così il "Matto di Dio", come qualcuno chiamò Francesco,
poté portare la sua posizione chiara, aderente all'insegnamento
del Cristo, all'interno di quella Chiesa di ferro, senza porsi
fuori dell'ecclesia.
Ora tu mi accorderai che molti passi sono stati fatti.
Quella posizione, che tu vai impetuosamente cercando, si sta
facendo strada anche negli ambienti più chiusi della nostra
fede.
Su alcuni di questi argomenti il Pontefice Giovanni Paolo II ha
detto parole chiare e dure; su altri dobbiamo attendere che
l'opera dello Spirito Santo concluda la sua azione.
E proprio ora, che siamo così vicini alla giusta conclusione, che
si sente da mille accenni, da innumerevoli posizioni, da
granitiche convinzioni che si sfaldano, convinzioni legate in
gran parte all'età, che rifugge dal coraggio; proprio adesso, tu,
la spada dell'arcangelo Gabriele, usi la tua forza ed il tuo
coraggio non per far vincere la Chiesa che ami, ma per
distruggerla?"
"Conosco i tuoi argomenti e riconosco che essi sono gli unici
che possono contrapporsi alla mia ricerca di una soluzione
immediata.
Ma intanto la gente muore; i bambini nascono in Africa e nel
mondo arretrato, solo per vivere qualche anno, piagati dalle
malattie ed ischeletriti dalla fame; la forza ha sempre di più il
sopravvento sulla ragione ed ormai non c'è più molto tempo per
reagire."
Sono questi i nomi di alcune eresie che percorsero la Chiesa di Francia,
cercando di introdurre una posizione piu’ netta sul tema della povertà
8
299
"E` proprio questo il punto: ormai il tempo è maturo.
L'uomo, che pure è nato e si è sviluppato nel mondo attraverso
un processo quasi infinito, retto dalla legge del più forte, deve
compiere un grande salto di qualità.
L'Umanità deve riconoscere non più utile quella legge: essa non
serve più al suo processo evolutivo.
Anzi quella legge, ormai, è divenuta dannosa perché il forte,
facendosi sempre più forte con i mezzi e gli artifici inventati
dall'uomo stesso, lasciato libero d'applicare senza controllo la
legge della giungla, diventerebbe talmente forte da essere, così,
incontrollabile e distruggere l'Umanità nel suo complesso.
Se l'Uomo non capisce questa semplice verità, danna la sua
stirpe per un tempo lunghissimo, che coloro che non credono,
potrebbero credere eterno.
Come pensi che possa esser strutturata una società che non
pone l'Uomo come termine di paragone per la propria azione?
E come pensi che possa esser vinto questo regno del male,
quando, esso, impossessatosi delle tecniche più moderne, che
rendono l'uomo schiavo senza che egli se ne accorga, anzi felice
della sua schiavitù, potrà servirsene per millenni?
Ecco, in breve, il mio pensiero: quella che noi chiamiamo Vita è
una funzione permanente del Creato, codificata dal suo
Creatore.
Essa s'innesca ogni volta che occorrono determinate condizioni,
senza bisogno d'alcun altro intervento, perché la vita è un
momento fondamentale e quindi necessario, nel modello del
nostro universo, così come è stato pensato dall'Entità creatrice.
Questa vita, non ancora autocosciente, ma che partecipa ad un
disegno ben definito, che dovrà portare necessariamente
all'autocoscienza, si affina, per un primo tempo, mediante la
legge del più adatto alla sopravvivenza, del più forte, del
migliore.
Tutto questo richiede un processo lunghissimo; ma noi
sappiamo che il tempo è una nostra realtà, una realtà che ci
contiene, non è la realtà del Creatore.
Finalmente, proprio mediante lo svilupparsi di un essere che
porta in sé, nella maniera più completa, l'impronta divina, cioè
lo Spirito, s'assiste al grande miracolo:
la nascita
dell'autocoscienza.
Quell'essere, privo d'ogni arma naturale, deve necessariamente
incrementare al massimo l'unica arma che non sia fisica, ma
culturale, cioè la logica.
Per mezzo di questa, la creatura arriva al dominio del Creato,
obbedendo a ciò che gli scienziati chiamano il codice inserito
300
nella sequenza che ha generato l'Universo e che noi, abituati a
parole più antiche, chiamiamo “Il volere Divino".
Così l'Uomo è il punto di passaggio, i matematici direbbero il
punto di flesso, tra il mondo animale e l'autocoscienza; animale
dotato di capacità di conoscenza, ma ancora intriso di quelle
caratteristiche belluine, che gli derivano da un'evoluzione
lunghissima.
Prodotto da un progetto, che si è svolto per tutto il tempo del
nostro universo, cioè, sempre a dar retta agli scienziati, da circa
quindici miliardi d'anni, egli ha raggiunto la forma consolidata
che conosciamo, relativamente da poco.
Gli stessi scienziati parlano di non più di centomila anni.
Quindi solo da ieri, metaforicamente parlando, l’uomo ha visto
accendersi nel suo intelletto un barlume, anche se non ancora
perfettamente stabile, d'autocoscienza, generante una vita di
livello superiore a quello delle bestie.
Da qualche migliaio d'anni, poi, i migliori tra gli uomini hanno
individuato e costantemente affinato un sentimento superiore, il
senso morale, senza però riuscire a diffonderlo compiutamente
come una caratteristica generale dell'Umanità.
Infatti quel senso costa, in termini immediati, in quanto si
contrappone all'antica legge, che l'uomo ha fin qui seguito, nel
corso dell'evoluzione, la legge del più forte.
Ora l'uomo deve fare un successivo passo, sul piano
dell'intelligenza: deve porre il senso morale al posto della legge
del più forte.
Solo in questa maniera egli riuscirà a compiere quel salto di
qualità che gli permetterà d'abbandonare ogni residuo
d'animalità.
Questo percorso, infatti, è l'unico capace di dare all'uomo un
nuovo sviluppo, nel suo cammino nell’ universo.
Fai attenzione: il processo che ti ho descritto, ormai acquisito
dopo lunghe diatribe negli ambienti più culturalmente ricettivi
della nostra Chiesa, diverge per una sola cosa dal processo
cosmogonico, come l'ipotizzano gli uomini di scienza.
La scienza, per sua stessa natura, non si può porre il perché, ma
cerca di capire solo il come.
Quindi essa taglia, come elemento al di fuori del suo campo
d'intervento, l'inizio e la fine del processo, limitandosi ad
osservarne lo svolgimento.
Nel fare ciò, la scienza osserva la razionalità del Creato ma,
conseguentemente alle proprie premesse, si ferma di fronte al
problema del Creatore ed alla finalità della sua opera.
301
Essa può solo postulare, fuori dal suo campo, a seconda delle
convinzioni proprie dello scienziato, o il Dio creatore o il Caso
assemblatore della realtà, senza però prendere posizione al
riguardo, perché quella posizione esula, come sappiamo, dalle
sue competenze.
Ebbene, io affermo che il problema, questo dualismo che tante
discussioni ha suscitato e suscita, non é irresolubile.
La scienza assicura che il percorso dell'Evoluzione è un
percorso logico, ma non prende posizione sul prima e sul dopo,
se non per le scelte, che chiameremo sentimentali, dei propri
scienziati i quali, dopotutto, sono uomini.
La religione ha imparato solo da poco a non entrare nel campo
della scienza, ma concorda con questa, nel considerare il
percorso, dell'uomo nel Creato, un percorso logico.
Essa ritiene che questo cammino sia stato previsto direttamente
dall'Opera della Creazione e sia tale da presupporre, anzi da
porre con forza, un fine ben definito, la cui necessità scaturisce
dal’esistenza di quel percorso logico.
Se la scienza e la fede concordano per una così gran parte del
procedimento, nulla vieta che, nel percorrere quella parte, le
due qualità dell'intelligenza dell'Uomo, quella che si chiede il
come e quella che si chiede il perché dell'intero processo, non
possano andare avanti di pari passo, sorreggendosi
vicendevolmente,
ciascuna
nell'ambito
delle
proprie
competenze.
Naturalmente, non dobbiamo dimenticare che, oltre allo
scienziato ed all’uomo di fede, esiste un terzo esploratore: il
filosofo.
Egli non si è imposto dei limiti, come l’uomo di scienza, nè
accetta una soluzione, che non sia aderente allo status della sua
razionalità; essa, infatti, viene ritenuta, dal filosofo, un valore
assoluto.
Lungi da me, il mettere in dubbio questa razionalità, ma proprio
perchè la riconosco come l’espressione di un essere che sta
iniziando a muovere i primi passi su quella strada, andrei cauto
nell’accreditarle un valore assoluto, cioè immutabile.
Del resto, ho letto da poco che autorevoli scienziati, alla luce
della teoria quantistica, intravedono un’uscita metafisica, ed
incominciano a postulare scientificamente la necessità di Dio,
per avere una visione più aderente alla realtà 9,come si va
rendendo sempre più intellegibile, alle frontiere della scienza.
Paul DAVIES, professore di fisica teorica all’università di Newcastle,
ipotizza uno scenario simile, nel suo libro LA MENTE DI DIO, Mondadori
1993.
9
302
La ragione è solo uno strumento per proseguire e rendere più
agevole la comprensione dell’universo; strumento unico, ma
non tale da non ipotizzarne una versione migliorata e più
valida.
Con questo strumento, il filosofo indaga nello scibile e scopre il
male, oppure non riesce a vedere il percorso e si dispera, per
quella che lui ritiene la vanità del tutto.
Solo coloro che rimangono sbigottiti dalla presenza del male
nell’universo, si fermano affascinati, a guardare le infinite
tragedie che esso permette e promuove.
Non potendo ipotizzare un Dio maligno, costoro, da ciò,
postulano l’assoluta vanità del percorso dell’uomo.
Essi, quindi, ritengono l’universo un puro accidente del caso o
l’estrinsecarsi vano di un percorso, forse ciclico, inconoscibile
all’uomo, sempre uguale a se stesso e sempre falsamente
riproponentesi.
Solo coloro che si disperano, non riuscendo a percepire la
bellezza del Disegno, si perdono nella ricerca del nulla che li
inghiottirà.
Anche noi, che pure vediamo il Disegno, sappiamo che il male
esiste, che esso colpisce crudelmente e violentemente, ma
sappiamo altresì che esso non prevarrà.
Se non fossimo sicuri di ciò, dovremmo conseguentemente avere
la stessa posizione filosofica di colui che, non capendo o non
accettando quest’universo, scelga il suicidio , come unica
azione, correttamente derivata dalle sue convinzioni.
Come vedi, io non nego la validità del dubbio, che, anzi è stato
ed è il mio più assiduo compagno; dico solo che il dubbio su
ogni aspetto del tutto, non mi distoglie dalla meraviglia della
contemplazione dell’universo e della sua intima radice logica.
Sforzandomi di capire la bellezza dell’universo, ne trovo la sua
intrinseca razionalità.
Da questa razionalità del tutto, ricavo la necessità della
razionalità per il percorso dell’uomo.
Con lo stesso procedimento, l’uomo di scienza vede il
progressivo svilupparsi di un disegno che, partendo dal fiat lux,
o, se lo vuoi dire in termini più scientifici, da un punto di
singolarità assoluta, si estrinseca nella storia dell’universo,
quale noi abbiamo iniziato a conoscere.
Quella storia contiene catastrofi inimmaginabili, sofferenze
atroci, ingiustizie inconcepibili.
Forse, proprio questo è il compito dell’uomo, superare gli
ostacoli che mettono alla prova la sua capacità di reazione, per
esser quindi pronto e preparato per altri compiti.
Forse è proprio questo, lo stadio attuale dell’uomo: stiamo
andando a scuola.
303
Ciò sta divenendo evidente sia per il teologo che per lo
scienziato, dopo che è divenuto chiaro per l’uomo comune,
purchè dotato di un minimo di buon senso.
Così, come ebbi occasione di dire altre volte, lo scienziato e
l'uomo di fede sono sullo stesso treno; lo scienziato non sa da
dove il treno è partito e dove arriverà, né accetta le conclusioni
dell'uomo di fede.
Questi sente qual è stato il principio e quale sarà l'arrivo.
Però entrambi, quando sono in buona fede, riconoscono che
quel treno sta percorrendo un percorso razionale.
Ambedue debbono lavorare al massimo perché quel percorso
non si blocchi, imboccando binari morti, o non torni indietro,
facendo compiere giri inutili e, come tali, dannosi, al destino
dell'uomo in questo universo.
E, il filosofo? Come si colloca, il filosofo, sul treno?
Egli, abituato a porsi le stesse domande del religioso,
orgogliosamente costretto ad usare il solo strumento della sua
ragione, ha trovato due grandi tipi di risposta ai perchè.
O ha individuato comunque un principio razionale,
nell’esplorazione dell’universo, e quindi salirà volentieri sul
treno, oppure, non riesce a definire quel principio, per la
limitatezza dello strumento, l’analisi dell’uomo, o per quella
che egli ritiene la volontà del principio creatore, che lo
nasconde , per suoi fini imperscrutabili.
Da questo, egli talvolta è indotto a pensare che il fine non
esista, che tutta l’immensa opera della creazione sia dovuta al
caso, che l’uomo sia un accidente passeggero ed ininfluente, nel
destino dell’universo.
Ma, perfino in questa terribile evenienza, il filosofo può
recuperare un destino per l’uomo.
Così l’esistenzialismo, pur ponendo l’assoluta impossibilità, per
l’uomo, di conoscere le ragioni prime, postula, per lui, la
possibilità di partecipare al processo razionale, anzi di essere
l’attore principale di questo processo.
In tal modo, anche le posizioni che provengono
dall’impossibilità dell’uomo di conoscere il come ed il perchè,
possono partecipare alla costruzione del percorso razionale
dell’avventura umana.
Possono, in ultima analisi, salire sul treno.
Infatti, solo lo scetticismo più assoluto nega all'uomo di
modificare la propria natura; tutte le altre posizioni postulano,
al contrario, la possibilità dell'Uomo di procedere innanzi sulla
strada della sua autocoscienza.
Ma quale sarà, questo percorso?
Al solito, la strada più difficile è quella più valida.
304
Chi, tra tutti gli esseri che s'avviavano a divenire uomini, se
avesse potuto decidere prima, avrebbe rinunciato a quelle armi
che erano vincenti, nel campo dell'animalità?
Chi non avrebbe voluto volare come il falco, essere forte come il
leone, essere grande come la balena, esser veloce come il
ghepardo, esser potente come l'elefante?
Eppure tutte queste armi hanno ceduto di fronte all'uomo,
apparentemente disarmato, perché l'evoluzione, dicono gli
scienziati, il disegno, diciamo noi, stavano spingendo
diversamente e più validamente.
Ora l'uomo si sta accorgendo che la legge del più forte, che
pure l'ha reso padrone del mondo, ormai non e` più applicabile
nel suo mondo, proprio perché quella legge sta pericolosamente
sbilanciando le possibilità dell'uomo.
I più forti, resisi padroni delle scienze dell'uomo, diverrebbero
in questo modo, tanto forti, da dominare la gran parte della
stessa Umanità.
Così, in questo tempo, l'uomo è indotto, io direi costretto, a fare
un grande salto di qualità.
O egli accetta il senso morale come costituente una legislazione
universale, che lo porterebbe a divenire una specie più
progredita nella sua evoluzione, rendendolo “quasi angelum“,
oppure egli si rinchiuderà in un inferno, in cui l'unica uscita è
la sconfitta del proprio destino di Signore del Creato.
Del resto, è propria della natura degli esseri sottoposti alla
legge dell'evoluzione, questa possibilità di mutare radicalmente
le rispettive capacità, quando questo è necessario, cioè sotto la
spinta evolutiva.
Te ne voglio ricordare un esempio.
Si dice che il metabolismo di alcune persone assimili il cibo
molto di più di altre.
Che cosa significa questo?
Quando la condizione normale, per l'uomo, era un'estrema
penuria di cibo, si svilupparono uomini che attinsero, dal
proprio bagaglio cromosomico, la capacità di vincere, in
qualche misura, quella condizione limitante.
I più adatti alla sopravvivenza misero così in campo
un'accresciuta possibilità d'assimilare completamente il poco
cibo, che riuscivano a trovare, sopravanzando così, nella corsa
per la vita, coloro, della propria specie, che non avevano
sviluppato quest'attitudine.
Ora, divenuto, almeno nel mondo ricco, il cibo
abbondantissimo, l'antica capacità di alcuni ceppi particolari
d'uomini, di assimilare completamente il cibo che mangiavano,
è divenuta un fattore negativo, che essi debbono combattere, se
non vogliono rischiare l'infarto, per troppi grassi accumulati.
305
L'uomo, come tutte le specie viventi, è una creatura
estremamente plasmabile; egli è “costruito“ in modo da poter
mutare, abbandonando forme ed attitudini che un tempo erano
qualità positive, ma che ora vanno in direzione contraria al suo
destino.
L'Uomo deve abbandonare le attitudini negative, a maggior
ragione ora, che l'intelletto gli offre un motivo valido per
farlo”.
“ Già, se è così facile - l'interruppe Alain - allora perché
l’uomo non vola?”
“ Perché questo non è scritto nel disegno, diciamo noi.
Gli scienziati invece affermano che una specie, per sviluppare
l’attitudine al volo, deve ridursi al minimo peso, compatibile
con la possibilità di volare.
Questa specie deve strutturarsi con ossa cave e, principalmente,
con una testa piccola e leggera, in cui può trovare posto solo un
cervello rudimentale, adatto solamente per adoperare la sua
caratteristica precipua, che è quella di fuggire via dalle
situazioni di pericolo, appunto usando il volo.
Ti sembra ipotizzabile, come padrone dell’universo, un essere
che fugge e che è necessariamente dotato di un cervellino
piccolo e scarsamente sviluppato?
Ma, soprattutto, ti sembra molto diversa, la nostra posizione,
dal ragionamento dello scienziato?
Questa è la situazione, che si va delineando sempre più chiara e
che io ritengo il campo di battaglia del prossimo millennio.
Come vedi, lo spartiacque s'incomincia ad intravedere: da una
parte ci sono coloro che, in nome del loro istinto di
prevaricazione, residuato inestirpabile dei loro trascorsi
belluini, preferiranno un terribile "Cupio Dissolvi"10 piuttosto
che cambiare, e cercheranno di trascinare tutta l'Umanità nella
loro dannazione.
Questi dannati saranno accompagnati dagli scettici, che non
mancano nemmeno tra le fila di chi crede nel Dio Creatore,
come dimostra l'Ecclesiaste11, che, nel suo brevissimo libro,
proclama per ben venti volte che " tutto è vanità " e che l'uomo
non cambierà mai.
In latino, CUPIO DISSOLVI significa: Desidero ardentemente di cessare
d’esistere.
11
L’ECCLESIASTE ( in ebraico COELET ) è uno dei libri didattici o
sapienziali del canone ebraico della BIBBIA. Fu scritto tra la fine del III
sec.ed il I sec a.C.
10
306
Dall'altra parte, chi ci sarà?
I cattolici?
Certo, quelli in buona fede.
Coloro che credono nel Dio unico?
Certo, quelli in buona fede.
Coloro che credono nelle altre religioni dell'Uomo?
Certo, quelli in buona fede.
Coloro che non credono all'esistenza di un dio Creatore, ma che
riconoscono un valore all'avventura umana?
Certo, quelli in buona fede.
E come chiameremo noi, tutti questi uomini in buona fede?
Uomini di buona volontà.
Ma come potremo altrimenti chiamare coloro che tendono, più
o meno consciamente, all'autodistruzione e coloro che vogliono
salvare il valore della vita?
I figli delle tenebre, gli uni; i figli della luce, gli altri.
Non ti ricorda nulla questo?
Una volta, proprio tu, facendomi provare un dolore mille volte
più forte di quello che provoca una levatrice, quando estrae un
bimbo dalle viscere della propria madre, traesti fuori dalla mia
anima la legge, che il mio orgoglio s'ostinava a tenere nascosta,
e, con quella legge, ridonasti un perché alla mia vita.
Ora io sono venuto a fare la stessa dolorosa operazione: se tu
consideri ancora la Chiesa, la pietra angolare del Disegno,
capisci che la tua posizione va, obbiettivamente, contro il
Disegno?"
Ci volle quasi un minuto, teso, carico di silenzio, mentre le idee,
furie generate dall'orgoglio, combattevano selvaggiamente sopra
le teste dei due uomini.
Poi, di colpo, Alain abbracciò in silenzio l'amico.
L'arcivescovo di Reims poteva assicurare il Vaticano che la
situazione s’era chiarita, il caso era chiuso.
307
QUARTA ANTIFONA
Questo è il punto.
L'uomo, l'espressione massima dell'impulso vitale sulla terra, il
culmine della vita animale, ha visto nascere, nel suo cervello, il
signum della Divinità, l’autocoscienza, che trova, nella logica, la
chiave dell'universo, e, con questa, ha conquistato il mondo.
Egli ha operato questa conquista usando in maniera superlativa
l'antica legge del più forte, dura legge che cancella, sul cammino
dell'evoluzione, ogni altra razza che ha perso.
Ora, però, quella legge rischia di ritorcersi contro lo stesso
uomo, mentre egli si trova di fronte ad un bivio.
La più potente arma dell'uomo è sempre stata la possibilità
d'ordinare il mondo, mediante la sua capacità logica, derivante
dal suo signum costitutivo.
Egli è riuscito ad impadronirsi di così grandi segreti della natura,
decifrandoli appunto con la sua qualità precipua, da permettere a
quelli più abili della propria razza, che ormai avevano
conquistato tutto il conquistabile sulla terra, d'impadronirsi, per
ultimo, delle menti e delle abitudini della collettività, creando
bisogni indotti e
modi di vita artefatti; le famigerate
sovrastrutture.
Il Potere, mediante il danaro, organizza la vita dell'uomo
secondo processi standard, sempre più rivolti al controllo delle
masse, delle menti, e quindi delle esistenze, dei meno capaci,
meno intelligenti o meno fortunati, della stessa razza dell'uomo.
Qualcuno, per descrivere il procedimento, ha correttamente
parlato di processo di massificazione dell'Umanità.
Questo fatto aveva nascosto, ma non evitato, la procedura
d'affinamento, confusamente avvertita da Carlo Marx, quando
egli ipotizzava il fagocitamento reciproco e progressivo dei
capitalisti, fino a che non sarebbe rimasto che un solo
supercapitalista.
La storia s'era incaricata di cancellare quell’ipotesi, perché essa
dava troppo spazio al potere ed alla sua espressione più grezza,
il danaro.
Occorreva infatti considerare altri importanti fattori quali: il
consenso, l'aspirazione incoercibile alla felicità o almeno alla
tranquillità, il senso di partecipazione ad un progetto; elemento
importante per un essere, che conserva tutte le stigmate
dell'animale gregario.
L’umanità aveva anche provato la possibilità della presa del
potere da parte di coloro che avevano, come unica ricchezza, i
figli.
L'avventura del comunismo sovietico, che era stato il più grande
tentativo populista della storia, era però naufragata sulle secche
308
dell'organizzazione statalista che questi s'era dato, imponendo
al potere una classe di burocrati ottusi ed assolutamente digiuni
d'economia, selezionati unicamente in base alle loro
benemerenze d'apparato.
Una società, così strutturata, era inevitabilmente condannata a
grippare, a causa della sua economia, organizzata con metodi
arcaici.
Infatti, l’economia di quella società, aveva, come colpa
principale, il difetto capitale, di non aver riconosciuto il valore
della libera iniziativa, esplicantesi nel processo chiamato
"concorrenza".
Contemporaneamente,la paura, che il comunismo reale aveva
suscitato, aveva talmente compattato la classe media dei paesi
ricchi, da provocare un enorme allargamento delle possibilità
d'espansione economica del sistema capitalistico stesso.
Infatti quella sfida era stata sentita, almeno nei paesi
anglosassoni, con una forte motivazione etica, una lotta tra il
bene ed il male.
La tensione morale, insita in questa situazione, aveva cancellato
e nascosto il teorema enunciato nella tesi di Marx, per cui il
capitalismo doveva necessariamente svilupparsi mediante
successive concentrazioni, fino ad arrivare al solo, grande
supercapitalista.
Così, fino a tutti gli anni ottanta, il capitalismo s'era evoluto in
maniera diversa dalle previsioni di Marx: i milionari in dollari
aumentavano il valore del proprio capitale ma aumentavano
anche di numero, sconfessando, a prima vista, l'assunto di Marx.
A ben vedere però, era vero che i capitalisti aumentavano di
numero ma, nel contempo, stava verificandosi un fatto nuovo.
S'era costituito un sistema, che alcuni chiamavano l'impero delle
multinazionali, altri l'apparato economico- militare, altri ancora
la tecnostruttura del potere.
Questo sistema, alla fine, si presentava come un unicum, con
caratteristiche proprie e ben definite.
Esso cooptava chiunque avesse il coraggio e la capacità di
volervi entrare, senza badare ad alcuna altra implicazione; ma
reagiva violentemente quando qualcuno attaccava la necessità
stessa del sistema.
Si vedevano così autentici gangsters favoriti dal sistema, che
offriva comodi paradisi fiscali e valutari per lavare le loro
ricchezze di provenienza criminosa; ma venivano bloccati tutti i
tentativi, d'estranei al sistema, di far conoscere le proprie ragioni
per trovare un modus d'intesa con il sistema stesso.
Così Castro a Cuba, Gheddafi in Libia e gli Ajatollah in Iran
erano combattuti, con la scusa che erano amici dell'impero
309
sovietico, senza neppure tentare di considerare le loro ragioni o
cercare una possibilità d'accordo.
La ricerca di questa possibilità, almeno sul piano strategico della
lotta all'orso russo, sarebbe invece stata, invece, una mossa
logica.
Infatti, forse non Castro, ma Gheddafi e gli Iraniani erano
quanto di più distante si potesse trovare, in termini filosofici, dal
Credo marxista.
Questo non vuol dire che essi avessero ragione, nell'esplicazione
delle loro politiche violentemente antioccidentali; ma significa
solo che rientrava nell'interesse di tutti, occidentali e paesi non
ammessi al banchetto, ma non inseriti nel sistema orientale, di
trovare un modus per regolare le loro politiche.
La verità è che chiunque tentasse di portare, nel sistema, le
ragioni della parte più debole dell'Umanità, veniva
violentemente respinto.
Poi, le organizzazioni umanitarie dei paesi forti s'affannavano a
portare il latte a quei bambini, cui gli stessi paesi forti non
avevano dato alcuna possibilità di sviluppo.
Il significato di quella politica era chiaro.
Il sistema, comunque si chiamasse, permetteva al proprio
interno un certo qual ricambio d'uomini, tale da giustificare
ancora l'esistenza del "sogno americano", per cui ogni
giovanissimo venditore di giornali, negli USA, aveva la
possibilità di diventare milionario, così come lo zaino d'ogni
caporale di Napoleone nascondeva un bastone da Maresciallo.
Ma esso, come sistema, era bloccato e reagiva violentemente ad
ogni tentativo di mutamento sostanziale.
Dunque il sistema era Uno e Immutabile, o almeno così tentava
di presentarsi e di comportarsi.
Come il grande capitalista di Marx.
Per dare la spallata finale all'impero marxista, il sistema
organizzò la razionalizzazione selvaggia del suo apparato, che
abbiamo già considerato.
A questo punto, vinto il nemico mortale, cessò la tensione eroica
che aveva sostenuto quella lotta.
Ma ormai il sistema, nella sfera della produzione, s’era andato
organizzando con una razionalità esasperata.
Esso infatti considerò, come optimum della sua esistenza, il solo
profitto economico, nella sua forma sempre più redditizia.
O, meglio, la sua unica preoccupazione divenne il massimo
vantaggio ricavabile, in termini finanziari.
Per questa ragione, il sistema, ormai sulla via di un completo
distacco dalle necessità della società, cominciò a divorare i suoi
figli migliori: la classe media, che era la spina dorsale del
sistema stesso.
310
Il modello in vigore aveva così perso di vista le ragioni
dell'Uomo; ragioni che, invece, dovevano essere la causa prima
del suo sviluppo, se si voleva attribuire un motivo di validità al
sistema stesso.
Per andare avanti nella discussione, occorre però considerare
una variabile importante, se non si vuole lasciare monco il
ragionamento.
Un difensore del sistema considerato, porrebbe ora la
pregiudiziale della libertà; cioè affermerebbe che il sistema non
si è scontrato con l'altro sistema, quello comunista, sul piano
dell'interesse economico ma su quello della libertà.
A questo punto viene da evocare Maria Teresa Luisa di Savoia
Carignano, Principessa di Lamballe, che andò alla ghigliottina
gridando: "Libertà, quante nefandezze si compiono in tuo
nome!".
Quel grido è conseguente, non perché il concetto di libertà non
sia centrale, nella storia umana, ma perché esso è stato quasi
sempre preso, come per la povera principessa, quale foglia di
fico, per tutte le atrocità, commesse dall’uomo.
Andiamo per ordine.
Se il sistema capitalistico pone, come proprio principio
informatore, la libertà, il sistema comunista poneva, alla stessa
maniera, la giustizia, e questa contrapposizione fa già vedere
come i due pretesi motivi informatori non fossero altro che
scuse.
Infatti libertà e giustizia sono due aspetti della stessa medaglia:
non può esistere l'una senza che sia presente l'altra, e l'una e
l'altra sono presenti sempre allo stesso grado, perché l'una
aumenta con l'aumentare dell'altra, così come l'altra degrada con
il degradare della prima.
Si vuole un'ulteriore conferma? Eccola.
Entrambi i sistemi s'erano organizzati con un enorme apparato
militare, che aveva una forza terrificante, capace di distruggere
ogni traccia di vita sulla terra, non una sola volta per parte, ma
svariate volte.
Ebbene, questo fatto, la possibilità cioè di distruggere totalmente
e definitivamente la vita sulla terra, tutta la vita, non avrebbe
annullato, a fortiori, anche ogni possibilità di libertà per gli uni e
di giustizia, per gli altri?
E non erano, gli uni e gli altri, i campioni, sopra tutte le altre
cose, della libertà e della giustizia?
Il fatto vero è quello che si diceva in un'altra parte, in cui
s'individuava l'uomo come l'unico animale che cerca una scusa
per dividersi in gruppi e, ammantatosi delle pseudo ragioni
insite in quelle scuse, si porta vicendevolmente guerra.
311
In questo modo egli soddisfa il proprio istinto, che lo spinge, per
l'antica legge del più forte, a giocarsi il tutto per tutto, nella
ricerca appunto del vincitore.
Non si scappa da questo concetto, quando si parla dell'uomo.
Osserviamolo in altre manifestazioni che, pure, non avrebbero
alcuno scopo d'estrinsecarsi nel modo in cui esse si svolgono, se
non per la naturale propensione dell'uomo di disporre ogni sua
espressione vitale in siffatta maniera, che gli ricorda come lui ha
conquistato il dominio del mondo.
Che cosa è infatti lo sport, che tanta presa ha nell'inconscio
collettivo di così gran parte dell'umanità, se non la sublimazione
del suo istinto di lottare per la supremazia?
Una guerra in piccolo, combattuta con regole rituali.
E che cosa ha impedito allo sport di svilupparsi come elemento
di collaborazione tra TUTTE le componenti che lo stanno
eseguendo e non solo tra le componenti del proprio gruppo, per
vincere e sopraffare l'altro gruppo antagonista?
Che cosa spinge l'uomo, già abbondantemente progredito nel
campo del proprio successo personale, senza più alcun timore di
perdere quanto ha già accumulato, a vivere nella trepidazione e
nell'ansia della lotta, al fine di dimostrare d'essere, ancora, più
forte degli altri?
E’ la vecchia legge della giungla, resa più cogente e codificata
nel dettaglio, dalla società nata dagli spiriti liberi dell'antica
Grecia, trasferitasi prima nel bacino del Mediterraneo, e poi
trapiantata in tutto il mondo, dalla civiltà europea.
Da sempre, si sapeva che quel tipo di civiltà non voleva
sottostare ad alcuna limitazione della propria libertà, nemmeno
quella che vietava di costringere i vinti ad assumere il proprio
modo di vita, neppure quella che impediva di conquistare,
insieme con il mondo, le menti degli uomini che l'abitano.
Questo strano concetto di libertà, così vicino all'arbitrio, aveva
prodotto una società fondamentalmente illiberale, perché essa
non riconosceva le ragioni dell'altro.
Autoritaria, perché quando manca la ragione subentra la forza.
Tanto espansionista da aver acquisito spesso i caratteri
dell'imperialismo, perché l'espansione è la dannazione di chi,
non riuscendo a far valere la forza delle proprie ragioni, tenta di
far prevalere, al loro posto, la ragione della propria forza.
Vediamo ad esempio la tesi di Friedrich W. Nietzsche1, un
filosofo propugnatore dei "valori aristocratici".
1
Friedrich Wilhelm NIETZSCHE -1844/1900- filosofo tedesco. Nel suo
saggio: “ GENEALOGIA DELLA MORALE “ egli espone le tesi
riportate in questi paragrafi.
312
Essi, infatti, stanno alla base delle dottrine, che pongono
“il superuomo, al di là del bene e del male".
Sono quelli, i valori, che, in definitiva, continuano a dare una
necessarietà alla legge del più forte.
Il filosofo tedesco pone l'origine della morale nel
"Ressentiment"(il risentimento) di "quegli esseri cui è preclusa
la reazione vera, quella dell'azione, e che possono soddisfarsi
solo grazie ad una vendetta immaginaria ", cioè i vinti e le
classi subalterne, che hanno appunto inventato la morale, come
rivalsa sulla loro sconfitta.
La dottrina dei vinti, per eccellenza, è il Cristianesimo; esso
respinge il mondo e sposta l'unica realtà vera nel regno dei cieli,
in pratica nella favola.
Anche la storia, per Nietzsche, tende a seguire questa strada,
quando pone i valori veri oltre l'esperienza sensibile, per dare
una meta ed uno scopo ultraterreno all'avventura dell'uomo.
La posizione escatologica della storia, in altre parole, la ricerca
tesa ad illuminare i fini ultimi dell'Universo e dell'Umanità,
genera altri falsi miti, quali il “Progresso", il "Socialismo",
ovvero il progresso sociale, “l'ottimismo razionalistico", che
pretende che tutto L'Universo sia razionale e quindi conoscibile
mediante la scienza socratica.
Però la civiltà che ha compiuto questo cammino, ad un certo
momento della sua storia, non riesce più ad andare avanti,
perché i valori, da essa evidenziati, si scoprono fallaci.
L'umanità perde allora la sua fede in Dio, la vita vede svanire i
suoi ideali, il progresso e la scienza non sono capaci di dare la
felicità all'uomo.
Egli ripiomba, così, nella sua condizione alienante di schiavo,
resa ancor più terribile dalla coscienza di quanto è accaduto.
L'uomo in questa maniera, cade, per Nietzsche, nel "nichilismo",
che è la forma più assoluta di scetticismo.
Come uscirne?
Nietzsche propone la teoria dell'"Uebermensch", il"Superuomo".
L'uomo dovrà ritornare fanciullo ed accettare la vita per quello
che è, un continuo divenire, una ruota senza fine e senza altro
scopo, se non il suo incessante girare.
Accettando la realtà per quello che essa veramente è, l'uomo
accetterà il "gioco cosmico", al di là del bene e del male.
Accetterà perciò tutte quelle implicazioni che la morale tendeva
ad evitare, dividendo le esperienze dell'uomo in buone e cattive,
le une da perseguire, le altre da rifuggire, per le ragioni già
esposte.
In questa maniera l'uomo supererà la sua posizione, che s’era
dimostrata la peggiore, tra tutte quelle in cui egli s'era
313
avventurato, essendosi posto come uomo senza valori, nella
società borghese.
Egli diverrà così, alla fine di questo processo liberatorio, il
Superuomo: l'uomo liberato dal pregiudizio.
Come si vede, il quadro si va facendo chiaro, le posizioni si
delineano.
Dopo più di tre millenni di ricerca del Dio unico, dopo
venticinque secoli di tentativi di definire il mondo mediante la
capacità logica della mente, le posizioni superstiti sono due.
O, meglio, queste posizioni, che erano state più o meno
confusamente abbozzate già all'inizio del pensiero logico, ora
hanno trovato una sistemazione organica, nel campo delle
scienze dell'Uomo.
La tesi di chi non vede un fine, nell'incessante procedere della
storia, ed intende questa come un processo ciclico di ere, che
s'alternano senza un perché logico, spinte solo dalle leggi
probabilistiche del caso e quella che accetta un fine, per tutto
questo gigantesco fenomeno.
Noi, ora, cominciamo ad aver chiaro l'intero quadro, che
sappiamo in moto, sulla terra, da più di cinque miliardi di anni.
Le menti più acute ne avvertono l'intrinseca bellezza e la scienza
ne sta ora intravedendo l'intima coerenza logica e l'unicità del
sistema di leggi ,che lo regolano.
L'unico elemento perturbatore, nell’universo, che si va
scoprendo ordinato, sembra essere proprio l'uomo.
All'interno di queste due grandi contrapposizioni vi sono poi dei
sottosistemi, che definiscono i due fasci di posizioni, così
individuate.
La prima posizione, che chiameremmo ciclica o del rifiuto, vede
al proprio interno le teorie scettiche, da quella nichilista prima
rammentata a quelle proprie delle religioni che postulano l'unica
realtà del cosmo nel gran fuoco di Shiva, che tutto brucia per
tutto ricominciare o che predicano l'assoluta inconoscibilità del
tutto.
Fanno ancora parte di questa posizione la teoria che nega la
validità di un Dio Creatore, od Ordinatore, dell'universo ed il
sistema che pone l'origine del tutto nel caso, senza che questo si
possa mai ordinare in una struttura logica tendente ad un fine,
neppure per avventura.
