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Lo strano caso delle buche stradali e degli adesivi

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Lo strano caso delle buche stradali e degli adesivi
Lo strano caso delle buche stradali e degli adesivi in Canada
(Parte 2)
Di Mario Maresca
La seconda parte dei ragionamenti partiti da una strana serie di foto. Ragioniamo sulla vita di tutti i
giorni e sulla sua comunicazione paradossale, che essere un inferno o un paradiso.
_____________
Paradossi e corto-circuiti mentali
"Tutti i Cretesi sono bugiardi".
(Epimenide di Creta, VIII–VII a.C.,
filosofo greco)
La parola “paradosso” viene dal greco “paradoxos”, formato da “para” - "contrario a" e
“doxa” – “opinione" ma anche “appare” o anche “sembrare”. Il tutto quindi significa
"contrario alle aspettative, non credibile".
Un paradosso è un’affermazione (o una situazione) contraria a quello che sembra.
Come tale blocca chi la sperimenta in una posizione di indecidibilità, perché esiste un
conflitto tra ciò che sembra e ciò che realmente è. Quindi è per sua natura non
immediatamente risolvibile. Il famoso paradosso del mentitore attribuito a Epimenide
ci blocca la mente perché, se ci pensiamo bene, non possiamo stabilirne né la verità
né la falsità. Chi parla sta dicendo il vero solo se mente e sta mentendo soltanto se
dice la verità.
Se cerchiamo di risolvere un paradosso come questo, siamo presi in un’oscillazione
potenzialmente infinita tra i due termini contraddittori.
Alcuni paradossi non solo hanno un impatto sulla logica (o sulla semantica, come
quello del mentitore) ma hanno anche un effetto pragmatico. Un paradosso di per sé
non è dannoso ma in alcuni casi può avere un effetto nocivo come nel caso già visto
del doppio legame.
Per arrivare a un effetto pragmatico, ripartiamo da dove abbiamo iniziato.
Immaginiamo di essere in Canada, in auto su un rettilineo, a velocità sostenuta. In
lontananza vediamo qualcosa che assomiglia tantissimo a una buca sulla strada, anzi,
per tutti noi, È PROPRIO UNA BUCA! Istintivamente rallentiamo e quindi il risultato
voluto dall’ente stradale è già raggiunto. Poi passiamo sopra quello che, lo capiamo
solo durante, è un adesivo… e la mente si blocca: “Cosa diamine era questo?”
Fino a qui, il solo trucco dell’adesivo basterebbe solo a farci ragionare per un po’,
magari ci divertirebbe, ma dopo alcune ore, probabilmente lo dimentichiamo.
Qualche giorno dopo, sulla stessa strada (o su un’altra, non fa differenza… per i
topolini, i labirinti a T sono tutti uguali…), in auto su un rettilineo, a velocità
sostenuta, siamo catturati da qualcosa che assomiglia tantissimo a una buca sulla
strada…assomiglia a una buca o è proprio una buca? In ogni caso, ancora rallentiamo:
mica vorremmo schiantare il semiasse o squarciare una gomma, no? Eccoci qui,
quindi, bloccati nel nostro paradosso e rallentati ancora una volta nella nostra guida.
Ecco perché questo meccanismo è sovrapponibile a quello del doppio legame:
(1)
Siamo in una situazione in cui ci siamo messi da soli di fronte a messaggi
contraddittori, o meglio, l’ha fatto il nostro cervello: “Perché se è una buca,
non ho sobbalzato?”
(2)
Siamo in una situazione non immediatamente evidente: “Buca vera o buca
finta?”;
(3)
Siamo in una situazione da cui non possiamo scappare “Sono in auto e di lì
ci devo passare!”.
Qualcuno obietterà: “Dov’è in questo caso la relazione ad alto contenuto emotivo?” I
fanatici delle auto troveranno la facile risposta. Ma anche chi non lo è, sperimenta la
paura di danneggiare qualcosa, che si tramuta in paura di un costo per riparare la
macchina e forse anche la rabbia con se stesso per non essere stato attento. Possiamo
dire di avere una relazione emotiva con la macchina? Non in senso semantico ma in
senso pragmatico sì, altrimenti non si spiegherebbero tutte le liti per motivi stradali, in
cui sono le auto a sfiorarsi, prima che i loro conducenti a insultarsi o picchiarsi.
Torniamo al trucco degli adesivi. Pensate anche all’effetto esponenziale che si
potrebbe creare: ogni volta che ripasso per quella “strana” strada, i miei sensi si
acuiranno per vedere se esiste quella cosa che sembrava una buca ma che non mi ha
fatto sobbalzare. La conseguenza è che rallento, per capirci qualcosa.
Ancora più strano se vengo a conoscenza che, sulle strade canadesi (passiamo da un
particolare – una sola strada –, a un universale – tutte le strade in Canada), adesso
usano degli adesivi che sembrano buche stradali: “…Ah, eccone uno…o forse no?
