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Aspenia 63 19 December 2013 / Le smart cities di domani Carlo

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Aspenia 63 19 December 2013 / Le smart cities di domani Carlo
Carlo Ratti, con Matthew Claudel
Le smart cities
di domani
Stanno nascendo le “smart cities”, fondate sull’intelligenza ambientale:
uno spazio urbano pervaso da nuovi sistemi di percezione finalizzati a cogliere i nostri bisogni e darvi risposte. E a trasmettere la maggior parte dei
dati siamo noi (o meglio, i nostri smartphone). Non è un’utopia: anche le
nostre antiche città d’arte potranno diventare smart cities.
Quelli che fino a pochi anni fa erano spazi vuoti oggi si stanno trasformando in New
Songdo in Corea, Masdar negli Emirati Arabi Uniti, PlanIT Valley in Portogallo: nuove smart cities, città intelligenti che stanno spuntando in tutto il pianeta. Gli attori
tradizionali del settore come i governi, gli urbanisti e i costruttori edili si trovano a
collaborare per la prima volta con grandi imprese
Architetto, ingegnere e agit-prop, Carlo Ratinformatiche, come ibm, Cisco e Microsoft. Le città
ti è titolare dello studio Carlo Ratti Associati
che nascono da questo connubio possono essere
di Torino e direttore del MIT SENSEable City
considerate dei veri e propri “laboratori viventi” di
Lab di Boston. Matthew Claudel, vincitore
sperimentazione delle nuove tecnologie su scala urdel Sudler Prize (il premio più importanbana, in grado di mettere in discussione il confine
te assegnato dall’Università di Yale per le
tra bit e atomi, abitazione e telemetria. Se nel xx
arti creative e dello spettacolo), lavora al
secolo un grande architetto francese, Le Corbusier,
SENSEable City Lab del MIT.
aveva concepito la casa come una “macchina per
abitare”, queste città potrebbero essere immaginate
come microchip abitabili o “computer all’aria aperta”.
INTELLIGENZA AMBIENTALE E CITTÀ SENSIBILI. L’idea di una città intelligente è la logica applicazione dell’“intelligenza ambientale”, ovvero della diffusione di sistemi elettronici nei nostri ambienti di vita, che consente a questi disposi-
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tivi di percepire le esigenze delle persone e di fornire una risposta. Questa capacità di
percezione fluida e di risposta duttile si sviluppa parallelamente alla disseminazione
dei sistemi di elaborazione dei dati: dai grandi calcolatori mainframe alle postazioni
fisse desktop, dai computer portatili ai palmari onnipresenti, fino alla loro dispersione
nell’ambiente e fra gli stessi esseri umani con lo sviluppo dei computer indossabili.
Non possiamo dimenticare la sorprendente differenza tra le immagini della prima
apparizione in pubblico degli ultimi due papi: quella di Benedetto xvi, nel 2005, salutato da una folla che sventolava festosamente le mani, e quella di papa Francesco,
nel 2013, con un mare di smartphone sollevati in alto per scattare fotografie. Le città
intelligenti si sviluppano grazie a questa atomizzazione della tecnologia, inaugurando
un’epoca in cui il mondo fisico è indistinguibile dal suo doppio digitale.
Il meccanismo principale che sta alla base dell’intelligenza ambientale è la “sensibilità”, ovvero la capacità di percepire esattamente ciò che accade intorno a noi e di
reagire, di conseguenza, in modo dinamico. Nuovi sistemi di percezione stanno pervadendo ogni aspetto dello spazio urbano, rivelando dimensioni visibili e invisibili della
città: stiamo conoscendo più a fondo le nostre città ed esse, parallelamente, stanno
190 imparando a conoscere meglio noi. Mentre le persone parlano al telefono, inviano
messaggi e navigano su internet, i dati raccolti dalle reti di telecomunicazioni catturano flussi urbani in tempo reale e li cristallizzano alla stregua di mappe di Google sulla
congestione del traffico.
Al pari di un tracciante che scorre nelle vene della città, le reti di sensori di qualità
dell’aria applicati alle biciclette possono aiutarci a misurare l’esposizione di un individuo all’inquinamento e a disegnare una mappa dinamica dell’aria che si respira in
città, come nel caso del progetto Copenhagen Wheel, sviluppato dalla nuova impresa
Superpedestrian. Anche i rifiuti possono diventare più intelligenti: grazie a microdispositivi di geolocalizzazione applicati alla spazzatura si può ottenere un quadro sorprendente del sistema di gestione dei rifiuti, che vengono spediti ovunque nel paese,
seguendo un processo di smaltimento labirintico, come si è potuto constatare a Seattle
con il progetto Trash Track.