La posizione opposta è più frastagliata, forse perché più
aderente alla nostra civiltà.
In essa troviamo, naturalmente in prima linea, le religioni
monoteistiche e tutte quelle credenze religiose che ammettono
un fine ultimo nell'Universo.
314
Possiamo perfino sistemare, in quella posizione, le religioni
binarie, che accettano cioè due principi informatori, il Bene ed il
Male.
Come teorie che postulano un percorso logico per l’avventura
umana, benchè estremamente critiche sul concetto di Dio
creatore, accogliamo in questa posizione anche il positivismo, il
materialismo, il marxismo, l'utilitarismo, naturalmente
l'evoluzionismo darwiniano, lo storicismo, lo stesso
esistenzialismo, le scienze umane, (sociologia, psicologia,
psicoanalisi, etnologia, antropologia, strutturalismo e
semeiotica) scienze in cui sembra essersi frantumata l'indagine
filosofica, in questo nostro tempo di " pensiero debole ".
Come è possibile vedere, si tratta di teorie ferocemente in
antitesi tra di loro, che si sono fatta guerra aspra e non solo
verbale, ma tutte ritengono possibile, ed auspicano, un tragitto
razionale per la storia dell’uomo, al di là di chi determini ed
attui questo cammino.
Lo sforzo che dovrà esser fatto, in questo nuovo millennio, sarà
quello di trovare un minimo comun denominatore, tra tutte
queste teorie, al fine di poter procedere alla costruzione, per il
prossimo futuro, di una teoria forte.
Essa, comprendendo le istanze più valide di ciascuna di queste e
confrontandole, in un processo dialettico, con le teorie del
rifiuto, potrà giungere ad un netto avanzamento, sul piano
dell'indagine conoscitiva dell'uomo, nei confronti dell'Universo.
Quale miglior comune denominatore, infatti, si potrà trovare per
tutte queste teorie, se non l'uomo stesso?
Certo che lo scegliere, tra le due posizioni in cui si è venuta a
cristallizzare l'indagine dell'avventura umana, è impresa da far
tremare i polsi.
A meno che, l'uomo, quest'animale drammatico, che riesce a
trovare, nel proprio intimo, la forza per superare le situazioni,
proprio quando esse divengono più esasperate, non sappia, al
momento giusto, esprimere un gigante del pensiero.
Egli potrà così proporre una soluzione elegante, perché semplice
e vera, a questo problema, che affascina ed affatica la nostra
civiltà.
Se risolvere il problema è tanto difficile, da non bastare forse
l’intero millennio per raggiungere, al riguardo, una posizione
chiara e definitiva, l'enunciarlo è, invece, molto semplice.
L'uomo dovrà verificare, mediante il proprio signum, cioè
l'autocoscienza che genera l'indagine logica, se l'Universo, che
315
lo ha espresso, sia un Universo che risponde ad una causa logica
o se esso sia il prodotto del caso, un accidente.
Ovvero, se pur generato dal caso, l’Universo, avendo avuto, per
accidente, la ventura di veder sortire a sua volta un essere
autocosciente, l'Uomo, tramite questo, possa darsi, se non una
causa generante, almeno uno scopo finale.
Ma, per attuare questo processo titanico, occorre, prima, che
l’umanità affini ulteriormente i propri strumenti d'indagine.
Consideriamo, ora, un fatto, che potrebbe portarci su di un
sentiero in cui sono possibili sviluppi positivi.
Dalla civiltà europea, che abbiamo visto svilupparsi con tratti
assolutamente illiberali, tanto da essere tacciata, a ragione,
d'imperialismo, ad un certo momento della sua evoluzione, è
nato il concetto di liberalismo.
Questo si può definire come la posizione che vede ed ascolta
anche le ragioni dell'altro, cambiando così in modo radicale le
proprie motivazioni, perché così impone l'indagine logica.
In definitiva, il percorso ormai appare chiaro.
Il Rinascimento italiano, punta di lancia di quello europeo,
aveva individuato lo strumento, per far compiere un grande salto
di civiltà all’umanità.
Quello strumento era lo stesso, ipotizzato dall’Umanesimo, cioè
dal bisogno, che l’umanità aveva messo in campo, per superare
il mondo, ormai concluso, dell’età medioevale.
Lo strumento era il riconoscimento dell’uomo come “Termine e
paragone dell’universo”.
Superato questo gradino, l’umanità acquisì, nel sedicesimo
secolo, un altro strumento basilare: il concetto di scienza2.
Definito come si attua un procedimento scientifico, l’umanità
iniziò a far scienza anche nelle discipline sociali.
E’ merito dunque del secolo dei lumi, il diciottesimo secolo,
aver scoperto, prima nel campo filosofico e poi, nel campo delle
discipline sociali, la forza della scienza.
Se ne mutuarono, così, i vantaggi anche nei rapporti tra gli
uomini.
Così si giunse, finalmente, al concetto di liberalismo.
Questo, come è noto, è contenuto in quella dottrina, che non
accetta più, acriticamente, di considerare, come migliore, la
propria teoria, solo perché è la propria, ma sottopone anche la
Un concetto scientifico si attua, per definizione, solo quando esso è
universale, cioè è valido sempre ed in ogni luogo; quando esso è ripetibile,
cioè date particolari condizioni , ben specificate, esso possa esser ripetuto
ogni volta che si voglia; infine, quando esso non necessita di cause non
naturali, per aver luogo.
2
316
teoria avversaria al vaglio della ragione, riconoscendone, ove ve
ne sia la possibilità, le ragioni in essa presenti.
Naturalmente il metodo liberale è stato usato, nei secoli
diciannovesimo e ventesimo, per sottoporre al vaglio della
ragione solo le idee della nostra società, la società erede della
civiltà greco romana.
Le altre civiltà, per quel senso d’imperialismo, duro a morire,
che aveva permeato di se anche la nostra ragione, non erano
reputate degne d’esser confrontate con la civiltà dominante.
Solo in tempi recenti, l’uomo s’è accorto di quanto fosse
riduttiva, anche per la nostra civiltà, la perdita volontaria delle
altre civiltà umane.
V’è stato quindi, un tentativo di recupero di esse, uno
spostamento di visuale non di poco conto, un cambiamento
importante, nel modo di concepire il rapporto tra i popoli.
Alla stessa maniera, l'uomo dovrà fare un cambiamento totale
nel proprio modo di pensare, d'agire, di costruire la propria
civiltà.
Egli dovrà riconoscere che la vecchia legge del più forte, che
pure l'ha proclamato re della terra, ormai è un pericolo e va
sostituita con un altro modus operandi.
Sembra addirittura, secondo le ultime ricerche degli
evoluzionisti, che i Cro-magnon, l’ultimo ramo del genere
Homo cui noi stessi apparteniamo, abbiano avuto la meglio sui
Neanderthal, anch’essi uomini come noi, ma più forti e più
adatti al freddo, solo perché avessero trovato nel linguaggio una
potente forma di cooperazione tra di loro, cosa questa che ne
permise la vittoria e la sopravvivenza.
E ormai non esistono altre razze con cui combattere.
Partendo dalle sue premesse, Nietzsche giungeva a soluzioni
valide, che gettano una luce sinistra, ma illuminante, sul destino
dell'uomo.
Ma, forse, quelle premesse non sono immutabili.
Qualunque sia il demiurgo che ha suscitato l'uomo dal fango
primordiale,Dio o il Caso, ormai l'uomo ha raggiunto
l'autocoscienza.
Questo solo fatto impone all’uomo di comportarsi
conseguentemente, riconoscendo quale sia il comportamento più
razionale, mediante la logica, il suo strumento principe, che egli
dovrà rendere sempre più cogente.
Egli dovrà così abbandonare, se necessario, procedure che sono
state considerate finora innate, ma che, ormai, sottoposte al
vaglio dell'indagine logica, si rivelano deleterie.
317
A questo riguardo, è nota la posizione di Pascal, che introduce il
famoso concetto, esser meglio il credere all'esistenza di Dio, con
tutto quello che ne consegue.
Secondo Pascal3 , infatti, se si sbaglia, reputando ciò, si perde
pochissimo, mentre, se si ha ragione, s'ottiene il massimo, cioè
la salvezza dell’anima.
Da parte nostra, più che postulare la posizione di Pascal, ci
sembra che questa sia il massimo dell'ipocrisia, non degna
d'esser la base costitutiva di un sistema logico, che possa
raffigurare la realtà del mondo.
Ma appare feconda una diversa posizione.
Una tesi espressa qualche anno fa nell'ambito dell'Università di
Cambridge e riassunta in un libro4 , ha posto le basi per una
teoria, che è stata definita "cosmologia antropica", considerando
che l'Universo pare esser costruito su misura per l'uomo.
Infatti "il semplice fatto che un piccolo pianeta, come il nostro,
ospiti una forma di vita intelligente, sembra porre dei limiti alle
caratteristiche su larga scala dell'intero Universo, come le sue
dimensioni
o
l'intensità
relativa
delle
interazioni
fondamentali"5.
Questa può essere una prima valida possibilità d'indirizzo per
superare, con una sintesi, che forse abbraccerà l'intero millennio,
il processo dialettico in cui si è venuto a trovare il pensiero
dell'Uomo.
Questo è appunto il bivio, che si pone concretamente sul
cammino dell'uomo; la necessità di scelta appare ormai
indifferibile, nel momento storico che sta vivendo la società
umana.
Se non saremo capaci di risolvere questo dualismo, c'ingoierà un
medioevo più lungo e più feroce di quello che ci separa
dall'epoca di Atene e Roma.
Un medioevo, in cui la tecnologia permetterà, ai potenti del
momento, di tenere l'uomo nella schiavitù più abbietta, perché
non rifiutata, anzi ricercata e goduta.
Un medioevo reso interminabile, perchè le scelte e le scoperte,
accadute finora, per la maggior parte, per caso, nella storia
dell’uomo, sarebbero, d’ora in poi, indirizzate e guidate dal
potere.
B.PASCAL matematico, fisico e filosofo francese; 1623-1662.
“Cosmic coincidences” di John GRIBBIN e del prof Martin REES
dell’università di CAMBRIDGE; BAUTAM ed . NEW YORK.
5
Da un articolo di John GRIBBIN, riportato sulla rivista “ASTRONOMIA”marzo 1990.
Il principio antropico è stato poi ampiamente analizzato da Stephen
HAWKING nel suo libro “BREVE STORIA DEL TEMPO” al cap. ottavo.
3
4
318
Infatti, l'Uomo che, per sciagurata ipotesi, rifiutasse, se non una
causa logica, almeno uno scopo, per l'esistenza dell'Umanità,
imboccherebbe un ben triste cammino.
Vorrebbe cioè dire che non esiste, oltre che un Dio, nemmeno un
fine, per l’avventura dell’uomo.
In quest’ipotesi, la ruota degli eventi, avendo raggiunto il
massimo del proprio ciclo, ora ricadrebbe verso il basso, con
una sequenza distruttiva tanto violenta, quanto grande è stato il
salto di progresso fin qui compiuto.
Se mai ciò dovesse accadere, in quell'epoca buia sarebbero
possibili crimini incommensurabili, di cui stiamo già vedendo i
prodromi, come il trapianto degli organi a pagamento, o i
tentativi di clonare la razza umana.
Oppure, la ricerca di uno stato d'ibernazione, che spinga, coloro
che se lo possono permettere, a ritardare la propria morte, per
cercare di trovare, nel futuro più o meno prossimo, una medicina
che permetta loro di sopravvivere.
O, peggio ancora, s'useranno i feti dei non nati, magari mettendo
in piedi un'industria, che lo faccia a livello non più artigianale,
per produrre creme di bellezza.
Chissà cosa potrà mai passare, nel cervellino di una dama che
usa simili prodotti, se pure questo funziona ancora, quando pensi
a quale macabra operazione si sta sottoponendo, per nascondere
in qualche modo i segni di una condizione che, una volta era
naturale, ed oggi è aborrita.
E già si parla di trapianto del cervello umano.
Ma, se mai ci si arriverà, quello che ne uscirà non sarà più un
Uomo, bensì un essere che dovremmo giudicare mostruoso; non
tanto e non solo perché egli avrebbe forzato così, in modo
irreparabile, i limiti della natura, ma perché avrebbe fatto
questo, non per un fine superiore, bensì solo per una ragione
egoistica di sopravvivenza del singolo.
Se invece l'uomo riuscirà a modificare le proprie caratteristiche
innate, che lo spingono alla lotta verso i propri simili, allora
potrebbe essere possibile quel salto di qualità che abbiamo
ipotizzato.
Del resto, finora, molte volte, per arrivare a divenire Uomo,
l'animale, da cui proveniamo, ha modificato radicalmente la
propria conformazione fisica, il proprio patrimonio genetico, il
proprio comportamento.
La creatura che noi chiamiamo Uomo, ha dimostrato, infatti, di
essere l'organismo più plasticamente modificabile, tra tutti gli
esseri che hanno popolato e popolano l'orbe terraqueo, quello
che più lungamente e profondamente ha percorso la scala
dell'evoluzione.
319
Mentre le altre creature tendono a cercare una nicchia nel
proprio ecosistema biologico, l'Uomo ha compiuto, si direbbe
quasi cercato, per mezzo della sua prima caratteristica, la
curiosità intellettuale, cambiamenti, che potremmo definire
traumatici.
Sembra quasi che l’ordine impartito alla vita nei suoi recessi più
intimi, nel patrimonio genetico, abbia abbandonato via via gli
esperimenti che la vita stessa compiva, alla ricerca di un essere
che potesse giungere all’autocoscienza.
Questi esperimenti, veri e propri tentativi di prova, hanno dato
origine alle varie specie animali, che, perciò, s'acquietano nel
vivere, paghe del solo fatto d'esistere.
Finalmente, dopo infiniti tentativi, la vita è pervenuta all’uomo.
La sua specie ha abbandonato l'ambiente marino; ha superato la
condizione limitante dell’animale a sangue freddo ed ha così
acquisito una struttura mammifera, più rispondente alla lotta per
l'esistenza; ha abbandonato la sicurezza della cima degli alberi
per esplorare la savana; si è alzata sulle zampe posteriori per
guardare il mondo in faccia, divenendo così "antropos", l'essere
che guarda verso il cielo e, nel fare ciò, ha conquistato il suo
primo strumento, le mani.
Poi si è buttato, lui animale inerme, nella lotta per la vita, con
una vitalità impressionante, sottoponendo l'unico organo che
potesse aiutarlo, il cervello, ad una spinta evolutiva eccezionale,
tanto da modificare, a causa di ciò, addirittura la struttura del
proprio corpo.
Questo, infatti, deve avere un periodo di formazione differito
dopo la nascita, perché altrimenti il cranio, reso troppo grosso da
un cervello dallo sviluppo abnorme, rispetto agli altri animali,
avrebbe impedito un parto naturale.
Ciò ha avuto pesanti implicazioni culturali, perché gli etologi
fanno risalire a questo fatto, il processo di organizzazione
sociale tipico dell'uomo, in quanto un lungo periodo di non
autosufficienza del piccolo dell'uomo ha probabilmente
innescato il suo ordinamento parentale.
La sequenza descritta spiega i motivi per cui la femmina
dell'uomo si dedica all'accudimento della prole ed il maschio si
specializza nel compito di provvedere al cibo, cosa questa che è
all'origine del processo di ominazione, alla base dell'avventura
umana .
La pulsione evolutiva potente, che impone all'uomo di esplorare
ogni anfratto possibile, dagli abissi del mare agli abissi del
cosmo, dall’indefinito della propria natura all’infinito della
Natura che l'ha espresso, rimane ancora una caratteristica
prettamente umana.
320
Essa spinge l'uomo sulla cima della montagna più impervia, lo
scaglia nell’abisso più pauroso, lo fa quotidianamente scontrare
con l'ignoto, anche a costo della vita.
Essa si manifesta, ove non sia placata, con quel senso
d'insoddisfazione che ci distingue dalla bestia, contenta del
proprio stato, assolutamente inadatta a fuggire dalla nicchia
ecologica in cui l'ha posta la Natura.
Essa non è, come qualcuno potrebbe credere, un diletto
snobistico per uomini che, avendo avuto tutto, possono divertirsi
solo con la ricerca del pericolo; inutile, perché fine a se stessa.
Quella pulsione è il signum distintivo dell’uomo, forse la sua
dannazione, certamente la necessità che l'ha generato ed
evocato, nella miriade di forme di vita possibili.
Finora questa spinta evolutiva, autentica patente di nobiltà nella
natura animale, era dovuta all'ambiente.
A questo punto della sua storia, l'uomo, divenuto autocosciente,
deve fare un ulteriore balzo, per liberarsi delle ultime vestigia
d'animalità, presenti nella sua organizzazione mentale.
Se saprà fare questo, la sua spinta evolutiva non sarà dovuta più
esclusivamente all'ambiente, ma ad una scelta logica.
Se saprà fare questo, la ruota che lo teneva incatenato al ciclo
immutabile ed inconoscibile del Caso sarà spezzata e l'uomo
potrà esser lanciato verso il proprio destino.
Certo, questo processo non sarà facile nè potrà attuarsi in breve
tempo, anzi le spinte contrastanti saranno violente ed il prezzo
da pagare sarà alto.
Unica nostra speranza è che l'uomo è attratto dalle scelte
difficili.
Questa, oltre ad essere la più difficile che sia occorsa
all'Umanità, è anche, e soprattutto, una scelta razionale.
In bocca al lupo.
321
CAPITOLO XXIV
ANNODANDO I FILI DELLA STORIA
Le cure pastorali di una diocesi, così ricca d’uomini e di storia,
non impedivano a Tommaso di continuare a frequentare
l'ambiente, così stimolante sul piano intellettuale, che aveva
lasciato a Bruxelles.
Così, pur non con la frequenza di quando era cittadino della
metropoli belga, ma ogni volta in cui aveva notizia di
avvenimenti interessanti, Tommaso ritornava nei posti che
l'avevano visto protagonista ed in cui aveva lasciato quella che,
psicologicamente, riteneva essere la sua casa.
Del resto, il fatto che non avesse abbandonato del tutto
l'Università di Lovanio, in cui continuava a tenere delle
conferenze di teologia e di esegesi biblica, gli dava un comodo
pretesto per recarsi regolarmente in quella città.
Così seguitava a vedere volentieri il gruppo di giovani esponenti
che s'erano fatti le ossa in quella capitale politica e che, ora,
aspiravano a rientrare nei propri paesi, per partecipare in prima
persona, forti delle esperienze maturate in sede europea, alla
politica nazionale.
In patria, essi però avrebbero portato tutte le istanze e la
particolare sensibilità, che avevano sviluppato in comune, nelle
stanze che contano di Bruxelles.
La ripetuta frequentazione aveva fatto nascere tra di loro una
comunanza spirituale che, al di là delle rispettive posizioni, si
manifestava in una sorta di consorteria.
Considerandosi ormai amici, essi avvertivano come un senso
d'appartenenza ad uno speciale club, molto riservato ma molto
ricettivo a qualsiasi novità.
Così riconoscevano e rispettavano le reciproche qualità, pur
essendo queste, il motivo d'appassionate dispute intellettuali, cui
tutti partecipavano, allo scopo d'affinare il proprio bagaglio
mentale.
Appunto in una di queste riunioni, che stavano perdendo sempre
di più il carattere d'ufficialità per divenire motivo d'incontro, si
riprese il vecchio tema.
Che cosa si dovesse fare per attribuire un senso politico forte
all'unione dei paesi europei, che non riusciva ad abbandonare la
pura convenienza economica, per darsi una necessità politica.
Quando s'andava a parare su questi temi, che pure erano il
motivo principale della presenza di gran parte di loro in quella
sede, da un po’ di tempo veniva fuori, sempre più forte, l'antico
322
timore dell'Unno, la paura che Deutschland metteva, in tutta
Europa.
Essa era stata risvegliata, e resa ancora più forte, dallo sviluppo
straordinario che la Germania aveva avuto, negli ultimi anni,
nella sua politica, nella sua economia, nella sua finanza.
Il timore, o per alcuni la speranza, che il boccone, di quella che
s'era chiamata Germania dell'Est, sarebbe stato troppo grosso
per l'economia della Germania, ormai una, s'era dimostrato
inconsistente.
Anzi l'annessione, perché di questo s'era trattato in termini
squisitamente politici, era stata completamente digerita in pochi
anni, invece del ventennio ipotizzato dai più scettici, e
quell'ingrandimento cominciava a dare i suoi frutti.
Dopo cinquanta anni dalla fine di una guerra che aveva
schiantato un popolo, dividendone la nazione in quattro parti,
quella stessa Nazione aveva saputo risorgere e si riproponeva al
mondo come la potenza egemone dell'Europa.
La potenza della Germania trascendeva ormai persino la
posizione regionale, per imporsi come polo mondiale, capace di
fare politica autonoma e di colpire al cuore gli interessi dell'altro
centro della politica mondiale, gli Stati Uniti d'America,
mediante la forza incontenibile della propria moneta.
Del resto, era lo stesso fenomeno che era accaduto all'altro paese
uscito distrutto dalla guerra, il Giappone.
È strano come, dopo cinquanta anni e trenta milioni di morti, la
situazione fosse tornata come nel 1939, con la Germania ed il
Giappone che ponevano una seria ipoteca sul mondo, dominato
fino a quel momento dagli U.S.A.
Il fatto, se dava forza alle tesi di quelli che ipotizzavano un
genius gentium, che si esprimeva comunque e dopo qualunque
sconfitta, perché dotato d'ideali superiori, faceva altresì
ingrandire a dismisura i timori.
Così pensavano, coloro che, per abbattere quel genio, ritenuto
malefico, avevano visto spendere la vita di tanti uomini, nello
sforzo vittorioso, ma terribile, che era stato necessario per
vincerlo.
Proprio nel tentativo di presentare un diverso modello politico,
che non avesse in se le stigmate del revanscismo teutonico,
anche se la Germania ne rimaneva il motore e la volontà
politica, un vecchio amico di Tommaso stava per abbandonare il
suo incarico, presso la Comunità Europea.
Infatti Gottfried Stollemberg s’apprestava a lasciare Bruxelles,
dove aveva ottenuto tanti successi e dove era nata e s'era
irrobustita la sua fama di politico accorto e capace, per mettersi
alla testa del Partito socialdemocratico tedesco.
323
Egli aveva elaborato una diversa dottrina politica, mentre molti
in Germania ricominciavano a parlare d'allargamento
dell'influenza tedesca ad est, che era poi la riedizione del
vecchio concetto di spazio vitale, tanto caro ad Hitler.
Il volgersi della Germania ad est avrebbe fatto risorgere vecchi,
ma non scomparsi, fantasmi, capaci di ricompattare tutte le
Nazioni che s'erano opposte alla Germania del III Reich.
Nè valeva il concetto che la Germania di fine millennio fosse
una cosa ben diversa dalla Germania di Hitler.
La strada da seguire, per Stollemberg, era un'altra.
Occorreva prima unire l'Europa in una Nazione vera, dotata di
una politica propria, fornita di tutti quegli strumenti che servono
appunto a fare una politica.
Un'economia salda in tutta l'Europa, una finanza che ripetesse
nel Continente l'exploit della finanza tedesca, una forza militare
convincente, un sistema d'idee guida, d'ideali, che informassero
l'azione politica che dovevano sostenere.
Solo dopo che questo programma fosse stato non solo enunciato,
ma anche iniziato, ci si poteva rivolgere ad est, in nome
dell'Europa, ed assolutamente senza mire espansionistiche.
Occorreva cooptare il colosso abbattuto dell'est, la Russia,
all'intero progetto, facendogli balenare una possibilità di riscatto,
che l'avrebbe portato nuovamente nel novero delle Nazioni
floride.
Occorreva convincerlo che questa era la sola possibilità, per
realizzare il sogno dello Zar Pietro il Grande: far entrare a pieno
titolo la Russia in Europa.
Ma questa politica doveva esser svolta esclusivamente
dall'Europa; infatti la stessa politica, intrapresa dalla NATO,
cioè da tutto il resto del mondo che contava e capitanata dagli
USA, era fieramente avversata dalla Russia.
L’erede dell’URSS, quel coacervo di popoli, che stentava a
divenire Nazione, vedeva in essa la continuazione del confronto,
che l'aveva vista soccombere rovinosamente.
La sua attuale classe dirigente temeva questa politica, se essa
fosse stata portata avanti dallo stesso gruppo di Potenze, che
avevano determinato il crollo dell’URSS nell’89.
Quelle potenze, secondo gli umori che stavano circolando
nell’immenso paese, volevano solo sferrare il colpo finale per lo
smembramento, per la distruzione definitiva dell'idea della
Russia, come Nazione.
Di questo si parlava spesso in quelle riunioni, ormai tra amici, e
si tracciavano le linee guida della politica, che sarebbe potuta
divenire la politica della nuova Europa, se i suoi governanti
avessero avuto il coraggio delle grandi decisioni.
324
Anzi, un po’ per gioco ed un poco per rendere più reale il gioco
che stavano portando avanti, quel gruppo di uomini politici, che
rappresentava in Europa le Nazioni più evolute, cooptò altri
elementi di tutte le Nazioni che erano interessate al problema,
per avere notizie dirette, viste sotto l'ottica di ciascuna Nazione.
Fu così fondato un club dal nome altisonante, I Cavalieri della
Tavola Rotonda, anche se, per ovvie ragioni, non fu data alcuna
pubblicità al fatto; esso rimase relegato nello strettissimo ambito
dei funzionari d'alto rango, che si muovevano nei palazzi
d'Europa.
In quella sede, furono discusse molte cause, mentre si salutava
la partenza di Stollemberg per l'importante incarico, che avrebbe
potuto contribuire a realizzare le loro teorie.
I rappresentanti delle regioni depresse d'Europa non mancarono
di far notare come, prima di rivolgersi fuori, occorresse sanare
l'economia, malata in tante parti del Continente.
La lamentela era giusta, ma come fare?
Dopo molte discussioni fu deciso che il problema andava
affrontato alla radice.
Se, ad esempio, il sud dell'Italia aveva così tanti problemi, che si
potevano riassumere in un unico titolo, sottosviluppo, e se
questo sottosviluppo generava a sua volta problemi inquietanti
come criminalità e droga, ciò non era certo dovuto a cause
genetiche.
Esse non intervengono quasi mai nella storia dei popoli, e meno
che mai si potevano ipotizzare per le popolazioni del sud
dell'Italia, che, pure, avevano fatto fiorire la straordinaria civiltà
della Magna Grecia.
Uguale sottosviluppo mordeva paesi e regioni d'Europa che già
altre volte erano stati alla punta del progresso, come la Grecia, il
Portogallo, la Spagna, molte regioni della Gran Bretagna, e poi
tutta l'Europa che, una volta, si chiamava dell'Est.
Molteplici e sparse nel tempo erano le cause del sottosviluppo
che bloccava quei popoli, ma unico era l'effetto: quei paesi non
riuscivano a tener dietro al nucleo supersviluppato dell'Europa.
Il problema era che l'organizzazione sociale di quelle regioni
aveva preso una strada perversa, che aveva bloccato ogni
possibilità di crescita armoniosa.
Occorreva allora mutare l'organizzazione sociale di quelle
nazioni, o di quelle regioni, che ne avevano una insufficiente, se
quelle regioni, o quelle nazioni, volevano veramente entrare in
Europa.
Ma ritornava l'antico dilemma: come fare?
La risoluzione adottata, dopo molte proposte, fu la seguente:
l'Europa doveva darsi, al più presto, la possibilità di divenire un
vero soggetto politico, con un Parlamento capace di legiferare e
325
di far valere le proprie leggi "Erga Omnes”1 , all'interno della
Comunità, .
Con un quadro di leggi, che avessero potuto fare da cornice ad
un ordinato sviluppo delle varie regioni d'Europa, si poteva
pensare d'eliminare gli squilibri, che ora si lamentavano.
Certo, a tutti era noto il vecchio assunto di Platone per cui non
esistono buone o cattive leggi, ma solo buoni o cattivi cittadini
che sanno ubbidire, o riescono a svicolare dallo spirito delle
leggi, magari applicandone vigliaccamente la lettera.
Ma a questo si poteva rimediare; bastava fare leggi tali, per cui
non era conveniente eluderle, perché l'elusione sarebbe costata
così cara, che non sarebbe valsa la pena neppure il provarlo.
Naturalmente questo presupponeva un corpus di leggi chiare,
poche di numero, di rapida esecuzione, d'inflessibile controllo,
con assoluta certezza di potere e di responsabilità nelle
competenze.
Non sarebbe stato facile.
Vi sarebbero state molte resistenze locali, che si sarebbero
ammantate sotto il pretesto delle particolarità nazionali, ma si
poteva fare, fidando soprattutto sugli uomini di buona volontà
che non mancano mai in ogni società, anche la più disastrata.
Proprio mentre si parlava dell'Italia qualcuno sollevò il
problema:
"Ed il Vaticano?
Quale sarà il ruolo della Chiesa di Roma in questa nuova
Europa? Dovremo continuare a considerarla un elemento di
disturbo, per l'illiberalità della sua posizione, che non accetta
confronti sulle idee?
Naturalmente una società liberale deve accettare qualsiasi
forma di credo religioso, ma deve altresì porre chiaramente
come limite invalicabile la laicità dello Stato; quindi il Vaticano
rappresenta comunque un problema, che l’Europa deve
discutere."
Toccava ora a Tommaso, e la cura che egli stava mettendo, nel
cercare le parole con cui esprimere concetti, che stavano sul filo
del rasoio della credibilità, senza cadere nella trappola
dell'eresia, era l'indice della difficoltà dei temi che andava
esponendo.
"Santa Romana Chiesa crede fermamente nel compito dell'uomo
su questa terra.
Proprio da come questo compito sarà svolto da ciascuno, Essa
ricava il criterio di salvazione personale degli individui.
1
ERGA OMNES significa, in latino, nei confronti di tutti.
326
Questo compito presuppone un continuo adeguamento alle sfide
che sono poste all'uomo, sfide che debbono esser combattute
con gli strumenti leciti, che l'uomo riesce a fabbricarsi.
L'essere cristiano impone la sola aderenza ai dieci
comandamenti che Mosè ricevette sul Sinai più il
Comandamento del Cristo: ama il prossimo tuo come te stesso.
In quest'ottica, anche la morale laica, la cui massima
espressione è la morale autonoma di Kant, rientra nella corretta
applicazione dei Comandamenti, cui deve ubbidire un uomo,
che si comporta da cristiano.
Questo è il fare, che definisce, attraverso l'azione mossa dal
pensiero, l'essenza di un vero cristiano.
Altra cosa è il pensare, cioè il costruire un sistema compiuto e
logico, che dia risposte razionali alle domande razionali
dell'Uomo.
Sarà tacciato di non essere cristiano, chi non crede che San
Pietro volasse meglio di Simon Mago, o chi pensa che sarebbe
meglio non raffigurare il volto della Divinità, perché ciò è
impossibile, anzi deleterio per i più?
Eppure questa era la posizione teologica della Chiesa, nei
primissimi secoli della sua esistenza.
Facciamo ora credito all’uomo, di percorrere altri cento secoli,
sulla strada della sua storia.
Le domande che egli si porrà, anche in quel tempo lontano,
probabilmente saranno sempre le stesse; ma le possibili
risposte, cui sarà pervenuta la teologia, parleranno ancora del
volo di Pietro?
Necessariamente, perché stiamo ipotizzando un avanzamento
nel cammino della civiltà, tutto, nella stessa teologia, sarà, non
dico cambiato, ma meglio espresso, considerato da una visuale
più consona, visto in una prospettiva migliore e più probante.
Che cosa rimarrà, necessariamente, di immutato?
La necessità del Disegno, affinché l’uomo possa capire il
Creato; la necessarietà dell’autocoscienza, per spiegare
l’Universo.
Del resto, io credo che il concetto di Disegno sia essenziale,
soprattutto per coloro che non abbiano avuto il dono della
Fede, ma hanno fede nel destino dell’uomo.
Infatti, anche per essi occorre fare riferimento al Disegno,
qualora non si voglia precipitare nel baratro, senza fondo, dello
scetticismo.
Se si è comunque accettato un essere pensante, che sia sorto dal
Caos primigenio, o come si voglia chiamare la situazione
precedente, altresì l’accettare logicamente che questo essere
abbia la facoltà d'ordinare l’universo che lo contiene, è l’unica
327
possibilità, per dare, in qualche modo, una validità allo stesso
suo destino.
In questa opzione, il Disegno sarà esclusivamente opera
dell’uomo.
Egli, così, non conoscerà l’inizio del viaggio.
Pure, per tutta la durata di questo, il suo disegno sarà identico
a quello di noi cristiani.
Riguardo a ciò, mi piace ricordare l’esempio, che sono solito
fare.
Il cristiano, dotato della sua fede, e l’agnostico, che ponga
come unica realtà la sua ragione, possono esser assimilati a due
viaggiatori su di un treno.
Uno conosce la posizione di partenza e la stazione d’arrivo,
l’altro non sa nulla di ciò, ma entrambi si trovano a viaggiare
su quel treno.
Anche l’agnostico, a meno che non voglia scendere, gettandosi
fuori da esso, deve adoperarsi a compiere quel viaggio nelle
migliori condizioni possibili.
Quindi il problema, per entrambi, non è perché siano lì, ma
come fare affinché quel viaggio sia condotto nel modo più
razionale possibile.
Per questo, entrambi debbono darsi da fare, e la loro azione
deve rispondere agli stessi parametri.
Il cristiano ha l’assoluta certezza che il suo spirito arriverà a
concludere il compito che il Creatore ha stabilito.
L’altro, non è sicuro affatto che ci sia stato qualcuno, che ha
definito quel compito, nè che sarà lui ad portarlo a termine, nè
che quella missione sarà mai conclusa.
Egli è però certo che quel compito, ormai definito, va comunque
fatto, o almeno tentato; e solo l’uomo, al momento, può mettervi
mano.
La missione ricevuta non è inutile o falsa e, ove l’uomo fallisse,
un altro essere pensante sarà probabilmente suscitato,
dall’infinito brulicare della vita nell’universo, per misurarsi in
quel viaggio.
L’uomo non dotato della fede può anche presumere logicamente
che, forse, prima che quell’universo abbia termine, quel
compito potrà essere concluso.
Ove ciò non fosse, quell’universo avrà mancato al suo destino.
Tutto questo non è in rotta di collisione con il compito del
cristiano, anzi le due posizioni possono utilmente sostenersi a
vicenda.
Abbiamo dunque visto che le due facoltà, il fare ed il pensare,
attengono a due momenti diversi, ma non certo divergenti, della
vita dell’uomo.
328
L’uomo deve dunque fare il bene, cioè non opporsi al Disegno.
Ma egli deve anche pensare il razionale, cioè esplorare tutti i
campi dell’universo, con la sua arma distintiva: la ragione.
Quindi, anche in quel tempo lontano, che abbiamo ipotizzato
poc’anzi, il metro di giudizio, sull’operato dell’uomo sarà solo
il fare.
A questo proposito, e non stupitevi, vi ricorderò le parole di una
mente, che i più credono lontanissima dal pensiero cattolico,
quando essa immaginò di trovarsi di fronte al Principio Divino.
“ IN NOME DELL’ETERNO CREATORE, CONSERVATORE,
REMUNERATORE, VENDICATORE, MISERICORDE, (e così
via, secondo tutte le possibili ipotesi in cui si può raffigurare il
Principio Divino):
SIA NOTO A TUTTI GLI ABITANTI DEI CENTOMILA
MILIONI DI MILIARDI DI MONDI CHE CI PIACQUE
CREARE, CHE NOI NON GIUDICHEREMO MAI NESSUNO
DEI DETTI ABITANTI SULLE SUE STRAVAGANTI
CONCEZIONI, MA UNICAMENTE IN BASE ALLE LORO
AZIONI; POICHÉ’ TALE E’ LA NOSTRA GIUSTIZIA 2 .
Certo, la teologia procede ed in essa si erge il Dogma
dell'Infallibilità Papale, che blocca ogni possibilità di dialettica
in campo religioso, perché ad un certo momento, che viene
sempre dopo lunga riflessione e dopo aver considerato a fondo
ogni ipotesi ed ogni prova, il Dogma pone fine all'incertezza e
pone il sigillo alla questione.
Ma questo è esclusivamente il campo della teologia, cioè della
scienza dell'Uomo, la scienza che fa il disperato tentativo di
confrontarsi con l'idea di Dio.
In essa, un cristiano potrebbe avere una posizione che non
collimi con quella della Chiesa e quel cristiano sbaglierebbe.
Non per questo, però, ove fosse in buona fede, egli cesserebbe
d'essere cristiano, o lo sarebbe di meno.
Costui sarebbe solo un cristiano che sbaglia, avendo un
pensiero che la Chiesa giudica erroneo, anche gravemente
erroneo e tale da mettere fuori strada l'agire di coloro che
s'accostano a tale pensiero.
Questa è la preoccupazione della Chiesa: che un pensiero
errato possa portare a comportamenti errati nel proprio gregge.
Per questo, Essa interviene prontamente e sollecitamente.
La Chiesa inoltre, pur essendo intimamente convinta che fuori
del Cristo non vi è salvezza, riconosce, come già notò
acutamente Papa Giovanni XXIII, che anche coloro che non si
professano cristiani, possono avere comportamenti morali
d'altissima qualità.
Francois-Marie AROUET detto VOLTAIRE; DIZIONARIO FILOSOFICO,
alla voce DOGMI; (Il maiuscolo è nel testo originale).
2
329
Noi, per il solo fatto che quelli sono gli stessi comportamenti
che dovrebbe avere un cristiano, ne riconosciamo l'autore come
nostro fratello, anche se lui non lo sa dire, o professa
apertamente altri ideali.
