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L`uomo ricco e il povero Lazzaro In quel tempo, Gesù disse: «C`era

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L`uomo ricco e il povero Lazzaro In quel tempo, Gesù disse: «C`era
L’uomo ricco e il povero Lazzaro
In quel tempo, Gesù disse: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora
e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome
Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello
che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue
piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì
anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di
lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo,
abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a
bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo
rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi
mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per
di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono
passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò:
“Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque
fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo
di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui
replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si
convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno
persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
Luca 16,19-31
La spiegazione del testo…
Nel cap. 16 del suo vangelo, Luca riporta due parabole e molti detti (lóghia) di Gesù riguardanti
la ricchezza e l’uso del denaro, temi molto cari al terzo evangelista (cfr. 12,16-21; 21,1-4). Per
comprendere correttamente la parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro occorre tenere
presente che il linguaggio della narrazione non si prefigge uno scopo moralistico o esortativo.
Piuttosto, si riferisce a una realtà per significarne e illuminarne un’altra, al fine di condurre a
un giudizio secondo la prospettiva di Dio. Il racconto è insomma articolato in modo che chi
ascolta possa identificarsi nei personaggi per trarne le conseguenze per la propria vita (cfr. 2
Sam 12,1-7). Nella parabola in questione si parla esplicitamente del mondo dei morti per
parlare implicitamente di quello dei vivi. I personaggi principali sono due. Del primo non
conosciamo il nome; di lui si dice che veste con una eleganza raffinata paragonabile a quella
regale e divina (nella letteratura rabbinica la porpora era riservata ai re e a Dio), e si dà a lauti
pasti (v. 19; qui è usato lo stesso verbo che in Lc 12,19 è tradotto con ‘rallegrarsi’ e che il ricco
di quella parabola rivolgeva alla propria anima). Del secondo personaggio – caso unico in una
parabola – si specifica il nome, Lazzaro, ovvero ‘Dio viene in aiuto’; di costui si dice che stava
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alla porta del ricco, era coperto di piaghe e bramoso di sfamarsi con ciò che cadeva dalla tavola
del ricco, dal quale riceveva solo indifferenza. Due sono i punti focali del racconto. Il primo è
il rovesciamento delle sorti (cfr. anche 1,52s.; 6,20-21.24s.) dopo la morte, per cui il ricco va
nella zona degli inferi riservata ai malvagi, mentre il povero è accolto come commensale al
banchetto messianico presieduto da Abramo (vv. 19-26). La parabola rispecchia la concezione
giudaica dell’epoca, secondo cui i morti, in attesa del giudizio finale e della risurrezione,
soggiornavano nell’oltretomba – luogo suddiviso in spazi distinti per i peccatori e per i giusti.
Il secondo punto focale della parabola emerge dalla risposta che Abramo dà alla richiesta del
ricco di inviare Lazzaro dai suoi fratelli perché li richiami a conversione prima che sia troppo
tardi (vv. 27-31) e riguarda la necessità di credere e obbedire alla parola di Dio contenuta nelle
Scritture (cfr. 24,27.44). È solo, infatti, se si è disposti al rischio della fede che si può credere
pure al miracolo della risurrezione. Luca qui allude anche alla reazione d’incredulità di taluni
Giudei, figli di Abramo solo per il sangue e non per la fede (cfr. 3,8), di fronte ai segni
messianici posti da Gesù.
Uno spunto di meditazione…
L’uomo ricco lo ha sperimentato: «È più facile per un cammello passare per la cruna di un
ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio»; ma egli ora sa anche che «ciò che è impossibile
agli uomini, è possibile a Dio» (Lc 18,25.27) – se gli uomini sono disposti a prendere sul serio
la sua Parola e ad aprirsi al dono della fede. È la fede che crea in noi le condizioni per la
conversione del cuore, quella che ci fa accogliere la misericordia del Padre e ci fa accorgere
del fratello che ci sta accanto, spingendoci ad amarlo. Più che condannare la ricchezza, Gesù
mette in guardia dal potere che essa ha di possedere e occupare tutto il cuore dell’essere umano,
asservendolo a sé e non consentendogli di dare spazio a nessun altro, neppure a Dio. Ne
facciamo anche noi esperienza quando ragioniamo e ci comportiamo come se tutto fosse
risolvibile con il denaro e, in definitiva, poniamo ogni nostra fiducia in esso anziché in Dio.
Alla fine, ci ritroviamo forse appagati in superficie, ma in fondo delusi e vuoti, infelici.
Il problema, per noi come per il ricco della parabola, non è il denaro in sé, bensì l’uso che ne
facciamo. La parola di Dio ci dice che non è sufficiente astenersi da azioni malvagie: occorre
compiere il bene, perché è solo nell’amore che si trova la gioia del vangelo ed è amando che
assomigliamo al Padre. La conversione richiesta è, quindi, quella dalla fiducia nel denaro e in
tutte quelle multiformi ricchezze che possono riempire il nostro cuore, alla fiducia reale in
Dio. E, più concretamente: andare incontro ai bisogni dei fratelli, alleviarne le sofferenze,
condividendo con loro anche i nostri beni e facendo della nostra vita un dono.
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È difficile, perché in realtà spesso alle ricchezze attacchiamo il cuore; tuttavia diventa possibile
nella misura in cui siamo disposti a riconoscere che noi per primi siamo bisognosi della
misericordia del Padre e la accogliamo. Quel ricco della parabola, nostro compagno di viaggio
particolarmente nel tempo della Quaresima, ci ricorda che ora è il momento propizio: è questo
il tempo in cui lasciarci dissetare e sfamare dall’unica Parola che salva e che ci rende capaci
di vivere nell’amore
Una lettura spirituale…
Apprendi dal vangelo la dimora del povero e la dimora del ricco: il povero riposa in Abramo,
il ricco giace nel fuoco. Poiché la giustizia alterna le sorti, chi aveva pianto qui gode là e il
ricco è nel bisogno, mentre il povero è nell’abbondanza. Da questi insegnamenti impariamo a
vivere per Cristo la santa giustizia e a dispensare una parte ai poveri. Tu che disprezzi il povero,
che inorridisci alla vista del misero e consideri di cattivo augurio l’incontro di un pio
supplicante, che ti ammiri splendente di una veste preziosa, né ti accorgi di essere sordido
nell’interiore portamento, porti nel cuore tutto ciò che hai in orrore nel corpo del povero,
sebbene ricco, più sudicio dei panni cenciosi e delle piaghe ulcerose; disprezzi il cieco, eviti
di toccare il lebbroso, o ricco avaro, tu stesso ami la tua lebbra. Quello è misero e debole agli
occhi degli uomini; tu sei turpe dinanzi a Dio per la debolezza dello spirito. Improbo, disprezzi
il povero che pure è partecipe della tua natura e per avarizia lo privi della parte che gli spetta.
Iniquo, tutto ciò che a te avanza senza alcuna utilità, ciò che nascondi in una buca scavata in
terra è parte che spetta ai poveri. Perché trattieni per te le cose altrui? Il tempo è giunto; il
Signore è ormai vicino; affrettatevi a prepararvi all’incontro del Re, finché ancora ve ne rimane
il breve tempo. Usate con benigna pietà dei vostri beni e strappate dal cuore la radice del male.
Nel cuore dei poveri raccogliete la ricompensa della vostra vita e ungete il vostro capo con pie
offerte e baciando i piedi santi di Cristo Signore, asciugateli ambedue con i capelli e lavateli
con le lacrime
[Paolino di Nola, Carme XXXI, in Id., I carmi, Città nuova, Roma 1990, 440-442]
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