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Israele, terra promessa dell`innovazione

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Israele, terra promessa dell`innovazione
Israele, terra promessa
dell’innovazione
di Simone Botti
IN UN CERTO SENSO, ISRAELE DEVE LA SUA NASCITA ALL’INNOVAZIONE BIOTECNOLOGICA ED A
UN MODELLO DI TRASFERIMENTO DI TECNOLOGIE CHE PRECEDE DI ALMENO MEZZO SECOLO
QUELLO ATTUALE IN EUROPA. SI DICE CHE, QUANDO LORD BALFOUR CHIESE A CHAIM WEIZMANN
COSA VOLESSE IN CAMBIO DELLA POSSIBILITÀ DI USARE PER SCOPI BELLICI IL METODO DA LUI
SVILUPPATO E BREVETTATO PER LA PRODUZIONE DA FERMENTAZIONE DELL’ ACETONE, IL
BIOCHIMICO E FUTURO PRIMO PRESIDENTE DI ISRAELE ABBIA RISPOSTO: “UNA CASA NAZIONALE
PER IL MIO POPOLO”, DANDO COSÌ UN’ULTERIORE E DEFINITIVA SPINTA PER LA DICHIARAZIONE
BALFOUR DEL 1917.
NEL 2005, ISRAELE É RICONOSCIUTA COME UNA DELLE PIÙ AVANZATE KNOWLEDGE ECONOMIES
A LIVELLO GLOBALE, CARATTERIZZATA DAL PIÙ ALTO TASSO PRO CAPITE DI VENTURE CAPITAL AL
MONDO E DAL PIÙ ALTO NUMERO DI AZIENDE QUOTATE SUL NASDAQ DOPO GLI STATI UNITI, MA SI
TROVA DI FRONTE A NUOVE SFIDE PER CONTINUARE A TRASFORMARE QUESTO FERMENTO
INNOVATIVO IN UN NUMERO SOSTANZIOSO DI REALTÀ CAPACI DI RIMANERE “ISRAELIANE”, ED
ALLO STESSO TEMPO OTTENERE E MANTENERE UNA POSIZIONE DI TOP LEADERSHIP A LIVELLO
INTERNAZIONALE.
IL MODELLO INNOVATIVO ISRAELIANO PRESENTA DIVERSI ASPETTI INTERESSANTI ANCHE PER LA
REALTÀ PRODUTTIVA ITALIANA, SPESSO CARATTERIZZATA DA INSUFFICIENTE PRODUZIONE DI
INNOVAZIONE MA DOTATA DI ELEVATE CAPACITÀ DI INTEGRAZIONE, SVILUPPO E
COMMERCIALIZZAZIONE SU SCALA INTERNAZIONALE.
TEMA DELL’ARTICOLO È LA DESCRIZIONE DELLE CARATTERISTICHE E DELL’EVOLUZIONE DEL
MODELLO INNOVATIVO ISRAELIANO, PER POI PROPORRE UN PARADIGMA DI “INNESTO
TECNOLOGICO” UTILIZZABILE COME VOLANO E CATALIZZATORE PER L’ACCENSIONE RAPIDA DI UN
PROCESSO DI INNOVAZIONE.
SIMONE BOTTI È MANAGING PARTNER DI ALTIORA VENTURES, ATTIVA NELL’INVESTIMENTO E NEL
TRASFERIMENTO DI TECNOLOGIE ISRAELIANE IN EUROPA ATTRAVERSO L'ITALIA. INOLTRE, È CONSULENTE
SCIENTIFICO PER IL TECHNOLOGY TRANSFER ALL’INTERNO DELLO SPORTELLO UNICO DELL'AMBASCIATA
ITALIANA IN ISRAELE.
Israele, terra promessa dell’innovazione
di Simone Botti
R
Ricerca, sviluppo ed innovazione in Israele
dagli anni ‘20 alla metà degli anni ‘90
La valorizzazione di scienza, tecnologia ed innovazione come strumento per la creazio-
ne di un mondo migliore e per la sopravvivenza stessa di Israele sono parte integrante della
storia di questo Paese. Scienziati e tecnologi figurano in maniera prominente nella vita pubblica dello Yishuv1 prima, e dello Stato di Israele poi, contribuendo con ben due Presidenti e vari
esponenti dell’alta amministrazione civile e militare.
