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La peste del 1630-31 nel Frignano

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La peste del 1630-31 nel Frignano
Venceslao Santi
La peste del 1630-31 nel Frignano
ne “Il Montanaro”, a. II, nn. 1 e 2, settembre/ottobre 1884
v. anche L’Appennino Modenese, Rocca S. Casciano 1895, pp. 221-230
La peste che negli anni 1630-31 funestò l’Italia è vivamente scolpita nella memoria degli Italiani
vuoi per l’inarrivabile pittura che ne fece il Manzoni, vuoi per l’opera continuata della tradizione
popolare. Ma da una parte l’autore dei Promessi Sposi si limitò a metter sotto’occhio il quadro della
peste solo perciò che s’attiene al Milanese, dall’altra la tradizione non ha potuto conservarci di quel
lagrimevole avvenimento se non i tratti più importanti e più generali lasciando sfumare attraverso a
due secoli e mezzo le parti accessorie e speciali, che tuttavia valgono a colorirlo ed a concretarlo.
Laonde non reputo cosa vana tessere la storia particolareggiata di quel ahi! troppo celebre flagello
per quanto riguarda i paesi un tempo soggetti al Governo di Sestola, cui appartenevano anche le terre del Pelago, massime non essendo questo argomento, ristretto a tale giurisdizione, stato trattato da
nessuno cronista o storico né edito, né inedito.
Le condizioni igieniche dell’Italia, non altrimenti che le condizioni politiche e sociali, erano assai
tristi nella prima metà del secolo decimosettimo! la scarsità dei raccolti, i continui passaggi di truppe, le ruberie degli stranieri, la neghittosità e l’ignoranza avevano moltiplicato la poveraglia lurida e
sparuta, ed avevano lasciato crescere il putridume e la malaria nei luoghi pubblici delle città e dei
paesi e finanche nelle case domestiche. Era dunque in istato anche troppo favorevole per accogliere,
alimentare e propagare la peste bubbonica importata nel Milanese dai Tedeschi accorsi nel 1629
all’impresa di Mantova e donde ben presto s’allargò nel Parmigiano, nelle pianure di Modena, nel
Ferrarese, nel Bolognese e nel Toscano. I tardi e poco efficaci provvedimenti presi da Francesco
d’Este, signore di Modena, per isolare il male non impedirono che da Bologna, mediante il commercio dei folicelli, entrasse nelle montagne modenesi: primo paese ad esserne tocco fu Missano1.
La notizia del contagio arrivò nel Frignano i primi di dicembre del 1629, e tosto dal Governatore di
Sestola, Venceslao Cipriani, a spese dei Comuni furono messe guardie a Casa di Cesaretto nell’Alpe di Roccapelago, ai ponti di Fiumalbo, di Pievepelago, di Fanano, di Valdisasso, di Strettara,
d’Acquaria, alla Chioza, al Falanello ed in tutte le terre: si istituirono consigli di sanità: si pubblicarono gride colle quali proibivasi l’entrata di forastieri senza fedi di nascita, pena la morte, e
l’introduzione di pelle alcuna sotto pena di 200 scudi d’oro e della galera, si vietavano i mercati e le
fiere e si concedevano ampi poteri ai deputati alla sanità dei diversi paesi.
Intanto nella primavera del 1630 il male si diffondeva ed infieriva all’intorno della nostra provincia:
il primo giugno una certa Margherita di Polo dalle Borelle, villa di Sassoguidano, reduce da Bologna dove era stata alla cura di una sua figlia, morì nel paese nativo con sospetto di peste, e lo stesso
giorno ammalò in Gallinamorta Gio. Stefano di Antonio detto Mugno tornato allora allora dalla
medesima città nella quale esercitava il mestiere di mugnaio; e tanto dove morì Margherita quanto
dove infermò Stefano furono sequestrate persone e robe.
