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IL BUON SAMARITANO

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IL BUON SAMARITANO
Bergamo, 25 gennaio 2014
Corso di formazione per operatori e volontari dei cpac parrocchiali
IL BUON SAMARITANO
La parabola del buon samaritano è uno dei testi più conosciuti del vangelo, e
sicuramente anche uno dei più cari e dei più meditati e pregati da tutti voi, perché è
come il manifesto della missione della carità e soprattutto perché delinea il percorso
formativo della carità e le attenzioni necessarie da avere. Lo riprendiamo, facendolo
oggetto della nostra riflessione e della nostra preghiera, proprio perché un testo noto,
per scoprire che ogni volta anche la stessa pagina della Scrittura ci interpella, magari
in modo nuovo. Affrontiamo alcune questioni preliminari. La parabola del buon
samaritano compare solo nel vangelo di Luca e si trova inserita all'interno di un
colloqui tra un dottore della legge e Gesù. Tutto il brano è divisibile in due parti
simmetriche. La prima, che comprende i w.25-28, nasce da una domanda del dottore
della legge, volta a ricevere una risposta autorevole da parte di Gesù: Maestro che
devo fare per ereditare la vita eterna? (v.25) e si compone di quattro battute. La
domanda è importante e potremmo parafrasarla così: cosa devo fare per avere una
vita carica di significato, che è alla fine l'unica cosa necessaria, cosa devo fare per
realizzare la mia identità? Si tratta della domanda fondamentale che c'è in ogni uomo,
essa dà voce al bisogno ultimo racchiuso nel cuore dell'uomo: il desiderio di
raggiungere la vita in pienezza. A questa domanda, Gesù rimanda innanzitutto alla
legge e l'esperto della legge cita Dt 6,5, cuore di tutta la legislazione di Israele. Il
comandamento che viene enunciato manifesta la forma della carità che è il senso
della vita dell'uomo (“fa' questo e vivrai”).
Anche la seconda parte, vv.29-37, nasce da un interrogativo: e chi è il mio prossimo?
(v.29) e si compone di quattro battute (29.30-35.36.37); alla citazione del
Deuteronomio corrispondono i vv.30-35, la parabola appunto, che intende esplicitare
cosa sia l'amore di Dio e del prossimo. La seconda domanda ha un doppio significato:
presenta una scusa che riguarda la possibilità di identificare il prossimo e, accanto a
ciò, presenta una buona intenzione, quella che manifesta una certa disponibilità.
Questa seconda domanda, inoltre, non è disgiungibile dalla prima, perché la vita
eterna si ottiene amando il prossimo. Gesù, però, non risponde alla seconda domanda
attraverso una casistica o una definizione, ma attraverso una parabola.
Per molti interpreti Gesù propone un'azione esemplare da imitare. Questa tuttavia è
una lettura riduttiva perché in realtà non ci sarebbe niente di nuovo. Infatti, se l'autore
voleva inculcare il dovere di soccorrere il bisognoso, chiunque sia, avrebbe dovuto
mettere il samaritano come destinatario e non come protagonista dell'azione; il
racconto invece verte non tanto sull'azione, ma proprio su chi la compie e la scelta del
samaritano ha perciò una forza polemica. Inoltre, se Gesù avesse voluto dare un
esempio da imitare avrebbe scelto un caso concreto della vita, mentre la parabola è un
racconto fittizio che ha lo scopo di suscitare una determinata reazione. Non si tratta
dunque di una buona azione da imitare, ma di una provocazione da accogliere.
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Attraverso la parabola Gesù struttura il nostro desiderio, rende stabili le nostre
intenzioni, stimola un percorso. E attraverso la parabola Gesù dà al comandamento di
Dio una dimensione pratica.
Gesù narra se stesso, è la sua storia che ascoltiamo in questo racconto.
Comprendiamo la forza di questa parabola se ci mettiamo nei panni del malcapitato
con cui inizia il racconto, la parabola infatti è raccontata dal suo punto di vista, dalla
sua situazione.
Quest'uomo non ha un nome, né un volto: è chiunque di noi che sta in mezzo a una
strada, nel bisogno, in fin di vita. Per capire chi è il mio prossimo, occorre capire
l'attesa di quest'uomo in fin di vita, l'attesa di tutti coloro che si trovano in una
situazione di questo tipo. I briganti lo hanno lasciato mezzo morto. Egli è rimasto
solo con il peso insostenibile del male che gli è capitato.
