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3.2. “STANOTTE HO SAPUTO CHE C`ERI: UNA GOCCIA DI VITA

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3.2. “STANOTTE HO SAPUTO CHE C`ERI: UNA GOCCIA DI VITA
3.2. “STANOTTE HO SAPUTO CHE C’ERI: UNA GOCCIA DI VITA SCAPPATA DAL NULLA”
(Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli, p. 7)
Un fulmine a ciel sereno. Una vita ricca di progetti improvvisamente ferita, destinata d’un colpo
a cambiare direzione. Luisa è una ragazza. Una ragazza – come molte della sua età –
sprovveduta, ingenua. E’ letteralmente sconvolta di fronte ad una gravidanza assolutamente
fuori dai suoi piani. Vede il crollo dei suoi sogni. Piange dalla rabbia: si morde le labbra, pesta i
piedi. Piange per la sua ingenuità. Piange per una leggerezza che ora le mette a soqquadro la
vita. E prova un’infinita vergogna. Non che abbia sensi di colpa. No. Perché mai? Considera i
rapporti sessuali del tutto spontanei, naturali. Prova vergogna perché vede abbattersi su di lei i
pesanti strali di sua madre. Con lei – è vero – è da tempo che sta vivendo un rapporto
conflittuale tipico dell’età, ma ciò nonostante ha paura dei suoi rimproveri, ha paura dei suoi
giudizi taglienti come lame. Prova vergogna perché vede già le reazioni di tanta gente del
paese. Abitasse in una città, non avrebbe alcun bisogno di sfidare l’opinione pubblica: in paese
– e il suo è un paese piccolissimo - tutti si conoscono e ognuno sa tutto di tutti. E’ questo che
teme: la gente ipocrita che grida allo scandalo, che la addita come una ragazza dai costumi
facili, che mormora alle sue spalle. Si tratta di un atteggiamento che non ha mai potuto
sopportare, tanto più in persone che si professano cristiane.
Che fare? Sfidare il bigottismo della gente dimostrando la sua superiorità? Si tratta di una
prospettiva che per certi aspetti l’attrae: sarebbe una manifestazione di coraggio. Come
sarebbe una manifestazione di coraggio portare fino in fondo lo scontro con sua madre.
Diventerebbe più matura, accrescerebbe la sua personalità. Ma… perché cambiare destino alla
sua vita per uno scatto di orgoglio? Perché rischiare di mettere in forse i suoi studi? E poi crede
di avere una ragione molto meno egoista: non si sente per niente pronta a svolgere il ruolo di
una mamma. Per nulla.
Si confida con Chiara. E’ certa che lei non svelerà il segreto a nessuno ed è sicura – è da molto
tempo che sono amiche – che saprà darle un consiglio spassionato, sincero.
“Luisa, non chiedermi un consiglio. Non che non voglia dartelo, ma credo che in una situazione
del genere sei tu a dover scegliere: tu con la tua coscienza.”
“Sono d’accordo. Ma il fatto è che io sono tremendamente in dubbio proprio perché non ho mai
pensato a questa evenienza. L’ho sempre considerata remota: anzi non ho mai pensato che
potesse un giorno accadere a me.”
“Tu vuoi bene a Andrea?”
“Certo: lo sai bene che sono due anni che ci frequentiamo, due anni in cui non abbiamo mai
avuto screzi di una certa consistenza. Ci sentiamo affiatati. Ci vogliamo proprio bene.”
“E allora? Che dubbi hai? Se la tua gravidanza è il frutto di un amore, perché interromperla?”
“Lo sai che non sono pronta. Lo sai che un bambino rappresenterebbe un terremoto nella mia
vita.”
“Luisa, io al tuo posto andrei avanti. Tutto dipende dai valori che uno ha. Io – come sai – sono
profondamente cristiana e per me la vita è qualcosa di sacro, è un dono di Dio. Mai e poi mai
interromperei una gravidanza. Per me l’aborto è espressione di una cultura di morte.”
“Ma io non sono cristiana. Non ho, quindi, di questi valori. Quello che so è che esiste una legge
che consente di interrompere la gravidanza.”
