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Un minatore ricorda - Comune di Roccastrada

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Un minatore ricorda - Comune di Roccastrada
Un minatore
ricorda
Florido Rosati
Un minatore
ricorda
11
Comune
di Roccastrada
>Biblioteca comunale
Antonio Gamberi
Quaderni della Biblioteca Comunale
“Antonio Gamberi” di Roccastrada - n. 15
© Comune di Roccastrada
Corso Roma, 8 - 58036 Roccastrada (GR)
tel. 0564 561242 - fax 0564 561205
[email protected]
www.comune.roccastrada.gr.it
Produzione: C&P Adver > Mario Papalini
Grafica: Rossella Cascelli
Disegno di copertina: Jacopo Ginanneschi
Stampa: Grafiche Vieri srl - Roccastrada
Maggio 2008
Via Roma, 14 - 58031 Arcidosso (GR)
Tel. e Fax 0564 967139
[email protected] www.cpadver.it
Biografia
Florido Rosati è nato a Montemassi (Roccastrada) il
26 ottobre 1919.
La sua mamma faceva la contadina in un poderetto
ed il padre integrava il lavoro nel podere con lavori
stagionali: bracciante d’estate, boscaiolo d’inverno.
La prima attività di Florido, ancora bambino, è stata
quindi inevitabilmente legata alla terra.
Nel 1936, a diciassette anni, fu assunto nella miniera di Ribolla di proprietà della Montecatini: dapprima addetto a lavori esterni e poi, nel ’37, all’interno dei pozzi.
Nel 1940 fu richiamato e prestò servizio in aviazione.
Nel dicembre dello stesso anno fu sbarcato a Tripoli, in
Africa Settentrionale, dove partecipò ad azioni di guerra: fu rimpatriato nel ’42 e prese parte ad azioni militari
sul territorio nazionale. Dopo l’8 settembre 1943 e il
conseguente sfascio dell’esercito italiano, Florido tornò
a Montemassi, ma con il formarsi della Repubblica di
Salò e con il susseguirsi dei bandi di arruolamento del
Generale Graziani, Florido, come altri giovani del paese
che non vollero aderire alla Repubblica fascista, andò
“alla macchia” e fece parte di un gruppo partigiano fino
al passaggio del fronte avvenuto nel giugno 1944.
Nel frattempo, il 10 aprile, si era sposato con Rita
Bondani e dal matrimonio nasceranno Vania nel ’46 e
Ivano nel ’48.
Dopo il passaggio del fronte, sempre nel 1944, Florido aveva ripreso il lavoro nella miniera di Ribolla.
Aveva allora dato inizio ad un’intensa attività politica
e sindacale, non solo per evitare che la miniera venisse
chiusa, ma anche per portare il lavoro nei pozzi a livelli
più accettabili di sicurezza. In questo stesso periodo i
minatori si erano alleati con i contadini della zona per
la conquista della terra: la lotta durissima contro la dirigenza della miniera – che trascurava i più elementari
criteri di sicurezza – si concluderà tragicamente con la
terribile esplosione di grisou del 4 maggio 1954 che affretterà la chiusura dei pozzi. La miniera chiuderà, infatti, nel 1959.
Florido Rosati lavorerà allora nella miniera Marchi di Ravi dal 1960 al ’63. Nel ’63, però, anche
questa miniera verrà chiusa e Florido troverà lavoro
come manovale edile alle dipendenze della Provincia
di Grosseto: lavorerà in questo settore fino al 1969.
Dal ’69 al 1978, età della pensione, ha svolto attività
di cantoniere provinciale.
Tutto il tempo libero che Florido è riuscito a strappare agli altri lavori, lo ha dedicato alla terra; prima in
un terreno in affitto e poi in un appezzamento di sua
proprietà.
Florido Rosati ha sempre vissuto e vive a Montemassi.
Indice
Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.
9
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.
13
Prefazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.
23
Un minatore ricorda
Sintesi di quasi un secolo di storia . . . . pag.
29
Documenti e racconti . . . . . . . . . . . . . . pag.
53
Linguaggio minerario . . . . . . . . . . . . . . pag. 103
Poesie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 113
Immagini della vita . . . . . . . . . . . . . . . pag. 193
7
Premessa
Premessa
S
e è sempre un piacere presentare un
nuovo volume della Biblioteca comunale di Roccastrada (il quindicesimo
in pochi anni), questa volta diventa un onore
in quanto l’autore del libro è Florido Rosati, il
testimone della storia del nostro territorio, “di
quasi un secolo di storia”, come scrive lui.
Sentire prima, leggere ora, i racconti di Florido su epoche apparentemente lontane, racconti sempre lucidi, precisi, arguti, è una lezione per tutti, da un uomo che ha combattuto
sempre per la libertà e per la giustizia.
Scrittore militante, come lo furono Pietro
Ravagli, Antonio Gamberi e Savino Bennardi,
a cui abbiamo dedicato alcune pubblicazioni
curate dalla nostra biblioteca, l’amico Florido
attraversa la storia del Novecento (dal fascismo, alla Resistenza, al lavoro in miniera, alla
Repubblica) narrando fatti e personaggi della
sua storia sempre in modo netto e dettagliato,
mai retorico, ma non distaccato, anzi riuscen11
Premessa
do a farci rivivere quegli ambienti e quei personaggi.
Ma Florido è anche un poeta e ha pubblicazioni alle spalle; la poesia gli dà modo di
analizzare il presente, scavare nelle ingiustizie
e nelle barbarie umane, ma anche esprimere le
sue emozioni di marito, babbo e nonno. Con
l’umanità che tutti gli riconoscono.
Grazie Florido.
Un ringraziamento anche a Mario Papalini
delle Edizioni Effigi, che da anni ci affianca nel
tentativo di fornire testimonianze documentali
della storia del nostro territorio, tra memorie e
fatti, tra racconti e saggi.
Il Sindaco
Leonardo Marras
12
Introduzione
Un minatore ricorda
14
Introduzione
Visetti freschi di gioventù imperlati di sudore1
a cura di Gabriella Pizzetti2
H
o conosciuto Florido3 nel 2005 a Ribolla, durante un lavoro sulla memoria4.
Ogni settimana è arrivato puntuale ai
nostri incontri, alla guida della sua auto.
Occhi scoiattolo portava nel circolo di studio,
rime, racconti, immagini, una volta è venuto con
tre giovani laureande, tra cui la nipote, interessate allo studio delle comunità minerarie.
La sua certezza di aver avuto una storia5 si
accostava alle altre voci, alla mia, e riusciva a
cogliere in qualche modo, nonostante alcune
frizioni, la proposta di un’ulteriore storia, dove
il passato diventava occasione per ritrovare un
linguaggio traversato dagli affetti.
Il gesto successivo di affidarmi le parole e
le passioni della sua vita, dopo questo rappor15
Introduzione
to umano vissuto, contiene l’immagine di una
speranza, di una comunicazione possibile.
Ed è bello il libro6 di Florido, pare scritto
a cavallo.
Con lui traversiamo cunicoli sudati, spazi
ampi, aurore, deserti lontani, grisou che brucia e mari. Sentiamo il respiro degli uomini e
delle idee.
Con fili di lana e di seta intreccia un arazzo
lungo quasi un secolo.
Vediamo campi lavorati e pascolati con il
bestiame, il taglio nei boschi, un’agricoltura
estensiva granellosa e foraggiera.
Uno ad uno compaiono i pozzi della miniera di Ribolla, pozzino Mucciarelli, pozzo Nuovo, pozzo quattro e quattro bis, pozzo Vittorio, pozzo Raffo, pozzo Camorra; le scenderie,
i vagoncini basculanti, i carichi di minerale, le
cernite.
Vediamo7, farsi il lavoro, le lotte, le perdite
infinite, la solidarietà umana, una notte d’amore sotto le stelle, nonostante tutto.
Il tempo necessario per fare le cose.
Prendono forma una casa, una baracca, un
edificio, il cinema teatro, cumuli di fiammelle,
l’acqua potabile sempre scarsa, donne che fanno il bucato nel torrente Raspollino inginocchiate sui sassi, le scelte degli uomini.
Il villaggio di Ribolla si trasforma cresce di
lunghe gallerie di depressioni, di cancellazioni.
Poi, si bagna di nuovi eventi per la ricerca
di molti8.
Sono tanti i minatori dai paesi delle colline
che arrivano a piedi alla miniera9.
16
Introduzione
La siepe a monte dava un bel segno di civiltà, tutta di rose di vario tipo e colore, tra
questa e le case dice Florido “tutti orticelli…
le famiglie avevano galline, conigli, maiale e
capretta… si arrangiavano per lo scarso stipendio del minatore”10.
Florido sa che molte cose di cui parla potrebbero essere raccontate da altri con specifiche
competenze linguistiche, storiche, tecniche.
Questo non lo frena e la sua scrittura lascia
trasparire la fiera consapevolezza di un’identità e un punto di vista, maturato in vari ambiti
collettivi, che ha tutta la dignità di essere raccontato.
Così ricrea gli eventi della sua vita, lascia
trasparire passioni e tutto intreccia con i grandi fatti: il fascismo, il lavoro nelle miniere e
nella terra, le guerre, la Resistenza, la nascita e
lo sviluppo della Repubblica.
Usa immagini parole rime e il Novecento
riprende vita, dal basso.
Dice “Una parte della selvaggina11 catturata la destinavamo12 ad una maestra che mi
insegnò a comporre le prime parole scritte…
si chiamava scuola serale e si teneva una o due
volte alla settimana”.
Si lascia catturare da improvvise intuizioni,
giovani affetti.
Come in un sogno non segue un percorso
lineare; traccia note inattese rapidi versi dai
tratti trasparenti che, seguendo una propria
immagine, lasciano uno spazio a noi lettori di
vivere ulteriori emozioni e di vedere relegato
in margine il dire retorico, in agguato sempre,
quando si parla del passato.
17
Introduzione
Forse perché le sue parole mantengono un
movimento, certi affetti13.
Di piedi che attraversano campi da arare,
di braccia che guidano buoi e carrelli di carbone.
Di occhi curiosi.
Di parole come “sovversivo” sentite e comprese dopo aver vissuto tutta una storia.
Di un’immagine di donna.
Del coraggio di dare il nome alle cose senza
annullare il sangue e la carne di cui sono fatte.
Di colazioni a cavallo tra mandrie brade,
sapori e profumi mai dimenticati contro la negazione del corpo voluta da sempre dagli “oppressori”.
Parole incendiate dal grisou14 che solo per
caso non lo ha travolto che continuano a cercare ogni sudore ogni sogno15 dei troppi morti
– annunciati – tutti insieme: come a dire “non
smetto di lottare… ancora… giustizia…”…
18
Introduzione
Note
È l’immagine di sé, di ragazzini e giovani donne che lavoravano alla miniera: “La sera – dice Florido – sporchi di polvere di
carbone quasi sempre ci davamo un bacetto e in quel momento le pulsazioni del cuore salivano alle stelle… e arrivederci al
giorno successivo…”
2
Gabriella Pizzetti, antropologa grossetana, attiva in I.Qu.O.Ri
(Istituto Qualità Orientamento Ricerca - [email protected] Grosseto) per la riqualificazione della memoria, banche dati,
fonti orali, comunicazione, ricerca sociale.
3
Florido Rosati nasce ad Arcidosso il 26 ottobre 1919, negli
anni Venti la famiglia si trasferisce nelle campagne di Montemassi, comune di Roccastrada.
4
I.Qu.O.Ri, di Sonia Gelso e Gabriella Pizzetti, ha realizzato
negli anni 2005-06, attraverso fondi europei, cinque circoli di
studio dal titolo Colline Metallifere. Storie di vita e di lavoro
nelle località Massa Marittima, Bagno di Gavorrano, Scarlino,
Ribolla, Roccatederighi. Nel lavoro sono stati coinvolti per oltre 130 ore cinquanta uomini e donne nati nel bacino minerario nei primi decenni del ’900. Scopo: far emergere, riattivare
studiare aprire al futuro la relazione uomo/miniera/territorio.
L’architettura progettuale ha ricevuto l’adesione del Parco
Tecnologico e Archeologico delle Colline Metallifere e dei Comuni di Gavorrano, Massa Marittima, Scarlino e Roccastrada.
Questo lavoro è in attesa di una definitiva approvazione.
5
L’elaborazione di questi contenuti deriva dall’applicazione
del metodo “memoria condivisa” messo a punto da iquori dal
2000 nei vari ambiti: formativo, di ricerca, organizzativo.
6
Sono già alcuni decenni che gli studiosi di scienze sociali in
ambito internazionale studiano le storie di vita dei ceti popolari e tradizionali: cfr Pietro Clemente: Fonti orali nella storia
degli studi demologici italiani. Appunti [1981, inedito in italiano;
edito in Messico: Las fuentes orales en la historia de los estudios
demologicos en Italia (trad. J. Gonzales), [Estudios sobre las culturas contemporaneas, III, 8-9, 1990];
Voci su banda magnetica: problemi dell’analisi e della conservazione dei documenti orali. Note italiane. In Gli archivi per
la storia contemporanea: organizzazione e fruizione. Atti del
Seminario di studi, Mondovì, 23-25 febbraio 1984. Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1986;
Per l’edizione critica di testi biografici orali. Appunti, Fonti orali. Studi e ricerche, IV, 1984;
L’oliva del tempo. Frammenti d’idee sulle fonti orali, sul passato
e sul ricordo nella ricerca storica e demologica, Thelema, III,
1986, n. 9, Autobiografia al magnetofono. Una introduzione, in
1
19
Introduzione
V. Di Piazza, D. Mugnaini, Io so’ nata a Santa Lucia, Castelfiorentino, Società storica valdelsana, 1988;
Ritorno dall’apocalisse (1994 - inedito);
Italia: la storia orale. Una panoramica sull’ultimo quarto di secolo, L’uomo, 1995, n. 2;
La postura del ricordante. Memorie, generazioni, storie della
vita e un antropologo che si racconta, L’ospite ingrato, Annuario
del Centro Studi Franco Fortini, II, 1999, Facendo didattica,
PrimaPersona. Percorsi autobiografici, I, 1998, n. 1; Gli antropologi e i racconti della vita, Pedagogika, III, 1999, n. 11.
7
Il lavoro evoca tra tanti José Saramago, Le piccole memorie,
Einaudi, Torino, 2007.
“Non esiste più la casa in cui sono nato… è scomparsa in un
cumulo di ruderi… questa perdita, però, ormai ha cessato di
causarmi sofferenza perché, con il potere ricostruttivo della
memoria, posso alzarne in qualsiasi istante le pareti bianche,
posso piantare l’ulivo che faceva ombra all’entrata…”.
8
In occasione del cinquantesimo anniversario della strage di
Ribolla è stata realizzata una vasta operazione socio-architettonica-culturale. Eventi, studi, pubbblicazioni, mostre, opere
architettoniche hanno onorato i minatori e proposto un’ipotesi di sviluppo identitario e socio-ambientale del territorio.
9
Cfr G. Pizzetti, Espressioni laiche del ’900. Storie di vita intorno al bacino minerario di Ribolla, in Ribolla Una miniera,
una comunità nel XX secolo. La storia e la tragedia, Edizioni
Polistampa, Firenze 2005. “… mi hanno detto della cordialità umana… di quando i minatori tornando ai loro paesi a
piedi dalla miniera giocavano alla morra e cantavano canzoni
d’amore…”, p. 276.
10
L’occhio e la storia. Grosseto e la Maremma tra ’800 e ’900
nelle fotografie degli Archivi Alinari”, a cura di Leonardo
Rombai, Danilo Barsanti, Alinari, Firenze, 1986.
11
Vasta sui temi di cultura agro-pastorale la bibliografia di opere curate dall’Archivio delle Tradizioni Popolari di Grosseto,
Sezione Maremma. Chi scrive fa parte del comitato scientifico,
presso la Biblioteca Chelliana di Grosseto.
12
Di interesse l’alterna ricorrenza nell’uso della prima persona plurale e della prima persona singolare. Il destino
dell’individuo era fortemente legato al gruppo sociale di
appartenenza che riproponeva spesso medesime sorti.
13
L’orizzonte scientifico nel quale muovo le mie competenze
antropologiche è legato alla teoria della nascita di Massimo Fagioli, Istinto di morte e conoscenza, Nuove Edizioni Romane,
Roma 1972, 2007 (12 edizione); nel lavoro trentennale propone “la ricerca e lo studio sui rapporti interumani che devono
realizzare l’identità di ciascuno”, M. Fagioli, Das Unbewusste,
20
Introduzione
L’inconoscibile, Lezioni 2003, Nuove Edizioni Romane, Roma
2007. Questa ricerca a cui partecipo, da oltre venti anni viene sviluppata originalmente a Grosseto, in ambito collettivo a
Grosseto da Claudio Badii.
14
Il 4 maggio 1954 sono morti 43 minatori.
15
Nella presentazione al bel libro di Laura Maggi, Come una
preda braccata, ExCogita, Milano, 2004, Claudio Badii, inserendolo nella vasta architettura degli eventi dice, a proposito
dell’enorme enorme cubo nero realizzato in una piazza di Ribolla per raccontare la forma di una certa storia, che “l’esagerato manufatto di luce nera si pone quale superfluo della
verità come giustizia… come l’ultimo minatore che ritorna e
racconta perché non è riuscito a morire mai… e dice che il
tempo è un volume dove la terza dimensione è l’affetto per
cui nello stesso modo si può parlare del presente e del passato…”
Florido parla dei suoi compagni con affetto giovane, li sentiamo accanto… fratelli visetti freschi di gioventù imperlati di
sudore…
21
Prefazione
24
Prefazione
C
ercherò di raccontare a memoria la storia
di un villaggio che non c’era, Ribolla, sopra e sotto terra. Sarò avaro di date e di
cifre poiché la memoria non è un archivio, né
potrò parlare del carattere tecnico della miniera perché non accessibile per chi non fu addetto ai lavori. Ad esempio: quadro, quadretto,
rinterso, gorgia, cappuccia, lungherina, gamba, marciavanti, infilatura, butta, sono tutte
assi di sostegno delle gallerie. Pozzo, pozzino,
fornello, rimonta, scenderia, crociera sono
passaggi, gallerie.
Anzitutto chiedo scusa a chi leggerà i miei
scritti se la forma non sarà scorrevole, se lo
scritto non sarà ben composto, ortografia e
grammatica comprese. Se alcune lacune troverà nel mio comporre. Sappia chi legge che io
non ho mai seduto sui banchi di una scuola.
Comunque ho provato a scrivere nell’intento
di lasciare ai posteri un ricordo a memoria di
25
Prefazione
quello che furono i trascorsi di guerra combattuta in Italia e fuori e di lavoro in miniera delle
generazioni che in quell’epoca ci trovammo a
vivere, combattere e lavorare. Ho pensato che
questo mio raccontare voglia essere la storia di
milioni di giovani, di uomini che hanno combattuto una guerra dagli innumerevoli crimini.
Il resto lo raccontino gli storici se ne avranno
voglia. L’opportunità non gli manca.
Il lavoro in miniera, altra cosa orribile per
la qualità del lavoro per la mancanza di sicurezza. Un ricordo per tutti la strage del grisou
a Ribolla; in un solo colpo 43 morti. 4 maggio
1954, e il massacro delle morti bianche continua.
Questi sono i due argomenti che cercherò
di affrontare in versi e in corsivo. Giuro che
non è per me facile affrontare cose così enormi sopportate e subite da uomini semplici e
onesti lavoratori con il coinvolgimento e lo
stravolgimento di fatti di carattere sociale e
politico. Io ci ho provato. Tu lettore aiutami
a comprendere e far comprendere il nostro
triste passato. Io posso ancora dirti per la mia
dura esperienza di vita, di lavoro in miniera,
di guerra in Libia ed Egitto e in Italia per la
libertà dagli oppressori:
La guerra è l’ultima pazzia
la miniera l’ultimo pane
Arcidosso, Settembre 2007
Florido Rosati
26
Un minatore ricorda.
Sintesi di quasi un secolo
di storia
Sintesi di quasi un secolo di storia
Ribolla località
Ribolla miniera
N
egli anni Venti, mio babbo si trasferì da
Arcidosso a Montemassi a fare il contadino.
I campi da noi lavorati e pascolati con il bestiame si estendevano fino quasi Ribolla e cioè
qualche centinaio di metri dalla scenderia di
San Feriolo vecchio, alla cava. Dove era stato
estratto carbone a cielo aperto, sorsero i pozzi
quattro e quattro bis, più a sud pozzino Mucciarelli, pozzo Nuovo, pozzo n. 6 sulla strada
Montemassi-Ribolla, la scenderia Patate, nella
zona dove ora ci sono le scuole, la scenderia
Toga, collegata con il pozzo Costantino, in
quella triangolazione fu costruito il pozzo Littorio n. 7. Sempre a sud il pozzo Raffo n. 8, più
tardi Camorra n. 9 e infine il più moderno pozzo n. 10 che estrasse produzione per gli ultimi
quattro-cinque anni.
31
Sintesi di quasi un secolo di storia
Lungo la strada che dall’attuale consorzio
agrario scende ai Laschi c’erano la scenderia
Ribolla e il pozzo Ribolla, collegati tra loro più
giù con il pozzo Cortese, ancora a sud il pozzo
n. 2 è stato quello che ha estratto più carbone
nel tempo.
Ai Laschi il pozzo n. 3 servì più di tutto da
ariaggio. Verso Casetta Papi altri pozzi non di
grande valore.
La località si estendeva lungo la strada che
da Montemassi va verso Gavorrano, la strada
per Giuncarico non c’era ancora.
La strada di collegamento per la miniera era
quella che dall’attuale consorzio agrario va ai
Laschi, lungo la quale c’erano le officine, i magazzini, i depositi di legname, ecc.
Lungo quelle straducole scorrevano ferrovie a scartamento ridotto dove transitavano le
casse (vagoncini basculanti) che trasportavano
il carbone dai pozzi e scenderie di estrazione
fino alla cernita, che era collegata con il pozzo
n. 2, tant’è che il carbone andava direttamente
dai basculatori ai vogli della cernita (basculatori: specie di cerchi che facevano rotare i vagoni
di carbone svuotandoli), quelli che andavano e
venivano direttamente dal sottosuolo.
Per trainare le casse verso i pozzi e scenderie vuote, c’erano muli e cavalli. In giù piene
correvano da sole con sopra un ragazzo che
azionava i freni per fermarle o per regolare la
velocità dove la discesa fosse troppa.
Nello spazio che intercorreva da un pozzo
all’altro c’erano enormi cumuli di materiale di
scarto delle escavazioni, varie qualità di materiale secondo gli strati scavati. Nei pressi della
cernita cumuli sempre più enormi che altrove.
Era quella bagaglia lo scarto della pulitura del
32
Sintesi di quasi un secolo di storia
carbone. In inverno, con il periodo delle piogge, questo materiale si surriscaldava e per autocombustione incendiava. Si vedevano un po’
dovunque fiammelle e pennacchi di fumo acre
(direi pestilenziale), che a seconda dei venti
infestava luoghi di lavoro e abitazioni. Tutti i
cumuli erano in fiammelle perpetue.
Le strade più o meno campestri che collegavano i pozzi tra loro erano giornalmente
percorse da carri trainati da buoi che portavano dai boschi tronchi e puntelli per i depositi della miniera; a sua volta il legname veniva
distribuito ai pozzi da barrocci trasportati da
muli e cavalli operanti per la stessa società, le
strade in estate erano coperte di polvere e terra
macinata, provocata dal transito di carri e barrocci. Per il solito passaggio in inverno le strade erano rese quasi intransitabili per il fango.
Tutti gli operai, anche quelli che scendevano dai paesi vicini, viaggiavano a piedi, i più
fortunati a groppa d’asino. Rare le biciclette.
Le case di Ribolla erano poche e rare, i
plessi più notevoli, le centurie, le camerate, le
cucine, il reparto distanti tra loro e costruiti
durante la guerra del 1915-18, le case nuove, e
poi baracche (o quasi) sparse qua e là dove la
gente si arrangiava ad abitare.
Quando scendevamo a Ribolla da Montemassi, c’erano lungo la strada le case nuove e
poi le altre casupole fino al primo fossetto, la
siepe a monte dava un bel segno di civiltà, tutta di rose di vario tipo e colore. Tra la siepe e le
case tutti orticelli, le famiglie avevano galline,
conigli, maiale, capretta, si arrangiavano per lo
scarso stipendio del minatore, ed erano quasi
tutte numerose.