Oggi, sono le persone stesse (dotate di smartphone, naturalmente) che possono diventare strumenti di rilevazione. In questi ultimi anni è emerso un nuovo universo di applicazioni che consentono agli individui di essere localizzati, trasmettere informazioni
e comunicare le loro esigenze, facilitando nuove interazioni. Applicazioni, per esempio, come Uber per chiamare un taxi, OpenTable per prenotare un tavolo per la cena
o Grindr e Blendr per organizzare incontri basati sulla vicinanza geografica e su spe-
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The Copenhagen Wheel
cifici profili. In questo modo, informazioni in tempo reale vengono trasmesse dai cellulari che abbiamo in tasca alla città, per poi ritornare sulla punta delle nostre dita. In
alcuni casi, il processo di rilevazione diventa di per se stesso un atto civico deliberato
attraverso il quale i cittadini svolgono un ruolo sempre più attivo nella condivisione
partecipativa dei dati. Gli utenti di Waze caricano automaticamente informazioni dettagliate sulle strade e sul traffico in modo che la comunità in cui vivono possa trarne
beneficio. Applicazioni come “311” consentono alle persone di segnalare situazioni
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problematiche nelle loro immediate vicinanze, dalle buche nelle strade ai rami d’albero caduti, così che si possa provvedere a porvi rimedio. Open Street Map funziona
allo stesso modo, permettendo ai cittadini di collaborare reciprocamente per tracciare
mappe di luoghi che non sono mai stati oggetto di sistematiche rilevazioni topografiche; specialmente nei paesi in via di sviluppo che sono stati finora ignorati da Google.
LIMITI E TIMORI. Questi esempi dimostrano gli effetti positivi dell’intelligenza
ambientale urbana, ma non si deve dimenticare un aspetto cruciale: i dati che emergono da queste accurate rilevazioni sono, per loro natura, neutrali. Costituiscono uno
strumento che può essere utilizzato in molte applicazioni diverse e per un’ampia varietà di scopi. Come si è chiesto una volta scherzosamente Rich Gold (un artista divenuto poi uno dei pionieri del centro di ricerca Xerox di Palo Alto): “Quanto dev’essere intelligente il vostro letto, prima che vi spaventi l’idea di andare a dormire la
sera?”. Quel che potrebbe rendere le nostre notti insonni, in questo caso, è la pura
quantità di dati che vengono rilevati. Secondo una famosa statistica elaborata da Eric
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Schmidt, il patron di Google, ogni 48 ore viene oggi messa online una quantità di dati
pari al totale di quelli prodotti dall’intera umanità fino al 2003 (una stima che è già
vecchia di tre anni e che dunque andrebbe certamente rivista al rialzo). Chi ha accesso a questi dati? Come possiamo evitare un finale simile a quello del racconto di
Italo Calvino del 1960, La memoria del mondo, in cui un atto di umanità come l’infinita opera di documentazione sul presente e il passato degenera in intrigo, e poi in
dramma e omicidio?
Infine, questa nuova dimensione pervasiva dell’accumulazione continua di dati richiede una città completamente nuova? Probabilmente no. In ciascuno degli esempi
di cui sopra, la tecnologia non esige necessariamente nuovo spazio urbano. Molte
iniziative alla base dello sviluppo di città intelligenti, e quindi incentrate sulla diffusione di tecnologie dell’informazione, sembrano rispondere non tanto a una reale necessità quanto piuttosto alla giustificazione di operazioni immobiliari su larga scala,
con il risultato di produrre, in definitiva, spazi urbani poco interessanti e attraenti.
VECCHIE E ANTICHE CITTÀ: VERSO GLI SMART CITIZENS. L’intelli192 genza ambientale può in effetti pervadere le nuove città, ma la cosa forse più importante è che può anche animare i ricchi e caotici spazi urbani del passato, grazie a
nuovi sistemi operativi per l’hardware già esistente. Questo aspetto era già stato sottolineato da Bill Mitchell all’inizio della nostra era digitale, nel suo libro e-topia del
1995: “Lo splendido centro storico di Venezia [...] può integrare moderne infrastrutture di telecomunicazione in modo molto più elegante di quanto non le sarebbe mai
stato possibile adattandosi agli imperativi della rivoluzione industriale”. L’intelligenza ambientale potrebbe dare nuova vita alle strade tortuose delle città collinari italiane, agli ampi panorami dell’isola di Santorini o ai quartieri deserti di Detroit?
Forse dovremmo dimenticare l’immagine stereotipata delle auto volanti che sfrecciano lungo le strade delle future città immaginarie. La forma urbana ha dimostrato una
straordinaria persistenza nel corso dei millenni: la maggior parte degli elementi della città moderna erano già presenti all’epoca dei greci e dei romani. Gli esseri umani
hanno sempre avuto e continueranno ad avere bisogno delle stesse strutture fisiche
per la loro vita quotidiana: piani orizzontali e pareti verticali (senza offesa per il coraggioso decostruttivismo di Gehry). Ma le vite che si svolgono all’interno di quelle
stesse mura sono ora oggetto di una delle trasformazioni più sorprendenti della storia
umana. L’intelligenza ambientale e le reti sensoriali non cambieranno il contenitore
ma il contenuto: più che di smart cities, bisognerebbe forse parlare di smart citizens.
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