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I puritani d`America

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I puritani d`America
I puritani d’America
a cura di
Mario Corona e Davide Del Bello
Copyright © MMIX
ARACNE editrice S.r.l.
www.aracneeditrice.it
[email protected]
via Raffaele Garofalo, 133 A/B
00173 Roma
(06) 93781065
ISBN
978–88–548–2630–4
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,
di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
Non sono assolutamente consentite le fotocopie
senza il permesso scritto dell’Editore.
I edizione: luglio 2009
Indice
9
Premessa
11
Mario Corona
Introduzione: Caratteri storici e ideologici delle origini
degli Stati Uniti
23
Martin Luther
Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum (1517)
33
Martin Luther
An den Christlichen Adel Deutscher Nation,
von den Christlichen Standes Besserung (1520)
39
Martin Luther
Von der Freiheit Eines Christenmenschen (1520)
45
Heinrich Institor Kramer – Jakob Sprenger
Malleus Maleficarum (1486)
55
The Act of Supremacy (1534)
57
Jean Calvin
Institutio Christianae Religionis (1536)
59
The Mayflower Compact (1620)
65
William Bradford
Of Plimoth Plantation (1620–1647)
85
The Petition of Right (1628)
5
6
Indice
91
John Winthrop
Journal (1630–49)
97
Thomas Hooker
The Application of Redemption by the Effectual Work of the
Word, and Spirit of Christ, for the bringing home
of Lost Sinners to God. The Ninth and Tenth Books (1659)
99
The Bill of Rights (1689)
107 John Locke
Two Treatises of Government (1690)
CHAPTER II OF THE STATE OF NATURE
CHAPTER V OF PROPERTY
CHAPTER VII OF POLITICAL OR CIVIL SOCIETY
CHAPTER XIX OF THE DISSOLUTION OF GOVERNMENT
CHAPTER XV OF PATERNAL, POLITICAL
AND DESPOTICAL POWER, CONSIDERED TOGETHER
121 Cotton Mather
Wonders of the Invisible World (1693)
125 Samuel Sewall (1692–1700)
Diary
135 Jonathan Edwards
Sinners in the hands of an angry god (1741)
159 The Declaration of Independence (1776)
161 Déclaration des droits de l’homme et du citoyen (1789)
Indice
7
SAGGI
165 Mario Corona
Coscienza di sé, autocontrollo e controllo sociale:
note sull’evoluzione della coscienza borghese in America
dal Puritanesimo alla metà dell’Ottocento
191 Davide Del Bello
Intemperate Spirits: Anne Hutchinson e l’eresia antinomiana
219 Bibliografia
231 Sitografia
Introduzione
Mario Corona
Caratteri storici e ideologici delle origini degli Stati Uniti
Una considerazione preliminare sulla nascita di quelli che diventeranno gli Stati Uniti potrebbe riguardare le due spinte fondamentali
che l’hanno determinata: l’una proviene direttamente dalla politica espansionistica inaugurata dalla monarchia d’Inghilterra intorno alla fine
del Quattrocento; l’altra esprime le esigenze originariamente religiose di
gruppi minoritari inglesi.
Dalla prima discendono le Colonie del Sud (Virginia, Carolina, Georgia…), dalla seconda le Colonie del Nord (Massachusetts, Rhode Island,
Connecticut…). L’area delle Colonie di Mezzo (Pennsylvania, Maryland, New Jersey, New York…) interporrà un cuscinetto, socialmente e
religiosamente variegato, fra le due zone che avevano accolto in
America le due originarie forze sociali venute a conflitto in Inghilterra:
un’aristocrazia terriera monarchica e anglicana, e una classe media
manifatturiera e commerciale, puritana, che tende ad emanciparsi dalla
struttura religiosa ed economica feudale. Ma ciò non basterà ad evitare
che infine (1861–65) queste due classi tornino a scontrarsi anche nel
Nuovo Mondo, con la Guerra Civile. Solo che, questa volta, vinceranno
gli antichi emarginati, coloro che dall’Inghilterra erano stati espulsi.
Per inveterata deformazione eurocentrica, la storia del continente
americano veniva tradizionalmente fatta incominciare nel 1492, con i
viaggi del nostro Cristoforo Colombo. In tal modo la storia dell’America coincideva con la scoperta europea, anzi latina1, del Nuovo Mondo. Tuttavia sappiamo che, in tempi immemorabili (forse intorno ai
30.000 anni a. C.), varie popolazioni asiatiche erano passate per la sottile lingua di terra e di ghiaccio che ancora univa l’Asia all’America
1
Oggi si sottolinea invece il fatto che i Vichinghi islandesi siano approdati sul continente
americano già verso la fine del X secolo, passando per la Groenlandia, e si ipotizzano anche
incursioni dalla Cina e dall’Africa (HEATH, I, 8).
11
Mario Corona
12
del Nord, attraverso l’attuale Stretto di Bering, disperdendosi poi nei
due emisferi ed elaborando culture stanziali o nomadi molto diverse
fra loro (“pellerossa”, Aztechi, Maya, Incas). Al tempo di Colombo,
nel Nord America gli “indiani” (come li chiamò per errore il navigatore, ritenendo di essere approdato nelle Indie Orientali) erano da due a
sei milioni (oggi quasi 800.000), raggruppati in circa 600 tribù che
parlavano 500 lingue diverse.2 Questi erano i “selvaggi” che si trovarono di fronte sia Colombo nel Centro America sia i puritani inglesi
sospinti da un fortunale sulle coste del Massachusetts.
Negli ultimi anni del Quattrocento, la Spagna, il Portogallo, l’Inghilterra, la Francia, cioè le monarchie europee che avevano raggiunto
il massimo livello di potenza economica e di organizzazione politica,
gareggiano fra loro per assicurarsi territori nel favoloso “Eldorado”, il
Nuovo Mondo, che sembrava ricolmo di ricchezze di ogni sorta. Sul
continente americano penetrano le prime schegge di questa esplosione
proto–imperialistica europea. Colombo, al soldo della monarchia spagnola, esplora le Bahamas e, più tardi, il delta dell’Orinoco, Haiti e
diverse altre isole del Mar dei Caraibi. Nel 1497–98 Giovanni Caboto,
per conto di Enrico VII d’Inghilterra, raggiunge le coste del Labrador.
Nel 1499–1502 Amerigo Vespucci fiorentino porta la bandiera portoghese nella zona del Rio delle Amazzoni e del Rio de la Plata, e riconosce per primo l’esistenza di un continente sconosciuto ai geografi
europei, che nulla aveva a che fare con le Indie: giusto quindi che nel
1507, in suo onore, un cartografo tedesco suggerisse di chiamare il
nuovo continente “America”. Nel 1511 Hernán Cortés, spagnolo, si
impadronisce di Cuba e nel 1519 inizia la conquista del Messico per
poi passare all’esplorazione della California. Nel medesimo 1519 il
portoghese Fernão Magalhães (per noi Magellano), al servizio del re
di Spagna, parte per il viaggio che avrebbe dimostrato concretamente
l’esistenza del continente americano e dell’Oceano Pacifico, circumnavigando la punta meridionale dell’America attraverso lo stretto poi
chiamato di Magellano, e spingendosi fino alle filippine, dove nel 1521
viene ucciso dagli indigeni. Nel 1524 Giovanni da Verrazzano (o Verrazano), al servizio di Francesco I di Francia e anche lui alla ricerca di
2
Nelle due Americhe venivano parlate 1000–2000 lingue reciprocamente incomprensibili
(WASHBURN).
