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Rallentare un po` o fare una pausa era fuori

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Rallentare un po` o fare una pausa era fuori
LA S VO LTA
Informazioni sulla depressione e sui disturbi d’ansia 1/2007
PA G I N A 3 I B U R N O U T
PA G I N A 8 I S U I C I D I O
PA G I N A 1 0 I D E P R E S S I O N E
«Rallentare un po’ o fare una
pausa era fuori discussione»
Parlare del tabù del suicidio
«Wolf in der Säule»:
Art brut nel centro di Zurigo
Ritratto di Claudio Minder,
ex Mister Svizzera
Il dialogo può alleviare una
situazione di disagio interiore
estremo
Uno spazio per artisti particolari
Lundbeck (Schweiz) AG
Dokument letztmals geprüft:
27.12.2012
«Non facevo
più»
BURNOUT
ce la
Da tempo il burnout non è più solo una malattia dei manager. Può colpire chiunque. Anche
i giovani. Claudio Minder, Mister Svizzera 2000, ne è stato colpito a 25 anni. Ha messo troppa carne al fuoco, impegnandosi 24 ore su 24 e pretendendo troppo da sé e dal proprio
corpo. Le conseguenze: gravi disturbi della concentrazione e del sonno e incubi notturni.
I
primi segni comparsero nell’autunno
2005: Claudio Minder non riusciva più a
concentrarsi. Ad aggravare il quadro si
aggiunse anche l’eccessivo lavoro: non
sapeva più da che parte cominciare, cosa
avesse già sbrigato e cosa e quando fosse
ancora da affrontare. «Non ce la facevo
più», racconta il giovane, oggi ventiseienne.
C’erano i diversi lavori: consulente di
comunicazione, conduttore presso Radio
Liechtenstein, redattore e produttore di
«Fenster zum Sonntag» (SF 2), direttore di
una boutique di moda, modello. Far fronte
a tutti questi impegni è sicuramente uno
strapazzo, non solo per Claudio Minder.
«Ho messo troppa carne al fuoco», dice
ora. Sommando i diversi lavori part-time,
arrivava alla fine a un impegno del 130%.
A questa situazione si aggiunse anche un
terribile incidente subito poco prima, durante le ferie in Italia. «Mi tuffai in mare da
uno scoglio alto 12 metri. Nell’impatto con
l’acqua mi si arrestò la respirazione. Non
potevo più muovere le gambe e le braccia.
Poi non vidi più nulla», racconta Claudio,
con orrore, il suo incidente. Quando riprese
conoscenza era disteso sulla spiaggia, con
suo padre chino su di lui che gli massaggiava il petto. Un medico si trovava per
caso nelle vicinanze e potè prestare le
prime cure. Claudio riprese lentamente a
respirare, anche se i muscoli delle estremità rimanevano ancora completamente
contratti. «Se mio padre non mi avesse
ripescato dall’acqua, oggi non sarei qui a
raccontarlo», afferma convinto Claudio.
Il deficit di concentrazione fu solo l’inizio.
In breve tempo non potè più dormire, e se
riusciva a riposarsi per brevi momenti,
subito lo assalivano gli incubi, strappandolo
dal sonno. «Spesso mi svegliavo in un bagno di sudore. La testa mi girava come una
Profilo personale
Claudio Minder è nato a Uster (ZH), nel 1980. Poco dopo la sua nascita, i suoi
genitori tornarono in Italia. Trascorse la sua infanzia insieme ai cinque fratelli
nelle vicinanze di Avellino. A 16 anni lo mandarono a scuola in Svizzera, dove
portò a termine un apprendistato come tecnico doganale, riuscendo anche a
recuperare la maturità professionale. Nel 2000 Claudio Minder ha vinto il
titolo di svizzero più bello. Dopo l’anno come Mister Svizzera, ha lavorato
come consulente di comunicazione, conduttore, direttore di una boutique di
moda, redattore e produttore di un programma televisivo, nonché modello.