Inoltre, nell’ambito della Chiesa, noi abbiamo iniziato una
grande opera di rilettura critica della nostra posizione.
All'interno della Chiesa, infatti, sono attentamente vagliate
situazioni ormai logore, schemi divenuti superati, concetti
obsoleti, veri e propri errori concettuali e nella prassi.
Abbiamo più volte detto, in tutta sincerità e con grande dolore,
che, in alcuni episodi, abbiamo avuto gravi colpe, come nel
trattamento che la Chiesa, in passato, ha riservato agli Ebrei o
per la frequentazione assidua del Potere, a scapito del Povero.
Abbiamo riconosciuto che l'abitudine è la più deleteria forma in
cui possa adagiarsi il cervello dell'uomo, perché contraddice
totalmente la principale caratteristica della mente umana, cioè
la curiosità intellettuale.
Per questo, abbiamo compiuto un imponente lavoro di riesame
di molte nostre posizioni, per liberare l'insegnamento del Cristo
dalle scorie che gli uomini vi hanno depositato sopra, in
duemila anni di storia.
Forti di questo esame critico, effettuato da noi con estrema
severità, ci volgiamo però a quanto ha saputo fare, nel
contempo, la Chiesa.
La Sua attuale posizione sociale è la più avanzata, tra tutte le
teorie finora espresse al riguardo.
La Sua opera a favore di coloro che soffrono in tutto il mondo è
un esempio per tutti.
La Sua voce, affinché la giustizia e la pace possano finalmente
trovare albergo nel cuore degli uomini del nostro tempo, è la più
alta, tra quelle che proclamano questa esigenza.
Il Suo giudizio, spesso severo, cerca di riportare l'uomo a
considerare quale deve essere il suo obbiettivo finale.
A tutti è chiaro che il pensiero della Chiesa non nasconde
secondi fini, essendo ormai definito il suo fine ultimo:
l'annuncio della Buona Novella.
Se invece entriamo nel merito dei problemi che sono addebitati,
da molti, al Magistero della Chiesa, possiamo sviscerarne
brevemente la problematica.
In primo luogo l'attenzione alla vita, che si manifesta in
molteplici maniere.
Sembra pacifico ai più, che, quando l'uovo è stato fecondato,
nel preciso momento che lo spermatozoo entra nell'ovulo, la
vita sia iniziata.
330
Se la vita è iniziata, ogni azione contraria a questa vita è un
crimine mortale.
Alcuni fanno questioni di lana caprina, discutendo su
quell'incipit.
Prendiamo un esempio dalla legislazione giuridica di tutti i
Paesi della terra, per dimostrare quanto vado dicendo.
Se un uomo uccide un altro uomo, anche se questi fosse
gravissimamente malato, anche se per avventura quell'uomo
stesse esalando l'ultimo respiro, questo sarebbe un omicidio.
Se invece un uomo infigge un colpo che potrebbe esser
considerato mortale su un altro uomo, ma che colpisce un uomo
che è appena morto, quel delitto è molto meno grave,
trattandosi di vilipendio di cadavere.
Così, sopprimere una vita che è appena nata, anche se solo
abbozzata, è un crimine; mentre, se non è avvenuto l'incontro
tra uovo e spermatozoo, ogni opposizione al fatto acquisisce
molta minor gravità.
È strana poi la posizione di coloro che, predicando una
razionalità scientifica su questi problemi, si meravigliano
dell'aridità dei preti, nel discuterne.
La scienza non consente passione.
Ma alcuni vanno affermando che la Chiesa s'oppone alla
regolamentazione delle nascite, non facendo nulla per evitare
situazioni tristissime.
Nascono infatti, milioni di bambini che avrebbero fatto meglio a
non nascere, piuttosto che morire di stenti e di fame, in troppe
parti del mondo, in massima parte nei paesi poveri, ma, spesso,
anche nelle fasce povere dei paesi ricchi.
Nel non opporsi a ciò, a detta di questi critici, la Chiesa evita
anche che sia innalzata una barriera al male che sta divorando
il mondo, la sindrome d'immunodeficienza acquisita.
Questa chiamata a correo, perché di questo si tratta, in quanto
s'ipotizza la complicità della Chiesa nel giudicare
comportamenti non corretti, non può essere accettata, proprio
perché la Chiesa vuol lasciare all'uomo, ad ogni uomo, la
responsabilità totale del suo comportamento.
Se la Chiesa autorizzasse comportamenti in deroga su questo
problema, tutta l'impostazione dei fatti verrebbe trascinata in
una deriva, difficilissima da arrestare.
La Chiesa si limita a sostenere che bloccare il miracolo della
vita è delitto, da qualunque momento esso sia messo in atto,
dopo il concepimento.
La Chiesa si limita ad affermare che tentare di bloccare questo
miracolo, prima che esso si compia, è azione pericolosa.
Non tanto per i metodi più o meno scientifici con cui si attua
questo blocco, ma perché quest'atto va contro il comandamento
331
principe della morale, sia essa quella cristiana sia quella laica:
considera l'umanità che è in te e quella che è fuori di te, sempre
come fine e mai come mezzo.
La Chiesa si limita a spiegare che la ricerca del piacere
sessuale è lecita, nell'ambito della vita di coppia.
L'uomo, ogni uomo, troverà, nella propria coscienza, la
capacità di spingersi più o meno oltre, in un comportamento,
che può divenire pericoloso.
Egli dovrà giudicare, insieme con la sua donna, come realizzare
al meglio quel Comandamento, nella propria famiglia.
Egli userà il discernimento, proprio del buon padre, nell'evitare
una vita grama e senza possibilità, se i suoi figli sono troppi.
Ma impedirà anche che essi siano troppo pochi, al solo scopo di
potersi così concedere, delle sovrastrutture, inutili per se e
deleterie per i figli.
Invece la pretesa dei più è diversa.
Partendo da casi particolari, si vorrebbe che la Chiesa
dimenticasse, e facesse dimenticare, la norma generale, la
Legge, sacra per la religione, ma anche per il diritto: non
uccidere.
Si vorrebbe che la Chiesa, accompagnando un individuo nel
corso della sua esistenza, quando questi si trova dinanzi alla
possibilità di attuare un comportamento pericoloso, non dicesse
a lui che esiste quel pericolo.
Facciamo il caso di un uomo che s'affacciasse sul tetto di un
palazzo di venti piani, senza parapetto.
È dovere della Chiesa dirgli: attenzione, questo è un
comportamento a rischio.
Se poi quell'individuo sa come comportarsi in quella situazione,
allora il problema è sotto controllo; ma la Chiesa non può
esimersi dal farlo presente.
Questo vale per tutti i comportamenti etici a rischio, che
possano esser catalogati come non rispondenti alla vecchia
regola di Kant:
"Agisci in modo che il tuo comportamento possa esser preso a
modello di una legislazione universale".
Ciò impone, anche alla Chiesa, di non poter più sottrarsi al
confronto delle idee.
Quanto poi alla volontà di potenza della Chiesa di Roma, il
corso della storia, come lo chiamate voi, liberi pensatori,
l'azione dello Spirito Santo, come preferiamo intenderlo noi,
dotati del dono della Fede, già da un secolo ha provveduto a
sgomberare il campo da quello che era divenuto un impaccio
storico e morale.
Il potere temporale della Chiesa, e la sua proposizione come
necessario raccordo tra Potere divino e potere umano, dopo
332
aver avuto la sua funzione nei secoli precedenti, è ormai
definitivamente tramontato, anche come ipotesi storica.
Superato il concetto del potere derivante dal Potere divino, la
posizione della Chiesa è tornata, per fortuna, o meglio, per
l'intervento diretto di quella forza divina che opera nel mondo,
al suo primitivo compito, in difesa dei bisognosi, degli umili, di
coloro che non hanno, rispetto a coloro che hanno troppo.
Certo che, forse, se scavate in qualche vecchia canonica della
Vandea, potreste perfino trovare qualche buon prete, alla fine
della sua esperienza umana, che rimpianga il potere temporale
dei Papi, ma la storia s'evolve, anche per noi.
Non abbiate dunque paura, la Chiesa è con voi, vede con
rispetto quell'ideale che voi volete costruire ed intende
parteciparvi, come vuole fattivamente partecipare a tutti quei
disegni dell'uomo, tesi a farlo progredire sul percorso della sua
Storia.
Ciò al solo scopo di rendere sempre più evidente quell'anelito di
giustizia che la riempie; nel rispetto delle diversità d'ogni
posizione, ciascuna delle quali rappresenta, e contiene in se,
una scintilla del pensiero, il signum impresso all'Uomo
dall'Onnipotente, comunque degno di attenzione".
"Un'altra domanda, Eccellenza, come legge la Chiesa il
problema degli omosessuali?" chiese il rappresentante olandese,
forse personalmente interessato a questa curiosità.
"La Chiesa non rifugge dallo studiare problemi gravi, che
coinvolgono la personalità dell'uomo.
L'essere omosessuale è una condizione che contraddice il
compito dell'uomo su questa terra: se tutti fossero omosessuali
l'Umanità s'estinguerebbe in breve tempo.
Quindi se, per avventura, gli uomini divenissero tutti o preti od
omosessuali, l'Uomo sarebbe condannato all'estinzione.
Ma, per fortuna non è così, e pertanto l'eventualità non si pone.
Dal diritto canonico è richiesto, a chi vuole ricevere il signum,
che lo definisce "Ministro di Dio" o più semplicemente prete,
che egli sia in possesso della " potentia coeundi et generandi "
3
.
In questo modo, la sua rinuncia al sesso sarà la sublimazione
di una facoltà ben presente in lui, non un compito di ripiego per
un essere, che alcuni possono considerare un uomo non
completo.
La Chiesa non pensa che un omosessuale sia un handicappato.
3
Possibilità di compiere l’atto sessuale e di generare (figli).
333
Questo non significa però che la posizione omosessuale sia utile
per l’Umanità.
Ma procediamo: il precedente esempio ora ci ritorna a
proposito.
Consideriamo l’ipotesi proposta.
In una situazione rischiosa, o drammatica, l'uomo, che si è
messo in quella posizione, per indole, per consuetudine
familiare, per abitudini sociali o di gruppo, tuttavia riesce ad
evitarne i pericoli, qualsiasi genere di pericoli, da quelli fisici e
psicologici a quelli comportamentali e sociali.
Egli trova, in queste condizioni, la forza di costruire un legame
con un adulto consenziente, e cosciente del medesimo pericolo
che anch'egli corre.
Se in questo rapporto si riesce a stabilire un sentimento vero
d'amore tra due individui, non sarà la Chiesa a negare questo
amore, anche se ne riconosce l'enorme difficoltà che esso possa
divenire un sentimento limpido".
"Lei, Eccellenza, può darci una sua definizione del MALE? Lei
crede al Diavolo?"
“Da quanto ho prima argomentato, la risposta mi sembra ovvia.
Il male, per me, è porsi volontariamente fuori dal Disegno, fuori
dal compito, ancora misterioso, affidato dal Creatore all’essere
pensante.
Vede, se noi non abbiamo chiarissimo questo punto, non
riusciremo mai, come non è riuscita tutta la filosofia, a dare un
senso logico agli eterni perché, già da lungo tempo individuati.
L’origine e la presenza del male nel mondo, il libero arbitrio, in
altre parole il rapporto tra l’onniscienza divina e la libertà
umana, la stessa necessità dell’avventura dell’uomo
nell’universo, sono problemi insolubili, ove essi non si
considerino nella visione complessiva del Disegno.
Solo se saremo capaci, invece, di scorgere, sia pure a grandi
linee, sia pure nelle nebbie del nostro limitato raziocinio, la
presenza del Disegno, potremo comprendere, in un sistema
razionale, la necessità dell’avventura umana, il suo libero
arbitrio, il dolore, il male.
Quanto poi al concetto storico del Male, occorre fare alcuni
distinguo.
Fin dall’inizio della religione monoteista, i concetti del Bene e
del Male promanavano entrambi dalla Divinità.
Così Amos, il profeta-pastore dell’ottavo secolo avanti Cristo,
poteva affermare:
334
“S’avvera forse del male in città,
senza che il Signore ne sia l’autore? 4 .
Poco dopo, il secondo libro di Isaia fa pronunciare queste
parole al Signore:
“Io formo la luce, creo le tenebre,
opero il bene, creo il male:
sono io, il Signore che opero tutto questo5” .
Per incontrare il concetto di Shaitan, il Diavolo, entità propria,
fuori da Dio, occorrerà giungere al quarto- terzo secolo a.C.
Ciò avvenne parecchio dopo che la religione ebraica aveva
conosciuto ed aveva avuto contatti con le altre religioni,
specificatamente con il Madzeismo, nel crogiolo unificante
dell’impero persiano, ai tempi della schiavitù babilonese.
Quella figura sinistra è evocata nelle Cronache 6 , l’ultimo libro
del canone ebraico, il libro che la tradizione cristiana chiamava
“I paralipomeni“, in altre parole “le cose omesse“, i fatti
tralasciati dal libro dei Re.
Si noti altresì che questa è la prima e l’unica volta che, nel
Vecchio Testamento, si nomina il Demonio.
Evidentemente questo concetto è stato una commistione con la
religione di Zoroastro, un cedimento al modo di pensare
dell’oriente persiano o, forse, delle religioni del rifiuto.
Ben altrimenti l’Ebraismo, in quel mirabile libro che analizza a
fondo questo concetto, il libro di Giobbe, pone il problema e lo
definisce.
Dio è l’autore, l’origine del bene e del male.
L’uomo non ardisca tentare di capire il perché, in quanto questa
è prerogativa divina, il frutto proibito che ha generato il
peccato originale.
Però, sempre più spesso, nel Cristianesimo, si è tentato di dare
una validità oggettiva al concetto di male, si è tentato di
definire il Diavolo, pur se con molti distinguo; in pratica non
attribuendo, a questo concetto, una priorità pari al concetto di
Dio.
Per questo, infatti, la posizione manichea, discendente dal
Mazdeismo, cioè quella dottrina basata sulla coesistenza e la
Libro di AMOS 3,6.
Libro di ISAIA 45,7.
6
CRONACHE 21,1.
4
5
335
lotta di due princìpi opposti del bene e del male, con tutte le sue
derivazioni e conseguenze, è stata definita eretica dalla Chiesa.
Come ho già detto, personalmente vedo, in queste teorie, una
deriva verso concezioni non centrali, del pensiero religioso
della nostra civiltà.
Se poi, nello strologare del diavolo, s’intenda riferirsi ad un
Essere che interviene nelle faccende degli uomini, per
allontanarli dall'idea di Dio, devo dire che rimango un po’
scettico, al riguardo.
Io riconosco infatti, in questa immagine, quello che resta della
magia e del tentativo antichissimo di costruire un modello
dell'Universo, non partendo da regole logiche, a meno che non
s'intenda parlare dell'antico dualismo tra il Bene ed il Male,
dell'eterna lotta tra Ormudz ed Arimane.
Su questo punto occorre esser ben chiari: la magia era la forma
con la quale i Magi, che poi erano la casta sacerdotale dei
Medio-Persiani, avevano tentato una spiegazione del Mondo.
Tale modo d'interpretare i fenomeni naturali ha quindi
un'origine antichissima, anche se le sue derivazioni sono
ancora ben presenti nel momento attuale, avendo esse così
generato l'astrologia, le sette demoniache, il proliferare di
maghi e veggenti, pur nel nostro mondo moderno.
Ma tutto questo è il portato di una visione prelogica del mondo,
dovuta ad un particolare momento della civiltà dell'Uomo;
momento ormai completamente superato, anche se ne
rimangono strascichi, negli strati meno evoluti della
popolazione.
Altra cosa è invece la religione dualistica, definita una prima
volta da Zoroastro, o Zaratustra, riformatore religioso
dell'antico Iran, che è vissuto, come sapete, tra il Mille ed il
Seicento avanti Cristo.
Essa fu poi ripresa da Mani, un persiano vissuto nel terzo
secolo della nostra era, che trasportò il concetto della lotta tra
il bene ed il male nel cristianesimo primitivo, dando origine a
tutte quelle posizioni eretiche che abbiamo già considerato.
Nella religione di Zoroastro, conosciuta come Madzeismo,
erano definiti due princìpi, il Bene (Ahura Mazda, in sanscrito
o, nella sua accezione persiana, Ormudz) ed il Male (Angra
Mainyu ovvero Ahriman), continuamente in conflitto tra loro,
per il dominio del mondo.
L'uomo retto deve prendere posizione in questa lotta, fino al
definitivo trionfo del Bene.
Zoroastro, che ebbe un notevole influsso sull'Ebraismo,
sull'Islamismo e sulla stessa religione cristiana, postulò dunque
che lo scontro tra i due princìpi informatori doveva logicamente
336
portare ad una definizione oggettiva del Male e quindi, del
Demonio, come entità definita.
Infatti il mondo, creato da Dio, avrebbe dovuto essere, come
ogni Sua opera, perfetta.
Se così non fosse stato, allora si doveva presumere che un
principio, opposto al bene divino, lottasse con lui, per il
dominio dell’universo.
Questa è la necessità oggettiva che le religioni dualistiche
offrono, per spiegare la presenza del male nel Creato.
Anche se la Chiesa, spesso, ha dato l'impressione di credere ad
un'entità definita, per lo spirito del Male, identificandolo con
Satana, l'angelo ribelle, non vi è, nella nostra visione, una
contrapposizione di princìpi.
Satana non è il contraltare di Dio, unico principio informatore
della nostra religione.
D'altronde il Cristianesimo, pur annunciato dal Cristo, ha
passato la sua essenza costitutiva nella civiltà greco romana,
prendendo, da questa, la necessità di uno sviluppo logico e
coerente per ogni sistema teologico.
E’ stato così rigettato, pur con notevoli sforzi e discussioni, ogni
accenno magico o illogico, ancora presente nel suo contesto.
Per questo il Cristianesimo è la religione sorta nella civiltà
Occidentale, quella civiltà che si rifà ai valori propri di Atene e
Roma.
Quindi, quando io penso al Male, preferisco considerarlo, con
Sant'Agostino, come lontananza dal Bene, difformità dal
principio informatore, piuttosto che raffigurarmelo come
caprone dalle sembianze mostruose, sempre dedito a sconcezze
sessuali.
Il Male è ciò che s'oppone al Disegno, è il tentativo di distrarre
l'uomo dal suo cammino, è mancanza di comunione con la Via,
è lontananza da Dio".
"Ma, allora, il miracolo?..."
Tommaso non fece finire la domanda.
"Il miracolo è definito da san Tommaso d'Aquino, come:
"Quae praeter ordinem communiter statutum in rebus
quandoque divinitus fiunt - Le cose, che, talvolta, accadono, per
volontà divina, al di là dell'ordine, comunemente stabilito per
esse" 7.
Il miracolo è stabilito da Hume, con questa definizione:
"A miracle is a violation of the law of nature8 - il miracolo è una
violazione delle leggi della natura"
7
8
S.TOMMASO- CONTRA GENTILES-III,101.
David HUME, filosofo inglese-1711-1776; ESSAYS 11,10.
337
Confrontando queste due definizioni, il miracolo parrebbe non
rientrare nella legge di natura.
Ma occorre, per prima cosa, metterci d'accordo sui termini che
usiamo, come insegnava già Socrate.
Da un punto di vista strettamente filosofico, possiamo definire il
miracolo in queste accezioni:
a -Fatto sorprendente, riconducibile ad un intervento divino,
che sospende momentaneamente le leggi di natura.
b -fatto di cui non si conosce la causa.
c -fatto mirabile per perfezione, potenza ed altri concetti
analoghi.
Rispetto al primo tipo, consideriamo il miracolo più
"miracoloso" di cui abbiamo conoscenza: il "Fermati, o Sole"
di Giosuè, nella battaglia di Gabaon (Gs.10-12).
Alla nostra sensibilità logica appare veramente eccessivo che,
sia pur per un intervento miracoloso a favore del popolo del
Patto, Dio sia intervenuto sulle leggi della gravitazione
universale per permettere la vittoria completa di Giosuè.
Certo, Dio è onnipotente; ma l’onnipotenza, proprio perchè
virtù divina, si manifesta, a mio avviso, più compiutamente,
quando ottiene il massimo del risultato col minimo sforzo.
Intendo cioè dire che, più che ipotizzare, nella fattispecie, un
intervento diretto della divinità sulla traiettoria del sole, con
conseguente aggrovigliamento di tutte le orbite del sistema
solare, preferisco ipotizzare un suo intervento sulle menti degli
uomini che si trovarono a vivere quell’episodio favoloso.
Questo significa che, per ogni miracolo, è possibile ipotizzare
altre ragioni, che non violentino in maniera estrema l'“ordinem
communiter statutum in rebus“, ma possano esser ricondotte a
cause più confacenti con la legge naturale delle cose.
Bene ha fatto la Chiesa su quest'argomento, a non porre un
sigillo irremovibile, lasciando alla particolare sensibilità dei
fedeli, la posizione di ciascuno, rispetto al miracolo.
Per conto mio, ritengo miracoli impressionanti: la bellezza di
un fiore, il volto di un bambino o il cielo stellato; essi sono i
fenomeni più alti della manifestazione di Dio, perché espressa
in un contesto logico".
“Ancora una domanda: e, allora, la Fede?"
"Vi sono molte strade per arrivare a godere del dono della fede,
dono particolarissimo di Dio ad alcune persone, dato in base a
suoi imperscrutabili motivi.
La fede può nascere nell'agnostico più intransigente, per una
rivelazione folgorante, come successe a Paolo, quando ancora
si chiamava Saulo.
338
Essa può esser il risultato di una concatenazione logica, che
serva a dare un significato al mondo, altrimenti non razionale,
come è accaduto a me.
Può scaturire da un atto d'amore di Dio per una sua creatura,
come racconta Francesco d'Assisi.
Può giungere dopo una vita dissoluta, come dicono sia
accaduto a Sant'Agostino, oppure essere il segno Divino in un
fanciullo, come testimoniano le schiere dei martiri bambini.
Dunque la fede è il dono che ci fa Dio, quando vuol farci vedere
il disegno, la necessità dello svolgersi dell'uomo verso un
cammino che egli deve compiere, per giustificare l'esistenza del
Creato.
Per questo, la fede è essenzialmente ricerca, non sottomissione
ad un dogma esteriore o attesa inerte e passiva del suo arrivo.
Per questa sua scoperta, Agostino mette il sigillo alla patristica,
l'edificazione, da parte dei padri della Chiesa, del grande
sistema dottrinario cristiano".
“Abbiamo parlato, finora, di problemi attinenti al magistero
della Chiesa.-intervenne uno dei partecipanti-Ora, però, viene
la domanda principale, quella che interessa noi, come esponenti
di quella realtà che chiamiamo Europa e che temiamo possa
esser, in qualche modo, osteggiata dalla Chiesa, come soggetto
politico.
Del resto, la storia del millennio che sta per concludersi è tutta
intessuta delle lotte tra concezione religiosa e concezione laica
della vita.
Dopo che la politica ha saputo scrollarsi di dosso la remora
religiosa, che avrebbe condotto ad una visione integralista,
islamica, della vita sociale, la Chiesa non farà da ancora, da
freno, all’ordinamento laico del mondo moderno, cercando,
anche inconsciamente, di rallentarne lo sviluppo?
Insomma, mi dia, se le è possibile, una risposta certa, alla
domanda che indaga sulla necessità del Papato, nel mondo
moderno”.
“La sua domanda, tanto precisa da essere quasi brutale,
m'obbliga a darle una risposta altrettanto precisa, e la
ringrazio, per questo.
Vede, al di là delle questioni effimere, delle mode, esistono idee
forti, capisaldi, che informano di se il cammino dell’uomo,
quello che noi chiamiamo “Civiltà“.
339
Così, accettiamo il concetto di libertà, come concetto
informatore della nostra civiltà, concetto ideato e codificato
dalla polis greca, venticinque secoli or sono.
Il metodo usato, per giungere a tale concetto, fu l’indagine
logica sul mondo che ci circonda, condotta con quei criteri, che
noi diciamo essere gli strumenti della filosofia, altra, grande,
conquista dello spirito greco.
Quel concetto ebbe un ulteriore ampliamento, fece un vero e
proprio salto di qualità, quando Roma astrasse, dalle leggi
particolari, proprie d'ogni gente, la superiore visione della
Societas, che noi conosciamo come Diritto.
Questo è, infatti, un sistema che codifica tutto un modo di
concepire l’organizzazione sociale della vita umana; esso ha
una sua validità propria, al di là delle singole leggi.
Il Diritto è figlio della logica e della morale, cioè della
speculazione filosofica, propria del pensiero greco e della
prassi, del modo in cui si deve comportare un uomo, una civiltà,
se vuole andare avanti. Questo è stato il grande contributo di
Roma, alla nostra civiltà.
Venne poi un Rabbi ebreo, al tempo di Cesare Augusto, a far
emergere, sul filone del monoteismo israelitico, la necessità di
riconoscere il principio creatore dell’universo, come nostro
padre.
Esso è, infatti, il carattere da cui s'origina, deriva, discende, il
segno costitutivo dell’uomo: la sua intelligenza; quella qualità
che ha permesso che egli giungesse all’autocoscienza.
Questa formulazione dava una risposta forte ad una domanda,
che era stata espressa già dal pensiero greco, da Aristotele,
quando egli poneva tutto un mondo, al di là del mondo
sensibile, ta metà phisicà, dichiarandolo inconoscibile, per
l’esperienza umana.
Però, pur inconoscibile, quel mondo, nondimeno, esisteva, e
l’uomo ne avvertiva l’esistenza, provando un senso
d’impotenza, quasi d'angoscia, nel non poter varcare quel
limite.
Per questo, tutta l’antichità greco-romana è pervasa di una
sensazione d'inanità, da un sottile spleen, avvertito dalle anime
più sensibili, che faceva ipotizzare un “Dio sconosciuto“, un
principio informatore, fuori dalla possibilità di comprensione,
da parte dell’uomo.
340
Il sentire comune aveva nascosto questa confusa aspirazione,
nel racconto mitologico, che riteneva, perfino gli dei, sottomessi
al Fato, l’Ananke.
L’umanità più avvertita di quel tempo, aveva creduto di
riconoscere l’impronta di questa divinità superiore nel Caos
primigenio, da cui tutto era nato, secondo una sequenza che si
credeva casuale, perché non si sapeva da chi farla discendere.
Il Cristo diede una risposta chiara e logica alla ricerca del
perchè.
La verità rivoluzionaria, proclamata da Jhoshua di Nazaret,
pose i detentori di quella verità in una posizione di forza,
quando il mondo greco-romano parve franare, sotto i colpi
dell’alluvione barbara.
Infatti quel pensiero, Dio-padre, era l’unico che potesse
resistere alla rovina della civiltà, il solo, che aveva in sé, la
possibilità di rimettere in moto il cammino dell’uomo, verso il
proprio destino.
Così, quando il cammino riprese, gli esponenti più autorevoli
del pensiero, che aveva reso possibile quella nuova partenza,
credettero d'essere i depositari d'ogni autorità, perché la loro
autorità proveniva direttamente da quel Dio, che Gesù aveva
cosi mirabilmente portato agli uomini.
Anzi la loro Autorità divenne, nella loro concezione, il punto di
raccordo tra l’Autorità divina e le autorità umane; il necessario
passaggio tra l’Una e le altre, l’unico che potesse dare una
legittimità, alle deboli e transeunti autorità dell’uomo.
Pure, già all’inizio del nostro millennio, che va concludendosi,
le menti più avvertite, tra gli uomini, avevano compreso che
quest'impostazione era fuorviante.
Già subito dopo il mille, uomini come Gioacchino da Fiore,
Marsilio da Padova, lo stesso Dante Alighieri, postulavano che
la Provvidenza aveva voluto distinti i due poteri, quello
religioso e quello politico, in modo che fosse affidata al primo,
la potestà d'avviare le anime alla vita eterna, ed al secondo, la
missione d'attuare la felicità, o almeno la vita ordinata, degli
uomini su questa terra.
E’ occorso quasi un millennio, perché questa semplice verità
divenisse patrimonio comune, e non è stato un millennio facile.
341
Eppure, al solito, la parola del Cristo era lì, semplice e chiara:
”Date a Cesare quel che è di Cesare“ 9.
Occorreva solo saperla vedere.
Sbaglia, però, chi volesse scorgere, in questo, solo un errore,
una colpa della Chiesa, che ha fatto perdere mille anni al
cammino dell’uomo.
Era necessario che l’uomo fosse marcato in maniera indelebile,
affinché egli non dimentichi mai, nel corso della sua storia, la
necessità di tener presente ta metà phisica, il mondo oltre il
sensibile, in modo che non s'allontani mai dal dialogo con il
divino.
La Provvidenza, cioè il Disegno di Dio in cui è inserito il
destino dell’uomo, ha saputo usare quest’abbaglio della Chiesa,
per rendere più sicuro, e, forse, più spedito, il cammino
dell’umanità.
Noi, uomini di Chiesa, riconosciamo ora, l’errore in cui
eravamo caduti e ne facciamo ammenda.
Questa è la risposta certa alla sua domanda, quella che cercava
se vi fosse, ancora, una necessità per la Chiesa del Cristo nella
società che voi volete creare e che anche noi auspichiamo.
Riconosciamo inoltre che ogni grano di verità, conquistato
comunque dall’uomo, è prezioso.
Nel contempo, assicuriamo della nostra buona fede e ci diciamo
pronti, a camminare sulla strada della civiltà dell’uomo, sicuri
che, al termine di quella strada, noi troveremo il principio che
c'ispira”.
“Sarà come dice Lei, ma tanti e tali sono gli errori, i crimini, le
nefandezze compiute dalla Chiesa di Roma sulla carne dei
popoli di tutto il mondo, così forte è stata la lotta che ogni
Nazione ha dovuto compiere per sottrarsi alla feroce tutela del
Vaticano, così rari sono i suoi uomini che sembrano essersi
scrollati di dosso tutto il peso insostenibile dei suoi dogmi che
ritengo debba passare molto tempo prima di accettare il
Vaticano tra i soci dell’Europa che noi vagheggiamo.
Ci vorrà una vera rivoluzione nel corpo di Santa Romana
Chiesa, una sua ammissione di colpa completa, ed una
ritrattazione totale della sua posizione dottrinaria, prima di
riconoscere come buone le radici cristiane, che pure esistono
nei nostri popoli”.
9
Dal Vangelo di Marco 12,17.
342
Coloro che erano pregiudizialmente contrari all'idea della Chiesa
come partecipe dello sviluppo umano non furono persuasi del
tutto, dalle tesi esposte dell'Arcivescovo di Reims; ma quasi
nessuno pensò che Egli fosse in cattiva fede.
Anzi il sentimento generale s'inchinava con rispetto di fronte
alle convinzioni di un uomo, che era evidentemente capace di
testimoniarle, in maniera così netta e completa.
Si sospettava però e si temeva che quella posizione rimanesse
circoscritta a pochi elementi, che venivano definiti “cristiani
adulti” ma che non intaccasse minimamente il pensiero della
Chiesa, che, anzi, li usava come specchietto per le allodole, nel
tentativo di continuare la sua politica di potenza.
Quindi, l’opinione dei più, così come quella dei più aderenti alle
tesi della rivoluzione laica, nata in Europa sul filone della
Riforma, cresciuta per quattro secoli sotto i lumi della scienza,
svincolatasi dalla necessità di un Dio creatore e di una religione
che non ammetteva discussione mediante la rivoluzione del
materialismo marxista e dell’evoluzionismo darwiniano, non
rimaneva convinta: si stavano ponendo le basi per quel pensiero
europeo che non accettava più il cristianesimo tra le radici
europee.
343
CAPITOLO XXV
PRINCEPS ECCLESIAE
Quale è il metodo con cui le grandi organizzazioni dell'Umanità
scelgono i loro massimi rappresentanti?
Le strutture politiche hanno trovato, dalla storia inglese e dalla
rivoluzione francese, il metodo dell'elezione democratica, cioè
una scelta operata dalla forza del numero.
I complessi meglio organizzati o più fortemente strutturati sotto
un capo, che può essere o meno anche il padrone, usano il
sistema della cooptazione.
In altre parole il nucleo dirigente di quell'organizzazione sceglie
i migliori, coloro che emergono dalla massa per caratteristiche
proprie, e li promuove a massimo dirigente.
Questo fatto espone però quelli, che sono in grado di dare la
scalata ai vertici di un'organizzazione, alle possibili, anzi alle
probabili e spesso certe interferenze e costrizioni da parte del
padrone, o dei padroni, di quella stessa organizzazione, su
coloro che aspirano a divenire i più stretti collaboratori del capo,
che è in carica in quel momento.
Rimane così definita una continua ingerenza, da parte di chi è
padrone di un'organizzazione; ingerenza che diviene pesante
proprio nel momento in cui, avendo un capo cessato il proprio
compito, interviene il padrone per stabilire chi debba essere il
nuovo capo.
Come verrà dunque definito un sistema di ricerca dei massimi
livelli di un'organizzazione, che manca di padroni, ma ha un
Capo indiscusso e indiscutibile, ed in cui la scelta avviene
unicamente su designazione del Capo?
Egli, con questa sua scelta, immette il prescelto in un contesto,
che dovrà poi, a sua volta, scegliere il nuovo Capo, una volta
che il precedente venga a mancare, in un'assemblea che non ha
altri condizionamenti.
Singolarissima posizione, che solo Santa Romana Chiesa può
sostenere e che i suoi adepti giustificano con l'intervento dello
Spirito Santo, cioè con la presenza del Divino in questo mondo;
presenza che agisce nel solco della Provvidenza, per attuare il
Disegno.
Così la Provvidenza continuò il proprio disegno e Tommaso fu
nominato Cardinale di Santa Romana Chiesa, nella traccia del
suo Maestro, il Cardinal Van der Groe, e del Maestro di lui, il
Cardinal Bea.
La lunga navigazione che il vascello della Compagnia di Gesù
aveva iniziato a compiere, per allontanarsi dalle terre aride e
344
senza speranza del rifiuto, da parte della Chiesa di Roma, di
sentire le ragioni dell'uomo, per proclamare solo le ragioni del
Divino, stava per approdare a lidi più sereni.
Quel tragitto era stato compiuto senza aver urtato, come molti
temevano, sugli scogli dell'eresia: il vascello di Pietro era più
saldo che mai ed il mare aperto, che stava navigando,
dimostrava che lo scafo era in eccellenti condizioni.
La nuova dignità rinforzò in Tommaso - speriamo che ora voglia
permetterci quello che è certamente un ardire, nel chiamarlo
ancora per nome - la sua volontà nel portare avanti, con forza
sempre maggiore, quello che era stato lo scopo della sua vita:
dare un significato all'esistenza, solo mediante l'accettazione del
valore del Disegno divino, annunciato dal Cristo.
È certo una cosa meravigliosa, quando la mente riconosce il
miracolo del Disegno, mediante un processo misterioso, attivato
da una causa, che gli uomini chiamano Grazia ed il cui risultato,
nell'animo umano, porta alla Fede.
Processo meraviglioso e misterioso, che però non include una
partecipazione così attiva, quale quella che necessariamente
deve compiere un uomo, quando giunge alla fede mediante il
riconoscimento che non vi è altra possibilità di dare un motivo al
mondo ed alle sue sciagure, se non accettando, volontariamente
appunto, il Disegno.
Solo quell'accettazione può dare un significato alle tragedie
dell'Uomo; solo mediante quell'accettazione, un'esistenza può
superare il baratro dello scetticismo che rende la vita un peso
indegno d'essere vissuto.
Quando poi quell'accettazione è compiuta, quando si è giunti
alla contemplazione del Disegno, allora ogni forza, ogni
pensiero, ogni azione è necessariamente attuata, affinché il
Disegno si dispieghi in tutta la sua grandiosa bellezza, in modo
che tutti possano vederlo ed esserne partecipi.
Ma, per arrivare a questo, molto ancora occorreva lavorare nel
corpo di Santa Romana Chiesa, per renderlo quello strumento
perfetto, che sarebbe servito, per portare innanzi il suo compito.
Lasciamo però, almeno per ora, le disquisizioni filosofiche e
seguiamo l'avventura umana di Sua Eminenza, l'Arcivescovo di
Reims Tommaso Fernays, Cardinale di Santa Romana Chiesa.
Il segno più visibile della sua nuova dignità fu la scorta che la
Suretè aveva preso a fornirgli, specialmente nelle sue lunghe
passeggiate in bicicletta.
Il proseguire questa sua vecchia abitudine, iniziata in gioventù
quando egli non aveva i soldi per comperarsi neppure una
motoretta e mantenuta sempre, anche quando era diventato
Vescovo, gli aveva permesso, oltre ad un salutare esercizio
fisico, anche un continuo spostamento nella sua Diocesi.
345
Così egli si presentava, alle ore più impensate e nei momenti
meno opportuni per i poveri parroci, che da lui dipendevano.
Essi se lo vedevano piombare in casa, accompagnato da un
giovane prete, con l'aria di chi passava di lì per caso, ma con la
consapevolezza che quello, caso non era, ma una visita, dovuta
quasi sempre ad un motivo ben preciso.
La sua passione per la bicicletta, che aveva sempre avuto, gli
aveva consentito di preservare il suo fisico, rimasto sempre
asciutto e ben messo, come si conviene ad uno sportivo vero.
Naturalmente Tommaso non faceva, di questo suo passatempo,
un momento essenziale della sua vita, ma solo una gradevole
attività secondaria.
E così ormai, non era raro vedere uno strano corteo, composto
da una macchina della polizia, che fungeva da apripista, un
gruppetto di giovani ciclisti, disposti a ventaglio intorno ad un
ciclista un po’ meno giovane, ma che tirava spesso la volata, ed
un'altra macchina della polizia, che chiudeva un corteo, che si
snodava sulle strade meno frequentate, nella campagna intorno a
Reims.