…meglio rallentare!” Oppure “Ah, eccone
uno, fammi sentire che effetto fa (…e mentre
lo diciamo, rallentiamo)”.
Chiaramente questo trucco, per funzionare,
deve creare una situazione che non sia mai
identica a se stessa. Non funzionerebbe più
se, sempre sulla stessa strada e sempre allo
stesso punto, c’è sempre lo stesso adesivo.
Ecco perché, a Philadelphia, questi finti dossi
non hanno effetto. Il topolino, a Philadelphia,
impara in fretta.
Doppi legami nella vita di tutti i giorni
“Se fosse realizzabile, non ci sarebbe
pena più diabolica di quella di
concedere a un individuo la libertà
assoluta dei suoi atti in una società in
cui nessuno si accorga mai di lui”.
(William James, 1842–1910)
psicologo e filosofo statunitense)
Forse qualcuno è stato sottoposto almeno una volta al famigerato: “A chi vuoi più
bene, a mamma o a papà?” Terribile dover rispondere, almeno uno dei due genitori ci
potrebbe rimanere male.
Un manager d’azienda mi contattò per un problema riguardante il suo perfezionismo
maniacale, che creava problemi a lui e a tutto il suo dipartimento: ritardi di consegne,
rallentamenti di progetti, frustrazione in tutti, micro - management. In una sessione
del suo percorso di coaching, mi disse: “…credo che venga da mio padre. Forse ero
alle elementari…Quando tornavo da scuola e gli dicevo i miei voti, ad esempio – Ho
preso 8! – lui mi diceva – Bravo!...e perché non 9? – Ogni volta mi diceva, con quel
tono sempre un po’ severo, perché non avessi preso un punto in più. Credo che sia da
quegli episodi che tutto è cominciato… Alla fine facevo di tutto per non dirglieli, anche
se erano buoni...”
Vedete lo schema, la coazione a ripetere? Una relazione emotivamente forte e senza
via d’uscita. Una contraddizione tra il “Bravo!” e il tono interpretato come “severo” e
la richiesta di fare sempre qualcosa in più. Un paradosso senza uscita per un bambino
delle elementari, qualcosa che rischia (come è successo per il manager) di
sedimentare e di stratificarsi.
In un’organizzazione, se un comportamento negativo non viene sanzionato, cosa
succede nella testa delle altre persone? Probabilmente penseranno che non sia
fondamentale comportarsi male o bene, tanto alla fine andrà comunque bene. E
questo alla lunga, se i comportamenti non positivi sono più “facili”, meno onerosi,
allora ci sarà la tendenza a comportarsi come è più comodo, non come è giusto fare.
Ma non tutti i doppi legami e i paradossi hanno effetti negativi. Anzi, opportunamente
usati, possono innescare cambiamenti positivi. Il caso delle strade canadesi ne è una
dimostrazione.
Abbiamo casi in cui l’uso del doppio legame o del paradosso ha una precisa valenza
terapeutica ed è parte integrante di vere e proprie strategie d’intervento nel caso di
disagi. Un bellissimo esempio è quello che troviamo in “Struttura della magia” di R.
Bandler e J. Grinder. Si parla di una paziente che partecipa a una terapia di gruppo
perché non riusciva a dire di “no”, in generale. Questo era dovuto alla sua convinzione
che qualsiasi “no” avrebbe comportato conseguenze drammatiche legate a un suo
rifiuto che aveva, secondo lei, procurato la morte del padre. Quindi le fu prescritto il
suo stesso sintomo: "Dica di no a tutti i presenti uno per uno!”. La donna si rifiutò:
"No, mi è assolutamente impossibile dire ‘no’ alle altre persone!" Il terapeuta continuò
a insistere e lei si rifiutò. Dopo alcuni minuti le fece presente che stava dicendo di no e
che nulla di male era accaduto.
La cosiddetta “prescrizione del sintomo” consiste nell’impartire un comando
paradossale, come dire all’altro di fare una cosa quando invece si vuole che non la
faccia. In tal caso il cambiamento deriva da un atto di ribellione nei confronti di chi ha
prescritto l’azione. Ad esempio, è capitato che mentre erogavo alcune mie attività di
formazione, ci sia stato qualcuno che interrompeva la mia esposizione con interventi a
sproposito e fatti a ripetizione, con lo scopo di sminuire il valore di quanto era
trattato. In quei casi, una delle mie strategie favorite sfrutta proprio la prescrizione
del sintomo: “Lei continui pure a intervenire, perché più interviene, più io capisco che
quello che dico è degno d’attenzione ed è ancora più interessante per tutti.” Ancora
una volta un’ingiunzione paradossale e un doppio legame utile a tutti gli altri e a me:
se il disturbatore avesse continuato, avrebbe implicitamente ammesso di trovare
interessante quanto trattato, se avesse smesso (come è stato, immediatamente), tutti
avremmo beneficiato della tranquillità per apprendere.