A sinistra della strada, sul terrapieno, scor33
Sintesi di quasi un secolo di storia
reva la ferrovia a scartamento ridotto di cui
prima parlavo. Da lì in giù le scenderie Patate,
Toga e il pozzo n. 6 con i loro scarichi di escavazione e le stesse fiammelle e fumi.
Più avanti, dove ora c’è una banca, prospiciente alla farmacia, c’era un podere con tanti armenti di varie razze, la tipica agricoltura
estensiva, granellosa e foraggiera. Così sul bivio per Giuncarico, altro contadino stesso tipo
di agricoltura, altro podere il Costantino, dove
ora ci sono case e campi sportivi, prima erano tutti campi seminati o pascolati da bestie,
il terreno libero da pozzi, strade o cumuli di
risulta, era agricolo e coltivato.
A riprova di quanto fosse importante questo bacino minerario c’è ancora una baracca
avvolta tra le nuove costruzioni, la strada per
Giuncarico era quella, la rimessa delle grosse
locomotive che trainavano i vagoni di carbone
alla stazione di Giuncarico. Giù per la strada
che va ai Laschi scorreva la ferrovia o diversi binari poiché il carbone veniva caricato alla
cernita sotto le stesse botole collegata con il
pozzo n. 2.
Chi come me conobbe all’epoca la pianura
di Ribolla si accorgerebbe ora che si è notevolmente abbassata per lo scarbonamento e
per le decine e decine di chilometri di gallerie:
una città sotterranea. Laggiù sottoterra, alla
sua chiusura abbiamo lasciato milioni di metri
cubi di carbone già tracciato, tanto, tanto materiale per il funzionamento della miniera, ma
anche molto, troppo sangue umano di operai
resi invalidi, mutilati, e tanti morti che tutt’oggi chiedono giustizia a chi da quel lavoro disastroso ne trasse enorme ricchezza. A costoro
è rimasto, in ricordo, ricchezza e oro. A noi,
34
Sintesi di quasi un secolo di storia
sassi e polvere conficcati nei polmoni. La silicosi a molti di noi ha tolto la vita in maniera
prematura.
La vita civile e sociale
intorno alla miniera
Scarsissima era l’acqua potabile in questa
zona, le donne per lavare il bucato in estate si
recavano ai torrenti Raspollino e Follonica, si
inginocchiavano nell’acqua o sui sassi e lavavano. Poi con i panni sulla testa o su carriole
tornavano a casa percorrendo anche più di un
chilometro; in inverno raccoglievano l’acqua
piovana. C’era una fontanella nei dintorni del
monumento ai minatori e l’acqua da bere veniva dall’acquedotto di Montemassi, era un pisciolo nel migliore dei casi, come una sigaretta,
altri che potevano camminare la prendevano
alla fonte al ginepro vicino Camorra.
Quando la popolazione operaia assunse
proporzioni abbastanza grandi, la società, due
volte alla settimana, faceva arrivare un carro
botte delle ferrovie, allora con recipienti e
mezzi di ogni tipo: a rifornirsi di acqua alla stazione di Ribolla, venivano dalla Collacchia e
da Casteani, l’altra miniera sempre della Montecatini.
Penso che sia utile sapere che nei primi anni
del 1930 molti di noi erano analfabeti. Parlerò
di me, per dire che anche altri ragazzi all’epoca
fecero il mio stesso percorso.
In inverno tendevamo trappole e tagliole di
ogni tipo, una parte della selvaggina catturata
la destinavamo ad una maestra in pensione, la
quale m’insegnò a comporre le prime parole
35
Sintesi di quasi un secolo di storia
scritte: si chiamava “Scuola serale” e si teneva
una, due volte alla settimana.
Raggiunti i 14-15 anni, il padrone del podere
e il mio babbo mi consegnarono un carro e un
paio di buoi e giù a Ribolla a trasportare materiale per il reparto sondaggi che faceva ricerche
in zona, la cava era campo Sbroccano, Camorra, dove è nato il pozzo che creò terrore e morte, sempre più vicino all’ambiente miniera.
Intanto la miniera aumentava il ritmo di
lavoro, gli stock di carbone erano sempre più
grossi lungo la ferrovia, nuovi operai assunti
ogni giorno.
Appena superati i sedici anni anche io fui
assunto per i lavori, frenatore alle trenate di
casse per il trasporto di carbone all’esterno,
facchinaggio ai magazzini. Intanto anche il
legname arrivava su rotaie, quindi scaricare
vagoni e stivare legname pronto per essere avviato in miniera.
Si incominciò a parlare della guerra in Africa Orientale, Eritrea, Etiopia. Nei piazzali i
grandi stock incominciarono ad essere caricati
sui vagoni ferroviari. Allora alla cernita e sui
grandi piazzali apparvero nuove assunzioni di
donne. Per caricare un carro di circa duecento
quintali, ci volevano due donne e un ragazzo,
le donne ai badili e il ragazzo alle carriole, per
pienare un carro erano considerate otto ore, se
finivamo prima andavamo a casa, quindi lavoro a termine (a cottimo).
Poiché all’epoca la maggiore età si raggiungeva a ventuno anni, quasi tutti in quei lavori
eravamo minorenni. A fine turno, o fine cottimo, ci salutavamo per andare a casa, guardavamo quei visetti freschi di gioventù imperlati di sudore, sporchi di polvere di carbone
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Sintesi di quasi un secolo di storia
quasi sempre ci davamo un bacetto e in quel
momento le pulsazioni del cuore salivano alle
stelle, e arrivederci al giorno successivo.
Da quei lavori, da quei saluti nacquero storie amorose, alcune a volte si concretizzarono
con matrimoni, famiglia e figli.
Arrivavano operai dalle Marche, dalla Sicilia e un po’ da ogni parte d’Italia. Aumentarono i servizi di sorveglianza, guardie giurate,
sorveglianti (caporali) e la milizia fascista.
Ho visto diverse volte all’uscita dai pozzi
le guardie giurate o i carabinieri perquisire gli
operai in uscita (e questo era normale routine), a questo punto la milizia fascista prendeva
qualche disgraziato e lo pestava a sangue.
Dicevano di essere sovversivi, io non sapevo che cosa volesse dire, lo seppi molto dopo.
Durante queste guerre, guerre combattute
e guerre in preparazione (vedi la Spagna), i comunicati radio, i giornali dell’epoca incitavano
all’odio, alla rissa dovunque al sangue. Tant’è
che non c’era giorno che negli agglomerati urbani gli uomini non facessero a pugni fra di
loro, non si sentisse parlare di morte e di pestaggi.
Nelle sale cinematografiche gli slogan a firma Mussolini inneggiavano all’odio tra i popoli, alla guerra. Sulle facciate delle case le
scritte (“vincere e vinceremo”) erano più delle
facciate stesse e ancora, Mussolini ha sempre
ragione. Come finì lo vedremo dopo.
Intanto il numero degli operai aumentava
in maniera vertiginosa, così gli impiegati amministrativi e tecnici.
Fu costruito un primo lotto di dormitori per
operai scapoli, quindi cucine, case per impiegati e mensa, e ancora lo spaccio aziendale per
37
Sintesi di quasi un secolo di storia
tutte le maestranze. Questo spaccio era fornitissimo, dalle scarpe alle stoffe, dal pane al
vino, dalla pasta alla carne, dalla frutta ai dolci.
Le famiglie si fornivano là di tutto punto.
Ma strana cosa. Un operaio che lavorava da
solo per 28-29 giornate al mese (così era), lo
si forniva di tutto, pagato l’affitto di casa e la
spesa allo spaccio, veniva levato a debito un
mese dopo l’altro. Tutto quello che la società dava all’operaio per l’opera prestata in miniera, lo rimangiava prestando servizi, quindi
era un circolo chiuso. La società guadagnava
due volte, l’operaio stanco e bastonato. Non si
poteva reclamare perché la milizia del regime,
onnipresente, poteva pestare, poteva esserci la
revoca del posto di lavoro, se giovane inviato a
qualche fronte di guerra.
Sempre all’epoca fu costruito il cinema-teatro e la chiesa. Anche in queste costruzioni la
società si distinse per il suo bel fare. All’uscita
o all’entrata ai posti di lavoro elementi della società e la milizia chiedevano una firma per offrire una giornata di lavoro per queste costruzioni.
Non era facile dire no. Quegli energumeni che
vendevano il manganello per una cena o per un
fiasco di vino menavano da matti.
Così la Montecatini quelle costruzioni le
fabbricò con l’apporto di tutte le maestranze.
Il teatro rimase suo ed anche la chiesa.
Quando i minatori e le loro famiglie la sera
andavano al cinema, la sala si riempiva, restavano
vuoti alcuni posti riservati, l’operatore cominciava a girare i film Luce propaganda di regime e di
guerra anche per qualche ora, fino a quando non
arrivava il direttore e signora, il segretario del fascio e signora, il prete e altre presunte personalità
e solo allora iniziava lo spettacolo.
38
Sintesi di quasi un secolo di storia
Anche intorno alle case degli impiegati c’era
una specie di cortina, i loro figli non dovevano
giocare con quelli degli operai, come se gli uni
fossero seta e gli altri lana.
Torniamo ai lavori, alla disposizione del
personale. Le donne, quelle più carine, più
spigliate e più preparate a quella tipologia di
lavori furono mandate alle cucine, alla mensa,
allo spaccio.
Anche io mi approssimavo ai diciotto anni
e venni allora inviato in miniera al carreggio,
a spingere i vagoncini carichi di carbone dalle
compagnie in produzione al pozzo di estrazione (il 2), dopo poco fui fatto boccaiolo
(addetto agli ascensori). Con il tempo che
passava avemmo notizie che alcune di quelle ragazze vendevano il proprio corpo per un
vestito o per un paio di scarpe. Più grave e
più dolorose che alcune furono violentate e
stuprate (complici i militi) proprio da quegli
impiegati ai quali prestavano servizio. A riprova, in quel tempo nacquero bambini figli
di madri nubili.
Quando una donna era incinta veniva licenziata perché non più idonea ai lavori richiesti
dai padroni. Anche la Chiesa condannava quelle ragazze, che pur colpite, erano immorali.
Quella stessa Chiesa che ospitava e benediva i gagliardetti fascisti.
Anche io tra lo scorrere del tempo raggiunsi i venti anni. Fui chiamato alla Regia Aeronautica Militare, in breve inviato in Africa
Settentrionale a fare la guerra, tre avanzate, tre
ritirate, così per due anni Libia, Egitto. Volle
la sorte che non fui prigioniero perché all’ultimo momento una squadriglia di apparecchi da
carico Savoia Marchetti 82 ci portò a Gerbini,
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Sintesi di quasi un secolo di storia
aeroporto di Catania e a tappe raggiunsi poi
Montemassi, mio paese d’origine.
Mi interessai subito del mio posto di lavoro,
mi fu risposto che lo stabilimento ausiliare era
militarizzato.
“Non c’è più posto per quelli che ancora
devono fare la guerra come Truppe speciali
operanti oltre mare”. Così mi rispose un certo
“Lancina” addetto agli esoneri.
Domandai del lavoro, di quelle ragazze.
Seppi che la produzione era esplosa, necessitava mano d’opera, le donne tutte riassunte.
Io, stellette al collo, fui all’idroscalo di Orbetello, all’aeroporto di Arezzo, poi a Caserta
– i bombardamenti e la fame erano all’ordine
del giorno – infine valle di Maddaloni quando
si sciolsero le forze armate. Con mille peripezie
di nuovo raggiunsi Montemassi. Trovai gran
parte dei miei compagni d’armi, come me tutti
sbandati. Parlai con loro del lavoro a Ribolla,
le violenze che avevano colpito prima le donne
e poi anche gli uomini, la fame, il disagio fisico
e quelli dai diciotto ai quarant’anni al minimo
sgarro, ritardo al lavoro, assenza ingiustificata, risposte ai dirigenti, scattava la revoca del
posto di lavoro, esonerati e inviati al fronte in
Africa, Balcani, Russia, e così via; allora capii
la parola “sovversivo”, quei pestaggi che avevo
visto allora da giovinetto. Mi ribellai per quello stato di cose, fui dichiarato perseguitato politico. Alla fine del 1943-44 Ribolla fu bombardata e mitragliata, le strade infestate dai militi
dell’Ordine Pubblico, dai militari tedeschi, era
praticamente impossibile transitare per le strade, i giovani che non si presentavano al lavoro venivano dichiarati disertori, renitenti alla
leva, ribelli. Alcuni furono presi e associati al
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Sintesi di quasi un secolo di storia
carcere delle Murate a Firenze, altri presi dalla
milizia a cui toccò la risiera di S. Saba (unico
campo di sterminio in Italia, altri deportati in
Germania). Alcuni non fecero mai ritorno, la
parte più notevole andò nei boschi e formò la
formazione partigiana.
Alla fine del mese di Giugno del 1944 passò
il fronte, noi sopravvissuti ci trovò ancora in
armi, ma con quelli che vollero ed ottennero la
libertà e l’inizio della pace.
Mentre la guerra infiammava la Linea Gotica, Emilia Romagna, alta Toscana, Liguria e
le altre regioni del nord, il popolo in armi difese il diritto alla libertà. Nelle zone liberate il
popolo riprendeva la ricostruzione su tutta la
linea per uno stato libero e civile.
I fascisti facinorosi, i manganellatori, le spie
fasciste avevano seguito la repubblica di Salò,
ed ora al nord compivano ancora misfatti, ma
subivano l’ondata popolare che culminò con il
25 Aprile 1945 con la resa incondizionata dei
fascisti e dei nazisti.
Ribolla riprese a lavorare, incominciammo
a tornare laggiù nella miniera, non c’erano più
le facce arroganti imposte dai fascisti, non avevano competenza di lavoro. Il primo giorno
che riscendemmo in miniera al pozzo numero 2, c’erano due sorveglianti: uno era Ottimo
Regoli, minatore che si distingueva per il suo
orologio da tasca grosso quanto una sveglia
da comò, quando passava vicino sentivamo
il suo tic tac. L’altro era Pietro Parrini, anche
lui anziano all’epoca, che aveva una capacità
tecnica e morale incredibile. Legammo subito un rapporto di amicizia, loro aiutavano me
nell’apprendimento di quel lavoro, io aiutavo
loro nell’espletamento delle scartoffie.
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Sintesi di quasi un secolo di storia
Il 25 aprile 1945 ci trovò in miniera alla ripresa del lavoro materiale, nei paesi e borgate
alla luce del sole impegnati nella ripresa civile,
politica e morale di un paese ridotto a brandelli dalla dittatura fascista, dalla guerra.
Nel tempo libero dal lavoro ci trovavamo
nelle sedi dei partiti tutti in aggregazione nel
comune interesse di ricostruire qualcosa.
Alla fine del 1945-46 incominciò il rientro
di quelli che furono i rottami del fascismo (i
leoni di Mussolini): ridotti meno che pecore
camminavamo strisciando come cani rognosi.
Alcuni furono riassunti, ma come manovali.
Nell’agosto 1945 (se non erro) una fiammata di grisou uccise otto minatori, due rimasero
menomati dalle ustioni che gli caddero e restarono senza i padiglioni delle orecchie, erano due nuovi sorveglianti, Coppi di Ribolla e
Tortoli di Sassofortino. Era questo l’ennesimo
olocausto di sangue che l’esercito del lavoro
dava a questa società ingiusta e corrotta.
Intanto alla guida dei minatori arriva la
CGIL, unico sindacato per le miniere. Iniziano le trattative per il salario, sicurezza sul lavoro. Qui si hanno le prime affermazioni dopo la
caduta del fascismo.
Intanto il tempo corre, è stata eletta l’assemblea costituente, scritta la carta costituzionale
italiana, la quale sancisce diritti mai conosciuti
dal popolo italiano.
Un posto di enorme civiltà spetta alle donne. Diritto al voto, al lavoro, riposo per gravidanza, riposo per allevare i bambini con la
conservazione del posto di lavoro.
Siamo dovuti arrivare agli anni 2000, un
presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio
Berlusconi e il suo governo per mettere le
42
Sintesi di quasi un secolo di storia
mani nel mercato del lavoro perché tutte le
conquiste fossero vanificate, distrutti i diritti
e i contenuti.
Lavoro a termine, lavoro part-time, lavoro
precario, co.co.co., ha finto di dare 1000 euro
alle donne che partoriscono. Ma di fatto se una
donna resta incinta, il padrone ha diritto di licenziarla. Per quando ha allevato il bambino
nessuna conservazione del posto di lavoro.
A farci caso, se una donna era impiegata
in qualsiasi ufficio, dovrà cercarsene un altro,
potrà anche essere addetta alle pulizie. Ecco
una legge d’infausta memoria mussoliniana.
La legge sul mercato del lavoro ha riportato
i prestatori d’opera indietro di sessant’anni.
Grazie Silvio.
Torniamo a Ribolla, la nostra terra, la nostra
miniera (dico nostra perché è nostro il sangue
versato per costruirla, per renderla produttiva,
per produrre ricchezza), le ricchezze poi sono
di altri.
La produzione è richiesta, carri ferroviari, autotreni viaggiano giorno e notte per la
richiesta di carbone che è enorme, gli operai
assunti giorno per giorno da tutta l’Italia.
Le altre miniere sono ferme. Così da Gavorrano, le Capanne, Niccioleta, Boccheggiano, i minatori di tutto il gruppo Montecatini
sono concentrati su Ribolla. Decine di camion
da carico con sopra panche di legno trasportano centinaia di operai giorno e notte. A poco
a poco, vengono recuperati pullman avanzati
alla guerra e ditte di privati viaggiano per la
Montecatini, trasporto operai. Tra quelli più
esperti centinaia vengono elevati a sorveglianti
(caporali): il lavoro è vertiginoso.
Verso la fine del 1946 ripartono le minie43
Sintesi di quasi un secolo di storia
re di pirite delle colline metallifere, i minatori
delle altre miniere ritornano ad occupare i loro
posti. Inizia così l’alleggerimento del grande
complesso di Ribolla. La produzione comunque è sempre alta. La società incomincia a parlare di miniera non produttiva.
Infatti (se non vado errato), durante il 194748 la direzione pose un premio consensuale di
60mila lire a chi lasciava volontariamente il
posto di lavoro. Erano evidenti i segni della
società per ridurre il personale. Iniziò così con
la guida dei sindacati una serie di iniziative per
il rispetto del posto di lavoro.
Nel 1951 facemmo una lotta per il cottimo
collettivo (la cosiddetta lotta dei cinque mesi).
Cinque mesi di sciopero bianco, la produzione
al minimo, senza cottimo le paghe decurtate.
Si concluse con un nulla di fatto. Vi fu di positivo l’aspetto sociale, la solidarietà di tutte le
categorie, dai contadini avemmo sostegno in
compenso alla solidarietà data a loro per la lotta alla conquista delle terre. I commercianti,
gli artigiani, le cooperative, aprirono tutti il
credito per i minatori in lotta. Le donne fecero
la loro parte, solidali con noi anche con assemblee e marce ai pozzi.
Quindi da un lato sociale un aspetto molto positivo. Per tutta risposta dalla direzione
generale della società inviò a dirigere la miniera fu chiamato un ingegnere, certo Leonello
Padroni. Non smentì il suo nome. Come primo atto, licenziò tutti gli invalidi di lavoro, di
guerra e civili, ne venne fuori una lotta aspra,
a volte cruenta, scioperi e altre iniziative c’erano ogni giorno, e furono scontri fisici con la
polizia posta a difesa del padrone. Nell’intento di rompere la solidarietà tra i minatori del
44
Sintesi di quasi un secolo di storia
paese, un altro attacco dirompente, arrogante,
fece una riunione di tutto il personale di sorveglianza e vigilanza. Guardie, periti, caporali ed
altri. Pose loro una sola alternativa, compilare
ogni giorno a turno uno o più biglietti di punizione agli operai o lasciare quel posto. Molti
furono i caporali che accettarono la seconda
ipotesi e tornarono a fare i minatori. Chi accettò si adeguò all’ordine imposto. Padroni colse
l’occasione anche di riclassificare qualche ex
caporale allontanato nel 1945 perché fascista,
diede così l’idea di chi effettivamente fosse.
A questo punto un gruppo di minatori,
come tutti esasperati da questo comportamento, occupò la miniera. Gli altri all’esterno, ci
scontrammo più volte con la polizia che sempre era a difesa dei padroni. Così ci picchiammo più volte tra poveri perché loro difendevano i diritti di chi aveva già troppo.
La direzione della miniera e le forze di polizia, con l’assenso del distretto minerario violarono la legge delle miniere dove è detto che
nessuno può scendere nel sottosuolo se non
addetto ai lavori. Fecero scendere la polizia
nel pozzo Raffo e portarono fuori gli operai
ammanettati come delinquenti comuni, che
furono associati al carcere di Via Saffi in Grosseto. Reato avere chiesto sicurezza sul lavoro
e diritto alla vita. Furono tutti licenziati compreso il segretario della commissione interna,
carica istituzionale elettiva. Questi era Otello
Tacconi, dirigente esemplare.
Troppe sarebbero le cose da dire, ma limitiamoci alle più eclatanti. Riprendiamo il lavoro, il
sistema è sempre più a rischio, scarsa areazione,
sistema a franamento, scarbonamento a rapino,
evase molte norme di sicurezza e di controllo,
45
Sintesi di quasi un secolo di storia
vedi il maialino d’india. Molte volte raccontato
e denunciato nei giornali dell’epoca.
Andiamo avanti, la direzione Padroni nella
ricorrenza del 1° maggio 1954, violò ancora la
legge sulle miniere. Fece scendere in miniera
un gruppo di minatori in pensione per raccogliere le loro testimonianze da un giornalista
del giornale “Il mattino”. Il giorno 2 maggio al
rientro al lavoro alla lampisteria con la lampada ci fu consegnata una copia di quel giornale
nel quale era scritto: “Nella miniera di Ribolla
manca solo la televisione”.
La mattina del 4 maggio 1954, due giorni dopo, alle ore 7.40 uno scoppio di grisou,
43 minatori muoiono bruciati vivi: questa fu
la conclusione di un direttore arrogante e fascista. Per il resto conosciamo la storia. Dopo
39 giorni recupereranno i resti degli ultimi 2
morti.
Ora iniziamo il ripristino della miniera,
lavoriamo per mettere a punto il nuovissimo
pozzo n° 10.
Uno dei primi giorni del mese di agosto
1954, c’è un fuoco in una galleria che collega
Camorra con il Raffo, una squadra di operai è
intenta a chiudere la galleria dalla parte Raffo,
sono 3, l’altra squadra è della Camorra, sono 5.
È ancora lui, il grisou, il colpo non è forte, comunque è tragedia dalla parte Raffo, uno dei
minatori muore, due sono feriti gravemente,
dalla parte Camorra tutti più o meno intossicati compreso lo scrivente che per il danno riportato trascorrerà 30 giorni all’ospedale Santa Maria Nuova a Firenze.
Superato anche questo scossone torniamo
in miniera, riprendono i lavori. Il pozzo n° 10 è
in piena attività, gran parte del personale scen46
Sintesi di quasi un secolo di storia
de e sale da lì anche se tutti i pozzi sono più o
meno attivi. Cambiato Padroni alla direzione
della miniera, l’idrofobia si è abbassata, il rapporto dirigenti-operai è migliore, il direttore,
una vecchia conoscenza, è l’ingegnere Madotto, al suo fianco uno più giovane, l’ingegnere
Bonetto. Il sistema di coltivazione non cambia,
tutto sembra essere migliorato. Però è in atto
la politica del carciofo, una foglia alla volta per
poi in un solo boccone smaltire il torso. Infatti
quasi giornalmente operai da Ribolla vengono
trasferiti a Niccioleta e Boccheggiano. Alcuni
impressionati dai tragici fatti si licenziano, la
resa dei tagli di scarbonamento è alta, secondo
la direzione è sempre bassa. Nei rapporti tra
direzione e operai la calma è apparente ma sotto qualcosa cova. Intanto dall’alto della società
si spendono fiumi di soldi di quelle ricchezze
accumulate nel tempo, anzitutto per comperare la pelle dei morti, vengono dati soldi alle
vedove, agli orfani perché ritirino la loro parte
civile dal processo che è stato portato a Verona; i più smaliziati avvocati dei fori italiani
sono pagati per aggirare le leggi, non importa
le spese e perché… ammorbiditi anche i giudici. Il processo si concluderà a Verona con tutti
assolti, non esiste il fatto.