Caratteri Storici e Ideologici delle Origini degli Stati Uniti
13
una via occidentale alle Indie, è il primo ad entrare nella bellissima baia dell’odierna New York, il cui accesso è oggi sovrastato da un ponte
a sospensione chiamato appunto Verrazano–Narrows Bridge, il più
lungo del mondo dal 1964 al 1981. Nel 1531–33 Francisco Pizarro
sottomette gli Incas peruviani, estendendo così il dominio spagnolo
sull’America centrale e meridionale (v. Fig. 1).
La Spagna si fa strada anche nell’America del Nord: Hernando de
Soto partendo dalla Florida esplora il Mississippi, e Francisco de Coronado, alla ricerca delle mitiche “sette città d’oro di Cibola”, attraversa l’Arizona e il New Mexico, arrivando al Grand Canyon e poi,
per il Texas e l’Oklahoma, fino al Kansas; nel Seicento, sulle tracce
degli esploratori giungeranno i missionari spagnoli. I galeoni che tornano in Spagna carichi d’oro devono affrontare gli attacchi della pirateria internazionale di stato, di cui Sir Francis Drake, favorito di Elisabetta, è il campione più celebre (egli è anche il primo inglese ad arrivare dalle parti di San Francisco nel 1579). La Florida è base spagnola; infatti proprio nella Florida settentrionale sorge il forte di St.
Augustine, considerato il primo insediamento europeo stabile sul territorio dei futuri Stati Uniti (1565). Da lì gli spagnoli contrastano efficacemente i pirati francesi mentre i francesi “regolari” colonizzano nel
frattempo il Canada. Alla fine, tuttavia, la parte mediana dell’emisfero
settentrionale sarebbe toccata agli inglesi e agli olandesi, che intorno
al 1580 istituiscono le prime compagnie commerciali per l’esplorazione e lo sfruttamento dell’America, dell’Asia e dell’Australia.
Elisabetta, regina d’Inghilterra dal 1558 al 1603, promuove numerosi tentativi, tutti falliti, di stabilire insediamenti permanenti su quel
tratto di costa americana che, in nome della sovrana e della sua presunta illibatezza, verrà chiamato Virginia. Solo nel 1607 la Compagnia della Virginia, costituita a Londra dal successore di Elisabetta,
Giacomo I, riesce a conseguire tale meta con la fondazione di Jamestown, primo insediamento stabile di origine anglosassone sul territorio
dei futuri Stati Uniti. Proprio a Jamestown nel 1619 (i “padri pellegrini” giungeranno nel Massachusetts solo un anno dopo), i primi schiavi
neri già sbarcano dalle navi che li portavano dall’Africa quale manodopera a buon mercato per il Nuovo Mondo.
Figura 1. Principali viaggi d’esplorazione.
14
Mario Corona
Caratteri Storici e Ideologici delle Origini degli Stati Uniti
15
Elisabetta aveva intuito che, per risollevare l’Inghilterra dalla crisi
economica sviluppatasi soprattutto durante il regno del padre Enrico
VIII (1509–1547), occorreva potenziare il commercio assicurando un
flusso regolare di materie prime e di prodotti agricoli dai nuovi territori. Le colonie erano obbligate a scambiare tutti i loro prodotti con la
madrepatria su navi esclusivamente inglesi, a prezzi che venivano fissati in Inghilterra.
Il Sud dei futuri Stati Uniti nasce così vassallo del sistema economico inglese, confinato al ruolo di fornitore di materie prime a basso
costo, costretto ad acquistare dalla madrepatria prodotti finiti di prezzo
elevato, e indotto quindi a trovarsi una vasta manodopera che costasse
il meno possibile: di qui il ricorso alla schiavitù.
La forzata mancanza di una produzione e di un commercio autonomi impedisce nel Sud la crescita di una classe media di qualche peso.
Pochi aristocratici privilegiati concentrano nelle proprie mani la ricchezza del paese. Il sistema della piantagione, d’altronde, non facilita
la crescita di grandi centri urbani. Vengono così a mancare i presupposti per una vasta fioritura letteraria e culturale: del periodo antecedente alla Rivoluzione ci restano i diari e le memorie di agiati gentiluomini come William Byrd e Robert Beverley. Per la grandissima
maggioranza della popolazione la vita è molto dura; le frequenti febbri
epidemiche uccidono un numero di persone pari a quello dei nuovi
immigrati che giungono dall’Inghilterra con le rare navi da rifornimento. I rapporti con gli Indiani si deteriorano rapidamente poiché costoro non si prestano a lavorare per i bianchi né a sottomettervisi, e
mal sopportano che i bianchi confischino i loro terreni di caccia. Per
gli Indiani la terra era la grande madre sacra, che tutti potevano usare
ma nessuno doveva dividere e possedere. Per i bianchi la terra diventava sacra sotto forma di proprietà privata. L’urto fra le opposte concezioni del mondo e gli opposti interessi è inevitabile, e porta a lotte
sanguinose e prolungate.
L’arretratezza del sistema economico imposto alle colonie meridionali dal mercantilismo inglese sarà la causa prima della sconfitta del
Sud nella Guerra Civile.
Strettamente intrecciata alle vicende politiche ed economiche dell’Inghilterra del Cinquecento è la questione religiosa, che da un lato vede il
formarsi di una Chiesa nazionale protestante (anglicana) indipendente
Mario Corona
16
da Roma, e dall’altro il costituirsi di gruppi evangelici radicali, dapprima dissenzienti rispetto al compromesso anglicano, poi separatisti,
ovvero puritani.
Il movimento puritano, che troverà proprio in America lo spazio e
le circostanze più favorevoli al proprio sviluppo, va considerato, insieme ad altri gruppi minori, come l’ala estrema, più radicale, del protestantesimo, le cui origini prime risalgono alle posizioni assunte da
Martin Luther. Figlio di un minatore, monaco agostiniano e professore
di teologia all’università di Wittenberg, Luther comincia a mettere in
questione alcuni aspetti della dogmatica e della prassi cattoliche a partire dal 1517, con la Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum, ovvero le 95 Tesi affisse a Wittenberg sulla porta della chiesa del
castello e scritte in latino secondo il costume accademico. Le Tesi negavano la validità delle “indulgenze”, ossia di quella sorta di capitale
spirituale accumulato, secondo la Chiesa cattolica, da Cristo e dai santi, che il papa aveva la facoltà, ampiamente esercitata, di vendere ai
fedeli come pegno della remissione di una parte dei loro peccati e
dell’abbreviamento della pena del purgatorio. Al di là della critica di
un costume scandaloso nella sua scoperta venalità, Lutero mette in discussione uno dei poteri papali e, procedendo su questa strada, finisce
col negare anche il primato del papa, la tradizione della Chiesa codificata nel diritto canonico e l’infallibilità conciliare. Aggravandosi lo
scontro con Roma, Lutero passa a scrivere in tedesco per un pubblico
germanico, con chiari intenti anche politici. An den Christlichen Adel
Deutscher Nation (Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca, 1520) afferma il sacerdozio universale, ossia la capacità che ciascun credente
ha di essere il sacerdote di se stesso senza dover ricorrere alla mediazione di un clero istituzionalizzato. Nel medesimo anno, e in opposizione a Erasmus3, Von der Freiheit eines Christenmenschen (Della libertà del cristiano) proclama la responsabilità morale dell’individuo e
l’unicità della fede, e non delle opere, come mezzo di salvazione: nessuno sforzo umano può redimere l’uomo dal peccato originale se non
la fede in Dio, essa stessa, peraltro, dono divino. Della cattività babilonese della Chiesa (De captivitate babylonica ecclesiae) sferra un al3
La contrapposizione con Erasmus si replicherà nel 1524 in occasione delle rivolte contadine. Al De libero arbitrio di Erasmus Lutero opporrà il suo De servo arbitrio.