Di fatto, il paradosso fissa l’attenzione, toglie potere agli schemi mentali consolidati e
avvia una ricerca inconscia. Qualsiasi ingiunzione paradossale sospende la normale
attività logica e la mente consapevole rimane sovraccaricata dalla logica, del tutto
illogica, della comunicazione paradossale.
Come si esce da un doppio legame?
“La libertà non sta nello scegliere tra
bianco e nero ma nel sottrarsi a
questa scelta prescritta”.
(Theodor L.W. Adorno, 1903–1969
filosofo e musicologo tedesco)
In "Pragmatica della comunicazione umana" Paul Watzlawick riporta un esempio che
suggerisce implicitamente un possibile antidoto per il doppio legame. Un soldato
faceva anche il barbiere in una caserma; un giorno riceve il seguente ordine dal
proprio capitano: "Radere in giornata tutti i soldati della compagnia che non si radono
da soli! E solo quelli!". Il soldato-barbiere si ritrova in una situazione paradossale:
"Come faccio con me stesso?".
Il paradosso è che l'ingiunzione deve essere disubbidita per essere ubbidita (se rade
se stesso, il soldato-barbiere deve non radersi, ma se non rade se stesso, deve
radersi).
La soluzione possibile è “fare finta di niente”, ossia la "disattenzione selettiva". Lo
psicoanalista Harry S. Sullivan individua nella "disattenzione selettiva" la base per
ogni azione efficace e per la conservazione del senso di sicurezza di sé. La
disattenzione selettiva ci aiuta a non essere coinvolti nell’ossessiva codifica di tutti i
messaggi nelle relazioni quotidiane, alcuni dei quali possono recare con sé squalifiche,
ambiguità, contraddittorietà e nodi comunicativi, e a cui è salutare non prestare
attenzione.
Un altro modo per uscire da un doppio legame è di discriminare e comprendere i due
messaggi contraddittori e le loro conseguenze. Si tratta di diventare consapevoli delle
contraddizioni create dalla situazione. Il secondo passo è assumersi la responsabilità
della risposta, capire che di solito c’è sempre una scelta che può essere fatta, quindi si
può decidere di non rispondere, di andarsene o di svelare la contraddizione.
Il topolino nel labirinto purtroppo non ha molti margini di manovra, se non quello di
fermarsi all’imbocco della T e aspettare che lo sperimentatore, preso dalla noia e dalla
frustrazione, non lo prelevi e lo rimetta nella gabbietta, in cui non c’è la scossa e
probabilmente c’è qualcosa da mangiare.
Nel racconto di Bateson, il figlio avrebbe potuto dire alla mamma qualcosa del tipo:
“Vedo che ti senti a disagio quando provo ad abbracciarti e che ti è difficile accettare
un gesto d'affetto da me”. E poi gestire le fasi seguenti della comunicazione. Ma
probabilmente una dialettica così lucida non è propria di uno schizofrenico
ospedalizzato.
Il manager del mio coaching poteva dire a suo padre: “Oggi ho preso 8, e va bene
così! Le prossime volte andrà ancora meglio perché lo decido io.” Ma quest’assertività
forse non si adatta a tutti i bambini delle elementari.
Il soldato barbiere poteva dire al suo superiore che aveva bisogno di qualcuno che
radesse lui stesso. Ma a un subordinato non è concesso di replicare impunemente a un
superiore.
E gli automobilisti in Canada potrebbero andare comunque lentamente e dotarsi di
buone gomme, soprattutto in quelle aree dove hanno avvistato gli strani adesivi. Ma
quanto costa loro, sia emotivamente che praticamente?
Scopriamo, anche da episodi strani e apparentemente insignificanti, che vale la pena
di soffermarsi a ragionare sui nostri meccanismi mentali, per conoscerli e imparare a
gestirli efficacemente, anche in occasioni diverse, meno strane e con maggiore
significato.
P.S. Poi ho scoperto su internet il vero motivo degli adesivi (http://www.hoaxslayer.com/fake-potholes.shtml): si tratta di una pubblicità. I pubblicitari sono maestri
nell’illusionismo mentale. Ne parleremo presto in altri articoli.
________________________________
Bibliografia:
•
Verso un’ecologia della mente - Gregory Bateson (Ed. Adelphi)
•
Le nuove via dell’ipnosi – M. H. Erickson (Ed. Astrolabio)
•
Terapie non comuni – J. Haley (Ed. Astrolabio)
•
Pragmatica della comunicazione umana – P. Watzlawick, J. H. Beavin, D. D. Jackson
(Ed. Astrolabio)
•
Change – P. Watzlawick, J.H. Weakland, R. Fisch (Ed. Astrolabio)
•
Istruzioni per rendersi infelici – P. Watzlawick (Ed. Feltrinelli)
•
La struttura della magia – R. Bandler, J. Grinder (Ed. Astrolabio)
•
C'era una volta un paradosso – P. Odifreddi (Ed. Einaudi)
•
Paradosso e controparadosso di M. Selvini Palazzoli, L. Boscolo, G. Cecchin, G. Prata
(Ed. Raffaello Cortina)
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