Sebbene il Frignano fosse tuttavia sanissimo, pure crescendo il pericolo col moltiplicarsi dei morti
nei paesi circonvicini e sopra tutto in Missano e in Montalbano, il 30 giugno fu radunato in Sestola
il Consiglio Generale, presieduto dal Cipriani e si stabilì che per sei mesi continui cominciando dal
1 luglio si facesse celebrare ogni giorno una messa, che s’andasse processionalmente alla Chiesa di
S. Pellegrino e S. Bianco e si presentasse loro una lampada d’argento honorevole, che essendo la
provincia grande di 14 mila persone, per il migliore e più sollecito disbrigo degli affari si creassero
due presidenti delle Sanità e che i deputati di ciascuna terra s’intendessero con loro ed essi al Governatore.
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Raselli, La peste dell’anno MDCXXX in Modena, Modena 1881.
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Gli effetti indiretti del morbo asiatico cominciarono però tosto a farsi sentire anche da noi; imperocché i Lucchesi per impedire l’accesso di qualunque Lombardo nelle loro terre mandarono soldati alla foce a Giove e al monte Rondinaia coll’ordine di respingere chi avesse tentato passar oltre e di
amazzare ed abbrucciare chiunque avessero trovato fuori di strada; e non ischerzavano quegli uomini già inviperiti contro i Frignanesi per le sconfitte toccate nelle guerricciuole precedenti: lo provò un tale di Montecenere che poco appresso fu da loro appiccato e squartato ai confini per essere
venuto nel Frignano e poscia ritornato di là. Altrettanto ordinarono i Fiorentini con grave danno ai
paesi nostri allora più che al presente in istretto commercio colla repubblica di Lucca e col Granducato di Toscana.
Ed intanto anche i severi ordini d’isolamento pubblicati dal governo della nostra provincia, per le
occulte trasgressioni e per la facilità onde si falsificavano le fedi di sanità non ottenevano intiero il
loro effetto salutare; sicché il 7 luglio del 1630 due morti fecero dubitare che la peste fosse in una
villa di Benedello, il 16 un individuo fuggito dal Bolognese a Roccapelago sua patria ed un’intiera
famiglia ritornata dal Ferrarese a S. Andrea sparsero in quelle terre lo spavento ed indussero i preposti alla sanità a raddoppiare i provvedimenti, a vietare le comunicazioni con nuove terre ed a metter guardie alle case delle persone sospette. Il giorno appresso essendosi manifestati segni di peste a
Mont’Obizzo2 ad Iddiano, a Viecave, a Chioza, a Pompignano e a Tabignano vennero tosto sospesi
i mercati di Pavullo e di Lama; e tuttavia il 3 agosto si scopersero infette Monteforte, Lama, Costrignano, Morano, Monchio, il 16 una casa in quel d’Olina, e si seppe che in Montombraro, in Missano, a Benedello, al Vesale ed a Modena il morbo moltiplicava le vittime. Perciò ai progressi del male, alla trascuratezza della gente si pensò supplire con nuove prescrizioni, tra cui quella di ammazzare tutti i cani e i gatti delle terre invase dalla peste e delle altre contigue, e di fare l’espurgazione
delle case appestate bruciando tutti i mobili3. Pena la vita chi avesse comunicato coi sani fossero
anche i guariti!
E quali erano i mezzi particolari adoperati per risanare i colpiti dal morbo o per preservarne le persone? Da molti si credeva poter guarire la peste colla recita di un rosario, coll’ungersi il corpo
coll’olio della lampada della Vergine, coll’innalzar cappelle e col far voti a S. Rocco e ad altri santi4: da alcuni si spacciavano come infallibile preservativo due ricette una di polvere, l’altra d’unguento adoperate, si diceva, da quelli che in Milano andavano attaccando la peste per restarne immuni e che nel Frignano vennero preparati dall’Ottonelli farmacista a Fanano. Eccoli: “Polvere. Recipe. Solfaro oncie una, incenso oncie sei, garofani numero nove, noce moscata e macis numero una, foglie di S. Pietro numero una, coccole di lauro numero nove, foglie di centauro numero una,
mirra grammi cinque, radice di verbena numero una, radice di zenzero numero una, scorze di arancio numero una, mastice grani cinque, foglie di peonia numero una, seme di ruta numero trenta. Si
pesta ogni cosa grossamente e si mette in un piumacciuolo di raso rosso o damasco o altro drappo
che abbia corpo acciò detta polvere non esca, e portisi al collo dalla parte del cuore. Di state si porta
sopra il giubone, di verno sopra la camicia acciò il sudore non lo guasti. Unguento. Recipe. Cera
nuova, olio comune, olio laurino, olio di sasso, erba d’aneto, granella di lauro numero sei, aceto forte un poco. Tutto si faccia bollire tanto che si riduchi in forma d’unguento e con esso si unta le narici, li polsi delle mani e le piante dei piedi”5.