La creazione nella Palestina pre-bellica di centri di eccellenza, come l’ARO, fondato nel
1921 a Tel Aviv per promuovere la ricerca agricola, il Technion di Haifa (1924), l’Istituto Sieff
(1931-poi Weizmann) e la Hebrew University di Gerusalemme (1925), seguono di pari passo l’organizzazione dell’Histadrut2 (il sindacato unico dei lavoratori), della Hevrat Ha’Ovdim3 (holding
economica ed industriale dell’Histadrut) e dell’Haganah (la principale milizia clandestina durante il periodo del Mandato Britannico e nucleo delle future forze armate Israeliane), che costituiranno poi la spina dorsale amministrativa, industriale e militare del futuro Stato di Israele.
Israele è pioniere nel costruire quello che oggi è il modello più diffuso di trasferimento
di tecnologia (TT) e intellectual property dall’accademia all’industria. Nel 1952 il Technion di
Haifa crea la prima società di commercializzazione di brevetti ed innovazioni derivati dagli studi
degli scienziati, preceduta forse solo dalla Università del Wisconsin. Nel 1959, l’Istituto
Weizmann costituisce la propria società di Technology Transfer, cui seguiranno quelle delle
Università di Tel Aviv e di Gerusalemme. Alla metà degli anni ’60, quindi, Israele ha costituito
un sistema nazionale di TT, che verrà replicato negli Stati Uniti solo negli anni ’80 e in Europa
e Giappone negli anni ’90. Israele è anche tra i pionieri nel promuovere l’immigrazione di scienziati e tecnici, culminata nell’assorbimento
di più di 160,000 fra scienziati, ingegneri,
medici, insegnanti e tecnici4.
L’attuale eccellenza di Israele nella
produzione ed esportazione di alta tecnologia, è stata preceduta da decenni di
relativo isolamento e di pianificazione
centralizzata5. Ancor prima della nascita
dello Stato d’Israele, e fino a tutti gli anni
‘80, gran parte dei finanziamenti vengono
dedicati a due settori cruciali per la
sopravvivenza dello Stato ebraico: la difesa e l’agricoltura.
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Ancor prima della
nascita dello Stato
d’Israele, e fino a tutti
gli anni ‘80, gran parte
dei finanziamenti
vengono dedicati a due
settori cruciali per la
sopravvivenza dello
Stato ebraico: la difesa
e l’agricoltura.
Israele, terra promessa dell’innovazione
di Simone Botti
Il culmine di questo processo si
raggiunge durante gli anni ‘80, quando il
65% della spesa in ricerca e sviluppo viene
dedicato alla difesa, mentre solo il 13% è
diretto verso l’industria civile, e più della
metà degli scienziati e degli ingegneri
impiegati nell’industria lavora su progetti
militari6. Questi sforzi eccezionali rendono
Israele nota per “aver fatto fiorire il deserto” e per aver creato Forze Armate così
tecnologicamente avanzate da riuscire a
sviluppare propri aerei da caccia (il Kfir) e,
secondo fonti internazionali, una forza di
deterrenza nucleare già alla fine degli anni
Fino alla metà degli
anni ‘90, Israele riceve
una quantità
trascurabile di
investimento straniero
diretto (FDI), che
decolla solo dopo le
politiche di profonda
privatizzazione e
liberalizzazione dei
mercati del capitale e
del lavoro.
‘60 (non confermata né smentita dal
governo, secondo una costante politica di “nuclear ambiguity”7).
Meno soddisfacenti sono, tuttavia, i risultati in termini di produttività e competitività nel
periodo successivo agli anni ‘60. Se negli anni ‘50 e ‘60 Israele cresce a ritmi eccezionali, con
incrementi medi del 9.2% annui8, la crescita negli anni ‘70 ed ‘80 è deludente, con medie annue
rispettivamente del 2.7% e dell’ 1.6%, malgrado una percentuale di spesa in R&S nella difesa
pari al 3.1% del PIL (contro lo 0.84% degli USA, lo 0.58% della Gran Bretagna ed lo 0.43% della
Francia)9.
Il “capitale R&S” israeliano cresce in maniera vertiginosa negli anni ‘70 ed ‘80 (del 630%),
ma questo potenziale innovativo non riesce ad incidere sui modelli di produzione israeliani,
bloccati da una politica economica fortemente protezionista ed interventista e dalla crisi petrolifera degli anni ‘70. Vanno poi aggiunti gli effetti del boicottaggio promosso a livello internazionale dagli Stati Arabi, i cui costi per l’economia israeliana sono stati stimati a 40 miliardi di
dollari dal 1948 ad oggi10. Fino alla metà degli anni ‘90, Israele riceve una quantità trascurabile di investimento straniero diretto (FDI), che decolla solo dopo le politiche di profonda privatizzazione e liberalizzazione dei mercati del capitale e del lavoro.
