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Casoli nella contea di Manoppello: dalla monarchia

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Casoli nella contea di Manoppello: dalla monarchia
Prof. Nicola Fiorentino
Casoli nella contea di Manoppello: dalla
monarchia normanno-sveva agli Angioini.
(Seconda conversazione sulla storia di Casoli – 11 aprile 2010)
*****
Abbiamo interrotto la conversazione del 7 febbraio scorso sostenendo che la nostra torre sia stata eretta nel XII secolo nel
contesto di un assetto territoriale perseguito dal governo centrale. Per quasi tutta la metà di quel secolo, infatti, la monarchia
normanna, nelle persone di Guglielmo I° e di Guglielmo II°, si
trovò, da una parte, a dover fronteggiare le insurrezioni dei feudatari e, dall’altra, fenomeni di banditismo e di rivolte contadine,
con una lunga catena di violenze dei baroni e contro i baroni.
Ebbene, c’è un dato che, a questo proposito, sembrerebbe confermare la nostra tesi: si tratta di una norma delle Costituzioni di
Melfi (1), emanate nel 1231, con cui l’imperatore Federico II°
ordinava che fossero diroccate torri e fortezze innalzate dai feudatari in quel periodo turbolento, vietava di restaurare le antiche
e crollanti fortezze senza espressa licenza del principe e, ovviamente, di erigerne di nuove nei luoghi demaniali e, a maggior ragione, nei territori feudali. Per gl’inadempienti era prevista la
rimozione dai rispettivi feudi. Ora vorrà pur dire qualcosa il fatto
che la nostra torre si erga orgogliosamente integra nella sua sagoma e non mostri segni di restauro alcuno, se si eccettua quello
recentissimo di non molti anni fa. Tuttavia, su questo argomento
non nego che in teoria si potrebbero fare altre ipotesi, ma bisognerebbe formularle sulla base di qualche indizio che, allo stato
attuale delle mie ricerche, francamente non intravedo, anche alla
luce di quanto dirò tra poco a proposito di Boemondo di Tarsia,
conte di Manoppello.
In che modo comunicassero tra loro i vari punti di avvistamento
lo possiamo desumere da una disposizione con cui, nel 1273 siamo ormai in periodo angioino - si ordinava a tutti i Giustizieri
del Regno di predisporre un servizio di vigilanza per la difesa
dei litorali e che, a tal fine, nelle torri e in altri luoghi della costa
dimorassero uomini armati, i quali, in caso di allarme, dovessero
chiedere l’intervento degli uomini dei paesi vicini (2). Il pericolo
doveva essere comunicato con fuochi di notte e col fumo di
giorno, nella proporzione di un fuoco o fumata fino a 4 galee,
due fino a 8, tre fino a 12, quattro fino a 16 e cinque per maggior
numero. E’ probabile, perciò, che con modalità analoghe corrispondessero tra loro anche le vedette dell’interno.
Sempre in tema di amministrazione del territorio va segnalata la
presenza a Casoli di un ‘passo’ - come allora si diceva - e cioè un
punto dove si pagava il pedaggio. Non sappiamo dove fosse situato, se a guardia di un ponte sull’Aventino, oppure altrove, in
qualche punto strategico della ‘montaniera’, all’altezza di qualche biforcazione, perché, come ben sapete, c’è una diramazione
per Altino, un’altra per Lanciano ed un’altra ancora per Guardiagrele.
Secondo il Galanti (3), i pedaggi furono istituiti dai Normanni;
il Bianchini (4), invece, sostiene che i Normanni li ereditarono
dai Longobardi; ma tutti e due concordano nell’affermare che i
sovrani normanni li ritennero “come loro pregevolissima regalia”, sicché ne affidarono la riscossione ai balivi alle dipendenze
dei ‘camerari’ o - come si dirà più tardi - dei ‘camerlenghi’. La
loro ratio veniva fatta dipendere dalla necessità di rendere le
strade agevoli e sicure. Senonché, non tardò l’avidità dei baroni
ad appropriarsi di tale istituto per trasformarlo in una loro esclusiva fonte di guadagno. Scrive Giuseppe Maria Galanti: “Fino al
1380 i baroni non avevano avuto nelle lor terre la giurisdizione
criminale, onde non riusciva loro facile stabilirvi dazi, perché
gli ufficiali del Re vi avevano la cognizione de’ delitti che vi si
commettevano. Ma, diviso il Regno in due partiti, per le guerre
insorte fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i baroni col favor
dell’anarchia cominciarono a commettere attentati contro la libertà pubblica e ad astringere i popoli a pagar pedaggi sotto diversi pretesti. Avendosi bisogno de’ baroni, la corte tollerava e
talvolta confermava le usurpazioni”. Le cose si trascinarono così
per tutta la metà del Quattrocento. Poi, i pedaggi furono proibiti
nel 1469, terminata la guerra tra Ferdinando I° d’Aragona e Giovanni d’Angiò. In tutto il Regno ne restarono attivi soltanto 26 e
«si ordinò di tenersi esposta in pubblico la tassa dell’esazione
scritta in grosso carattere perché da ciascuno fosse veduta e letta». Altri passi nelle nostre vicinanze furono allora proibiti:
quelli di Bomba, Campo di Giove, Castelnuovo, Colledimacine,
Lama, Montazzoli, Monteferrante, Orsogna, Ortona, Palena, Pietraferrazzana, Roccascalegna, Taranta, Torricella.
Tra gli eccessi a cui si abbandonarono i baroni nella gestione di
tali passi vale la pena di segnalare quella di un certo Matteo de
Plexiaco, signore di Manoppello, il quale, evidentemente commetteva parecchie prepotenze nei riguardi di quanti transitavano
per le sue contrade. Un brutto giorno del 1273, però, scoppiò una
rissa tra i suoi sgherri (familiares) ed alcuni cittadini di Teramo.
