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LA MEMORIA VICINA

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LA MEMORIA VICINA
LA MEMORIA
VICINA
W W W. VA R E S E N E W S . I T
1
LA MEMORIA POGGIA
SULLE NOSTRE PAROLE
Usare il termine «olocausto», quando si parla dello sterminio degli ebrei d'Europa, non è corretto.
Primo Levi usava questo termine malvolentieri. La parola esatta è «shoah»
(Articolo di Michele Mancino, 27 gennaio 2011)
Nel «Giorno della memoria» c’è sempre qualche aspetto legato alla comunicazione che
assume toni grotteschi. Due anni fa, una scuola media della nostra provincia voleva ri1
produrre (e per fortuna non ci
riuscì) un campo di sterminio.
Un realismo inutile e di cattivo
gusto, ma soprattutto poco
educativo. Quest’anno, nella
foga di dare risalto alla propria iniziativa, c’è chi ha parlato di «portare l’olocausto (tra
l’altro il termine è sbagliato)
sul palco», cosa che si spera
non avvenga perché sarebbe
piuttosto preoccupante per il
pubblico e le forze dell’ordine.
Al di là di questi casi limite, la
maggior parte delle iniziative per il «Giorno della memoria» è molto interessante e si
concentra soprattutto nelle
rappresentazioni teatrali e cinematografiche, il cui contributo è stato, ed è determinante, nel mantenere viva la memoria della shoah.
Il termine «shoah», che è quello corretto per indicare lo sterminio degli ebrei
d’Europa da parte dei nazisti, è stato introdotto nel Vecchio Continente grazie a un regista francese, Claude Lanzmann, che nel 1985 intitolò così un suo film. Fino ad allora,
il termine utilizzato era «olocausto» che era entrato di prepotenza nella comunicazione di massa grazie allo sceneggiato televisivo americano «Holocaust», trasmesso alla
fine degli anni Settanta.
Va ricordato che Primo Levi (foto) non era d’accordo nell’utilizzare la parola «olocausto», introdotta nella letteratura legata ai campi di sterminio dallo scrittore e premio Nobel per la pace Elie Wiesel, autore del libro “La notte” e anch’egli, come Levi,
deportato e sopravvissuto ad Auschwitz. «Io uso questo termine Olocausto malvolentieri, perché non mi piace. Ma lo uso per intenderci» disse Levi in un’intervista.
Non aveva tutti i torti l’autore di “Se questo è un uomo”. La parola «olocausto»,
sebbene condivisa da tutti, evoca l’idea del sacrificio, del rito, del martirio, spostando
così il significato del massacro di milioni di persone nelle camere a gas naziste su un
piano meno violento. 2
Non si tratta, dunque, di precisione linguistica fine a se stessa o di pignoleria. Gli
ebrei il termine «shoah» lo usavano già quarant’anni prima dell’uscita del film di
Lanzmann, perché il suo significato era l’unico che indicava senza ambiguità ciò che
era successo nei campi di sterminio nazisti.
Con fatica, la nuova parola si è fatta largo nel vocabolario degli europei, spesso
stravolta nella sua trascrizione: sh’oah, shoà, shoa. Non importa. Ciò che è invece importante, quando si parla dello sterminio degli ebrei d’Europa, è sapere che la parola
da usare è «shoah». Nessun’altra. 3
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OVADIA: “SOLO L’UOMO
È RESPONSABILE
DELLA SHOAH”
Intervista a Moni Ovadia uno dei massimi interpreti della cultura Yiddish
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(Articolo di Michele Mancino, del 13 gennaio 2001)
Moni Ovadia, cantore e saltimbanco, che ha fatto della mamelushn, la lingua mamma,
ossia lo yiddish, il suono e il segno della memoria. Ovvero colui che ha portato tra i
goym, i gentili, la cultura yiddish, la vita dello shtetl, la musica klezmer. E I non ebrei
hanno risposto con entusiasmo, decretando il successo di tutti i suoi spetttacoli da
"Oylem Goylem", a "Ballata di fine Millennio", fino al più complesso e controverso
"Dybbuk", sulla Shoah.
Ovadia, che cosa significa Oylem Goylem?
«Oylem significa mondo, mentre goylem nel folkore
ebraico indica una creatura inanimata fatta di terra, ma
significa anche scemo, goffo, da prendere in giro».
Il mondo è dunque scemo?
«La storiella, il witz ebraico, ride di sé, ride dei propri
difetti, sbeffeggia quel mondo che si pretende ordinato e
che invece, appunto, è stupido»
Ovadià significa "Servo di Dio", qual è il suo
rapporto con Dio?
«Nei prossimi mesi porterò in scena uno spettacolo nuovo, dove reciterò un testo
integrale di Yossl Rakòver. Un vero testamento di un partigiano del Ghetto di Varsavia
che, sapendo di morire, si rivolge a Dio con queste parole "il mio rapporto con te non è
più quello di un servo con il padrone… io ti amo, ma più di te amo la torah". Levinas
dice se noi vogliamo trovare Dio, dobbiamo passare dalla stazione dell’ateismo. Il vero
problema non è Dio è che l’uomo creda nell’uomo. Dio è dove lo lasci entrare, è
accoglienza, è un percorso, un progetto etico»
E il rapporto tra religione e ebraismo?
«L’ebraismo non è identificabile con la religione, che è un cascame, il culto è un
concessione che Dio fa agli uomini, alla loro debolezza, alla loro fragiIità, anche
perché costruire un cammino etico senza regole è difficile. Il vero fulcro dell’ebraismo
è invece la santità della vita. Non c’è mitzwot, ossia non c’è precetto, e nell’ebraismo
sono oltre seicento, che tenga di fronte ad una vita in pericolo. Se una vita è in pericolo
il precetto puo’ essere trasgredito. Solo due precetti non possono esser trasgrediti: non
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uccidere e l’incesto. L’uomo libero, questo postula la torah, e questa è la più grande e
sconvolgente scoperta dell’ebraismo, e dalla libertà non puo’ essere disgiunta la
responsabilità».
Hans Jonas in un suo famoso scritto afferma che dopo Auschwitz il
concetto di Dio va ripensato, che non puo’ più essere lo stesso e che
bisogna rinunciare a una delle sue tre qualità?
«Bisogna rifuggire la teoparanoia, il pensiero sclerotizzante. A quale qualità di Dio
bisogna rinunciare? La Shoah è come un grande diluvio e noi dobbiamo rifondere un
patto nuovo sia con il divino che con l’umano, in modo tale da bandire ogni
intolleranza e rientrare così nel flusso della mansuetudine, della pazienza e della
bontà. L’intelligenza cinetica, il pensiero critico e il ridere di sé ci aiutano a evitare la
sclerosi mentale e aprono il cammino alla tolleranza, ed evitano il nascere
dell’integralismo religioso. Gli integralisti pensano di essere i depositari della volontà
assoluta del Padreterno, però al tempo stesso lo considerano un minus habens
incapace di difendersi da solo, si affannano come delle madri isteriche, per
proteggerlo dalle cattiverie degli uomini».
Si potrà mai ricomporre quella frattura tra il mondo e la storia
rappresentata dalla Shoah?
«Non ci puo’ essere perdono e non ci puo’ essere ricomposizione senza giustizia. Non
vendetta, ma giustizia. E giustizia non è stata fatta. Come si puo’ chiedere alla gente, ai
sopravvissuti di perdonare conto terzi? I nazisti vadano ad Auschwitz si mettano in
ginocchio e chiedano perdono a Dio. Quando li hanno presi i nazisti non sono andati
davanti ai plotoni di esecuzione, hanno piagnucolato sono scappati come topi protetti
dalle dittature sudamericane. Come si fa a perdonare seppur vecchio uno come Erich
Priebke, uno che di fronte allo scempio commesso alle Fosse Ardeatine afferma che
eseguiva degli ordini. Ha ragione Magris quando dice che questa era gentaglia,
buffoni, e che il grande reich millenario è durato meno della sua giacca a vento».
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3
“AD AUSCHWITZ
HO ASCOLTATO
LA DISPERAZIONE IN TUTTE
LE LINGUE D’EUROPA”
Goti Bauer, sopravvissuta ai campi di sterminio, ha raccontato la sua storia ad oltre trecento ragazzi delle scuole superiori. Fabio Minazzi (filosofo): «La memoria è importante, ma da sola
non basta. Deve essere legata alla conoscenza»
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(Articolo di Michele Mancino, del 22 gennaio 2014)
Fabio Minazzi è un filosofo e ai filosofi
spetta il compito di porre le questioni
fondamentali dell'esistenza. E quando si ha
davanti a sé una platea di trecento studenti
e al proprio fianco Goti Bauer, ebrea
sopravvissuta ad Auschwitz e alla Shoah(lo
sterminio sistematico degli ebrei d'Europa
da parte dei nazisti), la domanda
fondamentale è: ricordare ciò che è stato è
sufficiente? «La memoria è importante, ma
non basta - dice Minazzi – perché deve
essere legata alla conoscenza che dovrebbe essere la nostra mission in quanto
università».
La questione posta da Minazzi è centrale nel dibattito sul “Giorno della memoria”, che
cade il 27 gennaio e venne istituita nel 2000 con una legge dello Stato. Ma se c'è
voluto il legislatore per imporre di ricordare a tutti gli italiani quello che era successo,
forse i luoghi deputati alla conoscenza hanno fallito la loro missione. Elena
Loewenthal, scrittrice e importante intellettuale dell'ebraismo italiano, nel suo
pamphlet “Contro il Giorno della Memoria” (sottotitolo Una riflessione sul rito del
ricordo, la retorica della commemorazione, la condivisione del passato) spinge questa
riflessione verso una legittima conclusione: «La memoria non porta con sé alcuna
speranza. La cognizione del male non è un vaccino. “ricordare perché non accada mai
più” è una frase vuota».
Goti Bauer, all'alba dei suoi novant'anni, ricorda le vicende della sua famiglia con
lucide parole. E per due ore nell'Aula Magna dell'Università dell'Insubria si sente la
sua voce nitida avvolta in un silenzio sgomento. La sua è una storia che ha una
scansione precisa: l'umiliazione delle leggi razziali del 1938, l'isolamento dalla
comunità, l'ansia come compagna di vita quotidiana e, dopo l'8 settembre del '43, la
ricerca frenetica di una via di scampo. Nel febbraio del '44 la famiglia Bauer decide di
fuggire dall'amata Fiume (oggi Rijeka, città croata) per arrivare con documenti falsi a
Viserba. Non essendo al sicuro nemmeno sulla costa romagnola, si trasferisce a
Milano per cercare la salvezza in Svizzera, ma tradita dai passatori viene catturata a
Cremenaga in provincia di Varese mentre tenta di varcare il confine. «È stata una
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corsa drammatica per cercare di metterci in salvo – racconta Goti Bauer -. A volte mi
sveglio di notte con il ricordo della tensione e dell'angoscia di quegli anni».
Dopo la cattura, ad attendere la famiglia
Bauer, padre madre e due figli, c'è il
carcere: prima Varese, poi Como e infine
il quinto braccio di San Vittore, a Milano,
dove venivano rinchiusi tutti gli ebrei in
attesa di essere deportati nei campi di
sterminio. Dal Binario21 dellaStazione
Centrale i Bauer partono alla volta del
campo di Fossoli e da lì per Auschwitz
dove arriveranno la mattina del 24
maggio del 1944. «Sono stati otto giorni di
viaggio lunghissimi – racconta Goti Bauer –. E ancora oggi mi chiedo che cosa
pensassero tutte quelle persone, soprattutto i contadini, che vedevano passare i nostri
convogli, stipati di esseri umani affamati e assetati. È mai possibile che non si siano
fatti una sola domanda su quello che vedevano?».