Ora però la fama di quel ciclista, un poco speciale, andava
diffondendosi, facendogli trovare sulle strade un vero pubblico,
che s'accalcava come ad una vera gara.
Addirittura, quel pubblico manifestava, alla sua maniera, un
vero entusiasmo, che, a prima vista, si sarebbe potuto scambiare
per un vero tifo sportivo, per un atleta che, nel suo genere, era
un vero campione.
Solo che il genere di quel campione non era sportivo, per cui
Tommaso dovette confinare quella sua passione su strade
sempre meno frequentate, per ridursi, alla fine, a correre nella
tenuta recintata che i Padri Passionisti tenevano, non lontano da
Montmirail.
Rimaneva immutata l'altra grande passione di Tommaso, di
circondarsi di giovani.
Con essi, nelle soste di dieci minuti che si concedevano, ogni
ora di corsa tirata ad una robusta andatura, appoggiata le bici ad
un muretto e sotto l'ombra di un grande albero, egli si lanciava
in serrati dibattiti su ogni argomento, che poteva aver attratto la
loro attenzione.
Erano quelli, i ragazzi di un'associazione di volontariato,
promossa da Tommaso, senza che egli ne apparisse il capo.
Egli l’aveva messa in piedi, nei primissimi tempi in cui era
venuto a Reims, senza distinzioni di credo religioso, di classe
sociale o di tendenze politiche; ma obbediente al motto, espresso
con una sola parola: Fare.
Aveva acquisito un vezzo, negli ultimi tempi, il Cardinal
Fernays: dopo la sua nomina a Principe della Chiesa e non
346
avendo più l'età per essere solo il capo di quella banda di vivaci
intelligenze, aveva permesso, a quelli che si riconoscevano nella
sua fede, di chiamarlo Padre, mentre gli altri mettevano un gusto
tutto particolare nel definirlo il loro "coach", l'allenatore.
Infatti egli era stato nominato, all'unanimità, "allenatore" di
quella squadra particolare, composta da studenti universitari o
dell'ultimo anno del liceo, apprendisti nei più svariati mestieri,
ragazze in fiore.
Ma tutti elementi capaci di rinunciare alle ferie o alla partita
domenicale per assistere un malato che stava morendo in
solitudine, o una famiglia che s'era sgretolata per il bisogno, o,
più modestamente, per raccogliere i rifiuti, durante le loro
periodiche campagne di pulizia.
In quel gruppo erano presenti, non solo e non tanto, cattolici in
gamba, ma giovani, anche estremamente critici dell'idea
religiosa della vita.
Laici, che della loro laicità facevano una bandiera, sostenendo
che, solo mediante essa, potevano accostarsi ad un'intelligenza,
quale quella di Tommaso, che sentivano a loro congeniale.
Tutti riconoscevano la profonda umanità che animava quel loro
capobanda, tanto più rara della sua pur grande cultura.
Questa, a sua volta, era pari solo al suo assoluto amore per
l'impostazione logica del pensiero, che andava diritta al cuore
d'ogni problema, senza lasciarsi fuorviare da alcun'altra
necessità.
Così Tommaso, anche quella volta, non si sottrasse alla disputa
intellettuale, quando fu agganciato da uno dei giovani, mentre
quello, appoggiate le bici ad un muretto, si difendeva da un
robusto appetito, facendo fuori un gigantesco panino ripieno.
Costui, con la bocca ancora semipiena, gli chiese a bruciapelo,
mentre stavano parlando di tutt'altra cosa:
"Padre, che cosa vuol dire, in effetti, Cardinale, Principe della
Chiesa?
E come si concilia il titolo di Principe, con la vita attuale?"
Sorridendo, Tommaso rispose alla curiosità del giovane:
" Nei primissimi secoli del Cristianesimo, alcuni preti e diaconi
di Roma furono chiamati a coadiuvare il loro Vescovo, cioè il
Papa.
Per questa ragione essi venivano tratti dalle loro parrocchie di
provenienza e "Incardinati" alla sede del Vescovo di Roma, che,
per antica tradizione, è la Basilica romana di San Giovanni in
Laterano.
347
La tradizione vuole quindi che i sacerdoti più capaci, quelli più
disposti o quelli più "simpatici" al Papa, fossero chiamati dalle
loro sedi per ricoprire compiti speciali, alle dirette dipendenze
del Pontefice romano.
Attenzione, ragazzi: ho usato il termine simpatici a ragione, nel
suo significato più antico.
Esso vuol dire che "ha lo stesso dolore, la stessa sofferenza" e,
quindi, che più è in sintonia, oggi si direbbe che è sulla stessa
frequenza, con il Santo Padre.
Attualmente i Cardinali, oltre a presiedere le più importanti
Diocesi della Cristianità o le grandi congregazioni che
compongono la Curia del Vaticano, sono, secondo il Diritto
canonico, coloro che "costituiscono il senato del Pontefice
romano; sono i suoi principali consiglieri ed i suoi
collaboratori nel governo della Chiesa".
Il loro compito più conosciuto è l'elezione di un nuovo
Pontefice, alla morte del precedente.
Per quanto riguarda il titolo di "Principe della Chiesa", si
tratta effettivamente di un titolo che accomuna i Cardinali ad un
Principe di casa regnante.
Capisco che questo possa far sorridere un giovane, perché la
cosa fa sorridere anche me.
Ma la vanità degli uomini ha stabilito un complicato sistema di
precedenze, che è chiamato "Protocollo", ed a cui le figure di
primo piano d'ogni Nazione tengono moltissimo; con la scusa
che ogni sua infrazione potrebbe esser considerata un affronto,
per la Nazione che lo subisce.
Naturalmente il titolo di Principe, nato in tempi antichi, quando
quel titolo aveva un qualche significato, oggi vuole solo dire che
colui che lo porta è una specie d'alto funzionario della Chiesa
di Roma, con specifiche responsabilità ed autorità in particolari
settori, dipendente solo dal Papa ".
"Insomma, una specie di "Division Manager" di una società
conglomerata di cui il Papa è il "General Manager" - concluse
quel ragazzo, che evidentemente s'interessava d'economia.
"Beh, questa è certamente una definizione insolita per il Papa e
per i Cardinali, ma, dal tuo punto di vista, non hai sbagliato di
molto".
" Ma allora, se le cose stanno così, perché il Papa e la Chiesa
tutta non si comportano come tutte le altre società di questo
mondo, con un consiglio d'amministrazione ed un capo
348
regolarmente eletto ed in carica per un periodo definito di
tempo, in modo che possa esser valutato il lavoro effettivamente
svolto e gli obbiettivi prefissati e raggiunti?
Qualsiasi organizzazione, modernamente impostata, deve
definire il target, l'obbiettivo, deve stabilire il tempo necessario
per il raggiungimento di quel target, e deve valutare se
l'obbiettivo sia stato o no raggiunto, altrimenti tutto rimane
nelle nebbie del non definito ".
"Diamine, abbiamo qui un rivoluzionario che s'accinge a
stravolgere il codice di Diritto canonico e vuol fare fuori
duemila anni di tradizione ormai consolidata.
Sentiamo che cosa proponi nel dettaglio".
"Padre, tu ci hai insegnato che la Chiesa di Roma è l'erede del
pensiero greco romano, quel pensiero che si è sviluppato nei
secoli, fino a raggiungere la posizione che noi, ora, chiamiamo
Democrazia, in politica.
In economia, quel pensiero ha attivato un modo d'impostare i
rapporti tra i singoli ed anche tra gli Stati, che è definito:
capitalismo.
Abbiamo altre volte concordato che il capitalismo, fino a che si
limita a servire l'uomo, definendo un modello di comportamento
a lui congeniale, in quanto contribuisce a generare ricchezza,
può esser utile.
Anzi, quando esso diviene la base su cui si fonda
un'impostazione razionale del lavoro umano, il capitalismo
eccelle, nel dare un'organizzazione efficace alla fatica
dell'uomo.
Concordo con te, quando mi ricordi che il capitalismo deve
esser attentamente seguito e vigilato, in modo che non devii dal
suo compito, trasmutandosi, da mezzo al servizio dell'uomo, a
fine che tende a prevaricare l'uomo stesso.
Per questa ragione sono necessari, in una democrazia che
funzioni, particolari contrappesi che bilancino ed imbriglino la
forza prepotente del capitalismo.
Uno di questi contrappesi, è sicuramente l'Autorità morale, che
stabilisce regole comportamentali, ogni volta che sia necessario
definire un precedente.
Anche ad un laico, come me, appare evidente che l'Autorità
morale della Chiesa possa esser grandemente accresciuta da
una razionalizzazione dei propri compiti, che ne definisca
appunto gli obbiettivi e ne limiti al massimo le incongruenze".
"Definiscimi un'incongruenza della Chiesa."
349
Cercò di contrastarlo Tommaso, ma il giovane, un tipetto con gli
occhiali tondi e la faccia da timido, non si lasciava intimidire.
" Per esempio, il ritenere, come stato migliore, la povertà, anzi
stato perfetto, e poi essere una delle più grandi potenze
economiche della terra".
"Questa tua tesi ha fatto consumare fiumi d'inchiostro e molte
persone sono andate sul rogo per essa.
Ma tu dimentichi che, mediante quella, che tu chiami una delle
più grandi potenze economiche della terra, la Chiesa cattolica
può portare avanti un programma d'aiuti, gigantesco in tutti i
campi.
Un intervento che regge il paragone con le realizzazioni più
importanti, messe in opera da quelle organizzazioni che più
sentono il bisogno d'aiutare il prossimo".
"Stiamo giocando con le parole - lo contraddisse quel giovane nessuno dice che la Chiesa non fa assistenza.
Sto solo affermando che la Chiesa è proprietaria d'enormi
ricchezze, senza contare le innumerevoli opere d'arte che, pure,
si potrebbero quantificare, mentre predica la povertà.
Le tecniche economiche moderne permettono di distinguere la
proprietà di un bene dal suo usufrutto: ecco io intendo dire
proprio questo.
La Chiesa, se vuol essere conseguente, dovrebbe trasferire tutte
le sue proprietà ad un'altra organizzazione che, garantendole
una buona amministrazione e, quindi, un rendimento adeguato
dei beni affidatigli, la liberi dal peso della proprietà, che non si
concilia assolutamente con il suo credo.
Così facendo, il suo insegnamento si libererebbe di una grossa
incongruenza che, come tu stesso hai ricordato, ha sempre
pesato sul destino della Chiesa.
Quanto poi alla mia proposta di rendere il papato un incarico a
tempo determinato, e non “usque ad mortem“, vediamo di
considerarne i vari aspetti.
Certo, si tratterebbe di modificare una tradizione antichissima,
ma pensiamo ai vantaggi.
Il Papa potrebbe, nell'ultimo arco della sua vita, come spesso
accade, avere un sensibile calo delle sue facoltà intellettive;
questo fatto potrebbe procurare gravi conseguenze per la
Chiesa.
Ma non è necessario che il Papa non sia più"Compos sui"1.
1
Presente a se stesso, capace di intendere e di volere.
350
È nell'ordine naturale delle cose che gli uomini, specialmente
quelli che hanno fatto grandi cose, qualche volta divengano dei
sopravvissuti a loro stessi, pur senza scadere nel patologico.
Incapaci di gestire il nuovo, essi cercano d'aggredirlo con gli
strumenti vecchi che hanno sempre usato, specialmente se ciò si
è verificato con eccellenti risultati.
Oppure, questo nuovo non lo vedono neppure, chiusi nei loro
ragionamenti, che sono pieni ormai solo di fantasmi.
Del resto, a me sembra che la Chiesa abbia già accolto
quest'esigenza, quando obbliga i Cardinali a dimettersi dai loro
incarichi, al compimento del settantacinquesimo anno d'età.
Modificare questa tradizione, oltre ai vantaggi già visti,
toglierebbe alla Chiesa anche l'ultima vestigia del Potere
sacrale, il potere del Re, la “Maiestas“, per immetterla a pieno
titolo nell'era della democrazia, con evidenti vantaggi sul piano
razionale.
Impostato così il problema, nulla toccherebbe della sfera del
Dogma, perché ci sarebbe sempre un solo Papa, così come c'è
sempre un solo Presidente della Repubblica Francese o un
Presidente degli Stati Uniti d'America, anche se possono
esistere molti che, in passato, hanno ricoperto quella carica.
In questo modo, che io ritengo più logico e più aderente allo
spirito attuale, il Papa, cui è affidato, in quel momento, il
timone della Chiesa di Pietro, potrebbe dedicarsi alla
risoluzione di quei problemi che considera più urgenti ed
importanti, e non soltanto “regnare“, con un'evidente
razionalizzazione del proprio compito".
Tommaso la mise sul ridere, affermando in tono scherzoso:
" Saresti un ottimo Decano della Sacra Rota, il tribunale della
Chiesa, ma dovresti combattere una battaglia disperata, per
portare innanzi le tue tesi; meno male che, ormai, Santa
Romana Chiesa non manda più nessuno al rogo".
Però quella notte, quando il Principe della Chiesa, come era suo
solito, ripercorse gli avvenimenti della giornata, per definirne i
lati che poteva aver tralasciato, più pensava alla tesi
rivoluzionaria, che quel giovane, dalla bocca piena di pane, gli
aveva esposto e meno riusciva a trovarne i punti deboli, che non
fossero legati solo ad un mero attaccamento alla tradizione,
senza neppure averne considerati i vantaggi.
Del resto, almeno sul problema della povertà, le parole di
Giovanni Paolo II erano state chiarissime 2.
2
cfr quanto riportato nella nota 5 a pag 286.
351
QUINTA ANTIFONA
Dopo aver fatto esplodere la forma atea di Stato, quella gran
figura di condottiero che era Papa Giovanni Paolo II, si volse a
cercare di realizzare un sistema politico mondiale, compatibile
con la Chiesa di Roma.
Anzi, nel suo sistema, la Chiesa avrebbe avuto la funzione
d'architrave, riuscendo così a divenire nuovamente l'asse
portante dell'azione politica universale.
Per arrivare a ciò, Papa Wojtyla definì, nel mondo moderno, la
preminenza del lavoro rispetto al capitale, negando così la palma
del vincitore definitivo al sistema che, grazie anche a Lui, era
uscito vittorioso.
L'aspro scontro aveva infatti visto tre metodi politici, tutti figli
d'altrettante ideologie filosofiche, affrontarsi in una lotta, che era
divampata per quasi tutto il ventesimo secolo.
I romani, affascinati dalla sua forza d'animo, ormai così rara in
un prete italiano avevano preso a chiamarlo "il Papa di ferro" o,
anche, "il Papa che mena" (che, in dialetto, vuol dire: il Papa che
picchia).
Quella forza permetteva al “Papa di ferro“, d'avere atteggiamenti
non molto diplomatici, quali quello d'urlare, paonazzo in volto,
contro la guerra e le sue infamie, e contro coloro che non
facevano nulla per fermarla.
Inoltre Giovanni Paolo II non era per nulla un estimatore dell'
"american way of life"1 .
O meglio, era la vita moderna, tutta dedita al piacere ed alla
sfrenata ricerca del soddisfacimento degli istinti meno positivi,
l'obbiettivo che era martellato, quasi quotidianamente, dal Papa.
Quindi fioccavano le reprimende, a colpi di Encicliche, lettere
apostoliche, messaggi trasmessi in qualunque modo ed
amplificati dai mass media.
A proposito dei mezzi d’informazione, occorre notare come essi
vedessero, nel Papa, un personaggio forte; qualcuno aveva detto:
l'unico eroe veramente maschile, in un fine secolo in cui il
maschio stava assumendo connotati sempre più ambigui.
I colpi erano violenti, contro ogni attentato alla vita.
L'aborto, l'eutanasia, le tecniche di manipolazione genetica, gli
studi sulla clonazione umana e sulla sospensione della morte, la
1
Il modo americano di vivere.
352
dispersione del seme dell'uomo in qualunque maniera, che non
fosse il naturale "Vasum" della propria consorte.
L'aborto terapeutico, che non poteva essere negato senza mettere
in gioco la vita della madre, ricadendo così in una differente ma
uguale negazione della vita, era presentato come il fallimento
del supremo atto d'amore, che un essere umano poteva fare per
la sua creatura, rendendo autentiche eroine le donne che ne
rifuggivano.
Questa predisposizione alla lotta, questo schierarsi
generosamente contro ogni degradazione della vita moderna,
esponeva l'azione di Papa Wojtyla ad uscire, qualche volta,
sopra le righe, come accadde quando strigliò rudemente la
Pontificia Accademia delle scienze, rea d'aver affermato la
necessità di un qualche controllo, nel numero delle nascite.
In tale occasione Giovanni Paolo II non esitò a proclamare il
primato del Papa, anche sulle posizioni scientifiche.
Ma colpi, altrettanto duri, erano inferti dal "Papa di ferro", al
capitalismo, inteso come sistema preminente sull'uomo.
Altrettanto duramente deplorata era la mancanza di lavoro che,
nata dalla razionalizzazione, imposta dallo sforzo necessario per
vincere il comunismo ateo, sul finire del secolo, stava attentando
seriamente a quella che il Papa riteneva fermamente essere la
cellula base della società: la famiglia.
Questo, per Papa Wojtyla, era un grave pericolo; anzi il pericolo
mortale.
La famiglia era colpita durissimamente dalla mancanza di
lavoro, che nega prima il danaro per soddisfare i bisogni non
necessari e poi quelli indispensabili.
Essa era, così, frantumata dall'egoismo del singolo, che corre
dietro i fantasmi del consumismo, propinati dal capitale, per
tenere l'uomo sempre più stretto per la gola.
Negata, anche sul piano filosofico, da coloro che erano stati
catturati dalle sirene del permissivismo, la famiglia veniva, dalla
cultura corrente, seriamente messa in discussione e ritenuta un
relitto del passato.
Wojtyla invece, ed a ragione, ne proclamava la centralità nel
processo di sviluppo dell'Umanità.
Per portare avanti la sua battaglia, il Papa cercava alleati, non
solo e non tanto tra le masse del ceto cattolico.
Anche tra quelli che si professavano cattolici, v'era infatti un
gran numero di coloro che erano stati gravemente aggrediti da
ciò che sembrava il desiderio di modernità, ed era solo la voglia
di lasciarsi andare al piacere, fine a se stesso.
Questa è una deriva edonistica, tipica d'ogni civiltà esausta, che
sta morendo e che, quindi, abbandona i momenti forti, gli ideali,
per rifugiarsi nei piaceri personali.
353
Per questo Wojtyla cerca i suoi alleati nelle religioni, prima
quelle monoteistiche, legate tra di loro dal "Libro", poi in tutte
quelle altre che non siano religioni del rifiuto.
Per fare ciò, per conquistare la fiducia dei vecchi antagonisti,
oltre che per intima adesione personale, Wojtyla mette sul piatto
l'antico monito contro Mammona: "È’ più facile che un
cammello...".
La Chiesa deve così, giocoforza, rientrare in un modello, che
non era mai piaciuto, a coloro che vedevano, in Lei, solo un
comodo sgabello per i loro disegni.
Un altro, grande momento d'unione il Papa lo cerca nelle diverse
divisioni, che erano sorte tra tutti coloro che si rifacevano al
Cristo.
Quindi, da parte Sua, vi è una grande attenzione all'area
protestante ed alle Chiese autocefale che compongono
l'Ortodossia; Fede particolarmente sentita, per un Papa d'origini
slave, anche a costo di suscitare profonde preoccupazioni
nell’alto clero ortodosso, che diverrà sempre più sospettoso
dell’operato di Wojtyla, tanto che lo stesso Papa verrà accusato
di fare proselitismo nelle terre dell’ortodossia.
A tutti, il Papa si rivolge con la magnanimità del forte, che
riconosce i propri torti, per aver riconosciute le proprie ragioni.
Per fare questo, Egli si spinge fin quasi a chiedere scusa ai suoi
interlocutori.
Atteggiamento tipico di chi è fortemente convinto della bontà
della propria posizione, per cui, per vincere definitivamente,
basta solo un piccolo cedimento nei dettagli.
Veramente, sul finire del secolo ventesimo, la posizione del Papa
appare l'unica in grado d'esprimere una politica, di proporre un
sistema filosofico originale nella teoria e nella prassi, tale da
risultare vincente.
Sul piano delle idee non può certo sperare di resistergli il
capitalismo, bollato del delitto morale di confondere il fine con
il mezzo.
Né può farlo la socialdemocrazia, squalificata in tutta Europa
dallo scadimento, che aveva portato, dall'idea socialista, alla
realtà più ferocemente sopraffattrice, quando si passava dagli
ideali all'atto pratico.
Così, non si vede all'orizzonte un sistema che possa reggere il
paragone con quello propugnato dal papa polacco.
Quindi Santa Romana Chiesa appare di nuovo al centro del
dibattito.
Eppure esiste un limite e quel limite si chiama, paradossalmente,
Wojtyla.
354
Il Papa di ferro ha dovuto gridare; forse non per sua volontà, ma
per poter meglio diffondere il messaggio di cui è portatore, in un
mondo così pieno di notizie urlate ed accavallantisi, in un
groviglio di suoni talmente debordanti dalla capacità umana di
sentirli tutti e di poterne accogliere interamente il significato.
Egli è stato costretto ad entrare di prepotenza, con tutta la
fortissima determinazione di cui era capace la sua grande
personalità, nei mass media.
Anzi tale determinazione gli fece fare atti ai limiti del lecito:
qualcuno, in seguito, lo accusò di aver richiesto ingenti somme a
persone poco raccomandabili per poter aiutare Solidarnosc'.
Purtuttavia il sistema internazionale delle comunicazioni ha
risposto entusiasticamente: l'eroe era il migliore, presente sulla
scena del mondo, il suo titolo aveva sempre fatto presa
sull'immaginario collettivo.
Le sue parole, erano state a volte rudi, ma franche e sicuramente
dettate da una visione molto positiva della vita.
Il suo grido: "non abbiate paura", era stato formulato con virile
determinazione, mentre il mondo precipitava nell'isteria di
fantasmi che negavano, sul finire del millennio, quel progresso,
che era sembrato così a portata di mano.
Tutto insomma aveva contribuito a creare il più grande mito
della comunicazione di massa.
Così Carol Wojthyla diventa un personaggio talmente
incombente sulla realtà del mondo, da rappresentare quasi un
ostacolo all'idea: l'eroe copre talmente la scena da oscurarne il
significato.
Senza nulla abiurare nell'opera del gigante di ferro, occorrerà
mettere un poco la sordina al personaggio, per far sentire meglio
il fraseggio della sinfonia.
Senza dubbio, questa è anche la volontà di Giovanni Paolo II e
questo s'accinge a fare la Chiesa di Roma, nel suo lungo
cammino nella storia, appoggiandosi alle grandi figure che Ella
ha saputo esprimere, ma tenendo sempre presente che viene,
prima di tutto, il Disegno, e, quindi, il percorso.
355
CAPITOLO XXVI
UN DEBITO PAGATO
Tommaso, tra le mille attività che riempivano la sua giornata,
non aveva affatto dimenticato quel segreto speciale, che gli era
pervenuto in circostanze specialissime, e che lo faceva
depositario di una notizia eccezionale.
La sua dottrina, estremamente versata proprio in quel campo, era
stata, per lungo tempo, impegnata nell'opera di definizione
dell'immenso corpus di fatti, notizie, concatenazioni clamorose,
raffronti conclusivi.
Tra l’altro, lo studio e la comparazione di tutta quella massa di
dati, mettevano la parola fine a questioni che s'erano trascinate
per secoli e che avevano fatto scorrere fiumi d'inchiostro.
Tutto quello che lui poteva fare, nell'ambito delle sue
specializzazioni, Tommaso l'aveva compiuto.
Ora occorreva rendere pubblico il suo lavoro ed il suo segreto,
affinché altri competenti, storici, biblisti, filologi, studiosi delle
due religioni, che tanto potevano essere interessati a quel
segreto, fossero resi partecipi delle sue scoperte.
Tutti gli specialisti dello scibile umano interessato, dovevano
esser posti al corrente della messe di notizie, che si potevano
ricavare dallo studio approfondito di quanto era così
avventurosamente giunto in suo possesso.
E poi c'era la questione di quel mitico reperto: la stella di
Davide, che era, in realtà, il piattello centrale del candelabro a
sette braccia, la Menorah della tradizione ebraica, forgiato quasi
quattromila anni or sono, in un momento cruciale per la storia
dell'Umanità.
D'essa si erano perse le tracce, tanto da esser divenuto un
simbolo mistico, il simbolo stesso di Israele.
Il segreto era troppo grande, per esser racchiuso nell'animo di un
solo uomo, anche se questi era un navigato gesuita, Principe
della Chiesa di Roma, abituato a custodire i segreti più
importanti e delicati del suo tempo.
Però quel segreto non era solo del suo tempo, anzi aveva
scavalcato il tempo, partendo da un'età mitica.
Da allora, esso aveva profondamente impresso la sua impronta
in tutta la storia dell'uomo, contribuendo a farla divenire quella
che adesso era.
356
Ma, con chi confidarsi, almeno per iniziare quel viaggio
emozionante?
Quando l'uomo deve prendere decisioni importanti, cerca, nel
proprio animo, coloro che rappresentano, per lui, gli archetipi
delle figure che maggiormente hanno contribuito a formare il
proprio carattere, la propria personalità, la propria persona.
Se ancora è in vita, e se per lui è stato un modello valido, l'uomo
si rivolge al proprio padre, per vedere, come in uno specchio,
quale dovrà essere il comportamento da seguire.
Se, invece, ha avuto un diverso modello che abbia, nel suo
animo, adempiuto al compito di fissare in lui il super Io, egli si
richiama a questi, nei momenti cruciali della propria esistenza.
Tommaso, che non aveva conosciuto il suo vero padre; aveva
però un modello.
Per questo, quando fu pronto a rendere pubblico il segreto di cui
era venuto in possesso, egli si recò dal dottor Bubber.
Era costui ormai al tramonto della propria vita, avendo superato
i novant'anni.
Pur in un corpo che, avendo adempiuto alla lettera ad
antichissime prescrizioni di moderazione e di comportamento,
non aveva mai mostrato segni di disagio, la salute stava tuttavia
cedendo all'assalto del tempo.
Ma la mente di Rabbi Bubber era ancora quello strumento
acuminato che Tommaso conosceva così bene, da quando, con
essa, il piccolo rabbi era riuscito ad aprire le valve serrate del
suo spirito, per arrivare al centro indifeso della sua anima.
Così Tommaso rivelò quanto sapeva al vecchio rabbi e gli
mostrò le prove.
Quando questi capì, e non ci volle molto, di quale segreto era
divenuto depositario il suo pupillo, fece una cosa che poteva, a
prima vista, apparire strana.
Volle esser rivestito con l'abito cerimoniale, si cinse la testa con
le bende, si fece aprire la custodia segreta della reliquia, ma non
volle togliere il panno che la ricopriva.
Incominciò a pregare, dondolandosi nel caratteristico modo che
usano gli Ebrei praticanti quando si rivolgono al loro Dio,
tenendo sempre le mani sugli occhi, quasi per non vedere,
neppure per sbaglio, l'impronta del suo Credo.
Poi, piangendo e ridendo, si rivolse a Tommaso, l'abbracciò e
disse:
" Figlio mio carissimo, ora capisco perché ho sempre sentito,
nei tuoi confronti, un legame fortissimo che ci univa l'anima.
Ho sempre saputo che tu eri destinato a grandi cose.
Ho sempre visto, in te, una figura che avrebbe gettato un ponte
tra la mia fede e la tua fede, tra la mia gente, che era la tua
357
gente, e la tua nuova gente, che ormai si riconosce erede nel
solco di Israele.
Questo è un grande momento, che ripaga di duemila anni di
odio ed incomprensioni.
Solo tu, l'erede di Aronne, l’ultimo discendente della più nobile
stirpe sacerdotale d’Israele, tu, che hai saputo rinnovare, nella
tua fede che non tradisce la fede dei padri, il Patto con
l'Onnipotente, potevi rendere al mondo una così grande
testimonianza.
Hai tratto dal mito la prova che vincerà coloro che non
credono!
Ora, finalmente, posso morire appagato, perché ho
testimoniato, in una maniera data a pochi della mia gente, la
realtà dello Shema Israel.
Che cosa intendi fare del tuo segreto?
Non aver paura di renderlo esplicito.
Israele è ormai adulto e saprà comprendere, ma deve sapere ".
Tommaso rassicurò il suo vecchio maestro: la reliquia sarebbe
tornata al posto che le competeva, vicino a quello che rimaneva
del Tempio: testimone, molto più antico del muro del pianto,
della fede d’Israele.
I libri che contenevano quella storia sarebbero stati resi noti,
affinché coloro che sapevano, potessero studiarli e coloro che
credevano potessero ricevere da essi la conferma del loro Credo.
" Al solito, il tuo spirito, quando arriva ad un punto cruciale
della sua esistenza, sa imboccare la strada giusta.
Non m'aspettavo di meno da te; grazie, a nome di tutti quelli
che professano la mia fede".
Si trattava ora d'adempiere a quanto era stato promesso.
Non mancavano certo relazioni a Tommaso, tali da permettergli
di trovare il modo per fare quello che bisognava fare, ma proprio
il vecchio rabbi gli suggerì la strada più semplice, quella che
avrebbe evitato ogni complicazione ed ogni pubblicità.
Una sua telefonata ed alcune rapide consultazioni.
Dopo tre giorni, nella disadorna dimora del dottor Bubber si
riunirono alcune persone.
Oltre al dottor Bubber ed a Tommaso, erano presenti il rabbino
capo di Francia, un rappresentante del governo di Israele, il
rabbino capo di Israele, il presidente dello Jewish Council.
Gli intervenuti non erano tra loro sconosciuti; tutti specialisti
nello studio della Bibbia, eccetto il rappresentante d’Israele,
358
s'erano frequentati, sia pure alla lontana, per motivi di studio e di
consultazione reciproca.
Naturalmente il più diffidente era il rappresentante dello Stato
Israeliano, che, da buon politico, prima di vedere che cosa stava
acquisendo la sua Nazione, voleva esser ben sicuro di conoscere
quanto sarebbe costato e quali implicazioni politiche potevano
esser nascoste in quella questione.
Si trattava, tra l'altro, di dover discutere con un così qualificato
rappresentante del Vaticano, che avrebbe potuto imporre
problemi politici e vincoli diplomatici a quella transazione.
Ma Tommaso rassicurò tutti: non era il Principe della Chiesa di
Roma che gestiva una trattativa, ma solo un discendente della
tribù di Levi, che voleva far tornare un simbolo della propria
fede, nel luogo ad essa più consono.
Per questo egli impose a quegli uomini, del resto avvezzi a tale
procedura, il silenzio più totale, con chiunque, pena
l'interruzione d'ogni contatto.
Lo scetticismo di quegli uomini di fede e di scienza fu messo a
dura prova dalla prima lettura affrettata del libro di maestro
Leone, ma non per questo fu spazzato via.
Dovevano esser compiute infinite prove, innumerevoli verifiche,
complicate analisi.
Forse non sarebbe bastato il resto della vita che ancora rimaneva
a ciascuno di loro, per emettere la parola definitiva su quella
questione, ma qualcosa andava stabilito in quel momento.
Tommaso dettò le condizioni.
Nulla doveva trapelare, nell'opinione pubblica, per i prossimi
dieci anni, per dare modo, ai migliori specialisti d'ogni campo,
d'esprimere un primo, dettagliato giudizio.
Poi, a Gerusalemme, sulla spianata del muro del pianto, si
sarebbe costruito un edificio, che doveva contenere la stella di
Davide.
All'interno di un vasto emisfero, sempre tenuto nella penombra
più fioca, doveva esser posta una teca di cristallo, invisibile ma
illuminata da un unico, vivido raggio di luce.
Il raggio avrebbe, da solo, rischiarato tutto l'ambiente e reso
evidente solo il piattello del candelabro sacro.
A fianco della teca, una scritta avrebbe detto, semplicemente:
" La discendenza di Levi ha conservato per il popolo d'Israele il
segno del Patto".
Il percorso, degradante con alti gradoni, dall'ingresso al centro
della grande sala, sarebbe stato concentrico al punto in cui
sarebbe stata collocata la teca, posta al centro dell’emisfero.
359
Il suo pavimento sarebbe stato lastricato con pietre, provenienti
da tutti i luoghi, di cui era conservata memoria e testimonianza
di martirio di Ebrei, per la propria fede.
All'esterno della sala, sotto le gradinate, si sarebbero ricavati
locali di studio e di consultazione, per studiosi di alto livello, dei
testi che Tommaso avrebbe messo a disposizione.
Quei testi però, per cinquant’anni, sarebbero rimasti in custodia
al Vaticano, per iniziarne lo studio sistematico, con l'intervento
diretto e paritario di studiosi Ebrei, d'altre religioni, o agnostici.
Nulla doveva esser reso noto, della vicenda umana che aveva
coinvolto Giovanni Giacomo Tommaso Fernays in quella storia,
prima di cento anni, dal momento in cui sarebbe stata
completata la costruzione dell'edificio.
Esso non doveva aver alcun carattere che potesse esser
accomunato ad una qualche pratica religiosa, ma offrire solo una
testimonianza della storia di Israele.
Quel primo compromesso fu accettato di buon grado da tutti i
partecipanti alla riunione, con l'intesa che essi si sarebbero
presto rivisti, per redigere il definitivo assenso, a quanto era
stato il desiderio del Cardinal Arcivescovo di Reims.
Dal canto suo, Tommaso, prima di muoversi in quella maniera,
era stato ricevuto in udienza dal Papa, cui aveva raccontato, nei
minimi particolari, tutta la storia.
Erano state sviscerate tutte le implicazioni del caso.
Tommaso aveva rifiutato tutte le possibili richieste, avanzate
dagli specialisti vaticani, che cercavano di forzare la mano allo
Stato d'Israele, in cambio di quel dono generoso, per ottenere un
qualche privilegio.
Qualcuno, ad esempio, aveva proposto adeguate contropartite
nello status d'internazionalità, da più parti richiesto, ed
assiduamente propugnato dal Vaticano, per i luoghi Santi di
Gerusalemme.
Il Papa era stato d'accordo con Tommaso; un dono è un dono e
non può esser fatto a condizioni.
L'unica ricompensa doveva venire dalla soddisfazione per
un'azione portata generosamente a buon fine.
Naturalmente, negli ambienti che contano, il fatto fece
instaurare un nuovo clima di collaborazione e fiducia tra i due
grandi filoni del pensiero umano: il Cattolicesimo e l’Ebraismo.
Essi, in verità, fino alla conclusione del Concilio Vaticano II,
s'erano guardati in cagnesco e, se non nemici, s'erano
riconosciuti come fratelli, solo dopo la felice conclusione di
quella vicenda.
360
Questo, appunto, rientrava nel disegno personale di Tommaso;
ma forse è giunto il momento di parlare un poco più in
profondità di questo disegno.
Egli, naturalmente, sapeva dell’ingiustizia, che assegnava, a
meno del venti per cento della popolazione della terra, più
dell'ottanta per cento delle risorse del pianeta.
Di ciò, il Cardinale gesuita, non rilevava solo l’ingiustizia
terribile, ma faceva notare il pericolo immenso, che tale
situazione avrebbe sicuramente scatenato, ove non si fosse, al
più presto corso ai ripari.
Per questo, Tommaso era fermamente convinto che, se si voleva
salvare il mondo dalla situazione d'estrema crisi in cui l'aveva
gettato l'attuale organizzazione politica mondiale, occorreva far
leva sul senso di responsabilità e di giustizia di quel fortunato
venti per cento, detentore delle ricchezze della terra.
La parte più evoluta dell'Umanità era stata sì abile
nell'appropriarsi di tutte quelle ricchezze e nel farle fruttare, ma,
ora, se non voleva perdere ogni cosa, doveva anche mostrare
d'essere capace di trovare la forza di compiere un'azione di
giustizia che era, alla fine, un atto razionale.
Si doveva provvedere al riordino ed alla nuova distribuzione di
quelle ricchezze, mediante un diverso ordine politico e giuridico
internazionale.
Solo in questo modo, si sarebbe potuto evitare un'esplosione di
rivolta totale, da parte dei paesi poveri del mondo, che avrebbe
spazzato via, per lungo tempo, la civiltà dell'uomo.
Inoltre, solo nell'alleanza delle due grandi religioni
monoteistiche si sarebbe potuto trovare la forza per aiutare la
terza a superare le proprie difficoltà.
L'Islam, la religione dei paesi poveri, avrebbe così potuto
recuperare la vivacità d'ingegno ed il senso della storia
dell'uomo, insieme con la sua tradizionale tolleranza, che erano
state sue virtù peculiari, nel momento di massimo splendore.
Queste, una volta riportate alla luce, avrebbero permesso
d'instaurare le condizioni necessarie per un pacifico sviluppo
dell'umanità, quando si fosse spezzato il circolo vizioso del
rapporto paesi ricchi-paesi poveri, che minacciava in maniera
così incombente l'Umanità, sul finire del secondo millennio
dell'era del Cristo.
Come sempre, ogni azione di Tommaso mostrava un rapporto
inscindibile, tra la logica, che animava la sua azione, e la fede,
che lo faceva convinto del Disegno divino, per cui l' Uomo
aveva un compito da adempiere, un destino da compiere.
.
361
SESTA ANTIFONA
A sentire gli sproloqui dei mass media, noi, ora, stiamo vivendo
in "piena era tecnocratica".
Anzi qualcuno si spinge a parlare, almeno per i paesi ricchi, di
"era post moderna".
S’intenderebbe, con questo termine, significare addirittura
un'uscita, della nostra civiltà, dalle concezioni, che portarono
alla costituzione di un particolare modo di vita; quello che è
stato chiamato: evo moderno.
