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Torino britannica. - The British School at Rome
Torino britannica. Political and Cultural Crossroads in the Age of the Grand Tour 19 / 20 / 21 giugno 2013 Rome, British School at Rome Reggia di Venaria Paola Bianchi Cosmopolitismo e pragmatismo confessionale: i gentiluomini britannici in Accademia Reale L’Accademia Reale di Torino si profilò come un autentico crogiolo di esperienze cosmopolite. La fisionomia di tale istituto di formazione sarebbe cambiata profondamente dopo la crisi dell’antico regime, divenendo una scuola militare a carattere “nazionale”. Dall’apertura tardo-secentesca, ma soprattutto nel corso del Settecento, la fortuna a Torino di questo tipico esempio di Ritterakademie fu invece alimentata dal flusso di una popolazione studentesca che, a differenza della committenza dell’ateneo e del Collegio dei Nobili, comprendeva anche gentiluomini di confessione protestante. Si trattò di un innesto di presenze interessanti, sotto l’aspetto sociale non meno che per il retroterra dei contatti internazionali, inserito in un tessuto urbano che già da tempo aveva assistito all’insediamento di commercianti, banchieri e militari di religione riformata. Le vicende legate alla guerra della Lega di Augusta, intrecciandosi con le conseguenze della revoca dell’editto di Nantes nella Francia di Luigi XIV (1685), avevano portato lo Stato sabaudo a una nuova strategia di alleanze, che coinvolsero l’Inghilterra anglicana e le Province unite calviniste: una mossa che ebbe precisi risvolti sui rapporti con le enclaves protestanti. Tutto ciò si riverberò anche sull’afflusso di giovani aristocratici in Accademia Reale, a stretto contatto con gli ambienti di corte, con i gabinetti diplomatici e con i luoghi della sociabilità aristocratica. L’esistenza di cappelle di culto privato, presso le abitazioni scelte dagli inviati, e alcune figure di diplomatici d’origine ugonotta, passati al servizio inglese e giunti quindi in Piemonte per conto del re d’Inghilterra, costituirono, in tal senso, un tramite importante. Il saggio è volto a ricostruire il quadro di un dinamico e pragmatico ambiente di relazioni in cui la promiscuità confessionale non rappresentò un ostacolo né un’eccezione troppo vistosa. Paola Bianchi, PhD in Storia della società europea (Storia moderna), è ricercatrice presso l’Università della Valle d’Aosta dove insegna Storia dell’Europa. Si occupa di storia militare e di rapporti fra le corti europee, in particolare nel Sei e Settecento. Da anni studia i contatti creati dalla pratica del grand tour fra élites britanniche e Stato sabaudo, analizzando l’afflusso di gentiluomini in Accademia Reale a Torino, istituto che una tradizione storiografica di matrice otto-novecentesca aveva teso a oscurare. Autrice di diversi saggi dedicati a questi temi, ha avuto occasione di presentare alcuni risultati dei suoi studi in una conferenza tenuta presso la British Schoool at Rome nel marzo 2013, dal titolo Il viaggio in Italia in cerca del moderno. Gentiluomini inglesi a Torino nel Settecento / A Voyage to Italy in Search of Modernity: English Gentlemen in Eighteenth-Century Turin. Cristina Bracchi Baretti inglese: la didattica e la critica Lo studio dell’opera An Account of the Manners and Customs of Italy; with Observations on the Mistakes of some Travellers with regard to that Country, di Giuseppe Baretti, Londra 1768, consente di mettere a tema gli ambiti prevalenti dell’erudizione barettiana: la didattica e la critica. L’Account, ampio resoconto di usi e costumi italiani, in risposta e contrapposizione alle relazioni di viaggio inglesi in Italia, offre un contributo, che si esplica oltre la lettera del testo, allo studio della storia dei rapporti tra cultura inglese e cultura italiana nel XVIII secolo. L’autore dichiara chiaramente le proprie intenzioni: “In the following work I censure with great freedom the accounts given of Italy by several English and several foreign writers of travels”. La diversità e la molteplicità di argomenti danno all’opera un carattere enciclopedico e l’approfondimento dei temi letterari, su cui Baretti insiste con particolare enfasi, spiega la prospettiva critico-didascalica che presiede alla scelta di un ‘canone di personalità d’eccezione’ della letteratura italiana, da presentare con l’autorevolezza di un discorso attorno alla letteratura che si avvale dell’intertestualità plurilingue che percorre tutta l’attività di scrittura barettiana. Il dato letterario, insieme agli aspetti odeporici, risulta sostenere la struttura dell’Account e, insieme all’educazione, al divertimento, alla religione, alla vita quotidiana, è fondamentale all’immagine dell’Italia e al genio italico che Baretti si prefigge di illustrare agli inglesi. Opera di natura composita, l’Account si presenta come un viaggio etnografico fra le realtà italiane. Tre sono le linee di svolgimento della volontà mediatrice di Baretti, in dialogo costante con le altre sue opere odeporiche, didascaliche, critiche: fornire una più precisa conoscenza del proprio paese fra gli/le inglesi; rinnovare la prestigiosa presenza culturale e civile dell’Italia in Europa, colmare in se stesso il vuoto d’identità dovuto alla condizione di emigrato. Letteratura e viaggio da mettere in relazione con il legame tra scrittura e vita, presente nel pragmatismo barettiano. Cristina Bracchi, è insegnante e studiosa di letteratura italiana e latina. Dottore di ricerca in Storia della lingua e della letteratura italiana, si occupa in particolare di teoria e critica del testo, di storia della cultura e di teoria della ricezione; di letteratura delle donne, nell’ambito degli studi di genere; di linguaggio e di italiano L2. Fa parte della Società Italiana delle Letterate SIL; degli Archivi delle Donne in Piemonte - ARDP; del Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne - C.I.R.S.D.e dell’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni: Prospettiva di una nazione di nazioni. An Account of the Manners and Customs of Italy di Giuseppe Baretti, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1998; Le carte socratiche della poesia. L’otium critico settecentesco e il canone oraziano, Torino, Thélème Editrice, 2001; Poetiche politiche. Narrative, storie e studi delle donne, a cura di C. Bracchi, Padova, Il Poligrafo, 2011. Edward Chaney Torino Britannica and the Cultural Memory of Egypt: Stuarts, Savoys and the Divine Right of Kings. My paper begins by investigating early-seventeenth-century Anglo-Torinese connections and possible links with the so-called Mensa Isiaca, an artefact of great prestige in this period. At around the time Charles I acquired most of the rest of the Gonzaga collection, this seems to have been acquired by Carlo Emmanuele I