Caratteri Storici e Ideologici delle Origini degli Stati Uniti
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tro grave colpo all’apparato liturgico e rituale del cattolicesimo e alla
funzione mediatrice del clero, riconoscendo validi i soli sacramenti del
battesimo, della confessione e dell’eucaristia, gli unici, secondo lui, ad
avere un fondamento nel testo biblico.
Quasi per convalidare davanti a tutti le proprie affermazioni dopo
la scomunica papale (1521) Lutero pone mano alla traduzione del
Nuovo Testamento. Il gesto è estremamente significativo per varie ragioni. La prima è la riaffermazione del primato, sopra ogni cerimonia
e rito, del Verbo divino racchiuso nel testo sacro, unico fondamento di
una fede genuinamente cristiana. La traduzione (compiuta nel 1534)
vuole inoltre ristabilire un contatto diretto fra il credente e la parola di
Dio, fornendo a ciascun fedele la possibilità di leggere e meditare personalmente il testo sacro, sottratto all’ermetismo di una lingua straniera e dotta, il latino, appannaggio del clero, e alle interpretazioni codificate e dogmatiche. Sul piano politico, la Bibbia luterana rappresenta il
manifesto di un cristianesimo nazionale, locale, svincolato dall’autorità sovranazionale della Chiesa di Roma, mentre sul piano culturale si
afferma come il testo fondante della lingua e della letteratura tedesca
moderne.
Nella dottrina luterana convivono un elemento democratico e attivo
(la responsabilizzazione etica ed intellettuale dell’individuo) e un elemento profondamente pessimistico (l’irrimediabile corruzione dell’uomo), mutuato da Paolo e da Agostino. Jean Calvin (o Cauvin) sviluppa
fino in fondo queste premesse, sicché il credente si ritrova del tutto solo di fronte a un Dio che ha preordinato ogni cosa dall’eternità, e ha
già deciso, in modo imperscrutabile, chi sarà eletto e chi sarà dannato.
Come già in Lutero, le opere non salvano e la funzione della gerarchia
ecclesiastica ne esce ulteriormente svalutata. Il credente però non sa
reggere all’angoscia che gli suscita la propria sorte, solitaria, ignota e
immodificabile, e sentendosi nel giusto, glorifica Dio attraverso il proprio lavoro e la buona condotta sicché, paradossalmente, invece di allinearsi al cupo fatalismo luterano, la dottrina calvinista viene a favorire l’attivismo.4 Calvino, francese, figlio di un notaio segretario del
vescovo signore di Noyon ma educato anche all’Umanesimo a Orleans e a Parigi, espone i principi della propria dottrina nella Institutio
4
Vedi MORGAN, 660–69 e DELUMEAU.
Mario Corona
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christianae religionis del 1536, poi largamente diffusa nella versione
francese. Nel 1541 egli costituisce a Ginevra un modello di nuova comunità cristiana di tipo per così dire repubblicano5, in cui il Concistoro dei pastori e dei laici eletti dai cittadini governa lo stato. La forma
politica più congeniale al calvinismo discende infatti dal congregazionalismo della comunità religiosa, e non può quindi essere la monarchia assoluta o parlamentare dei paesi “papisti” o dell’Inghilterra anglicana, ma piuttosto, almeno tendenzialmente, una democrazia assembleare e decentrata.
Il calvinismo si diffonde in Francia (ugonotti), nei Paesi Bassi, in
Scozia e in Inghilterra, soprattutto nelle zone orientali, aperte ai
traffici con le libere città dell’Olanda e attigue all’università di Cambridge, massimo centro di diffusione delle teorie calviniste. Enrico
VIII, con l’Act of Supremacy del 1534, aveva già sancito il distacco
dell’Inghilterra da Roma, ponendosi a capo della Chiesa di stato anglicana, sulla quale il calvinismo esercita una forte pressione perché acceleri il processo di “purificazione” dalle “scorie papiste”. La monarchia ha invece tutto l’interesse a consolidare la neonata Chiesa nazionale. Il duca di Somerset, “Protettore” del minorenne re Edoardo VI,
unico figlio maschio di Enrico VIII, salito al trono a dieci anni per espressa volontà testamentaria del padre, da un lato proibisce le cerimonie cattoliche e dall’altro persuade l’arcivescovo di Canterbury,
Cranmer, a compilare un catechismo anglicano in cui possano riconoscersi i fedeli della Chiesa nazionale. Il Book of Common Prayer, del
1548, è il testo che definisce l’identità della Chiesa anglicana.
Quando Edoardo, sempre in cattiva salute, muore a 16 anni, la successione, ancora secondo il decreto testamentario di Enrico VIII, e nonostante il tentativo di colpo di stato del duca di Northumberland, tocca alla maggiore delle figlie di Enrico, Maria, avuta dalla prima moglie Caterina d’Aragona. Maria è di fede cattolica, e fa quindi piazza
pulita dell’opposizione protestante mandando a morte il duca, la cugina rivale (Lady Jane Grey) e il di lei marito, figlio del duca, guadagnandosi l’appellativo di regina “sanguinaria” (Bloody Mary). Il suo
progetto di restaurazione cattolica si attua attraverso il matrimonio con
Filippo di Spagna, l’abolizione di tutte le precedenti leggi anti–cattoli5
Eidgenossen significava infatti “confederati”, ovvero “repubblicani”.
Caratteri Storici e Ideologici delle Origini degli Stati Uniti
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che, le condanne a morte dell’arcivescovo Cranmer e dei vescovi anglicani di Londra e di Winchester, e la riesumazione in chiave anti–
protestante delle leggi promulgate nel Trecento contro i Lollards (i seguaci di John Wycliffe), che volevano un ritorno al Vangelo e alla povertà.
Tabella 1. La Monarchia inglese tra Cinquecento e Seicento
TUDOR
Henry VII
Henry VIII
Edward VI
Mary
Elizabeth I
STUART
1485–1509
1509–1547
1547–1553
1553–1558
1558–1603
James I
Charles I
Commonwealth
1603–1625
1625–1649
1649–1660
Charles II
James II
William of Orange
1660–1685
1685–1688
1689
1534: Act of Supremacy
1548: Book of Common Prayer
Restaurazione cattolica
Consolidamento definitivo dell’anglicanesimo
Lotta contro i “puritani”
Il re finisce decapitato. 1628: Petition of Right
Temporanea vittoria della Rivoluzione Puritana
di Oliver Cromwell
Ultimi, vani tentativi di restaurazione cattolica:
James II deve abdicare
Definitiva sconfitta dei cattolici. Definitiva affermazione della monarchia costituzionale (Bill
of Rights, 1689)
Queste misure costringono molti protestanti a riparare all’estero.