Per un sopravvissuto ad Auschwitz che ha ascoltato la disperazione in tutte le lingue
d'Europa, c'è una sola parola che è rimasta tatuata nell'anima: «selezione». E
quando Goti Bauer la pronuncia, nella sua mente si materializza il volto della madre
che cammina dalla «parte sbagliata», verso le camere a gas. «Aveva44 anni ed era
ancora giovane - racconta la donna -. Ricordo il suo ultimo sguardo, quando si è girata
mentre stava andando di là. È un'immagine che ho presente a quasi sessant'anni di
distanza, come se capitasse in questo momento. Da lontano mi ha fatto un cenno di
saluto e probabilmente, più di me, aveva capito che era un saluto definitivo».
Le domande degli studenti arrivano puntuali, ma ce n'è una che coglie un'altra
questione importante: che cosa dobbiamo rispondere a chi nega la Shoah e sostiene
l'ideologia nazista?
«Forse a questa domanda è meglio che risponda il professore» dice Goti Bauer. E la
risposta del filosofo Minazzi non si fa attendere: «Non possiamo impedire agli altri di
pensare qualcosa. Ma abbiamo il diritto ed anche il dovere di esprimere il giudizio
morale che deriva dalla nostra conoscenza».
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DA MIRANDOLA
A CERNOBBIO.
COSÌ SALVAVO GLI EBREI
Lidia Borghi vive ad Avigno. Nel 1943 lei e il marito Silvio nascondevano ebrei nella loro casa e
li portavano in Svizzera verso la salvezza
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(Articolo di Michele Mancino, del 28 gennaio 2007)
«Carissima famiglia Borghi,
non potremo mai dimenticare
quei tragici giorni quando
l’Italia veniva occupata, ci
avete nascosti, ci avete curato
come se fossimo vostri figli.
Questo non si potrà mai
pagare. Avete rischiato la
vostra vita per salvare degli
internati stranieri, che erano
deportati a forza da parte dei
barbari fascisti». Questa
lettera, firmata da Leone e
Raffaele Talvi, due fratelli
ebrei, è stata spedita da
Zweidlen, Svizzera, il 2 aprile
1945. I destinatari erano Silvio e Lidia Borghi, due italiani di Mortizzuolo, un paesino
vicino Mirandola, in provincia di Modena.
Oggi Silvio non c’è più, riposa al cimitero di Velate. A ricordare per lui c’è, però, la
moglie Lidia Caleffi che ha 96 anni e vive ad Avigno con la figlia e il genero.
(foto: Silvio Borghi, il terzo da sinistra, con i passatori a Cernobbio)
1 Ottobre 1943. Silvio Borghi è un “casaro”, uno che sa fare i formaggi. Un giorno al
mercato di Mirandola conosce la famiglia Talvi, ebrei di Belgrado. Erano in Italia
perché il capofamiglia Ilija faceva parte del corpo diplomatico jugoslavo a Roma.
L’occupazione tedesca li aveva costretti a sfollare verso nord in cerca di una via di
fuga. Con lui c’erano la moglie Rebecca, i figli Raffaele, Leone e Alice, incinta di sei
mesi, e il genero Menahem Almoslino. «Mio marito - racconta Lidia - era un uomo
aperto. Aveva fatto il militare a Spalato e quando conobbe i Talvi fece subito amicizia.
Era una famiglia dell’alta borghesia ebraica, di ottimo livello culturale. Non avevano
però nulla perché prima i fascisti e poi i nazisti li avevano spogliati di tutto. E così
Silvio li invitava a casa a mangiare».
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Nel 1943 lo sterminio nelle camere a gas del popolo ebraico è in piena attività e la
stretta dei tedeschi sugli ebrei si fa sentire anche a Mirandola. La famiglia Talvi è
costretta a nascondersi. Don Sala, parroco di San Martino, accoglie i coniugi, Ilija e
Rebecca, la loro figlia Alice e il marito. Gli altri due figli, Raffaele di 25 anni eLeone di
22, dopo essere stati respinti da una famiglia, si rivolgono a Silvio Borghi. «Arrivarono
a casa in bicicletta e Silvio non esitò. Adattammo la stanza di Enzo, il mio figlio più
piccolo, chiudendo l’entrata con un armadio, con la scusa di dover stagionare il
formaggio. Di giorno se ne stavano rintanati nella stanza a disegnare. Alla sera tardi, si
spostava l’armadio e si facevano scendere i due ragazzi in cucina per mangiare e per
camminare un po’ nell’orto per sgranchirsi le gambe».
Lidia custodisce ancora con cura quei disegni. Sono scene di campagna e alcuni
autoritratti che rispecchiano lo stato d’animo dei due giovani: volti carichi di angoscia,
molto più vecchi dei loro vent’anni.
La situazione precipita, i
rastrellamenti dei nazifascisti sono
sempre più frequenti. Per i Talvi
l’unica via di salvezza è la Svizzera.
Intanto la voce che Silvio Borghi aiuta
gli ebrei si diffonde nella comunità
ebraica di Mirandola e così anche
altre persone, fra cui MaraMartinovic
e Leon Hoffmann, bussano alla sua
porta.
La Svizzera è troppo lontana, e l’unico
contatto di Silvio è Dino Riva, un
commilitone di suo padre che vive a
Cernobbio, in provincia di
Como, vicino al confine elvetico. Don
Sala viene mandato un paio di volte in avanscoperta nel comasco per verificare la
disponibilità dei Riva a organizzare l’espatrio clandestino. «Mio marito non aveva mai
viaggiato. Ma non ci pensò due volte: radunò la famiglia Talvi e partì».
(foto, da sinistra: Leone, Alice e Raffaele Talvi nel giorno del matrimonio della
sorella)
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21 ottobre 1943. Il gruppetto, formato da sette persone, arriva a Milano, da lì
raggiunge Como in treno e poi Cernobbio in pullman. Arrivati in paese Silvio, che non
sa dove abitano i Riva, va avanti mentre i Talvi si nascondono in un bosco vicino al
paese.
«Era sera e iniziava il coprifuoco - continua Lidia -. C’era anche una pattuglia di
ronda che veniva nella loro direzione. Mio marito andò a cercare la via dove vivevano i
Riva. Prendendo un sentiero si trovò a passare a ridosso del retro di una casa e da una
finestrella udì alcune voci e riconobbe quella di Dino, che era molto particolare. Bussò,
e Dino gli aprì la porta. Mio marito tornò indietro e recuperò a due a due il gruppetto
e li portò a casa». I Riva chiamano alcuni giovani passatori che conoscono bene i sentieri tra i monti che
portano al confine. Le valige dei Talvi sono troppo pesanti. Vengono svuotate e il
contenuto ripartito negli zaini, più facili da trasportare in salita. Per avere qualche
possibilità di farcela si dividono in più gruppetti e si mantengono distanziati. Alice,
incinta all’ottavo mese, viene affidata a due passatori, perché in alcuni tratti deve
essere portata a braccia. Alla fine
tutti passano
confine e raggiunta un’altura in
Scrivi
per inserireiltesto
territorio svizzero e ormai in salvo, sventolano i fazzoletti per salutare i passatori e
Silvio.
Tornato a Mortizzuolo,
Silvio organizza subito un
altro viaggio. Questa volta
tocca a Leon Hoffmann,
ebreo di Zagabria e
commerciante di stoffe.
Una volta raggiunto il
territorio svizzero,
Hoffmann consegna a
Silvio un biglietto di
ringraziamento per lui, ma
chiedendogli di farlo
leggere anche agli altri
ebrei confinati a
Mirandola. Quel biglietto
contiene una parola in
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codice, ”pane”, che per la comunità ebraica significa speranza e anche salvezza.
Nel 1945 Alice Talvi, suo marito e la bimba, che nel frattempo è nata, si trovano nella
Svizzera francese, Leone e Raffaele in un campo di lavoro a Zweidlen, Ilija e Rebecca
Talvi a Finlaut nel Canton Vallese. Scrivono molte lettere alla famiglia Borghi,
continuando a ringraziare. In una di queste c'è anche una frase che, alla luce
dell’attuale dibattito sulle radici comuni del Vecchio Continente, suona
profetica: «...Avete dimostrato di appartenere a quel blocco in cui è unita tutta
l’Europa nella lotta contro il nemico della civiltà, al blocco antifascista. Non c’è cosa al
mondo con cui si potrebbe pagare il debito verso di voi».
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C A P I TO LO 5
NASCOSERO
UNA FAMIGLIA EBREA.
La famiglia Diena venne ospitata dal ’41 al ’45 nell’osteria della famiglia Lomazzi. I due figli piccoli diventarono amici, tra giochi e tensioni. Si rincontreranno a ottobre per la consegna del riconoscimento
(Articolo di Manuel Sgarella, del 24 settembre 2012)
Sono diventati amici in un’osteria di Tradate. Avevano 7 e 10 anni. Pietro e Joel, cristiano il primo, ebreo il secondo. Intorno a loro la guerra, il fascismo, le ispezioni dei tedeschi. Hanno vissuto insieme per quattro anni, dal ‘41 al ’45: il padre di Pietro aveva nascosto per tutto il tempo il piccolo Joel e i suoi genitori, tra paure, tensioni, timori.
I due bambini sono cresciuti, hanno preso strade diverse, oggi hanno 75 e 78 anni, ma si incontreranno nuovamente il 23 ottobre, quando sarà consegnato a Pietro il
riconoscimento “Giusto tra le nazioni”, in memoria dei suoi genitori, direttamente dall’ambasciatore di Isreale in Italia. Un riconoscimento fortemente voluto da Joel, negli
anni diventato anche lui ambasciatore in Canada, che non vuole dimenticare quanto
accaduto in quegli anni.
«Mio padre aveva un’osteria in viale Marconi – ricorda Pietro Lomazzi -. Si dava parecchio da fare e a volte si ospitavano anche delle persone. Non so come, ma accettò di nascondere questa famiglia con un bambino. Conobbi così Joel e diventammo subito amici. È stato il mio amico, un vero amico, non come si dice oggi dove troppo spesso di
15
usa questa parola per i conoscenti».
Lomazzi è una persona schiva, nonostante un passato da calciatore professionista
(ha militato nel Varese e nel Novara negli anni ’60). Ricorda con emozione i momenti passati con Joel e la sua famiglia:
«Allora non ci potevamo rendere conto
di quanto ci stava accadendo intorno –
spiega -. I miei genitori lo sapevano benissimo, ma non hanno mai esitato. Li
hanno ospitati senza mai chiedere niente
in cambio, per quattro anni. Mio padre
aveva cercato di farli fuggire in Svizzera
ma non ci era
riuscito. Se poi penso che l’osteria era frequentata anche da fascisti e simpatizzanti, mi chiedo ancora come abbia fatto».
Pietro ricorda i giochi, le partite a pallone a cui partecipava Joel, ma anche le tensioni.
«Non stava nascosto, uscivamo a giocare, stavamo sempre insieme. Alla fine io avevo
7 anni, lui 10 – ricorda -. Un giorno ci fu un’ispezione da parte dei tedeschi. Entrarono
prepotentemente dalla porta, lo vedo ancora oggi, e vollero vedere dappertutto. In
quel periodo mio padre ospitava anche una famiglia di milanesi e quando i tedeschi
chiesero chi fossero Joel e i suoi genitori, mio padre li convinse che erano milanesi pure loro. Offri un bicchiere di buon vino e tutto passò. Ma la paura fu enorme per tutti.
Quello che invece ricordo con più piacere è il pane giallo con aglio e olio che ci preparava la madre di Joel. Era buonissimo».