“E’ vero. Ma il mio modo di vedere prescinde dalla legge. La legge è fatta da uomini. Io credo,
invece, alla legge divina che vieta in modo categorico l’omicidio.”
“Ma perché dovrebbe essere un omicidio l’aborto? Come si potrebbe considerare un embrione
di poche settimane un ‘uomo’? Non siamo di fronte ad un agglomerato di cellule?”
“Un agglomerato di cellule che, però, ha già il codice genetico dell’uomo che nascerà: come si
può negare che tale agglomerato di cellule sia vita umana, appartenga alla ‘specie umana’?”
“Sì, ma ora l’uomo non c’è ancora. Non c’è neppure il bambino: come considerare bambino un
embrione che nei primi giorni non ha neppure il sistema nervoso?”
“Ma dopo alcune settimane, sì.”
“Chiara, non voglio insistere, ma io credo che sia un po’ forzato – se parliamo, naturalmente, a
livello razionale (senza, quindi, far leva su qualche rivelazione divina) – considerare l’embrione
dei primi tre mesi una ‘persona’.”
“La legge, è vero, consente l’interruzione della gravidanza entro i tre mesi. Ma non si può
pensare che nei primi tre mesi l’embrione non sia una persona e, poi, lo diventi in quanto vi è
una linea di continuità.”
“E’ vero, ma mi rifiuto di pensare che ciò che si sta formando nel mio utero sia già una
persona. Tra l’altro, so che nei primi giorni non si potrebbe nemmeno parlare di ‘individuo’ in
quanto potrebbero generarsi dei gemelli..”
“Come? Si tratterebbe pur sempre di un ‘individuo’ che a un certo punto si scinde in due o in
tre…”
“Ma se un individuo si scinde in due o più individui indipendenti, vuol dire che cessa di esistere
come individuo primario. Vuol dire, in altre parole, che gli individui che nasceranno hanno
cominciato ad esistere non nei primi 10-15 giorni, ma dopo.”
“Saremmo, comunque, di fronte ad una vita ‘umana’!”
“Non, però, ad una persona! Tra l’altro, un tale agglomerato di cellule – senza alcun sistema
nervoso - non sarebbe neanche in grado di provare piacere e dolore: avrebbe, cioè, un grado
di vita inferiore a quello di un animale”.
“Ma questo è un discorso puramente teorico: quando mai una donna ricorre all’interruzione
della gravidanza nei primi quindici giorni quando non sa ancora se è incinta?”
“Chiara, tu insisti nel parlare di vita umana, di specie umana. Ma la vita propriamente umana
si caratterizza nella capacità di pensare, di ragionare… e non solo nella capacità di provare
piacere o dolore. Capacità di pensare che non vi può essere (neanche a livello di semplice
potenzialità) se non dopo il formarsi della corteccia cerebrale. Nella 24^ settimana, cioè. Oltre,
in altre parole, il limite posto dalla legge!”
“Ma Luisa, siamo sempre ad un livello teorico di discorso: l’embrione – se prescindiamo dai
primissimi giorni – presenta una ‘continuità’ indiscutibile per cui non ha alcun senso pratico
individuare delle discontinuità.”
“Non mi convinci. E, poi, a me pare che i legislatori abbiamo pensato saggiamente anche alla
madre. La vita della donna non è un valore che lo Stato deve salvaguardare?”
“Ma nel tuo caso non è in forse la vita. Capisco il cosiddetto aborto terapeutico, l’aborto cioè
che si potrebbe praticare nell’ipotesi lo sviluppo della gravidanza mettesse in pericolo la vita
della madre. Ma tu non hai un problema del genere.”
“La legge parla anche di salute psichica. Lo Stato, in altre parole, ha il dovere di tutelare anche
la salute psichica della madre. Ora, nel mio caso, sarebbe in pericolo proprio la mia serenità
psichica.”
“Ma perché dovresti sacrificare la vita di un innocente per una tua egoistica serenità?”
“Ma quale egoismo? Gli animali agiscono per istinto, ma gli uomini i figli li devono creare in
modo consapevole e libero. Ora per noi non vi è stata nessuna libertà. Noi non abbiamo scelto.