Ciò nullameno il male continuava, ed approssimandosi l’epoca dell’emigrazione temporanea degli
uomini e del bestiame nelle maremme, fu dal Granduca di Toscana emanato un ordine vietante il
passaggio nei suoi stati di uomini ed animali provenienti dal Frignano con minaccia di gravi pene ai
trasgressori. Immaginatevi la triste impressione che dovette fare questo comando nell’animo dei nostri avi che anche allora per guadagnarsi di che vivere erano costretti ad emigrare e che possedevano
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In Montobizzo solo al 21 agosto del 1630 eran morti di peste 131 individui.
Dispiacendo ai proprietari l’espurgazione dei mobili e delle case si retribuì in seguito con lire 25 per casa.
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E’ mio avviso che gli uomini del Comune di Pievepelago, sull’esempio di tanti altri Comuni, fondassero l’oratorio di
S. Rocco ora ridotto ad uso di carbonile, ed istituissero la festa che si celebra ogni anno il 16 agosto.
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Se ben ricordo né il Ripamonti, né il Verri, né il Muratori, né il Manzoni, né il Cantù, né il Corradi né altri hanno fatto
mai cenno di questo preservativo adoperato dai pretesi untori di Milano.
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circa 40 mila tra pecore e capre, sopravissute alla mortalità dell’anno precedente, le quali non potendo passare nelle maremme sarebbero morte di fame e di freddo! Il Duca di Modena e il Governatore di Sestola fecero calde e ripetute istanze al Granduca a favore dei nostri e finalmente dopo una
lunga e penosa aspettativa si convenne che il governo toscano avrebbe mandato nel Frignano il Cini, il Lapi ed il medico Cervieri a visitare i pastori ed il bestiame e che si sarebbero lasciati passare i
pastori riconosciuti sani, assoggettandosi però alla quarantena. Nella seconda metà di ottobre cominciò il passaggio ed il solo Pelago in quell’anno mandò in maremma 20 mila tra pecore e capre,
Fiumalbo 8 mila, tutto il governo di Sestola 40 mila tra pecore e capre, 1000 cavalli e 1000 uomini.
Con ciò le apprensioni per il bestiame scomparvero, ma quelle per la peste crescevano di giorno in
giorno: il 20 ottobre si scoperse il mal di petecchie nella famiglia Fivizzani di Riolunato con sospetto di peste, i pastori Fiumalbini andati nel Pisano e nel Sienese dove era il morbo fuggivano di nascosto a casa, per la qual cosa il Cipriani fu costretto mandare a Fiumalbo a visitare tutte le case minacciando pene a chi avesse dato ricetto ai fuggitivi e non li avesse denunziati, a Valdalbero si scopersero appestate alcune case, venivano nuove che in Garfagnana, nel Lucchese, a Sassuolo, a Vignola ed a Modena il contagio faceva strage, a Gallinamorta morirono di peste quattro persone,
Montorsello e Salto si trovavano in malissimo stato e fu mestieri bandirle. Fu altresì impedito agli
abitanti delle terre situate a sinistra dello Scoltenna di passare a destra, eccetto quelli del Pelago ancora sanissimi.
Anche nei dominj del Granduca la peste si estendeva: l’otto dicembre era arrivata fino a S. Mocologno; laonde dal Cipriani furono tosto mandate forze ai monti per impedire l’andata dei nostri oltre
l’Appennino; ed i nostri che in quell’anno specialmente difettavano di danaro e di roba, il 13 dello
stesso mese supplicarono il Duca a voler loro concedere il commercio con Barga e con Pistoia ancora illese, trovandosi nella estrema necessità di comperarvi olio e farine molto più essendo chiusa
ogni comunicazione colla pianura modenese. Le terre di Pievepelago, di Roccapelago e di S. Andrea erano le più bisognose: necessitavano loro almeno 500 sacchi di farina per non morire di fame!