Pietro e Joel si sono rincontrati l’ultima volta nel 2009. «In questi 70 anni ci siamo visti tre o quattro volte, l’ultima tre anni fa quando fece coi suoi famigliari una sorta di
pellegrinaggio per far vedere loro dove visse durante la guerra. Ci incontrammo per caso in strada ad Abbiate e ci siamo riconosciuti subito – ricorda Pietro commosso -. Poi
l’anno scorso mi è arrivata la telefonata dell’ambasciata che mi diceva del
riconoscimento.Pensavo fosse uno scherzo, aveva fatto tutto Joel».
Il titolo di “Giusto tra le nazioni” sarà quindi assegnato ai genitori di Pietro, Erminio e
Ada Lomazzi, ed anche agli zii Davide Lomazzi e Giovanna Galparoli, e Giuseppina Lo16
mazzi e Carlo Galbiati. La cerimonia si svolgerà al Liceo Curie, di fronte agli studenti,
il prossimo 23 ottobre, alla presenza dell’ambasciatore d’Israele in Italia. Ci sarà anche
Joel I. Diena per un nuovo abbraccio con il suo amico Pietro.
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6
“IO, NEDO FIANO,
SOPRAVVISSUTO
AD AUSCHWITZ”
Nel maggio del '44 Nedo Fiano, ebreo italiano, arrivò con suo padre sulla banchina di Auschwitz. Tutta la sua famiglia fu deportata e sterminata
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(Articolo di Michele Mancino, 7 gennaio 2001)
«Cio’ che ha connotato tutta la mia vita è stata la mia
deportazione nei campi di sterminio nazisti. Con me ad
Auschwitz finì tutta la mia famiglia, vennero sterminati tutti.
A diciotto anni sono rimasto orfano e quest’esperienza così
devastante ha fatto di me un uomo diverso, un testimone per
tutta la vita». Nedo Fiano al momento della promulgazione
delle leggi razziali viveva a Firenze. Venne arrestato da italiani
il 6 febbraio del 1944, fu rinchiuso nel carcere di Firenze, da lì
condotto al campo di Fossoli. Deportato ad Auschwitz il 16 maggio del 1944,
matricola A 5405, liberato a Buchenwald. Mi puo’ descrivere la comunità ebraica di Firenze, prima dell'entrata in
vigore delle leggi razziali?
«La presenza della famiglia Fiano a Firenze risale al 1400. La comunità ebraica
fiorentina contava circa 1500 persone, 39mila in tutta Italia. Eravamo più italiani
degli italiani, la maggior parte degli ebrei italiani erano ben integrati, seppur con una
loro specificità. Quella di Firenze era una comunità composita: commercianti,
insegnanti, industriali tutte le categorie della media borghesia. Mia mamma aveva una
deliziosa pensioncina, con sette camere da letto. Una pensione dove venivano dirigenti
e anche turisti. Facevamo una vita normalissima. Non c’era razzismo. Ogni tanto ci
scappava la scazzottata, l’ebreaccio, ma insomma era normale. A Firenze a quel tempo
i ragazzi ci dicevano Cucchina Lanai, cercando di riprodurre la parola ebraicaadonai,
che significa Dio. Insomma scaramucce, niente di più»
Tutto cambiò nel 1938, con la promulgazione e l'entrata in vigore delle
leggi razziali. Cosa accadde a Nedo Fiano?
«Io venni cacciato da scuola perché ebreo. Ero un ragazzo, molto legato alla sua classe,
ai suoi compagni. Ne avevo 32, di cui conservo ancora la fotografia. A 13 anni mi
sembrò di essere davanti ad un baratro. Quando venni cacciato da scuola non c’era da
affrontare i soldati armati, mi sarebbe bastata una stretta di mano e una consolazione
"Nedo non ti preoccupare giocheremo ancora insieme, noi siamo gli amici di sempre,
non ti preoccupare non piangere". Questo non è avvenuto. Li ho rincontrati nel 1996
su mia iniziativa, ho detto loro che volevo vederli tutti. C’è forse un’attenuante per
molti di loro: il fatto che i genitori gli avevano detto di evitarmi perché ebreo, per non
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avere guai. Pero’ finita la guerra qualcuno doveva venire a dirmi qualche cosa. Niente
prima, niente durante, niente dopo».
Che cosa è successo in quell’incontro?
«Mi chiesero di dire qualche cosa. Io mi ero preparato un discorso, non lo faccio mai.
Ma non l’ho letto. Li ho guardati e mi sono messo a piangere. "Quello che io dovrei
dire non lo dico, vedo che siamo più o meno tutti arrivati, mi siete mancati molto".
Non li ho messi sotto accusa, il più sincero degli amici mi disse "non credere è costata
anche a noi"».
Dopo la cacciata da scuola cosa fece?
«In quell’occasione mia madre, che nel frattempo a causa delle leggi razziali aveva
dovuto chiudere la pensione, è stata grande, mi disse che la vita era fatta anche di
queste cose, che erano le prove della vita. Da lì a poco la comunità ebraica si organizzò
e venne istituita una piccolissima scuola, dove le classi avevano cinque, sei ragazzi al
massimo e da sbarazzino e monello come ero, diventai un secchione. Il 50 per cento
dei nostri insegnanti erano professori universitari cacciati a loro volta a causa delle
leggi razziali. Nei giorni scorsi ho scoperto che la famosa scienziata Margherita Hack è
stata allieva della professoressa Calabresi, che era stata mia insegnante in quel
periodo. Da quella scuola improvvisata sono venuti fuori ambasciatori, banchieri,
personaggi di altissimo livello. Studiavamo come pazzi, poi con quegli insegnanti
straordinari. Ogni anno avevamo gli esami perché la nostra scuola non era
riconosciuta. Il primo anno il preside della scuola dove eravamo andati a fare gli esami
di fine anno aveva messo una bacheca per gli alunni ebrei e una per gli ariani. Noi
ebrei avevamo tutti gli otto decimi, il massimo della media, e gli altri no. L’anno dopo,
quando siamo tornati a fare l’esame per la seconda volta, il preside ci mise tutti
insieme, per non far vedere che eravamo migliori degli ariani. Noi avevamo capito la
motivazione della scuola, perché si doveva studiare».
In che periodo venne deportato ad Auschwitz?
«Fui catturato insieme a mio padre e nel maggio del 1944 deportato con lui ad
Auschwitz. Arrivammo a destinazione il 23 maggio. Quando io e papà siamo arrivati,
appena scesi dal convoglio, siamo passati subito dalla selezione: da una parte la
camera gas e il forno, dall’altra il campo. Noi non siamo andati nella parte del forno.
Papà era un uomo splendido, sembrava un ambasciatore. Aveva 54 anni, ma lui ha
dichiarato di averne dieci di meno per potersi salvare. Siamo entrati nella quarantena,
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che era comunque un luogo di morte, le razioni erano dimezzate rispetto al campo,
durava circa tre settimane e quando i prigionieri uscivano erano ridotti malissimo. Mi
ricordo che siamo entrati in una baracca, dove era il momento della distribuzione
della zuppa. Ad Auschwitz non c’erano né forchette, né coltelli, né cucchiai. Dovevamo
mangiare mettendo la testa dentro nella ciotola, come del resto non c’era la carta
igienica e la mattina ci si doveva pulire con le mani».
Cosa accadde dopo la quarantena?
«Quando fummo dentro la baracca
entrò subito dopo un sergente maggiore
delle SS, il quale disse: "Achtung", tutti
scattarono in piedi, era un ordine.
Incominciò a guardarci. Io so cos’è uno
sguardo nazista, uno sguardo vitreo,
freddo. I nazisti ci guardavano come
fossimo stati degli scarafaggi. E come
per gli scarafaggi, nessuno prova ritegno
a schiacciarli, così era per noi. Il nazista
disse che aveva bisogno di qualche
interprete. "Chi parla tedesco?" chiese.
Ero impietrito, immobile. E proprio
quando pensavo che questo esame fosse
finito, ho sentito una spinta sulla
schiena, una mano che mi mandava
avanti a offrire la mia disponibilità
d’interprete. Mi sono trovato davanti
alla SS, che continuava a fissarmi con lo
stesso sguardo. A un certo punto mi
chiese"dove sei nato? ". Io risposi "in
Italia", senza guardarlo, con gli occhi verso un punto infinito. "Sì ma dove?",insistette
lui. " A Firenze". Non finii neppure di pronunciare Florence, che mi disse: "caro
amico, la tua città è bellissima". Dopo un monologo di dieci minuti mi ha selezionato
per il corpo interpreti. Eravamo dei privilegiati, e se io sono qui a parlare forse è anche
per questo. Gli interpreti lavoravano sulla banchina d’arrivo della stazione di
Auschwitz -Birkenau».
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Suo nonno era stato deportato con voi?
«No. So che è difficile da credere, perché mio nonno morì nel ’36 quando io avevo 11
anni. Però ne sono sicuro: lui mi sospinse. E’ a lui che devo la mia sopravvivenza. Mio
nonno paterno parlava tre lingue, tra cui anche il tedesco. Era cieco, un gran
affabulatore. Lui mi parlava di Salgari, quando in genere a quel tempo i ragazzi si
occupavano del Libro cuore, o al massimo di Pinocchio. Io ero un bambino di otto
anni, frequentavo la terza elementare. Un giorno mi disse: "Nedo tu devi imparare il
tedesco e ricordati che le lingue rappresentano le chiavi per aprire le vie del mondo ".
In quei tre quattro anni di insegnamento mi ha aperto la via alla vita».
Voi avevate consapevolezza di quello che vi aspettava ad Auschwitz e nei
campi di sterminio?
«I convogli ferroviari, i trasporti che portavano gli ebrei allo sterminio si chiamavano
"trasporti notte e nebbia". Pensate a questa definizione poetico letteraria, la
definizione più precisa e puntuale e anche la più drammatica. Che cosa puoi
immaginare di un tale convoglio? Niente. Un trasporto che non sai dove va. Sulla
banchina di Auschwitz abbiamo visto arrivare per mesi ebrei greci, polacchi,
ungheresi, italiani. Io ero sulla banchina quando con un convoglio è arrivata anche
mia nonna. Era sorda, si guardava in giro senza riuscire a capire dove fosse finita. Io
l’ho riconosciuta subito e sono andato ad abbracciarla, cosa peraltro rischiosissima e
sono svenuto dall’emozione. I miei compagni allora mi hanno preso e mi hanno messo
da una parte, coprendomi con delle foglie. Mi sono ripreso quattro minuti dopo, mia
nonna era già finita nella camera a gas».
Che spiegazione si dà per quanto è accaduto. C’è chi ha detto che dopo
Auschwitz è cambiato persino il concetto e l’idea di Dio?
«Molti, come me, non riescono a spiegare questa cosa. Per quello che è accaduto agli
ebrei in questa ultima guerra, con la shoah c’è da chiedersi, con tutta franchezza, se è
possibile che un Dio buono, onnipotente, onnipresente lasci ammazzare sei milioni di
persone, anche se fossero stati sei milioni di delinquenti, che poi non erano. Mio
nipote aveva solo 18 mesi, che colpe aveva? Io me la sono spiegata in questo modo. Per
me il grande miracolo su questa terra è la nascita, la procreazione. L’uomo cresce con
un’intelligenza, una coscienza. Iddio, questa entità, è all’origine della nascita, poi
l’uomo se la vede da sé, non possiamo credere che Dio intervenga nelle cose
dell’uomo, perché allora dovremmo ammettere che su alcune interviene e su altre no.
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L’uomo è responsabile delle sue scelte, l’uomo ha il libero arbitrio. L’uomo ha la
capacità e il potere di fare il bene e il male».
Quindi l’uomo rimane il principale responsabile.