Lo sai bene che nell’amore non prevale la fredda razionalità, ma la passionalità. Non abbiamo,
quindi, alcuna responsabilità di questa gravidanza non desiderata.”
“Se insisti sulla passionalità, rischi di ridurre l’uomo ad una bestia: come può essere
giustificato un uomo che non è in grado di guidare i suoi impulsi con la ragione?”
“Chiara, io non sto cercando giustificazioni meschine. Io dico solo che non mi sento
responsabile di questa gravidanza. Pensa che è dovuta solo al caso.”
“Si tratta di un rischio che, però, non avete calcolato e che avrebbe dovuto essere calcolato.”
“Cosa vuoi dire? Che dovrei fare la monachella? Che dovrei astenermi dai rapporti?”
“Ti ripeto: io non ho consigli da darti. Io dico solo la mia opinione. Ora io credo che la tua sia la
cultura dell’edonismo, della ricerca esasperata del piacere. Sia chiaro: non ho nessuna
intenzione di offenderti. So che la mia è un’opinione di minoranza. Che soddisfazione si
avrebbe nel matrimonio se si fosse sperimentato tutto prima? La conoscenza più profonda tra i
due partners non si avrebbe provando la capacità di attendere?”
“Chiara, non mi offendi. Tutt’altro. Rispetto la tua opinione. Io credo, tuttavia, che i rapporti
pre-matrimoniali siano fondamentali per la conoscenza reciproca e, quindi, per arrivare ad una
scelta consapevole e libera: quanti fallimenti di matrimoni si eviterebbero con una conoscenza
più profonda prima del matrimonio!”
“Luisa, si tratta di scelte. E se tu fai una scelta, devi pagarne le conseguenze. Nessuno ti ha
obbligato. Sei tu, quindi, responsabile.”
Luisa si sente ferita. Lo sa che l’amica non ha alcuna intenzione di tormentarla: non è un caso
che si sia rivolta proprio a lei e non a sua madre. Ma… comincia ad avvertire un peso sulle sue
spalle. Chiara le parla di ‘responsabilità’: una parola pesante come un macigno.
“Chiara, ma io non sono responsabile proprio perché non ho scelto: come si fa a parlare di
responsabilità senza una libera scelta?”
“Luisa, tu non hai scelto di fare un figlio, ma hai scelto di fare l’amore, conoscendo bene le
possibili conseguenze non desiderate. Una scelta, quindi, l’hai fatta. E’ questa la scelta di cui
sei responsabile. Se sei onesta, devi pagarne, allora, le conseguenze.”
Luisa si sente di nuovo colpita da un’altra parola pesantissima: l’onestà. Come? Lei sarebbe
‘disonesta’ se non portasse a termine la gravidanza? Si rifiuta di pensarlo: l’onestà e la
disonestà devono avere a che fare con una libera scelta. Sì, è vero, avrebbe potuto non
avventurarsi nei rapporti sessuali. Ma non vede alcun male nella scelta che ha fatto: perché
non dovrebbe essere bene un piacere naturale? Se fosse cristiana, avrebbe probabilmente la
stessa opinione: se la sessualità è stata creata da Dio, perché non dovrebbe essere
considerata un bene?
“Chiara, tu parli di ‘responsabilità’, di ‘onestà’. Sembra quasi che tu non sappia quello che
succede in quei momenti: non ragioni, ma è l’amore che ti guida.”
“E’ vero, ma, comunque, la scelta di fondo (al di là di quel preciso istante) è vostra. Ripeto: se
non fosse così, noi uomini saremmo ridotti a delle ‘bestie’ che agiscono mossi solo dall’istinto.
Tieni presente – al di là di quello che tu pensi sulla natura dell’embrione – che ciò che si sta
formando nel tuo utero è vita umana: su questo non ci piove. Addirittura il Comitato Nazionale
per la Bioetica – che comprende sia esponenti cattolici che laici – è arrivato a riconoscere
unanimemente il dovere morale di trattare l’embrione umano col rispetto che si deve nei
confronti degli individui umani a cui, comunemente, si attribuisce la caratteristica di ‘persone’.
E questo fin dal momento della fecondazione! Non ti sembra, allora, grave la tua scelta?”