Attualmente Claudio Minder si impegna anche come ambasciatore per un’organizzazione non governativa che aiuta in Malawi (Africa) i meno fortunati.
3
BURNOUT
Claudio Minder è senz’altro anche uno dei
più giovani di cui esista già una biografia.
Dopo il suo anno come Mister Svizzera,
un giornalista ha redatto la biografia di
Claudio secondo le sue stesse indicazioni:
«Gold in Sicht – das Leben als Mister
Schweiz» (Oro in vista – la vita come
Mister Svizzera). Il libro è stato pubblicato
da Brunnen Verlag (Basilea) con una tiratura di 6500 copie.
Per salvaguardare la propria salute, Claudio Minder ha abbandonato il lavoro di conduttore radiofonico.
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«Non riuscire a
trottola. Mi chiedevo in continuazione cosa
avrei dovuto sbrigare il giorno seguente e
se il giorno prima avessi fatto tutto come
richiesto.» Ancora oggi Claudio Minder non
riesce a capire come abbia potuto cadere
in questo circolo vizioso.
degli
le
altri nei nostri confronti è estremamente
Nell’ormai lontano 2000 Claudio Minder è
stato il più giovane Mister Svizzera di tutti
i tempi. L’ex funzionario doganale, originario di Basilea e figlio di un pastore, crebbe
con i suoi genitori e i cinque fratelli in
Italia, più precisamente a Volturara, presso
Avellino, in Irpinia. Suo padre Paul, un pastore riformato, e sua madre Erika lasciarono la Svizzera poco dopo la nascita di
Claudio. A 16 anni lo mandarono a scuola
in Svizzera, dove portò a termine un
apprendistato come tecnico doganale, riuscendo anche a recuperare la maturità professionale. Durante il concorso di Mister
Svizzera era nel bel mezzo degli esami finali. «Non avevo molto tempo per stare a
scervellarmi sul titolo in palio.» Nel corso
dell’indagine TED ricevette la più alta per-
centuale di voti da parte del pubblico televisivo. Claudio Minder non solo è stato per
un anno lo svizzero più bello, ma sicuramente anche il più dotato dal punto di vista linguistico, visto che conosce perfettamente l’italiano, il tedesco, l’inglese e il
francese. È stato anche scritto molto sul
suo rapporto con la religione, un legame
che egli sintetizza così: «Per me Dio è
come il guardrail sull’autostrada: mi guida
lungo la mia strada.» Allora le critiche personali lo colpirono molto: «Mi sentivo
spesso del tutto a terra.» Se ora però tira
le somme, nonostante tutto, i lati positivi
della sua esperienza come Mister Svizzera
hanno certamente prevalso.
soddisfare
aspettative
logorante»
Con i suoi attuali 26 anni, Claudio Minder
fa parte quasi sicuramente del circolo
delle più giovani vittime del burnout.
Dopo che il deficit di concentrazione, le
notti insonni e gli incubi lo avevano prostrato per mesi, Claudio si decise ad
accettare l’aiuto di uno specialista. «Non
riuscire a soddisfare le aspettative degli
altri nei nostri confronti è estremamente
logorante.» In base ai sintomi riscontrati,
lo psicologo diagnosticò subito la sindrome che affliggeva Claudio: burnout. Gli
consigliò di prendersi immediatamente
una vacanza, di concedersi un po’ di tranquillità. «Rallentare un po’ o addirittura
fare una pausa era allora per me assolutamente fuori discussione. Ero nel bel
mezzo delle preparazioni per la conduzione del successivo concorso di Mister
Svizzera, che si sarebbe tenuto a Chiasso.
Per la conduzione della trasmissione dal
vivo, insieme alla presentatrice ticinese
Carla Norghauer, volevo dare il meglio di
me stesso», racconta l’ex svizzero più
bello. Dovette trovare un’altra strada.