«Certo. Se io penso che i tremilacinquecento uomini, che costituivano la guarnigione
di Auschwitz, scrivevano a casa lettere affettuose alle mogli, mandavano ai propri figli
fotografie, scrivevano parole buone, devo pensare anche che è presente questa
dualità , e che è sempre in agguato. L’uomo è il responsabile, non Iddio. L’umanità è
responsabile della Shoah, come dello stermino dei Curdi e degli Armeni. L’uomo è
responsabile. Io ho lavorato sulla banchina della stazione di arrivo ad Auschwitz fino
all’ottobre del 1944, guardavo Josef Mengele, simile ad un attore americano, vestito
sempre elegante, come ad un galà, che avvicinava ai bambini dava loro carezze e
caramelle, quando vedeva due gemellini se li portava via per i suoi esperimenti. Era un
uomo. Noi eravamo dei candidati alla morte e lui sceglieva».
Quando ha iniziato a testimoniare la
sua esperienza? Molti sopravvissuti ai
campi di sterminio hanno avuto
difficoltà.
«Quando si dice che uno è sopravvissuto ad
Auschwitz per testimoniare, si dice una
balla. Chi è sopravvissuto, lo ha fatto per
istinto. Non è stato facile testimoniare ciò
che è stato. Se si andava solo quindici anni fa
in una scuola e si chiedeva ad un preside di
parlare dell’esperienza di Auschwitz la
risposta tipica era "ma non rientra nei
programmi", "sa non vorrei turbare i
ragazzi…". Insomma nelle scuole non si
entrava. Poche erano quelle disposte ad
ascoltarci, ed era grazie a pochi illuminati. Il fenomeno delle testimonianze dei
sopravvissuti ai campi di sterminio si è avuto all’inizio degli anni Novanta, quando c’è
stata una vera apertura delle scuole. La gente della nostra generazione ha un senso di
colpa perché tutto quello che è accaduto non sarebbe accaduto se ci fosse stata la
solidarietà e la mancanza di questa è stato ciò che ha alimentato la strage. Per capire
bisogna parlare del 1938 e delle leggi razziali. Il paese di Dante, di Michelangelo e di
23
Leonardo, ha prodotto anche gli scienziati che hanno avallato la menzogna della razza,
affermando che esisteva una razza ariana, e gli ebrei, non essendo ariani, era giusto
che venissero estromessi dalla vita civile, dalla società, nonché avviati allo sterminio.
Quello era il tempo in cui il signor Levi direttore di banca veniva cacciato e i colleghi,
anziché indignarsi, si fregavano le mani perché si liberava un posto. E così successe
nelle università, nelle scuole, nelle aziende. Questo è il punto, in Italia non c’è stato un
movimento di opposizione alle leggi razziali, come ad esempio in Olanda dove hanno
fatto anche degli scioperi».
Oggi si assiste ad un rigurgito antisemita e ad un revisionismo storico
esasperato, a cosa è dovuto?
«È dovuto principalmente alla destra, che legittima certe posizioni. Io direi che la
shoah è stata molto metabolizzata e purtroppo nel modo peggiore. Se io penso che un
paese come questo, che tra l’altro ha avuto un forno crematorio, quello di Trieste, la
Risiera di San Sabba, oltre a vari campi di concentramento da Merano a Fossoli, ha
faticato non poco per ottenere un giorno dedicato alla Memoria, ho detto tutto. Sul
revisionismo possiamo solo dire che per sei milioni di morti massacrati in quel modo
non ci puo’ essere né una giustificazione storica, né ideologica, pertanto l’unica difesa,
l’estrema ratio è la negazione. E’ un processo pericoloso che intacca la conoscenza. La
recente edizione di una famosa enciclopedia riporta alla voce Auschwitz questa
definizione: "Luogo di detenzione dove vennero internati gli ebrei per tutta la guerra".
2milioni e mezzo di morti finiti così. Se questo è il risultato, ci vorrebbe una seconda
resistenza, ma non siamo capaci di farla».
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7
CALOGERO MARRONE,
UN EROE DIMENTICATO
Franco Giannantoni e Ibio Paolucci ripercorrono in un libro la figura del capo dell’Ufficio Anagrafe del comune di Varese assassinato a Dachau per aver aiutato ebrei e antifascisti durante
l’occupazione tedesca
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(Articolo di Michele Mancino, del 27 gennaio 2005)
Lo prelevarono alle cinque del pomeriggio nella
sua casa, al civico 14 di via Mario Chiesa, oggi via
Sempione. Era il 7 gennaio del 1944 e Calogero
Marrone, capo dell'Ufficio anagrafe del comune di
Varese, alla vista dei due ufficiali tedeschi, non
deve aver dubitato sui motivi di quella visita.
Marrone aveva fornito centinaia didocumenti falsi
a ebrei e antifascisti per consentire loro di mettersi
in salvo. Ebbe solo il tempo di prendere una borsa,
già preparata, con due camicie e un rasoio, e di
salutare la moglie e il figlio Domenico. Venne
portato subito al carcere di Varese e poi tradotto
quotidianamente per gli interrogatori, condotti
dall'autorità tedesca, a villa Concordia. Dopo 19 giorni fu trasferito al carcere di San
Donnino a Como, e da lì al carcere milanese di San Vittore. L'ultima tappa italiana,
prima della deportazione, fu il campo di transito di Bolzano-Gries. Oltre al dolore per
la prigionia e per i maltrattamenti, che lui stesso definì in una lettera «una via
Crucis», Marrone dovette sopportare il silenzio dei famigliari imposto dalla censura. Solo nel maggio del 1945 arrivò alla moglie e ai quattro figli la notizia della sua sorte.
Nel febbraio dello stesso anno, Calogero Marrone era morto di stenti nel lager di
Dachau .
La storia di quest'uomo, nato nel maggio del 1889 a Favara in provincia di Agrigento
e venuto a Varese nel 1931, è stata raccontata dai giornalisti Franco Giannantoni
(foto) e Ibio Paolucci nel libro "Un eroe dimenticato" (Edizioni Arterigere). La figura
e l'azione di Calogero Marrone vengono ricostruite dai due autori senza retorica. Le
pagine del libro ricalcano l'asciuttezza e la sobrietà di quel funzionario statale, curato
ed elegante, profondamente antifascista e al tempo stesso irreprensibile sul lavoro,
stimato per questo dai suoi più stretti collaboratori. In questa storia rimangono due
grandi interrogativi: chi tradì Calogero Marrone e perché non fuggì in Svizzera,
nonostante don Luigi Locatelli, canonico della Basilica di San Vittore, l'avesse avvisato
dell'imminente arresto da parte dei nazisti. Al primo gli autori non danno una
risposta, ci sono solo delle supposizioni. Al secondorisponde il figlio Domenico: «Papà
alla fine non se l'era sentita di lasciarci soli...rispettava tutti, ma amava soprattutto la
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famiglia. Per niente al mondo avrebbe voluto che, per causa sua, dovessimo correre
dei rischi. Credo che immaginasse la sorte che l'attendeva. Malgrado ciò rimase fermo
al suo posto. In questo sta la sua grandezza».
"Un eroe dimenticato" è anche una ricostruzione storica fedele della Varese degli anni
dell'occupazione tedesca. Sullo sfondo della vicenda principale si dipanano destini
importanti e significativi per la vita di quel funzionario statale venuto dal sud: Alfredo
Brusa Pasqué, antifascista esponente socialista del Cnl varesino, il figlio Sergio e la
moglie Santina Broggi, attivi antifascisti, il partigiano Renato Morandi, Gianfranco
Maris, Salvatore di Benedetto, i fratelli Alfonso e Maria Montuoro. Nel libro c'è posto
anche per un altro "giusto": Raffaele Gibilisco, un barbiere di Lavena Ponte Tresa, che
faceva da guida agli ebrei che affollavano il confine. Arrestato dai tedeschi, venne
deportato a Mauthausen dove morì il 5 marzo del 1945. Una via centrale della città è
intitolata a suo nome.
«Questo onore - dice Franco Giannantoni - a Calogero Marrone la città di Varese non
l'ha tributato. Penso che ora è venuto il momento di ricordarlo con l'intitolazione di
una strada e magari la scelta migliore sarebbe quella di cancellare la via Reginaldo
Giuliani, un prete che collaborò con il fascismo».
Franco Giannantoni e Ibio Paolucci "Un eroe dimenticato"
edizioni Arterigere
pp. 239
€ 17,00
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8
SPIETATA E VICINA,
LA PRIMA STRAGE
DI EBREI IN ITALIA
"Hotel Meina" è il libro che ha ispirato il film di Lizzani. Il racconto della crudeltà nazista e del
processo che si svolse a Osnabrück 25 anni dopo
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(Articolo di Maria Carla Cebrelli, del 30 gennaio 2008)
Un giardino affacciato sul lago, stanze lussuose, una sala biliardo e perfino una cucina
che sapeva sfornare raffinate ricette nonostante il cibo, negli anni della guerra, fosse razionato. Guardando quello che resta oggi dell'Hotel Meina quasi non si può credere che fu tutto questo. Quell'edificio fatiscente che sorge nel cuore del paese, a due passi dalla riva del Verbano, possiede un passato raccapricciante e per molto tempo taciuto. Ariscoprirlo e a raccontarlo, oltre alle voci del paese, fu il giornalista Marco Nozza,
nato a Caprino Bergamasco 1926 e scomparso a Milano nel 1999. Con il suo libro "Hotel Meina" - il testo che ha ispirato il film di Carlo Lizzani - mise nero su bianco la storia della prima strage di ebrei in Itaila. Tutto ruota attorno all'albergo che, nel 1943,
era di proprietà dei Beharuna famiglia di ebrei di origine turca - particolare quest'ultimo che fu per loro decisivo - che dava ospitalità a molti turisti della sponda piemontese. Meina, Arona, Stresa e Baveno erano già da tempo mete di villeggiatura ma in quegli anni erano anche un rifugio tranquillo per molti personaggi importanti. Come Arnoldo Mondadori che
per salvarlo ai bombardamenti
trasferì l'archivio della casa editrice nella sua residenza di Meina.
Era una zona tranquilla malgrado
le difficoltà che il secondo conflitto mondiale aveva comportato. La
storia di quei luoghi ebbe però la
sua rottura con il passato nella settimana dal 15 al 23 settembre del
1943. Le SS, racconta Nozza nel
suo lavoro, varcarono le porte dell'albergo dei Behar avvisati da qualcuno della presenza di ospiti ebrei. Nella struttura
alloggiavano infatti iFerdinand Diaz - nonno Dino, il figlio Pierre con la moglie Liliana, Jean Robert e Brachette i loro figli -, la famiglia Mosseri - i coniugi Marco e Ester e
il figlio Giacomo Renato con la moglie Odette - e la famiglia Torres - i coniugi Raul e
Valerie - tutti di origine ebrea fuggiti appena in tempo da Salonicco. Non furono solo
loro le vittime della follia nazista: anche Daniele Modiano, fuggito con gli altri dalla città greca, Lotte Froehlich, moglie dello scrittore Mario Mazzucchelli e due dipendenti
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del negozio milanese di antiquariato del proprietario dell’albergo, Alberto Behar, che
si trovavano a Meina: Vitale Cori e Vittorio Haim Pompas. Ciò che colpisce nel racconto di Nozza è la tranquillità che alcune famiglie che da anni
abitavano in quei paesi possedevano: erano benestanti e convinte che, essendo italiane, non sarebbero finite nelle grinfie dei soldati tedeschi. Le truppe che giunsero a Meina invece non esitarono, erano quelle della divisione corazzata delle Waffen-SS Leibstandarte “Adolf Hitler”, uno dei gruppi più spietati. I soldati occuparono l'hotel e rinchiusero gli ebrei, Behar compresi, all'ultimo piano. Un fermo che durò per una settimana di fronte agli occhi attoniti degli abitanti del comune. Furono sette giorni di ansia che terminarono nel peggiore dei modi. Il capitano Krüger annunciò che i prigionieri sarebbero stati trasferiti in un campo di concentramento a circa 200 chilometri da
lì, ma ciò non avvenne mai. Le camionette tedesche che trasportarono gli ebrei a piccoli gruppi, erano di ritorno dopo poche ore, troppo poche per credere che avessero percorso tutta quella strada. Il loro tragitto era infatti molto meno esteso, arrivava solo fino alla Casa Cantoniera di Pontecchio, dove le persone fermate venivano fucilate e i loro cadaveri gettati nel lago con dei sassi legati al collo per impedire alle salme di riaffiorare. Ciò però avvenne ugualmente e gli abitanti del paese ebbero la conferma di quanto detto da alcuni testimoni. L'eccidio - contò sedici morti - risparmiò solo la famiglia Behar che si salvò grazie all'intervento del console turco, anch'egli ospite dell'albergo, che riuscì a cambiare le loro sorti ribadendo a gran voce la neutralità della Turchia.