Alcuni fuggiaschi si recano nella Ginevra di Calvino e, tornando in
patria all’ascesa al trono della sorellastra di Maria, Elisabetta, diffondono in Inghilterra la dottrina calvinista (v. Tab. 1) fidando nella
possibilità di riformare la Chiesa inglese dall’interno e nell’appoggio
teoretico offerto da eminenti “fellows” dell’Università di Cambridge,
i “non–conformisti” premono sulla regina per una ventina d’anni
perché, nella sua qualità di capo della Chiesa, riprenda l’opera di
“purificazione” religiosa abolendo la gerarchia ecclesiastica esistente
e sostituendola con ministri eletti dalle congregazioni. Intorno al
1576, di fronte allo stretto controllo ideologico e politico che Elisabetta continua invece ad esercitare sul clero, cominciano ad organizzarsi gruppi autonomi dalla Chiesa anglicana, detti “separatisti” in
20
Mario Corona
quanto seguaci dell’insegnamento di Paolo, che risulterà fondamentale soprattutto per coloro che emigreranno in America («Uscite da
loro e tenetevi separati, e non toccate ciò che è immondo»). Alcuni
pensano ancora alla possibilità di una riforma interna, da cui il nome
di “congregazionalisti.”
La situazione giunge alla svolta decisiva con il nuovo re, Giacomo VI
di Scozia e I d’Inghilterra. Nell’anno immediatamente successivo a
quello dell’incoronazione egli convoca una Conferenza a Hampton
Court (1604) per risolvere la questione religiosa. Anziché raggiungere
un accordo si passa invece a una lotta politica vera e propria tra monarchia, grande aristocrazia terriera e clero anglicano da una parte, e
mercanti della City di Londra e “gentry” dell’East Anglia e delle
Home Counties (intorno a Londra) dall’altra, lotta che sfocerà nella
Rivoluzione Puritana del 1640.
Il re sembra valutare perfettamente la forza del legame che salda
dottrina religiosa e assetto statuale, e sa di dover procedere fino in
fondo. Afferma infatti: «I will make them conform themselves or else
I will harry them out of the land». Nemmeno i “puritani”, come erano
spregiativamente chiamati dai loro avversari, sono però disposti a demordere; nel 1606, a Scrooby, costituiscono anzi la prima chiesa puritana indipendente, fra i cui membri c’è William Bradford, futuro governatore della prima colonia puritana nel Nuovo Mondo. La comunità deve però presto riparare in Olanda.
Se la Conferenza di Hampton Court non porta alla pace sociale, promuove però una nuova traduzione inglese della Bibbia, la cosiddetta
Authorized Version of the Bible, che getta le basi della nuova piattaforma religiosa nazionale; al pari della traduzione di Lutero, la Bibbia
di Giacomo stabilisce definitivamente la dignità della lingua nazionale
rispetto al latino e provvede il modello linguistico alla successiva tradizione letteraria, specie americana.
Con l’esodo prima verso l’Olanda e poi verso l’America, il movimento puritano fuoriesce dallo spazio politico inglese, avviandosi a un
suo cammino indipendente. Il puritanesimo inglese prenderà il potere
per un decennio e dovrà infine venire a patti con la restaurazione monarchica. Quello americano non avrà avversari esterni, e seguirà liberamente il proprio corso, esaurendosi nel primo Settecento, ma lasciando
un’impronta indelebile sulla storia e sulla cultura della nazione.
Caratteri Storici e Ideologici delle Origini degli Stati Uniti
21
Nelle parole di Ugo Bonanate:
L’eredità che il puritanesimo trasmetterà al mondo moderno — e non solo
all’Inghilterra — ha le sue radici proprio nella finale trasformazione in senso
politico di una prospettiva religiosa. Ne esce una teoria del contratto che vede
nel popolo il depositario di tutti i diritti, e contemporaneamente ammette la
sua disposizione ad alienarne una parte, al fine di ottenere una loro applicazione universale; ne nasce una forma di governo sull’operato del quale sarà
sempre possibile intervenire criticamente.
All’indagine di alcune ramificazioni dell’ideologia puritana nel campo dell’immaginazione letteraria è dedicato uno dei saggi che completano il presente volume.
(1983)
22
Mario Corona
Figura 2. Martin Luther: Disputatio.
Martin Luther
DISPUTATIO PRO DECLARATIONE
VIRTUTIS INDULGENTIARUM
1517
Discussione per chiarire il valore delle indulgenze
Amore et studio elucidande veritatis hec
subscripta disputabuntur Wittenberge, Presidente R. P. Martino Luther, Artium et S.
Theologie Magistro eiusdemque ibidem lectore Ordinario. Quare petit, ut qui non possunt verbis presentes nobiscum disceptare
agant id literis absentes.
Per l’impegno appassionato di chiarire la
verità, ciò che qui di seguito è scritto verrà
discusso in un dibattito a Wittenberg, condotto dal R. P. Martin Lutero, Maestro delle
Arti e di Sacra Teologia, nonché lettore ordinario della medesima in questa città. Perciò egli invita tutti coloro che non potranno
essere presenti con noi al dibattito a parteciparvi da lontano tramite lettere.
Nel nome del nostro Signore Gesù Cristo.
Amen.
1. Il Signore e maestro nostro Gesù Cristo,
dicendo “Fate penitenza, ecc.”, voleva che tutta la vita dei fedeli fosse una penitenza.
2. Non si può pensare che questa espressione riguardi la penitenza sacramentale (ossia
la confessione e la riparazione che si compiono attraverso il ministero dei sacerdoti).
3. Non alla sola penitenza interiore intendeva tuttavia riferirsi, che anzi non esiste se
non comporta le varie e concrete mortificazioni
della carne.
4. Di conseguenza, la pena dura finché permane l’odio di sé (che costituisce la vera penitenza interiore), cioè fino all’ingresso nel regno dei cieli.
5. Il papa non vuole né può rimettere alcun
peccato eccetto quelli che egli stesso ha imposto
in base alla sua volontà o al diritto canonico.
6. Il papa non ha il potere di rimettere alcun peccato se non dichiarando e affermando che è rimesso da Dio oppure rimettendo i
casi di sua pertinenza, eccettuati i quali il
peccato permane assolutamente.
7. Dio infatti non rimette nessun peccato a
nessuno senza sottometterlo con profonda
umiliazione al sacerdote suo vicario.
In nomine domini nostri Hiesu Christi.
Amen.
1. Dominus et magister noster Iesus Christus, dicendo “Penitentiam agite &c.”, omnem
vitam fidelium penitentiam esse voluit.
2. Quod verbum de penitentia sacramentali (id est confessionis et satisfactionis,
quae sacerdotum ministerio celebratur) non
potest intelligi.
3. Non tamen solam intendit interiorem,
immo interior nulla est, nisi foris operetur
varias carnis mortificationes.
4. Manet itaque pena, donec manet odium
sui (id est penitentia vera intus), scilicet usque ad introitum regni celorum.
5. Papa non vult nec potest ullas penas remittere preter eas, quas arbitrio vel suo vel
canonum imposuit.
6. Papa non potest remittere ullam culpam
nisi declarando, et approbando remissam a deo
Aut certe remittendo casus reservatos sibi, quibus contemptis culpa prorsus remaneret.
7. Nulli prorsus remittit deus culpam, quin
simul eum subiiciat humiliatum in omnibus
sacerdoti suo vicario.
23
24
Martin Luther
8. Canones penitentiales solum viventibus
sunt impositi nihilque morituris secundum
eosdem debet imponi.