Da allora il Plexiaco si mise a infierire verso questi ultimi quando gli capitavano tra le mani: li spogliava dei loro beni, li ricattava e li sottoponeva a dure sevizie, come fece con un commerciante che con la sua mula si recava a S.Clemente a Casauria:
non soddisfatto di averlo trattenuto in carcere per molto tempo,
alla fine ordinò ai suoi bravacci di cavargli gli occhi (5).
Con la conquista normanna la contea teatina fu smembrata e
Casoli venne a far parte della contea di Manoppello che, intorno
al 1150, abbracciava, all’incirca, la fascia pedemontana della
Maiella orientale da Manoppello, appunto, fino a Palena. Nel
Catolgus Baronum (6) Casoli, al pari di Laroma vi compare come un feudo duorum militum. E tale attestazione ci dice che Laroma e Casoli erano due università distinte e separate. Anche
Pretoro, Pennapiedimonte, Altino erano feudi duorum militum.
Meraviglia non poco che Prata venisse considerata come feudo
duorum militum, mentre Civitella Messer Raimondo come un
feudo unius militis. Un dato, questo, su cui varrebbe la pena di
condurre una ricerca approfondita, anche in considerazione del
fatto che Evelyn Jamison, l’editrice del sopradetto Catalogus,
sempre a proposito di Prata, riporta un’altra menzione che suona
così: Clerici castri Prate (7). Dunque, Prata era addirittura un
castrum? E non un feudo rustico, come sarà considerato più tardi? E quel clerici allude a qualche chiesa, a qualche convento
oppure a quel cenobio, di cui, a suo tempo, ho parlato su CasoliComunità? En passant ci piace ricordare che il nostro Giulio De
Petra - come annota il Croce nel suo studio su Montenerodomo
(8) - “fece oggetto di lunghi studi il catalogo dei feudi di questa
parte dell’Abruzzo”.
Quanto alle dizioni unius militis, duorum militum, relativamente al periodo normanno, possiamo spiegarlo con le parole di Matteo Camera: «La rendita di 20 once (d’oro) formava un feudo,
per lo quale si doveva il servizio di un milite... Ne'feudi abitati
per ogni 20 once di rendita si doveva il servizio di un milite con
due uomini a cavallo, che si dicevano servientes... Il servizio
feudale era personale e durava tre mesi. Per una grazia del principe si poteva convertire in danaro e questo si chiamava adhoamentum, adhoum, adhoa» (9).
A questo punto - secondo un vezzo abbastanza diffuso tra gli
appassionati di storia locale - dovrei riportare l’elenco dei conti
di Manoppello fino al momento in cui nel feudo subentrarono gli
Orsini (10). Io non lo farò perché già nella conversazione della
volta scorsa abbiamo accennato alla instabilità politica dovuta alle ribellioni dei feudatari contro la monarchia (e i conti di Manoppello vi ebbero la loro parte). Ma questa è storia generale
che, per il resto, non getta alcuna luce sulla situazione locale, ad
eccezion fatta per i contrasti con l’abbazia casauriense, di cui,
pure, abbiamo fornito qualche ragguaglio.
Merita invece sottolineare come Boemondo I° di Tarsia - il quale tenne la contea dal 1140 al 1156 - fosse nominato Giustiziere
in Chieti da re Ruggero II° d’Altavilla, il quale venne da noi in
Abruzzo per organizzare l’amministrazione della regione utilizzando funzionari della Val di Crati, dove era radicata una lunga
tradizione amministrativa e giuridica. Nel 1150 Boemondo è
nominato connestabile in ‘Abruzzo’ (il grado di conestabile è
quello di primo ufficiale nel Regno o in una sua regione). “Svolge l’incarico munito di poteri eccezionali in un’area che per
grandezza non è paragonabile a quella di nessun’altra ‘comestabulia’ del Regno” ed il sovrano lo definisce “protectorem et
defensorem Regni mei” (11).
Come si vede, ecco un ulteriore argomento a favore di quanto
abbiamo già detto circa l’elevazione della torre, con il problema
dell’incastellamento che, in qualche modo, vi è connesso.
*****
La già denunciata insufficienza - che a volte diventa assoluta
mancanza - di fonti documentarie non ci permette di lumeggiare
come vorremmo questo periodo del medioevo che va dalle origini di Casoli fino al Quattrocento. Più che all’Archivio di Stato di
Napoli le ricerche - a mio avviso - andrebbero proseguite
all’archivio del Vaticano. Diceva, ad esempio, Bartolomeo Capasso agl’inizi del secolo scorso: “Ricorderò primieramente la
badia di S.Salvatore a Majella in Abruzzo, che, fondata nel secolo XI°, era molto ricca di carte assai utili alla storia ed alla topografia della regione settentrionale dell’antico reame. Conceduta poscia al Capitolo Vaticano, i documenti passarono in Roma ed ivi tuttora debbono conservarsi nell’Archivio di S.Pietro”
(12). Tale badia si trovava nel territorio di Rapino e, tra gli altri
feudi, possedeva la nostra contrada di Colle Merone. Poi, i futuri
storici casolani farebbero bene a non trascurare la raccomandazione di Lucien Febvre, uno dei primi e maggiori annalisti francesi, che insisteva sulla necessità di chiamare alla collaborazione
qualunque disciplina in grado di lumeggiare l’evoluzione
dell’uomo e delle sue culture. Così scriveva: «I testi, certamente,
ma tutti i testi. E non solo i documenti d’archivio... Ma anche un
poema, un quadro, un dramma: documenti, per noi, che testimoniano una storia viva ed umana, saturi di pensiero e d’azione in
potenza... I testi, evidentemente: ma non soltanto i testi. Anche i
documenti, qualunque sia la loro natura; quelli che vengono utilizzati da lungo tempo; quelli, soprattutto, che sono procurati
dallo sforzo fortunato di nuove discipline; la statistica, la demografia, che si sostituisce alla genealogia, nella misura in cui
Demos prende il posto, sul loro trono, dei re e dei principi; la
linguistica, che con Meillet afferma che ogni fenomeno linguistico manifesta un fenomeno di civiltà; la psicologia, che passa dallo studio degli individui a quello dei gruppi e delle masse; e
quante altre ancora... La storia si costruisce senza esclusioni, con
tutto ciò che l’ingegno umano può inventare e combinare per
supplire al silenzio dei testi, alle distruzioni dell’oblio» (13).