of Savoy. The subject of a learned treatise published by Lorenzo Pignoria in 1605, until Champollion deciphered the hieroglyphics and Drovetti greatly enlarged the collection, the Mensa Isiaca starred as the prize exhibit and inspiration for what became one of the greatest Egyptian Museums in the world. ‘Torino Britannica and the Cultural Memory of Egypt’ is a two-stranded essay which examines the Divine Right of Kings as the legacy of ancient Egypt. The extent to which the Stuarts and the Dukes of Savoy, ever-anxious to acquire similarly regal status, were influenced by Egyptian ideas was for the most part unconscious but growing post-medieval interest in the visible manifestations of this still largely buried civilization tells us much about our own (and its discontents). More specifically it creates a new prism through which to investigate the evolution of the United Kingdom and united Italy. Edward Chaney is the Professor of Fine and Decorative Arts and Founding Chair of the History of Collecting Research Centre at Southampton Solent University. He is author of several books on Anglo-Italian subjects and is a Commendatore of the Italian Republic. In 2010-12 he was awarded a Leverhulme Major Research Fellowship to work on the Idea of Ancient Egypt in Early Modern Britain. Annarita Colturato Con talento e intraprendenza: musicisti piemontesi a Londra nel secondo Settecento «The arrival of Giardini in London, in the spring of this year, forms a memorable æra in the instrumental music of this kingdom», scriveva Charles Burney nella sua General History of Music datando l’esordio inglese di Felice Giardini al 1750 anziché – come sembra certo – al 1751. Grazie all’immediato successo come violinista e didatta, al carattere intraprendente e al sostegno di alcuni dei più influenti nomi dell’aristocrazia britannica, il compositore (Torino, 1716 - Mosca, 1796) fu tra le personalità che dal punto di vista concertistico ed editoriale segnarono maggiormente il secondo Settecento musicale londinese. Non l’unico, a provenire dal Regno di Sardegna e dalle nutrite file degli strumentisti piemontesi noti in ambito internazionale per il loro virtuosismo e le loro qualità interpretative. Nel 1767, a incantare il pubblico con il suo talento, popolare i cataloghi degli editori con le sue composizioni e guidare l’orchestra del King’s Theatre (avviata da Giardini a una «new discipline, and a new style of playing», stando ancora a Burney) giunse Gaetano Pugnani (Torino, 1731-1798), come Giardini allievo del ‘padre’ della scuola violinistica piemontese, Giovanni Battista Somis: una scuola la cui fama in Europa, Inghilterra compresa, fu definitivamente decretata da Giovanni Battista Viotti (Fontanetto Po, Vercelli, 1755), «the celebrated Viotti, supposed to be the first Violin in the world» – come scrisse il celebre impresario Johann Peter Salomon – che proprio nella capitale inglese morì nel 1824 al termine di un’esistenza avventurosa trascorsa sulle ribalte più prestigiose e a contatto con gli ambienti più colti e aristocratici del tempo. Annarita Colturato è ricercatrice presso l’Università di Torino (Dipartimento di Studi Umanistici), dove insegna Bibliografia musicale. Membro del comitato di redazione di «Fonti musicali italiane» (periodico della Società Italiana di Musicologia), del consiglio direttivo dell’Istituto per i Beni Musicali in Piemonte e del comitato scientifico dell’orchestra Academia Montis Regalis, responsabile di vari progetti di ricerca, ha fatto parte dei comitati scientifici di mostre e convegni. Ha curato i cataloghi di fondi musicali di rilevanza internazionale, collaborato ad alcune delle più autorevoli opere collettive di ambito musicale, dedicato numerosi studi in particolare al Settecento musicale italiano (l’ultima monografia, Mettere in scena la regalità. Le feste teatrali di Gaetano Pugnani al Regio di Torino, è uscita nel 2012). Paolo Cornaglia Il giardino inglese in Piemonte a fine Settecento: declinazioni pittoresche, anglo-cinesi e paesaggistiche. Nel suo Coup d’oeil sur Beloil, pubblicato nel 1786, il principe de Ligne, testimone d’eccezione e in presa diretta del diffondersi del gusto pittoresco in Europa, stronca con poche parole la secolare vicenda dei giardini alla francese: “Alberi esausti, carpinete languenti, sentieri arati dove è impossibile passaggiare, una verzura malaticcia, fieno al posto del prato”. È la nuova sensibilità nei confronti della natura che nei decenni procedenti è maturata in Gran Bretagna e in quel momento sta guadagnando posizione grazie anche alla diffusione di modelli attraverso pubblicazioni come i ventuno cahiers (1775-89) dei Jardins Anglo-chinois di Le Rouge. Il nuovo spirito del giardino inglese giunge in Piemonte attraverso queste pubblicazioni ma anche attraverso l’osmosi con i paesi confinanti o specifici apporti legati al Regno Unito. Se una diretta influenza britannica è costituita dal progetto di Giovanni Battista Borra (attivo a Norfolk House a Londra e nel parco di Stowe) per il castello di Racconigi in forma di vera e propria villa inglese (1755), giardini ufficialmente “anglo-cinesi” o comunque pittoreschi o sono progettati da Gugliemo Gullini nel 1784 per i Villa a Villastellone, da Giacomo Pregliasco nel 1787 per i Carignano a Racconigi e da Leopoldo Pollack (attivo nel Lombardo-Veneto austriaco) nel 1796 per Faustina Mazzetti a Riva di Chieri. Un apporto diretto dalla Gran Bretagna, in ambito strettamente legato al progetto di giardino, si registra però a fine secolo: per i già citati Villa di Villastellone lo scozzese John Wallace interviene tra il 1784 e il 1804 con un doppio registro: un approccio pittoresco attento alle fabriques per quanto riguarda la zona di parco adiacente alla villa e un grande respiro paesaggistico-rurale alla Capability Brown nel grandissimo parco circostante. Il nuovo secolo sarà poi teatro dei grandi progetti paesaggistici del franco-tedesco Xavier Kurten, ma è già un capitolo successivo. Paolo Cornaglia, Architetto, Dottore di ricerca in Storia e critica dei Beni architettonici e ambientali, diplomato all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, è ricercatore presso il Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino, presso il quale è docente di Storia dell’architettura e della città e di Storia dei giardini. Svolge attività di ricerca sul tema della residenza nobiliare e di corte dal XVII al XIX secolo, focalizzando gli ambiti dell’architettura, della distribuzione, della decorazione e dei giardini. È inoltre consulente del Centro Studi del Consorzio La Venaria Reale. Edward Corp The Court of Turin and the English Succession, 1712-1720 The Bill of Rights of 1689, the Act of Settlement of 1701, and the Treaty of Union (ratified in 1707) excluded all