“Tu, quindi, mi addosseresti la responsabilità di un assassinio, se dovessi interrompere la
gravidanza?”
“Luisa, non spetta a me giudicarti. Devi agire secondo la tua ‘coscienza’. Io ti dico solo quello
che farei io in base alla mia coscienza morale.”
“Vuoi dire, allora, che esistono valori diversi a secondo della propria coscienza? Vuoi dire, in
altre parole, che i valori sono relativi?”
“No, Luisa. Non intendo arrivare a questo. Io, personalmente, credo a dei valori assoluti. E ci
credo non solo perché solo cristiana: se non ci fossero dei valori assoluti, cioè validi per tutti gli
uomini, si potrebbero giustificare tutte le efferatezze commesse, ad esempio, contro gli Ebrei,
contro i negri e contro etnie diverse!”
“Ma da dove salterebbero fuori questi valori ‘assoluti’? Se ognuno – come dici tu – ha la sua
‘coscienza’, come potrebbero esistere delle norme che hanno un valore per tutti gli uomini?”
“Non vedo altra fonte che Dio: come potrebbero delle norme essere imposte a tutti, anche ai
prepotenti, se avessero un fondamento puramente umano?”
“Ma se fosse così, come potrebbero tali norme essere valide per i tanti atei e i tanti agnostici?”
“Luisa, mi ha sempre colpito quanto dichiara un personaggio di un romanzo di Dostojewskj: se
Dio non esistesse, tutto sarebbe permesso! Senza Dio, cioè non potrebbero esistere valori
assoluti: tutto sarebbe relativo a ciascuno di noi. Ma ognuno di noi potrebbe giustificare tutto
ed il contrario di tutto.”
“Tu, però, parlavi di ‘coscienza morale’.
“Anche Hitler, sicuramente, aveva questa coscienza morale e, ciò nonostante, ha giustificato
l’Olocausto degli Ebrei.”
“Ma allora, cosa sarebbe questa coscienza morale?”
“E’ una coscienza che ciascuno deve formarsi interrogandosi, vagliando con scrupolo i pro ed i
contro. E’ quello che – mi pare – stai facendo tu in questo momento. Di sicuro riflettere costa
fatica.”
“Io, infatti, mi sto confrontando con te. Ma alla fine del confronto, si deve pur scegliere in base
a qualche criterio. E quale potrebbe essere questo criterio – se non ci fosse un Dio che
fondasse un bene in sé, un bene assoluto – se non un bene per me?”
“Ma nel tuo caso specifico tu hai a che fare anche con un altro essere. Per te non è una
persona (per me lo è), ma si tratta, comunque – anche nella tua ottica – di una vita umana
che ha l’intero codice genetico dell’adulto e che, se non viene ostacolata, è destinata a
diventare una persona. Non puoi, quindi, agire pensando esclusivamente a te.”
“Chiara, tu mi chiedi ciò che neanche la legge mi chiede. La legge mi consente l’interruzione
della gravidanza nei primi tre mesi. Questo vuol dire che per la legge l’embrione non è una
‘persona’, cioè non ha ‘diritti’. I diritti sono miei. Io solo sono una ‘persona’ ed io sola ho dei
‘diritti’.”
“Ma queste sono solo delle ‘convenzioni umane’. Convenzioni che non accetto, ma che rispetto
perché lo Stato deve essere ‘laico’, deve cioè fare leggi che prescindano dalle visioni del mondo
dei cittadini. Come potrebbe lo Stato inserire in una legge la dizione secondo cui l’embrione è
sacro perché contiene una scintilla divina? Questo lo penso io, ma non tu, ad esempio. Lo
Stato, quindi, deve trovare un compromesso che vada bene per tutti. Un compromesso che
non può che essere una convenzione che rispecchia i diversi valori di una comunità nazionale.
Ma tu devi agire secondo valori morali.”
“Cosa sarebbero questi valori morali? E’ lo Stato che stabilisce ciò che è lecito e ciò che non è
lecito. Ora se per lo Stato l’interruzione della gravidanza nei primi tre mesi è lecita, che
problemi morali dovrei avere?”