Molto bello! Purtroppo, si tratta di un metodo inattingibile per
le mie scarse possibilità che non si son potute avvalere, come è
possibile nelle università, di un qualche team di ricerca. Tuttavia,
sia pure in perfetta solitudine, ho cercato, lungo l’arco di un ventennio ed oltre, di delineare la civiltà casolana all’incirca dalla
metà del Cinquecento fino ai giorni dell’Unità d’Italia, guardando non tanto alle gesta (o ai vizi) di regnanti e potenti, quanto
piuttosto ai sacrifici e all’operare silenzioso degli umili, e degli
oppressi. Se è vero, infatti, che le grandi decisioni, quelle che
provocano le svolte della storia, sono prese nelle reggie e nelle
capitali, gli effetti di quelle decisioni, poi, le risentono, nel bene
e nel male, le grandi masse delle periferie.
Allora, per meglio comprendere ciò che verremo dicendo nel
prosieguo di questi nostri incontri, è opportuno ricordare alcune
tappe importanti del periodo che stiamo trattando, con i relativi
accadimenti che segneranno la realtà meridionale ancora per parecchi secoli a venire.
Nel 1189 Guglielmo II°, re di Sicilia, muore senza eredi. Ma,
intanto, i buoni rapporti che seppe instaurare con l’imperatore
Federico I° portarono nel 1186 al matrimonio di Enrico VI°, figlio del Barbarossa, con Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero
II° e zia di Guglielmo II°. Sicché, nel 1197, alla morte di Enrico
VI°, Federico II°, suo figlio, ereditò sia la corona imperiale, con i
domìni germanici e dell’alta Italia, sia il regno di Sicilia. Si presentava, così, per la prima volta dall’inizio delle invasioni barbariche l’occasione di riunificare l’Italia riaccorpando i territori
della monarchia normanno-sveva con quelli dell’Impero. Ma per
raggiungere un simile obbiettivo bisognava superare
l’opposizione congiunta dei Comuni altoitaliani e dello Stato
Pontificio, ugualmente gelosi della loro autonomia. Tra l’altro,
proprio nei decenni precedenti Innocenzo III° aveva formulato la
teoria teocratica della supremazia assoluta del potere spirituale
su ogni altra autorità. Dunque, il papa, vicario di Cristo, riceve
da Dio sia il potere spirituale, sia il potere temporale e delega
l’autorità temporale ai sovrani, che però devono esercitarla sotto
la guida e nell’esclusivo interesse della Chiesa. Nel 1250 muore
Federico II°. L'
impero e il regno di Sicilia rimangono al figlio
Corrado IV° (1250-1254). Ma reggente in Sicilia è Manfredi, un
figlio naturale di Federico II°. Dopo alterne vicende nello scontro tra Manfredi e il papato, nel 1263 Urbano IV° offre la corona
siciliana, sotto la sovranità papale, a Carlo, conte d’Angiò e di
Provenza, fratello di Luigi IX° re di Francia. Tre anni dopo, vinto dall’esercito di Carlo d’Angiò, Manfredi muore nella battaglia
di Benevento. Con la sconfitta nel 1268 a Tagliacozzo di Corra-
dino, nipote di Federico II°, si concludeva l’esperienza della gloriosa monarchia normanno-sveva, dominata nella sua fase terminale dal genio politico di Federico II°.
In passato la polemica antifeudale di marca ottocentesca ha
condizionato il giudizio storico su questo principe, vissuto nel
Duecento, a cui sono stati attribuiti “statura e sentimenti di un
principe del Rinascimento, o addirittura di un sovrano illuminato del secolo XVIII. Tra i quali, è ovvio, a causa della varietà e
complessità di atteggiamenti ideali e motivi pratici, non esisteva,
né poteva esistere alcuna identità di fondo” (14). Si è forse anche esagerato nell’attribuire a questo sovrano l’intento di costruire un diverso modello di gestione del potere, quasi a prefigurare
le caratteristiche dello Stato moderno. Perché è vero, infatti, che
nell’esercizio del suo governo egli si servì di pubblici funzionari
direttamente alle sue dipendenze ma, ad un’attenta lettura delle
già citate Costituzioni di Melfi, ci si accorge che “scopo di Federico II° non era quello di distruggere la feudalità, cosa del resto
impossibile, ma quello di ridimensionarne la capacità economica, ridurne gli abusi e regolarne i rapporti con la Corona secondo una linea politica destinata di fatto a risolversi, quali che
fossero gli strumenti scelti per attuarla, in un’operazione di restaurazione dello stato normanno” (15), dopo un lungo periodo
di abusi e usurpazioni ai danni del demanio regio perpetrati dalla
nobiltà feudale. Comunque, quale che possa essere il giudizio intorno a tale questione, la figura di Federico II° ci appare ugualmente gigantesca e, dunque, sono largamente condivisibili i riconoscimenti che gli tribùta il Croce quando loda l’istituzione
“dei visitatori delle provincie e delle periodiche assemblee per
raccogliere i gravami, l’agricoltura migliorata e i commerci
promossi, il favore alla cultura e all’intelligenza, la fondazione
di un’ università di stato che fu quella di Napoli, la costante tendenza razionalistica opposta al superstizioso e barbarico e passionale procedere che ancora perdurava in altre parti
d’Europa” (16).