Nel 1968 a Osnabrück fu celebrato il processo per quelle vicende. I Behar si costituirono parte civile e due ufficiali furono condannati all'ergastolo. Solo due anni dopo
una sentenza del 1970 cancellò tutto, i reati erano caduti in prescrizione.
Eccidio di Meina: parla una testimone
(Articolo di Stefano D’Adamo, del 23 gennaio 2008)
«Quando una sera mio papà mi disse che non sarei più potuta andare a scuola
con gli altri, per me fu un trauma». È roca ma ferma la voce di Becky Behar nel raccontare agli adolescenti del Liceo Classico Crespi di Busto Arsizio, riuniti al cinema teatro
Manzoni, la sua esperienza di ragazzina ebrea presa nella spirale perversa delle perse30
cuzioni antisemite, e sfuggita per un soffio alla deportazione e allo sterminio dopo
aver assistito a scene terribili. Becky Behar è infatti una testimone dei fatti che sfociarono nell'eccidio di Meina, costato la vita a una ventina di persone, di null'altro colpevoli che d'essere ebrei, il 22-23 settembre 1943. Figlia di ebrei di origine turca - il padre aveva ancora tale
nazionalità, e fu quello a salvare la famiglia - Becky crebbe serena, in un'infanzia senza preoccupazioni, forse fin
ingenua («noi a otto-nove, dieci anni non eravamo come
voi, non avevamo tutte queste cose, tutte queste informazioni»). Poi le nuvole cominciarono ad addensarsi con le
infami leggi razziali del 1938, volute dal regime fascista per scimmiottare le consimili deliranti follie in vigore
nella Germania di Hitler. Fu una vera pugnalata alla schiena nei confronti di tanti ebrei, che pure all'italianità sempre, e spesso al fascismo stesso, erano fedeli. Fra le conseguenze immediate ci fu l'espulsione da scuola dei piccoli di "razza" (cioè
religione, non esiste alcuna razza ebraica) ebraica. «Andai a salutare per l'ultima volta
la mia maestra, che aveva le lacrime agli occhi. Ci rivedremo, Becky, mi disse. I compagni mi abbracciarono, ma poi nei giorni seguenti mi telefonarono, imbarazzatissimi,
chiedendomi perdono perché i loro genitori non volevano più che frequentassero la casa di un'ebrea». Il tempo delle radici giudaico-cristiane era ben di là da venire. «Io so
cosa vuol dire essere diversa» dichara la signora Behar, lanciando un appello accorato
ai ragazzi: «I vostri compagni stranieri che vengono da altre parti del mondo, non fateli mai sentire diversi. Io ho girato mezzo mondo, ho trovato sì miseria, ma anche tanta
civiltà e persone di tutte le razze e fedi da cui imparare e prendere esempio».
Il peggio però doveva ancora venire. Il papà di Becky, antiquario, divenne proprietario e gestore dell'Hotel Meina, nell'omonima quieta cittadina sulla sponda piemontese del Verbano. Becky studiava privatamente, viveva con gruppi di altri ebrei
che durante la guerra affluirono, alcuni da Salonicco, dove dopo la conquista tedesca
della Grecia il consolato italiano aveva raccomandato a chi aveva un passaporto italiano di cambiare aria finché poteva. Fra gli ospiti stranieri, ma correligionari, Becky
strinse amicizia con tre fratelli adolescenti, i Fernandez, ebrei di lontana ascendenza
spagnola: John, Robert e Blanchette, a Meina con genitori e nonni. In quel periodo
agli ospiti si aggiunse anche il console turco di Milano, conoscente dei Behar, che ave31
va perso la sua casa milanese sotto le bombe alleate e fu ospitato generosamente.
Un'ospitalità che avrebbe ripagato con il dono della vita e della salvezza.
Per i ragazzi non mancava qualche momento felice, ma l'esistenza
della piccola comunità fu spezzata irrevocabilmente dall'armistizio dell'8 settembre 1943, seguito dall'occupazione nazista di gran parte d'Italia. «La notte dell'armistizio noi giovani facemmo festa, fu l'ultima volta della mia vita in cui fui davvero felice.
Gli anziani invece piangevano, ci dicevano: ma non capite, cosa faranno ora i tedeschi?» Pochi giorni dopo arrivarono le SS, gli spietati squadroni della morte nazisti.
«Arrivarono coi camion, svegliandoci di notte, poi entrarono un soldato e un ufficiale,
altissimi, guidati da un interprete italiano, un fascista che conoscevamo bene e frequentava il nostro albergo, si chiamava Rossi». Seguì una scena terribile. «Lei è ebreo,
disse l'ufficiale a mio padre, con una durezza e un odio spaventosi stampati in volto, e
ospita altri ebrei, quindi è nemico della Grande Germania. Nulla di tutto questo le appartiene più. Attendete ordini». Tutti furono rinchiusi in una stanza, tremanti di paura e nutriti a stento con pane e brodaglia. «Gli adulti cercavano di farsi forza per noi
ragazzi, ma la notte li si sentiva soffocare i singhiozzi». Si respiravano l'odio e la menzogna che avvelenava le coscienze. «Come ti chiami? mi chiese un giorno un soldato
giovanissimo, forse diciottenne. Tu, ebrea, disse, un giorno ti sposerai, avrai bambini
ebrei, nostri grandi nemici». Uno di quegli aguzzini, un ufficiale, sarebbe diventato dopo la guerra un imprtante dirigente di una nota casa di produzione di bibite. «Da quando l'ho saputo, non ne ho più bevuto una goccia».
Quando le SS portarono via il papà di Becky, fu il console turco a salvarlo, andando a pestare i pugni sul tavolo del comandante nazista a Baveno - «la Turchia era neutrale e i suoi cittadini andavano rispettati». Così fu e Becky potè non solo riabbracciare
il padre, ma anche lasciare con i familiari la stanza divenuta la prigione degli ebrei,
pur restando "ai domiciliari" nell'albergo. Ma le SS il 22 settembre cominciarono a prelevaregli adulti per ammazzarli: fra questi i genitori dei giovani Fernandez, di cui Becky, con un'"evasione" eccezionalmente rischiosa, riconobbe i cadaveri sfigurati, gettati
nel lago dai nazisti e ritrovati da alcuni pescatori. «Con che coraggio poi una ragazzina
di quattordici anni come me poté poi mentire a John, che era un inguaribile ottimista,
e dirgli che sì, avrebbe presto rivisto i suoi? Me lo sono chiesta da allora se ho fatto bene a non dire la verità». Poco tempo dopo fu la volta degli altri, anziani e giovani. «Fu
il nonno Fernandez a dirmi addio: Becky, mi disse, credo che non ci vedremo più. Era
l'intuito di chi ha vissuto a lungo. I loro cadaveri non furono ripescati, le SS gli aveva32
no applicato dei pesi al collo dopo averli gettati in acqua. Si ritrovarono solo degli abiti
di Blanchette, una scarpa di John e poco altro».
In seguito il console turco scongiurò i Behar di mettersi in salvo abbandonando
tutto, perché la Turchia avrebbe potuto schierarsi con gli Alleati facendo perdere loro
anche quel minimo di protezione che lui poteva garantire.«Fuggimmo senza soldi né
documenti attraverso il lago, grazie a dei pescatori. Fu solo a fine novembre che raggiungemmo la Svizzera - e la salvezza». Tanti altri, che vedevano la Confederazione come l'ultimo rifugio, non ebbero questa fortuna.
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C A P I TO LO 9
YOSSL RAKOVER,
L’ULTIMO SOPRAVVISSUTO
DEL GHETTO
DI VARSAVIA
Questa è una storia che inizia nell'autunno del 1946, anno in cui viene pubblicato su una rivista
yiddish di Buenos Aires un racconto, un piccolo testo: "Yossl Rakover si rivolge a Dio", un monologo che dà voce all’ultimo sopravvissuto del ghetto prima della definitiva distruzione
(Articolo di Michele Mancino, del 14 novembre 2002)
«Leggere le parole che Yossl Rakover rivolge all'Eterno
accompagnate dal commento che il maestro Emmanuel Lèvinas offre a noi lettori è, a mio parere, una delle esperienze più fondanti per l'ebraismo del futuro».
Queste parole sono di Moni Ovadia, uno dei massimi
interpreti della cultura e del teatro yiddish contemporanei, e Yossl Rakover si rivolgerà a Dio, attraverso la sua
interpretazione teatrale.Questa è una storia che inizia
nell'autunno del 1946, quando viene pubblicato su una
rivistayiddish di Buenos Aires un racconto, un piccolo
testo: "Yossl Rakover si rivolge a Dio", un monologo
che dà voce all’ultimo sopravvissuto del ghetto di Varsavia prima della definitiva distruzione da parte dei nazisti. L'autore è un tale Zvi Kolitz,
un ebreo lituano, che ha scritto il testo in una sola notte, chiuso in una camera di albergo. Kolitz sulla rivista racconta anche l'origine del testo, risalente ad un anonimo manoscritto trovato casualmente nelle rovine del ghetto. Una finzione letteraria riuscita e
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probabilmente scritta nel destino dell'opera, perché Yossl Rakover diventa una figura
che acquista una sua autonomia, una sua vita, distinta da quella del suo stesso
autore. Il racconto diventa un testo quasi di culto, tanto che Levinas lo definirà un salmo moderno, «vero come solo la finzione può esserlo». Un testo intenso che rimanda
con forza al lettore il dolore per un destino non sempre comprensibile nel suo crudele
divenire, ma che è allo stesso tempo preghiera, supplica sussurrata, accettazione in nome di un amore. Non è il grido rauco di protesta che Giobbe rivolge al Dio d'Israele.
«Ma che cosa volete - dice Yossl- avete vuotato il cielo e credete adesso che sotto un
cielo vuoto possa abitare un mondo devoto ed onesto? No, Dio ha nascosto il suo volto
al mondo, ed in questo modo lo ha consegnato agli uomini ed ai loro istinti selvaggi;
ritengo quindi assai naturale che, quando la furia degli istinti domina il mondo, chi
rappresenta la santità e la purezza debba essere la prima vittima».
La distruzione del popolo d'Israele è la dimostrazione che questo popolo è il prediletto? Uno scarto interpretativo imprevedibile e suggestivo quello di Yossl Rakover,
che impone una nuova riflessione. Il mondo e il pensiero dopo la Shoah volevano dimostrare che era cambiato persino il concetto di Dio (Hans Jonas, "Il concetto di Dio
dopo Auschwitz") e che la finitezza degli uomini riusciva a sconfinare e a determinare
"ciò che sarà". Ma nonostante la difficile prova, Yossl Rakover accetta e ama Dio.