Tutti sanno che quel modo di vita è direttamente derivante dalle
intuizioni dell'Umanesimo e del Rinascimento italiani e dalle
definizioni del concetto scientifico, formulate da Bacone sul
piano filosofico ed individuate scientificamente da Galileo e
Newton.
Ma tutti dimenticano, o fanno finta di dimenticare, che, se
questo tragitto è vero, esso fu tuttavia compiuto da un'irrilevante
minoranza della popolazione umana.
Quella minoranza fu importantissima, naturalmente, per le
implicazioni che il processo portava nella storia, ma infima di
numero, per l'ampiezza che essa ebbe, nel più generale contesto
dell'Umanità.
Inoltre l'impatto, che il concetto di scienza ha finora avuto
nell'inconscio collettivo, è talmente superficiale che basta
grattare un poco sotto i comportamenti acquisiti, per scoprire
quanto sia sottile lo strato di vernice "scientifica", che copre le
nostre pulsioni irrazionali.
Al di sotto di quello strato, mal dissimulato, sta "l'humus
magico".
Questo sottofondo si rivela, ad una analisi attenta, un curioso
impasto tra le pulsioni irrazionali, che ormai stavano affondando
nell’inconscio personale e, quindi, collettivo e la ragione, che,
sempre più chiaramente, si stava mostrando come lo strumento
principe dell’animale uomo.
Tale situazione si è venuta a definire, come la conosciamo, da
circa diecimila anni, cioè dalla rivoluzione eneolitica che fece
sorgere l'agricoltura, dando così origine al processo di
civilizzazione urbana.
Essa costituisce tuttora la parte di gran lunga più consistente
della nostra personalità.
Il sottofondo, il senso prescientifico, è talmente presente
nell'inconscio d'ogni uomo, da essere praticamente
ineliminabile, almeno per un lungo periodo di tempo a venire,
fino a che il concetto di scienza non avrà saldamente e
totalmente fatto presa, se mai accadrà, nell'animo umano.
362
Infatti, come ogni capacità dell’uomo, anche la ragione non è
una caratteristica innata, ma un duro strumento che deve esser
conquistato, con fatica, ogni momento ed ogni volta, mediante
un processo non automatico.
Che il processo non sia definitivamente acquisito, lo si può
desumere da mille particolari, che mostrano il curioso impasto
di scienza e magia, di logica e di senso, costituente il normale
comportamento dell'uomo, anche al momento presente.
Così il grande Keplero, lo scopritore delle leggi che muovono i
pianeti intorno al Sole, per guadagnarsi da vivere compilava
oroscopi per Wallenstein, il generale boemo al servizio
dell'Impero Asburgico.
Così i politici, che tengono in mano le sorti delle loro
popolazioni, ed i grandi finanzieri che muovono miliardi, nelle
borse di tutto il mondo, sono ancora, molto spesso, fedeli
seguaci di maghi e cartomanti, ponendosi alla stessa stregua dei
milioni d’ingenue persone, che chiedono aiuto agli operatori
dell'irrazionale.
A rigor di logica, non dovrebbero esserci figure più antitetiche di
un politico, che studia necessariamente i fatti, e di un mago, che
corre dietro i fumi dell'irrazionale; di un finanziere, attento alla
realtà commerciale, e di un cartomante, esperto in trucchi da
baraccone.
Così, persino molti scienziati non riescono a liberarsi del loro
substrato prescientifico e pongono molta attenzione a quale
piede mettono per primo in terra, la mattina.
Forse essi non lo sanno, o non ci badano; ma stanno traendo, da
questo fatto, responso sul giorno che sta iniziando, per
considerarlo fasto o nefasto, con lo stesso metodo che usavano
gli auguri etruschi tre millenni or sono.
Esiste un esempio illuminante su come agisce la scienza
nell'organizzazione umana: attualmente le armi più complicate
tendono a divenire d'uso il più semplice possibile, in modo che
anche soldati non forniti di un minimo di cultura tecnica
possano usarle.
Così al Mujahiddin afgano non interessava per nulla sapere la
sofisticata tecnologia, necessaria per rendere funzionante il
proprio missile Stinger; a lui bastava imbracciarlo, collimare
l'obbiettivo nel mirino e tirare il grilletto, per veder esplodere
l'odiato aereo russo.
Questo vuol dire che la scienza tende a servire i bisogni
dell’uomo, abbassandosi anche al suo livello più basso, anziché
pretendere che egli s'innalzi al proprio livello, per godere, in
modo più razionale, i frutti della stessa scienza.
Ma tutti noi ci comportiamo nello stesso modo: vediamo il
medico, che c'impone gli esami tecnologicamente più avanzati,
363
con lo stesso occhio, con cui vedevamo lo sciamano gettare gli
ossicini, per avere un responso sulla nostra salute.
Quello che è più grave è che il medico non fa nulla, anzi è tutto
soddisfatto, se noi rimaniamo in quell'illusione deviante.
Se invece noi tutti affrontassimo il problema del rapporto
"posizione irrazionale/posizione razionale", nel modo in cui
l'uomo sottopone ad indagine ogni sua conoscenza, potremmo
essere in grado di scoprire molti elementi che, con il solo
strumento razionale, non verrebbero mai alla luce, o darebbero
risposte distorte.
Del resto è questo il metodo usato nelle discipline etnologiche,
quelle che studiano i vari aspetti delle diverse civiltà dell'uomo.
Esse, infatti, ritengono, correttamente, che non sia possibile
prescindere, nello studio dell'Umanità, dai suoi primordi alla
situazione attuale, dalla commistura di comportamento razionale
e comportamento irrazionale, tipico della nostra specie.
Se si considera la storia dell'uomo con questo duplice strumento,
l'ottica risultante viene non poco mutata, rispetto agli schemi
imperanti.
Qualcuno ha osservato qualche tempo fa 1 che gli Stati nazionali
non sono più l'unità primaria delle relazioni internazionali e che
lo scontro politico si va spostando appunto, dagli stati nazionali
alle culture, o civiltà, formate da gruppi di più nazioni.
In quest'ottica, sono state altresì individuate le due civiltà, che,
con maggiore probabilità, s'accingono allo scontro, che porrà
probabilmente fine alla nostra epoca.
Queste due civiltà, pronte a combattersi, sono una il cosiddetto
mondo occidentale, erede della tradizione greco-romanogiudaica, mutuata dalla Chiesa cattolica, fatta rivivere dal
Rinascimento italiano e trasmessa alla riforma protestante che è
giunta, per prima, al concetto di liberalismo.
L'altra è l'Islam.
Che lo scontro sia imminente è impressione comune e non solo
nozione scientificamente stabilita, mediante studi che hanno
coinvolto, con il sistema delle think-tanks2, le più diverse
discipline.
Non è certo la prima volta che le due civiltà entrano in rotta di
collisione, nonostante che esse abbiano grandi affinità e punti di
contatto.
Articolo del dott. HUNTINGTON, su “ FOREIGN AFFAIRS “ estate 93Copyright 94/ The Economist-l’Espresso 19/ago/94
2
THINK-TANKS, espressione americana che significa “Serbatoi o Pacchetti
di cervelli“, sottintendendo, in questo modo, il metodo da questi usato
nell’affrontare, da tutti i punti di vista delle diverse discipline,un problema,
per giungere ad avere il modo migliore di risolverlo, studiando e
considerando tutte le variabili ad esso connesse.
1
364
Infatti esse sono territorialmente contigue, filosoficamente
intrecciantisi e, sul piano della religione, appartenenti allo
stesso ceppo, anzi con moltissimi luoghi e personaggi in
comune.
Per questa ragione si può tranquillamente parlare di una lotta tra
fratelli, la più comune e la più sanguinosa delle lotte, che l'uomo
è solito intraprendere.
Le vicende sono state alterne.
Come si sa, la fortuna delle armi, è il principale elemento di
valutazione che, disgraziatamente, l'uomo abbia saputo finora
trovare, per misurare il grado di progresso tecnologico di una
civiltà.
Ebbene, la fortuna delle armi ha sorriso ora all'uno dei due
gruppi contendenti, e subito dopo all'altro, in un balletto crudele
ed inconcludente.
Riassumiamo brevissimamente i fatti.
L'Islam, sotto la spinta fortissima della sua nuova fede, pochi
decenni dopo la morte del Profeta, conquistava la Spagna, fino
ad arrivare ai confini della Francia.
Lì fu fermato da Carlo Martello a Poitiers nel 732.
Ma l’Islam, poco dopo, s'annetteva la Sicilia nell'840, tentando
perfino d'impadronirsi dell'Italia, allora centro della religione e
della civiltà occidentale.
Appena superata l'epoca terribile dell'alto medio Evo,
rispondeva la civiltà occidentale, o, come allora si chiamava, la
Cristianità, che occupò il cuore stesso dell'Islam, cercando
d'instaurare un regno cristiano in Palestina, al tempo della prima
crociata.
La lotta, come tutti sanno, proseguì per tutto il millennio, con le
crociate da una parte, tentativo di conquista mascherato da
motivi religiosi, e con la spinta potente dei Turchi musulmani,
fermata sul mare a Lepanto nel 1571, ma che s'esaurì solo nel
1683, con l'ultimo assedio turco sotto le mura di Vienna.
Poi, il diciannovesimo secolo vide l'esplosione tecnologica di
quella che non si poteva più chiamare Cristianità, perché essa
s'era spezzata con la riforma protestante.
Tutto l'Islam finì sottomesso all'Occidente.
Che cosa era successo e come era potuto accadere?
E, soprattutto, quale era stata l'arma conclusiva che aveva posto
fine al conflitto, almeno per due secoli, dando la vittoria
all'Occidente?
Uno sprovveduto spettatore dei fatti porrebbe subito l'accento
sullo straordinario sviluppo tecnologico che l'Occidente, in virtù
dell'impetuoso progredire della sua scienza, aveva saputo
preparare e mettere in campo, obbligando così l'Islam a piegarsi.
365
Coloro che studiano più attentamente la storia dell'uomo,
assicurano che non è stata questa la ragione della vittoria
dell'Occidente, o, almeno, non ne è stata la causa principale, ma
solo uno dei molti effetti.
Al solito, per capire le ragioni dell'uomo, occorre andare a
considerare le idee guida, le linee di forza del pensiero.
Esse individuano logicamente un obbiettivo, lasciando poi
all'audacia dei più capaci, dei più forti, dei più fortunati, il
compito di segnarne il percorso.
L'idea guida dell'Occidente, dopo la parentesi medioevale, era
sempre quella tracciata dal cittadino ateniese: la mia libertà
risponde solo alle leggi della mia societas; sacre leggi che io ho
il dovere d'espandere per tutta la terra, trafficando,
guerreggiando, conquistando, dominando.
Ma nel sedicesimo secolo era accaduto un fatto nuovo: la
riforma protestante, aveva colpito al cuore la concezione, che si
potrebbe definire "asiatica", della religione; una concezione
basata sul principio d’Autorità, sul mistero iniziatico,
sull’impossibilità, per l’uomo d'arrivare a Dio, con i soli propri
mezzi.
Il protestantesimo affidava invece, tutta la responsabilità, e
quindi tutto il potere, all’individuo.
La nuova maniera d’intendere la religione, infatti, proclamava
solennemente la responsabilità del singolo, che rispondeva
direttamente, senza intermediari, a Dio, per il modo con cui egli
aveva speso la propria esistenza.
Così, se questo distruggeva la certezza di come concepire il
rapporto uomo Dio, distruggeva altresì ogni certezza e quindi,
ogni comportamento legato all'Autorità.
Sotto quest'ottica non vi sono regole certe, codificate
dall'Autorità, su come un uomo debba comportarsi.
Quando un'Autorità, qualunque essa sia, per quanto sia venerata,
impone delle regole rigide, che, proprio per il carisma di chi le
ha emanate tendono a divenire immutabili, allora la libertà
dell'uomo è repressa e la societas, espressione di queste regole,
soffoca e declina.
L'uomo, e solo l'uomo, deve trovare, nella propria interiorità, il
giusto rapporto con Dio e quindi con il Creato, senza altri
intermediari.
Solo scavando nel proprio "interiore" si possono individuare
regole che, sottoposte al confronto democratico con le altre
regole, possono, alla fine, costituire un corpus di leggi, che non
soffochino la libertà di ciascuno ed il diritto di tutti.
Questa è l'unica maniera in cui si dà modo alla libertà, antico
massimo bene, scoperto in Grecia venticinque secoli or sono, di
svilupparsi in sommo grado.
366
Solo su questa strada si preserva la libertà dell'uomo.
Naturalmente una società di uomini veramente liberi può
estrinsecarsi solamente in una società altamente democratica, se
non vuole condannarsi alla disintegrazione.
Infatti, mancando appunto, in essa, la massima Autorità,
depositaria della Verità definitiva, si è costretti, in questo tipo di
società, a giungere a stabilire i rapporti che la legano, mediante
il confronto, anche aspro, delle idee.
Il che è appunto il metodo democratico.
La miglior forma di società democratica fu così realizzata nei
paesi protestanti.
Essa si concretizzò in quella che noi chiamiamo società liberale:
anche se io non sono per nulla d'accordo con le tue tesi, darò la
vita per permetterti d'esporle, in quanto riconosco la validità del
metodo democratico, al di là del valore d'ogni singola idea.
Questo è stato lo strumento, ideato dall’illuminismo francese o,
meglio, europeo, reso funzionante dal liberalismo anglosassone.
Questa è stata la vera arma segreta dell'Occidente.
Essa fu l'unica arma in mano al popolo, per evitare che il potere,
nel suo tentativo di conquistare tutto, strangolasse
progressivamente la forza propulsiva di una società,
smorzandone la capacità di critica e vanificando così ogni
stimolo vitale, come appunto è accaduto all'Islam.
In quella civiltà infatti, forse per il suo caratteristico senso
d'abbandono fatalistico al volere imperscrutabile della Divinità,
la responsabilità del pensare, e quindi il potere di decidere, è
stato tutto lasciato agli Ulema, gli studiosi di materie religiose,
più integralisti.
Essi hanno distorto la dolce dottrina di Maometto, comprensiva,
tollerante, molto più benevola verso la condizione femminile
che non la tradizione giudaico-cristiana, che faceva nascere la
donna da una costola di Adamo 3.
Il Corano sostiene che l’uomo e la donna siano nati da “un’unica anima“;
che fu Adamo, e non Eva, a farsi convincere a mangiare la mela; riconosce,
anche alle donne, il diritto di governare, concede ad esse il diritto alla
proprietà personale, alla scelta del compagno, al divorzio, all’aborto in caso
di necessità, all’educazione, alla soddisfazione sessuale nel matrimonio; vieta
l’infibulazione. cfr MAOMETTO op. cit. pag 165.
Solo l’interpretazione estremamente restrittiva, che gli ULEMA hanno dato
del versetto 34 del capitolo 4 del Corano, ove si legge che “gli uomini hanno
autorità sulle donne“ ha potuto permettere la progressiva limitazione dei
diritti delle donne, chiaramente codificati da Maometto.
3
367
Questa fu la vera causa del repentino tramonto dell'Islam,
individuata dal filosofo algerino Malek Bennabi, che definì
correttamente il concetto di "colonizzabilità" 4 .
Questa teoria sostiene che la colonizzazione del mondo
musulmano s'ebbe allorchè esso s'isterilì, ad iniziare dal
quattordicesimo secolo della nostra era, quando gli Ulema
cominciarono ad imporre il "Taqlid", "l'imitazione cieca", nei
confronti dell’autorità religiosa.
Certo è che, se qualcuno avesse potuto e voluto scommettere,
sul finire del primo millennio della nostra era, su quale sarebbe
stata la civiltà che avrebbe dato la sua impronta al secondo
millennio, non vi sarebbe stato alcun dubbio.
La civiltà più avanzata, quella culturalmente più attiva, quella
più tollerante, anzi l'unica degna di questo nome, era la civiltà
araba, e questa constatazione sarebbe stata valida, fino alla fine
del quindicesimo secolo.
Poi gli Ulema, che, occorre ripeterlo, non sono il clero,
preponderante nell'Islam solo nell'osservanza Sciita, ma gli
studiosi di cose religiose, colpirono al cuore la civiltà di
Maometto.
Essi ridussero il concetto di conoscenza, ('Ilm), alla sola
conoscenza di cose attinenti la religione; trasformarono il
consenso della comunità (Igmà), in consenso dei soli dotti, cioè
gli stessi Ulema; bandirono la " Igtihad' " cioè la discussione del
popolo in materia religiosa.
Era nato il più forte integralismo della storia e la sua prima
vittima fu la civiltà musulmana 5 .
Così, per mano di coloro che si reputavano i suoi più autorevoli
custodi, fu strozzata la civiltà, che aveva trasmesso al mondo il
ricordo dei filosofi e della cultura greca.
Che aveva capito la necessità dello zero, scoperto dagli indiani
e, a sua volta, mediante lo zero aveva inventato l'algebra, la
trigonometria e la geometria sferica.
Che aveva raggiunto un metodo utile per orientarsi, calcolando
correttamente la direzione e la rotta mediante la bussola.
Che aveva inventato l’astrolabio
planisferico, il primo
calcolatore analogico.
Che aveva scoperto ed assegnato un nome, a gran parte del
firmamento.
Che aveva gettato le basi per la medicina moderna, con i
"Canoni di medicina" di Ibd Sina (Avicenna) e Al Razi,
arrivando per prima ad una visione logica del funzionamento del
corpo umano.
4
5
MAOMETTO op. cit. pag 167.
MAOMETTO op. cit. pag. 133
368
Che aveva individuato, per prima, strutture come l'università e
l'ospedale.
Che aveva inventato la chitarra e gli altri strumenti a corda,
codificando altresì l'armonia musicale.
Che, come ultima cosa, aveva espresso un'idea religiosa, ma
anche politica, valida dall'Atlantico all'Indonesia 6.
È quindi ormai nozione comune che il concetto di Autorità,
qualunque esso sia, uccide la vitalità di una civiltà; che l'unico
antidoto è la democrazia reale ed effettiva, e che il tipo di
democrazia, che più s'avvicina ad essa, è quella nata, nei paesi
anglosassoni, dalla riforma protestante.
Ma, arrivati a questo punto, che cosa si può fare, per risolvere
nella
maniera più razionale, lo scontro che s'annuncia
prossimo?
E, se scontro deve essere, quali sono le chances di ciascuno dei
contendenti?
Occorre, per prima cosa, aver chiarissimo un concetto: se lo
scontro ci sarà, sarà uno scontro violentissimo, probabilmente
mortale per tutta la civiltà dell'Uomo, come noi la intendiamo
nell'attuale momento storico.
Nè dobbiamo, noi occidentali, cullarci nella nostra conclamata
supremazia tecnologica, talmente evidente da darci un vantaggio
incolmabile.
Proprio la supremazia tecnologica ci espone a ritorsioni mortali,
assolutamente non eliminabili, senza pagare un prezzo
durissimo, che potrebbe mettere in pericolo la nostra stessa
civiltà.
Già si stanno vedendo i prodromi di quello, che potrebbe essere
uno spaventoso scenario futuro.
Dopo aver fatto le prove con attentati artigianali, che potevano,
al massimo, distruggere la vita a qualche migliaio di persone,
ma che non mettevano assolutamente in gioco l'esistenza della
nostra società, ora si possono evocare scenari da incubo.
Gas venefici piazzati all'interno delle metropolitane, arterie non
bloccabili delle metropoli occidentali, senza rischiare l'infarto
dei grandi centri urbani.
Avvelenamento delle acque potabili d'intere regioni.
Messa a dimora di ordigni atomici, trasportati un pezzo per volta
ed assemblati nelle megalopoli, per esser affogati sotto metri di
cemento per non essere rilevabili, ma sempre pronti ad essere
attivati con un comando inviato da grande distanza.
Sono solo alcune, delle possibili risposte di un avversario
fanatico e reso folle, da quella che lui intende come un'enorme
6
MAOMETTO op. cit. passim.
369
ingiustizia, compiuta ai danni del popolo dei credenti nel vero
Dio, da parte dei miscredenti occidentali, figli di Satana.
Avremmo così la tragedia mediorientale, che vede Israele contro
l'Islam, moltiplicata per cento ed estesa a quasi tutta la terra.
Certo, l'Occidente potrebbe rispondere con ritorsioni militari, ma
l'unica arma veramente efficace sarebbe l'atomica, usata su
larghissima scala.
Il che, oltre alle comprensibili remore che il fatto imporrebbe,
sarebbe una vittoria di Pirro, perché contribuirebbe in maniera
definitiva a rendere il nostro pianeta invivibile.
E, nell'attesa che questo scenario allucinante si compia, come
resistere alla spinta incomprimibile che inonda i paesi ricchi di
disperati, in cerca di condizioni di vita meno terribili di quelle
che essi hanno lasciato nei loro paesi d'origine, tutti, in massima
parte situati nell'Islam?
Una volta poi lasciati entrare, per misericordia, per impossibilità
d'opporsi al fenomeno, per calcolo più o meno intelligente, che
tende a sfruttare la disperazione dell'uomo per avere lavoro a
basso costo, come gestire questa massa di "altri", che, in breve
tempo, reclamerebbero i nostri stessi diritti?
Non sembri, l'orizzonte degli eventi così ipotizzato, una
ricostruzione fantascientifica o catastrofica, gonfiata cioè dalla
fantasia o dalla paura; essa è, purtroppo, una visione reale.
Infatti, se pure l'Occidente fosse in grado di bloccare
militarmente la spinta eversiva del terrorismo su larga scala,
esso dovrebbe poi sostenere economicamente il peso di
provvedere a sfamare tutto il mondo dei diseredati, una volta che
li avesse nuovamente conquistati, per impedire loro di compiere
quegli stessi atti terroristici.
A meno che non si voglia ipotizzare, per essi, una soluzione
finale di tipo nazista, una “ pulizia etnica “ che concluderebbe
degnamente la nostra "Civiltà".
Il solo prevenire efficacemente il pericolo del terrorismo totale,
qui paventato, con le società multirazziali che si possono già
intravedere, non soltanto a New York ed a Washington, ma
anche ad Amsterdam, Londra e Parigi, per non parlare di
Marsiglia, potrebbe avere, quasi sicuramente, un unico sbocco:
lo stato di polizia.
Non dicono nulla le sempre più evidenti reazioni xenofobe in
quei paesi, come la Francia o l'Inghilterra, per lungo tempo
paladini della libertà d'ingresso per tutti ?
Non è ormai anche l’Italia infettata dallo stesso virus?
L’unico rimedio conosciuto porta allo Stato di Polizia.
Ma lo Stato di polizia contiene inevitabilmente altre pessime
abitudini.
Il controllo assoluto della società da parte dello Stato.
370
La persecuzione civile, poi sociale, poi religiosa.
Il progressivo inaridirsi del Diritto.
L'ideologia.
Il culto della personalità.
L'imposizione del Leader Maximo.
Il partito unico.
Il totalitarismo.
O pensiamo che noi, popoli civili, non scenderemmo mai a
questi orrori?
Già un'altra volta, per vincere in qualunque modo la guerra tra
paesi ricchi e paesi poveri, o, se preferiamo chiamarla così, tra
due ideologie, che tentavano di conquistare per sé tutto il potere,
il mondo occidentale ha messo mano ad una ristrutturazione
selvaggia della propria economia.
Questo fatto gli permise di vincere l'orso russo, già
autoproclamatosi campione dei diseredati.
Ma, così facendo, sempre l'Occidente ha posto le basi per
quell'espulsione dal mondo del lavoro delle masse meno
specializzate, più proficuamente sostituite da macchine
automatiche.
In questa maniera, furono impostati i presupposti della crisi che
sta divorando, in tutto il mondo industrializzato, ogni classe
sociale.
Infatti, nel modello prescelto, anche in regime d'espansione
economica, aumentano i profitti del capitale ma diminuiscono le
occasioni di lavoro.
C'è già chi, a questo proposito, parla d'incubo elettronico,
scoprendo che tecnologia ed efficienza hanno un prezzo troppo
alto, e che, a pagarlo è, in massima parte, la classe media, cioè il
70% della popolazione.
Essa viene, per questo, espulsa dal lavoro e senza speranza di
trovarne un altro, in quanto le occasioni di lavoro, in una società
altamente automatizzata, in cui la regola ultima sia la ricerca del
profitto ad ogni costo, tendono a diminuire in maniera
esponenziale, con i costi sociali che tutti possono vedere 7.
Il modello che l’Occidente sembra aver ormai imboccato sembra
quindi escludere quello sviluppo all’infinito,che era stato in un
primo tempo ipotizzato e promesso, agli inizi della rivoluzione
industriale.
Con questo modello di sviluppo non si potrà sradicare la povertà
dal mondo dell’uomo, perchè la ricchezza ha bisogno della
povertà.
Quindi il dilemma è ormai chiaro: si dovrà trovare un modus
vivendi con il mondo dei poveri, magari impostando un serio
programma d'aiuti, un piano Marshall moltiplicato per mille.
7
Articolo di Edward LUTTWAK , PANORAMA 16/12/94
371
Esso dovrà però esser controllato passo passo, perché non
diventi occasione per gli speculatori.
Per suo tramite, si dovranno così ricercare e moltiplicare, sul
territorio del terzo mondo, le occasioni di lavoro e quindi
d'elevazione sociale.
Oppure, nel migliore dei casi, aspettiamoci la nascita di uno
stato di polizia in tutti i paesi ricchi, che quasi sicuramente non
impedirà i grandi ricatti tentati dalle frange più estremiste dei
paesi poveri, ma certamente farà morire la nostra libertà.
È’ meglio poi non pensare a quale potrebbe essere il peggiore
dei casi, se l'umanità non saprà risolvere questa questione.
E non occorre avere al riguardo alcuna remora: spesso le
soluzioni sembrano essere talmente pericolose da diventare
praticamente impossibili, eppure occorre avere il coraggio di
osare; ricordiamoci che l’unico modo con cui venne superato il
sogno delle masse europee di instaurare il comunismo a metà
dell’ottocento fu escogitato dal più irriducibile leader autoritario
del momento: il principe Otto Von Bismarck, il quale rese
operante l’istituto della pensione al termine della vita lavorativa,
per tenere in pugno i lavoratori.
Come si vede, l’insieme dei problemi esaminati è un potente
nodo culturale, uno di quei grovigli che definiscono un'epoca, se
non un evo.
Infatti una distinzione dei grandi periodi della storia dell'uomo
potrebbe essere la seguente:
- Il processo di ominazione, in cui l'animale, che riconosce
progressivamente svilupparsi in lui un processo di
autocoscienza, deve però ancora combattere per la vita,
raccogliendo e cacciando quello, che la Natura gli mette a
disposizione giorno per giorno.
In questa fase non ha senso, ad esempio, il concetto di
proprietà.
- L'età della ricerca della proprietà, iniziata, come si è detto, con
la rivoluzione eneolitica, quando l'uomo si è accorto che esisteva
qualcosa d'utile, anzi di prezioso, che poteva essere conservato
oltre il boccone di quel giorno.
Poiché quel qualcosa era raro, e conservato, da chi l'aveva,
anche a costo della vita, egli si gettò alla ricerca affannosa di
quel qualcosa.
Nacquero così i concetti di proprietà e di guerra, strettamente
collegati.
- Lo sviluppo della scienza ci promette, se sapremo gestirlo
correttamente, una nuova età in cui sarà possibile, mediante
appunto l'estrinsecazione del progresso scientifico, avere
abbondanza di tutto.
372
In tal modo saranno finalmente superati i concetti nefasti di
proprietà e di guerra.
È talmente conseguente l'abbinamento di tali concetti, che
l'ultimo incubo, da cui siamo usciti, ne era una diretta
conseguenza.
Infatti, il pensiero di coloro che non avevano alcuna proprietà,
se non i propri figli, il proletariato, aveva enunciato e messo in
pratica una teoria, per cui il proletariato avrebbe vinto la lotta di
classe, spazzando via, con la forza del numero, chiunque vi si
fosse opposto.
Poi le cose erano andate in modo diverso, perché coloro che
furono i paladini della lotta di classe, non erano più proletariato,
nel senso letterale del termine, ma erano diventati burocrazia
statale.
Questa burocrazia avrebbe avuto molto da perdere, se avesse
comunque accettato la sfida di un confronto diretto, quando le
cose si stavano mettendo male, sul versante dell'economia.
Adesso il vero proletariato, quello del terzo mondo, ha
conosciuto, attraverso i media, che l'hanno reclamizzata in tutta
la terra, la ricchezza, anzi l'opulenza del mondo occidentale.
La parte miserabile dell'umanità si è resa cosciente del fatto che
quest'opulenza è, in massima parte, frutto della rapina che il
mondo occidentale compie giornalmente nei suoi confronti.
Attenzione!
Quei diseredati non sono gli apparatniki russi, che una propria
nicchia, anche se non così confortevole come quelle del mondo
occidentale, se l'erano pure costruita!
Le folle diseredate del terzo mondo premono sul primo, con la
forza della disperazione e sono pronte a tutto, pur d'avere un
minimo di possibilità di sopravvivenza.
Qui si giocherà la partita e questa sarà difficilissima, una vera
finale che potrà riservare, per tutti, il paradiso o l'inferno,
secondo come la sapremo giocare.
Non altrimenti, forse, pensavano i sognatori delle età
prescientifiche, prefigurando per l'uomo, un'età dell'oro, che
dovrà però essere guadagnata con molta fatica.
L'unica differenza è che, coloro che hanno parlato dello scontro
finale, nelle loro fantasiose analisi, hanno sempre diviso gli
uomini in giusti e reprobi, collocandosi automaticamente tra i
giusti e considerando quelli, che non la pensano come loro, tra i
reprobi.
Del resto non era scritto, sulle cinture delle SS, "Gott mit uns",
"Dio è con noi"?
373
Il problema è che la partita si vince solo se sapremo superare
questo dualismo, se ci accorgeremo in tempo che le due civiltà
stanno per combattere su una piccola, instabile scialuppa.
In essa, entrambe sono condannate o a trovare una soluzione, un
modus vivendi, retto da regole veramente eque, che ci
permettano d'arrivare all'età dell'abbondanza, oppure ci
distruggeremo vicendevolmente.
Sapremo noi superare i pericoli terribili che ci separano dall'"età
dell'oro"?
Esiste, probabilmente, una sola via d'uscita.
Occorre che l'Islam accetti, autonomamente, come un punto
d’arrivo della propria civiltà, il concetto di democrazia liberale,
cioè di confronto delle idee e non scontro, insanabile, di
ideologie.
L'Occidente deve impegnarsi al massimo, perché ciò avvenga.
Solo dopo che ciò si sarà verificato, si potrà arrivare ad una
soluzione negoziata.
La cosa terribile è che, probabilmente, questo accadrà soltanto
dopo che lo scontro sarà iniziato, solamente dopo che
innumerevoli disastri avranno offuscato la civiltà dell'Uomo.
Si può solo sperare che l'accordo avvenga almeno il giorno
prima della battaglia di Armaghedon8.
Quindi lo scenario è definito, gli attori si accalcano, il momento
è drammatico.
Il rapace, libero, spirito dell'Occidente ha trovato in se la forza
d'indicare una via onorevole di scampo, per evitare lo scontro
finale.
Delle sue religioni, l'ebraica ha accettato, facendola propria,
l'istanza democratico-liberale, il protestantesimo si gloria
d'averla definita, il cattolicesimo s'appresta, forse, a farla
propria.
Se questo accadrà, nascerà finalmente il Cattolicesimo liberale,
che, insieme con l'Ebraismo liberale ed il Protestantesimo, che
ha posto le basi stesse per il liberalismo, dovranno contribuire a
far sorgere l'Islam liberale.
Solo allora “Religio“ avrà perso il suo significato primo di
superstizione e potrà dedicarsi, nel suo campo, che è la ricerca
del perché, ad essere uno strumento potente per il cammino
dell'uomo.
Ma l'Occidente, che s'avvia unito al confronto, saprà valutare i
torti che ha ricevuto l'Islam?
Apocalisse di Giovanni 16,16. Si tratta della battaglia finale, tra le schiere
dei “buoni“ e dei “malvagi “, immediatamente prima del giudizio
universale.
8
374
Saprà l'Islam mantenere questo confronto sul piano della disputa
intellettuale?
Questo rischia d'essere il dilemma conclusivo della nostra
civiltà.
Se entrambi i contendenti risponderanno razionalmente, si potrà
instaurare, sulla terra, l'età dell'oro.
In caso contrario, lo scontro che ne sortirà potrebbe decidere la
fine della civiltà dell'uomo sulla terra, almeno come la
intendiamo ora.
Questa è la posizione razionale.
Vediamo, invece, come leggono razionalmente gli avvenimenti,
coloro che studiano il mondo anche nel versante
dell'irrazionalità, del sentimento, delle pulsioni misteriose e
sommerse dell'anima.
Le scienze umane sono le discipline scientifiche, che assumono
l'uomo come peculiare oggetto d'indagine.
È nozione ormai ampiamente accolta da quelle discipline, che
tutti i fenomeni para normali, quali la precognizione, la
divinazione, l'ispirazione e simili, siano un retaggio di un'epoca
pre scientifica.
Così, quando quei fenomeni ancora si manifestano, sono da
considerarsi episodi recessivi, tali da non poter, su di essi,
esplicare appieno l'indagine scientifica, proprio per la loro
aleatorietà.
Ma quando si va a studiare questi fenomeni, compiendo rigorose
comparazioni nella tradizione scritta od orale d'ogni popolo ed
entrando così nel vivo delle scienze antropologiche, si nota un
fatto curioso.
Tradizioni, più o meno simili, appartengono al bagaglio
culturale di quasi tutte le famiglie dei popoli, e quindi se ne può
studiare le loro interazioni, nei vari gruppi umani.
Così, con poche varianti, troviamo, quasi dappertutto, il mito di
Caino, alla radice di quasi tutte le grandi civiltà conosciute.
Ancora precedente, abbiamo trovato il concetto della
conoscenza del Bene e del Male e, appena successivo,
troveremo il mito del progressivo degradarsi della società
umana.
Questo degrado è combattuto alla radice dalla Divinità,
mediante castighi terribili, tali da minacciare l'estinzione
completa della specie dell'uomo, per mezzo, appunto, del diluvio
universale o d'altre catastrofi similari.
Ultimo messaggio in codice, tramandatoci dalla più remota
antichità, è il giudizio finale, quello che dividerà le schiere dei
buoni e dei cattivi; entrambe pronte allo scontro finale.
375
Questo fatto sarà valutato dalla divinità per assegnare, in base ai
meriti o alle colpe dei componenti delle schiere contrapposte, la
ricompensa o la dannazione eterne, come ci ricorda l'Apocalisse
di Giovanni.
Una variante della fine del mondo, sviluppatasi al compiersi del
primo millennio, è la cosiddetta profezia di Malachia, (monaco e
primate d'Irlanda, vissuto tra il 1094 ed il 1148), autore
dell'opera "De summis pontificibus".
Malachia parte da Celestino II, Papa dal 1143 al 1144, ed elenca
una lista di 112 Pontefici che saliranno al Soglio fino l'anno
duemila della nostra era, quando verrà eletto l'ultimo Papa, con
il nome di Pietro II.
Sotto il suo pontificato si avrà la fine di Roma e, quindi del
Mondo, il mondo come lo poteva immaginare un uomo del
medio evo, vissuto agli estremi margini del barlume di società
civile, che era sopravvissuto in quel periodo buio.
" In persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit
Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus,
quibus transactis septicolis diruentur et Judex tremendus
judicabit populum suum. Amen " 9 .
Che cosa vogliono dire tutti questi oscuri messaggi, che ci
giungono dalla più remota antichità, fino ad ipotizzare uno
scontro finale, terribile e tale da distruggere una civiltà
impostata sui parametri che conosciamo?
Se, al di la del fumo, tipico dell'età prescientifica, si analizzano i
dati, si evocano conclusioni non dissimili da quelle cui si può
giungere con l'indagine logica, precedentemente usata.
La civiltà di cui siamo figli, aveva confusamente avvertito, già
nei suoi primordi, che il processo di autocoscienza aveva per la
prima volta posto un essere di fronte alla scelta del Bene e del
Male e questo fatto aveva innescato il problema del libero
arbitrio.
Di quì il mito dell’albero della conoscenza, il peccato originale,
che marcherà, fin dall’inizio la nostra civiltà.
Il superiore gradino di conoscenza era giunto con la rivoluzione
eneolitica.
Essa aveva sciolto l'uomo dalla ricerca affannosa del pasto
quotidiano mediante la caccia e la raccolta, facendogli
conquistare la tranquilla sicurezza di sostentarsi con il frutto del
proprio lavoro nei campi.
Nell’ultima, piu’ grande persecuzione di Santa romana Chiesa sarà insediato
il Pietro romano , che pascolerà il suo gregge tra molte tribolazioni; superate
le quali, i sette colli saranno distrutti ed il Giudice tremendo giudicherà il suo
popolo.Amen.
9
376
Il livello di civiltà raggiunto era indubbiamente molto superiore,
ma nascondeva un pericolo; esso aveva instaurato il concetto
della proprietà e, conseguentemente, del conflitto tra gli uomini.
Finora fratelli nel clan di cacciatori raccoglitori, gli uomini
cominciarono a guardarsi come avversari, nella ricerca della
proprietà.
Una volta che uno era riuscito ad ottenere questa, egli era visto
come nemico da chi, fino a quel momento, era stato suo fratello.
Per questo, necessariamente, egli radunava quelli del suo gruppo
e portava guerra feroce contro il gruppo dei propri simili,
antagonisti, visti così come il principale avversario.
La violazione della norma sacra, l’inviolabilità della propria
specie, scatenava la hybris, attirava il castigo.
Avvennero, così, i fatti straordinari che manifestavano la
contrarietà divina.