La sua situazione è dunque una questione di vita e di morte; ogni situazione che ha a
che fare col prossimo è una questione di vita o di morte. Nella modalità con la quale
stabilisco o non stabilisco la mia relazione col prossimo ne va della vita e della morte,
del senso della vita o della sua perdita.
Nell'attenzione riservata alla sorte dell'uomo incappato nei briganti emerge anche una
delle caratteristiche più tipiche della legislazione di Israele. Il nostro racconto infatti
ruota sulla sorte di questo personaggio vittima di una brutale aggressione, niente è
invece detto su cosa è avvenuto degli aggressori, di loro non ci si occupa, compaiono
e subito spariscono dalla scena. L'interesse prevalente, quando non esclusivo, va alla
vittima; è essa che va tutelata, risarcita, soccorsa. È nell'attenzione al debole che si
esprime la responsabilità della comunità e del singolo e la possibilità di ristabilire la
giustizia (cfr. Mt 25, 31-46).
Un'ultima osservazione sulla presentazione di questo personaggio. L'uomo sta
scendendo da Gerusalemme a Gerico. Gerusalemme è la città santa del tempio e del
culto, della residenza di Dio, è la citta dell’alto; Gerico è la città lontana da Dio; è la
città dell'uomo che si allontana sempre più dal suo Dio; è la città del basso, sta 360
metri sotto il livello del mare. Da Gerusalemme a Gerico indica uno spazio
geografico certo, ma molto di più uno spazio simbolico, dice l'orizzonte che raccoglie
tutte le condizioni dell'uomo e tutte le situazioni del suo bisogno.
La vittima entra quindi in relazione con una coppia di personaggi, dapprima con un
sacerdote e un levita, accomunati dalla stessa reazione, poi con un samaritano che
rappresenta la sorpresa della parabola.
Il v.31 si apre con un'espressione sulla quale vale la pena fermarsi un momento: per
caso. La vita è fatta di incontri casuali, inattesi. Non sono io a programmarli, così
come di conseguenza non sono io a programmare l'azione di carità; non c'è il tempo
di prepararmi, è la vita piuttosto che mi viene incontro; si tratta allora di essere
sempre pronto a trasformare il caso in un'occasione propizia, in un tempo
significativo.
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I primi due personaggi agiscono allo stesso modo (vv.31.32). Sono un sacerdote e un
levita, due addetti del tempio per la celebrazione della parola e del culto. Entrambi,
visto l'uomo, passano oltre dal lato opposto. Probabilmente non hanno toccato il
mezzo morto per non contaminarsi e poter svolgere il loro servizio cultuale. La legge
vieta che si tocchi il sangue, perché questo contatto provoca impurità. Dobbiamo
pensare che probabilmente il dottore della legge che sta ascoltando abbia approvato il
loro comportamento. Il sacerdote e il levita amano Dio, ma questo amore non tocca la
vita perché non amano l'uomo. Essi passano oltre dal lato opposto per non venire in
contatto; non è solo l'indifferenza ad allontanarli, ma soprattutto il voler evitare la
relazione, è la paura, il falso alibi dell'alternativa tra Dio e l'uomo. Essi scansano la
sfida della prossimità che invece ci insegna qualcosa del mistero di Dio e del nostro
rapporto con gli altri. Essi forse simboleggiano anche il fatto che non si può vivere la
fede solo con il culto e la Parola, ma necessita del luogo della testimonianza che
rende veri Parola e culto.
Il loro atteggiamento è identico, la ripetizione in questo caso vuole creare attesa,
dilatando il sentire dell'uomo sulla strada, e quindi il nostro sentire.
In contrapposizione ai primi due viene poi presentato il terzo personaggio, un
samaritano. Il samaritano per definizione è lo straniero, il nemico, l'avversario di
quest'uomo, perché è il diverso.
La sua diversità è etnica, culturale, religiosa. Non c'è nulla che lo accomuni all'altro
uomo, si è persa la memoria di un'origine comune, di un'antica fratellanza che li
legava.
Paradossalmente, Gesù introduce proprio un samaritano per dire chi è il prossimo,
cioè introduce qualcuno che avrebbe tutti i motivi per non fermarsi.
Notiamo subito una strategia tipica dei racconti biblici per dare importanza a un fatto.
L'azione rallenta, è descritta meticolosamente e in modo particolareggiato, così che
noi possiamo seguire i singoli movimenti, ogni passaggio, quasi in tempo reale.