La vittoria del partito angioino comportò la rifeudalizzazione
dell’Italia meridionale, perché per ricompensare i baroni provenzali che l’avevano accompagnato e servito nella spedizione contro gli epigoni della monarchia sveva, Carlo d’Angiò dovette
largheggiare nel concedere feudi e diritti di ogni sorta. E ciò
proprio mentre nell’Italia centro-settentrionale, già a partire dalla
fine dell’XI° secolo, nasceva con i Comuni una diversa forma di
organizzazione politica, assunta dalle autonomie cittadine che si
svincolavano dal sistema feudale. Si trattò, dunque, di una svolta
estremamente negativa; sicché - come spesso si sente ripetere, ed
io sono d’accordo con tale giudizio - se per l’Italia del Nord e,
più in generale per l’Europa, il Medioevo terminò, all’incirca,
nel 1492, qui da noi terminò tre secoli dopo con le grandi riforme che istituivano lo stato moderno, attuate nel cosiddetto decennio francese, prima fra tutte la legge sull’eversione della feudalità, promulgata il 2 agosto del 1806.
Come se ciò non bastasse, la politica angioina di espansione nel
Mediterraneo condusse ad una stretta fiscale assai gravosa per i
sudditi: a cominciare dalla gabella del sale, particolarmente odiata, come apprendiamo da una lettera di Clemente IV° al sovrano
(17).
Poi c’erano le collette, vale a dire tasse che, in teoria, si sarebbero dovute pagare sei volte l’anno (erano esentati feudatari, ecclesiastici e Provenzali), ma, in realtà, venivano decise
all’occorrenza. Così, una volta l’imposta veniva applicata per il
conio di nuova moneta; altra volta, nel 1272, si spremono dal
Regno 26.000 once d’oro e all’Abruzzo tocca pagarne 3.000
“per urgenti necessità del governo”; spesso servivano soldi per
la riparazione dei castelli, il cui costo, però, spesso e volentieri
veniva addossato ai sudditi locali, come nel caso di Pretoro, intorno al 1275, con il contributo - se solo avessero acconsentito delle università di Rapino, di San Martino sulla Maruccina, di
Casacanditella, di Fara Filiorum Petri e dell’Abbazia di San Liberatore (18). Ovviamente, poi, ci si mettevano anche i feudatari
- e tra questi i feudatari abruzzesi - a pretendere di riscuotere collette non decise, né autorizzate dal Re (19).
Alle collette, inoltre, si aggiungevano gli adiutoria, un artificio
legale con cui i feudatari, “pro suae voluntatis arbitrio”, imponevano ai vassalli tassazioni non previste dalle norme del diritto
vigente. La materia, dapprima, era stata regolata dal re Guglielmo, il quale fu sollecitato a intervenire “dalle querele ch’erangli
venute da tutte le parti contra prelati, conti, baroni, militi, datisi
tutti ad estorquer danaro da’ respettivi loro uomini sotto pretesto di sovvenzioni” (20). Poi, più tardi, era intervenuto Federico
II° che, “volendo alleviare una così dura oppressione esercitata
contro i suoi sudditi”, stabilì i soli casi in cui prelati e feudatari
potessero chiedere un moderato adiutorium (21). Ma non per
questo cessarono trasgressioni ed abusi; sicché nel 1318, il re
Roberto, scrivendo al Giustiziere d’Abruzzo Ultra, gli ricorda
che i casi in cui l’adiutorium è permesso dalla legge sono:
- per il riscatto del feudatario prigioniero per servizio militare;
- per maritare la figlia o la sorella;
- per comprar terra una volta soltanto;
- per servizio di Sua Maestà o del suo esercito;
- per tutte le esigenze di Sua Maestà.
In quella stessa occasione, intanto, Roberto permise ai feudatari
di chiedere il donativo per costituire la dote anche alle figlie del
primogenito, norma che, nel 1322, venne estesa anche a vantaggio delle figlie e dei figli che si chiudevano in convento. E’ del
tutto superfluo sottolineare che tali doti non erano nemmeno lontanamente paragonabili, per ricchezza e magnificenza, a quelle
delle popolane.
Nel 1580, Giovanvincenzo Crispano, barone di Casoli, ordinò
l’esazione di cinque carlini da ogni famiglia per il monacaggio
delle sue figlie; ma i casolani, che ritennero illegittima tale richiesta, ricorsero al Sacro Regio Consiglio. Ciò nonostante, per
un misto di servilismo verso il feudatario e di arroganza nei riguardi dei vassalli, il Capitano Brunamonte de Brunis, di sua iniziativa e ancora “vertente causa”, fece arrestare i cittadini che rifiutavano di pagare e, addirittura, citò in giudizio il camerlengo
Ludovico di Cola. La causa, però si risolse a favore dei casolani
e il decreto del Regio Consiglio, che ordinava la scarcerazione
degli arrestati, venne portato e presentato trionfalmente al Capitano de Brunis (22).
