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Purgatorio - Istituto Ven. A. Luzzago

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Purgatorio - Istituto Ven. A. Luzzago
Gli ultimi canti del
Purgatorio
Il paradiso terrestre e l’incontro con Beatrice
CANTO XXVII
• Il muro di fuoco
• L’arrivo al Paradiso terrestre
• Il saluto di Virgilio
La prova del fuoco
• Prima di accedere tornare al Paradiso terrestre, Dante deve
attraversare un muro di fuoco.
• Nel canto XXVI erano stati presentati i peccati di lussuria, posti –
secondo l’ordine dei vizi capitali seguiti nel Purgatorio – alla sommità
del monte.
• Dante, ai vv. 19-53 del canto XXVII esprime questa esperienza. Il fuoco
gli causa un’esperienza di intenso bruciore, anche se non riesce a
consumarlo. Non si tratta di fiamme ‘metaforiche’ ma intensamente
soprannaturali.
Fuoco ‘purificatore’
Canto, XXVII, 10-15:
Poscia "Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non siate sorde",
ci disse come noi li fummo presso;
per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,
qual è colui che ne la fossa è messo.
In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi.
Il nome di Beatrice
Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: "Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.
Pon giù omai, pon giù ogni temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!".
E io pur fermo e contra coscienza.
Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: "Or vedi, figlio:
tra Beatrice e te è questo muro".
«Li occhi suoi già veder parmi»
Sì com'fui dentro, in un bogliente vetro
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.
Lo dolce padre mio, per confortarmi,
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: "Li occhi suoi già veder parmi".
L’arrivo al Paradiso terrestre e l’ultimo
saluto di Virgilio
Canto XXVII, vv. 115-142
«Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de' mortali,
oggi porrà in pace le tue fami».
Virgilio inverso me queste cotali
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.
Tanto voler sopra voler mi venne
de l'esser sù, ch'ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.
Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
e disse: "Il temporal foco e l'etterno
veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
dov'io per me più oltre non discerno.
Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.
Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;
vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.
Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
Il tuo «arbitrio» è «sano»
«Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch'io te sovra te corono e mitrio»
Parafrasi di V. Sermonti:
«Non aspettarti più una mia parola umana o un mio cenno», conclude l’antico
poeta: «Libera, orientata, integra è la tua volontà, e colpa sarebbe non ubbidirle:
perciò ti proclamo signore assoluto di te»
CANTO XXX
• 24 vecchi marciano in fila per due, al centro una
biga trionfale, tirata da un grifone d’oro
• Beatrice incontra Dante e lo chiama per nome
• Discorso di Beatrice a Dante
W. Blake, Apparizione di
Beatrice
«Vensi de Libano, sponsa»
Richiami biblici e classici all’apparizione di Beatrice
Canto XXX, vv. 19-21
Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,
e fior gittando e di sopra e dintorno,
‘Manibus, oh, date lilia plenis!’.
«Donna m’apparve sotto verde manto»
Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno;
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e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fiata:
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così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
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sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
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«Conosco i segni de l’antica fiamma»
E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch’a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
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sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.
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Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di puerizia fosse,
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volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,
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per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma’.
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Richiami stilnovistici e classici
«vestita di color di fiamma viva»
Cfr. Vita nuova, cap. II: «Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto,
sanguigno [2], cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si
convenia».
«non era di stupor, tremando, affranto»
È il ‘tremore’ del poeta stilnovistico, cfr. Tanto gentil e tanto onesta pare, v. 3:
«ch’ogne lingua deven, tremando, muta»
«conosco i segni dell’antica fiamma»
Cfr. Virgilio, Eneide, IV, v. 23: «agnosco veteris vestigia flammae» (Didone)
L’ultimo pensiero a Virgilio
Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’mi;
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né quantunque perdeo l’antica matre,
valse a le guance nette di rugiada,
che, lagrimando, non tornasser atre.
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Il rimprovero di Beatrice
«Dante, perché Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non pianger ancora;
ché pianger ti conven per altra spada».
57
Dante! È la prima volta che, nella Divina Commedia, compare il nome
del protagonista del viaggio.
«Quasi ammiraglio che in poppa e in prora»
Beatrice appare severa come un «ammiraglio»:
Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l’incora;
in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si registra,
vidi la donna che pria m’appario
velata sotto l’angelica festa,
drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
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«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice»:
la vergogna e il pentimento di Dante
Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d’accedere al monte?
non sapei tu che qui è l’uom felice?».
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Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
tanta vergogna mi gravò la fronte.
78
«Immagini di ben seguendo false»
Alcun tempo il sostenni col mio volto:
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte vòlto.
123
Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.
126
Quando di carne a spirto era salita
e bellezza e virtù cresciuta m’era,
fu’ io a lui men cara e men gradita;
129
e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.
132
Il viaggio di Dante, strada per la salvezza
Né l’impetrare ispirazion mi valse,
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai; sì poco a lui ne calse!
135
Tanto giù cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.
138
Per questo visitai l’uscio d’i morti
e a colui che l’ha qua sù condotto,
li prieghi miei, piangendo, furon porti.
141
Alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Leté si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno scotto
di pentimento che lagrime spanda».
145
«Dante!»
V. Sermonti, Commento a Pg XXXIII
«Quante volte ci ha emozionato su per questa montagna il suono d’un
nome proprio!.... Sull’orlo del paradiso terrestre, Dante si dice e ridice
bambino: prima cercando la protezione d’un padre che non c’è più
(Virgilio), poi spaventato dai rigori materni di Beatrice. E Beatrice –
trafiggendogli il cuore e trafiggendo il libro che registrerà le sue parole
– lo interpella per nome. Quel nome, però, nella sua voce amara, non
suona come suonava sulla bocca dei genitori: ha il timbro del nome
proprio con cui lo convocherà Cristo giudice il giorno del Giudizio. È il
nome dell’ultimo appello.
Un estremo destino indivisibile
«Quanto più identico all’unica persona che ha avuto in sorte di essere;
quanto più scrupolosamente identificato; quanto più, proprio, Dante di
Alighiero di Bellincione (Firenze 1265 – Ravenna 1321)… tanto più il
poeta pellegrino è chiunque di noi – wicheverman precisa un dantista
americano -, marcato come chiunque di noi da un nome gratuito e
fatale, da due date estreme che non condivide con nessun altro, e da
un estremo destino indivisibile. Nostro fratello in solitudine».
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