In questi anni, vi è comunque uno sforzo costante del governo per sostenere la crescita
scientifica e tecnologica che, in poco più di un decennio, trasformerà Israele in una delle maggiori potenze globali nelle alte tecnologie. Le fondamenta del sistema vengono gettate nel
1968, con la creazione degli Offices of the Chief Scientist (OCS) nei Ministeri dell’Industria,
Agricoltura, Comunicazioni, Difesa, Infrastrutture e Salute, con il compito di promuovere la R&S
civile nei rispettivi settori. Nel 1985, l’OCS del Ministero dell’Industria diventa il motore princi-
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pale della promozione della R&S civile in Israele.
In parallelo, tra gli anni ’70 ed ’80, si assiste ai primi investimenti da parte di multinazionali come Motorola, IBM ed Intel, con centri di R&S inizialmente focalizzati su progetti a carattere militare, ma poi estesi fino a localizzare una buona parte delle proprie capacità progettuali
e produttive in Israele11. Una notevole spinta viene fornita al settore dell’elettronica e delle
telecomunicazioni dal travaso di numerosi ingegneri dall’ambito militare a quello civile, favorita anche dalla trasformazione “imprenditoriale” della spesa in R&S militare, su progetti legati
ancora al settore della difesa, ma diretti all’esportazione verso Paesi alleati (USA in prima fila),
e da una rilevante crescita nel settore della telecomunicazione civile. Inoltre, nascono i primi
germi di una industria delle biotecnologie, con la creazione di numerose aziende che fanno di
Israele uno dei pionieri in questo campo.
Anche l’industria del venture capital muove i suoi primi passi in Israele all’inizio degli
anni ’80, con un programma che porta investitori dagli Stati Uniti a partecipare in start-up finanziate dall’OCS, ed alla fondazione nel 1985 di Athena, il primo VC Israeliano12. Tra il 1980 ed il
1985 si registrano anche le prime uscite sul NASDAQ di start-up Israeliane.
I primi anni ’90 vedono l’inizio del progetto strategico “incubatori tecnologici”, nato per
rispondere alla necessità di assorbire l’ingente quantità di scienziati e tecnici provenienti dai
paesi dell’ex-URSS, e che diventerà una delle condotte principali di innovazione dall’accade-
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di Simone Botti
mia al mercato13.
A seguito delle riforme di liberalizzazione del mercato del lavoro e dei capitali, verso la
metà degli anni ’90 l’FDI irrompe a cascata in Israele14, fornendo la spinta finale per quella trasformazione che porterà una nazione che solo trent’anni prima esportava quasi solo prodotti
agricoli ad esportare circa 8 miliardi di dollari in high-tech.
Una fotografia di Israele alla metà degli anni ’90 ci permette quindi di identificare tutte
le principali componenti che alimentano la produzione di innovazione israeliana, e che continuano ad evolversi negli ultimi dieci anni. Un esempio è dato dalla politica di liberalizzazione
del mercato del capitale, che nel 2003 privatizza completamente i fondi pensione, permettendo loro di investire in operazioni di venture capital15.
Elementi fondamentali dell’attuale modello israeliano
di innovazione
Possiamo illustrare il sistema di innovazione industriale israeliano come un motore con
quattro componenti: Accademia, Industria, Finanza, e Governo, interconnessi da flussi reciproci di scambio di conoscenze, policy e capitale. Questo motore genera un circolo virtuoso
di creazione di ricchezza.
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Israele, terra promessa dell’innovazione
di Simone Botti
Il modello israeliano è fondamentalmente un
sistema diffusivo, che ha lo scopo di sviluppare al massimo il potenziale pre-esistente costituito da un sistema di R&S di base di elevatissima qualità. Per continuare a generare innovazione, questo potenziale deve
essere costantemente rinnovato con altissime percentuali di investimento in educazione e R&S, con il sostegno di una politica economica favorevole all’afflusso di
FDI16.
Insieme all’industria, i tre agenti fondamentali
sono rappresentati dalle agenzie di TT delle Università
e dei Centri di Ricerca, dai programmi di agevolazione
finanziari gestiti dall’ OCS del Ministero dell’ Industria
e dal sistema di finanziamento privato costituito da
business angels e venture capital, insieme ai fondi pensione e alla Borsa di Tel Aviv. Queste due ultime fonti di capitale sono destinate a diventare
sempre più importanti, grazie alle riforme di liberalizzazione del sistema pensionistico e del
mercato del capitale.