Specialmente tra coloro che avevano perso, si moltiplicavano le
attese di un'epifania del Principio creatore, di un ritorno della
divinità sulla terra, per raddrizzare la civiltà dell’uomo,
gravemente distorta e compromessa dalla hybris.
Questo ritorno avrebbe dovuto verificarsi in tempi brevi; basti
ricordare il grido di Giovanni il Battista "Fate penitenza, perché
il regno dei cieli è vicino".
La tendenza era univoca: la posizione degli Esseni e delle
innumerevoli sette che si rinchiudevano nel deserto, nell'attesa
del prossimo giudizio finale, la ferma credenza dei primi
cristiani, che si disfacevano dei propri beni perché era
imminente il Giudizio Universale, il sorgere di profeti nelle più
diverse religioni.
Tutto faceva credere e chiedeva un'escatologia finale.
Poi il tempo passò.
Poiché non succedeva nulla di quello che tutti aspettavano,
intervenne la propensione dell'uomo per le cifre complete e tutto
il processo fu differito all'anno mille.
La cosiddetta profezia di Malachia è evidentemente un tentativo
di rimandare, alla prossima cifra completa, lo scontro finale.
Esso è ormai scolpito nell'inconscio collettivo della nostra
civiltà.
Il risorgere di confuse, e, forse per questo, ancora più pericolose
sette millennaristiche dei nostri giorni, ne è la riprova.
Ma qual è il senso della divisione, tra due schiere contrapposte,
dell'umanità?
Se fosse solo il rapporto tra il Bene ed il Male, le due schiere
avrebbero anche potuto ignorarsi, in quanto il percorso dell'una
377
non interseca e non influenza, necessariamente, il percorso
dell'altra.
Il significato profondo di quella contrapposizione potrebbe
invece essere la rivalità, conseguente ad una divisione delle
risorse della terra, ancora non bastevoli a soddisfare tutti.
Delitto è infatti, per il sentire comune, l’appropriazione, a
qualunque costo, della poca e misera ricchezza disponibile,
l’impossessarsi del troppo, senza curarsi che al fratello è rimasto
troppo poco, la ricerca affannosa di ciò, anche per mezzo del
massimo crimine possibile, quello che grida maggiormente
vendetta di fronte a Dio.
Proprio per questo la divinità dovrà necessariamente intervenire,
per giudicare una civiltà che, nei suoi primordi ancestrali, si è,
da se stessa, riconosciuta basata sull'ingiustizia e sul crimine,
nella violazione del tabù più sacro e più sentito.
Come diceva il Padrino: "ho recato offesa al sangue di mia
madre: ho ucciso mio fratello".
Così, la nostra civiltà, il processo che, dalla rivoluzione
eneolitica portò al concetto di polis, nacque con le stigmate della
sopraffazione, della guerra, del riconoscimento della legge del
più forte, come legge fondante per le società umane.
Al peccato originale, proprio dell’uomo, che cercava di
scavalcare Dio, si sovrappose un altro, terribile peccato: l’uomo,
nella sua ingordigia, non riconosceva più il fratello.
Caino, il primo che disse “questa terra è mia”, il fondatore della
nostra civiltà, ha un nome illuminante; Caino significa:
” desiderio di possesso”.
In questo modo il mito è svelato, il suo significato è chiarissimo.
Sta alla parte più avvertita dell’Umanità accogliere il messaggio
che viene dal momento costitutivo della sua stessa civiltà,
definendo, per prima cosa che esistono, non tanto, i buoni ed i
cattivi, ma i deboli ed i forti.
Invece, se si vuol far progredire la civiltà, entrambi debbono
trovare un modus per accordarsi, al fine di non far rovesciare la
barca.
Forse proprio questo potrebbe essere il compito ed il destino di
Europa.
L'idea che, meglio, ha saputo convertire in una forma di civiltà
compiuta il nuovo rapporto, che s'era venuto costituendo tra gli
uomini con l'introduzione del concetto di proprietà e di guerra,
potrebbe sublimarsi in una nuova e più idonea configurazione
sociale.
378
Questa ulteriore conquista dell’uomo sarebbe in grado di vincere
il vincolo, ormai superato e, per questo, nefasto, tra polis e
polemos, promuovendo un diverso e superiore patto tra gli
uomini che sappia, finalmente, instaurare l'età dell'oro.
Solo in tal modo il principio costitutivo della societas non sarà
ulteriormente violato e non sarà, alla fine, scatenata la nemesis.
Essa è, invece, indispensabile quando il crimine è commesso, sia
perché così vuole la divinità, sia per una sorta di reazione
automatica alla violazione di una legge.
Solo se l’umanità saprà risolvere il dissidio, non sarà preteso il
sacrificio.
Esso, se per disgrazia dovesse avvenire, potrebbe essere totale.
Forse il vecchio monaco cistercense, Primate d'Irlanda, non s'era
sbagliato di molto, prefigurandosi il redde rationem della nostra
civiltà, basata sulla rapina e la guerra, situandolo alla fine del
secondo millennio della nostra era.
Del resto la fatidica “cifra tonda” è scattata:
il timer dell’apocalisse si è messo in moto
379
CAPITOLO XXVII
VIGILIA
Il gigante, che aveva informato di se la storia del mondo,
nell'ultimo quarto dell'ultimo secolo del secondo millennio,
aveva avuto il suo trionfo.
Spesso s'erano riuniti, intorno a lui, i capi delle maggiori
confessioni delle religioni che usiamo chiamare positive, cioè
che accettano l'idea di un Dio unico e postulano un destino ed un
compito per l'uomo.
Nell'evenienza, s'era fatta professione di fede in Dio e di
speranza nell'uomo.
Si erano lanciati appelli accorati alla sostanziale unità della
razza umana.
Si erano scosse le coscienze dei semplici con anatemi contro la
malvagità dei malvagi ed appelli alla bontà dei buoni.
Ma, anche in quelle occasioni, come in tutte le occasioni
fortissimamente volute, s'era sentito chiaramente che qualcosa
era andato per storto.
Il motivo risuonava, per una qualche maniera, falso o, almeno,
incongruente e tale da non essere capace di giungere ad alcuna
conclusione valida.
Quelle erano state, appunto, cerimonie e, una volta compiute,
tutto era stato lasciato come era prima.
Nè poteva essere altrimenti: non basta aver ragione, occorre
avere la forza per far vincere la propria ragione, o, almeno,
suscitarla, con un atto straordinario.
Questo, ahimè, non era accaduto.
L'organizzazione attuale della società dell'uomo era basata sulla
rapina della ricchezza, da parte di chi aveva la forza per farlo.
I capi religiosi avevano fatto la loro cerimonia, le televisioni di
tutto il mondo avevano ripreso la scena commovente e
suggestiva e l'avevano trasmessa in ogni dove, i capi politici
avevano plaudito all'iniziativa.
Ora tutto poteva procedere come prima.
Così l'uomo che, più di tutti, aveva contribuito a battere il
comunismo, il Papa forte, aveva, sostanzialmente, mancato
l’ultimo obiettivo.
Egli aveva sognato di riportare il centro politico del mondo sul
perno dell'obelisco di piazza San Pietro, definendo un nuovo
modello per la società umana, un modello che si rifaceva però
all'antica, collaudata Autoritas del soglio di Pietro.
380
L’attuale umanità non l’aveva seguito, nel suo sogno poderoso,
ma ormai fuori dalla storia.
Troppe e troppo potenti erano le spinte contrarie, che avevano
fatto cadere quel sogno.
Vecchio e malato, Egli abbandonò la scena del mondo, dopo una
terribile ed emozionante agonia.
Tommaso, il nostro Tommaso, era stato uno dei protagonisti del
dramma che s'andava compiendo, sotto la facciata della fastosa
cerimonia che prelude e promuove un nuovo Papa.
In effetti, si trattava di un momento epocale, nella sia pur
lunghissima esistenza del soglio di Pietro.
Il Cardinal Camerlengo1 di Santa Romana Chiesa, quando era
già stato spezzato l'anello piscatorio 2 di Giovanni Paolo II,
aveva dichiarato aperto il Conclave ed aveva imposto l'"extra
Omnes ".
Tommaso stava seguendo attentamente la fastosa cerimonia,
come solo uno scienziato, senza alcun interesse personale,
poteva fare.
A lui, che fondamentalmente era uno storico, non sembrava vero
poter partecipare di persona ad un evento così squisitamente
politico, oltre che religioso, quale è l'elezione di un Papa.
Egli riandava al tempo in cui quell'elezione era motivo di
scontro per le opposte fazioni della scena politica e voleva
vedere, dal di dentro, quanto e come la bianca colomba avrebbe
valutato queste opzioni.
Certo non era più il tempo in cui il Cardinal Rampolla del
Tindaro, già Segretario di Stato di Papa Leone XIII, non era
stato eletto Papa, per motivi politici.
Infatti, allora, il Cardinal arcivescovo di Cracovia aveva
annunciato il veto, emesso contro l’ex Segretario di Stato, da
Francesco Giuseppe d'Asburgo, imperatore d'Austria Ungheria,
che s'era valso di un antico privilegio della sua Casata.
Questo fatto aveva sostanzialmente impedito l'elezione di un
Papa francofilo ed aveva consentito l'elevazione al Soglio di
Papa Sarto, San Pio X.
Fatto sta che il Papa, appena eletto, s'era messo in urto con
l'intero establishment francese, all'epoca della crisi tra Chiesa
Il Cardinal Camerlengo di Santa Romana Chiesa è preposto alla Camera
apostolica ed è incaricato, durante il periodo di “ Sede vacante “ , di
constatare la morte del Pontefice, di apporre i sigilli alle stanze del Papa
defunto , di prendere possesso dei palazzi apostolici, e di convocare il
Conclave, tutelandone la segretezza, mediante l’imposizione dell’”extra
omnes”, cioè escludendo dal Conclave tutti coloro che non sono Cardinali.
1
2
L’anello che il Papa usa per sigillare i documenti emessi nel suo pontificato.
381
cattolica e Stato francese, a proposito dell'inventario dei beni
cattolici.
In seguito, Pio X s’era scontrato proprio con la parte più
moderna del cattolicesimo francese, nella questione del
Modernismo.
Come si vede, è la bianca colomba che vola nel conclave, ma
sono ben più terrene esigenze che, talvolta, le offrono il ramo su
cui essa si posa, anche se, appena eletto, Pio X s'affrettò a
sopprimere l'antico privilegio della casa d'Asburgo.
Occorre, a questo punto, spendere alcune parole sul
modernismo, perché può esser utile per capire appieno la
posizione di Tommaso.
Pur evitando, a tal proposito, di rifare la storia dei quasi duemila
anni di politica vaticana, è necessario, però, stabilire alcuni punti
fermi.
Il sacro in politica ha un preciso punto di innesto.
Quando Teodosio, imperatore romano di oriente, promulga
l’editto di Tessalonica nel 380 dC e proclama con esso che la
religione cristiana diviene religione dell’impero, mentre fino ad
allora era stata concessa la sola libertà di culto ( religio licita)
dichiarata da Costantino con l’editto di Milano del 313 dC, si
compie il primo atto che porterà alla caduta di Roma e si innesta
nella politica il concetto di sacro.
E pensare che Roma non aveva mai fatto una sola guerra di
religione, anzi era sua cura precipua impadronirsi di ogni divino
di cui aveva conoscenza, fosse anche, e sopra tutto, quello dei
popoli che si apprestava a conquistare, dando così il metro di
quale fosse il posto del concetto di religio nella sua visione
d’insieme e cioè ancella del concetto di Stato.
Basti solo pensare che il capo dei sacerdoti romani, il Pontifex
maximus, traeva origine da un’istituzione civile tanto che il suo
appellativo significa letteralmente “costruttore di ponti” e che
aveva, almeno nei mitici tempi della Repubblica, tra l’altro,
anche il compito di vegliare sulla sacralità di quell’opera.
Con ciò non si vuol dire che Roma non attuasse una sua feroce
politica nella costruzione del suo impero; si constata che almeno
per il civis romano non vi fosse il carico talvolta insopportabile
del sacro.
Il secondo, scellerato gesto di Teodosio fu quello di permettere
ai Goti, dopo averli battuti, di stanziarsi dentro i confini
dell’impero come “Foederati” e non vinti, ma riconosciuti come
382
un nucleo germanico autonomo, esente da tasse e dotato di
ricche dotazioni di territorio con la sola condizione di fornire
truppe all’impero al comando però di ufficiali germanici
( trattato di Costantinopoli del 382).
Questi due fatti, compiuti nel breve volgere di due anni, a detta
di quasi tutti gli studiosi moderni, costituirono la condanna a
morte per l’impero romano e furono forieri di gravi distorsioni
politiche.
Eppure, la prima di quelle due sciagure fu quella che ancor oggi
più opprime la storia d’Italia.
Nella visione di Teodosio, il concetto di religione di Stato
avrebbe dovuto essere il suggello supremo della sua politica, in
quanto poneva la figura dell’Imperatore come trait d’union tra la
divinità ed il popolo, l’unica Autorità in grado di dare forma ad
ogni costruzione politica, ammantandola del velo non
contrastabile del “Dio lo vuole”.
Ciò perché ancora non si era costituita un’autorità delle Chiese
d’Oriente, né tanto meno di quella di Roma, in grado di opporsi
al volere dell’Imperatore che, d’altronde, solleticava i desideri di
quelle stesse Chiese, portandole al centro dell’impero.
L’Imperatore era così visto come l’unica autorità in grado di
discettare di qualunque cosa, anche e soprattutto di questioni
spirituali, che, naturalmente, avevano sempre un nucleo più o
meno nascosto di interessi terreni.
In quest’ottica Teodosio si apprestò a rendere pubblica la sua
visione politica esemplificandola con la costruzione
dell’imponente basilica di Aghia Sofia.: “ La sapienza rivolta al
divino”, quella che, per ironia della storia, fu conquistata dai
sultani turchi e ridotta a moschea, mentre ora è ufficialmente
solo un museo.
Il sacro, introdotto a forza nel problema politico, da allora
infetterà di se il millennio successivo, procurando milioni di
morti e sofferenze inaudite in tutto il mondo allora conosciuto,
tagliando dalla vita degli uomini tutto quello che non fosse
”religio” e cauterizzando questo crimine con le più feroci
nefandezze, compiute da chierici e clero al grido di “Dieu le
voult”.
Con la caduta dell’impero romano il sacro che era stato immesso
da Teodosio per puntellare la politica, non essendovi più, in tutto
l’alto medio evo, una autorità politica di alcun genere divenne
383
mano a mano, con l’espandersi del potere religioso, unico potere
rimasto, il potente puntello per il Papato nei confronti del nuovo
potere barbaro.
Abbiamo visto come, per tutto il medio evo e fino alla nascita
degli Stati nazionali, la Chiesa avesse avocato a sé, l'orgoglioso
diritto d'essere il punto di trasmissione, il tramite tra Dio e
l'Autorità politica.
Senza il placet, anzi senza l'investitura formale del Papa,
l'imperatore non poteva esser proclamato tale e l'Impero, seppur
romano, acquisiva, prima e soprattutto, il carattere e la
denominazione di Sacro, in quanto la propria autorità derivava
direttamente dalla Potestà Divina.
Abbiamo anche brevemente riassunto le posizioni degli Stati
nazionali, sorti in Europa dal XV secolo in avanti, che sempre
più scopertamente, tendevano a rigettare questa tutela, ritenuta
ingombrante, soprattutto sul piano teorico.
Infatti il concetto di Nazione, pur rifacendosi in una qualche
maniera alla Divinità, aveva assunto, nel tempo, una
connotazione sempre più laica, derivando la propria nascita dal
patto sociale tra uomini e non essendo più inteso, come un
evento accaduto per opera divina.
Non pochi uomini di Chiesa avevano pagato la loro adesione a
quel progetto, che doveva portare alla nascita degli Stati
moderni, con censure pesanti, condanne inflessibili, e, qualche
volta, perfino il rogo.
Santa Romana Chiesa procedette sempre inflessibilmente, nel
tentativo di respingere ogni attacco alla sua posizione, da Essa
ritenuta centrale nella gestione del potere politico mondiale, non
fermandosi di fronte a nessuna difficoltà teologica, morale,
politica.
Ma quando le Nazioni europee ebbero dato vita a Stati forti, che
non avrebbero più permesso un'ingerenza vaticana, fu
giocoforza arrivare ad un modus vivendi, che definisse
nuovamente i rapporti tra il potere statale, le Chiese locali ed il
Vaticano.
Del resto Santa Romana Chiesa aveva dato un così miserevole
esempio di corruzione, simonia, nepotismo, inettitudine a
governare i propri possedimenti ed inefficienza bigotta,
scatenando un rifiuto così totale dei suoi metodi, da sfociare
nella riforma protestante.
La politica papale, infatti, aveva assunto, per un lungo periodo,
atteggiamenti assolutamente riprovevoli, entrando così,
nell'immaginario collettivo, specialmente dei paesi del nord
Europa, come il volto di Satana, piuttosto che come la sposa di
Cristo.
384
Di questo impressionante deficit di considerazione si fecero forti
gli Stati nazionali, anche quelli a maggioranza cattolica, per
enunciare una dottrina, che avrebbe permesso loro di portare
sotto la propria influenza il clero locale.
Il giurisdizionalismo, come fu chiamata quella dottrina, nei
secoli XVII e XVIII, mirò quindi a porre la Chiesa locale sotto
la giurisdizione dello Stato ospitante e, allo stesso tempo, ad
allentare i vincoli di questa con il Vaticano.
Tutti i vari appellativi che ebbe il giurisdizionalismo nei vari
Stati europei, regalismo in Italia, Febronianismo in Germania,
Giuseppinismo in Austria, Gallicanesimo in Francia, miravano
appunto a mettere, in una qualche maniera, sotto controllo dello
Stato le varie chiese nazionali.
Per fare ciò, fu promulgata l'espulsione dei Gesuiti da quasi tutti
gli Stati europei, fino a che il papa Clemente XIV non ne
soppresse l'Ordine, nel 1773.
Infatti, fin dalla sua costituzione, nel 1540, l'Ordine era stato
ovunque il bastione della fedeltà al Papa di Roma.
Per questo suo attaccamento ad un simbolo, che giungeva in
Europa scavalcando le Alpi, le teorie relative ebbero nome di
ultramontanesimo.
Solo in Russia ed a Napoli, in pratica negli stati più
politicamente retrogradi d'Europa, i Gesuiti poterono
sopravvivere, nonostante l'ordine di scioglimento.
Poi il giurisdizionalismo scomparve, perchè lo Stato moderno,
divenuto liberale, definì la dottrina della separazione rigida tra
Chiesa e Stato.
Le due autorità furono definite poteri autonomi e tanto
incomunicabili da non avere, talora, neppure possibilità di
reciproco riconoscimento, come accade, ad esempio, nella
Costituzione americana.
Così, nel 1814 l'Ordine poté esser ricostituito da Papa Pio VII,
con la Bolla "Sollecitudo omnium ecclesiarum".
I gesuiti ripartirono a testa bassa, come le truppe di sfondamento
del Papato, provvedendo a fornire il supporto teologico per il
Concilio Vaticano I e scontrandosi in questo, come abbiamo
visto, con i Domenicani per la questione dell'infallibilità papale.
Ma i gesuiti erano anche le truppe scelte, nel variegato mondo
degli Ordini religiosi, quelle che si erano dedicate allo studio più
attento e più severo.
Essi, più di tutti, s'erano spinti innanzi, nell'esame e nell'analisi
delle teorie sociali della Chiesa, affrontando, per la prima volta,
da parte cattolica, lo studio della realtà, su basi esclusivamente
scientifiche.
385
Così, tra la fine dell'ottocento ed i primi del novecento, furono
portati avanti imponenti studi biblici e teologici all'Università
Gregoriana ed al Pontificio Istituto biblico, entrambi affidati
all'Ordine.
Furono fondati centri di studi e furono potenziati quelli già
esistenti, come appunto l'Università di Lovanio.
Sorsero centri di pensiero e d'azione, gestiti da laici, ma assistiti,
in larga parte dai Gesuiti, come l'action populaire in Francia o
l'azione cattolica in Italia.
Furono stampate nuove riviste come "Etudes e Recherches de
science religieuse" in Francia, e "Aggiornamenti sociali" a
Milano.
Il rifiorire di studi, nel campo politico e sociale, fu infatti
un'esigenza sentita anche dalle posizioni laiche, all'interno della
Chiesa cattolica.
Esse, insieme con analoghe posizioni, evidenziate nelle Chiese
riformate, cominciarono a battersi con molto coraggio, per
chiedere un rinnovamento della teologia, dell'esegesi, delle
teorie e della dottrina sociale; insomma, del corpo stesso della
Chiesa.
Questo necessitava di radicali mutamenti, per poterlo inserire
nella visione "Moderna", che la scienza stava offrendo del
mondo, per mezzo dell'analisi e del metodo, appunto,
scientifico.
Il fatto è che ogni posizione, quando è veramente sentita, induce
chi ne è portatore a non fermarsi in tempo, facendosi trasportare
dalla passione, per cercare di forzare la mano su chi deve
accettare quella posizione.
Così, dalle tesi di Alfred Loisy 3, che cercava di postulare un
cristianesimo in continua evoluzione, per adeguare il proprio
messaggio alle varie situazioni in cui si veniva a trovare la storia
dell'uomo, s'arrivò rapidamente a sostenere che i Dogmi
possono cambiare, che la fede può essere sostituita dalla
ragione, che le Sacre Scritture vanno interpretate e possono
sbagliare.
Di tutta la dottrina cattolica, Loisy lasciò invariata solo la
posizione escatologica, cioè la ripartizione finale tra buoni e
cattivi, ed il conseguente giudizio effettuato dal Cristo, anche
questo visto però in forme non canoniche.
Naturalmente il Papa del tempo, Papa Sarto, San Pio X, non
poteva tollerare una posizione che, per correre dietro all'ansia
Alfred LOISY - 1857/1940-sacerdote, professore di ebraico e di Sacra
Scrittura all’istituto cattolico di Parigi, storico del Cristianesimo primitivo,
con le sue teorie divenne il simbolo del MODERNISMO. Condannato allo
stato laicale, incorse successivamente nella scomunica.
3
386
del moderno, lasciava fuori dalla sua visione tanta parte del
Cristo e del Suo annuncio.
Vennero così, prima i richiami, poi la condanna del Sant'Uffizio,
infine, con l'enciclica "Pascendi" del 1907, la definizione del
termine "Modernismo" e la sua condanna senza appello, seguita,
l'anno successivo, dalla scomunica del Loisy.
Ma questo non bastò a Pio X, che volle allontanare, dalla
religione cattolica, "senza riguardi di sorta, chiunque sia infetto
di modernismo".
Infatti, con il motu proprio "Sacrorum antistitutum" del 1910, il
Papa impose a tutto il clero uno speciale giuramento, tuttora
mantenuto, con il quale i sacerdoti, ancora oggi, debbono
testimoniare il loro rifiuto d'ogni pensiero modernista.
Sembrava che ormai, a questo punto, la frattura tra mondo
moderno e mondo cattolico fosse stata del tutto consumata, con
una rottura insanabile.
Invece, pur partendo da queste posizioni in apparenza
inconciliabili, con quel loro capolavoro di navigazione, di
diplomazia, ma, soprattutto, di ferma dottrina scientifica, alcuni,
tra i gesuiti più avvertiti, tentarono di raggiungere sponde, che
s'erano poste in maniera così antitetica.
Essi, in sostanza, vollero cercare di coniugare nuovamente la
fede in Cristo con la scienza dell'uomo.
Prima raggiunsero una credibilità scientifica tout court.
Poi s'attrezzarono, per mezzo del sistema ideato dal loro
confratello Teilhard de Chardin, di un valido strumento che,
attraverso il recupero della teoria evoluzionistica nell'ambito
della visione cattolica, poteva postulare un evoluzionismo nel
Creato.
Quindi si lanciarono a definire una dottrina sociale che, posta su
basi strettamente scientifiche, riusciva nettamente più avanzata
d'ogni altra dottrina laica, senza tuttavia toccare in alcun modo il
Dogma, anzi rendendolo partecipe, come motivo ispiratore,
della peculiarità della loro dottrina.
Infatti la teoria del volontariato deriva direttamente dal
comandamento principe del Credo cristiano, dalla sua essenza
costitutiva, cioè dalla parola del Cristo, che definì cristiani
coloro che amavano il loro prossimo.
Questa concezione, come ormai è dimostrato dalla prassi,
sopravanza nettamente ogni altra teoria basata su regole che si
sono dimostrate troppo violente, erronee, o del tutto false ed
abbandonate dalla storia.
Essa, al momento attuale, può esser un efficace antidoto contro
il capitalismo più selvaggio, che postula leggi estremamente
387
dure per l'umanità e tali da confondere facilmente il mezzo con
il fine.
Va ribadito che quest'ardita navigazione fu compiuta senza
toccare il Dogma e, soprattutto, recuperando in maniera totale la
figura e la dottrina del Cristo.
Questo capolavoro logico fu attuato, infatti, nel massimo
rispetto della dottrina, nel più completo soddisfacimento dei
dettami della scienza, nel necessario understatement, per evitare
che la polemica esplodesse di nuovo.
La navigazione fu ultimata felicemente, riconducendo così tutto
l'ambito della scienza sotto l'ottica cristiana.
Fu così ricomposta la discrasia, la divaricazione, che la
condanna del modernismo aveva procurato tra scienza e
religione, scrollando di dosso, dalla religione cattolica, l'accusa
d'esser contraria alla ragione scientifica.
Insomma quasi tutto quello che, faticosamente, il Cattolicesimo
aveva recuperato nel ventesimo secolo sul piano scientifico,
soprattutto su quello sociale, poteva esser tranquillamente
catalogato come prodotto dall'attività della Compagnia di Gesù.
Che cosa era accaduto?
Come mai i Gesuiti, tradizionalmente la guardia scelta del Papa,
cui, per definizione, dovevano ubbidire "Perinde ac cadaver", i
paladini del più stretto sistema reazionario, che aveva avuto la
sua massima espressione con il Vaticano I, avevano fatto un tale
cambiamento di direzione ?
Il fatto straordinario era invece che quel cambiamento non aveva
interessato tutto l’Ordine di San’Ignazio, che manteneva, al
proprio interno la componente intregralista, attaccata alla
vecchia visione di rifiuto del mondo, di negazione della validità
della sua storia, di lotta feroce, anche se portata avanti con
guanto di velluto, al razionalismo dell’uomo ed al suo momento
più rappresentativo, il pensiero illuminista.
Ma la sola possibilità che, all’interno dell’Ordine, fosse sorta
una corrente di pensiero che potesse ipotizzare un “cristianesimo
adulto”, un’idea che rifiutava la paura della pena e l’angoscia
del nulla come momenti fondanti di una religione, nata invece
sotto il segno dell’amore, questo si, era un vero miracolo.
Ciò significava, tra l’altro, che Santa romana Chiesa, ai suoi
vertici. si riservava anche un’opzione, la possibilità d’incontro e
forse di assimilazione del momento razionalista, che poteva
esserle utile nel corso della storia.
Altrimenti Essa avrebbe affidato coloro che si erano
incamminati su questa strada alle cure dell’inquisizione o, se ciò
non era più possibile ai nostri giorni, ai fulmini della scomunica.
388
Certo, quei temerari non furono per nulla incoraggiati, perchè la
gran parte degli uomini della Chiesa era profondamente
convinta della estraneità di questa dalla storia, ritenendo
l’eternità il suo campo d’azione, ma essi non furono neppure
costretti fuori dall’Ecclesia.
L’impresa di quegli uomini fu dunque un vero miracolo,
soprattutto perchè essa era il seme, il germe di un pensiero, il
liberalismo, che finalmente attecchiva nel corpo del
cattolicesimo.
Tutto questo era stato compiuto alla loro maniera, s'intende; cioè
con una correzione di rotta impercettibile ma costantemente
mantenuta nel tempo, facendo nel frattempo dimenticare il porto
di partenza.
Infine, quel capolavoro di navigazione riuscì ad approdare ad
una visione che, infatti, potremmo chiamare liberale, se le parole
non evocassero un destino, che travalica il loro stretto
significato.
Sarebbe anche interessante conoscere gli scontri terribili, sul
piano delle idee, anche se certamente questi saranno avvenuti
nella maniera ovattata, propria della Compagnia.
Così uno sprovveduto, molto improbabile, testimone esterno,
qualora mai ve ne fosse stato, non si sarebbe potuto in alcun
modo accorgere che quella fu una vera, terribile lotta.
Ovviamente quel combattimento fu condotto su un piano
altamente razionale, sussurrato mediante parole, che lo stesso
sprovveduto, improbabile testimone, avrebbe creduto innocue.
Ma lo scontro fu, certo, violentissimo.
Naturalmente, per avere una risposta sicura, occorrerebbe
ottenerla dai vari " Papi neri ", come tradizionalmente sono
chiamati, a Roma, i Generali dell'Ordine.
Dal polacco Ledochowski, che resse l'Ordine dal 1914 al 1942.
Oppure dal belga Janssens, che ne fu alla testa dal 1946 al 1965.
Ovvero dallo spagnolo Arrupe, che, per la prima volta nella
storia della Compagnia di Gesù, stabilì il precedente delle
dimissioni da Preposito Generale dell'Ordine; carica, fino allora,
assegnata a vita.
Evidentemente essi si mossero sotto l'impulso e con il consenso,
più o meno tacito, dei Papi del ventesimo secolo, definendo la
loro affidabilità scientifica fino al Pontificato di Pio XII e
trasmutando questa, in un vero e proprio sistema di pensiero, ad
iniziare da Giovanni XXIII.
Chi guarda dal di fuori questa decisa inversione di rotta, attuata
variando di un’inezia costante la direzione, può fare solo
generiche supposizioni.
389
Esse sono però generate dalla realtà dei fatti, ma non provate
dalla certezza di documenti, essendo l'ordine di Sant'Ignazio il
più difficile da conoscere, nelle sue cose segrete.
Probabilmente gli scienziati dell'Ordine misero a punto e
seppero perorare dinanzi al Papa, ai vari Papi che si succedettero
in questo secolo, una teoria sociale stringente ed inconfutabile.
Quella teoria non poteva, forse, essere rifiutata, a pena di vedere
tramontare definitivamente l'idea stessa del Cattolicesimo,
impersonata dalla figura del Vicario del Cristo in terra.
In definitiva, il ragionamento può esser stato il seguente: ormai
il potere temporale dei Papi è definitivamente tramontato ed
ogni tentativo di farlo rivivere condannerebbe la Chiesa ad una
progressiva emarginazione.
Già l'ultima volta che questo potere fu orgogliosamente esibito,
nel Concilio Vaticano I, si fu, per la Santa Sede, ad un passo
dell'interruzione dei rapporti diplomatici con gli Stati europei.
Solo il restringimento del Dogma dell'infallibilità al semplice
campo dottrinario, senza scantonamenti in campo politico, poté
impedire l'irreparabile, come sarebbe accaduto se fosse prevalsa
la volontà dei Cardinali più reazionari, che avrebbero voluto il
Sillabo inserito nel Dogma.
Quindi, probabilmente, dopo una serrata ed interminabile
disputa, tenuta prima all'interno della Compagnia di Gesù, sul
filo d'argomentazioni che sviscerarono tutto lo scibile dell'uomo
e la dottrina della Chiesa, quella teoria convinse, ottenendo
diritto d’asilo tra i gesuiti, e fu presentata al Papa.
Sempre congetturando, forse si trattò di questo: la scienza ha,
nel presente e, si spera, ancor più nel futuro, raggiunto un così
alto grado d'attendibilità, da essere divenuta un valore
irrinunciabile.
Esso è ormai tale, da non poter esser messo in discussione, se
non con argomentazioni anch'esse scientifiche.
Insomma, se la scienza afferma che il telo della Sindone è stato
filato nell'anno mille della nostra era, o confutiamo, sul piano
scientifico, le conclusioni cui sono pervenuti gli scienziati, per
fare una simile affermazione, oppure dobbiamo accettarla, senza
rifugiarci nel postulare improbabili miracoli.
Al massimo possiamo parlare di pie leggende, ma non possiamo
più vietarci, e vietare, di guardare nel cannocchiale di Galileo,
per non vedere la realtà.
Chi continuasse a fare ed a postulare questa posizione ormai si
chiamerebbe in una sola maniera: integralista.
Egli, così facendo, esporrebbe la Chiesa a sconfitte sempre più
brucianti, fino a distruggerne totalmente la credibilità.
390
Nè sarebbe valso, per bilanciarne la sconfitta, postulare un
contemporaneo fallimento della ragione e della scienza
dell’uomo.
Ipotizzare ciò avrebbe solamente spinto la religione del Cristo
verso posizioni di rifiuto totale del destino umano, rigettando
altresì il patrimonio più vero del Cristianesimo, il concetto di
Provvidenza.
Amara teoria, quella del valore autonomo della ragione
dell’uomo, che, dopo la perdita definitiva del potere temporale,
acquisiva un altro termine di paragone alla religione.
Questa teoria limitava ulteriormente la maestà di Pietro, ma essa
doveva pur esser valutata nella sua interezza, se Pietro non
voleva arroccarsi su posizioni sterili, come l'integralismo, che
già aveva distrutto la civiltà dell'Islam.
Pure, il nuovo approccio alla scienza dell'uomo non poteva esser
demandato alle sole istanze laiche, come era accaduto con il
modernismo.
Occorreva che il tragitto fosse pilotato da elementi esperti, al
fine d'evitare i pericoli e le chiusure, come già s'erano verificati
in quella vicenda.
In caso contrario, sarebbero divenute possibili fughe d'altro
genere, come già postulavano strani movimenti, sul filo del
rasoio dell'eresia, con buffi canti e balli, che avevano
imbarbarito la pura bellezza di quello, che era stato il regno del
canto gregoriano, o con rinnovati e stranamente pubblicizzati
interventi di preti taumaturghi, contro “il Demonio”.
Questo era appunto il compito di Tommaso e di quelli che, come
lui, l'avevano preceduto e lo stavano accompagnando, nella
realizzazione di una missione ardua, ma entusiasmante.
Essa avrebbe potuto veramente, se portata a termine in maniera
corretta, traghettare l'uomo all' età dell'oro.
Toccava al Papa decidere; ed i Papi della seconda metà di questo
secolo decisero.
La compagnia di Gesù poteva andare avanti, almeno con i suoi
elementi migliori, con il suo caratteristico passo felpato, a fare
da battistrada e da esploratore a Pietro, su tutte le strade
percorribili.
Del resto quella era stata la regola vaticana, da duemila anni .
Quando un barbaro è troppo forte, quando un potere si erge
contro Pietro, basta saperglisi abbandonare, magari rifugiandosi
nel campo meramente spirituale, anche tralasciando, per il
momento, ogni velleità politica.
La Provvidenza saprà trovare un accomodamento, che permetta
a Pietro di continuare ad essere nel mondo.
391
Anche se non è più lui, che consacra il Potere.
Anche se si è perso il potere temporale.
Anche se il carisma vacilla, per la pochezza degli uomini che
hanno impersonato Pietro.
Anche se sono sorti altri poteri, che limitano oggettivamente il
potere di Pietro.
Ma, ora, occorreva il sacrificio supremo.
Per rimettere il Cristo al centro della storia dell'uomo, forse era
necessario bruciare l'ultima parvenza di potere, legata a Pietro.
Solo un Papa profondamente convinto di questa necessità,
sganciato dal comune sentire, che ancora si respirava negli
ambienti ecclesiastici, capace di scelte epocali, poteva attuare
quella dolorosa rinuncia.
In caso contrario, tutto si sarebbe risolto in una stanca
cerimonia, ad uso delle televisioni di tutto il mondo, senza
mutamenti reali.
Per incidere su di un mondo che si stava avviando al redde
rationem, la Storia aveva invece bisogno di un terremoto.
Lo strappo doveva esser così forte, da cambiare completamente i
connotati del potere sulla terra, una volta assestatosi il
cataclisma.
Solo in questa maniera la "persecutione extrema" che avrebbe
afflitto Santa Romana Chiesa e le "multae tribulationes" che
avrebbero attanagliato i suoi fedeli e tutti gli uomini di questa
terra, pur tremende, avrebbero rappresentato il convulso
travaglio, che certamente sarebbe stato necessario, per far
nascere quella nuova realtà.
Se, alla fine, si fosse riuscito a dominare quelle terribili
evenienze, che, pure, non si era stati capaci di disattivare a suo
tempo, si sarebbero potute risolvere, in maniera positiva, tutte le
difficoltà.
Era ormai chiaro che esse si frapponevano sulla strada del
raggiungimento dell'età dell'oro, l'età che avrebbe superato il
concetto di proprietà ed il suo corollario, la guerra.
Era pronta Santa Romana Ecclesia a fare un tale salto di qualità?
Era Essa pronta a rinunciare a tutto, per proclamare solo la
buona novella?
Poi, in quel Conclave, vi erano le altre esigenze ecclesiali che, in
una prospettiva di più basso respiro, ma con delle motivazioni
politiche altrettanto cogenti, potevano esser prese a motivo, per
dirigere in una certa maniera il volo della bianca colomba.
Così la tragedia dell'Africa invocava un papa africano, che
traducesse in fatti concreti e politicamente importanti, la
392
sollecitudine più volte mostrata, dal Cattolicesimo, verso quella
disgraziata terra, che, pure, era stata la culla dell’umanità.
L'Europa, che s'avviava a divenire un'unità politica ormai
definita, chiedeva un Papa almeno mitteleuropeo, che potesse
dialogare con il motore d'Europa, la Germania, e cercare un
nuovo rapporto tra politica e religione.