Il permesso domandato non fu concesso, nondimeno il Governatore di Sestola sapendo che le suore
di Fanano, gli Ottonelli, i Carletti, i Bondioli, i Parenti avevano farine da vendere, ma esigevano un
prezzo esorbitante, fè dal Duca pubblicare un ordine col quale imponeva ai laici ed agli ecclesiastici
di dar la farina per il prezzo fissato dal consiglio generale. Ai timori della peste, alla sospensione
del commercio, alla carestia ed alla mancanza di danaro aggiungasi la quantità dei ladri che, spinti
forse dalla miseria, approfittavano di quelle angustie per iscorazzare il Frignano, specie le terre del
Pelago, per rubare, incendiare e commettere mille delitti e si vedrà come miserando dovesse essere
lo stato dei paesi colpiti dal male e come anche le terre di Fanano, Sestola, Roncodiscaglia, Montecreto, Magrignana, Riolunato, Groppo, Brocco, S. Andrea, Roccapelago, Pievepelago e Fiumalbo,
che pure nel 1630 furono esenti dalla peste, dovettero soffrire assai.
Collo spirare dell’anno 1630 parve che la peste nel Frignano fosse scomparsa e di fatto trascorse alcun tempo senza che si verificasse caso alcuno, durante il quale trovandosi i Frignanesi in estrema
necessità fu loro aperto il commercio con Modena; ma serpeggiava ancora ai confini e la scarsità
del vitto e specialmente quella del sale facevano temere che avrebbe ricominciato la moria nella seguente primavera. E il triste presentimento si avverò. Lungo i mesi di marzo e di aprile riapparve in
alcune villette del Vesale massime a Castagnola, a Gheduccio, a Fontana e a Probaruccio: ai primi
di maggio l’oste di Lama Mocogno andato a S. Almaso, appunto nella casa del Cap. Gio. Maria
Cantelli morto di peste l’anno prima con tutta la famiglia, giuocò alla forma con uno e poi si recò in
casa del sergente di Vaglio ove fermossi alcun tempo. Fatto ritorno a Lama vi morì con bubboni,
per la qual cosa la moglie e tre figli fuggirono a Montecreto dal qual luogo respinti si trasferirono
nel Bolognese dove la peste colpì uno dei suddetti figli. Ammalò eziandio il sergente di Vaglio, ed
un suo putto baciato dall’oste di Lama, colpito dalla peste, rese anch’egli l’anima a Dio. Nello stesso mese al Sasso, giurisdizione del March. Montecuccoli, si trovò che il contagio aveva invasa una
casa colla morte di due persone, il 2 giugno che nelle ville di Serrazzone era morto un pastore nel
tornar dalle maremme, che altri erano infermi e che in Vaifreddo trovavansi gravati dal contagio
ben quattro famiglie di pastori.
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Furono allora rimessi in vigore gli ordinamenti dell’anno precedente per isolare il male e per disinfettare le abitazioni, e nullameno pochi giorni dopo in Roncodiscaglia infermò un vergaglio, a S.
Andrea si scopersero infette due case pure di pastori. Il morbo era stato importato dai pastori stessi
che nel ritorno alle loro terre, comperavano scarpe ed altre cose in paesi colpiti dalla peste. Le due
case di S. Andrea al par di tutte le altre infette furono messe sotto guardia per impedire agli abitanti
la comunicazione cogli altri del paese. Il 26 giugno venne notizia che il contagio si dilatava nel
Lucchese, nello stato del Granduca, specie nel Senese, nella montagna di Pistoia, a Cutigliano, a Pescia, e nel Pisano, per la qual cosa il Cipriani fece rinnovare le gride in tutte le terre affinché si ricollocassero guardie e tutti i passi più importanti come erasi praticato nell’anno precedente, con ordine di non lasciare passare né roba, né persone, da qualunque luogo venissero; impose ai Deputati
alla sanità di non permettere neppure che i mietitori Frignanesi, che solevano uscire dalla nostra
Provincia, potessero far ritorno alle loro case se non dopo subita la quarantena alla campagna, salvo
il caso che presentassero le fedi di sanità: il tutto con minaccia di gravissime pene ai violatori. Come ognuno può di leggieri immaginare anche allora, ad onta di tanto rigore, non mancavano coloro
che sfidando ogni pericolo tenevano in non cale le intimazioni del governo e davano ricovero ai
molti Fiorentini che scappavano dalla Toscana dove il male faceva vittime in quantità spaventosa.