9. Inde bene nobis facit spiritus sanctus in
papa excipiendo in suis decretis semper articulum mortis et necessitatis.
10. Indocte et male faciunt sacerdotes ii,
qui morituris penitentias canonicas in purgatorium reservant.
11. Zizania illa de mutanda pena Canonica in penam purgatorii videntur certe dormientibus episcopis seminata.
12. Olim pene canonice non post, sed ante absolutionem imponebantur tamquam
tentamenta vere contritionis.
13. Morituri per mortem omnia solvunt et
legibus canonum mortui iam sunt, habentes
iure earum relaxationem.
14. Imperfecta sanitas seu charitas morituri
necessario secum fert magnum timorem, tantoque maiorem, quanto minor fuerit ipsa.
15. Hic timor et horror satis est se solo
(ut alia taceam) facere penam purgatorii,
cum sit proximus desperationis horrori.
16. Videntur infernus, purgaturium, celum
differre, sicut desperatio, prope desperatio,
securitas differunt.
17. Necessarium videtur animabus in purgatorio sicut minui horrorem ita augeri charitatem.
18. Nec probatum videtur ullis aut rationibus aut scripturis, quod sint extra statum
meriti seu augende charitatis.
19. Nec hoc probatum esse videtur, quod
sint de sua beatitudine certe et secure, saltem omnes, licet nos certissimi simus.
20. Igitur papa per remissionem plenariam omnium penarum non simpliciter omnium intelligit, sed a seipso tantummodo
impositarum.
21. Errant itaque indulgentiarum predicatores ii, qui dicunt per pape indulgentias
hominem ab omni pena solvi et salvari.
22. Quin nullam remittit animabus in purgatorio, quam in hac vita debuissent secundum Canones solvere.
8. Le disposizioni canoniche concernenti la
penitenza sono imposte soltanto ai vivi e nessuna deve essere imposta ai moribondi.
9. Lo Spirito Santo, dunque, ci fa del bene
quando fa escludere nei decreti del papa il
caso di morte e di necessità.
10. I sacerdoti che infliggono ai moribondi
pene canoniche da scontare in purgatorio agiscono male e da ignoranti.
11. È probabile che la zizzania, consistente nella conversione della pena canonica in
una pena da scontare in purgatorio, sia stata
seminata mentre i vescovi dormivano.
12. In passato, le pene canoniche venivano
inflitte non dopo, ma prima dell’assoluzione,
per suscitare una vera contrizione.
13. I morenti scontano tutto con l’atto della
morte, e per le leggi canoniche sono già morti,
essendo di diritto sciolti da quelle leggi.
14. Un’imperfetta salute spirituale o carità
comporta nel morente un senso di paura tanto
più grande quanto la prima è più piccola.
15. Questa orrenda paura basta da sola (per tacere del resto) a costituire la pena del purgatorio,
essendo prossima all’orrore della disperazione.
16. La differenza tra inferno, purgatorio e
paradiso sembra coincidere con quella tra disperazione, quasi disperazione e sicurezza.
17. Sembra dunque necessario che nelle
anime del purgatorio diminuisca l’orrore col
crescere della carità.
18. Né sembra dimostrato da alcuna argomentazione o dalle Scritture che queste anime
si trovino nell’impossibilità di accrescere i
propri meriti o la propria carità.
19. E nemmeno sembra da questo dimostrato che esse siano tutte o in parte certe e sicure
della loro beatitudine, anche se noi ne siamo
certissimi.
20. Perciò il Papa, con la remissione plenaria di tutte le pene, non intende riferirsi
semplicemente a tutte, ma soltanto a quelle
imposte da lui.
21. Sbagliano pertanto quei predicatori di indulgenze che affermano che grazie alle indulgenze del
Papa l’uomo è liberato da ogni pena e salvato.
22. Anzi, egli non rimette alle anime del purgatorio nemmeno quelle pene che esse avrebbero dovuto scontare in questa vita in base al diritto canonico.
Disputatio Pro Declaratione Virtutis Indulgentiarum
23. Si remissio ulla omnium omnino penarum potest alicui dari, certum est eam non
nisi perfectissimis, i.e. paucissimis, dari.
24. Falli ob id necesse est maiorem partem populi per indifferentem illam et magnificam pene solute promissionem.
25. Qualem potestatem habet papa in purgatorium generaliter, talem habet quilibet
Episcopus et Curatus in sua diocesi et parochia specialiter.
26. Optime facit papa, quod non potestate
clavis (quam nullam habet) sed per modum
suffragii dat animabus remissionem.
27. Hominem predicant, qui statim ut iactus nummus in cistam tinnierit evolare dicunt animam.
28. Certum est, nummo in cistam tinniente augeri questum et avariciam posse:
suffragium autem ecclesie est in arbitrio
dei solius.
29. Quis scit, si omnes anime in purgatorio velint redimi, sicut de s. Severino et Paschali factum narratur.
30. Nullus securus est de veritate sue contritionis, multominus de consecutione plenarie remissionis.
31.Quam rarus est vere penitens, tam rarus est vere indulgentias redimens, i. e. rarissimus.
32. Damnabuntur in eternum cum suis
magistris, qui per literas veniarum securos
sese credunt de sua salute.
33. Cavendi sunt nimis, qui dicunt venias
illas Pape donum esse illud dei inestimabile,
quo reconciliatur homo deo.
34. Gratie enim ille veniales tantum respiciunt penas satisfactionis sacramentalis ab
homine constitutas.
35. Non christiana predicant, qui docent, quod redempturis animas vel confessionalia non sit necessaria contritio.
36. Quilibet christianus vere compunctus habet remissionem plenariam a pena
25
23. Se la remissione di tutte le pene può essere concessa a qualcuno, è certo che sarà concessa solo ai perfettissimi, cioè a pochissimi.
24. Ne consegue inevitabilmente che la
maggior parte del popolo resta ingannata
dalla indiscriminata ed altisonante promessa
del condono delle pene.
25. Lo stesso potere sul purgatorio che il
Papa esercita in generale ce l’ha anche in
particolare qualsiasi Vescovo e Curato nella
sua diocesi e parrocchia.
26. Ottimamente agisce il Papa quando
concede la remissione alle anime non in virtù del potere delle chiavi (che non ha per
nulla) ma in virtù del suo suffragio.
27. Predicano un concetto umano quelli
che dicono che un’anima se ne vola via non
appena un soldino abbia tintinnato nella cassetta.
28. È sicuro che, mentre il tintinnio della
moneta nella cassetta può incrementare il
guadagno e l’avidità, il suffragio della Chiesa dipende dalla sola volontà di Dio.
29. Chissà se tutte le anime del purgatorio
desiderano essere liberate dalla penitenza, come si narra sia avvenuto nel caso di san Severino e di san Pasquale.
30. Nessuno è sicuro della sincerità del
proprio pentimento, né tantomeno è sicuro
di aver conseguito una remissione plenaria.
31. Quanto è raro il vero penitente, tanto è
raro colui che redime davvero le indulgenze,
ossia rarissimo.
32. Saranno dannati in eterno con i loro maestri coloro che credono di essersi assicurati la
salvezza grazie alle lettere confessionali.
33. Bisogna guardarsi in particolare da quelli
che affermano che quelle indulgenze del Papa
costituiscono un inestimabile dono di Dio, attraverso cui l’uomo si riconcilia con Dio.