“La legge non obbliga nessuno. La scelta è tua. E la scelta è sempre morale, scelta che deve
rispondere alla tua coscienza. Un conto è il diritto (quanto stabilisce con leggi uno Stato) che
riguarda il comportamento esterno di una persona ed un conto la sfera morale che riguarda
qualcosa che non è controllabile dallo Stato.”
Luisa non riesce proprio a capire cosa sia questa coscienza. Perché mai dovrebbe tormentarsi
lei se già il parlamento che – riflette i valori dell’opinione pubblica – ha già stabilito dei paletti
che tengono conto dei diritti della madre e di quelli dell’embrione? Dopo i tre mesi lo Stato
tutela in modo inequivocabile (ad eccezione dell’aborto terapeutico e di gravi malformazioni del
nascituro) proprio i diritti dell’embrione. Ma prima, no. E allora? E l’opinione pubblica non è
quello che pensa la gente?
“Chiara, perché mai i paletti della legge non potrebbero coincidere con i paletti morali? Perché,
in altre parole, quella che tu chiami la ‘coscienza morale” non dovrebbe essere un giusto
equilibrio di interessi stabilito da una comunità in un determinato periodo storico sulla base dei
valori prevalenti? La cosiddetta ‘voce della coscienza’ mi pare qualcosa che può andare bene
solo ai bambini.”
“Luisa, non ci sto. Occorre distinguere i ‘diritti’ che stabilisce lo Stato ed i ‘diritti naturali’. Al di
là di quello che stabilisce lo Stato, non è un ‘diritto naturale’ il diritto alla vita di un embrione,
di un essere cioè umano?”
“Chiara, faccio fatica a seguirti. Perché non dovrebbe essere convenzionale la natura
dell’embrione? Il fatto che vi sia chi lo considera ‘persona’ e chi no, non è la prova che si tratta
di ‘convenzioni’? Se fosse un dato evidente, ad esempio, che l’embrione di poche settimane sia
una persona, non vi sarebbero dubbi e, quindi, lo Stato avrebbe considerato l’interruzione della
gravidanza – in qualsiasi momento – un assassinio!”
Stavolta è Chiara ad essere provocata. Non riesce a distinguere bene i confini tra la sua fede e
la ragione. Lei non ha dubbi sulla sua fede: sa che l’aborto è un assassinio. Ma sa anche che
non tutti sono d’accordo nel definire l’embrione una ‘persona’: lo stesso Comitato Nazionale
per la Bioetica non attribuisce all’embrione la caratteristica di ‘persona’, ma dice solo che
l’embrione umano merita il rispetto che si deve agli individui umani a cui attribuiamo la
caratteristica di ‘persone’. Tuttavia, si rifiuta di credere che sia convenzionale la natura
dell’embrione umano e che siano convenzionali i ‘valori’. Si rifiuta di pensare che, ad esempio,
non abbia un valore assoluto la norma che prescrive di ‘non uccidere’. Si rifiuta di pensare che
non possa essere considerato un valore un gesto sincero di solidarietà nei confronti di chi ha
più bisogno. Tutto sarebbe permesso, se non vi fossero dei punti fermi: anche la strage di
Erode sarebbe giustificata! Ma è anche consapevole che le norme di legge, per lo più, tutelano
i più deboli, anche se sono delle ‘convenzioni umane’. La stessa legge che consente
l’interruzione della gravidanza vieta tale interruzione dopo novanta giorni dal concepimento (ad
eccezione dei casi di pericolo per la vita della madre e di gravi malformazioni del nascituro).
“Luisa, mi rendo conto che il problema è tutt’altro che semplice. Ecco perché insisto sulla
necessità di appellarti alla tua coscienza. I valori sono lì dentro. Cos’è un valore? Per me è
qualcosa di puro, è un valore in sé: se non lo fosse, decadrebbe a livello di ‘utilità’, di
‘vantaggio’. Ora potresti considerare ‘morale’ un’azione tesa ad un tuo utile privato? Morale, ad
esempio, è l’atteggiamento che ha avuto per tutta la vita madre Teresa di Calcutta, un
atteggiamento di totale dedizione agli ultimi, ai più deboli, alle persone che soffrono.”
“E se l’avesse fatto per una gratificazione interiore, per la soddisfazione di sentirsi un’eroina,
superiore agli altri uomini?”