La procedura di smantellamento della miniera la si intravede dai comportamenti direzionali. Non contano più nemmeno le trattative con i sindacati, i padroni vanno avanti. Altra
occupazione della miniera. Altri scontri con la
polizia, sempre schierata con i padroni. Il sintomo della rabbia tenuta nascosta per qualche
anno, riappare quando avviene l’operazione
chiusura della miniera. Infatti la commissione
che doveva decidere chi licenziare per primi,
47
Sintesi di quasi un secolo di storia
della quale faceva parte anche il così detto prete di fabbrica, decise che coloro i quali avevano preso parte alle formazioni partigiane,
all’attività sindacale e politica, fossero i primi
licenziati, a riprova di tutto ciò la lettera di licenziamento a questo gruppo (sono avaro di
cifre ma mi pare che fossero circa 250). Ci fu
recapitata la mattina del 25 aprile 1959, sottolineo questa data che è la riprova mai sopita
della rabbia padronale.
Dopo qualche tempo fui assunto dalla società Marchi a Ravi, ancora miniera a scavare
pirite. Tutti i giorni in motocicletta passavo per
Ribolla e con senso di schifo, di rabbia, vidi che
la Montecatini, appaltati i lavori a ditte private, pose i tappi ai pozzi e giù a demolire castelli
e quanto d’altro fosse visibile e ricordasse la
miniera. Ad agosto dello stesso anno poco era
rimasto, castelli dei pozzi, tralicci ferrosi della
cernita e quant’altro fu possibile. Rimanevano
gli enormi cumuli degli scarti di escavazione
di pulitura della cernita lungo quanto le strade
di collegamento tra i pozzi, era ancora visibile
qualche fiammella su i cumuli di recente formazione, ma un giorno apparvero grossi escavatori con altrettanto grossi camion e nel giro
di un paio di anni tutto quel materiale inerte
passato dal fuoco andò a compattare il sottofondo di tante strade.
Cercarono di cancellare ogni traccia che
li condannava se mai avessero una coscienza per le stragi colpose (io direi premeditate)
che avevano compiuto. Sapevano altresì che il
sangue degli invalidi, dei mutilati e dei morti
furono troppi e chiedevano vendetta. La voce
dei sopravvissuti chiedeva giustizia che mai vi
fu. Raschiare il suolo rendeva la zona piatta e
48
Sintesi di quasi un secolo di storia
impenetrabile e fa sì che l’ignaro passante, il
pellegrino o qualche ricercatore di vecchie storie potesse intuire che in quella zona una volta
e per secoli c’era stata una miniera.
Dopo quei funesti avvenimenti, dopo quello
sfogo di rabbia dei padroni, dopo il primo momento di smarrimento gli operai riordinarono
le idee, alcuni di noi trovarono lavoro presso
la miniera Marchi di Ravi, altri andarono alla
miniera di Ciriè in Piemonte, altri nelle varie
industrie fiorentine, altri ancora pendolari a
Grosseto, Follonica, Massa Marittima o nell’agricoltura.
Passò qualche tempo, alcuni ribollini raggiunti i limiti di pensione tornarono a Ribolla,
altri privati cittadini ebbero iniziative proprie
nel commercio o piccole ditte di vario tipo, le
iniziative furono molte.
Nel frattempo la Banca Toscana, che aveva la sua sede a Montemassi, scese a Ribolla e
così fu per il consorzio agrario, nacquero case
abitative.
A Ribolla non c’era cimitero, i morti venivano sepolti nel cimitero di Montemassi. Al
ripristino della democrazia nel primo dopoguerra i preti e il clero che avevano ovunque
ospitato e benedetto bandiere e gagliardetti
fascisti, cercarono di opporsi all’ingresso nel
cimitero stesso dell’emergenti bandiere rosse
per le quali tra i più radicalizzati e gli emergenti, in qualche cimitero, nacquero anche
scontri fisici fino a concedere in quella terra
di tutti e nessuno l’accesso regolare di tutti i
simboli, etnie e religioni che ormai si perpetua nel tempo.
Ribolla si sviluppava lungo le strade, quella
che da Montemassi va verso Gavorrano e quel49
Sintesi di quasi un secolo di storia
la per Giuncarico prendendo la forma di T.
Il comune di Roccastrada, del quale Ribolla
è una frazione, adattò diversi piani regolatori
per un’urbanistica più completa ed edificare
nelle zone più sicure. Negli anni ’60 il comune
costruì per Ribolla l’acquedotto, rendendolo
un vero centro urbano.
Non parlo più di questo paese e della sua
storia moderna. Chi vuole vederla ci vada, l’osservi e ne tragga le sue conclusioni, potrà darsi
che lì trovi qualcuno che possa dirle che un
tempo qui c’è stata una grande miniera.
50
Sintesi di quasi un secolo di storia
APPENDICE
Scendendo da Montemassi prima di entrare in Ribolla, sulla sinistra c’è un vecchio scavo dove poi era la scenderia San Feriolo, lì a
quanto fu sempre detto, fu levato il primo carbone a cielo scoperto. C’è il rudere di una vecchia casa dove io conobbi un contadino con lo
stesso sistema di agricoltura degli altri. Sembra
che quel rudere fosse in origine la prima cernita della cava.
Pochi passi più avanti vicino alla strada, c’è
un laghetto. Là una volta c’era un fornello così
detto di prestito, dove scendeva la terra che
andava in miniera per riempire i vuoti causati
dallo scarbonamento.
Esaurito, il banco fu abbandonato e così
quella cava e quel fornello si avvallarono ulteriormente per le sottostanti gallerie, il tutto
chiuso intasato per pressione diede origine all’attuale lago.
Nel fabbricato al margine del lago c’erano
gli ufficetti della direzione dei cantieri zona
nord.
51
Sintesi di quasi un secolo di storia
Leggenda
Una leggenda tramandata da una generazione all’altra tra i minatori nella zona, dove
poi fu fatta la cava che prima dicevo, vuole che
un branco di maiali al pascolo in cerca di lombrichi o di tuberi, ruminando il terreno, portassero alla luce un pezzo di materiale che poi
fu detto carbon fossile.
Quando in miniera ai minatori qualcosa andava storto, imprecavano contro qualcuno dicevano: “Maledetto quel maiale che per primo
ti portò alla luce”.
Ultimo appunto
Non ricordo se fu prima o dopo la guerra,
in una galleria di collegamento tra il pozzo n.
2 e il 3 trovai un pezzo di marna (roccia) con
fossilizzata una foglia di castagno, lo misi su un
vagone e comunicai al boccaiolo esterno questo ritrovamento. Il boccaiolo la portò a casa
sua, la murò in una buca del muro della casa
dove tutt’ora è visibile, lungo la strada che da
Montemassi va a Roccatederighi e qualcuno
l’ha fotografata.
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Documenti
e racconti
Cronaca di un tempo lontano.
Dialogo con un nonno che fu
E
ro troppo piccolo per ricordare a memoria qualcosa di te, della tua vita. Però,
nonno mio, il babbo, gli zii, le zie – ed
erano molti – mi hanno tanto parlato di te;
anche dei tuoi vecchi compagni mi parlarono
dei tuoi trascorsi di vita. Tutti questi mi hanno
detto che di te ho preso la voce, timbro forte e
deciso, l’anima ribelle e decisamente chiara. In
una cosa ho dissentito da te. Tu eri un fervente
cattolico (io sono ateo) e mi si è raccontata una
tua realtà. Durante una delle prime campagne
elettorali del 1900 ad Arcidosso, contendenti
il socialista Merloni e il popolare Ciacci, seguivi lo scorrere delle conferenze religiose: il tuo
Parroco nella chiesa della Madonna Incoronata di Arcidosso nella sua omelia parlò di politi55
Documenti e racconti
ca più che di religione, tu lo richiamasti al suo
ruolo religioso; vi fu tra te e lui uno scambio di
battute vivaci, al che il tanto religioso prete ti
sfidò fuori della chiesa dal Signore. In fondo
alla gradinata della chiesa (sempre) Madonna
Incoronata di Arcidosso, veniste alle mani: tu
da bersagliere quale eri stato lo colpisti con
pugni che lo ridussero a mal partito. A questo
punto il religioso non chiese per te il perdono
divino, ti denunciò ai Carabinieri e il Pretore
di Arcidosso per direttissima ti condannò a sei
mesi di carcere. Ma non sta qui il punto: tu eri
l’esperto della cooperativa dei Bagnoli, quello
che era alla testa dei braccianti che con loro
lavorava in Maremma, a fare la campagna della falciatura, mietitura e trebbiatura. Proprio
mentre voi operai precari partivate per la Maremma vennero ad arrestarti a causa dell’amato
sacerdote, tutti gli operai erano ad aspettarti
presso la fonte del Poggiolo pronti a partire e
tu in mezzo ai Carabinieri. A questo punto ci
fu l’intervento sollecitato dai tuoi compagni dal
Presidente della Cooperativa di Bagnoli, certo
Romeo Innocenti, persona conosciuta e ascoltata nell’ambito della zona arcidossina, lo seguì
l’Avvocato Becchini, altra grossa personalità arcidossina e non poté che uscire anche un certo
Scanni, ricco ras di Arcidosso e, sotto la spinta
degli operai che ti seguivano, ti lasciarono partire. Ma per dove? Andavi a lavorare alle fattorie
Trappola, Aquisti, Galere, Macchia Scandona,
ecc. In quelle zone allora in parte ancora palustri, poca acqua da bere, scarso cibo, la più alta
sostanza era il cacio maremmano che abbondava per la grande pastorizia. Dalle zone ancora
palustri, da dentro la scorza (erba palustre da
rivestire sedie e damigiane) a dentro la cannuc56
Documenti e racconti
cia, venivano fuori nuvole di insetti dal nome
di lulli, serafiche, zanzare, che disturbavano il
sonno e il riposo di voi braccianti. Dal ritorno
di questa lunga e dura esperienza alcuni di voi
riportavano la febbre malarica: chi ne era infettato veniva ridotto quasi a larva umana dalla
terribile terzana (febbre che veniva regolarmente ogni tre giorni e superava spesso i 41 gradi):
io l’ho conosciuta pure quella, su persone a
me vicine, aveva un decorso di qualche anno.
Il guadagno avuto da tanto duro lavoro non
bastava a pagare le poco efficaci medicine che
allora erano disponibili. Lo so che tu ti ribellavi
a questo stato di cose, ma nulla potevi contro
lo strapotere dei Padroni e del Clero. Dovevi
solo pregare il Signore e sperare nella giustizia
divina (che mai è venuta).
Anche a me è toccata la stessa sorte, mi hanno fatto fare la guerra, alla fine di quel micidiale massacro per rendere umano onore agli
uomini e alla donne che volevano la pace ho
fatto ancora la guerra, la guerra dei ribelli, la
resistenza al nazifascismo e ancora non siamo
pari. Altri potenti della terra con gli strumenti
e le armi a loro disposizione schiacciano i più
deboli, opprimono la libertà.
Credimi nonno. Anch’io ora sono vecchio,
ho dei pronipoti. Ma non cedo all’idea di vivere sotto il tallone di ferro di qualsiasi padrone
o dittatore al mondo. Eppure vi sono ancora
servi sciocchi o prezzolati che li aiutano in tanto male, in tanto massacro.
Poggio Zancona, maggio 2004
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Documenti e racconti
Al Monte Labro
Ero piccolo, non ero ancora in età scolare,
quando mi portarono in Maremma dove mangiare il consueto pezzo di pane, ma ricordo
perfettamente quando il mio babbo mi prendeva per la mano e parte sulle spalle e s’incamminava dal Giunco, la Zancona, Rondinelli,
i Poderi, Squartavolpe, Podere dei Nobili,
Prati molli, Pietra Fitta dove stavano i nostri
parenti. Ore di cammino. Quello che la mia
memoria non ha mai dimenticato è il rispetto
umano della gente che lì viveva. Ad ogni podere che passavamo il contadino o la massaia
si affacciavano sulla porta, ci offrivano quello
che avevano di più caro, ospitalità e la materia
prima: la fetta di pane (il loro gergo: “lu volete
i’ pane per te e pe’ ragazzino?”). C’era quello
solo e scarseggiava. Questo gesto diceva quanta umanità esisteva tra la gente che a stenti viveva in quelle zone coperte più di sassi che di
terra. Fame e miseria ma tanto rispetto umano
e solidarietà tra loro.
Sono tornato a visitarti, Monte Labro. Sono
passati ottanta e più anni, anche io ne ho percorsa di via e di vita. Mi hanno fatto fare la
guerra, anzi le guerre: la prima per forza e poi
volontario per la libertà. La mia più verde età
l’ho passata a lavorare nelle miniere della Maremma. Ma torniamo a te, Monte Labro. Ti ho
trovato civilizzato e accessibile, quelle che erano mulattiere percorribili a piedi o con l’asino,
sono oggi strade percorribili in macchina (accidenti se ne hai fatta di strada). Con la mac58
Documenti e racconti
china mi sono fermato davanti alla case lungo
il percorso che prima dicevo. Non ho visto la
povera donna con il grembiule o l’uomo dalla sconcio cappello che offrivano il pezzo di
pane. Molte di quelle casupole sono ridotte a
ruderi tutte franate. Altre sono diventate ville.
Direi di lusso. Con grandi cancelli scorrevoli in
ferro, vi è inserito il pannello dove si vede un
cane e una pistola con scritto “Attenti al cane
e al padrone”. Là dove ti offrivano il pane oggi
ti offrono morsi e pistolettate. Mi sono detto:
“Monte Labro, terra di profeti come Davide
Lazzaretti e dei 100 e 100 poeti che cantarono
la tua saggezza, la tua solidarietà, il tuo umano
vivere, ti è arrivata la civiltà. Si è ridotto l’affetto, l’amore umano, la libertà”.
Molte sono le zone recintate dove non si
possono più ruspolare i marroni, né più cercare i deliziosi porcini, è diventato difficile anche
cercare scarline (carciofetti selvatici seminterrati), molto gustose da mangiare cucinate in
vario modo. È recintata la Torre di David e
pure Buceto. Ci vive una pastorizia mista di
armenti di vario tipo, rari sono i campi di segala a fine estate bianchi come lenzuoli al sole.
Quasi tutto è diventato cespugliato.
In mezzo a tutta questa civiltà, velocità, informazione e quanto di altro, quasi rimpiango
quella miseria e quel rispetto che fa proprio
della vita il valore umano.
Poggio Zancona, Maggio 2004
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Documenti e racconti
Montemassi, Giugno 2001
Memorie di un Minatore
Era la mattina del 4 maggio 1954.
Uscii dal pozzo Camorra n. 9, dopo soprannominato Pozzo della Morte. Erano le ore 7 e
20. Alle ore 7 e 40 l’esplosione. Un giro d’aria
ordinato dalla direzione della miniera. È la
strage. 43 minatori muoiono bruciati dal grisou.
Sistema di coltivazione, tagli discendenti
con riempimento per frana. Nei vuoti lasciati
sopra le nostre teste si accumulò il micidiale
grisou. Il resto è storia. Tale sistema di coltivazione (mai usato prima di allora) fu studiato
e voluto dall’Ing. Lionello Padroni, direttore
della miniera stessa. Concesso ed approvato
dall’Ing. Seguidi, capo del distretto minerario
della provincia di Grosseto.
Si riprende a lavorare con il solito sistema di
coltivazione, con qualche accorgimento in più.
Ma il 2 di agosto, stesso anno, in una galleria che collega pozzo Camorra con pozzo
Raffo, c’è un incendio come ce ne sono tanti,
nati per autocombustione. Si cerca di chiudere
i due lati per togliere l’aria al fuoco. Ma eccolo,
ancora lui, il grisou. L’esplosione non è gran
forte. Comunque tragedia da una parte della
galleria. Muore Vittorio Ronchetti. Sono feriti gravemente Seravalle e Dandolini. Altri intossicati; più o meno forti, come lo scrivente.
Altre giornate di lutto e di protesta. La miniera non si abbandona, necessita di continua
manutenzione. Il lavoro a poco a poco alla
volta riprende. Il sistema è lo stesso.
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Documenti e racconti
Arriviamo al 7 aprile 1956 e a
QUEL GIORNO IN MINIERA.
Arrivano i pullman dai paesi che vegetano
attorno alla miniera di Ribolla. I minatori in
fila agli spogliatoi a prepararsi per scendere nei
pozzi. Alla lampisteria a prendere la lampada
antigrisou e là per i piazzali adiacenti ai pozzi
di estrazione dove scendono pure gli uomini.
Il solito modo di salutarsi con diminutivo o
vezzeggiativo secondo i casi. Ciao Beppe, Cecco, Nanni. E ancora. Ciao Sindaco, Assessore,
Presidente, Segretario a secondo degli incarichi politici e sindacali ricoperti nei paesi e borgate di origine e nella stessa miniera.
Quando 15 minuti prima del cambio di turno l’urlo forte della sirena annuncia il cambio
stesso, ci appressiamo alla bocche dei pozzi in
fila. Indosso portiamo fiasca (contenitore per
acqua da bere), tascapane, panni di ricambio,
qualche arnese da lavoro: segaccio, ascia, accetta, ecc.
Sugli alti castelli costruiti con enormi travi
in legno girano le pulegge che fanno scorrere i
grossi canapi ai quali sono appesi gli ascensori
(per noi: gabbie) vanno e vengono dal sottoterra alla superficie. Il rombo sordo dei motori
dell’argano lascia capire arrivi e partenze. Noi
minatori, a dodici alla volta, ci stipiamo nei
suoi contenitori. In quello che sale i minatori
che tornano a casa onde riprodurre le consumate energie. Noi altri scendiamo nelle viscere
della terra per produrre ricchezza (e c’è chi poi
ne profitta). È il viaggio che da secoli i minatori compiono per strappare alla natura enormi
quantità di prodotti necessari alla vita del genere umano.
Anche quella mattina il sole scompare alla
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Documenti e racconti
nostra vista, tutti pensiamo che non sarà per
sempre. Dopo qualche minuto laggiù a circa
quattrocento metri di profondità ci incamminiamo per le gallerie poiché ogni gruppo, ogni
compagnia è segnata da un numero via via alle
crociere (incroci di gallerie). Cambiamo direzione, quelli della compagnia 1, della 7, della
12, e così via. Ogni gruppo al suo lavoro. Armatori, manutenzione, sostegno gallerie, minatori (abbattaggio), escavazione, produzione
del materiale, disarmatori, recupero legname,
provocare la frana per riempire i vuoti prodotti dallo scarbonamento, carreggio (quelli che
dalla compagnie spingono i carrelli fino ai pozzi di estrazione). Non mi soffermo oltre su la
serie di altri lavori sussidiari. Camminiamo per
gallerie e cunicoli sempre più stretti, più caldi,
più angusti.
Anche quella mattina nella galleria di base
ci cambiamo, indossiamo panni che di lì a
poco saranno impastati di sudore e polvere di
carbone o di terra provocato da martelli perforatori o picconatori a secondo della compattezza del materiale.
Appesi ai chiodi appositamente conficcati
nelle assi di sostegno delle gallerie i panni che
indosseremo a fine turno per risalire alla superficie; insieme la borsa con il pranzo frugale che
consumeremo a metà turno in venti minuti,
tanto è il tempo concesso. La panierina (o borsa) è regolarmente costruita in lamiera zincata
in maniera che non entrino topi e scarafaggi
che infestano le gallerie. Anche gli orologi li
nascondiamo in galleria fuori dal troppo caldo, dall’umidità e dall’onda d’urto delle mine
che in alcuni casi ne hanno rotto i bilancieri.
I ventilatori per l’aerazione sussidiaria sono
62
Documenti e racconti
tutti in moto, un cenno con le lampade e saliamo alle trance di lavoro. Da quando siamo
entrati dalla bocca del pozzo sono passati circa
trenta minuti. Poiché è il cosiddetto turno di
giorno dalla ore 7 alle ore 15, a metà turno, alle
ore 11, tutti a mangiare e dico precisi in quanto la direzione della miniera, per controllo dei
suoi caporali, capo servizio, ingegneri (e perché no, qualche spia) non tollera un minuto di
più, previo biglietto di punizione con multa e,
se recidivo, ci può essere il licenziamento.
Al fioco chiarore delle lampade, sotto lo
strato di impasto, tra sudore e polvere che ricopre l’intero corpo dei minatori come porci
usciti da un insoglio, tutti a torso nudo, non
traspare cellulite o grasso, i muscoli del dorso
e degli arti tirati come corde di chitarra, risaliamo i piani inclinati su a sgomberare il materiale abbattuto, armare, ecc.
Il disarmatore ha finito il suo lavoro, ora dovrebbe recuperare il legname estratto o pulire
qualche tratto di galleria. Ma un perito, certo Guidi, vuole un altro disarmo corto, semplice per come si presenta, ma non è sempre
così e anche come riesce. Il Pisani ha qualche
perplessità a risalire ma, vista la richiesta del
capo servizio, risale. In quella qualità di lavoro
occorre tutta la lucidità di mente possibile e
prontezza di riflessi: tirano via i sostegni uno
dopo l’altro, intanto il tempo corre, il sudore, la fatica, verso la fine del turno i riflessi si
appannano. Una butta (asse di sostegno) non
vuol venire, gira, tira e ancora dai, sono passate
le quattordici. L’anziano operaio decide. Prende l’accetta. Un colpo, un altro ancora. È uno
schianto e la terra inesorabile lo inghiotte.
Io, Rosati, faccio parte della commissione
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Documenti e racconti
antinfortunistica. Qualcuno dal fondo della
rimonta ferma la ventola; mi chiama. Un operaio sotto una frana; corro giù per la discenderia, su per un’altra; arrivo al vertice su quel
lavoro. Sento gridare e piangere insieme. È il
sorvegliante Ricca: sta scavando con le mani.
Mi accorgo che lo fa lasciando ancora scendere terra. È disorientato; lo faccio scansare, giro
la schiena e le anche all’uscita della terra (tra
l’altro molto fina), gli faccio scudo, scavo anch’io con le mani, raggiungo in breve la testa, il
naso, la bocca, vado dentro con le dita, prendo
la lingua, nessuna reazione. La terra, il caldo lo
hanno soffocato.
Bestemmie e imprecazioni contro tutti e
tutto. Immediata la decisione su legname, tavole, un quadro, un’infilatura (parole d’intesa per i minatori). Data la scarsità di spazio e
d’aria restiamo in 4 o 5. Lavoriamo in maniera
frenetica 20-30 minuti. Siamo sotto la cintura. Proviamo a tirare; non viene: qualcosa lo
trattiene più in là. Altro portantino, altra infilatura. Sono passate le sedici: non ci concediamo né tempo né respiro. Mi sdraio su quel
corpo esanime, ora con le mani dentro la terra,
raggiungo le scarpe. Proviamo ancora a tirare:
non ce la facciamo. Io, Santi, Ascoli e Luzzietti
scivoliamo l’uno sull’altro come fossimo anguille in una pozzanghera di fango.
Sentiamo voci e lampade più chiare su per
il piano inclinato. È un sollievo per noi. È la
squadra di soccorso. Indossano gli autorespiratori. Sono Assirelli, Comandini e Fiorenzani.
Noi ci rannicchiamo contro le pareti del cunicolo per far loro posto. Afferrano lo sventurato
compagno per le braccia. Una tirata ed è fuori.
Lo mettono sulle spalle di Goliardo, il più for64
Documenti e racconti
te dei tre, gli altri, uno davanti, l’altro dietro,
lo sostengono. Scendono nella galleria di base.
Anche noi scendiamo. Sono le sedici passate.
Il corpo del compagno Pietro viene posto su
un carrello sopra due tavole. Parte per il pozzo
dove uscirà per l’ultima volta.
Nella galleria di base respiro qualche boccata d’aria, faccio per camminare, vacillo. Per
qualche istante mi appoggio alle assi di sostegno della galleria. Ho lo sguardo un po’ appannato; mi accorgo che la stessa sorte la subiscono quelli che sono con me. Pochi passi e
arriviamo al cambio dei panni. Prendo la fiasca
dell’acqua, ne bevo qualche sorso. È tiepida
per la permanenza in galleria. Verso il resto
sulla fronte e sul collo. Ci sediamo su dei pezzi
di legno, togliamo le scarpe dalle quali esce un
piscioletto di sudore, strizziamo i pantaloni.