Claudio cominciò a rinunciare a piccoli
incarichi. Cercò di praticare sport due
volte alla settimana. Per un certo tempo
si impose addirittura il divieto di usare il
telefono cellulare e la posta elettronica.
«Solo così potei proteggermi. Quando si
deve rispondere ogni giorno a 100 e-mail,
ci si stressa parecchio», dice. Ora ha
abbandonato il suo lavoro al 40% come
conduttore presso Radio Liechtenstein.
«Adesso ho più tempo libero, e me lo
godo anche. Mi voglio proprio riguardare.
Solo così posso uscire dal circolo vizioso»,
afferma Claudio convinto. È migliorato
anche il sonno. Anche se il suo ritmo
veglia-sonno non è ancora ottimale,
Claudio ha imboccato la via migliore per
gettarsi alle spalle il burnout.
«L’utilizzo
eccessivo
delle proprie energie porta al
BURNOUT
Burnout»
DISTRUTTO, ESAURITO, APATICO. IN SVIZZERA, QUASI UN LAVORATORE SU QUATTRO SOFFRE DI BURNOUT
LIEVE O MODERATO. IL TRE A QUATTRO PER CENTO DEGLI OCCUPATI NE È ADDIRITTURA PESANTEMENTE
COLPITO. CHE COSA SI CELA DIETRO LA PAROLA BURNOUT? IL MEDICO SPECIALISTA, LA DR.SSA BARBARA
HOCHSTRASSER, CI RIVELA QUALI SOGGETTI HANNO UN PIÙ ELEVATO RISCHIO DI BURNOUT.
Ci sono persone più soggette
al burnout?
Diversi atteggiamenti e tratti della personalità sono associati a un rischio elevato,
in particolare l’alta disponibilità a dare
fondo alle proprie energie, il perfezionismo, la tendenza a dedicarsi anima e
corpo a un progetto e la scarsa capacità
di tenere le distanze. Parliamo poi di persone che sono relativamente poco aperte
ai cambiamenti, evitano i problemi invece
di affrontarli di petto, tendono a rassegnarsi in caso di insuccesso e mostrano
un comportamento introverso e con scarsa autostima. Gli studi hanno inoltre
dimostrato che le persone che vivono sole
hanno un rischio elevato di sviluppare un
burnout.
Il burnout è una malattia maschile
oppure sono le donne che reagiscono
più precocemente?
Sull’incidenza del burnout nei due sessi
esistono risultati scientifici contraddittori.
«Le persone che
vivono sole
rischio elevato
hanno un
di sviluppare un burnout»
P RO F I L O P E R S O N A L E
La Dr.ssa Barbara Hochstrasser è specialista FMH in psichiatria e psicoterapia.
Lavora come primario nella Clinica privata Meiringen (BE), dove ha dato vita a un
rinomato reparto per la cura del burnout.
Non è quindi possibile affermare che il
burnout sia una malattia «tipicamente
maschile». Sembrerebbe piuttosto che
ben precisi aspetti della personalità, ma
anche difficili situazioni in ambito lavorativo, siano responsabili dell’insorgenza del
burnout.
Quali sono i primi sintomi del burnout?
Stanchezza che non si attenua nonostante un congruo periodo di riposo, labilità
emotiva, sensibilità alle situazioni stressanti, demotivazione sul lavoro e sentimenti negativi nei confronti degli interlocutori. Inoltre, possono manifestarsi anche
disturbi psicosomatici.
In che cosa consiste il «pronto soccorso» per un paziente che chiede aiuto al
medico?
È importante liberare il paziente dalle
situazioni gravose e fargli trovare il tempo
per il recupero e la rigenerazione. La normalizzazione del sonno è spesso una
componente importante. Gli elementi su
5
BURNOUT
al
burnout?