“Luisa, mi rifiuto di crederlo: come avrebbe potuto dedicare tutta la sua vita ad una causa, se
non l’avesse considerata un valore sommo, un valore in sé?”
“Siamo, allora, al problema di fondo: la coscienza. Tutto dipende dall’intenzione: se è pura,
l’azione è pura, cioè morale; se l’intenzione è legata ad un interesse personale, l’azione è
solo… utilitaristica. Ora nel mio caso – nella situazione particolare in cui mi trovo – non vedo
alcuna intenzione egoistica: non sono matura per svolgere il ruolo di mamma. Non è questa
una ragione nobile?”
“Non lo vuoi il bambino perché non ti senti sufficientemente matura? Lo puoi benissimo offrire
ad una delle tante coppie che aspettano a lungo un’adozione.”
“Ma solo portare a termine la gravidanza mi sconvolgerebbe la vita: penso agli studi che dovrei
di fatto interrompere, penso al senso di colpa che mi farebbe cadere addosso la gente del
paese, al trauma psicologico tipico della ‘ragazza madre’.”
“Ma tu non credi che un trauma psicologico ben più grave subiresti nel caso tu optassi per
l’aborto? Prova a leggere le testimonianze di tante donne che hanno interrotto la gravidanza!
E, poi, non credi che – ragionando con un po’ di serenità – vedresti meno nero intorno a te?
Non sono certo alcuni mesi di interruzione che ti possono distruggere la tua carriera scolastica
e professionale. Non è certo la gente bigotta (ne è rimasta ben poca) che ti può rovinare il tuo
equilibrio interiore. E poi il senso di colpa non l’avresti ancor di più se ti decidessi di eliminare
da te un essere umano del tutto innocente?”
“Chiara, mi sbatti ancora in faccia la ‘colpa’! Non ti sembra un atteggiamento moralistico
questo?”
“Luisa, non averne a male! Non ti sto rimproverando. Ti sto dicendo quello che proverei io se
dovessi fare quel passo.”
“Ma questo perché l’aborto è, per te, un assassinio. Per me – come sai - non lo è. Perché,
allora, dovrei sentirmi in colpa?”
“Luisa, io ti sono umanamente vicina, condivido la tua sofferenza, ma non credere che sarà
così facile per te dimenticare quella scelta. Te la ricorderai per tutta la vita. E per tutta la vita
sarai rosa dal dubbio di aver ucciso un essere innocente.”
“No, Chiara: questo non me lo devi dire. Questo è un ricatto morale!”
Luisa è infuriata. Ha la sensazione di sentirsi addosso i rimproveri della madre, le sue
condanne. No: non ci sta ad essere condannata. Lei è una ‘vittima’ di una situazione casuale,
non un carnefice. Ed è anche una vittima dell’ambiente in cui si trova: di una madre che non è
disponibile ad ascoltarla, della gente ipocrita che è pronta a spararle addosso. E poi è una
ragazzina senza esperienza: è forse una colpa non avere esperienza? Ed è una ragazzina che
vive i valori che propinano i mass-media: perché mai, proprio lei, dovrebbe portare sulle sue
spalle le colpe di una società voluta dagli adulti?
“Senti, Chiara, non ti sembra di essere bigotta come la maggior parte del paese? Sei giovane,
ma ho l’impressione che tu abbia assimilato appieno la sua ipocrita morale!”
“Luisa, io non so se abbia assimilato la sua morale. Io so soltanto di avere attinto i miei valori
leggendo direttamente i Vangeli e vivendo in prima persona un’intensa esperienza di
volontariato a favore di un gruppo di handicappati. E sono convinta che la gente sbagli a
condannare o, comunque, a commiserare (nella migliore delle ipotesi) ragazze che si trovano
nella tua situazione. Dovrebbe, al contrario, fare di tutto per esprimere la propria solidarietà
umana e cristiana e favorire così il nascere di una nuova vita. E’ questo che io sto facendo con
te: non ti voglio colpevolizzare, ma solo aiutarti a fare una scelta per la vita. Sono certa che un
giorno sarai felice per questo mio aiuto. La vita di un bambino ti cambierà in meglio la vita:
amerai di più la tua vita e amerai di più la vita degli altri, in particolare la vita di chi ha più
bisogno.”