Catholics from the succession to the British thrones and obliged the Stuart King James II and his family to live abroad in exile. Yet many people, both in the British Isles and in continental Europe, refused to accept this statutory interference with the royal succession. For them, the Jacobites and their allies, James II was succeeded in 1701 by his son James III as the legitimate King of England, Scotland and Ireland. James III was young and unmarried, but he had an elder half-sister (Queen Anne) and a younger sister (Princess Louise-Marie). The death in 1712 of James III’s younger sister, followed by the death of Queen Anne in 1714, meant that Anna Maria, Duchess of Savoy, became the Jacobite heiress presumptive to the British thrones. She retained this position until the end of 1720 when James III’s wife, Queen Clementina, whom he had married the previous year, gave birth to Prince Charles, the first of their two sons. This paper will consider the attitude of Vittorio Amadeo, Duke of Savoy, to his wife’s (and his own two sons’) claim to the British thrones, and how it impacted on his relations with James III during the short period when Vittorio Amadeo was also King of Sicily. Although dynastically linked and not unsympathetic to James, Vittorio Amadeo’s own ambitions conflicted with and were given priority over those of his wife. As one Jacobite put it in 1716, ‘the King of Sicily’s politics are more inclined to present preservation than to future hopes’. In 1716-17, when James III was most vulnerable, Vittorio Amadeo refused all his requests for help. The King of Sicily was, however, prepared to help James get married, as that might result in the birth of a Stuart prince to replace his wife Anna Maria as the Jacobite heiress. Edward Corp is Emeritus Professor of British History at the Universite de Toulouse [N.B. no accents on this keyboard]. His publications include The King over the Water: Portraits of the Stuarts in Exile after 1689 (National Galleries of Scotland, 2001) and a three volume history of the Jacobite courts: A Court in Exile: The Stuarts in France, 1689-1718 (Cambridge University Press, 2004), The Jacobites at Urbino (Palgrave Macmillan, 2009) and The Stuarts in Italy, 1719-1766 (Cambridge University Press, 2011). Paolo Cozzo “La metropolitaine des catholiques”. La cappella dell’ambasciata di Savoia nella Londra di Giorgio II. La relazione intende far luce sulla chiesa dell’ambasciata sarda a Londra nel XVIII secolo. Il luogo di culto, aperto nella capitale britannica in concomitanza con l’acquisizione della corona di Sardegna da parte dei Savoia, divenne in breve tempo un punto di riferimento religioso non solo per i sudditi sabaudi, ma anche per i cattolici londinesi. Qui infatti, più che in altre cappelle delle rappresentanze diplomatiche delle altre potenze cattoliche, quanti avevano continuato ad essere fedeli alla Chiesa di Roma trovarono assistenza spirituale e personale ecclesiastico disponibile a soddisfare la varie esigenze (innazitutto di carattere sacramentale) dconnesse alla vita religiosa. la funzione di chiesa parrocchiale assunta dalla cappella sabauda anche per molti sudditti britannici ne fece dunque un elemento assai significativo nelle relazioni politiche e diplomatiche fra le due corti. Paolo Cozzo (Pinerolo, 1972) è ricercatore di Storia del Cristianesimo e delle Chiese presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Il suoi interessi sono rivolti alla storia delle istituzioni ecclesiastiche e della vita religiosa in età moderna e contemporanea, con particolare attenzione ai rapporti fra politica, religione e devozione negli stati di Antico Regime. Francesca Fedi Vittorio Alfieri e la «repubblica inglese»: riflessioni su un’affinità elettiva Nei suoi quattro viaggi in Inghilterra, tra il 1768 e il 1791, Vittorio Alfieri raccolse impressioni ed esperienze che diedero materia alla costruzione di un’immagine quasi ‘mitica’ del mondo britannico: immagine, peraltro, già delineata nei suoi tratti essenziali negli anni della formazione, a Torino, e certo influenzata (in positivo) dal confronto col modello di altre realtà ‘nazionali’, in primo luogo quella francese. La relazione si propone di interpretare gli episodi più significativi dei soggiorni inglesi raccontati nell’autobiografia di Alfieri, alla luce degli sviluppi del suo pensiero politico (segnati in profondità dalla Rivoluzione Americana e da quella Francese, ma anche dalla riflessione sul retaggio della Glorious Revolution) e attraverso un’analisi il più possibile esaustiva della rete di rapporti stabiliti via via dal conte con diplomatici, viaggiatori, e personalità di rilievo nell’Inghilterra contemporanea. Francesca Fedi si è laureata in Letteratura Italiana a Pisa, perfezionandosi presso la Scuola Normale. Dopo un periodo di assistentato a Zurigo ha insegnato nei Licei e, dal 1998, presso l’Università di Parma. Dal dicembre 2012 è docente all’Università di Pisa. I suoi interessi di ricerca sono riconducibili alle linee seguenti: (1) utopia e paradosso nella cultura del primo Cinquecento, con particolare riguardo alle opere di Machiavelli; (2) letteratura e teatro nella Parma settecentesca; (3) cultura massonica e generi letterari in età illuministica (4) la poetica e l’estetica del Neoclassicismo; (5) la cultura figurativa e il pensiero politico di Leopardi. Christopher M. S. Johns Vanderbilt University Chinoiserie in Piedmont: An International Language of Diplomacy and Modernity In 1713, as a result of the Treaty of Utrecht that ended the War of Spanish Succession, the House of Savoy obtained a prize it had sought for generations: a royal title. Vittorio Amedeo II (reigned 1684-1730) was recognized as King of Sicily, a title he had to exchange for the lesser kingdom of Sardinia in 1720, but he remained a king. To enhance the royal title and to place himself on par with other monarchs, Vittorio Amedeo began the transformation of his capital, Turin, into one of the most elegant and sophisticated cities of ancien régime Europe. This activity included the urbanistic renewal of the urban fabric and the construction of churches, palaces and chapels. When he abdicated in 1730, Turin was a major Italian city and a major stop on the Grand Tour. A notable feature of the Savoyard dynasty’s cultural initiatives is the inclusion of both interior and garden décor in the fashionable chinoiserie mode, a European exoticist idiom vaguely inspired by China. Chinoiserie was a Rococo style that emphasized attenuated human forms, rare plants and animals. It often included singeries, visually fusing Chinese and monkeys. This was done in part to establish a hierarchical relationship between Europe and China that favored the latter, especially after the Qing emperors closed