Anche da essi esce il pisciolo di sudore.
Impacchettiamo il tutto che, legato con una
cordicella, portiamo a casa. Le donne dei minatori sanno che ogni giorno occorre un cambio lavato e asciutto: ci servirà il giorno successivo per il solito lavoro.
Ci incamminiamo verso il pozzo, ci attende
il boccaiolo (l’addetto agli ascensori). Saliamo
su verso il sole. Qualche minuto di fruscìo sulle guise. 400 metri e siamo all’uscita. Dei compagni precedentemente usciti ci prendono le
lampade, le portano in lampisteria. Noi andiamo agli spogliatoi. Una breve doccia e agli autobus. L’ambulanza è partita. Ha portato con
sé un pezzo di tutti noi. Negli autobus c’è rabbia, disperazione: la si tocca con le mani, non
ci sono parole fatte per nessuno.
Ai paesi d’origine l’attesa degli autobus è
trepidante. Le famiglie hanno capito che qual65
Documenti e racconti
cosa è successo. Per chi torna è un brivido che
si ricompone. Per chi è mancato, un dolore
che mai passerà. Qual giorno è toccato alla famiglia del caro compagno Pietro.
Il giorno dopo è un giorno di lutto e di
protesta. Accompagniamo il compagno Pietro
all’estrema dimora nel cimitero di Roccatederighi, là dove anche oggi le sillabe e i numeri
incastonati in una pietra tombale di marmo ricordano il nome di un uomo onesto, operaio
delle miniere, Pietro Pisani, morto il 7 aprile
1956.
I giorni successivi riprendiamo a lavorare.
Ci rendiamo sempre più conto che l’enorme
esercito del lavoro, fonte di tutte le ricchezze,
troppo spesso paga con il sangue e con la vita
l’ingordigia di altri. Tutti i compagni morti sul
lavoro hanno pagato con la vita per portare ai
figli il pezzo di pane quotidiano e per l’avarizia
e la ricchezza dei padroni del mondo e di quanti
con loro e per loro sfruttano e uccidono.
45 morti, in meno di due anni di cronistoria,
in una delle miniere italiane della Società Montecatini di Ribolla in provincia di Grosseto.
66
Documenti e racconti
Giugno 2001
Intervista a Florido Rosati
La direzione Padroni
Il disagio maggiore lo portò la direzione
Padroni; inventò tutte quelle cose a dispetto
degli operai.
Prima facevi le tracce, andavi ai banchi, levavi il carbone e ributtavi la terra. Il terreno si
abbassava; se levavi 20 vagoni di carbone ne
potevi rimettere 12 o 13 di terra, non di più.
Poi tutto veniva bagnato e diventava come
cemento.
Lui invece impose discendenti con riempimento per frana e tutti i lavori erano fatti ad
aerazione sussidiaria, a fondo cieco con ventole.
Se partiva un fornello rimanevi chiuso.
I fornelli erano quei buchi nella terra che si
scavavano da sotto in su; si faceva il piombo
partendo dal letto e si arrivava al tetto e quando si trovava materiale duro si dovevano fare
i buchi. Si copriva la parte dove si passava e si
lasciava aperta la parte di “buttaggio”, cioè si
creava un passaggio per i minatori ed un buttaggio per il carbone.
Una volta fatto il passaggio si introducevano
le tubature dell’aria di 30 cm di diametro, quella
dell’aria compressa e quella dell’acqua, finché c’è
stata acqua e non è stata sostituita con il fango.
Si faceva un pianetto di tavole e poi si facevano brillare le mine; si mandava via il fumo,
più velocemente possibile per evitare le multe
fatte quando i vagoni erano pochi.
67
Documenti e racconti
Poi si faceva il “disgaggio”, cioè si toglievano
i blocchi di carbone che rimanevano attaccati
dopo la sparata e si gettava tutto nel buttaggio.
Altre volte lo scarbonamento avveniva per
camere. Il banco era spaccato nel mezzo e le
camere erano scavate dalle parti. Dopo venivano messi i “marcia avanti”, fatti di legno di
castagno, poi seguiva uno strato di fastellini,
una rete. Dopo si disarmava e si faceva franare
la terra, con il fango si bagnava tutto.
Esaurita quella spianata si scendeva di sotto, si faceva la prima trancia e poi le camere
laterali. Poi ancora si faceva venire giù la terra
per franamento. Capite cosa rimaneva in quei
vuoti senza aria in una miniera con il grisou?
Dopo il 5 maggio obbligarono il giro d’aria;
il lavoro però rimase uguale.
Poi ci fecero fare anche i “taglioni”, i tagli
inclinati. Si partiva dal tetto e si prendevano
2,50 metri di altezza per 3 metri di larghezza e
si andava avanti con il legname. 3 metri di larghezza… chi non conosce la miniera non può
sapere la pressione che si crea…
Con questo sistema mandavamo 30, 35
vagoncini ed erano pochi; 40… pochi…; arrivammo fino a 120 vagoni ed erano pochi comunque.
Poi portarono una sabbiatrice, con una
lama di 1,20 m che entrava rasente al banco di
carbone e lo tagliava sotto, poi venivano fatte
scoppiare le mine.
Ci portavano cappelli e butte di ferro, roba
di 130, 140 chili e in due dovevamo alzarle ed
agganciarle… roba pazzesca…
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Documenti e racconti
Il processo
Fu una farsa. Venne ad interrogarci il maresciallo dei carabinieri, che poi ha preso anche
la pensione per la silicosi. Il maresciallo aveva
sentito dire che a Ribolla c’era la miniera, era
totalmente fuori dalle questioni tecniche.
Al Tacconi furono fatte tante offerte dalla
Montecatini perché ritrattasse il discorso sul
maialino d’india per misurare l’ossido di carbonio. Lo chiamarono, gli offrirono la liquidazione, un posto da guardia, ma lui rifiutò.
Dal ’52 al ’54, periodo Padroni, dettero un
maialino d’india in dotazione ad ogni compagnia di avanzamento, dentro una gabbietta.
Gli davamo da mangiare.
Secondo la teoria Padroni quando per mancanza di ossigeno o per eccesso di ossido di
carbonio il maialino moriva, noi che avevamo
un fisico più robusto, potevamo scappare e
metterci in salvo. Però lui non teneva conto
che il maialino era fermo mentre noi lavoravamo con fatica.
Se poi ti moriva il maialino, oltre a fartelo
ripagare ti mandavano in galera! Laggiù c’era
anche da guardare il maiale!
Andammo tutti su con l’intenzione di parlare, ma il giudice disse che ognuno doveva solo
confermare quello che aveva già dichiarato al
maresciallo, che era totalmente incompetente
in fatto di miniere, senza aggiungere altro.
Rischiai l’arresto per le mie proteste.
A dominare la scena del processo c’era l’Ing.
Seguiti, che era stato il direttore del distretto
minerario e che aveva concesso quelle porcherie a Padroni; il Marcon non faceva mistero di
essere un uomo di destra e tutti i suoi compor69
Documenti e racconti
tamenti connotavano la sua arroganza politica
con disprezzo del genere umano; l’Ing. Baseggio, che secondo me era il più incolore del
branco, prese anche una bella tavolata in testa
quando volò via il tetto del pozzino Camorra.
Con lui dopo la ripresa del lavoro abbiamo riparlato da persone civili, da amici.
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Documenti e racconti
Montemassi, febbraio 2002
Osservazioni sul processo
di Verona relativo alla tragedia
del 4 maggio 1954
Ho riletto, in questi giorni, un riassunto del
processo avvenuto a Verona nel 1956, dove furono processati i dirigenti della miniera di Ribolla, perché presunti colpevoli della morte di
43 minatori, per un colpo di grisou e pulviscolo, che poi si risolse con «Nessun colpevole».
In quelle pagine (a mio avviso) si leggono
troppi «Non ricordo», «Non ammetto», e
troppe discolpe passate di mano in mano.
Il Padroni
Voglio provare a ripercorrere con la memoria le fasi precedenti al fatto, cercando di fare
luce alla possibile verità su quella tragedia,
dato che io, scrivente Florido Rosati, lavorai
in quella miniera dal settembre 1936 fino al 25
aprile 1959, con la qualifica iniziale di boccaiolo (addetto agli ascensori, al carreggio), risalendo fino a minatore, armatore e disarmatore,
lavorando in tutti i settori dei lavori elencati.
Nel ricordo di quei tempi e degli anni trascorsi, cercherò di dare voce alle discordanze
ed ai perché della stesura di quel processo.
Nel 1952 venne a dirigere la miniera di Ribolla un ingegnere, Leonello Padroni, il quale dimostrò subito chi fosse e quale fosse il suo fine.
Trasformò da subito il sistema di coltivazione, passando a tagli discendenti con riempi71
Documenti e racconti
mento per frana, lasciando enormi vuoti sopra
le teste dei minatori e delle gallerie, vuoti che
si dimostravano poi enormi serbatoi di grisou.
Ma diamo uno sguardo alla vita sociale, al
rapporto tra gli operai e la direzione della miniera.
Fin dall’ingresso di questa persona, da figurarsi come se un cane rabbioso lo si inserisse in
un buon canile, i cani addetti a guardia furono
tutti, o quasi, infettati.
Nelle riunioni che teneva al personale di vigilanza e sorveglianza, pose loro l’obbligo che
ogni sorvegliante, a fine turno, doveva avere
fatto almeno un biglietto di punizione a chicchessia dei suoi sorvegliati. Tanto è che, chi
non si sentì di fare tanto l’aguzzino, si dimise
da sorvegliante e tornò a fare il minatore.
Non ricordo il numero, quanti furono i
dimissionari, ma qualche nome a ricordo di
tutti lo porto a memoria: Ivan Gentili, Primo Turchi, Armelindo Prati di Tatti, Savino
Magnanelli di Roccatederighi, che poi morì
nello scoppio, Oleno Rosati di Montemassi,
e così via.
Quelli che restarono all’ordine della direzione, e da tale malattia contaminati, operarono in nome ed in virtù degli ordini ricevuti.
Le lotte
Fin da allora si scatenò un finimondo di
lotte sindacali, scioperi spontanei, ribellioni di
ogni genere. Il primo atto della direzione fu il
licenziamento degli invalidi civili e di lavoro.
Poi le rappresaglie politiche, con licenziamento dei politici e sindacalisti più impegnati.
A questo punto le lotte si estesero alle miniere di tutto il comprensorio; furono lunghi
72
Documenti e racconti
e duri gli scontri con la polizia chiamata a sostegno della direzione, ci furono pestaggi e arresti, le lotte continuarono in difesa dei diritti
acquisiti e del posto di lavoro.
Un giorno noi minatori ci trovammo, vestiti
con i panni del lavoro, tutti in città a Grosseto
e per quel giorno padroni indiscussi. La morsa
ebbe un rallentamento, ma riprese in maniera paternalistica con premi consensuali fino a
60.000 lire a chi lasciava il posto.
Poi si scatenò una marea di prezzolati al
soldo della società Montecatini, che giravano
di casa in casa a convincere le famiglie dei minatori a lasciare il posto di lavoro o passare al
crumiraggio.
Rallentò la lotta.
Nel frattempo si erano schierate con i minatori tutte le categorie.
Avevano aperto libretti di credito alla Coop,
gli esercenti, gli artigiani e anche con la loro
partecipazione alle lotte attive. Ma la direzione della miniera, con i suoi segugi al massimo
dell’idrofobia, e sostenuta dal distretto provinciale, andò avanti così.
Il 1° maggio del 1954, a sostegno della direzione, venne e scese in miniera un reporter del
giornale Il Mattino. Il 2 maggio, al rientro in
miniera, con la lampada ci fu consegnata una
copia di quel giornale, nel quale era scritto
«Nella miniera di Ribolla manca solo la televisione».
La mattina del 4 maggio, stesso mese, stesso anno, due giorni dopo quelle affermazioni,
uno scoppio di grisou uccise ben 43 minatori.
73
Documenti e racconti
Il pulviscolo
Da qui alle fasi del processo di Verona.
E lì, a mio avviso, mancò la verità, la giustizia.
Uno dei punti discussi del processo: c’era
in miniera il pulviscolo? Polvere di carbone da
creare anch’essa miscela esplosiva?
Anche qui cercherò di chiarire che cosa era
successo a monte del fatto.
Tra le innovazioni portate da Padroni: tavole oscillanti ad aria compressa che facevano
scendere il carbone dai tagli e dai piani inclinati; nelle tubazioni che da sempre portavano l’acqua fu fatto scorrere il fango (detto
boiacca) che serviva a compattare i franamenti
provocati per riempire i vuoti creati dallo scarbonamento, e a spegnere gli incendi che si sviluppavano per autocombustione in molte parti
della miniera.
Altra innovazione: l’abbattaggio a rapina.
Tutto a fondo cieco. Da qui la necessità che
tutte le compagnie fossero alimentate di aria
con areazione sussidiaria. Dalle gallerie di base
e di scorrimento i ventilatori, attraverso tubi di
lamiera di 30 centimetri di diametro, spingevano l’aria nei tagli dove i minatori escavavano
il carbone, in alcuni casi anche 100 metri di
tubazione.
L’acqua
Data la distanza e lo sfregare dell’aria nei
tubi, essa arrivava secca e irrespirabile.
Altra trovata: tornò l’acqua in miniera con
tubi molto più piccoli dei precedenti; camminavano insieme a quelli dell’aria da respirare,
giunti all’ultimo tubo erano collegati ad un
(chiamato) iniettore. Con la pressione polve74
Documenti e racconti
rizzava l’acqua che, mista all’aria, finiva nelle
cervicali degli addetti all’escavazione.
Se avessimo voluto adoperare l’acqua per
bagnare la discarica del carbone (dopo le
mine), occorrevano chiavi per staccare l’iniettore e attaccare il flessibile. Finito di bagnare
avremmo dovuto ripetere la manovra al contrario, ma anche qui c’era il problema del secondo e terzo turno, perché non c’era il meccanico di supporto.
Il direttore, per sopperire a tale carenza,
aveva dotato i suoi sorveglianti di una cassetta
appositamente costruita in lamiera, con dentro
tutte le chiavi meccaniche per le varie necessità:
il peso della cassetta era (mi pare) di sette/otto
chilogrammi. Dopo aver accettato l’incarico, il
malcapitato doveva portarla sempre con sé.
Il sorvegliante era a disposizione di un intero cantiere, non di una sola compagnia.
La compagnia che ne aveva necessità, dopo
brillate le mine, per cercare il sorvegliante, fare
le manovre prima descritte, passava l’ora, e, se
a fine turno non erano arrivati i carrelli del carbone ai pozzi di estrazione, scattava quel provvedimento del quale parlavo prima: un biglietto di punizione per turno, questa volta sarebbe
stato scarso rendimento, uno dei più temuti.
Così, noi minatori, costretti dal pezzo del
pane, buttavamo nelle tavole oscillanti, nei
fornelli, nei carrelli, tanto carbone ma anche
enormi quantità di polvere che il circolo dell’aria trasportava.
Ora chiedono al processo di Verona: ma
c’era il pulviscolo in miniera?
Lungo il tratto dove avveniva il movimento
75
Documenti e racconti
e il carico del carbone, lo spessore della polvere era tale da non riconoscere le giunzioni dei
tubi delle rotaie e delle tavole che guarnivano
le botole.
Di quanto scritto me ne possono fare testimonianza i pochi minatori ancora in vita a
Ribolla e nei paesi, che in questa miniera lavoravano.
Il maialino d’india
Due nemici dei minatori: la mancanza di ossigeno e l’anidride carbonica.
In barba alla tecnologia, la direzione della
miniera dotò le compagnie più a rischio, come
strumento di misura, di un maialino d’india
(cosa da ridere se non fosse estremamente seria).
A dire della direzione, il maialino appeso ad
un asse della galleria in una gabbia, rosicchiava croste di pane e bucce di frutta. I minatori,
intrisi di sudore, impastati di fango, troncati
dal lavoro, dovevano aspettare che il maialino
morisse (perché più sensibile) prima di proteggere il proprio fisico.
Da tenere presente che, caso volesse, la
morte del maialino veniva addebitata ai minatori con le sanzioni come prima scritte.
Di questo al processo fu materia di scontro,
perché già prima della tragedia era stato pubblicato sui giornali da Otello Tacconi, segretario della commissione interna. Non mi dilungo nei dettagli in quanto anche il caro Otello,
grande difensore dei nostri diritti, è mancato
da tempo.
Il maresciallo
L’indagine qui, sul luogo, all’epoca dei fatti fu
76
Documenti e racconti
condotta da un maresciallo dei carabinieri che,
poveraccio, sarà stato pure un buon poliziotto,
ma sicuramente non preparato a competere con
necessità ed esigenze di una miniera.
Queste deposizioni così fatte, prive di senso, furono portate al processo.
A quelli che furono chiamati a testimoniare a Verona, e fummo tanti in comparsa, non
fu concesso, alla luce dei fatti, di aggiungere
quello che sapevamo e avremmo detto; solo
confermare le deposizioni fatte a richiesta di
quel povero maresciallo.
La posta in gioco
Nel tempo che intercorse tra la strage e il
processo, la Società non badò a spese. Suo intento: sviare la verità. Così prese a suo uso una
serie di persone capaci in dialettica e le mise a
perseguitare, in maniera paternalistica, tutti i
familiari dei morti che, con la guida dei sindacati, si erano costituiti parte civile.
Di volta in volta. Di caso in caso. Aumentavano la posta in soldi purché ritirassero la loro
partecipazione al processo fino a quando al
processo stesso si presentarono solo sei famiglie (Vannini, Magnanelli, Baldanzi, …).
Queste furono liquidate in transazione con
i sindacati; ebbero una liquidazione rispetto ai
primi da uno a quindici milioni, e forse anche
più.
Questo per la Società fu un enorme deterrente per avere ragione sui torti.
Il Marcon
È riportata, sulle pagine di quel verbale,
la sensibilità dei tecnici della miniera verso le
maestranze, in particolare di un geometra o
77
Documenti e racconti
perito minerario al quale si dà anche il titolo
di ingegnere.
Mi si fa obbligo, in nome della verità e dei
ricordi, richiamare quel nome: Marcon.
Ce ne furono di tecnici arroganti e mancanti di umano rispetto per gli operai, ma certo
il Marcon non fu tra i migliori. Mi permetto
di scrivere un aneddoto (mi pare si dica così):
due operai che lavoravano in una galleria di
base dove c’era l’acqua andarono in quell’ufficio a chiedere il compenso per lavoro disagiato, in quel caso «acqua al piede».
Stava piovendo fuori e il tanto umano Marcon disse loro: «Andate fuori, così la prendete
al piede e al capo!».
I due, purtroppo ora morti, erano Giuseppe
Franchi e Frauville Cicalini (Lille), due operai
onesti e sicuramente non meritevoli di tali apprezzamenti.
Potrei avere decine di testimonianze negative in cui il Marcon si distinse.
La politica del carciofo
Composto questa memoria a mo’ di scheda
dei nostri dirigenti, l’esito del processo l’ho già
detto: «Tutti assolti, non esiste il fatto».
Il lavoro in miniera continua con le maestranze rimaste. La Società va avanti con la politica del carciofo: poche foglie alla volta per
poi buttare al macero anche il torso.
E questo è quello che avvenne.
È inutile dire che noi minatori eravamo tutti
schedati, la maggior parte aveva fatto o subito
la guerra. Moltissimi erano stati in formazioni
partigiane o collaborato con esse.
La commissione che di volta in volta sceglieva chi licenziare teneva conto del rendi78
Documenti e racconti
mento, della cultura, della politica e della
giustizia.
Della suddetta commissione, per tutto quel
periodo e per sua richiesta, fece parte il prete
di fabbrica.
Al processo di Verona…
Giuro al lettore che giustizia non ci fu.
Vi fu invece abuso di potere, arroganza padronale, rabbioso attacco politico.
Tengo a rimarcare questo con estrema chiarezza a tutti coloro che avevano il marchio di
comunista, partigiano, collaboratore per la resistenza al fascismo.
La lettera di licenziamento ci fu recapitata
la mattina del 25 aprile 1959.
Per chi ha il senso della parola «umanità»,
due cose tengo ad affermare:
La guerra è l’ultima pazzia,
la miniera l’ultimo pane.
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Documenti e racconti
L’umiltà e la boria
Antonino in fondo all’aia guardava gli animali da cortile che non danneggiassero il grano non ancora maturo.
Suo padre accudiva le stalle piene di buoi,
asini, mucche, ecc.
I pantaloni sporchi di letame, la camicia fradicia di sudore.
Il cappello di paglia cadeva a brandelli ma
proteggeva la testa dal caldo sole di quel giorno di maggio.
Dalla stradina che conduce al podere apparve un calesse trainato da un lucido cavallo;
anche i finimenti in cuoio erano lucidissimi.
Antonino si guardò i piedini scalzi, quasi (pensò) che quel cuoio avrebbe potuto proteggere
i suoi piedi.
Dal calesse (anch’esso lucidissimo) scese un
uomo massiccio. Ben vestito, un cappello con
la tesa molto grande che gli copriva la grossa e carnosa testa, una giacca grigia cucita in
doppio petto, lucidissime scarpe che brillavano al sole. Guidava il cavallo un altro uomo,
anch’esso ben vestito. Portava a tracolla una
doppietta (fucile).
Il babbo di Antonino, accortosi di quella
presenza, le andò incontro. Si tolse il cappello e quasi inchinandosi le disse: «Buongiorno
padrone».
L’omone, quasi ignorandolo, gli chiese:
«Quanti sono i buoi, quanti gli asini, quante le
mucche?» e così via.
80
Documenti e racconti
Antonino, in quel caldo afoso, vedeva scendere il sudore dalla fronte del babbo. L’omone
camminava qua e là chiedendo ancora qualcosa.
Qualche nuvoletta di polvere mossa dal
camminare annebbiava le lucide scarpe.
Fin quando quella lussuosa combinazione
rimase sull’aia il contadino la seguì con il cappello in mano.
Quando partirono, ossequiandoli a mo’
d’inchino, si rimise lo sconcio cappello.
Passò un po’ di tempo.
Una mattina nel finire di aprile, i primi giorni di maggio, il cielo si tinse di rosa e sempre
più si colorava di rosso quasi fosse un’aurora
boreale.
Quella luce veniva da oriente.
Sul viso sommesso di quel bambino apparve un sorriso.
Quel Rosso portava un messaggio chiaro
inequivocabile.
Tra gli uomini, chi loro essi siano, dovunque camminino, nessun si tolga più il cappello
di fronte al suo simile.
Quel rosso. Quella luce.
Là era. Là è. E rimane.
Per chi su la terra cammina e lavora
IL SOLE DELL’AVVENIRE.
81
Documenti e racconti
Montemassi. Settembre 2002
Florido Rosati descrive un infortunio accaduto
nella miniera di Ribolla che costò la vita a un
suo amico, morto asfissiato insieme ad altre
due persone.
A diciotto anni
morire in miniera…
Perché?
Miniera di Ribolla - 1939
Nella miniera di Ribolla il montacarichi era
il lavoro più duro di tutto l’esterno dei pozzi.
Infatti, dopo la visita per la valutazione fisica,
in infermeria ci veniva messo uno strumentino
in mano, da stringere per misurare la forza.
Molti di noi ragazzi (manco a dirlo!), i più
robusti, venivano poi “domati” al montacarichi, là dove facevamo correre su rotaie, scambi
e chiattine (piastre di ferro dove far cambiare
direzione alle casse), carrelli basculanti da 800
litri. Un po’ come la doma dei muli da soma.
Quei carrelli venivano poi vuotati in botole
che scaricavano nei vagli e sui nastri della cernita, dove lavoravano decine di donne in due
turni. Quando la cernita aveva dei guasti, le
donne venivano mandate a ordinare i cumuli
di carbone, pulire i piazzali, ecc. Gli addetti
al montacarichi venivano lasciati sopra a recuperare un po’ di fisico, data la durezza di quel
lavoro.