Mal per loro! Mentre il contagio continuava in 5 case di Vaifreddo, in una si Serrazzone, in un’altra
della Rocchetta e in altre di S. Andrea, sul principio di luglio si manifestò in quattro case delle Borelle, villa lontana circa quattro miglia da Pievepelago, dove era stato portato dalle Fornaci, luogo
nel comune di Barga, e prima che il mese arrivasse al suo termine morirono di peste uno nelle due
case di S. Andrea, cinque in quelle delle Borelle6 provocando la proibizione del commercio sotto
pena della vita e della confiscazione dei beni ai luoghi ultimamente infetti, che vennero però provveduti di vitto per gl’isolati. Poco appresso portatovi da uno venuto da Cutigliano scoppiò anche in
tre case alle Lazze7 (casale tra Pievepelago e Fiumalbo) e in certa villa di Trentino dove immantinente furono messe guardie ed applicate le disposizioni sanitarie allora in voga. Parea dunque che
nel 1631 la peste fosse per infierire assai più che nell’anno precedente, per la qual cosa il 18 novembre d’ordine del Duca furono, come nell’anno innanzi oltre le fiere, sospesi anche i mercati e
comminate le solite pene della vita e della confisca dei beni ai trasgressori. Ma le cure pronte
nell’isolare il male e nel praticare le espurgazioni ai luoghi infetti e fors’anche l’approssimarsi della
stagione invernale impedirono al male maggiori progressi, di modo che i Consiglieri della sanità per
la Provincia del Frignano il 20 novembre 1631 potevano scrivere al Duca che, fatta eccezione delle
suddette ville, “il rimanente delle altre terre di questo governo, lodato il sommo Iddio e la Beata
Vergine Maria gode perfetta sanità e sono lontane da ogni sospittione di malore; le quali terre sono
Sestola, Fiumalbo, Roccapelago, Ridonelato, Castello, Groppo, Serpiano, Castellino, Barigazzo,
Magrignana, Montecreto, Roncodiscaglia, Quaria, Castellaro, Montorso, Lavacchio, Gallinamorta,
Torricella, Pavullo, Benedellio, Rocchetta, Lotta sebbene nella Rocchetta fu già intaccata una casa o
due che da un pezzo fa sono in bonissimo stato”. E sebbene due giorni dopo l’invio di questa lettera
alle Borelle morissero di contagio tre figliuoli di Bartolomeo Borelli per avere, dicevasi, toccata una
forma di cacio nella casa infetta di Giovan Antonio Matteozzi, mortovi con cinque altri della sua
famiglia, nondimeno appariva manifesto che il male stava per iscomparire affatto dai nostri luoghi
per continuare micidiale nella Toscana e nella Garfagnana. Peraltro le disposizioni sanitarie emanate contro la peste e sopratutto quelle relative alle espurgazioni ed all’isolamento rimasero in vigore
per qualche tempo ancora, massime perché alcuni fatti mantennero e nel governo e nei governati il
timore del morbo. Infatti circa ai 10 di febbraio del 1632 certa giovane per nome Ginevra di Marchino da Pievepelago, venuta a casa da Cutigliano infermò e dopo due giorni morì; anche la madre
sua Domenica, infermatasi, la seguì poco appresso al sepolcro. Quantunque in ambedue si fossero
scorti solo segni di petecchie senza bubboni o altro indizio esteriore di peste, pure vennero sequestrati in due case separare dalle altre tutti quelli della loro famiglia e quanti avevano avuta qualche
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Il numero totale dei morti alle Borelle durante quel contagio oltrepassò la trentina, e venivano sepolti in Rifreddo, dove fino ai giorni nostri conservavasi la croce piantatavi in quella luttuosa circostanza.