«Sempre ti amerò, sempre sfidando la tua stessa volontà. Ascolta Israele, il Signore è il
nostro Dio, il Signore è uno…».
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I PICCOLI ALUNNI DI RODARI
FUGGITI DAI NAZISTI
E DALLE LEGGI RAZZIALI
Nella "Grammatica della fantasia" lo scrittore racconta la sua prima esperienza di insegnante
per la famiglia Sauer e la vita nella cascina che ospitò alcuni bambini ebrei alla fine degli anni
Trenta
36
(Articolo di Maria Carla Cebrelli, del 24 gennaio 2014)
Nel 1938 Eva e Franco Sauer avevano 12 e 9 anni. Vivevano con i genitori a Lentate, in una grande fattoria chiamata "Cascina Piana" dal nome del luogo in cui è stata
costruita, detto appunto la "Piana". La fattoria è caratterizzata da un grosso silos di cemento e si può osservare ancora oggi percorrendo la strada immersa nel verde che da
Sesto Calende conduce a Taino. I Sauer però, in quella casa non ci sono più. A scrivere di loro e della loro fuga «in cerca di un'altra patria» è stato nientemeno che Gianni Rodari che arrivò alla Cascina Piana, nell'inverno tra il 1937 e il 1938.
Chiamato dal dottor Sauer, Rodari fece a Lentate la sua prima esperienza di insegnante che raccontò con affetto, anni più tardi, nella sua "Grammatica della fantasia"
(1973): «In seguito alla raccomandazione di una maestra, moglie di un vigile urbano
venni assunto per insegnare l'italiano ai bambini in casa di ebrei tedeschi che credevano - lo credettero per pochi mesi - di aver trovato in Italia un rifugio contro le persecuzioni razziali».
Rodari, prima di diventare il maestro delle
scuole elementari di Ranco, in quel periodo si trasferì alla Piana: «Vivevo con loro in una fattoria sulle colline presso il lago Maggiore. Con i bambini lavoravo dalle sette alle dieci del mattino. Il resto della giornata lo passavo nei boschi a camminare e a
leggere Dostoevskij. Fu un bel periodo, finché durò. Imparai un po' di tedesco e mi buttai sui libri di
quella lingua con la passione, il disordine e la voluttà che fruttano a chi studia cento volte più che cento anni di scuola». I fratellini Eva e
Franco, non furono tra l'altro gli unici suoi allievi. Nella fattoria furono ospitati anche
altri ragazzini ebrei, figli di genitori della zona o di passaggio.
Le lezioni di italiano nella cascina terminarono purtroppo poco tempo dopo,
quando la famiglia, per l'entrata in vigore delle leggi razziali, fu costretta nuovamente
a fuggire. L'addio a Lentate e il successivo ritorno sono stati ricostruiti da Vittorio Vezzetti, nel libro "Rodari e il lago", edito dai Comuni di Ranco e di Angera e da Altre Latitudini (2010). «I Sauer sono emigrati in Canada - racconta l'autore 37
riuscendo così a mettersi in salvo e, circa una ventina di anni fa, sono tornati a vedere
la loro vecchia dimora durante una vacanza in Italia. Erano una famiglia agiata e oltre
alla Cascina Piana possedevano la vicina Cascina Molino». L'attività agricola funzionava bene e per i Sauer lavoravano diversi operai. Il capofamiglia, oltre ad averla rilevata, aveva avviato un lavoro di ristrutturazione edilizia.
Come confermano oggi alcuni residenti della zona, la loro fattoria si distingueva dalle
altre anche per gli elementi strutturali che erano particolari e diversi dalla tradizione
architettonica locale. «Quando compresero la pericolosità della situazione decisero di scappare e di cedere in fretta e furia l'azienda a una società di Bergamo». Il passaggio di proprietà avvenne nel 1939. «Anche questo aspetto resta in parte un mistero - prosegue Vezzetti -.
Le leggi razziali di Mussolini proibivano agli ebrei operazioni di compravendita, eppure questa riuscì. I Sauer si rimisero in viaggio e questa volta per una meta molto più
lontana». La fattoria degli ebrei, cancellata dalla storia
Nella tenuta della "Cascina Piana", alla fine degli
anni Trenta, venivano allevati anche i pavoni. I pollai erano puliti e le stalle erano rivestite in maiolica. La vita in questa fattoria era decisamente diversa rispetto alle altre strutture del luogo. Gestita da
un gruppo di famiglie ebree, fuggite dalla Germania nazista, era un'azienda sviluppata e moderna.
Vi lavoravano decine di persone, compresi molti
braccianti italiani che provenivano dai comuni circostanti ma perfino da più lontano, da Bergamo e
da Padova.
Tutto questo finì improvvisamente e per sempre in
un solo anno, il 1939. Con l'entrata in vigore delle
leggi razziali, i proprietari furono costretti a vendere e a fuggire in un luogo più sicuro
abbandonando l'Italia, la tenuta e l'attività che con impegno e fatica avevano avviato.
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Ciò che oggi conosciamo del passato di quella fattoria, dove visse per sei mesi anche Gianni Rodari, si deve ai ricordi dello scrittore e anche alle cronache dell'epoca. La
nostra lettrice, Luisa Chierichetti, tra le carte di sua nonna Gina Bonenti Mira d'Ercole, intellettuale antifascista e poetessa sestese, ha trovato un articolo dedicato alla Cascina Piana pubblicato dal quotidiano La Stampa, datato 1 settembre 1938. È soltanto
una puntata di una più articolata "Inchiesta sugli ebrei stranieri", il cui tenore è chiaramente ispirato alla propaganda del periodo fascista. L'autore parla di una "tenuta di
Lisanza" ma il riferimento è all'azienda di Lentate dove il cronista si reca e incontra
Frida, giovane contadina che lavora nella tenuta. Il giornalista, oltre
a descrivere il funzionamento dell'azienda e la
sua produttività, «un
reddito del 18,25 per
cento», «una percentuale che non è forse mai
stata conseguita da alcun agricoltore» ci rivela che quel luogo fu anche un punto di transito
o di rifugio per altri
ebrei. La proprietà apparteneva a tre famiglie
(Rodari lavorò per i
Sauer) con «un medico,
un industriale, un possessore di titoli di rendita». «Quando vennero
in Italia, puntarono decisamente sul lago Maggiore; e puntarono su questa riva: e il fatto che il piccolo paese di Angera conta da solo ben undici ebrei stanziali può voler dire
qualcosa». Dell'esperienza di Rodari a Lentate, ci ricorda un altro nostro lettore, Ambrogio
Vaghi, lo scrittore accennerà anche nella sua autobiografia resa alla Direzione del PCI
ed ora nell'archivio dell'Istituo Gramsci. Ne scriverà, ancora, negli anni successivi nella sua "Grammatica della Fantasia". 39
C A P I TO LO 11
VENDUTA AI NAZISTI
DAI CONTRABBANDIERI
DI CREMENAGA
In un libro intervista sulla loro deportazione Liliana Segre e Goti Bauer raccontano la storia dell’arresto in provincia di Varese. I loro beni furono confiscati e mai più restituiti
(Articolo di Michele Mancino, del 26 gennaio 2008)
I destini di Liliana Segre (nella foto) e
Goti Bauer hanno molto in comune:
entrambe ebree, entrambe arrestate in
provincia di Varese sul confine con la
Svizzera mentre cercavano di fuggire
dalla persecuzione dovuta alle leggi razziali, entrambe detenute nel carcere di
Varese, entrambe sopravvissute all’orrore di Auschwitz, entrambe testimoni
della shoah. La prima è stata arrestata
a Selvetta di Viggiù il 23 dicembre del
1943, la seconda a Cremenaga il 2 maggio del 1944. In tutti e due i casi a determinare la tragica svolta al loro destino sono stati degli italiani: i militari che le hanno arrestate e i “passatori” varesini che, anziché
portarle in salvo oltre il confine, le hanno tradite e vendute ai tedeschi.
Liliana Segre e Goti Bauer hanno raccontato questa storia nel libro intervista “Come una rana d’inverno” (Tascabili Bompiani) scritto da Daniela Padoan. «Era il primo
maggio – racconta nel libro la Bauer - e verso le sei di sera dopo aver aspettato in un
bar ci affidarono a due guide. Erano i famosi passatori, contrabbandieri che conosceva40
no tutti i sentieri di montagna per arrivare al confine. Ogni sera gli venivano affidati
una quindicina di persone. Da Varese ci portarono in tram fino a Ghirla e, per ore e
ore, su è giù per quei sentieri di montagna. Noi con la massima fiducia abbiamo affrontato quella traversata notturna. A un certo punto verso le quattro e mezza di mattina,
questi due ragazzetti molto premurosi, ci hanno detto: “siete arrivati, dovete attraversare solo quel ponticello, sollevare quella rete. Non possiamo venire con voi, per cui vi
salutiamo qui”. Si sono girati, hanno emesso un fischio e a quel punto alla nostra destra si sono accese delle luci. C’era una casermetta da cui sono usciti dei finanzieri che
hanno sparato per aria e ci hanno gridato che eravamo in arresto. Il posto dove siamo
stati arrestati si chiama Cremenaga, esattamente sul confine.Il nostro arrivo era già
stato segnalato ai tedeschi che avevano il loro quartiere generale a Ponte Tresa».
I due passatori furono arrestati e processati nel 1946. Nonostante la pesante condanna, rimasero in galera poco tempo. Di questa storia c’è un altro aspetto che non è
mai stato chiarito: quello dei beni che gli ebrei in fuga verso la Svizzera affidavano a
gente del posto e mai più restituiti a coloro che sono sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti.
Qualche anno fa Goti Bauer è tornata a Cremenaga per partecipare e dare la sua
a testimonianza al film “Memoria”. Un anziano signore del posto l'avvicinò e le disse:
«Lo vede quel quartiere, tutto pieno di case nuove? Lo hanno costruito loro, con i vostri soldi».
«Anche altri a Cremenaga - racconta la Bauer - mi hanno detto che quei tre vivono ancora allegramente e che hanno aperto un bar».
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C A P I TO LO 12
“ERO FIGLIA DELLA SHOAH
E NON LO SAPEVO”
Il dottor Habermann, bustocco d'adozione, durante la guerra salvò ebrei e perseguitati. La sua
prima famiglia, rimasta in Ungheria, fu sterminata ad Auschwitz. La figlia Anna ha ricostruito
con pazienza le vicende familiari: una pagina di storia
(Articolo di Stefano D’Adamo, del 24 gennaio 2010)
Anna Maria Habermann è una donna che ha scoperto suo padre, il dottor Aladar
Habermann, tardivamente. Non nel senso che non l'avesse conosciuto e bene come papà affettuoso; ma non ne conosceva il passato. Alla vicenda del medico di origine ungherese tardivamente "scoperto" come "giusto" e salvatore di perseguitati durante la
guerra, è dedicata buona parte delle iniziative per la Giornata della Memoria a Busto
Arsizio, portate avanti dal Comune, da scuole e associazioni. Il racconto della figlia (anticipazione dei contenuti del libro "Il labirinto di carta"), di come arrivò a scoprire la
vicenda che si nascondeva dietro la tranquillità della sua famiglia è asciutto e presentato con semplicità, ma va dritto al cuore. Un ringraziamento particolare la signora Habermann ha voluto riservarlo alla giornalista Rosella Formenti e a Delia Cajelli, "donna ovunque" del Teatro Sociale, per la proficua collaborazione instaurata.