Si sentiva nell’aria il vento della guerra che
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Documenti e racconti
si avvicinava; molti giovani, nella speranza di
ottenere l’esonero, lasciarono le altre attività
e vennero a lavorare in miniera. Così anche il
mio amico Daniele Poli: da Volterra si trasferì
a Montemassi (paese di origine di sua madre)
per lavorare nella vicina miniera di Ribolla.
Al ragazzo, abbastanza robusto, fu permesso
di restare all’esterno dei pozzi e fu mandato
al montacarichi (alla doma dei muli). Riusciva bene e rimase; fin quando, un giorno, ci fu
un guasto alla cernita: le donne con i badili in
mano e nel piazzale, ai cumuli di carbone e
quanto altro, gli addetti al montacarichi sopra
a prendere respiro.
Alla rimessa in moto della cernita, su di
un nastro trasportatore di carbone, c’era una
scritta un po’ oscena, ma non compromettente per nessuno; le donne chiamarono il sorvegliante, il quale ne fece una specie di tragedia
(dati i tempi che correvano) e così un paio di
giovani vennero puniti mandandoli in miniera,
tra i quali il mio amico Daniele. Venne mandato al pozzo Costantino con gli altri che già vi
lavoravano.
Entrarono alle ore 15, erano Minos Masotti
di Montemassi, Danilo Carli di Tatti, Daniele Poli, il ragazzo mio amico e quasi coetaneo
e uno di Sassofortino (non ricordo il nome).
Verso le 19, l’ora di consumare il pasto frugale
per il minatore, fu tragedia: una frana di fuoco
ostruì la galleria di accesso; uno di loro, quello
di Sassofortino, tentò la sorte, si bruciò ovunque ma traversò la frana e si portò in salvo.
Dette l’allarme. Il fuoco scendeva ancora, non
era possibile il soccorso immediato.
Gli altri tre si incamminarono verso il pozzo
di riflusso; l’ossido di carbonio e il veleno dei re83
Documenti e racconti
sidui della miniera fecero il resto. Vennero recuperati, dopo due giorni, i tre corpi privi di vita.
Così prevalsero, per l’orgoglio del padrone,
lo zelo e la falsa morale clerico-fascista del prepotente, sopra la vita di un ragazzo di diciotto
anni che, alla quarta ora della sua prima entrata in un pozzo della miniera, morì con i suoi
due compagni, il giorno 3 del mese di gennaio
dell’anno 1939, nella miniera del gruppo Montecatini a Ribolla, in provincia di Grosseto.
Onore a te, Daniele.
Un amico.
84
Documenti e racconti
Dicembre 2003
La miniera di Ribolla
e il suo indotto.
Florido racconta…
Nei primi anni del 1900, anche i primi anni
del movimento socialista, vi furono uomini nella nostra zona capaci di dare impulso e svolta a
certi movimenti; tra questi furono Pietro Ravagli di Roccatederighi e Antonio Gamberi, poeta
di fama internazionale, che operò per un periodo di tempo anche in America Latina. Fu per
lungo tempo esule in Francia, da dove scrisse i
volumi “Battaglie Sovversive” e “Ultime Battaglie”, composti da centinaia di poesie che io ho
avuto l’opportunità di leggere.
Nei primi anni ’10 vi fu, a Grosseto e provincia, una grande competizione politica tra il
socialista Merloni e il popolare Ciacci. Il compito affidato a Gamberi (nato e operante nelle
zone di Tatti, Roccatederighi e Montemassi) fu
di portare la campagna elettorale sulla montagna amiatina ed ebbe un enorme successo con
la vittoria assoluta del socialista Merloni.
Gamberi dà pieno riscontro a quella prova
positiva con una poesia su “Battaglie Sovversive”
intitolata “Ai preti del Corriere dell’Amiata”.
Nel suo pellegrinare politico su paesi come
Arcidosso, Castel del Piano, Santa Fiora e tutto il comprensorio amiatino, ebbe l’occasione
di conoscere lo stato di precarietà e di miseria
del popolo di quella zona. I boscaioli, i segantini che nell’inverno facevano lavori stagionali
85
Documenti e racconti
nella bassa montagna, nell’estate andavano a
fare i braccianti agricoli in Maremma, andavano a fare le faccende agricole nelle fattorie
come Acquisti, Galere, Macchia Scandona,
Trappola, ecc.
A molti, tornati in montagna, non bastava il
guadagno dell’estate per curarsi la febbre malarica.
Questo fu recepito da Antonio Gamberi;
con la sua capacità dialettica convinse un primo gruppo di boscaioli-segantini (quelli che
con seghe a telaio e segoni lineari riducevano
i tronchi in legname lavorato) a recarsi a lavoro nella zona di Roccatederighi, dove degli
imprenditori boschivi (come Pitena, il Girelli
Gemino), capi macchia e vetturini come il Cacioli (detto Chiano) e figli, dirigevano il commercio e il trasporto del legname.
Intanto la miniera di Ribolla e Casteani si
estendeva come lavoro e numero di operai e
necessitava di legname lavorato: traverse di
ferrovia, traversoni per i pozzi, guide per le
gabbie (ascensori), puntelli (assi di sostegno
per il sottoterra).
Il primo gruppo che si portò in zona, composto da una decina di elementi, era guidato
da mio nonno paterno che era presidente della
Cooperativa Lavoro dei Bagnoli di Arcidosso:
a loro fu assegnata la zona delle Cerbaie, un
bosco prevalentemente di quercia che si estendeva da qualche centinaio di metri di distanza
dalla miniera, cioè scenderia di San Feriolo,
scenderia delle Patate, Pozzo Cava; in sostanza partiva dal ponte sul torrente Raspollino,
dove ora ci sono il podere di Aldo Ghezzi e
quello del Macchi, fino all’Aina, cioè la dritta
per Montemassi fino al ponte del Ricci (attuale
86
Documenti e racconti
monumento ai caduti della Resistenza).
Di questo gruppo faceva parte anche mio
padre, appena congedato da militare per la
guerra di Libia (1911). Andarono ad abitare
in una casa colonica dove il contadino era un
certo Niccolai; questi faceva un po’ l’antenato
dell’attuale agriturismo (la casa era quella detta San Giusto, dove ora abita una famiglia di
tedeschi), infatti procurava loro il cibo. Dormivano in un fienile, su giacigli di paglia.
Il mangiare (la dieta): al mattino la consueta
coppia di uova a bere con un bicchiere di vino
dietro o acquavite (attuale grappa). Per mezzogiorno portavano con sé due chili di farina
di granturco, il paiolo, una forma di cacio e
un pane grosso, una barletta di vino di circa
venti litri (piccola botte in legno). Per l’acqua:
ai ruscelli.
La mattina, alle prime luci dell’alba, erano sul lavoro; ogni giorno alle dodici polenta
fatta sul posto. Alla sera, quando il crepuscolo oscurava la terra, accendevano dei falò di
frasche per lavorare qualche ora in più. Erano
uomini forti, robusti, molto allenati; con accette abbattevano enormi piante di quercia e
altri alberi e con lunghi segoni lineari e seghe a
telaio riducevano i tronchi a tavole e tavoloni
più o meno grossi, giorno dopo giorno, mese
dopo mese, strappavano il legno con l’ausilio
delle sole braccia, lavoravano oltre le ore della
luce del sole.
A tarda sera, quando arrivavano alla precaria dimora, una ragazza della famiglia preparava per loro la cena, il consueto piatto di
minestra, il secondo, pane e vino, poiché c’era
una fornita cantina locale.
Nel 1914 il mio babbo sposò la ragazza che
87
Documenti e racconti
fino ad allora era stata la loro vivandiera; intanto il gruppo era aumentato, la richiesta di
quel lavoro anche. Nel 1915, allo scoppio della
prima guerra mondiale, la miniera di Ribolla
lavorava a pieno ritmo e anche da quel lavoro
c’era una gran richiesta di legname.
I giovani furono chiamati alle armi, diversi di loro non fecero mai ritorno. I lavoratori
amiatini crebbero di numero nella zona, il mio
babbo lo mandarono in guerra, in due licenze,
in quel periodo, nascemmo io e mio fratello.
Fummo da allora la seconda generazione
che a suo tempo (così la storia volle) è stata
di minatori della miniera di Ribolla fino alla
sua chiusura. Il ciclo è continuato e sono molti
gli amiatini che hanno popolato la miniera, le
campagne e le frazioni che intorno alla miniera
sono vissute e sviluppate.
Anche noi, persone fisiche di seconda generazione, da allora abbiamo pagato all’Italia
e per l’Italia lo scotto di cinque anni di guerra
per la seconda guerra mondiale, combattendo
fuori e dentro ai confini della nazione, compresa la guerra partigiana di liberazione.
88
Documenti e racconti
Montemassi, gennaio 2004
Il bosco.
Lavoro, sacrifici e pregi
Racconti di storie vissute
Durante quella che fu chiamata “la crisi di
lavoro del 1929” che per l’Italia incominciò
con l’avvento del fascismo, noi bambini, fatti i
primi due anni di scuola, perché figli di contadini, già ad aiutare nei lavori del podere.
Durante l’inverno mandavamo le bestie al
pascolo nei boschi che distavano solo qualche
centinaio di metri dal podere; gli adulti, già
cacciatori e bracconieri, ci insegnavano l’arte
di tendere pietraccole, lacci, laccioli, penere,
stringoli e tagliole di ogni tipo per cacciare gli
uccelli e altri animali che nei boschi in inverno
pullulavano in numero incontrollabile.
Era una risorsa di vita per mangiare, per
noi e per le nostre famiglie, dove a sufficienza
c’era solo il pane (per noi contadini, per gli altri scarseggiava anche quello!).
I boschi venivano tagliati e riceppati ogni
quindici anni, quindi in piena produzione di
legna e di frutti. Albatre, mortella, mangiaole,
prugne selvatiche e altri frutti in quantità minore, comunque pascoli abbondanti per tutti
gli abitanti del bosco: tassi, volpi, istrici, martore, cinghiali, ecc.
Una gamma infinita di uccelli come pettirossi, capinere, capirossi, merli stanziali, merli
di passo, tordi bottacci, tordi sasselli. Tanto
per ricordarne le qualità più comuni e più nu89
Documenti e racconti
merose. Altri che nidificavano nelle zone più
vicine alle coltivazioni, come tortore, stame,
quaglie, strillozzi, allodole, passeri, lì trovavano modo di vita e non solo, anche qui citiamo
i più comuni di queste specie.
La riproduzione superava di gran lunga il
prelievo dell’uomo. Laddove erano a pascolo
greggi di armenti di ogni tipo e grandi stive di
letame, si producevano enormità di moscerini
e altri insetti: qui volavano stormi di rondini,
rondoni, balestrucci. Questi, uccelli migratori e chiassosi, nidificavano a migliaia sotto le
gronde dei tetti, sia in paese che nelle case coloniche. In autunno, in grandi branchi a piccole nuvole, ripartivano per zone più calde.
Portavano con sé i nostri ricordi, per averli veduti sfrecciare con volo rapido sopra le
greggi, sopra i letamai, dove mangiavano al
volo nuvole di mosche e di moscerini e quando
negli stagni di acqua andavano a bere con volo
radente, il becco verso l’acqua, vi lasciavano
un piccolo rigo per la goccia rubata, che l’acqua richiudeva. Era simile a un piccolo segno
di matita lasciato su un grande manifesto che
poi scompare, questi piccoli segni non ci passarono mai inosservati.
La loro permanenza ci aveva visti tutta
l’estate camminare scalzi e a dorso nudo per
i campi falciati e la loro partenza ci metteva
pensiero: tornava la cattiva stagione.
Tornava l’inverno e noi ragazzi sull’adolescenza, con le nostre bestie al pascolo e con
i nostri ormai conosciuti attrezzi da caccia,
riprendevamo il nostro consolidato modo di
cacciare e ritrovavamo, così, la risorsa con la
quale mangiare il pezzo di pane.
90
Documenti e racconti
Quando ne prendevamo in più (e succedeva spesso) li vendevamo alle famiglie più ricche
del paese; il ricavato andava, di solito, a maestre in pensione che, con la cosiddetta scuola
serale a pagamento, ci insegnavano a comporre le parole e un po’ a leggere e scrivere.
Vi era un’altra gamma di piccoli uccelli non
cacciabili (per citarne alcuni, lo scricciolo o re
di macchia, il picchio rampichino, il raperino,
la potassina, il codibugnolo): erano più piccoli
della falange di un dito e di solito nidificavano sui frutti, sugli olivi e nei vigneti, dei quali frutti erano gli spazzini, li tenevano ripuliti
da insetti e da larve stabilendo la quantità e la
qualità del prodotto.
Nel nostro pellegrinare nei boschi, avemmo
l’occasione di conoscere, e da più grandi anche
di praticare, un altro mestiere: il boscaiolo.
I boscaioli venivano più che altro dal senese
(da Chiusdino) e dalla Lucchesia. Arrivati nella zona, per qualche giorno si adattavano nelle
nostre case (noi li abbiamo ospitati più volte),
quindi iniziavano a costruire la loro abitazione
nel bosco.
Il capanno: un telaio di legno robusto, poi
pertiche laterali, quindi rivestito di frasca. Con
una grossa zappa fatta allo scopo, facevano zolle di terra ed erbacce per ricoprirlo e renderlo
resistente alle intemperie. Questa diveniva la
loro abitazione per tutta la stagione, il tempo
del taglio e della cottura del carbone che si
prolungava, di solito, dal primo settembre al
trenta aprile dell’anno successivo.
Nel capanno venivano costruite le rapazzole, specie di giacigli intrecciati di pertiche
e imbottiti di paglia. Le balle da carbone
(sacchi molto grandi che servivano per il suo
91
Documenti e racconti
trasporto) venivano usate come materassi e
coperte.
Al centro del capanno c’era lo spazio per il
braciere, che rimaneva acceso per tutta la durata del lavoro, veniva sempre alimentato con
legna ed era riscaldamento e focolare dove cucinare giorno e sera.
L’illuminazione era con lumi a olio, nei casi
migliori con acetilene.
Ricordo perfettamente la squadra di Chiusdino, aveva il capanno nel poggio dell’Olivastra (zona del Troscione) e quello dei pistoiesi
era nel piano della Radunata, zona di Poggio
Querceto. Per l’acqua da bere, cucinare e lavarsi: ai ruscelli.
Anche nel focolare di noi contadini, in inverno, il fuoco era sempre acceso e alimentato
da grossi ciocchi e quando le piogge erano più
forti e continue o il freddo glaciale, i boscaioli
e carbonai venivano a passare le notti da noi.
Il posto nelle case poderali non era gran che
spazioso, ma ci arrangiavamo un po’ tutti: la
sera dopo avere cenato di quello che consentivano le possibilità, i più vecchi raccontavano
le loro storie e noi ragazzi, a occhi spalancati,
ascoltavamo.
All’ora di andare a dormire, noi nelle purtroppo misere stanzette e i boscaioli scansavano il tavolo dal mezzo della cucina, stendevano sul pavimento i sacchi pieni di paglia,
attizzavano i ciocchi sul focolare al quale
porgevano i piedi, con il capo sotto al tavolo. Così potevano passare la notte tra le mura
e sotto a un tetto, più al sicuro dal freddo e
dalla pioggia che non nel capanno nel bosco.
Era questa miseria, ma ci volevamo bene e ci
rispettavamo.
92
Documenti e racconti
Il lavoro nel bosco
Alle prime luci dell’alba, iniziava il picchiettare dell’accetta e del pennato fino a sera.
Quando il crepuscolo oscurava la terra, accendevano dei falò con la frasca abbattuta durante
il giorno e a quel chiarore lavoravano qualche
ora in più.
Era solito che il più giovane della squadra
facesse il Meo (cuoco): la mattina prendeva un
fiasco nudo, lo faceva mezzo di fagioli e il resto
di acqua, lo poneva sul braciere al centro del
capanno. A mezzogiorno i fagioli erano cotti,
così in un tegame un pomodoro, due spicchi
d’aglio, un ramoscello di salvia: erano detti “fagioli all’uccelletta” e, quando li prendevano,
erano pure gli uccelli a comporre il secondo.
Un giorno dopo l’altro a mezzogiorno era polenta: quando il meo aveva pronto il mangiare
chiamava i compagni tagliatori per il pranzo. A
tutta voce chiamava: “A pulenda”. Dalla vallata di Tassinaia ai grottoni di Rocchibella, lungo
il torrente le Maggiori, l’eco accompagnava ripetendo “enda… enda… enda…”.
Dall’altra parte della valle una voce rispondeva: “S’arriva!” e il solito eco nelle stesse valli
ripeteva “iva… iva… iva…”.
I cibi molto usati erano aringhe e baccalà
arrostiti nella brace e conditi con olio e peperoncino. I giorni di festa, qualche fiasco di
vino. Non faceva mai sosta il boscaiolo.
Quando, verso primavera, la legna tagliata
era stivata intorno alle sedi per la cottura, iniziava il lavoro del carbonaio. I boscaioli stivavano la legna a mo’ di pagliaio, un bel monte
molto composto ricoperto di terra, quindi da
una feritoia appositamente lasciata al centro,
93
Documenti e racconti
accendevano il fuoco che durava dei giorni, a
seconda della quantità di legna.
Non si vedeva mai la fiamma, ma solo fumo:
una dopo l’altra venivano accese le carbonaie
e la valle si riempiva del fumo lasciato uscire
dai piccoli fori che il carbonaio praticava a suo
modo nella carbonaia, con un legno appuntito
preparato allo scopo.
Quando il carbonaio, sicuro del suo mestiere, riconosceva che il carbone era pronto, faceva spegnere il fuoco chiudendo tutti i fori con
la pala e calpestando con i piedi. Dopo due
o tre giorni, quando non emetteva più fumo,
andava a fare lo “scarbonamento”: toglieva la
terra e scopriva il bel carbone vegetale, tirava
fuori, con apposite forche e rastrelli, i bei cannelli simili alla legna che prima aveva stivato.
Ora arriva un altro mestiere: il Vetturino,
l’uomo che con i muli da soma trasportava le
grosse balle di carbone da dentro al bosco all’imposto dove erano caricate sui camion per
raggiungere i luoghi di consumo.
Questo prodotto energetico veniva ampiamente usato per riscaldamenti, ma, soprattutto, per cucinare in case private, ristoranti,
ospedali. Parlavamo del vetturino. Questi uomini addetti a tale lavoro, custodivano i muli, il
basto e le altre attrezzature inerenti il carico.
Alle prime luci dell’alba, “vestivano i muli”
(linguaggio di quel mestiere) messe le sonagliere (campani e campanelli), quando si addentravano nei sentieri e viottoli del bosco, con
tutti quei suoni sembrava una piccola festa.
Arrivato in prossimità delle carbonaie, vicino
alla zona di carico, fermava i muli e ascoltava
il richiamo del carbonaio. Questi si faceva localizzare con un urlo a tutta voce: “Eeeù…”
94
Documenti e racconti
il vetturino rispondeva al richiamo: “Eeeù” e
l’eco delle vallate li accompagnava da Tassinaia ai Grottoni di Rocchibella, lungo il torrente le Maggiori, ripetendo: “Eeeù… eeeù…
eeeù…”.
Con questi ricordi, poco più che adolescente, vado a lavorare in miniera; è ancora carbone, ma fossile, carico del micidiale grisou e di
quanto altro la miniera comporta.
La mia gioventù? A venti anni la guerra in
Africa, nei deserti della Libia e dell’Egitto;
dopo, guerra ancora in madrepatria fino alla
fine della guerra partigiana di liberazione.
All’indomani della guerra tutto è cambiato, i
mezzi energetici sono stati gasolio, gas gpl, gas
metano e quanto altro. I boschi sono stati abbandonati a loro stessi. La mortella non fruttifica più, soffocata dalle piante più grandi: è
seccata all’interno dei boschi. L’albatro s’è invecchiato e non dà più le rosse bacche, grande
cibo per tutti gli abitanti dei boschi, anche per
noi che da giovinetti venivamo a raccoglierle
per farne saporose e buone marmellate.
Anche i prugni selvatici sono morti sotto
l’ombra delle piante più grosse, anche questo
frutto, noi ragazzi, lo rubavamo ai tordi sasselli che ne erano ghiotti; lo portavamo a casa e
le donne, quando facevano il pane, ne facevano uno strato sopra alla schiaccia, veniva una
specie di crostata dal sapore dolce-agro, con la
quale facevamo succulente colazioni.
I piccoli uccelli, gli spazzini delle piante,
olivi, frutti, viti, non ci sono più, sono stati sostituiti e uccisi dai fitofarmaci, prodotti chimici
adoperati in tutti i settori dell’agricoltura; i nostri pronipoti non potranno sentirne il canto,
il cinguettio di questi piccoli esseri che, nelle
95
Documenti e racconti
fratte, nei ruscelli, hanno allietato noi nel nostro essere bambini. Raro è diventato anche il
menestrello della notte, quello che ha ispirato
scrittori e poeti: il tanto amato usignolo.
Nelle stoppie, nei campi, non si trovano le
quaglie, le stame e gli altri uccelli che nidificano per terra; prima ce n’erano tanti e li hanno
distrutti i diserbanti. Quando c’erano solo cacciatori e bracconieri, nonostante il prelievo, la
produzione avanzava, era più che doppia.
Ormai sono vecchio, dalle finestre della
mia abitazione, posta in paese a Montemassi,
vedo nitidi quei poggi dove centinaia di giorni
vi passai a far pascolare bestie vaccine, capre,
asini, maiali.
Osservo con scrupolosa attenzione il poggetto dell’Olivastra, Poggio alle Donne, Poggio
alle Forche, Poggio Bufalante, Poggio Querceto e le loro vallate, rivivo con la mente i giorni
in cui vi ho camminato in ginocchio, per tendere trappole di ogni genere, raccogliere funghi e albatrelle per farne marmellata e grappa,
il tutto dai sapori genuini e inconfondibili.
Da qualche anno sono tornati i boscaioli,
per brevi periodi in inverno: non più il ticchettio del pennato e dell’accetta, ma nuvolette di
fumo e l’assordante rumore delle motoseghe;
al disbosco, non più i muli con le sonagliere, di
Cecco e di Oreste del Chiano (i vetturini), ma
grossi trattori con ruspe che feriscono il bosco,
non più i piccoli sentieri, ma squarci, aperture
per far passare i grandi mezzi. Grandi nuvole
di pestilente fumo dei carburanti.
Anche i nostri piccoli amici, abitanti dei boschi, sopravvissuti allo scempio chimico se ne
vanno e deve passare qualche anno per farli
tornare, fin quando sia annullata la pestilenza
96
Documenti e racconti
dei carburanti e in parte rimarginate le ferite
inferte dall’uomo. Nella mia mente è ancora
scolpito l’urlo del carbonaio per farsi localizzare e la risposta del vetturino, ma soprattutto
il meo, il ragazzo che chiamava: “A pulenda!”
e l’eco lo trasporta nella grande vallata, fino
ai Grottoni di Rocchibella: “Enda… enda…
enda…”.
97
Documenti e racconti
Anni 1950 - Miniera di carbone - Ribolla
Fonte di lavoro e di vita
o di tortura e morte?
Quanto dannoso e bestiale fosse il lavoro
in miniera me ne sono accorto allora. Quando
ormai vecchio e aver fatto lavori precari come
contadino, boscaiolo, ecc… Da questi lavori
precari tornavo a casa la sera con le braccia
graffiate dai rovi, i panni stracciati, stanco sì, ma
solo stanco. Poi sono stato cantoniere, lavoro
sedentario di fronte alla miniera.
Torniamo alla miniera e parliamo di quella
che fu chiamata innovazione tecnologica.
Lo scafandro
Abbiamo ampiamente parlato di lavoro al
limite della sopportazione fisica. Lavoro in
avanzamento o risanamento. Manovale e minatore avanti all’avanzamento, più indietro,
due della squadra-soccorso con indosso autorespiratori pronti a intervenire se l’uno o l’altro fossimo caduti esausti.
In lavori come risanare zone passate dal
fuoco, rosticci, cenere e così via, ci trovavamo
a lavorare su polveri di questo tipo che irritavano le mucose fino a far sanguinare il naso
(per dissetarci portavamo in miniera la fiasca
– contenitore in vetro rivestito in vimini dalla
capienza di cinque litri – in otto ore di quel
lavoro la bevevamo tutta. Poca resa in urina,
l’altro dai pori della pelle in sudore). Dopo
pochi minuti in quei lavori ci riconoscevamo
98
Documenti e racconti
dalla voce, il resto è un impasto di polvere e
sudore, restano visibili solo gli occhi e i denti.