Poi, altra tassa fissa, annuale, era la colletta di S.Maria, che si
pagava il 15 agosto, a quanto pare soltanto in Abruzzo, stando
almeno a quanto mi diceva Gennaro Incarnato, professore di storia moderna all’Università di Salerno, il quale mi invitava ad appurare a che titolo si fosse decisa tale imposta. Ora a me risultano due motivazioni, incongruenti fra loro. Nel primo caso, siccome nel 1272 i vassalli di Vasto si rifiutavano di pagarla, il governo regio ordinò al Giustiziere d’Abruzzo Citeriore di costringerli a versare nelle casse del loro signore, Gugliemo de Sully,
“collectam S.Mariae, sicut solvunt omnes universitates Aprutii
pro pannis seu indumentis” (23) - e credo di interpretare per il
vestiario del signore. Nel secondo caso - e siamo ormai al 1742 l’università di Roccascalegna paga al barone Giuseppantonio
Nanni le collette di S.Maria, ammontanti a quaranta ducati per
acquisire il diritto di pascolare “con tutti l’animali de cittadini in
tutti li territorij demaniali d’esso signor Barone” (24). Ma
l’incongruenza credo si possa spiegare: col passare dei secoli il
prelievo fiscale era rimasto in vigore, ma nessuno ne ricordava
più la ratio iniziale. Non so a quanto ammontasse nel XIII° secolo la colletta di S.Maria, fatto sì è che, come a Vasto, anche a Pescasseroli, a Caramanico, a Roccacinquemiglia e, in modo caparbiamente ostinato, a Castel di Sangro le rispettive popolazioni
si rifiutarono di pagare quella tassa, anche per via di una terribile
carestia che, nel 1272, imperversava in tutto il Regno. Ma il governo non solo non prendeva provvedimenti per sollevare, in
qualche misura, i regnicoli da tale iattura, ma non si stancava di
esortare i Giustizieri ad intervenire con estrema energia nei riguardi dei vassalli inadempienti. Ad aggravare la situazione, poi,
ci pensavano i castellani ed i loro servienti che, sciamando per
villaggi e campagne, commettevano soprusi, estorsioni e ruberie
di ogni genere (25).
A questo gravoso sistema fiscale bisognerebbe aggiungere le
decime da versare a pro degli enti ecclesiastici ed altre tasse indirette come:
- il plateaticum, che ammontava al tre per cento - che più tardi
salì al sei per cento - sul valore degli animali che si vendevano
nelle pubbliche piazze;
- lo scafaggio, che si pagava per il traghetto da una parte all’altra
dei fiumi (anche il Sangro aveva la sua scafa);
- lo jus tumuli, per l’apposizione che la Regia Zecca faceva di un
marchio sul tomolo e sul mezzo tomolo (o mezzetto), recipienti
di legno usati come misure di ‘capacità degli aridi’;
- la bucceria o carnaticum, che si pagava sul consumo delle carni;
- i dazi che si riscuotevano sul consumo del vino, dell’olio e del
formaggio;
- l’erbatico per pascolare gli animali nei terreni del demanio regio o del feudatario;
- il terratico (o terraggio) per seminare nei sopradetti terreni,
dovuto più tardi anche alle università;
- il ghiandatico, dovuto per pascolare i maiali nelle selve. A Casoli Selva Piana era destinata a tale scopo.
C’erano poi altre tasse che riguardavano porti e navigazione,
ma di queste è inutile parlare a proposito di zone interne come il
nostro paese.
Infine c’erano i servigi personali, o corvées, che i vassalli erano
obbligati a rendere per un certo numero di giorni all’anno sui terreni dominicali. Tali prestazioni, nel periodo di cui stiamo parlando, si dividevano in angarìe (o angàrie, indifferentemente) e
parangarìe: nel primo caso la prestazione veniva ricompensata
dal signore, ma, come contrappeso, il lavoratore non poteva trasferirsi altrove e, se l’avesse fatto, il feudatario aveva il diritto di
riportarselo indietro; nel secondo caso il lavoratore doveva
provvedere da sé alle sue spese, poteva cambiare paese ma, in
questo caso, era tenuto a lasciare i suoi beni al feudatario.
Abbiamo detto che non si trovano documenti su quanto accadeva a Casoli in questo periodo di tempo. E si capisce benissimo
perché. I nostri antichi progenitori erano per la quasi totalità analfabeti, sfacchinavano da mane a sera per guadagnarsi di che
vivere miseramente. Sfruttati ed angariati, erano i servi della
gleba: in un dispaccio del 18 agosto 1275 al Giustiziere
d’Abruzzo, Carlo I° d’Angiò dettando le norme che dovevano
regolare la caccia, riservava a sé stesso alcuni territori, altri li lasciava ai feudatari ma escludeva categoricamente che i contadini
potessero far altro che zappare (26). L’espressione era: «Rusticis
autem, quos agriculture tantum vacare oportet, omnibus prorsus
venationis interdictis». (Traduzione: ai contadini, poi, che devono solo attendere all’agricoltura, è interdetto qualsiasi diritto di
caccia). In queste condizioni i nostri avi non potevano nutrire
sensi di grande autostima e, dunque, non gli passava neanche
lontanamente per la testa di lasciare ai posteri qualche segno della loro esistenza.
Se, perciò, ci chiediamo come vivessero, come la pensassero,
come si ponessero nei confronti del sistema allora vigente, non
possiamo che desumerlo dalle rare fonti governative con i loro
provvedimenti amministrativi intesi a reprimere le resistenze fiscali dei paesi nelle nostre vicinanze.
Tra il 1266 e il 1270, Tommasa di Palearia, contessa di Manoppello, e suo nipote Federico de Tullo facevano presente al governo che, siccome le loro terre erano state abbandonate dai loro
vassalli, non erano in grado di versare nelle casse dello Stato le
rispettive collette (27). A rileggerla oggi quella notifica, ci appare di una gravità inaudita. Ovviamente, in quella comunicazione
non si faceva l’elenco delle terre abbandonate, non si diceva che
le collette erano state riscosse solo in parte. Perciò - dando per
scontata una qualche interessata esagerazione degli scriventi siamo indotti a ritenere che un po’ tutti i paesi della contea fossero stati abbandonati. Forse anche Casoli! (Va precisato - per non
incorrere in qualche equivoco - che a quel tempo quando si diceva “terre”, si voleva intendere luogo abitato, paese). Come se
nulla fosse accaduto, il Re, nello stesso torno di tempo, concede
a Federico de Tullo il suo assenso a spremere danaro dagli uomini di Manoppello e delle altre sue terre per le spese che il feudatario aveva sostenuto per la lite con un tal Gualtiero di Palearia, comes Apicii (28). Nel 1272 è la volta degli aquilani:
anch’essi trasferiscono la loro residenza altrove ad vitandam collectarum gravitatem (per sottrarsi alla gravosità delle collette): il
Re ordina che a forza siano ricondotti nella loro città (29).