the Catholic missions and refused to trade on equal terms with the West. Chinoiserie was popular in Italy, and Turin was its epicenter. Chinoiserie furniture, screens, paintings, silks, lacquer panels and garden ornaments, among other forms of visual culture, are ubiquitous in Savoyard sites: the Palazzo Reale, Venaria Reale, Palazzina della Caccia at Stupinigi and Villa della Regina, among others. To the Piedmontese dynasty, chinoiserie signified current fashion, cultural sophistication, global awareness and, above all, modernity. This paper investigates the ubiquity of Piedmontese chinoiserie in the context of royal commissions and private aristocratic patronage with an eye to understanding its popularity as a vital signifier of modernity. It also makes connections between British chinoiserie and its northwestern Italian counterpart in several media. My goal is to begin a discussion of chinoiserie that goes beyond Rococo stylistic considerations and positions it in the international language of modern diplomacy and cultural exchange. Christopher M. S. Johns is Norman and Roselea Goldberg Professor of History of Art at Vanderbilt University. His research interests include art, architecture and visual culture of the eighteenth century. Johns is the author of four books: Papal Art and Cultural Politics: Rome in the Age of Clement XI (Cambridge: 1993); Antonio Canova and the Politics of Patronage in Revolutionary and Napoleonic Europe (California: 1998); The Visual Culture of Catholic Enlightenment (Penn State: to appear in 2014); and China and the Church: Chinoiserie in Global Context (Washington: in press). He is a fellow of the Center for Advanced Study in Visual Art and the American Academy in Rome, where he was Resident in History of Art in 2004. Christopher Alastair Laing A Plurality of Pluras: Members of the Plura Family and their Work for the British A plurality of Pluras ? or just a triad ? - two (or three?) of whom worked in England. The first – who did not – was Carlo Giuseppe (1655-1737) of Lugano, a sculptor working in Turin in marble, wood, and even perhaps papier mâché. Next is the mysterious Plura who collaborated with the Ticinese stuccador Giovanni Bagutti at Castle Howard in 1711 – but seemingly worked nowhere else in Britain or on the Continent. Giuseppe, or Joseph ( ? – 1756), son of Carlo Giuseppe,seems to have trained as a sculptor in Turin, to which he was on the point of returning when he died. By 1749 he had come to Bath and married the daughter of a building contractor there. He is best known for the drawing-room group in marble of Diana and Endymion (1751; Holburne Museum of Art,Bath) that he fruitlessly exhibited and advertised there and in London. His son, Joseph II (1753 - ? ), trained at the Royal Academy and worked for Nollekens, before going to Italy, where he visited Naples with Thomas Jones in 1778. Back in London in 1782, his last recorded act was to exhibit a “busto of the Abbé Grant at Rome” at the R.A. in 1786. Alastair Laing began by studying South German Rococo architecture and stucco, but since being one of the curators of the François Boucher exhibition at the Met, the Detroit Institute of Arts, and the Grand Palais in Paris in 1986-87, and editor and main author of the catalogue, he has devoted himself to that artist. Between 1986 and 2013 he was Adviser/Curator of Pictures & Sculpture for the National Trust, mounting its centenary exhibition, In Trust for the Nation, at the National Gallery in 1995-96, and overseeing the publication of the 13,500-odd oil paintings in its houses for the Public Catalogue Foundation (to be published in June). Tommaso Manfredi Architetti e Re nell’Europa del Grand Tour: da Wren a Juvarra Nell’Europa degli stati nazionali consolidati alla fine del Seicento vi erano due diversi modelli di architetto regio, inteso come responsabile della gestione e della progettazione del patrimonio della corona: quello francese e quello britannico, entrambi intrinseci ai rispettivi sistemi politici. Il Premier architecte du Roi, nella persona di Jules Hardouin-Mansart (in carica dal 1681 al 1708), era espressione del sistema di potere piramidale e burocratico consolidato da Jean-Baptiste Colbert al tempo di Luigi XIV. Il Surveyor of the King’s Works, nella persona di Christopher Wren (in carica dal 1669 al 1718), rifletteva il carattere meno accentrato degli organi di governo britannici, coordinandosi con la figura del Comptroller of the King’s Works. Anche sul piano professionale vi erano profonde differenze tra questi due modelli. L’inglese Wren, scienziato di formazione, operava sperimentalmente senza il supporto di un sistema accademico disciplinare. Il francese Hardouin-Mansart guidava un apparato estremamente specialistico e fortemente integrato all’Académie Royale d’Architecture a lui sottoposta Anche per questo il Premier architecte di Luigi XIV costituì la figura di architetto regio esemplare per le corti assolutistiche dell’Europa continentale, compresa quella dei Savoia a Torino. Nel 1714 Vittorio Amedeo II di Savoia assegnò a Filippo Juvarra la carica di suo primo architetto, affidandogli un progetto artistico di lunga durata mirato a esaltarne la nuova dignità regale sul piano interno e internazionale. Più di ogni altro architetto regio del Settecento, Juvarra ebbe la possibilità di confrontare la natura del suo ruolo nel contesto europeo viaggiando in Portogallo, Inghilterra, Francia e Spagna. Ciò offre lo spunto per una riflessione generale sull’identità e la funzione degli architetti regi nell’Europa del Grand Tour e sulla loro influenza nella definizione e nella diffusione dei linguaggi architettonici più aulici. Al contempo si intende offrire un’ampia panoramica sui processi di assunzione nel circuito internazionale degli architetti di corte, meno studiato, ma non meno vivace e stimolante di quelli dei pittori e dei musicisti di cui Londra e Torino rappresentarono poli molto diversi, ma ugualmente significativi. Tommaso Manfredi, architetto, svolge attività didattica e di ricerca presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria – Dipartimento Patrimonio, Architettura e Urbanistica. Si occupa di storia dell’architettura e della città in età moderna e contemporanea, con particolare riferimento a Francesco Borromini, Carlo Fontana, Filippo Juvarra, Ferdinando Fuga, Luigi Vanvitelli, Francesco Milizia, alla formazione degli architetti europei nel Settecento e nell’Ottocento, alla storia urbana di Roma, alla trattatistica del Seicento e del Settecento, su cui ha pubblicato numerosi contributi. È autore delle monografie I Virtuosi al Pantheon. 