I Paesi anglofoni chiedevano un Papa capace di superare le
divisioni nell'ecumene cristiano, in grado di soddisfare
l'aspirazione dell'"Ut unum sint"4, se non sul piano teologico,
almeno su quello del reciproco riconoscimento.
La Chiesa ortodossa aveva presente tutto il suo amore-odio con
Roma, innescato nella notte dei tempi e rinvigorito dall’azione
di Giovanni Paolo II nella riconquista, secondo appunto gli
ortodossi, delle anime della Santa Russia dopo il crollo del
comunismo.
Era quello, un sentimento che, da mille anni, aveva scardinato
l'unità dei cristiani, senza esser derivato da differenze teologiche
insuperabili, ma quasi esclusivamente da questioni di
primogenitura e, quindi, di precedenza.
Ora però le terribili condizioni dell'est europeo avrebbero
auspicato un riavvicinamento tra le due Chiese, prodromo di un
nuovo interesse dell'Europa ricca per l'Europa dell'Est.
Occorreva solo il coraggio di non avventurarsi ancora una volta
sul piano inclinato delle reciproche ripicche, per stabilire quale
fosse il Capo della Chiesa ecumenica o universale.
La Curia Romana cercava un Papa tranquillo, dopo l'avventura
leonina di Giovanni Paolo II, un understatement che servisse a
spegnere, o almeno ad abbassare, i troppi riflettori puntati sul
soglio di Pietro.
Poi vi erano le motivazioni "politiche".
Chi voleva un Papa attento, in special modo, alla dottrina sociale
della Chiesa, per evidenziare la sua sete di giustizia.
Chi, invece, voleva un Papa vigile, in maniera precipua, alla
dottrina teologica e morale, che doveva esser tenuta salda e,
comunque, ridefinita, rispetto ai nuovi parametri che il
progresso tecnico rendeva possibili.
Come si vede da quelle esaminate, che sono solo le più forti, vi
era tutta una serie di aspirazioni e richieste che il mondo faceva
a chi sarebbe stato il nuovo Capo della Chiesa di Roma.
Naturalmente lo Spirito Santo aveva le sue di implicazioni,
quelle veramente cogenti, avulse dal mondo e rispondenti solo
all'esigenza di non frapporre troppi ostacoli al lento andare della
Provvidenza.
“ Affinchè siano una sola cosa “; la formula evangelica sintetizza e
riassume l’ansia di ricondurre le varie chiese, che si rifanno al Cristo, in una
sola Chiesa.
4
393
Essa era il fiume immenso in cui gli uomini nuotavano, si
muovevano, esercitavano il loro piccolo libero arbitrio
personale, mentre il lento defluire li portava, impercettibilmente
e con giri per loro oscuri, verso la meta necessaria, il punto
d'arrivo finale.
Essi ancora non potevano vedere quella meta, o, quando ne
avevano un barlume, lo percepivano circondato di nebbia e
mistero.
Inoltre diveniva sempre più cogente il problema dell’Islam.
Da attacchi che erano stati in un primo tempo effettuati da
singoli era sorta un’organizzazione coesa, Al Qaeda, che
brandiva la spada dell’Islam ed inneggiava alla Jiad, la guerra
santa contro gli infedeli, gettando in un crogiolo i più disparati
motivi, il tentativo di mettere le mani sull’Arabia Saudita e,
quindi, sia sui luoghi santi musulmani sia sull’immensa sua
disponibilità di petrolio, la rabbia dei musulmani nel vedersi
depredare da ricchezze che pensavano proprie, il tentativo di
partecipare ad una qualche ridistribuzione dell’abbondanza che
l’Occidente aveva fatto sua, il rancore provocato dal crescente
razzismo che, per contrappunto aveva invaso l’Occidente con
l’invasione dei disperati nei propri confini, l’aspirazione dei
paesi musulmani di liberarsi della pesante tutela occidentale.
Con questi presupposti si era giunti all’attacco alle torri gemelle,
che pur importanti, non avevano però messo in gioco la forza
dell’Occidente.
Pure, quella prova di forza aveva colpito i nemici dell’Islam ed
in special modo l’America, che non aveva mai avuto attacchi sul
proprio territorio in tutta la sua storia.
Evidentemente l'Islam, messo alle strette e reso furioso da una
situazione che s'era andata sempre più degradando, non chiedeva
e non dava quartiere, preparandosi al combattimento totale, che
tanto lutto avrebbe portato nella casa dell'uomo.
CAPITOLO XXVIII
EXULTET
394
In questo momento drammatico Tommaso s'era dovuto recare a
Roma per un compito storico: ancora una volta si stavano
montando, nella cappella Sistina, gli scranni dei Cardinali che
dovevano eleggere il Papa .
Il suo spirito libero, alieno dalle correnti, gli assicurava, in sede
di Conclave, un tranquillo spettacolo, che l'avrebbe visto
spettatore ma non attore.
Non che mancassero, anche in quell'alto consesso, le correnti
che, perfino tra gli ecclesiastici di rango elevato, servono per
definire non già partiti, ma almeno tendenze e posizioni.
Di nuovo, s'andava regolando tutto un reticolo di preminenze e
subordinazioni, tali da costituire, in quella stessa eccelsa sede,
posizioni in competizione tra di loro.
Questa sua intima, ma dichiarata volontà, di non scendere in
campo, consentiva a Tommaso una tranquillità d'animo, che
giovava altresì alla sua libertà di manovra, tra i diversi
schieramenti.
Egli poteva così studiare esaurientemente e capire appieno le
motivazioni dei vari candidati, specialmente quelle inespresse,
ma che il suo raziocinio riusciva, di solito, con la solita logica
stringente, a riportare alla luce.
Naturalmente anche in quell'altissimo arengo, pur mascherato
abilissimamente sotto le più lusinghiere motivazioni, se si
sapeva scavare, si riusciva a far emergere il motivo ultimo,
quello vero; l'orgoglio di scrivere il proprio nome sul libro
dell'immortalità.
Poi v'erano quelli che credevano fermissimamente e
sinceramente d'essere predestinati a condurre la navicella di
Pietro, per le più diverse motivazioni: il ristabilimento della
fede, la ricerca di un motivo per il papato del terzo millennio,
l'ansia sincera d'aiutare il destino dell'uomo.
Questi erano, non diciamo i più pericolosi, ma almeno i più
determinati e quelli che si sarebbero battuti con più vigore.
Quasi nessuno aveva però, stando a sentire quello che dicevano
e non dicevano i vari protagonisti, focalizzato il problema più
importante.
Se non si fosse disinnescata la miccia dell'integralismo, nella
parte del mondo che più torti aveva subito per questa ragione, si
rischiava veramente di veder precipitare l'umanità in una spirale
terribile.
Al termine di quell’avvitamento, poteva esservi la fine della
civiltà, sostituita da un cupo medioevo, che sarebbe potuto
durare un'eternità.
Abbiamo già visto che queste evenienze non erano solo
esercitazioni letterarie, ma modalità possibili nel futuro
395
dell'uomo, se non si provvedeva a compiere un grande salto di
qualità, che ridefinisse completamente i rapporti internazionali.
Pure, nessuno, in quella sede, sembrava essersi reso conto che
quello era il problema principale, e, quindi, nessuno mostrava
d'esserne preoccupato, definendo fin d'ora che cosa avrebbe
potuto e dovuto fare la Chiesa per opporsi fermamente a quella
triste eventualità.
Al solito, quando, per pigrizia mentale, per schematismo logico,
per insufficienza di motivazioni, per poco coraggio intellettuale,
non si riesce a centrare correttamente un problema, ci si rifugia
in vuote esercitazioni verbali.
Esse producono ghirigori dialettici, ma lasciano la situazione
sostanzialmente invariata.
Così ci si lamentava di molte questioni malposte, in
quell'Assemblea che stava facendo un riassunto della situazione
della Chiesa, per individuare il Pastore, capace di risolverne i
suoi tanti problemi.
Si riconosceva la validità cui era pervenuto il pensiero
scientifico, salvo che questi riconoscesse, a sua volta, il primato
della dottrina; senza aver bene assimilato la conquista liberale
della separazione dei poteri, ciascuno preminente nel proprio
campo.
Si esecrava la progressiva scristianizzazione della nostra società,
dimenticando che il Cristo è soprattutto amore dell'uomo verso
il suo prossimo, mentre la Chiesa non sapeva decidersi a mettere
in pratica il primo comandamento evangelico, "Vai, vendi tutto
quello che hai e dona il ricavato a chi ha bisogno".
Si vedeva, con sgomento, diminuire il numero delle ordinazioni
sacerdotali, cercandone, di volta in volta, la causa nelle lusinghe
del mondo, nella solitudine del prete, nel richiamo della carne.
Nessuno sembrava accorgersi, invece, che, al solito, si stava
tirando su una generazione di preti che avevano intrapreso
quella missione come si percorre una carriera.
Essa prometteva e permetteva loro, prestigio, amicizie influenti,
spesso potere, con tutti gli attributi che questo comporta; mentre
la missione costitutiva era stata quella di portare guerra
all'ingiustizia, di donare se stessi ai poveri.
Anche se qualche volta, da parte di preti scomodi, ne era stata
riconosciuta l'intima immoralità, si era però tacitamente sancita
l'esistenza della cosiddetta doppia morale, dimenticando che
l'unica volta in cui il Cristo perse la pazienza fu quando fustigò i
mercanti del tempio.
Ora il prete tendeva a partecipare alla politica, a presenziare
negli ambienti che contano, a fare il cavalier servente delle
signore annoiate, che vanno in parrocchia a fare ginnastica, ad
intervenire nelle trasmissioni di successo in televisione.
396
L'onere di portare la bandiera dell'aiuto ai diseredati, bandiera
che sarebbe dovuta essere della Chiesa tutta, era lasciato ai preti
scomodi e senza molti mezzi.
E, soprattutto, si preferiva stendere un velo pietoso sulle
condizioni dei popoli poveri, per non rimarcare che essi erano
divenuti poveri perché strozzati, in massima parte dalle
gerarchie religiose dell'Islam.
Si era ancora troppo contigui, nella religione cattolica, al
concetto dell'Autorità, preminente in ogni campo, per
stigmatizzare coloro che avevano progressivamente isterilito la
civiltà
luminosa
dell'Islam,
mediante
il
bavaglio
dell’integralismo religioso.
Questa posizione mortale non accetta alcuna voce di dissenso,
mentre il dissenso, come insegna appunto la teoria liberale, è il
prodromo necessario per il processo di tesi-antitesi-sintesi, che
assicura l'avanzamento dialettico della conoscenza.
Pertanto si preferiva cercare un qualche aiuto per le sventurate
popolazioni povere del mondo, aiuto che necessariamente non
poteva risolvere efficacemente il problema, ma non si voleva
chiaramente individuare le cause di quella sventura.
Così, dopo molte fumate nere, quando necessariamente la
ricerca delle cause che avrebbero reso evidente la ragione di una
scelta, piuttosto che di un'altra, aveva bruciato i candidati più
autorevoli e seguiti, si cominciò ad allargare il campo delle
ipotesi.
In questa fase, Sua Eminenza Francis Atienza, presidente del
Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, per cercare di
sbloccare la situazione, prese l’iniziativa d'effettuare un giro
d'opinioni, tra coloro che più s'erano tenuti da parte in quel
consesso.
Quindi, quel Cardinale chiese al Cardinal Fernays, nel mezzo
della discussione del Conclave, quale fosse il suo pensiero al
riguardo.
Si sentì rispondere in questa maniera.
"Eminenza, fratelli in Cristo.
Le difficoltà di questo momentoI, dopo le battaglie di Sua
Santità Giovanni Paolo II, esigono di ripensare tutta la
strategia della Chiesa di Pietro, per portare innanzi il Suo
insegnamento perenne, il Suo più alto patrimonio: la buona
Novella del Cristo.
Per prima cosa: il Dogma.
Esso è lo strumento, per il debole ma costante tentativo
dell'uomo, con cui conoscere la realtà del Creatore.
397
Esso è un affinamento, un continuo miglioramento, del grado di
conoscenza di questa realtà, come si è venuto manifestando
nella storia gloriosa della Chiesa, mediante lo studio severo dei
libri canonici e la ricerca appassionata dei suoi Dottori e dei
suoi dotti.
Nel Dogma è immutabile la ricerca della verità, la Sua fonte è
la Rivelazione, la sua causa è Dio.
Guai però a cadere nella trappola, in cui è caduta la terza
grande religione monoteista, l'Islam, quando gli Ulema
proclamarono l'imitazione cieca, l'impossibilità per il popolo di
Dio di partecipare all'enunciazione del Dogma, restringendolo
ad un puro atto teocratico dell'Autorità.
In questa maniera l'Islam ha ucciso la propria civiltà.
La nostra civiltà, la civiltà di Atene e di Roma, dove la Chiesa
ha trovato la sua naturale sede e si è potuta espandere per tutto
l'ecumene, ha definito, come punto d'arrivo, certo, al momento
attuale, e necessario per gli ulteriori sviluppi, il metodo
democratico.
Esso è la trasposizione, in campo politico, del processo
dialettico, indispensabile per la ricerca della verità.
Così, questa ricerca va intesa, non come il raggiungimento di
una condizione ferma ed assoluta, ma come posizione
itinerante, come un tendere al limite, senza mai poterlo
compiutamente raggiungere nella storia, perché esso è al di là
della Natura, metà ta Phisicà.
V’invito a considerare bene quello che vi sto dicendo.
La verità è immutabile, è una, e noi la conosciamo con le parole
del Cristo.
La costruzione, che il debole spirito dell’uomo ha
necessariamente dovuto fabbricarsi, per cercare di spiegare,
nella sua logica limitata, questa immutabile verità, è una
scienza umana, è opera dell’uomo; essa si chiama teologia.
Quando, in quella scienza dell’uomo, si dovessero trovare
elementi in contrasto con la verità immutabile, sono possibili
due errori.
O ci si rifiuta di guardare, nel cannocchiale di quella scienza,
per non toccare quello che noi crediamo in accordo con la
verità, o dubitiamo della verità stessa, non riuscendo a liberarci
dei nostri preconcetti.
Entrambe queste posizioni sono errate, entrambe false,
entrambe pericolosissime.
Nel primo caso, per salvare quella che noi crediamo la nostra
verità, assumeremmo una posizione integralista, negando ogni
verità che non sia la nostra.
398
Nel secondo, noi perderemmo la Verità, dubitando di tutto, non
accorgendoci che l’errore non è nella Verità, ma nel modo
insufficiente e limitato con cui noi la percepiamo.
Il dilemma si risolve tenendo presenti, come sempre, le parole
del Cristo: “Io sono la via, la verità e la vita. (Gv 14,6.)”.
Se noi non siamo stati capaci di vedere questo, nel mondo, non
dobbiamo però chiuderci nella nostra visione distorta o
dubitare della verità.
Noi dobbiamo aver l’umiltà d'ammettere che ci siamo sbagliati,
che la nostra pochezza ha impedito alla nostra debole ragione,
di vedere la verità.
Noi dobbiamo accettare che la verità immutabile, venga messa
a fuoco, continuamente e sempre più chiaramente.
Quel processo deve quindi essere dialettico, non perché la
Verità sia mutevole, ma perché noi non sappiamo fare
altrimenti, perché non siamo stati strutturati, per conoscere
immediatamente e completamente, la verità.
Non diversamente, Teilhard de Chardin ipotizzava il punto
omega, il punto di convergenza dell'uomo che, partito dall'alfa,
il Cristo, tendeva naturalmente alla sua necessaria conclusione
finale, anch'essa rappresentata dal Cristo, appunto il punto
omega.
Questo processo era evolutivo su piano biologico, dialettico sul
piano logico, liberale sul piano politico.
Questo è il punto centrale.
A quasi centocinquanta anni dal Sillabo, che, ricordo,
fortunatamente e certamente per opera dello Spirito Santo, non
è mai stato accettato come verità di fede, cioè come Dogma, si
pone un problema ormai ineludibile.
Occorre ora definire chiaramente quale è la posizione della
Chiesa.
Se essa dovrà convenire che il Sillabo rappresenta una realtà
ormai superata, riconoscendo il valore, che merita, al metodo
liberale, ovvero se dovrà esser adottato, anche per il
Cattolicesimo, il Taqlid, l'imitazione cieca, con tutto quello che
esso comporta.
Si dovrà dire chiaramente che il Dogma è la posizione ferma
con cui l'Ecclesia legge, qui ed ora, il Mistero, come ci appare,
alla luce della Fede, fintanto che Esso non sfidi la ragione.
Quando però questo dissidio dovesse esplodere, dovremmo
cercarne la causa nei nostri poveri mezzi, che ci hanno indotti
in errore, ma dovremo superare il dissidio.
Come dovremo comportarci, ad esempio, se domani, un
archeologo scoprisse una tomba con l'iscrizione: "Giacomo,
399
figlio di Giuseppe e di Maria, fratello di Gesù, il Messia
d'Israele, nato a Nazareth sotto Erode il Grande, morto ad
Efeso nella religione del Cristo "?
Che cosa dovremo pensare, se tutta l'operazione fosse stata
condotta sotto il più ferreo controllo scientifico 1?
O, per non urtare violentemente la sensibilità di noi tutti, come
definiremmo il caso in cui, l'attuale consesso scientifico,
mediante il programma SETI 2, che da lungo tempo ricerca una
vita intelligente oltre la nostra, nelle profondità dell'universo, si
fosse, alla fine, messo in contatto con questa?
Possibile che questi casi, accidenti non irrealizzabili, possano
far rovinare la possente costruzione del Cristo, ove non si
voglia procedere non dico alla revisione di un Dogma, ma alla
sua più accurata messa a fuoco, altrimenti non eludibile?
E come non far partecipare, a questa ricerca, per esplorare
tutte le possibili vie della verità, quello che, una volta, si
chiamava “il popolo di Dio”?
Non sarebbe, questo, gettare perle ai porci, ma ricomporre
quell’unità, che già esisteva ai primordi del Cristianesimo; dare
veramente spazio e voce alle istanze laiche, presenti nella
Chiesa.
Noi, ora, in questo momento storico, dobbiamo chiaramente
affermare che, ove la Fede entri in urto con la Ragione, ciò è
dovuto alla pochezza dell'intelletto umano, del nostro intelletto
di uomini che si applicano alla teologia, incapaci di leggere
chiaramente il mistero che ci circonda.
Allo stesso tempo, ormai dotati dell'umiltà di ritornare sulle
nostre idee, qualora fatti incontrovertibili l'impongano, dovremo
procedere affinché Fede e Ragione cessino di contendere.
Per essere estremamente chiari, non potremo più rifiutarci di
guardare dentro il cannocchiale di Galileo, non potremo più
opporre il miracolo, alla verità scientificamente dimostrata.
Ove vorremo controbbattere questa verità, dovremo fare ciò sul
suo terreno, la scienza.
Se saremo capaci di fare questo, raggiungeremo veramente
quella intima unione tra Fede e Ragione, che è alla base della
Questo fatto, ovviamente, metterebbe in crisi, più che il Dogma
dell’Immacolata Concezione, che proclama Maria concepita non toccata dal
peccato originale, quello della verginità della Madonna e dell’assunzione in
cielo di Maria Vergine, oltre, naturalmente, al Dogma dell’infallibilità papale.
2
SETI ovvero SEARCH of EXTRA TERRITORIAL INTELLIGENCE,
programma scientifico, già da tempo avviato dalla NASA negli USA per la
ricerca di eventuali intelligenze aliene.
Si è precedentemente considerato come la problematica, relativa alla scoperta
di un’altra vita intelligente, porrebbe un dissidio di non poco conto, con la
tematica cattolica relativa al rapporto uomo-Dio.
1
400
religione del Cristo; ogni fraintendimento è dovuto alla
Teologia, cioè all'orgoglio dell'Uomo nel guardare il mistero di
Dio.
Se saremo capaci di far questo, definiremmo nuovamente la
nostra Fede, con l'attributo della libertà.
Se saremo capaci di fare questo, potremo veramente rivolgerci a
tutti gli uomini di buona volontà e non solo a quelli che,
fortunati, hanno raggiunto la Fede.
Questo è il problema principe dell'attuale momento storico.
Problema indifferibile, perché, secondo come lo si risolve,
s'entrerà nella storia per aiutare la parte più povera della
famiglia dell'uomo a capire perché essa è povera.
Solo dopo aver definito ciò, si riuscirà a trovare una via
d'uscita, per prima cosa nel campo delle idee, alla sua povertà.
In caso contrario, chiudendoci anche noi nel nostro
integralismo, si dovrà accettare, obtorto collo, il confronto con
l'Islam, confronto che potrebbe essere mortale per la nostra
civiltà, addirittura mortale per l'uomo.
Risolto questo primo punto, punto epocale per la sopravvivenza
e lo sviluppo umano, dovranno esser risolte le altre questioni.
Ma esse potranno esser considerate nell'ottica della decisione
presa, e pertanto ne sarà facilitato il superamento, in una
visione coerente e globale, di tutta la problematica relativa.
Dopo che si sia fatta chiarezza nel campo delle idee, senza
rinunciare in alcun modo a quello che è veramente vitale nella
nostra fede, senza toccare il dogma in quanto tale, ma capendo
bene quale è la sua complessità, la sua importanza, e la
pericolosità di un uso non appropriato delle sue conseguenze, si
dovrà porre mano alle altre opere.
Si dovrà finalmente dare un senso cristiano al concetto
evangelico della povertà: la Chiesa dovrà rinunciare a tutte le
sue ricchezze, anche quelle artistiche, che saranno messe a
disposizione, per alleviare le condizioni dei più poveri.
Capisco che questo concetto sia particolarmente doloroso, per
la sensibilità di noi tutti; ma vi prego di fare riferimento alla
parola del Cristo.
Del resto l'operazione è meno lacerante di quel che sembri.
Dovrà esser raggiunto un agreement, con lo Stato ospite, o con
un'altra qualsiasi Autorità adeguata, che abbia la possibilità
reale e democratica, di giungere ad un accordo equo.
In quell’accordo, sarà contemplata, per quell’Autorità,
l'evenienza di divenire proprietaria di tutte le ricchezze di
quella Chiesa particolare che le saranno affidate, in cambio di
un giusto corrispettivo, che dovrà servire per le necessità
dell'apostolato cristiano.
401
Le risultanze di come si è impiegato tale corrispettivo dovrà poi
esser pubblicato e certificato da autorità economiche
indipendenti,
Non altrimenti, nelle Nazioni democratiche, si è definita la
proprietà di chi vuole esercitare l'azione politica, mediante il
deposito delle ricchezze di questi, in un Blind trust, non più
dipendente dalla volontà di chi ne è stato padrone.
E quale migliore azione politica del Vescovo di Roma, liberato
dal peso della propria ricchezza, quale politica più alta, intesa
nel senso originario e migliore del termine, quale signum più
indicativo di una nuova e diversa sensibilità della Chiesa verso
i poveri, i primi destinatari dell’annuncio del Cristo, potrebbe
esser svolto in simili condizioni?
Essa riceverebbe il corrispettivo pattuito, così come, nei secoli
antichi, traeva la sua sussistenza dalla carità del suo popolo.
In questa maniera la Chiesa non avrebbe più il carico equivoco
di una ricchezza, ormai sospetta, non manterrebbe più una
potenza ambigua, fondata anche sul danaro.
La Chiesa ha perso il controllo dell'Autorità, da cui discendeva
il Potere, con la nascita degli Stati nazionali.
L'ingerenza negli affari di Stato, quando questi Stati nazionali
hanno realizzato una propria politica autonoma.
Il proprio potere temporale, quando l'Italia fece scomparire gli
Stati Pontifici.
Ma tutte queste, a ben vedere, non sono state perdite, bensì
superamento di ostacoli, abbandono di fardelli.
Essi impedivano la vera missione della Chiesa di Cristo.
Così, si è verificato un vero e proprio processo di sublimazione,
che ha fatto bruciare tutte le scorie presenti nell'organismo
della Chiesa stessa.
Ora occorre bruciare l'ultima scoria, perdere l'ultimo fardello,
provare che effettivamente, veramente, la Chiesa si pone in
quella situazione di povertà, auspicata dai suoi spiriti migliori.
Ciò deve esser fatto, per prima cosa, al fine di donare tutta se
stessa a coloro che non hanno altro.
Solo così, si potrà affermare, con giusta causa, il proprio diritto
a parlare per essi; a porre, sul piano politico, la rivoluzione
propugnata da Cristo.
Solo in questa maniera si raggiungerà quell'Autorità morale, la
sola Autorità che l'uomo ha scoperto intrinsecamente lecita, che
ci permetterà di portare la Buona Novella, senza vergognarci
nel nostro intimo, e senza esser guardati con sospetto dal resto
dell'umanità.
Non è un caso, perché nulla avviene per caso, ma tutto
obbedisce alla logica della Provvidenza, non è un caso che
402
dobbiamo prendere questa decisione, proprio quando il mondo
non ha altri ideali, se non la ricchezza.
Noi dobbiamo testimoniare a quel mondo che esistono altri
ideali e che i nostri ne riassumono i più alti.
Del resto, quest'esigenza, sentita in ogni tempo ed auspicata
dalle migliori coscienze della Cristianità, è stata posta con
forza da Giovanni Paolo II 3, in una sua dichiarazione esplicita
e nella pratica continua di tutta la sua azione.
Ora è tempo di toglierci quest'ultimo inutile orpello, questa
maschera, che nasconde e confonde l'annuncio del Cristo.
Solo così, solo in questo modo potremo presentarci inermi,
disarmati e a mani nude, ai nostri fratelli più poveri, per dire
loro: non abbiate paura.
Solo così potremo sperare d'esser ricevuti, senza garanzia
alcuna, soli con il nostro Credo, nei paesi dell'Islam.
Solo così, noi potremo testimoniare loro, che occorre trovare
una via d'intesa con la civiltà dell'Occidente.
Questa ha avuto infiniti torti, verso i popoli che ha sottoposto
alla propria idea fuorviante dell’imperialismo, della conquista,
dell’annullamento d'ogni altra civiltà, che non fosse la propria.
Ma essa sola, la civiltà occidentale, quella che è giunta alla
scienza, quella che ha scoperto il metodo liberale, può ora
trovare una soluzione ai problemi del mondo, una volta che
abbia saputo trovare la pace con l'Islam.
Perciò, questo è il compito del Papa di questo millennio:
coniugare la buona novella tra tutti i popoli di buona volontà,
parlare, da povero, ai poveri di questa terra, per esser inteso.
Tutto il resto si risolverà, quando noi avremo risolto questo
punto".
Le parole di Tommaso, iniziate quasi sommessamente in
un'atmosfera che non concedeva il massimo dell'attenzione,
stavano finendo nel silenzio più completo.
Parlavano solo gli occhi di tutti i presenti, che in vario modo
avevano testimoniato la fede di Cristo.
Quegli uomini venerandi si ritrovavano, adesso, a discutere
silenziosamente, al cospetto della propria coscienza, con le più
diverse motivazioni, sul come fare, per far finalmente vincere la
loro fede.
Essi erano stati così riportati alla fonte del Credo, e questa
brusca sterzata era avvertita, da tutti, come una Volontà, che
trascendeva la propria.
3
cfr nota n.5 pag 286 più volte rammentata.
403
Quando Tommaso finì di parlare, il silenzio più assoluto esplose
in tutto il suo fragoroso rumore, lasciando ciascuno, solo,
dinanzi alla propria anima.
Quello era veramente il recinto dove volava la bianca colomba.
Poiché, per quella sera ormai le operazioni di voto erano
compiute, il Cardinale che presiedeva quell’alto consesso, s'alzò
e disse:
" Venerabili fratelli, ormai è tempo di rifugiarci nella preghiera,
per capire quello che la nostra anima vuol dire al nostro
intelletto.
Quando però sarete nel chiuso delle vostre stanze, ripensate a
ciò che ci ha detto il Venerabile fratello in Cristo, il Cardinal
Fernays.
Egli ci ha rammentato l'essenza del Cristianesimo,
ricordandoci, nel contempo, che la teologia è pur sempre una
scienza umana.
Il che, detto da uno dei più grandi studiosi di quella disciplina,
deve essere, per ciascuno di noi, motivo di attenta riflessione".
Quella notte, per la prima volta nella sua vita, Tommaso ebbe
non certo gli incubi, né le visioni, perché il suo lucido logicismo
non avrebbe permesso al suo animo, d'abbandonarsi così.
Diciamo pure, però, che, sempre per la prima volta, Tommaso
non era in grado, quella notte, di controllare in maniera ferrea,
come invece gli era sempre riuscito benissimo, il rapporto tra
intelletto ed immaginazione.
Per cui, la sua fantasia procedeva ormai al galoppo, non
elaborando più idee logicamente costruite, ma offrendo, alla sua
comprensione logica, solo vedute d'insieme.
Le si sarebbe potute classificare come quadri sintetici di scenari
fantasmagorici, sempre però ancorati nel campo del possibile.
Ora gli balzava alla mente, evidentissimo, il suo maestro, il
dottor Bubber.
Egli, con il suo solito sorriso impertinente, gli rammentava come
l'Ebraismo, la religione dei fratelli maggiori del Cristianesimo,
potesse procedere senza altri Dogmi, se non quello della fede
assoluta in un solo Dio.
Anzi, di questa sua peculiarità, l’Ebraismo aveva fatto motivo
d'orgoglio dottrinale e di saldezza nei principii.
Rivolgendosi a lui, che, nel proprio immaginario aveva assunto
la figura del padre e della stirpe da cui proveniva, Tommaso
404
volle estrinsecare un pensiero ardito che, da sempre, era stato
presente nel suo inconscio, ma che, ora, diventava, finalmente,
esplicito.
“Mio buon rabbi, nella nostra breve vita abbiamo avuto la
fortuna di assistere a due momenti straordinari, per le nostre
fedi: la religione del Cristo dovrà, necessariamente, se vorrà
rimanere una forza trainante per l’umanità, perdere ogni
residuo aspetto di regalità e di ricerca del Potere e la parte più
avvertita dell’ebraismo sta mutuando la richiesta del Messia
nell’attesa di un’era di pace, tesa unicamente a rendere sempre
più grande la sfera della razionalità dell’uomo nel Creato.
Non crede che le differenze teologiche, pur presenti, non
impediscano alle due grandi religioni del libro di ritenersi
ormai sorelle, anzi, due aspetti non contrastanti della stessa
realtà?
E non ritiene che, quando anche l’ultima delle grandi religioni
monoteistiche, l’Islam, avrà superato questo immane processo
di decantazione, che è costato a tutta l’umanità tanto sangue e
tanto dolore, si arriverà finalmente alla completa comprensione
del messaggio divino?
Esiste un solo Dio, che ha creato l’uomo a sua immagine e
somiglianza, per donargli , come supremo atto d’amore, il
mondo.
Questo era scritto fin dall’inizio, ma l’uomo, peccando
d’orgoglio, ha voluto verificare, da solo, la verità del
messaggio, scritta nelle regole che muovono l’universo.
Se, pure, la storia è stata il compendio di quel peccato
d’orgoglio, valeva comunque la pena di esser vissuta, perchè,
così, l’uomo ha saputo, o almeno saprà, recuperare la verità da
cui discende”.
Subito dopo gli veniva alla mente quel suo buffo ragazzo che,
con tutta l'impassibilità di cui era capace la sua ingenuità
giovanile, gli aveva proposto l'abolizione della componente
regale del Papato.
Tommaso ricordava la foga e la fredda determinazione, posta dal
giovane, nel portare avanti quella sua idea rivoluzionaria.
A suo dire, si poteva sostituire, con migliore aderenza all’idea
originaria e più proficuo adattamento ai tempi, la figura, pur
veneranda del Papato, con una carica democraticamente elettiva
che non avrebbe dovuto superare i cinque - otto anni, per essere
veramente efficace.
Quindi s'affacciava il suo amico fraterno, Monsignor Alain
Drouet, che lo rimproverava sarcasticamente, come entrambi
erano soliti fare, beccandosi a vicenda:
405
" E così JJ, questo era il senso del tuo discorso, quando
t'opponesti a che io esprimessi le stesse scelte, che tu ora stai
facendo?"
Ma la sua anima rispondeva:
" No, Alain; se tu avessi detto quelle cose in quel contesto, tu
avresti generato solo scandalo e, forse, non ci sarebbero più
state le condizioni per cui io, ora, posso far mio gran parte del
tuo discorso.
Vedi, tu mi rammentasti che anch'io, una volta, mi scagliai
contro l'Autorità.
Ma, come ti dissi anche allora, essa era l'Autorità del mio
predecessore a Reims, quando non aveva capito la ragione
dell'uomo, nella vicenda della malattia mortale, della SIDA.
Quella non era l'Autorità di Pietro.
Non esiste altra autorità che possa sciogliere quello che Pietro
ha legato, ed ogni tentativo, oltre ad essere vano, è un pericolo
per la Chiesa, che su questo vincolo si è retta per duemila anni.
Ora occorre indirizzare questa autorità, avvalersi di essa, per
rispondere alla sfida del prossimo millennio: sradicare la legge
del più forte dall’azione dell’uomo, far capire che essa è ormai
superata e, quindi, nefasta per la civiltà umana.
Ma questo dovrà esser fatto non mediante un’idea che nasca
dall’odio, dalla competizione di classe, di religione o di razza,
che, comunque, sono competizione, cioè lotta, ma dall’amore,
da quell’amore che è il segno distintivo del Cristo e che, nel
mondo moderno, si chiama solidarietà.
Solo così, potremo rendere ancora centrale, nel terzo millennio,
l’insegnamento della buona novella".
Subito dopo, sfuggita dai recessi più profondi del proprio
subconscio, s'era materializzata accanto a lui quella tragica
figuretta, quell'impertinente doppio del suo unico amore, quella
Monique martirizzata da un prete, che gli andava dicendo:
"Credi veramente, mio povero bel pretino, di riuscire ad
estirpare tutte le brutture di questo mondo?"
E la sua anima rispondeva:
" Certamente no.
E’ però mia ambizione, oltre che mio preciso dovere, provare a
fare il possibile, per quanto questo sia povero e misero".
406
Così, alla fine di quella teoria di fantasmi, mentre il proprio io
cosciente si stava abbandonando al sonno pesante che segue un
evento drammatico, una figura riuscì a vincere la stretta del suo
cuore ed ad uscire in quella parvenza di realtà, dopo tanto
tempo.
La sua Monique gli era vicino senza dire nulla, ma sorrideva.
Pur nell’abbandono del sonno incipiente, Tommaso non poté
fare a meno di pensare che dovesse esservi veramente una parte
di verità, nel mito di Ermafrodito.
Il desiderio sessuale si placa nell’amore della propria donna.
Se viene a mancare l’oggetto del desiderio e se non si riesce a
sostituirlo, perché si era troppo legati con quello, in quanto esso
rappresenta veramente l’altra parte dell’individuo, la pulsione
sessuale, ancora presente nell’animo del sopravvissuto, si
sublima.
Essa tende a divenire la personificazione della propria essenza,
del proprio valore, della propria missione.
L’uomo rimane così, carnalmente innamorato di un’idea, fedele
per l’eternità a questa, che rappresenta la sua più intima essenza.
Veramente Beatrice divenne la musa di Dante, la causa della sua
poesia.
La mattina successiva, Tommaso fu svegliato dal suo telefonino
portatile, che aveva dimenticato nella ventiquattrore, lasciata
sulla piccola scrivania, della camera in cui egli dormiva.
Era il dottor Gottfred Stollemberg, il suo amico dei tempi di
Lovanio, attuale Cancelliere Tedesco:
" Eminenza, non so quanto questa mia telefonata rientri nei
canoni della correttezza diplomatica.
Però, anche a nome dei comuni amici Peter White, speaker
della Camera dei Lords, e Paul Mercier, Capo del Governo
francese, ci tenevo a porgere i miei auguri sinceri ad un uomo,
che potrà fare grandissime cose per l'Europa e per tutta
l'Umanità.
Un caro, deferente saluto ed un sincero augurio".
" Caro Stollemberg - fu la divertita risposta di Tommaso - come
Lei saprà, porta male fare gli auguri ad un Cardinale, quando
questi si reca ad un Conclave: tutti coloro che entrano qui come
Papi, è risaputo che ne escono come semplici porporati.
407
Comunque La ringrazio di cuore del saluto Suo e degli amici, di
cui serbo un gratissimo ricordo.
Per quanto attiene all’elezione, non si preoccupi, abbiamo in
sede un esperto, dotato d'ogni potere, per risolvere tutti i
problemi di management.
Ora La saluto, perché temo anch'io che questa telefonata sia in
qualche modo scorretta, in quanto, durante il Conclave è
proibito qualunque contatto esterno.
Speriamo di rivederci al più presto; sarà mio piacere offrire agli
amici un buon pranzetto in qualche ristorante di Bruxelles, per
ridere di questa sua generosa iniziativa".
Invece, già quella mattina, lo Spirito Santo aveva fatto breccia
sulle volontà dei partecipanti a quella sacra riunione.
Da assoluto outsider, conosciuto alla massima parte dei
porporati solo per i suoi studi biblici e teologici, Sua Eminenza
Giovanni Giacomo Tommaso Fernays, Arcivescovo di Reims,
era balzato in testa ai Cardinali più votati.
Tommaso non riusciva a capire che cosa fosse accaduto; perché
le parole che aveva detto, quei pensieri, da lui più volte espressi
nella loro globalità, avessero acquistato, in quell'occasione, il
valore e l'impeto di un'esplosione, e tutti ne erano stati coinvolti.
Egli andava ripetendo, tra se:
" Dio mio, che cosa sta succedendo?
Perché quello che ho sempre detto, ha acquistato ora un valore
così eclatante?
Non parlavo certo di me, quando tracciavo il profilo di colui,
che io avrei scelto come nuovo Pontefice".
Ma ormai la sequenza degli avvenimenti aveva acquistato una
sua forza autonoma.