Tornare
cui si fonda la terapia sono una moderata
attività fisica e l’equilibrio fra lavoro e
riposo. È necessario assicurare al corpo la
possibilità di rigenerarsi e recuperare. A
seconda della situazione, sono indicati
anche alcuni medicamenti, a condizione
che rientrino in un trattamento medico.
E che cosa prevede la terapia a lungo
termine?
In definitiva si tratta degli stessi elementi
visti per il trattamento acuto. Importante
è soprattutto un impegno adeguato, disciplina nell’osservare le pause di riposo e
rilassamento, ma anche attività fisica,
sonno regolare e sufficiente, nonché tempo da dedicare ai rapporti interpersonali e
a sé stessi. La cosa essenziale è saper percepire i segnali che ci invia il nostro corpo
e reagire di conseguenza. Per lo più, il
superamento del burnout porta forzatamente anche a un cambiamento di valori
e priorità personali.
«Non è
consigliabile
stessa situazione
tornare esattamente alla
di lavoro presente prima del burnout.»
Come possono essere d’aiuto i
famigliari di una persona affetta da
Burnout?
Mostrando comprensione e pazienza,
sgravando e incoraggiando gli interessati
e manifestando apprezzamento, anche in
assenza di prestazioni. In nessun caso si
devono formulare accuse o rimproveri. È
necessario mostrarsi aperti a un colloquio,
senza essere assillanti. Fare proposte per
attività piacevoli e non faticose. Trasmettere senso dell’umorismo e gioia.
È possibile una guarigione completa?
La possibilità di una guarigione dipende
dalla gravità e della durata della sintomatologia del burnout. Nella maggior parte
dei casi rimane però una certa sensibilità
nei confronti delle situazioni particolarmente stressanti.
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Dopo aver superato il burnout si può
tornare ad affrontare normalmente la
vita quotidiana?
Sì, ma la quotidianità deve essere riorganizzata, per evitare un nuovo sfruttamento selvaggio delle proprie energie. È un
traguardo raggiungibile, a condizione che
si mantenga un buon equilibrio tra attività e riposo e si riservi tempo a sufficienza
per l’attività fisica, il rilassamento, i rapporti interpersonali e la riflessione su sé
stessi. Tuttavia, in genere non è consigliabile tornare esattamente alla stessa situazione di lavoro presente prima del burnout. Si devono adeguare gli impegni
onerosi e i ritmi di lavoro in modo che
corrispondano alle forze a disposizione.
Il più presto pos
QUANTO PIÙ A LUNGO I PAZIENTI AFFE
MINCIARE. LA NUOVA TENDENZA È CHIA
BURNOUT E DEPRESSIONE
H A N N O M O LT E C O S E I N
COMUNE
COSTRIZIONI E MAGARI SOLO PER ALCU
Secondo la Dr.ssa Barbara
Hochstrasser, il burnout e la depressione hanno molti tratti in comune. È
stato per esempio dimostrato che le
persone interessate in passato dalla
depressione, o con famigliari affetti
da depressione, mostrano un rischio
elevato di essere colpite dal burnout.
Il burnout comprende tre dimensioni:
esaurimento emotivo, cinismo e impressione di una riduzione delle proprie prestazioni sul lavoro. Nella
depressione manca tuttavia il cinismo, ossia l’atteggiamento negativo
e spregiativo nei confronti degli altri
(soprattutto sul lavoro).
Il burnout si distingue anche per un
esaurimento particolarmente imponente sia psichico che fisico e per una
ridotta tolleranza allo stress, indipendentemente dal fatto che questo sia
dovuto ai ritmi frenetici, ai difficili
rapporti interpersonali o a fattori fisici quali la temperatura o il rumore.
Dal punto di vista clinico si registra in
molte persone con burnout una marcata labilità vegetativa.
MODELLO SONO MOLTO POSITIVE.