1700-1758 (con G. Bonaccorso, 1998), La costruzione dell’architetto. Maderno, Borromini, i Fontana e la formazione degli architetti ticinesi a Roma (2008); Filippo Juvarra. Gli anni giovanili (2010). Andrea Merlotti Salotti, conversazioni, logge. I viaggiatori inglesi nella sociabilità aristocratica torinese del Settecento I diplomatici e i viaggiatori inglesi a Torino parteciparono a diverse forme di sociabilità legate al carattere fortemente cosmopolita della capitale sabauda. Nella seconda metà del XVIII secolo i salotti torinesi erano caratterizzati, infatti, da una costante e nutrita presenza di esponenti delle aristocrazie europee; le accademie scientifiche e letterarie, i teatri e, non ultima, la rete delle logge massoniche costituivano, inoltre, la trama di un fitto network di relazioni in cui la corte esercitava un’influenza indubbia, se pur indiretta. Lontana dall’essere caratterizzata da una monotona sottomissione ai rigidi rituali di una società curiale periferica, come certa storiografia anche recente ha proposto, Torino rappresentava una meta ambita per molti gentlemen travellers. Le conversazioni ospitate nei palazzi torinesi e organizzate intorno a figure femminili del mondo nobiliare e alto borghese erano popolate dai viaggiatori stranieri, che manifestarono per tutto il corso del secolo grande interesse verso questa tipica espressione della sociabilità d’antico regime. L’intervento ripercorrerà il profilo dei principali attori di questa scena posta in una significativa intersezione fra spazio pubblico e privato, riservando particolare attenzione all’ambito massonico. Accanto a memorie di viaggiatori e carteggi diplomatici, la relazione utilizzerà documenti inediti che attestano la presenza di un nucleo di affiliazioni latomiche maturato in quell’Accademia Reale che era posta in stretta contiguità con gli ambienti della corte, dell’esercito e dell’internazionale aristocratica. Grazie a una documentazione finora ignota, è possibile individuare i primi probabili contatti massonici di diversi uomini di Stato e di lettere; basti citare il poeta e drammaturgo piemontese Vittorio Alfieri, destinato a percorrere “al rovescio” il viaggio di formazione in età ormai adulta e a incontrare in Inghilterra vecchi compagni di studi conosciuti a Torino negli “appartamenti” dell’Accademia Reale. Andrea Merlotti, conseguito nel 1997 il titolo di dottore di ricerca in Storia della società europea presso l’Università di Torino, dal 1998 al 2005 vi ha svolto attività di post-dottorato e di assegnista di ricerca. Ha al suo attivo libri (fra cui L’enigma delle nobiltà. Stato e ceti dirigenti urbani nel Piemonte del Settecento, Firenze, Olschki, 2000), curatele (fra cui Nobiltà e Stato in Piemonte. I Ferrero d’Ormea, Torino, Zamorani, 2003; Le strategie dell’apparenza. Cerimoniali, politica e società alla corte dei Savoia in età moderna, con P. Bianchi, ivi, 2010) e quasi ottanta saggi sulla storia dei Savoia, del loro Stato e dei ceti dirigenti subalpini. Dal 2008 dirige il Centro Studi della Reggia di Venaria ed è docente presso la Scuola di dottorato (ScuDo) del Politecnico di Torino. Dal 2010 è membro della Commissione scientifica sulle residenze reali della Regione Piemonte e rappresenta il Consorzio La Venaria Reale nel Court Studies Forum. All’attività di storico negli ultimi anni ha unito quella di curatore di mostre: nel 2007-08 è stato fra i curatori de La Reggia di Venaria e i Savoia; nel 2009-10 ha curato, con Alessandro Barbero, Cavalieri. Dai Templari a Napoleone e nel 2011 con Clara Goria ha coordinato scientificamente Moda in Italia. 150 anni di eleganza (tutte svoltesi presso la Reggia di Venaria). Sempre nel 2011 con Domenico De Gaetano ha curato la sezione Piemonte della mostra Regioni e testimonianze d’Italia (Roma, Vittoriano). Attualmente sta curando una mostra sulle carrozze delle corti italiane, che, organizzata col Palazzo del Quirinale ed il Polo Museale Fiorentino, inaugurerà alla Reggia di Venaria nel settembre 2013. Sua ultima fatica è la cura del volume La tavola di corte fra Cinque e Settecento (Roma, Bulzoni 2013). Andrew Moore Thomas Coke: Playhouse, Rope Dancing and the Venaria Reale The context for this paper is the European tour of Thomas Coke, later 1st Earl of Leicester, who was abroad from 1712 – 1718. Thomas Coke’s European travels exemplify the impact that the tour at this period could have upon not only early Georgian taste and architecture, but also that antiquity could have upon a young man educated abroad at that moment. The building of his new house at Holkham on the north-east coastal salt marshes in Norfolk is the outcome of Coke’s Tour. Coke spent a great deal on works of art whilst abroad, all purposed for his new seat in the country – a project that gradually developed in his mind with every Roman palace he visited over the years 1714, 1716 and 1717 and as he progressed into maturity. Turin and Piedmont are in a sense just one of a number of northern European cities and states becoming established by 1700 as classic centres for the Northern European traveller as they progressed to Rome. The early 1710s were a particularly volatile time for Turin and Piedmont. The city was being transformed under Victor Amadeus II, Duke of Savoy and Prince of Piedmont (1666-1732), also styled King of the Kingdom of the two Sicilies at this time. During Coke’s two visits in 1713 and 1714/15 Turin was therefore an impressive combination of both French and Italian influence in architectural terms, while politically allied to the British and Habsburg lines. This was led to a seminal appreciation of architecture that allowed for influence and individuality rather than strict and rigorous interpretation of the Palladian model. Coke was later to visit both Naples and Sicily, effectively surveying a continuation of Habsburg influence in conjunction with that of the House of Savoy. The paper explores how Edward Jarrett’s account books shed light on the importance of Turin and Piedmont in establishing the impact of the region on the young traveller. Andrew Moore, formerly Keeper of Art at Norwich Castle Museum & Art Gallery, now works for the Attingham Trust for the study of historic houses and collections, as Director of the Attingham Summer School. He has curated or co-curated a number of exhibitions, accompanied by publications including regional assessments of the Grand Tour (1985); the influence of Dutch and Flemish painting (1988); Portraiture (1992). In partnership with the State Hermitage Museum, St. Petersburg he published the collection of Sir Robert Walpole, A Capital Collection (Yale University Press, 2002). He is currently researching the Grand Tour of Thomas Coke. In 2007 he was Paul Mellon Senior Fellow at the British School at Rome. Toby Osborne The House of Savoy and the Stuarts: a dynastic context to cultural relations The accession of the Stuarts to the English