Dove si rifugiavano quei disperati? Non è difficile immaginarlo: o in montagna - e siamo agli albori di quel brigantaggio che
accompagnerà la storia del Meridione fino all’Unità d’Italia - o
nei boschi, dacché allora dal Molise fino ad Ancona il territorio
era ricoperto da una fitta selva, per di più ricca di abbondante
cacciagione: cinghiali, cervi, caprioli, daini ed altre specie (30).
E non è difficile neanche immaginarsi la brutalità dei rastrellamenti per ricondurre i vassalli nelle loro sedi. Tralasciamo di fare l’elenco dei borghi abruzzesi abbandonati in quello stesso periodo di tempo. Sarebbe piuttosto lungo. E’ sufficiente ricordare,
vicino a noi, i casi accertati di Fossacesia e di Casacanditella.
Non possiamo omettere, però, il fatto che, talora, nell’Abruzzo
Ulteriore i fuggiaschi organizzassero la resistenza in centri fortificati. Nel 1274, infatti, ai Giustizieri della regione si ordinò di
recarsi, con quante forze militari potessero raccogliere, ad assediare e sterminare i ribelli di Torre Amata, i quali si erano ritirati
nella rocca di Ripa di Corno. A tale scopo si chiedevano anche
rinforzi alle università dell’Aquila, di Atri e di altre terre, nonché
ai baroni della contrada (31).
Ancora volontà di sterminio manifesta il Re a Matteo de Plexiaco ordinandogli di recarsi ad assediare i ribelli che si erano
asserragliati a Macchia (32). L’operazione militare dovette essere lunga e complessa perché intorno alla rocca furono montati
due accampamenti, incastellature o bertesche, catapulte, e vennero impiegati ben settecento soldati (servientes), con i relativi ufficiali (milites).
Ma, oltre a queste sacche di resistenza passiva, ci furono anche
episodi di resistenza attiva, come nel caso di Manoppello e di
Caramanico, dove i ribelli, armata manu, distrussero le case, le
vigne e gli oliveti di alcuni nobili (33). Persino Matilde di Courtnay, contessa di Chieti e consanguinea del re Carlo I° d’Angiò,
dal 1279 in poi si trovò più volte nella necessità di ricorrere alla
Magna Curia per gli eccessi dei vassalli – sia chietini, sia lancianesi - contro di lei, mentre vicino a noi, Lama, Taranta, Rocca
S.Giovanni, Castelnuovo, San Vito, Arielli protestavano, al contrario, per gli arbìtri ed i soprusi più pesanti da parte di ufficiali e
feudatari (34).
Ecco, posso sbagliarmi, ma non mi pare che questi dati e questi
fatti - che vi ho fornito di prima mano - siano stati presi in considerazione dalla storiografia abruzzese. E ci sarebbe da chiedersene il motivo, dacché anche tale dimenticanza potrebbe, anzi
dovrebbe esser fatta oggetto di un’appropriata riflessione storica.
Allo stesso modo sarebbe opportuno indagare se, per caso, esistesse un filo diretto, magari sotterraneo, tra i fatti che stiamo
narrando e quei movimenti del secolo precedente, detti dei ‘Vendicosi’, “caratterizzati da implicazioni religiose e dalla partecipazione di elementi del basso clero, che si proponevano di vendicare, con azioni punitive notturne, abusi e prepotenze dei signori e che rappresentavano - come è stato detto - «i primi e mal
noti anelli di quella lunga catena di violente ‘jacqueries’ antibaronali e di fenomeni di banditismo, di cui è intessuta la storia
del Mezzogiorno contadino»” (35). Non solo: ma andrebbe anche esplorata l’ampiezza e la continuità di tali atteggiamenti - diciamo così - resistenziali per verificare se e fino a che punto si
configurassero come un sistema valoriale che, certo, poteva snaturarsi e scadere nella violenza, ma poteva anche cercare una sua
giustificazione nel messaggio evangelico che, se da una parte,
esalta la povertà e la carità, ma anche la giustizia, dall’altra suona terribile condanna per la ricchezza e la prepotenza. Guai a
voi, o ricchi!
Ora a me non sembra un caso - o del tutto casuale - che le nostre popolazioni sostenessero la resistenza casauriense contro le
malversazioni e le usurpazioni dei feudatari normanni, anche se
quella abbazia, in fin dei conti, difendeva gl’interessi del suo
dominio temporale; non sembra un caso che San Francesco
d’Assisi scendesse in Abruzzo per fondare una comunità francescana a Penne, primo convento dei Frati Minori nell’Italia meridionale; e neanche fu un evento fortuito che, arrivato a Sulmona,
gli andasse incontro Floresenda, figlia di Tommaso di Caprafico,
conte di Palena, la quale, affascinata dal “serafico ardore” del
santo, in quella città fondò un monastero di S.Chiara. “Che poi
San Francesco sia stato anche a Guardiagrele, nell’Isola del
Gran Sasso, a Palena e in Montorio, come scrive il Colagreco,
P.Aniceto Chiappini lo nega perché non esistono documenti storici scritti” - fa notare Don Antonio Chiaverini (36). Ma questo
contendersi la venuta del santo di Assisi nei vari nostri paesi
non attesta forse il grande entusiasmo delle nostre genti per
gl’ideali francescani, che certamente non erano sovversivi, ma
non erano neanche omologabili alla coeva cultura della prepotenza e della sopraffazione dominante negli ambienti baronali?
E nemmeno mi pare un caso che il futuro Celestino V° abbia
scelto per l’eremitaggio suo, o dei suoi confratelli, le nostre località del Morrone, di Santo Spirito, di Madonna dell’Altare e che
conventi celestiniani siano sorti, fiorenti per lungo tempo, a Gessopalena e a Lama dei Peligni. Ancora più tardi - ma siamo ormai agl’inizi del Cinquecento - i Cappuccini, un ordine mendicante francescano, propugnavano un programma di rinnovamento della Chiesa; e Gessopalena non tardò ad accoglierli.