B
urnout: e adesso? In Svizzera, sempre
più donne e uomini abbandonano la vita
lavorativa a causa del burnout: in malattia,
spacciati, disperati. La strada per riprendere
la vita professionale sembra prima di tutto
sbarrata. Emarginati e per lo più licenziati,
gli individui colpiti non possono far altro
che attendere un miglioramento. Così sono
stati trattati fino a non molto tempo fa i
pazienti con depressione da esaurimento. Si
attendeva che mostrassero condizioni di
salute stabili, e solo a quel punto si osava
una reintegrazione nel processo lavorativo.
L’attesa non giovava certo all’autostima dell’interessato, mentre la crescente durata
dell’assenza dal lavoro ingigantiva sempre
più il problema della ripresa.
«Oggi, dopo un trattamento acuto, cerchiamo di fare in modo che la persona colpita
dal burnout torni il più presto possibile al
lavoro», spiega Bettina Bärtsch, job coach
presso la Clinica Psichiatrica Universitaria di
Zurigo. «La cosa migliore sarebbe che tornasse allo stesso posto di lavoro, ma non
suicidio: parlare
meglio
SUICIDIO
Il
è
che tacere
IL SUICIDIO CAUSA OGNI ANNO IN SVIZZERA UN NUMERO DI MORTI QUASI TRE VOLTE SUPERIORE A QUELLO DOVUTO A
INCIDENTI STRADALI. SPESSO COLPISCE LE FAMIGLIE IN MODO INASPETTATO, LASCIANDO FERITE PROFONDE E TRACCE
INDELEBILI. NONOSTANTE LA SUA INCIDENZA, IL SUICIDIO CONTINUA A RIMANERE UN ARGOMENTO TABÙ.
I
n Svizzera, ogni sei ore una persona si
toglie la vita. Annualmente muoiono
per suicidio quasi 1500 individui. Per suicidio perdono la vita più persone che per
incidenti stradali, abuso di droghe, AIDS e
atti di violenza considerati nel complesso.
A livello europeo la Svizzera è al nono
posto per tasso di suicidio, dopo Paesi
come Russia, Ungheria o Austria. Perché
così tante persone si tolgano la vita in
Svizzera è ancora poco chiaro agli esperti.
Fra i numerosi fattori si ipotizza anche la
vergogna: dei propri problemi non si parla
e in situazioni di crisi non si cerca aiuto.
A essere colpite sono soprattutto
le persone che vivono una fase di
transizione
«La suicidalità è ancora oggi un tabù,
anche se quasi ognuno di noi ha pensato
almeno una volta nella propria vita al suicidio o è venuto in contatto con il problema attraverso conoscenti o famigliari.
Importante è quindi soprattutto destigmatizzare il suicidio e i problemi psichici
8
in generale», spiega Barbara Weil, direttrice di «Ipsilon», l’iniziativa per la prevenzione del suicidio in Svizzera.
«Il suicidio non trae origine da una
libera scelta,
bensì dal bisogno
di sottrarsi a un fortissimo
dolore
interiore»
Il suicidio è solo l’ultima conseguenza di
un processo di sviluppo che ha avuto inizio molto tempo prima. Circa il 90% delle
persone che pongono fine alla propria vita
soffre di un disturbo psichico al momento
di questo gesto estremo. Per lo più si tratta di una depressione (40-70% dei casi) o
di alcolismo o tossicodipendenza (2550% dei casi). Alla base del disturbo psi-
chico si trovano a loro volta molteplici
situazioni gravose che durano da diverso
tempo, quali disoccupazione, pensionamento, problemi di coppia, problemi scolastici o nella ricerca di un posto di
apprendistato, malattie, nonché cambiamenti delle condizioni di vita quali una
gravidanza o il distacco dalla casa paterna.