«Con mio padre avevo un rapporto di intimità e di confidenza molto stretto, tanto più mi colpì quindi lo scoprire fatti del suo passato che nemmeno sospettavo: non
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ne aveva mai parlato». Anna Maria scoprì così, solo dopo molti anni, di avere ascendenze ebraiche, che suo padre era già stato sposato e aveva avuto un figlio, Tamàs
(Tommaso), e che gran parte della sua famiglia era poi sparita nei forni crematori di
Auschwitz. Il dottor Habermann era giunto a Busto Arsizio nel 1933 con la moglie, una
bella ungherese di Budapest, e il bambino. Tre anni dopo la moglie, forse stufa della
realtà pronvinciale di quell'Italietta, se ne tornò in patria con il figlio, che il dottor Habermann rivide solo poche volte prima della fine. Uno scandalo per l'epoca, una storia
fin troppo comune per i tempi d'oggi. Durante la guerra Habermann aiutò varie persone a salvarsi dalla guerra; personalmente riuscì a sfuggire indenne alle persecuzioni.
Per la figlia la scoperta, fatta alla morte
della mamma, bustocca doc, fu enorme. «Ci
misi quasi quindici anni ad accettare questi
fatti, queste novità sconvolgenti» che andavano a toccare il senso di identità di una persona cresciuta in tutt'altra realtà - e che con la
città di Busto Arsizio, dopo la prima giovinezza, mantenne un rapporto legato quasi esclusivamente al lavoro di medico. «Fu solo nel
2000» racconta «dopo aver casualmente ritrovato le lettere scritte fra il 1936 e il 1944 dai familiari di mio padre, dai miei parenti ungheresi, che molto timidamente mi rivolsi all'associazione Figli della Shoah». Scoprendovi l'universo fin lì poco conosciuto dell'ebraismo, laico come religioso.
Anna Maria aveva avuto modo di parlare, in Ungheria, con una sorella di suo padre (la famiglia proveniva dalla città di Baja). Ma il racconto della zia, a sua volta deportata e unica sopravvissuta della famiglia, la ferì con la sua freddezza e il distacco
quasi clinico a fronte di fatti narrati terribili. Negli anni Duemila la Habermann è comunque tornata nella terra dei magiari, impegnandosi anche per impararne la lingua
(notoriamente ostica ndr) in modo da poter tradurre le lettere e i documenti che aveva
trovato. Ha visto i luoghi d'origine del padre, quella terra di pianure e di orizzonti infiniti dove vive un popolo vivace e dalle mille origini, che si dice discendente di Attila in
persona ma, bastonato da due guerre mondiali e una rivoluzione, ha da tempo attitudini decisamente pacifiche. Laggiù la Habermann ha ricostruito la storia del ramo paterno della famiglia, tragicamente troncato dalla delirante follia dei nazisti.
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Tra i documenti rintracciati da Anna Maria Habermann anche quelli in cui il fratellastro Tàmas veniva indicato, in magiaro, come "da deportare anche se nato cristiano". Per lo sterminio nazista l'ebreo non era esponente di una cultura, ma di una "razza": letteralmente "contagiosa" anche in caso di matrimoni "misti" (?). Al di fuori dell'Olocausto fisico, la definizione di chi fosse ebreo e quanto resta uno dei punti più assurdi dell'intera vicenda. "Chi è ebreo, lo decido io" è una battuta attribuita variamente a Goering o Goebbels, in realtà apparterebbe ad un lontano "precursore" ideale dei
nazisti spesso citato da Hitler, il sindaco della Vienna asburgica Karl Lueger. Un antisemita molto sui generis che in verità aveva vari amici ebrei - e soprattutto non ammazzò mai nessuno, nè incitò a farlo. Anche questa notazione storica va a riprova dell'assurdità di tutti i razzismi, di tutti gli odi gratuiti e generalizzati. Per non dimenticare,
anche questa storia familiare disseppellita dall'oblio e che lega Busto all'Ungheria e ad
Auschwitz merita di essere conosciuta. Lo spettacolo teatrale del Sociale di mercoledì
27 gennaio e la presentazione del 2 febbraio al Teatro Manzoni saranno occasione di
approfondimento. E di ammonimento a che il peggiore passato mai più si ripeta.
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C A P I TO LO 13
EX DEPORTATA
ROMPE IL SILENZIO:
“FUI UNA VITTIMA
DI MENGELE”
Sylva Sabbadini abita a Marchirolo e dopo 64 anni racconta per la prima volta la sua storia.
Nel 1944 è stata deportata ad Auschwitz con la madre
(Articolo di Michele Mancino, dell’8 febbraio 2008)
«Mi raccomando non sbagli il mio nome, vuole la ipsilon. È una cosa che mi fa arrabbiare molto». Sylva Sabbadini ha 76 anni, vive a Marchirolo, è ebrea e nel 1944 è
stata deportata nel campo di sterminio di Auschwitz.
Una storia che non ha mai voluto raccontare. Fino a
quando, due mesi fa, ha incontrato Angelo Chiesa, segretario provinciale dell’Anpi, mentre stava facendo una
conferenza, e gli ha mostrato il braccio sinistro con il numero di matricola tatuato dai nazisti. 64 anni dopo, Syl45
va Sabbadini, ha deciso di raccontare quell’esperienza ai ragazzi dell’Isis di Varese.
«Abitavo a Padova con la mia famiglia e io sono una di quelle ragazze che venne espulsa da scuola quando nel 1938 entrarono in vigore le leggi razziali contro gli ebrei. Mio
padre, che era un funzionario del ministero dell'Agricoltura, perse il lavoro. Un giorno
il questore di Padova arrivò a casa nostra e disse a mio padre che era venuto il momento di tagliare la corda e così scappammo in campagna ospiti di una famiglia di contadini».
I Sabbadini tirano avanti gestendo una gelateria che intestano al marito della loro donna di servizio, perché non possono avere proprietà. Come è accaduto a molti altri ebrei, anche loro vengono traditi e venduti ai nazisti dagli italiani. Il federale del
paese si presenta alla fattoria, con lui ci sono le Ss tedesche che arrestano tutta la famiglia. Sylva, i suoi genitori e la nonna vengono portati prima in una villa a Vo' Euganeo
e subito dopo aTrieste. «Ci hanno rinchiusi nella Risiera di San Sabba, un vero e proprio lager. Con noi c’era anche uno zio, mentre mia nonna l’avevano risparmiata perché aveva più di 60 anni. Ricordo i rumori e le grida e poi il viaggio verso Auschwitz in
quei carri bestiame. Ancora oggi non riesco a fermare lo sguardo su un treno merci».
Al suo arrivo nel campo di sterminio, Sylva passa indenne la selezione e continua
a rimanere con la madre. Il destino le riserverà una seconda opportunità quando viene
selezionata dal dottor Mengele per i suoi esperimenti medici. «Quando arrivai ad Auschwitz avevo tredici anni e mezzo e mi salvai dalla camera a gas perché ero già formata, sembravo una donna adulta, quindi potevo lavorare. Una ragazza della mia età, alta
e secca, che viaggiava con me, venne spedita subito a morire. Rimasi sempre con mia
madre, lei parlava lo yiddish, la lingua della sua famiglia, e quindi capiva bene anche il
tedesco, aspetto molto importante per sopravvivere. Un pomeriggio arrivò nella nostra
baracca il dottor Mengele e mi scelse insieme ad altre due ragazze per delle sperimentazioni mediche. Ci trasferirono nell’infermeria. Eravamo sedute e aspettavamo di essere chiamate, intuendo quello che ci aspettava. Uscì l’infermiera e prese una di noi
tre, una ragazza dell’est. Noi ritornammo alla baracca e non la rivedemmo più».
Per Sylva Sabbadini il momento della liberazione, nel gennaio del 1945, ha un
suono preciso e un’immagine nitida. «Sentivamo il rumore dei cannoni molto vicino.
I tedeschi a quel punto in preda al panico ci chiesero se volevamo fuggire con loro in
quella conosciuta poi come la marcia della morte, tutti quelli che accettarono vennero
uccisi durante il tragitto. Mia madre mi guardò fissa e mi chiese che cosa dovevamo fa46
re e io le risposi che morire per morire preferivo rimanere lì con lei in infermeria. Eravamo abbandonati a noi stessi, senza forze, quando una mattina sono comparsi dei soldati, parlavano russo e giravano nelle camerate guardandoci sbalorditi, sembravano
dei marziani. Se avessero ritardato di quindici giorni saremmo morti tutti».
Sylva e sua madre rimasero ancora per tre mesi ad Auschwitz a servire nella mensa ufficiali. «L’odore dei cadaveri che bruciavano era insopportabile, volevamo andarcene a tutti i costi. Mia madre conobbe un ufficiale rumeno che ci portò a Bucarest.
Una volta lì contattammo il console italiano. Ci venne incontro un uomo elegante che
ci portò in un appartamento molto bello dove c'erano altri italiani. Mia madre vide un
pianoforte e lo fissò a lungo, senza parlare. Non mi meravigliai, dopo tutto lei era una
concertista e come quasi tutti i componenti della sua famiglia suonava il pianoforte e il
violino. Erano emigrati agli inizi del ‘900 da Odessa, quando era ancora Russia, a
Trieste. A un certo punto si avvicinò a quel grande pianoforte a coda, si aggiustò il seggiolino, iniziò a premere sui tasti. Fu così che ricominciammo a vivere».
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“LA STORIA
NON CI INSEGNA NULLA”
Per La Giornata della Memoria, il liceo Curie di Tradate ha invitato Vera Vigevani Jarach: fuggita a dieci anni a causa delle leggi razziali, vide la figlia rapita e uccisa durante la dittatura argentina
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(Articolo di Alessandra Toni, del 23 gennaio 2014)
«La Storia non ci insegna mai nulla. Ciò che è accaduto continua a ripetersi in piccole e grandi situazioni. Ecco perché non bisogna dimenticare, ma rimanere in allerta
per evitare che tutto ciò capiti ancora. Non è ancora finita».
Per ricordare la Giornata della Memoria, il liceo Curie di Tradate ha invitato Vera
Vigevani Jarach. Fuggita a dieci anni con la famiglia da una Milano che iniziava a vivere il dramma della Shoah e le leggi razziali, si è ritrovata quasi 40 anni dopo, il 27 giugno del 1976, investita dall'immane dolore di veder rapita e poi torturata e uccisa la figla Franca di 18 anni, durante la dittatura di Videla in Argentina.
Una vita segnata dall'odio e dalla persecuzione
che ha lasciato una cicatrice profonda nell'anima di Vera, oggi testimone instancabile dei valori della solidarietà e della speranza: « Io mi rivolgo ai giovani, ai ragazzi perché ciò che è avvenuto non è successo per caso, per mano di un pazzo visionario. È stata la pianificazione lucida di
un progetto preciso. E alcuni segnali si intravvedono oggi, rigurgiti di intolleranza, pregiudizi,
odii razziali. Chi scappa da un paese è spinto dal desiderio di trovare la terra promessa, di lasciarsi alle spalle disperazione e orrore. Anche migliaia di ebrei cercarono la fuga navigando verso la Palestina, ma non arrivarono mai a destinazione».
Fascismo, nazismo, dittatura: « Ciò che rese possibile quell'abominio fu il silenzio. Il silenzio di chi girava la testa, di chi assisteva senza opporsi, chi si nascondeva.