La genialità dell’ingegnere Padroni (direttore della miniera) fece costruire, allo scopo,
lo scafandro.
Poiché in quei lavori necessitavano due
ventilatori: uno premente, l’altro aspirante per
far circolare l’aria nell’avanzamento, già usati
in altri periodi. I ventilatori costavano grosse
cifre. Invece questo scafandro costava nulla
data l’esiguità del materiale per costruirlo e
la mano d’opera del personale della miniera;
ai padroni conta il risparmiare i soldi, non la
vita dei minatori. Infatti si trattò di un pezzo
di tubo di lamiera zincata del diametro di circa 25-30 centimetri alla base, che andava sulle
spalle, una grembiolina di tela gommata sopra
tra i capelli di chi lo indossava e il coperchio,
un iniettore (ugello) collegato con un piccolo,
ma abbastanza lungo, tubo flessibile da poter
consentire i movimenti a chi lo indossava. Il
tutto collegato alla tubazione dell’aria compressa (quella usata per i martelli picconatori e
perforatori). Poiché una certa quantità di olio
lubrificante veniva messa nell’aria che faceva
girare i martelli per lubrificarli così, il nostro
direttore, nello scafandro ci fece mettere un
batuffolo di cotone idrofilo tra l’uscita dell’aria
dal flessibile e l’ugello che spandeva l’aria da
respirare.
Quando a inizio turno l’operaio che lo doveva indossare cambiava il cotone, quello già usato era intriso d’olio. Credo che questo basti per
far capire che anche a noi minatori lubrificavano
bronchi e polmoni come ai martelli. Se con questo mezzo riuscì a farci respirare, il resto del corpo a quali sevizie, a quali torture fu esposto?
99
Documenti e racconti
Quasi tutti i minatori di quelle due generazioni avevano sopportato l’urto e il peso della
guerra, chi quella combattuta come lo scrivente – per due anni Libia-Egitto più uno in Italia,
poi perseguitato politico, quindi al bosco, partigiano – chi come militarizzati perché stabilimento ausiliare, praticamente militari anche
gli anziani operai; quindi la guerra li investì,
li coinvolse o li travolse. Quindi non più solo
torture in guerra e per la guerra, ma torture
anche in miniera per la miniera.
Voglio ricordare che l’oro che luccica addosso alle spumeggianti e sofisticate signore dei
ricchi, dei ladroni del mondo è il nostro sangue,
il nostro sudore succhiato e cristallizzato. A noi
una parte di quel materiale è restato, ma conficcato nei polmoni (si chiama silicosi) che tortura
il respiro, il fisico e porta alla morte.
Voglio altresì ricordare che la guerra è l’ultima pazzia, la miniera l’ultimo pane.
Florido Rosati
Montemassi, Novembre 2005
100
Documenti e racconti
Arcidosso, febbraio 2008
Tutti assolti, non esiste il fatto
Le morti bianche
Il grande esercito del lavoro ha pagato e paga
la ricchezza (che altri rubano e sfruttano) con il
sangue, con la vita.
Un esempio. Miniera di Ribolla dove lavorai
per 22 anni – Le grandi stragi –.
1935 – 16 morti, 2 invalidi. Mancanza di giro
d’aria. C’era il fascismo, nessuno dei responsabili pagò. Nessun processo.
1945 – Caos di fine guerra, mancanza di giro
d’aria. 8 morti, 5 invalidi. Nessun processo, non
pagarono né padroni né dirigenti.
1954 – 4 maggio. Da anni, anche a mezzo
stampa, si annunciava la strage. Produzione a
rapina, mancanza d’aria. I dirigenti e i padroni,
protetti dagli organi di tutela, andarono avanti.
Quel giorno 43 morti, 2 invalidi.
Finalmente un processo, di competenza
Grosseto, spostato a Verona. Centinaia di testimoni e di udienze, alla sbarra dirigenti e tutori. Conclusione del processo. Tutti assolti, non
esiste il fatto.
Per ricordare quella strage bisogna ritrovare
43 epigrafi nei cimiteri della zona o 43 cipressi
piantati intorno al monumento. Hanno pagato
il lavoro e chi produce ricchezze. La strage continua. I criminali o presunti tali nell’orgia dell’oro. Tutti assolti, non esiste il fatto.
101
Linguaggio
minerario
Assi di sostegno
Lungherina: asse per sopra di 3 metri lunga.
Gamba: puntello in verticale con denti di sostegno.
Gorgia: puntello di sostegno a bocca di lupo.
Quadro: sostegno a tre pezzi, due in verticale e
uno in orizzontale.
Galleria normale: alto metri 1,80 al piede, metri 1,8 in testa, 1,20 trapezoidale.
Quadretto: in legno a cinque pezzi per divario
di luci, un passaggio personale e attrezzature,
l’altra buttaggio materiale.
Tirante: legno che dà sostegno tra un quadro
e l’altro.
Infilatura: tavole spinte avanti con mazza per
sostenere il sopra se friabile.
Marcia avanti: filagne in legno per impalcature
dove si devono riempire i vuoti.
Butte e cassi di sostegno con gorgia: bocca di
lupo all’estremità superiore.
105
Liguaggio minerario
Coltivazione
Tracciamento: avanzamento in carbone, tra
versamento del banco carbonifero.
Camera a tetto: trancia dove si leva il carbone
fino al suo esaurimento in media.
Camera a letto: come sopra solo che tetto
scende, letto sale.
Ripiena: riempire i vuoti con terra sterile.
Riempimento per frana: far crollare il sopra per
riempire i vuoti provocati, il più pericoloso.
Gradino rovescio: riempire sotto, scarbonare
sopra, grande impegno per i minatori.
Tagli inclinati: scarbonamento a rapina armati
in ferro, fidare nella preparazione dei minatori e nella fortuna per non restare schiacciati,
molto redditizio.
Spurgamento: lavoro molto basso dove i minatori lavorano in ginocchio o sdraiati.
Avanzamenti: tracciamento in terra o roccia di
vario tipo per la ricerca di nuovo banco o di
arieggio sempre a fondo cieco.
Fornelli/Pozzini: per costruire questa struttura tra un piano di gallerie e l’altro superiore
– un esempio dal -260 al -220, 40 matri da perforare dal basso all’alto – si sparano le mine
nel materiale; gli addetti entrano nel vuoto
creato e fanno cadere il materiale smosso con
l’esplosione, quindi armano fino a raggiungere
la galleria superiore. Occorreno una preparazione e un’attenzione particolari. La rimozione di questo materiale si chiama disgaggio.
Non sempre però bastavano attenzione e capacità nell’operare. Per fare quel pozzo così
progettato qualche volta capitavano decine di
infortuni. Ma quella era la miniera, e quello il
lavoro dei minatori.
106
Liguaggio minerario
Disgaggio: lavoro di massima attenzione.
Sbancamento: rimessa in piano dei binari e
pulizia della galleria.
Carreggio: spingere i vagoni vuoti o pieni.
Armamento: rimettere in sesto gallerie, rimonta fornelli riportati allo stato normale se
schiacciati dalla pressione.
Mortuase: piccola fondazione per legname in
verticale, piccola buca.
Croazza: vuoto con acqua o aria morta.
Rigola: piccola fossa per lo scorrimento di acqua.
Sfilzi: specie di zeppe per trastare i quadri.
Lavori a fondo cieco: senza giro di aria, solo
areazione sussidiaria a mezzo ventilatori, molto spesso scarsa.
Quote
Meno 132
Meno 154
Meno 175, e così via.
Sono i metri di quota sotto il livello del mare.
Attrezzi di lavoro
Chiattina: piastra di ferro per far girare i vagoni.
Piccone a due punte
Piccone punto e taglio
Picchetto: a una sola punta occhio tipo martello, occhio anello dove corre il manico.
Segaccio: sega con solo manico indispensabile,
multiuso.
Sega: a due manici per attestare legname.
Accetta: scure.
Ascia: tipo di scure curva per modellare legname da armamento indispensabile per minatori
ed armatori.
107
Liguaggio minerario
Palanchino: paletto in ferro multiuso.
Badile: multiuso.
Smarra: specie di zappa a forma triangolare.
Vagoni: trasporto materiali vari.
Mucco: vagone a bocca di pesce, vari lavori e
particolari in intermedie.
Ciuchetta: piccolo vagone con scartamento
più ridotto per spurgamenti, lavori a bassa dimensione, ruote in ferro cassone in legno.
Trucco: carrello particolare per trasporto puntelli.
Martello picconatore: aria compressa.
Martello perforatore: aria compressa.
Tavole oscillanti: per fare scorrere il carbone
nei piani inclinati.
Attenzione
Segnali tra i boccaioli (addetti agli ascensori) e
l’arganista (operatore dell’argano).
Per il movimento delle gabbie (ascensori) lungo il pozzo.
Gabbia ferma
Un colpo corto: alza
Un colpo corto: ferma
Due colpi corti: cala
Colpo corto corto: ferma
Tre colpi corti: telefono
Un colpo più lungo: viaggio materiale o libero
tutta velocità
Un colpo corto: fermata rapida
Tre colpi corti uno lungo: sale o scende personale
Tre colpi marcati e uno lungo (ferito o carico
speciale)
108
Liguaggio minerario
Tre colpi lunghi: allarmi
Marca piani
un colpo lungo e uno corto: primo piano
- - : secondo piano
- - - : terzo
- - - - : quarto, e così via
A scanso di equivoci l’arganista prima di ogni
movimento con l’argano ripeteva il segnale ricevuto.
Miniera di carbone – Ribolla
Sezione di galleria transito, arieggio, ricerca.
Ordine di esplosione delle mine
1, 2, 3 centro e laterali
4, 5 discariche
6, 7, 8, 9 rilevaggi
In queste qualità di norme quando prendono il
giro d’aria diventano friabili tendenti a franare. Quindi bisogna procedere con armamento
in legname alla distanza di circa cm 80 l’uno
dall’altro con qualche guarnito in tavola.
Miniere di pirite, rocce dure, chilometri di gallerie senza armature. Rocce dal nome di pernico, granito, piastra, renaria, pirite, trance di
produzione, duro il lavoro di perforazione. Un
esempio della posizione mine.
Ordine di esplosione:
1 Busciò (tappo)
2 Laterali 4, 5, 6, 7
3 Discariche 8, 9, 10, 11
4 Discariche alto 12, 13, 14, 15
5 Mediani 16, 17, 18, 19
6 Rilevaggi 21, 22, 23, 24, 25, 26.
109
Liguaggio minerario
Strumenti agricoli
Pennato: strumento indispensabile per il boscaiolo.
Scure o Accetta: per l’abbattimento degli alberi.
Manescure: per scavare ciocchi e dissodare i
boschi.
Zappa: per ritagliare zolle da usare per coprire
carbonaie e capanni per alloggiarvi.
Bidente: per vigneti.
Falce Fienaia: per tagliare l’erba nei prati.
Falce: per la mietitura.
Forca: per balzi o covoni.
Palmolone: per paglia e pagliai.
Palmola: per pula o lolla e per carbone.
Rastrello: multiuso.
Detto Cavallo: per il trasporto di legna a spalla
d’uomo.
Fiasca: contenitore di acqua da bere.
Borsa in Lamiera: per contenere il pranzo dei
minatori.
Martello e Incudine: per dare il taglio alle falci.
Tascapane: per contenere il pranzo dei minatori.
Chiave Inglese: multiuso.
110
Poesie
Poesie
Aprile 1999
Guerre di Etnia e Religione
Quando la storia non ricordi e ancora
quale fu l’olocausto ed allora?
Inutile pregare quello Dio
ricorda meno di quello che ricordo io
di tante guerre l’ultima funesta
impossibile non resti su la testa
dell’uomo (così detto) ancora
che ci riprova e non ricorda allora?
Quante guerre in virtù del suo sapere
solo per la gloria del potere
contrastanti politiche e religioni
prive di memorie e di ragioni
amanti dell’odio e della guerra
di morti coprono la terra
i disgraziati cadono colpiti
i feriti su i morti e su i feriti
alla ricerca di torto o di ragione
in tutto il momdo fanno confusione
osserva l’Islam nel globo sconfina
su tutto il mondo guarda la Palestina
l’arroganza ortodossa che le mani
ha messe su l’est. Prova sia i Balcani
115
Poesie
la cattolica che conquistò le terre
e danni fece con tutte le guerre
dall’India a l’Africa all’Oriente
odor di guerra tutto il mondo sente
non m’importa che religione sia
cercan la guerra per la stessa via.
Sotto l’egida di Cristo i criminali
religion per religione tutti eguali.
Io domando che legge è la tua
sfollar la gente dalla terra sua
qual è l’umanità che te l’ha detto
sgombrar la gente dal suo proprio tetto?
Laureati fossero o contadini
la fate strage di tanti bambini
pietà chiedete alle schiere furiose
non si conobbe mai armi pietose
quante! Le mani al ciel rivolte
e dall’azzurro ciel cadde la morte
l’uomo bestiale per la sua mala sorte
sempre costruì mezzi di morte
allor perché, o venerando Iddio,
non alzi la spada e nell’oblio
a protezione dell’umane genti
fai strage da pazzi e delinquenti?
116
Poesie
Allor crederò nel tuo creato
anche chi oggi consideri dannato
se a loro toglierai il perverso vizio
crederemo allor al giorno del giudizio
finché vederemo insanguinar la terra
i miseri scannar guerra su guerra
non ci sarà più chi pole crede
nella giustizia tua, né avrà più fede.
117
Poesie
Maggio 1999
Le morti bianche
Nelle miniere nacque una cultura
nelle viscere terrene maturato
scorreva il tempo annata dopo annata
e l’uomo lavorò contro natura
con la lanterna in mano il minatore
per porta’ a casa quel pezzo di pane
trattato spesso ancor peggio di un cane
a prezzo di fatica e di sudore.
Il pestilente fumo del carbone
che si sprigiona e li piena i polmoni
non conta il sacrificio ma i vagoni
che hai estratti a fine turno in conclusione.
Mai sazi i padroni e i suoi aguzzini
anche quando stremato finivi in ospedale
se in miniera morivi pagava il funerale
e non provarli a chiamarli assassini.
Strumento di misura il maialino
che da l’India ci venne importato
non predisse il gas accumulato
di tanti minatori lo segnò il destino.
Era una mattina in primvera
il 4 maggio del ’54 quel boato
fumo e polvere in cielo ha sollevato
44 uomini non tornò la sera.
118
Poesie
Alle famiglie che invan hanno aspettato
alcuni da lontano i più vicini
sentimmo forte il pianto dei bambini:
io ve lo posso dir, so’ ’no scampato.
Chi quel mattino non varcò il confine
per mano d’incoscienti e di ladroni
al servizio dei soldi e dei padroni
or per l’età come ne volge alla fine.
A Verona furon processati
omicidio plurimo doloso
il giudice si trovò molto confuso
forse per i soldi che gli avevan dati.
Con tanta gente si prese contatto
legale soluzione a quei briganti
non giovano preghiere manco i pianti
tutti assolti non esiste il fatto.
Se un Dio vi fosse a regolar l’eterno
nissun di voi ne resterebbe fuori
ladri corrotti e corruttori
finireste nel profondo inferno,
invece il giuoco è a doppio fondo
per chi lavora non vi è mai ragione
primeggia la ricchezza del padrone
disgraziati all’inferno e voi a godervi il mondo.
119
Poesie
Maggio 1999
A Venezia ai Veneziani
Bella. Città d’arte. Quanti poteri hai
tu dei sospiri il ponte hai costruito,
di San Marco il leone è conosciuto,
stai dentro l’acqua e non marcisci mai.
Oh! Quanto è vero che i cittadini tuoi
al navigar di barche là in laguna
dove rispecchia il sole e poi la luna
vuol calpestar terra di capre e di buoi.
Qua verso sto castello in mezzo ai sassi
dove nelle tane lassù in vetta
ha fatto il nido il gufo e la civetta
vi primeggia la pace. È Montemassi.
Bene arrivato, foresto cittadino,
a respirar aria di bosco, aria nostrana,
puoi passeggiar mattino e meridiana
in terra del boscaiolo e il contadino;
lo stornir dei passeri ci avvisa
sono arrivati Tino e la Marisa.
120
Poesie
30 giugno 1999
È nata Marianna
Amore è la nascita di un fiore
anche tu tenero fiorellino
sei nata alla vita in un giardino
fatto di ansietà fatto d’amore.
Riscaldata sarai da grande fiamma
che famiglia si chiama e genitori,
circondata di teneri e grandi amori
quello che scalda di più è amor di mamma.
Altri ci sono se aspettar potranno
di vederti vermiglia in giovinezza
sul tuo tenero volto porre una carezza
questo binomio si chiama Bisnonno.
Sempre lieto sia per te il destino,
tu resti il più bel fiore del giardino.
121
Poesie
Luglio 1999
20° Secolo
Volge alla fine un secolo furente
il 1900 va in congedo
mi provo a dir come io la vedo
sterminatore di parecchia gente.
Volge alla fine con grandi barbarie
come secolo fu fra l’etnie
e religioni per visioni mie
il peggior tra le storie varie.
Là nella Libia la importo la guerra
erano i primi anni Novecento
altri segni di guerra e già nel vento
stragi di gente giace già per terra.
Ancor voglie di gente sempre uguale
per trincee cannoni e si è avviata
la guerra aerea che più spaventava
durò cinque anni e fu guerra mondiale.
Dalle polveri nasce così il nazi-fascismo
mentre all’est il rosso già primeggia
scontri di pensiero or si vaneggia
tra fuochi e fiamme è totalitarismo.
Con tanta voglia di allarga’ i confini,
guerra di religione e razza si chiamava,
il conflitto più grande e si allargava
al capo di tutto due cretini.
122
Poesie
Uno che Fiurer si fece chiamare,
l’altro si diede il nome di Duce:
in tutto il mondo s’offuscò la luce
e fu scontro in cielo, terra e mare.
Dalla guerra scatenata da due matti
mezzi di distruzione brulicò per terra,
in tutto il mondo s’infuriò la guerra
e nissun volle scende’ a patti.
Fin quando dalla scienza venne fuori
un mezzo di strage e tal potenza,
quando i popoli vennero a conoscenza
distrutto aveva menti, uomini e valori
per dare torto a queste menti insane
e a chi li assecondò dentri i misfatti,
quando finiti furono questi fatti
quaranta milioni costò di vite umane.
Quanto pagammo la ricostruzione
di tanti danni provocati allora
di più e di peggio che ogni giorno ancora
altri cervelli cercan confusione.
Un piccolo stato dell’Oriente estremo
si prepara a ricostruir l’unione
mentre Vietnam del Sud protetta dal campione
dei capitalisti guerrafondai e lo sapremo
contro Vietnam del Nord che misera gente
dentro la giungla si annidava
di diossina e nervino la infestava,
contro quei Vietcong non potè mai niente
123
Poesie
il gigante americano che per anni interi
ridusse in cenere i boschi, città e colline
contro topi di fogni che alla fine
diedero scacco al gigante e ne limitò l’imperi.
Qui fu l’irreparabile a ritroso
tornò il gendarme del mondo
anche se arrogante fosse e furibondo
lasciò a quel popolo dignità e riposo.
La si fomenta ancora tra questa pazza gente
la voglia di forza è su la terra
anche nell’Iran il dilagar la guerra
dove lo investe tutto il Medio Oriente.
Altri cervelli pazzi in fe’ del vero
che stupida gente tiene nella mani
chiude il secolo vedi nei Balcani
è un fatto grave per il mondo intero.
Infatti ripartì il gran gendarme armato
e su squilibrate e sane genti
vomitò fuoco e ferro su povere genti
per colpire uno solo dal mondo condannato.
E voi provate ancora, o religioni,
a parlar di pace ai criminali
col vostro dire e fare per me ne siete uguali
non so capire se siete saggi o più dannosi.
Non si conobbe belva peggiore al mondo
dell’uomo assetato di soldi e di potere
i fatti successi lo fanno capire
noi lo vorremmo libero e giocondo.
124
Poesie
Quando il mondo non avrà confine
saremo tutti un mondo di fratelli,
se utopia non parrà pure per quelli
potremo porre la parola fine.
125
Poesie
Agosto 1999
La doma della cavallina
Ricordo quando quella bestia brada
insieme a me la percorrea la strada
Eri ormai grande per mia decisione
ti volli salir sopra al groppone
Quanto bizzarra fossi in quel momento
io lo provai un senso di sgomento
Avvolgevi la schiena, io come un lampo
ti sorvolai le orecchie e là nel campo
Per quanto tu furiosa ed io testardo
ti misi la briglia e senza alcun riguardo
Il campo arato della mattinata
lo calpestammo per mezza giornata
Quando verso sera tornammo alla stalla
mi tenevi il muso su una spalla
Divenimmo amici e fin d’allora
quante mattine al risalire dell’aurora
Per fossi, campi e dissestate strade
a farle pascolar le bestie brade
Un giorno il padrone per soldi e sua premura
ti vende’. Anch’io lasciai l’agricoltura
Nel buio della miniera. Nella tempestosa guerra
sognavo te e la profumata terra
126
Poesie
Come le storie che il tempo dipana
ti ritrovai ma eri molto anziana
Non più la tua figura bizzarra e snella
né su la groppa l’elegante sella
Basto da soma avevi quel mattino
portavi l’uva per produrre il vino
Ci riconoscemmo? Non so come
Popa ti chiamai, questo il tuo nome
Non capisco quale sia la tua memoria
per noi mortali è il corso della storia
Per noi che abbiamo tanto lavorato la sorte è
quella
io in commenda e tu a Bologna a far la
mortadella.
127
Poesie
8 Settembre 1999
A una coppia di Sposi
Vi ho visti stamattina ai piedi dell’altare
inginocchiati a far giuramento.
Pallidi in volto. Tenero il momento
là. Suggellavi la storia d’amore.
Della vita apprezzatene i valori
in primavera, estate a sia in inverno.
Amor sichiama sempre per l’eterno
che il vostro affetto generi altri amori.
Sia la vita vostra cosparsa di fiori,
vogliatevi bene, così le cose vanno
per quattro anziani che nonni saranno
per voi il più bello. Amor di genitori.
L’avverarsi sarà di sogni belli,
ogni giorno sia meglio del giorno passato
grazie del pranzo che per voi abbiamo gustato
un evviva agli sposi Grazi e Pastorelli.
128
Poesie
Ottobre 1999
Storia locale
Or mi metto nei pasticci
a cercar di loro. I Ticci
la natura e la sua storia
che ci porta la memoria
dall’origine un po’ incerta
delle storie molto aperta:
seppi tutti avean destino
a lor piaceva molto il vino.
Lor Signori un tempo era
di parenti fitta schiera,
li rifecero i confini
venner tanti pezzettini
lassù intorno a quella roccia
bastò appena per la chioccia.
Per uscire dalla pista
il Rizieri è macchinista:
macchinisti per quei tempi
eran quelli intelligenti.
Teresina con Rizieri
non si posero pensieri
all’esercito hai da sapere
rinforzarono le schiere:
129
Poesie
cinque maschi belli e fieri,
degli autentici guerrieri;
tre le donne, ardenti fiamme
anche loro furon mamme.
Si allargò la parentela
in estensione a ragnatela:
questa razza ora sconfina
arrivò fino in Abissinia.
Il Rizzieri con Ballante?
Parentiera un po’ distante.
Per quanto nella storia si legge
non vi fu mai parentela con il grande Poca
legge.
A ricordare questa storia
o lasciarci una memoria
non ci resta che l’Anfalda
per quel poco che ricorda,
pochi altri e fan da sordi
o son privi di ricordi.
Da quanto ho appreso nell’annuaro
non so esserti più chiaro:
questo è quanto ho saputo
faccio il punto e ti saluto.
130
Poesie
Montemassi, Aprile 2000
In risposta alla richiesta di voto
da parte di Silvio Berlusconi
da Via dell’Umiltà, Roma
Hai fatto una cosa molto grave
crociera elettorale in una grande nave
la cosa ancor più grave e seria
hai voluto dare uno schiaffo alla miseria
di lassù del ponte con arroganza
cerchi di sfruttare l’ignoranza
molti hanno capito che cosa vuoi tu
attento a non finire a capo in giù
tu vuoi essere quello che conduce
un tempo ci ha provato un altro duce
dei danni provocati allora
le conseguenze le paghiamo ancora.