E neanche è tanto rintracciabile altrove la presenza di ben cinque grandi abbazie in una fascia di territorio, relativamente ristretta, all’interno o a ridosso di quella che fu la contea di Manoppello.
S.Liberatore a Maiella, presso Serramonacesca. Esistente già
dai primi del IX° secolo, è documentata con certezza nell’884.
Subito dopo il Mille l’abate Teobaldo arricchì l’abbazia di una
delle più importanti chiese d’Abruzzo. Un suo abate, Desiderio,
divenne papa col nome di Vittore III°. L’architettura di
S.Liberatore influenzerà le altre successive edificazioni in Abruzzo. Scrive Raffaele Colapietra: “Lo stile di S.Liberatore
s’irradiò alla cattedrale di Chieti e di lì un po’ per tutto
l’Abruzzo, dalla valle del Vomano a quella del Tirino ed a
S.Maria di Bominaco sull’altopiano di Navelli, attraverso il monumento valvense di S.Pelino” (37).
Il monastero di S.Liberatore fu anche un notevole centro culturale in quanto nel suo scriptorium parecchi monaci dedicavano il
tempo libero dalle preghiere alla copiatura e alla miniatura di libri (38).
Di San Salvatore a Maiella, presso Rapino, oggi restano pochi
ruderi. Pare che risalisse addirittura ai tempi di San Benedetto.
Era, a sua volta, soggetto a S.Liberatore a Maiella e ciò spiega
perché l’abate Desiderio l’abbia visitato più volte. Come abbiamo già detto, la località casolana di Colle Merone era un suo
feudo (39).
Di Santa Maria Arabona, presso Manoppello, il Colapietra dice
che fu eretta ai primissimi del Duecento e che rimane nella zona
la prima e principale testimonianza di un gusto gotico subentrato
allo splendido stile di San Liberatore.
E sempre il Colapietra, citando un’annotazione di Mario Moretti, dice dell’eremo celestiniano di S.Spirito che “è un evidente
susseguirsi di fasi medievali, rinascimentali, barocche e di molte
senza un tempo precisamente individuabili ma che sono forse le
più interessanti, come esempio di architettura spontanea particolarmente bene inserite nel pittoresco ambiente di rocce strapiombanti”.
“Tutt’altra, com’è noto, rispetto all’aspro paesaggio cenobitico
dell’agro di Roccamorice, l’atmosfera di S.Clemente a Casauria, il cui splendore architettonico è di poco inferiore alla fama
letteraria del ‘Chronicon’ ed all’importanza politica ed economica della celebre abbazia di fondazione imperiale. Rifondato
dall’abate Leonate nel 1176, giusto due secoli dopo la prima
fondazione di Ludovico II°, la realizzazione architettonica rende
S.Clemente a Casauria, nel giudizio del Gregorovius, il più meraviglioso monumento di tutto l’Abruzzo” (40).
Di San Giovanni in Venere, poi, abbiamo una conoscenza diretta per essere a quattro passi da noi. Afferma Renzo Mancini. “La
forza spirituale e culturale dell’Ordine dei Benedettini si riscontra nelle costruzioni di imponenti complessi abbaziali di cui,
purtroppo, tranne l’abbazia di S.Giovanni in Venere a Fossacesia e quella di S.Maria di Propezzano a Morro d’Oro, restano
poche tracce come tali, mentre sussistono ancora pregevolissime
testimonianze delle loro chiese. Le citate abbazie rappresentano
gli esempi della magnificenza dei valori dell’Ordine che, dopo
l’anno Mille, risorse a nuova vitalità artistica e culturale” (41).
Dunque, si dirà che quegli uomini, quei santi, quelle istituzioni
religiose hanno formato la sensibilità, la morale e la cultura del
popolo abruzzese e si dirà cosa giustissima; ma è altrettanto vero
che quegli eventi, quelle realizzazioni furono possibili in quanto
da noi se ne verificarono le condizioni. Le quali nascevano da un
insopprimibile anelito di giustizia e postulavano un’alternativa di
civiltà, verso cui i nostri avi diressero tutte le loro speranze, anche se la vicenda di Pietro Angelerio, l’avventura di un povero
cristiano - come la definirà Ignazio Silone - dimostra come gli
ideali evangelici entrassero in contraddizione con la politica
temporalistica del papato. Un’alternativa di civiltà: non sopremmo dire quanti e quali influssi ci giunsero dall’esterno e la dimensione delle elaborazioni autoctone; ma è certo che quella nostra spiritualità e, dunque quella nostra cultura, si saldavano ai
fermenti più vivi e più vitali della penisola italiana. Sicché,
quando leggiamo in Dante di Sordello e di San Francesco, sappiamo che, certo, furono tutti e due grandi di lor propria grandezza, ma che, pure, non disdegnarono di calcare la polvere delle
nostre contrade. Quanto all’ombra di colui / che fece per viltade
il gran rifiuto, io sono convinto che l’Alighieri non alludesse affatto a Celestino V°; ma quale che sia l’interpretazione che si
voglia dare alla querelle - tormentata ed irrisolta - di quel verso,
è innegabile che l’eremita del Morrone rappresentò allora - e storicamente rappresenta ancora oggi - una figura centrale e paradigmatica dello scontro all’interno del mondo cattolico: da una
parte il trionfalismo temporalistico del papato e dall’altra il pauperismo evangelico.