Il sistema di TT accademico in Israele
Il sistema israeliano di trasferimento di tecnologia dalla ricerca all’industria si basa sulla
creazione di un’azienda indipendente, di proprietà dell’Università o del Centro di Ricerca, per
gestire la commercializzazione di tutta la proprietà intellettuale ivi creata. Per il funzionamento
ottimale del sistema, tutto ciò che viene generato all’interno del centro accademico è considerato proprietà del centro stesso e non del singolo ricercatore, che potrà compartecipare in
maniera equa ai profitti con accordi opportunamente stipulati. In questo modo è possibile
negoziare i migliori termini di commercializzazione e licensing, proteggendo anche gli interessi dei ricercatori. Si è così costituita una rete composta dalle agenzie affiliate alle sei principali
Università israeliane, più le agenzie collegate ai due maggiori ospedali e alla rete dei centri di
ricerca agricola.
La commercializzazione della proprietà intellettuale sta diventando una delle maggiori
fonti di finanziamento delle Università e degli Istituti di Ricerca israeliani, e le agenzie israeliane sono diventate fra le più produttive al mondo. Il loro successo deriva dall’operare come dei
venture capitalists interni alle Università, selezionando solo quei progetti che contengano, in
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nuce, tutti gli elementi necessari per svilupparsi in un’azienda di successo. Se necessario, si
assemblano diversi pezzi di proprietà intellettuale per ottenere un prodotto completo ed
attraente per gli investitori.
Supporto governativo all’innovazione industriale:
dagli incubatori al venture capital
L’intervento del Governo israeliano si basa fondamentalmente sulla istituzione
dell’Office of the Chief Scientist (OCS ) del Ministero dell’Industria e sulla legge sul sostegno
alla R&S industriale del 198517. L’OCS ha esteso nel tempo il suo campo di azione anche alla
creazione di un’industria del venture capital ed alla costruzione della rete di incubatori tecnologici18. In tutti i suoi programmi, l’OCS si comporta da investitore neutrale e passivo: nessuna
preferenza è data ad un particolare settore tecnologico19 e la gestione degli investimenti è
lasciata ai soggetti privati. All’OCS rimane il compito di verificare la conformità degli investimenti effettuati con gli obiettivi del programma. I finanziamenti sono quasi sempre erogati
come sovvenzioni a fondo perduto e restituiti sotto forma di royalties solo in caso di successo
del progetto. Gli imprenditori e le start-up non vengono gravati di debiti e si incentiva così la
imprenditorialità high-risk/high-reward. L’utilizzo di questi strumenti è facilitato dalla snellezza
procedurale assicurata dalla autonomia amministrativa di ogni programma all’interno dell’OCS
e dalla possibilità di presentare domande di finanziamento on-line con la procedura di “rolling
submission”, cioè dell’automatica iscrizione alla prima sessione disponibile per l’esame.
L’azione dell’OCS accompagna l’intero processo “naturale” di crescita di un progetto,
dallo stadio di pura proprietà intellettuale, o progetto teorico, fino alla costituzione di un’azienda autonoma. Si utilizza la terminologia pre-seed e seed per identificare quei progetti che
non hanno ancora raggiunto un livello di sviluppo tale da permetterne l’uscita sul mercato, se
non come start-up; si passa poi agli stadi early e advanced, in cui le start-up dimostrano le
prime capacità di produrre e commercializzare in maniera indipendente i loro prodotti, o possono usufruire di un flusso di entrate attraverso progetti in collaborazione con partner strategici, riducendo il loro profilo di rischio e rendendosi attraenti per investitori come i fondi venture
capital.
Per gli stadi iniziali definiti pre-seed, l’OCS fornisce supporto fino all’85% (con un tetto
di circa $50,000 e al massimo per un anno) del capitale necessario per la creazione di prototipi, la redazione di business plan e la ricerca di fondi addizionali per la creazione di una start-up.
Lo stadio successivo (seed) comporta di solito il passaggio nella rete di incubatori tecnologici20. Questa rete, costituita da 23 incubatori quasi tutti gestiti da investitori privati o da fondi
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venture capital, ha lo scopo di promuovere il passaggio dai prototipi a prodotti commercializzabili e di permettere, ai neo-imprenditori provenienti dal settore accademico, di sviluppare le
capacità di management necessarie a gestire una start-up. Anche per questi progetti il supporto governativo è pari all’ 85% (circa $400,000 in due anni). Un altro programma, denominato fondo Heznek, prevede una compartecipazione governativa fino al 50% nel capitale della
start-up, con un massimo di circa 1.5 milioni di dollari. Un meccanismo particolare permette di
abbattere il rischio di investimento in start-up ancora troppo acerbe e, nel caso di successo,
consente ai fondi VC coinvolti di raddoppiare il proprio pacchetto di azioni ad un prezzo decisamente di favore.