Il samaritano percorre anche lui quella strada, la stessa degli altri due. La strada,
metafora della vita, è unica, diverso può essere soltanto il modo di percorrerla.
Subito allora è indicata una prima differenza, rispetto a quanto fatto dal levita. Costui
infatti "era giunto sul posto" (v.32), il samaritano "venne accanto a lui" (v.33). È una
differenza tragica. Per il samaritano non c'è un posto, c'è una persona.
Tutti e tre vedono, ma in realtà si tratta di tre vedere diversi: solo per il samaritano il
vedere viene dopo che si è fatto vicino, "venne accanto a lui e dunque avendolo
visto". Il vedere è conseguenza di un venire accanto a lui: questo vedere non è una
condizione, ma una conseguenza: vede perché si è fatto vicino (e non il contrario).
È un vedere del cuore (ciò che è essenziale è invisibile agli occhi), delle viscere,
perché subito si dice che fu mosso a compassione. Si tratta di una espressione cara al
vangelo di Luca che fa riferimento alla profonda tenerezza di Dio (1,78) ed esprime
l'accoglienza dell'altro.
Questo è ciò che permette al samaritano di vedere l'uomo in modo diverso, questo è
ciò che permette di trasformare il caso in occasione propizia di significato. Tra i due
verbi di movimento "venne accanto e fattosi prossimo" c'è il verbo di stasi "fu mosso
a compassione". È questo processo che permette al samaritano di superare la diversità
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iniziale, una storia di rivalità e inimicizia e di trovare nell'uomo abbandonato sulla
strada il fratello da soccorrere. Il samaritano riconosce il fratello nel bisogno perché
anche lui è un povero o un emarginato che riconosce l'abbandonato e il sofferente. Il
processo espresso dai tre verbi ci dice che egli lo riconosce con gli occhi e il cuore di
Dio. I tre verbi sono quelli classici dell'agire divino, sono i gesti del Dio biblico che
qui ricevono concretezza. È necessario riconoscere con gli occhi e il cuore di Dio,
con le sue viscere, il bisognoso per servirlo come un fratello. E occorre riconoscere
l'origine nel nostro operare nell'operare di Dio, l'origine della nostra carità nella carità
di Dio.
La narrazione prosegue descrivendo i gesti della cura. Il samaritano si curva
sull'uomo ferito, gli fascia le ferite, versandovi olio e vino. Olio e vino sono segni che
hanno un potere curativo, leniscono il dolore, purificano, sono il segno delle forme
pratiche della carità, che la rivelano, senza esaurirla. La cura non termina lungo la
strada. Il samaritano carica il ferito sul suo asino e lo porta in una locanda dove lo
affida all'albergatore, perché, a sua volta, si prenda cura di lui.
C'è identità tra il compito del samaritano e quello dell'albergatore. L'azione di
soccorso del samaritano non è esaurita in lui, c'è un giorno del samaritano che finisce,
mentre quello dell'albergatore, il giorno dopo, non finisce mai, si estende fino al
ritorno del samaritano (di Gesù).
Ci stupisce inoltre la promessa di un resto che verrà dato al ritorno e che indica il
sovrappiù della carità del samaritano (di Gesù).
Tutto ciò avviene in una locanda, e per designare questo luogo Luca usa un termine
insolito, che letteralmente significa accoglienza universale (pandocheion). Questa
locanda, possiamo dire, è la Chiesa, il luogo in cui il cristiano deve proseguire
nell'esistenza la stessa cura del samaritano, quella cura racchiusa, si può dire, tra il
gesto della cura di Gesù e il resto che rifonderà al suo ritorno. È un impegno
necessario e possibile e insieme un atto di consolazione, è essere chiamati a strappare
dalla morte quanti sono in fin di vita, perché incappati in situazioni di male.
Gesù alla fine si rivolge allo scriba domandando chi di questi ti sembra si sia fatto
prossimo? Gesù capovolge la domanda iniziale. La prossimità non è una situazione o
una persona, ma è una relazione da istituire. Farsi prossimo, potremmo dire, esige
un'intelligenza della carità, e una sapienza della carità.
La frase finale di Gesù "va' e anche tu fa lo stesso", è la stessa che leggiamo più
avanti nell'istituzione dell'eucaristia. Non è un comando, quanto il prolungamento di
un'esperienza, la conseguenza di ciò che uno ha visto. L'albergatore ha avuto bisogno
di vedere l'amore in atto per poterlo credere e praticare, per poter continuare quel
prendersi cura che è la sintesi dell'azione del samaritano.
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