“Non ritieni di essere una bigotta, ma il senso di colpa me lo fai venire. Senti: tu non consideri
lecita proprio nessuna interruzione della gravidanza? Neanche la scelta di due coniugi che
hanno già numerosi figli e non sono nelle condizioni economiche di dar da mangiare a dei
nuovi?”
“No: ci sono tanti centri privati che sono nati proprio per dare anche questo tipo di supporto. E
poi vi sono sempre gli enti pubblici. Del resto è la stessa legge - che consente l’interruzione
della gravidanza - che prevede anche questo obbligo per gli enti pubblici. E non sono
d’accordo neanche nei casi di stupro.”
“Ma cosa dici? Perché mai una donna dovrebbe portare a termine una gravidanza frutto non
dell’amore, ma della violenza?”
“Frutto o no dell’amore, la vita umana è vita umana e, in quanto tale, va sempre rispettata. La
donna violentata non vuole – guardando il figlio – ricordare in continuazione il trauma subito?
Può sempre metterlo a disposizione per le famiglie che desiderano un bambino da adottare.”
“Neanche nel caso si sapesse che il bambino nascerà con una gravissimo handicap psichico?”
“Neanche. Perché mai un bambino gravemente handicappato non dovrebbe avere il diritto di
vivere la sua vita, con il suo grado di coscienza, col suo mondo magari infantile?”
Luisa si ricrede: Chiara non è come tante persone del paese, è sincera, le parla col cuore, le
parla alla pari, dimostra una grande partecipazione umana alla sua vicenda personale. Certo, si
trovano per certi aspetti su due sponde diverse. Ma l’ammira. L’ammira per la sua coraggiosa
coerenza. Indubbiamente per Chiara il tutto è più facile: lei parla di ‘valori’, ma non si trova a
vivere la sua situazione, non si trova nella necessità di prendere – nell’arco di pochi giorni –
una decisione che cambierà radicalmente la sua vita. Lei sì. Ora, è vero, grazie al confronto
con l’amica, ha alcune idee in più. Forse troppe. Ma come è difficile scegliere! Di positivo è che
ora vede le cose in modo meno drammatico. Ma vi è anche l’altra faccia della medaglia: ora sa
che non vi è niente di obbligato, niente di determinato. Tutto, in altre parole, dipende da lei: è
lei che potrà scegliere una strada invece che un’altra. E questo le crea angoscia: l’angoscia di
fare – lei ancora tanto giovane - una scelta così importante per la sua vita. E il tutto in un
tempo brevissimo. Proprio a lei doveva capitare!
Avrà il coraggio di affrontare sua madre? Molto dipenderà anche da lei, dall’aiuto che potrà
darle: come potrebbe da sola svolgere un ruolo che è difficile anche per mamme meno
giovani? Sarà disponibile sua madre? Sarà disponibile ad addossarsi su di sé – di fronte agli
occhi della gente – la responsabilità di non aver educato in modo adeguato sua figlia? O sarà
lei stessa – dopo una violenta sfuriata – a consigliarle l’aborto?
E Andrea? Luisa non ha dubbi: Andrea, ora, non ha alcuna intenzione di sposarsi. Ma deve,
comunque, coinvolgerlo: se lei ha qualche responsabilità, la condivide con lui. Ma almeno, le
starà vicina – affettivamente vicina – o ne approfitterà per lasciarla?
L’angoscia cresce. Sente la testa scoppiare. Si trova di fronte ad una scelta complessa: una
scelta che coinvolge non solo lei, ma anche altre persone. Ed avverte che la responsabilità
ultima è sua: il bambino è nel suo utero, è parte integrante di sé.
Luisa si chiude in un silenzio impenetrabile. Poi si corica. Chissà che domani si senta meno
confusa. Chissà che riesca a prendere una decisione responsabile. Sì: responsabile. Dopo il
confronto – a tratti serrato – con Chiara, le pare sia arrivato il momento di fare delle scelte più
ponderate, più mature. Ma ne avverte il costo, il pesante scotto che deve pagare: qualunque
decisione prenda.
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