A questi programmi si affiancano, infine, gli strumenti di promozione della R&S industriale, in cui il finanziamento arriva al 50% del progetto presentato, i vari progetti di supporto
alla R&S di base, in cooperazione tra accademia ed industria, e una serie di fondi binazionali,
sull’esempio di quello con gli Stati Uniti21.
Appare chiaro come questo programma di incentivi rafforzi il carattere diffusivo del
modello innovativo israeliano e, pur distribuendo somme consistenti a fondo perduto, sia
estremamente attento ad intervenire solo in caso di fallimento sul mercato, limitando il suo
intervento agli incentivi ed al controllo di qualità e lasciando la gestione in mano a soggetti privati sottoposti ai meccanismi di mercato.
Il venture capital israeliano
Israele detiene il primato di nazione con la più alta densità di venture capital pro capite.
Questa industria, creata sul modello originale di venture capital sviluppato negli Stati Uniti tra
gli anni ’50 e ’70, è sorta grazie alla creazione del programma Yozma nel 1993.
Yozma nasce come fondo governativo di venture capital puro22, con un capitale di $100
milioni e due obiettivi principali:
- costituire un fondo di fondi per investire $ 80 milioni in dieci fondi VC privati, con l’obbligo per ciascuno di essi di raccogliere almeno altri 12 milioni di dollari di capitale privato e
con la partecipazione di almeno un investitore straniero di alta reputazione;
- costituire un fondo VC di 20 milioni di dollari con cui investire direttamente in start-up.
Il programma viene strutturato come una vera e propria scuola di venture capitalism: un
rappresentante di Yozma nei comitati di investimento dei vari fondi garantisce un flusso ottimale di informazioni sulle opportunità di investimento e favorisce la compartecipazione tra
fondi in molte delle start-up. In più, la presenza di investitori esteri esperti e di solida reputazione permette l’apprendimento dei migliori metodi di gestione da parte dei futuri manager
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di Simone Botti
di fondi israeliani.
Il successo del programma Yozma è
indubbio: il programma viene privatizzato
completamente già nel 1997 e, grazie ad
esso gli investimenti in venture capital crescono da 5 milioni di dollari nel 1990 a 3.7
miliardi di dollari nel 200023 e il numero di
investment bank straniere passa da una a
26. Il numero totale di start-up create è
superiore a 2000, il totale del capitale raccolto dai fondi VC supera i 10 miliardi di
In più, la presenza di
investitori esteri esperti
e di solida reputazione
permette
l’apprendimento dei
migliori metodi di
gestione da parte dei
futuri manager di fondi
israeliani.
dollari, quello raccolto nel mercato dei capitali supera i 15 miliardi ed il volume in merger &
acquisition ha superato i 20 miliardi di dollari24.
L’esperienza israeliana, come quella statunitense, dimostra l’importanza per l’industria
del capital venture di un’azione catalizzatrice da parte del governo, ma la particolarità è che,
ancora oggi, la maggior fonte di finanziamento dei fondi israeliani viene da Stati Uniti, Europa
ed Asia, con una componente ridottissima di capitale locale. Anche perché quasi tutti i maggiori fondi israeliani hanno filiali negli USA e promuovono in maniera costante ed aggressiva le
loro connessioni con multinazionali ed istituti finanziari negli Stati Uniti.
Problemi del modello israeliano di innovazione:
il caso delle biotecnologie
Il successo indiscutibile del sistema di promozione dell’innovazione industriale in Israele
si è manifestato appieno solo in quei settori in cui tutti gli elementi finora descritti erano presenti ed operanti al massimo delle loro capacità. Dove anche solo uno di questi elementi è
venuto a mancare, il sistema non ha prodotto risultati straordinari o ha dato luogo a veri e propri fallimenti. Sotto questo profilo, può essere utile analizzare il caso dell’industria delle biotecnologie.