In caso di crisi di lunga durata possono
manifestarsi anche disturbi psicosomatici. Si tratta di interazioni fra i sintomi
organici e quelli psichici, per esempio
disturbi del sonno, depressione, ansia,
attacchi di panico, problemi di stomaco,
mal di schiena, eccessivo consumo di
alcol o disturbi del comportamento alimentare. L’intensità della crisi arriva infine a pesare in modo insopportabile sulla
persona colpita. Spesso il paziente non
riesce più ad associare il sintomo organico (per es. il disturbo del sonno) alla
causa effettiva. Prima o poi le proprie
risorse non bastano più. La persona col-
SUICIDIO
med. Konrad Michel, della Clinica Psichiatrica Universitaria di Berna. In Svezia è
stato per esempio dimostrato che tramite
mirati corsi di aggiornamento per i medici
è stato ridotto il tasso di suicidi. La Clinica Psichiatrica Universitaria di Berna si è
quindi attivata direttamente, offrendo un
breve intervento specifico dopo un avvenuto tentativo di suicidio. Infatti, le ricerche sul suicidio suggeriscono la possibilità
che gli interventi a breve termine, seguiti
da un’offerta di contatto prolungata nel
tempo, abbiano una grande probabilità di
ridurre il rischio di successivi tentativi di
suicidio.
«Nessuno si
toglierà la vita,
parla suicido»
perché si
di
«È ragionevole trattenere
le persone
sconsiderate»
dal commettere azioni
pita si sente impotente e non ce la fa
più a uscire dalla crisi con le proprie
forze. Il suicidio viene considerato quale
soluzione possibile, mentre il senso di
disperazione diventa ossessivo.
L’interessamento avrebbe già potuto
essere d’aiuto
L’interessamento degli amici, dei conoscenti, dei famigliari o del medico avrebbe
forse potuto essere d’aiuto nel momento
del bisogno. «Il suicidio non trae origine
da una libera scelta, bensì dal bisogno di
sottrarsi a un fortissimo dolore interiore.
La persona colpita si trova quasi in trance», osserva Barbara Weil. Per questo è
ragionevole trattenere le persone dal
commettere azioni sconsiderate. È tipico
anche il fatto che una volta passata la
crisi, si guardi la situazione con occhi
diversi. Anche l’obiezione che continua a
essere sollevata, secondo cui la persona a
rischio si toglie la vita perché si porta il
discorso sul suicidio, è del tutto infondata.
Piuttosto è valido il contrario: «Nessuno
si toglierà la vita, perché gli si parla di suicidio. Forse, però, qualcuno potrà commettere suicidio, se non gli si parla dei
suoi pensieri di suicidio e delle crisi che lo
affliggono», conclude Weil.
Aiuto nella crisi
Una mano tesa rappresenta un’ancora di
salvezza a cui possono aggrapparsi le persone a rischio di suicidio o i loro famigliari
preoccupati. «Noi prestiamo ascolto in
tutte le crisi di natura psichica e situazioni
di vita, cercando di mostrare comprensione e trasmettere fiducia. Questo è un
primo passo estremamente importante.
Non intendiamo mettere sotto pressione
la persona interessata, bensì scoprire risorse attraverso cui poter ritrovare coraggio», spiega Tony Styger, direttore del
centro regionale zurighese.
Un sostegno a lungo termine riduce i
tentativi di suicidio
«Purtroppo in Svizzera, rispetto a quanto
si fa in altri Paesi in tema di prevenzione
del suicidio, si attuano misure molto scarse», commenta dispiaciuto il Prof. Dr.
Il primo contatto ha luogo entro due settimane, mentre quelli successivi si succedono a brevi intervalli l’uno dall’altro. In
seguito i pazienti ricevono regolarmente,
per due anni, lettere in cui vengono ricordati i segni premonitori e le misure di
comportamento elaborate di comune
accordo.
Fonte:
«Krise und Suizid» (Crisi e suicidio), documento
base per seminari rivolti ai medici, FMH·BAG, Berna
1992; 2a edizione 1995, 3a edizione aggiornata 2000.