Così, quando, di pomeriggio inoltrato, fu tenuta la nuova
votazione, dopo che i paladini della tradizione avevano
vanamente tentato di sbarrare il passo alla realtà del quadro
evocato da Tommaso, accadde quello che doveva accadere.
Superata l'assegnazione dei voti necessari per l’elezione del
Cardinal Fernays, i baldacchini di tutti i Porporati s'abbassarono
e rimase, unico, ancora più alto, il baldacchino che sovrastava
Tommaso.
Quando il Cardinal decano gli si avvicinò, per confermargli
ufficialmente l'elezione e per chiedere con quale nuovo nome
volesse esser chiamato, Tommaso rispose con un soffio, però
chiaro e deciso.
Quel nome, riportato agli altri Cardinali, suscitò un mormorio
che crebbe, fino a divenire tempesta.
408
La stessa cosa accadde quando, alla finestra di San Pietro, sotto
un cielo plumbeo, che minacciava di ripetere lo scroscio di
pioggia che aveva inondato Roma per tutta la giornata, venne
ripetuta la frase canonica:
" Nuntio vobis, gaudium magnum: habebus Papam,
Excellentissimum ac Reverendissimum Cardinalem Fernays, qui
sibi imposuit nomen Petrum Secundum "
Il mormorio della folla stava arrivando al suo massimo, quando
un raggio vivissimo di luce, come solo Roma sa dare durante un
temporale, squarciò le nubi e colpì in pieno la scena, con cui Sua
Santità Pietro II stava entrando nella storia.
Affascinata dal segno, la folla cominciò un lungo, frenetico
applauso, in cui l'emozione era pari alla speranza.
Così, nell'anno duemilacinque della nostra epoca, coloro che
prestavano attenzione a queste coincidenze, dissero che le
profezie s'erano compiute.
Gli spiriti che, invece, erano insensibili a tali richiami, pur
consapevoli che, in realtà, si era a duemila anni esatti dall'editto
di Cesare Augusto che ordinava il censimento4, non si curavano
di ciò.
Il loro animo era già tutto teso alla battaglia, che s'annunciava
imminente: la posta in gioco era la diffusione del messaggio del
Cristo per tutto l’Oicumene, il fine era scritto nell’Apocalisse di
Giovanni5 .
Ma, per coloro che sapevano leggere nelle pieghe più riposte del
Disegno, quel grande evento ne nascondeva altri, non meno
importanti.
Con quell’atto, la stirpe di Levi poteva finalmente corrispondere
alla dignità della stirpe di Davide.
Inoltre, la civiltà, nata dall’ansia della libertà, aveva ormai
percorso tutte le strade terribili, che quel concetto poteva
suscitare e le aveva sperimentate impercorribili.
Effettivamente la critica moderna parrebbe situare la nascita di Cristo ,
come è narrata in Luca 2-1, intorno all’anno 6/7 della nostra era.
Altri, partendo dall’episodio storicamente accertato della morte di Erode nel
4 a.C. ne pongono la nascita al 6/7 a.C.
Cfr J.A.SOGGIN op. cit. pag. 83.
5
Secondo l’Apocalisse di Giovanni il nostro mondo finirà, quando
l’insegnamento di Cristo sarà valido per tutti gli uomini.
Alcuni autori non pongono necessariamente la fine del mondo come una
catastrofe, ma come una palingenesi, che rinnoverà completamente
l’umanità, in una visione simile all’età messianica dell’Ebraismo liberale.
4
409
Solo temperando la libertà con la giustizia si poteva procedere
oltre, nel cammino dell’uomo.
Colui che riassumeva in se i valori più alti, espressi da quella
civiltà, stava insediandosi sulla cattedra più idonea a far
coniugare alla libertà dei vincitori la giustizia per i vinti.
Infine, una ulteriore considerazione, più riposta, ma dalla
conseguenze più deflagranti, veniva alla mente di coloro che
indagano, alla radice della storia dell’uomo: la piccola via era
stata imboccata dal cuore del Cristianesimo; finalmente, era
possibile verificare se il messaggio del Cristo avrebbe retto
all’impatto di una rilettura, che lo avrebbe depurato da ogni
accenno del magico o del misterioso, per farla dispiegare in tutta
la sua evidente logicità, ponendola, così, alla base del progresso
dell’uomo.
Con Pietro II, infatti, il miracolo avrebbe cessato d’essere il
signum del Cattolicesimo e la logica avrebbe riunito fede e
ragione.
Il concatenarsi delle infinite possibilità aveva portato,
nell’ambito della civiltà egemone nella storia dell’uomo, ad un
punto cruciale.
Dopo innumerevoli secoli, tutto era pronto affinché si avverasse
il nodo centrale del Disegno: l’età dell’oro stava finalmente per
giungere.
410
ULTIMA ANTIFONA
PERCHE’?
Evidentemente non andò in questo modo.
La favola, che i più avvertiti avevano sperato nelle loro
prospettive più stringenti e sognato con le fantasticherie più
affascinanti non si è avverata.
Avevamo ipotizzato, per il successore di Pietro nel terzo
millennio un personaggio che avesse tutti gli atouts per
indirizzare efficacemente la navicella della Chiesa verso un
percorso sicuro e tale da non esser messo in contrasto con
l’uomo che si avvierà alla conquista delle stelle.
Certo il percorso personale avrebbe potuto essere del tutto
differente da quello descritto per l’ottimo JJ, ma ciò che a noi
più importa è postulare se un tale avvenimento potesse ormai
accadere nella Chiesa di Roma, cioè se una epifania di così
grande portata potesse capitare, pur con qualche variante di
itinerario, nel presente momento storico.
Appurare se, all’inizio del terzo millennio dalla data in cui visse
il suo fondatore, il cattolicesimo, e con esso tutte le varianti
religiose cristiane, avessero saputo e potuto scrollarsi di dosso
tutte quelle parti della loro teologia, o anche mitologia, che non
riescono a reggere ad un controllo serio della ragione e che sono
causa di infinite diatribe, per dedicarsi alle ragioni veramente
importanti della predicazione di Yeshū’a ben Josefha.
E, se questo non è successo, PERCHE’?
A ben vedere, la risposta è semplice: nell’attuale momento
storico non sussistono le condizioni: il Cattolicesimo e tutto il
Cristianesimo non sono attualmente strutturati per condurre in
porto una così grande rivoluzione.
In tali religioni possono pur trovarsi singole individualità che
potrebbero addentrarsi su questo cammino difficile e pericoloso,
ma unico, per permettere a quella religione di rimanere viva e
vitale anche alla fine del presente millennio, ma il contesto
generale non sopporterebbe uno sconvolgimento così profondo.
411
Qui il discorso diventa veramente difficile, perché, per
addentrarsi in questa analisi, occorre cercare di capire la vera
necessità e la forza genuina del cristianesimo.
Gesù non lasciò nulla di scritto; tutto quello che sappiamo,
raccontato da testimoni della sua vicenda storica, è dovuto ai
quattro vangeli canonici ed ai libri che vanno sotto il nome di
“Atti degli Apostoli”.
Questi testi sono i soli ritenuti validi, anzi ispirati e perciò
stesso considerati sacri dalle varie chiese cristiane, anche se la
critica storica li pone tra il 70 ed il 120 dopo Cristo.
Esistono molti altri libri, anche contemporanei ai primi, che però
non sono stati ritenuti validi dalle varie confessioni cristiane e
pertanto, almeno per il momento, non li prendiamo in
considerazione.
Abbiamo così tre attori: Gesù, la sua predicazione, la Chiesa,
anzi le Chiese che si vennero a costituire nel tempo e che
presero spunto da alcuni capisaldi di tale dottrina.
La predicazione di colui che chiameranno Gesù fu uno dei mille
turbini che scossero la Palestina nel primo secolo dell’impero di
Roma, turbini che squassarono quell’estremo lembo del dominio
Romano e furono motivo di contagio politico contro il nascente
impero, prima e dopo Gesù, fino a spingere i suoi imperatori a
distruggere col ferro e col fuoco la città di Gerusalemme e a
bandirne gli abitanti, rifondando la medesima città che vide il
sacrificio di Cristo, come civitas romana, con il nome di di Aelia
Capitolina.
Gli ebrei, come sappiamo si sparsero in tutto il bacino del
Mediterraneo, tanto da costituire, come abbiamo visto, il dieci
per cento di tutta la popolazione dell’impero ed il venti per cento
nella sua parte orientale.
Si era così costituito un importante humus, su cui attecchirà
facilmente la nuova religione.
Ma stabiliamo per primo quello che certamente non proclamò
Gesù.
Egli non abbandonò mai la religione in cui era nato ma si pose
come un riformatore di questa.
Egli non si disse mai fondatore di una nuova religione né si
proclamò Dio, ma chiamò Dio “padre” e gli uomini “fratelli”
412
riconoscendo una comune discendenza dell’umanità dal
principio divino.
Egli, infine, non si addentrò mai in questioni teologiche e non
pronunziò mai, a quello che riportano i suoi testimoni, né la
parola trinità, né alcun concetto che rappresentasse la natura
tripartita di Dio.
Veniamo invece ad alcuni dei suoi capisaldi.
Con la sua celebre frase:”date a Cesare quel che è di Cesare ed a
Dio quello che è di Dio” Gesù pose, per primo nella storia, la
divisione tra politica e religione; le altre due fedi monoteistiche
non hanno ancora raggiunto tale conquista, anzi la combattono
aspramente ancora oggi.
Alcuni parlano del Cristianesimo come della religione
dell’amore e qualcuno si è spinto a dire che:”il cristianesimo è
solo amore, tutto il resto è teologia” ma questo, se pure è giusto
ed apprezzabile, non sembra, ad un’attenta analisi delle altre
religioni, una caratteristica esclusiva del Cristianesimo.
Quasi tutte le religioni custodiscono in esse, come elemento
positivo, l’amore per il prossimo; solo le sette diaboliche sono
contrarie a questa norma di civiltà.
Si deve però tener presente che, fino a due secoli or sono, gli
uomini molto difficilmente si allontanavano dal luogo d’origine
e quasi mai si spingevano a più di cento chilometri da questo,
per cui l’amore per il prossimo è sempre stato inteso come
amore dovuto verso i propri conoscenti o, almeno, verso quelli
che parlavano il loro stesso dialetto, essendo sempre presente il
sacro terrore per lo straniero, o, se non altro, un senso di
generale diffidenza.
Solo in tempi recenti, e non sempre e non definitivamente, si è
inteso il concetto di “amore per il prossimo” come
riconoscimento in ogni individuo della comune umanità e questo
è stato un momento solenne nella storia dell’uomo, compiuto
dall’illuminismo europeo, ma attualmente portato avanti con
forza da ogni chiesa cristiana, mentre, nel corso dei secoli, la
Cristianità aveva accettato i concetti di schiavitù e di supremazia
maschile(un importante Concilio stabilì che la donna avesse solo
mezza anima!).
Dove invece il cristianesimo compie, fin dalla parola del Cristo,
chiarissimamente un salto di qualità è dato dal concetto
dell’umile, del diseredato, del vinto dalla vita.
413
Gesù, nel discorso della montagna, proclama, per primi,
”… beati i poveri in spirito, gli afflitti, i miti, coloro che hanno
fame e sete di giustizia, i puri di cuore” e promette loro il posto
più vicino a Dio”.
Abbiamo visto come, in termini più moderni, Nietzsche
definisca i cristiani come gli umili o gli ultimi della terra ed il
cristianesimo la religione dei vinti.
A riprova di quale fosse il vero obbiettivo della dottrina
enunciata da Cristo si erge il concetto per cui è più facile che un
cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco
( o comunque un vincente) possa entrare in Paradiso.
Concetto questo aspro e terribile, che invano la Chiesa di Roma,
cercò in tutti i modi di edulcorare e di rendere digeribile a coloro
che, pure, erano stati i primi destinatari della predicazione di
Cristo.
Concetto tuttavia che viene posto al centro della dottrina
cristiana dal cattolicesimo, mentre le chiese protestanti, con la
loro pretesa della predestinazione, che nega ogni possibilità di
salvazione alla sola volontà dell’uomo, pongono la ricchezza, o
almeno la sicura agiatezza, come segno di riconoscimento della
divinità per la salvezza dell’anima di un determinato individuo e
quindi, giustificando la ricchezza, glorificano il capitalismo, ma
negano il libero arbitrio dell’uomo.
Eppure, duemila anni or sono, con queste sole armi vincenti, il
riconoscimento degli inalienabili diritti di ogni essere umano e
la distinzione tra potere civile e potere religioso, la religione di
Cristo riuscì a distruggere dal di dentro il più grande impero
della storia, l’unico che sia durato molto più di mille anni.
Occorre qui focalizzare l’attenzione sul perché ciò accadde.
Intanto si deve riconoscere che il vero costruttore della religione
cristiana fu Paolo, ebreo ellenizzante nato a Tarso nell’odierna
Turchia e cittadino romano.
Paolo, contemporaneo di Gesù che però non conobbe
direttamente, in un primo tempo osteggiò la predicazione del
Cristo, ma, dopo una eclatante manifestazione prodigiosa,
divenne un suo fervente ammiratore ed un formidabile
propagandista delle tesi cristiane, riviste però nei suoi concetti
che risentivano fortemente delle posizioni proprie della filosofia
greca, in special modo desunte dal pensiero platonico.
414
Questa è la prima notevole discrepanza della posizione del
Cristianesimo dal dettato del Cristo, in cui si diceva che tale
religione doveva esser fondata sulle tesi di Pietro ( Tu es Petrus,
et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam Mt 16/18), ma
Pietro appare molto meno importante nella costruzione
ideologica della nuova religione rispetto a Paolo.
Paolo infatti vinse le resistenze di coloro che ritenevano il
cristianesimo una setta strettamente ebraica, per cui, per aderirvi
occorreva prima passare attraverso la religione di Mosè.
La nuova religione, liberata da questo cavillo, inutile ed
inopportuno secondo le tesi paoline, si poteva così separare dal
contesto caotico delle varie sette ebree ed iniziare il suo
percorso che la porterà a divenire la distruttrice dell’impero
romano e, di converso, la sua erede.
Vediamo brevemente come ciò accadde.
Per tutto il periodo regio e repubblicano Roma si resse, per più
di settecento anni, sul binomio “Senatus populusque” formula in
cui si vedeva riconosciuto, accanto al Senato, espressione degli
ottimati romani, il popolo cioè coloro che, pur non avendo
ricchezza, erano parte inscindibile del sistema romano, perché
unica forza della Repubblica, protetti, per questo,
dall’istituzione del tribunato del popolo che rendeva viva e
vitale l’orgogliosa affermazione”civis romanus sum”.
Poi le grandi vittorie di Roma, vittorie del Senato e del popolo,
portarono enormi ricchezze alla città ma tali grandi ricchezze,
essenzialmente oro, terre e schiavi, andarono esclusivamente ai
senatori, cioè alla classe dei più ricchi del tempo.
L’unico che si accorse del pericolo per Roma fu Caio Giulio
Cesare, il quale avrebbe voluto, e forse tentato, di spalmare la
grande ricchezza acquisita, tramutando i suoi legionari in ceto
medio possessore di adeguati ma non troppo vasti appezzamenti
dei terreni conquistati.
Questa riforma fondiaria fu resa vana dal Senato, che vedeva i
suoi membri divenire latifondisti sempre più voraci fino ad
arrivare all’esempio di Verre, che possedeva l’intera Sicilia.
Il Senato così tolse di mezzo Cesare, con la scusa della sua
pretesa ambizione ad esser proclamato Re, parola aborrita a
Roma e, morto lui, impedì la possibilità di creare un ceto medio
da spargere nei domini di Roma, per costituirne l’ossatura del
sistema politico.
415
Ma i senatori, seguendo ante litteram il modello marxista,
divenuti grandi capitalisti, di un capitale che abbiamo visto
comprendere terra e schiavi, iniziarono una feroce guerra di
auto eliminazione, che si concluse fatalmente con l’impero.
Così i Romani, che non volevano un re, il quale sarebbe potuto
esser sottoposto ad un bilanciamento dei poteri dalla presenza
del Senato, si trovarono schiavi di un Imperium militare che, per
definizione, non poteva avere alcun contraltare.
Per questa ragione un impero, costituito da milioni di persone in
cui solo alcune poche migliaia erano in grado di vivere
un’esistenza di grandi agi e di molte possibilità, non poteva non
scontrarsi con le aspettative delle moltitudini di individui che
vedevano la propria vita immiserita dalle ristrettezze, se non
dalla schiavitù che, pure, era bloccata e tenuta a bada con leggi
severissime1
L’”Imperator” divenne presto un satrapo orientale che poteva
nominare senatore il proprio cavallo, che non si curava di alcuna
legge e che era capace di ogni delitto, anche se rarissimamente
moriva nel proprio letto.
Inoltre l’enorme ricchezza che si andava accumulando e
l’esempio deleterio delle classi altolocate produssero un sempre
più sensibile rilassamento dei costumi, cosa questa che condusse
ad un imbarbarimento degli antichi ideali dell’Urbe.
Così il cittadino romano, ormai suddito dell’impero, non volle
più sostenere i disagi della vita militare, che, pure, aveva fatto
grande Roma e, ne demandò i compiti ai barbari che vivevano
nelle vicinanze dei confini dell’impero: il Limes2.
Intanto l’opera della nuova religione aveva dato coscienza ai
sottomessi del fatto che perfino essi avevano dei diritti
inalienabili e ciò necessariamente innescò quella situazione,
descritta da Edward Gibbon3, che portò alla dissoluzione
Il prof. Aldo SCHIAVONE, nel suo libro “La storia spezzata” Laterza ed,
riporta:”…un’antica prescrizione, confermata da un provvedimento di età
augustea, il senatoconsulto Silaniano del 10 d.C.- per cui- in caso di omicidio
del padrone tutti gli schiavi che vivevano con lui dovevano essere torturati e
poi messi a morte”

Era la linea di confine sul Reno stabilita da Augusto dopo la sconfitta
romana di Teutoburgo del 9 d.C.
3
Edward Gibbon nel periodo 1776/88 scrisse, in sei volumi: “The history of
the decline and fall of the Roman Empire” ascrivendo proprio agli elementi

416
dell’impero, come abbiamo già visto quando abbiamo accennato
a Teodosio.
Ancora in età imperiale, la nuova religione di Cristo, dopo il
riconoscimento di Costantino, che l’aveva proclamata “religio
licita” si era strutturata su quattro Patriarcati4, seguendo la
giurisdizione politica romana dei due Augusti ed i due Cesari,
Abbiamo visto inoltre l’improvvido inserimento del potere
religioso nel potere politico, compiuto da Teodosio (cap
XXVII), per cui, caduta Roma con una lunga e terribile agonia,
non rimase più alcuna Autorità, se non quella religiosa, che si
ergesse contro le atrocità dei barbari che sommersero ad ondate
successive le terre che erano appartenute all’impero.
Quindi, almeno in quello che era stato l’impero romano
d’occidente, solo il tremante rappresentante della nuova
religione, il capo locale degli adepti, il vescovo, si presentava,
inerme, ai nuovi conquistatori per impetrare pietà.
I meno barbari di essi conoscevano ciò che avevano distrutto
perchè spesso, si erano avvicinati alla religione dei vinti, quando
erano loro i vinti, per cui dovendo parlare con i nuovi
sottomessi, era naturale che si rivolgessero agli alti gradi del
Clero.
In questa maniera il clero cristiano, divenne l’unica autorità
delle popolazioni locali e, quando i barbari si fusero con esse,
furono le uniche autorità superstiti all’impero romano, da cui
esse trassero abitudini, modi , cultura e legislazione.
Tutto il mondo, divenuto cristiano, riconosceva la supremazia
del vescovo di Roma, il Papa, che divenne così la più alta
Autorità religiosa, per cui, quando nel giorno di natale dell’800
Carlo Magno indossò la corona d’Imperatore del nuovo impero
successore di Roma, egli se la fece porre sul capo dal Papa
testè evidenziati la caduta dell’impero romano.
4
Il concilio di Nicea 325 dC aveva stabilito i quattro patriarcati e la loro
giurisdizione: patriarcato di Roma,fondato da Pietro e Paolo, con a capo il
vescovo di Roma che aveva il primato su tutti gli altri per la nota
affermazione di Cristo “Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia
chiesa” Mt 16,16/18 , Costantinopoli fondato dall’apostolo Andrea che aveva
“l’onore dopo il vescovo di Roma perche Costantinopoli era la nuova Roma”,
Alessandria fondato da Marco l’evangelista che aveva giurisdizione
sull’Egitto, la Libia e la Pentapoli, ed infine Antiochia, anch’essa fondata da
Pietro, che aveva giurisdizione sul medio Oriente.
417
Leone III e volle chiamare il suo Impero prima sacro e poi
romano.
Si innestava, nuovamente, nella politica, il concetto che vedeva
religione e politica strettamente collegate.
Così l’Autorità politica imperiale era autenticata e resa vigente
dal necessario assenso papale, e per converso, nel l’824, Lotario,
re d’Italia con la Costitutio romana, stabilì che un rappresentante
dell’imperatore dovesse esser presente all’elezione del Papa .
Come si vede, le due cariche si avvinghiano l’una all’altra
rinnovando così quella commistione che il Cristo aveva negato e
che sarà causa di infiniti guai per l’Europa e, in special modo,
per l’Italia..
Con la rinascita del nuovo impero di Roma sotto il sigillo del
sacro, il Papato si sente talmente forte da cercare di imporre la
propria supremazia sul potere politico e spiega la logica di tale
istanza con il seguente concetto:
“Tutto il potere viene da Dio, il Papato è il tramite tra il potere
divino e quello terreno quindi il Papato è superiore ad ogni
potere terreno.
Pertanto il potere politico, per poter rettamente operare
necessita dell’approvazione costante del Papa cui dovrà rispetto
e amore filiale”.
In pratica il Rappresentante del potere religioso, fatto entrare a
forza da Teodosio nel lontano IV secolo nel gioco della politica,
tenta l’en plein, ponendosi come Primus, capo e perno di ogni
Potestas.
Abbiamo visto, nel capitolo XXVII, come si svolsero i fatti
storici che insanguinarono, per questa pretesa, tutto il secondo
millennio e sappiamo come andò a finire.
Il Sacro Romano Impero non accettò mai questa tutela del Papa
e perciò quel titolo perse di validità, fino a divenire una
medaglia di poco conto sull’uniforme dell’imperatore d’Austria,
capo della casata degli Asburgo, medaglia strappatagli da
Napoleone I nel 1806 e gettata nella pattumiera della storia.
Ma le Nazioni d’Europa, sorte sul tronco del Sacro Romano
Impero, già da tempo avevano abbandonato de facto la pretesa
papale della supremazia su tutti i poteri e, approfittando della
riforma protestante, anche gli Stati formalmente cattolici si
sfilarono, uno dopo l’altro, dalla pesante tutela papale.
418
L’Inghilterra di Edoardo VIII, che per la sua opposizione a
Lutero aveva ricevuto dalla Chiesa di Roma il titolo di “defensor
fidei”, approfittò della sua disputa con il Papa circa
l’annullamento delle sue nozze con Caterina d’Aragona, per
staccarsi da Roma.
Infatti, in seguito a ciò, il re d’Inghilterra promulgò, nel 1534,
l’”Atto di Supremazia” che stabiliva l’uscita della Nazione dalla
comunione con il Papa proclamando altresì il Re “unico capo
supremo della chiesa d’Inghilterra”.
Similmente, in Francia, Luigi XIV, il re Sole, si sottrasse dalla
pretesa papale della supremazia sui regnanti, supportando in
massimo grado il Gallicanesimo, la teoria che attribuiva
caratteristiche originali alla chiesa di Francia, liberandola in
qualche maniera dalla presa che i Papi avrebbero voluto imporre
sulla loro “figlia primogenita”, come essi erano soliti definire la
Francia.
Il Re Sole impose una “ Dichiarazione del clero di Francia” che
limitava fortemente i privilegi della Chiesa francese negando
che i funzionari statali potessero esser colpiti dalla scomunica
mentre erano in carica, imponendo ai vescovi il divieto di uscire
dai confini del Regno senza l’assenso regale e, soprattutto,
negando ogni validità ad ogni atto papale nel regno di Francia
senza il preventivo assenso regale.
In Austria Maria Teresa aveva cacciato l’ordine dei Gesuiti,
aveva limitato le pretese di autonomia del clero, aveva abolito
l’inquisizione, aveva instaurato nei suoi Stati il
Giurisdizionalismo, quella dottrina illuminista che poneva la
giurisdizione ed il controllo dello Stato sulle competenze del
clero.
La soppressione dei Gesuiti nel 1774 fu il momento culminante
dell’azione degli Stati tesa a difendere la loro sovranità dalla
presa del Papato.
Toccò ai due Napoleone dare gli ultimi schiaffi al potere politico
dei Papi: Napoleone primo, infatti, al momento della sua
incoronazione, tolse la corona imperiale di Francia dalle mani
del Papa e se la mise autonomamente sul capo.
Napoleone terzo operò alla stessa maniera: la sua Segreteria di
Stato, dopo la promulgazione del Sillabo, sommessamente fece
sapere a Pio IX che, qualora fosse stato approvato, nel Concilio
Vaticano I il dogma dell’infallibilità papale tout court e quindi
419
anche per le questioni politiche, la Francia avrebbe perseguito
una politica d’autonomia anche religiosa dal Papato.
Così la Chiesa, che nel 1870 aveva perduto le ultime vestigia del
potere politico con l’annessione di Roma all’Italia, si pose nella
seguente posizione: visto ormai cassato, almeno per il momento,
il predominio o comunque la possibilità di interferire sul potere
politico, occorre però non cedere sull’ultima vestigia di potere:
il potere spirituale.
Fu così posta nuovamente tutta l’attenzione su un’antica frase di
un vescovo e martire cartaginese del III secolo dC, san Cipriano,
che afferma:”Extra ecclesiam nulla salus” cioè “non vi è alcuna
(possibilità di ) salvezza al di fuori della Chiesa”, frase che era
già stato il principio informatore della famosa bolla “Unam
sactam” di Bonifacio VIII del lontano 1302 e che era riapparsa
nella proposizione XVI del Sillabo, per condannare
l’indifferentismo cioè quella posizione illuminista che concede
di onorare qualsiasi divinità in quanto all’uomo non può mai
esser chiara alcun’altra qualità di Dio se non la Sua esistenza.
In tal modo la Chiesa ribadiva, come aveva sempre fatto nella
sua storia, l’antica disputa innescata da Bonifacio che aveva
parlato delle due spade, il potere spirituale e quello politico,
spade che, per quel Papa dovevano appartenere entrambe al
papato.
Dopo quasi un millennio di lotte terribili, la Chiesa, a denti
stretti e con numerosi distinguo, che le avrebbero permesso di
tornare ad avere a disposizione tale potere quando se ne fosse
presentata l’opportunità, affermava di aver graziosamente
concesso che le Autorità laiche esercitassero autonomamente il
potere politico, mentre, in verità, questa conquista era costata
vari milioni di morti in Europa.
Ma il fatto che “fuori dalla Chiesa non v’è salvezza” servì a far
proclamare alla Chiesa di Roma l’assoluta differenza con le altre
religioni: essa, solo essa, era la salvezza, tutte le altre religioni
erano false, o scismatiche o eretiche.
Perciò la Chiesa, ribadendo, almeno sul piano teorico l’antica
preminenza e ponendo autonomamente la propria dottrina come
l’unica vera, si riserva anche il diritto di combattere, ancora
oggi, una legge dello Stato che Essa ritenga non confacente alla
propria dottrina.
420
Ricordiamo che questo, e solo questo, fu il motivo ispiratore
delle persecuzioni mosse dall’Impero di Roma al Cristianesimo
primitivo: la non accettazione a priori dell’Autoritas della legge
dello Stato Romano sulla religione nel campo della vita civile.
Se apriamo una parentesi possiamo congetturare che questo sia
il vero motivo per cui i Parlamenti dell’Europa, eredi di
quell’Autoritas, vogliono tagliare le radici cristiane dalla loro
storia.
Ma, tornando alla fine del secolo XIX, la Chiesa non poteva
accettare, nemmeno in teoria, una qualche sua limitazione nel
potere spirituale.
Era stato così grande il potere del Papa di Roma sulle masse
cattoliche dell’Europa e così importante per ogni nazione del
mondo la sua autorità morale.
Il solo fatto di agitare le folle cattoliche d’Europa su questioni
che non parlavano più di potere tout court ma trattavano di
questioni sociali o morali in contrasto con le posizioni del potere
politico poteva suscitare almeno una preoccupata attenzione di
tutte le Cancellerie europee e mondiali.
Questa ricerca di nuovi argomenti, le “rerum novarum”, era,
all’inizio del XX secolo, un modo intelligente di tentare di
rimettersi al centro dell’attenzione, nell’agone politico.
Così Roma potè iniziare la stagione delle encicliche cosiddette
sociali, già ampiamente rammentate, ma il nuovo impegno per
coloro che, pure, erano i primi destinatari della religione del
Cristo, gli umili, non ottenne gli effetti sperati.
Si, le grandi encicliche avevano portato un grosso fermento tra
coloro che già si professavano cattolici, ma non si era verificato
quella riconquista dei cuori di tutta la Cristianità, come forse
avevano sperato le Autorità Vaticane.
Le teorie del comunismo e del socialismo, eredi politiche
dell’illuminismo, che già avevano avuto grande peso sulle masse
nel XIX secolo, spaventavano le Autorità vaticane e non
permettevano nemmeno di tentare un accordo che, allora, come
ancora adesso, non si riesce a fare.
Lontani erano i tempi in cui ogni comunità europea viveva e si
toglieva il pane dalla bocca per costruire cattedrali sempre più
belle e più imponenti, tempi in cui la semplice parola del Papa
poteva distruggere moralmente e, spesso, materialmente la vita
di un uomo.
421
Infatti, dalla seconda metà del secolo XIX si assistette ad un
fatto nuovo: altre teorie, figlie del pensiero liberale che attecchì
in Europa dopo il primo Napoleone, , avevano messo in
discussione sul piano prima filosofico e poi politico la tranquilla
vita dell’Ancien Regime, figlio ormai esausto del feudalesimo.
Ma il fatto inaudito, portato da quelle teorie, doveva venire più
tardi: dal secondo dopoguerra mondiale i cristiani perdono
sempre più velocemente la fede dei loro padri o, almeno, non
intendono esser più parte passiva nell’ambito della Chiesa.
Alla fine del millennio avvengono fatti che spaventano i vecchi
prelati.
Nella Spagna, in cui cento anni prima i supporters della Vergine
dei sette dolori arrivavano a darsi coltellate con i supporters di
una qualsiasi altra rappresentazione della Madonna, esprimendo
così una partecipazione ossessiva alle tesi cattoliche, ora la
maggioranza politica del paese faceva passare tranquillamente il
matrimonio civile, il divorzio, la fecondazione eterologa. e si
apprestava a togliere il Crocifisso dalle sedi pubbliche
L’Austria cattolica era in tale fermento da far dire, ad una
associazione di cattolici in opposizione ai propri vescovi:” NOI
siamo Chiesa” ponendosi, così, temerariamente contro i propri
pastori.
In Canada, come ricorda un bel film , la chiese si svuotarono di
colpo in pochi mesi.
In Olanda si arrivò all’”abominio” dell’eutanasia assistita.
In Germania, la nazione che aveva dato i natali all’ultimo Papa,
scoppiava, violentissimo, lo scandalo dei preti pedofili, che già
aveva quasi distrutto finanziariamente le grandi Chiese
cattoliche americane, con echi e scandali in tutto il mondo e,
anche lì, si cominciava a parlare di eutanasia.
Dappertutto vi fu un’emorragia di fedeli: sempre meno persone
si recavano a messa, esprimendo in tal modo l’allontanamento
dal cristianesimo.
Perfino in Italia, il giardino del Papato, dove, se pur senza una
partecipazione sentita e cosciente sul piano delle convinzione,
era da secoli invalso l’uso della messa come fenomeno sociale
tanto importante da esser quasi unico, le chiese, prima quelle
delle grandi città, poi, a macchia d’olio, anche quelle dei più
sperduti paesi rimanevano prive di fedeli che non fossero le
vecchie beghine, il matrimonio civile si avviava a superare
422
quello religioso, la fecondazione assistita faceva la sua comparsa
e si discuteva del modo più corretto di concepire il fine della
vita.
A Roma, agli sgoccioli del millennio, si diceva che fossero
presenti solo due ragazzi negli imponenti seminari cittadini ed
uno di essi si fosse ritirato dagli studi.
Le parrocchie erano talmente vuote che prima si contrassero nel
numero e poi furono affidate a sacerdoti di colore o dalle
inusuali sembianze asiatiche.
Si, il papa leonino, Giovanni Paolo II, era riuscito ad attrarre
centinaia di migliaia di giovani ai suoi raduni, ma gli operatori
della nettezza urbana raccontano come, dopo tali raduni si
fossero dovuti impiegare camions per ritirare i preservativi usati
da quei giovani in quelle adunate.
Non era dunque carisma, adesione ad una dottrina, ma curiosità
mondana.
Qualcuno paragonò il cristianesimo ad un grande fuoco che,
acceso a Roma, ora si stava espandendo alla più lontane regioni
dell’Africa e dell’Asia, ma si stava spegnendo nella sua culla
originaria: l’Europa, dopo aver tutto bruciato.
Che cosa stava succedendo e come ciò era potuto accadere?
Correttamente la Chiesa individuò l’avversario: il secolo dei
Lumi, il settecento europeo, il momento in cui il cittadino
europeo, reso libero dalla tutela ecclesiastica a causa della
riforma protestante, che concedeva all’uomo tutta la
responsabilità del suo pensare ed agire, reso cosciente della
forza della nuova arma che il progresso gli aveva posto tra le
mani, la scienza, incominciò ad usare tale arma per indagare, tra
l’altro, proprio sulla religione e la filosofia.
La scienza è lo strumento principe, anzi l’unico, con cui l’uomo
cerca di capire l’universo che lo circonda e che comprende
anche se stesso, senza più affidarsi al miracolo o al mistero.
La scienza ha un preciso punto di nascita: il seicento europeo e,
fin dal principio, essa nacque in opposizione alla religione.
Non che prima di quel secolo non vi fossero stati scienziati o
osservazioni scientifiche: la misura del raggio terrestre ad opera
di Eratostene, nel terzo secolo avanti Cristo, ne è una corretta
identificazione, ma è solo nel seicento che si individuano
esattamente le condizioni essenziali per operare in campo
scientifico e cioè:
423

il dato scientifico deve essere universale, esattamente
definito ed accettato da tutti o confutato con altri dati
scientifici.
 Il dato scientifico deve esser sempre riproducibile, date
le condizioni di partenza per giungere ad esso e per
poterlo replicare
 Esso deve essere costante nei risultati
Inoltre Il dato scientifico deve prescindere e non accettare mai di
discutere il principio d’autorità, il miracolo, il trascendente, il
mistero acritico, cioè le ragioni astratte che possono esser state
addotte per quel dato, ma deve solo considerare e misurare gli
aspetti quantitativi del fenomeno per poterne calcolare
esattamente le dimensioni reali.
Infine, una teoria che discende dal dato scientifico non è mai
una verità assoluta, ma solo un modello che tenta di
rappresentare alcuni aspetti della verità.
Per questo le teorie scientifiche sono sempre sottoposte alla
ricerca continua, che tenta di scoprire il possibile falso che si
nasconda in quel modello o tenta di superare l’impasse con un
più ampio sistema di verità.
Pertanto la verità scientifica non può esser mai assoluta ma deve
esser compresa in una verità più ampia.
Con tale strumento il seicento aveva visto la nascita della
scienza, il settecento aveva codificato la possibilità per la
scienza di indagare su tutto, anche sulla religione e l’ottocento
aveva proceduto su questa strada su due direttrici.
Esse erano la filosofia politica che, con Marx aveva richiesto la
liberazione effettiva ed immediata, cioè su questa terra senza
rimandarla al regno dei cieli, dal bisogno di quelle classi, il
proletariato, che tanto assomigliavano agli umili del Cristo e
l’altra grande indagine scientifica, il modernismo, che aveva
analizzato il Cristianesimo dal di dentro, almeno nei primi
tempi, e lo aveva trovato pieno di vecchie favole, anacronismi e
non senses tali da oscurare e spesso inficiare la chiara dottrina
del Cristo.
Insomma, in soli tre secoli, la Chiesa di Roma aveva perso la
centralità del pensiero dell’uomo e si era dovuta porre sulla
difensiva.
424
Dati questi presupposti era fatale che la religione, tutte le
religioni, ma, in modo particolare la religione cattolica, si
scontrassero con la scienza.
All’inizio, quando la Chiesa era ancora onnipotente, il cardinal
Bellarmino poteva permettersi di non guardare dentro il
cannocchiale di Galileo, perpetuando la tesi integralista del
califfo Omar il quale, nel settimo secolo, diede ordine di
bruciare la grande Biblioteca di Alessandria con la seguente
argomentazione: “Se quei libri contengono verità che sono già
nel Corano essi sono inutili, se sono contrari al Corano essi
debbono esser bruciati”.
Ma la scienza, in soli quattro secoli, è esplosa, inondando di se
ogni campo del pensiero umano tanto da far dire a Wittgenstein5
che ormai la scienza ha invaso tutto lo scibile umano lasciando
alla filosofia solo lo studio del linguaggio.
E’ stato calcolato che, nei tempi attuali, gli scienziati viventi
siano il 78% di tutti gli scienziati conosciuti e che, di essi l’80%
abbia meno di 35 anni, ma, cosa che suona sinistra per ogni
religione, nel 20076 l’Accademia delle scienze americana
annunciò che gli scienziati appartenenti a quell’accadem