34. Infatti la concessione delle indulgenze
si riferisce soltanto alla soddisfazione sacramentale stabilita dagli uomini.
35. Predicano una dottrina non cristiana
quelli che insegnano che per redimere le anime del purgatorio o acquisire lettere confessionali non sia necessario il pentimento.
36. Qualunque cristiano veramente pentito gode della remissione plenaria della colpa
26
Martin Luther
et culpa etiam sine literis veniarum sibi
debitam.
37. Quilibet verus christianus, sive vivus
sive mortuus, habet participationem omnium
bonorum Christi et Ecclesie etiam sine literis veniarum a deo sibi datam.
38. Remissio tamen et participatio Pape
nullo modo est contemnenda, quia (ut dixi)
est declaratio remissionis divine.
39. Difficillimum est etiam doctissimis
Theologis simul extollere veniarum largitatem et contritionis veritatem coram populo.
40. Contritionis veritas penas querit et
amat, Veniarum autem largitas relaxat et
odisse facit, saltem occasione.
41. Caute sunt venie apostolice predicande, ne populus false intelligat eas preferri
ceteris bonis operibus charitatis.
42. Docendi sunt christiani, quod Pape
mens non est, redemptionem veniarum ulla
ex parte comparandam esse operibus misericordie.
43. Docendi sunt christiani, quod dans
pauperi aut mutuans egenti melius facit
quam si venias redimeret.
44. Quia per opus charitatis crescit charitas et fit homo melior, sed per venias non fit
melior sed tantummodo a pena liberior.
45. Docendi sunt christiani, quod, qui videt egenum et neglecto eo dat pro veniis,
non indulgentias Pape sed indignationem dei
sibi vendicat.
46. Docendi sunt christiani, quod nisi superfluis abundent necessaria tenentur domui
sue retinere et nequaquam propter venias effundere.
47. Docendi sunt christiani, quod redemptio veniarum est libera, non precepta.
48. Docendi sunt christiani, quod Papa sicut magis eget ita magis optat in veniis dandis pro se devotam orationem quam promptam pecuniam.
e della pena, che gli spetta anche senza lettere di indulgenza.
37. Qualunque vero cristiano, vivo o morto, partecipa a tutti i beni di Cristo e della
Chiesa, che Dio gli offre anche senza lettere
di indulgenza.
38. Tuttavia, la remissione e la partecipazione date dal Papa non sono affatto da disprezzare, in quanto (come dissi) sono manifestazione della remissione divina.
39. Difficilissimo anche per i più dotti
Teologi risulta esaltare simultaneamente davanti alla gente la prodigalità delle indulgenze e la sincerità della contrizione.
40. La vera contrizione cerca e ama le pene, mentre la prodigalità delle indulgenze
fiacca e genera odio nei loro confronti, o
quanto meno ne crea l’occasione.
41. Bisogna adottare cautela nel predicare
il perdono apostolico, perché il popolo non
pensi erroneamente che sia da preferire alle
altre buone opere della carità.
42. Si deve insegnare ai cristiani che non
è intenzione del Papa attribuire alle indulgenze lo stesso valore delle opere di misericordia.
43. Si deve insegnare ai cristiani che chi
dona al povero o concede un prestito ai bisognosi si comporta meglio che se acquistasse indulgenze.
44. Poiché le opere di carità incrementano
la carità rendendo l’uomo migliore, mentre
le indulgenze non rendono migliore ma solo
più libero dalla pena.
45. Si deve insegnare ai cristiani che chi
vede un bisognoso e, trascuratolo, spende
per le indulgenze, non acquista le indulgenze del Papa ma l’indignazione di Dio.
46. Si deve insegnare ai cristiani che non
godono di beni superflui a riservare il necessario per la loro casa, evitando di sprecarlo per
l’acquisto delle indulgenze.
47. Si deve insegnare ai cristiani che
l’acquisto delle indulgenze costituisce una libera scelta, non un precetto.
48. Si deve insegnare ai cristiani che il Papa, nel momento in cui concede le indulgenze,
desidera e ha maggior bisogno, più che di danaro sonante, di preghiere devote.
Disputatio Pro Declaratione Virtutis Indulgentiarum
49. Docendi sunt christiani, quod venie
Pape sunt utiles, si non in eas confidant, sed
nocentissime, si timorem dei per eas amittant.
50. Docendi sunt christiani, quod si Papa nosset exactiones venialium predicatorum, mallet Basilicam s. Petri in cineres
ire quam edificari cute, carne et ossibus
ovium suarum.
51. Docendi sunt christiani, quod Papa sicut debet ita vellet, etiam vendita (si opus
sit) Basilicam s. Petri, de suis pecuniis dare
illis, a quorum plurimis quidam concionatores veniarum pecuniam eliciunt.
52. Vana est fiducia salutis per literas veniarum, etiam si Commissarius, immo Papa
ipse suam animam pro illis impigneraret.
53. Hostes Christi et Pape sunt ii, qui
propter venias predicandas verbum dei in aliis ecclsiis penitus silere iubent.
54. Iniuria fit verbo dei, dum in eodem
sermone equale vel longius tempus impenditur veniis quam illi.
55. Mens Pape necessario est, quod, si
venie (quod minimum est) una campana, unis pompis et ceremoniis celebrantur, Evangelium (quod maximum est) centum campanis, centum pompis, centum ceremoniis predicetur.
56. Thesauri ecclesie, unde Papa dat indulgentias, neque satis nominati sunt neque
cogniti apud populum Christi.
57. Temporales certe non esse patet, quod
non tam facile eos profundunt, sed tantummodo colligunt multi concionatorum.
58. Nec sunt merita Christi et sanctorum,
quia hec semper sine Papa operantur gratiam
hominis interioris et crucem, mortem infernumque exterioris.
59. Thesauros ecclesie s. Laurentius dixit
esse pauperes ecclesie, sed locutus est usu
vocabuli suo tempore.
27
49. Si deve insegnare ai cristiani che le
indulgenze papali sono utili se non si
confida in esse, ma nocivissime se con esse
si perde il timore di Dio.
50. Si deve insegnare ai cristiani che se il
Papa conoscesse le estorsioni compiute dai
predicatori di indulgenze, preferirebbe che
la Basilica di San Pietro andasse in cenere
piuttosto che di vederla edificata con la pelle, la carne e le ossa delle sue pecore.
51. Si deve insegnare ai cristiani che, come è suo dovere, il Papa è disposto, anche
vendendo la Basilica di San Pietro (se ve ne
fosse bisogno), a elargire il proprio danaro
ai numerosi fedeli ai quali certi concionatori
di indulgenze estorcono danaro.
52. Vana è la fiducia di conseguire la salvezza per mezzo delle lettere di indulgenze,
anche se il Commissario o il Papa stesso offrissero in pegno l’anima per garantirle.
53. Nemici di Cristo e del Papa sono coloro
che, per predicare le indulgenze, fanno tacere
del tutto la parola di Dio nelle altre chiese.
54. Si offende la parola di Dio quando in
una stessa predica si riserva alle indulgenze
uno spazio eguale o maggiore di quello ad
essa dedicato.
55. È senza dubbio intenzione del Papa
che se si celebrano le indulgenze (che son
cose di minima importanza) con una sola
campana, una sola processione e una sola
cerimonia, il Vangelo (che è la cosa più
grande) vada celebrato con cento campane,
cento processioni, cento cerimonie.