LIBRI:
Suicidio, Psicopatologia e
prevenzione
Roberto Tatarelli
Editore: Il Pensiero Scientifico, 1992
Il Suicidio di Domenico de Mario
Compendio storico, clinico, casistico,
biologico e terapeutico
Editore: Il Pensiero Scientifico, 1997
9
«Wolf Säule»:
spazio
creatività
DEPRESSIONE
in der
uno
riservato alla
ALLE PERSONE AFFETTE DA UNA MALATTIA PSICHICA MANCA SPESSO LA POSSIBILITÀ DI DARE LIBERO CORSO ALLA
PROPRIA CREATIVITÀ. «WOLF IN DER SÄULE» È UN ATELIER UNICO NEL SUO GENERE, PERCHÉ OFFRE ALLE PERSONE CREATIVE QUESTO SPAZIO E I MATERIALI PER DIPINGERE.
R
egna un gran viavai indaffarato. Alcuni
arrivano solo per un breve colloquio,
oppure si accomodano tranquillamente a
prendere un caffè. Altri si mettono subito
al cavalletto e cominciano a dar forma alle
proprie idee sulla tela. Da quasi un anno
Andrea Fetz-Thaler guida l’atelier «Wolf in
der Säule» e nonostante ciò continua a
essere affascinata come fosse la prima
volta dall’energia creativa di ogni singolo
utente. «La gente scambia spesso il nostro
atelier per un’offerta per il tempo libero.
Nulla di più falso: qui dipingono artisti veri
che a causa della loro malattia non possono mantenere uno studio proprio», spiega.
La maggior parte delle persone che usufruiscono di questo spazio sono individui
con una malattia psichica quale la depressione o la schizofrenia. Si parla anche della
cosiddetta art brut, ossia di quella forma
d’arte prodotta da persone che sono scivolate fuori dai normali schemi culturali e
sociali del mondo in cui viviamo o che li
hanno abbandonati. Nell’atelier «Wolf in
der Säule» lavorano ex pazienti di una clinica psichiatrica.
Sperimentare con i materiali
L’atelier è formato complessivamente da
tre stanze. Al pianterreno si trova il lumino-
so atelier inondato dalla luce del sole. Sui
due tavoli si lavora a diversi progetti, mentre tutto intorno sono a disposizione diversi cavalletti. Ogni artista deve farsi carico
di una parte dei costi: un foglio di carta per
il cavalletto, ad esempio, costa un franco.
Al piano sottostante trova posto un grande
tavolo rotondo a cui ci si può sedere tutti
insieme. Il piano ancora più in basso è adibito a ripostiglio e stanza computer. Una
pila di lavori contiene i quadri del giapponese Massami Ishihara: un vulcano in eruzione. Sebbene dipinga sempre lo stesso
motivo, ogni quadro è diverso dal precedente. Abita da circa 20 anni in Svizzera e
ha cominciato a dipingere sei anni fa, durante un ricovero ospedaliero. Quando
dipinge, Massami «si sente bene e in compagnia». Di fianco si trovano i quadri di
Arnold («Noldi») Federle, artigiano vetraio
autonomo fino al 1993. Da allora è continuamente in lotta per «funzionare normalMassami Ishihara: quando dipinge si sente bene
e in compagnia.
10
DEPRESSIONE
diversi individui vengono schizzati, quasi
descritti. Oggi si aggira inattivo per l’atelier. Non riesce a concentrarsi, perché lo
«tormentano gravi preoccupazioni finanziarie.» Deve consultarsi con il suo curatore
e la cosa continua a girargli per la testa.
«Se però ha un giorno fortunato», dice
Andrea Fetz-Thaler, «dipinge diversi quadri
contemporaneamente».
Arnold Federle: disegnare, dipingere e ridipingere.
Sperimentare a seconda dell'umore.
mente». Egli esperimenta volentieri con
materiali diversi, disegna, dipinge, distrugge, ridipinge o graffia. A seconda dell’umore.