throne has often been taken as a turning point in the history of collecting in Britain, highlighting the importance of the dynastic context to art and cultural history. Peace with Spain in 1604, a succession of Catholic queens, and more intense diplomatic contact with Catholic courts, facilitated greater cultural interest in continental Europe. This interest was additionally driven by courtiers and diplomats, as increasing numbers of British subjects experienced travel abroad. While much scholarly attention has focused on the impact of cultural relations with the Spanish Habsburg courts, and with Venice, there was a corresponding growth in relations with the Savoyard court. Indeed, during the first decades of the seventeenth century the first two Stuart kings, James I and Charles I, in particular, looked on Savoy as something like a natural dynastic ally, despite the confessional differences between their states. This paper examines the nature of deepening relations between the Stuarts and Savoys in the first half of the seventeenth century, as a backdrop to cultural contact between their respective states. Toby Osborne (Balliol College, Oxford, BA, 1990, D.Phil, 1996), taught at Warwick and Oxford before taking up his current position at the University of Durham in 1996. He is interested in the House of Savoy in an international context, early-modern diplomatic culture, and the papal court. He is currently completing a general book on the papal court, and is running a research network on cross-cultural diplomacy in the early-modern period. In a third strand of research, he is working on a research monograph on royalty in Italy, with a focus on the House of Savoy, the Medici and Venice. Andrea Pennini Un’altra via possibile? i progetti matrimoniali anglo-sabaudi nel primo Seicento. Durante i negoziati anglo-spagnoli di inizio XVII secolo, il legato sabaudo presso la corte pontificia Filiberto Gherardo Scaglia conte di Verrua prospetta a Carlo Emanuele I la possibilità di contrarre un duplice matrimonio tra Savoia e Stuart: il primo tra Vittorio Amedeo e la principessa Elizabeth, il secondo tra il principe di Galles Henry e una delle infanti di Savoia. Qualche anno più tardi, nel suo “testamento politico”, lo stesso duca sostiene che il matrimonio anglo-sabaudo sia un’ottima opportunità per una delle principesse più giovani (Maria e Caterina). L’ipotesi nuziale d’oltre Manica, sempre presente nella mente di Carlo Emanuele, non dà luogo ad alcuna trattativa, in quanto vengono preferite ad essa strade più “tradizionali”. La svolta avviene all’indomani del fallimento del trattato di Bruzolo quando la corte di Torino si trova stretta tra l’ostilità francese e la diffidenza spagnola e ricerca soluzioni alternative, tra cui spicca quella britannica. Le trattative matrimoniali tra il duca di Savoia e il re d’Inghilterra hanno luogo tra il 1611 e il 1614 ed interessano in un primo momento il principe di Piemonte e la principessa Elizabeth. Fallito questo primo tentativo, si procede con il negoziato per le nozze di Maria di Savoia con il principe del Galles. La morte prematura di quest’ultimo e il conseguente passaggio del titolo di erede al trono al fratello Carlo di sei anni più giovane complica notevolmente la buona riuscita del negoziato, fino al fallimento. In poco meno di tre anni si alternano a Londra quattro legati sabaudi (il conte Claudio Cambiano di Ruffia, Fulvio Pergamo, Giovanni Battista Gabaleone e il marchese Francesco Villa) che – però – a causa delle differenze di religione, di prestigio dinastico e di aspettative economiche non riescono a concludere alcun trattato. Tuttavia l’attività diplomatica svolta da questi inviati porrà le basi per una solida amicizia che proseguirà, eccezion fatta per gli anni di Cromwell, per tutta la prima età moderna. Andrea Pennini è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Si è laureato nel 2008 presso l’Università di Torino e nel 2012 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca presso l’Università del Piemonte Orientale sotto la guida del prof. Claudio Rosso. Si occupa principalmente della diplomazia sabauda nella prima età moderna e della ricostruzione degli ordini religiosi nell’età della Restaurazione. Edoardo Piccoli Artigiani, fortificazioni, vigne. Inglesi in città intorno al 1748 Sulla scorta dell’interesse non solo narrativo che la storiografia recente ha avuto per le città dell’«accueil» e del viaggio europee, e tentando di aggirare le lacune documentarie che limitano le informazioni sugli stranieri nella capitale sabauda, proponiamo di spostare l’attenzione sulla città e i suoi spazi, nei decenni centrali del secolo XVIII. Città capitale, città di corte, porta dell’Italia, città-fortezza; per la comunità di stranieri delle “three nations” Torino è a metà Settecento un luogo di frequentazioni, usi ed esperienze piuttosto diverse tra loro. Quali sono i luoghi degli inglesi a Torino? Alberghi palazzi vigne, banchieri e negozi, fortificazioni e residenze Reali disegnano frammenti di una rete smagliata e irregolare; una costellazione, non un territorio, in cui tuttavia è possibile riconoscere l’emergenza di una società urbana, non più soltanto di una corte. Torino è ormai una “large”, anche se non “great”, city, conta 65.000 abitanti e definisce un territorio polarizzato, di ville e forti e chiese, di cui anche gli inglesi colgono l’estensione. L’esperienza dei singoli è a tratti illuminante, ma non sufficiente; alla fine degli anni 1740, con la fine di una guerra e la riapertura delle frontiere, una serie di passaggi incrociati contente di cogliere un quadro più complesso e forse intelligibile. Militari, segretari, studenti e viaggiatori (il Generale St. Clair, Lord Charlemont o David Hume), si muovono intorno ad alcuni fulcri - spazi precisi dentro e fuori le mura -, che ci proponiamo d’identificare. Luoghi, persone, ma anche economie sono messe in gioco dalla presenza di stranieri. Le carte di Thomas Wentworth (+ Torino 2 dic. 1747), spedite in patria dopo la sua morte improvvisa consentono di valutare l’impatto di almeno un viaggiatore di rango sulla città e le economie urbane. Edoardo Piccoli teaches Modern and Contemporary architecture at the Politecnico di Torino. He graduated in Architecture at the same University, where he received a PhD in Architectural History. He has received a D.E.A. in Civilisation de la Renaissance from the Centre d’Etudes Supérieures de la Renaissance at Tours. His research focuses on 18th c. architecture. He has edited books and contributed essays to collective works and exhibition catalogs. He is currently working on travelers in eighteenth-century Europe (with Emilio Mazza, Iulm Univ.), on the architecture of religious Orders (CRESO group) and on Bernardo Vittone (Istruzioni Elementari, 1760, repr. 2008). James Rothwell Silver from London and Turin: The Collection of the 2nd Earl of Bristol, Envoy Extraordinary to the Court of Savoy 1755-58 Sulla scorta dell’interesse non solo narrativo che la storiografia recente ha avuto per le città George William Hervey, 2nd Earl of Bristol (1721-75) was bred for diplomacy. His parents were at the heart of court life under George II and Queen Caroline and he was schooled in French from the age of five. He completed his studies in Geneva and travelled in Italy before returning to England in 1741. In 1755 he was sent to Turin as British Envoy and he brought with him a magnificent collection of silver, much of it recently acquired from that most sculptural of London goldsmiths, Frederick Kandler. Lord Bristol’s success at the Court of Turin is attested to by both British and Turinese sources and it combined with the demands of his office to require yet more silver, primarily for dining. With Turin’s goldsmiths then being amongst the finest in Europe, and in close contact with the fashions set in Paris, he did not have to look far and commissioned two of King Carlo Emmanuele III’s favoured makers, Andrea Boucheron and Paolo Antonio Paroletto. Some 70 items of Turinese silver survive at the Hervey family seat, Ickworth in Suffolk, and must constitute one of the largest individual groups from the pre-Napoleonic period to survive anywhere in the world. With the survival also of his English purchases, and of copious diplomatic correspondence in London and Turin covering a period which saw the outbreak of the Seven Years War, Lord Bristol is a valuable subject for the study of the political and cultural crossovers between London and Turin in the mid-eighteenth century. James Rothwell is a Senior Curator with the National Trust and also acts as the Trust’s National Adviser on Silver. He has undertaken extensive research on the subject of silver and was the joint author of the catalogue of the renowned collection of plate at Dunham Massey, published in 2006. He is now concentrating on the silver at Ickworth, which constitutes one of the Trust’s most significant, and is working on a catalogue of that collection. Cristina Ruggero Bibliotheca Hertziana, Roma L’album juvarriano per Lord Burlington a Chatsworth Nel 1944 Rudolf Wittkower scopriva l’esistenza di «un piccolo libro di schizzi» nella collezione dei duchi del Devonshire (Chatsworth) realizzato da Filippo Juvarra (1678-1736), primo architetto dei Savoia, per lord Burlington (1694-1753). Il prezioso album è composto da 30 disegni di fantasie architettoniche, contrassegnati dalla data «1729» e dalla firma «Cav. Juvarra», ai quali è anteposto un frontespizio con la seguente iscrizione: «PROSPETIVE DISEGIATE DALL CAVAL DON FILIPPO YUVARRA E DEDICATE All ’Eccellenza di Riccardo Conte di Burlington MDCCXXX». Dopo i due saggi pubblicati da Wittkower nel 1949 e nel 1975 l’album non ha più suscitato un interesse scientifico, forse proprio a causa del giudizio espresso dallo studioso tedesco: «Il volume di Chatsworth […] non ci presenta niente di nuovo né riguardo all’invenzione, né riguardo allo stile. Invece la dedica ha un interesse tutto particolare». In questa sede si propone una lettura che, partendo dai due personaggi coinvolti, tiene conto delle idee sull’antico e sull’identità nazionale che si andavano coltivando in ‘Britannia’ nella prima metà del Settecento e che trovavano forti analogie politiche e culturali nella Roma repubblicana della quale si idealizzano i valori, ma soprattutto le virtù. Juvarra ha saputo interpretare questi ideali nelle prospettive architettoniche, traducendo nel disegno le sue molteplici conoscenze ed esperienze artistiche e andando ben oltre quell’apparente «agreeable disorder» evocato a prima vista dalle composizioni. Cristina Ruggero ha conseguito la laurea in storia dell’arte e la specializzazione in Germania (università di Freiburg im Breisgau e München). Attualmente è assistente scientifica presso la Bibliotheca Hertziana di Roma. Negli ultimi anni ha pubblicato i risultati dei suoi studi sull’opera di Filippo Juvarra particolarmente nel campo della grafica. Nel 2010 le è stato assegnato il Premio Hanno-und-Ilse-Hahn per la ricerca sull’arte del disegno e sulla scultura del XVII e XVIII. Christopher Storrs The British Diplomatic Presence in Turin, Diplomatic Culture and British Elite Identity 1688-1789 Britain’s emergence as a major European power following the “Glorious Revolution” was closely bound up with a new, much closer relationship with the Savoyard state, which was often an ally in Britain’s eighteenth century wars against France. Associated with this was a near permanent British diplomatic presence in Turin. This paper seeks to do three things. (1) It explores British representation in the Savoyard capital in the eighteenth century in order to understand just how far British diplomacy fitted into the prevailing European diplomatic culture. (2) But it also seeks to address just how far the diplomatic experience contributed to developing notions of Britishness, as libertarian and Protestant (in contrast with the Catholic, absolute Savoyard state) . (3) Finally, the paper looks at the way Britain’s diplomats mediated between visiting Britons, many of them passin through on the Grand Tour, and the Savoyard Court and associated institutions – above all the Turin academy – and in this way contributed to the spread among some sections of the British elites of European notions of nobility. Christopher Storrs graduated with Honours in Modern History from the University of Oxford (St. Catherine’s College), and obtained his PhD from the University of London (London School of Economics). His research interests centre on early modern Europe, and in particular on Spain and Italy (where he is especially interested in the Savoyard state). In terms of themes, he is particularly interested in international relations (war and diplomacy), state formation and empire, and the nobility - or nobilities - of Europe in the same period. His publications include War, Diplomacy and the Rise of Savoy 1690-1720 (Cambridge, 1999), The Resilience of the Spanish Monarchy 1665-1700 (Oxford, 2006) and (as editor) The Fiscal-Military State in Eighteenth Century Europe (Farnham, 2009). Dr. Storrs is Reader in History in the School of Humanities at the University of Dundee. Karin Wolfe John Molesworth: British Envoy and Cultural Intermediary in Turin The name of John Molesworth (1679-1726), British envoy to the Savoyard state from 1720-1725, first appears in the art historiography in 1757. In the second volume of his Raccolta di lettere pittoriche, Giovanni Gaetano Bottari published three of Molesworth’s letters - written to Francesco