56. I tesori della Chiesa, dai quali il Papa
attinge le indulgenze, non risultano sufficientemente definiti e conosciuti dal popolo di Cristo.
57. Che non si tratti di tesori temporali
appare evidente dal fatto che molti concionatori non si dimostrano tanto impegnati
nell’elargirli quanto nel raccoglierli.
58. Né si tratta dei meriti di Cristo e dei santi, poiché questi, anche senza il Papa, operano
sempre la grazia dell’uomo interiore e la croce,
la morte e l’inferno dell’uomo esteriore.
59. San Lorenzo definì i poveri i tesori
della Chiesa, ma egli parlava il linguaggio
del suo tempo.
28
Martin Luther
60. Sine temeritate dicimus claves ecclesie (merito Christi donatas) esse thesaurum
istum.
61. Clarum est enim, quod ad remissionem penarum et casuum sola sufficit potestas Pape.
62. Verus thesaurus ecclesie est sacrosanctum evangelium glorie et gratie dei.
69. Tenentur Episcopi et Curati veniarum
apostolicarum Commissarios cum omni reverentia admittere.
70. Sed magis tenentur omnibus oculis
intendere, omnibus auribus advertere, ne
pro commissione Pape sua illi somnia predicent.
60. Senza esitazione sosteniamo che le
chiavi della Chiesa (donate per il merito di
Cristo) sono questo tesoro.
61. È chiaro, infatti, che per la remissione
delle pene e dei casi è sufficiente la sola potestà del Papa.
62. Il vero tesoro della Chiesa è il sacrosanto Evangelo della gloria e della grazia di
Dio.
63. Ma questo tesoro risulta a ragione odiosissimo, perché dei primi fa gli ultimi.
64. Mentre il tesoro delle indulgenze risulta a ragione graditissimo, perché degli ultimi fa i primi.
65. Pertanto i tesori evangelici sono reti con le
quali in passato si pescavano uomini ricchi.
66. I tesori delle indulgenze sono reti con le
quali ora si pescano le ricchezze degli uomini.
67. Si capisce che le indulgenze vociferate
dai concionatori come le grazie più grandi sono tali solo in funzione del danaro che procurano.
68. In realtà, sono una trascurabile cosa in
confronto alla grazia di Dio e alla pietà della
croce.
69. I Vescovi e i Curati sono tenuti ad accogliere con tutto il rispetto i Commissari
delle indulgenze apostoliche.
70. Ma essi sono ancor più tenuti a vigilare con cento occhi e cento orecchie che
costoro non predichino i loro sogni anziché
il mandato ricevuto dal Papa.
71. Contra veniarum apostolicarum veritatem qui loquitur, sit ille anathema et maledictus.
72. Qui vero, contra libidinem ac licentiam verborum Concionatoris veniarum curam agit, sit ille benedictus.
73. Sicut Papa iuste fulminat eos, qui in
fraudem negocii veniarum quacunque arte
machinantur,
74. Multomagnis fulminare intendit eos,
qui per veniarum pretextum in fraudem
sancte charitatis et veritatis machinantur.
75. Opinari venias papales tantas esse, ut
solvere possint hominem, etiam si quis per
impossibile dei genitricem violasset, est insanire.
71. Contro colui che parla contro la verità
delle indulgenze apostoliche sia anatema e
maledizione.
72. Ma colui che in verità parla contro la brama
e gli abusi verbali del Concionatore di indulgenze
sia benedetto.
73. Come il Papa giustamente fulmina coloro che in tutti i modi tramano danni nella
vendita delle indulgenze,
74. Così molto più gravemente intende fulminare coloro che, col pretesto delle indulgenze,
tramano danni contro la santa carità e verità.
75. Ritenere che le indulgenze papali siano tanto potenti da assolvere un uomo, anche nel caso
assurdo che avesse violato la Madre di Dio, significa essere fuori di senno.
63. Hic autem est merito odiosissimus,
quia ex primis facit novissimos.
64. Thesaurus autem indulgentiarum merito est gratissimus, quia ex novissimis facit
primos.
65. Igitur thesauri Evangelici rhetia sunt,
quibus olim piscabantur viros divitiarum.
66. Thesauri indulgentiarum rhetia sunt,
quibus nunc piscantur divitias virorum.
67. Indulgentie, quas concionatores vociferantur maximas gratias, intelliguntur vere
tales quoad questum promovendum.
68. Sunt tamen re vera minime ad gratiam
dei et crucis pietatem comparate.
Disputatio Pro Declaratione Virtutis Indulgentiarum
76. Dicimus contra, quod venie papales
nec minimum venialium peccatorum tollere
possint quoad culpam.
77. Quod dicitur, nec si s. Petrus modo
Papa esset maiores gratias donare posset, est
blasphemia in sanctum Petrum et Papam.
78. Dicimus contra, quod etiam iste et
quilibet papa maiores habet, scilicet Evangelium, virtutes, gratias curationum &c. ut 1.
Co. XII.
79. Dicere, Crucem armis papalibus insigniter erectam cruci Christi equivalere, blasphemia est.
80. Rationem reddent Episcopi, Curati et
Theologi, Qui tales sermones in populum licere sinunt.
81. Facit hec licentiosa veniarum predicatio, ut nec reverentiam Pape facile sit etiam
doctis viris redimere a calumniis aut certe
argutis questionibus laicorum.
82. Scilicet. Cur Papa non evacuat purgatorium propter sanctissimam charitatem et summam animarum necessitatem ut causam omnium iustissimam, Si infinitas animas redimit
propter pecuniam funestissimam ad structuram Basilice ut causam levissimam?
83. Item. Cur permanent exequie et anniversaria defunctorum et non reddit aut recipi
permittit beneficia pro illis instituta, cum
iam sit iniuria pro redemptis orare?
84. Item. Que illa nova pietas Dei et Pape,
quod impio et inimico propter pecuniam
concedunt animam piam et amicam dei redimere, Et tamen propter necessitatem ipsiusmet pie et dilecte anime non redimunt
eam gratuita charitate?
85. Item. Cur Canones penitentiales re ipsa et non usu iam diu in semet abrogati et
mortui adhuc tamen pecuniis redimuntur per
concessionem indulgentiarum tamquam vivacissimi?
86. Item. Cur Papa, cuius opes hodie sunt
opulentissimis Crassis crassiores, non de
29
76. Per contro, diciamo che le indulgenze papali non possono cancellare nemmeno il più piccolo
dei peccati veniali, quanto alla colpa.
77. Sostenere che neanche san Pietro, se fosse
oggi Papa, avrebbe la possibilità di concedere
maggiori grazie, è una bestemmia contro san
Pietro e il Papa.
78. Per contro, diciamo che anche questo
Papa, come qualsiasi altro, possiede grazie
maggiori, cioè il Vangelo, i miracoli, i doni di
guarigione ecc., come in 1 Corinzi, XII.
79. Dire che la Croce innalzata solennemente con le insegne papali equivalga alla
croce di Cristo è bestemmia.
80. I Vescovi, i Curati e i Teologi che
consentono che si tengano al popolo simili
discorsi ne renderanno ragione.
81. Questa scandalosa predicazione delle
indulgenze rende difficile anche ai dotti redimere la reverenza dovuta al Papa dalle calunnie e dalle critiche pungenti dei laici.