Affinché la vita nell’atelier scorra senza
intoppi, cinque giorni alla settimana, dalle
15.00 alle 19.00, sono presenti dei sorveglianti. Lo spettro dei loro compiti è molto
ampio, spaziando dal semplice lavoro di
pulizia fino alle pubbliche relazioni. Di
tanto in tanto è necessario anche appianare una lite, quando per esempio si radunano troppi utenti in una stanza. Nonostante
la malattia psichica che lo affligge, Erich fa
oramai parte del team di sorveglianza.
Anche lui vanta una speciale forma di
espressione artistica: a volte si tratta di
figure arrotondate; spesso dalle teste fanno
capolino moltissimi cerchi e anse.
Ogni giorno usufruiscono dell’atelier da 10
a 15 persone. In molti casi si tratta delle
stesse persone che continuano a venire da
anni. Per esempio André Zehntner, uscito
di carreggiata a causa della malattia dopo
la formazione professionale e la frequentazione del conservatorio. I suoi quadri ritraggono rapporti interpersonali, talvolta in
modo molto espressivo. Con linee spesse i
Uno spazio libero fuori dall’istituzione
dell’ospedale
È stata Karin Mai, nel 1998, a dare vita
all’atelier. La ex infermiera psichiatrica
aveva già allora fondato un atelier di pittura libero nella Clinica Universitaria
Burghölzli. «Der Wolfender Soirler» scrisse
allora un paziente sotto un primo quadro
creato nella clinica. Questo titolo prestò il
nome anche alla raccolta di quadri.
L’obiettivo di Mai fu la possibilità di offrire
un atelier anche al di fuori dell’istituzione
dell’ospedale. Per questo affittò con soldi
propri degli spazi nella Rachergasse.
Quando un giorno raccontò della raccolta
di quadri e l’interlocutore chiese: «Come?
Wolf in der Säule?», era già deciso anche il
nome dell’atelier. Oggi l’associazione ha
quasi 100 membri e si trova al n. 44 della
Merkurstrasse.
«Per noi è importante che il nostro atelier
non venga considerato quale terapia, bensì
come laboratorio e spazio libero a disposizione dell’arte», sottolinea Gabi Rosenberg,
la presidente. «L’atelier ‘Wolf in der Säule’
offre uno spazio creativo in cui potersi ritirare», le fa eco Andrea Fetz-Thaler, ribadendo il significato dell’atelier. Per questo
viene data grande importanza al fatto che
gli artisti si rendano indipendenti. Poco
tempo fa Pro Mente Sana si è fatta carico
dei costi per un corso di informatica.
Queste lezioni consentono agli artisti di
creare un account di posta elettronica,
André Zehntner: dipinge spesso anche diversi
quadri contemporaneamente.
nonché acquisire informazioni da Internet.
Sebbene «Wolf in der Säule» non abbia
nulla a che fare con la terapia, l’aiuto reciproco è sempre in primo piano. «Se qualcuno manca per un certo tempo, gli telefoniamo a casa», conferma Andrea Fetz-Thaler.
L’atelier integra così in modo perfetto libertà
artistica ed espressione della personalità per
individui che altrimenti non potrebbero
quasi vivere la propria creatività.
Anche se in realtà può venire chiunque,
molto presto salta all’occhio che qui sono
all’opera degli artisti. Diverse mostre, anche
all’estero, stanno a testimoniare la qualità
dei lavori artistici. Attualmente è già in programma la prossima esposizione presso la
Fondazione Züriwerk (2 febbraio – 12 aprile
2007): il materiale non manca certo.
AT E L I E R « WO L F I N D E R S Ä U L E » :
L’associazione di «Wolf in der Säule» è senza scopo di lucro e non riceve
finanziamenti statali. Per questo si cercano sempre nuovi membri e sostenitori. Ulteriori informazioni: Atelier «Wolf in der Säule», telefono: 044 271 78 52,
e-mail: [email protected], Internet: wolfindersaeule.ch
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