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«Si dice? Non si dice? Dipende». L`italiano neo

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«Si dice? Non si dice? Dipende». L`italiano neo
«Si dice? Non si dice? Dipende». L'italiano neo-purista nell'ultimo libro di Silverio Novelli - 10-16-2014
di Salvatore Claudio Sgroi - Sicilia Journal, Giornale online di notizie - http://www.siciliajournal.it
«Si dice? Non si dice? Dipende». L'italiano neo-purista nell'ultimo
libro di Silverio Novelli
di Salvatore Claudio Sgroi - 16, ott, 2014
http://www.siciliajournal.it/si-dice-non-si-dice-dipende-praticamente-neo-purista/
Repertorio,
ambiziosamente sistematico, di dubbi linguistici, -- quello di Silverio Novelli, Si dice? Non si dice?
Dipende. L'italiano giusto per ogni situazione (Roma-Bari, Laterza 2014, pp. xxiv-196). Dove i dubbi
sono classificati in modo non sempre rigoroso, e sono preceduti da una dichiarazione di principi di
stampo sociolinguistico. Un repertorio tuttavia più tradizionalista di quanto non voglia far credere il
titolo. Nella sostanza una raccolta di prescrizioni, di stampo neo-puristico, in cui i "no" prevalgono
decisamente sui "sì" o sul "dipende", a chiusura della trattazione dei dubbi.
I principi teorici in sé condivisibili vengono insomma alla fine concretamente applicati in maniera assai
restrittiva, soggettiva, annullandone per lo più la validità di principi di carattere generale. La nozione di
"errore", capitale in un testo del genere, non appare ben definita, oscillante com'è tra criteri diversi, e
spesso implicita, legata alla soggettività dell'Autore. Il cui stile è sì assai "amichevole" per il lettore, ma
non privo di verbosità, e con cornici letterarie ripetitive e discutibili. La bibliografia finale rivela strane
lacune (Sabatini-Coletti, L. Canepari; Salvi-Vanelli 2004, Prandi-De Santis 20112), ma anche qualche
titolo decisamente "in-citabile".
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«Si dice? Non si dice? Dipende». L'italiano neo-purista nell'ultimo libro di Silverio Novelli - 10-16-2014
di Salvatore Claudio Sgroi - Sicilia Journal, Giornale online di notizie - http://www.siciliajournal.it
Per quanto riguarda la novità dell'oggetto dell'analisi, il testo si sofferma prevalentemente sui soliti 'dubbi'
o tormentoni metalinguistici (come "sogn-amo", "Ìstanbul", "venghino", "dasse", "vadi", "redarre", ecc.).
Gli esempi sono ora inventati dall'Autore, ora tratti dalla stampa, dai fumetti, dalle canzoni, da Google,
dalla letteratura (ma senza citare i repertori relativi: BIZ, De Mauro 2007).
Decisamente marginale e carente è lo spazio riservato alle spiegazioni teoriche dei costrutti presi in
esame. Spesso anche infondate. Il che non contribuisce certamente a far avanzare la consapevolezza e la
conoscenza del lettore riguardo al funzionamento del linguaggio. Per esempio, per il periodo ipotetico col
doppio condizionale ("Se potrei lo farei") manca ogni tentativo di analisi scientifica della presenza di tale
modo (p. 126). Nel caso del "qual'è" la spiegazione di tale uso tra elisione e troncamento è invero
alquanto confusa (pp. 25-26).
Così nel caso dell'opposizione congiuntivo / indicativo nelle dipendenti si continua a sostenere che non
usare il congiuntivo significherebbe "rinunciare alle possibilità di esprimere le diverse e ricche sfumature
della sfera della soggettività" (p. 116). Con un giudizio (si direbbe) "gastronomico" da fanta-grammatica,
l'Autore afferma che "Nel caso del congiuntivo, la sfera della soggettività viene spesso ridotta a frittella
(!) e la colta squisitezza (!) del modo congiuntivo, capace di sottilizzare sulla distinzione tra certezza e
possibilità, va a farsi benedire" (p. 121). Quando invece esempi come "Non so se venga", o "Credo che
Dio esista" in bocca a credenti, stanno a dimostrare solo la maggiore eleganza del congiuntivo rispetto
all'indicativo informale ("Credo che Dio esiste"), senza mettere in discussione alcun domma sull'esistenza
divina.
La nozione di "norma", essenziale per decidere se condannare con un "no" o per sancire con un "sì" una
certa forma "errata" o "giusta", non è invero esplicitamente definita, ma è affidata a criteri spesso
impliciti, di tipo diverso. La condanna è così il risultato del logicismo puro nel caso di
"benedivo" (anziché "benedicevo"), a dispetto della pletora di scrittori antichi e contemporanei pur
ricordati dall'Autore (p. 109).
La dialettofobia è invece alla base della condanna di "sto tornando" ("In Sicilia" p. 112). O appare
camuffata nel caso del disgiuntivo "piuttosto che" 'o', "uso improprio", "errato" (p. 164), "errore-feticcio"
(p. 165), che "cala dal Nord" (p. 164). Un uso ritenuto addirittura "sostanzialmente estraneo alla storia"
(p. 164). Invero colpevole solo di essere neologismo ("novità"), peraltro da almeno 30 anni. Un uso che
metterebbe "in crisi la chiarezza comunicativa" (p. 165). E malgrado sia diffuso presso utenti colti (e per
di più di tutta Italia), ormai quindi (etimologicamente) settentrionalismo pan-italiano (non più
regionalismo). L'esterofobia è alla base della condanna dell'anglicismo "importante", per es. "malattia
importante" cioè 'grave' (p. 91). Il "soggettivismo" dell'Autore appare ancora a proposito dei vari costrutti
dell'"accordo del verbo" col soggetto in esempi come "Pasta o minestra vanno bene lo stesso", "Con lei
stasera andiamo al cinema", ma presenti in autori antichi e moderni (Calvino, Tabucchi, ... Dante, ecc.),
pur da lui menzionati (p. 132).
È lecito dubitare sul valore "educativo" e "cognitivo" di testi del genere? (Si veda invece "Il dizionario
Italiano: parole nuove della Seconda e Terza Repubblica" 1995 dello stesso S. Novelli in tandem con
Gabriella Urbani).
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