A prima vista, l’industria biotecnologica sembra essere destinata ad un successo pari a
quello del settore ICT: Israele è leader nella produzione scientifica di base nelle cosiddette
scienze della vita, è uno dei Paesi con più brevetti nelle biotecnologie ed ha il più alto numero di start-up biotecnologiche al mondo25. In effetti, il settore industriale delle Scienze della
Vita, che comprende al suo interno i sotto settori dell’agrotech, della strumentazione medica e
della farmaceutica, gode di ottima salute ed Israele sta ottenendo rapidamente posizioni di
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di Simone Botti
leadership globale. Tuttavia, un
esame delle sue componenti rivela
la profonda crisi delle biotecnologie. In questo sottosettore, Israele
ha utilizzato quasi tutti gli elementi
che hanno contribuito al successo
degli altri settori high-tech, ma la
particolare natura dell’industria biotech, particolarmente il bisogno di
ingenti investimenti in infrastrutture
per la produzione e il ciclo di vita
molto più lungo delle start-up biotech rispetto a quelle operanti nei
campi dell’ICT (o persino degli strumenti medicali), hanno portato alla
crisi di quella che era una delle
prime vere industrie biotech al
mondo, con la presenza alla fine del
2005 di uno sciame di piccole aziende, affamate di capitale ma non
abbastanza mature per i fondi VC
locali.
Il sostegno del sistema di
incubatori alle start-up biotech si è
rivelato insufficiente, specialmente
Topfoto/Archivi Alinari
nei finanziamenti, e la creazione di
incubatori speciali per il settore biotech, per una serie di ritardi e rimo-
dellamenti, si è ridotta ad un solo incubatore volto a sviluppare farmaci e non aziende26. A
tutt’oggi solo il 28% delle aziende biotech genera entrate, quasi solamente nel settore della
diagnostica e della fornitura di servizi di R&S alle industrie farmaceutiche27. Per contro, nel settore degli strumenti medicali, pur con un altissimo numero di piccole aziende e per l’80% nate
negli ultimi sette anni, il 51% delle aziende riesce a generare entrate28.
Una parziale risposta ad un andamento così divergente si può trovare nel fatto che nel
settore della strumentazione medicale la maggior parte degli imprenditori viene dagli stessi
ambienti che hanno fornito il capitale umano per la creazione dell’industria ICT israeliana, che
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Israele, terra promessa dell’innovazione
di Simone Botti
il settore non necessitava di ulteriori investimenti strutturali come la costruzione di un impianto per la produzione e purificazione su scala industriale di materiale biologico ad uso terapeutico e che il ciclo di vita (da idea a prodotto commerciabile) per gli strumenti biomedicali è più
corto di almeno il 50% di quello di un farmaco.
Si può concludere che il modello israeliano non ha funzionato dove, anche in presenza
di un forte potenziale di R&S di base, non si sono generate a sufficienza conoscenze e capacità
tecniche e di management prettamente industriali, necessarie per sostenere le start-up durante la loro crescita e non si è riusciti, inoltre, né a fornire il capitale necessario a progetti con un
ciclo di vita molto più lungo, né a coinvolgere un adeguato numero di aziende straniere di altissima reputazione.
Elementi trasferibili del modello israeliano e
trapianto di innovazione
La necessità di incrementare la propria capacità di innovazione ha generato in Italia
curiosità sulle modalità di promozione del processo innovativo in Israele.
L’ottimo studio svolto dal progetto IFISE, mirato a “tradurre” il modello israeliano per
l’Italia e l’Europa, è stato utilizzato dall’ingegner Vittorio Modena, promotore del progetto, per
descrivere in maniera dettagliata le modalità di trasferimento di questo sistema29.
Quattro proposte concrete escono da questo studio: la creazione di un’autorità sulla falsariga dell’OCS israeliano, la creazione di due fondi venture capital per investimenti nella fase
seed, uno per le aziende ad alta intensità di ricerca ed uno per l’industria tradizionale nelle aree
depresse italiane e, infine, la creazione di un incubatore speciale per le aziende biotech. Questi
interventi dovrebbero essere focalizzati nelle regioni in cui è già presente una massa critica di
potenziale di R&S di base, di accesso al capitale e di vicinanza a grandi aziende del settore.
Ai suggerimenti contenuti in questo studio si possono aggiungere alcune
considerazioni.
La più semplice è che senza un drastico aumento dell’investimento in R&S di
base, unito allo snellimento delle procedure di TT, questo modello è destinato a
rimanere senza carburante nel giro di
pochissimo tempo. Il tempo necessario a
rinforzare le capacità di R&S e di TT, anche
La necessità di
incrementare la propria
capacità di innovazione
ha generato in Italia
curiosità sulle modalità
di promozione del
processo innovativo in
Israele.
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Israele, terra promessa dell’innovazione
di Simone Botti
in un distretto di eccellenza come
la Lombardia, si misura in decenni
e durante questo periodo è
necessario “trapiantare” realtà
imprenditoriali già pronte, che
possano
costituire
nuclei
di
aggregazione.