82. Ad esempio. Perché il Papa non vuota il
purgatorio ispirandosi alla santissima carità e
alla somma necessità delle anime, che costituisce il motivo fra tutti giustissimo, dal momento che libera un infinito numero di anime
in cambio del funestissimo danaro destinato
alla costruzione della Basilica, che è invece un
motivo trascurabilissimo?
83. Analogamente. Perché ci si ostina nella
celebrazione delle esequie e degli anniversari
dei defunti, e il Papa non restituisce, anzi consente di percepire i benefici stabiliti per loro,
mentre è un’offesa pregare per i redenti?
84. Analogamente. Che è mai questa nuova pietà di Dio e del Papa, per cui si concede per danaro a un empio e nemico di redimere un’anima pia e amica di Dio, astenendosi, per contro, dal liberarla per mezzo della carità gratuita secondo il bisogno della
medesima anima pia e diletta?
85. Analogamente. Perché mai con
denaro e con la concessione di indulgenze si redime ancora da Canoni penitenziali già da tempo e di fatto abrogati
e morti, come se fossero ancora in pieno
vigore?
86. Analogamente. Perché mai il Papa, le
cui ricchezze sono oggi più consistenti di
30
Martin Luther
suis pecuniis magis quam pauperum fidelium struit unam tantummodo Basilicam
sancti Petri?
87. Item. Quid remittit aut participat Papa
iis, qui per contritionem perfectam ius habent plenarie remissionis et participationis?
88. Item. Quid adderetur ecclesie boni
maioris, Si Papa, sicut semel facit, ita centies in die cuilibet fidelium has remissiones
et participationes tribueret?
89. Ex quo Papa salutem querit animarum
per venias magis quam pecunias, Cur suspendit literas et venias iam olim concessas,
cum sint eque efficaces?
90. Hec scrupulosissima laicorum argumenta sola potestate compescere nec reddita
ratione diluere, Est ecclesiam et Papam hostibus ridendos exponere et infelices christianos facere.
91. Si ergo venie secundum spiritum et
mentem Pape predicarentur, facile illa
omnia solverentur, immo non essent.
92. Valeant itaque omnes illi prophete,
qui dicunt populo Christi “Pax pax”, et non
est pax.
93. Bene agant omnes illi prophete, qui
dicunt populo Christi “Crux crux”, et non
est crux.
94. Exhortandi sunt Christiani, ut caput
suum Christum per penas, mortes infernosque sequi studeant.
95. Ac sic magis per multas tribulationes
intrare celum quam per securitatem pacis
confidant.
MDXVII.
quelle dei più ricchi Crassi, non costruisce la
Basilica di San Pietro con il proprio danaro
invece che con quello dei poveri fedeli?
87. Analogamente. Che cosa rimette o partecipa il Papa a coloro che in virtù di una perfetta contrizione hanno diritto a una generale remissione e
partecipazione alla grazia divina?
88. Analogamente. Quale immenso bene
arricchirebbe la Chiesa se il Papa, anziché
una sola volta, concedesse cento volte al
giorno a ognuno dei fedeli queste remissioni
e partecipazioni?
89. Dal momento che il Papa cerca la salvezza delle anime con le indulgenze più che
col denaro, perché sospende le lettere confessionali e le indulgenze precedentemente concesse, benché siano egualmente efficaci?
90. Soffocare queste efficacissime argomentazioni dei laici con la sola forza e senza
addurre ragioni significa esporre la Chiesa e
il Papa alle beffe dei nemici e rendere infelici i cristiani.
91. Se dunque le indulgenze fossero predicate secondo lo spirito e l’intenzione del
Papa, tutte quelle argomentazioni cadrebbero facilmente, anzi non esisterebbero.
92. Addio, dunque, a tutti quei profeti che
dicono al popolo di Cristo: “Pace, pace”,
mentre pace non c’è.
93. Benvenuti a tutti quei profeti che dicono al popolo di Cristo: “Croce, croce”,
mentre la croce non c’è.
94. Si devono esortare i cristiani a seguire
con zelo il loro capo, Cristo, attraverso le pene, le mortificazioni, e i tormenti dell’inferno.
95. In modo che nutrano la fiducia di entrare
in cielo attraverso molte tribolazioni piuttosto
che attraverso la sicurezza della pace.
1517.
Testo: Martin Luther, Werke: Kritische Gesamtausgabe, (Weimar: Hermann Bölhaus,
1883), vol. 1, pp. 233–238. Traduzione di Davide Del Bello e Mario Corona.
Come è noto, le Tesi sono il documento che dà fuoco alle polveri
della Riforma protestante. Questo lo diciamo e lo sappiamo a cose fatte. All’origine, tuttavia, esse si presentano come un appello rivolto da
Disputatio Pro Declaratione Virtutis Indulgentiarum
31
un teologo ai colleghi teologi e uomini di chiesa per discutere alcuni
punti che al monaco agostiniano sembravano degni di dibattito. Perciò
le Tesi sono scritte in latino, che è diventata la lingua della Chiesa cristiana occidentale, ma resta anche la lingua di una tradizione culturale
sovranazionale che risale fino alla classicità pagana. Come accennato
nell’Introduzione, il caso specifico ma occasionale che turba Martin
Lutero è quello della vendita delle indulgenze praticata a Roma, che
egli ritiene eticamente scandalosa e teologicamente ingiustificata.
Doppio è dunque il livello delle obiezioni. Dallo scandalo del mercimonio, che si poteva in qualche modo rimuovere o sanare, si passa a
una contestazione teologica che, sulla base del testo sacro, arriva a mettere in
discussione i poteri del papa. Inammissibile. Su quest’ultimo terreno la Chiesa di Roma, ordinata come una monarchia teocratica assoluta, non poteva
transigere. Dunque non lo fece, perdendo così, dopo l’Europa orientale
con il cosiddetto scisma d’Oriente (1054), l’Europa del Nord e, in seguito, vastissimi territori extra–europei, nonché l’aggancio con la modernità che è implicito nelle argomentazioni luterane. Con la Chiesa di
Roma, nella Controriforma, resteranno parte della Francia e le potenze
iberiche, appunto quelle che perderanno la gara della modernità soprattutto nei confronti dell’Inghilterra e dei futuri Stati Uniti.
Il lettore italiano, “naturalmente” e morbidamente cattolico, noterà
forse con qualche sorpresa il tono delle argomentazioni di Lutero: implacabilmente rigorose e consequenziali da un lato, e implacabilmente
dure e beffarde nei confronti di risposte intellettualmente inconsistenti, impresentabili in un serio dibattito teologico e dunque risibili.
Sappiamo che ogni dibattito teologico poggia sul ricorso alle fonti
che più autorevolmente sembrano testimoniare la Parola. Lutero, in polemica con la secolare tradizione romana codificata dal diritto canonico
cui viene attribuita un’autorevolezza pari a quella di Gesù, la scavalca
all’indietro tornando ai testi del cristianesimo delle origini: i Vangeli e
soprattutto le Epistole di Paolo di Tarso, il non–apostolo che pose più
di ogni altro, e con successo, le fondamenta concettuali per la costruzione del Cristianesimo come religione organizzata. Di quest’ultimo
Lutero riprende l’intransigenza fustigatoria verso i corrotti e l’atteggiamento separatista, che diventeranno tratti caratteristici della Riforma e poi del puritanesimo.
32
Martin Luther
Il motivo della penitenza infinita, della “mortificazione della carne”, del disgusto di sé, qui appena sfiorato, verrà ripreso appieno nei
due scritti del 1520.
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