131
Poesie
Agosto 2000
La montagna d’inverno
Di bianco vestita, dalla vetta alla valle
rinchiusi gli armenti là dentro le stalle.
Non vola l’uccello da te intirizzito
né sazio di bacche il suo gran appetito.
È un riposo forzato struggente
del gregge e di povera gente:
chi muove il suo passo stanco e più greve
calpesta pensoso la bianca tua neve.
Or si fa duro il silenzio tuo immane
per chi non ha legna. Per chi cerca il pane.
132
Poesie
Agosto 2000
La montagna d’estate
Il turista che arriva ci trova la vita
da te che su in alto di verde vestita,
riposo e ristoro per gruppi di gente
che beve festosa alla fresca sorgente.
I grossi castagni distesa uno stuolo
di ombre foltissime ricoprono il suolo,
prati verdi con fiori e viole
moltissimi frutti baciati dal sole.
Il fresco vento dischiude i balconi
con tanto ossigeno li piena i polmoni,
vestite a festa son le borgate
questo è il frutto che porta l’estate.
Arriva l’autunno, cambia la vista,
cambia stagione, parte il turista:
si veste di giallo la verde montagna,
dà l’ultimo frutto la buona castagna.
Rimangono pochi qua nell’interno,
rattrista il cuore, ritorna l’inverno.
133
Poesie
Ottobre 2000
Le memorie di Giacinto:
Un po’ in affanno
Spesso mi scordo che te ne sei andato
ed alzo gli occhi verso il pergolato,
faccio piano piano per non farmi sentire
da che spesso tu ci stai a dormire.
La tua mancanza qui si sente assai
ed io non so a chi confidar i miei guai:
io lo so che ho un carattere difficoltoso
ma tu con la tua pazienza l’hai compreso,
io con te ci sto benino
anche se mi chiami precisino.
Qui son solo e mi disturba questa cosa
ma quando ci sei tu è un’altra cosa,
l’esperienza e la saggezza ne hai abbastanza
serve a far diminuir la mia ignoranza.
Quello che dico è detto con calore
come tu fossi un fratello maggiore.
134
Poesie
4 novembre 2000
La posa della corona
ai caduti in guerra
Li ho visti stamattina erano tutti anziani
malfermi su le gambe, il tremolio alle mani.
Misera corona lassù hanno portato
tanti fiocchetti addosso, il petto decorato.
Eppure hanno percorso quella poca via
con che certezze in animo? Con quale nostalgia?
Ancora ricordare quella mancata gloria
da sempre ha funestato il corso della storia.
Da enormi disperati chi poté ritornare
in patria altre lotte dovette sopportare.
Di quei misfatti tragici meglio non ricordare
quanti ne morirono in cielo, terra e mare.
Perdono mente mia se non ricordi tutto
di quanti figli orfani, di quante madri in lutto.
Le nostalgie arroganti ritornano di moda
rigurgiti fascisti ne porgono la prova.
I giovani di oggi lo devono sapere
cosa fecero a noi chi si arrogò il potere.
Gridiamolo a gran voce qui sopra la terra
di troppe nostalgie bandita sia la guerra.
135
Poesie
Montemassi, Aprile 2001
A Giacinto
(ringiovanito cavaliere)
Torna alla sella l’invitto cavaliere
sale in arcione, sprona la cavalla,
lascia il pascolo, libera la stalla,
il condottiero lo sente il piacere.
Gonfio di orgoglio il calpestar il suolo
onde guidato l’animale corre,
sale la valle e su verso la torre
or si cammina con un pensiero solo:
goder la libertà nella natura,
come lo disse il saggio in armonia,
il passeggero che scorre la via,
valica il monte e le scopre le mura.
Ecco la casa che attende con ardore,
riconquistare il sogno mai perduto,
lasciar per via un segno di saluto,
viver la vita e proseguir in amore.
P.S.
Il sentimento per te io l’ho di stima
ma i versi te li faccio in quarta rima.
136
Florido
Poesie
Montemassi 28 aprile 2001
Uniti al ristorante
Di ritrovarsi spesso il tempo ci consiglia.
Oggi. L’ennesima riunione di famiglia.
Con che piacere al vecchio nonno e onore
da far ringiovanire anima e cuore.
Molti giovani e bambini al tavolo allineati
da fare invidia ad una serra di fiori colorati.
Il brusio di bisnipoti, nipoti e figli,
non c’è musica miglior che gli somigli.
Tanti bambini dal delicato viso
che a nonno suscita spontaneo un sorriso.
E pure ritorna il soffocato pianto,
torna alla mente colei che ci amò tanto.
137
Poesie
Montemassi 1° maggio 2001
Il tramonto a Montemassi
Volte le spalle al tramonto del sole
cambia colore l’intera vallata.
Il verde cupo sui prati e vigneti
più chiari gli oliveti della collina.
Solo qualche raggio di sole in lontananza
rischiara le mura di un vecchio villaggio.
Ad est dietro i ruderi del vecchio
Castello di Montemassi,
due Signore. Con la loro matura bellezza,
commentano l’avvenimento con
appassionato sentimento ed ammirazione.
Calerà la notte.
Ma anche quando l’oscurità sarà più
completa.
Negli occhi di un vecchio vate saranno
presenti le vedute bellezze.
Bella la rima per colui che ascolta
ma scrivere passion con rima sciolta.
138
Poesie
Maggio 2002
Compleanno di Vania
Ed era primavera in quel viaggio
sbocciavano le rose un dì di maggio,
tornata era la pace in quei frangenti
ad allietare i cuori in quei momenti.
Nacque una rosellina profumata
era un segno d’amore, tu sei nata:
venisti da due cuori stretti insieme
sei grandicella, ancor ti voglio bene.
Voglio tanto bene a te, ed io ti saluto
amo con il cuore chi da te è venuto
Grandi gli auguri che oggi a te vanno
ricordo ancora, sono babbo e nonno.
139
Poesie
Giugno 2002
40 anni di Matrimonio
Fiorella - Lando
40 anni son passati da quel dì
che dicesti il sacro sì:
iniziasti nuova vita
che purtroppo, anche in salita
pure lassù, siete arrivati
tanti strappi superati;
pensate a chi a voi vicino
per l’infausto suo destino
non poté dire altrettanto.
Sprofondati anche nel pianto
non vo’ dir quel che sapete:
siete in corsa, su, correte!
Calmate i vostri umori,
non ripagano i furori,
scaldatevi alla fiamma
che vi chiama babbo e mamma;
regalategli un sorriso
che risplenda sul suo viso.
140
Poesie
Grandi gioie vi hanno dato,
so’ i ricordi del passato:
queste cose loro sanno
e vi chiama nonna e nonno.
141
Poesie
Giugno 2002
Inno a Salaiola
Salaiola è una borgata
qua tra i monti dell’Amiata
ed ha preso con premura
a sviluppare la cultura
e con tanta fantasia
posto il premio alla poesia.
È una cosa grande e vera
dall’Italia quasi intera
sono arrivati qua sul posto
per un premio ben disposto:
la Roberta ha organizzato
questa cosa da primato
e con tanti professori
qui a prende’ e rende’ onori
ricordando questo evento,
Salaiola, sei un portento!
142
Poesie
Settembre 2002
A Valentina per la sua maturità
Quella penna fu fatale
Portò al mondo tanto male
Perché troppi prepotenti
fece il danno dei redenti
Con lo studio, con l’inganno
provocò danno su danno
allorquando abbian provato
Con il popolo allo stato
abbian visto la bravura
lo sviluppo e la cultura
ed è onesto dire a tutti
or cacciamo i farabutti
Sia alla base che al potere
chi comanda lo è il sapere
Ormai tutti si capisce
il sapere non tradisce
il sapere è un gran pane
una ricchezza che rimane
tu sei brava, vai sicura
grande dote è la cultura.
143
Poesie
Settembre 2002
Compleanno di Ivano
Ricordar fa bene al cuore
tante cose che l’amore
ti riporta alla memoria,
ogni essere ha una storia.
Si ricorda con passione,
arrivati alla pensione,
delle cose brutte e strane
che vorremmo a noi lontane,
delle cose belle assai
che non scorderemo mai;
ma la cosa più gradita
è l’arrivo di una vita,
il nascere di un fiore
è lo sbocciare di un amore;
è completo il desiderio mio
quando nascesti tu rinacqui anch’io.
babbo
144
Poesie
Novembre 2002
Incidente stradale
Era una sera come l’altre, è l’ora
a casa torna chi il terren lavora
quando il crepuscolo la oscura la terra
su le strade par che sia la guerra
di abbaglianti fari e di motori
aumenta il rischio, li porta i dolori.
In quella sera su la strada mia
trovo la peggior cosa che ci sia.
Qui un intoppo ci vado a trovare
proprio di fronte mi vado a scontrare:
quanto dolore, quanto sgomento umano
quante fratture: ed ero un corpo sano.
Quasi fuori dai sensi e lo sentivo il pianto
della donnina che a me sedeva accanto;
grazie ai soccorsi ed ai soccorritori
da tanto orrore ci tirano fuori,
quasi l’inferno io lo vidi in viso
tracce non vidi mai del paradiso.
Là negli angusti letti di ospedale
dove curare dovrebbero il male,
a modo loro curano come fosse scoria umana:
vi trovai gente cattiva, arrogante e villana.
145
Poesie
Quasi al caso, trovai tra quelle file
gente umana, corretta e gentile.
Sentii parlar di umanità, missione e dio,
ma deluso ne rimase il pensier mio,
né quando delirai dentro al mio interno
non apparve il cerbero, o la porta dell’inferno,
né il purgatorio apparve al mi’ pensare,
né mai angeli lì vidi volare,
mai veli bianchi nell’azzurro cielo,
né batter d’ali nell’opaco velo.
In quel grande soffrire in quel dolore
mani leggere come ali di farfalle mi tergea il sudore.
Io ho i miei angeli custodi, e non da soli
i miei nipoti, con loro. I miei figlioli.
146
Poesie
Arcidosso, Maggio 2003
Il giuramento del medico
Il medico greco Ippocrate lo fece giuramento
di umanità, onestà, missione per il paziente:
troppi medici non l’hanno letto, non l’hanno
nella mente.
Altri? Soldi in tasca e cuor contento.
Io conosco un medico. È una signora.
Cinzia s i chiama, ancora lo rispetta, ancor
l’onora.
147
Poesie
Montemassi, Luglio 2003
Al bove maremmano
Tu che aggiogato a dissodare i campi,
toro eri nato ed il muggito tuo
sì tal robusto che dal canto suo
ti rispettasse il buttero, ci scampi
dalle tue lunghe corna affusolate
per renderti mansueto alle ragioni
l’uomo te le levò l’idee, te li schiacciò i
coglioni,
spesso ti ridusse a bastonate,
ti mise il ferro al naso, diventò malestro,
le grosse funi poi dette paiali
per tenervi insieme sempre uguali:
a questo ci pensò il capestro.
Quella sorte superò il confino
con il pungolo in mano e giù profondo
pose l’aratro in terra e per il mondo
tu sempre schiavo assieme al contadino.
Addio bei campi e prati germoglianti,
dove il pascolo abbonda a dà sostegno;
ora sul collo il giogo sì di duro legno
ti assoda il collo e devi tira’ avanti:
piega le gambe questo gran lavoro
fino alla vecchia età la sorte è quella,
sorte che per te non fu mai bella,
ti tolse la libertà per il decoro
148
Poesie
di aiutare l’uomo a supportare
il duro lavoro e questa è la certezza
per fare soldi, accumulare ricchezza
chi sopra gli altri ha da sfruttare.
Or fatto vecchio quasi sei finito
ti rincorre il macellaio, altre premure
la pelle va sotto i piedi in calzature
quello che resta in marmitte, per alleviar della
plebe l’appetito.
149
Poesie
Montemassi, Luglio 2003
A Montemassi
Ai suoi Abitanti
Voglio ricordare a te Montemassi
chi qui ci nacque non ti ha dimenticato
tu che appoggiato sopra i verdi sassi
il vecchio borgo tutto rinnovato,
chi camminò su te per pochi passi
credo non si sia di te scordato
qualunque passante che ci sia
non dimenticò di te la via.
Da Firenze a Venezia gli stranieri
si annidano da te tra i casolari,
furfantelli o turisti sinceri
che giù dai monti o là verso i solari
parlano di te ne vanno fieri,
ammirano la Maremma ed i suoi mari
apprezzano di te vino e mangiare
piange chi non può da te tornare.
O quanti cittadini per soggiorno
ci han presa la casa per sicuri
per poter a tempo suo fare ritorno
sotto ad un tetto e dentro a spessi muri;
sono molti a passar giorno su giorno
quando in città i tempi si fan duri
trascorre a Montemassi un po’ di vita
la Claudia è sempre l’ospite gradita.
150
Poesie
Agosto 2003
Il Podere
Dalla Colombaia volgo lo sguardo
rivedo i campi dove tanto sudor versai
vi lavorai senza menar riguardo
là tra gli olivi disposti a filai,
dove le viti dello zio Odoardo
produce un vino che non ha l’eguali
ed è olio e vino del gran sapore
a chi lo beve glielo rende onore.
Quante piante di fico, frutti speciali,
frutti secchi, marmellate ed altre cose
hanno servito ad ingrassar maiali
con altri frutti, pesche, pere, mele deliziose
dai gran sapori tutti buoni eguali
prosciutti, salsicce, buristo, carni saporose
grano, biada, legumi, ortaggio sì pregiate
a compensar il lavoro di lunghe giornate.
Anche le vacche dal giogo liberate
là nella stalla per il suo riposo
ed i vitelli boccucce affamate
a succhiar il latte buono, delizioso,
dall’altra parte i miei figli dalle bestie amate
mungea quel latte caldo e sì schiumoso,
rubavano ai vitelli con grande piacere,
ne bevano bicchiere su bicchiere.
151
Poesie
Nei mesi dell’estate che il lavoro
nella campagna è tanto faticoso
venivo dalla miniera e per ristoro
proteso ai raccolti sempre ansioso
di non disperder frutti ch’è tesoro
quante fatiche che dire quasi non oso:
avevo addosso sì tale destino,
oggi provo a rimembrare quel cammino.
Molti amici che nell’ore del loro riposo
venivano a dare una mano nei lavori
onde far festa ai cibi e vino rigoglioso,
quei polli al forno, salsicce, altri decori
di ortaggi, frutta fresca, cacio saporoso,
ne apprezzavano il gusto ed i valori
stanchi sì, ma il corpo pieno e intanto
si ravvivava un popolare canto.
La mia massaia con il grembo bianco
accudiva le bestie da cortile e la cucina,
quando stanco mi sedeva al fianco
lei mai stanca, né sera né mattino,
mi rincorava col suo di’ franco
“Un attimo”, ed è pronta la cucina
e così i figli pronti per la scuola.
“Un attimo” primeggia la parola…
Or sono vecchio, ruscelli mi sembran fiordi,
tutto è cambiato nella vita mia:
scrivo solo dei cari ricordi,
amo dei figli e nipoti la gran cortesia,
scorre la vita anche se il freno mordi.
Così ripenso e con la fantasia
vedo la casa e con i pensieri miei
gira e rigira ci rivedo lei.
152
Poesie
Agosto 2003
Messaggio a Eolo (vento)
Volevo esser trattato da onesto cittadino,
in breve far di tempo cambiarono il destino;
volevo lei vicina il suo candido visetto,
ma il sogno mi rimase chiuso nel cassetto;
volevo star con lei, amarla con ardore,
stringerla sul petto, volevo far l’amore;
quel giorno gli arroganti con forza dittatrice
ci mandarono avanti in terra traditrice.
Così ci hanno portato in questa bruciata terra,
m’hanno dato un fucile, mi fanno fa’ la guerra.
Tu Eolo che al mondo
fai sempre girotondo,
al tuo prossimo passaggio
portale il mio messaggio:
dille che fo la guerra,
dille che dormo in terra,
dille che io sto male;
un sasso per guanciale.
153
Poesie
Questa Africa brulla, deserto senza via,
dille a ’sta gente ingrata non è la patria mia
Eolo, questo messaggio io l’affido a te,
dille che sangue e morte vedo intorno a me,
voglio tornar da lei, anche se a gran distanza,
e lo farò soltanto se morte avrà creanza.
154
Poesie
Agosto 2003
Montemassi
- Le sue istorie -
Per noi montemassini l’itinerario era quello:
un po’ di tempo libero salir sopra il castello,
ragazzi e giovinette orsù di Montemassi,
salire sulle rocce sedersi sopra i sassi.
Quel viso giovanile come facevan tanti,
ridendo e saltellando correva a me davanti;
con quel suo corpo esile, ma già discreta donna,
il vento di maestrale le sollevò la gonna.
Apparvero ai miei occhi quei candidi misteri,
al mio giovane cervello fece cambia’ i pensieri.
Ti ringrazio ancora, caro venticello,
con una sola folata drizzasti a me il cappello;
eri così fresco, forma di bella brezza,
io ti ricordo ancora mia cara giovinezza.
155
Poesie
Agosto 2003
Memoria di un giorno
10 Aprile 1944
Scacciati noi dall’Afriche, fuggito il re Pipino
ecco ora l’Italia lasciata al suo destino;
quelli che son restati mordaci come fiere
quelli di Mussolini, son le camicie nere:
infuria l’altra battaglia, son brutti tempi quelli,
la guerra libertaria, la lotta tra fratelli.
Pericolo parlare con questo, sia con quello:
che tutto vada bene risponde il manganello.
Un aprile più calmo nel tempo che correva
tra due cuori innamorati l’amore decideva,
tu sai che sono ateo, conosci il pensier mio,
tu da brava credente te lo pregavi il dio.
Il decimo dì di aprile decidemmo di andare,
a scanso di altri equivoci ci unimmo su l’altare.
quando verso la sera fatidico momento,
ecco scatta l’allarme: c’è rastrellamento.
Con te qui sotto braccio con il fucile in mano
al bosco, alla battaglia: io son partigiano;
tra i fischi dei proiettili lo schianto delle bombe,
in tutte le battaglie chi vive e chi soccombe;
156
Poesie
così la prima notte nella campagna aperta
le zolle per cuscino, il cielo per coperta.
Passarono altri mesi di lotte e di battaglie,
fin quando le cacciammo le ultime canaglie.
Passato che fu il fronte, quel mondo di furore
a noi restò miseria. Miseria e solo amore.
157
Poesie
Settembre 2003
Decorso politico di una borgata
Montemassi
Passata che fu la guerra da Montemassi
parlare di politica si incomincia allora,
di richiedere i diritti è giunta l’ora
per costruire il partito li moviamo i passi.
Tutti i Montemassini che, operai,
si iscrissero al partito comunista
si aggiunser tutti ad allungar la lista,
pensando che fuori sarebbero ’guali:
alle prime elezioni a poca distanza
primeggia assoluto il color rosso,
tutti comunisti a più non posso
ed al comune è grande maggioranza.
Dopo la prima legislatura è mal di pancia
vengon formati altri partitelli
ed a pensare al giusto proprio quelli
lo vanno a fare l’ago della bilancia.
Nelle lotte politiche a Ribolla
si scatena un grande finimondo,
i partitelli con padroni e preti fanno girotondo,
noi siamo forti con la grande folla:
chiudono la miniera quei ladroni,
si disperde la classe operaia,
in giro dentro e fuori Italia centinaia
operai specializzati ridotti garzoni.
158
Poesie
Resta l’attaccamento al gran partito
e chi riesce dà il suo contributo:
riappare il manifesto e lo statuto.
Grande movimento s’è sentito,
risorgono le feste dell’unità entro quell’aria
più grandi e belle che fu in passato,
i giovani la spinta gli hanno dato
è sorta Montemassi proletaria!
E continua la marcia il mio partito
dal Comune al paese chiaro è quello,
rinnova la borgata ed il castello
anche cambiato il nome, il popolo ha capito.
Grazie giovani che avete dato grande aiuto
e dico a Berlusconi a chiare carte:
attento al tuo potere ora si riparte
a voi ragazzi, vi stimo, vi voglio bene
e vi SALUTO.
159
Poesie
Montemassi, Ottobre 2003
A Giacinto, a Viviana,
alla loro incommensurabile ospitalità
Quanta storia, quanto male,
quanto spirito ospitale
che voi avete adoperato:
tener noi nel caseggiato.
Per voi è stata una gran rogna
roba noi dà un po’ vergogna,
vi abbiamo dato a profusione
rabbia, ansia e vieppiù disperazione,
penso a quanto abbiam mangiato
e il mangiar quasi buttato.
Pomodori dal gran sapore
i fagioli, che gonfiore!
Le castagna saporose
ne raddoppiano la dose
e poi giù con grande lena
da infiammare il fondo schiena.
Se spingi piano piano
e Giacinto dà una mano
tosto senti qualche lagno
che ti arriva anche dal bagno:
160
Poesie
or che vecchi è risaputo
il rispetto è un po’ perduto.
Anche scongiurando con le corna
di quassù indietro ’un si torna,
ringraziamo con l’auspicio
di non far più sacrificio:
pe’ ’sti vecchi rimbambiti
i pensieri sian finiti,
noi le nostre le abbiamo avute
speriamo di crepa’, ma con salute.
È stata dura. Abbiamo insieme combattuto:
chiedo scusa, vi ringrazio e vi saluto.
161
Poesie
Montemassi, Novembre 2003
Ricordo di un’amicizia
con Giuseppe Tagliaferri
Quanto tempo è passato? Non certo tutto invano
per la mia memoria d’un tempo ormai lontano:
su i banchi di una misera stanzetta detta Scuola
amicizia tra bambini, ricordo che consola.
Per me fu poco il tempo a comporre le parole,
attende già il lavoro, sono due classi sole;
arrivò l’adolescenza, gran voglia di sapere,
leggere qualcosa e attendere i lavori del podere.
Alla scuola serale me lo scelsi il destino,
mi correggeva i compiti Carmela, la mamma di
Beppino,
coetanei e la stessa scuola, amicizie da bambino
e già da adolescenti, il barbiere e il contadino.
Io cambio lavoro in un mondo che fa orrore:
l’amico ancor barbiere, io faccio il minatore;
terribili i tempi in questa nostra terra
lascio qui il barbiere. Io? In Africa alla guerra.
Finita fu la guerra, scampati sotto il fronte,
il barbiere e il minatore amici ancor di fronte.
Siamo quasi vecchi, ma sempre su la via,
lo scambio epistolare ci tiene compagnia;
162
Poesie
arrivati della vita quasi all’estreme soglie,
stiamo come su gli alberi in autunno sta le foglie.
Or fermo lo mio scrivere, altro non ti dico
questo per ricordo Florido tuo amico
ti saluto. Son
ROSATI FLORIDO.
163
Poesie
Montemassi, Novembre 2003
Vedere la miniera,
solo dall’esterno
Era giorno di paga laggiù alla miniera
quel dì di pomeriggio quando volgea la sera,
mia moglie, mia mamma e i miei bambini lo
chiesero in coro:
vedere quando babbo scende nel suo lavoro;
quando con imbarazzo si affacciano al pozzo
i bambini grandi occhioni, le donne col singhiozzo
io sono tranquillo con l’animo sereno,
quando con l’ascensore sprofondo nel terreno.
Quando alla mezzanotte faccio ritorno a casa,
mia moglie ancor non dorme, mia madre
s’è destata,
ma l’hanno gli occhi lucidi, dicono, il petto
ti si serra:
vedere l’uomo, il figlio inghiottito dalla terra.
Quando dal profondo risali dalle tane
sei quasi felice, lo porti a casa il quotidiano pane,
e tu per quello solo, rischi la vita ogni giorno
e per chi ne trae profitto ad ogni fine turno.
164
Poesie
Montemassi, Gennaio 2004
La neve
A grandi fiocchi tu scendi dal cielo
fai felice chi calza gli sci,
con più alto diventa il tuo velo
son felici quelli che qui
per tuo merto li prende i soldoni,
più felice sel gelo ti tiene
sempre loro i potenti padroni
son contenti, le tasche son piene.
Chi senza scarpe su te ci cammina
non può regge’ al tuo freddo glaciale,
per lui sarà la rovina
se la neve sarà il suo guanciale.
165
Poesie
Montemassi, Gennaio 2004
Al vampiro
166
1
O vampiro dal morso feroce,
tu che sveni chi sangue non ha,
flebile senti una voce
che ti dice “vai a morde’ più in là”.