Liliana Segre mi ha raccontato che quando dal carcere di San Vittore furono trasportati alla stazione per partire alla volta di Auschwitz, solo i carcerati li salutarono e augurarono loro ogni bene, la gente per la via che li vedeva sfilare sui pullman sembravano
ciechi e sordi. E così in Argentina, i desaparesidos sono rimasti per anni ombre invisibili a causa del silenzio della stampa, dell'indifferenza delle altre nazioni»
Vera racconta ai ragazzi la sera che la sua maestra delle elementari venne a casa
per annunciare a sua madre che lei non sarebbe più potuta andare a scuola: « Vedevamo che le cose si facevano delicate. Così mia madre ebbe la forza di reagire e di convincere mio padre e fuggire. Mio nonno, invece, volle rimanere e finì la sua vita nel campo di concentramento. Ugualmente, nel 1976 io e mio marito capimmo che la situazione si deteriorava ma non avemmo la possibilità di reagire. All'inizio, quando ancora
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pensavamo che avremmo ritrovato Franca, pensavamo di andarcene. Ma lei non è più
tornata e io ho saputo solo dopo 20 anni com'è stata la sua fine. È stato un racconto
terribile ma ne avevo bisogno. Franca era una persona, una storia, e aveva il diritto di
avere la sua storia».
Guardandosi indietro, Vera non si pente di essere andata in Argentina: « Quando
arrivammo, io e la mia famiglia, il paese ci accolse a braccia aperte. Ci ha permesso di
studiare, crescere e diventare adulti. Ciò che è successo in seguito è stato terribile: io e
mio marito non avemmo il tempo di renderci conto di ciò che stava per accaderci». Ciò che accomuna le due persecuzioni subite è stato il tentativo di disumanizzare
gli avversari, renderli numeri, toglier loro la dignità per poterli sterminare: « In questa
azione, però, sono stati loro a perdere l'umanità. È l'uomo che decide ciò che vuole essere, ed è questa libertà che va contenuta perchè la deriva è sempre possibile».
Reagire e non voltar la faccia, solidarietà e giustizia, questi gli insegnamenti che
Vera lasciaai ragazzi del Curie: « Non si deve rimaner paralizzati dalla paura. Il segreto è non farsi bloccare ma continuare a muoversi, corpo e cervello, per trovare la soluzione. Quando per la prima volta noi madri della Piazza De Mayo ci radunammo, il vigile cercò di allontanarci perchè era vietato fare assembramenti. Ci disse: "deambulate". E da lì ci venne l'illuminazione: cominciammo a deambulare attorno a una statua
e, in questo continuo girare il gruppo diventò sempre più ampio e consistente. Avevamo paura, certo che ne avevamo, ma non ci rassegnammo».
L'ospite del Curie è un fiume in piena, abituata da anni a incontrare i ragazzi argentini e italiani, li ascolta e li stimola a riflettere: «Noi in Argentina diciamo "Nunca
mas"...»
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LA SCELTA DI BERTÉ
È da appena quattro mesi sotto le armi, ma il giovane soldato Enrico Berté non sa che la sera
dell'8 settembre 1943 ha un appuntamento con la storia
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(Articolo di Michele Mancino, del 10 gennaio 2002)
La sera dell’8 settembre 1943, Enrico Berté ha un appuntamento importante, di quelli che cambiano la vita alle persone. Nella caserma di Bressanone ad attendere le reclute del
reparto di artiglieria alpina, da appena quattro mesi sotto le
armi, insieme ad un bel tramonto di fine estate, c’è la storia.
Qualche ora prima dell’arrivo di quel contingente è stato infatti decretato l’armistizio e così gli alleati di un tempo diventano i nuovi nemici. I figli del Terzo Reich si adattano alla
nuova situazione e circondano la caserma con i carri armati.
Le giovani reclute italiane, tra cui anche il diciannovenne
Berté, rifiutano di arrendersi e, nonostante la minaccia delle
mitragliatrici, tentano la fuga. L’area è interamente presidiata dai soldati tedeschi, che
sparano contro qualunque cosa si muova. «Eravamo nascosti dietro un muro, vicino
ad una scuderia e siamo rimasti lì per circa due ore. Davanti a me c’era uno spiazzo, solo venti metri mi dividevano dagli altri commilitoni di Milano, che erano riusciti a passare. Quando ho tentato di attraversare, sono stato bloccato da un sottufficiale della
Wermacht, che mi ha puntato la pistola alla schiena».
Il gruppo di soldati italiani viene fatto prigioniero e rinchiuso nella caserma per
tre giorni. Per loro si prospetta una scelta: la libertà in cambio della collaborazione, oppure la deportazione nei campi di concentramento. La libertà è racchiusa in una firma.
Una semplice dichiarazione da firmare, che lui conserva ancora oggi, intonsa come la
sua dignità. Berté rifiuta quel compromesso e il 12 settembre si ritrova alla stazione di
Bressanone, caricato con altri militari sulle tradotte, carri bestiame chiusi con il filo
spinato e con piccole feritoie per far passare l’aria.
Il viaggio dura tre giorni, con tappa prima a Colmar e poi a Mannheim, dove rimane tre mesi, il tempo di fare un incontro straordinario. «Ricordo che dormivamo alla Luzemburg Schul . I bombardamenti facevano tremare i muri di tamponamento e i
vetri. Il lager furher entrò, chiedendoci se qualcuno voleva uscire a dare una mano alla
popolazione. In quel momento si rivela se uno è cristiano o non lo è, e così mi offrii.
Mi precedette un uomo sanguigno, un po’ più grande di noi, molto coraggioso, che poi
è diventato famoso, Giovannino Guareschi. Era l’unico che resisteva ai soprusi che facevano i soldati tedeschi, appellandosi sempre con energia alla Croce Rossa internazionale».
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Comunicare con le famiglie e i parenti in Italia è difficile, la condizione di deportato e la conseguente censura impediscono il passaggio di informazioni, ma Berté escogita un trucco. «Io avevo un legame molto forte con mia sorella che era espertissima di
rebus e anagrammi. Poiché non potevo dire ai miei genitori dove mi trovavo, in una
missiva ho fatto dei segni, quasi impercettibili, sotto alcune lettere che, se unite, davano Mannheim. In questo modo la tenevo sempre al corrente dei miei spostamenti».
Enrico Berté annota tutto, cerca di conservare la memoria e, nonostante la condizione durissima, non si separa mai dalle sue stellette di militare, nemmeno in cambio
del cibo. Continua a rifiutare di collaborare con i nazisti e per punizione, insieme ad altri militari italiani, viene assegnato definitivamente ad un campo di lavori forzati. L’arrivo a Schandelah*, meta definitiva, segna la svolta. È il lager, l’inferno in terra, dove
la sensazione di non ritorno diventa subito certezza quotidiana. Anche se i militari vengono tenuti separati fisicamente dal campo, vivono tutte le brutture di quella condizione disumana, a volte direttamente a volte di riflesso.
«Ricordo l’ora dell’appello era una delle torture più crudeli. Tre o quattro volte al
giorno, gente che non mangiava da settimane lasciata immobile per ore sotto la neve,
al gelo. Le SS contavano con un ghigno satanico, c’era in loro la volontà di far soffrire.
Una tortura finissima: ogni tonfo che si sentiva, era un uomo che se andava, per esaurimento totale, come lo spegnersi di una candela».
Il campo di Schandelah però un contatto con la normalità ce l'ha, ma niente scuote i civili che vi entrano per lavorare. «C’erano impiegati e donne del paese vicino che
entravano nel campo al mattino, poi alla sera con la loro bicicletta se ne tornavano a
casa. Ogni tanto riuscivo ad andare in mensa per fare dei lavori di manovalanza. Dai
finestroni, mentre i soldati e i civili mangiavano tranquillamente, si vedevano scene di
ordinaria follia, con le SS e i kapo che si accanivano sui prigionieri. Le donne SS a volte erano più crudeli dei colleghi maschi. Una mattina ho assistito ad una scena che
non potrò mai dimenticare. Un deportato politico, che aveva fame, si era avvicinato ai
secchi dei rifiuti per vedere se c’era qualcosa di commestibile. Fu visto da una SS, che
non aveva più di sedici anni, la quale senza esitare gli scagliò contro il suo cane pastore tedesco. La bestia ha azzannato alla gola il poveretto, fino ad ucciderlo. L’ho visto
con questi occhi. Una scena raccapricciante, uno choc».
Enrico Berté è credente. Dice che la fede in Dio ti aiuta a sopravvivere, persino
laddove Dio sembra essersi smarrito. Si inventa una preghiera che dice tutti i giorni,
che lo aiuta a non sentirsi semplicemente il numero66655. «Credere era importante,
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perché significava non smarrirsi in quell’atrocità e ci rendeva in un certo senso superiori ai nostri carcerieri. Ricordo un monsignore polacco, che, prima di essere portato
fuori dal campo per essere finito, ci ha riunito intorno a lui e ci ha fatto una predica
meravigliosa, con serenità e dolcezza, dicendo quello che aveva detto anche Anna
Frank: nonostante tutto io credo nella bontà dell’uomo».
Al momento della liberazione, nell’aprile del ’45, Berté non si trova dentro il campo, ma in un capannone con altri prigionieri, nei pressi del comando di polizia del paese. La libertà è nell’aria, i tedeschi smantellano tutto, cercando di lasciar meno tracce
possibili dei loro orrori. I prigionieri di Schandelah sono allo sbando. Le notizie che circolano sono confuse, nonostante in lontananza si sentono nitidi gli spari delle divisioni corazzate alleate. «Quando uno non ha più il carceriere, gli manca anche il minimo
di sopravvivenza, specialmente nella nostra situazione. Molti al momento della liberazione si trovarono in queste condizioni, cioè senza nemmeno quella piccola fetta di pane di segatura di legno. Allora è scoppiato il caos. Abbiamo assaltato il silos dei viveri
del campo. Davanti a noi c’era un tedesco con la mitragliatrice, che aveva l’ordine di
difendere la postazione ad ogni costo. La fame era il propulsore di una folla che non ragionava più e non si fermava nemmeno di fronte alla minaccia della morte. Durante
l’assalto al silos io ero circa a metà del gruppo, il tedesco sparò una raffica che uccise
molti prigionieri, tra cui anche un militare italiano. Fu l’ultima sua vittima prima di essere linciato. Entrati nel silos abbiamo trovato di tutto, c’erano persino abiti all’ultimo
grido, alla francese. Io ho preso subito del dentifricio, dopo più di un anno di prigionia
non ricordavo più come fosse. La gente era impazzita apriva a martellate scatole di sciroppi per poi buttarle via. Io ho preso un sacco con dentro quaranta chili di zucchero,
c’è chi ha preso il formaggio e chi la farina. L'ho trascinato fuori con fatica, ma è stata
la mia salvezza, perché ho potuto scambiarlo con altri generi alimentari, consentendomi di vivere fino al mio rientro in Italia».
Le torrette dei carri armati si aprono insieme ai sorrisi dei soldati americani. I
prigionieri del campo di Schandelah vengono affidati ai francesi, che a loro volta li passano agli inglesi, per poi ritornare di nuovo agli americani. A tre mesi dalla liberazione, il 18 luglio del 1945, Enrico Berté può fare ritorno in Italia e, a distanza di due anni
da quella sera di settembre, rientrare nella sua casa di Malnate da uomo libero.
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*Schandelah si trova in Germania. Durante il periodo nazista era un sottocampo
del lager di Neuemgamme, a nord di Amburgo, da cui sono passate più di 100mila per54
sone. Il campo era molto importante, per le raffinerie di petrolio e le fabbriche di munizioni. La liberazione è avvenuta il 6 aprile del 1945.
Enrico Berté è nato a Milano nel 1924. Architetto libero professionista, è presidente del Collegio probiviri degli ingegneri e architetti di Milano. È stato deportato nei
lager in Germania a causa del suo rifiuto di collaborare con i nazisti. In seguito agli avvenimenti ricordati gli sono state conferite molte onorificenze, tra cui quella di Volontario della libertà e di Cavaliere della Repubblica.
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