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I morti alle Lazze vennero sepolti nel luogo detto ora il Sagradino, dove venivano trascinati su traggiuoli.
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comunicazione colle due morte, e vi rimasero fino alla metà di marzo. Queste furono le ultime due
vittime della peste nel Frignano in quella comparsa: nessun altro caso venne per allora a travagliare
l’animo degli abitanti dei nostri luoghi; solo il 2 giugno uno da Riolunato, di ritorno da Buti nel Pisano ove infieriva il contagio, per il quale eragli colà morto un figliolo, con saggio ed onesto pensiero non volle entrare nel paese per non importarvi il malore, ma si fece sequestrare in luogo lontano dalle case a subirvi la quarantena. E parve che la peste volesse ricompensarlo di questa sua nobile azione rispettandone la vita e concedendogli di rientrare poco appresso nel seno della sua famiglia. E poiché il morbo continuava tuttavia a serpeggiare nei dintorni della Provincia ed in particolare nella Toscana, così fino a tutto agosto del 1632 si mantenne fermo l’ordine di non ammettere alle
nostre fiere quei forastieri non muniti di fedi di sanità. Il Duca di Modena voleva esclusi ad ogni
patto e senza condizione di sorta i Fiorentini, ma il governatore di Sestola pensando che tanto rigore
verso quello stato finitimo poteva portar seco la proibizione ai pastori frignanesi di passare nell’autunno successivo in maremma, lo distolse dal suo divisamento.
Allora per evitare un agglomeramento di persone forastiere in Pavullo si pensò di non permettere
anche in quell’anno la celebre fiera di S. Bartolomeo; ma poscia prevalse l’idea di lasciar fare la fiera, e di ordinare, come fu ordinato, a tutti quelli che intendevano recarvisi di passare pei rastelli ed
ivi mostrare le fedi di sanità. Poco appresso scomparso affatto il pericolo del contagio fu ridonata
anche al Frignano quella libertà di commercio che godeva prima della comparsa e con essa la tranquillità degli animi, ma le sue tristi conseguenze finanziarie si fecero sentire per molti anni ancora.
Rimasero, e sussistono ancora, chiese, oratori ed altari innalzati dalla pietà e dalla paura de’ fedeli
alla Vergine e ai Santi, rimasero e rimangono ancora molti voti di processioni e di festività fatti da
quasi tutti i Comuni in quell’epoca calamitosa8.
Appare poi da quanto ho esposto fin qui che la peste del 1630-31 nel Frignano mieté vittime in numero proporzionalmente minore che in altre provincie d’Italia, che nel primo anno colpì di preferenza i paesi della parte inferiore, che nell’uno e nell’altro fu importata per contatto dal di fuori,
cioè dal Bolognese e dalla Toscana, e che ai nostri avi non si affacciò neppure alla mente il pregiudizio che una classe di persone s’adoperasse di proposito per ispargere i semi di quel male tremendo.
N.D.R.
Anche nel successivo numero 3 (novembre 1884) de “Il Montanaro”, Venceslao Santi si occupò di questo argomento con un articolo intitolato “La peste del 1630 a Montombraro”. Lo stesso Santi ci informa che “da alcune memorie inedite di questo capitano [Ercole Aureli], gentilmente favoritemi da quell’appassionato cultore degli studi patri che
è il Sig. Carlo Fabriani di Spilamberto, ho tratto la maggior parte delle notizie contenute in questo articoluccio”: avendo
pubblicato integralmente le memorie dell’Aureli nel post precedente, si è ritenuto di non riportare qui tale articolo.
I Montecuccoli di Montese - Percorso storico
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In quel tempo la cura di tutto il Frignano era affidata al solo medico Michele Bartolai di Roccapelago il quale cominciò il servizio di Medico della provincia l’anno 1609 percependo lo stipendio, prima di modenesi L. 400 annue, poi di
500 coll’obbligo di risiedere a Sestola.
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