2
Mordi ora il massiccio padrone
che i soldi su gli altri ha sfruttato,
su tutti l’ha fatto il predone
ed ai miseri ha il sangue succhiato.
3
Allora mordi e stringi di più,
succhia pure son gonfie le vene
se quel sangue è dipinto di blu
succhia ancora così ti conviene
4
riempire le grosse budella,
completi la tua grande sorte,
sarete felici, con quella
creperete. È una splendida morte.
Poesie
Montemassi, Maggio 2004
In memoria della strage
di Ribolla del 1954
Per quel pezzo di pane quotidiano
scendemmo nell’interno della terra,
stretti ci tenemmo per la mano,
dove ti manca l’aria il petto serra
bestiale quello sforzo sovrumano
peggiore che combatte’ in guerra
intrisi di pantano e di sudore
in questo duro lavoro è il minatore,
e pure donammo il sangue ai sofferenti
nostri compagni che laggiù feriti,
atei fossimo o cattolici ferventi,
in questo sforzo fummo sempre uniti
ad altra gente amici, o si parenti
di tutto questo non ci siam pentiti:
uomo deciso, umano pieno d’ardore
ricordalo sempre, è un minatore.
Ritorna alla ribalta, il fato è quello,
ricordar chi perì nella miniera
anche se non lo conosco è il mio fratello,
come me scavò la Roccia nera,
adoperò badile, piccone e martello
sperò di risalire su la sera
invece restò laggiù dentro al terrore,
non dimenticarlo, è un minatore.
167
Poesie
Il monumento posto a perenne memoria
lo si ringrazia e certo ’sto momento
la ricordo gran parte di storia:
memoria forte più che del cemento,
gli umili ricordar senza mai Gloria.
Io risentii la sirena e in quel momento
piansi a dirotto, ricordai l’orrore,
sia gloria ai morti, ve lo dice un vecchio minatore.
168
Poesie
Montemassi, agosto 2004
A Simonetta
Ero ancor giovanetto
con gran voglia d’amore,
io me l’abbracciai un fiore
e me lo strinsi al petto,
baciai gli occhioni neri,
carezzai i bruni capelli
così sempre più belli
parean dipinti. Erano veri.
Mancommi un dì lontano
d’amor tanta bellezza:
svania la giovinezza…
Io? Più niente nella mano.
Ho rivisto e ricordai
di là da uno sportello,
mi è parso proprio quello
il bel viso che tanto amai,
ricordai la smania ormai su me sopita,
ammiro la bellezza,
la matura giovinezza,
che tu sia felice per tutta la tua vita.
169
Poesie
Montemassi, Settembre 2004
A Elisa, giovanetta amica
di Arcidosso
I
Oh giovanetta, ho riletto il tuo scritto:
il tuo detto parla del sole
ed io così ne approfitto
per dirti Son belle parole,
lungo sarà il tuo tragitto,
le tue righe si commentan da sole.
Io son vecchio, so’ a limite corsa,
per te lo scrive’ sarà una risorsa.
II
Or tu vedi il mondo assai bello,
ma non sempre risplende il mattino,
se ti fermi, rifletti un pochino,
tante cose ti porge il cervello.
III
Tu vedrai per terra la brina,
lo vedrai nascere un fiore,
mentre osservi il suo raro splendore
d’altra parte chi il capo declina.
IV
Finché al cuore ti giunge calore,
pensa a scrive’ alla vita, all’amore.
170
Poesie
V
Un’altra cosa ti ho ora da dir,
come disse un vecchio profeta:
c’è chi nasce così da poeta
non si pole nel tempo smentir.
Con tanta fiducia.
171
Poesie
Montemassi, Settembre 2004
All’amico Giorgio Greco
Prov. di Lecce
Ho letto e riletto il tuo scritto,
ho ripercorso la vita mia dura,
non sempre cammino su dritto,
la mia schiena va in curvatura,
finché regge la testa, così ne approfitto,
della mia mente assai più che matura.
Ripenso ai giorni di grande sudore
imposti dal cervello al cuore del minatore.
Gloria a tuo padre che presto perì
per logorio dell’immane miniera,
per polvere e fumo fuor d’ogni maniera
la silicosi così fa mori’.
Anche i miei figli ricordano ancora
la tragedia del Pozzo Camorra,
io scampai per un quarto d’ora;
non v’è giorno che la mia mente
a quel tragico fatto non corra.
Io lo so, tu scrivi con grande fervore
perché figlio tu sei di chi fu minatore.
Con perfetta stima ti saluto.
La tragedia del Pozzo Camorra. 43 minatori
morirono bruciati dallo scoppio del micidiale
grisou.
172
Poesie
Montemassi, Ottobre 2004
Ricordo di una miniera
I
Oh Ribolla, oh miniera, io a te dedicai
i meglio anni della vita mia;
io lo so tu non ricorderai
chi per tanto percorse quella via.
Mi spremevi, e pure io t’amai,
per quei pochi soldi e un giorno d’allegria
quando il primo giorno nei tuoi pozzi scesi giù
aveo diciassette anni, qualche giorno di più.
II
Nelle viscere terrene lunghe l’ore
a spingere i carrelli di carbone
pieni di roba dal cattivo odore,
nella mente girava una passione
della miseria che ne avei terrore,
delle miniere pensavi a una vecchia canzone
e la miniera è tutta baglior di fiamme:
piangono bimbi, spose, sorelle e mamme.
III
Quanto tempo vi passò d’allora?
E quanti ne morì dei minatori?
Vive nel buio passar ora per ora
sotto il gran rischio il trepidar dei cuori,
arrivò il mattino sul far dell’aurora
una fiammata: 43 ne morì dei minatori.
Anche ’sto giorno la miniera è un baglior di fiamme:
piangono bimbi, spose, sorelle e mamme.
173
Poesie
IV
Era il quattro maggio 1954: quel ricordo
ancor brucia nella mia memoria.
Chi lo sentì bruciare e chi fu sordo,
ma resta in tutti gli anni della storia
la vergogna di chi diresse quel mondo;
per i minatori non ci fu mai gloria.
Dalla mia mente non fuggirà mai,
per pochi minuti io la scampai.
V
A Verona vi fu un processo per condannare i rei
di tanta strage e dell’uman dolore,
per omicidio premeditato io direi,
per chi creò in miniera tanto orrore:
questo rimane nei ricordi miei,
che di quel pozzo ero un minatore,
della storia resti negli annali,
a suon di soldi furono tutti assolti i criminali.
174
Poesie
Montemassi, Luglio 2005
La Maremma moderna
O Maremma mia, non sei più quella
da quando adolescente per quei piani
Nello m’insegnò a batte’ la sella
in groppa ai bei cavalli maremmani,
al vado ai Muli o nella Bandinella,
cerrata a funi sempre nelle mani,
con le mandrie così giorno per giorno
dall’aiali farli uscir e farvi ritorno.
Or vedo laggiù in mezzo a quei piani
grossi trattori, rotoballe, mietitrebbiatrice,
lavoro non più fatto con le mani,
tutto tecnologia, forza rinnovatrice.
Più moderno e complesso sarà domani,
se continua la ricerca ispiratrice,
non c’è più il vecchio aratro a scava’ solchi,
né vedi più cavalli, butteri e bifolchi.
175
Poesie
Montemassi, Luglio 2005
La Maremma del tempo che fu
E pur ti ricordo ancora Maremma amara,
erano i primi anni del Novecentotrenta
quando il lungo fiume Bruna e sua Fiumara
a ripensarci ora il ricordo mi spaventa,
eppure quella terra a me fu cara,
anche quando il normale cibo era polenta
e fare pascolare greggi in quei piani
in groppa ai cavalli maremmani.
A dar giù di frusta e di cerrata per domare
giovenchi e torelli razza pura
della Maremma e devi calcolare
bestie di sangue che facevan paura;
funi e giogo prova e torna a riprovare
finché pronti non sono all’aratura,
era quello il tempo e ne donammo tanti
con il pungolo in mano e gli gridavi: “Avanti!”
Solco dopo solco il terreno, rovesciato al vento,
l’erpice trainato dai portentosi buoi,
copria il dorato seme del frumento:
spuntar vedesti gli steli quanti più ne vuoi,
poi le bionde spighe il contadin contento
prendeva il pane per i figli suoi.
Venne della terra il padrone, tu saprai,
ne prese il mezzo e non lavorò mai.
176
Poesie
Là nei selvelli le grandi pianure,
lungo il fiume Bruna, in quei giuncheti
pascolava le mandrie e alle radure
traversa il fiume là tra quei pruneti
spunta la castellaccia ricca di agricolture:
è la bellezza di grandi pescheti,
ora al galoppo traversiamo la pianura,
Marco ci offre la pesca matura,
che colazione pesca e pane secco la mattina,
su la groppa del destriero caro amico,
acqua di fiume mai della cantina,
penso di parlar di un tempo antico,
quello era il mangiar fino a desina’;
eppure ero felice, quanto? Non lo dico.
Tra i ricordi miei più belli
il muggir dei tori e il galoppo dei cavalli.
177
Poesie
Montemassi, Ottobre 2005
All’Asino
Destavi ilarità nel tuo passare
per il goffo camminar, sì passo raro,
e pure tanto aiuto desti a lavorare
chi ti adoperò disse Somaro
dalle valli i poggi a rimontare
some di merce e guadagnar denaro:
su te non vi fu mai taglia
da bere acqua e da mangiar paglia.
Quante volte a ritornar alle stalle,
quando la notte negò luce diretta,
con l’uomo cavalcato su le spalle
non smarristi mai la via diretta.
Su te le raccontammo tante balle:
la tua tolleranza e la bontà perfetta
la tua bontà non sempre è quella,
ma tiri calci e butti giù di sella.
Ora la sorte tua è bene risolta
non più Bologna, non più mortadella,
sei collocato in una zona alta:
non briglia, capezza, basto e sella
delle scuole salito alla ribalta
la tua cultura si somiglia a quella,
libero pascoli nella prateria
sei sempre stato un’amicizia mia.
178
Poesie
Montemassi, Novembre 2005
La civetta
Uccel da notte sopra i tetti gira,
volge il suo canto a far sentir l’amore:
l’umano orecchio tante volte attira
che parla di disgrazia e di terrore.
Stupida gente che le streghe ammira,
a stregoni e fantasmi porge onore,
sei bella e gentile dei tetti canti in vetta
caro uccello dall’argenteo petto, sei civetta.
179
Poesie
Montemassi, Novembre 2005
La vecchiaia
Passano i giorni e sempre più invecchio,
calan le forze e tutto intorno gira,
lavarmi nel ruscello l’acqua è specchio
tra la modernità che tutto tira,
più lento giunge il suono nel mio orecchio,
le bellezze l’occhio poco ammira,
del passato c’è una smania forte,
con questa smania arriverà la morte.
180
Poesie
Montemassi, Gennaio 2006
Ai ladri di sangue e sudore
E pure laggiù scavammo quell’oro
che ricchi fece i padroni e contorno,
fino a quando raggiunto quel giorno
dicemmo basta scavare per loro.
Ed allora iniziò un’altra guerra
per la giustizia, i diritti, l’amore,
ma dei ricchi rispose il terrore;
“Restate fermi laggiù sotto terra”.
Rispondemmo: “Di più ora si vole!”
Risalimmo dei tuguri il fondo,
ora vediamo la luce del mondo,
ci confrontiamo alla luce del sole.
Ed allora tremarono loro
con le mani grondanti di sangue:
l’avete succhiato a chi è troppo che langue,
c’è il riscatto del nostro lavoro.
Noi laggiù nelle luride tane
a scavar l’enorme ricchezza
e voi a godervi in tutta bellezza
tutto quell’oro con le vostre puttane.
Con quell’oro comprasti le armi,
pagasti assoldati disposti anche quelli
a sparar su i loro fratelli,
a negare i diritti con l’armi.
181
Poesie
Or ci vedete? Più liberi e forti
chiediamo giustizia per tutti coloro,
per farvi ricchi morì sul lavoro:
tremate o ladroni del sangue dei morti.
182
Poesie
Arcidosso, Ottobre 2006
Natalizio
Così mi raccontano babbo e mamma
di quel mattin d’ottobre il temporale;
fulmini e tuoni il cielo era una fiamma.
Io m’affacciavo alla vita proprio allora,
presagio di una vita turbolenta,
ore sette del mattino io venni fora.
Crescevo graciletto e un po’ bizzarro,
con babbo boscaiolo e mamma contadina,
mio mezzo di trasporto era sul carro.
Trainato da bovi o a groppa d’asino o di mulo,
giochi o giocattoli animali da cortile,
schiavetto del padrone era il mio ruolo.
Fin quando adolescente mi diedero in mano
le funi per doma’ bestiame
per questa strada il tempo mi portò lontano.
Non conobbi mai i banchi di una scuola,
sempre animali e terra arsa o bagnata,
parlo di vita turbolenta e non da sola.
Non ancora maggiorenne e un altro mondo
mi si affaccia alla vista e capirai
nelle viscere della terra nel profondo
per molti anni ogni giorno tante ore
a scavar ricchezza per chi fece vanto,
a sudar sangue rischio vita feci il minatore.
183
Poesie
Non bastò al padrone far sudare sopra
e sotto terra,
l’ingordo ricco e il dittator padrone
appena venti anni mi mandarono in guerra.
Dentro e fuori Italia tutti con il fucile in mano.
Avanti combattenti. Caduto il dittatore
cambiò il nemico, ora son partigiano.
Siamo ancora in ottobre, il temporale
è come quel mattino,
ora son vecchio e con i miei ricordi
rivedo quel ragazzo che fu combattente,
minatore e contadino.
Quasi novanta gli anni i più in salita,
rimpiango chi non c’è più, lei fu il mio amore,
la compagna che fu della mia vita.
184
Poesie
Arcidosso, Ottobre 2006
Matrimonio
Per i giovani è il giorno prediletto
quando alla sera gonfi d’amore e riprovato
affetto,
sciolte le trecce, il crine tutto invola,
via le coltri e sopra le lenzuola
sfoghi d’amore e al giovanile ardore:
non fu così per noi, povero amore.
La guerra fratricida non perdona:
rastrellamento vi fu ’n tutta la zona,
scoppian le bombe, fischiano i cannoni,
scampare la vita là sotto i grottini,
cantano i mitra di quella canaglia,
a poco a poco cessa la battaglia.
Nell’erba fresca sopra la rugiada
ci fermammo nei pressi di campestre strada,
passammo lì dell’ore belle,
il cielo fu coperto a lume delle stelle.
Da questa prova e con profondo ardore
48 anni è durato il nostro amore,
finché la morte la coprì nel suolo
ed io rimasi triste, afflitto e solo.
Non avemmo mai oro né argento,
vivemmo in dignità, ne son contento,
avemmo due figli nostri e solo quelli
so’ stati i nostri splendidi gioielli.
185
Poesie
Arcidosso, Gennaio 2007
2a epoca
Dalla tua terra a me ne venne il gene,
quel boscaiolo calato in Maremma
quel ricordo la mente mia l’infiamma
per Arcidosso paese del seme.
A quei giorni povera gente laboriosa e onesta,
patate, castagne, poco pane ed allora
era il mangiare per chi suda e lavora
senza riposo, mai giorni di festa.
Nella Maremma destinati andare,
dove io nacqui da padre arcidossino,
nelle miniere ebbi il mio destino
per un pezzo di pane da mangiare.
Per le tue strade le bestie da soma,
tanti gli asini a trasportar la merce,
molta la legna di castagno e querce,
anche i ragazzi posti a quella doma.
Lasciata l’aria e l’acqua bona,
nella Maremma che allora minò la salute,
la malaria e le pestilenti acque bevute
riduceva a larva una persona sana.
Ahimé, i contadini dei poggi poveretti,
zappava più sassi che terra nel podere,
per trarre nequizia e per vedere
i figli soffrir miseria e là costretti.
186
Poesie
Passò una guerra che flagellò il mondo,
fummo in Africa mandati in guerra,
poi combattemmo nella patria terra
per la libertà per trasformar in profondo.
Or sono vecchio, t’ho rivisto paese natale,
sei trasformato in meglio tanto tanto
dal sacrificio nostro, passaci il vanto
sei un lucido occhiello allo stivale.
Diamo l’onore ai tuoi amministratori,
le belle strade, lucidi locali,
grandi turisti, non c’è l’eguali,
specialità dei ristoratori.
Nelle campagne sono l’apini e trattori,
non più asini e muli del tempo passato:
dai contadini tutto è rinnovato
dove rifugiava l’asini, rombano i motori.
Dalla fortuna tua di più t’aspetti?
Profetizzò già allora il disgraziato,
per colpa dei preti lui fu fucilato
il tuo grande profeta, il Lazzaretti.
Salire su la torre io più non posso,
dove cantò poeti di ogni stampo,
depongo la penna in questo campo
or ringrazio i cittadini d’Arcidosso.
187
Poesie
Arcidosso, Settembre 2007
Inno ai Minatori
1 Tra le nebbie della grande vallata
s’intravede la tetra miniera,
sugli alti castelli nell’umida sera
si vede una luce più rossa allargata.
2 È il bagliore di un’enorme fiammata:
il micidiale grisou ch’è scoppiato,
tante vite di colpo ha troncato,
una tragedia da tempo annunciata.
3 Delle mine il tremendo fragore,
la galleria con l’urto franò,
i minatori senz’aria lasciò
quella morte un’orrendo terrore.
4 E quel blocco da sopra vien giù,
il giovanetto al carreggio mandato
lì sotto rimane schiacciato,
la sua vita non torna mai più.
5 Ai figli un ricordo del padre:
sudò sangue alla grande paura,
porse il petto all’infida natura,
portò il pane a voi orfani e alla vedova madre.
6 Là nell’orgia, nell’orgia dell’oro
beve il padrone in cristalli dorati,
succhia il sangue a noi disgraziati
che scavammo ricchezza per loro.
188
Poesie
7 La nostra vita fu senza valori,
la silicosi i polmoni ha minato,
il tremore le mani ha fermato,
rendeteci onore siamo noi i minatori.
189
Poesie
Macchia d’Arcidosso, Settembre 2007
Sagra della patata
E pur fosti sollievo di povera gente,
con te visse e la pancia pienò,
ancor oggi profumo e sapore si sente
chi l’acqua dal monte la bevve e
patata mangiò.
Oggi ti mangian per gusto o per niente
o al posto del pane che allora mancò,
o caro tubero mia cara patata,
oggi alle macchie tu sei consacrata.
190
Poesie
Arcidosso, Ottobre 2007
Testamento spirituale
88 son gli anni che ho passato nella vita
pochi in piano i più in salita
nella guerra fui impegnato
per compenso mal trattato
dai padroni del vapore
dagli eletti del signore.
Sotto terra nel profondo
lì conobbi un altro mondo
ferro e fuoco nell’interno
ecco là dov’è l’inferno
e costretti lì ad andare
per il pane da mangiare.
Sono stanco dei grandi guai
raramente riposai
io lo so arriva il giorno
vado via più non ritorno
lo sapete io son d’avviso
che non vado in paradiso
giù ritorno nel mio inferno
mi riposo per l’eterno.
191
Le immagini della vita
Le immagini della vita
Florido e l’amico, fortino e aeroporto di Derna.
Cannone antiaereo. Guerra 1941
194
Le immagini della vita
Africa settentrionale: Libia-Egitto. Florido nel deserto alla
marmitta da campo. Aeroporto Martuba. Guerra 1941
195
Le immagini della vita
Florido alla botte dell’acqua. Confine Libia-Egitto.
Aeroporto di Gambut. Guerra 1942
196
Le immagini della vita
Florido seduto su una bomba.
197
Le immagini della vita
Florido a Ribolla per la via dei pozzi pronto
ad entrar in miniera. 1947
198
Le immagini della vita
Florido e la moglie Rita in visita a Roma. 1954
199
Le immagini della vita
Florido con moglie e figli. Visita Castel Sant’Angelo a Roma.
1954
200
Le immagini della vita
Florido pota degli olivi. 1954
201
Le immagini della vita
Il podere dove Florido lavorava dopo le 8 ore di lavoro in miniera.
La vendemmia 1960
202
Le immagini della vita
Florido, il contadino al podere con il figlio, la moglie e la zia.
Si portano i balzi del grano pronti per la trebbiatura. 1962
203
Le immagini della vita
Florido con i nipoti e la moglie, che mancherà dopo pochi mesi.
1991
204
Le immagini della vita
Florido alla fine di una cacciata di cinghiale. Montemassi, 1996
205
Le immagini della vita
Florido con i quattro pronipoti. Inverno 2004
206
Le immagini della vita
Florido sulla moto di un nipote il giorno dell’87° compleanno.
26 ottobre 2006
207
Le immagini della vita
Arruolamento
208
Le immagini della vita
Foglio matricolare
209
Le immagini della vita
Busta paga
210
Le immagini della vita
Busta paga
211
Le immagini della vita
Ricevuta liberatoria
212
Le immagini della vita
Premio fedeltà alla miniera
213
Le immagini della vita
Multa
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Le immagini della vita
Unica multa 24-12-57
Venticinque anni di lavoro in miniera e un’unica punizione (nonostante quello che troveremo scritto circa i rapporti sociali all’interno
della società mineraria) e questo perché?
Era la vigilia di Natale 1957, quando a fine turno io, Florido Rosati, appoggiato ad una gamba
(asse di sostegno) cantavo con una certa tranquillità. Da uno stretto cunicolo da percorrere
solo strisciando con la pancia a terra, apparve l’Ingegnere e Vicedirettore Pellati. Dopo il
consueto buongiorno – l’Ingegnere conosceva
la mia tendenza ad ateo – lo stesso mi pregò di
andare a cantare nel coro della chiesa di Ribolla. Ottenuto il mio deciso e divertito no, disse
che mi avrebbe punito.
Infatti due giorni dopo, prima dell’ingresso
in miniera, il sorvegliante mi consegnò quella punizione, nella quale si leggeva: “Sorpreso
appoggiato ad una gamba che cantava a voce
distesa”. Letta la punizione mi recai in ufficio
dove l’Ingegnere Pellati impartiva gli ordini a
periti e sorveglianti. Quando mi vide mi rivolse la parola e disse: “Te l’avevo pur detto!” e
io di risposta “Ingegnere, c’è scritto Appoggiato a una gamba che cantava con voce distesa:
ma chi cantava, io o la gamba?”. Indispettito
più che mai esclamò: “Tu… tu… me la pagherai!”.
Non so dire come o quando, anche perché
dopo quattordici mesi la miniera chiuse. Era
il 25 aprile 1959.
215
Quaderni della Biblioteca Comunale
“Antonio Gamberi” di Roccastrada
1. Fabrizio Boldrini - Umberto
Brunelli, L’evoluzione democratica
di Roccastrada tra ’800 e ’900
attraverso le Carte Fulceri: atti del
convegno, Roccastrada, 1992
2. Scuola media statale “G. Gozzano”
di Roccastrada, …lo diceva il mi’
nonno: modi di dire roccastradini
3. Silvia Guideri - Fabrizio Boldrini,
Contributi per una storia
dell’antropizzazione del territorio di
Roccastrada
4. Gian Domenico Cova - Francesco
Privitera, Il dramma jugoslavo:
storia e religioni di una ex nazione
5. Michele Imbasciati, Il Teatro dei
Concordi di Roccastrada
6. Pietro Ravagli, I sonetti della
Disciplina
7. Walter Scapigliati, Bibliografica
geologica e storico-mineraria di Ribolla
8. Cinzia Pieraccini, Una strage da
riscoprire: 17 giugno 1944, Ponte del Ricci
9. Norberto Sabatini,
Vecchia Ribolla addio: racconti
10. Elena Scapigliati - Walter
Scapigliati, Bibliografia geologica
del comune di Roccastrada
11. Fabrizio Boldrini, Minatori di
Maremma: vita operaia, lotte
sindacali e battaglie politiche a
Ribolla e nelle Colline Metallifere
(1860-1915)
12. Marco Bruttini e Marco Muzzi, Si canta il Maggio a Roccastrada
13. Barbara Solari, Presenze femminili.
“Le amiche della miniera” di
Ribolla (1951-1954)
14. Savino Bennardi, Sonetti
a cura di Barbara Solari
Finito di stampare
nel mese di Maggio 2008
per conto di
Fly UP