Il bacino di start up biotecnologiche più vicino all’Italia è
proprio Israele, ed un programma
Questo modello
imprenditoriale favorisce
l’assunzione di rischio, sul
principio del “ failure
breeds success”, poco
presente in Italia, ma testato
ormai migliaia di volte negli
Stati Uniti ed in Israele.
che preveda incentivi per il loro trasferimento in Italia permetterebbe la creazione di questi
nuclei di aggregazione. Inoltre, l’innesto di start-up israeliane ovvierebbe ai problemi di crescita e di capacità di management di queste aziende, opportunità che potrebbero essere trovate in Italia, con la sua rete di case farmaceutiche e di aziende biotech di misura perfettamente
adatta a partnership di sviluppo con le aziende israeliane.
L’innesto tecnologico può essere favorito anche dalla creazione di un fondo binazionale che promuova l’incubazione mutua di start-up, con un periodo iniziale in Israele ed uno successivo in Italia, secondo un piano di lavoro pluriennale ben definito.
La seconda considerazione è che una industria del venture capital, inteso nella sua accezione USA o israeliana, non riuscirà mai ad attecchire in un substrato imprenditoriale che non
abbia come suo scopo ultimo portare l’azienda alla quotazione su di un mercato pubblico o
all’acquisizione da parte di un partner strategico.
Questo modello imprenditoriale favorisce l’assunzione di rischio, sul principio del “failu-
re breeds success”, poco presente in Italia, ma testato ormai migliaia di volte negli Stati Uniti
ed in Israele e sanzionato dalla presenza di centinaia di aziende israeliane sul NASDAQ.
Conclusioni
Ad eccezione delle componenti collegate all’influenza dell’apparato militare sulla R&S
civile in Israele, la maggior parte dei restanti elementi non contiene connotazioni culturali difficili da trasferire nel tessuto economico e sociale italiano.
È necessario però togliere i freni al flusso ottimale di conoscenze e capitale, mediante
un processo che permetta un più efficiente trasferimento di tecnologie tra accademia ed industria e fornendo finalmente vere fonti di venture capital agli imprenditori ed alle start-up che lo
meritano.
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Israele, terra promessa dell’innovazione
di Simone Botti
L’implementazione di un modello di tipo israeliano è comunque un processo pluriennale ed un processo di trapianto di un buon numero di start-up pronte a trasferirsi da Israele
potrebbe fornire un buon catalizzatore per mettere in moto quegli elementi già presenti in
Italia, innestando modelli di imprenditorialità invece quasi assenti.
Se l’obiettivo strategico scelto fosse il settore delle biotecnologie, i numerosi studi fatti
sia in Italia che all’estero porterebbero ad identificare la Lombardia (con la possibile aggiunta
del Lazio), come la regione in cui l’implementazione di questo modello in maniera integrale
potrebbe essere effettuata in tempi relativamente brevi, imparando più dagli errori commessi
in Israele che dai suoi successi.
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Note e indicazioni bibliografiche
1 Il termine “Yishuv” identifica la popolazione ebrea residente in Palestina prima della nascita dello Stato di Israele.
2 L’Histadrut nasce negli anni ‘20 come organizzazione rappresentativa dei lavoratori ebrei nella Palestina del
Mandato Britannico, occupandosi anche di una ampia gamma di attività volte a creare la struttura sociale ed economica del futuro Stato di Israele.
Per uno studio delle peculiarita’ del movimento sindacale Israeliano si veda:
Leonardi, Salvo Quando il sindacato si fece Stato: la strana storia dell’Histadrut, in “QRS”, n. 2/2000 Ediesse, Roma
3 Hevrat HaOvdim (Associazione Generale Cooperativa del Lavoro) è stata fondata dopo la Prima Guerra Mondiale,
con lo scopo di creare la spina dorsale economica del futuro Stato di Israele su basi cooperative. Alla fine degli anni
‘80 contribuiva per circa il 25% del PIL di Israele, esportava per oltre un miliardo di dollari statunitensi, impiegava
direttamente ed indirettamente circa un milione e mezzo di persone e controllava la larga maggioranza delle attività
economiche e produttive dell’economia israeliana, oltre che la gran parte dell’assistenza sanitaria, dei fondi pensione
e delle strutture assistenziali per anziani, creando un vero e proprio Stato nello Stato. Dopo i programmi di riforma
dell’economia, la quasi totalità di questi interessi economici sono stati privatizzati.