Maria Gabburri over the course of five months in 1724 - which Bottari deemed to represent the fruit of the knowledge of “a man of letters and of a highly refined discernment” (“uomo di lettere e di finissimo discernimento”). The letters in question critique a pictorial commission awarded the Florentine painter Tommaso Redi and show the lofty erudition and highly developed aesthetic taste that Molesworth amply demonstrated during the course of his diplomatic sojourn in Turin, where he was described by a contemporary traveller as “the delight of this whole court” (“qui fait les délices de cette Cour”). This paper will analyse the role played by Molesworth at the Savoy court as an intermediary of the vital cultural exchange taking place between Britain and Florence, the city which had left an indelible cultural imprint on Molesworth during his earlier residency there as envoy extraordinary to the Medici principality from 1711-1714. This context was the setting for the long rapport of both friendship and patronage that developed between Molesworth and the Florentine architect Alessandro Galilei (1691-1737). The relationship took root in Florence, progressed to England and Ireland when the architect moved there for five years beginning in 1714 upon the envoy’s urging when he left Italy, and then continued through Molesworth’s later residency in Turin, as can be documented by the surviving correspondence, published, in part, by Ilaria Toesca in 1952. A re-evaluation of this correspondence, pieced together with other contemporary sources, allows for a complete portrait of Molesworth to emerge as a modern “Virtuoso”. Connoisseur of painting, sculpture, architecture, music, and poetry – both ancient and contemporary - Molesworth’s cultural acumen matured in Turin, while he was in contact with the artists, scholars, European travellers and personalities who frequented and comprised the Savoy court, including first and foremost the royal architect and taste-maker, Filippo Juvarra. Karin Wolfe (M.A. PhD Courtauld Institute) is a Research Fellow at the British School at Rome. She has taught at Temple University and John Cabot University and has published on Roman seventeenth- and eighteenth-century patronage, art and the Grand Tour; including articles on Caravaggio, Cardinal Antonio Barberini, Andrea Sacchi, Francesco Borromini, Francesco Trevisani and Filippo Juvarra. She is co-author (with Michael Jacobs) of the chapter of Italian drawings in Drawings for Architecture, Design and Ornament, the James A. Rothschild Bequest at Waddesdon Manor (2006), and co-editor of Roma Britannica: Art Patronage and Cultural Exchange in Eighteenth-Century Rome. (2011). She is presently writing a monograph on Francesco Trevisani. Jonathan Yarker Domenico Duprà: A Turinese Painter and the British The little-known Turinese painter Domenico Duprà (1689-1770) had a long and successful career working as a portraitist in Portugal and Rome before being made Reale Pittore per li Ritratti by Carlo Emanuele III of Savoy in 1750. From 1731 Duprà painted a number of British sitters, including members of the exiled Stuart court in Rome, as well as Grand Tourists and diplomats. This paper examines Duprà’s contact with British patrons, presenting a number of previously unpublished portraits of British sitters. It will examine the questions of Duprà’s commercial and artistic appeal to British travellers within the context of his work as a ‘court artist’ successively in Lisbon, Rome and Turin, highlighting the important role of copies in his work. Jonathan Yarker recently completed his PhD on the practice and reception of copies after old master paintings during the eighteenth century at the University of Cambridge. He is currently the Paul Mellon Rome Fellow at the British School at Rome working on a project entitled The Business of the Grand Tour, examining the life and activities of the banker and art dealer Thomas Jenkins (1722-1798). Olga Zoller Crossing professional and national limits: the pioneering role of the versatile architect-engineer Giovanni Battista Borra (1713-1770) The life and work of the Piedmontese Giambattista Borra is particularly suited to demonstrate the 1750s as a period of architectural reorientation in European centres, both with a view to the concept of architecture and to the scientific and educational conditions of becoming an architect. Borra’s international reputation first of all is due to his contacts with British Grand Tourists. In 1749, when Robert Wood and his friends wanted Borra to accompany them on their archaeological expedition as their draughtsman, there was no architectural evidence of his talents, but of his mastership in architectural and topographical drawing based on the knowledge as a state examined architect whose education also in engineering was documented with his treatise on statics (Turin 1748). The international success of the result of collaboration between these British archaeologists and Borra, the books on The Ruins of Palmyra (1753) and The Ruins of Balbec (1757) edited by Robert Wood, at least implied the recognition of the author of the many illustrations. However, as the obvious understatement in circles of educated English nobleman, to praise above all the ideational part of endeavors and not the work of a practicing architect, Borra’s part has been considered as secondary ,services’. The paper points to Borra’s de facto significance in Britain for a new, more scientific exploration of classical antiquity and its adaption in contemporary architecture on one hand and for the local integration of Piedmontese late-baroque architectural elements on the other hand. A special focus is - in reverse - on Borra’s success by the opening of the Piedmontese authorities to voice quite different English architectural traditions, especially with awareness of the lesser-known first (miniature) example of an English landscape garden, which were due to the good diplomatic relations between England and the State of Savoy. Olga Zoller Independent art historian (Ph.D. at the University of Bonn, Rheinische-FriedrichWilhelms-Universität Bonn, 1994 ). After longtime experience in cultural policy, resumption of arthistorical research in 2007, focusing on the Piedmontese architect and engineer Giovanni Battista Borra (1713-1770). Thanks to a fellowship in 2011 from the the Yale Center for British Art, New Haven, Connecticut, USA studies at the Paul-Mellon-Collection part of which are nearly one hundred watercoloured Borra-drawings finished to be reproduced in engravings for the publication of another, (unrealized) third book, edited by R. Wood. A monograph with particular regard to these drawings and Borra’s collaboration with British archaeologists is in progress.