In tutt’altra direzione marciava lo stato feudale prima normanno-svevo e poi angioino e, a questo proposito, Benedetto Croce
osservava: “In Inghilterra i baroni adottarono presto fini generali e difesero interessi di tutta la loro classe e poi di tutto il popolo, e questo chiamarono alleato nell’opera di mantenere bensì
un potere regio, di cui sentivano la necessità, ma di piegarlo e
foggiarlo a uso della nazione; sicché, nonostante le differenze
delle razze e il contrasto di conquistatori e conquistati, si formò
sin d’allora una nazione inglese. Nella monarchia normannosveva non accadde lo stesso: un popolo, una nazione non nacque... popolani e borghesi non fecero pesare la loro volontà, e i
feudatari solo in maniera individualistica e contraria allo stato”
(42).
Inizia, dunque, in questo periodo, con il formarsi del regno di
Sicilia, prima, e del regno di Napoli, poi, quell’atteggiamento di
distacco, quanto non di ostilità, che le classi egemoni hanno
sempre covato verso i ceti popolari, che a loro volta, si sentiranno per secoli estranei o, addirittura, vittime dello stato, della loro
nazione.
Persino la letteratura e l’arte vollero farsi aristocratiche, a cominciare dalla poesia italiana delle origini, cioè quella della cosiddetta scuola siciliana. Ma ancora una volta, proprio in quegli
anni, l’Abruzzo, insieme all’Umbria, seppe esprimere
un’alternativa: quella delle laude, genere letterario d’ispirazione
religiosa molto caro ai nostri ceti popolari, che affollavano le
piazze per seguire quelle rappresentazioni teatrali. Un aspetto
particolare, ma non per questo meno importante, di quella più
generale alternativa di civiltà che è stato il tema centrale di questa nostra conversazione.
Grazie.
NOTE
1) Si veda Matteo Camera, “Annali delle Due Sicilie”, Napoli,
1842, vol.I°, pp.152-153.
2) Riccardo Filangieri, “I registri della Cancelleria Angioina”,
Napoli, Accademia Pontaniana, MCML, vol.XI, p.5, n.13.
3) Giuseppe Maria Galanti, “Della descrizione geografica e politica delle Sicilie”, Napoli, 1794 (1969), vol.I°, pp.411-413.
4) Ludovico Bianchini, “Della storia delle finanze del Regno di
Napoli”, Palermo, 1839 (Forni, 1983).
5) R.Filangieri, op.cit., vol.IX, p.195, n.19.
6) Nell’edizione di Evelyn Jamison, Roma, 1972, pp.1150-1168.
Si tenga presente pure Errico Cuozzo, Catalogus Baronum.
Commentario, Roma, 1984, pp.287-306.
7) E.Jamison, op. cit. p.187, n.3.
8) Bendetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, 1965,
p.313, nota 2.
9) Matteo Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, 1842, vol.I,
pp.296-297.
10) Un elenco abbastanza attendibile di tali conti si trova in Leopoldo Palatini, “Degli antichi conti di Manoppello predecessori
degli Orsini e dei Colonna”, in «Bollettino della Società di Storia Patria A.L.Antinori negli Abruzzi», 1899, pp.89-98.
11) E.Cuozzo, op.cit., p.19.
12) Bartolomeo Capasso, “Le fonti della storia delle provincie
napolitane dal 568 al 1500”, Napoli, 1902, p.92.
13) Lucien Febvre, “Problemi di metodo storico”, Einaudi 1992,
p.79.
14) Salvatore Tramontana in “Storia d’Italia”, UTET, vol.III,
1994, pag.675.
15) Id., op.cit., pag.669.
16) B.Croce, op.cit. p.9.
17) Lettera del 22 settembre 1266. Sta in Giuseppe Del Giudice,
“Codice Diplomatico del Regno di Carlo I° e II° d’Angiò”, Napoli, 1863, pp.179-186.
18) R.Filangieri, op.cit., vol.XII, (1273-1276), p.33, n.31.
19) Idem, op.cit., vol.XII, pp.23-25.
20) M.Camera, op.cit., p.152.
21) Costituzioni di Melfi, lib.III, 20.
22) Vedi N. Fiorentino, “In terra Casularum...”, I,14.
23) R.Filangieri, op.cit., vol.IX°, p.231, n.23.
24) N.Fiorentino, op. cit., IX,300.
25) R.Filangieri, op.cit., vol.XI, p.5, n.15.
26) Idem, op.cit., vol.XII, 1273-1276, p.32, n.29.
27) Idem, op. cit., vol.IV, p.10, n.64.
28) Idem, op. cit., vol.IV, p.151, n.1010.
29) Idem, op. cit., vol.VIII, p.105, n.82.
30) Idem, op.cit., vol.XII, p.31, n.28.
31) Idem, op.cit., vol.XII, p.23, n.5.
32) Idem, op.cit., vol.X, p.5, n.10.
33) Idem. op.cit., vol.XI, p.3, n.6.
34) Idem, op.cit., vol.XXII, p.131, n.138; e vol. XVII, pp.100101, n.191.
35) Salvatore Tramontana, “La monarchia normanna e sveva”,
cap.VI°, p.641, in “Storia d’Italia - Il Mezzogiorno dai Bizantini
a Federico II°”, UTET, 1994.
36) Antonio Chiaverini, “Il francescanesimo in Sulmona”, Cerboni Editore, 1988, pp.25-28. P.Aniceto Chiappini fu uno dei
maggiori storici del francescanesimo in Abruzzo.
37) Raffaele Colapietra, “Itinerario storico abruzzese”, RAI /
Sede Regionale d’Abruzzo - R.Carabba Editore, 1979, cap.IV°,
p.22.
38) Luigi Mammarella, “I monumenti medievali in Abruzzo”,
Cerchio (AQ), Adelmo Polla Editore, 1989, pp.25-26).
39) Idem, op.cit., pp.138-140.
40) Raffaele Colapietra, op. cit., pp.22-23.
441) Renzo Mancini, “Conoscere l’arte e i monumenti
d’Abruzzo”, L’Aquila, Edizioni del Gallo Cedrone, 1986, p.98.
42) B.Croce, op. cit., pp.13-15.
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