4 Geva-May, Iris (1998) Policy Feasibility And Immigrant Absorbtion In A Mass Immigration Context:.
Review of Policy Research 15 (2-3), 226-266.
5 Per una disamina dettagliata del ruolo interventista del governo fino all’ inizio degli anni ‘90: Plessner, Yakir, The
Political Economy of Israel- from ideology to stagnation 1994 SUNY Press, Albany
6 Lifshitz, Yaakov, Defence Economics, The General Theory and the Israeli Case, The Jerusalem Institute for Israel
Studies, and the Ministry of Defence - Publishing House, 2000, (in Ebraico).
7 Un resoconto dettagliato sulla politica di “nuclear ambiguity” di Israele è in: Cohen, Avner Israel and the Bomb
Columbia University Press, New York 1998
8 Neuman, Shoshana Aliyah to Israel: Immigration Under Conditions of Adversity Discussion Paper No. 89 (December
1999), Institute for the Study of Labor (IZA), Bonn, p.22.
9 Lifshitz , 2000
10 Elizur, Yuval, Economic Warfare: The One Hundred Year Economic Confrontation Between Jews and Arabs (Israel:
Kineret, 1997) (in Ebraico).
11 Secondo il Ministero dell’Industria israeliano, circa il 50% dei prodotti Motorola (adesso Freescale) sono stati sviluppati in Israele. L’IBM ha recentemente aperto il più grande centro di R&S al di fuori degli USA a Haifa, ed Intel ha
progettato e sviluppato in Israele i chip Pentium II, III, e Centrino.
12 Avimelech, Gil; Kenney, Martin; Teubal, Morris; Building Venture Capital Industries: Understanding the U.S. and
Israeli Experiences BRIE Working Paper 160, UC Berkeley (2003)
13 Per l’influenza degli incubatori tecnologici sull’assorbimento degli scienziati ex-URSS: Darr , Assaf; Rotschild,
Leora; Social Capital and the Absorption of Immigrant Scientists and Engineers into Israeli Communities of Experts,
Israel Studies 9.2 (2004) 106-120
14 Dal 1993 al 1997 Israele riceve circa 7 miliardi di dollari in FDI, e 4.05 miliardi solo nel primo quarto del 2005 (fonti:
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Israele, terra promessa dell’innovazione
di Simone Botti
Banca d’Israele, Ministero delle Finanze)
15 Opportunities in the Israeli Pension Markets, AltioraVentures Internal Publication (2005)
16 In questo campo Israele sta affrontando la sfida alla sua permanenza nell’olimpo delle knowledge economies.
Negli ultimi anni si è assistito all’erosione dell’eccellenza israeliana nella R&S di base ed al costante degrado del suo
sistema scolastico. Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica, il sostegno governativo alle Università negli anni ’90 è passato dal 51 al 57%, mentre la media OECD per il 1997 si attesta all’ 82%; la media OECD della spesa governativa per
l’educazione di terzo livello è del 2.7%, in Israele solo del 2.2%
17 Il testo della legge aggiornato al 2005 può essere scaricato dal sito del Ministero dell’Industria israeliano.
18 Uno schema dei programmi dell’OCS del Ministero dell’Industria Israeliano può essere scaricato qui:
http://www.moit.gov.il/NR/old_res/E77F75AC_5AB0_413C_BF94_ADA9E8104F7B.files/ocsHighlight.pdf
19 Con la sola eccezione delle biotecnologie, per la difficoltà della maggioranza delle start-up ad ottenere finanziamenti da investitori istituzionali.
20 Per una descrizione dettagliata degli Incubatori Tecnologici: http://www.incubators.org.il/
21 Nel 2005 è stato costituito il fondo binazionale Israele-India, il primo fondo che l’India abbia mai siglato.
22 Per puro si intende un fondo di VC, costituito come associazione tra General Partner (gestore del fondo) e Limited
Partners (fornitori di capitale), che investe in aziende e riceve come controparte azioni, senza gravare di debiti l’azienda (straight equity investment).
23 Israel Venture Capital Association: http://www.iva.co.il. Si veda anche: http://www.ivc-online.com/.
24 Avimelech 2003
25 Israel Life Sciences Industry Organization: http://www.ilsi.org.il, Ministero dell’Industria, Ministero dell’Estero
26 L’incubatore è BiolineRx: http://www.biolinerx.com
27 Fonte: ILSI
28 Ibid
29 Modena, Vittorio Proposte per la Creazione di Fonti Efficaci di Capitale di Rischio in Italia, Franco Angeli editore,
Milano (2003); Progetto IFISE
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